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PORTICUS QUIRINI


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RICOSTRUZIONE DEL TEMPIO DI QUIRINO CON IL PORTICO

Costruito intorno al Tempio del Dio Quirino (Quirinus), probabilmente da Augusto quando restaurò il tempio nel 16 a.c., il portico di Quirino viene menzionato solo una volta (Marziale XI.1.9), ma sembra che fosse molto usato e molto popolare.

Secondo le fonti, il Tempio di Quirino venne edificato sulla sommità del colle Quirinalis, dove si distinguevano altre tre alture: 
- il collis Latiaris (a sud, vicino ai Fori imperiali),
- il collis Mucialis detto anche Sanqualis dalla porta omonima (in Largo Magnanapoli) 
- il collis Salutaris denominato dalla presenza del templum Salutis (a ovest dell’attuale palazzo del Quirinale).

Il Quirinale era quindi solo l’estremità orientale dell’intera collina, proprio dove si trovavano il tempio di Quirino e la porta nelle mura serviane. Il culto di Quirino si diffuse in epoca repubblicana e si fuse con quello del fondatore Romolo unendoli in un'unica divinità.  

PORTICUS QUIRINI - DI STILE TUSCANICO
Nel 290 a.c., il console Lucio Papirio Cursore, per aver conseguito la gloriosa e schiacciante vittoria sui Sanniti ottenne dal Senato di celebrare il suo trionfo. 

Ma per ottemperare al voto fatto in quella  circostanza, il console fece edificare un tempio dedicato al Dio Quirino, innalzato sui resti della tomba di Quirino che doveva già essere stata sacralizzata con l’erezione di un altare.

Disponiamo di un'immagine del tempio arcaico grazie alla raffigurazione su un rilievo in marmo del II secolo, rinvenuto a piazza Esedra nel 1901, e oggi conservato nei depositi di Palazzo Massimo alle terme.

Qui il tempio è raffigurato come un edificio tuscanico con frontone decorato con la scena di Romolo e Remo che prendono gli auspici per 
la fondazione di Roma onde designare chi la guiderà nella sua gloria.

Nel De architectura di Vitruvio, inoltre, troviamo la descrizione del tempio della fine del I a.c., dopo il restauro augusteo compiuto nel 16 a.c., 

Il tempio vi è descritto come un tempio: 
- prostilo (con le colonne davanti), 
- ottastilo (con 8 colonne sulla facciata), 
- periptero (con il colonnato che circonda la cella), 
- di ordine dorico,
- con doppio ordine di colonne sui lati, 
- circondato da un grande portico ad U, 
detto appunto Porticus Quirini.



FILIPPO COARELLI

Secondo Coarelli invece il tempio del Dio Quirino giacerebbe sotto Palazzo Barberini, ovvero nella zona tra via Barberini e via delle Quattro Fontane, in considerazione del fatto che il mons Quirinalis primitivo non arrivava oltre l’odierna Via delle IV Fontane. 

Inoltre durante i lavori dell’ingresso alla galleria d’arte di Palazzo Barberini, sono state riportate alla luce potenti murature, oltre ad ambienti in parte affrescati, identificabili con le sostruzioni del grande podio-platea del tempio che sorgeva sul colle primitivo del Quirinale, mentre sul lato di Via Barberini sono state individuate porzioni delle imponenti fondamenta del tempio.




BIBLIO

- D. Briquel - Romulus jumeau et roi. Realites d' une legende - Les Belles Lettre - Paris - 2018 -
- James C. Anderson - Architettura e società romana - Baltimore - Johns Hopkins Univ. Stampa -
A cura di Martin Henig - Oxford - Oxford Univ. Comitato per l'archeologia - 1997 -
- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - Arnoldo Mondadori Editore -Verona - 1975 -
- Procopius - De Aedificiis - 5.3.8-11 -





PORTICUS CATULI


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MONETA INTITOLATA A QUINTUS LUTATIUS CATULUS

Il Porticus Catuli ("portico di Catulo") era un monumento dell'antica Roma ubicato sul Palatino, uno dei sette colli di Roma, situato tra il Velabro e il Foro Romano, una delle parti più antiche della città.
Il portico fu costruito dal poeta romano Quinto Lutazio Catulo, ovvero Quintus Lutatius Catulus (150 a.c. - 87 a.c., console nel 102 a.c.) per commemorare la vittoria che ottenne assieme a Gaio Mario sui Cimbri a Vercellae.



LUTAZIO CATULO

Conosciuto anche come Quinto Lutazio Catulo Cesare, essendo nato come Sesto Giulio Cesare poi adottato da Quinto Lutazio Catulo; per nascita era cugino di primo grado di Gaio Giulio Cesare (padre di Cesare il dittatore). Fu uomo di grande rettitudine e di raffinata cultura, scrittore e oratore.

Fu amico e poi avversario politico di Gaio Mario, quando gli eserciti di Catulo e Mario annientarono le forze nemiche, per celebrare la vittoria, Catulo fece costruire un tempio, dedicato alla Fortuna huiusce diei, nell'area sacra di Largo di Torre Argentina. In seguito partecipò alla guerra sociale, ma venne in conflitto con la fazione mariana e si tolse la vita asfissiandosi con il fumo.



IL PORTICO

Il portico sorgeva presso l'abitazione di Catulo, che Plinio il Vecchio riteneva fosse una delle più grandiose tra quelle edificate alla fine del II secolo a.c.. Fu in questo periodo che Roma per la ricchezza delle sue conquiste e dei suoi commerci cominciò ad espandere le piccole domus di famiglia trasformandole in dimore spaziose con colonnati, giardini, pitture parietali, sculture e mosaici.

Il portico di Catulo venne edificato dallo stesso Catulo come opera pubblica di cui potessero usufruire i cittadini, un elegante porticato adatto al passeggio che proteggeva dal sole ardente estivo e dalle piogge invernali, che divenne noto perchè venne pitturato al suo interno ma soprattutto perché vi si esponevano opere artistiche. 

La sua grandiosità rivaleggiava con il tempio di Onore e Virtù, edificato da Mario per commemorare anch'esso la stessa vittoria per la quale entrambi ottennero di celebrare il trionfo.

Il portico sorgeva su un punto rialzato del terreno vicino al Clivus Victoriae, che era stato il sito della casa di Marco Fulvio Flacco (console 125 a.c.), uno dei sostenitori del populares Gaio Gracco, che fu condannato a morte e subì la confisca e la distruzione della sua proprietà. Verso la metà del I secolo a.c., il portico di Catulo fu interessato dalla disputa tra Cicerone e Clodio.

Quando Cicerone fu condannato all'esilio per aver posto a morte cittadini romani senza aver prima concesso loro il diritto di appello, Clodio rase al suolo la casa di Cicerone, e forse anche lo stesso portico di Catulo, per edificare un sacello dedicato alla Libertas. Sebbene il portico non fosse stato incorporato nel nuovo complesso religioso, ma fosse stato raso al suolo, esso venne riedificato assieme alla casa di Cicerone quando all'oratore fu concesso di rientrare a Roma.


 BIBLIO

- Plinio il Vecchio- Historia Naturalis -
- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - A. Mondadori Ed. - 1984 -
- Lawrence Richardson - A New Topographical Dictionary of Ancient Rome - J. Hopkins University Press - 1992 -
- Samuel Ball Platner - Honos et Virtus - Topographical Dictionary of Ancient Rome - completato e rivisto da Thomas Ashby - Oxford University Press - Londra - 1929 -
- Stephen L. Dyson - Rome: A Living Portrait of an Ancient City - J. Hopkins University Press - 2010 -



PORTICUS VIPSANIA


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GALLERIA SCIARRA EDIFICATA SUL PORTICO DI VIPSANIA

Erano dei portici fatti edificare dalla sorella di Marco Vipsanio Agrippa, Polla, che possedeva una villa nei dintorni, e che furono poi terminati da Augusto. Si trovavano nella VII regio augustea alle pendici del Pincio, lungo le arcate dell'Acqua Virgo. 

Il porticus si estendeva lungo il lato est della via Lata, che occupava la parte occidentale dell'Agrippae Campus (Campo di Agrippa). Il suo giardino era ricco di allori, e accoglieva distaccamenti dell'esercito illirico lì accampati dal 69 dc. 

Nel Portico di Vipsania si trovava esposta al pubblico la monumentale carta del mondo eseguita per volontà di Agrippa. Sebbene la mappa stessa non sia sopravvissuta, possiamo immaginarla dalle descrizioni contenute nella "Naturalis Historia" scritta da Gaio Plinio Secundus Maior e dalla Tabula Peutingeriana.

GALLERIA SCIARRA SU PORTICUS VIPSANIAE

CAMPO DI AGRIPPA

Il Campo di Agrippa era una sezione del Campus Martius, trasformato in parco da Marcus Agrippa, posto nella VII regio e dedicato, come riporta Cassio Diodoro, da Augusto il 7 a.c., che lo aprì al pubblico romano. 

Agrippa vi fece erigere il Pantheon, le terme, portico e giardini e una fabbrica terminata da Augusto detta Diribilorium cioè piazza dove si pagavano i soldati.

Il suo giardino era ricco di allori, e accoglieva distaccamenti dell'esercito illirico lì accampati dal 69 dc. 

"Fra il descritto edifizio esistente sotto il Palazzo Piombino ed il mentovato tempio d'Iside si doveva trovare il Campo di Agrippa, registrato in questa regione da tutti i Regionarj; poichè in tale località veniva a trovarsi di faccia al grande portico chiamato di Pola dalla sorella dello stesso Agrippa, che lo portò a compimento dopo la di lui morte. 

A qualche parte dei fabbricati, che stavano intorno a questo Campo, dovevano appartenere le rovine di camere scoperte nel giardino del palazzo di Sciarra Colonna; come pure avranno probabilmente servito al suo ornamento i grandi piedistalli, con sculture di figure rappresentanti Provincie diverse, trovati nel fondare il palazzo Muti alla Pilotta, ed i marmi, colonne, e statue rinvenute nel fare i fondamenti della parte del convento di S. Marcello, che è rivolta verso il detto palazzo Muti."

(Giuseppe Vasi)

POSIZIONE DEL PORTICO DI VIPSANIA

"Nella regione VII, a destra e affatto presso alla via Lata, forse nelle vicinanze della piazza Sciarra al Corso, fu impiantato da Agrippa, senza dubbio per la stessa destinazione del Campus Martins, ed era circondato forse da passeggiate, certamente da portici, fra cui è specialmente ricordato quelle, che dal nome della sorella di Agrippa si disse Porticus Polae, e nel quale dovea esser collocata la carta del mondo da lui ordinata. (Die Cass. 55, 8. Mart. 1, 108, 3; 4, 18, 1. Gell. 14, 5, 1 cf. Tac. hist. 1, 31. Plin. nat. hist. 3, 17)"

(Dizionario Epigrafico di Antichità Romane - Ettore De Ruggiero - 1886)

Il campus si trovava all'incirca nell'area dell'odierna piazza S. Silvestro, con alberi, statue, siepi, piante e fontane, circondato da un grande porticato. Come informa Gellio, era la passeggiata preferita dei romani che si estendeva all'incirca dalla linea dell'Aqua Virgo a sud fino all'attuale via S. Claudio a nord, e dalla via Lata attraverso le pendici del Quirinale, mentre i suoi confini ad est sono incerti.

RICOSTRUZIONE SEPTA IULIA

IL PORTICUS COME LA SEPTA

Come costruzione il Porticus Vipsania somigliava alla Saepta posta sul lato esterno della via Lata, un po' più a sud, ma subì diverse modifiche più tardi, infatti parte dei resti risalgono al periodo dei Flavi. Durante il II sec. gli spazi tra le colonne, intercolumni, furono chiusi con muri di mattoni a vista. Nel IV secolo il suo nome fu corrotto in porticus Gypsiani.

In vari punti dell'area si sono rinvenuti parti delle arcate semicircolari, con pilastri in travertino e lesene, con capitelli dorici, una pavimentazione in travertino e colonne di cipollino con capitelli corinzi. Probabilmente si tratta dei resti scoperti durante la costruzione della Galleria Sciarra.

LA MAPPA DEL MONDO AL PORTICO DI VIPSANIA DOVEVA ESSERE 
SIMILE A QUESTA DI POMPONIO MELA DATATA AL 43 D.C. 


BIBLIO

- Platener e Ashby - Topographical Dictionary of Ancient Rome - 1929 -
- F. Coarelli et al. - Lexicon topographicum urbis Romae - Supplementum II. 2 - Gli scavi di Roma, 1922-1975 - Edizioni Quasar - Roma - 2006 -
- Elisabetta Carnabuci - Lexicon topographicum urbis Romae - Suppl. V - nuovi dati archeologici dagli appunti inediti di Giacomo Boni -  Edizioni Quasar - Roma - 2012 -
- Lexicon topographicum urbis Romae - Supplementum VII - scritti in onore di Lvcos Cozza - Edizioni Quasar - Roma - 2014 -



PORTICUS MAXIMAE


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PROBABILI RESTI DEL PORTICO

Si ritiene che i resti in foto, che si trovano in via del Banco di Santo Spirito a Roma, siano quelli del Porticus Maximae (′′ portici massimi ′′), un'arcata costruita a Roma nel VI secolo d.c.. Il portico è stato costruito lungo la strada che collegava il circo Flaminio al Ponte Elio, ora Ponte Sant'Angelo. Proprio come le colonne, sono state riutilizzate.

Le Porticus Maximae (i portici massimi) erano infatti un porticato di Roma antica ubicato nella IX regione augustea, la regius Circus Flaminius, ora non più esistente, che prese il nome dal circo Flaminio, che lì appunto sorgeva. Le Porticus Maximae furono costruite verso il 380 d.c..

Il nome dei portici risuona però nel nome della Chiesa di Sant'Ambrogio della Massima (de Maxima), per il fatto che tale chiesa si trovava nelle vicinanze dell'inizio dei porticati, ma pure nel Monasterium Sanctae Mariae de Maxima, fondato nel 353 nelle vicinanze della chiesa e pertanto dei portici.


Il sistema del portico, passaggio colonnato e coperto che costeggiava una via, si sviluppò soprattutto durante l'Impero, soprattutto nel principato di Augusto. Tutti i portici costruiti in questo periodo furono eretti nel Campo di Marte, eccetto il Portico di Livia sull'Esquilino. Naturalmente tutti i fori avevano poi i loro portici.

Vi sono anche citazioni del 1192 e del 1320 circa che riportano rispettivamente il nome del Monasterio Maximae e del Monasterium Sanctae Mariae de Maximae per i quali si veda: "Alberto Danti, Una lastra a rilievo altomedievale dal Monsatero di Sant'Ambrogio alla Massima, in: Bollettino dei Musei comunali di Roma. Nuova serie, Volume 6, L'Erma di Bretschneider, 1992 ".

Il portico fu costruito lungo la strada che collegava il circo Flaminio al Ponte Elio (Pons Aelius oggi ponte Sant'Angelo) e secondo alcuni si tratterebbe della Via Tecta. Le viae tectae erano dei lunghi deambulatori coperti, insomma dei portici.

Sin dall'età repubblicana uno degli assi principali della viabilità di Roma era la strada che in Campo Marzio correva da nord-ovest a sud-est, dal Terentum al Circo Flaminio e che si ritiene fosse conosciuta come Via Tecta, riportata poi per corruzione in età medievale come Via Recta.


Una attestazione dell'esistenza di questa via tecta è stata individuata da Rodriguez-Almeida, il grande archeologo spagnolo profondo conoscitore della Forma Urbis, nel frammento 252 che riporta due linee parallele che corrono lungo tutto il tratto di una strada, identificata come vicus Aesculapii; queste linee sono fiancheggiate ad intervalli regolari da semplici punti che probabilmente indicano colonne, elementi che la connotano come una via tecta.

Attraverso l'indicazione dei punti sono state individuate diverse Viae Tectae, come la via Tecta suddetta, ma secondo altri le Porticus Maximae riguarderebbero il tratto urbano della Via Trionfale il cui
percorso, tuttora riconoscibile, è quello che passa per via del Portico di Ottavia, via di S.Maria del Pianto, via dei Giubbonari, via dei Cappellari (poi il percorso è probabilmente coincidente con Corso Vittorio Emanuele II), giungendo infine al Ponte Sant'Angelo.

In Via dei Cappellari, nei pressi di Piazza Farnese, in Piazza del Pianto e in Via della Reginella sono stati rinvenuti frammenti di colonne di granito che potrebbero appartenere a questa struttura. Sono anche stati rinvenuti molte colonne e frammenti architettonici (capitelli in marmo) tra Corso Vittorio Emanuele II e le vie Sora e del Pellegrino.



L'ARCO DI GRAZIANO, VALENTINIANO E TEODOSIO

L'Arco di Graziano, Valentiniano e Teodosio, ricordato nelle fonti medioevali, che ne trascrivono l'iscrizione, fu eretto tra il 379 e il 383 presso l'attuale Ponte Sant'Angelo, come parte terminale delle Porticus Maximae, i portici che fiancheggiavano la via Trionfale, nella via che oggi corrisponderebbe alla via del Banco di Santo Spirito. 

L'arco sorgeva dunque sulla frequentatissima via di pellegrinaggio verso la Basilica di San Pietro e venne inglobato nel campanile della vicina chiesa dei Santi Celso e Giuliano, ma crollò all'epoca di papa Urbano V (1362-1370). 

I resti dell'opera dovettero scomparire con la sistemazione di uno slargo antistante Ponte Sant'Angelo, voluto da papa Niccolò V dopo la morte di 200 persone accalcate all'imbocco del ponte durante il Giubileo del 1450. Sicuramente ne vennero asportati i marmi, utilizzati secondo alcuni nella ricostruzione di San Pietro in Vaticano voluta da papa Giulio II nel 1503.


"Nell'eseguire il cavo per la fogna, che dalla via e piazza del Pianto si dirige verso la fronte dei portici d'Ottavia, si è incontrato, alla profondità di m. 3,10 un basamento di colonna in marmo, che poggiava sopra un letto di lastroni di travertino. 

Parte della colonna era tuttora al posto; ma talmente guasta e calcinata per incendio, che poco dopo scoperta andò tutta in frantumi. Era di granitello, ed aveva il diametro di m. 0,35. Alla distanza di m. 3,40 è tornato in luce un altro simile basamento; e nella medesima direzione e ad eguale distanza sono apparsi altri avanzi dei fondamenti che sostenevano il colonnato. 

Questo non spetta ai portici di Ottavia; ma assai probabilmente è parte di quel tratto delle Porticus maximae, che congiungeva i portici pompeiani con quelli di Filippo e di Ottavia. Tra il Teatro di Pompeo ed il Circo di Flaminio, si scopre dunque il Portico Maximæ, di cui si indovina il tetto blu di fianco al Teatro di Pompeo e che copre una buona parte della via pubblica."


BIBLIO

- Tito Livio - Ab Urbe condita libri -
-  Porticus Maximae . Samuel Ball Platner (completato e rivisto da Thomas Ashby) - A Topographical Dictionary of Ancient Rome . Oxford University Press - Londra - 1929 -
- Antonio Nibby - Roma antica di Fabiano Nardini - Stamperia De Romanis - Roma - 1818 -
- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - Arnoldo Mondadori Editore - Verona - 1984 -



PORTICO DI FILIPPO - PORTICUS PHILIPPI


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PLASTICO DEL PORTICO DI FILIPPO AL CENTRO

Il portico di Filippo (in latino: Porticus Philippi) era un portico collocato nella Regio IX Circus Flaminius. Di questo portico nulla è rimasto. Nel 29 a.c., Lucio Marcio Filippo, il patrigno di Augusto, restaurò il tempio di Ercole delle Muse e costruì attorno ad esso un quadriportico. È rappresentato sulla Forma Urbis Severiana (frammento 33). 

Le fonti riportano che vi si conservavano famose opere pittoriche e vi si trovavano numerose botteghe di parrucchieri. Questo quadriportico, situato lungo il lato NE del Circus Flaminius tra il Porticus Octaviae e la Petronia Amnis, racchiudeva il Tempio di Ercole Musarum (ad esempio, Plinio, NH 35.66: in Philippi porticibus; indice n. 31 a). 

M. Fulvius Nobilior potrebbe averlo costruito tra il 187 e il 179 a.c. (Eumen., Pan. 5.7.3; Coarelli 466-67), ma secondo Ovidio (Fast. 6.801-2) e Svetonio (Aug. 29.5), Lucius Marcius Philippus, che trionfò nel 34 o 33 a.c., restaurò il tempio di Hercules Musarum e costruì il portico intorno ad esso. 

Vicino al tempio si trovava il luogo di riunione formale del collegium poetarum (Val. Max. 3.7.11; Plinio, NH 34.19), che potrebbe essere stato istituito a Roma nel periodo in cui fu costruito il tempio (Coarelli 472, Tamm).



LUCIO MARCO FILIPPO

Filippo fu eletto console nel 56 a.c. e in seguito si legò alle fortune della famiglia di Cesare si che dopo la morte di Gaio Ottavio sposò Azia, figlia di Giulia, a sua volta sorella di Cesare. In questo modo Filippo divenne padre adottivo di Ottaviano, il futuro imperatore Augusto.

Nonostante la stretta relazione con Cesare, durante la guerra civile Filippo restò neutrale e quando il Senato nel 49 a.c. prese misure contro Cesare, restò a Roma, ma poi fu volutamente ignorato quando vennero assegnate le cariche delle province tra i membri più in vista del Senato. Era il minimo che gli potesse capitare.

Successivamente però, grazie alla proverbiale clemenza di Cesare, ottenne il permesso da Cesare stesso di astenersi dal conflitto e ciò gli permise di rimanersene indisturbato in Italia per tutto il periodo della guerra con Pompeo.

Anche se Filippo aveva mostrato una certa freddezza verso la causa cesariana, Cesare continuò a manifestargli la propria stima e amicizia, perchè da quell'uomo superiore che era valutava gli uomini non per quanto gli fossero favorevoli ma da dalle qualità del loro carattere.

Filippo, dopo l'assassinio di Cesare, cercò di dissuadere il giovane Ottaviano, suo figliastro, dall'accettarne l'eredità per paura che il suo figliastro potesse correre seri pericoli ma non aveva fatto conto dei sogni e delle ambizioni di Ottaviano.

PORTICO DI FILIPPO

FABIANO NARDINI

"Del Portico di Filippo fà mentione Plinio nel libro 35, più volte dicendo nel capitolo essere in quel Portico una Elena di Zeusi, un Libero, un Alessandro putto, un Hippolito d'Antifilo e nel capitolo II esservi la guerra Trojana dipinta in più tavole da Teodoro. 

Rufo e Vittore il pongono in questa Regione e da Martiale nell'epigramma 50 del quinto libro presso al Tempio d Ercole e si dimostra 'Vites censco Porticum Philippi Si te viderit Hercules peristi' et essendo in quell'epigramma concetto di Martiale che Labieno ancorchè vecchio sembrava fanciullo, forse l'Ercole custode era figurato in atto scacciante i ragazzi dalla folla del Circo. 

Et essendo quel Tempio presso all'Olmo il Portico, o se però gli era a lato, fu facilmente tra l'Olmo e la piazza de Cavalieri incontro all'altro d'Ottavio. Così tra il Circo Flaminio e il Teatro Pompejano si chiudeva all'intorno tutto lo spazio come Foro in cui forse la Curia di Pompeo rispondeva e decentemente tra quel Teatro e il Portico di Filippo."

(Roma Antica - Fabiano Nardini)

POSIZIONE DEL PORTICO

RIDOLFINO VENUTI CORTONESE

"Non è da tralasciarsi dopo veduti questi superbi avanzi di osservare altri su la sinistra della facciata della Chiesa di S Maria in Cacaberis che devono essere avanzi del portico di Filippo I moderni Scrittori lo suppongono il Portico di Gneo Ottavio.

Ma nel riportare un passo di Plinio dove si nota che il portico d'Ottavio aveva le Colonne con capitelli di bronzo smentisce la loro supposizione poiché le Colonne che in oggi rimangono del Portico hanno i capitelli dorici di travertino. Che poi un tal Portico sia di Filippo viene dimostrato dal Signor Piranesi nella sua Iconografia di Roma antica."

(Ridolfino Venuti Cortonese - 1803)



RODOLFO LANCIANI

PORTICVS PHILIPPI. "Restauro e ingrandimento del monastero di s. Ambrogio alla Massima. L'atto assai importante, relativo a questi lavori, si trova nel prot. di Ponziano de Ponziani a e. 63, A. S. Autonio Nibby cosi scriveva di questo edificio nel 1838. 
« Del portico di Filippo avanzi sopra terra non rimangono. Ma io che sono nato sulle sue rovine, e che vi ho abitato per ben quattro lustri, posso accertare che dentro le cantine di tutte le case comprese fra la piazza delle Tartarughe, il monastero di s. Ambrogio, etc. e qua e la dentro i muri delle case appariscono tali indizi, che se un giorno si sgombrasse il suolo e si demolissero i fabbricati, come si fece al Foro Traiano, si avrebbero risultati importanti per la topografia e per le arti ». (R. A. tomo II, p. 609). 
Il piedistallo di una delle muse di Ambraeia, portate in Roma da M. Fulvio Nobiliore in occasione del trionfo etolico dell'anno 565 (CIL. VI, 1307) fu scoperto l'anno 1868, quasi di fronte al portone maggiore del monistero di s. Ambrogio. Vedi de Rossi in Bull. Inst. 1869, p. 9."
(Rodolfo Lanciani)
RESTI DEL PORTICO DI FILIPPO (PIRANESI)

ANTONIO NIBBY

1520. PORTICVS PHILIPPI. Restauro e ingrandimento del monastero di s. Ambrogio alla Massima. Autonio Nibby cosi scriveva di questo edificio nel 1838. « Del portico di Filippo avanzi sopra terra non rimangono. Ma io che sono nato sulle sue rovine, e che vi ho abitato per ben quattro lustri, posso accertare che dentro le cantine di tutte le case comprese fra la piazza delle Tartarughe, il monastero di s. Ambrogio, etc. e qua e la dentro i muri delle case appariscono tali indizi, che se un giorno si sgombrasse il suolo e si demolissero i fabbricati, come si fece al Foro Traiano, si avrebbero risultati importanti per la topografia e per le arti » (R. A. tomo II, p. 609). 
(Antonio Nibby)



IL PORTICUS

Nell'immagine qui sotto possiamo osservare il prospetto del tempio di Ercole, anzi l'Aedes Herculis Musarum, con la sua esedra, la sua cella, il suo recinto e la sua ara, circondata dal Porticus Philippi.

L'Aedes Herculis Musarum era un tempio dedicato a Ercole e alle Muse, ovvero ad Ercole difensore delle Muse, eretto da Marco Fulvio Nobiliore dopo la conquista di Ambracia contro Pirro nel 189 a.c., a seguito, si ritiene, della celebrazione del suo trionfo nel 187 a.c..

Secondo le antiche fonti Fulvio Nobiliore dedicò questo tempio in quanto aveva appreso in Grecia che Ercole era un difensore delle muse (musagete), ma più ragionevolmente che volesse ingraziarsi Ercole e pure le Muse, a cui aveva derubato i tesori nei templi, durante il saccheggio della città.

In questo novello tempio romano infatti Fulvio Nobiliore pose una copia dei Fasti, con annotazioni supplementari, e le statue delle nove Muse, opera di ignoto, e di Ercole che suona la lira, che aveva preso ad Ambracia. Desiderando evitare la collera di Ercole e delle Muse per aver violato la città che essi proteggevano, credette bene di trasferirle ed offrire loro una città ben più degna e una sede templare più degna.

SEZIONI DEL PORTICO

Per impreziosire il nuovo tempio vi venne collocato anche un sacello bronzeo dedicato alle Muse, che risaliva addirittura all'epoca di Numa Pompilio e che era stato conservato fino ad allora nel tempio di Onore e Virtù. Evidentemente il senato approvò, altrimenti il trasferimento non sarebbe stato ammesso. Anzi fece rappresentare sul denario coniato da Quinto Pomponio Musa attorno al 64 a.c.
la statua di Ercole e quelle delle nove Muse.

Come già scritto, nel 29 a.c., il console Lucio Marcio Filippo fece costruire il portico attorno al tempio, e cioè il Porticus Philippi, dopo aver fatto accuratamente restaurare il tempio di Ercole, ridedicandolo al 30 giugno. 

La forma prevalentemente utilizzata del nome del tempio era Herculis Musarum aedes, ma Servio e Plutarco utilizzano la forma Herculis et Musarum. Il portico, situato nella Regio IX Circus Flaminius occupava la parte del Campo Marzio a ovest della Via Lata, nella parte nord occidentale di Roma.

L'autore del Portico fu dunque Lucius Marcius Philippus, della gens Marcia, console nel 56 a.c. con Gneo Cornelio Lentulo Marcellino e sposo di Azia, figlia di Giulia, colei che fu testimone e accusatrice, nel caso del sacrilegio di Publio Clodio Pulcro nel 62 a.c.

Comunque fu lui, nel 29 a.c., a restaurare il tempio di Ercole delle Muse, detto "Herculis Musarum aedes"e costruì attorno ad esso un quadriportico che è rappresentato sulla Forma Urbis Severiana (frammento 33). 

Nell'immagine qui sotto riportata, la presupposta chiesa di Santa Maria in Cacaberis, posta appunto in Via dei Calderari, che trae la sua denominazione dai caccabarii, cioè dai ‘calderari’ che numerosi svolgevano la loro attività nella zona. Le due colonne, indubbiamente romane, apparterrebbero al Portico di Filippo, e in effetti sono doriche e in travertino, come fa notare il Ridolfino.

PRESUPPOSTA EX CHIESA S MARIA IN CACABERIS 

LA FORMA URBIS

Un frammento della pianta marmorea severiana (Rodríguez Almeida, Forma) raffigura una parte del recinto; la sua facciata Sud è una diretta continuazione del muro Sud del Porticus Octaviae. Il perimetro esterno del porticus potrebbe essere stato costituito da un muro con una sola fila di colonne, dal momento che Castagnoli (1983, 99) interpreta la seconda fila di punti sulla pianta marmorea severiana come alberi (contrariamente a Richardson 359, che avanza la teoria di un doppio colonnato). 

Sembra inoltre che, a differenza della Porticus Octaviae, il tempio fosse completamente chiuso dal colonnato e privo di un ingresso monumentale (Viscogliosi 146). All'interno del portico è raffigurato:
- un podio orientato a Sud (circa 48 x 21 m, H. 3,5 m; Coarelli 476) con un'esedra (diam. 11 m) sul lato nord. 
- Sui lati lunghi del podio sono raffigurate 12 nicchie (largh. 3,5 m), forse per la collocazione dei fasti (Macrob., Sat. 1.12.16; Coarelli 480-82). 
- Sulla sommità del podio sono rappresentate due strutture circolari, identificate rispettivamente come il tempio e l'altare di Hercules Musarum. 
- A nord del podio si trova una fila di 9 basi rettangolari, forse per le statue delle Muse (Coarelli 483), poiché a un certo punto l'edicola delle *Camene fu spostata dal tempio di *Honos e Virtus all'aedes Herculis et Musarum (Servio, ad Aen. 1.8).

Se tale identificazione corrisponde alla realtà, allora l'esedra sul retro del podio deve essere l'auditorium dove si riuniva il collegium poetarum (Coarelli 483-84). Le strutture pubbliche, forse i servizi igienici, appartenenti al Teatro di Balbus potevano trovarsi a N del portico (Coarelli 475).

La pianta marmorea severiana deve aver raffigurato l'impianto originario del portico, poiché corrisponde ai resti frammentari delle sue mura in cappellaccio di tufo della prima età repubblicana (Castagnoli 1983, 100; Gianfrotta). Il dislivello (circa 3 m) tra la porticus e l'area circostante era probabilmente voluto e finalizzato a evitare danni da inondazione (come nella *Porticus Octaviae e nel Tempio di *Apollo Sosianus; Castagnoli 1983, 100).

PIANTA DEL PORTICO

LE OPERE PITTORICHE

Le fonti riportano che nel portico di Filippo si conservavano famose opere pittoriche e vi si trovavano numerose botteghe di parrucchiere. Fra le opere vengono citate:
Elena di Zeusi, sicuramente una copia del grande pittore greco Zeusi, vissuto nel V - IV secolo a.c. del quale Plinio racconta nella sua Storia Naturale, la novella secondo la quale volendo egli raffigurare Elena di Troia, talmente era famoso per la sua bravura, che avrebbe indotto le cinque più belle vergini della città (Crotone o Agrigento nelle fonti) a permettere ch'egli copiasse di ciascuna ciò che aveva di più bello.
- Libero, ovvero un'immagine di Liber, un antico Dio italico della fecondità, del vino e della sfrenatezza, molto simile a Dioniso.
un Alessandro putto, cioè una pittura di Alessandro Magno da bambino.
un Hippolito d'Antifilo; Antifilo, pittore egizio è giudicato da Quintiliano fra i sette più eccellenti pittori del tempo di Alessandro Magno, con una grande facilità nel dipingere (Inst. Orat., XII, 10, 6), sia quadri grandi che piccoli, e sia a tempera che ad encausto (Plinio, Nat. Hist., XXXV, 114); dipinse Ippolito spaventato da un toro uscito dal mare. Evidentemente era una copia romana.
- diverse immagini della guerra troiana.



BIBLIO

- Samuel Ball Platner - Porticus Philippi- A Topographical Dictionary of Ancient Rome - Oxford University Press - 1929 -
- Fabiano Nardini - Roma Antica - Stamperia Lorenzo Capponi - Palazzo di Firenze Firenze - 1771 -
- Ridolfino Venuti Cortonese - Accurata, e succinta descrizione topografica delle antichità di Roma - 1763 -
- Svetonio - Vitae cesaris - Augustus - 29 -
- Appiano di Alessandria - Storia romana - 
- Plinio il Vecchio - Naturalis Historia -XXXV -
- Gaio Giulio Cesare - De bello civili -
- Cicerone - Epistulae ad Atticum - IX -



PORTICUS MARGARITARIA


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RICOSTRUZIONE DEL PORTICUS MARGARITARIA
La Porticus Margaritaria (dal latino "margarita", perla) era un complesso di edifici commerciali deputati soprattutto alla vendita dei gioielli. Questo edificio è citato solo dai cataloghi regionari (Curiosum urbis Romae regionum XIIII e Notitia urbis Romae), che lo collocavano nella ottava Regio della città, quindi nel Foro Romano.

IN ROSA IL PORTICUS VICINO AL COMPLESSO DELLE
VESTALI AL FORO ROMANO (clicca per ingrandire)
Fu nel 64 che le pendici del Palatino divennero zona commerciale, in quanto l'imperatore Vespasiano vi fece costruire il deposito delle merci imperiali, l' Horrea Vespasiani, atte cioè ad accogliere ciò che l'imperatore stesso ordinava dalle varie parti dell'impero.

In seguito Domiziano ritenendo poco utili quei magazzini, li trasformò in un centro commerciale, fornito, come si usava, di file di negozi disposti sui due piani, il cui piano superiore era addetto all'abitazione del commerciante che operava nel locale sottostante. Insomma casa e negozio, una soluzione che sarebbe comoda anche oggi.

Numerose botteghe erano collocate lungo i portici esterni, deputati al commercio di gioielli a cui erano preposti i gioiellieri e i margaritarii, cioè i venditori di perle.


Numerose iscrizioni, tutte dell'inizio dell'età imperiale, ricordano i gioiellieri e i margaritarii che avevano le loro botteghe "de Sacra via"; perciò si ritiene che la Porticus Margaritaria fosse collocata sulla Via Sacra, probabilmente tra questa e la Via Nova, ad Est dell'Atrium Vestae, dove sono state rinvenute fondazioni dell'età di Nerone pertinenti ad un portico di accesso al vestibolo della Domus Aurea, trasformato successivamente in horreum tramite l'inserimento di tramezzi in laterizio.

I magazzini, gli horrea Vespasiani, furono infatti edificati sul preesistente edificio neroniano, oggi ne restano purtroppo poche strutture murarie, fortemente danneggiate dal fatto che su di esse furono realizzate le strutture di sostegno degli Orti Farnesiani, strutture murarie che si presentano con scarse relazioni tra di loro e che solo in alcuni punti si conservano in alzato per alcuni metri.

HORREA VESPASIANI E PORTICUS MARGARITARIA
Sebbene la parte principale dell'edificio neroniano fosse stata convertita in horrea, Rodolfo Lanciani riteneva che proprio quella fosse divenuta, almeno in parte e in epoca più tarda, la Porticus Margaritaria. Le opinioni degli studiosi però sono discordanti Christian Hülsen invece concordava con Giordane (storico bizantino di lingua latina del VI secolo), che poneva il portico ai margini della Regio VIII, tra il foro Boario e il foro Olitorio, il mercato di frutta e verdura alle pendici del Campidoglio.
Secondo alcuni autori moderni, tra cui Silvio Panciera (1970) il portico doveva trovarsi presso il Velabro.
"Atrio Caci: elencati in regionary cataloghi locati prima della Porticus Margaritaria (Curiosum) e il Vucus lugarius et Unguentarius, Graecostadium e Porticus Margaritaria (Notitia), potrebbe indicare un luogo vicino alla Porta Carmentalis."
(L. Richadson - A New topographical dictionary of ancient Roma)


La collocazione della Porticus Margaritaria sulla Via Sacra è testimoniata dalla presenza nell'area degli horrea piperataria, i magazzini del pepe", un edificio posto nei pressi del Foro Romano, al di
sotto dell'attuale basilica di Massenzio.
Gli horrea piperataria, ubicati a nord della via Sacra e costruiti da Domiziano, vennero infatti distrutti in seguito dall'edificazione della basilica di Massenzio, in cui erano commercializzati altri generi d'importazione provenienti da Arabia ed Egitto ed estremamente costosi: pepe e altre spezie. 
Altri collocavano l'ubicazione del portico nel Velabro, per cui nel 2002 Papi cita due iscrizioni che sembrano far riferimento alla presenza di margaritarii nel Velabro, ma queste iscrizioni sono di lettura poco chiara.
In realtà sul Vicus Tuscus, che correva lungo il fianco occidentale del colle Palatino, si affacciavano ad est i magazzini per derrate detti Horrea Agrippina, e ad ovest, verso il Campidoglio, la porticus Margaritaria, dove, dopo il 64 d.c., si erano trasferiti i gioiellieri della via Sacra.

AFRODITE CON COLLANA E ORECCHINI DI PERLE
La ragione per cui i gioiellieri si chiamassero spesso Margaritarii derivava dal fatto che le perle (margheritae) erano letteralmente adorate dai romani.

Le donne le ponevano nelle collane dalle ornate chiusure d'oro o d'argento, o sugli orecchini, o nei pendenti, o alle caviglie, o sulle sofisticate borse di cuoio, leggere e ricamate, o cucite sulle vesti, o sui vali, o sui diademi, o in fili d'oro che intrecciavano ai capelli. 

Insomma la perla, con riflessi dorati o bianchissima, o rosata, soprattutto barocca in quanto non era coltivata e quindi piuttosto irregolare, proveniente soprattutto dalla costiera campana. Ma non erano disprezzate neppure le perle di fiume, anche se più piccole e irregolari, era il gioiello più amato, usato e abusato dalla donna romana.


BIBLIO

- Curiosum - Regio VIII Forum Romanum Magnum, porticum margaritarium -
- Notitia - Regio VIII Forum Romanum vel Magnum, porticum margaritarium -
- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - Arnoldo Mondadori Editore - Verona - 1984 -
- Dionigi di Alicarnasso - Antichità romane, III - volgarizzate da M. Mastrofini - Milano - 1823 -
- Luigi Canina - Indicazione topografica di Roma antica - 1831 -





PORTICUS DIVORUM


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La Porticus Divorum era un'area sacra di Roma che si ergeva in Campo Marzio, nella zona a sud est dell’Iseo, dall'attuale Piazza Grazioli alla via di San Marco (all'incirca in corrispondenza di Palazzo Venezia), dove sorgeva la Villa Pubblica. Essa constava dei portici e di due piccoli templi che si fronteggiavano: il tempio del divo Tito e un tempio sicuramente dedicato al divo Vespasiano.

A sinistra c'era l'entrata da nord mediante un triplo grande arco trionfale di cui un angolo si addossava contro uno dei muri del portico. Il Porticus occupava l’area attuale compresa tra piazza Grazioli e Piazza del Gesù. Il Porticus sorse in parte sulla Villa Publica dove le fonti ricordano il pernottamento dei trionfatori la notte precedente la celebrazione del trionfo e dove sostarono i due imperatori Vespasiani prima della cerimonia trionfale per la conquista della Giudea nel 71 d.c..

Trattavasi di una vasta piazza rettangolare allungata chiusa da un muro ininterrotto, che sorgeva lungo la Via Lata, tra i Saepta Iulia e le terme di Agrippa. Al suo interno si ergeva un portico colonnato rialzato addossato su tre lati, mentre il lato settentrionale era occupato dall’accesso principale monumentalizzato dal grande arco a tre fornici, e sempre su questo lato sorgevano i due templi pressoché identici, ambedue con una sola fila di 4 colonne posta di fronte alla cella, del divo Tito e del divo Vespasiano, posti l'uno di fronte all'altro.

Il portico, descritto in undici frammenti della Forma Urbis marmorea di età severiana, invece contava oltre trenta colonne sul lato lungo e sedici sul lato corto. Includeva anche un altare e un boschetto a fianco degli altari. Esso misurava 194 m x 77 metri, ed era chiamato Templum Divorum o, più comunemente, solo Divorum.

Stuart Jones (Quarterly Review, Oct. 1925, 393) ritiene che il rilievo del Suovetaurilia posto a Louvre (Companion pl. 50) derivasse dal Portico, così come il Bufalini nei suoi disegni  'Colonato antiqui' ne attribuisce  le colonne della Chiesa di S. Stefano del Cacco al suddetto Portico.

Questo venne fatto edificare da Domiziano (51-96), come testimonia Eutropio (ma anche Eusebio ne parla):
« Romae quoque multa opera fecit, in his Capitolium et Forum Transitorium, Divorum Porticus, Isium ac Serapium et Stadium. »
« Realizzò molte opere anche a Roma, tra queste il Capitolium e il Foro Transitorio, il Portico dei Divi, l'Iseo e il Serapeo e lo stadio. »
(Eutropio, Breviarium Historiae Romanae, VII, 23)

L'ORGANIZZAZIONE ARCHITETTONICA DOVEVA ESSERE MOLTO SIMILE
A QUELLA DELL'ISEO CAMPENSE SOPRA RIPRODOTTO

Secondo altre fonti il Porticus venne iniziato da Tito in onore di suo padre dopo la sua morte ma non potè vederne la fine perchè morì a sua volta. Così Domiziano lo fece terminare determinandone anche ampliamenti e abbellimenti.

Infatti in connessione con il Porticus Divorum Domiziano vi fece edificare contemporaneamente il tempio di Minerva Chalcidica, locata presso la chiesa di S. Marta in Piazza del Collegio Romano. Secondo alcuni la notizia è errata, perchè il Tempio della Minerva si ergeva di fronte al colonnato.

L'appellativo di Chalcidica (custode) si riferisce alla sua posizione all'ingresso del Divorum. Non ne è stata trovata nessuna traccia, ma dalla Forma Urbis severiana appare con pianta circolare, forse una cella tonda circondata da colonne, su una base quadrata con gradini su tutti e quattro i lati. Il ricordo di questo tempio rimane nel nome moderno dato alla vicina chiesa di S. Maria sopra Minerva.


Dopo il IV secolo, il portico non è più citato, ma se ne conservò il nome come "Diburi" o "Diburo" (da Divorum) in parecchi documenti medioevali relativi al monastero di San Ciriaco in Camilliano.

L’edificio è oggi quasi completamente scomparso, fatta eccezione per pochi resti murari rinvenuti tra la fine dell’Ottocento e i decenni iniziali del Novecento: si tratta di un tratto di muro in via Santo Stefano del Cacco, un tratto del colonnato orientale sotto palazzo Grazioli e un breve tratto del muro di delimitazione orientale in via del Plebiscito.

Si ritiene che il rilievo di cui sopra, che è conservato oggi al Palazzo della Cancelleria, provenga dal Portico Divorum. Nel rilievo si nota l'imperatore Vespasiano, preceduto da Minerva e Marte, che cammina accompagnato dalla Dea Roma, insieme al Genio del Senato con la cetra e il Genio del Popolo Romano con la cornucopia. 

In un altro rilievo, sempre in Palazzo della Cancelleria, è rappresentata l'entrata a Roma dell'imperatore Vespasiano, ricevuto da un giovane uomo in tunica, forse il figlio Domiziano. Nella scena sono presenti il Genio del Senato e il Genio del Popolo Romano, nonchè le vergini Vestali e la Dea Roma. Anche questo rilievo si suppone appartenente al Porticus Divorum.


BIBLIO

- Eutropio - Breviarium Historiae Romanae - VII -
- L. Richardson jr. - A New Topographical Dictionary of Ancient Rome - JHU Press - 1992 -
- Stuart Jones - Quarterly Review - Journal of Roman Studies, XXVI (1937) e XXXV (1945) -
- Famiano Nardini - Roma antica - ed. 1666 -
- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - Arnoldo Mondadori Editore - Verona - 1984 -





ATRIUM MINERVAE


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MINERVA CHALCIDICA

L'Atrium Minervae, posto nella piazza del Foro Romano, ospitava una colossale statua di Minerva, fatta copiare poi da Domiziano per ornare la grande fontana posta dinanzi al tempio Divorum. La statua è famosa per essere stata replicata sulle monete di congiario da Nerone fino ad Adriano.

Il "congiarium" era la regalia statale in monete che sostituì le precedenti regalie in grano e olio per aiutare i cittadini poveri. Roma funzionava così, esisteva un censimento dei cittadini e dei beni e chi non possedeva beni aveva diritto a un reddito di sopravvivenza.

Nel gruppo ritrovato negli scavi del Comizio, della Curia, e del Calcidico venne rinvenuto il piedistallo del " simulacrum Minerbae abolendo incendio tumultus civilis igni tecto cadente confractum " CIL. VI, 52.3; di cui il testo integrale è:

Simulacrum Minerbae
abolendo incendio
tumultus civilis igni
tecto cadente confractum
Anicius Acilius Aginatius
Faustus v(ir) c(larissimus) et inl(ustris) praef(ectus) urbi
vic(e) sac(ra) iud(icans) in melius
integro proviso pro
beatitudine temporis restituit.

Cioè: "La statua di Minerva, rotta nel crollo del tetto che fu distrutto dal fuoco durante un conflitto civile, fu restaurata al meglio delle sue condizioni e della sua interezza da Anicio Acilio Aginazio Fausto, di chiarissimo ed illustre rango, prefetto urbano e giudice al posto dell'imperatore, per la felicità dei nostri tempi."


E' descritto da Ligorio come ' stile decadente ' pertinente pertanto al tempo di Diocleziano (Lanciani, p. 213).  L'iscrizione si riferisce alla distruzione dell'atrio Minervae e la sua statua da un incendio durante un conflitto civile. I riferimenti alle catastrofi e incidenti non erano comuni nei primi mesi dell'epigrafia imperiale, ma divenne frequente nel tardo impero (Alföldy 2001). 






L'ATHENAION

Pirro Ligorio ricordò la sua scoperta durante gli scavi sotto la chiesa di  S. Adriano nel Foro Romano, l'antica Curia, nel 1550-1 (Lanciani 1990, 213). Anche se il ricordo di Ligorio su questi scavi contiene alcuni errori, la statua era certamente quella di Minerva che dava il nome all'Atrium Minervae. Questa struttura, detta pure chalcidicum (o athenaion), venne dedicata da Augustus al tempo della ricostruzione del senato come una struttura aggiunta di fronte al portico.
Anicio Acilio Aginazio Fausto (Anicius Acilius Aginatius Faustus) discendeva per parte di madre dalla potente gens degli Anicii. Un frammento di marmo posto sul Colosseo ricorda il suo nome come '[A]nicius Acilius Acinat[ius Faustus]', il cui padre dovette essere il console del 444, Cecina Decio Acinazio Fausto (Caecina Decius Acinatius Faustus). Fausto figlio  fu invece console nel 483, ma la data della sua prefettura urbana non è registrata da nessuna parte. Dal momento che il suo consolato non è menzionato in questa iscrizione del "terminus ante quem" dovrebbe essere del 482.

Il "terminus post quem" significa "la data dopo la quale" per indicare la datazione approssimata di un evento, e l'unico conflitto civile di Roma che si adatta con la carriera di Faustus, e che si concilia con la data, è quello tra le truppe di Augusto d'Occidente, Antemio e Ricimero, nel 472. Subito dopo il conflitto l'atrio Minervae venne distrutto con la statua della Dea.

NERVA TRA MINERVA E ROMA
Il restauro della statua di Minerva e il suo atrio dimostrano la cura per le strutture dell'Urbe, specialmente quelle connesse all'aristocrazia senatoriale. Faustus era cristiano, ma la restaurazione di Minerva era importantissima per i senatori, molto attaccati alle antiche tradizioni dell'ordine senatorio.

Vissuta fino alla fine del mondo antico, la costruzione di Ottaviano consisteva in un portico adiacente alla Curia, e conteneva questa statua di Minerva, che aveva un rilievo particolare nella restaurazione augustea del clima sociale, politico, morale e religioso romano. 

Infatti volle ripristinare il simulacro della Dea su colonna andata distrutta nel corso dei rifacimenti sillani e cesariani di Curia e Comizio, che sappiamo venne riprodotta da una moneta dell'82 di L. Marcius Censorius con il Marsia e da identificare con la colonna Maenia.

La Columna Maenia che si trovava nella zona del Comizio, poco distante dal Carcere Mamertino, dove oggi passa la via che fiancheggia l'arco di Settimio Severo venne citata da Cicerone come luogo "presso la quale i debitori erano perseguiti dai creditori", si trovava davanti al tribunale del pretore ed ai Rostra dove si affiggevano le proscriptiones.

La statua andò probabilmente distrutta con la creazione del Foro di Cesare. Ne è stata ritrovata una parte del basamento a ovest della Curia Hostilia, davanti alle Scalae Gemoniae, ma non vi è certezza si tratti della statua della Minerva Chalcidica.
Comunque le due statue, quella di Marsia, sfuggita alle distruzioni della fine della repubblica, e conservata religiosamente in epoca imperiale, e quella di Minerva, erano state dedicate presso il Comizio se non nel Comizio stesso, tra il 318 e il 295 a.c., per le celebrazioni sacre, l'una dei Liberalia del 17 marzo, e l'altra delle Quinquatrus del 19 marzo.

Le due feste non si svolgevano in santuari preposti, ma venivano celebrate in successione nell'ambito del Foro, aventi tra l'altro la funzione di presentare dei nuovi cittadini alla comunità.
La concessione dei congiaria che celebravano i "tirocinii" dei nuovi cittadini, nonchè l'apertura dei testamenti, i documenti che comprovavano la continuità dell'aristocrazia, si svolgevano lì nel Foro proprio perchè lì era stata formata in antico la prima società civile romana.

Tutto ciò dimostra quanto antica fosse questa istituzione che tendeva a formare e a unire una comunità primitiva, provvedendo al suo sostentamento, nonchè ad integrare i nuovi arrivati in quanto più si era e meglio ci si difendeva dai confinanti, perchè all'epoca funzionava così, o si invadeva o si era invasi "Si vis pacem para bellum" (Se vuoi la pace prepara la guerra).
Inoltre poneva le basi per la comunità. I nuovi cittadini venivano presentati al pubblico coi loro nomi, famiglie, provenienza e mestieri. Era il primo tentativo di integrazione.

Il ripristino di Ottaviano fu appunto in questa direzione, lui volle ripristinare i valori e le usanze antiche per rafforzare la coesione nel suo impero. Volle così riunificare la Curia, strumento aristocratico, con l'Atrium Minervae, strumento del popolo, in quanto luogo di elargizioni ovvero delle congiaria, che insieme significavano la ritrovata libertà "Restitutio Libertatis" dopo i tempi bui delle guerre civili. 


CURIA IULIA E COMITIUM



IL CHALCIDICUM

Il portico trae nome dalla città di Chalcis (Festus, s.v.), perchè qui vi vennero impiegati per la prima volta, oppure furono impiegati in grande quantità.

Essi vennero aggiunti a singoli edifici, in genere pubblici, non come un ornamento della facciata, ma come rifugio delle persone in attesa che arrivi il loro turno per essere ammessi all'interno.

Insomma riparava dal sole e dalla pioggia, e in più era luogo di incontro e di affari.
Vennero adoperati anche per i palazzi dei re e dei grandi personaggi, per basiliche, tribunali, luoghi di commercio, per ospitare il cibo in vendita nell'attesa; per la curia, e per gli schiavi che stavano aspettando i loro padroni.

Servivano come asilo anche alla folla attratta da questi luoghi sia per curiosità che per lavoro.

Augusto non solo restaurò la Curia Julia, ma vi aggiunse il Chalcidicum sul lato destro.
Bartoli ritiene che qui vi fossero gli uffici e gli archivi per la scrittura e la conservazione dei Decreti del Senato comprese le registrazioni del licenziamento con onore dei legionari, anche se è difficile stabilirne l'uso più antico.

Domiziano restaurò le curia nel 94 d.c., parzialmente danneggiata dall'incendio di Nerone nel 66 d.c. per l'occasione Domiziano dedicò il Chalcidicum alla sua Dea protettrice Minerva, dal cui nome si fregia l'Atrium Minervae circondato da un colonnato. L'atrio era ancora visibile nel XVI sec. fino a Sisto V (1585-1590).

Fino alla 230 d.c, Dio. cita il Chalcidicum e la Curia Julia insieme, ma non parla del Secretarium Senatus. Ciò suggerisce che i primi due edifici erano legati insieme ma il secretarium non era stato ancora costruito.



MINERVA CHALCIDICA

Completava il tutto il Chalcidicum, cioè un portico aperto su una piazza dove troneggiava una statua issata su una colonna, dedicato alla Minerva Chalcidica. Un edificio unito alla Curia con un colonnato, sotto cui si aprivano uffici e botteghe, in parte conservato, aperto sul Foro, ma probabilmente aperto anche sul Foro di Cesare. Il Chalcidicum Augusti, visto che Augusto se l'era intestato, doveva essere il luogo delle Liberalitates.

Il culto di Minerva nella religione romana ebbe un carattere molto sociale, come inventrice delle arti e dei mestieri, ma anche protettrice dell'ingegno umano. Mentre Marte era il Dio dei soldati, Minerva era la Dea dei generali dell'esercito, che guidavano i soldati non con la foga ma con la strategia e l'intelligenza.

CURIA IULIA
Questa intelligenza la fece patrona delle arti e degli artigiani, per questo le venne riservata una festa il quinto giorno dopo le idi di marzo, detto perciò Quinquatrus, che acquistò maggiore importanza con la durata di cinque giorni per lo sviluppo crescente dell'artigianato nonchè delle professioni, come l'avvocatura, la medicina e l'insegnamento scolastico.

Il tempio dell'Aventino costituiva infatti la sede del Collegium scribarum histrionumque fin dal 207 a.c. (Festo, 333). Il giorno della dedicazione era il 19 marzo, corrispondente alla festa dei Collegia artificum, i Quinquatrus.

In quanto all'aspetto della statua il Castagnoli ritiene che la rappresentazione di Minerva che si vede in uno dei rilievi della Cancelleria, pure di età domizianea, in base al confronto con una moneta di Domiziano potrebbe essere del tipo della M.Chalcidica.


 
MINERVAL MUNUS

In questo giorno anche le scuole facevano festa e gli scolari offrivano ai maestri un dono detto Minerval o Minervale munus. Era infatti anche una festa dei maestri, e gli scolari offrivano un dono che non aveva a che fare col pagamento della loro professione, ma piuttosto un riconoscimento della loro qualità. 

Da Munus, il sostantivo, e Munere, il verbo si distinguono due significati in italiano che però in latino era il medesimo, cioè il dono e il dovere. Munus era infatti la conclusione del dovere ottemperato, cioè il dono conseguente. Remunerare significa il realtà pagare di nuovo, però nel linguaggio corrente è un solo pagamento, che riguarda un corrispettivo di lavoro. 

Come dire che il dovere o il lavoro giustamente compiuto è compenso a se stessi e pure da parte degli altri. Ma c'era in questo un significato più profondo, e cioè che  viene riconosciuto e pagato chi compie il proprio lavoro in modo minervale, cioè con l'intelligenza.

L'ingegno era l'arte minervale per eccellenza. Senza arte minervale, soprattutto i generali, non potevano difendere l'impero romano e l'imperatore non poteva guidarlo. Per questo gli imperatori erano molto devoti a Minerva.

Un altro giorno di festa si aggiunse col nome di Quinquatrus minusculae il 13 giugno, nel quale i tibicines, i flautisti addetti al culto pubblico, celebravano con un banchetto nel tempio di Giove Capitolino la festa della loro associazione, con una mascherata per le vie della città, e con una riunione nel tempio di Minerva sull'Aventino, il cui dies natalis era commemorato il 19 giugno.


BIBLIO

- Tito Livio - Ab Urbe condita -
- Gaio Svetonio Tranquillo - De vita Caesarum -
- Mario Torelli - Archiv für Religionsgeschichte - Volume VI -1-Atrium Minervae - Simbologia di un monumento e cerimonialità del congiarium - Perugia - 2010 -
- Mario Torelli - Chalcidicum, forma e semantica di un tipo di edificio antico - Ostraka - 2003 -


VILLA PUBLICA


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LE ORIGINI

“Saepta” può essere tradotto come “recinto” infatti il sito era chiamato anche “Ovile” il cui nome richiama la pastorizia e dà il senso della gestione del gregge. I colonnati che cingevano l'area avrebbero dato l'idea di un grande recinto, forse diviso da corde e tavole in varie sezioni, e forse visto che i gladiatori si preparavano qui, i tramezzi dovettero poi diventare permanenti e in muratura.

La stima dei beni di ciascuno si faceva infatti in un edificio accanto ai Septa, chiamato Villa, un'azienda agricola con un parco per le pecore. Prima avveniva il censimento poi la lustratio, cioè la benedizione e la purificazione dei greggi, che avveniva nella festa di Pales.

LA VILLA PUBLICA (al centro)
Il censo dei cittadini dipendeva dalla loro ricchezza, che a sua volta dipendeva dal numero delle pecore possedute, non a caso il termine denaro in latino era pecunia, da pecus, cioè pecora.

Pales o Pale era una antica divinità rurale, protettrice degli allevatori e del bestiame, venerata come "montana", in quanto foriera di pascoli abbondanti sulle alture, e "pastoria", per il mestiere dei suoi devoti, insieme a Giunone stornava infezioni e assalti di animali feroci dal bestiame grosso e minuto; secondo Tibullo, i fedeli collocavano sotto gli alberi la sua immagine scolpita nel legno.

Il 21 aprile era celebrata in suo onore la festa di purificazione delle greggi, i Palilia, o Parilia, e il 28 Aprile quella della Dea Flora. Il fatto che la Villa Publica fosse legata a due antiche Dee della vegetazione e dei greggi fa comprendere come la vita primitiva di Roma fosse eminentemente pastorale e come a questa ricchezza fosse legato il censo dei cittadini.

La Villa Publica successivamente non si occupò più di persone con pecore ma di persone con o senza beni, che fossero terreni o case. Funzionava, insieme al Diribitorium, da dependance dei Septa, e la sua origine coincide con l'origine della censura, ordinata pochi anni dopo la costituzione di questa specifica magistratura dei censori, e Tito Livio narra che venne usata per la prima volta per il census populi, il censimento della popolazione.

Il primo censimento però risale a tempi molto remoti, cioè a Servio Tulliio, che però regnò fino al 539 a.c., mentre la Villa Publica venne fondata nel 435 a.c., evidentemente Livio intendeva la prima volta che il censimento avveniva nella Villa Publica.

RAPPRESENTAZIONE DELLA VILLA PUBLICA SU UN DENARIO


Evidentemente l'edificio primitivo che accoglieva cittadini e pecore venne sostituito da una costruzione di pregio, e fu l'unico edificio pubblico del Campo Marzio, a quanto narra Livio, costruito poco prima della fine della monarchia, esattamente nel 435 a.c., poi restaurata e ingrandita nel 194, e probabilmente di nuovo nel 59 a.c. da Gaius Fonteius Capito, console in quell'anno.

Della Villa Publica (cioè ‘Casa del popolo’) non esistono rimanenze archeologiche, ma sappiamo bene della sua lontana esistenza anche perchè effigiata nei denarii d'argento, e perchè fu un edificio molto caratteristico dei Campo Marzio.

Il suo uso era quello di ospitare ambasciatori e generali stranieri, per servire come sede per i funzionari dello Stato. Negli scritti di numerosi storici antichi, incluso Livio nel libro 88 della Periochae, si dice che nel 82 a.c., 4000 prigionieri che si erano arresi nella battaglia di Porta Collina furono contenuti nella Villa Publica dal generale romano Silla e macellati a suo comando.
 

LA DESCRIZIONE

La Villa venne rappresentata su una moneta di Fonteius (Babelon, Fonteia) come un recinto murario, entro cui vi era una piazza con un edificio a due piani, di cui quello inferiore si apriva all'esterno con una fila di archi. Era di grande bellezza, come testimonia Varrone, adornata di pitture e statue.

Poichè la Villa è rappresentata sui frammenti della Forma Urbis Severiana, significa che esisteva nel II sec. d.c., ma molto ridotta nelle dimensioni e tenuta in conto unicamente come monumento antico.
Al suo interno c'era un tempietto dedicato alla Dea Flora, che veniva celebrata nei Floraria dal 28 aprile al 9 maggio, con carattere prima rurale e licenzioso, poi solo licenzioso e ludico.

Cicerone narra che la Villa Publica era vicina ai Saepta, usata per le elezioni dove votavano le assemblee centuriate e tribali e a quel che scrive, l'elefante del Bernini di fronte a santa Maria sopra Minerva sta all'incirca al centro della Villa; all'estremo sud vi era invece l'ufficio dello scrutinio dei voti di Agrippa, un lato del quale toccava un angolo dell'area dei 4 templi repubblicani di Largo Argentina.



L'USO

La Villa Pubblica era il luogo dove si stabilivano i generali in attesa del trionfo, perché essi non potevano oltrepassare il pomerium dell'Urbe come comandanti in capo di un esercito. I Romani avevano creato questa legge per evitare un restauro della monarchia da parte di qualche generale vittorioso e pure ambizioso.

Infatti Caio Giulio Cesare nel 60 a.c., di ritorno con parte del suo esercito dalla penisola Iberica dove era stato propretore, dovette rinunciare a celebrare il trionfo per potere entrare a Roma e presentare personalmente la sua candidatura al consolato.


La costruzione servì anche come quartiere di alloggio per gli ufficiali ingaggiati per censire la popolazione o arruolare i legionari, (Varrone), per i generali che chiedevano il trionfo e gli ambasciatori stranieri, come fu per gli ambasciatori cartaginesi nel 202 a.c.. (Livio), e macedoni nel 197 a.c. (Livio).

Nella Villa Pubblica c'era la sede dei censori e vi si svolgevano anche le operazioni di leva  Con Cesare furono sistemati gli edifici legati alle elezioni, sia i Saepta Iulia, completati poi da Augusto, e la Villa publica.

Le sue rovine non sono state ritrovate, ma il suo sito, giusto a nord di piazza del Gesù, era descritto come confinante coi Septa, (Cicerone e Varrone), col Circo Flaminio (Plutarco), e il tempio di Bellona, da cui il senato, riunito nel tempio, udì le urla dei prigionieri  massacrati per ordine di Silla.

Livio, Strabone e Cassio Diodoro narrano dell'evento storicamente più famoso della Villa come esempio di crudeltà e di eccessi, perpetrato dal dittatore Silla, vittorioso nella guerra civile, il quale, simulando clemenza coi vinti, raccolse 8000 soldati sanniti, (qualcuno dice 4000), catturati nella battaglia di Porta Collina nell' 82 a.c.., forse lì riuniti con la scusa di arruolarli alle armi, all'interno della villa, e li fece scannare tutti. Si narra che le urla erano udibili dal tempio di Bellona dove si era riunito il senato, il che ha permesso di locare la Villa in direzione del Circo Flaminio.


ROBERTO LANCIANI

« A pie dell' Araceli dalla parte di S. Marco si tiene per certo che vi sieno cose di grande importanza e valore; perchè poco vi è stato cavato . . . essendo stato detto che vi siano certe case o stanze antiche sotto ripiene di bellissimi marmi e altro » Vacca, Mem. 123. 

La prova del fatto congetturato, piuttosto che asserito, dal Vacca si è avuta in tempi più a noi vicini. Il giorno 26 gennaio 1706, Francesco Bianchini copiò presso uno scultore a san Venanzio un frammento di epistilio col nome dell'imperatore Traian Decio: 

« effossum narrabat anno... 1705 in fiindamentis aedium quae spectant ad D. Monialium inter Macellum Corvorum et aedem S. Venantii. Dixit plura saxa grandis litteris inscripta ibidem iacere quae non extraxit dominus . . . nam infra solum at palmos 40 descendebatur ubi lapides iacebant. In proximarum aedium cella vinaria vidi columnas, capitulum etc. » 

Vedi cod. Veron. 347, e. 4: CIL. VI, n. 1099; la scheda fior. 1329 di Antonio giuniore: 
« questa chornicie si trovo dietro a mariano Istalla (Astalli) preso a s. marche in roma » 
e le schede 1882, 2050 di fra Giocondo 
« cimasa nela piaza de s. marche » capitello stranissimo « in sula piaza de roma de san marche »: timpano curvilineo di edicola « stava soto el pertiche de san marche » etc. 

La persuasione popolare circa l'esistenza di grandi e ricche rovine nel sito della Villa publicae delle Paliacino mi pare corroborata dal seguente documento, rilasciato da papa Clemente VIII due anni prima che Flaminio Vacca pubblicasse le sue Memorie, e che si trova a e. 660 del prot. 368 in A. S.:

« Licentia di poter Cavar, oro, è argento con dar il terzo alla Camera et le petre siano per loro.
Monsignor Cesis nro Thesoriere Generale.
Havendoci il Cavalier Andromaco Cecha data notizia di saper un luoco dentro di Roma sotterraneo, nella Pariocchia di S. Marco dove ha noti di esservi grande quantità d'Oro, Argento, Gioie, Pietre pretiose, Statue, Marmi, et altre cose simili, et essendo noi convenuti con esso acciò che riveli, et scavi, o possa scavare, et cercare detto loco senza esser impedito, o molestato in cont' alcuno da Canto della nostra Camera, o da qualumqu' altro etiam Deputati sopra simil cave, ci siamo convenuti di tutto l'Oro. Argento, Gioie, et Statue, ehe ne debba dare, et consegnare alla nostra Camera Apca la terza parte et li marmi et altre pitture siano libere della Camera, et le gioie di parte sue una della Camera.

Però in essecutione di questa mia mente et concordia gli ne farete una o più patenti di nostro espresso ordine, commandando a tutti, et ciascheduno, etiam Ministri, et officiali che non lo debbano tanto esso, quanto suoi Ministri, o Cavatori impedirlo o pertubarlo in modo alcuno per conto di detta Cava, volendo et ordinando che consignato che havera alla detta Camera la detta terza parte, che nel resto per qualunque tempo o causa, non possi essere molestato, impedito o disturbato d'alcuno, dandovi autorità di poter per d'essa causa inhibire a tutti e ciascheduno che sera necessario, et tanto seguirà questa nostra mente espressa. 

Di Monte Cavallo 1592.
Clemens papa VIII ».

Così i Papi distrussero Roma.


BIBLIO

- Tito Livio - Ab Urbe condita - libro IV -
- Plinio il Vecchio - Storia Naturale, XVI - Einaudi - 1982 -
- Rodolfo Lanciani - Nuove storie dell'antica roma - (New Tales of Old Rome, Boston; New York, Houghton, Mifflin and Co., 1902) - Roma - Newton Compton - 2006 -
- Rodolfo Lanciani - La distruzione dell'antica Roma - Roma - A. Curcio - 1986 -
- Rodolfo Lanciani -  Forma Urbis Romae: (pianta di tutti i resti conosciuti dell'epoca romana e fino al VI secolo, composta da 46 tavole in scala 1:1000)




 

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