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POTENTIA (Marche)


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L'area archeologica di Potentia si trova a Porto Recanati in località Santa Maria in Potenza, dove gli scavi stanno riportando alla luce un'antica colonia romana. I Romani fondarono infatti la città di Potentia in un processo di colonizzazione di tutta la costa adriatica. La presenza dell'insediamento, soprattutto nelle prime fasi, è documentata da Plinio il Vecchio, Tito Livio, Tolomeo, Pomponio Mela e Velleio Patercolo.

REPERTO DI POTENTIA
La sua fondazione è databile tra il 184 a.c. e il 189 a.c. ad opera dei triumviri Marco Fulvio Flacco, Quinto Fulvio Nobiliore e Quinto Fabio Labeone, 

Fu creata con lo scopo di assicurare terra ai veterani delle guerre puniche e per proteggere il litorale dall'assalto dei pirati illirici dei Balcani.

L'area era considerata vantaggiosa per la presenza del fiume Potenza e della sua foce (allora appena a sud della colonia) che assicurava la facilità dei traffici commerciali, costituendo contemporaneamente un naturale ostacolo contro i nemici. 

In questa colonia o nella gemella Pisaurum (Pesaro) si stabilì Quinto Ennio, poeta, drammaturgo e scrittore romano in latino. ed è documentata da ritrovamenti fittili la presenza di un'importante famiglia di banchieri, gli Oppii.

La colonia crebbe fra il II e il I secolo a.c., periodo in cui è documentata una notevole attività edilizia pubblica, finanziata da un ceto mercantile attivo e ricco; non a caso i manufatti rinvenuti nella zona testimoniano la presenza di una fiorente produzione locale di terrecotte, la cui foggia testimonierebbe la presenza di contatti, probabilmente mercantili, con l'area dell'Etruria, del Lazio e del Sannio.


Dopo il 174 a.c. la rarefazione di testimonianze e documenti attesterebbe un periodo di declino per la colonia, forse legato alle guerre civili e soprattutto al violento terremoto occorso nel 56 a.c., di cui parla Cicerone.

REPERTO DI POTENTIA
In età augustea Potentia prosperò fino a raggiungere la sua massima estensione, contemporaneamente al fiorire della qualità dei manufatti, che mantenne, probabilmente grazie ai traffici, fino al II secolo.

Dopo un forte declino nel III secolo, che terminò nella conquista e nella quasi distruzione della città nel 409 da parte del re dei Visigoti Alarico I, si risollevò nella seconda metà del secolo IV.

Di questi secoli è l'interramento del tempio, che testimonia la cristianizzazione della colonia. 

Potentia divenne infatti sede vescovile nel V secolo per cui ogni residuo d'arte romana, e pertanto pagana, venne inesorabilmente distrutto.

Nonostante la decadenza delle altre città romane della costa, anche durante la guerra greco-gotica tra l'Impero Romano d'Occidente e gli Ostrogoti, Potentia continuò ad essere abitata fino all'inizio del secolo VII, come testimoniano i ritrovamenti di pregiati manufatti africani risalenti a quei periodi, anche se la colonia non viene mai citata da Procopio di Cesarea nel Bellum Gothicum.

La deduzione della colonia di Potentia è stata considerata una nuova fondazione in un territorio non occupato precedentemente. 

La sua fortuna e sfortuna per le invasioni furono dovute a:
- le sue terre molto fertili, 
- la prossimità allo sbocco di una vallata fluviale, come percorso transappeninico di collegamento fra Tirreno e Adriatico, 
- la presenza di una foce fluviale come base portuale.

TEMPIO DI LA CUMA

La città venne difesa da una cinta muraria dieci anni dopo la deduzione e comprende un territorio di oltre 162.000 m²; l'area effettivamente occupata nel corso del II secolo a.c. era, tuttavia, inferiore rispetto all'area occupata successivamente a partire dall'èra volgare con cui si estese oltre le mura cittadine.

REPERTO DI POTENTIA
Gli scavi archeologici condotti sull'area centrale dell'impianto urbano hanno reso attualmente visibili tratti di strada basolata, i resti di una domus con pavimenti musivi e pareti affrescate, i portici del foro con le annesse tabernae e un tempio su alto podio da cui provengono numerose terrecotte architettoniche.

Inoltre nel centro della città di Porto Recanati è stata inaugurata nel 2009 la mostra archeologica permanente “Divi & Dei”, che mostra i reperti statuari rinvenuti nella città romana e che, attraverso l'utilizzo di strumenti multimediali ricostruisce la storia di Potentia e completa il percorso culturale per i numerosi turisti che visitano la città romana.

La tipologia del tempio con portico è presente nell'area archeologica La Cuma, a Monte Rinaldo. come si evidenzia nell'immagine qui sopra. 

L'impianto urbanistico, ricostruibile per gran parte solo grazie alla fotografia aerea, si presenta come uno spazio quadrangolare di 540 m di lunghezza per almeno 300 m di larghezza, impostato su un reticolo viario ortogonale. Sono visibili i resti di una domus con pavimenti musivi e pareti affrescate, i portici del foro con le annesse tabernae e un tempio su alto podio che ha restituito numerose terrecotte architettoniche.

Rimangono infine le tracce di alcuni monumenti funebri appartenenti a cittadini di diverse classi sociali. Come si intuisce dalle strutture e dai reperti rinvenuti, infatti, potevano essere destinati a ricchi mercanti o a contadini, confermando la vocazione originaria della colonia e i suoi successivi sviluppi commerciali.



BIBLIO

- Plinio il vecchio, 13, in Naturalis Historia, III, p. 111.
-  Tito Livio, 44, in Ab urbe condita, XXXIX, p. 10.
- Pomponio Mela, Geografia, vol. 2, p. 65.
- Alessandra de Stefano, Un contesto ceramico di età repubblicana e primo/medio imperiale dall’area delle due domus su archeologia.unifg.it. 2012 
- Percossi Serenelli Edvige - Potentia - Quando poi scese il silenzio. Rito e società in una colonia romana del Piceno fra Repubblica e tardo Impero - Milano - Edizioni Federico Motta - 2001 -



FORUM SEMPRONII - FOSSOMBRONE (Marche)


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Il nome Fossombrone, locato in provincia di Pesaro e Urbino nelle Marche, deriva da "Forum Sempronii" nome dell'antico centro romano legato alla figura del tribuno Gaio Sempronio Gracco (154 - 121 a.c.) capitato in queste zone nel 133 a.c. per l'applicazione della legge agraria. Il Vicus di Forum Sempronii venne edificato tra il 133 e il 126 a.c., 

Gli scavi hanno però mostrato una frequentazione del pianoro su cui sorse Forum Sempronii  fin dal periodo piceno, dato che qui si incontravano importanti vie di età protostorica legate alla transumanza e a partire dal 220 a.c. costituisce, con la via Flaminia, i collegamento fra Roma e la Pianura Padana sul versante adriatico

I resti della città romana di Forum Sempronii si trovano nella zona di San Martino del Piano, circa 2 km a nord-est dell’attuale Fossombrone, della provincia di Pesaro-Urbino, nella regione Marche. Questi resti occupano un ampio terrazzo fluviale posto alla sinistra del fiume Metauro, delimitato a occidente dal fosso della Cesana (o rio di San Martino). I resti visibili si trovano a sud dell’attuale Strada Statale 3 Flaminia, anche se la città si estendeva pure a nord di questa.

L'abitato di Forum Sempronii, a 164 miglia da Roma, era situato più a est dell'attuale Fossombrone, in località San Martino del Piano, presto elevato al rango di municipio (I secolo a.c.) fiorendo soprattutto in epoca imperiale. Plinio il Vecchio (II secolo d.c.) nella sua Naturalis historia chiama i suoi abitanti Forosempronienses. 

Plinio il Vecchio la pone fra i centri autonomi della regio VI, distante 18 miglia da Ad Calem (Cagli) e 16 da Fanum Fortunae (Fano). Claudio Tolomeo la colloca nel territorio un tempo appartenuto agli Umbri (Geogr. III, 1, 46).

EUROPA

LE ORIGINI

Forum Sempronii nasce lungo la Flaminia, che a partire dal 220 a.c. costituisce la principale via di collegamento fra Roma e la Pianura Padana presente sul versante adriatico, a 18 miglia da Ad Calem (Cagli) e a 16 da Fanum Fortunae (Fano), come indicano le fonti itinerarie. La strada consolare divenne il cardo massimo della città incontrandosi con una importante direttrice nord-sud che infine raggiungeva la costa Adriatica.

Il nome latino significa “Foro di Sempronio”, dove Forum è luogo di mercato, ma nulla sappiamo dell’origine della città: Plinio il Vecchio (Nat. hist., III, 14, 113) la pone fra i centri amministrativamente autonomi della regio VI, ricordandola con il nome dei suoi abitanti, i Forosempronienses, e Claudio Tolomeo la colloca nel territorio un tempo degli Umbri (Geogr. III, 1, 46).

Si è discusso a lungo su chi potesse essere questo Sempronius, sembra possa trattarsi del famoso tribuno della plebe Gaio Sempronio Gracco, la cui presenza in zona è legata alla legge agraria (Lex Sempronia agraria) promulgata nel 133 a.c. e attuata l’anno seguente, per recuperare le terre demaniali occupate indebitamente e ridistribuirle ai nullatenenti.

Questa lex è attestata dal “cippo graccano” ora al Museo Civico di Fano, un parallelepipedo in pietra arenaria con iscritto un testo che ricorda l’attività di ripristino dei cippi di confine collocati dalla commissione agraria del 132 a.c., svolta tra l’82-81 o il 75-74 a.c. da M. Terenzio Varrone.

Comunque l'apertura della Flaminia nel 220 a.c. o l’attuazione della "Lex Flaminia de agro Gallico et Piceno viritim dividundo" del 232 a.c., portano a considerare che nella zona di San Martino del Piano già alla fine del III secolo a.c. si fosse formato un centro abitato. Il primo nucleo di Forum Sempronii potrebbe essersi strutturato come una praefectura, ma nel I secolo a.c. Forum Sempronii divenne municipium duovirale, quindi non prima del 49 a.c..

I resti della città romana di Forum Sempronii si trovano nella zona di San Martino del Piano, circa 2 km a nord-est dell’attuale Fossombrone. La Via Flaminia divenne l’asse generatore dell’impianto urbanistico, determinandone anche le fortune economiche e la crescita urbana come sottolineava in età augustea lo storico greco Strabone.



PARCO ARCHEOLOGICO FORUM SEMPRONII 

Gli scavi effettuati hanno portato alla luce: 
- parte della consolare Flaminia, 
- numerosi edifici porticati, 
- pochi resti della cinta muraria, 
- un edificio parzialmente adibito a terme,
- un tratto del basolato romano, in cui venne impiegata pietra calcarea del vicino Furlo. 
Il tutto proprio intorno alla chiesa di San Martino del Piano. 
- un secondo ed esteso edificio termale del I secolo a.c. nella parte sud degli scavi, di cui le statue e gli altri resti si trovano nel museo Vernerecci.

I resti della città romana di Forum Sempronii si trova nella zona di San Martino del Piano, circa 2 km a nord-est dell’attuale Fossombrone, con un ampio terrazzo fluviale posto alla sinistra del Metauro e delimitato a occidente dal fosso della Cesana (o rio di San Martino), lungo la Strada Statale 3 Flaminia.

Subito a est del tratto di Cardo ora percorribile, tra il 1879 e il 1881 è stata individuata, ma poi ricoperta, parte di una domus con atrio corinzio, con pregevoli mosaici pavimentali, tra cui quello che al centro ritrae Europa seduta su un toro in corsa, esposto al Museo archeologico. 

Percorrendo verso ovest il Decumano, in direzione dell’altro cardine urbano messo in luce, si possono osservare altre strutture e poi i resti di un edificio termale, con la debita presenza di pilae, le piccole colonne costituite da mattoni circolari o quadrati e destinate a sostenere un soprastante piano pavimentale ora non esistente.

E' stato rivenuto inoltre un grosso parallelepipedo in pietra arenaria locale con iscritto un testo che ricorda l’attività di restitutio, cioè di ripristino dei cippi di confine collocati dalla commissione agraria del 132 a.c., svolta tra l’82-81 o il 75-74 a.c. da Marco Terenzio Varrone Lucullo.

Per questo diversi studiosi ritengono che Gaio Sempronio Gracco abbia effettivamente avuto un legame con Forum Sempronii, anche se con modalità non ancora chiare, si è trattato comunque di un intervento molto importante, visto che il Forum Sempronii ha poi legato il suo nome a quello del tribuno.

Si pensa comunque alla fondazione stessa della città o a una risistemazione in senso urbanistico di un abitato preesistente.

Sappiamo pure che la distribuzione delle terre demaniali a singoli coloni, conseguente alla Lex Flaminia, portò alla nascita di un insediamento sparso di ville e fattorie produttive, come di piccoli centri amministrativi, le praefecturae così dette perché l’amministrazione e, in particolare, la giustizia erano esercitate da magistrati detti praefecti iure dicundo.

Il primo nucleo di Forum Sempronii potrebbe essere stata una semplice praefectura come in altri centri romani delle Marche, vedi Suasa e Pisaurum, sappiamo però che nel I secolo a.c. divenne municipium a costituzione duovirale per cui non prima del 49 a.c.. 



LE ISCRIZIONI

Le iscrizioni rinvenute e conservate presso il Museo “A. Vernarecci” di Fossombrone attestano anche la presenza dei decuriones senatorii, dei quaestores per la riscossione dei tributi, e dei seviri augustales, per il culto imperiale e per aver fatto lastricare le vie cittadine. 

Fra le corporazioni professionali vi sono quella dei fabri tignuarii (falegnami) e quella degli iumentarii (conduttori e locatori di animali da soma) che stazionavano presso una delle porte della città chiamata Porta Gallica. 

Sappiamo inoltre di due liberti che facevano il vestiarius (sarto) e il medicus (medico), di un uomo nato libero che era banchiere o cambiavalute (argentarius) e di uno schiavo che faceva l'amministratore o tesoriere (dispensator). Numerose anche le attestazioni epigrafiche di militari.

Da altre iscrizioni conosciamo il nome di alcune divinità dei Forosemproniensi: Apollo, Fortuna Augusta, Silvano, Salute-Valetudo, Diana e la Madre degli Dei. A quest’ultima, Pomponia Marcella fece erigere per testamento un tempio nel settore orientale della città. Altre epigrafi ricordano la presenza di un porticato ormai consunto dal tempo e di un giardino porticato per il pubblico passeggio (xystus).



LA VITTORIA DI FOSSOMBRONE

NIKE DI FORUM SEMPRONII
La Vittoria, alta cm 67, interamente di bronzo con inserti di argento, poggia su un globo con la punta del piede sinistro e indossa un peplo; le braccia sollevate sorreggevano un attributo oggi perduto.

Essa rappresenta una copia di prima età imperiale della statua in bronzo dorato dedicata a Taranto per una vittoria di Pirro sui Romani ad Eraclea che Ottaviano Augusto trasferì nell’Urbe e collocò all’interno della Curia Iulia nel 29 a.c. simboleggiando l’affermazione di Roma sull’Oriente dopo la battaglia di Azio (31 a.c.) ed assumendo la funzione di emblema della propaganda augustea. 

Pur essendo andato perduto il prototipo originale, l’iconografia della Vittoria su globo è stata tramandata attraverso i secoli su monete e in statuette, specialmente di bronzo, di dimensioni di solito ridotte.

In un manoscritto del XVII secolo conservato presso la Biblioteca Comunale di Fossombrone si parla del ritrovamento, nel 1660, nell’area archeologica di Forum Sempronii, di un edificio di età romana con abside centrale e pavimenti in opus sectile marmoreum policromi perfettamente conservati, oltre a rilievi e materiali antichi in abbondanza. 

In corrispondenza dell’abside l’autore del manoscritto descrive la presenza di una base quadrata che doveva sostenere una statua e riporta il rinvenimento di un’iscrizione mutila con titolatura imperiale, da collegare ad Augusto. 

Le ultime righe del resoconto recitano: “La statua poi della Dea Vittoria era stata in antecedenza dissotterrata“.

Rinvenuta a Fossombrone nel 1660, venne acquistata per 200 zecchini nel 1777 dal Langravio di Hesse-Kassel Federico II di Svezia.



LA STORIA

- Gli scavi archeologici evidenziano la maggiore fioritura della città nei primi due secoli dell’età imperiale e che la frequentazione del sito si protrasse almeno a tutto il VI - VII secolo d.c..

- L'antica città fu devastata dai Goti guidati da Alarico, in transito verso Roma nel 409 d.c., oltre centomila persone tra uomini, donne e bambini con le loro masserie, che depredavano e distruggevano quanto trovavano lungo il cammino. 

-  Durante la ventennale guerra gotica, ci fu un continuo passaggio di eserciti e dopo la vittoria dei bizantini di Narsete su Totila (552 d.c.), entrò a far parte dell'Esarcato di Ravenna,  circoscrizione amministrativa dell'Impero bizantino, nella cosiddetta Pentapoli annonaria assieme a Urbino, Cagli, Gubbio e Jesi.

- La tradizione e vari studiosi ne collegano la distruzione ai Longobardi che nel 570 d.c. riuscirono a espugnare la roccaforte bizantina di Petra Pertusa al Furlo. 

- Sembra invece che alla fine del VI secolo o all’inizio del VII l’insediamento venne spostato in una zona maggiormente difendibile, sulla collina di Sant’Aldebrando, di non facile accesso distante pochi chilometri, dove ancora oggi si trova oggi la città moderna che ha preso il nome da quella romana.

- Si ritiene che ancora nell’VIII secolo la sede vescovile si trovasse nell’area della città romana, per il resto ormai abbandonata, dato che la popolazione si era spostata nel nuovo abitato d’altura.



IL SITO

A fianco della chiesa di San Martino si possono notare un dolio e alcuni elementi architettonici in pietra recuperati dall’area urbana nel corso di vecchi scavi; poco oltre la Chiesa di San Martino, in direzione est, sulla destra dell’attuale strada, è stato messo in luce un tratto del basolato della Flaminia romana.
Sono emersi altri tratti di strade basolate e precisamente di un decumano parallelo alla Flaminia e due kardines, cioè assi stradali nord-sud e intersecantisi in modo ortogonale.

Forum Sempronii aveva una estensione di circa 24 ettari ed era articolata in isolati (insulae) rettangolari con asse maggiore in senso est-ovest, la cui estensione era di m 105x70.

L’area del foro, cioè della piazza pubblica presso la quale si intersecavano il decumanus maximus e il cardo maximus, non è ancora stata identificata, anche se dovrebbe trovarsi sotto la Chiesa di San Martino.

Proprio dietro la Chiesa di San Martino, subito a est del tratto di cardo ora percorribile, tra il 1879 e il 1881 è stata individuata, ma poi ricoperta, parte di una domus con atrio corinzio, e con pregevoli mosaici pavimentali, tra cui quello che al centro ritrae Europa seduta su un toro in corsa.

 L’area del foro non è ancora stata identificata, anche se probabilmente si trova sotto la Chiesa di San Martino. 

 Nel 1926 il mosaico venne di nuovo scoperto per essere asportato e trasferito al Museo Nazionale di Ancona dove tuttora si trova.

Sono emersi anche altri tratti di strade basolate e precisamente di un decumano parallelo alla Flaminia e di due cardo, intersecantisi col decumano.

E' del VI secolo una basilica dedicata ai Santi Ippolito, Lorenzo e Sisto di cui però non è rimasta traccia.

Nel 1926 il mosaico venne di nuovo scoperto per essere asportato e trasferito al Museo Nazionale di Ancona dove tuttora si trova. 



DESCRIZIONE

I resti archeologici si trovano a sud dell’attuale Strada Statale 3 Flaminia, anche se la città si estendeva pure a nord di questa. 

Ora una tettoia protegge le varie strutture e la visita avviene percorrendo una passerella che attraversa gli ambienti principali. 

All’inizio del percorso un grande pannello illustra la planimetria dell’edificio. Si tratta di un complesso articolato con oltre venti ambienti disposti intorno a un cortile centrale.

Forum Sempronii aveva una estensione di circa 24 ettari ed era suddivisa in insulae rettangolari con asse maggiore in senso est-ovest, di m 105x70. A sinistra la strada è fiancheggiata da una fogna coperta da grosse lastre di pietra locale. Sul lato opposto si trovano otto basi per i pilastri di un portico o per statue di personaggi o divinità. 

La Strada Statale 3 ricalca il tracciato della consolare alla quale si sovrappone in parte: poco oltre la Chiesa di San Martino, in direzione est, proprio sulla destra dell’attuale strada, è stato messo in luce un tratto del basolato della Flaminia romana. A fianco della chiesa si possono notare un dolio, contenitore per liquidi o derrate alimentari, in genere veniva interrato per oltre la metà della sua altezza, e alcuni elementi architettonici in pietra.


Percorrendo verso ovest il decumanus, si nota una fogna coperta da grosse lastre di pietra locale. Sul lato opposto si trovano otto grandi basi di pilastri di un portico o per statue.

Proseguendo, sulla destra si notano i resti di un edificio termale, la cui funzione è provata dalla presenza dell'ipocausto, basato sulla circolazione di aria calda nelle intercapedini sottopavimentali, al quale spesso si univa una circolazione parietale tramite tubuli. Le pilae, piccole colonne costituite da mattoni circolari o quadrati e destinate a sostenere un soprastante piano pavimentale ora mancante. 

Era l' “ipocausto”, basato sulla circolazione di aria calda nelle intercapedini sottopavimentali, al quale spesso si affiancava anche una circolazione parietali tramite la messa in opera di tubuli, tipico dei complessi termali sia pubblici che privati. Dovrebbe trattarsi delle terme maggiori di Forum Sempronii.



SECONDE TERME

Lungo il secondo cardine, recenti scavi hanno messo in luce altre strutture, ora in parte coperte in attesa di restauro. Il grande complesso termale nella parte meridionale della città, in prossimità della scarpata incisa dal Metauro, è stato messo in luce fra il 1974 e il 1982 un secondo grande complesso termale forse per un uso prevalentemente femminile. 

Costruito nel I secolo a.c. la sua frequentazione si protrasse, con cambiamenti d’uso nella fase più tarda, fino agli inizi del V secolo, quando venne definitivamente abbandonato tanto che sono state rinvenute due tombe scavate nei pavimenti di due ambienti.

Le strutture sono protette da una tettoia e la visita si effettua percorrendo una passerella che attraversa gli ambienti principali. All’inizio del percorso un grande pannello illustra la planimetria di un grande edificio articolato in oltre venti ambienti disposti intorno a un cortile centrale.

Attorno al cortile centrale: a ovest si hanno diversi ambienti dotati di suspensurae pavimentali e intercapedini parietali, mentre intorno ai lati nord ed est si dispongono stanze prive di impianto di riscaldamento probabilmente di servizio.


Nell’ala occidentale l’ambiente maggiormente rappresentativo è costituito dalla grande sala absidata con pavimentazione in mosaico bianco definito da una doppia cornice in tessere rosse e nere. Forse un frigidarium, a fianco del quale si dispongono gli altri vani come tepidarium e calidarium.

Nei muri perimetrali di alcuni sono evidenti le aperture per l’immissione dell’aria calda dai forni, e mentre il paramento murario esterno è in blocchetti di pietra calcarea locale, mentre quello interno è in laterizio, più resistente al calore e più isolante. 

Il complesso era dotato di alcune vasche, tra cui una di m 4,40x2,70, con fondo a mosaico a tessere bianche e pareti rivestite da lastre (crustae) in marmo applicate su un doppio strato di cocciopesto che aveva funzione impermeabilizzante. Da sud a nord l’edificio era attraversato da una fognatura centrale che raccoglieva le acque utilizzate nelle vasche e gli scarichi delle latrine per riversarli nel vicino Metauro.




LE MURA

Le mura anche se ne sono rimaste labili tracce circondavano la città. Su base epigrafica è certa l’esistenza di una Porta Gallica, che probabilmente si apriva nella parte orientale delle mura per consentire il passaggio della Flaminia, ma di cui non si ha ancora testimonianza archeologica. Un tratto di mura urbiche, lungo m 14,70 e largo 3, con annessa torre circolare (diametro m 9,40), si conserva sotto lo stabilimento ex-CIA.

Si tratta di una struttura costruita con numeroso materiale di spoglio, qui reimpiegato evidentemente in occasione di una improvvisa e urgente necessità di rafforzare le difese a protezione dell’area urbana.
Questi resti sono stati attribuiti a un intervento di ristrutturazione della cinta muraria al tempo della guerra greco-gotica, per l’importanza della città nell’assetto difensivo bizantino per la sua collocazione lungo la via Flaminia e preso il castrum di Petra Pertusa.



IL TEMPIO DI AUGUSTO

Oltre al già ricordato templum (tempio) fatto costruire in onore della Madre degli Dei, altre epigrafi ricordano la presenza di un porticato ormai consunto e di un giardino porticato per il pubblico passeggio (xystus). Nel 1660 in un’area non più localizzabile con precisione, ma alla distanza di dodici piedi dall’attuale Strada Statale 3 Flaminia, sono stati messi in luce i resti di un edificio con iscrizione in onore di un imperatore identificato dal Bormann in Ottaviano Augusto.

L’edificio era suddiviso in tre navate e aveva una tribuna di forma sferica “larga 10 piedi con 5 di profondità” e “un pavimento superbo di 33 piedi” formato da marmi policromi e alabastri che in parte sarebbero stati asportati per rivestire le pareti della Chiesa di San Filippo in Fossombrone.

Secondo alcuni dovrebbe trattarsi di un tempio dedicato ad Augusto, ma  Antonella Trevisiol, ad esempio, basandosi sui disegni e le descrizioni dei manoscritti, vi individua una basilica civile con annesso tribunale, e interpreta l’iscrizione dedicata ad Augusto come la celebrazione di colui che promosse la costruzione del complesso.


BIBLIO

- Augusto Vernarecci - Fossombrone dai tempi antichissimi ai nostri - Fossombrone - 1903-1914 -
- Montecchini - La strada Flaminia detta del Furlo e i luoghi da essa attraversati nel tratto da ponte Voragine alla città di Fano - Pesaro - 1879 -
- Ulrico Agnati - Per la storia romana della provincia di Pesaro e Urbino - Roma -1999 -
- Filippo Coarelli - I templi dell'Italia antica - Milano - 1980 -
- Aldebrando Bucchi - Cronache Forsempronesi, dal 1860 al 1940 - Metauro Edizioni - Fossombrone - 2007 -



CALMAZZO (Marche)


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ANTICA VIA FLAMINIA

Calmazzo è un piccolo villaggio ed è frazione di Fossombrone, l'antica Forum Sempronii, in provincia di Pesaro e Urbino. Si trova sull'importante nodo stradale dell'antica via Flaminia poco prima della gola del Furlo, dove si dipartiva la strada per Urbino (Urvinum Metaurensis), alla confluenza dei fiumi Candigliano e Metauro.

Calmazzo fu in età romana un piccolo nucleo abitato (vicus), sorto in connessione con il diverticulum già allora esistente fra la via Flaminia e la strada che risaliva l'alta valle del Metauro in direzione di Urbino (Urvinum Mataurense), dopo aver superato il ponte sul Metauro fatto erigere da Traiano nel 115 d.c., 

E' scarsa la documentazione archeologica relativa ai suoi edifici che comunque ne attesta una massima fioritura tra il I secolo a.c. e il III secolo d.c.. Sono da ricordare i materiali venuti in luce alla fine dell’Ottocento durante la costruzione della casa del medico, ora adibita a scuola elementare, e le epigrafi e i reperti architettonici un tempo conservati nella distrutta Chiesa di Santa Maria di Pontemoro.

IL PONTE ROMANO

IL PONTE ROMANO

Il ponte fu restaurato da Diocleziano e Massimiano, distrutto nella II guerra mondiale (1944) e poi ricostruito nel 1947 riutilizzando per quanto più possibile la forma antica e il materiale antico, che presentava solo due pile centrali e le testate laterali costruite in opera quadrata.

Nel paese sono state rinvenute delle iscrizioni onorarie con dediche a Claudio e ad Agrippina, oltre a decorazioni architettoniche, grossi blocchi di pietra squadrati che, se non provengono da altra area archeologica, inducono a supporre per Calmazzo una notevole presenza di importanti monumenti. 


RECINTO FUNERARIO

SEPOLCRETO DEL SODALICIUM APOLLINENSE

A poco più di un chilometro ad Est del paese, in località Ponterotto, è stata inoltre individuata e parzialmente scavata una ricca area sepolcrale, che un'iscrizione ivi rinvenuta dice donata da Cavius Rufius Bassus ai membri di un sodalicium Apollinense Sattianense. 

Si tratta evidentemente di uno dei tanti "collegia" che, in età imperiale, non solo provvedevano a tenere vivo come in origine il culto di una divinità, che in questo caso era Apollo, ma che si adoperavano anche per assicurare una degna sepoltura ai soci defunti dell'associazione. 

Inoltre tale epigrafe assume particolare interesse per l'aggettivo Sattianense che rimanda chiaramente ad un toponimo, Sattianum, di cui non è rimasta traccia nella toponomastica locale. E' possibile però che tale epigrafe possa aver conservato la memoria del nome del vicus, sorto in un punto nodale delle vie di comunicazione locali. 

Così si è ipotizzato che in età romana Calmazzo si chiamasse Sattianum, un toponimo che rimanda al gentilizio Sattius, secondo la diffusa tipologia dei prediali. Una delle are funerarie rinvenute nel recinto. Magari un giorno questo centro potrà vedere la luce.

RICOSTRUZIONE DEL RECINTO FUNERARIO


SEPOLCRO DEI CISSONII

Un'altra area a sepolcreto è quella posta a Ovest del tratto dell'antica Flaminia che va dal ponte di Traiano al paese attuale. Alle tombe e alle iscrizioni sepolcrali ivi rinvenute in passato si è aggiunta l'individuazione di un interessante recinto funerario con monumenti sepolcrali e due cippi posti a ricordo della famiglia Cissonia. 

CIPPO DELLA FAMIGLIA CISSONIA
Si tratta di una vera e propria “tomba di famiglia” di età romana imperiale venuta alla luce nel 1989 per uno scavo effettuato nella zona dall'Università di Urbino che ha disseppellito il recinto sepolcrale della famiglia Cissonia. Un recinto di circa 136 mq, di forma rettangolare, originariamente edificato con blocchi di pietra ben squadrati e lisciati, che formavano la base per l'alzato in lastroni di pietra calcarea del Furlo.

Le lastre di pietra erano rette a intervalli regolari da cippetti con cima arrotondata, decorati da bugne. Ancora oggi sono visibili questi cippetti all'interno e all'esterno del recinto. dato che Cissonius era il nome di una divinità gallica corrispondente al Mercurio romano, non si esclude che questa famiglia potesse avere origini galliche. 

Il sepolcreto monumentale, individuato grazie ai saggi effettuati per la costruzione della chiesa parrocchiale, aveva una porta di ingresso posta sul lato orientale, a breve distanza dall'angolo Sud-Est, di cui resta solo oggi la soglia consunta con la sede del cardine della porta d'ingresso.

All'interno del recinto giacevano tre sepolture marmoree e due altari, anch'essi in marmo, con iscrizioni ancora in loco. Le sepolture erano poste in origine su di un basamento a due gradini, di cui oggi resta poco grazie agli asporti e ai vandalismi. 

Le due are, attualmente prive della modanatura superiore, sono dedicate la prima a Caius Cisso Festus, la seconda a Caius Cisso Zosymus e alla moglie Cissonia Festa, membri di una famiglia sicuramente dotata di buone possibilità economiche. La prima reca, scolpiti nelle facce laterali del dado, l'umbone, simbolo del sole. del maschile e del fuoco, e la brocca, simbolo dell'acqua e del femminile: due simboli sacri comuni a tutti i cippi funerari.

Nello spazio fra le are ed il lato Nord del recinto erano collocate tre tombe, una a incinerazione e due ad inumazione. Quella posta all'angolo Nord-Est, costituita da una cassa in lastre di pietra corniola, era coperta da una lastra dello stesso materiale, fissata con grosse grappe di ferro e piombo. 

All'interno è stato rinvenuto uno scheletro forse femminile ed un corredo funerario costituito da cinque grossi balsamari vitrei e da una sottile collana d'oro. Le due restanti tombe, composte con tegoloni, in un caso formano una cassa e nell'atro una cappuccina, ambedue con un tubo libatorio in coppi che spuntava dalla terra per accogliere le libagioni e le offerte funebri per il defunto.

Nel recinto erano inoltre sepolti altri incinerati, in particolare presso l'angolo Nord-Ovest dove si sono rinvenute numerose olle ed anforette frantumate, frammiste a ceneri, ossa semicombuste e frammenti di balsamari vitrei o di altri oggetti di corredo, fra cui varie lucerne in terracotta. 

Sono state ritrovate anche suppellettili piuttosto raffinate come oggetti in vetro ed oro inseriti nel corredo funebre, ora al museo archeologico di Fossombrone, insieme alle suddette tombe lì conservate, unite ad alcune colonne lavorate.

FORRA DI SAN LAZZARO CON LE MARMITTE DEI GIGANTI


FORRA DI SAN LAZZARO

Si tratta di una stretta e profonda gola, scavata per erosione dal fiume Metauro nel tratto tra Calmazzo e Fossombrone. Lo straordinario di questa forra è dato dalle alte pareti verticali che in certi punti arrivano a toccare i 30 metri di altezza.

Altra caratteristica della forra sono le cosiddette “Marmitte dei Giganti” ovvero grandi pentoloni, alcuni dei quali raggiungono il diametro di tre metri, in cui, secondo la tradizione popolare, i giganti cucinavano zuppe a base di cinghiali.

Il fatto che la forra sia stata dedicata a un santo deriva dal fatto che in epoca romana era dedicato ad una divinità magari del luogo. In Italia e specie a Roma le vie, piazze, porte, ponti ecc. sono perlopiù dedicate a santi quasi sempre sconosciuti. 


BIBLIO

- Ivan Rainini - Antiqua Spolia. Reimpieghi di epoca romana nell'architettura sacra medievale del maceratese - Macerata editoria -
- Fossombrone - Encyclopædia Britannica - Cambridge University Press -
- Augusto Vernarecci - Fossombrone dai tempi antichissimi ai nostri - Fossombrone - 1903-1914 -

 


FANUM FORTUNAE - FANO (Marche)


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ARCO  DI AUGUSTO

Secondo Tito Livio, il Fanum era il luogo delle riunioni annuali dei rappresentanti della lega delle dodici città etrusche e durante questi incontri, oltre alle cerimonie religiose, si svolgevano fiere, mercati, spettacoli teatrali e giochi solenni che era proibito interrompere. Il luogo, quindi, doveva essere vasto e provvisto di grandi spazi per accogliere i delegati e manifestazioni di tipo diverso.

La città di Fano, antico centro piceno, come testimoniano i ritrovamenti in città e gli scavi di Montegiove e Roncosambacci, fu poi un importante centro romano, conosciuto come Fanum Fortunae e sorgeva, come sorge tutt'oggi, sull'Adriatico lungo importanti vie di comunicazione.

VIA FLAMINIA
Fano è circondata a nord-ovest dalle colline che degradano dolcemente in prossimità del torrente Arzilla e si trova lievemente sopraelevata rispetto al livello del mare (Arco di Augusto 17 slm). A sud si estende "Piana del Metauro", una delle poche aree pianeggianti delle Marche, che si espande anche all'interno per alcuni Km.  

Con la sconfitta subita dai Galli Senoni nella battaglia di Sentinum (Sassoferrato) nel 295 a.c,, ebbe inizio la colonizzazione romana della zona medio-adriatica, tra cui i terreni di Fano, e la divisione delle terre ai veterani. 

L'importanza della città fu legata sin dall'epoca romana alle vie di comunicazione essendo stata lo sbocco sul Mare Adriatico della consolare Via Flaminia, aperta nel 222 a.c., che piegando verso nord giungeva poi fino a Rimini.

Il generale Asdrubale, varcate le Alpi con gli elefanti intendeva congiungersi al fratello Annibale, ma venne ucciso dalle legioni romane che sbaragliarono l’esercito cartaginese lungo le sponde del fiume Metauro, vicino a Fano, nel 207 a.c.. Si suppone che venne eretto in questa occasione il famoso Tempio della Fortuna a cui sarebbe collegato il nome della città.

Nella pianta attuale della città di Fano e ancora evidente: il decumanus maximus (attuale via Arco d'Augusto), prosecuzione urbana della Strada Consolare Flaminia, ed il cardus maximus ad esso perpendicolare, rintracciabile in parte tra l'attuale Corso Matteotti e la parallela via Nolfi. All'incontro di questi assi stradali si troverebbe il foro.

FANO LE MURA E LA PORTA VERSO IL MARE

GIULIO CESARE

La città ebbe un notevole sviluppo durante il dominio romano grazie alla sua posizione strategica sulla via che congiungeva la valle del Tevere alla Gallia Cisalpina, tanto che nel 49 a.c. Gaio Giulio Cesare la conquistò assieme a Pesaro, dando così inizio alla Guerra Civile contro Gneo Pompeo.
L’antico nome della città, Fanum Fortunae, viene menzionato per la prima volta da Giulio Cesare accanto a quelli di Pesaro e Ancona, tutti centri che egli occupò immediatamente dopo aver oltrepassato il Rubicone, presso Rimini, nel 49 a.c.

CESARE AUGUSTO
FANO SOTTERRANEA
Al tempo di Augusto Fano assunse il nome di Colonia Julia Fanestris e secondo l'uso romana si estendeva su un reticolato di vie ortogonali, sotto all’attuale centro storico. Fu lo stesso imperatore che fece edificare le mura cittadine (di cui si conservano notevoli resti), dotate di torrioni e di una porta a tre fornici, oggi nota come Arco di Augusto e che costituisce uno dei più importanti edifici di età romana delle Marche. 
L’Arco era originariamente sormontato da un grande attico a pseudoportico, andato distrutto nel 1463 durante un assedio di Federico da Montefeltro. La maggior parte dei monumenti di Fano vennero eretti sotto l'imperatore Augusto, tra il 27 a.c. e il 14 d.c.. Tacito afferma che nel 69 d.c. l’imperatore Vespasiano si ferma a Fano.


AURELIANO

La città mantenne la sua importanza fino all’età tardoimperiale, quando nei pressi di questa città nel 271 l’imperatore Aureliano sconfisse gli invasori Alemanni o Jutungi in quella che passò alla storia come la battaglia di Fano, che segnò la fine del tentativo degli Alemanni di raggiungere Roma, sconfitti dall'imperatore Aureliano.

Nel 399 vi sostò l’imperatore Onorio con il generale Stilicone e nel 410 vi fece tappa il pontefice Innocenzo I, diretto a Ravenna per chiedere aiuto contro le orde di Alarico che minacciavano Roma.


NARSETE

Durante la Guerra gotica del VI secolo, a causa proprio della sua brillante posizione nei collegamenti tra nord e sud, Fano venne assediata e devastata dagli Ostrogoti di Vitige nel 538, ma poco tempo dopo Narsete portò a termine la conquista dell'Italia avviata da Belisario sotto Giustiniano, sconfiggendo gli ultimi re goti Totila e Teia e i Franchi, dopodichè fece ricostruire Fano dall'esercito bizantino,

Successivamente Fano entrò a far parte della Pentapoli marittima, detta anche Pentapoli bizantina, una circoscrizione militare che comprendeva Romagna, Marche e Umbria, con le città di Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia, Ancona, governata da un duca (dux) nominato da e sotto l'autorità dell'esarca d'Italia (584-751) a cui era sottoposto.
Subì successivamente l'occupazione dei Longobardi e dei Franchi, fino a quando Ottone III, re d'Italia e di Germania dal 983 al 1002 e imperatore del Sacro Romano Impero dal 996 al 1002, non la donò a papa Silvestro II.


BASILICA VITRUVIANA
Al centro della città fu edificata la Basilica Vitruviana (oggi scomparsa), così detta dal nome dell’architetto che la progettò descrivendola poi nel suo famoso trattato. Dall’età augustea fino al terzo secolo d.c. questo grande edificio a portici e colonne affacciato sul foro cittadino svolse il ruolo di luogo di incontro per i cittadini e di contrattazione per i mercanti.
Un indirizzo importante per studiosi e appassionati di Vitruvio e di storia antica a Fano è il Centro Studi Vitruviani che conserva un’imponente banca dati cartacea e informatica sull’opera vitruviana e i suoi rapporti con lo sviluppo dell’architettura e della cultura occidentale dal Rinascimento ai giorni nostri. Il Centro, inoltre, gestisce uno spazio espositivo permanente dedicato a Vitruvio, alla Basilica di Fano e alle tematiche della rappresentazione della comunicazione dell’architettura classica e moderna.

MOSAICO DI DIONISO

MOSAICO DI DIONISO

Mosaico di Dioniso su una pantera, del II sec d.c.  apparteneva ad una Domus di Fano di cui decorava il triclinio, e fu rinvenuto nel 1952 nell’incrocio tra via Montevecchio e via Guido del Cassero non lontano dall’Arco di Augusto. 

Il mosaico in opus tessellatum in bianco e nero, inquadrato da doppia linea marginale scura, occupato da decorazione a triangoli, quadrati e rettangoli aveva come emblema centrale Dioniso o Bacco che cavalca una pantera fra le viti e tiene in mano un tirso, bastone con avvolte edera e vite.

Tralci di vite inquadrano la scena e l’emblema è incorniciato da una treccia a tre capi. Uno dei due lati corti del mosaico termina con una fascia decorata a girali d’acanto uscenti simmetricamente da una figura centrale femminile alata e uscente da un cesto contenente quadrupedi. 

MOSAICO DEL TRIDENTE


MOSAICO DEL TRIDENTE 

Gli antichi attribuivano a Poseidone le scosse di terremoto che provocava sbattendo il suo tridente. Il Dio compare nudo con un mantello, a figura intera, barbato e cavalca una quadriga di ippocampi che galoppavano sulle onde aperte al loro passaggio. 


LE MURA

Il culmine della presenza romana si ebbe durante il I periodo imperiale Augusteo in cui l’imperatore Cesare Ottaviano Augusto donò l’ insediamento di mura di cinta elevandolo allo stato di colonia (Colonia Julia Fanestri).

Completate nel 9 d.c., le mura si conservano ancora oggi per circa i due terzi della cinta dell'epoca che si dirige a nord-ovest dalla porta di Augusto fino a raggiungere la quattrocentesca Rocca Malatestiana. A metà delle mura romane si apre una porta minore di accesso alla città detta porta della Mandria dato che nel passato vi pascolavano le greggi. Aveva la funzione di consentire alla Flaminia di uscire dalla città per dirigersi a nord e raggiungere Pisaurum.



ARCO D'AUGUSTO

L'arco d'Augusto fu la principale porta d'accesso alla città Fanum Fortunae dove esistevano almeno altre due porte: una posta a sud e l'altra, prossima al mare, all'estremità est del decumano massimo. Costruito sul punto in cui la via Flaminia s'innesta nel decumano massimo della città, il monumento si data, tramite l'iscrizione del fregio, al 9 d.c., costituito da due fornici laterali minori e un fornice centrale maggiore, la cui chiave di volta è decorata con una rappresentazione d'animale oggi non più riconoscibile. 

Il corpo base, ancora ben conservato, sosteneva una seconda struttura, ormai andata perduta, che ne costituiva l'attico formato da un porticato in cui si aprivano sette finestre arcuate separate da otto semicolonne. Comunque, nonostante la comune dicitura, non si tratta di un "Arco", ma di una " Porta".


STRADA CONSOLARE FLAMINIA

CIPPO GRACCANO
Venne edificata e resa stabile attorno al 223 a.c. e stabilì le sorti di Fano come di altri molteplici centri, per l'enorme facilitazione dei commerci e per la sicurezza del sito, dove i legionari potevano transitare agevolmente e accorrere in caso di bisogno.


CIPPO DI TERENZIO VARRONE

Il Cippo Graccano, o di Marco terenzio Varrone, reperito nel 1735 in località S.Cesareo, e riconducibile o agli anni 82-81 a.c. o 75-74 a.c., è un  grosso parallelepipedo di arenaria con l’iscrizione: 

MARCO TERENZIO VARRONE LUCULLO, FIGLIO DI MARCO,
IN VESTE DI PROPRETORE, HA FATTO RIPRISTINARE,
IN ESECUZIONE DI UNA DELIBERA DEL SENATO I CIPPI DI CONFINE,
LA’ DOVE LI AVEVANO FISSATI PUBLIO LICINIO,
APPIO CLAUDIO E GAIO GRACCO IN QUALITA’ DI TRESVIRI
INCARICATI DI DARE, ASSEGNARE E GIUDICARE I TERRENI

L’iscrizione, ritrovata nel 1735 in località S.Cesareo, è riconducibile agli anni 82-81 a.c. o 75-74 a.c., e stabilisce una nuova divisione delle particelle di territorio, per opera di Marco Terenzio Varrone Lucullo, ripristinando il frazionamento del 132 a.c. e documenta la presenza dei romani a Fano dalla divisione del territorio precedente a questo cippo e cioè dai tempi della legge del 133 a.c.. Si trattava della lex Sempronia anche in territorio fanese, proposta dallo sfortunato tribuno della plebe Tiberio Gracco


BIBLIO


- Purcaro V., Mosaici - in “Fano Romana” - Fano - 1992 -
- Luciano De Sanctis - Quando Fano era romana - Minardi Editore - 1998 -
- Pietro Maria Amiani - Memorie istoriche della città di Fano - 1751-1967 -
- Ulrico Agnati - Per la storia romana della provincia di Pesaro e Urbino - Roma - L’Erma di Bretschneider - 1999 -



HELVIA RECINA (Marche)


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IL TEATRO
Helvia Recina, un centro abitato fin da tempi antichissimi, è situata nell'attuale frazione di Macerata detta Villa Potenza, situata a nord del capoluogo, sorta su una preesistente città italica probabilmente del III secolo a.c. abitata dai Piceni. Il suo nome è cambiato durante i secoli da Ricina a Recina e infine in Helvia Recina Pertinax. Oggi costituisce un sito archeologico della valle del fiume Potenza nelle Marche.
L'origine del nome è incerta anche se ci si è basati spesso su un'epigrafe che cita:
«Hic Veneris stabant Ericinae templa vetusto tempore... Quondam etiam templi nomine dicta fuint»
Questo epigramma fu riportato alla luce da Niccolò Peranzoni, umanista della corte di papa Leone X, nei primi anni del XVI secolo, per cui emerge che nella colonia romana stava un tempio dedicato a Venere ericina.

Il primo tempio dedicato alla Venere Ericina fu quello sul Monte Erice, in Sicilia, fondato da Enea, dopodiché il culto fu esportato nella penisola com'è testimoniato dai due templi romani: uno al Campidoglio (a fianco dell'Aedes Mentis) e uno al Quirinale, (appena all'esterno del Pomerio, nei pressi di Porta Collina).

Questo epigramma venne riportato anche in secoli successivi ad esempio da Pompeo Compagnoni nel suo tomo: La Reggia Picena. Ambedue gli autori però, il Peranzoni e il Compagnoni diffidarono dell'autenticità di questo epigramma, perché sia la forma grammaticale che i termini usati sono del periodo del Basso Impero. Nemmeno l'abate Colucci, storico e archeologo del XVIII secolo, nel suo tomo sulle antichità del Piceno, lo credette attendibile.
Sulla fondazione della di Helvia Recina sono state fatte diverse ipotesi suggestive: 
- una la vuole fondata da un mitologico Re Cino, il primo re d'Italia dopo il Diluvio Universale.
- un'altra narra che una delle legioni più importanti e temibili di Giulio Cesare, la "Fulminata", fosse formata da soli ricinesi.
- un'altra le attribuisce l'erezione di una statua in favore dell'imperatore Adriano completamente in oro, nonchè la presenza di piazze marmoree e fontane. Ma si tratta di suggestioni archeologiche di taluni eruditi, in maggioranza maceratesi, che senza appoggi documentari fantasticavano sulla antica colonia come di un paese di favola, per bellezza e ricchezza.

La zona di Ricina fu cristianizzata da San Giuliano l'ospitaliere che, intorno al I secolo, giunto in eremitaggio sulle rive del fiume Potenza, espiò il  matricidio e patricidio da lui commesso nelle Fiandre, traghettando i lebbrosi dall'una all'altra riva del fiume. 
"Secondo una leggenda, Giuliano nacque il 631 in Belgio da una nobile famiglia, ed era violento e facile all'ira. Durante una battuta di caccia un cervo moribondo gli predisse che avrebbe ucciso i suoi genitori.
In effetti alcuni anni dopo, quando i genitori giunsero al suo castello mentre lui era assente per una battuta di caccia, la di lui moglie, una nobile vedova spagnola, offrì loro il letto nuziale per la notte. Al mattino, Giuliano rientrò in casa e credendo che la moglie fosse con un amante estrasse la spada e li uccise.
Per espiare la colpa, si trasferì in Italia con la moglie e iniziò una lunga peregrinazione, dalla Sicilia ad Aquileia, fino alle rive del fiume Potenza, dove per tutta la vita traghettò viandanti e pellegrini offrendo loro assistenza.
Durante una traversata, la sua barca rischiò di capovolgersi e lui tenne la mano ad un lebbroso per non farlo cadere. Tale lebbroso, che passò la notte nel suo letto, si rivelò essere un Angelo mandato da Dio ad avvertirlo che la sua penitenza era stata accettata e presto avrebbe avuto il premio eterno insieme alla sua sposa.
" (il premio era la morte di entrambi).

Sembra che il primo vescovo di Helvia Recina fu Flaviano, martirizzato nel III secolo circa, ma econdo alcuni a Ricina non mancò la permanenza dello stesso San Pietro, proveniente dalla Dalmazia e in viaggio verso Roma. Il Moroni, sulla storia della chiesa lo dà per certo, ma non si sa su quali basi.
«L'evangelo era stato predicato nel Piceno dall'apostolo s.Pietro, reduce dalla Dalmazia. Essendo stato protomartire piceno San Catervo e san Giuliano che introdusse il cristianesimo a Ricina»
(Gaetano Moroni, Dizionario di erudizione storico ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni, Vol. XLI, Venezia 1846, p.35)

LA REALTA'

La prima notizia certa dell'esistenza di Ricina è invece del I secolo d.c. di Plinio il Vecchio (Nat. Hist. III, 111) ma molti storici sono del parere che la città fosse più antica visto che Plinio ne parla come di uno dei centri maggiori del Piceno.

La città si trovava lungo la via Salaria Gallica; divenne importante per sua posizione strategica all’incrocio di rilevanti assi viari, e al tempo dell'alto Impero risalgono i monumenti più importanti.
Divenne municipio romano verso la metà del I secolo a.c., estendendosi prevalentemente lungo la riva sinistra del fiume Potenza.

A giudicare dai resti monumentali di edifici e opere pubbliche e private, e dai ritrovamenti di lapidi e iscrizioni, l'area abitata doveva estendersi per circa 60 ettari, in prevalenza sulla riva sinistra del fiume Potenza, l'antico Flusor.

Un'antica strada lastricata, il ponte romano sul fiume Potenza e i resti di ville decorate con mosaici pavimentali, rivelano l'importanza del municipio di Ricina che Settimio Severo (146 - 211) elevò  nel 205 al rango di colonia e la ribattezzò col nome di Helvia Recina Pertinax, in onore del suo predecessore l'Imperatore Publio Elvio Pertinace (126 - 193). 
E non manca la testimonianza di un'antica lapide marmorea, da tempi immemori conservata a Macerata, che ci conferma che la costruzione (o meglio la ricostruzione) della colonia di Helvia Recina è avvenuta sotto Settimio Severo:
«IMPeratori. CAESari. Lucii. VERi. AUGusti. FILio. Divi. PII NEPoti. D[ivi]. ADRIANI PRONEPoti. Divi. TRAJANI PARTHici. ABNEPoti. Divi. NERVAE ABNEPoti. Lucius. SETTIMIO SEVERO PIO. PERTINACi. AUGusto. PARTHico. MAXimo. TRIBunitiae. POTestatis. XIII. IMPerii. XI. CONSuli. III. PPosuit. COLONIA HELVIA RICINA CONDITORI SUO.»


La città era posta all'incrocio di due importanti vie, la Nuceria-Ancona e la Salaria Gallica, che univa Ascoli a Jesi. Creata come municipio intorno alla metà del I sec. a.c., Ricina possedeva importanti edifici, come il teatro, in età giulio-claudia, mentre al II sec. d.c. risalgono le abitazioni con mosaici.

Dell’antico insediamento esistono, oggi, poche tracce tuttavia interessanti, ubicate in prossimità delle rovine monumentali del teatro romano, datate tra la fine del I sec. a. c e la prima metà del I sec d. c. Nella suggestiva cornice del teatro sono esposti diversi reperti romani tra pietre, marmi e una serie di epigrafi funerarie.

La città di Ricina, fondata  nel I secolo, in età giulio-claudia,  mentre al II sec. d.c. risalgono le abitazioni con mosaici.divenuto un importante nodo viario ed uno dei centri principali del Piceno, ospitò in sé:
le terme, il foro, il senato, l'anfiteatro, il ginnasio, il castro pretorio, l’ateneo e l’acquedotto. 
L’anfiteatro e il pretorio vennero restaurati dall'Imperatore Aulo Helvio Pertinace che ne fece un rilancio urbanistico. In suo onore al toponimo originario di Ricina venne aggiunto l’appellativo “Helvia” nel 205 d.c.  

Oggi, oltre ai resti di monumenti sepolcrali e di una strada lastricata, emerge solo il teatro, tra i più grandi delle Marche, riportato alla luce nel 1938, ma buona parte dell'area dell'antica colonia di Helvia Recina è ancora da riportare alla luce. 
IL TEATRO

IL TEATRO

I resti del teatro romano, risalente al II secolo d.c., sono oggi la testimonianza più importante dell'antica città di Helvia. Il teatro misura 72 metri di diametro ed era costituito a tre ordini di gradinate con le quali poteva ospitare circa 2000 spettatori; probabilmente era ricoperto di marmi (reimpiegati come al solito durante il Medioevo) con capitelli dorici e corinzi. 

Ancora bene riconoscibili sono: l'orchestra, la cavea e il frontescena in laterizio secondo il modello del teatro romano classico. Questi resti danno l'idea di una città di medie proporzioni ma piuttosto florida a causa della prossimità al fiume, allora navigabile, che la poneva in comunicazione con il porto del municipio di Potentia, sulla foce del fiume omonimo, vale a dire a Porto Recanati in località Santa Maria in Potenza, dove gli scavi stanno riportando alla luce un'antica colonia romana.


SANTA MARIA IN POTENZA - GLI SCAVI

LE INVASIONI BARBARE

Nel IV o V secolo le invasioni dei Goti costrinsero la maggior parte degli abitanti di Recina a spostarsi sulle colline, dando vita così ai centri medievali di Macerata e di Recanati. Probabilmente il primo saccheggio dell'antica colonia romana è stata opera degli Ostrogoti sotto il comando di Radagaiso all'inizio del V secolo, che operò varie scorrerie e saccheggi in tutta la zona dell'antico Picenum. 

Radagaiso fu a capo di una vasta coalizione di tribù germaniche (Goti, Vandali, Suebi, Burgundi) e celtiche che invase l'Italia tra il 405 e il 406, per poi essere sconfitto dall'esercito romano nella battaglia di Fiesole, dopo però che aveva raso al suolo diversi centri.

Almeno fino al 393 Ricina ancora esisteva in quanto il suo nome è riportato nella Tavola Peutingeriana, disegnata appunto alla fine del IV secolo. Mentre nel 410 è testimoniata la presenza dell'ultimo vescovo ricinate Claudio, anche lui in seguito proclamato santo, che viene anche considerato il primo vescovo di Macerata.

Durante la guerra Greco-Gotica, della metà del VI secolo, le truppe di Teja, ultimo re degli Ostrogoti, distrussero completamente la città di Ricina, mentre le truppe bizantine di Belisario erano accampate nella nuova città sulla collina soprastante cioè Macerata.



BIBLIO
- L. Mercando - Helvia Recina - Villa Potenza, scavi e scoperte in Fasti archeologici, XXI, 1966- Giorgio Ravegnani - I Bizantini in Italia - Bologna - il Mulino - 2004 -
- M. Santoni - Il teatro dell'antica Recina - Camerino - 1877 -
- R.U. Inglieri - Il teatro romano di Helvia Recina in Dioniso, VII - 1939 -
- Delle Antichità Picene - Vol.II - 1788 -



 

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