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GLI SPETTACOLI ROMANI


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I LUDI GLADIATORI
E' ludico tutto ciò che ha il presupposto del divertimento, almeno per gli spettatori. Ludus, in latino, equivale al gioco e al divertimento. Oggi alcuni spettacoli dei romani vengono giudicati poco morali, e forse con ragione, perchè c'erano persone che venivano costrette a battersi nell'arena, o ad uccidere un'infinità di animali.

Ma oggi non siamo migliori, perchè certe aberrazioni della morale comune consentono a certi poteri di sfruttare lavoratori aventi sia la maggiore che la minore età, bambini inclusi (a sette anni già fanno gli spaccapietre), o consentono di uccidere altre persone solo per una diversa credenza religiosa.

Qui non vogliamo parlare dei MAGNI CIRCENSES, già trattati altrove, ma degli spettacoli romani in genere, dalle corse dei cavalli alle tragedie recitate nei teatri, dalle lotte dei gladiatori agli spettacoli di funambolismo e acrobazie, dalle venationes alle gare di poesia, dalle commedie alle corse con le bighe, dalle danze alle musiche, dalle satire di teatro alle battaglie navali nei circhi. Tutto venne pian piano proibito dalla intransigenza del cristianesimo.

TERTULLIANO fu il più duro e intransigente, perchè divertirsi era peccato. Riportiamo solo alcuni titoli delle dissertazioni di Tertulliano nel merito:

NAUMACHIA

TERTULLIANO DE SPECTACULIS 

CAP. I. --- I cristiani respingono gli spettacoli di cui i pagani si dilettano; né ci possono essere ragioni che li convincano ad assistere a cerimonie così sacrileghe ed empie.
CAP. III.  --- Gli spettacoli sono proibiti dalle Sacre Scritture. 
CAP. IV.  --- Già col battesimo, noi Cristiani abbiamo rinunziato agli spettacoli teatrali.
CAP. V.  --- Le loro denominazioni: gli Dei ai quali essi venivano dedicati.
CAP. VI. --- Che gli spettacoli siano dedicati agli Dei o agli spiriti dei trapassati, vanno considerati come falso e sacrilego. 
CAP. VII. --- Anche l'apparato esterno di questi giochi, tradisce la loro origine e natura idolatra. CAP. VIII. --- Tutto nel Circo, parla esplicitamente d'idolatria.
CAP. IX. --- Anche nei giochi equestri s'annida un principio idolatra.
CAP. X. --- E i giochi scenici non sono forse imbevuti di principi idolatri? Anche l'ossequio prestato ai morti, non è che idolatria.
CAP. XI. --- I giochi agonali sono consacrati agli Dei, hanno un carattere prettamente idolatra.
CAP. XII. --- Quale l'origine dei gladiatori; dei loro combattimenti colle fiere e come partecipino dei principi idolatri. 
CAP. XVII. --- I teatri sono sentine d'impurità e di disonestà.
CAP. XVIII. --- Le tragedie, le commedie hanno in loro qualcosa d'illecito e di empio. 
CAP. XXIV. --- Col battesimo si rinunzia a qualsiasi genere di spettacoli: chi v'assiste rinnega il battesimo.
CAP. XXV. --- Come è possibile nutrire santità di pensieri, in mezzo all'obbrobrio degli spettacoli? CAP. XXVI. --- Il teatro ha in sé carattere demoniaco.
CAP. XXVII. --- Ogni godimento che può esser dato dagli spettacoli, è unito con qualcosa di empio, di sacrilego, di diabolico.  "vi sono anche donne che recitano, portando  fino all'ultimo gradino quel senso di dignità e di pudore che è proprio della donna: è più facile che una arrossisca in casa... ma sulla scena non sarà mai."
CAP. XXVIII. --- E' nella vita dell'al di là che i Cristiani troveranno le gioie più intinse e più piene. CAP. XXIX. --- Anche i Cristiani possono avere tanti spettacoli di gioia e di grandezza su questa terra! "Cosa di più magnifico che il riconoscimento dei nostri errori e il perdono di tante colpe commesse? Quale gioia maggiore di quando noi potremo provar noia del piacere stesso? Quale grandezza, quando sapremo guardare e considerar con disprezzo quanto ci circonda e ci stringe?"
CAP. XXX. --- Il Giudizio Universale "Quale magnificenza di visione! su chi gettare il mio riso di scherno e di pietà? Oh, quando vedrò tanti re che si facevano sicuri d'essere accolti nel cielo, ed invece li sentirò piangere e rammaricarsi nelle tenebre più fitte, con Giove stesso e tutti i suoi satelliti! e che dirò di quegli illustri che pure infieriscono con tanta crudeltà nel nome Cristiano, quando saranno straziati dalle fiamme che li consumeranno, ben più tremende di quelle colle quali una volta tormentavano ed uccidevano i Cristiani?"

ATLETI - MOSAICI DELLE TERME DI CARACALLA

Con la religione cristiana tutto ciò che è materiale diventa infimo. La natura, considerata madre fino ad allora, divenne una cosa inferiore e disanimata, creata solo per l'Uomo, Il Signore del creato. Perchè la natura cessò di essere divina ma divenne un sottoprodotto creato da Dio.

Per cui anche il corpo dell'uomo era un sottoprodotto destinato ai vermi, mentre l'anima peccatrice poteva tramite la penitenza avvicinarsi a Dio e guadagnarsi il paradiso. Pertanto il divertimento venne bandito e i popoli cristiani caddero nella depressione più totale, come si evince nell'arte e nelle scritture.

Al contrario per i romani tutto era divertimento e spettacolo. Infatti festeggiavano quasi per metà dell'anno, non si battevano il petto ma stavano diritti di fronte agli Dei come di fronte all'imperatore. "Panem et circensem" è stato considerato una forma di inciviltà, come se il popolo romano fosse ignorante e privo di cultura.

Nell'antica Roma, come si evince da Pompei, Ostia antica ecc. le case del ceto medio erano tutte affrescate e con statue e statuette varie o bassorilievi per tutta la casa. Noi non abbiamo lo stesso senso estetico. Tutti i romani conoscevano il latino e sapevano far di conto, compresi i servi e pure gli schiavi, perchè c'erano scuole pubbliche e private in quantità. L'alfabetizzazione era almeno come oggi, forse anche meglio, perchè non vi erano extracomunitari che non conoscessero la lingua ufficiale, oggi non possiamo dire altrettanto.


I romani non badavano alla razza, nè al colore della pelle o degli occhi o dei capelli, nè alla religione, l'importante era l'adeguamento di tutti alle leggi; oggi avviene il contrario, si bada alla razza, alla terra di provenienza e alla religione, ma a volte non si pretende dagli extracomunitari il rispetto delle nostre leggi.

" Un tempo un attore e si era convertito al cristianesimo chiese al suo vescovo di continuare a esercitare la sua arte per poter campare. E il vescovo, che di per sè non sapeva cosa fosse giusto pensare, visto che non pensava con la sua testa, aveva chiesto il parere di un collega più prestigioso, Cipriano di Cartagine.

Il responso era stato inesorabile: «Io penso che non sia compatibile né con la maestà divina né con la disciplina evangelica che l’onore e il pudore della Chiesa siano contaminati da un contagio tanto impuro e infame». 

Siamo nel III secolo, e questa condanna inesorabile piomberà su attori, mimi e gente di spettacolo per tutta l’era patristica e dilagherà anche nei secoli successivi, relegando i teatranti ai margini della comunità, negando loro persino la sepoltura in luoghi consacrati. 

E anche quando a popolare i teatri e i circhi saranno folle di spettatori, il buon cristiano – come suggeriva s. Girolamo – non deve lasciarsi tentare: anche se nel circo ci sono duecentomila persone, non impressionarti (né illuderti di portarle a salvezza), perché «devi sapere che sono molti a cadere rispetto ai pochi che si salvano, e così continua ad evitare di metter piede in quei luoghi di peccato».

Ma l'amore del Cristo, l'esser tutti fratelli e amarsi l'un l'altro dove era finito? Che fine fece il Dio buono del cristianesimo? Come mai era tornato il Dio giudicante, geloso, crudele e ossessivo del Vecchio Testamento?



LA CULTURA DIFFUSA

Di certo alcuni spettacoli erano crudeli e cruenti, ma gli spettacoli non cruenti vennero aboliti allo stesso modo. In epoca romana gli spettacoli erano gratis o costavano pochissimo e altrettanto le terme, in cui andavano pure gli schiavi.

Oggi gli spettacoli costano molto e solo una parte minoritaria della popolazione può permetterseli. Eppure lo spettacolo è la forma d'arte che può giungere più direttamente alla gente, leggere può essere già più difficile, ma può essere incentivato dagli spettacoli.

Come mai le religioni monoteiste sono così contrarie alla cultura, e soprattutto alla gioia?


BIBLIO

- Carlo Fea - Osservazioni sull'Arena e sul Podio dell'Anfiteatro Flavio dopo gli scavi nel medesimo - 1813 -
- J. Cl. Golvin - L'amphithéâtre romain. Essai sur la théorisation de sa forme et de ses fonctions - Paris -1988 -
- J. Cl. Golvin, Ch. Landes - Amphithéâtres et gladiateurs - Paris - 1990, 96 -
- Nicola Savarese - Teatri romani: gli spettacoli nell'antica Roma - Bologna - Il mulino - 1996 -
- Antonietta Dosi - OTIUM, il tempo libero dei Romani - Vita e Costumi nel mondo romano antico - 


LUSUS O LUDUS TROIAE


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Il "Lusus Troiae", anche riportato nelle fonti come "Ludus Troiae" e "Ludicrum Troiae" (Gioco di Troia) era uno spettacolo equestre che si teneva nell'antica Roma solo in tre importanti occasioni:

- Per eventi riguardanti personaggi molto in alto, come nei funerali imperiali, 
- Per importanti eventi religiosi, come nella fondazioni di templi , 
- Per eventi di gaudio per tutto l'impero, come il festeggiamento delle vittorie militari, in questo caso seguivano i Trionfi dopo la processione trionfale e avevano di particolare che erano finanziati dallo stato su deliberazione del senato.

Come si vede non c'è una connotazione precisa per l'esecuzione della festa, ma era l'importanza dell'evento a dettare la cerimonia. Il lusus si poteva anche svolgere in concomitanza con i Ludi Saeculares, ma era solo un caso, perchè il Ludus Troiae non era legato ad alcuna festività religiosa.
Il Lusus consentiva ai giovani aristocratici romani di mostrare le loro particolari abilità in pubblico, assolutamente proibito ai plebei, ma non era una gara e non c'erano competizioni.

Inutile dire che le esibizioni dei nobili romani riguardavano abilità relative alla guerra, l'arte che ai romani piaceva di più in assoluto. Molti si davano da fare e corrompevano pure per essere eletti consoli, una carica che durava solo un anno ma che poteva concedere un onore molto più grande: quello di fare una guerra, e magari di vincerla e magari, il massimo delle aspirazioni, ottenere un trionfo.

RICOSTRUZIONE DEL LUSUS TROIAE

Per cui il Lusus Troiae riguardava comunque arti militaresche. Virgilio nell'Eneide (V.545-603), ce ne fornisce una descrizione completa quando viene eseguito a chiusura dei giochi svolti per commemorare l'anniversario della morte di Anchise, il padre di Enea.

Da quello che si evince l'esercitazione è compiuta da tre truppe (turmae), ciascuna di 12 cavalieri, oltre a un condottiero e due armigeri, che eseguono esercizi intricati sul dorso dei cavalli, da notare il ritmo serrato del racconto virgiliano che rende l'idea di quanto queste esibizioni fossero avvincenti:

«Olli discurrere pares atque agmina terni
diductis solvere choris, rursusque vocati
convertere vias infestaque tela tulere.

Inde alios ineunt cursus aliosque recursus
adversi spatiis, alternosque orbibus orbis
impediunt pugnaeque cient simulacra sub armis;
et nunc terga fuga nudant, nunc spicula vertunt
infensi, facta pariter nunc pace feruntur.

Ut quondam Creta fertur Labyrinthus in alta
parietibus textum caecis iter ancipitemque
mille viis habuisse dolum, qua signa sequendi
frangeret indeprensus et inremeabilis error;
haud alio Teucrum nati vestigia cursu
impediunt texuntque fugas et proelia ludo.»

«Corrono i coetanei e in tre gruppi
separano i drappelli, e di nuovo chiamati
invertono la direzione e le lance minacciose sostengono.

Quindi eseguono cariche e ritirate
fronteggiandosi sul campo, e giro dopo giro
si alternano e danno l'impressione di una battaglia in armi;
ed ora scoprono la schiena nella fuga, ora rivolgono le lance
aggressivi, ora, fatta la pace, cavalcano affiancati.

Come si riporta che sulle alture di Creta un tempo il Labirinto
un percorso composto di pareti cieche e un ambiguo
inganno di mille vie avesse, in modo che seguire le tracce
un errore trascurabile e irrimediabile rendesse impossibile;
non diversamente i figli dei Teucri le orme con il percorso
confondono e intrecciano per gioco fughe e battaglie.»


(Virgilio, Eneide, V.580-593)




LE TATTICHE DELLA CAVALLERIA

Complesse manovre di incroci in una esibizione di equitazione erano già caratteristiche delle riviste della cavalleria romana durante le parate. Lo scrittore greco di arti militari Arriano le descrive nel suo libro Technē Taktikē ("L'arte della tattica militare"), riportando che ebbero origine dalle unità di cavalleria non romane fornite dagli alleati (auxilia), in particolare da Galli (cioè i Celti continentali e gli Iberi che abitavano la parte orientale e meridionale della penisola iberica).

Il gioco di Troia era comunque puramente cerimoniale e coinvolgeva ragazzi troppo giovani per il servizio militare, quindi prima dei 17 anni. Solo ai giovanissimi era permesso di giocare, ma di giocare alla guerra. Era anche un modo per lanciare in pubblico la figura dei giovani rampolli delle famiglie patrizie, il che spingeva spesso i giovani ad allenarsi assiduamente con i cavalli, in special modo i figli degli equites, che con tutta probabilità sarebbero divenuti equites a loro volta.

LUSUS TROIAE


IL RIPRISTINO DEL LUSUS TROIAE

Il lusus Troiae fu ripescato dalla tradizione e rieditato da Giulio Cesare nel 45 o nel 46 a.c., forse perchè Cesare sapeva che i romani amavano soprattutto chi vinceva le guerre e chi gli offriva Ludi, lui aveva vinto molte guerre ed ora offriva molti Ludi, ma anche per esaltare la sua discendenza da Iulo, il figlio di Enea, che nel gioco dell'Eneide cavalca un cavallo donato dalla regina cartaginese Didone. 

Non tutti sono d'accordo con la paternità cesarea dei giochi, anche perchè una manifestazione analoga si svolse durante i ludi Romani al tempo della Seconda guerra punica. Ma Si dice appunto che Cesare rispolverasse gli antichi ludi, non che li creasse egli stesso.

L'ipotesi sembra un po' troppo fantasiosa, la cosa più probabile fu che Cesare amava i cavalli ed era un ottimo cavallerizzo. Si racconta che da giovanissimo usasse correre al galoppo con le mani incrociate dietro la schiena, il che significava che sapeva condurre il suo cavallo con la voce, cosa affatto facile.
OINOCHOE ETRUSCO

Data l'ambientazione mitologica, molto amata in epoca augustea, fa pensare che il ludus Troiae narrato nell'Eneide fosse stato inventato dai poeti dell'epoca se non dallo stesso Virgilio. Tuttavia i poeti, e Virgilio in particolare, dovevano convincere sulla discendenza troiana attraverso i fatti e non la fantasia, altrimenti sarebbero passati per visionari.

Si pensa che la manifestazione non possa essersi svolta prima dell'età di Silla e si dubita addirittura che il lusus presentato sotto Silla fosse il gioco di Troia. Eppure una manifestazione analoga si svolse durante i ludi Romani al tempo della Seconda guerra punica, ma non è prova irrefutabile.

LABIRINTO DI TRUIA

RISALIREBBE AL VI SECOLO A.C.

Invece l'idea che il gioco di Troia "risalisse almeno al VI secolo a.c." è basata in parte su un oinochoe etrusco (vaso simile alla brocca, utilizzato per versare il vino o l'acqua) risalente alla fine del VII secolo e proveniente da Tragliatella, vicino a Caere (Cerveteri), raffigurante giovani a cavallo che escono da un labirinto con la legenda TRUIA, che forse significa Troia.

Virgilio effettivamente confronta gli schemi della carica al Labirinto di Cnosso (leggendario labirinto, che secondo la mitologia greca fu fatto costruire da re Minosse sull'isola di Creta, 1800 a.c., per rinchiudervi il pericoloso Minotauro, nato dall'unione della moglie del re, Pasifae, con un toro), con gli schemi del "geranos", "la danza della gru", insegnata da Teseo, re di Atene, ai giovani ateniesi che salvò dal Minotauro uccidendolo.
Nel mito e nel rituale, il labirinto,  e di conseguenza il ludus, è la discesa dell'Ade con il ritorno trionfale dell'eroe, un trionfo della vita sulla morte" un'iniziazione rituale che incita il prescelto ad affrontare la morte per imparare ad accettarla vivendo una vita senza paura.
CALDERONE DI GUNDESTRUP
Secondo alcuni i piedi degli armigeri sul vaso per vino Truia possono indicare dei passi di danza, interpretazione molto probabile, che potrebbe ricollegarsi appunto alla "Danza della gru" insegnata da Teseo.



CALDERONE DI GUNDESTRUP

Un'iconografia dell'iniziazione simile a quella dell oinochoe etrusca si trova anche su un pannello del Calderone di Gundestrup, in cui si ritiene generalmente che vi sia rappresentato un soggetto celtico con un'influenza tracia nella lavorazione. Rinvenuto in Danimarca, è formato da tredici pannelli: cinque interni rettangolari e sette esterni quadrati, più uno circolare che ne costituisce il fondo.

I pannelli presentano raffinate figure umane, immagini di divinità o raffigurazioni dall'apparente significato religioso, che ne fanno una delle più importanti opere d'arte della protostoria europea.
Il calderone fu rinvenuto smontato, insieme a due frammenti dei tubi d'argento che formavano l'intelaiatura e un pezzo di ferro che era forse parte di un anello inserito all'interno dei tubi. Armi e ornamenti raffigurati sul calderone lo datano al 100 a.c..

LABIRINTO DI CRETA


GLI EDUI TROIANI

Almeno uno dei popoli celtici della Gallia centrale, gli Edui, che visse nell'odierna regione francese compresa tra il fiume Arar (Saona) e il Liger (Loira), rivendicò come i Romani un'ascendenza troiana e furono formalmente riconosciuti dal Senato romano come "fratelli" ed alleati di Roma molto tempo prima di essere incorporati nell'Impero.

Gli Edui erano già alleati dei Romani nella seconda metà del II secolo a.c., e quando i Sequani, la tribù sempre  in contrasto con gli Eduiche viveva sull'altra sponda dell'Arar e , invasero il loro territorio e li sottomisero con l'aiuto del re Ariovisto, gli Edui chiesero aiuto a Roma, ma senza risultato.

Sarà Cesare, giunto in Gallia nel 58 a.c., a restituire agli Edui la loro indipendenza. Malgrado ciò si unirono alla coalizione anticesariana guidata da Vercingetorige, ma dopo la sua resa nell'assedio di Alesia decisero di ricostruire l'antica alleanza. Ottaviano Augusto distrusse la loro antica capitale Bibracte, sostituendola con quella di Augustodunum (odierna Autun).

Nel 21 d.c., sotto il regno di Tiberio si ribellarono guidati dal Giulio Sacroviro e distrussero Augustudunum, ma furono presto sconfitti da Gaio Silio (Tacito Annali, III, 43-46). Gli Edui furono il primo popolo gallico a ricevere dall'imperatore Claudio lo ius honorum.



LA TRUIA 
VASUS TRUIA O TROIA

La designazione etrusca della manifestazione come "Truia", se questo è quanto il vaso effettivamente illustra, può essere un gioco di parole, poiché truare significa "muovere", con un significato specialistico nel vocabolario della tessitura.

E' stato ipotizzato che il ludus Troiae sia il "gioco del filo che si muove", inteso alla riparazione del "tessuto sociale" di Roma dopo le recenti guerre civili. Il gioco di Troia era effettuato in un giorno di purificazione (dies lustri).

Ma detta interpretazione, nonostante Virgilio utilizzi due forme del verbo "tessere" per descrivere i movimenti equestri e, in alcune versioni del mito di Teseo, il ritorno dell'eroe dal labirinto venne reso possibile dal seguire un filo fornito da Arianna, è dotata a nostro avviso di molta fantasia e scarso senso reale.

Il gioco di Troia era effettuato in un giorno di purificazione (dies lustri) e in tal senso potrebbe avere legami con Marte, visto che i legionari facevano la lustrazio delle armi, ma pure perchè i ludi dei cavalli, le Equirria, e il rituale dell'October equus, erano dedicate a Marte come patrono della gioventù guerriera.

I giovani sacerdoti armati di Marte, i Salii, per giunta eseguivano passi di danza espressi dalle forme del verbo truare, qui forse con il significato di "eseguire una danza truia". Inoltre il gioco di Troia si svolgeva sotto la supervisione dei Tribuni dei Celeres, che erano collegati ai Salii nei Fasti Praenestini.



LE TABULE ILIACAE

AUGUSTO  
VASS LUSUS TROIAE

Augusto stabilì che il lusus Troiae fosse una manifestazione regolare e noi sappiamo che L'imperatore volle copiare tutto ciò che aveva inaugurato il suo padre adottante che giunse a far divinizzare.

La sua esecuzione faceva parte di un interesse generale per le origini troiane che ritroviamo pure nella creazione delle Tabulae Iliacae o "tavolette troiane", uno schema utilizzato per dividere tra le varie giornate gli episodi narrati nell'Iliade di Omero.

Lo schema fu inventato probabilmente da Zenodoto presso Alessandria d'Egitto e tradotto in bassorilievi che illustrano scene dell'Iliade, riportando spesso testi in forma di acrostici o palindromi, indicando un movimento schematico o labirinti letterari.


TIBER

Il giovane Tiberio guidò una turma (un'unità militare romana, la decima parte di un'"Ala" di cavalleria legionaria) durante i giochi che celebravano la dedicazione del Tempio del Divo Giulio, il 18 agosto del 29 a.c.. Il lusus fu tenuto anche in occasione della dedicazione del Teatro di Marcello nel 13 a.c. e del Tempio di Marte Ultore, il I agosto del 2 a.c..


ARA PACIS

I bambini in abiti orientali rappresentati sull'Ara Pacis sono stati identificati in genere come Gaio e Lucio Cesare in abbigliamento "troiano" in occasione del gioco del 13 a.c.. Il gioco di Troia continuò ad essere rappresentato sotto altri imperatori della Dinastia giulio-claudia. Seneca cita la manifestazione nella sua opera Troades (riga 778). Nerone partecipò nel 47 d.c., all'età di 9 anni, assieme a Britannico.


BIBLIO

- Daniel P. Harmon - The Religious Significance of Games in the Roman Age - in The Archaeology of the Olympics  - University of Wisconsin Press - 1988 -
-Thomas Habinek - The World of Roman Song: From Ritualized Speech to Social Order -  in cui si discute estesamente sul vaso Truia e si trova di più sulla danza della gru e il rapporto con il labirinto -
Johns Hopkins University Press -  2005 -
- Auguste Bouché-Leclercq - Manuel des Institutions Romaines, Hachette - 1886 - Purificazione, in: Thesaurus Cultus et Rituum Antiquorum -
- Piotr Rypson - Homo quadratus in labyrintho: The Cubus Visual Poem from Antiquity until Late Baroque - in European Iconography East and West. Selected Papers of the Szeged International Conference June 9–12, 1993 - Brill - 1996 -
- P. M. Virgilio - Eneide, a cura di Mario Scaffidi Abbate -Newton Compton ed., Roma - 2012 -
- Alison Futrell - The Roman Games: A Sourcebook - Blackwell - 2006 -







MAGNI CIRCENSES


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« [Populus romanus] duas tantum res anxius optat:  panem et circenses »
( [Il popolo romano] due sole cose ansiosamente desidera: il pane e i giochi circensi )
(Giovenale - Satira X)



I LUDI

I latini chiamavano "lusus" i giochì privati, generalmente istituiti per celebrare grandi eventi della familia, come matrimoni o importanti promozioni militari o politiche, mentre appellavano ludi i giochi pubblici indetti dallo stato. 

C'erano poi i ludi funebres privati, celebrati in onore di defunti di alta posizione sociale e cioè di magistrati e di ottimati. Come presso gli Etruschi e i Greci, le cerimonie di culto per i Romani, fin dai tempi antichissimi, erano associati a spettacoli pubblici. Spesso infatti i teatri venivano usati per celebrazioni religiose che includevano i combattimenti tra i nemici vinti e fatti schiavi.

Soprattutto in tempo di guerra o temendo una guerra, o preparando una guerra, i romani facevano agli Dei voto di pubblici spettacoli. Emesso il voto, si stabiliva la somma necessaria da prelevarsi dal pubblico tesoro per l'allestimento dei giochi e, se necessario, si destinava ad essi anche una parte dello sperato bottino di guerra. I ludi stabiliti con questa procedura si dicevano Ludi Votivi, e potevano essere promessi per una sola volta.

In taluni casi, affinchè il voto fosse più grande e più gradito agli Dei, si prometteva l'annuale ripetizione di essi in un determinato giorno o serie di giorni. In tal caso si dicevano Ludi Stati o Ludi Annui, e venivano registrati nel calendario romano.



TERTULLIANO - L'origine dei giochi

"Molti sono coloro che su questo argomento ci hanno tramandato testimonianze e notizie: secondo quelli l'origine dei giochi si deve così ricostruire: 
- Timeo riferisce che i Lidi, movendosi dall'Asia, si siano fermati in Etruria: il loro duce sarebbe stato un Tirreno, che aveva ceduto, dopo qualche contrasto, il diritto di succedere al trono, al fratello. Così in Etruria, fra i diversi riti spettanti alle diverse convinzioni religiose di quelle genti, fissano l'istituzione degli spettacoli con carattere sacro. 
- Pare che i Romani in un secondo momento s'accaparrassero coloro che di tali cerimonie erano esperti; stabilissero il tempo in cui dovessero esser compiute, ne fissassero il nome e che appunto dai Lidi si chiamassero Ludi; per quanto Varrone faccia risalire tale denominazione a ludus: gioco, il che equivale a dire, a lusus scherzo, come appunto chiamavano ludi anche quelli dei Luperci, perché scorrazzavano scherzando e saltando qua e là. Tuttavia riporta e ricollega questo che è svago e spasso giovanile a giorni riconosciuti festivi, a luoghi sacri e a riti religiosi. 
- Non importa pertanto indugiarsi per ristabilire l'origine del vocabolo, ma è chiaro che la cosa in sé, trova la sua ragione in un principio idolatra. 
- I giochi venivano compresi sotto la generale denominazione di Liberalia e tale parola richiamava evidentemente qualcosa del culto di Libero: erano essi infatti dapprima celebrati proprio in onore di Libero, dai contadini, perchè facevano risalire a lui l'aver conosciuto la forza e il valore del vino.
- Si ebbero poi quelli detti Consualia: erano in onore, dapprima, di Nettuno che appunto chiamano Conso; 
- Ci furono poi gli Equiria, che un Remolo pare dedicasse a Marte; per quanto taluni facciano risalire a un Romolo anche i Consualia, che, pare, dopo, li facesse propri di un dio Conso, quasi divinità del consiglio, alludendo, con tal nome, alla deliberazione presa di procurare ai suoi soldati la maniera di aver donne, mediante il ratto delle fanciulle Sabine. 
- Consiglio buono davvero; giusto per i Romani e lecito, anche agli occhi dello stesso Dio; ma il suo vizio d'origine fa sì che tu, o cristiano, non lo possa approvare, un consiglio di tal genere; esso ripete il suo principio dal male; è appunto dalla impudenza maggiore, dalla violenza, dall'odio che trae sua origine, e chi stabili tale cosa £u il figlio di Marte, che si macchiò del sangue del fratel suo; ed è stata scoperta un'iscrizione sotterranea nel Circo, proprio alle prime mete, che diceva proprio così: Conso potente nel consiglio, Marte nella guerra, i Lari nel Comizio; i pubblici sacerdoti compiono sacrifici in questo luogo il sette Luglio e il ventuno Agosto, il rito viene ripetuto dal Flamine Quirinale e dalle vergini Vestali. 
- Di poi lo stesso Remolo istituì giochi a Giove Feretrio sul colle Tarpeo, i quali Pisone ci dice che prendessero oltre il nome di Tarpei, anche quello di Capitolini. 
- Dopo costui, Numa Pompilio li istituì in onore di Marte e della dea Robigine, perché anche questa la considerarono avente attributo divino. 
- Fu poi la volta di Tulio Ostilio, e via via  di Anco Marzio e degli altri. 
- Si legge in Svetonio Tranquillo e in quegli scrittori dai quali appunto egli attinse, quali e quante specie di giochi, esattamente distribuiti essi avessero dedicati alle loro pretese divinità idolatre."

(Tertulliano - L'origine d' giochi)


MAGNI CIRCENSES SATURNALIA 

Sembra che i ludi più antichi fossero quelli istituiti nell'età di Saturno, la mitica età dell'oro dei romani, quando tutto era armonia e allegria, e quando la giustizia regnava sovrana. Da qui si pensa siano nati i Magni Circenses, giochi in onore del grande Dio che precedette Giove.

Secondo Varrone Saturno, ovvero Saturnus, fu così chiamato dai termini "ab satu" cioè da "generare, quindi colui che genera animali e piante sulla terra. Oppure sat deriverebbe dal sanscrito "vero" "eterno" "che non cambia", i termini riservati al divino assoluto. Saturno comunque è il Dio romano derivato in parte dal Dio greco Crono, spodestato da Giove.

"Saturnus Romanorum deus erat, oppidumque magna cum benevolentia regebat ac protegebat. Sed poetae de Saturno miram fabulam sic narrabant. Olim filius Iuppiter Saturnum, deum dominum, regno expellit; tum Saturnus ex Olympo in Italiam venit, ibique Latinorum regnum obtinet. 
Sub Saturnum inter paeninsulae incolas concordia atque benevolentia vigebant, quia Saturnus regni fundamentum in iustitia ac temperantia ponebat. 
Ideo Romani Saturni regnum etiam nunc grata memoria celebrant, semperque celebrabunt: appellant aureum Saturni aevum, et Saturniam Italie terram; Romae incolae, denique , quotannis Saturnalia ludis iocisque celebrant."

"Saturno era il Dio dei Romani e governava e proteggeva le città con benevolenza. Ma i poeti su Saturno narravano una storia. Un tempo, il figlio di Saturno, Giove, cacciò il Dio fuori dal suo regno; per cui Saturno scese in Italia dalle altezze dell'Olimpo, e qui ottenne il regno dei Latini.
Sotto Saturno fiorì l'armonia e la concordia tra gli abitanti della penisola, perché il regno di Saturno poneva come fondamento la giustizia e la temperanza.

Pertanto, il regno di Saturno i romani ancora celebrano con grata memoria, e sempre celebreranno: lo chiamano l'età d'oro di Saturno, e Saturno terra d'Italia; Gli abitanti di Roma, pertanto, ogni anno celebrano i Saturnalia con i suoi Ludi"

Saturno era rappresentato con la falce in mano e coi piedi avvolti in bende di lana, che si svolgevano pian piano durante il mese di dicembre, simboleggiando lo scioglimento dei vincoli che impedivano al seme di diventare germoglio. Se però Saturno era il Dio che faceva germogliare il seme, Conso era il Dio che proteggeva il seme sotto terra affinchè potesse poi germogliare sotto l'influenza di Saturno. 



MAGNI CIRCENSES CONSUALIA

Pertanto poco prima dei Saturnalia i romani celebravano i Consualia, per invocare la protezione sui semi posti a dimora dentro la terra arata. A Conso era pertanto dedicato un altare ipogeo al centro del circo Massimo, l'Ara Consi, e soprattutto erano dedicati i Magni Circenses, i primi ludi romani.

Sembra che anticamente (come riscontrato nel calendario di Amiterno) dal giorno 12 al 15 di dicembre si svolgessero le celebrazioni in onore del Dio: il 12 col nome "Conso in Aventino" dove evidentemente aveva il suo tempio, ed il 15 c'erano le "Feriae Conso" che inauguravano anche i giochi nel Circo Massimo, vicino alla cappella del Dio "Aedes Consi".

I « Magni Circenses » finirono per esser dedicati al Dio Conso ed a Saturno, forse, nelle tradizioni dell'antico Lazio, unica e identica divinità. L'appellativo di Magni passò poi alla forma veramente nazionale di giochi: i ludi romani, per molto tempo unico tipo di queste manifestazioni di culto, seguita poi dai Ludi Plebei, sdoppiamento di quel primitivo tipo in seguito alle lotte di classe fra patrizi e plebei, e quindi dai Ceriali, dagli Apollinares, dai Megalensi, dai Floreali.

Comunque i primi Magni Circenses, o giochi gladiatorii che dir si voglia, sembra siano stati istituiti dal re Tarquinio Prisco, e a parere dello storico Quinto Asconio Pediano (9 a.c. - 76 d.c.) vennero detti "Magni" per la grande spesa che costarono la prima volta, vale a dire di ben 200 scudi. Secondo lo storico però i Ludi sarebbero stati dedicati ai Lari.

Però altri autori lo smentiscono, perchè sembra che Tarquinio non istituì i primi giochi gladiatori, cioè i Ludi Circenses, ma istituì i Ludi scenici, cioè di teatro, che semplicemente aggiunse a quelli gladiatori. Detti giochi durarono prima uno, poi due, poi tre giorni, e poi ancora di più. soprattutto per celebrare i trionfi, cioè anche otto giorni o ancora di più, secondo i casi.



D'altronde, per significare l'importanza e la sacralità dei giochi, Plutarco ( Quaest Rorn., 66) narra di un antico Flaminio, il quale avrebbe lasciato al popolo i suoi campi stabilendo che, con una parte del reddito, si celebrassero giochi equestri e col resto si aprisse la via, che per tal ragione insieme col Circo, sorto poi su quei campi, si sarebbe chiamata Flaminia.

I Giochi pubblici si distinguevano poi, a seconda del luogo ove venivano celebrati, in: 
- Circenses, se nel circo, 
- Scaenici o theatrales, se in un teatro stabile o posticcio, 
- Compitalicii, se rappresentati nelle pubbliche piazze. 
I ludi gladiatorii e i combattimenti con le fiere, di carattere cruento, furono in origine dati soltanto da privati in occasioni di solenni funerali, nei novendiali.

"Se si eccettuino le Equine, ο corse di cavalli in onore di Marte nella Campus Martius, che rappresentano le lontanissime origini delle cosidette corse dei barbari, che i nostri vecchi ancora ricordano, gli antichissimi Magni Circenses, e poi tutti gli altri: i Romani, i Plebei, gli Apollinari, ecc. si celebravano nella grande valle, interposta tra il Palatino e l'Aventino, la celebre Vallis Murcia, sede delle primitive leggende di Roma e che, per la sua configurazione geografica, era già di per sè stessa l'ippodromo naturale, offerto ai primitivi abitatori del Palatino, dell'Aventino e dei finitimi colli. 
In mezzo alla valle un'antichissima ara di Conso, protettore dei cavalli e dei muli, che, durante tali feste, venivano inghirlandati di fiori, era il centro di tali cerimonie, ed in quei giorni di dicembre, nei quali celebravansi appunto le Consualia, scoprivasi, essendo nel resto dell'anno interrata, per simboleggiare il seme, che si confida in grembo alla terra, mentre al simulacro di Saturno, Dio della generazione, identificato con Conso, scioglievansi le bende di lana."
(Marchetti Longo 1922)

I Magna Circenses dunque, i più antichi di tutti i ludi romani, ricollegavano la loro origine con le gare mitiche di Enomao e Tantalo nell'Elide, e con quelle cui partecipò Ercole. Ma la tradizione dei popoli latini stabilì che fossero stati istituiti da Romolo, subito dopo la fondazione di Roma, in onore di Nettuno, nella festività dei Consualia. Questi ludi detti Consuales o Magni, si celebravano solennemente nella valle Murcia, tra il Palatino e l'Aventino, con corse di carri e di cavalli.




MAGNI CIRCENSES MEGALESI

I Magni Circenses rimasero però come denominazione legati ai ludi degli antichi, poi attribuiti anche ai Circenses Megalesi (o Megalensi). Le Megalesia o Megalensia erano una festività romana celebrata a Roma antica nel mese di aprile in onore della Grande Madre Cibele.

Trattavasi di un'antica divinità anatolica, venerata come Grande Madre Idea, dal monte Ida presso Troia, Dea della natura, degli animali (potnia theron) e dei luoghi selvaggi. La più antica collezione di profezie sibilline, i Libri sibillini, sembra essere stata prodotta sul monte Ida; attribuiti alla Sibilla ellesponitina. 

E furono proprio i Libri sibillini, consultati dai pontefici romani, che stabilirono, onde salvare Roma dalla guerra cartaginese, di portare nell'Urbe il simulacro della Dea Madre, cosa che i romani fecero festeggiando la Dea con tutti gli onori, compresi i Magni Circenses Megalesi, che durarono diversi giorni con grande dispendio di denaro e grande spettacolo, perchè fortissima era la paura di veder cadere Roma ad opera dei Cartaginesi.

La pietra nera di Cibele fu portata a Roma da Pessinunte nel 204 a.c., quando venne introdotto a Roma il Culto della Magna Mater, e il giorno del suo arrivo una grande processione ebbe luogo dal punto dell'approdo della nave fino al Campidoglio. 

Era l'anno in cui si giocavano i destini di Roma e di Cartagine. In quell'anno infatti Scipione ottenne la carica di proconsole in Africa, potendo finalmente portare avanti il progetto che aveva in mente già dagli anni delle campagne in Spagna: portare la guerra contro Cartagine sul suo stesso suolo, in Africa.

La celebrazione abituale del Megalesia, tuttavia, non cominciò fino a dodici anni più tardi (191 a.c.), quando il tempio della Magna Mater, fatto costruire nel 203 a.c., fu completato e dedicato dal pretore Marco Giunio Bruto. Anche se da un altro passo di Livio sembra che i Megalesia fossero già celebrati nel 193 a.c.

Nel 193 a.c. il re berbero Massinissa occupò Emporia e il Senato romano inviò a Cartagine una delegazione per tranquillizzarla, ma Catone, che fa parte della spedizione, porta con sè un cesto di fichi cartaginesi e li mostra ancora freschi al senato, per far comprendere quanto Cartagine fosse pericolosamente vicina. Risuona il "Carthago delenda est".

La guerra è ancora una volta all'orizzonte. Per propiziarsi la Dea i romani indicono ancora i Magni Circenses Megalesi. Grande paura, grandi giochi.

Mentre nei tempi più antichi gli spettatori assistevano in piedi allo spettacolo, vennero poi disposti sedili per maggior comodo degli spettatori. Del resto anche la loro durata aumentò nel tempo; soprattutto i Magni Circenses che s'iniziavano in varie ore del giorno, talvolta dalla mattina, e si protraevano sino a sera.

Complessivamente i ludi dati in giorni fissi, al tempo di Cesare, occupavano ben 65 giorni dell'anno; ma nel. IV sec. il popolo romano impiegava nell'assistere ai giochi ben 175 giorni, cioè poco meno della metà dell'intero anno. Da qui si comprende perchè i romani per metà dell'anno fossero in Feriae, cioè non lavorassero. Beati loro.


BIBLIO

- Sesto Pompeo Festo - Ludos Magnos - De verborum significatu -
- Alison Futrell - The Roman Games: A Sourcebook - Blackwell - 2006 -
- Howard Hayes Scullard - Festivals and ceremonies of the Roman republic - 1981 -
- Jorg Rupke - Communicating with the Gods - in A Companion to the Roman Republic - Blackwell - 2010 -

BAMBOLE ROMANE


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Le bambine greche e romane potevano giocare con le bambole anche da adolescenti, del resto si sposavano piuttosto presto. Soprattutto le romane, che potevano essere impalmate anche all'età di dodici anni in quanto era l'età in cui si poteva esser certi che fossero vergini, per la fissa dei romani di non avere paragoni sulle loro prestazioni sessuali.

Precauzioni inutili, perchè in seguito, specie in età imperiale le donne si liberarono, divorziarono e fecero le loro esperienze. Però fintanto non si sposavano rimanevano un po' bambine e questo veniva incoraggiato, tanto è vero che potevano giocare, e le bambole era il loro passatempo preferito, finchè non si sposavano perchè allora con una cerimonia sacra offrivano al tempio i loro giocattoli ai Lari.

BAMBOLE DI TERRACOTTA
Più tardi erano le fanciulle a decidere in quale tempio portarli, offrendoli alla loro divinità preferita, come facevano le loro coetanee greche. Questa cerimonia segnava la fine dell'infanzia, e l'entrata nel ruolo di sposa e di madre.

Nella Roma Imperiale la bambola, detta "pupa" o nella sua versione diminutiva "pupilla" (bambolina) era un oggetto molto diffuso anche tra la plebe, per cui in tutto il mondo romano e nel resto del suo impero si rinvennero bambole nelle sepolture delle adulte. Non erano evidentemente state portate al tempio, o erano altre bambole oltre a quella votata, oppure veniva alla morte della romana ritirata dal tempio per accompagnare la defunta nel mondo dell'aldilà.

Sono state ritrovate bambole anche nell'antico Egitto, in genere generalmente modellati con l'argilla, ma ne esistono di più belli in osso o in avorio databili al periodo greco e romano. Le bambole dell'antichità avevano lineamenti e fisico da adulte, spesso con vestiti e gioielli, mai bambine.

In particolari santuari del mondo antico, dedicati a divinità legate al mondo femminile ed infantile, ma anche in sepolture di fanciulle, sono stati ritrovati oggetti dalle dimensioni estremamente ridotte: stoviglie, seggioline, lettini, sgabelli, che pur avendo valore religioso e rituale, sono pertanto giocattoli.

BAMBOLA DI TARRAGONA
III - IV SECOLO D.C.
La bambine greche dovevano accontentarsi delle piú economiche bambole in terracotta, che gli artigiani antichi vendevano a poco prezzo al mercato. I piú comuni esemplari hanno il tronco e la testa fissi, mentre gli arti superiori ed inferiori erano invece snoda bili, permettendo così di poter mimare, attraverso le diverse posizioni assunte da questi, i movimenti e i gesti degli adulti.

Se le gambe o le braccia si fossero rotte era possibile il ricambio e c'erano pure bambole in posizione fissa: sedute o nell'atto di compiere qualche azione particolare legata all'attività domestica.

A Roma invece le bambole furono una vera e propria arte, opera di artigiani specializzati, fortunatamente in parte giunte a noi proprio attraverso le sepolture. Si è pure individuato che la produzione delle bambole in due aree distinte di lavorazione, dell’osso e dell’avorio, fossero locate a Roma sulle pendici del Palatino e nei pressi dell’esedra della  Crypta Balbi.

Di bambole all'epoca ce ne erano molte e di molti tipi. A tutte però veniva dato un aspetto adulto, sia che fossero di pezza o riempite di stoppa, il cui unico vantaggio era quello di essere morbide. C’erano poi le bambole di creta, on genere dipinte, alcune ben fatte altre grossolanamente abbozzate, con braccia e gambe snodabili unite al corpo da lunghi perni.

Gli artigiani costruttori di bambole erano chiamati dai latini figuli, lavoratori in creta, ovvero chi fabbricava bambole d’argilla che vendevano al mercato.

La creta era un materiale frequentemente usato poiché poco costoso, facilmente reperibile, molto duttile che poteva essere decorato e dipinto in modo da rendere l’oggetto esteticamente più realistico e piacevole. 

Ma la maggior parte erano in legno tornito e dipinto, ma ce n'erano anche in osso o in avorio, tutte vestite e pure ingioiellate.

Le bambole in avorio e in osso di età medio e tardo imperiale erano rappresentate nude, con la sola eccezione in molti casi dei piedi, su cui erano incise le calzature a forma di bassi stivaletti, ma si ritiene che indossassero originariamente vestiti in stoffa che sono andati perduti.

Infatti furono rinvenute tracce di tessuto con alcuni filamenti in oro sulla bambola in avorio rinvenuta a Roma presso la basilica di S. Sebastiano sulla Via Appia.

Si osserva che in genere la testa e il torso erano intagliati in un unico blocco, mentre gli arti erano lavorati a parte e fissati al corpo mediante perni o fili rigidi. 

Le bambole in avorio, più raffinate, nella parte inferiore del bacino avevano due tenoni forati che si inserivano in corrispondenti alloggiamenti cavi ricavati nella parte superiore delle gambe ed erano bloccati con piccoli perni.

Un sistema simile permetteva il fissaggio della parte inferiore della gamba al ginocchio e della parte inferiore del braccio al gomito; le spalle invece erano connesse mediante semplici perni infilati. Fra gli esemplari più noti la bambola di Crepereia Tryphaena.

In alcune bambole l’attacco delle gambe al torso avveniva mediante un unico tenone centrale, prolungamento del bacino, attraverso il quale passava un lungo perno che univa le due gambe; raramente le gambe e le braccia presentavano la doppia articolazione al gomito e al ginocchio. 

Fra le bambole di questo secondo tipo, alcune, in avorio, hanno una pregevole anatomia del corpo e una elevata raffinatezza esecutiva, come nel caso della bambola di Grottarossa.

In alcuni casi si predisponevano quattro, articolazioni: alle spalle, ai gomiti, alle anche e alle ginocchia; in altri casi veniva soppressa l’articolazione al gomito.

Tuttavia più frequentemente le articolazioni erano solo due, alle spalle e alle anche.

Naturalmente era la testa a cui gli artigiani dedicavano più tempo: dopo averla modellata nella creta la arricchivano con elaborate pettinature o copricapi, tutti molti riconducibili all’epoca a cui le
bambole in questione appartenevano.

Il corredo di queste bambole non si limitava, in ogni caso, unicamente al vestiario, ma erano munite anche di tutto il necessario per l’arredamento della propria casetta, una serie di oggetti in miniatura perfettamente consoni alle loro misure.



LA BAMBOLA DI LIPARI

In Sicilia, nell’isola di Lipari, è stata rinvenuta, custodita nella tomba di una bambina vissuta nel V secolo a.c., una piccola bambola di creta, oggi nel Museo Eoliano di Lipari.

Questa presenta un busto ben modellato, una piccola testa molto curata con sui capelli, sempre di creta, un copricapo cilindrico ampliato superiormente, le gambe e le braccia, praticamente informi, sono attaccate al corpo mediante perni.

I suoi vestiti, oggi ovviamente scomparsi, presumibilmente, dovevano coprire gambe e braccia per copiare l’abbigliamento di una giovane ragazza da marito.

La pupa, un tempo vivacemente dipinta, conserva ancora l’azzurro del copricapo, il nero dei capelli e il rosso delle labbra.

La bambola, anche se non era perfetta, era corredata da vasellame in miniatura i cui recipienti erano similari a quelli che venivano usati nelle abitazioni dell’epoca.



LA BAMBOLA PAGANA

Narra una testimonianza anonima, che una bambola venne trovata nel 1485, in un sarcofago da qualche parte sulla via Appia, dove era deposta una fanciulla. Della fanciulla si disse che era giovane, bellissima, e profumava di mirra e trementina. Aveva i capelli biondi, e fu esposta in Campidoglio. I romani andavano a farle visita mendicando una grazia.

Poi improvvisamente scomparve. Non c'è da meravigliarsi, una fanciulla non proclamata santa dalla Chiesa e che tanti venerano crea problemi, meglio eliminarla, e pure la bambola, come si fece per le ceneri di Giulio Cesare.

LA BAMBOLA DI CREPEREIA


LA BAMBOLA DI CREPEREIA

Non scomparve invece la bambola appartenuta a Crepereia, una fanciulla vissuta nella metà del II secolo d.c. e morta alla vigilia delle nozze, e che era stata posata nella tomba accanto alla sua proprietaria.

Nel maggio del 1889 durante i lavori per la costruzione del Palazzo di Giustizia di Roma (si sa che a Roma i ritrovamenti, ieri come oggi, avvengono sempre per caso), affiorò dal terreno un sarcofago sul quale era inciso: Crepereia Tryphaena; dalla forma semplice ed elegante, lo stesso, presentava la superficie ornata di strigilature ondulate che sottintendevano le acque del fiume infernale che le anime dovevano oltrepassare per giungere nel regno dell’oltretomba.

Rodolfo Lanciani fu presente all' avvenimento: «Tolto il coperchio, e lanciato uno sguardo al cadavere attraverso il cristallo dell' acqua limpida e fresca, fummo stranamente sorpresi dall' aspetto del teschio, che ne appariva tuttora coperto dalla folta e lunga capigliatura ondeggiante sull'acqua ».
Dal suo sonno millenario, Crepereia Tryphaena si mostrò ai romani come una creatura fluviale, una naiade coi capelli sciolti e danzanti.

Infatti, tra lo stupore dei presenti, all’interno del sarcofago apparve un corpo intorno al quale fluttuavano le alghe che, in un primo momento, furono scambiate per una folta capigliatura corvina.

Si trattava di Crepereia Tryphaena (figlia di Crepereio) morta quando aveva 18-20 anni, la fanciulla, divenne una romantica figura dell’archeologia e con lei divenne famosa anche la sua bella bambola (oggi ai Musei Capitolini di Roma).

Poichè la defunta apparteneva ad una famiglia aristocratica fu sepolta ornata dei suoi gioielli, tra cui: orecchini, spille e alcuni anelli su uno dei quali vi era inciso il nome Filetus, forse lo sposo.

Sul capo vi erano tracce di una coroncina di mirto trattenuta da un fermaglio composto da piccoli fiori d’argento, mentre, una preziosa spilla d’oro con un ametista, tratteneva probabilmente la tunica con cui era abbigliata e che, nei secoli, si era dissolta insieme agli abiti.

La bambola, alta intorno ai 20 cm., coperta interamente, nei secoli, da uno strato melmoso, dopo un primo esame sommario, fece ipotizzare che era stata scolpita nel legno di quercia o di ebano.

Invece gli esami di laboratorio, a cui la bambolina fu sottoposta, rivelarono invece che il materiale utilizzato per la sua realizzazione fu l’avorio e che a causa della lunga permanenza in acqua si presentava indurito e scuro. Perfetta nell’esecuzione, testimonia una abilità artigianale che non trova confronto in altre bambole romane realizzate in quel periodo.

I capelli, probabilmente erano biondi, un colore che le Romane tanto amavano, erano acconciati con una pettinatura in voga ai tempi di Faustina Minore (II secolo d.c.). La bambola aveva le articolazioni snodate alla spalla, all'anca e persino al gomito ed al ginocchio, snodi che nemmeno oggi possiede la più famosa delle bambole.

Le mani avevano le unghie ben modellate, i piedi perfettamente delineati ed il volto, molto bello e delicato bello, è sovrastato da capelli disposti in un'acconciatura di sei trecce raccolte sul capo a corona, la pettinatura tradizionale delle spose romane dell'epoca.

Le gambe e le braccia erano unite al busto tramite perni di avorio che lasciavano liberi i movimenti , il suo viso e la sua figura ricopiavano l’aspetto di una giovane ragazza molto elegante e contornata dal lusso, naturalmente, non vi era più traccia dei vestiti che dovettero essere belli e numerosi.

La bambola era corredata da veri piccoli gioielli in miniatura, realizzati in d’oro: anellini, piccoli bracciali e i minuscoli orecchini, forse andati perduti, ma testimoniati dai lobi forati delle orecchie della pupae. 

Al pollice della mano destra aveva un anellino con una piccola chiave (oggi ai Musei Capitolini di Roma) che forse apriva il cofanetto di legno, ricoperto da piccole lastre di avorio, dove la sua padroncina riponeva i piccoli gioielli. Il cofanetto minuscolo ma raffinato conteneva al suo interno anche due pettinini in avorio e due piccolissimi specchi di argento.

Anche se era tradizione che la ragazza alla vigilia delle nozze donasse a una Dea i suoi giocattoli, la bambola e anche la presenza della coroncina di mirto (pianta dei defunti) ci fanno dedurre che Crepereia morì poco prima di sposarsi e fu proprio a causa di questa morte precoce che è giunta fino a noi la sua pupa favorita, sua compagna di sepoltura.


ROBERTO LANCIANI
IL SARCOFAGO

"Come diversamente trattiamo queste scoperte nei nostri giorni! Nella prima mattina del 12 maggio 1889, sono stato chiamato a testimoniare l'apertura di una bara di marmo che era stata scoperta due giorni prima, sotto le fondamenta delle nuove sale di giustizia, sulla riva destra del Tevere, vicino al Mausoleo di Adriano. Come regola, la cerimonia di taglio dei morsetti in ottone che fissano i coperchi delle urne e dei sarcofagi viene eseguita in uno dei nostri depositi archéologici, dove i contenuti possono essere esaminati tranquillamente e attentamente, lontani da una folla eccitata e talvolta pericolosa. 

Nel caso in esame questo piano è stato ritenuto impraticabile, poiché la bara fu accertata di essere riempita con acqua che nel corso dei secoli era filtrata, goccia a goccia, attraverso gli interstizi del coperchio. La rinuncia al Capitolo fu pertanto abbandonata, non solo per il peso eccessivo della bara, ma anche perché la scossa dell'acqua avrebbe danneggiato e disturbato lo scheletro e gli oggetti che, forse, furono sepolti dentro.

Il sarcofago in marmo fu incorporato in uno strato di argilla blu, a una profondità di 25 m sotto il livello della città, cioè solo quattro o cinque m sopra il livello del Tevere, che corre vicino. È stato scritto semplicemente con il nome CREPEREIA TRYPHAENA, e decorato con bassorilievi che rappresentano la scena della sua morte. Non appena i sigilli furono rotti e il coperchio messo da parte, i miei assistenti, io e tutta la folla degli operai delle sale di giustizia, erano quasi sconvolti davanti alla vista. 

Guardando allo scheletro attraverso il velo dell'acqua limpida, abbiamo visto il cranio coperto, per così dire, con lunghe masse di capelli bruni che galleggiano nel cristallo liquido. Le osservazioni fatte dalla folla semplice ed eccitata da cui siamo stati circondati erano quasi altrettanto interessanti quanto la scoperta stessa. Le notizie sui capelli prodigiosi si diffondevano come un fuoco selvaggio tra i popoli del distretto. 

E così l'esumazione di Crepereia Tryphæna fu compiuta con inaspettata solennità e il suo ricordo dura per molti anni le tradizioni popolari del nuovo quartiere dei Prati di Castello. Il mistero dei capelli è facilmente spiegato. Insieme all'acqua di sorgente, germi o semi di una pianta acquatica erano entrati nel sarcofago, sistemati sulla superficie convessa del cranio, e si svilupparono in lunghi fili lucidi di ombra scura.


OBJECTS FOUND IN THE GRAVE OF CREPEREIA TRYPHÆNA

OGGETTI TROVATI NELLA TOMBA DI CREPEREIA TRYPHÆNA

Il cranio era inclinato leggermente verso la spalla sinistra e verso una piccola bambola squisita, intagliata di quercia, che era situata sulla scapola o sulla spalla. Su ciascun lato della testa era un orecchino d'oro con gocce di perle. Mescolati con una vertebra del collo e della parte posteriore erano una collana d'oro, tessuta come una catena, con trenta sette pendenti di diaspro verde  e una spilla con un'ametista incisa di lavorazione greca, che rappresenta la lotta di un grifone e di un cervo. 

Dove la mano sinistra mancava, abbiamo trovato quattro anelli di oro solido. Uno è un anello di fidanzamento, con un'incisione in diaspro rosso  che rappresenta due mani intrecciate insieme.

Il secondo ha il nome PHILETVS inciso sulla pietra; Il terzo e il quarto sono bande d'oro chiaro. Continuando ulteriormente con la nostra esplorazione, abbiamo scoperto, vicino all'anca destra, una scatola contenente articoli da toeletta. 

La scatola è stata fatta di pezzi sottili di legno duro, intarsiato alla Certosina, con linee, quadrati, cerchi, triangoli e diamanti, di osso, avorio e legno di vari tipi e colori. La scatola, però, era stata completamente disgiunta dall'azione dell'acqua. All'interno c'erano due pettini sottili in ottima conservazione, con i denti più grandi su un lato che dall'altro: un piccolo specchio di acciaio lucidato, una scatola d'argento per la cosmetica, un tornante ambrato, un pezzo lungo di morbida pelle e qualche frammento Di una spugna.

La scoperta più impressionante è stata fatta dopo la rimozione dell'acqua e l'essiccazione della bara. La donna era stata seppellita in una fodera di biancheria intima bianca, i cui pezzi erano ancora incrostati e cementati contro il fondo e sui lati della custodia, e lei era stata posata con una corona di mirto fissata con una chiusura d'argento sulla fronte. La conservazione delle foglie è veramente notevole.

Chi era questa donna, la cui improvvisa e improvvisa riapparizione tra noi il 12 maggio 1889, creò una tale sensazione? Quando ha vissuto? A quale età è morto? Che cosa ha causato la sua morte? Qual era la sua condizione nella vita? Era bella? Perché era seppellita con la sua bambola? L'attento esame della tomba e dei suoi contenuti ci permettono di rispondere a tutte queste domande in modo soddisfacente.

Crepereia Tryphana visse all'inizio del III sec. d.c., durante i regni di Settimio Severo e Caracalla, come dimostra la forma delle lettere e lo stile dei bassorilievi incisi sul sarcofago. Non era nobile per nascita; Il suo cognome greco Tryphæna mostra che apparteneva a una famiglia di liberti, ex servi della nobile famiglia dei Creperei. Non sappiamo nulla delle sue caratteristiche, eccetto che lei aveva una duro e forte arcata dentaria. La sua figura, però, sembra essere stata piuttosto difettosa, a causa di una deformità nelle costole, probabilmente causata da scrofula (adenite tubercolare).

La scrofula, infatti, sembra essere stata la causa della sua morte. Nonostante questa deformità, tuttavia, non vi è dubbio che fosse promessa al giovane Philetus, il cui nome è inciso sulla pietra del secondo anello e che i due felici felici avevano scambiato il giuramento di fedeltà e devozione reciproca per la vita, che è espressa dal simbolo delle mani chiuse. La storia della sua triste morte e del dolore improvviso che ha superato la sua famiglia alla vigilia di un matrimonio gioioso è chiaramente detto dalla presenza nella bara della bambola e nella corona di mirto, che è una corona nuptialis. 

Credo, infatti, che la bambina fosse seppellita nel suo completo costume da sposa, e poi coperta con la tela di lino, perché ci sono frammenti di abiti di varie tessture e qualità mescolate a quelle della biancheria bianca. E ora rivolgiamo la nostra attenzione alla bambola. Questa squisita pupa, un'opera d'arte in sé, è di quercia, a cui l'azione combinata del tempo e dell'acqua ha dato la durezza del metallo. È modellata in perfetta imitazione di una forma femminile, e si colloca tra i migliori del suo genere ancora trovati negli scavi romani. Le mani e i piedi sono intagliati con la massima abilità. La disposizione dei capelli è caratteristica dell'età dei Antonini e si distingue poco dalla pettinatura di Faustina Maggiore. 

La bambola era probabilmente vestita, perché sul pollice della mano destra sono inseriti due portachiavi d'oro come quelli portati da casalinghe. Questa piccola figura affascinante, le cui articolazioni alle anche, alle ginocchia, alle spalle e ai gomiti sono ancora in buone condizioni, è alta quasi un piede. Bambole e giocattoli non sono particolari per le tombe dei bambini. È stato consueto per le giovani donne di offrire le loro bambole a Venere o a Diana il loro giorno di nozze. Ma questa non era la fine riservata alla bambola di Crepereia. Era condannata a condividere il triste destino della sua giovane padrona e per essere collocato con il suo cadavere, prima che la cerimonia di matrimonio potesse essere eseguita."


LA BAMBOLA DI COSSINIA

Nel 1929, lungo la sponda destra dell’Aniene, a Tivoli, dove correva la Via Faleria, venne rinvenuta un’altra bambola, di avorio, somigliante a quella di Crepereia. Fu trovata dentro la tomba di Cossinia, o almeno si ritenne essere il suo corpo.

Fanciulla di nobile famiglia tiburtina, quella dei Cossinii e vissuta tra la fine del II e gli inizi del III secolo, fu destinata, quasi bambina, al sacerdozio presso il tempio di Vesta a Tivoli.

Dalle fonti sappiamo che quando morì aveva circa settantacinque anni e il popolo tiburtino le rese i massimi onori accompagnandola nel suo ultimo viaggio fino al sepolcro, che le fu assegnato con decreto del Senato.

Il sepolcro di Cossinia è composto da due basamenti posti uno accanto all’altro, su quello di cinque gradini in travertino poggia il cippo funerario, databile intorno al I secolo, mentre sotto l’altro, di tre, si riteneva doveva essere stato inumato il corpo della vestale, anche se, gli scavi effettuati sotto il sepolcro non hanno rinvenuto nulla, mentre sotto il vicino basamento venne trovata una sepoltura.

Era il corpo di una giovane ragazza, di cui non si conosce l’identità ma probabilmente di famiglia aristocratica, deposto in una tomba scavata nella terra e rivestita da lastre di marmo, accanto le era stata posta una bellissima bambolina di avorio con tutto il suo corredo.

Il ritrovamento della tomba di una vestale è stato smentito dai nuovi esami antropometrici condotti sullo scheletro rinvenuto e che hanno rivelato appartenere ad un soggetto giovane e non ad una persona adulta di oltre settant’anni. A smentire che fosse il corpo di Cossinia c’è anche l’incongruenza tra la datazione del cippo e il periodo in cui visse Settimio Severo.

La "pupa", oggi al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo, in Roma, è modellata come una fanciulla della sua epoca con i capelli pettinati e divisi in due pesanti bande che ricadevano sulle sue guance; fu scelta per lei la stessa acconciatura dettata da Giulia Domna, moglie di Settimio Severo, durante i primi anni del suo impero (193-211 d.c.).

Abbigliata alla moda e con un vestiario molto considerevole, era provvista di tutto quel corredo necessario a rappresentare una bambola “ricca”: braccialetti d’oro per polsi e caviglie e pesante collana d’oro con maglia a catena. Anche questa pupae possedeva un piccolo scrigno di pasta vitrea rosa con cerniere di rame.

In ogni caso, oggi possiamo ammirare questa bambola perché venne sepolta insieme alla sua giovane padrona che qualcuno amava molto, tanto da metterle accanto la sua bambola preferita perchè le tenesse compagnia nell’aldilà.



LA BAMBOLA DI GROTTAROSSA

C' è un'altra pupa bellissima nel Museo Nazionale Romano, a Palazzo Massimo di Roma. 
Appartenne alla bambina di Grottarossa, ritrovata nel febbraio 1964 da un operaio che lavorava al cantiere di una villa. 

L' avrebbe ignorata, come molti altri reperti la cui presenza, se dichiarata, poteva bloccare i lavori, ma nel vederla avvolta dal fango (il sarcofago era stato già distrutto (sig!) credette alla vittima recente di un delitto e avvisò la polizia.

La bambina di Grottarossa, scavata e ripulita, mostrò un volto dalla pelle morbida, quasi rosata. 

Le bende che le avvolgevano il corpo, emanavano un intenso profumo, che rimase per giorni sulle mani di chi osò toccarla, una mistura resinosa composta da mirra, aloe e trementina, con la quale il corpo era stato imbalsamato.

Fu così a nord di Roma, a Grottarossa sulla Via Cassia, che durante i lavori in un cantiere edile, fu rinvenuto per puro caso il sarcofago marmoreo decorato con scene di caccia, con l’episodio di Enea e Didone del IV libro dell’Eneide.

Dentro la tomba, piuttosto danneggiato durante i lavori di scavo, poichè evidentemente fecero prima gli operai del cantiere che quelli delle belle Arti, al suo interno fu trovata la mummia di una bambina del II secolo d.c., che si accertò poi morta di tubercolosi grosso modo dell’età di 8 anni.

Appartenente ad una famiglia romana benestante e agiata, di cui non si conosce il nome, il corpo della “Mummia di Grottarossa”, era stata mummificato senza stranamente asportarle parti interne, infatti, avvolte al corpo, sono state rinvenute solo bende di lino impregnate di sostanze odorose e resinose, secondo l'uso del periodo imperiale in Egitto e in Medio Oriente.

Forse la famiglia si era convertita al culto della Dea Iside e la bambina, fasciata in una pregiata tunica di seta cinese, era ornata di gioielli, tra cui una collana in oro e zaffiri, orecchini d’oro e smeraldi e un anello sempre in oro sul quale era incisa la figura di una vittoria alata.

Accanto al corpo era adagiata una bambola in avorio con braccia e gambe articolate insieme ad alcuni vasetti di ambra rossa e piccoli amuleti.

Attualmente, la “Mummia di Grottarossa,” è conservata, insieme al suo corredo, in un’apposita sala del Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo, dove è protetta da un’urna con temperatura ed umidità costantemente controllate, inoltre, con luci attenuate e filtrate.



LA BAMBOLA DI VALLERANO

Nel 1993 a Vallerano, lungo la Via Laurentina, a breve distanza del G.R.A. di Roma, è stata rinvenuta, all’interno di un sarcofago, un’altra ricca bambola, sempre in avorio, simile alle precedenti, sistemata accanto alla sua giovane proprietaria dell’età tra i 16 anni e i 18 anni che, anche se mancano le iscrizioni, è possibile collocare nella seconda metà del II sec. d.c..

Sicuramente la giovane fanciulla, considerato il ricco corredo funebre, doveva appartenere ad una classe sociale elevata, non sappiamo però chi fosse né il perché della sua precoce morte.

I preziosi reperti, rinvenuti nel sarcofago, hanno contribuito a collocare cronologicamente il periodo in cui visse la giovane, soprattutto, in base ai costumi e la moda dell’epoca che lo pongono al II secolo d.c.

Si è risaliti a questa datazione grazie ad una reticella di seta che doveva ornare i capelli ricamata con fili d’oro che doveva ornare la defunta e che ci riporta alle stesse reticelle raffigurate negli affreschi di Pompei.

Inoltre è stato rinvenuto un cammeo in ametista di raffinata fattura che richiama Palmira, la città della Siria, con cui Roma avviò rapporti di scambio sotto il periodo di Marco Aurelio, ci rivela più o meno lo stesso periodo.

Invece nulla sappiamo del misterioso specchio contenuto nel sarcofago di cui non si è potuto capire nè lo stile nè l'epoca. E' conservata a Roma nel museo di Palazzo Massimo..



LA BAMBOLA DI VOLOS

Oltre alla produzione di bambole articolate in osso e avorio, documentate a partire dal II sec. d.c. a Roma e per lo più nella parte occidentale dell’impero, nei territori orientali si registra la presenza di figure femminili in osso di tipo diverso, rappresentate vestite con gli abiti incisi sul corpo, articolate alle spalle e spesso con le braccia piegate ad angolo retto ai gomiti. 

A questo tipo si riferisce questa bambola snodata rinvenuta a Volos, in provincia di Grosseto, con gonna corta pieghettata e smerlata, corsetto a vita alta sostenuto da due cinghie incrociate sul seno e una corona sui capelli. Sul corpetto c'è una collana con pendaglio.



BAMBOLA DI VIA DI CERVARA

La bambola, del III sec. d.c. è scolpita in avorio ed è stata rinvenuta via di Cervara a Roma.

La bambola è estremamente ricca e raffinata, con una preziosa pettinatura a onde e boccoli, e una treccia avvolta sulla sommità del capo, che la denota come una pettinatura patrizia.

La Pupa ha braccia e gambe snodate, sguardo intenso e volto orientaleggiante.

Sembra più la statua di una giovane Dea che non una pupa, l'antica bambola romana, che accompagnò per giunta una bambina, dell'età incerta tra i sei e i nove anni, nel suo ultimo viaggio, compagna eterna, o quasi, nel sarcofago di morte della piccola prematuramente morta.


B. TARANTINA GRECA (sinistra)
B. TARANTINA ROMANA (destra)

LA BAMBOLA TARANTINA

Le bambole tarantine sono di solito incise anche nelle vesti, bambole fittili con arti snodabili, utili a rendere il movimento nonché facilmente sostituibili in caso di rottura.

Un esemplare notevole di questo tipo di oggetti, realizzato però in osso, proviene da Taranto ed è esposto al Metropolitan Museum of Art di New York. 

Essa è particolarmente importante poiché costituisce il più antico esempio finora noto di una figurina greca con membra mobili ricavata utilizzando tale materiale (inizi del III secolo a.c.).

Tale arte si trasmise poi ai romani che la tradussero con grande raffinatezza..



LA BAMBOLA DELLA COLLEZIONE SAMBON

La bambola è ricavata in osso, lavorato a incisione, la cui superficie è molto deteriorata e segnata da solchi.

La mano destra manca quasi completamente.

La bambola è composta da  un elemento unico per il torso e la testa, due elementi per le braccia, quattro elementi per le gambe, articolate al ginocchio. 

La giovane donna, molto appiattita nella visione di profilo, ha la zona del bacino con il triangolo inguinale e l’ombelico, il seno piccolo, orecchie pronunciate; sul retro sono evidenziate le scapole, la colonna vertebrale e le natiche. 

Sulla mano è incisa la suddivisione delle dita, i piedi sono calzati da bassi stivaletti.

I capelli, suddivisi da una scriminatura centrale,  scendono fino al collo con due bande di ciocche ondulate; dietro sono pettinati verticalmente nella parte superiore, mentre le ciocche provenienti dal lato anteriore sono raccolte sopra la nuca in una bassa crocchia di chiome disposte in senso orizzontale. 

L'epoca si riferisce a quella di Iulia Domna, datando la bambola all’età tardo-severiana, prima metà III secolo d.c.



LA BAMBOLA DELLA DEFUNTA CRISTIANA

L'uso della bambola sepolta accanto alla giovanissima defunta continuò anche in epoca del tardo impero ormai cristiano.

Infatti nelle catacombe paleocristiane usava murare le bambole nei loculi dove venivano deposte le fanciulle.

Tra gli esempi si possono ricordare alcune bambole dalle seguenti catacombe di Roma: 

- catacombe di Priscilla sulla Via Salaria; 
- catacombe di Novaziano sulla Via Tiburtina; 
- catacombe di S. Ippolito sulla Via Tiburtina; 
- catacombe di S. Agnese sulla Via Nomentana
- catacombe dei Giordani sulla Via Salaria Nova.

Poi la chiesa decise che nella tomba non ci fosse posto per cose futili come le bambole, e che fossero ammesse solo cose più serie e utili, come le immagini religiose cristiane, con corone di spine e santi magari martiri.

Così la tenera usanza finì.


BIBLIO

- Janet Huskinson - Experiencing Rome: Culture, Identity and Power in the Roman Empire - Routledge - 2000 -
- Peter Temin - "Estimating GDP in the Early Roman Empire" - ed. Elio Lo Cascio - Innovazione tecnica e progresso economico nel mondo romano - Edipuglia - Bari - 2006 -
- Antonietta Dosi - OTIUM, il tempo libero dei Romani - Vita e Costumi nel mondo romano antico - Quasar - Roma - 2006 -
- David Metz - Daily Life of the Ancient Romans -
- Antonietta Dosi - Spazio e tempo - (coautore Francois Schnell) - Vita e Costumi dei Romani Antichi - Quasar - Roma - 1992 -



 

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