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CIVIS ROMANUS SUM


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CIVIS ROMANUS SUM

"Civis Romanus sum", ovvero "Sono cittadino romano", è una locuzione latina che indicava l'appartenenza all'Impero Romano e sottintende, in senso lato, tutti i diritti (e i doveri) connessi a tale stato (Cicerone, In Verrem 11, V, 162)

Come Pretore, Aristodemo Delorico Desponio ha tenuto tribunale a Ragnarok. Un re straniero sconfitto fu portato davanti a lui, per essere processato per i suoi crimini contro lo Stato Romano. Rifiutando di inginocchiarsi, il re disse alla corte: "Il Pretore ed io siamo uguali, io resterò in piedi".  Questo re straniero fu trovato innocente di qualsiasi sedizione contro lo Stato Romano. Aristodemo lo condannò comunque alla croce, dicendogli: "Mi hai insultato dicendo che siamo uguali, perché io sono romano, e tu sei solo re".

"Per chi è così indegno e pigro che non vorrebbe sapere come e sotto quale tipo di governo i Romani hanno portato sotto il loro unico dominio quasi tutto il mondo abitato in meno di cinquantatré anni? Perché nulla di simile è mai accaduto prima. Oppure chi può essere così devoto a qualsiasi altro argomento di studio che lo considererebbe più importante dell' acquisizione di questa conoscenza?"

(Polybius I,I,5-6)

"Il Mos Maiorum è un documento vivente. Non è giusto considerare da dove siamo partiti, ma dove stiamo andando."
(Tobias Deloricus Desponius, Proconsole e comandante della II Legione)

HONESTA MISSIO

IL CIVIS ROMANUS

Nel diritto privato romano, lo status di civis era la condizione richiesta per la piena capacità del singolo che comportava il diritto elettorale di eleggere o essere eletto e dei privilegi in sede giudiziaria, come il diritto di essere giudicato secondo le norme del ius civile, di non essere indemnatus (condannato senza processo) e di non subire punizioni corporali o infamanti.
Nelle provincie di conquista, diventavano cives i ceti dirigenti, garantendo il sostegno al potere centrale, prima al Senato repubblicano, poi all'Augusto di turno. Non era una prerogativa onorifica. Incideva sulla qualità della vita. Un cittadino era esentato dalle condanne più infamanti. Nessun giudice poteva spedirlo ad metalla, ai lavori forzati nelle miniere o, peggio, ad bestias, a morire dilaniato dagli artigli negli spettacoli circensi.

La cittadinanza si acquistava:
- in base alla discendenza (in età repubblicana, il titolo di civis spettava per diritto ai cittadini originari dell'Urbe, figli di genitori romani, e ai fondatori delle coloniae Romanae che si fossero trasferiti all'interno della città di Roma),
- o per acquisto della libertà, ottenuta per concessione dello Stato (ad esempio, come premio ai forestieri che si fossero segnalati per particolari benemerenze o servigi resi a Roma e ai magistrati delle comunità locali).
- La donna straniera acquisiva lo status con il matrimonio legittimo: la prole era già cittadina di fatto.   
- Oppure diventava romano un militare per aver adempiuto la sua Honesta missio, cioè aver combattuto fino alla pensione contro i nemici di Roma dimostrando fedeltà e onore. I veterani delle legioni, nati peregrini, diventavano cittadini dopo l'onorato servizio, e i loro figli, grazie allo ius sanguinis, il diritto ereditario, si ritrovavano membri effettivi della comunità romana.
- Oppure per adozione, essendo stati adottati da un cittadino romano.
- Anche gli schiavi potevano aspirarvi. Se il padrone li liberava, le autorità sottoscrivevano, nasceva un nuovo civis.
- Sotto Tiberio, un immigrato diventava cittadino se per sei anni serviva fedelmente nelle coorti dei vigili, in città. 
- Sotto Claudio, la promozione toccava a chi armava una nave capace di trasportare grano nell'urbe.
- Nerone la concesse a chi portava Roma i suoi soldi, costruendo una domus, una casa a decoro del paesaggio urbano.
- Sotto Traiano, diventavano romani gli stranieri che vi costruivano un mulino, macinando ogni giorno almeno cento moggi di frumento.
- Nel I secolo a.c, la cittadinanza romana venne concessa con larghezza a Latini e Italici.
- Nel III secolo d.c, venne estesa a tutti i sudditi dell'impero romano in forza di una costituzione imperiale emanata da Caracalla, la Constitutio Antoniniana.

Anche ai prigionieri, se cittadini romani, veniva riservato un trattamento di favore. Dal punto di vista del diritto, tale locuzione era invocata dai prigionieri accusati di un reato per il diritto di essere giudicati da un tribunale di legislazione romana e non secondo le leggi derivanti da usanze e costumi propri delle minoranze etniche delle province dell'Impero.

CICERONE

CICERONE - ACTIONES IN VERREM

Nel 70 a.c. Cicerone fu chiamato dagli abitanti della Sicilia a sostenere l’accusa nel processo che essi avevano intentato contro l’ex governatore Verre, il quale aveva approfittato della propria carica per dissanguare la provincia. Cicerone scrisse due "Actiones in Verrem", ma potè pronunciare solo la prima, visto che Verre, poco dopo essere stato condannato, fuggì. 

Pubblicò in seguito la seconda, che, divisa in cinque libri (praetura urbana, de praetura Siciliensi, de frumento, de signis, de supliciis), dal solenne proemio, in cui si sottolinea l’importanza della causa come prova suprema dell’onestà giudiziaria dell’ordine senatorio, all’invocazione finale agli Dei perchè illumino le menti dei giudici, rappresenta la più grande opera oratoria di tutti i tempi. 

A Roma lo status di civis permetteva di avere un certo numero di diritti e si basava sulla libertà dell’individuo. In questo brano, Cicerone, rimasto fortemente colpito dinanzi al supplizio cui Verre, governatore della Sicilia, aveva sottoposto Gavio, cittadino romano, denuncia questo abuso.

In questo testo, ricordando il supplizio cui Verre aveva sottoposto Gavio, un cittadino romano di Conza, l’autore esalta il valore ed il prestigio che la cultura romana attribuiva allo status di cittadino attraverso l’uso di tutti i toni dell’ironia, fino ad una veemenza tragica.

"Portato in mezzo alla Piazza di Messina e seviziato sotto gli occhi di tutti, Gavio implora inutilmente i suoi giustizieri di liberarlo, invocando la sua appartenenza alla civitas romana. Ma più implora e cerca di affermare i suoi diritti, più aumenta il numero delle bastonate. Cicerone accusa Verre non solo di avere agito ingiustamente contro un cittadino romano, ma anche di avere ignorato i suoi doveri di magistrato, atti a garantire l’incolumità per i cittadini romani. E' evidente inoltre la grande fiducia che il cittadino romano nutre nei confronti della legge, nata per assicurare i suoi diritti in ogni parte dell'Impero. Come conclusione al proprio discorso, Cicerone invoca la libertà, in quanto diritto e applicazione della legge:

162. "Veniva percosso a bastonate in mezzo alla piazza di Messina, un cittadino romano, giudici, e intanto, nonostante il dolore, non si udiva nessun gemito, nessun’altra parola di quel misero, se non questo: "Sono cittadino romano", tra il crepitare delle bastonate. Pensava che ricordando di essere cittadino romano, potesse evitare ogni flagellazione e allontanare ogni supplizio dal proprio corpo. Non solo egli non raggiunse questo scopo, ovvero di allontanare da sè le bastonate, ma, mentre più implorava e ripeteva di essere cittadino, la croce, la croce dico, veniva preparata per quell’infelice, quel disgraziato, che mai aveva visto quell’orrore.

163. O dolce nome della libertà! O diritto supremo del nostro Stato! O legge Porcia e leggi Sempronie!
(Lex Porcia: la legge Porcia del 199 a.C. e le leggi Sempronie, proposte da Gaio Gracco, del 123 avevano ribadito i diritti, già preesistenti, dei cittadini romani e in particolare il diritto d'appello al popolo, provocatio) O potere dei tribuni, così fortemente desiderato e infine donato alla plebe romana! Tutto è dunque precipitato così in basso che un cittadino romano è stato picchiato con verghe e poi legato in una piazza pubblica di una città alleata, in una provincia romana, da colui che deteneva fasci e scuri per interesse del popolo romano? Tu hai osato mettere sulla croce uno che affermava di essere cittadino romano?"

PAOLO DI TARSO

CESAREM APPELLO

Paolo di Tarso, appellandosi all'Imperatore, ottenne che venisse sospeso il processo che lo vedeva imputato per le leggi del suo popolo e nella sua terra, e che lui, in catene e sotto scorta, fosse portato a Roma, (At 22,27), per essere giudicato dall'imperatore dell'epoca, Nerone, nonostante sia stato uno tra i più feroci persecutori del culto cristiano.

E' la condizione che san Paolo rivendicò nel 58 d.c. per non essere sottoposto ai tormenti, e due anni dopo nel processo davanti al procuratore Festo quando si appellò all’imperatore.

In realtà Paolo ricorse al "Caesarem appello" (Mi appello a Cesare) frase della prima epoca imperiale, con cui il cittadino romano, rivendicando lo status di civis Romanus, si sottraeva alla giurisdizione del magistrato provinciale e otteneva il trasferimento della causa a Roma.

Il governatore rispose a Paolo, come di consueto: "Cesarem appellasti, ad Cesarem ibis" (ti appellasti a Cesare, andrai da Cesare) e venne condotto a Roma, processato e assolto dal prefetto del pretorio Sesto Afranio Burro, il consigliere di Nerone.

IL GIURISTA GIULIO PAOLO


PROVOCATIO AD POPULUM

Il giurista Giulio Paolo, in "Sententiarum receptarum ad filium libri quinque", fa riallacciare l'istituto della "appellatio ad Caesarem" alla precedente "provocatio ad populum" dell'età repubblicana e spiega che « Iulia de vi publica damnatur qui civem Romanum antea ad populum  provocationem  nunc imperatorem appellantem necaverit necarive iusserit. »

In base alla legge Giulia, colui che è condannato prima invocava la provocatio ad populum ora l'appello all'imperatore "appellatio ad Caesarem". Con la successiva estensione della cittadinanza romana a tutti i soggetti liberi dell'impero, l'istituto venne a perdere d'importanza.


BIBLIO

- Giovanna Mancini - Cives Romani municipes latini - Milano - A. Giuffrè - 1997
- Cicerone - Il processo di Verre - intr. N. Marinone - trad. L. Fiocchi -  Bur Rizzoli -  Milano - 1992 -
- A. Lazaretti - M. Tulli Ciceronis in C. Verrem actionis secundae - edizioni ETS - Pisa - 2006 -
- Olga Tellegen-Couperus - A Short History of Roman Law -
- V. Alessandro Pergoli Campanelli - L'antefatto: leggi e norme di tutela nel diritto romano - ANAΓKH - -  2013 -
- M Tulli Ciceronis - In Verrem actionis secundae Liber quartus (De Signis) - G. Bardo; F. Le Monnier - Firenze - 2004 -


E SE AVESSE VINTO MASSENZIO?


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MASSENZIO

Se Massenzio avesse vinto a Ponte Milvio eliminando per sempre Costantino?
Non possiamo fare seri calcoli sulle conseguenze, perchè non conosciamo tutte le variabili che sarebbero intervenute in questa nuova situazione. Non sappiamo quanto sarebbe stata dura la vita di Massenzio perchè, se fosse vissuto poco, poco avrebbe inciso sul destino di Roma.

Comunque, in caso di lunga vita possiamo ragionevolmente presupporre che la città di Costantinopoli non sarebbe mai stata fondata, e magari l'impero non sarebbe vissuto per altri 1000 anni come fece. Ma forse avrebbe sopravvissuto Roma che sarebbe tornata ad essere non solo la capitale simbolica, ma anche politica dell’Impero, e gli Imperatori d’Occidente, ivi risiedenti, avrebbero prevalso su quelli d’Oriente.

Massenzio a Roma avrebbe restituito al Senato le sue prerogative politiche e militari; il ripristino di una imponente guarnigione di stanza a Roma e in Italia, composta di pretoriani, di equites singulares e di coorti urbane (urbaniciani), come al tempo dei Severi. Roma avrebbe continuato a ornarsi di splendidi monumenti, e la religione avrebbe continuato conservando il mito delle origini, i leggendari Dei come Romolo, Saturno, Giano, Ercole e gli eroici antenati come Enea ed Evandro.

Il Cristianesimo sarebbe divenuta una religione come le altre, affiancandosi alle altre orientali un po' cupe e sacrificali, mentre la religione di stato avrebbe conservato gli antichi Dei, forse inglobando il Sol Invictus, seguito soprattutto dai militari. Del resto Costantino lo onorò e festeggiò fino all'ultimo Natale della sua vita (Natalis Solis Invicti), nonostante si propugni una sua conversione al cristianesimo.

Avrebbe continuato ad esistere il politeismo che consentiva agli uomini di scegliersi la divinità che maggiormente gradiva, senza doversi sottomettere al severo monoteismo che occupava buona parte della giornata in preghiere, cerimonie, sacrifici e doveri continui che invadevano ogni angolo della vita.

COSTANTINO

Massenzio era un uomo di buon equilibrio e infatti ripristinò la libertà di culto, restituì le proprietà confiscate alla comunità cristiana durante la persecuzione del 304 d.c., ma esiliò i vescovi facinorosi, imponendone altri di sua nomina. Costruì perfino la prima Basilica cristiana della storia, oggi nota come San Sebastiano Fuori le Mura.

Insomma non vi sarebbero state persecuzioni verso altre religioni nè eresie (circa 600) nell'ambito della stessa religione cristiana, ripristinando così la famosa "pax deorum" tanto cara ad Augusto, quindi condividendo i diritti di "religio licita" con le altre religioni dell’impero, ma senza privilegi e senza orrifiche previsioni di fine del mondo.

Non ci sarebbe stata l’esenzione fiscale per i beni della Chiesa, né lo Stato si sarebbe fatta carico delle spese della comunità ecclesiastica.
Non avremmo avuto il "privilegium fori" concesso ai chierici, ovvero sia la possibilità di sottrarsi ai tribunali romani per farsi giudicare da quelli ecclesiastici della diocesi.

Inoltre non vi sarebbero state sanzioni e persecuzioni all’aruspicina e alla divinazione domestica, e le conversioni al cristianesimo non più obbligatorie, pena l'esilio, l'alienazioni dei beni e pure la morte. La nuova religione sarebbe rimasta nei suoi limiti seguendo un po' la moda del momento che vide ingrandirsi e ridursi parecchie religioni.


IL POTERE TEMPORALE

Inoltre il falso “testamento di Costantino” che giustificò per secoli la pretesa papale al potere temporale sui territori del fu impero romano d’Occidente, non sarebbe mai esistito.
 
La Chiesa non si sarebbe mai trasformata in Stato, opprimendo il popolo e costituendo una lotta al potere cardinalizio, con ripercussioni nefaste in Italia e in Europa. Soprattutto non avremmo avuto il terribile e nefasto Santo Uffizio che torturava e poneva sul rogo eretici e streghe scandendo in una sanguinaria follia collettiva che solo l'Illuminismo riuscirà a spegnare.



IL SENATO

Massenzio avrebbe continuato a governare da Roma dietro nomina senatoria, in una ricostituzione dell’antico Principato. I senatori avrebbero nuovamente cercato glorie, trionfi e ricchezze facendo la carriera militare combattendo valorosamente e vincendo le guerre in qualità di generali dell'esercito come sempre avevano fatto.

Massenzio aveva invertito le modifiche operate da Gallieno: i senatori avevano raggiunto la più alta espressione del cursus honorum equestre, cioè la Prefettura del Pretorio, ed erano tornati a guidare gli eserciti; l’Imperatore era tornato a vivere stabilmente nell’Urbe come in passato e conseguentemente a discutere la politica dell’Impero con il Senato.

I senatori da parte loro avrebbero fatto circolare innumerevoli quantità di denaro per comprare il proprio consenso, per finanziare giochi e portare avanti la propria propaganda politica, evitando così la concentrazione e l’accumulo di ricchezze fondiarie, investendo nel commercio piuttosto che nel latifondo.

LO SCONTRO TRA MASSENZIO E COSTANTINO

LE INVASIONI DEL V SECOLO

Con la conservazione degli ideali di patria, di onore, di virtù e di gloria, la città di Roma non sarebbe stata disarmata, come effettivamente fu, di fronte alle grandi invasioni del V secolo. Gli eserciti non sarebbero stati spostati dai limes alle grandi città come fece Costantino. Sarebbero state ripristinate la guarnigione di Roma e le flotte pretorie, sarebbero state rafforzate le mura di Roma rendendola inespugnabile per qualsiasi esercito nemico.

Probabilmente una vittoria contro Costantino, che andava a sommarsi a quelle già conseguite contro Severo, Galerio, Domizio Alessandro e Licinio, che dal 308 al 312 tentò invano di recuperare l’Italia senza mai riuscirci, avrebbe accresciuto il prestigio di Massenzio Invictus ad un livello tale che diverse province dell’Occidente gli si sarebbero assoggettate o almeno alleate senza bisogno che egli le invadesse.

Probabilmente la stessa cosa sarebbe avvenuta nell’Illirico, dove Massenzio era già in contatto con gran parte dello stato maggiore di Licinio, che magari si sarebbe allineato al nuovo regime. Massenzio si sarebbe alleato a Massimino Daia, avrebbe riunificato l’Occidente sotto di sé allargandolo all’Illirico, e ciò gli avrebbe dato il controllo di tutti i mari che circondavano la penisola italica nonché il possesso del miglior bacino di reclutamento di tutto l’impero.

Risiedere a Roma gli dava inoltre un'autorità rispetto al collega Massimino Daia, cui avrebbe volentieri lasciato l’Oriente e la gestione del problema persiano. Entrambi erano pagani, e senza l’ambizione di essere gli unici regnanti.

RICOSTRUZIONE DELLA BASILICA DI MASSENZIO

Il ripristino della supremazia politica, simbolica e morale di Roma sopra tutte le altre città dell’Impero, avrebbe sicuramente provocato un'inversione di tendenza a livello militare ed economico. Forse l’impero d'oriente sopravvisse perché più ricco e popoloso dell’occidente, ma soprattutto perché non doveva combattere su due fronti come dovette fare in occidente.

Forse non sarebbe stato facile far rivivere l’antica classe senatoriale e il mondo di valori di cui era portatrice, perchè il mondo era cambiato e avrebbe potuto suscitare una rivolta militare da parte della élite non senatoriale, soprattutto dei generali illirici che aveva dominato negli ultimi decenni, dato che costoro occupavano molte leve del potere militare.
 
MASSENZIO
Massenzio fu anche il primo a imporre ai senatori delle “donazioni” forzose affinché essi finanziassero non solo l’esercito ma le opere pubbliche. Ovvero la partecipazione diretta dell’élite aristocratica al mantenimento della macchina dello Stato, in cambio del potere e delle prerogative restituite.

Questo andava in controtendenza con la politica degli Imperatori soldati, i quali preferivano lasciare che i Senatori accumulassero liberamente le proprie ricchezze purché non si intromettessero nella lotta per il potere. Insomma un ripristino di quel Mos Maiorum che Massenzio si sforzò di far rivivere. 

Nel V secolo la difesa strategica dell’Italia era penosa, l’esercito imperiale era ridotto a poco più di 30mila uomini, incapaci a difendere la sola Italia di fronte a orde di 40-50mila guerrieri come quelli di Alarico, per esempio, che infatti saccheggiò Roma indisturbato. 

Altro notevole contrasto fu la religione, molti aristocratici tenevano più a diventare vescovi piuttosto che generali, perchè l'elite ecclesiastica influenzava non solo il popolo ma pure gli imperatori, ricevendone ricchi privilegi e grande potere.

Sicuramente se Massenzio avesse vinto a ponte Milvio noi non avremmo avuto, fin dal 312 e per i successivi 100 anni, l'impoverimento del sistema difensivo italico, bensì l'avrebbe potenziato, ripristinando il controllo assoluto del Mediterraneo e il collegamento con l’Africa e le sue provviste di grano, evitando così le grandi invasioni del V secolo con un minimo delle perdite: in fondo fin dall'inizio Roma dovette sempre difendere i suoi confini, e lo fece egregiamente.

Ma pure in seguito, non avremmo avuto l'imposizione forzata del cristianesimo come religione di stato, non avremmo subito le conversioni obbligatorie pena la perdita dei beni e la morte, non avremmo avuto le guerre di religione pertinenti alle religioni monoteiste, non avremmo avuto le Crociate e non avremmo dovuto rinunciare al latino a causa della chiusura delle scuole. 

Si sarebbe mantenuta l'alfabetizzazione, l'amor di patria, il rispetto delle leggi, il divorzio alle donne concesso da Augusto e soprattutto non avrebbero demolito tanti meravigliosi monumenti e capolavori di architettura, di scultura e di pittura.


BIBLIO

- Elena Percivaldi - Fu vero Editto? Costantino e il Cristianesimo tra storia e leggenda - Ancora Editrice - Milano - 2012 -
- Mats Cullhed - Conservator urbis suae. Studies in the Politics and Propaganda of the Emperor Maxentius, Stoccolma - 1994 -
- Angela Donati e Giovanni Gentili - Costantino il Grande: la civiltà antica al bivio tra Occidente e Oriente - Silvana Editoriale - Cinisello Balsamo - 2005 -
- Andreas Alfoldi - Costantino tra paganesimo e cristianesimo - Laterza - Roma-Bari - 1976 -
- Orosio - Historiarum adversus paganos libri septem -
- Giorgio Ruffolo - Quando l'Italia era una superpotenza - Einaudi - 2004 -
- Cassio Dione - Storia romana - LXXII -
- Roger Rémondon - La crisi dell'impero romano. Da Marco Aurelio ad Anastasio -
- Gibbon - The Decline and Fall of the Roman Empire -


DAMNATIO MEMORIAE


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GETA CANCELLATO PER DAMNATIO MEMORIAE

DOMANDE - RISPOSTE

- Cosa era la Damnatio Memoriae?
Nell'antica Roma la Damnatio memoriae era una condanna alla perenne cancellazione del nome, dell'immagine e di qualsiasi altra traccia della memoria di una persona in tal modo penalizzata.

- Come si faceva quando il condannato aveva molte immagini essendo personaggio famoso?
Quando il personaggio, essendo famoso o di molto alto lignaggio, aveva molte immagini, ci si accontentava a sfigurarne il volto e a tagliare la testa delle statue o dei bassorilievi.

- Chi subiva in genere la Damnatio Memoriae?
Solitamente la pena della Damnatio Memoriae veniva comminata ai traditori e agli hostes, ovvero ai nemici dello Stato per decreto del Senato romano.

- Quali personaggi famosi subirono con certezza la Damnatio Memoriae?
I personaggi famosi che subirono con certezza la Damnatio Memoriae furono: Messalina, Nerone, Domiziano, Commodo (ma fu revocata), Bruzia Crispina, Geta, Fulvia Plautilla, Giulia Aquila Severa, Giulia Mesa, Giulia Soemia, Eliogalbalo, Massimino Trace, Trebonio Gallo, Emiliano, Cornelia Supera, Massimiano (ma fu revocata), Numeriano, Carino, Massimino Daia, Massenzio, Licinio, Fausta, Crispo, Costantino II, Foca.

- Quanto durò la pena della Damnatio Memoriae?
La pena della Damnatio memoriae si protrasse anche nel Medioevo, ove persino alcuni papi ne subirono la condanna.



LA CONDANNA DELLA MEMORIA

La Damnatio memoriae è una locuzione latina che significa letteralmente "condanna della memoria".
Nel diritto romano, la damnatio memoriae era la pena della cancellazione di qualsiasi traccia riguardante una determinata persona, come se essa non fosse mai esistita; si trattava di una pena particolarmente aspra, riservata soprattutto ai traditori e agli hostes, ovvero i nemici del Senato romano.

La pratica è antecedente ai romani, perchè venne usata per il faraone egiziano Akhenaten nel XIII secolo a.c., per aver egli abolito il politeismo e istituito il monoteismo con il culto del Sole divinizzato: i suoi monumenti e le sue statue vennero distrutti e il suo nome cancellato dalla lista dei faraoni, pure per la faraona Hatshepsut nel XIV secolo a.c. vi fu la stessa cancellazione ma per ragioni personali.

Ovviamente era destinata a uomini famosi e potenti nonchè di alto lignaggio per i quali essere dimenticati era un'onta gravissima riguardante il soggetto, la familia e la gens. Il rimanere nei ricordi delle persone era per i Romani una specie di immortalità, per cui, chi poteva, si faceva immortalare nelle statue, nelle epigrafi e nei nomi dei templi da loro dedicati, o delle strade, dei ponti, o edifici da loro ordinati, talvolta anche a proprie spese. 

Ma era importante anche essere ricordati nelle iscrizioni funebri dei propri sarcofagi, sui cippi delle strade, sulle epigrafi di qualsiasi genere, sui vicoli, sugli archi, sugli edifici pubblici e pure sulle colonne. Spesso gli aristocratici pagavano a proprie spese la costruzione di edifici pubblici, o contribuivano ad essa, o provvedevano alla ristrutturazione di uno di essi per poter scolpire il proprio nome sul monumento.



LA MEMORIA DEI ROMANI

In una società senza molta documentazione scritta, l'allenamento della memoria era importante nell'educazione romana, infatti oratori, leader e poeti usavano dispositivi di allenamento della memoria per aiutare a tenere discorsi o raccontare lunghi poemi epici. 

DAMNATIO MEMORIAE DI COMMODO 

"Sarebbe tutt'altro che facile pronunciare quale persona sia stata la più notevole per l'eccellenza della sua memoria, quella benedizione così essenziale per il godimento della vita, essendoci così tanti che sono stati celebrati per essa. Il re Ciro conosceva per nome tutti i soldati del suo esercito: Lucio Scipione i nomi di tutto il popolo romano".
(Plinio il Vecchio - Storia naturale)

L'allenamento della memoria spesso comportava un ricordo di idee, di personaggi o di miti raffigurati sui dipinti murali, sui mosaici del pavimento e sulle sculture che adornavano tante domus dell'antica Roma. 

La punizione della damnatio memoriae comportava anche la manomissione delle stanze, molte volte distruggendo i dipinti artistici nelle case di proprietà del condannato, in modo che la casa non fosse più identificabile come la casa del reo. In pratica la Damnatio, quando il personaggio aveva molte immagini, si riduceva a sfigurarne il volto e a tagliare la testa delle statue o dei bassorilievi.



ABOLITIO NOMINIS

L'efficacia della damnatio memoriae era naturalmente favorita dalla disponibilità limitata di fonti storiche in età antica. In età repubblicana la sanzione, generalmente applicata dal Senato, faceva parte delle pene che potevano essere inflitte a una "maiestas" e prevedeva la abolitio nominis: il praenomen del damnatum non si sarebbe tramandato in seno alla famiglia e sarebbe stato cancellato da tutte le iscrizioni. Naturalmente si distruggevano anche tutte le raffigurazioni del condannato.



RESCISSIO ACTORUM

A volte la pena, sempre in caso di voto positivo del Senato, era seguita dalla "rescissio actorum" (annullamento degli atti), ossia dalla completa distruzione di tutte le opere realizzate dal condannato nell'esercizio della propria carica, perché era ritenuto un pessimo cittadino. Se questo atto avveniva in vita allora, dal punto di vista giuridico, esso rappresentava una vera e propria morte civile.

MARCO ANTONIO


ETA' IMPERIALE

La damnatio memoriae ebbe un processo di ampliamento in età imperiale, giungendo a colpire anche dopo la loro morte la memoria degli imperatori spodestati o uccisi. La condanna comportava la cancellazione del nome dalle iscrizioni di tutti i monumenti pubblici, l'abbattimento di statue e monumenti onorari e lo sfregio dei ritratti presenti sulle monete. 

Più di due dozzine di imperatori furono "cancellati" a causa dei loro regni tirannici. Si trattava di
una sanzione politica, mediante cui il senato romano soleva punire, dopo la loro morte, gli imperatori che avevano mal governato, cioè i più autoritari e soprattutto quelli che non avevano rispettato il senato e le sue prerogative. 

Detti imperatori non ricevevano onoranze funebri né monumenti alla memoria, anzi, il loro nome veniva cancellato dalle epigrafi commemorative, affinché di essi non restasse neppure il ricordo.
Subirono la damnatio memoriae:

- Marco Antonio? - (83 a.c. - 30 a.c.) 
si dice ordinata da Augusto ma non ne esistono prove, anzi ne sono sopravvissute troppe statue per poterlo credere. Tuttavia la statua di cui sopra, ascritta ad Antonio, fa venire qualche sospetto.

Cornelio Gallo - (69 a.c. - 26 a.c.) 
Dopo la vittoria di Ottaviano e la conquista acquisita della nuova provincia d'Egitto, divenne "praefectus Alexandreae et Aegypti" (prefetto di Alessandria ed Egitto), incarico affidato per la prima volta a un rango equestre, che avrebbe parlato con scarso riguardo dello stesso Augusto, perciò venne processato. Caduto in disgrazia finì accusato di una congiura contro il principe, fu condannato all'esilio e alla confisca dei beni, e si suicidò. Ma non fu mai condannato, come invece si crede, alla damnatio memoriae.

NOME DI SEIANO CANCELLATO DALLE MONETE


- Seiano - (20 a.c. - 31 d.c.) 
Tacito lo considera l'istigatore di Tiberio al male, per Svetonio invece è uno strumento di Tiberio a cui faceva da capro espiatorio ai suoi crimini. Unico storico che lo elogia è il contemporaneo Velleio Patercolo, suo amico e magari coinvolto. 
Oggi si ritiene Seiano innocente da cospirazioni, e anzi vittima di una cospirazione di aristocratici. Si riferisce che le sue statue furono fatte a pezzi dalla folla inferocita, ma non fu ordinata dal senato.

CALIGOLA

Caligola - (12 - 41) 
la damnatio memoriae fu eseguita dal popolo romano che ne abbatté per rabbia le immagini, ma non fu mai mai emanata dal senato e comunque ne fu ripristinata e vendicata la figura dallo zio, l'imperatore Claudio (10 a.c. - 54 d.c.).

- Messalina - (20 - 48)
Venne assassinata nella villa di Lucullo per ordine dell'imperatore Claudio a causa dei suoi numerosi tradimenti. Venne poi condannata alla Damnatio Memoriae soprattutto per la sua dissolutezza sessuale.

AGRIPPINA MINORE

- Agrippina minore - (15 - 59) 
Contrariamente a ciò che si crede non esistono documenti sulla damnatio memoriae di Agrippina Minore e ne abbiamo ancora diverse statue mai abbattute per poterlo supporre. Venne uccisa dal figlio Nerone.

Nerone - (37 - 68)
NERONE
Nel 68 d.c., con la morte dell'imperatore Nerone, il Senato sancì, per la prima volta ufficialmente, la "damnatio memoriae" (la morte del ricordo) per l'imperatore defunto per cui vennero cancellati il suo nome e la sua immagine esposti al pubblico. Vespasiano fece costruire l'anfiteatro sul sito della Domus Aurea di Nerone, colmando il lago artificiale e bonificando il terreno al pubblico.
I successori di Nerone tentarono di cancellare non solo la memoria dell'imperatore”, scrive Federico Gurgone, “ma anche ogni traccia della Domus Aurea, e di restituire ad uso pubblico i terreni che si era impossessata per i suoi progetti privati”. Vespasiano conservò il gigantesco Colosso, la statua di bronzo che alla fine diede il nome al Colosseo, ma lo dedicò nuovamente a Sol, il Dio romano del sole, e vi aggiunse una corona raggiata.

- Vitellio - (15 - 69)
«C'era chi gli gettava sterco e fango e chi gli gridava incendiario e crapulone. La plebaglia gli rinfacciava anche i difetti fisici: e in realtà aveva una statura spropositata, una faccia rubizza da avvinazzato, il ventre obeso, una gamba malconcia per via di una botta che si era presa una volta nell'urto con la quadriga guidata da Caligola, mentre gli faceva da aiutante. Fu finito presso le Gemonie, dopo esser stato scarnificato da mille piccoli tagli; e da lì con un uncino fu trascinato nel Tevere.»
(Svetonio, Vita di Vitellio, 17.)
Svetonio scrisse: "per non lasciare dubbi nella mente di nessuno quale modello scelse per il governo dello Stato, fece offerte funerarie a Nerone nel mezzo del Campo Marzio".
Il popolo ne abbattè le statue ma non venne condannato alla "Damnatio Memoriae".

IL VOLTO DI NERVA (AL CENTRO) SOSTITUISCE QUELLO DI DOMIZIANO

- Domiziano - (51 - 96) 
Dopo l'assassinio di Domiziano (l'ultimo Flavio), il Senato condannò il suo nome all'oblio. Plinio il Giovane annota quanto “fu delizioso, fare a pezzi quei volti arroganti” sulle statue di Domiziano. I rilievi trionfali che Domiziano aveva commissionato durante il suo regno - i Rilievi della Cancelleria, ora nei Musei Vaticani - furono successivamente modificati per rappresentare il volto di Nerva al posto del proprio.

- Avidio Cassio - (130 - 175)
Cassio Dione e la Historia Augusta spiegano bene quale fosse l'atteggiamento di Marco Aurelio nei confronti della ribellione e del presunto ruolo dell'Augusta. Faustina appoggiò il tentativo di Avidio di usurpare il trono imperiale, credendo però egli alla falsa notizia della morte di Marco Aurelio, poiché temeva per i figli piccoli. Ella infatti, non avendo più fiducia nella salute del marito, non poteva proteggere i figli da sola. 
E quando Cassio fu ucciso e la sua testa portata a Marco, l'imperatore che avrebbe voluto dimostrargli il suo perdono e salvarlo, non esultò, al contrario esclamò: "Mi è stata tolta un'occasione di clemenza: la clemenza, infatti, dà soprattutto prestigio all'imperatore romano agli occhi dei popoli. Io però risparmierò i suoi figli, il genero e la moglie". E così lasciò metà del patrimonio paterno ai figli di Avidio Cassio, a sua figlia dette in dono una grande quantità di oro, di argento e di gemme.
La notizia di una sua damnatio memoria pertanto è falsa.

- Commodo -  (161-192): «Che il ricordo dell'assassino e del gladiatore sia cancellato del tutto. Lasciate che le statue dell'assassino e del gladiatore siano rovesciate. Lasciate che la memoria dell'osceno gladiatore sia completamente cancellata. Gettate il gladiatore nell'ossario. Ascolta oh Cesare: lascia che l'omicida sia trascinato con un gancio, alla maniera dei nostri padri, lascia che l'assassino del Senato sia trascinato con il gancio. Più feroce di Domiziano, più turpe di Nerone. Ciò che ha fatto agli altri, sia fatto a lui stesso. Sia da salvare invece il ricordo di chi è senza colpa. Si ripristino gli onori degli innocenti, vi prego.» 
(Historia Augusta, Commodo, 19.1.) 
Poi revocata e sostituita dall'apoteosi.

BRUZIA CRISPINA

Bruzia Crispina - (Bruttia Crispina - 160 – 193) fu la moglie dell'imperatore Commodo e venne da lui nominata augusta. Ma nel 192 Crispina fu accusata di adulterio ed esiliata a Capri; il 31 dicembre di quell'anno Commodo fu assassinato, e l'anno successivo venne assassinata anche Bruzia Crispina, condannandola anche alla damnatio memoriae.

Didio Giuliano - (133 - 193) Fu un imperatore romano che regnò per pochi mesi dal 28 marzo al 1º giugno del 193. Dopo aver tentato di bloccare Settimio Severo, che attraversando l'Italia e discendendo verso Roma si era pure impadronito della flotta di Ravenna, intraprese con lui trattative diplomatiche per associarlo al trono, ma la posizione di Didio Giuliano era ormai troppo compromessa e Settimio Severo rifiutò l'offerta. Senza più nessuno dalla sua parte, fu ucciso in luogo remoto dai pretoriani, su ordine del Senato, mediante decapitazione il 1º giugno 193. Non si è certi della sua "Damnatio Memoriae".

Pescennio Nigro - (135 - 194)
Venne proclamato imperatore dalle legioni orientali dopo l'uccisione di Pertinace e la vendita all'asta del titolo imperiale a Didio Giuliano, ma Settimio Severo riuscì a prendere Roma per primo, e mosse quindi contro di lui in Oriente. Pescennio Nigro fu sconfitto nelle battaglie di Cizico, Nicea e Isso, e si ritirò in Antiochia, ma fu ucciso mentre tentava di fuggire verso l'impero dei Parti. Non risulta una damnazio memoria a suo carico come alcuni credono.

CLODIO ALBINO

- Clodio Albino - (145 - 197)
Nel 193, morto Commodo nel 192, venne acclamato imperatore Pertinace appoggiato dalle coorti pretorie. La Historia Augusta narra che Albino era così apprezzato dal senato da proporre a Pertinace di associarlo come collega. Ma Pertinace dopo tre mesi fu assassinato dai pretoriani che decisero di "mettere all'asta" il trono al miglior offerente. Fu la volta di Didio Giuliano, anche se gli eserciti provinciali avevano nominato: Pescennio Nigro, Settimio Severo e Clodio Albino come imperatori.
Dopo una battaglia lunga e sanguinosa Settimio Severo prevalse su Clodio Albino che si suicidò. Severo gli fece tagliare la testa e la inviò su una picca a Roma, come monito ai sostenitori, tra cui molti senatori. Il corpo di Albino venne poi straziato dai cani e gettato nelle acque del fiume. I suoi figli prima vennero perdonati, ma poi anch'essi decapitati con la loro madre e gettati nel Rodano. Non si è certi della sua damnatio.

Geta - (189 - 211)
Fu co-imperatore dal 209 al 211, prima col padre Settimio Severo e poi col fratello Caracalla che lo uccise sotto gli occhi della madre e ne ordinò la Damnatio memoriae. L'impraticabilità di un tale insabbiamento è qui dimostrata in quanto le monete di Geta già emesse con la sua effigie continuarono a circolare per anni dopo la sua condanna, anche se la semplice menzione del suo nome era punibile con la morte.

- Fulvia Plautilla - (182 - 212)
Moglie dell'imperatore Caracalla, ma in qualità di donna sterile (si riteneva che non esistesse la sterilità maschile) venne mandata in esilio a Lipari col fratello Ortensiano, e venne giustiziata per ordine dell'imperatore nel 212, dopo la morte di Settimio Severo. A seguito della sua morte e della conseguente damnatio, i suoi ritratti vennero sfigurati, con interventi capillari e programmati. Ogni riferimento a Plautilla venne rimosso dall'Arco degli Argentari a Roma, da un pannello in cui era raffigurata col padre e dalla quarta riga dell'iscrizione. Alcuni suoi ritratti furono rimossi ed immagazzinati con cura per un riutilizzo successivo.

AQUILA SEVERA - DAMNATIO MEMORIA

- Giulia Aquila Severa -
Vergine Vestale, dovette sposare Eliogabalo che non avendo figli da lei divorziò per risposarsi. Non si sa che fine fece dopo la morte di Eliogabalo nel 222, ma dovette essere condannata alla damnatio memoria visto che le sue immagini vennero cancellate.

 - Macrino - (164 -  218)
Macrino non ebbe le simpatie nè del popolo nè dei soldati, mentre le donne complottarono in favore del figlio di Giulia Bassiana, Eliogabalo, spacciandolo per un figlio naturale di Caracalla. Nel 218 le truppe di Macrino furono sconfitte dai rivoltosi nella battaglia di Antiochia. Macrino cercò la fuga e inviò il figlio Diadumeniano alla corte partica mentre si dirigeva a Roma. Catturato in Anatolia, vi fu giustiziato come usurpatore e Diadumeniano fu ucciso dai Parti. E' controverso se ebbe la Damnatio Memoriae.

- Giulia Mesa - (160 - 226)
La dinastia dei Severi era dominata da donne molto potenti, tra cui Mesa, sorella di Giulia Domna. Era molto capace ma spietata, combatté per il potere dopo il suicidio della sorella e la morte di Caracalla ed eliminò Macrino, poi mantenne il potere fino alla morte a Roma, morendo durante il regno di Alessandro Severo. Venne condannata alla Damnatio Memoriae.

- Giulia Soemia - (180 - 222)
Madre di Eliogabalo con cui governò, istituì il Senaculum mulierum (senatino delle donne), che si riuniva sul Quirinale per legiferare su ornamenti, vestiti, precedenze ed etichetta tra nobili romane. Questo governo non fu popolare, Soemia correva dietro alle passioni amorose e nel 222, Mesa, allontanatasi da Soemia ed Eliogabalo, fece adottare l'altro nipote, Alessandro Severo, ad Eliogabalo. Giulia si oppose, ma la guardia pretoriana, avendo ricevuto più denaro da Mesa, assassinò Soemia ed Eliogabalo. Poi Giulia fu riconosciuta come nemico pubblico, e condannata alla Damnatio Memoriae.

Giulia Mamea - (180 - 235)
Il figlio la nominò consors imperii ("consorte dell'impero"), associandola al comando, nessuna donna aveva mai ricoperto una posizione simile. La novità causò malumori nell'esercito e nei gruppi più tradizionalisti, che accusarono di debolezza il giovane imperatore, visto come succubo della madre. Mamea ricevette nel 224 il titolo di "Mater Castrorum" (madre degli accampamenti) e nel 226 di "Mater Senatus" (madre del Senato) e "Domina mundi" (Signora del mondo) e nel 228 di "Mater patriae" (madre della patria). Mamea controllava le decisioni del giovane imperatore, per cui a Mogontiacum (Magonza) alcune truppe si ribellarono e uccisero madre e figlio nella tenda imperiale. Non è provata però una Damnaio Memoriae.

ELIOGABALO

- Eliogabalo - (203 - 222)
Ebbe una vita dissoluta atteggiandosi in parte a un prostituto e in parte a un Dio. Odiò il cugino Alessandro (Severo) perchè amato dai soldati e dal popolo, al contrario di lui. Poi mise in giro la voce che il cugino era moribondo per vedere la reazione della guardia pretoriana. Alla notizia i soldati si ribellarono, pretendendo che Eliogabalo e Alessandro si presentassero nel loro accampamento, cosa che egli fece presentandosi al campo dei pretoriani nel 222, col cugino e la madre Giulia Soemia. Al suo arrivo i pretoriani acclamarono Alessandro, ignorando Eliogabalo, che ordinò l'arresto e l'esecuzione dei sostenitori di Alessandro,  ma i pretoriani assalirono l'imperatore e sua madre:
«Fece un tentativo di fuggire, e sarebbe riuscito a raggiungere un qualche luogo nascosto in una latrina, se non fosse stato scoperto e ucciso, all'età di diciotto anni. La madre, che lo abbracciò e lo strinse fortemente, morì con lui; le loro teste furono spiccate dal busto e i loro corpi, dopo essere stati denudati, furono prima trascinati per tutta la città, e poi il corpo della madre fu gettato in un posto o in un altro, mentre il suo venne gettato nel fiume.»
(Cassio Dione, Storia romana, LXXX, 20) Fu condannato alla Damnatio Memoriae dal Senato.

- Massimino Trace -  (235-238)
«Il giovane Massimino era di una superbia isolente, al punto che, mentre il padre, pur nella sua brutalità, si alzava in segno di deferenza di fronte a molti personaggi di un certo rango, lui al contrario se ne stava seduto.» 
(Historia Augusta - I due Massimini)
Nel 238 il Senato romano dichiarò Massimino nemico dello Stato, nominando imperatori Pupieno e Balbino. Massimino e Massimo si mossero allora verso l'Italia, ma Aquileia gli chiuse le porte, costringendolo ad un sanguinoso quanto inutile assedio. Le sue truppe, sofferenti per fame e malattie gli divennero ostili. I soldati della Legio II Parthica strapparono le sue immagini dalle insegne militari, poi lo assassinarono nel suo accampamento, assieme al figlio Massimo, mentre erano coricati sotto la tenda. Poi infilate le loro teste in cima a delle picche, ne fecero mostra agli Aquileiensi.
«I nemici del Senato, del Popolo romano, gli dei li perseguitano. O Giove Ottimo, ti ringraziamo. O Apollo venerabile, ti ringraziamo. Ai divi Gordiani dedichiamo dei templi. Il nome di Massimino, in passato già cancellato una volta, deve essere cancellato dagli animi. La testa del nemico pubblico sia gettata nel fiume. Il suo corpo rimanga insepolto. Colui che ha minacciato morte al Senato, ora è morto, come meritava. Colui che minacciava di mettere il Senato in catene, ora è stato ucciso, come è giusto che sia. Ringraziamo i santissimi Imperatori, Balbino, Pupieno e Gordiano III, gli dei vi salvino... » 
A Roma allora vennero abbattute le sue statue e le teste dei due ex-sovrani, furono inviate nell'Urbe, mentre i loro corpi furono mutilati e dati in pasto ai cani. Il Senato elesse imperatore il tredicenne Gordiano III e ordinò la "Damnatio Memoriae" per Massimino.
«Non esistono loro tombe. I loro cadaveri vennero, infatti, gettati nelle acque del fiume Tevere, e le loro teste furono bruciate sul Campo Marzio, fra gli insulti della folla.» 
(Historia Augusta - I due Massimini) 

TREBONIANO GALLO

- Treboniano Gallo - (206 - 253)
Non ostacolò mai le scorrerie di Goti, Borani, Carpi e Urgundi che tra il 252 e il 253 compirono saccheggi fino a Pessinunte ed Efeso. Marco Emilio Emiliano raccolse le truppe danubiane e marciò sull'Italia volendo combattere per conquistare il trono, cosa che indusse il Senato, dietro richiesta di Gallo, a dichiarare Emiliano hostis, nemico dello Stato. Treboniano prese con sé il figlio Volusiano e le truppe marciando verso nord; intanto ordinò a Publio Licinio Valeriano (200-260) di venire da lui con le legioni della frontiera del Reno.
Treboniano e Volusiano marciarono lentamente, in attesa dei rinforzi che non sarebbero mai giunti: lo scontro avvenne a Interamna, Emiliano vinse e Treboniano e Volusiano fuggirono fino a Forum Flaminii, dove vennero uccisi dai loro soldati. Treboniano aveva 47 anni e aveva regnato solo due anni.
Valeriano ordinò per lui la Damnatio Memoriae.

- Emiliano - (207 - 253)
Il mese successivo alla morte di Treboniano Gallo e suo figlio Volusio, Marco Emilio Emiliano ottenne il riconoscimento dal Senato romano, inizialmente a lui avverso, poi uscì da Roma per scontrarsi con Valeriano, finalmente giunto con le legioni settentrionali; lo scontro sarebbe dovuto avvenire vicino a Spoleto, ma i soldati di Emiliano passarono al nemico e uccisero il proprio imperatore. Pare che avesse promesso al Senato di sconfiggere i Goti e i Sasanidi e poi di riconsegnare il potere per accontentarsi del rango di generale; il suo governo è ricordato come "mite".
Intanto Valeriano, alla morte di Treboniano, fu elevato alla porpora imperiale dalle legioni della Rezia e scese in Italia contro Emiliano. Nel 253 gli eserciti di Valeriano ed Emiliano si scontrarono, ma i soldati di Emiliano decisero di abbandonarlo e lo uccisero forse a Spoleto presso un ponte, detto dei Sanguinarii. Dopo l'ascesa al trono di Valeriano, Emiliano e la moglie Cornelia Supera ricevettero la Damnatio Memoriae

- Cornelia Supera - 
Visse intorno al 253. fu la moglie dell'imperatore romano Emiliano, nonché augusta dell'Impero romano. Dopo la caduta del marito, i due augusti vennero sottoposti a damnatio memoriae, e i loro nomi cancellati dalle epigrafi.

Caro -
Nel 282 Probo guidava l'esercito romano in Norico e Rezia, quando i soldati gli si ribellarono proclamando, secondo una tradizione greca, Marco Aurelio Caro come augusto contro la propria volontà, per cui questi chiese consiglio a Probo prima che le truppe passassero alle vie di fatto; ma secondo la più numerosa tradizione latina, Caro fu il responsabile per la rivolta. Probo gli inviò alcune truppe, che però lo assassinarono passando dalla parte di Caro. Sebbene non si recò mai a Roma per ratificare la propria elezione dal Senato romano, Caro non di meno ne rispettò l'istituzione. Non ebbe nessuna Damnatio Memoria come hanno ipotizzato tanto più che venne divinizzato.

MASSIMIANO

- Massimiano - (revocata)
- Massimino Daia - «Non esistono loro tombe. I loro cadaveri vennero, infatti, gettati nelle acque del fiume Tevere, e le loro teste furono bruciate sul Campo Marzio, fra gli insulti della folla
(Historia Augusta - I due Massimini, 31.5.)
Subì la damnatio memoriae per ordine del senato.

MASSENZIO

Massenzio - (278 - 312)
Dopo la morte di Galerio gli altri due augusti, Licinio e Massimino Daia lasciarono a Costantino il compito di eliminare l'usurpatore. Costantino, riunito un grande esercito mosse alla volta dell'Italia attraverso le Alpi, forte di 90.000 fanti e 8.000 cavalieri. Costantino, dopo aver battuto due volte le truppe di Massenzio prima presso Torino e poi presso Verona, lo sconfisse definitivamente nella battaglia di Ponte Milvio, presso i Saxa Rubra sulla via Flaminia, alle porte di Roma, nel 312.

Licinio - (265 - 325)
Combattè contro le truppe veterane di Costantino (battaglia di Crisopoli), venendo sconfitto. Tratto prigioniero dinanzi a Costantino venne graziato e inviato a vivere come privato cittadino a Tessalonica; l'anno seguente, però, fu giustiziato per avere complottato una rivolta con l'aiuto di tribù barbare danubiane nel 325. Sembra venisse condannato alla Damnatio Memoriae ma non è certo.

FAUSTA

- Fausta - (290 - 326)
Nel 326 avrebbe accusato il figliastro Crispo, figlio della prima moglie di Costantino Minervina, di averla voluta sedurre per prendere il potere. Costantino le credette e fece imprigionare e poi mettere a morte Crispo. Poco dopo Costantino, convintosi dell'innocenza del figlio, l'avrebbe fatta morire chiudendola in un bagno caldo (terme) portato a una temperatura molto alta. 
Oppure la sua morte venne invece causata solo dal sospetto di adulterio con Crispo. Fausta subì la damnatio memoriae. Secondo l'imperatore Giuliano, Costantino si pentì per queste uccisioni, per cui si convertì al cristianesimo.

Crispo - (300 - 316)
Nel 326 fu fatto giustiziare dal padre a Pola, poco prima della condanna a morte di Fausta; sono ignote le ragioni delle due esecuzioni, anche se viene ampiamente accettata una relazione tra i due fatti. Alcuni storici antichi sostengono che Crispo e Fausta avessero una relazione, o che Fausta avesse accusato ingiustamente Crispo di averla molestata, e che poi Costantino l'avesse punita dopo aver scoperto l'inganno. La sorte della moglie e dei figli di Crispo è ignota. Crispo fu colpito da damnatio memoriae.

COSTANTINO II - SULLA CORDONATA ARACOELI

Costantino II - (317 - 340)
Costantino I aveva lasciato il potere a Costantino II, che regnava sulla parte occidentale dell'impero, meno Italia e Africa che erano sotto il controllo di Costante I, Flavio Dalmazio nipote di Costantino, aveva ricevuto la Grecia, e Costanzo II.
Costantino, Costanzo e Costante divennero imperatori nel 337. Costantino scese in Italia con un esercito contro Costante che gli inviò contro una forza per rallentarlo in attesa del giovane augusto col resto dell'esercito.
I generali di Costante finsero un attacco su Aquileia per poi ritirarsi e tendere una serie di imboscate a Costantino che li inseguiva; in una di queste, circondarono gli uomini di Costantino uccidendone molti, tra cui Costantino, il cui corpo fu gettato nel fiume Alsa. Costantino morì all'età di 23 anni, dopo aver regnato per tre anni; fu dichiarato nemico pubblico colpito da damnatio memoriae.

Foca - (547 - 610)
«Sarebbe superfluo elencare i nomi e le sofferenze delle sue vittime. La loro condanna era raramente preceduta da un processo, e la loro pena fu inasprita dalle raffinatezze della crudeltà: i loro occhi vennero forati, le loro lingue vennero tagliate, le mani e i piedi vennero amputati; alcuni spirarono sotto la frusta, altri nelle fiamme; altri ancora vennero trafitti dalle frecce; e una semplice morte veloce era una forma di pietà che raramente riuscivano a ottenere. L'ippodromo, l'asilo sacro dei piaceri e della libertà dei Romani, fu profanato con teste e arti, e corpi straziati.»
Nel 610 Eraclio fece catturare Foca dopo averlo deposto. Si avvicinò a Foca con un'ascia, gli chiese: «È così che tu hai governato l'impero?». Foca guardò Eraclio e si mise in ginocchio, ma non per implorare pietà, e rispose senza temere la morte: «E tu credi che lo governerai meglio?». Poi abbassò il collo e l'ascia d'Eraclio s'abbassò, tagliando la testa di Foca.
Per la sua crudeltà fu odiato dal popolo e condannato alla Damnatio memoriae.

LA CANCELLAZIONE DEL PAGANESIMO


DAMNATIO MEMORIAE PERPETRATA DAI PAPI SULLA STORIA DEI ROMANI

Ma la più imponente Damnatio Memoriae fu quella perpetrata dai Papi per cancellare la memoria dell'Impero Romano colpevole di essere pagano. Le statue in particolare vennero deturpate, spezzate, decapitate e calcinate. Non è rimasto un milionesimo (e non esageriamo affatto) di tutte le opere d'arte che ospitò il suolo italiano, per non parlare del resto in territorio extraitalico. 

Diceva Cicerone che Roma aveva più statue che cittadini, i quali all'epoca erano circa un milione. E' soprattutto grazie al seppellimento di Pompei, Ercolano. Oplontis e Boscoreale, condannati al seppellimento dal Vesuvio ma scampati alla distruzione cristiana, che abbiamo potuto capire la grandiosità e la bellezza artistica dell'Impero Romano altrimenti distrutto per sempre fino al XVX secolo. 

GERMANICO

Ne sia di esempio per tutti il busto di Germanico (15 a.c. - 19 d.c.) che venne inviato da Tiberio in Pannonia per sedare una pericolosissima rivolta, ma riuscì ad accattivarsi pure i loro animi tanto che le legioni, appreso da poco della morte di Augusto, gli garantirono il proprio appoggio se avesse desiderato impadronirsi del potere con la forza, ma egli rifiutò dimostrando allo stesso tempo grande rispetto per il padre adottivo Tiberio e una grande fermezza.

Così Germanico riscosse le simpatie di tutti e naturalmente quella dei Romani che lo adoravano per il suo carattere aperto, leale ed estremamente coraggioso. Tiberio dovette capìre perfettamente che era molto più amato di lui, che al contrario era inviso alla popolazione. Sulla sua morte sorsero molti sospetti di avvelenamento che egli stesso rivelò alla moglie prima di morire.

Ma in qualità di uomo molto amato dal popolo la chiesa lo deturpò e gli impresse in segno di vittoria cristiana la croce sulla fronte. E molte altre figure deturpò, soprattutto quelle che il popolo amò di più, perchè i pagani erano tutti dannati, in seguito passati al limbo, che però venne poi abolito.


BIBLIO

- Lendering, Jona - Damnatio Memoriae - Livius.org
- Friedrich Vittinghoff - Der Staatsfeind in der römischen Kaiserzeit, Untersuchungen zur damnatio memoriae - Berlin - 1936 -
- Eusebio di Cesarea - Vita di Costantini -
- Eutropio - Breviarium ab Urbe condita -
- Wilkinson, Richard H. - "Controlled Damage: The Mechanics and Micro-History of the Damnatio Memoriae Carried Out in KV-23, the Tomb of Ay"- Journal of Egyptian History. - 2011 -
- Ronald Syme - Emperors and Biography: Studies in the Historia Augusta - Oxford - 1971 -


MATER FAMILIAS


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Il vincolo matrimoniale era l'istituzione legale e sociale che conferiva alle donne lo status di materfamilias (madre di famiglia) e attraverso questo, essendo il matrimonio gestito totalmente dai genitori degli sposi, si creavano alleanze sociali, politiche ed economiche tra le diverse famiglie. 

Il dominio sotto il quale le donne dovevano sottomettersi all'atto del matrimonio si diceva "manus", e dava al marito tutti i diritti su sua moglie, la quale dipendeva dallo status del marito ed era sotto la sua autorità in qualità di paterfamilias. I matrimoni venivano decisi dal paterfamilias per motivi politici o economici, senza tener conto della volontà delle parti contraenti. 

La sposa e lo sposo si conoscevano a malapena prima del matrimonio e il futuro marito era un bel po' più vecchio di sua moglie in molti matrimoni di convenienza. Così le coppie non godevano di una felice convivenza e rimasero unite solo fino a quando le circostanze sociali lo richiedevano. 

Qualsiasi animale, qualsiasi schiavo, vestito o utensile da cucina, lo testiamo prima di acquistarlo, solo la moglie non può essere esaminata in modo che lo sposo non si arrabbi prima di portarla a casa. Se ha cattivo gusto, se è stupida, deforme, o il suo alito puzza o ha qualsiasi altro difetto, solo dopo il matrimonio lo sappiamo ". 

(Seneca) 

Ma Seneca non lamenta che anche la donna soffrisse della stessa impossibilità di conoscere e scegliere lo sposo, la moralità era unilaterale. L'importanza sociale della mater si basava non solo sul suo ruolo nel procreare figli per il marito, ma anche nell'educazione dei figli nei doveri civici e nei valori romani: pietas, fides, gravitas, virtus, frugalitas. 

CORNELIA MADRE DEI GRACCHI


L'EDUCAZIONE

Le ragazze venivano istruite nei compiti della casa: ricamo, filatura, preparazione della lana e attività legate al loro futuro ruolo di madri-famiglie. Le giovani donne di solito si sposavano tra i dodici e i diciotto anni, per questo motivo dovevano prepararsi fin dalla tenera età a diventare compagne e amministratori di casa del marito, prendersi cura dei beni e garantire il buon funzionamento della domus. 

Le donne romane passavano dall'autorità genitoriale a quella del marito dopo il matrimonio. Tuttavia, sebbene non avesse gli stessi diritti degli uomini, poteva uscire di casa per fare visite, partecipare a eventi e spettacoli pubblici e partecipare a banchetti. 

Come madre, si prendeva cura dei suoi figli fino all'età di sette anni, anno in cui i bambini continuavano a essere educati a casa ma con la supervisione del padre o oppure andavano a studiare nelle scuole. Le figlie delle famiglie nobili ricevevano lezioni insieme ai loro fratelli maschi. 



L'ALLATTAMENTO

Le madri di famiglie benestanti che non desideravano allattare al seno i loro bambini appena nati avevano uno schiavo che lo faceva al loro posto e che diventava la loro nutrice o assumeva una donna per il tempo necessario. 

Plinio il Giovane racconta la morte di Minicia Marcella, alla vigilia delle sue nozze. C'èt utto il rammarico poiché la giovanissima fanciulla aveva già tutte le virtù necessarie per diventare una materfamilias, vale a dire il senso del sacrificio e dell'abnegazione, cioè un'obbedienza totale.

"Non aveva ancora tredici anni e mostrava già la saggezza di una donna anziana e la dignità di madre di famiglia, pur conservando, però, la dolcezza di una ragazza e il pudore tipico di una giovane vergine". 
(Plinio, V, 16) 



LE VIRTU' FEMMINILI

Un epitaffio del II secolo a.c. dai tempi dei Gracchi indica le virtù femminili ideali: 
Alien, non ho molto da dirti. Questa è la non bella tomba di una donna che era bella. I suoi genitori la chiamavano Claudia. Amava suo marito con tutto il cuore. Ha dato alla luce due bambini. Uno lo lascia nel terreno, l'altro è stato sepolto. Gentile nel parlare, onesta nel suo comportamento, teneva la casa, filava la lana ... "
(C.I.L. Berlin) 

Lo status di una donna dipendeva dai suoi genitori come figlia, moglie o madre di un cives romano, non poteva mai avere un'autonomia. La posizione sociale e la dignità di una donna erano intimamente legate al suo partner. Se il maschio fosse rispettato nella società, la sua consorte poteva avere una considerazione simile. 

MATRONA ROMANA
Sebbene ci fosse la possibilità di separazione dalla vita comune tramite il divorzio, la più alta aspirazione dei latini rispetto alle loro donne era la perpetuazione della fedeltà nell'unione coniugale. Era considerato virtuoso in una donna che si era sposata una sola volta. 

"Claudia Rufina, anche se è originaria del ceruleo britannico, che anima di razza latina ha! Che bellezza di portamento! Romana può pensare che siano le matrone italiche, quelle attiche, che è sua. Ringraziamo gli dei perché, fertile, ha dato dei figli al suo virtuoso marito e perché spera di avere generi e nuore, essendo una ragazza. Che gli dei vogliano che sia felice con il suo unico marito e sia sempre felice con i suoi tre figli!
(Marziale, XI, 53) 

L'amore tra i coniugi poteva anche portare al rifiuto del divorzio nonostante la mancanza di figli, sebbene la procreazione e la perpetuazione della famiglia fosse l'obiettivo principale del matrimonio. Nella celebre "Laudatio Turiae", elogio di un nobile alla defunta moglie, il marito rifiuta il divorzio che lei gli propone per l'impossibilità di avere figli: 
Per te, davvero, quale felice ricordo ricordo quando hai cercato di essermi utile, in modo che non potendo avere figli con te, potessi almeno ottenere la fertilità che non ti aspettavi da te con il matrimonio con un'altra donna!

Plutarco giustifica l'infedeltà maschile come un comportamento rispettoso nei confronti della moglie, seguendo la mentalità del tempo in cui era richiesto un comportamento virtuoso alle donne all'interno del matrimonio legalmente contratto. 
“ Pertanto, se un uomo nella sua vita privata, licenzioso e dissoluto nei confronti dei piaceri, commette qualcosa di sbagliato con una concubina o una giovane cameriera, è conveniente che la moglie non si arrabbi o si irriti, considerando che il marito, perché sente il rispetto per fa l'altra parte della sua ubriachezza, dissolutezza e dissolutezza ”. 
(Coniug. Praec. 16) 

La modestia sessuale nella camera da letto matrimoniale ricadeva sulla donna a cui veniva negata l'iniziativa nell'approccio sessuale, poiché ritenuto socialmente inammissibile. 
"Senza sorvegliarti, Lesbia, e apri sempre le tue porte, pecchi e non nascondi le tue delusioni e un voyeur ti dà più piacere di un adultero e non ti piacciono le gioie, se alcune rimangono nascoste." (Marziale, I, 34) 


I romani preferivano mogli algide per timore che potessero giudicare le prestazioni sessuali dei mariti, o per timore che potessero tradirli, e chiamavano questa frigidità una virtù, virtù che però veniva ripagata con il tradimento.

Il concetto dell'educazione femminile mostra una società patriarcale, dove l'istruzione delle donne patrizie era apprezzata e considerata importante ma solo per preparare le giovani donne al loro ruolo di madri. 
“… Si è dedicato all'educazione con scrupolosa cura; ha trovato i migliori precettori disponibili e ha avuto una profonda influenza su di loro, poiché era una donna istruita, eccellente nel parlare e nella conversazione e di grande forza di carattere ". 
(Plutarco, Parallel Lives, T. Graco I) 

Molte donne dell'alta borghesia a Roma, anche prive di diritti politici e con diritti civili sotto la tutela degli uomini, riuscirono a ottenere e godere di determinati livelli di influenza, anche indirettamente, nella vita pubblica, e raggiunsero un'indipendenza economica tale da ottenere libertà e privilegi. Ma con l'acquisizione di una maggiore libertà durante l'Impero, alcuni autori iniziarono ad associare le donne istruite a una morale licenziosa, dissoluta sessualmente e ostentatrice. 

Le donne dell'aristocrazia romana non avevano la stessa distinzione di guardaroba dei loro mariti e ad eccezione di alcune variazioni di colore e tessuto, lo stile degli abiti femminili era relativamente semplice e immutabile, quindi dovevano influire sull'abbigliamento le acconciature e gli ornamenti sul capo  e i gioielli per distinguersi dalle altre donne. 



LA MODA

Le donne indossavano un nastro sottile per trattenere il petto (strofio) e la tunica interna (subucula), una camicia, con o senza maniche, che arrivava al ginocchio. Dopo il matrimonio, la donna romana completava il suo vestito con la stola, una specie di camicia rettangolare, aperta sui due lati superiori; le estremità aperte erano fissate alle spalle mediante fermagli e fibule. Sotto il petto era attaccato al corpo per mezzo di una cintura (zona). A volte era decorato con un bordo ricamato attaccato al piede del vestito, chiamato instita. 

Alla fine della Repubblica tutte le donne sposate secondo il diritto romano avevano il diritto di indossarlo che ne proclamava la rispettabilità e l'adesione alle tradizioni. Le rispettabili donne si coprivano con un lungo mantello, la palla, sopra la tunica e la stola quando uscivano in strada. Questa era fatta principalmente di lana, anche se per l'estate si usavano anche lino, cotone e seta. 

Avvolgeva il corpo dalle spalle alle ginocchia, sebbene potesse cadere fino alle caviglie. Era indossato sopra la testa come un velo; intorno al corpo, drappeggiato sulle spalle come uno scialle, o anche intorno ai fianchi. Non si allacciava e poteva essere tenuto in mano. 

Con l'arrivo dell'Impero e la conquista di nuovi territori giunsero a roma e in ognidove tessuti e tinture fino ad allora sconosciute, che fornirono una grande varietà all'abbigliamento delle matrone romane e raggiunsero in alcuni casi prezzi esorbitanti. Il suo uso non era sempre ben visto nella società romana. 

Vedo abiti di seta, se si possono chiamare tessuti abiti in cui non c'è niente che possa proteggere il corpo, nemmeno la modestia. Una volta indossati, una donna giurerà, senza credibilità, che non è nuda. È quello che facciamo per portare dai paesi bui, con spese immense, affinché le nostre donne non si mostrino più nelle loro stanze, che in pubblico, nemmeno davanti ai loro amanti ". 
(Seneca, De Benef. VII, 9) 

La matrona romana dedicava gran parte della giornata al suo ornamento personale, aveva schiavi che si truccavano e si pettinavano i capelli, l'aiutavano a vestirsi e preparavano i gioielli e gli accessori che avrebbe indossato ogni giorno. Collane, orecchini, braccialetti e anelli erano adornati con pietre preziose e perle. I capelli erano adornati con diademi d'oro e gemme, retine per capelli intrecciate con fili d'oro o di perle, corone con fiori e foglie intrecciati e nastri viola. 

La critica degli scrittori romani all'eccessivo uso di gioielli, cosmetici e abiti costosi da parte delle matrone romane fu costante e accresciuta nella quantità e nell'asprezza all'avvento dei valori cristiani. Durante la repubblica e l'Impero, furono emanate leggi per prevenire l'abuso del lusso, anche se alcune furono abolite o mai adempiute. 
Ebbene, come se la mano del Signore le avesse dato un viso imperfetto e lei avesse bisogno di perfezionarlo, si veste la fronte con diademi di margherite e si circonda il collo di fili di gioielli, o appende pesanti smeraldi dalle orecchie. Tesse le perle con i suoi capelli setosi e modella i suoi capelli pettinati con catenelle d'oro ". 
(Prudencio, Hamartigenia) 

Le ricche donne romane indossavano: 
- la mappa, un fazzoletto per asciugare la polvere o il sudore dai loro volti;
- il flabellum, un ventaglio di piume, alleviava il calore;
- per proteggersi dal sole uscivano di casa con un ombrellino;
- ponevano nastri o perle o cappellini sui capelli (tutulus);
- era consuetudine tenere in mano una palla d'ambra per fornire un profumo gradevole. 

MATRONA ROMANA


LE MATRONALIA

La Festa delle Matronalia, il I di marzo, divenne una festa popolare femminile, che integrava elementi secolari e religiosi. La prima si svolgeva nella domus, mentre la seconda nel tempio della Dea, cioè in un luogo pubblico. La festa iniziava con un atto sociale e familiare nella casa stessa, in cui la proprietaria veniva onorata dal marito, con la quale si intendeva esaltare il valore del matrimonio e dove la matrona rivolgeva parole di ringraziamento al marito. 

Come madre di famiglia, riceveva però regali dal marito, da parenti e amici, diventando la protagonista della giornata a casa. L'attività proseguiva con un banchetto, in cui si modificava l'ordine sociale, poiché la matrona serviva da mangiare ai suoi schiavi, proprio come faceva il pastore durante i Saturnali. 

Questo atto privato veniva poi accompagnato da una celebrazione pubblica, consistente in visite al tempio della Dea Giunone Lucina alla quale sono state fatte offerte, costituite da ghirlande di fiori, latte e miele. Alla Dea si chiedeva protezione durante il parto e furono invocate virtù come la modestia e la castità. 
"Porta i fiori alla dea; con piante fiorite questa Dea si rallegra; cingi il tuo capo di teneri fiori.
Dì: "Tu Lucina, ci hai dato la luce. "
Dì: "Ascolta le preghiere della donna in travaglio". 
E tutte le donne incinte, sciolte i capelli e pregate che risolva il suo travaglio senza dolore ". 
(Ovidio, Fastos, III) 


BIBLIO 

- Ugo Enrico Paoli - Vita romana - Oscar Mondadori - 2005 -
- Publio Cornelio Tacito - Annales -
- Eulogio Baeza Angulo y Valentina Buono - Imágenes y prácticas religiosas de la sumisión femenina en la antigua Roma - 
- Nazira Álvarez Espinoza - Una aproximación a los ideales educativos femeninos en Roma: Matrona docta/puella docta - 
- Luis Pérez Sánchez - La mujer en la Antigüedad: su condición a través de la literatura - 
- Carmen Bernal Lavesa - Caracterización y función dramática de la uxor en las comedias de Terencio -


 

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