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SANTUARIO DI GIOVE DOLICHENO


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GIOVE DOLICHENO

Il santuario di Giove Dolicheno era un tempio di Roma, che accoglieva una divinità straniera, situato sull'Aventino, il colle più a sud di Roma. Giove Dolicheno (Jupiter Dolichenus) o Dolocenum, o semplicemente Dolicheno è il nome di una divinità asiatica originaria della città di Dolico, in Anatolia, portata verso la fine del I sec. d.c. dai mercanti e soldati originarî di quella regione e identificato con quello di Giove (Iupiter Optimus Maximus Dolichenus).

Di origine hittita, era venerato come Dio della fertilità e della folgore. Fu identificato anche come Ahura Mazda ( "spirito che crea con il pensiero"), nome del Dio unico, creatore del mondo sensibile e di quello sovrasensibile, nella religione zoroastriana (detta mazdeismo o anche mazdaismo).

Gli Ittiti, o Hittitit, furono un antico gruppo di popoli indo-europei che emigrarono nell'Asia Minore formando un impero at Hattusa in Anatolia (Turchia) intorno al 1600 a,c,. Si espansero notevolmente avendo ragione su diversi popoli in quanto possessori per primi delle armi di ferro, molto più taglienti e leggere, pertanto più veloci e maneggevoli delle armi dei popoli di allora che le forgiavano ancora in bronzo.

Il culto fu importato a Roma dalle legioni in ritorno dalla guerra contro i Parti, popoli dell'antica Persia, insieme alla religione mitraica diffondendosi in Italia soprattutto tra il II e il III secolo. Come Mitra aveva un culto misterico e prettamente militare in cui si riteneva che il Dio propiziasse il successo e la sicurezza dell'organizzazione dei soldati.
 
Generalmente è rappresentato con una scure, simbolo di potere distruttivo, anche i littori portavano una scure tra i fasci di grano, e una folgore in mano. A volte è raffigurato sopra un toro; può essere affiancato dalla sposa Giunone Dolichena, Juno Dolichena, che a sua volta sta sopra un'asina ma soprattutto sopra una cerva.

Il santuario di Giove Dolicheno a Roma risale al tempo di Antonino Pio (86 - 161) e i mattoni bollati testimoniano una data di costruzione posteriore al 138, mentre un'iscrizione che lo riguarda è datata al 150. Nella seconda metà del II secolo venne dotato di copertura (inizialmente era all'aperto, simbolo della sua podestà su cielo e terra), come testimoniano i bolli delle tegole. 

Fu restaurato più volte, soprattutto nel III secolo, quando il culto di Giove Dolicheno, divinità originaria dell'Asia Minore ma protettrice dei soldati in genere, estese al massimo il suo culto in tutto l'impero romano. Il tempio è segnalato sui Cataloghi Regionari e grazie a vari ritrovamenti è stato collocato nell'area prospiciente alle chiese di Sant'Alessio e di Santa Sabina e magari sotto di esse.

Venne rinvenuto nel 1935 in occasione dell'apertura di via San Domenico, scavando lungo il lato settentrionale e parte dei lati brevi, dove è stato rinvenuto un cortile e tracce di una fase più antica, probabilmente augustea. La pianta totale del complesso misurava 22,60 x 12 metri, con un atrio che introduceva alla sala principale, seguita da un terzo vano quasi quadrato.

L'ambiente centrale era il più importante e qui vennero rinvenuti i resti di un altare e una grande iscrizione a Giove Dolicheno da parte di tali Annius Iulianus e Annius Victor. In tal modo il culto si rivelò ciò che era, non monoteista anche se molto incentrato su tale Dio.

MANO VOTIVA DI GIOVE DOLICHENO

Nell'edificio vennero scoperte numerose statue, rilievi e iscrizioni, che alludevano infatti a un culto polivalente, che intendeva aggregare diverse divinità, a cominciare da quelle venerate negli edifici sacri sull'Aventino, dove come si sa vivevano molti stranieri e pertanto con divinità straniere: Diana, Iside, Serapide, Mitra, i Dioscuri, il Sole e la Luna. Queste sculture sono oggi esposte nei Musei Capitolini.

Le ricerche condotte poi a iniziare dal 2001 dall’Università di Münster (centro di ricerca in Asia Minore) a Dülük Baba Tepesi (Gaziantep, Turchia) hanno permesso di identificare il santuario centrale di Giove Dolicheno e di chiarire molti aspetti di uno dei culti più diffusi nell’Impero romano.

In età romana l'immagine di Giove Dolicheno, che troviamo diffusa con poche varianti in tutto l'Impero, dovette derivare dalla statua di culto del santuario di Dolichè, come dimostra una statua marmorea trovata nei pressi di Aleppo rappresentante il Dio barbuto, in piedi sul toro, in abito militare (corazza, veste e calzari), con in testa il classico berretto frigio, lo stesso indossato da Mitra.

Nella mano destra teneva la bipenne (perduta) e nella sinistra la folgore. L'abito militare è una prova della devozione che ispirava in Oriente la divinità dei Cesari; infatti per esprimere la potenza di un Dio si lo si raffigurava con l'uniforme dell'imperatore.


BIBLIO

A. H. Kan, Juppiter Dolichenus - Leida - 1943 -
- Giove Dolicheno - su Enciclopedia Britannica -Encyclopædia Britannica
- Tina Squadrilli - Vicende e monumenti di Roma - Staderini Editore - 1961 - Roma -
- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - Verona - Arnoldo Mondadori Editore - 1984 - 
- R. J. Tournay, S. Saonaf - Annales Arch. de Syrie - 1952 -



TEMPIO DI ESCULAPIO ALL'ISOLA


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TEMPIO DI ESCULAPIO

Asclepio o Esculapio (in greco Asklēpiós, in latino: Aesculapius) è una divinità della mitologia greca e romana. Figlio di Apollo e di Arsinoe per Esiodo, o di Apollo e Coronide per Pindaro, venne reso dotto (dottore) nella medicina dal centauro Chirone, o per altre versioni, aveva ereditato la facoltà dal padre Apollo, che però non risulta avesse mai curato nessuno. Comunque Esculapio divenne il Dio della medicina, molto adorato dal popolo, in quanto curatore degli infermi.



IL MITO

Apollo si innamorò di Coronide che lo tradì, per cui Artemide, uccise Coronide con una freccia, per vendicare il fratello. Apollo, però, salvò il piccolo che Coronide aveva in grembo e chiese al fratello Ermes di prenderlo dal corpo della madre. Apollo dunque non lo prese dal corpo della madre e non lo allevò, insomma non fece nulla, però gli dette il nome di Asclepio (o Esculapio).

    ESCULAPIO
Asclepio ricevette dalla Dea Atena il dono di cambiare il suo sangue con quello di Medusa la Gorgone, già decapitata da Teseo. Da allora il sangue che sgorgava dalle vene del suo fianco sinistro era velenoso e portatore di sventure, ma quello del fianco destro aveva il potere di guarire qualsiasi malattia e persino di fare risorgere i morti.

Ciò è riferito alla Madre Terra che Medusa in tempi arcaici rappresentava, come dimostrano i serpenti che le incorniciano il volto: da sempre il serpente in ogni parte del pianeta rappresentò la Madre Terra, colei che dà la vita e la morte, per cui anche veleno.

Ciò fece arrabbiare sia Zeus che Ade, poiché l'afflusso dei morti diminuiva, inoltre Asclepio inventò una tecnica di guarigione per ogni tipo di ferita e ogni malattia facendo addirittura risorgere i morti.

Zeus decise di fulminarlo perché temeva potesse annullare la differenza fra divinità e uomini, l'immortalità.

Apollo per rappresaglia uccise i tre Ciclopi che forgiavano le folgori di Zeus e quest'ultimo per mettere pace rese Asclepio immortale tramutandolo nella costellazione di Ofiuco.

Comunque Asclepio divenne così bravo nell'arte medica che riuscì anche a risuscitare i morti, come fece con Ippolito, padre di Virbio, re di Aricia, con l'aiuto di Artemide.

Nell'antica Grecia si pensava che bastasse dormire in un santuario consacrato ad Asclepio per guarire da ogni malattia e in ogni tempio c'era almeno un serpente, che proveniva dal santuario di Asclepio ad Epidauro, in quanto si credeva che fossero animali sacri per la divinità, come simbolo di rinnovamento, visto che il serpente cambia la guaina di squame. Uccidere il serpente di un tempio di Asclepio era grande sacrilegio.



IL BASTONE DI ESCULAPIO

Il bastone di Asclepio spesso viene confuso con il Caduceo di Ermes, per cui a volte viene nominato "Caduceo". Asclepio ha in mano un bastone sacro che porta il suo nome ed è il simbolo internazionale del soccorso medico.

Il serpente rappresenta il potere guaritivo del Dio, simboleggiato dalla muta del rettile che richiama un'eterna rinascita.

In realtà Hermes aveva un bastone con due serpenti che rappresentavano l'eterno equilibrio della natura tra vita e morte, mentre il bastone di Esculapio con serpente unico rappresentava solo la vita, per cui la morte appariva almeno momentaneamente esclusa attraverso la medicina.

L'ISOLA TIBERINA

MOGLIE E FIGLI

Nell'Iliade al Dio vengono attribuiti due figli:
Macaone, celebre medico, che combatté a Troia e fu ucciso da Euripilo e Podalirio, medico anch'egli.
«E poi le genti di Tricca, quelli di Itome rocciosa, di Ecalia, la città di Eurito: li guidano i due figli di Asclepio, Podalirio e Macaone, medici illustri. Schierano trenta navi ricurve
(Omero, Iliade, Canto II 732)

Ebbe una moglie, Epione, o Lampezia, principessa di Coo, da cui Asclepio ebbe cinque figlie, tutte collegate alla salute e un paio di figli:
- Igea, la salute:
- Panacea, la guarigione universale e onnipotente, ottenuta con le piante;
- Iaso, la guarigione.
- Acheso, che sovrintendeva al processo di guarigione;
- Egle, la splendente;
- Telesforo, Dio della convalescenza; 
- e Arato, avuto però da Aristodama.
Nella mitologia romana gli è attribuita un'altra figlia, Meditrina, la guaritrice, festeggiata nelle Meditrinalia.

IL TEMPIO DI ESCULAPIO

IL CENTAURO CHIRONE

Poiché nacque da Filira e da Crono che per conquistarla si trasformò in un cavallo, Chirone è un essere immortale ed è metà uomo e metà cavallo. Esperto nelle arti, nelle scienze e in medicina, ebbe come allievi molti eroi: Aiace, Achille, Aristeo, Asclepio, Atteone, Ceneo, Enea, Eracle, Fenice, Giasone, Oileo, Palamede, Patroclo, Peleo, Telamone, Teseo e Dioniso.

Essendo Eracle venuto a contrasto con i Centauri, ne uccise alcuni ed i superstiti si rifugiarono presso la grotta dove viveva Chirone, peraltro suo amico, ma per sbaglio Eracle lo colpì con una freccia avvelenata. Chirone per non soffrire più scambiò la sua immortalità con Prometeo, diventato mortale per i suoi contrasti con Zeus che però fece di Chirone la costellazione del Centauro.



IL TEMPIO DI ROMA

Un museo dei martiri del Novecento sorgerà sui resti del tempio di Esculapio all'Isola Tiberina. E vedrà la luce a primavera svelando un monumento sotterraneo fino ad oggi invisibile.

Gli scavi eseguiti dal 2005 sotto le fondamenta della chiesa seicentesca di San Bartolomeo hanno restituito imponenti muri appartenuti «quasi certamente al santuario inaugurato nel 289 avanti Cristo», spiega l'archeologa della Soprintendenza statale Paola Di Manzano. 

Lungo il percorso saranno esposte testimonianze, oltre a documenti, foto, testimonianze storiche. Le "Reliquie" del Novecento andranno accanto al pavimento, appena scoperto ma protetto da un vetro, in realtà il pavimento del tempio pagano.

Tuttavia dimentica di dire che il santuario in questione è il Tempio di Esculapio che però verrà mostrato come Museo dei Martiri del Novecento. Eppure il tempio era molto importante, sembra avesse anche varie sale dove venivano curati gli infermi soprattutto con le preghiere. 

La cura però era molto dubbia, tanto è vero che per risparmiare i romani quando gli schiavi si ammalavano li mettevano in queste sale, risparmiando così le cure mediche. Per questo Augusto emanò una legge per cui gli schiavi che tornavano sani nel tempio automaticamente venivano liberati per cui i padroni li perdevano.



IL TEMPIO NON SI SCAVA

«Per sapere di più del tempio del III secolo avremmo dovuto andare più a fondo con gli scavi, ma i finanziamenti per adesso non ci hanno permesso di farlo» spiega la Di Manzano «Il pozzo d'età ottoniana in San Bartolomeo (in realtà romano e relativo al tempio pagano) è probabilmente in asse con l'antica sorgente del santuario di Esculapio. È fondo nove metri e il livello dell'acqua sale a seconda delle stagioni. Non è stato mai indagato ma è ora nostra intenzione affidare l'incarico a un archeologo», annuncia la studiosa.

La tradizione vuole che nel 293 a.c., la popolazione di Roma fosse colpita dalla peste. Dopo aver consultato i Libri sibillini, il Senato romano decise di costruire un tempio dedicato al Dio, e venne inviata una delegazione ad Epidauro per ottenerne una statua.

Al ritorno, mentre la barca che trasportava la statua risaliva il Tevere, un serpente colubro, simbolo del Dio, sceso dall'imbarcazione, nuotò verso l'isola Tiberina. L'evento fu interpretato come volontà del Dio di scegliere il luogo dove sarebbe sorto il suo tempio.

Il tempio venne costruito tra il 293 a.c. e il 290 a.c., mentre la sua consacrazione avvenne l'anno successivo. Il tempio venne inaugurato nel 289 a.c. e l'epidemia ebbe fine. L'isola, a ricordo dell'evento, venne rimodellata a forma di trireme. 

Un obelisco venne infatti posto al centro dell'isola, davanti al tempio, a simbolo di un albero maestro, mentre sulle rive vennero posizionati blocchi di travertino, per simulare una poppa e una prua. Sull'isola sorsero diverse strutture adibite al ricovero degli ammalati, e ciò è testimoniato dai numerosi voti ed iscrizioni pervenuti.

IL SIMBOLO DEL SERPENTE SULL'ISOLA

I RESTI

Il tempio andò distrutto verso l'anno 1000, quando sorse sulle sue rovine la basilica di San Bartolomeo all'Isola per volere di Ottone III. Il pozzo medioevale vicino all'altare della chiesa sembra essere lo stesso da cui sgorgava l'acqua utilizzata per curare i malati, così come testimoniato da Sesto Pompeo Festo, un grammatico latino, nel II secolo.

Del poco che rimane dell'antico tempio di Esculapio sono da ricordare alcuni frammenti dell'obelisco, conservati a Napoli e a Monaco, e alcuni blocchi di travertino visibili sotto le costruzioni moderne sull'isola Tiberina, tra cui spicca un rilievo del bastone di Esculapio. Restano anche i sotterranei, scavati in minima parte per farne un museo ai nuovi martiri cristiani, ma del prezioso tempio sotto di esso non si parla: pagano e cristiano faticano a coesistere.


BIBLIO

- Giovanni Battista Piranesi - Le antichità Romane - Roma - 1784 - Tav. XIV-XV -
- M. Besnier - L'île Tibérine dans l'antiquité - Parigi - 1902 -
- E. Edelstein, L. Edelstein - Asclepius: Collection and Interpretation of the Testimonies - Baltimora - The Johns Hopkins Press - 1943 -
- Socrate - Il gallo ad Asclepio -
- G. G. Porro - Asclepio - Milano - 1911 -
- A. Bartoli - Una notizia di Plinio relativa all'introduzione in Roma del culto di Esculapio - in Rend. Acc. Licei - XXVI - 1917 -



TEMPIO DI MARCO AURELIO


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«Fecero tutto il Centro Storico, da Piazza Venezia a Piazza del Popolo, e poi a Via Veneto, Villa Borghese, e poi di nuovo indietro Piazza Navona, e il Gianicolo, e San Pietro! Useppe non aveva mai conosciuto quei quartieri, che in un ciclone risplendente correvano addosso alla motocicletta di Nino, come a una sonda spaziale lanciata attraverso i pianeti. A voltare gli occhi in alto, si vedevano statue volare con le ali distese fra le cupole e le terrazze, e trascinare i ponti in corsa con le tuniche bianche al vento. E alberi e bandiere giostrare. E personaggi mai visti, sempre di marmo bianco, in forma d'uomo e di donna e d'animale, portare i palazzi, giocare con l'acqua, suonare trombe d'acqua, correre e cavalcare dentro alle fontane e appresso alle colonne ...»
(Elsa Morante, La Storia)



IL TEMPIO NEL CENTRO STORICO DI ROMA

Il centro storico di Roma è stato riconosciuto, sin dal 1980, Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO. Esso comprende 14,308 km² di superficie del territorio comunale, quasi la somma della superficie dei 22 rioni (15,4659 km²) che lo compongono racchiusi all'interno delle Mura aureliane (a sinistra del Tevere) e gianicolensi (a destra del fiume), con la sola esclusione di una parte dei rioni Borgo e Prati.

Nell'intera città storica, che fa riferimento ad un territorio più vasto rispetto al centro storico, si riconosce il valore di oltre 25.000 punti di interesse ambientale e archeologico censiti dalla Carta per la Qualità: in virtù di ciò Roma risulta la città con più monumenti al mondo. 

MARCO AURELIO

MARCO AURELIO 

Marco Aurelio Antonino Augusto, ovvero Marcus Aurelius Antoninus Augustus, nelle epigrafi: IMP·CAES·M·AVREL·ANTONINVS·AVG , nacque a Roma il 26 aprile 121 - e morì a Sirmio o a Vindobona, 17 marzo 180. Conosciuto come Marco Aurelio, è stato un imperatore, filosofo e scrittore romano. Su indicazione dell'imperatore Adriano, fu adottato nel 138 dal futuro suocero e zio acquisito Antonino Pio che lo nominò suo erede al trono.

Nato come Marco Annio Catilio Severo (Marcus Annius Catilius Severus), divenne Marco Annio Vero (Marcus Annius Verus), che era il nome di suo padre, al momento del matrimonio con la propria cugina Faustina, figlia di Antonino, e assunse quindi il nome di Marco Aurelio Cesare, figlio dell'Augusto (Marcus Aurelius Caesar Augusti filius) durante l'impero di Antonino. 

TEMPIO DI ADRIANO

IL TEMPIO

Il tempio di Marco Aurelio, ovvero il Templum Divi Marci, dedicato da Commodo a suo padre, fu probabilmente anche intitolato a Faustina minore, moglie dell'imperatore Marco Aurelio e madre dell'imperatore Commodo, ed è collocato dalle varie fonti vicino a quello dedicato ad Adriano nell'odierna Piazza di Pietra.

Il tempio è posto in Campo Marzio a Roma, presso l'attuale Piazza Colonna e la Colonna di Marco Aurelio. Secondo l'archeologo Filippo Coarelli, già docente di Storia romana e Antichità greche e romane all'Università di Perugia, nonchè allievo di R. B. Bandinelli, e François Chausson, storico e prof. di storia romana all'Univ. Paris Sorbonne, specialista in corte imperiale e storiografia romana, l'epigrafe CIL VI, 1585 dedicata a Faustina Minore, rivela la data dell'edificazione tra fine 175, morte di Faustina, e il 180, morte di Marco.

Secondo i Cataloghi regionari il tempio si trovava nella Regio IX Circus Flaminius, dove svettava la colonna di Marco Aurelio, in un'area adibita ai funerali imperiali. Infatti vi furono eretti il tempio di Matidia, e poi quello dello stesso Adriano. Vennero inoltre innalzate due colonne onorarie, dedicate ad Antonino Pio e a Marco Aurelio, la seconda su ispirazione della Colonna Traiana.

Il tempio di Marco Aurelio doveva stare di fronte alla colonna a lui intitolata, non molto distante dall'ustrino dove l'imperatore fu cremato.


RICOSTRUZIONE DEL TEMPIO DI MARCO AURELIO,
POSTO DIETRO ALLA COLONNA OMONIMA


LUOGO

Il tempio, dedicato da Commodo al padre Marco Aurelio, noto solo dalle fonti letterarie che lo collocano accanto a quello di Adriano nell'odierna Piazza di Pietra, secondo alcuni autori sarebbe proprio il tempio di Adriano, incorporato nel Palazzo della Borsa. In effetti negli scavi del 1960 in Piazza Montecitorio, alle spalle della colonna, furono trovati alcuni resti, fra cui coppi marmorei e due frammenti di soffitto a cassettoni in marmo di Carrara, che facilmente potrebbero essere attribuiti a questo tempio.

Dunque il tempio di Marco Aurelio era probabilmente collocato di fronte alla colonna a lui intitolata, non molto distante dall'ustrino dove l'imperatore fu cremato nel 180, come sembrano celebrare anche alcune monete del periodo.


BIBLIO

- Filippo Coarelli - La colonna di Marco Aurelio - Roma - Colombo - 2008 -
- Francesca de Caprariis - Marcus, Divus, Templum - Eva Margareta Steinby - Lexicon topographicum urbis Romae III -
- François Chausson - Deuil dynastique et topographie urbaine dans la Rome antonine II. Temples des Divi et Divae de la dynastie antonine - Nicole Belayche - Rome, les Césars et la Ville aux deux premiers siècles de notre ère - Rennes, Ed. N. - Belayche - 2001 -
- Demetrios Michaelides, Lacunari da Piazza Montecitorio - Lucos Cozza - Il tempio di Adriano - Roma, De Luca - 1982 -
- Samuel Ball Platner - Thomas Ashby, s.v. Templum divi Marci - A Topographical Dictionary of Ancient Rome - London, Oxford University Press - 1929 -
- Lawrence Richardson, Jr. - Templum divi Marci - A New Topographical Dictionary of Ancient Rome - Baltimore - JHU Press -1992 -



TEMPIO DI VERTUMNO


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TEMPIO ROMANO

IL DIO VERTUMNO

"Ma a te, o Mamurrio, scultore della mia immagine bronzea,
la terra osca non consumi le industriose mani,
a te che hai saputo fondermi, abile in molte esperienze.
Unica è l'opera, ma ad essa è tributata una molteplice lode
"

(Properzio - Vertumnio chiede una sua statua a Mamurrio)

In una Roma accresciuta e in continua trasformazione il Dio Vertumno, temendo di essere dimenticato, si rivolge, secondo Properzio, al sabino Mamurio Veturio, sapiente scultore e grande forgiatore di metalli, che veniva scacciato durante le Mamuralia, feste in onore del Dio Marte. La festa prendeva il nome proprio da Mamurius Veturius, il fabbro dei falsi ancilia, o scudi, eseguiti per confondere tra essi il vero ancile prodigiosamente caduto dal cielo. 

La cacciata era ovviamente simbolica, perchè il fabbro non svelasse lo scudo autentico che potesse invogliare qualche nemico di Roma a trafugarlo. Secondo la credenza religiosa Roma non sarebbe caduta finchè avesse conservato il dono inviato dal Dio Marte.

Nello scritto di Properzio, durante n una festa di capodanno, il Dio Vertumno si sente ormai come una vecchia divinità guerriera che sta per essere scacciata dal suo posto esattamente come veniva scacciato il vecchio Mamurio durante le Mamuralia: una forma di bronzo che forse sta per essere di nuovo fusa dato che Roma si espande e cambia.

Ma per Properzio a questa morte segue una rinascita che riconduce all'origine di ogni cosa, come un rito simile ad arcaiche cerimonie delle genti che popolavano l'Italia antica:
"Un tempo, prima di Numa, ero un tronco d'acero sbozzato
con frettolosa falce, un dio povero in una grata città
"
(Properzio)

ELIOS-APOLLO NEL MITREO DI S. PRISCA


TEMPIO DI VERTUMNIO

Il Tempio di Vertumno (Aedes Vertumni) era un antico tempio di Roma, situato sull'Aventino. L'esatta collocazione dell'edificio è ancora ignota: forse si trovava presso le Terme Surane, complesso termale costruito sull'Aventino ad opera di Lucio Licinio Sura (40 – 108, amico intimo di Traiano), costruite però diversi secoli dopo.

Fu fondato da Marco Fulvio Flacco dopo la conquista di Volsinii (Bolsena) nel 264 a.c. Secondo l'uso romano dell'evocatio (rito religioso atto a "invitare" la divinità protettrice di una città avversaria sotto assedio ad unirsi al pantheon romano), era necessario riparare il Dio protettore della città sconfitta, titolare anche di un santuario federale della Lega delle dodici città etrusche (Dodecadopoli) accogliendola nella città vincitrice con tutti gli onori.

Pertanto Fulvio Flacco fece erigere sul colle Aventino il tempio a sue spese dedicandolo al Dio che gli aveva concesso portarlo con sè a Roma abbandonando Volsinii che aveva difeso fino a quel punto. Nel tempio, secondo le fonti, furono collocate pitture raffiguranti il console Flacco quale trionfatore.
 
MITREO DI S. PRISCA

SANTA PRISCA

Le Terme Surane, presso cui si trovava il nuovo tempio, dovevano essere subito a ovest della chiesa di Santa Prisca, vicino al tempio di Diana, con le arcate dell'Acqua Marcia, che le alimentavano, passanti proprio lungo il sito dell'attuale chiesa. Nella Forma Urbis a nord delle terme compare un tempio di identificazione incerta, secondo alcuni è il tempio di Luna, secondo altri è invece il tempio di Vertumno, entrambi repubblicani.

A santa Prisca si riferisce l'epigrafe funeraria del V secolo, conservata a S. Paolo fuori le mura, ma gli Acta S. Priscae, che ne fissano il martirio sotto Claudio II (268-270) e la sepoltura in via Ostiense, donde poi sull'Aventino, non sono più attendibili della leggenda in cui sarebbe stata battezzata a tredici anni da S. Pietro, e denominata "Prima" (Prisca) in quanto fu la prima donna in Occidente a testimoniare col martirio la sua fede in Cristo. Sarebbe stata dunque decapitata durante la persecuzione dell'imperatore Claudio, verso la metà del I secolo, epoca però in cui le persecuzioni non esistevano affatto.

Nel secolo VIII si cominciò ad identificare la martire romana con Prisca, moglie di Aquila, di cui parla S. Paolo: "Salutate Prisca e Aquila, collaboratrici in Gesù Cristo, che hanno esposto la loro testa per salvarmi la vita. Ad esse devo rendere grazie non solo io, ma anche tutte le chiese dei gentili" (Rm 16,3). La chiesa di S. Prisca, sorta su una casa romana che secondo la leggenda avrebbe ospitato S. Pietro, conserva nella cripta un capitello cavo, usato dall'apostolo per battezzare i catecumeni.

Si narra pure che la santa subì il martirio sotto Claudio II, nel III secolo, per essersi rifiutata di adorare la statua di Apollo; ma ai cristiani si chiese solo e sempre di offrire un sacrificio all'imperatore, mai agli Dei, i pagani temevano la rivolta contro lo stato romano non gli Dei stranieri. Prisca venne poi sepolta sulla Via Ostiense e traslata sull’Aventino. Ma Nemmeno Claudio II, uno dei migliori imperatori mai avuti, operò persecuzioni e tanto meno ai cristiani.

S. PRISCA

Però nella chiesa di S. Prisca vi sono parecchi resti romani di un tempio che potrebbe riferirsi a quello del Dio Vertunno (o Vertumno) e poichè era presso le terme Surane, e poichè vanne eretto su un Mitreo ove si adorava anche il Dio Apollo e le sue immagini, si creò la leggenda di Prisca che non aveva voluto adorare Apollo.

Inoltre negli scavi del santuario dell'area sacra di Sant'Omobono a Roma, è stata rinvenuta la base di un donario (dono votivo), identificato dall'iscrizione di dedica del console Flacco. Infatti sull'Aventino venivano accolte le divinità straniere provenienti dalle città conquistate con il rito dell’evocatio.

Il poeta Orazio parla della sua statua eretta in fondo al vicus Tuscus (da qui la presunta origine etrusca). a cui, nel suo tempio tempio sull’Aventino, il 13 agosto veniva offerto un sacrificio:

"Mi piace questa gente, e non m'allieto d'un tempio d'avorio,
è sufficiente per me poter vedere il Foro romano.
Un tempo per di qui scorreva il Tevere e dicono
che si udiva il tonfo dei remi sulle acque percosse;
ma dopo che esso cedette tanto ai suoi figli,
sono chiamato il dio Vertumno per la deviazione del fiume;
oppure poichè v'è l'uso di recarmi i primi frutti al mutare delle stagioni,
credete che da qui derivi il culto del dio Vertumno
".
(Orazio)


BIBLIO

- Cassio Dione Cocceiano - Storia romana - LXVIII -
- Corpus Inscriptionum Latinarum - in Theodor Mommsen - Berolini - 1863 -
- Historia Augusta - Tres Gordianae -- Historia Augusta - Divus Claudius -
- Cataloghi regionari - REGIO XIII AVENTINVS -
- Renato Del Ponte - Dei e miti italici. Archetipi e forme della sacralità romano-italica - ECIG - Genova - 1985 -



TEMPIO DI TRAIANO - TEMPLUM DIVI TRAIANI ET PLOTINAE


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RICOSTRUZIONE TEMPIO DI TRAIANO


TEMPIO DEL DIVO TRAIANO 

Sappiamo che all’imperatore Traiano fu dedicato un tempio (Templum Divi Traiani et Plotinae), voluto e inaugurato da Adriano, che è stato posto in collegamento con il Foro, ma niente è finora è emerso del suo aspetto e della sua ubicazione. La teoria più accreditata lo collocava a nord della Colonna ma le indagini nei sotterranei degli edifici lo hanno smentito. 

Si tratta probabilmente uno dei più grandi edifici coperti mai costruiti nell'antichità, certo la più grande basilica di Roma. Della basilica si conserva solo il settore centrale dell' edificio, con i fusti in granito grigio della navata centrale rialzati negli anni 30. 

Il tempio di Traiano, del II secolo e la cui collocazione è ipotizzata presso il foro dello stesso imperatore sul limitare del Campo Marzio, secondo la Historia Augusta (H. A., Hadr. 19.9), venne aggiunto alla piazza del foro da Adriano tra il 125 e il 138 e dedicato all'imperatore Traiano, divinizzato dal Senato, e a sua moglie Plotina, morta e anch'essa divinizzata nel 124.
 
Del tempio resta l'iscrizione dedicatoria, conservata ai Musei Vaticani, ed è menzionata in due cataloghi regionari del IV secolo, noti come Notitia urbis Romae Curiosum urbis Romae regionum XIIII. Sono attribuiti al suo pronao l'enorme colonna monolitica in granito grigio del Foro (proveniente dalle miniere egiziane del Mons Claudianus), con capitello in marmo lunense bianco, entrambi visibili presso la Colonna Traiana. Il fusto è di circa due metri di diametro e il solo capitello misura 2,12 m di altezza. 

POSIZIONE DEL TEMPIO NEL FORO DI TRAIANO

Tra i tanti edifici creati sotto Adriano, la Historia Augusta riferisce che solo su questo egli volle apporre il suo nome. Traiano e Plotina non vennero comunque sepolti qui, ma nella cella nel basamento della Colonna Traiana in cui sembra vennero deposte le loro urne d'oro. 

La tradizione riportava che le sue fondazioni fossero situate sotto Palazzo Valentini e che fossero state riutilizzate da questo durante la sua costruzione, ma le indagini archeologiche hanno invece rinvenuti resti di insulae, con fondazioni meno consistenti rispetto ad un tempio. Si è quindi ipotizzato che l'edificio si trovasse all'estremità opposta della piazza, in direzione del Foro di Augusto, ma senza risultato. 

Si è pensato allora che le celle templari di Traiano e Plotina, fossero le due aule che si aprono ai lati della Colonna Traiana, che presentano nicchie sulle pareti inquadrate da due ordini sovrapposti di colonne, tradizionalmente identificate come biblioteche. 

Nel settembre 2011 l'interpretazione dei dati archeologici dal team guidato da Andrea Carandini confermerebbe la presenza del tempio dei Divi Traiano e Plotina in quanto struttura autonoma. Gli scavi diretti da Eugenio La Rocca, oggi già ben valorizzati e visitabili sotto Palazzo Valentini, hanno portato nuovi elementi a sostegno. 

Secondo tale ricostruzione, il tempio verrebbe ad essere inserito in uno spazio racchiuso da un alto muro a forma di ferro di cavallo con un colonnato aggettante e, sulla base di confronti con altri edifici romani, avrebbe potuto avere una fronte che, a seconda delle ipotesi, conterebbe sei oppure otto colonne. 


PLANIMETRIA RICOSTRUTTIVA DI PAOLA BALDASSARRI

LA COLONNA A RISCHIO

Oppure si ipotizza che il tempio sia da cercare altrove, magari sul lato opposto a quello ipotizzato, oltre il cortile della Colonna. Si riteneva però che alle spalle della colonna traiana, dopo la morte dell'imperatore e della moglie Plotina, fosse stato costruito, ad opera di Adriano, il grandioso tempio a lui dedicato, e che ne facesse parte la solitaria colonna di marmo bianco che lì si trova. 

La storiella dell'epoca, è che la colonna fosse sopravvissuta grazie a papa Gregorio Magno(590-604) il quale, colpito da una scena in cui si vedeva Traiano aiutare una donna il cui figlio era stato ucciso, pregò per la salvezza dell'anima dell'imperatore. Dio concesse allora la grazia al papa, ammonendolo, però, di non pregare mai più per i pagani, perchè era sconveniente. 

Un'altra leggenda, non meno inquietante della precedente, narra invece che al momento dell'esumazione delle ceneri, la lingua di Traiano, ancora intatta, raccontò di come la sua anima fosse stata salvata dall'inferno tramite la preghiera di Gregorio Magno. Meno male, perchè la terra del foro fu dichiarata sacra e la colonna fu risparmiata. 

SEZIONE DEL TEMPIO DI PAOLA BALDASSARRI

IDENTIFICATO IL TEMPIO DI TRAIANO E PLOTINA
(Fonte)

"Al cospetto della Colonna di Traiano, sul perfetto asse nord-ovest, nell’estremità del Foro di Traiano. È qui che si innalzava il Tempio dedicato all’imperatore Traiano e a sua moglie Plotina, fatto erigere da Adriano nella prima metà del II secolo d.c. come estremo omaggio ai suoi illustri genitori “divinizzati”, che lo avevano adottato.

La fronte avrebbe avuto sei colonne monumentali su un alto podio, una soluzione architettonica che avrebbe fatto scuola, diventando modello per il successivo tempio di Antonino e Faustina al Foro Romano. Per la prima volta, infatti, viene identificato il luogo esatto in cui fu eretto il Tempio dei Divi Traiano e Plotina, un tassello del puzzle dei Fori Imperiali che ancora mancava all’appello.

A darne le precise coordinate è un team di illustri archeologi, Fabio Cavallaro, Paolo Carafa ordinario di archeologia e storia dell’arte greca e romana all’università La Sapienza, e Andrea Carandini emerito di archeologia classica all’università La Sapienza, che hanno annunciato la notizia nel nuovo fascicolo della rivista “Archeologia Viva” da oggi in edicola.

Si tratta di un’ipotesi, però supportata da lunghe ricerche certosine scortate anche dall’uso di tecnologie informatiche all’avanguardia, che hanno consentito, a detta dei tre studiosi, di individuare il punto esatto del famoso edificio di culto e di effettuarne una ricostruzione virtuale.

“Cambia moltissimo l’interpretazione del sito – dichiara Andrea Carandini – Il Tempio di Traiano e Plotina completa, colmando uno spazio vuoto, l’architettura di Apollodoro di Damasco”. Il famoso architetto favorito di Traiano. Il Tempio risale indubbiamente alla prima fase del loro rapporto, quando l’architetto era al servizio del nuovo imperatore”.

Secondo gli studiosi Adriano completò il progetto urbanistico dei Fori Imperiali: l’area compresa tra le aule e le domus alle pendici del Quirinale venne recinta da un alto muro sorretto da una delle fondazioni individuate dai recenti carotaggi. Al centro di questo spazio, con la fronte rivolta verso l’ingresso del Foro di Traiano, venne costruito il Tempio di Traiano e Plotina. “Il Tempio comunque doveva essere un progetto già previsto da Traiano – avverte Carandini – Adriano non ha fatto altro che completare il programma”.

Come osservano gli archeologi, gli scavi per la linea C della metropolitana hanno riportato alla luce una grande porzione di strutture dell’epoca di Adriano proprio nell’area nord della Colonna di Traiano. 

“Possiamo immaginare il podio del Tempio – spiega Cavallero – composto da sette ambienti ambienti racchiusi da una fodera di blocchi necessaria a sorreggere il colonnato del pronao e i muri della cella. Lungo il grande muro che recingeva l’area del Tempio possiamo immaginare colonne aggettanti su un alto plinto che decoravano la nuova area sacra e inquadravano l’ingresso di età traianea sull’esempio della biblioteca di Atene voluta dallo stesso Adriano”.

Una sfida, per Carandini, sarebbe quella di recuperare l’area e aprirla al pubblico: “Per farlo vedere serve l’intesa di Stato, Comune e Provincia, e forse anche dell’Università, per creare un percorso che è possibile realizzare, che vada da Palazzo Valentini alla Colonna Traiana e da questa alle aule scavate a Palazzo Venezia”.

(La Repubblica)

Progetto bellissimo, ma con la burocrazia italiana.....

COLONNA E CAPITELLO RESIDUI DEL TEMPIO DI TRAIANO


EUGENIO LA ROCCA

Del templum divi Traiani abbiamo sicure attestazioni dalle fonti le quali, tuttavia, non chiariscono quale fosse la morfologia dell’edificio né quale fosse la sua effettiva ubicazione, che sappiamo, comunque, connessa con la colonna di Traiano. La riproposizione di un edificio templare di ordine gigantesco, con 8 × 10 (o 9) colonne di granito egiziano di 50 piedi di altezza, continua a basarsi sulla ricostruzione ipotetica dell’area a settentrione del foro di Traiano codificata da Guglielmo Gatti e da Italo Gismondi. 

In realtà, le soluzioni finora proposte non tengono conto dell’arco partico di Traiano, la cui collocazione all’ingresso meridionale del foro di Traiano, come suggerito da Rodolfo Lanciani e da Italo Gismondi, non può più essere sostenuta. È verosimile che l’arco, i cui lavori, avviati nel 116  erano ancora in corso alla morte di Traiano, e che fosse all’ingresso principale del foro, il settentrionale. L’arco partico nella zona del templum divi Traiani costringe a rivedere l’assetto adrianeo dell’area del foro di Traiano a nord della colonna coclide. 

L’ubicazione di un tempio di misura eccezionale, periptero ottastilo con o sine postico,  ha poggiato a lungo sulla falsa indicazione di alcune emissioni traianee datate tra il 106 e il 108 d.c., sulle quali compaiono facciate di templi corinzi ottastili, talvolta con porticati ai lati. Le immagini sono state interpretate impropriamente come raffiguranti il tempio del divo Traiano, sebbene la loro cronologia non lo consenta. 

Le informazioni in merito sono minime:

- Il Curiosum e la Notitia assegnano alla regio VIII il templum et columnam divi Traiani, quindi, nelle immediate vicinanze della colonna Traiana al punto che ambedue i monumenti sembrano formare un’unità inscindibile. 

- Sappiamo che Adriano, sebbene avesse realizzato ovunque un numero infinito di opere edilizie monumentali, avrebbe iscritto il suo nome solo sul templum Traiani patris. 

- C’è una segnalazione di Aulo Gellio sulla presenza in bibliotheca templi Traiani degli editti degli antichi pretori. 

- C'è un frammento della lastra M dei fasti Ostienses, del 126: in quell’anno Adriano dedicò un templum Divorum e promosse lo svolgimento di munera riferite al restauro del templum dei divi Vespasiano e Tito nel Campo Marzio, il cui nome Divorum, non è improponibile si riferisca ai divi Traiano e Plotina. 

- Lo consentono la cronologia: Plotina morì nei primi mesi del 123 e i lavori di sistemazione dell’area della colonna coclide e delle zone limitrofe furono completati qualche tempo dopo, come dichiarano alcuni bolli di mattone datati 123 e 125 e l’utilizzo del nome aedes Divorum anche per un tempio collocato sul Palatino, forse dei divi Augusto e Livia, in cui i fratres Arvales si riunirono nel 145 e nel 218 d.c.

CAPITELLO DEL TEMPIO

- Il tempio del divo Traiano, al momento dell’associazione al culto di Plotina, sarebbe diventato templum divi Traiani et divae Plotinae, o templum divorum Traiani et Plotinae, o templum Divorum.  C’è però il compendio dell’opera storica di Cassio Dione dovuta a Xifilino, secondo cui Adriano «quando morì Plotina, grazie all’amore della quale aveva ottenuto il potere imperiale, la onorò in modo straordinario, tanto da portare la veste nera per nove giorni, innalzare un tempio e comporre, in sua memoria, alcuni inni»

- Un monumento di incerta localizzazione, sebbene venga per lo più ubicato presso la chiesa di S. Maria in Campo Carleo, detta anche Spoglia Cristo, nelle cui vicinanze, secondo Flaminio Vacca, furono «cavate le vestigia d’un Arco Trionfale con molti pezzi d’istorie».

- Dei resti attribuiti al tempio corrisponde ai vani sotterranei, ex-carceri, lungo la facciata posteriore di palazzo Valentini, verso la colonna Traiana. Qui sono state rinvenute strutture murarie di fondazione in opera cementizia, che reggevano filari di blocchi di travertino e peperino. Ne sono conservati in situ sei integri dei quali tre ancora allineati nord-sud, in asse con il basamento della colonna Traiana e tracce di alcuni altri sulle superfici della fondazione. 

I travertini  sostenevano e distribuivano il peso di volte rampanti come sostegno di una scalea ascendente da sud verso nord. Sopra queste volte, sono state riconosciute le tracce di 4 gradini, ma qualora si tratti della scalea del tempio, dovevano esserci almeno 25 gradini per superare il livello del podio dal suo piano base.

Le ex-carceri sono considerate in comunicazione con i resti di quattro vani quadrangolari in laterizio coperti con volte a crociera ribassata, collegati tra loro, e rinvenuti nei sotterranei delle aree più interne di palazzo Valentini, negli spazi dell’ex-sala mensa, sotto l’aula consiliare. I vani, di 28-30 m2 ciascuno, avevano pareti di m 1,20 ca., che poggiano su una fila di blocchi di travertino di m 0,74 di altezza. La tecnica costruttiva, eccellente, è inquadrabile nella prima età adrianea in base a un bollo di mattone ivi rinvenuto, del 121. 

Unendo insieme tutti questi dati, nella più recente proposta di ricostruzione il tempio è un periptero sine postico della misura di m 40 × 48 ca., ottastilo con duplice fila di colonne nella pars antica e con 10, oppure 9 colonne sui lati lunghi, per un numero complessivo di 30 oppure 28 colonne.

In quanto all’area antistante al tempio, è stata valutata intorno ai m 16 s.l.m. Poiché il livello del cortile della colonna Traiana con i suoi m 17,30 ca. s.l.m. è più alto di m 1,30 ca., si dovrà supporre che alcuni gradini colmassero la differente altezza. È possibile, perciò, che tra cortile della colonna e area templare non ci fosse alcun salto di quota.  

In base alla pianta aggiornata delle fondazioni sotto palazzo Valentini risulta difficile riproporre per il templum divi Traiani una facciata di 8 colonne. Pertanto, la presenza in situ di un edificio monumentale è delegata solo ad alcune gallerie longitudinali nelle ex-carceri e ai resti di quattro ambienti con volta a crociera nella sala dell’ex-mensa: dati che non dicono nulla sui modi in cui potevano essere sostenute colonne colossali. 

L’ostacolo nasce tuttavia dall’ordine gigantesco del tempio. La prima questione è il numero di colonne di 50 piedi necessario per realizzare il tempio come immaginato: periptero ottastilo con ben 28 (o 30) colonne di 50 piedi di granito grigio del mons Claudianus e, forse, di granito rosa di Syene, ci si dovrebbe domandare se ci fossero effettivamente le condizioni per un utilizzo su larga scala di colonne di 50 piedi: e naturalmente il discorso vale anche per quelle in granito di Syene. 

In età flavia, per il templum Pacis, se ne adoperarono solo sei di granito rosa. Sappiamo ora che neppure nelle terme di Traiano ci fossero fusti monolitici di simile imponenza, e che per il Pantheon ci si accontentò di colonne di 40 piedi. 

COLONNE DEL TEMPIO SOTTO PALAZZO VALENTINI

INTORNO AL TEMPIO

Con rarissime eccezioni, in tutte le proposte ormai storiche di restituzione dell’area fino alla tavola della Forma Urbis Romae di Rodolfo Lanciani, il tempio, che funge da punto focale dell’intero foro di Traiano, è rappresentato solitamente entro un porticato che lo cinge almeno su tre lati, e con una serie di varianti nel collegamento della sua fronte rivolta verso il cortile della colonna Traiana. 

Eppure, un tempio esastilo con colonne di 50 piedi in facciata, isolato rispetto ai monumenti circostanti e su podio, non si adegua ai canoni architettonici romani per lo slancio eccessivo delle colonne, non rispondente alla larghezza dell’edificio. Se si accetta la presenza di un tempio colossale periptero ottastilo, ai suoi fianchi non potevano esserci porticati, o rettilinei o curvi, per mancanza di spazio.
 
Un edificio di misura proporzionale alle colonne di 50 piedi a nord del foro di Traiano, lo si dovrebbe ricostruire senza recinzione; anzi, gli si sarebbero addossati quartieri di abitazione privata, siamo però ai bordi del foro Romano, in una zona ad alta densità monumentale, e comunque il tempio non aveva case private addossate ai suoi fianchi. 

Alle spalle della basilica Ulpia, la cui facciata era rivolta verso il piazzale del foro, era ubicato il cortile nel quale si ergeva la colonna coclide, dedicata insieme al tempio di Venere e Roma nel foro di Cesare. La colonna, monumento celebrativo delle gesta di Traiano, non include le imprese partiche, assenti, peraltro, in tutto il foro: evidentemente l’intero programma figurativo venne compiuto prima del 116, quando l’imperatore ebbe dal senato la titolatura ufficiale di Parthicus. 

Si afferma che la morte prematura di Traiano e la conseguente immediata consecratio avessero costretto a revisionare l’assetto settentrionale del foro per collocare le sue ceneri nel piedistallo della colonna e per realizzare il templum a lui dedicato. I lavori di risistemazione dell’area devono aver inevitabilmente modificato anche gli accessi al foro dal Campo Marzio. 

Fino alle odierne ricerche, era prevalsa la convinzione che l’ingresso principale al foro fosse lungo il suo lato meridionale, sotto forma di un propileo simile a un arco trionfale, come raffigurato su una ricca serie di aurei e sesterzi nei quali il monumento presenta sei colonne a risalto ai lati di un fornice centrale d’accesso, mentre gli spazi tra le colonne sono decorati con statue entro edicole in basso, e con imagines clipeatae in alto. 

COLONNE DEL TEMPIO SOTTO
PALAZZO VALENTINI
A causa di una valutazione errata del limite meridionale del foro, prima Rodolfo Lanciani e poi Alfonso Bartoli lo hanno identificato con una sontuosa parete rivestita di marmo con colonne a risalto, parzialmente conosciuta attraverso rari documenti d’archivio, alcuni disegni rinascimentali e sporadici rinvenimenti, che hanno permesso di collocarla all’altezza della demolita chiesa di S. Maria in Campo Carleo.  

Gli scavi hanno però offerto una diversa immagine del settore meridionale del foro di Traiano, il cui limite coincide con la parete settentrionale del foro di Augusto. La fondazione non mostra la presenza di uno o più archi monumentali, ma poteva benissimo reggere colonne a risalto, di cui sono stati trovati significativi frammenti. 

I segmenti trasversali della parete avevano in facciata colonne a risalto, e relative lesene, dell’altezza di 40 piedi, di cipollino e di pavonazzetto; invece il setto centrale, dove si apriva il portale d’accesso alla galleria retrostante e al cortile meridionale, aveva in facciata colonne di giallo antico, anch’esse di 40 piedi, sormontate da una trabeazione continua e da un attico con iscrizione dedicatoria. Superata la galleria, si accede a un ampio cortile, il cui lato meridionale si addossa al fianco del foro di Augusto. 

Le monete con legenda Forum Traianum e un’altra serie di aurei e sesterzi emessi nello stesso periodo con legenda Basilica Ulpia e la riproduzione, aderente al vero, della facciata dell’edificio, si riferiscono a due eventi che le fonti considerano distinti, anche se avvenuti nella medesima giornata, l’1 gennaio 112: la dedica del foro di Traiano e la dedica della basilica Ulpia. 

Se le emissioni con l’immagine della basilica Ulpia si riferiscono alla sua dedica, le emissioni con la raffigurazione del propileo devono riferirsi a tutto il complesso monumentale; quindi vi dovrebbe essere riprodotto l’ingresso principale. Anche per questo motivo l’edificio rappresentato sulle monete deve l’accesso monumentale all’intero complesso forense che doveva essere lungo il suo limite settentrionale. 

Dovevano esserci alcuni passaggi dall’esterno verso le gallerie porticate del piazzale così come verso il cortile della colonna lungo i bordi delle c.d. biblioteche, ma nessuno con valenza monumentale. Resta scoperto solo il lato settentrionale, verso la colonna Traiana: qui doveva essere il principale ingresso al foro, prima ancora dell’eventuale costruzione del templum del divo Traiano.

La presenza di questo ingresso è confermata dalla lettura delle scene figurate sulla colonna stessa. Alcuni degli episodi più significativi delle guerre daciche compaiono lungo la verticale della colonna rivolta verso nord. Solo la presenza di un importante accesso al foro da settentrione può essere stata la motivazione perché fosse data maggiore enfasi ai rilievi scolpiti su questo lato. Lo spettatore era invitato a entrare, e di qui iniziava il suo percorso nel foro, partendo dalle prime scene figurate nella spirale. 

I Romani in realtà videro nelle imprese di Traiano in oriente uno dei loro più alti raggiungimenti militari: e così esse furono magnificate dal sistema comunicativo dell’epoca. L’imperatore, che con marce folgoranti aveva occupato l’Adiabene e le città di Babilonia, di Seleucia e di Ctesifonte, la capitale dei Parti, aveva l’intenzione di aggiungere all’impero una nuova ricchissima provincia, l’Assiria. 

Il senato decretò che l’imperatore potesse celebrare quanti trionfi avesse voluto, dato il gran numero di nazioni sconfitte, di cui il senato non riusciva neppure a comprendere o a pronunciare i nomi. Prese avvio anche l’erezione di un arco trionfale: «Così, oltre agli altri innumerevoli onori, gli stavano approntando, nel foro che porta il suo nome, un arco trionfale e, se fosse tornato, erano pronti a percorrere una lunga distanza per andargli incontro». 

Da Adriano a Marco Aurelio e Lucio Vero, nelle iscrizioni pubbliche il divo Traiano è denominato solitamente Parthicus, e non Dacicus Parthicus. Le imprese partiche di Traiano forse non hanno ottenuto un risultato stabile nella regione, ma a livello comunicativo esse dichiaravano che i Romani avevano la forza e la capacità di debellare il loro più temibile avversario. Guarda caso, proprio nell’area del foro di Traiano, nelle due dediche gemelle di Adriano parentibus suis, rinvenute nelle vicinanze del cortile della colonna, il divo Traiano è denominato solo Parthicus. 

In breve, se i rilievi della colonna Traiana fossero stati realizzati all’epoca di Adriano, vi sarebbero state compendiate non solo le imprese daciche, ma anche quelle partiche: nel tempo non si rileva nessuna modifica nel programma figurativo del monumento, neppure sul suo piedistallo, la cui dedica non ha subito nessuna correzione.

(Eugenio La Rocca)

TEMPLUM TRAIANI

ANDREA CARANDINI
TEMPLUM DIVI TRAIANI ET PLOTINAE

Nel costruire il tempio di Traiano e Plotina, Adriano non ha fatto che portare a termine il progetto di foro che era stato elaborato da Traiano e Apollodoro di Damasco. Siamo stati i primi a rivalutare la presenza di questo tempio sulla base di due cellae delle sei che formavano il podio del tempio, ben conservate sotto il palazzo della Provincia, e della notizia di enormi colonne crollate rinvenute nel xviii secolo, di cui una ora ai piedi della colonna coclide, felicemente ritrovate da un recente scavo al di sotto del medesimo palazzo.

Forse anche i tre auditoria o sale per conferenze rientravano nel progetto originario, connessi com’erano al colonnato che rivestiva la piazza curveggiante ai lati del tempio; al momento della costruzione contestualizzate da Adriano nell’ambito di una nuova concezione, quella dell’Athenaeum di Adriano (133 d. C.), una scuola delle arti liberali in cui si cimentavano letterati, retori e filosofi.

In questo modo anche le biblioteche del foro di Traiano finivano per essere associate agli auditoria, come avveniva nel templum Pacis, nella porticus Octavia e nella bibliotheca di Adriano ad Atene. Tra le due bibliothecae del templum Pacis e le due sale, una delle quali riservata alla Forma Urbis e al relativo archivio di cui restano gli indizi degli armadi, sono altre due sale di cui fino ad ora si è ignorata la funzione.

La rivela un passo di Galeno: “Gli amici insistettero perché mostrassi pubblicamente in qualche grande auditorium la verità delle osservazioni anatomiche che avevo descritto. calunniatori non si trattenevano dal mettermi in ridicolo al tempio della Pace dove, prima dell’incendio (del 192), avevano l’abitudine di riunirsi quelli che si occupavano di saperi razionali”.

Altri ambienti per questi auditoria nel tempio della Pace non vi sono, salvo i due in questione. All’unico di questi che in parte conosciamo si accedeva sia dalla porticus del templum che dalla retrostante scorciatoia per le Carinae. Possiamo facilmente immaginarlo come un auditorium, con gli abituali gradini per gli uditori, posto accanto a una biblioteca, come in quella di Adriano ad Atene.

Galeno aveva raccolto e chiuso libri e oggetti negli horrea Piperataria, i magazzini delle spezie, probabilmente quelli mai riconosciuti e ricostruiti tra il tempio di Antonino e Faustina e il tempio Flavio di Giove Statore, vicino all’infiammabilissima biblioteca del tempio della Pace. Dopo l’incendio del 192, gli ambienti degli auditoria del templum Pacis sono stati tramezzati, il che indica un loro diverso uso, e il descritto settore degli horrea Piperataria, in parte distrutti verso la Sacra via, riceve al posto un bagno, la cui pianta risulta interamente errata e da rifare. Forse erano qui i locali usati da Galeno.

La Sacra via, impasticciata da questo bagno e da per lo meno dieci stationes di città orientali, oltre che da almeno due fontane, somiglia sempre più a un grande suk. A volte bibliotheca e auditorium formano un tutt’uno, come nelle biblioteche semicircolari delle terme di Traiano e forse anche in quelle di Diocleziano. Edifici semicircolari possono essere ninfei, latrine, esedre e anche biblioteche.

Nella biblioteca delle terme di Traiano, che è la meglio conservata, vi era al centro una grande nicchia, per una grande statua, e ve ne erano altre cinque ai lati, scandite da colonne e su due piani, ­­­­­quindi venti nicchie in tutto, destinate ad accogliere tabulae e volumina. Scale sul retro consentivano di salire alla balconata superiore, come nelle biblioteche tra domus Augusti e Augustiana.

La luce penetrava tra le colonne che si aprivano sulla porticus e dal finestrone che la ricostruzione ha ipotizzato. La copertura era a semicupola. Ai lati della nicchia centrale e ai piedi di quelle minori laterali erano i tre gradini di questo auditorium incorporato nella biblioteca stessa. Il pavimento era a tarsie marmoree di pavonazzetto e giallo antico.
 
(Abdrea Carandini)

Vedi anche: FORO DI TRAIANO


BIBLIO

- Coarelli F. - Guida archeologica di Roma - Verona - Arnoldo Mondadori Editore - 1984 -
- Carandini A., Atlante di Roma antica, Milano, Electa, 2012.
- Meneghini R., Santangeli Valenzani R. - I Fori Imperiali. Gli scavi del Comune di Roma (1991-2007), - Roma - Viviani Editore - 2008 -
- Taliaferro Boatwright M. - Hadrian and the city of Rome - N. J. - Princeton University Press - 1984 -
- A. Cassatella - Antoninus, divus et Faustina, diva, aedes, templum - Pensabene - 1996 -



TEMPIO DI SPES


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COLONNE DEL TEMPIO DI SPES

Il Tempio della Speranza, o della Dea Spes, oggi su un lato della chiesa di S. Nicola in Carcere, è uno dei tre tempi contigui posti sul Foro Olitorio, sulla posizione dei templi c'è qualche dubbio, ma non sul tempio dedicato a Giano, che si dice fosse situato "iuxta Theatrum Marcelli", dalla parte del Teatro Marcello, e fu fondato al tempo della I guerra punica.

L'opinione più accreditata, su cui non tutti concordano, è che in posizione centrale ci fosse il Tempio di Giunone Sospita, a sinistra il Tempio di Spes e a destra il Tempio di Giano. Il Tempio di Giunone sarebbe stato il più grande fra i tre templi.

Negli ambienti sotterranei della chiesa, usati in epoca medioevale come cimitero, sono visibili, e visitabili, i podi dei tre templi e i due stretti vicoli che li separavano, nonché delle murature medioevali successive. Sulle basi dei templi, prima del 1000, fu costruita la Chiesa, poi dedicata a San Nicola, nel 1128, chiamata di S. Nicola in Carcere.


I podi dei tre templi sono interrati, ma potrebbero essere scavati e posti alla luce se il Vaticano, che è proprietario del terreno dove sorge la Chiesa di S. Nicola in carcere desse il consenso agli scavi che sarebbero a spese dell'Italia. Purtroppo a tutt'oggi questo consenso non è ancora arrivato.

Nel podio del tempio centrale sono presenti piccole celle coperte a volta che hanno presumibilmente originato la leggenda del carcere di San Nicola e la confusione di questo sito con il Tullianum, cioè il Carcere Mamertino che era l'unico carcere esistente a Roma, in quanto serviva solo come camera d'attesa per il processo o come camera d'attesa per la pena capitale. 

I Romani non contemplavano la pena della reclusione, le pene si scontavano come le multe, o la fustigazione o la morte. In realtà le presunte celle erano piccole botteghe, soprattutto di cambiavalute (Roma era la più grande metropoli dell'epoca) che si trovavano presso i templi e presso il Teatro Marcello.



CARCER AD ELEPHANTUM

Costruita sulle rovine del Foro Olitorio, prese il nome da un carcere, che dal XIII secolo, si ritenne il Carcere Tulliano, invece risalente all'epoca medievale ed era denominato "Carcer ad Elephantum", nome dovuto dalla presenza, al centro del Foro Olitorio, dell' "Elephas erbarius".

Trattavasi dell'Elefante delle Erbe, cosiddetto  in quanto sorgeva nella Piazza delle Erbe, e cioè la statua in bronzo dorato di un elefante che rappresentò la vittoria dei Romani sui Cartaginesi a cui peraltro vennero requisiti gli ultimi elefanti da guerra.

SOTTO SAN NICOLA IN CARCERE

Detti elefanti sfilarono per Roma nel corteo trionfale e molti romani li videro per la prima volta, in seguito entrarono a far parte degli animali da guerra delle legioni. La statua di bronzo rimase per svariati secoli al suo posto, per sparire poi misteriosamente, probabilmente fusa (sig!). Dall'elefante erbario, la contrada venne chiamata "ad Elephantum".

Secondo il prof. di "Storia romana, Rome and the Universal, Storia sociale del mondo antico e Storia dell’Impero romano", Alessandro Cristofori, ipotesi ampiamente condivisa, la denominazione di San Nicola in Carcere Tulliano, sarebbe sbagliata poiché il Carcere Tulliano corrisponde al Carcere Mamertino, che si trova ai piedi del Campidoglio

SOTTO SAN NICOLA IN CARCERE

S. NICOLA IN CARCERE

Occorre infatti tener presente che S. Nicola venne imprigionato e subito dopo esiliato nel 305 durante la persecuzione di Diocleziano (303-311), e poi si dice liberato da Costantino nel 313, ma è errato, perchè l'Editto di Galerio, emesso il 30 aprile 311 aveva già reso "religio licita" tutte le religioni seguite nell'Impero Romano, cristianesimo compreso. 

Evidentemente all'abdicazione per malattia di Diocleziano avvenuta il I maggio del 305 (l'unica abdicazione che sia mai avvenuta in tutta l'era imperiale), la prigionia di Nicola, che durò solo pochi mesi, venne trasformata in esilio solo per impedire eventuali tumulti.


Il tempio in questione, posto oggi in Via del Teatro Marcello, era di di stile attico, del II sec. a.c. dove la cella era preceduta da un pronao colonnato esastilo nella facciata, fornita di trabeazione su cui venivano scolpite e dipinte le immagini dei miti della Dea Spes.

Nel giardino che circonda i tre edifici contigui, tempio di Spes, tempio di Giunone Sospita, e tempio di Giano, giacciono capitelli, cornicioni e varie parti lavorate sempre in peperino, lasciate alle intemperie senza tener conto che il peperino, al contrario del marmo, è una pietra deperibile all'azione della pioggia.

Le colonne che oggi si trovano nella chiesa di S. Nicola sono con evidenza oggetto di spoliazione dell'antico tempio e degli altri due adiacenti, come si evince dalle diverse qualità di marmi, dalle diverse decorazioni e dai diversi capitelli nonchè dalle diverse altezze delle stesse colonne.

Il tempio di Spes è di ordine dorico, cioè con le colonne rastremate e largamente scanalate e i capitelli a due volute svolgentesi a destra e a sinistra. Aveva un portico di quattro colonne in facciata, e sei sui lati del tempio, ed era costruito in travertino. Sei delle sue colonne con parti della trabeazione rimangono, costruite nel muro sud della chiesa.



BIBLIO

- M. Eramo - S. Nicola in Carcere - Ricerche di Storia dell'arte - 1988 -
- G. B. Proja - S. Nicola in Carcere - Roma - 1970 -
- Renato Del Ponte - Dei e miti italici. Archetipi e forme della sacralità romano-italica - ECIG - Genova - 1985 -
- Robert Maxwell Ogilvie - The Romans and their gods in the age of Augustus - 1970 -
- Robert Turcan - The Gods of Ancient Rome - Routledge - 1998, 2001 -




 

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