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PONTE DI AGRIPPA - PONTE SISTO


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PONTE DI AGRIPPA IN EPOCA ROMANA

Marco Vipsanius Agrippa (64 a.c. - 12 a.c.) era un caro amico dell'imperatore Augusto (63 a.c. - 14 d.c.), che regnò tra il 27 a.c e il 14 d.c. Nel 21 a.c Agrippa sposò la figlia di Augusto, Julia, stabilendosi con lei in una splendida villa, sulla sponda opposta del Tevere, i cui affreschi sono conservati nel Palazzo Massimo alle Terme a Roma.

Per collegare la sua villa al Campo di Marte, dove Agrippa aveva costruito diversi importanti monumenti, venne costruito un ponte (prima della sua morte nel 12 a.c.) la cui strada di accesso è ancora in uso con l'attuale nome di Via dei Farnesi. 

A SINISTRA SONO VISIBILI I PILONI  DELLE MURA AURELIANE CHE PASSAVANO
SUL TEVERE PARALLELAMENTE AL PONTE, A DESTRA UN IMMAGINARIA RICOSTRUZIONE

L'esistenza di questo ponte è attestata dall'iscrizione su un cippo dei magistrati che si occupavano del fiume (curatores Tiberis) scoperto nel 1887, che parla di lavori sul ponte all'epoca dell'imperatore Claudio. 

Il Pons Agrippae sopravvisse al Medioevo e collegò l'area di Palazzo Farnese con la villa, che era stata ricostruita ed è ancora nota come Farnesina. 
Un arco di un ponte che collegava il Palazzo Farnese (l'Arco Farnese) al Ponte di Agrippa è ancora intatto.

PONTE SISTO OGGI

PONTE SISTO

Ponte Sisto, noto anche come pons Agrippae (ponte di Agrippa), pons Aurelius (ponte Aurelio), pons Antonini (ponte di Antonino), in quanto un frammento dei Fasti ostiensi scoperto nel 1938 e che parla di restauri al ponte di Agrippa sotto Antonino Pio nel 147, ha permesso di identificarlo con il "ponte Aurelio" o "ponte di Antonino", divenne poi il pons Valentiniani (ponte di Valentiniano) o ponte Gianicolense, ed è il ponte che collega piazza S. Vincenzo Pallotti a piazza Trilussa, a Roma, nei rioni Regola e Trastevere.

Esso fu in origine un ponte di legno, costruito da Vispanio Agrippa, che collegava la riva sinistra del Tevere con Trastevere, Trans Tiberim, e già al tempo di Tiberio nel 14-37 d.c., il ponte di Agrippa era ricordato in una iscrizione rinvenuta nel 1887 a via Giulia nei pressi di San Biagio della Pagnotta. 

PONTE SISTO OGGI

Successivamente il ponte si chiamò Pons Aurelius, perchè conduceva alla Porta Aurelia, e poi anche ponte Gianicolense, Pons Janiculensis, perchè portava al colle del Gianicolo. Venne poi ricostruito nel 147 d.c, dall'Imperatore Antonino Pio, e prese così il nome di ponte Antonino.

Nel 366-367 d.c. venne restaurato sotto gli imperatori Valente e Valentiniano, ad opera del prefetto della città (praefectus urbis) Lucio Aurelio Avianio Simmaco, che vi fece erigere all'imboccatura un arco trionfale decorato da grandi statue di bronzo sulla riva sinistra, e fu chiamato pertanto ponte Valentiniano, alcuni resti dei pilastrini della balaustra con iscrizioni dedicatorie e dell'arco, sono stati ritrovati nel 1878 e nel 1892, ed oggi si trovano al Museo Nazionale Romano. 

IL PONTE NEL 1867 SENZA L'OPERA DI ALLARGAMENTO SUCCESSIVA

Il ponte venne fortemente danneggiato dalla alluvione del 589-590 d.c., in quella del 792 fu distrutto, e cosi rimase per secoli prendendo il nome di ponte Rotto, pons Fractus o Ruptus, da non confondere però con l'attuale troncone del Pons Aemilius, tutt'oggi esistente, che collega all'isola Tiberina.  

Il ponte attuale, il ponte Sisto, come lo vediamo oggi, fu riedificato, secondo Giorgio Vasari, da Baccio Pontelli nel 1473-1479, per volere di Papa Sisto IV, e la posa della prima pietra è ricordata in un affresco che si trova nell'antico Ospedale del Santo Spirito. Oggi molti studiosi rifiutano però tale attribuzione.

FOTO DEL 1960, E' VISIBILE L'ALLARGAMENTO DEL PONTE CON I MARCIAPIEDI LATERALI

Il ponte oggi ha quattro arcate e presenta un oculo, o foro rotondo sul pilone centrale, per diminuire la pressione dell'acqua in caso di piena. Il livello dell'acqua salito all'oculo era già considerato segno di piena. Sotto papa Pio IV nel 1567 furono eseguiti i primi restauri, rinforzando uno dei piloni, su progetto di Jacopo Barozzi da Vignola e seguiti da Matteo Bartolini detto Matteo di Castello nel 1567. Detti lavori furono interrotti da un incidente occorso a un muratore per la caduta di un argano, che costò a Matteo di Castello un processo dal quale peraltro fu assolto.

Dopo l'alluvione del 1598 sotto papa Clemente VIII furono eseguiti nuovi restauri al lastricato e ai parapetti. Nel 1875 si discusse per la sua demolizione, ma nel 1877 il ponte fu invece ampliato con marciapiedi pensili in ghisa poggiati su mensoloni con nuovi parapetti. I restauri per il giubileo del 2000 hanno liberato il ponte dalle sovrastrutture ottocentesche, rimosse fra molte polemiche, eliminando le pensiline metalliche e ripristinati i parapetti e riportando il ponte all'aspetto quattrocentesco.



BIBLIO

- Vittorio Galliazzo - I ponti romani - Vol I - Treviso - Edizioni Canova - 1995 -
- Alison E. Cooley - History and Inscriptions, Rome - The Oxford History of Historical Writing - ed. A. Feldherr & G. Hardy - Oxford University Press - Oxford - 2011 -
- Colin O'Connor - Roman Bridges - Cambridge University Press - 1993 -
- Vittorio Galliazzo - I ponti romani - Catalogo generale - Vol. 2 - Treviso - Edizioni Canova - 1994 -



PONTE NOMENTANO


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IL PONTE OGGI
Il Ponte Nomentano è un ponte che cavalca il fiume Aniene attraversato dalla via consolare romana che collegava Roma alla scomparsa cittadella di Nomentum, e cioè la via Nomentana, al suo VI km, a nord-est di Roma, nell'attuale quartiere di Monte Sacro. Oggi il ponte collega le zone urbanistiche di Monte Sacro e di Sacco Pastore del III Municipio, ed è uno dei pochi ponti pedonali di Roma.

Il ponte venne eretto nel punto in cui la via Nomentana superava il fiume Aniene ai piedi della collina del Monte Sacro, luogo attraversato dal passaggio delle mandrie transumanti sin dall’antichità, mandrie che in estate abbandonavano le pianure con l'erba bruciata dal sole per salire sui più freschi Monti Sibillini.

Insieme al ponte Milvio e al ponte Salario era uno dei ponti extraurbani più importanti e venne edificato in età repubblicana a blocchi squadrati di tufo, eccetto gli archivolti in travertino. Aveva tre arcate di cui la centrale, più grande delle altre due, sovrastava l'affluente del Tevere, l'Aniene.

Nell'VIII secolo, sotto il pontificato di Adriano I, il ponte venne fortificato con due torri, a loro volta rinforzate con muri nel XII-XIII secolo e ancor più innalzate sotto papa Niccolò V. Il ponte venne distrutto e poi ricostruito dopo l'invasione barbarica di Totila (516 - 552). Secondo una tradizione locale si incontrarono su questo ponte nell'800 Carlo Magno e Leone III.

IL PONTE DALL'ALTO
Nel X secolo appartenne al monastero di San Silvestro in Capite (la chiesa costruita a Roma sopra la tempio del Sole), poi, dal 1205, passò alla chiesa di San Lorenzo in Lucina (costruita sopra il tempio di Giunone Lucina), poi passò al convento di San Pietro in Vincoli insieme alla chiesa di Sant'Agnese fuori le mura.

Nel 1433 il ponte fu occupato dal condottiero mercenario Niccolò Fortebraccio della Stella e dal condottiero mercenario Antonio conte di Pontedera, mentre nel 1485 il ponte fu conquistato da Paolo Orsini, altro condottiero mercenario. In seguito dovette subire restauri e vari aggiustamenti.

Nel periodo della Congiura dei Pazzi (1478) il ponte fu detto "Iuxta Casale de' Pazzis" e compreso come possedimento di questa famiglia. I ponti portavano all'epoca una rendita perchè chi passava doveva pagare una tassa detta gabella.

Poi subì vari passaggi di proprietà fino a quando divenne dogana di città nel 1532, prima di subire nuovi interventi di restauro e di modifica. Nel 1849 durante l'invasione francese subì diverse distruzioni che vennero riparate sette anni più dopo.

ARCO RIBASSATO CON ARCO ANTECEDENTE A TUTTO SESTO

DESCRIZIONE

Il ponte oggi si presenta con un grande arco di travertino, sormontato da una fortificazione merlata medievale, e due archetti di rampa laterali su ciascun versante. La pianta è costituita da due torri a merlatura ghibellina, cioè a coda di rondine, sotto le quali, mediante un arco a sesto ribassato, che, dalla cornice sopra quest'arco, si evince che originariamente fosse a tutto sesto, passa la via Nomentana. 

Nel mezzo tra le due torri, la via percorre un breve tratto con muro a ballatoio a merlatura arieggiato da finestroni, ma questo tratto non è provvisto di tettoia, bensì è a cielo aperto. Ai lati del ponte vi erano due massicci portoni che sbarravano la strada. Un passaggio obbligato permetteva di passare sul ponte. Il ponte sovrasta il fiume Aniene con una monumentale arcata a tutto sesto, che era quasi identica a quella superiore che è stata notevolmente ridotta.

Fino al 1924, anno della costruzione del vicino ponte Tazio (che unisce via Nomentana Nuova con corso Sempione), costituì via di collegamento obbligata tra Roma e le zone a nord della città. Nel 1997, nel timore di lesioni alla struttura, il ponte venne chiuso al traffico automobilistico diventando, da allora, un percorso esclusivamente pedonale. Restaurato nel 2002, è occasionalmente aperto al pubblico, che può così visitarne le strutture interne.

Fu più volte distrutto e restaurato per cui presenta una varietà di materiali e tecniche costruttive che abbraccia un notevole arco di tempo, dall'età antica a quella medievale e, seppur in minima parte, moderna.

L'INTERNO DEL PONTE
Originariamente il ponte scavalcava il fiume Aniene con una duplice arcata, della quale si conserva solo quella sul versante del Monte Sacro. L’arco, di m 15,1 di luce, presenta le fronti in conci di travertino e il sott'arco di pietra gabina. I piloni degli archi, fortemente rimaneggiati dai lavori successivi, erano in blocchi parallelepipedi di tufo rosso litoide, dei quali se ne conservano alcuni in quello verso Monte Sacro.

Nel pilone del versante a valle giacciono i resti di un piedritto in opus quadratum di travertino inglobato nella muratura in mattoni di epoca medievale, forse stipite si un occhio di piena posta al centro tra i due archi originari; oggi la facciata è coperta da un paramento in laterizi di spoglio attribuibili al restauro del VI secolo, a seguito alla distruzione del ponte durante la guerra greco-gotica (535-553).

Il ponte presenta massicci interventi di rifacimento: al VIII secolo sono attribuibili gli archetti laterali costruiti in opera cementizia con materiale di spoglio (marmo, laterizio, selce, blocchi in tufo) e da ghiere in laterizio frammentato; la struttura merlata a castello è pertinente ai lavori eseguiti sotto il papa Niccolò V (1447-1455), dei quali rimane lo stemma papale sulla fronte di accesso sul versante a valle.

Si conserva inoltre una delle torri merlate destinata ai corpi di guardia sul versante a valle che proteggevano le porte di accesso al ponte; mentre fu aggiunta sul lato a monte un gabbiotto pensile (una latrina) nel XVI secolo, che venne restaurata nella metà del XIX secolo. Recentemente a cura dell’Amministrazione Comunale è stato eseguito un intervento di consolidamento e di restauro conservativo di tutto il ponte.

IL PONTE NEL 1754

LA RICOSTRUZIONE

Ultimamente è stata studiata una ricostruzione dell’aspetto originario del ponte, vale a dire due archi centrali con luce di m 15,1 separati da un pilone centrale di m 6 di larghezza in cui si trovava un occhio di piena di m 3.
Lateralmente c'erano due piccoli archi per lato, i quali durante le piene del fiume favorivano il deflusso delle acque (vedi Ponte Fabricio). Per la tecnica costruttiva usata ed il tipo di materiali impiegati il ponte originario è datato tra la fine del II e l’inizio del I secolo a.c..


BIBLIO

- Ponte Nomentano - su Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali -
- Alessandra Reggi - Ponte Nomentano - su RomaNatura -
- Vittorio Galliazzo - I ponti romani - Vol I - Treviso - Edizioni Canova - 1995 -
- Degli avanzi delle antichità - Bonaventura Overbeke - a cura di Paolo Rolli - Tommaso Edlin -
 Londra - 1739 -
- Colin O'Connor - Roman Bridges - Cambridge University Press - 1993 -



PONTE DI NONA


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STAMPA DEL 1823
Alla nona pietra miliare romana, ovvero al chilometro 14,5 della antica via Prenestina, un tempo via Gabina, che conduceva a Preneste (Palestrina) e a Gabi, distante nove miglia dalla porta Esquilina, c'è il ponte di Nona, un capolavoro di ingegneria romana.

Trattasi infatti di un largo ponte di età repubblicana del II secolo a.c., ancora in ottimo stato di conservazione, che prende il nome appunto dal nono miglio in cui è situato. Esso è lungo 320 piedi pari a circa 90 metri, è a sette archi i cui due laterali sono stati seminterrati.

Il ponte è nella zona oggi chiamata "Fosso di Prato Lungo" e attraversa il torrente della Marrana o Fosso del Ponte di Nona. Qui oggi si trova il quartiere Ponte di Nona, un popoloso centro abitato, che si trova tra la via Collatina e la Prenestina appena fuori del Grande Raccordo Anulare.

ANTICA STAMPA DEL PONTE
Secondo alcuni il ponte è di età Sillana (138 - 78 a.c.), secondo altri inizio I secolo a.c., secondo altri ancora della fine II secolo a.c.. La costruzione è in calcestruzzo con rivestimento in opera quadrata di pietra, sperone, con chiavi di volta in travertino e testate in Lapis Gabinus, il tufo rosso dell'Aniene (la famosa pietra della vicina Gabii, che si trova pochi km. più avanti, sulla stessa via Prenestina).

Un piccolo ponte molto più antico si trova sotto l'arcata centrale e sorreggeva la Via Prenestina quando questa scendeva fin quasi a livello del torrente, seguendo il saliscendi della collina. Il Ponte di Nona subì alcuni restauri nel passato ed uno più recente negli anni trenta, che lo ha dotato di robusti e alti parapetti.

La collina che si trova sulla sinistra, appena superato (direzione Palestrina) il Ponte di Nona, è disseminata di frammenti fittili (i coccetti) residuati dallo scavo condotto (nel '75-'76) dall'Accademia Britannica di Roma sul sito di un Tempio e della relativa Stipe Votiva.

IL PONTE OGGI
In quest'area nell'antichità sorgeva anche una Mansio ed altri edifici, anche di età imperiale, praticamente scomparsi (come del resto il Tempio) a causa degli scavi per l'estrazione di pozzolana.

La visita al Ponte è possibile affidandosi alla cortesia del proprietario di un magazzino di materiali edili, i cui depositi si estendono fin sotto le pregiate strutture.

In alternativa (se il magazzino fosse chiuso) si può salire sulla collina del lato opposto (quella degli scavi della British School) da cui si può avere una parziale vista del manufatto.
Nel percorso da Porta Maggiore al ponte di Nona, vi si ammirano invece antichi monumenti, il Torrione a Largo Preneste, a Tor de Schiavi, l'Acquedotto Alessandrino, a Tor Tre Teste.



BIBLIO

- Antonio Nibby - Roma antica di Famiano Nardini - riscontrata, ed accresciuta delle ultime scoperte, con note ed osservazioni critico antiquarie - Roma - Stamperia de Romanis - 1820 -
- Antonio Nibby - Analisi storico-topografico-antiquaria della carta de' dintorni di Roma - Vol. 2 - Roma - Tipografia delle Belle Arti - 1836 -
- Vittorio Galliazzo - I ponti romani - Vol I - Treviso - Edizioni Canova - 1995 -
- A. Seppilli - Sacralità dell'acqua e sacrilegio dei ponti - Sellerio Editore - Palermo -
- Sabrina Laura Nart -  Architettura dei ponti storici in muratura - In: Strade e Autostrade - n. 76 - 2009 -



PONTE TRIONFALE - PONTE NERONIANO


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PONTE TRIONFALE IN EPOCA ROMANA

I NOMI

Il Ponte Trionfale, detto anche:
- Pons Neronianus 
- Pons Triumphalis, 
- Pons Vaticanus,
- Ponte di Probo, 
- Ponte Teodosio.

Esso venne costruito probabilmente al tempo di Caligola, tra il 37 e il 41 d.c., e collegava il Campo Marzio al Vaticano, immettendo direttamente sulla antica Via Cornelia, che iniziava alla fine del ponte.

Il ponte venne chiamato Triumphalis perchè faceva parte della via dei trionfatori, in quanto valicando una porta che si trovava vicino al Mausoleo di Adriano, oggi Castel Sant'Angelo, introduceva alla via Triumphalis, che partiva nell'area tra il Celio ed il Palatino ed arrivava fino a Veio.

Del ponte Neroniano si hanno solo poche notizie su antiche iscrizioni, mentre del ponte Trionfale si dice che fosse situato appena passato ponte S. Angelo, verso Santo Spirito, e si chiamava Trionfale perchè vi passavano i Trionfatori di ritorno a Roma per le vittorie sulle Provincie sottomesse alla Repubblica Romana. 

INCISIONE DEL PIRANESI

I TRIONFI

Il primo trionfatore fu Romolo il primo Re di Roma, e l'ultimo fu l'imperatore Probo. Dal Gambucci sono enumerati da Romolo a Probo 322 Tronfi. Il nome invece di ponte Vaticano, gli derivava dalla vicinanza con il mons Vaticanus. Altro nome fu ponte Neroniano, perchè Nerone vi passava per andare ai suoi giardini e al circo che portava il suo nome. 

In quel luogo, detto mons Vaticanus in quanto colle dedicato al Dio Vaticanus, il Dio protettore dei neonati che permetteva  al piccolo il primo respiro e quindi il primo vagito, sorgerà la basilica di San Pietro e la Città del Vaticano. 

Sembra che il ponte già nel V secolo fosse in rovina, e del ponte Vaticano non se ne ha più memoria. Probabilmente era ancora in piedi nel 405 d.c., ma venne distrutto dai Goti nel 546 d.c. L'Anonimo Magliabechiano lo ricorda come "Pons Neronis diruto ad sanctus Spiritus in Saxia, come Pons Ruptus ad S. Spiritum e Pons Neronianus ad Sassiam in Mirabilia". 

Probabilmente questo ponte fu edificato, come si è detto, in epoca imperiale, tra il 37 e il 44 d.c. prima del ponte Aelius, attraversava il Tevere in asse con la via Recta, l'odierna via dei Coronari, collegava il centro del Campo Marzio con gli Horti Vaticani e la via Triumphalis che saliva su Monte Mario. 

I PILONI DEL PONTE TRIONFALE IN UNA STAMPA D'EPOCA

IL RINVENIMENTO

Durante gli scavi del 1908 per costruire ponte Vittorio Emanuele II, furono rinvenuti i resti dei piloni del ponte Trionfale, che si possono vedere tutt'oggi, quando il Tevere è in secca, su ambedue le sponde, ma soprattutto sul lato sinistro del Tevere, venendo da ponte Sant'Angelo. 

Il ponte, con gli archi ornati di statue e trofei, era dedicato solo al passaggio dei vittoriosi in guerra, degli Imperatori e dei Generali, ma meritava il Trionfo solo chi avesse vinto una gloriosa battaglia battaglia contro nemici molto pericolosi o se fosse riuscito a vincere con poco dispendio di uomini e di denaro.

Il Trionfatore, si apprestava alla testa dell'esercito verso Roma, o per la via Flaminia o per la via Cassia, ma la lex romana impediva ai magistrati investiti di comando militare di entrare entro il pomerium cittadino.

Pertanto il generale in questione si fermava ai campi Vaticani, davanti al Tempio di Bellona, che era vicino al ponte Trionfale, ed era qui che il Senato decretava o negava il Trionfo. Ottenuto l'alto onore dal Senato il Trionfatore veniva vestito con una toga purpurea e gli veniva posta in mano una palma, come promessa di pace.

I RESTI DEL PONTE TRIONFALE

Qui il trionfatore doveva:
- onorare prima la triade capitolina del tempio del Campidoglio, 
- doveva poi offrire sacrifici al Tempio di Bellona, 
- saliva su un magnifico carro riccamente adornato e attraversava il ponte Trionfale e la porta Trionfale. 
- entrava quindi in Campo Marzio, 
- passava per il campo di Flora, 
- superava il Teatro di Pompeo, 
- poi il circo Flaminio, 
- il Portico d'Ottavia, 
- il Teatro di Marcello,
- arrivava al Circo Massimo, 
- da qui percorreva la via Trionfale,
- costeggiava l'Anfiteatro Flavio, 
- giungeva alla via Sacra,
- passava sotto sotto  diversi archi onorari, ultimo quello di Settimio Severo, 
- quindi saliva su per il Campidoglio e stavolta faceva sacrifici a Giove Ottimo Massimo, appendendo al Tempio le spoglie dei nemici uccisi in battaglia. 

In una incisione di Vasi, si notano i resti del ponte trionfale, che ancora oggi affiorano, tra i moderni ponte Vittorio Emanuele e ponte Principe Amedeo di Savoia. Il ponte oggi scomparso, venne sostituito con il ponte Vittorio, ma i suoi resti  sono ancora visibili nei periodi di secca del Tevere. 


Il ponte divenne inagibile nel VI secolo con le invasioni gotiche, ma i piloni del ponte vennero scoperti sotto papa Giulio II (1443 - 1513) che volle ricostruirlo e dargli il suo nome, per collegare così via Giulia, ponte Sisto e via della Lungara. 

In un testo del 1510 si legge : "il sesto ponte sul Tevere si chiamava Trionfale, presso la chiesa e ospedale del Santo Spirito in Sassia, come dimostrano tutt'ora i suoi resti antichi, ponte che più anticamente fu detto Vaticano, e che ora sua Santità vuole rimettere a posto, tanto che il popolo romano lo chiama ormai ponte Giuliano". 


Tuttavia non solo il ponte non venne realizzato ma vennero pure depredati i suoi ruderi per costruire le mura di Borgo. Nel '700 un abbassamento del livello del fiume Tevere fece riaffiorare i piloni, e Vasi, incisore siciliano, li ritrasse e scrisse che "le rovine di questo ponte erano usate come argine del fiume e per convogliare la corrente verso le Mole che qui macinavano grano per la città di Roma.

Anche il Piranesi testimoniò che i resti di ponte Trionfale servivano a contenere la corrente sfruttata dai mulini situati sulle barche del Tevere. Inoltre già nel Settecento i suoi piloni vennero utilizzati come basi di ormeggio di mulini galleggianti. L'invenzione dei mulini galleggianti risale al tempo delle guerre contro i Goti quando, a causa del taglio degli acquedotti, i romani furono costretti ad adoperare la forza della corrente del Tevere per muovere i meccanismi delle macine.

Alla fine dell''800 per collegare il rione di Borgo al rione di Ponte venne costruita una passerella di ferro provvisoria detta "Ponte degli Alari"che partiva dalla riva sinistra a piazza Pia e arrivava al Lungotevere degli Altoviti. Fu realizzato nel 1889 e rimase in funzione fino al 1912, una volta smontato le parti in ferro vennero riutilizzate per i ponti della Magliana e a Fiumicino.



BIBLIO

- Degli avanzi delle antichità - Bonaventura Overbeke - a cura di Paolo Rolli - Tommaso Edlin - Londra - 1739 -
- Vittorio Galliazzo - I ponti romani - Vol I - Treviso - Edizioni Canova - 1995 -
- Vittorio Galliazzo - I ponti romani - Catalogo generale - Vol. 2 - Treviso - Edizioni Canova - 1994 -
- Colin O'Connor - Roman Bridges - Cambridge University Press - 1993 -



PONTE SALARIO


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Ponte Salario, ovvero Pons Salarius, è un ponte sopra il fiume Aniene attraversato dalla via Salaria, a Roma, la più antica delle vie consolari romane, che collegava Roma ad Aesculum, attuale Ascoli Piceno, e all'Adriatico, e dall'Adriatico veniva il sale a Roma, da qui il nome della via "Salaria".

Si trovava a 2 miglia fuori dalla Porta Salaria, in muratura già all'epoca della repubblica romana, ed è l'ultimo ponte che l'Aniene sottopassa nel suo percorso prima di affluire nel Tevere.

L'etimologia della parola pontifex (pontem facere) significa "costruttore di ponti", e l'arte di costruire ponti, i Romani l'appresero dagli Etruschi. Il Pontifex era l'artefice di ponti, attraverso incastellazioni di legno su cui si ponevano le pietre rastremate e infine il cuneo centrale.

Il legno, curvato a caldo e opportunamente legato, veniva posto in loco dove si doveva montare l'arco, e sopra questo si ponevano le pietre leggermente rastremate con il lato più stretto verso il suolo. Infine una pietra più grossa e più rastremata delle altre, detta cuneo, si poneva sul culmine dell'arco, così il tutto si teneva per forza di gravità che scaricava sui pilastri laterali, e il legno veniva tolto.



Il segreto dell'arco su cui si basava la costruzione di ponti e acquedotti, derivava dunque dal popolo etrusco, tramandato attraverso una casta che si trasmetteva l'arte di costruire e di organizzare le cose sacre. Così come il cuneo sosteneva l'arco il pontifex maximus sosteneva l'arco religioso della cura dei vari Dei. La corporazione dei costruttori di ponti scorse nell'architettura di questi un'espressione divina, per cui i costruttori di ponti furono riveriti come sapienti e collegati col divino.

In ambiente latino arcaico rimane il collegamento tra i pontefici ed i ponti: il primo ponte di Roma, il Sublicius, era infatti restaurato a cura del collegio pontificale. Venne più volte distrutto e più volte ricostruito, e fu proprio su questo ponte che nei primi 4 secoli dalla fondazione di Roma si svolsero i combattimenti tra i Romani e i Sabini, i Fidenati, i Vejenti, e i Galli.

IL PONTE SALARIO MODERNO
Secondo la leggenda, o la storia, sul ponte Salario sarebbero passate le sabine vittime del rapimento dei romani nel famoso "Ratto delle sabine". Nel 361 a.c. i Galli scesero per la seconda volta contro Roma e si accamparono al di là del ponte Salario, dove avvenne l'epico duello tra il tribuno Tito Manlio Torquato e Gallo capo dei Celti adornato di torques (da cui il soprannome del soldato romano), che rimase ucciso da Torquato, ponendo in fuga i Celti.

Il ponte fu poi scelto come sede di accampamento di eserciti che invasero la città di Roma: nel 472 vi fece sosta il goto Ricimero; nel 537 Vitige, re dei Goti, tagliati gli acquedotti, e passato il ponte si diresse su Roma, ma a porta Salaria venne respinto da Belisario, dopo 18 giorni di assedio, avendo rinunciato a distruggere Roma, distrusse il ponte Salario, e prese a saccheggiare la campagna romana, poi Vitige venne preso prigioniero e morì a Costantinopoli.

MA ANCORA SE NE POSSONO SCORGERE I RESTI SOTTO
Nuovamente il ponte Salario venne distrutto nel 547 dai Goti di Totila, e fu nuovamente ricostruito tutto in travertino da Narsete, generale di Giustiniano, che fece apporre sui due parapetti del ponte una targa dove era scritto:

"Narsete uomo gloriosissimo dopo la vittoria gotica dopo aver restituito la libertà a Roma e a tutta l'Italia, restaurò il ponte di via Salaria distrutto fino all'acqua da Totila crudelissimo tiranno e ripulito l'alveo del fiume lo sistemò molto meglio di quanto fosse mai stato "
Poi in un'altra epigrafe : 
"e lo curò tanto bene, che la via del ponte è diritta, e proseguito l'interrotto corso del ponte, calpestiamo le rapide onde, del sottostante Tevere, ed è piacevole cogliere il mormorio delle acque agitate, andate pertanto spensierati, cittadini romani, ai vostri piaceri, e tu Narsete fai risuonare la lode che echeggi dovunque, colui che potè sottomettere le forti genti dei Goti, insegnò ad imporre ai fiumi un duro giogo"


Purtroppo queste due epigrafi caddero nell'Aniene e li ancora giacciono, con la demolizione del ponte nel 1798 durante la ritirata delle truppe francesi. Viene da chiedersi se davvero non sono state recuperate queste epigrafi di 1500 anni fa, o piuttosto non siano state trafugate e vendute.

Presso il ponte Salario unica memoria delle sue antiche glorie, resta la Torre Salaria, torre del XII secolo che ingloba un antico sepolcro, che la tradizione vuole fosse di Caio Mario, è identificata come la Torre del Canicatore, citata in un atto di vendita del 1396 e di proprietà dei Crescenzi nel XVI secolo. Il ponte ormai ridotto a rudere venne interamente ricostruito nel 1930, e nulla rimane oggi del suo aspetto originario.


BIBLIO

- Vittorio Galliazzo - I ponti romani, Catalogo generale - Treviso - Edizioni Canova - 1994 -
- M. Felici Caretti – Tecniche costruttive dei ponti romani -
- Claudio Rendina - Enciclopedia di Roma - Roma - Newton Compton Editori - 2005 -




PONTE CESTIO - PONS CESTIUS


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COME APPARIVA NEL XVIII SECOLO IL PONTE CESTIO

Il ponte Cestio, noto anche come pons Aurelius, pons Gratiani, ponte di San Bartolomeo o ponte Ferrato, è un ponte che collega il lungotevere degli Anguillara a piazza di San Bartolomeo all'Isola, a Roma, nei rioni Ripa e Trastevere.

In epoca romana era il ponte di pietra che connetteva l'isola Tiberina al Trans Tiberim, cioè a Trastevere (Reg. Cats., Cur.: pontes VIII ... Cestius, Not.: Gestius; Degrassi, Inscr. Ital. 13.1, 207: - - -
IMP. ANTONINVS] AVG(VSTVS) PONTEM CESTI[ - - - R]ESTITVIT, 152 a.c., con Degrassi 238, PONTEM CESTI [ - - - sopra al tradizionale PONTEM CESTI[VM- - -), e fu costruito simmetricamente al ponte Fabricio.

La prima menzione storica del ponte Cestio è quella dei fasti di Ostia che ricordano un restauro nel 152 d.c., ma in genere gli studiosi ne attribuiscono la costruzione ai membri della gens repubblicana Cestia, possibilmente a Caius Cestius, costruttore della piramide di Cestio, pretore nel 44 a.c.., oppure a Lucius Cestius, uomo politico cesariano pretore dell'anno seguente (Degrassi, LTUR 109), suggerendone la costruzione tra il 49 e il 43 a.c.. (Degrassi 1987, 525). 

FONDAMENTA DEL PONTE CESTIO (Piranesi)
Tuttavia non sappiamo se la costruzione di Cestio fu l'edificazione originale o un totale restauro (Richardson), comunque il ponte di pietra deve essere considerato nel contesto storico della attività edilizia su vasta scala che avvenne sull'isola in quel periodo (Insula Tiberina; Degrassi 1987).

Il ponte fu oggetto di un primo restauro nel 152, ma fu completamente ricostruito a tre arcate, nel 370 con materiali di reimpiego, provenienti anche dal vicino Teatro di Marcello, come mostra l'iscrizione reinserita nella spalletta destra del ponte, dagli imperatori Valentiniano I, Valente e Graziano; quest'ultimo diede al ponte il nuovo nome di Pons Gratiani.


"(CIL VI 1175 = ILS 771).
Domini nostri imperatores Caesares Fl. Valentianus pius felix maximus victor ac triumf(ator) 
semper Aug(ustus), pontif. maximus, Germanic. max., Alamann. max., Franc. max., Gothic. max., trib. pot. VII, imp. VI, cons. II, p(ater) p(atriae), p(roconsul) 
et Fl. Valens pius felix max. victor ac triumph. semper Aug.,
pontif. maximus, Germanic. max., Alamann. Max., Franc. Max., Gothic. max., 
trib. pot.VII, imp. VI, cons. II, p. p., p. 
et Fl. Gratianus pius felix max. victor ac triumf. semper Aug., pontif. maximus, 
Germanic. max., Alamann. max., Franc. max, Gothic. max., 
trib. pot. III, imp. II, cons. primum, p. p., p. pontem felicis nominis Gratiani in usum senatus ac populi Rom(ani) constitui dedicarique iusserunt. 136

Si tratta dell’iscrizione dedicatoria del pons Gratiani (oggi di nuovo ponte Cestio), come fu ribattezzato il pons Cestius dopo essere stato praticamente rifatto da Valentiano, Valente e Graziano. Per quanto riguarda la cronologia si deve tener presente che il dies imperii di Valentiano e di Valente fu rispettivamente il 26 febbraio e il 28 marzo del 364, sì che (con il sistema del rinnovamento al 10 dicembre) la loro VII potestà tribunicia andò dal 10 dicembre 369 al 9 dicembre 370. Ma poiché entrambi assunsero il III consolato il 1° gennaio del 370, mentre qui sono detti ancora consoli per la II volta, se ne deve concludere che la dedica del ponte fu posta fra il 10 e il 31 dicembre 369. Con questa datazione non si accorda la menzione della III potestà tribunicia nella titolatura di Graziano (Augustus dal 24 agosto 367), ma ivi trib. pot. III è probabilmente un errore per trib. pot. IIII."

(Rodolfo Lanciani)


XIX SECOLO PRIMA DELLO SBANCAMENTO
C'erano due iscrizioni che registravano questo evento, ciascuna in duplice copia, la prima scolpita su lastre di marmo posta sul parapetto su ciascun lato del ponte, la seconda sotto il parapetto (CIL VI.1175, 1176). Una iscrizione del primo tipo è ancora in situ. 

Si suppone il soprannome dato all'Isola Tiberina, "Lycaonia", fosse dovuto alla presenza su questo ponte di una statua rappresentante quella regione dell'Asia Minore, che divenne provincia proprio in quegli stessi anni, nel 373 d.c.

Nel Quattrocento fu denominato anche "ponte S.Bartolomeo", dalla omonima chiesa che sorge sull'Isola Tiberina, mentre nel Seicento fu detto anche "ponte Ferrato", dalla gran quantità di catene di ferro dei mulini presenti nel fiume.
 
FOTO DEI LAVORI DI SBANCAMENTO DEI DUE LATI DEL PONTE IN EPOCA MUSSOLINIANA
PER L'ALLARGAMENTO DEL LETTO DEL TEVERE E LA COSTRUZIONE DEGLI ARGINI

Un altro restauro, documentato da un'epigrafe, si ebbe nel 1191-93 da parte di Benedetto Carushomo, senatore di Roma. Altri interventi si ebbero nel XV sec. sotto papa Eugenio IV e nel XVII sotto papa Innocenzo XI. Dal XV secolo prese il nome di ponte di San Bartolomeo, dal nome della chiesa dell'Isola Tiberina. Nei secoli XVIII e XIX fu detto anche ponte Ferrato, per le numerose catene che fissavano i mulini sul fiume.

OGGI, L'ARCO CENTRALE E' RIMASTO ORIGINALE
DELL'ANTICO PONTE ROMANO
Il ponte subì danni consistenti nel corso dell’invasione francese del 1849, che costò la perdita dell’iscrizione dedicatoria anch’essa di Graziano. L'iscrizione superstite però è ancora oggi in sito sul lato interno del parapetto del ponte. Trattasi di una lunga iscrizione che celebra i tre imperatori e le loro vittorie su: Germani, Alamanni, Franchi e Goti. 

A causa dell'ampliamento del lato destro del Tevere, il ponte venne semidemolito nel 1888, salvando solo l'arcata centrale e ricostruito nel 1892 con parte del materiale lapideo originale. Infatti il ponte moderno, Ponte S. Bartolomeo (L. 80 m), che ne occupa oggi il sito è una ricostruzione del tardo XIX sec. del Pons Cestius.

Un nuovo intervento si ebbe nel 1902 con la costruzione di particolari banchine onde frenare l'impeto della corrente del fiume, in questo tratto molto forte. L'ultimo intervento del 1999 provvide a restaurare tutta la superficie in travertino, ad esclusione dei sottarchi, il cui paramento è in peperino di Albano.

IL PONTE CELIO OGGI

Il ponte, oggi a tre arcate, misura 80,40 metri in lunghezza e 8 in larghezza,  mentre il ponte romano misurava 48,50 m, e largo 8,20,con una sola grande arcata affiancata da due fornici minori. Aveva un arco centrale, con 23,65 metri di campata, e un piccolo arco su ogni lato, largo 5.80 metri. 

Il materiale era tufo e peperino con rivestimento di travertino, ed i piedistalli del parapetto probabilmente supportato da statue degli imperatori sotto forma di erme. L'arco centrale della nuova struttura riproduce esattamente l'originale, anche se solo circa un terzo del vecchio materiale potrebbe essere stato utilizzato nuovamente.

ISCRIZIONE ROMANA SUL PONTE

L'antica struttura, che è parzialmente incorporata nell'arco centrale del ponte moderno, deve appartenere al IV ricostruzione del ponte, che poi è stata dedicata come PONS Gratiani (come da iscrizione sul pontee, CIL VI 1175-76; Degrassi, LTUR 109). 

L'antico ponte, più corto del moderno, aveva un singolo arco a sesto ribassato e due arcate minori laterali, poggianti su piloni di tufo e peperino rivestiti di travertino.(Richardson; Degrassi, LTUR). 

Bill Taylor (80-82) suggerì recentemente che Pons Fabricius e Pons Cestius potessero anche servire per il passaggio di acquedotti, ma non sembra esservi una prova evidente di ciò.


BIBLIO

- Vittorio Galliazzo - I ponti romani - Vol I - Treviso - Edizioni Canova - 1995 -
- Sabrina Laura Nart -  Architettura dei ponti storici in muratura - In: Strade e Autostrade - n. 76 - 2009 -
- Vittorio Galliazzo - I ponti romani - Catalogo generale - Vol. 2 - Treviso - Edizioni Canova - 1994 -
- Colin O'Connor - Roman Bridges - Cambridge University Press - 1993 -





PONTE FABRICIO - PONS FABRICIUS


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IL PONTE OGGI
Pons Fabricius, o Ponte Fabricio (Fabrizio) è il ponte che collega il Circo Flaminio  e il Foro Olitorio all'isola Tiberina, costruito da Lucius Fabricius, curatore viarum nel 62 a.c. (Dio Cass 37.45.3; Hor, sab 02/03/36: ... Ha Fabricio ... posa; Salamito) in connessione con la rivitalizzazione del culto di Esculapio sull'isola (Degrassi 524;  Esculapio, Aedes).

Dopo l'alluvione del 23 a.c., le iscrizioni indicano che il ponte è stato almeno in parte restaurato dai consoli Q. Lepido e M. Lollio nel 21 aC (CIL I2 751, VI, 1305, Blake, Richardson).

Taylor (80-82) ha recentemente suggerito che il Ponte Fabricio e il ponte Cestio potrebbero essere serviti come incroci di acquedotti, ma non sembra esserci prova conclusiva di questo.

STRUTTURA PORTANTE
L'antico ponte, con due soli archi che poggiano su un unico pilastro, è ancora in uso, e di recente ha subito un restauro. E' l'unico ponte che abbia conservato il suo aspetto originale di epoca non solo antica ma addirittura repubblicana.

Il ponte Fabricio o Ponte dei Quattro Capi, o Pons Judeaorum, ponte dei Giudei, è il più antico ponte di Roma, dopo Ponte Milvio, ancora esistente nella struttura originale, il che dimostra l'abilità ingegneristica romana anche in questo settore.

Costruito nel 62 a.c., si estende sulla metà del fiume Tevere, da Campo Marzio sul lato est dell'Isola Tiberina, mentre dall'altro lato il ponte Cestio, a ovest dell'isola, porta all'altra riva del Tevere.


La denominazione Quattro Capi. cioè "quattro teste" si riferisce alle due colonne di marmo delle erme bifronti (in realtà quadrifronti) di Giano sul parapetto, che vennero trasferite qui dalla vicina Chiesa di San Gregorio (Monte Savello) nel XIV secolo. Sono situate all'entrata del ponte verso Campo Marzio e secondo alcuni le erme di Giano quadrifronte servivano per delle balaustre probabilmente in bronzo.

Come scritto da Dio Cassio, il ponte fu costruito nel 62 a.c., l'anno in cui fu eletto console Cicerone, per rimpiazzare un ponte di legno più antico distrutto da un incendio. Venne così commissionato da Lucius Fabricius, curatore delle strade e membro della gens Fabricia di Roma.

STUDIO DEL PIRANESI

DESCRIZIONE

Il Ponte Fabricio ha una lunghezza di 62 m ed è largo 5,5 m. E' costituito da due archi a sesto ribassato, con una luce di ventiquattro m e mezzo, sostenuti da un pilastro centrale nel centro del flusso.

Il suo nucleo è costruito in tufo e peperino, mentre il suo esterno è realizzato in mattoni e travertino. Ma i mattoni non sono originali, in quanto si riferisce a un restauro seicentesco del 1679 ad opera di Papa Innocenzo XI, della ricca famiglia degli Odescalchi.

Gli Odescalchi erano aristocratici dediti all'attività bancaria e commerciale d'intermediazione (in particolare cambiavalute), tanto da essere una delle famiglie più ricche della Lombardia spagnola. 

Questo fatto permise ad Innocenzo XI, ormai pontefice, di disporre di notevoli capitali personali devoluti alla Chiesa e ai suoi progetti di crociata, tanto da mandare in rovina il banco di famiglia.

SUL PARAPETTO DEL PONTE SONO RICONOSCIBILI 2 PILASTRI CON 4 TESTE OGNUNO
CON TUTTA PROBABILITA' RITRAENTI IL DIO GIANO
Così per risparmiare le lastre di travertino che sarebbero servite a restaurare degnamente il ponte romano, le fece rimpiazzare coi mattoni. 
Ma di questo cattivo gusto non ebbe rimpianti perchè anzi se ne vantò in un'iscrizione sulla testa del ponte.

Il pilastro che sostiene gli archi ha una base a forma di sperone sul lato a monte, ma con forma arrotondata verso valle; sopra il pilone si apre un arco largo sei metri, con lo scopo di alleggerire la pressione delle acque durante le piene fluviali. 

Alle due estremità si trovavano due piccoli archi di tre metri e mezzo di larghezza, che giocavano lo stesso ruolo di stabilità del ponte durante le piene, oggi però non più visibili perchè interrati.

L'ISCRIZIONE

L'ISCRIZIONE

Un'iscrizione romana originale incisa sul travertino ne commemora la costruzione:

,L . FABRICIVS . C . F . CVR . VIAR | FACIVNDVM . COERAVIT | IDEMQVE | PROBAVIT.
(Lucius Fabricius, figlio di Gaius, sopraintendente alle strade, curò e approvò questa costruzione)
L'iscrizione è ripetuta 4 volte, su ogni arco e su entrambi i lati del ponte. Venne poi restaurato dai consoli Marco Lollio e Quinto Lepido nel 23, come è citato in un'iscrizione più piccola posta sui due lati di una sola arcata, a causa di una piena del fiume.

La parte sinistra della scritta principale - le lettere L FABRICIVS - e, nella seconda riga - le lettere FACIVNDU, oltre la metà dei seguenti M - sono in uno stile diverso dal resto delle lettere. Queste lettere sono più delineate e finemente sagomate.  La progettazione di queste lettere è ovviamente il risultato di una tecnica diversa e / o una diversa norma estetica.

A lettere differenti corrisponde esattamente una differenza di colore dei blocchi di pietra, come se nuove pietre avessero sostituito le vecchie, corredate con una nuova iscrizione. Così ho dovuto accontentare di una ipotesi non specificato che parte dell'arco era stato preso da un diluvio in un momento successivo e che era stato sostituito e arredata con una nuova iscrizione.

Infatti l'iscrizione: Marco Lollio, figlio di Marco, e Quinto Lepido, figlio di Marco, Consoli, approvarono ciò secondo un decreto del Senato, fa pensare che i consoli, effettuate le riparazioni al ponte, probabilmente in conseguenza della inondazione nel 23 a.c. che distrusse Ponte Sublicio a valle dell'Isola Tiberina al di là del Ponte Emilio ( oggi Ponte Rotto), dovettero rifare, oltre a una porzione di ponte, una porzione della dedica originale di Fabricius.

Il che conferma quanto gli antichi romani dessero valore ai documenti del loro passato e quanto li rispettassero, convinti che il valore dei loro avi e predecessori fossero un forte incentivo a perseguire la stessa nobiltà d'animo, lo stesso coraggio e la stessa tradizione che aveva reso grande Roma.



BIBLIO

- Sabrina Laura Nart -  Architettura dei ponti storici in muratura - In: Strade e Autostrade - n. 76 - 2009 -
- Robert S. Cortright -  Bridging the World. Bridge Ink - Wilsonville (USA) - 2003 -
- Marcel Prade - Les grands ponts du monde: Ponts remarquables d'Europe - Brissaud - Poitiers - France - 1990 -
- Colin O'Connor - Roman Bridges - Cambridge University Press - 1993 -
- Vittorio Galliazzo - I ponti romani - Catalogo generale - Vol. 2 - Treviso - Edizioni Canova - 1994 -



PONTE EMILIO - PONS AEMILIUS


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RODOLFO LANCIANI

FORVM BOARIVM. 1551.
FORNIX AVGVSTI AD PONTEM AEMILIVM. 

"L'anno 1551 furono scoperti due piedistalli di travertino alti m. 1,34, larghi m. 0.89, l'uno a destra l'altro a sinistra del tempio detto della Fortuna Virile. Vi erano incise le iscrizioni gemelle CIL. VI, 897, 898 dettate in onore di Caio e Lucio Cesari, nipoti di Augusto, dei quali forse sostennero le statue. Riferisco tale coppia di monumenti non al tempio, col quale nulla hanno che vedere, ma a quel misterioso fornice eretto da Augusto presso l'imbocco del ponte Emilio (CIL. VI, 878), del quale ha parlato, ma non con l'usata felicità, il comm. de Rossi nel Bull. Inst. 1853, p. 115.

La più verosimile tra le congetture che si offrono alla mente, è quella che il re fedi ex s. e. della iscrizione di Augusto si riferisca non al fornice, rozza e modesta struttura di travertino, ma al ponte stesso il quale, a causa del difetto di costruzione in una curva del fìume, e in angolo col filone della corrente, è andato soggetto a danni periodici sino dalla prima sua origine. 

Quanto alla relazione fra i titoli onorarii scoperti all' imbocco del ponte l'anno 1551 e l'arco di Augusto, vedi il caso parallelo dei titoli di Germanico e Druse scoperti l'anno 1665 all'arco della Salara « prope arcus vestigia » {CIL. VI, 909, 910).

In queste vicinanze del ponte Emilio e di s. Maria Egiziaca furono condotti altri scavi nel triennio 1553-55, secondo che è descritto nei documenti che seguono. Il giorno 9 luglio 1565, l' istesso Lombardozzo concede a Francesco da Chivasso altra licenza di scavare nella stessa area, determinandone meglio il sito, appresso il ponte di Santa Maria. 

Questo secondo atto prova il felice successo ottenuto dal Lombardozzi con le sue prime investigazioni, «Negli atti del notare Straballato prot. 1719 e. 7 si accenna vagamente ad una forum hoaritim «cava sive fovea subtus Capitolium in Foro Boario»; ma questa denominazione comune presso dei tabellioni del cinquecento, si riferisce al Campo Vaccino non all' area quae posito de bove nomen habet ».

(Rodolfo Lanciani)

1520, 15 aprile. PONS AEMILIVS.  Nella storia di questo ponte, durante i secoli XVI-XVIII, conviene distinguere due fasi principali, secondochè esso rimaneva transitabile, ovvero interrotto (disastri del 1230, del 27 settembre 1557, del 24 decembre 1598). Nei periodi di tregua tra un rovescio e l'altro, il ponte conservava solo, per giustificare il suo nome, una immagine di Maria Vergine, collocata in una edìcola sul parapetto a valle. Ma quando le piene del Tevere ne abbattevano periodicamente la metà verso la sponda sinistra, e il passaggio restava interrotto, la metà superstite verso il Transtevere era trasformata in giardino pensile, che i Conservatori del pò. ro. davano in affitto di triennio in triennio.  

(Rodolfo Lanciani)




Il Ponte Emilio (Pons Aemilius) o Ponte Rotto, fu il primo ponte in muratura di Roma. Cavalcava il Tevere poco più a nord dell'antico Ponte Sublicio.

Fu il primo ponte della Roma repubblicana "Forum Bovarium area cum Trans Tiberim" (AD PONTEM AEMILIVM: Fast. Allif. and Amit., in Degrassi, Inscr. Ital. 13.2, 181, 191), ed ebbe varie ricostruzioni delle quali una sostanziale sotto Augusto (Coarelli, LTUR).
L'identificazione dell'unico arco rimasto in piedi di un ponte immediatamente a valle dell'Isola Tiberina, il Ponte Rotto, con il rifacimento augusteo del Ponte Emilio, è indiscusso (Richardson).

Un'iscrizione da un arco a testa di ponte (CIL VI, 878) registra la restaurazione augustea dopo il 12 a.c. L'iscrizione riporta "Fornix Augusti" (CIL VI 878) che però non trova tutti d'accordo come ad esempio D. Palombi, in LTUR II, 262-63 e F. Coarelli, in LTUR IV, 106-7; cf. Urbem 207 n.266.




GLI AUTORI DEL PONTE

Ne abbiamo diversi a cominciare da Manlio Emilio Lepido, come riportano Plutarco e Tito Livio, nonchè la testimonianza di una raffigurazione monetale, in connessione con la realizzazione della via Aurelia, intorno al 241 a.c. grande via consolare realizzata dal console Aurelio Cotta, corrispondente all'odierna via della Lungaretta

Manlio ne avrebbe fondato i soli piloni, il che è da interpretare che mentre i piloni erano in muratura, la cavalcata del ponte era di legno, considerando che prima di allora tutti i ponti erano fabbricati interamente in legno.

Pur essendo documentata questa paternità del ponte, esso viene normalmente attribuiti ai censori Marco Emilio Lepido e Marco Fulvio Nobiliore, nel 179 a.c., che non ne avrebbero realizzato i piloni, ma lo rifecero, probabilmente non i precedenti piloni ma solo la cavalcata del ponte in muratura, sostituendo all'originaria passerella lignea delle arcate in muratura, trasformandolo pertanto in un ponte di sola pietra. Ciò dovette avvenire in occasione del rifacimento del vicino porto fluviale.


Marco Emilio Lepido

Nato il 152 a.c.., politico e generale della Repubblica romana, fu edile nel 193 a.c. insieme a L. Emilio Paolo, promosse la costruzione del nuovo porto fluviale a sud del colle Aventino, l'Emporium, con una banchina di 500 m e un grosso edificio di 50 vani, i Navalia.

Dietro i Navalia c'erano gli horrea, magazzini per lo stoccaggio delle merci, di cui i più noti sono gli horrea Galbana. 

M. Emilio Lepido fu eletto console nel 187 e nel 175. e ricoprì le cariche di pontefice massimo e di censore nel 179 a.c.

È noto per aver dato il nome alla via Emilia, fatta da lui costruire per collegare Piacenza con Rimini che ha dato nome all'Emilia stessa.

La città di Reggio Emilia si chiamava in età romana Regium Lepidi in suo onore.


Marco Fulvio Nobiliore

Politico ed edile romano, nonchè generale dell'esercito quando era pretore in Spagna e combattè i Celtiberi. Venne eletto nel 179 a.c. censore e nel 189 console.


Cornelio Scipione e Lucio Mummio

Secondo Livio il ponte fu costruito, ovvero ricostruito da Publio Cornelio Scipione l'Africano e Lucio Mummio nel 142 a. c (Livio 40.51.4) sulle fondamenta poste da M. Emilio Lepido e M. Fulvio Nobiliore.

STAMPA DEL 1600
Pertanto i piloni risultano essere sempre gli stessi, fin dal 241 a.c., dunque se nel 142 si era ritenuto che i piloni fossero ancora validi, significa che erano intatti dopo un secolo, e che solo con Augusto vennero praticamente ricostruiti, forse anche interamente, cioè dopo due secoli e mezzo.

Ma non è un lungo tempo, perchè molti ponti romani resistono ancora dopo duemila anni.
Il fatto è però che durante l'era imperiale fiorirono i migliori ingegneri e costruttori.

Questa costruzione anteriore è archeologicamente associato con i resti di un pilastro appena a N del Ponte Rotto, su un asse leggermente diverso rispetto alla ricostruzione augustea (Blake; Coarelli 1988, 139 ss.).

Al tempo di Augusto, e soprattutto dopo il suo restauro, il Ponte Emilio deve aver effettuato il traffico più pesante tra le due rive per la sua struttura a sei moli (Coarelli 1988, 104, fig. 20).

L'importanza del ponte emerge dal fatto che le due principali arterie di allora, la Via Aurelia e la Via Campana, si biforcavano aldilà del ponte. Taylor (80), ha sostenuto che il ponte caricasse su di sè l'acquedotto dell'Aqua Appia di là del Tevere, soprattutto dopo Augusto ebbe restaurato e completato questo acquedotto con una linea aggiuntiva.




IL DESTINO DEL PONTE

Un primo completo rifacimento lo fece nel 12 a.c il Pontefice Massimo Augusto e perciò, in omaggio all'imperatore, fu soprannominato:
- Ponte Massimo.
Ebbe in seguito molti nomi:
- Pons Fulvius, dal secondo sovrintendente;
- Pons Lepidi (Ponte di Lepido) dal secondo nome del primo sovrintendente;
- Pons Lapideus (Ponte Lapideo), cioè "ponte di pietra" (forse una corruzione del nome precedente);
Pons Consularis, cioè "ponte consolare";
- Pons Maior  (Ponte Maggiore) 
- Pons Senatorum (Ponte dei Senatori),
- Pons Janiculensis (Ponte Janiculense)
- Pons Palatinus, dal vicino colle Palatino.
Nell'872 quando Giovanni VIII trasformò il Tempio di Portunus in chiesa con il nome di "S.Maria Egiziaca": per questo motivo il ponte fu chiamato:
- Ponte di s. Maria, detto Rotto.

Subì danni dalle piene del fiume e sotto papa Giulio III nel 1552 le arcate vennero completamente ricostruite. Un'altra alluvione lo distrusse nel 1557.
Fu di nuovo ricostruito sotto papa Gregorio XIII nel 1575, come enuncia la lapide murata sull'arcata superstite. 
La grande alluvione del 1598 fece sparire tre delle sei arcate e il ponte non fu più ricostruito, e divenne il Ponte Rotto.

La metà del ponte rimasta in piedi, ancorata alla riva destra, fu trasformata in giardino pensile, una sorta di balcone fiorito sul fiume, fino alla fine del '700, quando la precaria stabilità del ponte divenne talmente evidente da fare abbandonare l'idea di passeggiare sul fiume.

FOTOGRAFIA DEL 1870 CHE RITRAE IL PONTE EMILIO IN IN PARTE INTEGRO
COLLEGATO ALLA PASSERELLA IN FERRO DELL'ING. PIETRO LANCIANI
Verso la fine dell'800 l'ingegnere Pietro Lanciani collegò delle passerelle metalliche sorrette da funi al troncone di ponte alla riva sinistra del fiume. 
Successivamente la passerella venne eliminata e le due arcate più vicine alla riva vennero distrutte a causa della costruzione dei moderni argini del fiume. 
Tale soluzione durò fino al 1887, quando fu decretato l'abbattimento della passerella e la creazione del nuovo e adiacente ponte Palatino che qui vediamo eretto accanto ai resti del Ponte Rotto. 

Per motivi tecnici connessi a questa nuova costruzione l'antico ponte venne privato di due delle tre arcate e definitivamente soprannominato "rotto", un misero troncone di pietra abbandonato nel fiume.
Attualmente resta una sola delle tre arcate cinquecentesche superstiti, che poggia sugli originali piloni del II secolo a.c.


Un altro "Ponte Rotto"

La denominazione di "Ponte Rotto" (pons fractus o pons ruptus) era stata data in precedenza anche ai resti del ponte romano conosciuto con i nomi di "Ponte di Agrippa", poi "Ponte Antonino" o "Ponte Aurelio", poi "Ponte di Valentiniano", fino alla ricostruzione di Ponte Sisto nel XV secolo. Pertanto anche Ponte Sisto ha origini romane.


BIBLIO

- Vittorio Galliazzo - I ponti romani - Vol I - Treviso - Edizioni Canova - 1995 -
- Alison E. Cooley - "History and Inscriptions, Rome" -  The Oxford History of Historical Writing - ed. A. Feldherr & G. Hardy - Oxford University Press - Oxford - 2011 -
- Colin O'Connor - Roman Bridges - Cambridge University Press - 1993 -
- Vittorio Galliazzo - I ponti romani - Catalogo generale - Vol. 2 - Treviso - Edizioni Canova - 1994 -






 

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