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ALBINGAUNUM - ALBENGA (Liguria)


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IL BATTISTERO

Albingaunum o Albium Ingaunum, è un antico centro in provincia di Savona, abitato prima dai Liguri Ingauni e poi dai Romani, che sorse nella Riviera ligure di ponente, presso la foce del fiume Centa, un fiume a volte impetuoso che ha modellato la pianura ingauna, si che i suoi abitanti dovettero dotarlo di argini e di svariati ponti.

All'inizio fu un oppidum celtico, poi un castrum romano. Albingaunum è traducibile come Città degli Ingauni, dalla popolazione dei Liguri che l'ebbe in origine per capitale, ed è stato un centro importante per la fondazione dell'Impero romano nella Liguria occidentale.

Abingaunum fu il centro principale del comprensorio albenganese, che si estendeva da Ceriale, un piccolo e antico centro insediatosi lungo la Via Julia Augusta, come dimostra il ritrovamento di reperti archeologici in loco, fino al possedimento romano di Andora e al relativo entroterra.
L'ANTICA ALBINGAUNUM

Il toponimo Ceriale secondo alcuni deriverebbe dalla presenza in loco di due consoli dell'Impero romano - Onicius Cerialis e Quinto Petilio Cerialis - che avrebbero qui svolto la loro attività. Secondo altri deriverebbe invece da un importante mercato dei cereali e alla presenza di un tempio romano dedicato alla Dea delle messi Cerere a cui era correlata la festa "Cerialia"

Il nome attuale Albenga deriva dal latino Albíngaunum che si chiamò così una volta conquistata dai romani, mentre precedentemente antecedentemente detta Albium Ingaunum, poi dopo la caduta di Roma divenne Albingauno ed intorno all'anno mille Albingano.

Albingaunum comprende anche la riserva naturale regionale dell'Isola Gallinara (o Gallinaria), così chiamata, come testimoniano Catone e Varrone, per le gallinelle selvatiche che l'abitavano.



LA STORIA

I primi insediamenti sono del VI secolo a.c. e di tipo agropastorale e con un centro fortificato con il nome Albium Ingaunum, "la fortezza degli Ingauni", nei pressi del mare, con un'ampia insenatura che fungeva da porto naturale.

Gli Ingauni, nel IV secolo a.c. hanno notevoli conoscenze marittime e una potente flotta, che pratica sia il commercio che la pirateria; sempre in antagonismo con i Greci Marsigliesi, per il dominio del Tirreno settentrionale, su cui gli Ingauni esercitavano la pirateria. 

Tito Livio narra che gli ingauni fossero ottimi naviganti ma pure feroci pirati con navi snelle e veloci, per le quali la guerra di corsa era l'attività principale. Gli Ingauni erano un gruppo etnico abbastanza omogeneo che andava da Savona a Monaco e che i Romani chiamarono Ligures Alpini.

I  RESTI DEL PONTE LUNGO

Tuttavia gli ingauni governavano sul territorio che va da Finale Ligure, confinante con i Sabates, fino a Sanremo, confinante con gli Intemeli, più vasto rispetto ai confinanti. Nel III secolo a.c. i romani fanno un patto di alleanza con la città di Genova, patto che non piace alle altre popolazioni liguri, legate a Cartagine da vincoli commerciali.

Albiganum fu infatti alleata dei Cartaginesi contro Roma durante la Seconda guerra punica (dal 218 a.c. al 202 a.c., prima in Europa e successivamente in Africa) divenendo la base navale del fratello di Annibale Barca, Magone. Da qui egli salpò alla volta di Genova saccheggiandola nel 205 a.c.. Il danno dovuto al sacco di Genova fu talmente enorme che ancora oggi si usa il termine "magone" per indicare un dolore inesprimibile da nodo alla gola.

Sconfitti i cartaginesi, gli ingauni si allearono con Roma nel 201 a.c. ma tuttavia non cessarono le operazioni di pirateria per cui nel 185 a.c. Roma, decisa ad aprirsi una via sicura per le Gallie, invia ad Albiganum un esercito col proconsole Lucio Emilio Paolo (229 - 160 a.c.) che sconfigge pesantemente gli Ingauni annettendo nel 181 a.c. tutto il territorio a Roma.

AFFIORAMENTO IN CITTA' DEGLI ANTICHI MOSAICI

Tito Livio narra che prima vinsero gli Ingauni, ma tramite un inganno che fece ritirare i romani, di gran numero inferiori, nella loro fortificazione. Ma alla fine prevalsero le grandi capacità di combattimento romane che vinsero sugli Ingauni nel 181 a.c. mentre il duumviro Matieno, con la sua flotta riuscì a catturare ben 32 navi corsare, che portarono alla definitiva resa di Albium Ingaunum.

Vinti poi i Liguri Montani, i romani ottennero controllo su tutta la Liguria. Lucio Emilio Paolo non infierì sui vinti ma fece distruggere le mura delle città e non consentì più la costruzione di navi di grosso tonnellaggio. Fece radere al suolo l'oppidum ingauno di cui nulla è rimasto mentre si sono avuti alcuni ritrovamenti ingauni al Monte, del IV secolo a.c.

Ma sopra all'oppidum abbattuto i romani edificarono un castrum militare che pian piano si ampliò diventando la città romana di Albingaunum che nel 13 a.c. ottenne sul suo territorio la via Julia Augusta che univa Roma con la Gallia.


Successivamente, nell'89 a.c., Albiguanum ottenne il diritto latino, e nel 45 a.c. divenne municipium ottenendo la cittadinanza romana dopodiché essa assoggettò i territori dell'interno. Gaio Giulio Cesare gli conferì la cittadinanza romana e lo status municipale. Il suo territorio si ampliò dalla costa tra Sanremo e Finale Ligure nell'entroterra conquistando l'intera alta valle del Tanaro.

Dal I al III secolo Albingaunum fiorì economicamente e monumentalmente, divenendo una città ricca e sicura che si dotò di lussuosi monumenti: le terme, l'anfiteatro, l'acquedotto e le tombe patrizie costruite lungo la via Iulia Augusta.

Un suo cittadino, Proculo, nel 280 d.c., aspirando a diventare imperatore, armò a sue spese un piccolo esercito personale contro Probo (circa duemila schiavi). Proculo viene sconfitto e giustiziato, ma il suo tentativo fa capire il livello di ricchezza che potevano raggiungere le imprese agricole della piana ingauna.

RESTI DELLA NECROPOLI
Con la crisi dell’Impero Romano iniziano le invasioni barbariche. I Visigoti nel 402 saccheggiano e radono al suolo Albingaunum. Flavio Costanzo, generale dell’imperatore Onorio, di passaggio per una spedizione in Gallia, nel 414 decreta la ricostruzione della città: vengono riedificate le mura, che resisteranno per tutto il medioevo, i principali edifici cittadini e le prime strutture cristiane, la Cattedrale e il battistero.



LA DECADENZA

Con la caduta dell’Impero Romano, Albingaunum nel V secolo passa sotto il dominio Ostrogoto e nel VI secolo sotto quello bizantino conservando tuttavia una certa prosperità economica.
Nel V secolo venne invasa dai Goti che la conquistarono demolendola in gran parte.  Fu poi conquistata dai Longobardi di Rotari (606 - 652).

VIA IULIA AUGUSTA

I RITROVAMENTI

I reperti di Albiganum sono conservati sia nel Civico museo ingauno, sia nel Museo navale romano. La città romana era costruita attorno a un cardo e un decumano che dividevano la città che era composta da un forum, centro della vita sociale con strade principali e secondarie perfettamente conservate. Sul foro sono stati eretti, con grande spolio di fregi e marmi: il Battistero, la cattedrale, il portico demolito e parte del palazzo sede del Comune.

Nell'alveo del fiume Centa e nella parte nord della città, sono stati ritrovati tratti di mura dello stessa epoca di quelle di Costanzo III (370-421), che fanno presupporre che la città possedesse una doppia cinta muraria, per proteggersi anche dalle piene del Centa. 

VETRI ROMANI DEL II E III SECOLO

LA VIA IULIA AUGUSTA

Nei pressi poi della Chiesa di San Calocero, sono state trovate tracce della Via Iulia Augusta, di cui non è noto il nome ad essa attribuito in epoca romana, ma venne così chiamata dall'archeologo Gregorutti per il fatto che era stata risistemata una prima volta all'epoca di Giulio Cesare e degli imperatori della dinastia giulio-claudia.

La Via Iulia Augusta entra ad Albiganum per la porta Molino ed esce dalla porta Arroscia lungo il “cardo maximum”, oggi Via Medaglia d’Oro. Giunti a Vadino, dalla strada che sale al “Monte”, un viottolo che segna l’inizio della passeggiata archeologica lunga la via romana. 

A ridosso della collina del “Monte”, lungo il percorso della strada romana, sorse nel IV-V secolo una delle prime chiese cristiane di Albingaunum, dedicata a San Calocero, martire locale. La via romana saliva direttamente da S. Calocero in direzione della chiesa di S. Martino, ma il tratto di collegamento non è oggi individuabile, mentre si può rintracciare la strada, lasciata la strada provinciale Albenga-Villanova e seguendo in salita la via vicinale al Monte.




NINO LAMBOGLIA

Grande archeologo soprattutto delle profondità marine, studiò a fondo l'oneraria di Spargi, già individuata nel 1957 da Gianni Roghi su una secca di 18 metri di profondità, naufragata intorno al 120 a.c. nelle Bocche di Bonifacio, il pericoloso "fretum Gallicum" per la presenza di isolotti, scogli affioranti e secche. I molti relitti rinvenuti testimoniano però si preferiva lo stretto alla circumnavigazione che richiedeva più tempo.

Vi si reperirono vasellame fine da mensa a vernice nera, ceramiche orientali e ceramica comune, unguentari in vetro, lucerne, coppe megaresi, anforette rodie, una macina, un piccolo altare un bacile di marmo, una piccola colonna scanalata, una testina di personaggio virile con una grossa mano sul capo, forse parte di una divinità, una corazza di bronzo, un elmo con resti di cranio umano, costituivano certamente elementi della dotazione di bordo.



L'ANFITEATRO

Nei pressi della Chiesa di San Martino sono emersi i resti dell'anfiteatro romano del II secolo, oltre a un grande edificio pubblico a pianta rettangolare, delle tombe monumentali ed epigrafi di personaggi famosi.

I RESTI DELL'ANFITEATRO
L'anfiteatro venne edificato intorno al II secolo d.c., lontano dalla città sia per tenere lontano i disordini delle competizioni sportive, sia dare la possibilità ai paesi vicini di usufruire degli spettacoli senza portare disordini in città. 

L'anfiteatro di Albenga è ancora oggi l'unico edificio di questo tipo conosciuto nella Riviera di Ponente. 

Secondo le porzioni di muro riemerse negli scavi del 1973/75, si ritiene che avesse una pianta ellittica di circa 72,80 metri per 52,20 e che potesse contenere qualche migliaio di spettatori.

Probabilmente venne utilizzato solo per spettacoli di gladiatori, ben presto proibiti dal cristianesimo. Nel Medioevo fu utilizzato come luogo di sepoltura.

Dell'anfiteatro emergono ampi resti murari sul lato nord, appartenenti sia al muro perimetrale esterno, con contrafforti, sia all’ellisse interno che circondava l’arena; verso est è conservato uno dei due ingressi principali. 

Sul margine ovest dell’anfiteatro si conservano gli avanzi della Chiesa e dell’Abbazia di S. Martino, incorporati in un edificio adibito a bed & breakfast. Dalla proprietà privata si sbocca sull’antica strada romana, caratterizzata in questo punto da una striscia di mattoni al centro, forse opera tardomedievale. A valle della strada iniziano gli scavi della necropoli settentrionale.

LE TERME ROMANE

Dunque l'anfiteatro di Albingaunum è stato scavato solo in minima parte, anche se l'archeologo Nino Lamboglia aveva progettato di proseguire negli scavi fino alla scoperta dell'intero anfiteatro. Purtroppo, a causa della sua tragica morte tutto si arrestò, e oggi, dopo quasi 40 anni il sito versa in pessime condizioni: se ne estirpano le erbacce ma non si tolgono i materiali accumulatosi col tempo.

Secondo Lamboglia l'anfiteatro misurava 70 x 50 m. quindi poteva accogliere solo dalle 6 alle 8 mila persone. Però i muri in pietra sono palesemente troncati, questo ci porta a considerare che siano stati demoliti e il materiale riutilizzato, come appare evidente dalla muratura a vista della chiesa di San Martino, dove sono presenti i blocchi di arenaria dell'anfiteatro.

Sul lato nord è presente una Porta Pompae per gli spettatori, e sui muri laterali emergono due filari paralleli di pietre, dove sopra venivano appoggiate tavole di legno o lastre di pietra come scalini per accedere alla cavea.

Pertanto l'anfiteatro presenta un'accesso principale all'arena con una larghezza minore di 3,50 metri, percorsa da una rampa con un dislivello maggiore all'esterno e minore all'interno. La base dell'arena, e parte delle zone dell'anfiteatro, sono state scavate direttamente nella pietra e poi sono state realizzate delle murature contro questa per renderle intonacabili. A lato è presente un vomitorium tra l'arena e l'esterno. Tra il muro esterno e il muro interno sono presenti degli ambienti vuoti, sicuramente di servizio dell'anfiteatro.



BIBLIO

- Nino Lamboglia, La nave romana di Albenga, in «Rivista di Studi Liguri», a. XVIII, 1952,
- Nino Lamboglia, Scavi nelle terme di Cemenelum, Rivista di Studi Liguri XI, 1945
- Nino Lamboglia - Albenga romana e medioevale - Studi Liguri - Bordighera - 1966 -
- Massabò Bruno, Itinerari Archeologici di Albenga - Fratelli Frilli Editori - Genova - 2005 -
- Cottalasso Giuseppe - Saggio Storico della Città di Albenga - Genova - 1820 -



ALBINTIMILIUM - VENTIMIGLIA (Liguria)


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Albintimilium è un sito archeologico di epoca preromana e romana, collocato a levante dell'attuale città ligure di Ventimiglia, in località Nervia. Il nome Ventimiglia deriverebbe dalla parola ligure albom "città capoluogo" e dal genitivo plurale del nome etnico Intemelion, quindi "città capoluogo dei Liguri Intemeli". Il sito e l'area archeologica sono gestiti della Soprintendenza Archeologia della Liguria. L’ingresso dall'Antiquarium è in Corso Genova, n. 134.

Denominato anticamente Albium Intemelium (oggi Ventimiglia) fu, unitamente ad Albium Ingaunum (oggi Albenga), una delle più importanti sedi degli antichi Liguri. Sorta in epoca arcaica si sviluppò già in epoca preromana come centro marittimo ed agricolo.

I liguri furono ottimi guerrieri, infatti Cicerone informa che combattessero insieme alle loro donne che non erano per nulla inferiori, per capacità e coraggio ai loro uomini. Dovette infatti difendere a lungo la propria indipendenza contro i Greci di Marsiglia, che avevano colonizzato la costa provenzale sino a Monaco.

Alleata con gli Ingauni di Albenga si pensa fu dalla parte di Cartagine durante la II guerra punica, poi, dopo un periodo di ostilità con Roma, entrò nel 180 a.c. nell’orbita romana ed accettò a poco a poco leggi e costumi più civili. A lato dell’oppidum dei Liguri Intemelii, che occupava le ultime propaggini della ripida collina sulla destra del Nervia, si insediò probabilmente un castrum con un presidio romano, che fu antesignano della città romana.


Si ritiene che nell’89 a.c. i Liguri Intemelii conseguirono il diritto latino costituendo un municipium, con costumi ed edifici romani. Il suo territorio si estese per tutto l'entroterra di Ventimiglia, il bacino del Roia, aggregando alla civitas degli Intemelii i Liguri Montani, nelle zone di Saorgio, di Sospello e di Briga, sottomessi successivamente, e giungendo lungo la costa sino ai confini di Monaco e di Sanremo.

Nel 49 a.c. il centro urbano, ormai romanizzato, ottenne la concessione della cittadinanza romana grazie a Giulio Cesare. Albium Intemelium contrasse in età augustea il suo neme in Albintimiium e fu nell’organizzazione augustea l’ultima città considerata amministrativamente italica, quindi con una certa autonomia. 

LE MURA ROMANE
Zona di passaggio per la Gallia meridionale e sede di importanti traffici provenienti da tutto il Mediterraneo, acquisì una notevole prosperità. Strabone la definì "città assai grande"e Cicerone, sempre nel 49 a.c. informa che il partito pompeiano provocò disordini, facendo assassinare un concittadino, il nobile Domizio, che aveva ospitato Giulio Cesare.

Le due fazioni erano in armi ma gli Intemelii insorsero (provocando il motto della Città: Civitas ad arma iit) e M. Celio Rufo, luogotenente di Cesare, accorse con le sue truppe dalla Provenza a soccorrere il presidio minacciato dai pompeiani. 

La città doveva essere a quest’epoca completamente romanizzata, grazie soprattutto alla sua posizione di nodo stradale sulla via Aurelia, che nel 13 a.c. venne denominata Julia Augusta, di cui restano diverse pietre miliari tra Ventimiglia e Nizza. 

Ormai la Iulia Augusta era divenuta la principale via di comunicazione terrestre con l’Occidente. ed entrò a far parte della IX Regio contraendo il suo nome in Albintimilium.

La città aveva come supremi magistrati i duoviri, cariche simili ai consoli di Roma, nonchè un senato municipale di decuriones. 

Aldisotto tutte le altre cariche civili e religiose di ogni città romana: edili, prefetti, questori, flamini e collegi corporativi.

I cittadini di Albintimilium, iscritta alla tribù Falerna, combattevano a fianco di Roma nelle legioni e nelle coorti pretorie, e e se il cursus honorum era degno ottenevano le carriere pubbliche fino ai gradi più alti. 

Ne fanno fede il il cippo funerario e il sigillo di Mario Emilio Basso, che al tempo di Adriano ebbe molti incarichi di primo piano nella carriera procuratoria e che fu tra l’altro un successore di Ponzio Pilato nel governo della Giudea.

Anche Gneo Giulio Agricola, il conquistatore della Britannia, era nato ad Albintimilium e Tacito, che era il genero di Agricola, narra della sventurata madre del generale, Juiia Procilla, trucidata nei suoi poderi suburbani durante il saccheggio della città, nel 69 d.c., da parte dell’armata navale di Otone, dopo la battaglia contro il rivale Vitelio sulla costa nizzarda.

Tacito narra dei funerali della donna, svoltisi ad Albintimilium mentre Vespasiano veniva proclamato imperatore; e descrive la città città con "pieni agri" e "apertae domus" cioè terre fertili e grandi case, in contrasto con la povertà delle valli interne.

Solo nella Val Nervia, vicina alla città, sembra si fosse sviluppata una vita rurale più ricca.

Per non parlare della costa da Bordighera a Mentone, costellate di ville suburbane.

Dopo il saccheggio del 69 d.c. Albintimilium si riprese, sicuramente aiutata da Agricola e col favore di Vespasiano, e prosperò per i secoli a venire, fino al IV e al principio del V secolo, quando fu oggetto delle invasioni barbariche.

La città decadde rapidamente anche dal punto di vista civile ed economico, mentre la popolazione cercava rifugi più sicuri nelle valli e sulle alture circostanti.

Dopodichè, mutando il suo nome in Vintimilium, venne governata da una delle prime sedi vescovili della Liguria, che ereditò la giurisdizione territoriale del municipium romano. Nel VI secolo fu un castrum, a difesa del limes bizantino contro i Longobardi, e resistette fino al 641, anno della conquista di Rotari, e forse ancora per qualche decennio dopo, nella "Provincia Maritima Italorum quae dicitur Lunensis et Vigintimiliensis", ultimo baluardo della difesa bizantina. 

In questo periodo avvennero il definitivo abbandono della città distrutta nella piana di Nervia e il trasferimento della sede principale e giurisdizionale sul colle meglio fortificato di Ventimiglia alta, a ponente del Roia.

IL TEATRO

TEATRO

Il teatro di Ventimiglia, posto vicino alla Via Julia Augusta, tra II e III secolo, fu edificato nella parte occidentale della città ligure. La struttura di forma canonicamente semicircolare è rivestita, in gran parte, con una pietra calcarea bianca detta Pietra della Turbie, località sopra Monaco, la stessa pietra con cui venne elevato il trofeo di Augusto.

PORODOS - ACCESSO AL TEATRO ( foto di Stefano Costa)
Si accedeva nel teatro dall'entrata ovest (Versura Parodos), ancora ben conservata, che permetteva l'entrata ad almeno 2000 persone, visto che che 2000 erano i posti a sedere (anche sei teatri, come nei circhi, esistevano i posti in piedi). A fianco del teatro si trovava la Porta di Provenza, che si apriva sulla Via Julia Augusta e, di fronte, le terme ornate da mosaici pavimentali.

Nulla è rimasto della summa cavea, la parte più alta, a causa delle estrema spoliazione che venne eseguita su molti monumenti ma soprattutto su quelli di spettacolo, ritenuti peccaminosi dalla nuova religione imposta da Teodosio e a seguire da altri.

PRAEFUNIUM ( foto di Stefano Costa)
Gli spettacoli erano principalmente commedie, danze e mimi, e raccoglievano la cultura dell'epoca con opere greche e romane.  Con la chiusura dei teatri, che collimò con la chiusura delle scuole, si entrò nel buio culturale del medioevo.

Il teatro è uno dei più piccoli nel suo genere, e fu abbandonato nel IV secolo. La vetrina all'interno dell'Antiquarium adiacente mostra una riproduzione in scala che raffigura l'aspetto originale del teatro.

Il teatro fu scavato nel corso del XIX secolo da Girolamo Rossi e in seguito da Pietro Barocelli negli anni dieci del XX secolo e da Nino Lamboglia nei decenni successivi.



LA VIA JULIA AUGUSTA

Entrando a nord del teatro, la Via Julia Augusta attraversava Albintimilium, lungo l'asse est-ovest, e il suo tracciato veniva a corrispondere con il decumano massimo della città.

La strada romana, larga circa 3 m, era dotata di due marciapiedi e lastricata in pietra della Turbie, e al centro scorreva una cloaca (canale), che permetteva la raccolta delle acque piovane e degli scarichi.

All'inizio del XX secolo un tratto della carreggiata, scoperta nel 1929, è stato ricollocato, per esigenze di conservazione, nel giardino del Museo Bicknell di Bordighera.

LE TERME

LE TERME

Nelle terme rinvenute si possono distinguere i due grandi vani affiancati che venivano riscaldati con dell'aria calda convogliata nell'intercapedine sotto il pavimento. Accanto vi sono la stanza dei forni, la piscina, lo spogliatoio e la palestra all'aperto. Le terme all'ingresso dell'ex ospedale Santo Spirito conservano invece due bei mosaici, uno a motivi floreali e geometrici e uno raffigurante Nereide in groppa a un delfino.

LE TERME ( foto di Stefano Costa)

ANTIQUARIUM

L'Antiquarium è un museo archeologico situato al centro del sito archeologico, a valle del teatro, dalla quale lo divide l'attuale corso Genova.

IL CALIDARIUM ( foto di Stefano Costa)
L'edificio originario era noto come istituto di educazione. Parzialmente distrutto nel corso della II guerra mondiale, è stato rinnovato nel 1980 dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ed è ora un centro espositivo e didattico per la visita dell'area archeologica.

All'interno dell'Antiquarium un percorso espositivo illustra, con riproduzioni in scala, i principali monumenti della città romana:
- la Porta di Provenza, eretta nel I secolo a.c., che si apriva nelle mura di cinta sul lato occidentale;
- il teatro, edificato tra il II e il III sec. in pietra della Turbie;
- le terme, erette dopo la metà del I sec. presso l'angolo sud-est del teatro.

All'esterno, la visita dell'Antiquarium si integra con quella dell'area delle terme e del teatro, dove è possibile vedere in situ i resti scoperti degli impianti termale e teatrale.



GLI SCAVI

Nella seconda metà dell'Ottocento, in seguito all'ampliamento della città nell'area della piana del Nervia, vennero alla luce le rovine dell'antica Albintimilium, rimaste coperte a partire dal Medioevo da una vasta duna di sabbia.

SCAVI ATTUALI
Lo studioso locale Girolamo Rossi (1839-1914), riporta le notizie degli scavi svoltisi ra il 1854 e il 1914, relativi a teatro, necropoli e terme. Molti dei materiali rinvenuti finirono però in mano a collezionisti ed antiquari esteri. 

Scavi sistematici vennero compiuti dalla Soprintendenza alle Antichità del Piemonte e della Liguria: sul teatro, le mura e 145 tombe della necropoli. Nel 1938 gli scavi furono ripresi giungendo fino ai livelli preromani nella parte nord della stessa. Verso la fine degli anni quaranta, la ricerca si concentrò nuovamente nel teatro e aree limitrofe, in particolare nella necropoli, nella zona del nuovo Cavalcavia e successivamente nelle insulae occidentali.

Il materiale epigrafico fu reperito principalmente nelle tre necropoli:
- la necropoli occidentale, allineata con il decumano massimo, detta "Via dei Sepolcri", con tombe di I-II sec., ricche di epigrafi e suppellettili;
- la necropoli orientale, lungo il decumano massimo;
- la necropoli settentrionale, in corrispondenza della strada che collegava la città con l'entroterra della Val Nervia.

SET DA VIAGGIO
Gli ultimi scavi archeologici hanno riportato in vista una consistente parte della cinta muraria della città, la parte terminale di un cardine, una strada orientata nord/sud, e una porta urbica aperta ai probabili collegamenti con la retrostante Val Nervia.

Si è individuata inoltre una necropoli di età tardo antica con tombe di diversa tipologia, orientate est-ovest, che presentavano ciascuna i resti di almeno due sepolture, di cui è attualmente in corso di scavo la tomba in anfora n. 309.

Tra i reperti: nell'Antiquarium marmi provenienti dalle terme, vasi, boccette di vetro, attrezzi per la toilette, gioielli, statuine, monete e utensili per la vita quotidiana mostrano un certo grado di benessere. Particolarissimo il set da viaggio in argento, con un manico dal quale si diramano ben sette elementi ruotanti: un cucchiaio, un colino, un pulisci-orecchie, un punteruolo, una forchetta, uno stuzzicadenti e un coltello.


BIBLIO

- Plinio il Vecchio - Naturalis Historia - II -
- Strabone - Geografia -
- Andrea Gandolfo - Vol 2 - La provincia di Imperia: storia, arti, tradizioni - BLU Ediz. - 2005 -
- L. Crema - L’architettura romana - Torino - 1959 -
- James C. Anderson - Architettura e società romana - Baltimore - Johns Hopkins Univ. Stampa - a cura di Martin Henig - Oxford - Oxford Univ. - Comitato per l'archeologia - 1997 -






LUNA - LUNI ( Liguria )


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L'ANFITEATRO

LA STORIA

Luni è una frazione del comune di Ortonovo, in provincia della Spezia, anticamente prospera colonia romana, oggi non più abitato ma ricco di resti romani.

Porto, fin dai tempi della frequentazione da parte dei greci, era dedicato alla Dea Selene, Dea Luna per i romani, che la adottarono come protettrice della città. Collocata alla sinistra della foce del fiume Magra, un tempo più vicina al mare mentre oggi dista circa 1 Km, Luni era un attivissimo porto naturale, nota anche per le sue cave di marmo.

Fu inoltre un fiorente centro etrusco controllato da popolazioni autoctone (i Liguri) che, con la conquista romana, divenne dapprima porto militare romano e poi colonia in cui si insediarono duemila cittadini romani.

Con la crisi dell'impero romano, coincise il progressivo insabbiamento del porto e l' impaludamento della fascia costiera.

La colonia, denominata pertanto Luna, venne fondata dai Romani nel 177 a.c., come avamposto militare delle legioni romane, durante la campagna contro i Liguri.

Plinio il Vecchio narra che per evitare le continue lotte, i Romani avevano già deportato nel Sannio oltre 40.000 Liguri Apuani nel 180 a.c..

Era una cautela spesso seguita durante la repubblica romana, che non usava la detenzione nè l'eccidio di massa, bensì traslocava i facinorosi in zone altrettanto battagliere. I Liguri, di animo indomito, dovettero adattarsi parecchio con i Sanniti, popolo già vinto ma sempre battagliero.

PARTICOLARE DELL'ANFITEATRO

I Liguri

Nella seconda metà del III sec. a.c., fonti antiche riferiscono del primo scontro diretto con Roma, soprattutto durante la seconda guerra punica (218 - 201 a.c.), in cui i Liguri si schierarono apertamente dalla parte di Annibale, contro i Romani. Al termine della guerra, Roma concentrò quindi le sue forze contro i Liguri, ormai irriducibili, che ostacolavano la sua politica espansionistica verso l'Italia settentrionale.

 I rinvenimenti archeologici confermano gli anni del conflitto: in Lunigiana, in Versilia e nella Garfagnana, gli abitati liguri, ormai di dimensioni minime e con strutture precarie, si disposero in luoghi arroccati, difficilmente raggiungibili e generalmente protetti da una vetta: i castellari.

É documentata solamente l'ultima fase dei Liguri, quando arroccati nella Lunigiana Antica, si oppongono alla penetrazione romana, che coinvolse anche gli Apuani, i quali non perdettero le caratteristiche di tenacia e di amore alla libertà, che li distinguevano fra le popolazioni italiche, nemmeno quando Roma, dopo dura lotta, li soggiogò. Il conflitto ebbe termine nel 180 a.c. quando, dopo una sconfitta decisiva, gli Apuani vennero deportati in massa nel Sannio.

Solo così si crearono le condizioni per il pieno controllo del territorio, completato con la fondazione delle colonie di Lucca (180 a.c.) e Luni (177 a.c.).

I Liguri furono poi fedeli ai vincitori e, con Caio Mario combatterono i Cimbri (102 a.c. a Aix en Provence) e i Teutoni (101 a.c. presso Vercelli) meritandosi la cittadinanza romana; poterono così attendere ai loro commerci, fiorenti ancora nella tarda età imperiale.

I Liguri continuarono dunque a combattere i Romani fino al 154 a.c., quando il console Claudio Marcello li sconfisse definitivamente. In suo onore venne eretto un monumento nella città, dove già si stava costruendo il tempio del capitolium.

Nel 109 a.c. i Romani costruirono la via Emilia Scauri, che, come riporta Strabone, raggiungeva Vada Sabatia, odierna Vado Ligure, presso Savona, partendo da Luna (Luni). Questa non proseguiva l'Aurelia, che terminava a Pisa, ma integrava i collegamenti tra Roma e le Gallie verso la Liguria di levante e di ponente.

Un'altra via collegava Parma a Luni, traversando il Malpasso, attuale Passo del Lagastrello, citato sull'Itinerario Antonino, col nome di "Strada delle 100 miglia".

Nell'89 a.c., dopo la guerra sociale, Luni ottenne la cittadinanza romana come tutta la Liguria. I Romani non riuscirono, fino al 56 a.c. circa, a superare l'ostacolo rappresentato dalle paludi dette Fosse Papiriane (cfr. Tabula Peutingeriana: Pars IV - Segmentum IV).

Sotto l'impero di Augusto la Liguria divenne parte della Regio IX Liguria, e a Luni vennero insediati 2.000 coloni romani, veterani della battaglia di Azio (33 a.c.). Ad ogni veterano furono assegnati 51 iugeri e mezzo di territorio per bonificare le ultime zone paludose e costituire una colonia agraria.

Qui Luni raggiunse il suo massimo splendore, con l'ampliamento del foro ed una forte espansione edilizia.

Oltre alla sua favorevole posizione lungo una strada principale dell'impero, nel I secolo a.c. la città esportò il marmo bianco delle vicine Alpi Apuane (marmo lunense), di cui divenne il principale porto di imbarco, insieme al legname che proveniva dall'interno direttamente sul corso del fiume Magra, ai formaggi e ai vini, molto lodati da Marziale e da Plinio, e a molti oggetti di fiorente artigianato.

I RESTI DEL TEATRO
Plinio il Vecchio:
"Il vino di Luni ha la palma fra quelli dell'Etruria."
Marziale:
"Il formaggio segnato con il marchio della luna offrirà innumerevoli colazioni ai tuoi figli"

In età giulio-claudia, grazie al vicino marmo, si trasformò in città monumentale, e sotto gli imperatori Antonini venne costruito il grande anfiteatro, in grado di contenere 7000 persone. Nel 275 d.c. un cittadino lunense, Eutichiano, venne nominato papa. Da quel momento iniziò la sua spoliazione e la sua decadenza. Nel V secolo d.c. divenne sede vescovile. La diocesi di Luni copriva tutta la costa compresa tra Forte dei Marmi e Levanto, estendendosi nell'interno fino all'alta Garfagnana, includendo anche le isole di Gorgona e di Capraia.

MOSAICO MARINO

LA DECADENZA

Nel VI secolo i Goti saccheggiarono Luni, che nel 552 venne riconquistata dai Bizantini di Narsete e inserita all'estremo limite settentrionale della Provincia Italica. Nel 540 il generale bizantino Belisario aveva fatto già costruire un sistema di fortificazioni nell'alta Lunigiana per impedire l'ingresso dei barbari nella valle di Luni e per proteggere la via Aurelia verso Roma. La città divenne un importante porto dell'Impero Romano d'Oriente e, trovandosi lungo il principale asse stradale bizantino in Italia, ottenne una certa prosperità.

Nel 642 fu occupata dagli invasori Longobardi di Rotari, che occuparono tutta la Liguria.

I re longobardi per contrastare il potere del vescovo di Luni favorirono i monaci della vicina abbazia di Brugnato.
In più, la regione meridionale della diocesi di Luni (territorio compreso tra Massa e Montignoso), si trovò a gravitare nell'orbita della diocesi di Lucca, anch'essa favorita dai Longobardi.

Ma la vera conquista longobarda avvenne sotto il regno di Liutprando, che inglobò Luni nel ducato di Lucca, di cui costituì uno dei principali sbocchi a mare.

Nel 773 Carlo Magno occupò la città, sotto l'autorità di un vescovo-conte. Sotto gli imperatori carolingi la città si riprese parzialmente ma poi nell'849 gli arabi saccheggiarono Luni durante una lunga scorreria. Nell'860 Luni fu nuovamente saccheggiata e praticamente distrutta dai Normanni guidati dal re Hasting.

DIO MARINO

GLI SCAVI DEL 1800

Sarzana 30 dicembre 1857. Angelo Remedi.

"Il dì 16 dello scorso novembre si cominciava un piccolo scavo in Luni, e precisamente nel rudere, ove negli scorsi anni veniva messo allo scoperto dal sottoscritto il foro di quella antica città. Apertosi un mediocre fosso da levante ad occidente presso la strada, che dalla marina mette a Sarzana, si scoprirono, quasi a fior di terra, due pilastri, e nel mezzo agli stessi un picciol muro. 

Con tale scorta noi approfondimmo lo scavo, ma, tuttoché si sperasse di rinvenire l'antico suolo a m 2, come ci soleva accadere in tutte le anteriori escavazioni, fummo obbligati in questa di abbassarla alli 2 e 75, passando per ben diversi scarichi di rottami, pietre informi, e ciottoli. Giunti che fummo a tale profondità, vi si rinvenne presso i menzionati pilastri un enorme capitello di lavoro piuttosto rozzo, di marmo di Carrara bianco, non però dello statuario: era lo stesso capovolto, e nella sua cornice noi leggemmo la iscrizione portante il secondo consolato di M. Claudio Marcello. 

Ci parve che un tal marmo, in sua origine, avesse dovuto sorreggere la statua dello stesso console, perocché véggionsi chiaramente anche al presente le tracce, ove si poggiava.

Si rinvennero ivi alcuni vetri colorati e di un spessore alquanto rilevante, un bellissimo capitello di pilastro, scolpito nella pietra vermiglia del monte Caprione, come altri se ne rinvenivano negli scavi del 1837; una ben conservata impugnatura di brando romano, presentante il collo con sua testa di un'aquila, un grazioso putto , sorreggente una lunga ghirlanda di lìori, bassorilievo in terra bianchiccia, ed alcune lucerne, pure in terra cotta, portanti iscrizioncelle e marchi di fabbrica, e queste furono il risultato dello scavo di questa prima fossa.


Non potendosi proseguire ivi le escavazioni, perchè a contatto dei lavori di già fatti per lo innanzi, ci rivolgemmo all'opposto Iato del rudere, e tirata una diagonale dall' angolo del campo, tra levante e ponente, si aprì una ben larga fossa. 

Quivi di poco abbassato lo scavo, ci trovammo cinti da diverse muraglie, alcune delle quali conservavano in qualche parte ancora V antica loro intonacatura colorata; e prendendo noi per guida quei muri che meglio si protraevano lungo la nostra diagonale, e superati ivi pure li diversi scarichi di pietre informi e macerie, di rottami di mattoni, e in fine di cocci, presso a poco alla stessa profondità del primo fosso ci trovammo finalmente in una camera tutta lastricata del bianco marmo di Carrara, non però del più bello.

Le lastre si tenevano ancora bene unite ed ordinate fra loro, né ci parve che queste fossero mai state rimosse. In questa camera frammezzata dalle altre si trovarono le due lastre portanti le iscrizioni di M. Minazio l'una, e di L. Titinio 1'altra; le quali, tuttoché rotte in diversi pezzi, erano bene riunite, ed in perfetto ordine le iscrizioni, come chiaramente apparisce dalle impronte rilevatene.

Pria di giungere a detto pavimento, e nello scarico ultimo dei cocci, trovaronsi: 
- altre lucerne con diverse iscrizioni; 
- trovaronsi bronzi in quantità informi, e molti lavorati; fra' quali si notano i più interessanti, che sono due figurine, 
- l'una con cetra appesa al collo, 
- l'altra sedente, e che abbraccia una pecora (l'ossido però guastò assai queste belle figure); un piedino di qualche bellezza; 
- un piccolo tripode di ottimo lavoro e mirabilmente conservato, i di cui piedi presentano tre stupende zampe di leone; 
- diversi pezzi di cornice intagliata, 
- e tre borchie.

Nello scarico delle pietre informi trovammo, rotte in tre pezzi separati e confusi con le altre macerie, la piccola iscrizione di Titinia, la quale, come apparisce, si è in parte resa quasi illeggibile: si rinvenne un piede di toro in piombo, il di cui peso ascende a 10 Kg; più diversi marmi di frammenti architettonici, fra i quali due pezzi di bell'ornato, e un braccio femminile del marmo bianchissimo di Carrara di ottimo gusto.

Togliemmo con accuratezza possibile le lapidi scritte, e messe allo scoperto le fondamenta di quei muri, ci trovammo tosto al vergine terreno. In detti due scavi trovammo molti pezzi di pavimento formato con piccole pietre di marmo bianco, ed altre di bigio, regolarmente tagliate e riunite fra loro con buon cemento, di poi utensili d'avorio, al certo destinati a lavori femminili.

Come ci accadde negli altri scavi anteriori, anche in questi si scoprirono poche medaglie, e se vogliamo eccettuare una della famiglia Pletoria, col rovescio dell'aquila, un Balbino in argento, un Caracalla di prima forma, e poche altre di qualche pregio per la perfetta loro conservazione, comuni e di niuna rarità sono tutte le altre. 

Tanto le medaglie, come gli altri piccoli oggetti, saranno trovate, allorquando verrà rimescolata la terra nella sua superficie dai coloni, e specialmente subito dopo le grandi pioggie, come di continuo vedemmo accadere per lo innanzi.


La stagione di troppo inoltrata non permettendoci di proseguire i lavori, ci obbligò a prendere li necessari appunti per ricominciare, o dirò meglio continuare le nostre ricerche dalla camera lastricata, a miglior tempo; ben lieti però del risultato non indifferente di pochi giorni di lavoro.

Sarzana 30 dicembre 1857. Angelo Remedi. DI LUNI. 11 Appendice. 

Le iscrizioni accennale di sopra, delle quali abbiamo ricevuto il calco dalla gentilezza del sig. marchese Remedj, sono le seguenti: 
 M CLAVDIVS M F MARCELVS CONSOL ITERVM M • MINATIO • M F GAL SAKELLO DVOVIR ITER • L TITINIO L F PETRINIANO ■ li VIR ITER COLONI ET • INGOLAE . . . TITINIAE I . . . / . titiniVS ■ PETRINI anus 

Egli trionfò de' Galli Gontrubii e de 1 Liguri nel primo suo consolato, come notano i fasti trionfali (s.anno; cf. Liv. ep. 48), dove sbaglia il eh. Broecker, assegnando siffatto trionfo al II consolato, e trionfò pure in quest'ultimo; passo sfortunatamente mutilo in quel documento, il quale non ci appalesa che il solo fatto del suo trionfo. 

Le continue guerre peraltro coi Liguri durante tutta quell'epoca permettono forse la congettura, aver egli anche in quell'anno superato siffatta nazione, e riferirsi a quel fatto la nuova lapide lunense, la quale tuttavia si spiegherebbe sufficientemente anche col solo fatto del trionfo menalo nel primo suo consolato. La città di Luna, come colonia dedotta per assicurar la frontiera contro le incursioni di quei popoli, avrà sempre avuto in pregio la memoria di chi gli avea vinti.

Sulla vita posteriore di Marcello notiamo, mediante la scorta degli anzicitati autori, che egli nel terzo suo consolato combattè nella Spagna con successo non minore delle anteriori sue spedizioni (App. Hisp. 48-50; Liv. epit. 48), e morì finalmente, mandato ambasciatore a Masinissa, per un naufragio ( Liv. epit. 50).

Con questa età peraltro della nostra lapide s'accordano le particolarità riconoscibili nella sua ortografia , in ispecie la L non geminata nel nome di Marcello. 

La geminazione delle consonanti, introdotta secondo gli antichi da Ennio nella scrittura latina, fu mostrato dal eh. Ruschi non trovarsi prima dell'anno 580 nelle iscrizioni antiche, ma rinvenirsi poi fin verso 1' anno 640 contemporaneamente con essa ancora 1'antica maniera di adoperare le consonanti semplici ( cf. titulus Mummianus p. IV; titulus Aletrinas p. 9 , ed il sunto che proposi de' risultati in essi ottenuti nella mia illustrazione delle lapidi antiche di Palestrina, inserita negli Annali 1855 ).

Per conseguenza non può recar difficoltà a nessuno di veder la semplice L in un titolo dell'anno 599, al quale ben conviene la L in luogo di nel nome di Claudius e Marcellus, visto che la terminazione OS non si ritrova più nel SC. de Bacchanalibus dell'anno 568, né in alcuna iscrizione più recente di quello, eccetto in nomi greci.

Dopo un diligente confronto di varie lapidi dell' ultimo secolo della repubblica, potersi la nostra iscrizione assegnar con gran probabilità almeno agli ultimi tempi di Roma libera, laddove la forma un poco ricercata de' punti e F eleganza degli stessi caratteri impediscono di riportarla ad epoca molto più antica. 

Noterò poi il gentilizio di Minazio, originariamente proprio de' popoli osci ossia sannitici, i quali se ne servivano puranche a modo di prenome (cf. Mommsen, Unterital. Diali, p. 279), e  non sarà congettura troppo ardita, se anche a' Minazii di Luna attribuisco un'origine sannitica, indicata altresì dallo stesso cognome di Sabellus, dato forse in memoria della loro provenienza al nostro duumviro, oppure a' suoi antenati, quando vennero a stabilirsi nella colonia lunense.

L'iscrizione di L. Titinio Petriniano mostra l'O e FR di forme non meno antiche di quelle usale nella lapide precedente ; ma le forme allungate delle altre lettere la fanno nondimeno scendere ad un' epoca meno rimota. I Titinii peraltro erano probabilmente una famiglia assai onorata nella loro colonia; giacché ancora nell' età di Nerone rincontriamo un Titinio magistrato lunense.

Il frammento posto in ultimo è scritto in caratteri un poco più recenti e riferibile, se non m'inganno, ad una Gglia o altra parente del nostro Petriniano che le eresse siffatta lapide. Siccome peraltro le tre prime iscrizioni mostrano chiaramente un' indole onoraria , così sembra vengane nuovamente confermato quel che scrive il eh. Remedj nella sua lettera sul foro di Luna situato nel luogo di questi scavi.

( G. Hknzej)

IL NUOVO TEMPIO
"Le iscrizioni delle quali abbiamo ricevuto il calco dalla gentilezza del sig. marchese Remedj, sono le seguenti :

M CLAVDIVS M F MARCELVS
CONSOL ITERVM

M • MINATIO • M F GAL
SAKELLO
DVOVIR ITER •

L TITINIO L F PETRINIANO ■ li VIR ITER
COLONI ET • INGOLAE

. . . TITINIAE I . . .
/ . titiniVS ■ PETRINI anus

Mi sia lecito di corredarle di poche osservazioni, vista la grande importanza di Claudio Marcello.
Fra' vari Marcelli che potrebbero esser indicati in una lapide dell'ortografia, quale la mostra quella ora ritrovata a Luni, due solamente hanno retto più d'una volta i supremi fasci, M. Marcello cioè il celebre avversario d'Annibale e vincitore di Siracusa, ed il suo nipote, quello console quattro, questo tre volte.

Viene escluso però il primo dalla circostanza che il II consolato fu da lui abdicato nello stesso atto del suo avvenimento, avendolo gli auguri dichiarato "vitio factus" (Livio XXXII, 31; Plut. Marc. 12), e sarebbe altresì poco probabile che in quelle regioni si sia trovata una sua iscrizione, mentre la colonia di Luna non fu dedotta prima dell'anno 577 = 177; cf. Liv. 41, 13 (17), dove invece di Luca deve leggersi Luna giusta 1'emendazione di Madvig, Opusc. 1,287, n. 2, adottata pure dal Mommsen, Stor. rom. I, p. 646, ed 2.

L'altro Marcello poi, succeduto nel pontificato al padre nell'anno 577=177 (Liv. 41, 13 (17), pretore nell'anno 585 == 169 (id. 43, 11 (13), amministrò il consolato negli anni 588 = 166 (id. 45, 44; ep. 46; fast. Capii.), 599 = 155 (fast. Capii.), 602 = 152 (Liv. ep.48)."



GLI SCAVI DEL 1950

Per Luni, fu importante e decisiva l'opera di recupero di un imprenditore locale di fine secolo, C. Fabbricotti: la sua collezione passò al Museo Civico di Spezia e, in parte, all'Accademia di Carrara. Dopo il Fabbricotti, l'impegno nei confronti della cittadina si fece più serio e imprgnativo: nel 1950 hanno avuto inizio gli scavi della Soprintendenza alle Antichità della Liguria, approfonditi poi, a partire dal '70, con i contributi del CNR di Milano.

Gli scavi archeologici, intensificati negli ultimi anni, hanno permesso di chiarire le principali fasi urbanistiche della città, che appare di chiaro impianto castrense con decumano massimo costituito dalla via Aurelia e cardine massimo che collegava il foro alla zona del porto.

Sul foro erano i prospetti di edifici pubblici e religiosi come il Capitolium, di cui restano larghi frammenti della decorazione architettonica fittile, e parte delle sculture frontali di fattura neoattica (II sec. a.c.).

Nella zona archeologica si possono inoltre visitare la Casa dei Mosaici, la Domus settentrionale, il Decumano Massimo (tratto urbano della via Aurelia), il portico del Foro con ambienti legati all’attività commerciale del luogo, il teatro. Oltre la Porta Orientale è l’Anfiteatro di età augustea, di cui si dice che molte delle sue pietre furono usate dagli abitanti per costruire la nuova città in collina, e il suggestivo Mausoleo.

Vi sono conservate le quattro porte (una per ogni punto cardinale) e si sa per certo che ad una prima fase di epoca romana più antica, si è sovrapposta una città romana successiva, con le domus signorili abbellite da splendidi mosaici pavimentali policromi, il teatro, il foro, due templi di cui un santuario alla dea Luna e l'altro dedicato a Diana.


Il Tempio della Dea Luna

Il Grande Tempio si trovava nel punto più alto della città, a ridosso del tratto nord-ovest delle mura e rappresenta uno degli edifici cultuali più antichi di Luna, simile al Capitolium per le sculture fittili frontonali (conservate al Museo Archeologico di Firenze, si possono vedere i modelli fotografici nel museo di Luni).

Tali sculture, seppure di origine neo-attica, recano qualche tratto di influenza etrusca, a riconferma della vicinanza e degli scambi fra le due civiltà: la ligure - lunense e l'etrusca.

Una prima fase è di età repubblicana e una seconda di età imperiale. Il primo tempio venne edificato immediatamente dopo la fondazione della colonia e dedicato alla Dea Selene-Luna, come testimoniano le decorazioni in terracotta del frontone, in cui si distingue Luna seduta in trono affiancata da Dioniso, Apollo e dalla Muse del suo corteo.

Quanto si vede oggi in situ sono i resti del Tempio di età imperiale, con le decorazioni non più in terracotta ma in marmo. Al tempio si accedeva tramite una imponente scalinata perchè il dislivello tra la piazza e il podio era di circa sette metri e mezzo.

La vasta piazza antistante il tempio misurava 60 metri x 50 ed era circondata su tre lati da portici colonnati. L'area sacra era attraversata da una larga via lastricata in marmo che, da un ingresso monumentale sul lato sud, conduceva alla scalinata del tempio.

Tra i ruderi un frammento lapideo della trabeazione con un'iscrizione che ricorda un restauro da parte dell'imperatore Caracalla e un altro personaggio che contribuì finanziariamente.

Il complesso templare venne usato fino alla fine del IV sec. d.c. dopodichè venne abbandonato e in epoca alto-medievale sfruttato a scopi abitativi.


L'anfiteatro

L’anfiteatro di Luni si presenta per forma e struttura, come il calco in miniatura dei grandi anfiteatri di epoca classica e conserva basi in muratura per statue, la cavea anche se malridotta, il portico su tre lati.

Risultano ancora  riconoscibili la zona del pulpitum e della scena.

Fu iniziato nel II secolo d.c. su pianta concepita come somma di due corpi semiellittici, separati da uno stretto ambulacro con partenza dagli ingressi principali posti come di consueto agli estremi dell’asse maggiore.

Ognuna delle due parti, a sua volta, è suddivisa in due corone: l’esterna, composta da setti radiali voltati a sostegno della cavea alta e a delimitazione delle scale che raggiugevano l’interna;
composta da concamerazioni rettangole voltate a botte di sostegno alla cavea bassa e al podio affacciato sull’arena.

Come si conveniva al massimo edificio del capoluogo della regione produttrice del marmo preferito da Augusto, il suo fronte esterno ne era parzialmente rivestito, prima della probabile terminazione a portico.


Domus romane

La casa romana ha pavimenti a mosaico che rappresentano Ercole con l'arco, le stagioni, qualche figura danzante. In corso di scavo è ancora una Domus con pavimenti in marmi policromi a motivi geometrici, affreschi ed ampio giardino.

In questa parte centrale della città lo scavo è ancora in corso e porta alla luce ora resti di appartenenza all'epoca di fondazione della colonia, ora resti di epoca repubblicana e imperiale.


Il Foro

Dall'opera di scavo piu' recente è emerso il complesso del Foro, con il colonnato e i portici laterali e il Capitolium modellato sul Capitolium di Roma.



I REPERTI

Nel Museo, al centro della città antica, si conservano alcune statue rappresentanti un togato, una principessa giulio-claudia con cornucopia, le iscrizioni di Claudio Marcello, Acilio Giabrione e altri personaggi, capitelli e un mosaico geometrico di età repubblicana.

Nella galleria vi sono elementi di decorazione architettonica e teste marmoree mentre nelle vetrine: bronzetti, frammenti di affreschi, una coppa in vetro 'millefiori' dalla splendida villa romana di Bocca di Magra, capitellini marmorei, cornici in bronzo, ambre, vetri, gemme, testimonianze di produzioni diverse e di vivaci scambi commerciali.

Sono presenti sezioni di architettura sacra dedicata:
- al Capitolium,
- al santuario della Dea Luna,
- al Grande Tempio (frammento di pavimentazione in opus signinum repubblicana, con iscrizione dei duoviri)
- al tempio di Diana (antefisse con Artemide Persica),
- la sezione epigrafica, con iscrizioni pubbliche e private di Luni antica
- la sezione dell’edilizia privata dedicata alle domus lunensi (Casa degli Affreschi).

Non mancano decorazioni in terracotta provenienti dal Capitolium e dal Tempio. Infine, vi sono i ritratti di Augusto, Agrippina Maggiore e il busto di Gemello, figlio di Tiberio Imperatore pervenuti dagli ultimi scavi.


BIBLIO

- Plinio - Naturalis Historiae III -
- Tito Livio - Ab urbe condita libri XL -
- Strabone - Geografia V, X, -
- I. Landinelli - Origine dell’antichissima città di Luna e sua distruzione - 1610 -
- B. De Rossi  - Collettanea copiosissima di memorie e notizie istoriche appartenenti alla Città e Provincia di Luni - 1710 -
- A.M. Durante, G. Spadea - Di porpora e d’oro. La moda in età giulio claudia a Luna - Genova - 2004 -





 

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