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CIRO DI PANOPOLI


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S. DANIELE E CIRO DI PANOPOLI

Nome: Ciro di Panopoli, lat. Flavius Taurus Seleucus Cyrus, gre. Kyros Panopolites, ovvero Flavio Tauro Seleuco Ciro
Nascita: Panopoli ...
Morte: ...
Professione: poeta, politico e vescovo

Poeta epico, autore di panegirici ed epigrammi, filosofo, amante delle arti, politico e non ultimo vescovo bizantino, Ciro di Panopoli, di origine greca e sostenitore della lingua e della letteratura greca, entrò in contatto con Teodosio grazie all'intercessione dell'imperatrice Atenaide Eudocia, anche lei poetessa, ritenuta santa dalla chiesa cattolica.

Ciro ricoprì contemporaneamente la prefettura al pretorio d’Oriente e la prefettura urbana di Costantinopoli (439-441 d.c.). Come "praefectus urbi" di Costantinopoli nel 426 e fu il primo prefetto ad emanare i suoi editti in greco, e svolse un programma di edificazione che fu il più imponente dai tempi di Costantino I, con l'introduzione dell'illuminazione pubblica, il restauro di edifici abbandonati e l'edificazione di una chiesa alla Madonna Theotókos.
 
Ingrandì inoltre il piccolo centro di studi della capitale voluto da Costantino, ammettendo l'insegnamento sia del greco che del latino, con cinque cattedre di greco e solo tre di latino. Tra il 439 e il 441 fu prefetto del pretorio d'Oriente, ruolo che tenne, cosa inconsueta, assieme alla prefettura della città; nel 441 ottenne l'onore del consolato sine collega, anche questo un onore e un potere inusuale.



LA CADUTA

Cadde in disgrazia quando Eudocia si trasferì a Gerusalemme (441 o 442), poiché la gente lo acclamava comparandolo a a Costantino come costruttore: «Costantino costruì la città, ma Ciro l'ha ricostruita»,  l'imperatore lo mandò in esilio con l'accusa di "Ellenismo", cioè di simpatie per il paganesimo, dato che Panopoli era un centro della cultura greca e pagana.

Per volere di Teodosio fu costretto a diventare vescovo di Kotyaion (Cotieo) in Frigia, una scelta sospetta, visto che i cittadini di questa località avevano ucciso già quattro vescovi. Ciro giunse in città in occasione del Natale (tra il 440 e il 450) e gli fu richiesto un sermone allo scopo di verificarne l'ortodossia, ma perse anche questo ufficio. 

Tornò alla vita secolare solo dopo la morte di Teodosio, nel 450, e si ristabilì a Costantinopoli, strinse amicizia con Daniele lo Stilita, il quale liberò le due figlie di Ciro da una possessione diabolica. Ora si sa che le famose possessioni diaboliche altro non sono che deliri psicotici e ci chiediamo come mai le figlie di un santo potessero aver avuto tali traumi da giustificare una schizofrenia, ma non lo sapremo mai. 

Naturalmente si disse che l'esorcismo le aveva salvate, e viene anche da chiedersi se lo stilita fosse sceso per l'occasione dalla colonna o fossero salite le sorelle.

SANTI STILITI

DANIELE LO STILITA

Daniele lo Stilita (Samosata, 410 – 490) un santo bizantino, già sacerdote, salì su una colonna a Costantinopoli, per vivere in meditazione, penitenza e preghiera. Il che significa che la gente, o i suoi confratelli (ma non era un frate, era prete, confratelli di che?) gli portavano da mangiare e da bere ai pedi della colonna e gliela mettevano in un cestino che lui tirava su. In cambio lui faceva scendere con una corda un secchio con feci e urina che il popolo svuotava, lavava e che poi veniva tirato su.

La Chiesa cattolica lo considera un santo, dal Martirologio Romano: "A Costantinopoli, san Daniele, detto Stilita, sacerdote, dopo aver condotto vita monastica, alloggiò sull'alto di una colonna per trentatré anni e tre mesi fino alla morte, imperterrito davanti all'impeto del freddo, del caldo o dei venti."

Ciro ebbe dunque un grande seguito presso il popolo e l'aristocrazia, tanto che Anicio Olibrio, futuro imperatore d'Occidente, in visita a Costantinopoli, volle incontrare Daniele, il quale gli profetizzò la liberazione di Licinia Eudossia, sua suocera, cosa che accadde puntualmente.

LICINIA EUDOSSIA

LICINIA EUDOSSIA

Licinia Eudossia, Augusta dell'Impero romano d'Occidente, figlia dell'imperatore d'Oriente Teodosio II e moglie dell'imperatore d'Occidente Valentiniano III. Fu lei a chiamare a Roma il re dei Vandali Genserico, causandone così il terribile saccheggio del 455.

Il sacco dei Vandali fu estremamente brutale, da cui il termine vandalismo per indicare un atto di violenza distruttiva e gratuita, ma si narra che Genserico non colpì nè il popolo romano nè sugli edifici, perchè papa Leone I implorò Genserico di non distruggere la città e non uccidere i suoi abitanti.

Ma è una favola tendente a magnificare la figura del Papa per cui Genserico avrebbe acconsentito ma se così fosse stato non avrebbe saccheggiato la città per 14 giorni, molto peggio del Sacco dei Visigoti si Alarico del 410, che durò solo tre giorni. Migliaia di cittadini romani, di ogni età e rango, furono fatti prigionieri e venduti come schiavi dai Vandali. Il resto furono uccisioni, mutilazioni e stupri, e di tutto ciò la colpa fu di Licinia Eudossia.



LA MORTE
 
In seguito Ciro di Panopoli fu perdonato, ma non si specifica di cosa, e la sua fortuna gli fu restituita, e fece opere di carità fino alla sua morte, avvenuta durante il regno di Leone I (460 circa).

Alcuni dei suoi cosiddetti epigrammi (per lo più sono poesiole in esametri) sono conservati nell'Antologia Palatina (VII, 557; IX, 136, 623, 808, 809; XV, 9, 10). La tecnica dei versi segna un primo avviarsi verso la severa tecnica di Nonno, per cui i versi sono squadrati e duri.


ELOGIO DI TEODOSIO II

Ricordi tutte le gesta di Achille,
meno i suoi amori clandestini;
come Teucer, colpisci con l'arco,
ma la tua nascita è immacolata;
hai le dimensioni e le fattezze 
del re dei re, ma il vino non disturba 
mai la tua ragione;
per prudenza eguagli l'ingegnoso 
Ulisse, ma senza cattivi stratagemmi;
la tua voce ha la dolcezza
di quella del vecchio di Pilo,
ma prima di aver vissuto
tre età dell'uomo. 
(Ciro di Panopoli)


BIBLIO

- Laura Mecella - Ciro di Panopoli. Potere politica e poesia alla corte di Teodosio II - Ed. del Prisma - 2020 -
- Pieter W. van der Horst - Cyrus: A Forgotten Poet - Grecia e Roma  - 2012 -
- Demetrios J. Constantelos - Kyros Panopolites, Rebuilder of Constantinople - Greek, Roman and Byzantine Studies - 1971 -
- Hyppolite Delehaye - Les saints stylites - Bruxelles - Société des Bollandistes - 1923 -
- Barry Baldwin - Cyrus of Panopolis: A Remarkable Sermon and an Unremarkable Poem - Vigiliae Christianae - 1982 -
- Alan Cameron - L'imperatrice e il poeta: paganesimo e politica alla corte di Teodosio II - in John J. Winkler e Gordon Williams, Yale Classical Studies - Cambridge University Press - 1982 -


AULO PERSIO FLACCO - PERSIUS FLACCUS


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AUOLO PERSIO FLACCO

De nihilo nihilum, in nihilum nil posse reverti - Nulla nasce dal nulla, nulla può tornare nel nulla - 


Nome: Aules Persius Flaccus
Nascita: Volterra, 4 dicembre 34 d.c.
Morte:  Roma, 24-29 novembre 62 d.c.
Professione: Poeta satirico



LE ORIGINI

Persius nacque a Volterra, in Etruria, da una famiglia piuttosto agiata, anche se non aristocratica, appartenente all'ordine equestre. e probabilmente di origine etrusca, visto la forma Aules del suo praenomen che lui stesso specifica in una sua biografia. 

All'età di dodici anni, età in cui il ragazzino si staccava dalla madre per passare nelle mani del padre che lo avviava alla palestra e agli incontri con la gente da lui conosciuta, i genitori lo inviarono a Roma per la sua educazione culturale affidata a celebri maestri come Quinto Remmio Palemone, uno dei migliori grammatici dei suoi tempi. 

I maestri di grido erano una specie di guru che si occupavano della vita quotidiana oltre che della cultura del giovinetto, ospitandolo nella sua casa e provvedendo a tutti i suoi bisogni nonchè alla sua educazione culturale oltre che sociale. naturalmente ciò veniva ben retribuito dai genitori e più il maestro era famoso più alto era il prezzo da pagare, ma i genitori di Aulo non badarono a spese.



IL CIRCOLO CULTURALE

Dopo soli quattro anni, terminati brillantemente gli studi con Palemone, Aulo divenne allievo del filosofo stoico Lucio Anneo Cornuto, insegnante stimatissimo e pertanto oneroso ma che la madre di Aulo che non cessò mai di interessarsi al figlio, fu lieta di pagare.

PERSIO - IV SATIRA
"Tramite Cornuto, Persio fu presentato a Lucano che era suo coetaneo e anch'esso un discepolo di Cornuto". 

Anneo in seguito divenne amico di Persio, che gli dedicò la quinta satira, il che dimostra quanto forte fosse la stima del filosofo verso il giovane poeta. Fu Anneo a far conoscere e apprezzare a Persio lo stoicismo, ma fu anche l'occasione per conoscere persone del valore di Lucano, Seneca, Trasea Peto, Cesio Basso, i quali influirono sia sulla sua personalità che sulla sua cultura. 

Persio aveva un carattere sensibile e introverso, ma con un forte rigore morale, rigoroso anche e soprattutto negli studi in cui molto fu supportato supportato dalla madre, dalla sorella e da una zia paterna, con la sua biblioteca contenente più di settecento volumi.

« O curas hominum! o quantum est in rebus inane! »  
« O cure dei mortali! o quanto vuoto nelle cose!  »



LA MORTE

« Verba togae sequeris iunctura callidus acri,
ore teres modico, pallentis radere mores
doctus et ingenuo culpam defigere ludo 
» 
« Tu ti attieni alle parole comuni, 
furbo nel far cozzare le parole, 
arrotondando con bella maniera la bocca 
a segare gli appannati costumi, e saggio 
a inchiodare la colpa con lazzo ingegnoso » 

Nel 62 d.c. Persio morì presso una sua villa a Roma, secondo alcuni in seguito a una grave malattia che lo colpì allo stomaco, alla precoce età di ventotto anni. La notizia però è stata estrapolata dalle sue "Satire": la circostanza della sua morte potrebbe essere semplicemente un'espressione metaforica per indicare che il poeta aborriva il vizio.

Alla morte di Persio, Cornuto restituì alla madre ed alla sorella di Persio il denaro lasciatogli in eredità da Persio, accettando invece la biblioteca del poeta composta di circa 700 rotoli di papiro. Rielaborò le satire del poeta deceduto per farle pubblicare, ma le diede da revisionare al poeta Cesio Basso, su specifica richiesta di quest'ultimo. 

Fra le satire di Persio c'erano versi che, come ci riporta Svetonio, 
"frustavano persino lo stesso Nerone, che era poi il principe regnante". 
Il verso era formulato come segue: 
«Auriculas asini Mida rex habet »  «Re Mida ha le orecchie d'asino» 
ma Cornuto lo modificò come: 
« Auriculas asini quis non habet? »  « Chi è che non ha le orecchie d'asino?» 
affinchè non si potesse supporre che intendeva riferirsi a Nerone.

Ciononostante Anneo Cornuto fu bandito da Nerone, nel 66 68 d.c.avendo indirettamente denigrato il progetto dell'imperatore di scrivere la storia romana in un poema epico, dopo di che non si seppe più nulla di lui. 



LE OPERE MINORI

La sua opera viene in seguito revisionata da Cesio Basso e Anneo Cornuto prima di essere pubblicata; molte parti, ritenute da Cornuto poco limate, furono eliminate, così come il maestro ritenne poco opportuno pubblicare il resto della produzione del giovane poeta. 


Vita Persii

- La "Vita Persii" cita alcuni versi in onore di Arria maggiore, suocera dell'amico Trasea Peto e citata spesso come esempio di dedizione coniugale e stoicismo. 


Hodoeporicon

- L'Hodoeporicon fu una composizione di viaggio che sembrerebbe un primo tentativo del poeta di comporre poesia sulle orme di Lucilio e Orazio 


Praetexta 

- La Praetexta della Trafedia latina venne introdotta a Rome daGnaeus Naevius nel III sec. a.c.. Essa rimpiazzava i convenzionali miti greci con personaggi storici romani, in opposizione alla fabula cothurnata. Sembra fosse intitolata Vescio ma sul titolo vi sono forti dubbi. 


Satire 

- Delle Saturae (Satire) di Aulo cene sono pervenute solo sei, per un totale di 650 esametri, precedute da 14 coliambi in cui l'autore dichiara il suo intento di educare moralmente i suoi lettori, criticando aspramente le mode letterarie del tempo, tese all'unico scopo di piacere e intrattenere, e rivendicando orgogliosamente l'originalità della sua poesia e della sua ispirazione. 

- Nella prima satira, Persio ripudia le recitationes (esecuzioni pubbliche in cui si faceva sfoggio della propria conoscenza letteraria).
- Nella seconda satira attacca le incoerenze dei religiosi che dipendono solo dai loro Dei senza tentare essi stessi di liberarsi dai mali che li affliggono. 
- Nella terza satira, che chiude l'introduzione programmatica, incentiva studi rigidi e severi affinchè possano essere formativi. 
- Nella quarta satira esalta l'importanza di conoscersi secondo i principi stoici e la futilità degli affari pubblici.
- Nella quinta satira dà vari suggerimenti sul come liberarsi delle passioni, elogiando in proposito il suo maestro Anneo Cornuto  come un elogio al maestro Anneo Cornuto. 
- Nella sesta satira, sostiene che la vera libertas non è un dato esteriore che appartenga a un particolare ceto sociale o politico, bensì è libertà dell'anima, rifacendosi a Seneca «La libertà è affrancamento dalle passioni.» 



LO STILE

Persio stesso, per definire il suo stile, si serve di una metafora chirurgica: a suo parere, infatti, il poeta deve "radere, defigere, revellere", cioè "raschiare via e incidere per asportare". Il suo scopo è di correggere, usando come arma la satira ('ingenuo ludo'), i suddetti "mores pallentes", ossia i costumi pallidi, che sono malati in quanto corrotti. 

A questo fine corrisponde una lingua che si definisce ordinaria scabra. Il suo linguaggio, sempre a suo dire, è "ordinario" perché non cerca stupefazioni stilistiche, e "scabro" perché la "iunctura acris" produce una sonorità quasi fastidiosa che colpisce chi legge. Nel Novecento questo stile sarà felicemente ripreso dal poeta Eugenio Montale «tremuli scricchi / di cicale dai calvi picchi» (Meriggiare pallido e assorto, Ossi di seppia 1925).

Il suo stile è spesso incline al pessimismo poichè considerava solo gli aspetti peggiori della società in cui viveva. I suoi strani accostamenti, le sue metafore complicate, il suo moralismo e il suo criticismo, lo hanno reso uno degli autori latini più difficili, dovuto anche al fatto che Persio si rivolge a un pubblico di una cultura medio-alta, con un certo dispregio per il volgo e la persona comune. 

Il poeta pertanto intende rivolgersi a un ceto che l'imperialismo ha messo in ombra e che cerca riscatto nello stoicismo. Paragonato ad Orazio, mentre questi usa la satira su una cerchia di amici, talvolta oggetto e talvolta complici della sua satira, Persio si pone come censore censore, piuttosto freddo e distaccato come un giudice arcigno. 

A Volterra è incastonata una lapide marmorea funeraria di epoca romana (C.I.L., 1784)(Dia 6) in cui si legge: 
A. PERSIUS A.F. SEVERUS V. ANN. VIII M. III D. XIX. 
Traduzione: 
Aulo Persio figlio di Aulo Severo, visse 8 anni, 3 mesi e 19 giorni. 
Si tratta dunque della lapide funeraria di un giovanissimo membro della gens Persia, un’importante famiglia volterrana il cui più illustre membro fu il poeta satirico Aulo Persio Flacco.

BIBLIO

- Marcus Valerius Probus - Vita Persii -
- N. Rudd - Persio - in Letteratura Latina Cambridge - vol. 2 - Da Ovidio all'epilogo - Milano - Mondadori - 2007 -
- E. V. Marmorale - Persio - Firenze - Sansoni - 1956 -
- D. Bo - Persio. Satire - Torino - Paravia - 1969 -
- Antonio La Penna - Da Lucrezio a Persio - Sansoni - Firenze - 1995 -
- Concetto Marchesi - La libertà stoica romana in un poeta satirico del I secolo. A. Persio Flacco - tip. dell'Unione coop. editrice - Roma - 1906 -
- A. La Penna - Persio e le vie nuove della satira latina - in Persio, Satire - Rizzoli - Milano - 1979 -


GAIO VALERIO FLACCO - G. VALERIUS FLACCUS


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MEDEA E GIASONE NEL VELLO D'ORO


Nome: Caius Valerius Flaccus Balbus Setinus;
Nascita: forse a Sezze
Morte: tra l'89 e il 96
Professione: poeta


Valerio Flacco fu un poeta romano, uno dei principali esponenti della poesia epica dell'età flavia, assieme a Silio Italico e a Publio Papinio Stazio, ma comunque della sua vita non si sa nulla. Le fonti si limitano ad attribuirgli un poema epico in esametri, dal titolo di "Argonautica" (le Argonautiche), che si interrompe all'VIII libro, non sappiamo se perchè fu incompiuto o perchè è andato distrutto o smarrito. 

Le notizie sulla sua vita sono molto limitate: 
- era membro della gens patrizia dei Valerii e l'ultimo membro noto del ramo dei Valerii Flacci,
- fu un membro del "Quindecemviri sacris faciundis", collegio dei quindici, guardiani dei libri sibillini,
 - in uno dei manoscritti vaticani è identificato anche come Setino Balbo, il che farebbe dedurre le sue origini presso Setia (Sezze) nel Lazio. 
- fu amico del poeta Marziale,
- il solo scrittore antico che lo cita è Marco Fabio Quintiliano, che si duole della sua prematura e recente scomparsa. Poiché Quintiliano terminò la sua "Institutio oratoria" (dove appunto è citato) nel 96 d.c., si deduce che la sua morte debba essere avvenuta poco tempo prima. 



ARGONAUTICA

Poema in otto libri sulla conquista del Vello d'oro, pervenutoci molto frammentato, e termina con Giasone che sposa Medea e la porta con sé. Le Argonautiche sono una libera imitazione e in parte rielaborazione del poema dal titolo omonimo di Apollonio Rodio, già famoso presso i Romani nella versione e adattamento di Publio Terenzio Varrone Atacino, ottenute però aggiungendo, togliendo e modificando varie parti. 

L'opera mira alla glorificazione di Vespasiano per aver reso più sicura la frontiera britannica e per avere favorito i viaggi nell'Oceano, pertanto l'opera è dedicata a Vespasiano, un elogio per le sue conquiste in Britannia, che fu scritto in parte durante la vittoria sui Giudei, o poco più tardi della distruzione di Gerusalemme da parte di Tito avvenuta nel 70. Dagli accenni all'eruzione del Vesuvio e da avvenimenti successivi, si deduce che la stesura del poema abbia richiesto un paio di decenni. 

CRISOMALLO CON FRISSO ED ELLE

LO STILE

L'opera, essendo un rimaneggiamento, manca di originalità, e la sua poetica è troppo elaborata. Egli si rifà a Virgilio, a cui però è molto inferiore. Flacco è vivace nelle descrizioni ed intuitivo nella resa dei personaggi con i loro caratteri e affetti, come Medea, ma non piacque molto e non fu popolare nei tempi antichi, tanto che nel Medioevo fu addirittura dimenticato.



LA STORIA 

Nefele fu creata come nuvola da Zeus a somiglianza di Era per mettere alla prova Issione che aveva osato importunare la regina degli Dei durante una festa. Issione la possedette e Nefele partorì un centauro. Atamante, marito e padre dei due figli l'abbandonò per Ino che cercò di fargli sacrificare i figli agli Dei per far salire al trono suo figlio, allora Nefele invocò Hermes che mandò loro il Crisomallo (l'ariete dal vello d'oro) perché li portasse via in volo nella Colchide.

ATAMANTA (argonauta)
La figlia Elle cadde in mare e affogò mentre Frisso venne ospitato da Eete a cui donò il vello d'oro di Crisomallo che intanto aveva sacrificato agli Dei, con poca riconoscenza verso l'ariete. Eete però, che evidentemente non sapeva che farne lo nascose in un bosco ponendovi a guardia un drago.

Pelia aveva conquistato il suo trono esiliando il gemello Neleo e senza dare alcuna eredità a Esone che fece invece suo prigioniero. Pelia aveva messo a morte chiunque potesse essere il suo futuro assassino, risparmiando il solo Esone poiché era molto amato dalla loro madre. Esone aveva sposato Polimela e da lei ebbe il figlio Giasone che riuscirono con uno stratagemma a far scampare alla morte portandolo sul monte Pelio, dove fu allevato dal centauro Chirone.

Ora siccome predizioni oracolari e pure vari presagi avevano avvertito Pelia, re della Tessaglia, che suo nipote Giasone, figlio di suo fratello Esone, gli avrebbe rubato il trono e la vita e non potendo però ucciderlo in base a questo, si limitò a gettarlo in un'impresa pericolosissima, ordinandogli di recarsi nella Colchide e conquistare il vello d'oro, il magico oggetto che poteva curare ogni ferita.
 
Giasone, convinto dell'aiuto di Giunone e di Pallade, si preparò alla spedizione facendo costruire ad Argo la nave che dalla città prese il suo nome e diffuse la notizia della sua spedizione per tutta la Grecia. Attirati dall'impresa giunsero da ogni dove gli eroi più famosi, fra cui Ercole. 

Ma con Giasone partì anche Acasto, figlio di Pelia, che Giasone volle con sé per timore che Pelia facesse maledire la sua nave, ma Pelia, appena se ne accorse, infierì contro i genitori di Giasone, che furono costretti a darsi la morte, e fece uccidere il loro figlio minore.


I Personaggi:

- Acasto, figlio di Pelia,
- Admeto, principe di Fere, celebre per la sua ospitalità e per il suo senso di giustizia.
- Anceo il Grande di Tegea, figlio di Posidone, venne poi ucciso dal cinghiale di Caledonia.
- Anceo il piccolo, cugino dell'altro Anceo, anche lui ucciso dal cinghiale.
- Anfirao, il veggente argivo.
- Argo di Tespi, costruttore della nave Argo e di una statua lignea di Era, oggetto di culto a Tirinto.
- Ascalafo di Orcomeno, figlio di Ares, che partecipò alla guerra di Troia.
- Asterio, figlio di Comete, un figlio di Pelope.
- Atalanta di Calidone, vergine cacciatrice (l'unica donna).
- Attore, figlio di Deioneo il Focese.
- Augia, re dell'Ellesponto dal numeroso bestiame che, grazie all'origine divina era immune dalle malattie, fu Ercole che ripulì le sue stalle in un solo giorno.
- Bute, di Atene, apicoltore; Bammaliato dalle sirene si gettò in mare, ma venne salvato da Afrodite, che, per ingelosire Adone, ne fece il suo amante sul Lilibeo..
- Calaide, l'alato figlio di Borea, ucciso da Eracle a colpi di clava.
- Canto l'Eubeo, tornati dalla Colchide Canto scorse un gregge di pecore sulla terraferma e per fame cercò di rubarne una ma Cafauro, il proprietario di quel gregge, si accorse del furto e lo uccise.

CASTORE

- Castore, lottatore spartano, uno dei Dioscuri.
- Cefeo, figlio dell'Arcade Aleo, re di Tegea.
- Ceneo il Lapita, che un tempo fu donna, amata dal dio Poseidone, che le volle offrire qualsiasi cosa desiderasse, e lei chiese di diventare uomo, e di essere invulnerabile; il dio l'accontentò.
- Corono il Lapita. Guidò in battaglia i Lapiti del monte Olimpo ma quando gli avversari proposero ad Eracle un terzo del loro regno in cambio del suo aiuto, questi accettò e vinse, Corono morì in battaglia.
- Echione, figlio di Ermes, fu l'araldo degli Argonauti.
- Eracle di Tirinto, Ercole.
- Ergino di Mileto, prese il timone della nave Argo dopo la morte del timoniere Tifide.
- Eufemo di Tenaro, il lottatore.
- Eurialo, figlio di Mecisteo, uno degli Epigoni, accompagnò in battaglia Diomede contro Troia.
- Euridamante il Dolopio, del lago Siniade, sapeva interpretare i sogni.
- Falero, abilissimo arciere Ateniese.
- Fano, il figlio cretese di Dioniso.
- Giasone, il capo della spedizione
- Idas, rapì Marpessa sottraendola sia al padre che ad Apollo, che lo inseguirono ma Zeus intervenne comandando alla donna di scegliere chi volesse tra i due e lei scelse Idas.
- Idmone l'Argivo, figlio di Apollo e veggente, morì ferito da un cinghiale.
- Ificle, figlio di Testio l'Etolo.
- Ifito, fratello di re Euristeo di Micene, morì per le ferite ricevute dai Colchi.
- Ila il Driope, assistente e amante di Eracle, rapito dalle ninfe.
- Laerte, figlio di Acrisio l'Argivo, futuro padre di Odisseo (Ulisse).
- Linceo, fratello di Idas, vedeva attraverso i muri e la terra, fu ucciso dai Dioscuri.
- Melampo di Pilo, figlio di Amitaone, guaritore, si ammalò quando vide suo padre mentre castrava dei montoni con un coltello
- Meleagro il Calidone, che uccise il famoso cinghiale.
- Mopso il Lapita, oracolo e indovino.
- Nauplio l'Argivo, figlio di Posidone, famoso navigatore
- Oileo il Locrese, futuro padre di Aiace d'Oileo.

ORFEO E EURIDICE

- Orfeo, il poeta Tracio suonatore della magica lira.
- Palemone, figlio di Efesto, un Etolo.
- Peante, figlio di Taumaco il Magnesio, grandissimo arciere, salvò i compagni uccidendo il gigante di bronzo Talo lanciandogli una freccia nel suo tallone.
- Peleo il Mirmidone, futuro padre di Achille.
- Peneleo, figlio di Ippalcimo, il Beota, pretendente di Elena, combattè contro Troia.
- Periclimeno di Pilo, figlio di Neleo, aveva avuto da Poseidone la capacità di assumere la forma di qualsiasi animale.
- Piritoo, Re dei Lapiti, figlio di Issione, si recò nell'Ade con Teseo per rapire Persefone ma Ade li incollò su due troni di pietra.
- Polluce, pugile spartano, uno dei Dioscuri.
- Polifemo, figlio di Elato, l'Arcade, rimase a terra con Eracle e lo scomparso Ila, partì alla ricerca degli Argonauti, per ricongiungersi a loro, ma morì presso il popolo dei Calibi.
- Stafilo, fratello di Fano e Figlio di Dioniso e Arianna.
- Telamone, fratello di Peleo, futuro padre di Aiace Telamonio.

COSTRUZIONE DELLA NAVE ARGO DA ATENA CON TIFI E ARGO

- Tifi il timoniere, di Sife in Beozia, abilissimo pilota della Beozia, cui Atena insegnò l'arte della navigazione, morì prima di giungere alla Colchide.
- Zete, fratello di Calaide, scacciò le Arpie dalla tavola di Fineo, e le inseguì fino alle isole Etole dove Iride, messaggera di Zeus, li avvertì di fermarsi nel loro inseguimento.
- Teseo, figlio del re Egeo l'ateniese

Nei libri seguenti si descrivono gli episodi del viaggio degli Argonauti: 

- la sosta a Lemno, 
- il salvataggio di Esione, 
- la strage dei Ciziceni, 
- il ratto d'Ila e l'abbandono di Ercole, 
- il pugilato di Polluce e di Amico, 
- la favola di Io cantata da Orfeo, 
- la liberazione di Fineo, 
- il passaggio fra le rupi Cianee, 
- la morte di Idmone e di Tifi. 

Nel V libro: gli Argonauti arrivano nella Colchide. Qui c'era guerra tra Eeta, re della Colchide, e suo fratello Perse, che voleva togliergli il trono. Eeta promette a Giasone il vello d'oro in cambio del suo aiuto nella guerra contro Perse. 

Nel VI libro: 
nella guerra contro Perse Giasone mostra tutto il suo valore. Medea, figlia del re Eeta, guardandolo dall'alto delle mura della sua città se ne innamora, costretta dai filtri di Venere. Dopo la vittoria, dovuta al valore degli Argonauti, Eeta viola la sua promessa e impone a Giasone di compiere prove prodigiose per la conquista del vello d'oro. Con l'aiuto della maga Medea, Giasone aggioga i tori sputafuoco e ara campi incolti presso la città eludendo i guerrieri sorti dai solchi seminati. 

Infine Medea va con l'eroe nel bosco sacro a Marte, addormenta il drago e rapisce il vello d'oro. Gli Argonauti prendono il mare inseguiti dalla flotta del figlio del re che li raggiunge alle foci del Danubio, e gli Argonauti chiedono a Giasone di restituire Medea. Il poema s'interrompe mentre Giasone rassicura Medea che non la rimanderà indietro. Si ritiene che l'autore abbia lasciato incompiuto il poema.


BIBLIO

- Valerio Flacco, Stàzio, Publio Papinio in Treccani Enciclopedia.
- J. Kenney, W. V. Clausen (a cura di) - The Cambridge History of Classical Literature. Vol. II - Latin Literature - Cambridge - University Press - 1982. 
- L. Simonini - La letteratura latina della Cambridge University - Milano - Mondadori - 2007 -
Valerio Flacco - Le Argonautiche - a cura di Franco Caviglia - Milano - BUR - 2007 -


SILIO ITALICO - SILIUS ITALICUS


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SILIO ITALICO


Nome: Tiberius Catius Asconius Silius Italicus
Nascita: tra il 25 e il 29
Morte: 101 in Campania
Professione: avvocato, politico e poeta, console nel 68


La fonte principale della biografia di S. è Plinio il Giovane (Epist., III, 7), il quale annunzia a un amico che Silio a settantacinque anni compiuti si era lasciato morire di fame. La lettera (scritta tra il 101 e il 106) di Plinio il Giovane a Caninio Rufo (l'autore del Bellum Dacicum), parla della morte di Silio a settantacinque anni, avvenuta fra il 101 e il 104. Di conseguenza Silio nacque fra il 25 e il 29 d.c.

Secondo alcuni studiosi l nome Asconio (Asconius) fa pensare che fosse legato alla gens patavina (di Padova) ma non se ne ha certezza. Fu patrono di Marziale, il che ce lo designa come patrizio e facoltoso, e sia Marziale che Tacito ci informano che operò nel Foro come avvocato difensore, probabilmente già all'epoca dell'Imperatore Claudio. Poiché Marziale non lo ricorda mai come suo compatriota, il cognome Italicus non indica che era nato a Italica nella Spagna.

Plinio narra inoltre che nel periodo neroniano Silio fece anche il pubblico accusatore, ma non sempre in modo limpido, perchè non disdegnò la delazione sia su fatti veri sia come calunnia, secondo i desideri dell'imperatore. Nerone lo ricompensò con il consolato nel 68, ultimo console del suo regno e della sua vita.

Morto Nerone, Silio non venne estromesso come ci si sarebbe potuto aspettare, perchè comunque era amico di Vitellio, per cui partecipò alle trattative di questi con il fratello di Vespasiano, Tito Flavio Sabino, che era a Roma con il figlio di Vespasiano, Domiziano.

Silio Italico, che faceva di tutto per farsi benvolere, riuscì ad entrare nelle grazie anche di Vespasiano che nel 77 lo nominò proconsole in Asia Minore agli ordini dello stesso Imperatore, come testimonia un'epigrafe, rinvenuta nel 1934 ad Afrodisia (nella Caria), che riporta il suo nome completo: Tib. Catius Asconius Silius Italicus. 

Allo scadere del mandato proconsolare Silio Italico si ritirò dalla vita politica dedicandosi a ciò che gli piaceva di più, cioè agli studi e alla stesura del suo poema, i Punica, nel cui III libro vi è un elogio a Domiziano per il titolo di "Germanico" da lui ottenuto dal senato nell'83. Nel IV libro degli Epigrammi, composto attorno all'88-89, Silio rivolge un saluto a Marziale.

A causa del suo cagionevole stato di salute trascorse gli ultimi anni in Campania, terra di sole e mare, dove aveva acquistato una villa che era appartenuta a Cicerone, il suo oratore preferito. Era la terra che amava sia per i bellissimi panorami sia perchè accoglieva la tomba di Virgilio che molto amava e di cui parecchio aveva seguito lo stile nei suoi Punica.

Inoltre la sua bellissima villa era corredata una quantità grandissima di libri, di statue, di quadri, e di opere d'arte. Durante il principato di Domiziano, nel 94, fu felice di vedere nominato console il figlio Lucio Silio Deciano, ma presto la felicità venne meno, come informano Marziale e Plinio, in quanto gli venne a mancare il suo figlio minore.

Forse anche per questo dolore egli si ammalò di un male incurabile ed evidentemente doloroso, (probabilmente un tumore) nella Campania tanto amata, si che nel 101, a seguito dei suoi studi e dei suoi principi stoici, testimoniati da Epitteto (diss., 3, 8, 7), e da alcuni luoghi del suo poema (XIII, 663; XV, 18), ma anche per evitare i lancinanti dolori, si lasciò morire di fame.

GUERRA PUNICA


I PUNICA

« Canto la guerra che ha innalzato al cielo la gloria degli Eneadi e sottomesso la feroce Cartagine alle leggi dell'Enotria »

Silio Italico scrisse "i Punica" (Punicorum libri XVII), il più lungo poema epico latino fino ad oggi pervenutoci (12.202 versi), che racconta la II Guerra Punica dalla spedizione di Annibale in Spagna al trionfo di Scipione dopo Zama.

I Punica è poema storico in diciassette libri. Secondo una parte della critica il testo è rimasto incompiuto, in quanto si ipotizza un progetto originario in diciotto libri, parallelo alle dimensioni degli Annales di Ennio.

La sua disposizione annalistica volle indubbiamente ricollegarsi alla terza decade di Tito Livio, di cui copia il modello adattandolo ai suoi tempi e ai suoi personaggi: Tito Livio, tra augusteismo e antiaugusteismo; Silio, tra Apologia di Roma e decadentismo

Dato il ripetuto ricorso in tutta la letteratura augustea di immagini, personaggi e motivi topici della II guerra punica, divenuta quasi paradigma delle antiche virtutes, Silio colloca dopo il proemio il ritratto di Annibale e chiude, come Livio, con l'immagine del trionfo di Scipione.

L'opera fu concepita quale continuazione ed esplicazione dell'Eneide virgilianaː infatti la guerra di Annibale è vista come la continuazione di Virgilio, originata dalla maledizione di Didone contro Enea.
Plinio non è entusiasta di Silio, apprezzandolo per il suo gusto per le ricostruzioni minuziose, ma molto meno per lo stile. 

Lo stile dipende dal gusto del tempo, estremamente e artificiosamente elaborato, scene macabre unite al modello epico mitologico, e alcune riflessioni etiche. L'opera è comunque un po' confusa e frammentaria, poiché dà più importanza ai particolari piuttosto che non all'unità dell'opera, importante soprattutto per le molte informazioni storiche e mitologiche piuttosto che per la sua capacità poetica.



SCIPIONE E ANNIBALE

Il personaggio che domina la scena per ben dodici libri è Annibale che possiede tutte le caratteristiche anti-romane: avido di potere, sanguinario, ingannatore, ma ha una sua virtus: è un ottimo generale, sa riconoscere gli uomini e apprezza il valore. Mira alla gloria ma come nome che rifulga per la sua gente e i suoi posteri.

Solo all’inizio del tredicesimo libro entra in scena Scipione; nonostante egli come i più grandi eroi compia la discesa agli inferi (da Odisseo ad Enea ecc.), rimane relegato ad uno spazio esiguo. Silio dedica infatti molto più spazio ad Annibale: tutta la risolutiva campagna d’Africa è liquidata in un libro, il diciassettesimo, mentre alla battaglia di Canne vinta da Annibale il poeta aveva riservato quasi due interi libri.



LA SECONDA GUERRA PUNICA (1 - 20) (I PUNICA)

Libro I
La causa della guerra fu l'odio di Giunone contro Roma, per cui sceglie Annibale per abbatterla. - Annibale e il giuramento che prestò durante l'infanzia. -i Asdrubale succede ad Amilcare come comandante in Spagna: le sue conquiste e la morte. - Annibale succede ad Asdrubale nell'esercito cartaginese e spagnolo. - Personaggio di Annibale. - Annibale attacca Sagunto: storia della città e assedio. - I Saguntini mandano un'ambasciata a Roma: il discorso di Sicoris. - Al Senato Cneo Cornelio Lentulo e Q. Fabio Massimo esprimono opinioni diverse e vengono inviati ad Annibale.

Libro II 
Gli inviati romani, respinti da Annibale, vanno a Cartagine. Vengono ricevuti nel senato cartaginese: discorsi di Annone e Gestar: Fabio dichiara guerra. Annibale si occupa di alcune tribù ribelli e torna all'assedio: riceve un dono di armatura dai popoli spagnoli. Le sofferenze di Sagunto. La Dea Lealtà viene inviata in città da Ercole, il suo fondatore, e li incoraggia a resistere. Ma Giunone manda una Furia che fa impazzire il popolo. Costruiscono una grande pira e la accendono. Annibale prende la città. Epilogo del poeta.

Libro III
Presa Sagunto, Bostar viene inviato in Africa per consultare Giove Ammone. Annibale si reca a Gades, dove c'è il famoso tempio di Ercole e le meraviglie delle maree dell'Atlantico. Annibale manda sua moglie Himilce e suo figlio a Cartagine. Sogna la prossima campagna: il suo esercito. Attraversa i Pirenei, il Rodano e la Dura. Descrizione delle Alpi. Dopo terribili difficoltà stabilisce un campo sulla cima delle montagne. Venere e Giove conversano sul destino di Roma. Annibale si accampa nel paese dei Taurini. Bostar riporta dall'Africa la risposta di Giove Ammone.

Libro IV
Roma sa che Annibale ha raggiunto l'Italia: ma il Senato non perde d'animo. Annibale corteggia i Galli del Nord Italia. Scipione torna da Marsiglia. Entrambi i generali si rivolgono ai loro soldati e si preparano alla battaglia. Un presagio precede la battaglia. La battaglia di Ticino. Scipione si ritira nella Trebia ed è affiancato da un esercito sotto Tiberio Sempronio Longo. Annibale costringe i romani a combattere. Battaglia di Trebia. Il console C. Flaminio guida un nuovo esercito in Etruria. Istigato da Giunone, Annibale traversa l'Appennino e si accampa sul Lago Trasimeno. Gli inviati di Cartagine chiedono se acconsente all'immolazione del figlio neonato: rifiuta.

Libro V
Annibale pone una trappola al nemico. Il nome del lago Trasimeno. Flaminio fa luce sui presagi avversi e sull'avvertimento di Corvino, l'indovino, e incoraggia i suoi uomini a combattere. La battaglia del Lago Trasimeno.

Libro VI
Scene sul campo della battaglia persa. Fuga precipitosa dei romani. Serrano, figlio del famoso Regolo, è uno dei fuggitivi: raggiunge l'abitazione di Marus, già scudiero di suo padre in Africa, che gli cura le ferite e racconta la storia di Regolo come conquistatore e come prigioniero. Lutto e costernazione a Roma dopo la sconfitta. Serrano torna da sua madre, Marcia. Il Senato discute i piani di campagna. Giove impedisce ad Annibale di marciare su Roma. Q. Fabio è scelto come dictator. La sua saggezza. Annibale marcia attraverso l'Umbria e il Piceno in Campania: a Liternum vede sulle pareti del tempio immagini di scene della I guerra punica e ordina di bruciarle.

Libro VII
Fabius decide di non correre rischi sul campo. Cilnio, uno dei suoi prigionieri, informa Annibale sulla storia familiare e il carattere di Fabio. Osservanze religiose a Roma. Fabio ripristina la disciplina nell'esercito. Annibale non può tentarlo a combattere e si trasferisce in Puglia cercando di provocarlo con vari dispositivi. Ritorna in Campania e devasta il territorio Falerniano. La visita di Bacco al contadino anziano, Falerno. Fabio spiega la sua inazione ai soldati scontenti. Un trucco di Annibale, per rendere il Dittatore impopolare. Annibale, in situazione pericolosa, con uno stratagemma si accampa su un terreno aperto. Il dittatore, obbligato a visitare Roma, mette in guardia Minucio contro i combattimenti. Una flotta cartaginese sosta a Caieta: le Ninfe sono terrorizzate; ma la profezia di Proteo li conforta. A Minucio vengono dati uguali poteri con il Dittatore che gli cede metà dell'esercito, Minucio impegna avventatamente il nemico ma viene salvato dal dittatore, salutato come "padre" da Minucio e dai soldati.

Libro VIII
Ansia di Annibale. Giunone manda Anna, sorella di Didone, a consolarlo: Anna è ora una ninfa del fiume Numicio: racconta la sua storia e incoraggia Annibale predicendo la battaglia di Canne. C. Terenzio Varrone è eletto console a Roma: i suoi discorsi vanagloriosi. Il suo collega, L. Emilio Paolo, ha paura di contrastarlo. Gli viene consigliato da Fabio di opporsi a Varrone. I consoli iniziano per la Puglia: le loro truppe. I cattivi presagi prima della battaglia allarmano i soldati.



Libro IX
Varrone è ansioso di combattere specie dopo una scaramuccia di successo. Paolo tenta di trattenerlo. Un orribile crimine commesso nell'ignoranza durante la notte fa presagire un disastro per i romani. Annibale incoraggia i suoi e li disegna in linea di battaglia. Varrone fa lo stesso. La battaglia di Canne.

Libro X
La battaglia: valore e morte di Paolo. Incitato dalla vittoria, Annibale vuole marciare su Roma, ma Giunone manda il dio del sonno per fermarlo. Cede, nonostante le forti proteste di Mago. Il resto dell'esercito romano si raduna a Canusium: la loro misera situazione. Metello propone che i romani lascino l'Italia; ma Scipione minaccia la morte di lui e dei suoi simpatizzanti. Annibale esamina il campo di battaglia: il fedele cavallo di Clelio: la storia della sua antenata Clelia: il corpo di Paolo viene trovato e sepolto. Paura a Roma. Fabio incoraggia i suoi connazionali e calma la furia della popolazione contro Varrone tornato a Roma.

Libro XI
Molti italici si ribellano da Roma e si uniscono ad Annibale. Anche Capua: la ricchezza e le lussuose abitudini dei cittadini. Su moto di Pacuvio, inviano Virrio e altri inviati a Roma, chiedendo che uno dei due consoli sia un campano: richiesta rifiutata da Torquato, Fabio e Marcello. Capua passa ad Annibale: Decio protesta ma invano. Annibale va a Capua: ordina l'arresto di Decio, che sfida le sue minacce. Annibale visita la città e si diverte a un banchetto dove Teuthras di Cuma, musicista, suona e canta. Il figlio di Pacuvio vuole pugnalare Annibale, ma suo padre lo dissuade. Mago è inviato a Cartagine per annunciare la vittoria. Gli inverni di Annibale a Capua: Venere indebolisce lo spirito del suo esercito. Mago riferisce a Cartagine i successi di Annibale e attacca Hanno che esorta a fare la pace. Ma i rinforzi vengono inviati sia in Spagna che in Italia.

Libro XII
Annibale lascia Capua: le sue truppe indebolite perdono a Neapolis, Cuma e Puteoli. Visita Baiae e altri luoghi. A Nola viene sconfitto da Marcello. I romani sperano anche per un oracolo di Delfi. In Sardegna Torquato sconfigge Ampsagora: un omaggio al poeta Ennio. Annibale brucia diverse città e prende la città di Tarentum ma non la cittadella. Torna per difendere Capua battendo due eserciti romani: seppellisce il corpo di Tiberio Sempronio Gracco. Incapace di farsi strada verso Capua, marcia contro Roma che è atterrita. Esamina le mura e i dintorni della città, ma deve tornare all'accampamento perchè Fulvio Flacco è tornato dalla Campania. Due tentativi di combattimento sono frustrati da una terribile tempesta inviata da Giove. Al terzo tentativo è fermato da Giunone, che agisce per ordine di Giove. Gioia dei romani.

Libro XIII
Annibale si ritira sul fiume Tutia e gli viene impedito di attaccare Roma da Dasio, un disertore, che spiega che la città è inespugnabile fintanto che contiene il Palladio. Ritorna nella terra dei Bruttii. I romani prendono Capua. Il padre e lo zio di Scipione vengono sconfitti e uccisi in Spagna. Ciò induce Scipione a scendere nell'Ade per gli spiriti dei suoi parenti. Vede fantasmi di persone famosi e la Sibilla prevede la morte di Annibale. Ritorna quindi nel mondo superiore.

Libro XIV
La campagna di Marcello in Sicilia: descrizione dell'isola. Cause della guerra Morte di Ierone, re di Siracusa: successione di Ieronimo, che viene ucciso, confusione generale. Marcello prende d'assalto Leontini. Blocca Siracusa via terra e via mare. Alleati di Siracusa. Alleati di Roma. Alleati siciliani di Cartagine. Fiducia dei siracusani. Il genio di Archimede sventa i tentativi romani. Una lotta in mare. La peste. Alla fine la città è presa.

Libro XV
Il Senato non sa chi inviare in Spagna. P. Cornelio Scipione vuole andare, ma i parenti lo dissuadono. Virtù e Piacere si contendono la sua fedeltà. Incoraggiato dagli argomenti di Virtù, chiede il comando e lo riceve: un presagio di successo. La sua flotta atterra a Tarraco. Il fantasma di suo padre lo esorta a prendere Cartagine: lo fa. Sacrifica agli dei, premia i soldati e distribuisce il bottino: restituisce una fanciulla spagnola al suo amante ed è elogiato da Lelio per questo. Guerra contro Filippo di Macedonia. Fabio prende Tarentum con un trucco. I consoli Marcello e Crispino sono battuti da Annibale e Marcello viene ucciso. In Spagna Asdrubale viene messo in fuga da Scipione: elogio di Lelio. Asdrubale attraversa le Alpi, per unirsi a suo fratello. Allarme a Roma. Il console, C. Claudio Nerone, viene ammonito in sogno dall'Italia a marciare a nord contro Asdrubale. Nerone si unisce all'altro console, M. Livio. La battaglia del Metauro. Nerone ritorna in Lucania e mostra ad Annibale la testa di suo fratello fissata su un palo.

Libro XVI
Annibale si muove nel paese dei Brutti. I Cartaginesi vengono cacciati dalla Spagna: Magone viene sconfitto e paga a Cartagine. Annone viene fatto prigioniero da Scipione. L'esercito di Asdrubale, figlio di Gisgone, viene distrutto. Masinissa, un principe numidico, si unisce a Scipione. Scipione e Asdrubale alla corte di Siface che stipula un trattato con i romani; ma seguono presagi funesti. Scipione torna in Spagna e tiene giochi in onore di suo padre e suo zio. Ritorna a Roma ed è eletto console: nonostante l'opposizione di Fabio, ottiene il permesso di attraversare l'Africa.

Libro XVII
L'immagine di Cibele viene portata da Frigia a Roma e ricevuta a Ostia da P. Scipione Nasica: la castità di Claudia è confermata. Scipione attraversa l'Africa e avverte Siface di non rompere il patto con Roma: il campo di Siface viene bruciato e lui viene fatto prigioniero. Asdrubale si ritira a Cartagine: Annibale viene richiamato dall'Italia. Il sogno di Annibale prima dell'arrivo della convocazione. Lascia l'Italia in obbedienza alle convocazioni. Decide di tornare in Italia, ma viene impedito da una tempesta. Dopo l'atterraggio in Africa, incoraggia i suoi soldati. Giove e Giunone parlano del destino di Annibale. Battaglia di Zama. Scipione ritorna in trionfo a Roma.


BIBLIO

- M. A. Vinchesi - Introduzione - in Le guerre puniche - BUR - Milano - 2001 -
- Giovanni Pollidori - Postilla a Silio Italico - 2017 -
- O. Occioni - Cajo Silio Italico e il suo poema - Firenze - Le Monnier - 1871 -
- Silio Italico - su Sapere.it - De Agostini -


PROPERZIO - SESTUS PROPERTIUS


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Nome: Sesto Aurelio Properzio, Sestus Aurelius Propertius
Nascita: Assisi o Urvinum Hortense (Collemancio), 47 o 50 a.c. 
Morte: Roma, dopo il 15 o 16 a.c. 
Professione: Poeta romano

«Cynthia prima suis miserum me cepit ocellis,
contactum nullis ante Cupidinibus

«Cinzia per prima con i cari occhi mi prese, misero,
prima nessuna passione mi aveva sfiorato.»

(Sesto Properzio, Elegiae, I 1, vv. 1-2)

Sesto Aurelio Properzio nacque nel 47- 49 a.c. ad Assisi, come lui stesso dichiara nell'elegia che fa da proemio al IV libro e come testimoniano recenti acquisizioni epigrafiche recanti il nome di Publius Passennus Blaesus, che Plinio il Vecchio dichiara parente di Properzio, e l'indicazione della tribù Sergia a cui Assisi era l'unico municipio umbro a esserne iscritto.

Alcuni archeologi ritengono di aver rintracciato la casa del poeta, una lussuosa villa con affreschi mitologici ed iscrizioni in greco, sotto la basilica di Santa Maria Maggiore. Si è anche ipotizzato che Properzio fosse nato presso Collemancio (Urvinum Hortense).

Dagli elementi forniti da alcuni scavi eseguiti sul posto e dalle poche iscrizioni rinvenute,  provenienti da Collemancio, si sa che presso questo comune sorgeva un municipium romano, iscritto alla tribù Stellatina che durò fino al III sec. d.c. Secondo altri si tratta invece di un antico centro italico non romanizzato. La tesi più accredita lo fa comunque nativo di Assisi.

Properzio nacque da un'agiata famiglia di rango equestre, ma tosto ebbe un'infanzia segnata da varie difficoltà, per gli sconvolgimenti dovuti alle guerre civili. In seguito alla rivolta dei proprietari italici, repressa da Augusto nel 41–40 a.c.; dopo la guerra di Perugia del 41, tra Ottaviano e Lucio Antonio (fratello di Marco Antonio) perse buona parte dei suoi averi per essersi battuta contro Ottaviano che gli sequestrò beni e terre. 

Properzio subì lutti e confische di terre. Inoltre il padre gli morì in tenera età, il che influì molto sui suoi futuri componimenti, velandoli di grande tristezza e nostalgia per la terra natia. Non a caso ricorrono nei suoi componimenti immagini sepolcrali, che ricordano evidentemente questo triste periodo della sua fanciullezza. 

PROPERZIO


VIAGGIO A ROMA

Ormai in condizioni disagiate, si trasferì insieme alla madre a Roma, la città che dava spazio a tutte le attitudini più o meno ambiziose e, come usava nelle buone famiglie, venne avviato alla carriera forense. Ma Properzio non era tagliato per quella attività e immediatamente si dedicò invece alla sua attitudine preferita, quella di poeta. 

Properzio rivelò precoce attitudine per la poesia: già al 28 a.c. risale la pubblicazione del suo I libro di elegie, il cosiddetto "monobiblos" ("libro unico"), intitolato al nome di Cynthia il grande amore della sua vita, secondo la tradizione dei poeti alessandrini.

A Roma comunque entrò in contatto con il circolo di poeti neoterici suoi coetanei, tra cui il giovane Tullo, nipote di L.V. Tullo che fu Console con Ottaviano nel 33 a.c. e con il quale entrò in stretta amicizia.

A Roma ebbe la sua prima esperienza sessuale con la schiava Licinna, presto travolta, nel 29 a.c., dalla grande passione per Cinzia, secondo alcuni una liberta, padrona di Licinna. Properzio ebbe un'intensa esperienza amorosa con Cinzia a cui seguì una rottura a causa di un'infedeltà del poeta. Tuttavia, dopo qualche tempo, i due ricominciarono a frequentarsi, ma l'amore di Properzio non era a sua volta corrisposto dalla fedeltà di Cinzia: dopo cinque anni di tormenti, la rottura fu definitiva.

Properzio: "Di te, Cinzia, sarò vivo, di te morrò!"

Come riferisce Apuleio, il vero nome della donna era Hostia: il nome Cinzia si collegherebbe a Cinto, nome del monte su cui sorgeva Delo, dove nacquero Apollo e Diana; d'altronde anche la Delia di Tibullo si riferiva a Delo. 

Sembra comunque che Sparta fosse molto devota a Diana, che l' come Dea Luna assumeva il nome di Cynthia. L'affascinante donna di Properzio, forse più grande di lui, dagli occhi neri e dai capelli fulvi, colta e mondana, elegante, amante della danza, della poesia, ma anche di facili avventure d'amore (come del resto Properzio), fu regina dell'anima del poeta, nonostante i tormenti e l'infelicità. 


CIRCOLO DI MECENATE

IL CIRCOLO DI MECENATE

Il suo primo libro di elegie nacque nel 29 a.c. e fu pubblicato nel 28 a.c.. Il libro ottenne un tale successo in tutta Roma che Mecenate lo fece entrare nel suo circolo poetico, accanto ad altri grandi poeti come Orazio e Virgilio.

La letteratura augustea fu un periodo della letteratura latina il cui inizio è convenzionalmente fissato nel 31 a.c., con la battaglia di Azio e la fine della Repubblica, periodo floridissimo di risorse artistiche ed economiche che terminò con la morte di Augusto, nel 14 d.c.. Faceva parte del cosiddetto periodo aureo, chiamato anche classico o di transizione, uno dei migliori periodi dell'intera storia della letteratura mondiale, grazie alla molteplicità di ingegni che fiorirono contemporaneamente.

L'avvicinamento di Properzio a Mecenate e al suo famoso circolo avvenne si dice dopo la pubblicazione del primo libro di poesie. Il poeta divenne amico di Virgilio e, soprattutto, di Ovidio. Ebbe invece, i rapporti difficili con Orazio, forse per i diversi ideali poetici. Tibullo e Properzio poi si ignorarono reciprocamente.

Raggiunto il successo ma privo di amore, il poeta si dedicò poi a uno studio impegnativo per cantare il passato di Roma, con i fatti e i personaggi che avevano formato lo spirito della romanità. Forse, Properzio è il seccatore a cui si accenna nella IX Satira di Orazio, che sembra lo avesse in grande antipatia.


IL CIRCOLO DI MESSALLA

A Roma vi era poi un altro circolo, quello "di Messalla", che ruotava attorno alla figura aristocratica di Marco Valerio Messalla Corvino, e che raccoglieva poeti di ispirazione bucolica ed elegiaca, in antitesi con gli interessi civili dei poeti di Mecenate. Di questo secondo circolo facevano parte Tibullo, Ligdamo (ma che poteva essere un altro nome di Tibullo) e la poetessa Sulpicia. 

Messalla a suo tempo era stato un valoroso generale e collaboratore di Ottaviano, che si ritirò a vita privata dopo il 27 a.c.. Questo suo circolo, in antitesi con quello di Mecenate, rinunciò all'impegno morale e civico, a favore di un'ispirazione idilliaca, agreste ed elegiaca. Fu a contatto di questo circolo che Properzio strinse amicizia con Tibullo e scrisse le Elegie, scritte in quattro libri e novantadue componimenti, tutti in distici elegiaci.

Lo stesso Augusto fu un letterato piuttosto versatile: scrisse in prosa e in versi, dalle tragedie agli epigrammi e alle opere storiche. Coltivò l'eloquenza fin dalla prima giovinezza, con grande passione e impegno non disdegnando le letture in lingua greca.

ME IUVAT IN GREMIO DOCTAE LEGISSE PUELLAE

CYNTHIA - HOSTIA

Se ella volesse concedermi talvolta di tali notti, anche un anno di vita sarà lungo.
Se poi me ne concederà molte, allora in esse diverrò immortale:
chiunque in una sola notte può trasformarsi in un Dio
”.
(Elegia XV)

Come riferisce Apuleio (Apologia, 10), e conferma Giovenale, il vero nome della donna era Hostia: il nome Cinzia si collegherebbe a Cinto, nome del monte su cui sorgeva Delo, dove nacquero Apollo e Diana; d'altronde anche la Delia di Tibullo si riferiva a Delo. 

Sembra comunque che Sparta fosse molto devota a Diana, che come Dea Luna assumeva il nome di Cynthia. L'affascinante donna di Properzio, forse più grande di lui, dagli occhi neri e dai capelli fulvi, colta e mondana, elegante, amante della danza, della poesia, ma anche di facili avventure d'amore (come del resto Properzio), fu regina dell'anima del poeta, nonostante i tormenti e l'infelicità. 

Properzio accenna alla presenza di un antenato poeta nella famiglia della donna, che potrebbe essere un certo Hostius, autore di un poema epico-storico sul Bellum Histricum, che celebrava la vittoria del 129 a.c. ottenuta da Gaio Sempronio Tuditano contro gli Illiri. Il che confermerebbe il nome di Hostia.

Si amarono comunque per quasi cinque anni, finchè Cinzia morì intorno al 20 a.c., ma ciò non placò nel poeta il desiderio di lei e il suo rimpianto, e nonostante le due ultime elegie del III libro, quelle che dovrebbero segnare la separazione definitiva, il dolore non si placò mai.


LA SEPARAZIONE

Properzio compie infine “L’integrazione difficile” di cui parla il critico letterario Antonio La Penna. Trascinato dall'amore furente verso Cinzia Properzio era molto distante dalla ideologia celebrativa augustea, ma svanito l'amore, all'autore non resta alla fine che separarsi dalla dominante donna dei suoi sogni per accettare i valori tradizionali del mos maiorum e così essere integrato nella ideologia della restaurazione di Ottaviano.

Diciamo che dal circolo di Messalla Properzio passa più dalla parte del circolo di Mecenate, tra l'altro grande amico di Augusto, e cessando di essere elegiaco e bucolico, diventa epico e celebrativo della gloria dell'immortale Città Eterna. Contemporaneamente diventa notevolmente più ricco, perchè Augusto è un imperatore generoso.



IL SUCCESSO DELLE ELEGIE

La poetica di Properzio tese volutamente all'imitazione di due poeti alessandrini: Callimaco e Fileta, soprattutto Callimaco perché Properzio vuole essere il callimaco romano e di callimaco accoglie il rifiuto per le composizioni lunghe, l'argomento amoroso e quello eziologico (che esamina le causali).

Il successo della poetica di Properzio fu immediato e influenzò la poetica nei secoli successivi. Nell'oscuro medioevo fu quasi dimenticato come del resto quasi tutta la letteratura e l'arte romana. Fu invece rivalutato dalla poesia umanistica, precursore del Rinascimento, e il suo successo proseguì nei secoli successivi soprattutto nel Settecento, ma ebbe poi una sempre più grande diffusione, in particolare amatissima da Goethe.


LA MORTE

La sua vita fu breve (come quella di Catullo e di Tibullo), Non è conosciuta la data certa della sua morte, anche se, da alcuni riferimenti, si può dedurre che morì poco dopo il 15 a.c., a circa 35 anni.



LE ELEGIE


LIBRO I

Il primo libro (Monobiblos, "libro unico") rappresenta la prima raccolta di elegie pubblicata nel 28 a.c. e dedicata alla donna amata, Cynthia, alla moda dei poeti alessandrini. Costituito da ventidue elegie, è noto anche sotto il titolo di Cynthia (nei manoscritti). Vi si canta prevalentemente l'amore impossibile e travolgente per Cinzia ampiamente corredato da figure mitologiche. La donna si mostrava verso il poeta, a volte corrispondente, e, a volte indifferente (Levitas: volubile incostanza).


LIBRO II


CINZIA E PROPERZIO
Anche nel secondo libro, in trentaquattro componimenti, si tratta a lungo dell'amore per Cinzia. La passione del poeta diventa tormento e sofferenza, e la sua trattazione si avvale anche di materiale erudito. 

Nella Elegia numero 34 del secondo libro, annunziò, per primo, la composizione dell’Eneide di Virgilio. Il poeta pubblicò il secondo libro di elegie nel 25 a.c., dopo la morte di Cornelio Gallo, anche lui poeta elegiaco, avvenuta nel 26 a.c.


LIBRO III

Si avvale di venticinque componimenti, che trattano d'amore ma pure di argomenti politici e civili. Alla fine di questo inoltre avviene il distacco dolorosissimo ma liberatorio dalla servitù d’amore nei confronti di Cinzia. 

Pubblicò il terzo libro di elegie nel 22 a.c., dopo la morte del nipote di Augusto, Marcello, avvenuta l’anno prima nel 23 a.c.


LIBRO IV

Nel quarto libro, di undici componimenti, i temi civili e la propaganda augustea diventano preponderanti, in particolare nelle Elegie romane dove Properzio si ispira a Callimaco, riprendendo in particolare gli "Aitia" (Le Cause), in cui si illustravano le origini di miti e culti religiosi. Egli stesso si definisce qui il "Callimaco Romano" . 

Cinzia morì nel 20 a.c.; Il poeta scrive, così, l’epigrafe sopra la tomba di Cinzia:
“QUI, IN TERRA TIBURTINA, GIACE LA SPLENDIDA CINZIA;
GLORIA, O ANIENE, SI E’ AGGIUNTA ALLE TUE RIVE”.

L’ultima elegia del quarto libro è dedicata ad una nobil donna romana Cornelia, che morì nel 16 a.c, sposa di Lucio Emilio Paolo. In questa ultima elegia Properzio fa un grande elogio di Cornelia considerata una matrona romana piena di virtù e moglie fedele di suo marito. 

L’elegia termina con l’augurio di Cornelia a suo marito:
Ho finito di perorare la mia causa. Testimoni in pianto per me,
alzatevi, mentre la terra benigna mi ripaga del sacrificio della vita.
Il cielo si apre alle caste indoli: possa con i miei meriti
essere degna che le mie ossa siano portate tra gli illustri avi
”.
Properzio pubblicò il quarto ed ultimo libro di elegie nel 16 a.c.

CASA DI SESTO PROPERZIO

CYNTHIA


LIBRO I

Cinzia per prima m’irretì, sventurato, con i suoi dolci occhi,
quand'ero ancora intatto dai desideri della passione.
Allora Amore abbassò il consueto orgoglio del mio sguardo
e mi oppresse il capo sottoponendolo al dominio dei suoi passi,
finché m’insegnò crudele a odiare le fanciulle caste
e a condurre una vita priva di qualsiasi saggezza.
E ormai da un anno intero questa follia non mi abbandona
mentre sono costretto ad avere gli dèi avversi.
Milanione, o Tullo, disposto a non fuggire nessun travaglio,
infranse la crudeltà della dura figlia di Iasio.
Egli infatti errava talora, folle, per gli anfratti
del Partenio, e andava a scovare le irsute fiere;
e anche, percosso da un colpo di clava dal centauro Ileo,
giacque ferito e gemente sulle rupi d’Arcadia.
Dunque poté così domare la veloce fanciulla:
tanto in amore valgono le preghiere e i benefizi.
Per me Amore impigrito non escogita alcun espediente,
né ricorda di percorrere, come prima, le note vie.
Ma voi che traete giù dal cielo con ingannevoli arti
la luna, e compite riti propiziatorii sui magici fuochi,
orsù mutate l’animo di colei che mi signoreggia,
e fate che il suo volto divenga più pallido del mio!
Allora crederò che voi potete guidare il corso
degli astri e dei fiumi con gli incantesimi della donna di Cytaia.
E voi amici, che tardaste troppo a sollevare il caduto,
cercate aiuti per un cuore ormai infermo.
Sopporterò con saldezza le torture del ferro e del fuoco,
purché sia libero di dire ciò che l’ira mi detta.
Portatemi in mezzo a popoli e a mari remoti,
dove nessuna donna possa conoscere il mio cammino:
voi, il cui dio accondiscende con favorevole orecchio,
rimanete, e l’amore vi sia sempre sicuro e reciproco.
Quanto, a me, la mia Venere mi travaglia con amare notti,
e Amore non mi abbandona mai lasciandomi libero.
Vi ammonisco, evitate questo male: ognuno indugi
nella propria passione, né si stacchi da un sentimento consueto.
Ché se alcuno tarderà ad ascoltare i miei ammonimenti,
ahi, con quanto dolore ricorderà le mie parole!


Elegia XIX

Adorata Cinzia, non temo i tristi Mani,
né voglio ritardare i fati dovuti all’estremo rogo;
ma che una volta spirato, per caso rimanga privo del tuo amore,
ciò temo, più duro della stessa morte.
Non così lievemente il dio fanciullo s’impresse
sui miei occhi al punto che la mia polvere ne sia priva,
smemorata d’affetto. Laggiù, nei tenebrosi recessi,
l’eroe filàcide non poté dimenticare l’amata sposa,
ma desiderosa di stringere in un vano abbraccio la sua fonte di gioia,
il Tessalo, ormai ombra, raggiunse l’antica dimora.
Laggiù, comunque sarò, sia pure soltanto fantasma,
sarò detto tuo: un grande amore varca anche le rive fatali.
Laggiù vengano in coro le belle eroine,
parte del bottino dardanio agli eroi argivi,
nessuna di loro, o Cinzia, mi sarà più gradita
della tua bellezza e (ciò mi conceda la giusta Terra)
anche se ti trattenga una sorte di lunga vecchiezza,
le tue ossa saranno sempre care al mio pianto.
Possa tu, viva, sentire ciò sul rogo che mi arde.
Allora la morte non mi sarebbe amara dovunque.
Ma come temo, o Cinzia, che spregiato il sepolcro,
Amore crudele ti distolga dalle mie ceneri e t’induca
ad asciugare malvolentieri le fluenti lagrime! Una fanciulla,
per quanto fedele, si piega ad assidue minacce.
Perciò noi amanti, finché si può, godiamo:
mai nessuno tempo l’amore è lungo abbastanza.


LIBRO II

Elegia XV

Oh me felice, o notte per me splendida,
e dolce letto reso beato dalla mia delizia!
Quante parole ci siamo detti distesi accanto alla lucerna,
e quante battaglie d’amore abbiamo ingaggiato,
allontanato il lume. Infatti ella ora lottava con me
a seni nudi, ora indugiava a lungo coperta dalla tunica.
Ella con le labbra mi aprì gli occhi assonnati,
e disse: “Così, insensibile, giaci?”.
Come abbiamo intrecciato le braccia in diverse forme d’amplesso!
Quanti lunghi baci ho impresso sulle tue labbra!
Non giova guastare i piaceri di Venere con movimenti ciechi;
se non lo sai, gli occhi sono la guida dell’amore.
Si dice che lo stesso Paride si consunse vedendo nuda la Spartana,
mentre si alzava dal talamo di Menelao;
nudo anche Endimione, narrano, conquistò la sorella di Febo,
e giacque a sua volta insieme con la dea nuda.
Se invece tu con animo ostinato ti adagerai vestita,
ti strapperò la veste e proverai la forza delle mie mani;
e anzi se l’ira da te provocata mi spingerà a trascendere,
dovrai mostrare a tua madre le braccia ferite.
Non ancora dei seni cadenti ti impediscono tali giochi:
badi a queste cose colei che si vergogna di avere già partorito.
Finché i fati ce lo permettono, saziamoci gli occhi di amore:
viene per te una lunga notte, e il giorno non tornerà. 
Oh volessi che una catena ci avvincesse
così che nessun giorno ci potesse più separare.
Ti siano d’esempio le colombe congiunte in amore,
il maschio e la femmina stretti in un connubio totale.
Erra colui che cerca la fine di un folle amore:
un amore vero non conosce alcun limite né misura.
La terra ingannerà con false messi gli aratori,
e più presto il sole spingerà i cavalli neri,
e i fiumi cominceranno a far rifluire le acque alla sorgente,
e i pesci saranno asciutti nei gorghi disseccati,
che io possa rivolgere altrove i miei affanni d’amore;
di lei sarò vivo, di lei morrò!
Se ella volesse concedermi talvolta di tali notti,
anche un anno di vita sarà lungo.
Se poi me ne concederà molte, allora in esse diverrò immortale:
chiunque in una sola notte può trasformarsi in un dio.
Se tutti desiderassero trascorrere una tale vita,
e giacere con le membra oppresse da molto vino,
non vi sarebbe il crudele ferro né una nave da guerra,
e il mare di Azio non travolgerebbe le nostre ossa,
né Roma espugnata tante volte dai propri trionfi,
sarebbe stanca di sciogliere i suoi capelli.
Questo certo potranno elogiare di me i miei discendenti:
le mie coppe non hanno mai offeso alcuno degli dèi.
Tu ora, mentre il giorno splende, non lasciare i frutti della vita:
se mi darai tutti i tuoi baci, me ne darai pochi.
E come i petali si distaccano dai serti avvizziti,
e li vedi galleggiare sparsi nelle coppe,
così per noi, che ora amanti nutriamo un vasto sentimento,
forse il domani concluderà i fati.

CASA DI PROPERZIO

IL NUOVO CALLIMACO

LIBRO III

Elegia I

Spirito di Callimaco, e sacri riti del coo Filita,
vi prego, permettetemi di entrare nel vostro bosco,
per primo io, sacerdote, mi accingo a guidare dalla pura fonte
tra i misteri italici la schiera greca.
Ditemi, in quale antro entrambe modulaste i carmi?
Con quale piede entraste? Quale acqua beveste?
Ah, lontano da me chiunque trattiene Febo tra le armi!
Scorra levigato con sottile pomice il verso
per cui la sublime Gloria mi solleva da terra,
e la Musa nata da me trionfa sui cavalli inghirlandati,
e sul cocchio gli Amori fanciulli sono trasportati con me,
e una folla di scrittori fa da corteggio alle mie ruote …
Perché contendete con me inutilmente a briglia sciolta?
Non è dato correre alle Muse per un’ampia via.
Molti, o Roma, aggiungeranno agli annali la tua gloria,
e molti canteranno che Bactra sarà il confine dell’impero:
ma un’opera che tu possa leggere in tempo di pace,
la mia pagina l’ha tratta giù dal monte delle Sorelle
per una via sinora non percorsa. Date, o Pegasidi, molli corone
al vostro poeta; non si confà al mio capo un duro serto.
Ma ciò che a me vivo ha sottratto l’invida turba,
dopo la morte me lo renderà l’Onore in misura raddoppiata.
Il tempo dopo il trapasso fa divenire tutte le cose più grandi,
dopo le esequie, la rinomanza corre più vasta sulle bocche.
Infatti chi saprebbe che una rocca fu abbattuta da un cavallo di abete,
e che i fiumi contrastarono l’eroe emonio,
l’idèo Simoenta e lo Scamandro, prole di Giove?
E che Ettore insanguinò tre volte le ruote che lo trascinavano sui campi?
A stento Deifobo ed Eleno e Polidamante e Paride,
qualunque ne fosse il valore nelle armi, sarebbero noti alla loro terra.
Ora si parlerebbe appena di te, Ilio, e di te,
Troia, abbattuta due volte dalla potenza del dio etèo.
E quell’illustre Omero, cantore della tua fine,
sentì accrescersi la fama dalla sua opera tra i posteri.
Me Roma loderà fra i suoi tardi nipoti.
Io stesso prevedo quel giorno, quando sarò cenere.
A una pietra che indichi le mie ossa in un sepolcro non spregiato,
ho provveduto io, se il dio licio esaudisce i miei voti.


Elegia II

Intanto ritorniamo nel cerchio della nostra poesia;
si compiaccia la fanciulla emozionata dal consueto canto.
Tramandano che Orfeo con la sua lira tracia trattenesse le fiere
e arrestasse i fiumi resi impetuosi dalla piena.
E narrano che le rocce del Citerone mosse per virtù di magìa
si unirono spontaneamente per formare le mura di Tebe,
e anzi, o Polifemo, alle pendici del selvaggio Etna,
Galatea piegò al tuo canto i madidi cavalli:
e ci stupiremo dunque se con il favore di Bacco e di Apollo
lo stuolo delle fanciulle venera le mie parole?
Certo la mia casa non poggia su colonne di marmo tenario,
né possiede soffitti dorati fra eburnee travi,
né i miei giardini eguagliano quelli dei Feaci,
l’acquedotto marcio non irriga le mie grotte istoriate;
ma mi tengono compagnia le Muse, e i carmi cari al lettore,
e v’è Calliope, ormai sazia dei miei ritmi.
Fortunata colei chiunque sia, se la celebrano i miei versi!
I miei carmi saranno durevole testimonianza della tua bellezza.
Infatti né il fasto delle piramidi elevate fino alle stelle,
né il tempio di Giove elèo che emula il cielo,
né il tesoro sontuoso del sepolcro di Mausolo,
possono scampare alla estrema condizione della morte.
Le fiamme o le piogge cancelleranno ogni sorta di pregio,
o cadranno vinti dal peso degli anni, sotto i loro colpi.
Ma la fama conquistata con l’ingegno non sarà annullata dal tempo:
l’ingegno ha una sua gloria immune dalla morte.


Elegia XXV

Ero divenuto oggetto di riso tra i convitati nei banchetti
e chiunque poteva divertirsi a sparlare di me.
Ho potuto servirti fedelmente per cinque anni:
rimpiangerai spesso la mia fedeltà mordendoti le unghie.
Non mi lascio commuovere dalle lacrime: conosco già l’inganno della tua arte;
il tuo pianto, o Cinzia, scaturisce sempre da una insidia.
Piangerò, allontanandomi, ma l’offesa è più forte delle lacrime:
tu non vuoi che il nostro legame proceda felice, conveniente ad entrambi.
Ora addio, soglia lacrimante per le mie parole,
addio porta, malgrado tutto, non infranta dalla mia mano irata.
Ma te incalzi la tarda età, se pur celerai gli anni,
e sopraggiungano le squallide rughe della tua bellezza!
Allora possa tu desiderare di svellere dalla radice i capelli bianchi,
mentre lo specchio, ahimè, rimprovererà il tuo volto grinzoso,
e a tua volta respinta, sopportare l’altero disprezzo,
e vecchia lamentarti di subire ciò che un tempo infliggesti.
La mia pagina ti predice tale funesta sorte:
apprendi a temere il destino della tua bellezza.

CASA DI PROPERZIO

LIBRO IV

Elegia VII (Ultima parte)
(L’altezzosa Cinzia parla al poeta ubbidiente).

“Così con le lagrime della morte saniamo gli amori della vita,
ed io nascondo le molte colpe della tua perfidia.
Ma ora ti affido le mie volontà, se per caso ti lasci commuovere,
e se l’erba magica di Clori non ti possiede tutto.
La nutrice Partenie non manchi di nulla nei suoi tremuli anni:
non è mai stata avida con te, e lo avrebbe potuto.
La mia dolce Latri, che trae il nome dal suo lavoro,
non debba porgere lo specchio alla nuova padrona.
E tutti i versi che hai composto nel mio nome,
bruciali per me: cessa di tenere con te le mie lodi!
Strappa dal sepolcro l’edera che nei suoi pugnaci corimbi
si lega alle mie tenere ossa con implicate chiome.
Dove l’Aniene fecondo di frutti si distende nei campi alberati,
e mai sbiadisce l’avorio per la protezione di Ercole,
scrivi su una colonna un’epigrafe degna di me,
ma breve, che possa leggerla il viandante che proviene frettoloso dalla città:
-Qui in terra tiburtina giace la splendida Cinzia;
gloria, o Aniene, s’è aggiunta alle tue rive-.
E tu non disprezzare i sogni che giungono dalle porte dei beati:
se vengono, tali sacri sogni, devono avere un senso.
Di notte vaghiamo, la notte rende libere le ombre rinchiuse;
tolte le sbarre, anche Cerbero erra.
All’alba l’inferna legge c’impone di tornare agli stagni del Lete:
c’imbarchiamo, e il nocchiero soppesa il carico.
Ora ti possiedano altre; ben ti avrò io sola:
sarai con me, e consumerò le tue ossa con le mie ad esse mischiate”.
Dopo che finì di parlarmi con tono di dolente rimprovero,
l’ombra si dileguò nel mezzo del mio abbraccio.


Elegia XI (Ultima parte)

(Parla Cornelia rivolgendosi al marito Paolo).

Se poi egli memore si appagherà di restare fedele alla mia ombra,
e stimerà che tanto valgono le mie ceneri,
sin da ora imparate a preoccuparvi della sua futura vecchiaia,
e nulla tralasciate per lenire i suoi affanni di vedovo.
Il tempo che è stato sottratto a me, si aggiunga ai vostri anni:
così, grazie alla mia prole, Paolo si consoli di essere vecchio.
E’ bene così: io madre non ho mai vestito a lutto:
e tutta la schiera dei congiunti venne alle mie esequie.
Ho finito di perorare la mia causa. Testimoni in pianto per me,
alzatevi, mentre la terra benigna mi ripaga del sacrificio della vita.
Il cielo si apre alle caste indoli: possa con i miei meriti
essere degna che le mie ossa siano portate tra gli illustri avi.


BIBLIO

- Properzio - Elegie - a cura di E. Oddone - Editore Bompiani - Milano - 1990 -
- Properzio - Il libro di Cinzia - a cura di Paolo Fedeli, Rosalba Dimundo - Traduttore: Angelo Tonelli - Collana: Letteratura universale. Il convivio - Marsilio - 1999 -
- Antonio La Penna - Introduzione a Sesto Properzio, Elegie - Einaudi - Torino - 1970 -
- A. La Penna - L'integrazione difficile. Un profilo di Properzio - Torino - 1977 -
- AA.VV. - Atti dei Colloquia Propertiana - Assisi - I, 1977 - II, 1981 - III, 1983 -
- AA.VV. - Atti del convegno internazionale per il bimillenario della morte - Assisi - 1986 -
- S. Properzio - Elegie - traduzione di Luca Canali, commento di Riccardo Scarcia - Rizzoli - Milano - 2016 -
- Laurence Richardson - Propertius - Elegies I-IV : Ed., with introd. and commentary. Norman OK - University of Oklahoma Press - 1977 -


 

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