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BRINDISIUM - BRINDISI (Puglia)


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LE COLONNE DI BRINDISI (Opera di Stefano Edoardo Erario)

LE COLONNE DI BRINDISI

Le Colonne romane di Brindisi sono situate presso il porto della città, due colonne gemelle, e come tali furono raffigurate già dal XIV secolo come emblema della città. A seguito del crollo di una delle due colonne nel 1528, il monumento si è ridotto a una sola colonna, l'altra, non si sa perchè, non venne mai restaurata e rimase in terra per secoli, per l'ignoranza dei governanti.

LE COLONNE OGGI
La colonna superstite venne smontata durante la II guerra mondiale per evitare crolli o danni causati dai furiosi bombardamenti subiti dalla città e quindi rimontata. Tuttavia tra il 1996 e il 2002 la colonna è stata nuovamente smontata nelle sue componenti e questa volta interamente restaurata, mentre nel piazzale circostante sono state svolte indagini archeologiche.

Finalmente si è eseguita una copia del capitello da esporre senza timore sul piazzale, mentre l'originale è stato esposto in una sala del Palazzo Granafei-Nervegna. Peccato che il palazzo sia privato e solo in caso di mostre espone i suoi preziosi contenuti, sia pure in modo gratuito.

Quanto all'epoca della costruzione, gli storici locali si sono sbizzarriti, attribuendone l'erezione a Ercole (genitore di Brento, mitico fondatore della città); a Silla, che avrebbe anche concesso ai brindisini molti benefici, e all'imperatore Traiano, per celebrare la costruzione del tratto finale (da Benevento a Brindisi) della Via Traiana.

Secondo Eugen Von Mercklin, il capitello appartiene allo stile degli Antonini o dei Severi (II - III secolo). Tuttavia la diversità dei marmi impiegati, l'evidente uso del reimpiego in diverse parti, la particolare decorazione con i busti di divinità pagane come telamoni e i risultati degli scavi archeologici effettuati nei dintorni, fanno propendere per una datazione posteriore, in parte anche bizantina.

In ogni caso nessuno si preoccupò della manutenzione delle antiche colonne se non per issarci sopra un santo. che nulla aveva a che vedere col monumento, una volta caduta una delle due.

Per un approfondimento: LE COLONNE DI BRINDISI



BRINDISIUM

I Romani vennero in contatto con la regione dell'Apulia nel corso delle guerre contro i Sanniti e contro Pirro tra il IV e il III secolo a.c. Per tutte le città della Puglia si preparava la conquista da parte dei Romani, i quali sempre lungimiranti apprezzarono la posizione strategica della regione che, con il porto di Brindisi, rappresentava la via per la conquista dei Balcani e della Grecia.



SAN LEUCIO

Visse nel II secolo e fu il primo vescovo di Brindisi. Originario di Alessandria d'Egitto, si trasferì in Puglia e poi a Brindisi, per liberare la città da false interpretazioni sul Cristo e dal paganesimo. A Brindisi si rende presto conto di un forte partito pagano, capeggiato da Antioco, che adora il sole e la luna, ma non risulta un culto del genere.

Anzi il nome Leucius sembra riferito a Leuca, la Dea Bianca che ha imperato su tutto il Mediterraneo, che poi dà pure il suo nome alla Madonna, vedi Santa Maria di Leuca, come ampiamente dimostrato dallo studioso Robert Graves nel suo libro "La Dea Bianca".

Comunque l'antagonista di Leucio, Antioco, che evidentemente sotto sotto si è stancato del paganesimo  e si vuole convertire, chiede per la conversione un segno ossia la pioggia che non cadeva da due anni. Arriva la pioggia e Leucio edificò la chiesa di Santa Maria e San Giovanni Battista. Dopo le invasioni longobarde, nel 768 le sue spoglie furono portate dapprima a Trani e poi nella capitale del ducato, Benevento. Il suo culto è diffuso in tutta la Puglia ed è molto venerato a Trani, Lecce, Benevento, Caserta e Capua. 

La diffusione del culto di san Leucio in Italia meridionale si ebbe con la conversione dei longobardi del ducato di Benevento al cristianesimo ad opera di san Barbato (+680) e della duchessa Teoderada (+706). In questo periodo il corpo di Leucio, già nel VI secolo meta di pellegrinaggi e molte regalie, viene trasferito da Brindisi a Trani, nel sacello che è sotto la Cattedrale, per essere poi trasferito a Benevento.

Leucio, che sino a quel momento aveva predicato poco fuori la porta occidentale della città, presso l'anfiteatro, può promuovere l'edificazione di una chiesa dedicata alla Vergine e a San Giovanni Battista. Seguita la sua morte sarebbe stato sepolto nel cuore della necropoli pagana di Brindisi, attuale quartiere Cappuccini. Sarebbe morto l'11 gennaio o sotto l'imperatore Teodosio I (379-385) o, più verosimilmente, Teodosio II (408-50). 

Leucio venne adorato a Benevento, Caserta, Capua e negli Abruzzi. In Atessa gli è dedicata la chiesa episcopale. Vi si conserva un fossile cui è legata una leggenda leuciana. Il vescovo di Brindisi avrebbe ucciso un drago che da tempo terrorizzava la popolazione e a testimonianza della sua opera ne avrebbe donato loro la costola. 

Ne sarebbe seguita la sua proclamazione a protettore della città e l'erezione in suo onore della Cattedrale tra i due colli di Ate e Tixa, i primitivi rioni di San Michele e Santa Croce, là dove dimorava il drago.
Poi ci si rese conto che l'ossatura in questione conservata sotto al tetto della chiesa, altro non era che il resto di un animale preistorico per cui venne debitamente fatto sparire.

Nella basilica Cattedrale di Brindisi si conserva la reliquia del braccio, ottenuta dal vescovo Teodosio, nel sec. IX, perché fosse riposta nella grande basilica eretta allora, dove era stato il martyrium, ad onore del santo che però oggi si sa che non fu martire.

Fondò la diocesi di Brindisi di cui divenne il primo vescovo, edificando una chiesa dedicata a S. Maria e S. Giovanni Battista. Dopo le invasioni longobarde (768), gli abitanti di Trani, s’impadronirono del corpo del santo portandolo nella loro città e da lì fu poi traslato a Benevento, sede del ducato longobardo, dove ancora si conserva, tranne un braccio che nel sec. IX fu riportato a Brindisi.

ANTICA BRINDISI

LA PORTA OCCIDENTALE

Fiancheggiando l’anfiteatro, in cui il protovescovo san Leucio avrebbe battezzato i brindisini ancora pagani, i viaggiatori entravano in città dalla porta occidentale, terminale del decumano cui si sarebbe sovrapposta l’odierna via Tarantini. Attraversando questa porta Cicerone, incerto sulla sua sorte, andò incontro a Cesare che con la sua solita clemenza gli avrebbe fatto grazia dei suoi trascorsi con Pompeo.

Sui pianori di ponente si individua l’impianto stradale romano; sul decumano di via Santabarbara – Tarantini intersecavano i cardini su cui oggi sono le vie Lauro, Marco Pacuvio e Duomo. Un intero quartiere è ben visibile e visitabile nell’area di San Pietro degli Schiavoni; dove sicuramente Antonio e Ottaviano stipularono la pace di Brindisi che Virgilio, nella sua IV ecloga, avrebbe celebrato come annunzio di una nuova era.


- 266 a.c. -

Nel 266 a.c. la città fu conquistata dai Romani e nel 244 a.c. divenne importante base navale verso l'Oriente durante le guerre illiriche. Per la fedeltà dimostrata a Roma durante le guerre annibaliche e dopo la battaglia di Canne ottenne ricompense ed onori. Dopo la guerra sociale divenne municipium optimo iure nel 240 a.c., status che riconosceva ai brindisini la cittadinanza romana, e venne iscritta alla tribù Maecia ottenendo da Silla l'immunità (83 a.c.).

A Brindisi arrivò Orazio Flacco in occasione del suo viaggio durante il quale accompagnò Mecenate e vi morì Virgilio, mentre tornava da un viaggio in Grecia; vi sbarcò Agrippina con le ceneri di Germanico. Un evento importante interessò Brindisi nel 49 a.c.: nel corso della Guerra civile, Giulio Cesare assediò la città dove si era rifugiato Pompeo e ne ostruì il porto. A Brindisi nel 40 a.c. Ottaviano e Marco Antonio si riconciliano (foedus brundusinum).

Dal II sec. a.c. Brindisi è collegata a Roma con la costruzione della via Appia a cui si aggiunse la via Traiana. Allo stato attuale rimangono solo poche testimonianze archeologiche relative all'abitato che si affacciava sulle fortificazioni del porto (area dell’attuale chiesa di San Paolo) e sul canale della Mena (che si sviluppava sull’odierna Corso Garibaldi), il tutto oggetto della devastazione cristiana sul mondo pagano.



I POCHI RESTI

Dal II secolo a.c. Brindisi fu collegata direttamente con Roma dalla Via Appia attraverso Taranto, Venosa e Benevento; sotto Traiano si lastricò un tratto costiero, la Via Traiana, che passava per Egnazia e Canosa e raggiungeva l'Appia a Benevento (il viaggio da Roma a Brindisi via terra si effettuava in 13/14 giorni lungo un percorso totale di 540 km).

Potenti mura di fortificazione racchiudevano l'abitato che era rifornito da un imponente acquedotto attraverso un Castellum Aquae ubicato presso le mura. Rimangono resti di tracciati viari, edifici abitativi, domus con pavimenti a mosaico, edifici pubblici e tombe identificati all'interno dell'attuale centro storico, attraverso rinvenimenti occasionali e scavi stratigrafici. 

Un ampio quartiere abitativo, attraversato da uno dei quattro cardini della città romana, è visibile nell'area di S. Pietro degli Schiavoni, a breve distanza dall'area in cui doveva sorgere il Foro (attuale Piazza Vittoria). In questo settore della città era ubicato anche un complesso edificio termale pubblico. 

Brindisi divenne così il principale porto romano verso l'Oriente, sia come base navale per tutte le guerre con la Macedonia, la Grecia e l'Asia minore, sia come importante centro commerciale, in sostituzione di Taranto, la cui importanza era assai diminuita dopo la conquista romana. Brindisi rimase una florida e attiva città per tutto il periodo imperiale romano, Plinio la menziona per la produzione di specchi in bronzo, Varrone per la coltivazione della vite e Cassio Dione ne ricorda i venditori ambulanti di libri in lingua greca.

Resti di domus romane sono nella chiesa del Santo Sepolcro e palazzo Granafei. Sparsi ai margini delle strade s’incontrano rocchi di colonne, macine, capitelli; inseriti o murati sugli edifici sussistono puttini e busti.

BIBLIO

- A. Della Monaca - Memoria historica dell'antichissima e fidelissima città di Brindisi - Lecce - 1674 -
- Robert Graves - La Dea Bianca - Adelphi - 2009 -
- V. A. Sirago - Il Salento al tempo di Augusto - Brindisi - 1979 -
- AA. VV. - La Puglia dal Paleolitico al Tardoromano - Milano - 1979 -
- AA. VV. - La Puglia fra Bisanzio ed Occidente - Civiltà e culture in Puglia - Milano - 1980 -
- P. Camassa - La romanità di Brindisi - Brindisi - 1934 -
- R. Ruta - La Puglia romana: un paesaggio pietrificato - Archivio Storico Pugliese XXI - Bari - 1982 -



SIPONTUM - SIPONTO (Puglia)


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A circa 2 chilometri dal centro storico di Manfredonia si trovano gli scavi dell’antica Sipontum (Siponto), fiorente colonia romana e poi bizantina, oggi considerata alla stregua di un quartiere residenziale e meta balneare.
 
La riqualifica della zona è iniziata dagli anni ’30, con un’opera di bonifica delle paludi sipontine, dalle quali poi nacque il lido di Siponto. Il nome Siponto sembrerebbe derivare da Sepiunte, Σιπιούς, o Sepius per l'abbondanza di seppie pescate in passato in questa località. Siponto venne distrutta da un terremoto nell’alto medioevo e abbandonata per la costruzione di una nuova città in un’area vicina, l’attuale Manfredonia appunto.

Fondata nel II secolo a.c. la città ha conosciuto il suo massimo splendore durante il periodo romano, quando divenne il maggiore porto della Puglia settentrionale, ma prima dei romani qui vivevano i Dauni, un’antichissima civiltà insediata nel nord della Puglia.



DIOMEDE

Secondo la leggenda, infatti, Siponto fu fondata dall'eroe omerico Diomede che sposò la figlia del re Dauno Evippe. Egli è il mitico figlio di Tideo e di Deipile, nipote di Adrasto, re di Argo, che partecipò alla guerra degli epigoni dei Sette, e pure alla guerra troiana. Con il favore di Atena ferì Ares e Afrodite, con Odisseo rubò il Palladio. 

Dopo la caduta di Troia, tornò ad Argo, ma oggetto delle insidie di Egiale, la moglie infedele, fuggì verso l’Occidente e raggiunse l’Africa, la Spagna e l’Italia. Nella Daunia fondò varie città, tra le quali Arpi, Canosa, Brindisi e Siponto. Per il suo valore o per altri motivi divenne immortale. Il suo culto fu diffuso dai coloni in tutto il mondo ellenico e della Magna Grecia. 


AREA ARCHEOLOGICA DI SIPONTO 

Durante le Guerre puniche i Dauni e altri popoli italici si schierano con i Romani, ma passano (a esclusione di Lucera) dalla parte dei Cartaginesi dopo la sconfitta alla battaglia di Canne nel 216 a.c.

L’area archeologica si trova a circa 2 km dal centro di Manfredonia, in uno spazio in cui domina la cattedrale di Santa Maria di Siponto, splendido esempio di architettura romanica pugliese. Proprio alla destra della chiesa troviamo infatti i resti di una basilica paleocristiana, a tre navate con pavimento a mosaico. E’ possibile osservare ancora alcune colonne e capitelli e tracce della decorazione musiva.

Nel 194 a.c. Roma fece aspra vendetta sulle antiche città che le furono infedeli. Tra queste, vi fu Arpi alla quale fu tolta la libertà, furono abbattute le mura, le monete proprie e ogni altro diritto, fu confiscato il territorio (e l'approdo marittimo) di Siponto. Il centro dauno diventò colonia di cittadini romani. 

LA CATTEDRALE FANTASMA

A seguito del progressivo impaludamento della laguna con malaria e quant'altro l'insediamento si spostò a nord nell'attuale Santa Maria di Siponto. Otto anni dopo fu però necessario l'invio di un nuovo contingente di coloni, perché la città era già spopolata, a causa della malaria o della scarsa appetibilità di tale territorio causata dalla siccità.

Nel corso dei secoli si alternò la dominazione da parte di diverse civiltà, da quella greca a quella sannita, fino a conoscere il suo massimo splendore sotto quella romana. In località Capparelli ad esempio si possono ammirare dei complessi sepolcrali scavati nel tufo e risalenti al V e IV secolo a.c..

Le strutture architettoniche sono articolate in nove ipogei con funzione sepolcrale per i pagani prima e cristiani poi. Nell’area sono infatti visibili alcuni ipogei risalenti al III secolo d.c. e alcune sepolture di epoca medievale. 


Passeggiando nel parco, è possibile scorgere i reperti che vanno dal II secolo a. c. all’Alto Medioevo, tra cui case, strade, luoghi di riunione della comunità, un anfiteatro e soprattutto le chiese, tra cui quella di Santa Maria Maggiore che sorge sopra ad un’antica basilica paleocristiana, crollata con il terremoto che ha distrutto l’antica Siponto.

La particolarità primaria della nuova chiesa, sorta sulla basilica, sta proprio nel fatto che le sue mura sono state innalzate recuperando le macerie degli edifici crollati col sisma. La struttura è a pianta quadrata e nella parte sottostante è anche presente una cripta.

Sulle pareti a sud e ad est sono collocate due absidi, mentre l’ingresso è di tipo monumentale, ricco di intagli, abbellimenti, figure zoomorfe con contaminazione di varie epoche. All’interno l’altare maggiore è un sarcofago paleocristiano accompagnato da colonne di recupero.

SARCOFAGO PALEOCRISTIANO E COLONNE ROMANE

All’interno del parco archeologico inoltre troviamo i resti dell’insediamento romano, con alcune parti dell’anfiteatro, porzioni dell’antica cinta muraria, e alcuni resti del foro. 

Nel 2016 per valorizzare il parco archeologico è stato interpellato un giovane artista milanese, Edoardo Tresoldi, che ha realizzato una “leggerissima” e quasi impercettibile struttura metallica permanente e alta circa 14 metri a richiamare idealmente i volumi dell’antica basilica paleocristiana in continuazione con l’attigua cattedrale medievale.

BIBLIO

- Mazzei, Marina - Soprintendenza archeologica della Puglia - Siponto antica - C. Grenzi - 1999 -
- Fabio Isman - I predatori dell'arte perduta. Il saccheggio dell'archeologia in Italia - Milano - 2009 -
- Autori vari - Nostoi. Capolavori ritrovati - Loreto - 2007 -
- Theodor Mommsen - Storia di Roma antica - vol.II - Milano - Sansoni - 2001 -
- Appiano di Alessandria - Historia Romana -



RUDIAE (Puglia)


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ANFITEATRO ROMANO DI RUDIAE
(FOTO DI ROBERTO LEONE)

Rudiae è il nome di un’antica città messapica situata nel cuore del Salento presso l’antica Lupiae (oggi Lecce). L’area archeologica è collocata nella Valle della Cupa, famosa soprattutto per l’anfiteatro romano, portato alla luce durante gli scavi iniziati nel 2011.

Il suo insediamento più antico risale al IX-VIII secolo a.c. mentre la nascita di un vero centro abitato con gli edifici pubblici potrebbe datarsi tra la fine del VI e il III secolo a.c., pertanto fu prima città messapica e poi romana. L’antica città, nota per aver dato i natali al famoso scrittore latino Quinto Ennio, risentiva dell' influenza della colonia dorica di Taranto, sia per lo stile sia per i costumi.

Molti studiosi ritengono che il declino di Rudiae sia dipeso dalla progressiva affermazione della vicina Lupiae (Lecce), dato che le due città furono per un certo periodo coeve e forse anche in lotta tra loro per il predominio commerciale.



IL PARCO ARCHEOLOGICO

Rudiae rappresenta uno dei principali siti archeologici del Salento, posto a pochi chilometri di Lecce, con resti sia messapici che romani. Il parco è stato chiuso per molto tempo, ma da non molto è tornato in parte visitabile e al suo interno sono stati rinvenuti e messi in evidenza alcuni tratti delle monumentali fortificazioni messapiche. Sulla base dell'estensione muraria, si pensa che l’area totale della città potesse coprire circa 100 ettari. 

Sono state rinvenute anche delle strade basolate, e quindi romane, e al centro nevralgico di queste si è rinvenuto un luogo di culto risalente al I secolo a.c.; i romani solevano conservare i monumenti delle altre popolazioni, anzi in genere le restauravano e abbellivano, salvo ricostruirle o ingrandirle quando non soddisfacevano le esigenze del centro abitato. 

Gli scavi hanno portato alla luce in vicinanza dell’edificio una tomba ipogea dalla particolare pianta a T, riferibile all'età ellenistica.



L'ANFITEATRO

Posto inusualmente al centro dell’antica città e portato alla luce solo durante la recente campagna di scavo del 2011, l’anfiteatro si conserva quasi in tutta la sua interezza e venne edificato sotto Traiano tra il 98 e il 117 d.c.. La sua dimensione massima è di m 85 x 70, con l’asse maggiore orientato in senso nord-ovest/sud-est, mentre l’arena misura 50 x 35 m; la cavea ha uno spessore di 17,30 m e poteva ospitare quasi 8.000 spettatori.

A differenza della quasi totalità degli anfiteatri romani che sorgevano nelle periferie delle città, e spesso fuori le mura, l’anfiteatro di Rudiae era stato realizzato al centro del precedente insediamento messapico, in un’area fornita di una conca naturale che ne facilitava la costruzione.

La conca aveva infatti un banco di roccia che venne usato come supporto e parte del sistema di sostegno della cavea: dove un tempo alloggiavano i sedili in pietra; la metà orientale invece, nella parte messa in luce, è costituita dal banco di roccia che è stato lavorato a formare una gradinata che andava a formare le file di sedili.

RICOSTRUZIONE DELL'ANFITEATRO

La cavea era suddivisa in venti cunei, dieci per lato, separati dai corridoi radiali (vomitoria) in corrispondenza della summa cavea e dalle scalette, ricavate nello spessore dei sedili, in quella inferiore (ima cavea). Si tratta dunque di un anfiteatro della tipologia di tipo ellenistico, a differenza di quello di Lupiae in cui la cavea poggia su sostruzioni voltate in cementizio di stile romano.

L’ingresso all’arena avveniva, oltre che dagli aditus dotati di un sistema di chiusura in corrispondenza della soglia d’ingresso, dai due corridoi mediani, gli unici che raggiungevano il muro del podio permettendo il passaggio nell'area dell'arena. Questi erano probabilmente accessibili solo al personale di servizio o agli animali feroci, nell'ambito degli spettacoli che qui si svolgevano.

RICOSTRUZIONE DELL'EPIGRAFE AD OPERA DEL DOTT. ALISTER FILIPPINI

La data della sua costruzione è confermata dal rinvenimento di una lastra in marmo con iscrizione riferibile alla dedica del monumento. Una prima lettura dell’epigrafe permette di leggere il nome di Otacilia Secundilla, figlia di un senatore romano di nome Marco vissuto nell’Età di Domiziano, la quale avrebbe finanziato la costruzione dell’edificio. 

Nel XVI secolo vi si rinvenne un’altra iscrizione con il nome della stessa Otacilia Secundilla, associato al termine amphitheatrum, confermando così la precedente iscrizione. Di tale epigrafe scrive Giulio Cesare Infantino (1581-1636), poi inserita da Theodor Mommsen nel Corpus delle iscrizioni latine (CIL), che recitava:

OTACILIA M(arcus) F(ilia) SECUNDILLA AMPHITEATRUM RE.P.R

L'AREA SACRA


L'AREA SACRA

Il luogo di culto di Rudiae è situato all'incrocio tra le due strade e presenta una pianta rettangolare di 20 x 12 m. L’edificio è realizzato con grandi blocchi di pietra e si articola in diversi ambienti comunicanti, alcuni dei quali conservano ancora intatta la pavimentazione antica. 

Alcuni vani dovevano servire alla conservazione delle icone sacre e agli utensili dei rituali, altre per il magazzinaggio delle offerte. All’esterno, il complesso monumentale era delimitato da un recinto sacro, di cui si conservano vari tratti. 

Le indagini archeologiche della fine degli anni Cinquanta non hanno permesso di riconoscere la divinità o le divinità venerate all'interno del tempio, ma il rinvenimento dei reperti archeologici ha permesso comunque di datare il complesso all'età romana repubblicana (I secolo a.c.).

Con l’abbandono dell’insediamento messapico situato presso l’odierna Cavallino nella prima metà del V secolo a.c. Rudiae divenne un riferimento territoriale, tanto è vero che nel IV secolo a.c. venne munita di una cinta muraria lunga circa 4 km che includeva un’area di 100 ettari. 

A seguito della conquista romana del Salento nella prima metà del III secolo a.c., Rudiae appare in un progressivo declino a vantaggio di Lupiae (l’attuale Lecce, da cui dista circa 3 km).

Nel corso dei primi scavi sono state portate alla luce inoltre una necropoli e diversi reperti attualmente conservati presso il museo Sigismondo Castromediano di Lecce. Scoperto un ipogeo nel 1959, che è completamente ricavato nel banco di roccia, a circa 3,5 m al di sotto del piano di campagna. 

La tomba è costituita da un corridoio di accesso (lunghezza circa 3,40 m) provvisto di 6 gradini che conducono ad un vano centrale di forma quadrata (2,50 x 2,40 m), ai lati del quale si dispongono altri due ambienti di dimensioni pressoché simili.


BIBLIO

- G. Carluccio, F, D'Andria - Le fortificazioni messapiche - Università di Lecce. dipart. Scienze dell'Antichità - Congedo Editore - 1990 -
- Gianni Carluccio - Rudiae, patria del Poeta latino Quinto Ennio - Congedo editore - 1992 -
- Rudiae. Ricerche sul mondo classico - Kaipos - Studi letteratura cristiana antica - Congedo editore -
- G. Rohlfs - Griechen und Romanen in Unteritalien - 1924 -
- Carpenter, T., Lynch, K., & Robinson, E.  - The Italic People of Ancient Apulia: New Evidence from Pottery for Workshops, Markets, and Customs - Cambridge - Cambridge University Press - 2017 -



LUPIAE - LECCE (Puglia)


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RICOSTRUZIONE GRAFICA - ITLAB (http://itlab.ibam.cnr.it)

Situata quasi al centro della penisola salentina, tra la costa adriatica e quella ionica. La città di Lecce risiede nella parte centro-settentrionale della pianura salentina, nel cosiddetto tavoliere di Lecce, un vasto e uniforme bassopiano del Salento compreso tra i rialti terrazzati delle Murge, a nord, e le serre salentine, a sud.

L'area è caratterizzata da un particolare terreno calcareo-marnoso del Miocene, che nell'Italia meridionale s'incontra quasi esclusivamente nella Terra d'Otranto. comunemente conosciuto come "pietra leccese", più o meno chiara, dal bianco al giallo e più o meno compatta fino ad essere porosa, comunque facilmente scavabile e tagliabile. La morfologia del territorio è comunque soprattutto pianeggiante.

Gli antichi geografi greci, Strabone, Tolomeo, le attribuiscono il toponimo (greco) Λουππίαι Luppíai o Λουπία Lupía, i latini traducono in Lupiae, l’antico nome romano dato alla città, tra il I e il II secolo d.c. Il primo insediamento fu fondato dalle popolazioni provenienti dall'Illiria durante le migrazioni del III millennio a.c. ma fiorisce soprattutto tra il VII e il IV secolo a.c. 



I MITI

Le prime attestazioni della civiltà messapica risalgono all'VIII secolo a.c., ma delle sue leggende mitologiche greche si rifanno al mito di Paride, alla storia di Odisseo e a quella di Ifigenia. La leggenda tramanda che già prima della guerra di Troia esistesse una città fondata da Malennio,  il primo dominatore di quest'area e portatore della cultura greca nella città, allora chiamata Sybar, 1211 anni prima della nascita di Cristo. Dopo la distruzione di Troia, fu occupata da Lictio Idomeneo che, oltre a darle il nome, ne introdusse la cultura greca. 

MASCHERONE DEL TEATRO
Il mito narra che Idomeneo, re di Creta, figlio di Deucalione e nipote di Minosse, risolse una disputa sorta tra Teti e Medea su chi fosse la più bella, decidendo in favore di Teti. Medea, irritata, maledisse lui e la sua stirpe e condannò i Cretesi a non dire mai più la verità. Da qui il detto secondo cui «I Cretesi sono tutti bugiardi».

Benché avanti negli anni, ma ancora bellissimo, Idomeneo aspirò alla mano della bella Elena, che amò con passione e per cui soffrì molto quando fu destinata a Menelao. Gli ambasciatori cretesi annunciarono che il loro re Idomeneo avrebbe guidato cento navi a Troia se Agamennone avesse acconsentito a condividere con lui il comando della spedizione e il re acheo accettò.

Nell'Iliade si narra che Idomeneo si distinse in numerose imprese, uccidendo vari eroi troiani e difese le navi greche contro gli assalti di Deifobo ed Enea. 

Inoltre fu tra gli eroi che, nascosti nel cavallo di legno, penetrarono nella città e fu tra i giudici che attribuirono le armi di Achille ad Odisseo.

Secondo alcune tradizioni, Idomeneo venne ucciso da Ettore nella guerra di Troia, ma secondo altri, partì per la sua terra con la sua nave, trovando il suo trono usurpato da Leuco, al quale Idomeneo aveva lasciato la guardia della casa in sua assenza, con cui sua moglie Meda aveva avuto una relazione.

Partì nuovamente per l'Italia e si stabilì definitivamente in Calabria (nome antico del Salento, la parte più meridionale della Puglia), dove fondò una nuova città. Una variante afferma che fu costretto a lasciare la patria per una sommossa dei suoi sudditi, avendo egli ordinato il sacrificio di suo figlio Idamante per mantenere fede a un voto fatto mentre ritornava dalla guerra di Troia: i Cretesi interruppero la cerimonia provocando così la fuga del re.

RICOSTRUZIONE GRAFICA - ITLAB (http://itlab.ibam.cnr.it)

LA NASCITA DI LECCE

Nel III secolo a.c. Roma conquistò tutto il Salento, quindi anche Sybar, ormai chiamata Lupiae, e la vicina Rudiae, città natale del poeta Quinto Ennio che, negli Annales, cantò sei secoli di storia di Roma, dall'arrivo di Enea sulle coste laziali. Tra la fine dell'età repubblicana e gli inizi dell'età imperiale, Lupiae si era cinta da mura, costruite su quelle messapiche, si era dotata di un foro, di un teatro, un anfiteatro e uno sbocco sul mare: Porto Adriano, l'attuale marina di San Cataldo. Era insomma romanizzata.

A Lecce il primo insediamento di tipo urbano, avviene così verso la fine del IV secolo a.c., con potenti mura difensive, lunghe 3 km e spesse 5 metri; (individuati i tratti presso Porta Napoli, via Adua, Viale Lo Re e via Manifattura Tabacchi) eseguite a grandi blocchi di calcare, per un'area di circa 50 ettari. 

Il tessuto abitativo era discontinuo, con assi viari non rettilinei, alternati con spazi agricoli, luoghi di culto e necropoli. Il passaggio dalla città messapica a quella romana non sembra sia avvenuto in modo traumatico o violento, perchè non c'è traccia di abbattimenti o distruzioni, ma avviene invece gradualmente nel corso del I secolo a.c., modificando pian piano il tessuto urbano messapico con le strutture tipiche della città romana. 

L'ANFITEATRO

IL NOME

Lecce divenne così romana assumendo il nome di Lupiae che qualcuno ha associato a Lupus = lupo, altri a Lupu = Lep = roccia, rupe, in latino " Lapis "= roccia. Oppure, e ci sembra più accettabile, proviene da alluvies (piena), tanto è vero che in provincia di Venezia esiste Campagna Lupia, derivata da luvia, cioè zona alluvionata o alluvionabile.



LA CITTA' MESSAPICA

La città messapica divenne presto conquista dei Romani nel III a.c., per poi diventarne municipio nell’89 a.c., assumendo in tutto e per tutto quelle caratteristiche architettoniche proprie di una città romana, nell'architettura e nei costumi. La civiltà messapica di Lecce è ben visibile nell'Ipogeo Palmieri, un esempio di architettura funeraria messapica, visitabile all'interno del giardino di Palazzo Guarini, lungo la via Palmieri. 

Rinvenuta nel 1912 da un appassionato di antichità locali, la tomba apparve già priva di corredo, depredata probabilmente nel corso del XVI secolo, epoca a cui risalgono alcune iscrizioni graffite sulle pareti del corridoio d'ingresso e delle celle. L'ipogeo è composto da tre ambienti disposti intorno a un vestibolo. Sulla base di confronti stilistici e tipologici, per la tomba, realizzata evidentemente per una famiglia locale aristocratica, è stata ipotizzata una datazione agli inizi del III secolo a.c.

Fu dopo il 272 a.c. che la città messapica rientrò nell'area di controllo di Roma, trasformandosi poi in vero territorio romano, pur mantenendo in parte caratteristiche proprie. Quando poi Ottaviano sbarcò nel porto di Lupiae, ebbe abboccamenti con i governatori locali saggiando l’amicizia e la fedeltà degli esponenti dell’aristocrazia locale per il defunto dittatore e pertanto per il suo figlio adottivo.

Ottenuta questa rassicurazione Ottaviano progettò un'ulteriore e più profonda trasformazione della città, motivata dalla sua decisione di assegnare a Lupiae un ruolo eminente rispetto alle altre città messapiche, all’interno di un progetto più ampio di riorganizzazione territoriale del Salento.



IL MUNICIPIO

Più tardi la città, dopo la Guerra Sociale (89 a.c.) passò da statio militum a municipium (con l’iscrizione dei nuovi cittadini alla tribù Camilia) retto da Quattuorviri con potestà giusdicente. 

L'applicazione delle leggi municipali, dettste dalle leggi romane, ed in particolare il divieto di seppellire all'interno dell'abitato, impose l'abbandono delle aree funerarie poste all'interno delle mura, permettendo invece una continuità d'uso di quelle esterne consentendo la formazione di nuove necropoli. 

IPOGEO PALMIERI

IPOGEO PALMIERI

Le necropoli, secondo l'uso Messapico, si articolavano sia dentro che fuori la città, alternandosi alle abitazioni. Le tombe venivano scavate nella roccia o in fosse rettangolari o come ampie camere ipogee con decorazioni tanto più ricche tanto più alto è il rango sociale del defunto. Tra le poche tombe a camera rinvenute nell'area del centro storico emergono l'Ipogeo Palmieri, nel giardino di Palazzo Guarini, e quella nei sotterranei della Banca d'Italia.

Quando Lupiae divenne municipio romano, le necropoli vennero spostate all’esterno della cinta muraria, come tipico delle consuetudini romane e venne introdotto il rito dell’incinerazione. Il mondo dei vivi si separava così dal mondo dei morti. Successivamente ottenne la promozione a colonia guidata da duumviri.

PORTA NAPOLI CON TRATTI DELLE MURA

PARCO ARCHEOLOGICO DI RUDIAE

Rudiae è un’antica città messapica fondata nei pressi dell’antica Lupiae, nella Valle della Cupa e in mezzo agli ulivi secolari dove oggi domina l’anfiteatro romano, portato alla luce durante gli scavi avviati nel 2011. Pertanto Lecce aveva in effetti due anfiteatri e due teatri, uno in città e uno a Rudiae.

Il suo parco archeologico si trova sulla via per San Pietro in Lama e racchiude una parte dei resti dell'antico centro messapico di Rudiae, città natale del padre del poeta Quinto Ennio, distrutta nel 1147 da Guglielmo il Malo.

Nel sito sono stati rinvenuti tratti delle monumentali fortificazioni messapiche che dovevano estendersi per circa 100 ettari. Sono state rinvenute anche delle strade basolate e un luogo di culto del I secolo a.c. con vicino una tomba ipogea con pianta a T, di età ellenistica.

Ma il monumento principale rudiano è il suo anfiteatro, al centro dell’antica città e portato alla luce solo nel 2011, che si conserva quasi interamente e fu costruito in epoca Traianea tra il 98 e il 117 d.c.. Di m 85 x 50, poteva ospitare quasi 8.000 spettatori.
A differenza degli anfiteatri romani che sorgevano subito fuori delle mura della città, anche per evitare che il piccolo centro si riempisse di stranieri, l’anfiteatro di Rudiae fu realizzato al centro del precedente insediamento messapico, in un’area che grazie alla presenza di una dolina naturale, ne rendeva più facile la costruzione.
Nel corso dei primi scavi sono state portate alla luce inoltre una necropoli e diversi reperti attualmente conservati presso il museo Sigismondo Castromediano di Lecce.



LA RICOSTRUZIONE ROMANA

È però in età augustea che avviene la grande trasformazione urbanistica della città che si riforma a scacchiera con le due vie ortogonali.  Si racconta che Ottaviano, di ritorno dall’Oriente dopo la morte di Cesare, sia arrivato a Lecce nel 44 a.c. e qui accolto come nuovo Cesare.

Vennero in quest'epoca costruiti il teatro e l’anfiteatro e, nell’area dell’attuale Piazza Duomo, il foro della città. posto all’incrocio del cardo e del decumano massimi. Il primo Duomo viene costruito in età paleocristiana sostituendo lo spazio civile della Basilica con quello religioso della chiesa.

Secondo alcuni studiosi però al posto del Duomo non vi era una basilica ma bensì un grande tempio, posizionato tra la piazza del Duomo e il teatro romano.

RICOSTRUZIONE GRAFICA DEL TEATRO - ITLAB (http://itlab.ibam.cnr.it)

IL TEATRO

Dimenticato da secoli nel sottosuolo dell’antica Lupiae, il Teatro Romano di Lecce riemerse per caso dal passato dopo secoli di dimenticanza, e di Lupiae e di tutte le bellezze degli antichi romani, nel 1929. Naturalmente avvenne per caso,  a seguito della ristrutturazione dei giardini di due palazzi nobiliari posti nel centro storico. 

Così nei primi del '900 partirono gli scavi archeologici che fecero riemergere anzitutto la cavea del monumento, larga esternamente 40 metri, ed interiormente circa 19 metri, scavata direttamente nella roccia, secondo l'uso greco.

Il restauro non solo portò alla luce ma risistemò in parte l’antico rivestimento di pietra. Dodici gradoni si alternano alle scalette d’accesso per gli spettatori, che secondo le stime degli studiosi dovevano assommare a oltre 5000.

SEZIONE DEL TEATRO (http://itlab.ibam.cnr.it)

Il teatro, ricavato in un banco di roccia, fu rivestito in opus quadratum. Il teatro è pertanto in parte scavato nella roccia sottostante, da cui è ricavata la scena ancora in luce, e in parte edificato. Essa è divisa in sei cunei da cinque scalette radiali dei cui gradini ogni coppia corrisponde ad uno di quelli riservati agli spettatori. 

Ogni cuneo è costituito da dodici gradoni dell'altezza di 0,35 metri e di una profondità di 0,75 metri circa, molti dei quali sono stati già restaurati.

Davanti all'orchestra, conservata nella sua originale pavimentazione a lastre rettangolari di calcare bianco, si notano tre larghi gradini che girano a semicerchio sui quali venivano collocati dei seggi particolari e mobili riservati ai notabili. 

IL TEATRO OGGI

Dietro i gradini è presente un muretto e, dietro l’orchestra, oltre al canale destinato a raccogliere il sipario, è presente la scena, in cui l'altezza dal piano dell’orchestra è di metri 0,70; la profondità di 7,70 metri e la larghezza di 30 metri.

Ma erano presenti anche molti incavi, probabilmente utilizzati per le impalcature degli scenari in legno. I romani sapevano creare le scene scolpendole e dipingendole, e pure macchinari che potessero trasportare velocemente le scene a volte semplicemente facendole ruotare.

L'ANTICO BASOLATO
Il monumento è datato al periodo augusteo, al quale apparterrebbero alcuni frammenti della decorazione fittile del balteus, mentre all’età degli Antonini si vuole risalgano le statue marmoree che adornavano il teatro. 

La scaenae frons doveva essere decorata da nicchie con lesene e ornamenti vari, e con statue riproducenti prototipi di età classica o ellenistica; spesso si trattava di copie romane di statue greche, molto apprezzate dai romani che adoravano l'arte ellenica.

Infatti sono stati rinvenuti in loco frammenti delle statue di Ares, di Artemide, di Amazzone, di Athena, di Zeus, e pure un clipeo con l’immagine della Dea Roma, probabilmente accompagnata da una statua di Augusto, collocata al centro del frontescena. 

I reperti di cui sopra, provenienti dallo scavo sono conservati attualmente al Museo Provinciale "Sigismondo Castromediano" di Lecce. Il complesso architettonico del teatro è stato utilizzato per un lungo tempo, rappresentando sia tragedie che commedie.

IL TEATRO (http://itlab.ibam.cnr.it)

L'OLEIFICIO

In Piazzetta Castromediano sono venuti alla luce, durante la ristrutturazione della piazza, alcune strutture connesse con varie fasi della storia della città. Ad età romana vanno ascritti i resti di alcune strutture produttive pertinenti alla lavorazione dell’olio (frantoio e cisterna), del II-I secolo a.c. Questo rinvenimento permette di collocare in quest’area il quartiere artigianale della città romana.

I resti del trapetum del I secolo a.c. sono visibili nella vetrina ad est. Vediamo un vasto ambiente con pavimento in cocciopesto con presse per la spremitura. L’olio era convogliato tramite canali nel lacus olearius (rivestito in cocciopesto con scaletta di accesso e pozzetto sul fondo, in cui si sedimentavano i depositi dell’olio spremuto).

Oltre a queste strutture negli ultimi anni sono venute alla luce le Terme Pubbliche, nell’area prospiciente la Chiesa di Santa Chiara, una struttura templare, forse dedicata ad Iside, nella zona del teatro, sotto Palazzo Vernazza, e un’area artigianale in Piazzetta Castromediano, con il suddetto oleificio.

L'ANFITEATRO DI LECCE

L'ANFITEATRO ROMANO DI LECCE

Sono ancora visibili i resti dell’Anfiteatro di Lecce, il massimo edificio teatrale conservato in Puglia. È datato ad età augustea con rifacimenti dell'imperatore Adriano. Venne messo alla luce negli anni Trenta del Novecento, nell’ambito dell'era fascista. 

L’Anfiteatro Romano ha una forma ellittica ed è stato scavato nella viva roccia tufacea: fu costruito in pietra leccese, rivestito completamente in marmo, e con preziose decorazioni. E' situato, al contrario di quelli romani che giacevano appena fuori le mura, nel centro della città e ne restano l'arena, le gradinate inferiori e parte delle mura esterne.

L’opera si trova al di sotto del livello stradale e fu edificata in parte direttamente nella roccia e in parte su arcate in opera quadrata che restano allo scoperto, oltre ad una parte dell’arena ellittica, intorno alla quale si sviluppano le gradinate dell’ordine inferiore, due corridoi anulari, uno sotto le gradinate, l’altro esterno e porticato.

Ciò che oggi è visibile, ad una profondità di circa 8 metri, è parte dell’arena, la gradinata inferiore e due gallerie interne che si collegavano presumibilmente al porticato che si stendeva all’esterno. Misurava circa 102 m × 83 m e riusciva a contenere oltre 25 000 spettatori. In epoche successive fu sotterrato e sovrastato da altri edifici. L’arena era divisa dalla gradinata che ospitava gli spettatori (cavea) da un alto muro con parapetto (podium) ornato di rilievi marmorei a bauletto che raffiguravano scene di lotta tra uomini ed animali.

Nel muro che separava l’arena dalla cavea si aprivano passaggi per il corridoio centrale ed un corridoio minore, dietro l’arena, destinato ai servizi. Tutti i fregi marmorei rinvenuti, così come la testa di Efebo e la bella scultura dell’Amazzone ferita, sono oggi conservati all’interno del Museo Sigismondo Castromediano.

Il monumento venne scoperto durante i lavori di costruzione del palazzo della Banca d'Italia, effettuati tra il 1904 ed il 1938. Gli scavi sotto la guida dell'archeologo Cosimo De Giorgi, durarono sino al 1940; ma solo un terzo del monumento venne recuperato, il resto giace sotto piazza Sant'Oronzo dove si ergono alcuni edifici e la chiesa di Santa Maria della Grazia. Il monumento di età augustea, tramite iscrizioni rinvenute durante gli scavi con riferimenti a Traiano, si pensa oggi che risalga al II d.c..

Solo un terzo della struttura venne scavato in quanto il resto era collocato sotto la Chiesa di Santa Maria delle Grazie e pertanto intoccabile. L’anfiteatro era collocato come si usava all'epoca, aldifuori delle mura della città, in una posizione intermedia tra l’abitato e il territorio.

SEZIONE DELL'ANFITEATRO - ITLAB (http://itlab.ibam.cnr.it)

Ciò aveva i vantaggi di attirare anche forestieri dall'esterno senza che questo ingombrasse la città, e che in caso di risse o scontri, che non erano rari soprattutto nella tifoseria delle corse dei cavalli, questi tafferugli non invadessero la città.

L'anfiteatro, come il teatro, in parte venne scavato nel banco roccioso sottostante, in modo da reimpiegare nella costruzione le pietre cavate. A tutt'oggi dell'anfiteatro resta solo la ima cavea. Sotto alla cavea passavano due corridoi, uno centrale anulare per gli spettatori, con numerosi accessi dal porticato, ed un’altro di servizio.

Il podium, muro che divide l’area dalla cavea, era decorato da rilievi in marmo che rappresentano le venationes che avvenivano al’interno della struttura. Troviamo rappresentati cacciatori, gladiatori, bestie e animali di varia natura: cani, lepri, tori, cervi, lupi, cinghiali, pantere, leoni, orsi, e perfino un elefante e un rinoceronte.

IL SECONDO ANFITEATRO, IERI ED OGGI

IL SECONDO ANFITEATRO - DI RUDIAE

Oggi è tornato alla luce (grazie al prof Francesco d’Andria e al lavoro dell’Università del Salento e della Soprintendenza) anche l’anfiteatro di Rudiae. Lecce è l’unica città al mondo che possa vantare due anfiteatri romani, anche se duemila anni fa lo spazio urbanistico attuale non esisteva, e Lupiae e Rudiae erano due città distinte, che forse proprio per antagonismo si vollero dotare entrambe di un simile e importante monumento.

Ma il monumento principale rudiano è il suo anfiteatro, al centro dell’antica città e portato alla luce solo nel 2011, che si conserva quasi interamente e fu costruito in epoca Traianea tra il 98 e il 117 d.c.. Di m 85 x 50, poteva ospitare quasi 8.000 spettatori.
A differenza degli anfiteatri romani che sorgevano subito fuori delle mura della città, anche per evitare che il piccolo centro si riempisse di stranieri, l’anfiteatro di Rudiae fu realizzato al centro del precedente insediamento messapico, in un’area che grazie alla presenza di una dolina naturale, ne rendeva più facile la costruzione.
Nel corso dei primi scavi sono state portate alla luce inoltre una necropoli e diversi reperti attualmente conservati presso il museo Sigismondo Castromediano di Lecce.

RESTI TEMPIO DI ISIDE

IL TEMPIO DI ISIDE

Il palazzo Castromediano-Vernazza ospita nei suoi sotterranei i resti del tempio di Iside. Si sa che a Lupiae, da quanto riportano diverse fonti: molti mercanti venivano qui per portare un tributo alla Dea della fecondità e della maternità. Questi doni erano monete e iscrizioni. 

In una di queste si legge "Tiberinius Isidi" (Tiberio dedica ad Iside) ed è stata trovata durante gli scavi nel palazzo, insieme alla testa di una statua della Dea che, come d'ordinario, doveva essere conservata nella cella del tempio dedicata alla divinità.

Nel piano inferiore del palazzo è stato rinvenuto il "purgatorium", un battistero pagano, al quale si accedeva tramite una gradinata scavata nella roccia, che portava in un piccola fossa, all’interno della quale il fedele compiva il "lavacrum" per potersi purificare prima di entrare nel tempio. Mediante i suoi resti ne è stata effettuata una ricostruzione, con una vasca a pianta rettangolare e nicchia sul fondo in cui era conservata l' acqua sacra del Nilo. 

"Nel purgatorium si svolgeva il rito della purificazione: l'immersione nell'acqua, attraverso una scaletta in parte tagliata nella roccia, permetteva al fedele di liberarsi dalle passioni e dai desideri terreni prima di accedere all'area sacra." 
(Apuleio, Metamorfosi Xl, 23, 9).

Dal santuario sono emerse sculture in marmo di etå imperiale, chiaramente egizie. Degli "oscilla" (lastrine di marmo) erano appesi alle ghirlande tra le colonne del portico di cui uno circolare recante una maschera teatrale.

Altri due "oscilla", rettangolari, rappresentano il Dio Anubis con testa di sciacallo ed Iside con crescente lunare sulla testa, sistro (lo strumento musicale) nella mano sinistra e situla nella mano destra (secchiello per l' acqua da cui deriva quello cattolico delle aspersioni) utilizzato appunto nelle aspersioni rituali isiache.

Dal santuario provengono anche dei bacini lustrali tra cui un labrum in breccia corallina con iscrizione ad Iside da parte di Memmius Cinyps Tiberinus ed alcune sculture tra cui una statua di  Afrodite. 

LA COLONNA DI S. ORONZO

SANTO ORONZO

La leggenda vuole che un giorno san Paolo consegnasse una lettera a Giusto per recapitarla a Roma, ma Giusto naufragò presso Lecce, ove fu salvato e curato da Publio e suo nipote Fortunato. Giusto parlò a Publio dell'unico Dio, e questi subito si convertì e si fece battezzare insieme a suo nipote, cambiando il nome in Oronzo, cioè "risorto". 

Giusto e Oronzo cominciarono a predicare e furono denunciati al pretore romano, che li fece frustare e carcerare. Scarcerato, Giusto invitò Oronzo e Fortunato da san Paolo che consacrò Oronzo Vescovo di Lecce e della Japigia (Puglia). Tornati nel Salento, predicarono e convertirono la popolazione, ma vennero trovati dai legionari, ricondotti a Lecce, e qui giustiziati per decapitazione.



COLONNA DI SANT'ORONZO

COLONNA DI BRINDISI
E' famosa a Lecce la colonna, peraltro romana, che oggi sostiene la statua di Sant’Oronzo. Originariamente si trovava a Brindisi, accanto ad un’altra colonna che,  con l'altra, segnalava il termine della Via Appia a Brindisi.

Il 20 novembre 1528 una delle colonne crollò (per incuria) e i vari pezzi marmorei rimasero a terra per oltre un secolo (sempre per incuria). Nel frattempo nel 1657 la peste seminò morte nel sud Italia, ma non toccò il Salento, per cui a Lecce si credette ad un’intercessione del santo patrono per cui Dio non aveva sterminato anche loro.

Il monumento venne realizzato utilizzando i rocchi crollati dello stelo marmoreo di una delle due colonne romane, così nella piazza s'innalza dunque la colonna del santo, alta circa 29 m, donata dalla città di Brindisi per adornare la piazza. 

Sulla sommità ospita la statua del patrono eseguita a Venezia nel 1739, in segno di gratitudine a sant'Oronzo, a cui la città attribuì la salvezza dalla peste diffusasi nel 1656 nel Regno di Napoli.

Così il popolo riconoscente volle realizzare un monumento al santo patrono e l’allora sindaco di Brindisi decise di offrire i pezzi della colonna caduta, danneggiati e in stato di abbandono.

I lavori furono guidati dall'architetto Giuseppe Zimbalo, che costruì il basamento in pietra con balaustre e statue, rastremando i rocchi scheggiati a causa del crollo. Anche il capitello fu quello dell'antica colonna romana, su cui venne posizionata la statua (alta 4,16 m) in legno ricoperta di rame. Durante i festeggiamenti del Santo nel 1737, un razzo colpì e bruciò la statua che venne totalmente rifatta in bronzo e ricollocata nel 1739.



TEATRO ROMANO

Il Teatro Romano di Lecce si trova in via dell'Arte della Cartapesta. Fu scoperto nel 1929, databile come l'Anfiteatro. La cavea di questo Teatro, probabilmente riservato ai lupiensi mentre quello di piazza Sant'Oronzo veniva frequentato dai provinciali, misura 19 m di diametro. Le sue statue sono conservate presso il Museo archeologico provinciale Sigismondo Castromediano.

Il Teatro veniva frequentato per sette mesi (da aprile a ottobre), in quanto gli spettacoli erano all’aperto e per l'occasione si usava spruzzare fragranze di rose o zafferano nebulizzati attraverso delle doccette.

Nelle prime file dotate di cuscini sedevano i senatori, le quattordici file successive erano riservate ai cavalieri, poi vi erano i posti popolari e infine le donne, gli schiavi e i bambini; in ogni settore occorreva giungere in anticipo per occupare il posto migliore. L’ingresso era consentito a tutti, ma regolato da tessere d’osso che permettevano di riconoscere i litigiosi e collocare gli spettatori nel giusto settore.



SOTTERRANEI DI LECCE

Il tracciato di vico dei Sotterranei è occupato da una serie di mosaici pavimentali attribuibili a una ricca domus del V secolo. Inoltre si è rinvenuto un tratto di strada basolata di età imperiale, il cui tracciato nordest-sudovest non si inserisce nella maglia ortogonale proposta da alcuni studiosi. Sembra che il tracciato delle vie fosse rimasto in parte messapico e in parte romano.

Nel Vico dei Sotterranei, un luogo posto oggi sotto il livello stradale, si conservano una serie di mosaici pavimentali appartenenti alle domus romanr del V secolo. Il sottosuolo di Lecce è ancora tutto da scavare per fornire nuove sorprese.

IL PORTO

IL PORTO

In'età imperiale, soprattutto nel II secolo, Lupiae diventa il centro più importante del Salento, accanto alla colonia latina di Brindisi. Traiano decide allora di collegare Lupiae all'ultimo tratto della Via Traiana (Via Traiana Calabra) che conduce da Brindisi a Otranto, il nuovo porto di collegamento con l'oriente. 

L'imperatore Adriano fece di più, perchè  dotò Lupiae anche di un porto nella vicina rada di San Cataldo. Chi però ampliò e abbellì ancor più lupiae fu Marco Aurelio Antonino (161-180) di origini salentine, che si riteneva discendente di Malennio, per cui la città gli era particolarmente cara. 

Questo ruolo di egemone ricchezza dura fino al V-VI secolo quando anche a Lupiae, come in tutto il mondo antico, si assiste alla ridefinizione funzionale del centro urbano, in parte legata alla diffusione del Cristianesimo con conseguente edificazione degli edifici di culto cristiani e demolizione di quelli pagani.

Da secoli dimenticato, il porto romano di Lecce (antica Lupiae), fatto ricostruire dall’imperatore Adriano, lentamente sta ritornando alla luce grazie ad una campagna di scavi che ne ha riportato in vista i tratti visibili sottraendoli alle sterpaglie. Pausania, scrittore, viaggiatore e geografo greco del II secolo d.c. lo citava nelle sue opere. Qui sbarcò Ottaviano, dopo aver appreso della morte di Cesare.

Un sito strategico, posto fra le città portuali di Brindisi e Otranto, svolgendo importante ruolo di scalo o rifornimento. Sotto ne vediamo, studiando la fotografia aerea, il disegno dell’antico impianto oggi ormai sott’acqua. Dopo la fine dell’Impero cadde nella totale dimenticanza, come tutta la zona del litorale, occupata da paludi e boschi. Soltanto nel XVI secolo qualche viaggiatore appunta l’esistenza di questa struttura muraria.

I RESTI DEL MOLO

Il bastione si inoltra in mare per circa 150 metri, ma la parte centrale è crollata distrutta dalle mareggiate senza che nessuno mai intervenisse. Fra il 2004 e il 2008 l’intera struttura è stata almeno  studiata, per ottenerne un progetto. Si è scoperto che dai suoi tempi c'è stata una variazione del livello marino è di circa 3 metri, rispetto al livello attuale.

Molti dei grossi conci presentano ancora le tracce lasciate dagli attrezzi utilizzati per la messa informa (ascia martello e scalpello a taglio liscio). Nelle fonti d’archivio ottocentesche si fa riferimento alla presenza di “barre di ferro” utilizzate per rendere solida la struttura. Del sistema di fissaggio restano sei grappe a doppia T e a pi greco.

L’architettura del molo si riscontra in numerose strutture del bacino mediterraneo di diverse epoche. Qui giungeva la strada che arrivava da Lupiae, in alcuni tratti (dei circa 10 km di campagne attraversate) ancora visibili.

Si sono riscontrate analogie strutturali tra il molo di San Cataldo e l’anfiteatro di Lecce, datato tra l’età repubblicana e la metà del II secolo d.c. per cui si è ipotizzata una datazione simile, anche se la presenza di pozzolana d’importazione nel nucleo dell’opera cementizia dell’edificio leccese, risulta  assente nel molo. Non si può pertanto essere certi che i due edifici siano coevi.

La soluzione edilizia adoperata a San Cataldo deve essere stata fortemente condizionata dall’ampia disponibilità di pietra da taglio e alla facilità di estrazione del materiale lapideo, reperito in zone assai vicine. Delle colonne di marmo bianco che in origine si allineavano lungo tutto il molo, ne resta solo un moncone.

Comunque in età imperiale l’insenatura sabbiosa fu dotata di un molo in muratura innestato nell’estremità settentrionale nella terraferma, a chiudere uno specchio d’acqua adeguato per le manovre di carico e scarico di imbarcazioni di piccolo tonnellaggio.



IL DECLINO

Con la caduta dell'impero romano d'occidente, la città conobbe un lento declino, causato dalle varie dominazioni. Dopo prima dominazione ostrogota, fu coinvolta nella guerra tra goti e bizantini. Fu saccheggiata da:
- Totila (r. 541 - 552) il re degli Ostrogoti, nel 542 e di nuovo nel 549,
- dopodichè passò sotto il dominio dell'Impero Romano d'Oriente (395 d.c. - 1453), di cultura prevalentemente greca, per cinque secoli. 
- poi fu dominata dai Saraceni.



MUSEI ARCHEOLOGICI

- Museo archeologico provinciale Sigismondo Castromediano
- Museo archeologico Faggiano
- Museo del Teatro Romano
- Musa - Museo storico-archeologico dell'Università del Salento
- MUST - Museo Storico della Città di Lecce
- Museo papirologico dell'Università del Salento


BIBLIO

- M. Bernardini - Lupiae - Centro Studi Salentini - Lecce - 1959 -
- Francesco Maria Pratilli - La Puglia romana: un paesaggio pietrificato - in Quaderni dell'Archivio Storico Pugliese XXI - Bari - 1982 -
- Domenico Musti - Magna grecia. Il quadro storico - Bari - Laterza - 2005 -
- P. Larizza - La Magna Grecia - Reggio Calabria - Istar Editrice - 1993 -
- G. Palumbo - Storia di Lecce con documenti inediti - Lecce - 1910 - 
- Salento. Architetture antiche e siti archeologici - Edizioni del Grifo, 2008.
- Galatina - Lecce romana e il suo teatro - F. D'Andria ed. - 1999 -
- V. A. Sirago - Il Salento al tempo di Augusto - Brindisi - 1979 -



TARAS - TARANTO (Puglia)


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« E se il destino avverso mi terrà lontano
allora cercherò le dolci
acque del Galeso caro alle pecore avvolte
nelle pelli, e gli ubertosi campi che un dì
furono di Falanto lo Spartano. »

(Quinto Orazio Flacco - A Settimio)

MAPPA DI SOLETO

ORIGINE DEL NOME

Il toponimo Taras (in greco: Τάρας), nome originario della città, è legato alla colonizzazione ellenica della Magna Grecia che iniziò dall'VIII-VII secolo a.c. con le colonie ioniche e doriche. Il toponimo compare, oltre che sulle monete magno-greche risalenti al periodo di massimo splendore della città, anche sulla Mappa di Soleto, scoperta all'interno di un grande edificio messapico nel 2003 a Soleto (LE - Puglia - Italia) dall'archeologo belga Thierry van Compernolle, a testimoniare le relazioni esistenti tra gli Iapigi, i Messapi ed i Greci nel V secolo a.c.

La più antica mappa geografica occidentale dell'antichità classica, incisa sul frammento di un vaso attico smaltato di nero.

Taras era una figura della mitologia greca, figlio di Poseidone e della ninfa Satyria, nonché leggendario fondatore della città di Taranto. Sposò Satureia, figlia del re Minosse.

 Circa nel 2000 a.c., Taras avrebbe navigato fino in puglia, approdando presso un corso d'acqua che poi da lui avrebbe preso il nome: il fiume Tara. 

Mentre Taras compiva sacrifici sulle rive dello Ionio per onorare suo padre Poseidone, gli sarebbe apparso improvvisamente un delfino, segno che avrebbe interpretato di buon auspicio e di incoraggiamento per fondare una città da dedicare a sua madre Satyria o a sua moglie Satureia e che chiamò quindi Saturo, località tuttora esistente. 

Un giorno Taras sarebbe scomparso nelle acque del fiume e dal padre sarebbe stato assunto fra gli eroi.

Le indagini sulll'area del promontorio di Torre Saturo (da Satyria) hanno rivelato una fonte ancora attiva fino a pochi anni fa denominata Satyria dal nome della ninfa del luogo (figlia di Minosse e madre dell'eroe Taras).

Vennero scoperti anche i resti di un primitivo santuario in grotta, ora in rovina, riferibile a un antico culto indigeno della ninfa, in età arcaica forse associato a quello coloniale ctonio di Persefone-Kore, a cui più tardi per influsso di Taranto sembra congiungersi il culto di Afrodite.


Questo perchè tra i resti stipe arcaica figurano frammenti vascolari con iscrizioni a Gaia, il nome tarantino di Persefone; mentre si sono rinvenuti i frammenti di un'anfora attica a figure nere del pittore Exekias, operante nel VI sec. a.c., recante una dedica incisa alla Basilìs, l'epiteto tarantino di Afrodite.

L'abbondantissimo materiale votivo del santuario era raccolto in favisse: le più antiche, del VII-V sec. a.c., spesso in costruzioni di pietre; le più tarde in forma di bòthroi e traboccanti di ceramiche e terrecotte votive del IV e III sec. a.c., quasi sempre intenzionalmente frantumate.

Fra le statuette più antiche vi sono esemplari di tipo dedalico, sculture greche in pietra di grandezza naturale e oltre, il cui stile ricorda gli avori scolpiti siriaci e fenici del IX e dell'VIII secolo a.c., 

La figura frontale, corpi con vita stretta e busti triangolari, parte superiore della testa piatta, fronte bassa con linea dei capelli dritta, viso a triangolo con grandi occhi, incorniciato da capelli che cadono sulle spalle con divisioni orizzontali o in sottili trecce, questo lo stile usuale dei rinvenimenti.

Ma vi compare pure la ceramica dell'Antico e del Medio Corinzio, con scene mitologiche tratte dall'epopea omerica. 

Numerosi anche i vasi laconici, spesso imitati sul luogo o provenienti da Taranto, quelli rodii e soprattutto attici a figure nere e a figure rosse.

Importante un sacello con statua marmorea acefala del IV sec. a.c., forse Afrodite, accompagnata da statuette raffiguranti la dea o le sue devote in stile tarantino.
Significativi il rinvenimento di statuette raffiguranti Satyria e Taras sul delfino, le quali sembrano richiamare l'antico culto locale della ninfa.

La tradizione riporta la fondazione di Taranto al 706 a.c. quando, come riferisce lo storico Eusebio di Cesarea, un gruppo di coloni Spartani occupa questa zona per trasferircisi.

L'approdo avviene sul promontorio di Saturo e qui fioriscono i primi insediamenti.

Come sempre accade i primi coloni si considerarono gli aristocratici del luogo attribuendosi vari privilegi come avvenne per i primi romani insediatisi sui colli.

Lo sfruttamento del fertile territorio venne difeso da una serie di "phrouria", piccoli centri fortificati.

A differenza delle altre città della Puglia (come Bari e Brindisi), Taras (Taranto) non fu annessa all'impero romano se non in epoca tarda.

La leggenda racconta che nell'VIII secolo a.c., l'eroe spartano Falanto divenne il condottiero dei Partheni, cioè di quel gruppo di cittadini nati durante la guerra messenica, dell'aristocrazia al potere nella città di Sparta.

Consultando l'Oracolo di Delfi prima di avventurarsi alla ricerca di nuove terre, apprese che sarebbe giunto nella terra degli Iapigi, e che avrebbe fondato una città quando egli avesse visto cadere la pioggia da un cielo sereno e senza nuvole (in greco ethra).

Falanto si mise in viaggio, fino a quando giunse nei pressi della foce del fiume Tara. Venne sconfitto dagli Iapigi e, addormentatosi sul grembo della moglie, ella pianse a dirotto sul volto del marito, commossa dalle sue traversie.

L'oracolo si era avverato, una pioggia era caduta su Falanto da un cielo sereno: le lacrime della moglie Ethra (cioè etere) Così Taras fondò lì la sua città lì, presso l'insediamento iapigio di Saturo, con un santuario per il culto di Poseidone.

Più tardi, giunsero dal mare nuove popolazioni Arii (indoeuropei), che, attratte dalla particolare conformazione della costa, costruirono le loro case su palafitte. Un po' alla volta gli Arii riuscirono a sottomettere le popolazioni locali ed a controllare tutto il territorio.

RESTI DEL TEMPIO DORICO

LA MAGNA GRECIA

Intorno al 500 a.c. la città era governata da una monarchia, infatti un re tiranno di nome Aristofilide provocò un gran numero di esuli. L'ultimo re assalì più volte i vicini Peucezi e Messapi, fino alla definitiva sconfitta subita da parte degli Iapigi nel 473 a.c., riportata da Erodoto. 

Questo evento fece espellere l'aristocrazia sostituendola con un sistema democratico, cacciando non solo gli aristocratici ma pure i Pitagorici.

Nella prima metà del V secolo a.c. la città ebbe una nuova cinta muraria e si edificò un imponente tempio dorico sull'acropoli. Tra il 444 a.c. ed il 433 a.c., entrò in guerra per il possesso della Siritide contro la colonia di Thurii, conclusasi con una subcolonia mista di Thurini e Tarantini, che prese il nome di Heraclea, in cui, però, prevalse la componente dorica di Taranto.

GRANDE MOSAICO

Successivamente Taranto parteggiò per Sparta e nella guerra del Peloponneso contro Atene,  negò nel 415 a.c. l'approdo alle navi ateniesi dirette in Sicilia. Dal 343 al 338 a.c. i Tarantini si scontrarono ancora con i Messapi, ma vennero sconfitti.

Nel 335 a.c., in occasione di una guerra contro Lucani, Bruzi e Sanniti, Alessandro I detto il molosso,  conquistò le città di Brentesion (Brindisi), Siponto, Heraclea (Eraclea), Cosentia (Cosenza) e Paestum (Pestum).

Nel 303 a.c., per frenare l'espansione di Taranto, i Lucani si allearono con Roma, che, tuttavia stipulò la pace, con una clausola che vietava alle navi romane di spingersi a oriente oltre Capo Lacinio.


Nel 282 a.c., Roma inviò una flotta composta da dieci navi in soccorso degli abitanti di Thurii, assediati dai Lucani, oltrepassando Capo Lacinio e pretesero di ormeggiare nel porto di Taranto. 

I Tarantini le affrontarono con la propria flotta, riuscendo ad affondare quattro navi e a catturarne una e facendo molti prigionieri tra i Romani. Poi marciarono contro la vicina Thurii, sconfissero il presidio romano e saccheggiarono la città.

Roma, non volendo la guerra,  inviò nella città come ambasciatore Lucio Postumio per chiedere con fermezza la restituzione della nave e dei prigionieri catturati, nonché l'abbandono di Thurii. Postumio fu accolto con dileggio e sarcasmo per il suo abbigliamento e per il greco incerto con cui si espresse.

Avendo, inoltre, espresso delle minacce, per reazione i Tarantini invitarono l'ambasceria ad abbandonare subito la città e si racconta che in quell'occasione un uomo di nome Filonide, orinò sulla toga di Postumio, che così ammonì la popolazione: 
"Per lavare quest'offesa spargerete una gran quantità di sangue e verserete molte lacrime". E così nel 281 a.c. Roma dichiarò guerra a Taranto.

L'ACQUEDOTTO TARANTINO

TARANTO CONTRO ROMA 

Taranto strinse alleanza con Pirro, Re dell'Epiro, che inviò il suo luogotenente Milone con un esercito di circa 30.000 uomini e 20 elefanti e obbligò i giovani Tarantini ad arruolarsi.

Gli scontri tra Epiroti e Romani furono un vero eccidio: la Battaglia di Heraclea del 280 a.c., che ebbe protagonisti il console romano Publio Valerio Levino e lo stesso Pirro, costò 7.000 morti, 2.000 prigionieri e 15.000 feriti ai Romani e 4.000 morti più un gran numero di feriti tra i greci. I successi degli Epiroti erano legati alla presenza degli elefanti da guerra, sconosciuti fino ad allora ai Romani.

La lega tarantino-epirota vinse anche nella Battaglia di Ascoli Satriano del 279 a.c., ma, nonostante queste iniziali vittorie, Pirro, consapevole dei rischi con Roma, si spostò in Sicilia. I Romani intanto si riorganizzarono e impararono a difendersi dagli elefanti, per cui iniziarono a vincere, tanto che Pirro accettò di abbandonare l'Italia, a patto che Taranto fosse salva.


Tuttavia, Roma tornò ben presto in campo contro i popoli del sud e Pirro fu nuovamente invitato a ritornare in Puglia. Le sconfitte di Pirro furono questa volta decisive, tanto che, dopo la disfatta di Malevento si ritirò in Grecia (dove morì poco dopo), lasciando a Taranto solo una piccola guarnigione comandata da Milone.

I Tarantini chiesero l'aiuto di una flotta cartaginese per liberarsi del presidio epirota. Ma Milone consegnò la città al console romano Lucio Papirio Cursore, console del 293 a.c.  che, con il collega Spurio Carvilio Massimo, nel 272 a.c. ne fece smantellare le mura, imposero un tributo di guerra togliendole armi e navi. Tutto ciò che ornava Taranto (statue dell'arte greca, oggetti preziosi) fu inviato a Roma.

Vennero prelevate anche le menti migliori del tempo: matematici, filosofi e letterati, tra cui Livio Andronico (drammaturgo, poeta e attore), che tradusse in latino l'Odissea; il grande poeta Leonida (il maggiore esponente della scuola dorico-peloponnesiaca), invece, riuscì a fuggire prima della capitolazione della città, ma da quel momento visse un'esistenza molto povera, morendo in esilio. Roma nominò Taranto sua alleata ma non le consentì di coniare moneta.


Durante la II Guerra Punica, Taranto, ancora antiromana,  brigò per favorire l'arrivo dei Cartaginesi, così Annibale riuscì nel 212 a.c. ad impadronirsi di Taranto e costrinse all'assedio i Romani, che non furono più in grado di usare la città come base logistica per le proprie truppe.

Nel 209 a.c., il console romano Quinto Fabio Massimo si impadronì nuovamente di Taranto, grazie al tradimento di un ufficiale cartaginese e nel 123 a.c. Gaio Gracco ne fece una colonia. Dopo l'89 a.c., la comunità greca e la colonia romana divennero municipium, ora Taranto era romana.

Nell'occasione di uno storico patto tra Augusto e Marco Antonio nel 37 a.c., la città venne fornita di un acquedotto e di un anfiteatro. La città prosperò all'epoca di Traiano, durante il quale furono costruite le terme Pentascinenses, poi restaurate nel IV secolo da Furio Claudio Togio Quintilio il Corrector Apuliae et Calabriae.



 

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