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GIOVIANO - IOVIANUS


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Nome completo: Flavius Claudius Iovianus
Nascita: Singidunum, Mesia, 331
Morte: Dadastana, Bitinia, 17 febbraio 364
Predecessore: Giuliano
Successore: Valentiniano I
Consorte: Charito
Figli: due figli, uno di nome Varroniano
Regno: 363-364 d.c.


ORIGINI

Nacque a Singidunum, nella Mesia, nel 331, da famiglia barbara. Nel 363, dopo l'immatura morte di Giuliano, i generali dell'esercito si riunirono per nominare il nuovo imperatore. Fu scelto all'unaminità Sallustio Secondo, prefetto del pretorio, ma questi, ormai vecchio e malaticcio rifiutò.

La seduta del consiglio continuò, ma i pareri erano discordi e non si approdava ad un accordo finchè un gruppo di soldati cristiani acclamò Giuliano, uno dei comandanti della guardia, in quanto cristiano anch'egli, e gli altri finirono per accettare. Immediatamente abrogò le tolleranti leggi di Giuliano verso tutte le religioni. L'ultimo sprazzo di civiltà era finita.

Il nuovo imperatore non fu però una buona scelta perchè era un pessimo soldato e un pessimo generale generale. Così l'esercito romano si rimise in marcia, verso il Tigri, continuamente attaccato dalle truppe del persiano Shapur II, che appresa la morte di Giuliano, cercava di imporre al nemico una pace svantaggiosa. Tra agguati e scaramucce, le legioni imperiali giunsero al Tigri, ma la riva era presidiata da un corpo di truppe germaniche.

Si decise allora di eleggere imperator un certo Gioviano, figlio del comes domesticorum Varroniano, Questi era diventato comandante dei protectores domestici (primicerius) dopo le dimissioni del padre. Così Gioviano, che "godeva di una modesta fama per i meriti paterni", venne eletto (avventatamente a parere di Ammiano Marcellino) imperatore. In questo frangente però Gioviano combattè e vinse, passando il fiume a guado, imperatore compreso.

Non ricordava le precauzioni di Cesare che costruiva ponti prima di avventurarsi in un paese nemico, onde assicurarsi la ritirata e pure aiuti e approvvigionamenti, che dovevano essere le prime preoccupazioni di un comandante.

Gioviano ci ripensò quando era già passato, ordinando la costruzione di un ponte. Ma non aveva le doti ingegneristiche di Cesare: i lavori furono iniziati ma la corrente spazzò via tutto ciò che veniva intrapreso.

Si presentavano allora a Gioviano due ambasciatori persiani ad offrire la pace. Nonostante che nella campagna di Mesopotamia l’esercito romano fosse stato vincitore, e che i soldati si sentissero di sconfiggere le forze nemiche che con Giuliano avevano sempre battuto, tanto più che l'Armenia distava solo quattro giornate di marcia, Gioviano concluse la pace per ritirarsi più sicuramente e rapidamente.

L'imperatore temeva soprattutto che la notizia della morte di Giuliano giungesse a Procopio e che questi gli togliesse l'impero.

Gli premeva quindi terminare le ostilità e tornare in territorio romano. Le trattative coi Persiani che durarono quattro giorni ed alla fine concluse una pace vergognosissima.

Gioviano rinunziava alla Armenia, cedeva alla Persia le cinque province alla sinistra del Tigri guadagnate a Roma da Diocleziano, dava nelle mani del nemico quindici piazzeforti della Mesopotamia tra cui Nisibi e Lingara e riceveva in compenso il passo libero e le vettovaglie necessarie per la ritirata.

L'impero, con la pace di Gioviano, perdeva tutti i vantaggi acquisiti da Traiano e Diocleziano, quei stessi baluardi che rendevano forte la frontiera orientale. La popolazione di Nisibi, quando seppe che la città era stata sacrificata cercò di entrare in armi e difendersi da sola, ma fu costretta dall'imperatore a trasferirsi ad Amida che diventò la capitale della Mesopotamia romana.

Il congiungimento dell'esercito di Gioviano con quello di Procopio, dopo una marcia forzata coi legionari straziati dalla fame e dalla sete, avvenne a Tilsafata. Qui Procopio trasportò a Tapso le ceneri di Giuliano e di lui per un po' non si ebbero notizie, tanto che si pensò fosse stato ucciso per ordine di Gioviano.

L'imperatore nel frattempo si sbarazzò di un altro Gioviano, valente generale, che venne gettato in un pozzo presso Niisibi. Gioviano fece spargere la voce di inesistenti vittorie da lui riportate sui Persiani, e per accattivarsi i cristiani restituì loro tutte le terre e i privilegi perduti sotto Giuliano.



LA MORTE

Dopo la pace con i Persiani, Gioviano si trasferì ad Antiochia, sostando fino al 364, poi ripartì per Roma. Ma a Dadastana, tra la Galazia e la Bitinia, nel febbraio dello stesso anno, fu trovato morto nel suo letto non si sa bene se asfissiato dall'acido carbonico o avvelenato dai funghi.

L'ipotesi più probabile è che i suoi stessi generali, irati per l'ignobile e pusillanime comportamento dell'imperatore, gli abbiano tolto la vita. Gioviano, della seconda dinastia dei Flavi, aveva trentadue anni e lasciava un figlio in tenera età. .


BIBLIO

- A. De la Bletterie - "Histoire de l'Empereur Jovien" - Paris - 1776 -
-  Marcello Gigante - Studi sulla civiltà letteraria bizantina - 1981 -
- Ralph-Johannes Lilie - Bisanzio la seconda Roma - Roma - Newton e Compton - 2005 -
- Alexander A. Vasiliev - History of the Byzantine Empire - Vol. I - The University of Wisconsin Press - 1980 -


GIULIANO - FLAVIUS CLAUDIUS IULIANUS


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Nome completo: Flavius Claudius Iulianus
Altri titoli: Germanicus maximus, Alamannicus maximus, Francicus maximus, Sarmaticus maximus
Nascita: Costantinopoli, 6 novembre 331
Morte: Maranga, Mesopotamia, 26 giugno 363
Predecessore: Costanzo II
Successore: Gioviano
Consorte: Elena
Dinastia: costantiniana
Padre: Giulio Costanzo
Madre: Basilina
Regno: 360-363 d.c.


Giuliano, Messaggio al Senato e al Popolo di Atene, 273 b:
«Del padre non mi restava nulla: nulla delle cospicue sostanze che egli doveva aver posseduto; non la più piccola zolla di terra, non uno schiavo, non un'abitazione. L'"onesto" Costanzo aveva ereditato in vece mia il complesso dei miei beni paterni».


LE ORIGINI

Flavio Claudio Giuliano nacque a Costantinopoli nel 331, Giuliano come il nonno materno, Flavio come tutti i membri della famiglia di Costantino, e Claudio come Claudio II il Gotico.
Il padre era Giulio Costanzo, fratellastro dell'imperatore Costantino.

Giulio Costanzo e suo fratello Dalmazio erano figli di Costanzo Cloro, prefetto del pretorio dell'Augusto dell'Occidente Massimiano, e di Flavia Massima Teodora, la figlia di Massimiano. Costantino era invece figlio di Costanzo Cloro e di Elena, figlia dei proprietari di una stazione di cambio.

Quando Costantino I prese il potere nel 306, sua madre Elena, l'ex-locandiera, secondo alcune fonti prostituta, e concubina di Costanzo Cloro che questi aveva abbandonato per Teodora, fece allontanare dalla corte i fratellastri del figlio, Dalmazio, Annibaliano e Giulio Costanzo spedendoli a Tolosa, nella Gallia Narbonense. Successivamente erano stati uccisi da Costanzo tutti i maschi della famiglia, si salvarono i cugini Giuliano e Gallo, a causa della loro giovane età.

Da adulto Giulio Costanzo, tornato in Italia, sposò la nobile romana Galla, che gli diede tre figli, il minore dei quali, Gallo, era nato in Etruria verso il 325. Giulio Costanzo, rimasto vedovo, si recò a Nicomedia presso la sorella Costanza, vedova dell'imperatore Licinio.

Intanto il patrizio Giulio Giuliano, già governatore d'Egitto e prefetto del pretorio, amante delle lettere e parente del vescovo Eusebio di Nicomedia, aveva affidato al suo colto schiavo Mardonio l'educazione di sua figlia Basilina. Giulio Costanzo sposò Basilina con la benedizione del vescovo Eusebio, e dalla loro unione nacque Flavio Claudio Giuliano.

Basilina morì pochi mesi dopo il parto e si narra che avesse sognato di dare alla luce un nuovo Achille, un sogno ambiguo perchè fu un eroe ma di vita breve e dalla morte violenta. Giuliano portò questa mancanza per tutta la vita tanto che le dedicò una città da lui fondata, Basilinopoli.



IL CARATTERE

Giuliano era uomo schivo e raffinato amante delle lettere. Come scrisse nelle sue epistole, non pensava nè al trono nè agli onori, temendo sempre fortemente per la sua vita, visti gli eccidi continui nella sua famiglia. Sperava solo di essere lasciato in pace a dilettarsi degli autori greci e della religione pagana che amava.

Fu ricercatore dello spirito, tanto è vero che fu adepto dei Sacri Misteri di Cibele, cui dedicò un libretto "Inno alla Madre degli Dei", in cui descrisse la sua visione religiosa e filosofica, sulla vanità e la caducità del mondo, sulla inutile violenza degli uomini e sui segreti iniziatici, mai svelati, della Vergine Dea Madre di tutto il mondo e di tutti gli esseri, insomma la Natura.

Successivamente partecipò ai misteri di Mitra, il che ribadisce l'ansia di conoscere più profondamente il mondo e se stesso, non pago di ciò che la religione ufficiale gli trasmetteva. Fu chiamato per questo l'Apostata dai cristiani, che lo presentarono come un persecutore, ma in realtà fu esattamente il contrario, molto tollerante nei confronti di tutte le religioni, comprese le diverse dottrine cristiane.

Scrisse infatti che nel fondo di ogni religione c'è una via iniziatica che porta all'illuminazione, purchè si sappia cogliere. A suo avviso ogni religione riportava all'unità del cosmo. Scrisse inoltre molte opere filosofiche, religiose e critiche, soprattutto verso il cristianesimo per la sua intolleranza. Nei suoi scritti infatti rivela la segretezza della sua fede pagana, per timore che se fosse stata svelata ne avrebbe rischiato la vita.

Per molto tempo la coltivò infatti in segreto piangendo e soffrendo, come scrisse, visto che suo zio Costantino I e il di lui figlio Costanzo II si erano mostrati favorevoli, seppure non convertiti, al cristianesimo.



L'INFANZIA

Negli ultimi anni del suo regno, Costantino adottò una politica di conciliazione verso l'altro ramo della famiglia imperiale, concedendo onori e cariche. Nel 333 il figlio di Teodora, Dalmazio, fu nominato console, poi l'omonimo figlio fu fatto Cesare e infine l'altro figlio Annibaliano, nominato Re dei Re, fu inviato a vigilare sulle frontiere partiche: Giuliano era così nipote di tre imperatori e cugino di quattro Cesari.

La morte improvvisa di Costantino nel 337 dette modo al figlio Costanzo di esibire un falso testamento che accusava di avvelenamento i fratellastri, facendo sterminare tutti i discendenti maschi di Costanzo Cloro e Teodora: il padre, il fratellastro maggiore, uno zio e sei cugini di Giuliano.

Furono risparmiati solo Giuliano, di sei anni, e Gallo, perchè troppo piccoli. Il ricordo della strage non abbandonerà mai Giuliano: «Tutto quel giorno fu una carneficina e per l'intervento divino la maledizione tragica si avverò. Si divisero il patrimonio dei miei avi a fil di spada e tutto fu messo a soqquadro», convincendosi di dovere la sua salvezza al Dio Helios.

I tre figli di Costantino si divisero il regno col titolo di Augusti: Costanzo II ottenne le ricche province orientali; il primogenito Costantino II quelle occidentali, esclusa l'Italia, che con l'Africa e i Balcani furono assegnate al terzogenito Costante I, sotto tutela del fratello maggiore.

Costanzo II poi allontanò i superstiti: Gallo a Efeso, e Giuliano, privato dei beni paterni, a Nicomedia, dove la nonna materna possedeva una villa in cui trascorse le estati: «in quella profonda calma ci si poteva sdraiare e leggere un libro e di tanto in tanto riposare gli occhi. Quando ero un bambino, quella casa mi sembrava il luogo di villeggiatura più bello del mondo». Fu uno dei periodi più felici della sua vita. Affidato per poco tempo alle cure del vescovo Eusebio, nascose con cura la sua fede pagana.

Giuliano in seguito odiò la bramosia di potere di Costantino: «ignorante com'era, credeva che bastasse avere un gran numero di figli per conservare la sostanza che aveva accumulato «senza intelligenza», non preoccupandosi «di fare in modo che i figli fossero educati da persone sagge», così che ciascuno dei figli si comportò come il padre, per «possedere tutto da solo a danno degli altri»



LA FORMAZIONE

La sua educazione fu affidata a Mardonio, un gota amante della cultura greca che gli insegnò la letteratura classica, soprattutto Omero ed Esiodo. Giuliano così descrisse l'insegnamento:

«il mio pedagogo finì per farmi parer gradito, abituandomi a chiamare serietà l'essere rozzo, saggezza l'essere insensibile, e forza d'animo il resistere alle passioni; mi ammoniva dicendomi: Non lasciarti trascinare dai tuoi coetanei che frequentano i teatri ad appassionarti per gli spettacoli. Ami le corse dei cavalli? Ce n'è una bellissima in Omero. Prendi il libro e leggi.»

Morti nel 341 il vescovo Eusebio e Costantino II, l'imperatore Costanzo, per timore che il fratello superstite potesse utilizzare i cugini ai suoi danni, inviò Gallo e Giuliano in Cappadocia.

Giuliano visse per 6 anni in un lussuoso ma opprimente isolamento, privato del precettore Mardonio: «Vivevamo esclusi da ogni serio insegnamento, da ogni libera conversazione, allevati in mezzo a una splendida servitù esercitandoci con i nostri schiavi come con dei colleghi».

Uno dei suoi insegnanti fu il vescovo Giorgio di Cappadocia, con una eccellente biblioteca non solo di autori cristiani, da cui Giuliano attinse volentieri, celando ancora il suo credo proibito.

Nel 347 i fratellastri ricevettero una visita di Costanzo che ben impressionato li richiamò a Costantinopoli. Giuliano fu riaffidato a Mardonio e iniziò gli studi superiori sotto il grammatico pagano Nicocle di Sparta, colto ellenista che interpretava allegoricamente i poemi omerici, con lezioni di metrica, semantica, critica letteraria, storia, geografia e mitologia.

Giuliano, a vent'anni, fu descritto «di media statura, con i capelli lisci, un'ispida barba a punta, con begli occhi lampeggianti, segno di viva intelligenza, le sopracciglia ben marcate, il naso diritto e la bocca piuttosto grande, con il labbro inferiore pendulo, il collo grosso e curvo, le spalle larghe, ben fatto dalla testa ai piedi, così da essere eccellente nella corsa».

Era di carattere estroverso, di modi semplici e democratici, senza l'alterigia solita ai personaggi d'alto rango. Forse perchè troppo simpatico nel 351, Costanzo lo spedì a Nicomedia, con la proibizione di assistere alle lezioni del retore pagano Libanio, che pure Giuliano riuscì a leggere. Poi studiò la filosofia neoplatonica, inaugurata da Plotino e proseguita con esiti diversi dai suoi diretti allievi Porfirio e Giamblico.

Il cosmo è emanazione dell'entità divina assoluta, l'Uno, a cui l'uomo deve tendere continuamente: attraverso la razionalità del pensiero, con la contemplazione o con la divinazione e le pratiche magiche. Giuliano fu affascinato da questa terza via e nel 351 si recò a Efeso per essere iniziato e istruito nella teurgia giamblica.

Secondo Libanio, Giuliano «sentì parlare degli dei e dei dèmoni, degli esseri che, in verità, hanno creato questo universo e lo mantengono in vita, apprese che cos'è l'anima, da dove viene, dove va, ciò che la fa cadere e ciò che la risolleva, ciò che la deprime e ciò che la esalta, cosa sono per essa la prigionia e la libertà, come può evitare l'una e raggiungere l'altra. Allora egli respinse le sciocchezze alle quali aveva creduto fino ad allora per insediare nel suo animo lo splendore della verità».

Così Giuliano descrisse la sua iniziazione al culto mitraico: «l'oscurità attraversata da improvvisi lampi di luce, lunghi silenzi rotti da mormorii, voci, grida, e poi il frastuono di musiche cadenzate da un ritmo ripetitivo, profumi d'incenso e di altre fragranze, oggetti animati da formule magiche, porte che si spalancano e si chiudono da sole, statue che si animano e tanto fuoco di torce».

Il percorso iniziatico ai misteri, per ricercare il «regno divino posto al di là del tempo e dello spazio che condiziona con le sue leggi la sfera cosmica e umana. Giunto nello stadio finale dell' apogenesis, libero ormai dal ciclo di morte e rinascita - o, in termini mitraici, compiutamente salvato - il pater, ultimo grado del percorso, era al sicuro per l'eternità».

Intanto, nel 350, il comandante della guardia imperiale Magnenzio aveva ucciso l'imperatore Costante. Sentendosi minacciato, Costanzo nominò cesare Gallo facendolo sposare con la sorella Costanza e affidandogli il controllo dei territori orientali dell'Impero, col compito di sconfiggere Magnenzio. Gallo, in viaggio per Antiochia, si fermò a Nicomedia, per sorvegliare la fede del fratellastro Giuliano, che continuò a celare la sua fede tanto da farsi nominare lettore della chiesa di Nicomedia.



COSTANTINA 

« Megaera quaedam mortalis, inflammatrix saevientis adsidua humani cruoris avida nihil mitius quam maritus »
« Una sorta di mortale Megera, seduttrice assidua di uomini violenti, desiderosa di sangue umano, per nulla più mite del marito »

(Ammiano Marcellino, Storie, xiv.1)

Ma Costanzo II, informato degli eccessi criminali di Gallo e la moglie Costantina, li invitò a Milano. Costantina morì di malattia durante il viaggio e Gallo fu decapitato. Costantina, divenne poi miracolosamente vergine e santificata dalla Chiesa, seppur «singolare eroina, che fece scorrere, lei sola, più sangue umano di quanto ne avrebbero versato molte bestie feroci», e sepolta in un mausoleo insieme alla sorella Elena, moglie di Giuliano.

Giuliano non vide di buon occhio quella morte anche perchè temeva di fare la stessa fine. Così tremò quando venne richiamato a Milano dove infatti fu incarcerato e, senza poter ottenere udienza dall'imperatore, fu accusato di aver tramato con Gallo ai suoi danni.



AD ATENE

L'intervento dell'imperatrice Eusebia liberò dopo sei mesi Giuliano dalla prigionia, con l'obbligo di risiedere ad Atene, cosa che lo rese felicissimo, anche qui fu iniziato ai misteri eleusini. A Eleusi, nel tempio di Demetra e Persefone, compiute le purificazioni e incoronato di mirto, partecipò al pasto simbolico, bevve il ciceone e lo ierofante gli spiegò il simbolismo della cerimonia. Ad Atene frequentò il filosofo neoplatonico Prisco, che poi tenne con sè da imperatore, che sarà presente al suo letto di morte.

Conobbe di sfuggita il cristiano Gregorio di Nazianzo, che naturalmente lo descrisse al peggio: «Non prevedevo nulla di buono vedendo il suo collo sempre in movimento, le spalle sobbalzanti come piatti di una bilancia, gli occhi dallo sguardo esaltato, l'andatura incerta, il naso insolente, il riso sguaiato e convulso, i movimenti della testa senza ragion d'essere, la parola esitante, le domande poste senza ordine né intelligenza e le risposte che si accavallavano le une con le altre come quelle di un uomo senza cultura».

Nel 355 gli giunse di nuovo l'ordine di presentarsi a Milano, cosa che nuovamente lo fece tremare e piangere: «Che torrenti di lacrime ho versato, che gemiti, le mani levate verso l'Acropoli della vostra città, invocando Athena. La Dea stessa sa meglio di chiunque che ad Atene le ho chiesto di morire piuttosto che tornare a corte. Ma lei non ha tradito il suo supplice e non lo ha abbandonato. Mi ha guidato ovunque e ovunque mi ha inviato gli angeli custodi di Helios e di Selene».



GIULIANO CESARE

Mentre in ottobre Giuliano veleggiava alla volta dell'Italia, Costanzo II faceva assassinare il generale Claudio Silvano, comandante delle legioni stanziate in Gallia, il sesto usurpatore del suo regno. Ma Franchi e Alemanni superavano le frontiere conquistando le piazzeforti romane, mentre ad est i Quadi entravano in Pannonia e in Oriente i Parti premevano sull'Armenia: ancora una volta Giuliano aspettò alle porte di Milano le decisioni della corte.

Rivoltosi disperato agli Dei, questi lo rimproverarono:
«Tu che ti consideri un uomo stimabile, un saggio e un giusto, ti vuoi sottrarre alla volontà degli Dei, non permetti che dispongano di te a loro piacimento? Dov'è il tuo coraggio? C'è da ridere: eccoti pronto a strisciare e adulare per paura della morte, mentre è tua facoltà gettarti tutto alle spalle e lasciare che gli Dei facciano come vogliono, affidando loro la cura di occuparsi di te, proprio come suggerisce Socrate: fare, nella misura del possibile, ciò che dipende da te, e tutto il resto rimetterla a loro; non cercare di ottenere nulla ma ricevere con semplicità quello che loro ti danno».

E Giuliano attribuì a questo abbandono alla volontà divina la decisione di dargli la porpora di Cesare. Poi prese posto sul carro di Costanzo per tornare a palazzo, mormorando, il verso di Omero: «Preda della morte purpurea e del destino inflessibile».

Finché rimase a corte, benché Cesare, la sua condizione di sorvegliato non mutò: «chiavistelli e guardiani alle porte, esaminate le mani dei servi perché nessuno mi consegnasse biglietti di amici, servitori stranieri».
Ebbe però a disposizione anche quattro servitori di sua fiducia, tra i quali il medico Oribasio e il segretario Evemero, «l'unico che era al corrente della mia fede per gli Dei e segretamente la praticava con me», il quale si occupò anche della biblioteca regalata a Giuliano dall'imperatrice Eusebia. Sposò per ordine di Costanzo sua sorella Elena, di cui non lasciò scritti, se non che ebbe un bambino nato morto, che era cristiana, e che morì a Vienne nel 360, tumulata a Roma nel mausoleo della sorella Costantina.

COLONNA INTITOLATA A GIULIANO ( Ankara - Turchia )


LE GUERRE

Nel 355, Giuliano, con una scorta di 360 soldati, fu spedito in Gallia senza alcuna preparazione militare. In realtà non disponeva di nulla, il comando militare era affidato a Marcello, la prefettura a Florenzio e la questura a Salustio, i quali rispondevano solo a Costanzo. Superò le Alpi e raggiunse Vienne, stabilendovi la residenza. Poi a Auxerre e a Troyes, disperse un gruppo di barbari e da qui si congiunse con l'esercito di Marcello.

Subita una sconfitta dagli Alamanni, li inseguì fino a Colonia, che fu abbandonata dal nemico. Sopraggiunto l'inverno si ritirò nel campo di Sens, dove fu assediato senza che Marcello gli portasse aiuto. Denunciatone il comportamento all'imperatore, Costanzo II rimosse Marcello dall'incarico, sostituendolo con Severo e affidando finalmente il comando dell'esercito di Gallia a Giuliano.

L'anno successivo il generale Barbazione attaccò la frontiera del Reno con 30.000 uomini ma fu sconfitto. Gli Alamanni attaccarono allora Giuliano a Strasburgo, ma Giuliano riorganizzò la cavalleria che era in fuga, resisté ai tentativi di sfondamento nemico, e mise in fuga gli Alamanni, pur se di numero superiore. Il comandante Cnodomario, fatto prigioniero, fu inviato alla corte milanese come trofeo di guerra.

Non contento Giuliano passò il Reno devastando il territorio nemico, rioccupando gli antichi presidi, liberando i prigionieri romani e infine combattendo e sconfiggendo le tribù franche che razziavano il nord della Gallia. Era ormai inverno e si ritirò a Lutetia Parisiorum, (Parigi). Nel 358 riprese le ostilità contro i Franchi Salii, li vinse e li trasformò in ausiliari, poi respinse i Franchi Camavi oltre il Reno.

Voleva combattere nuovamente contro gli Alamanni, ma l'esercito si rifiutò perchè non era stato pagato. Giuliano non aveva fondi ma riuscì a sedare le proteste e a superare il Reno, recuperando prigionieri romani e requisendo ferro e legname per ricostruire i vecchi presidi. L'anno successivo oltrepassò per la terza volta il Reno ottenendo la sottomissione delle ultime tribù alemanne, Costanzo si era preso l'onore di tutte le sue vittorie. Come scrisse Giuliano: "Io combattevo e lui vinceva."



LA GALLIA

La Gallia prima di Giuliano era preda delle scorrerie dei barbari, con terre abbandonate e imposizioni fiscali fortissime. I ricchi abbandonavano le città, lasciando decadere attività artigiane e commerciali, preferendo le più sicure residenze di provincia e investendo nel latifondo a danno della piccola proprietà. L'imposta fondiaria veniva spesso evasa dai grandi proprietari, che potevano garantirsi l'impunità o, al più, godere nel tempo di favorevoli condoni.

Quando nel 358 il prefetto Florenzio chiese una tassa supplementare, Giuliano si oppose, dichiarando che sarebbe «morto piuttosto di dare il proprio consenso a tale misura». Dimostrò poi che le tasse riscosse erano sufficienti e si oppose a che nella Belgica, già colpita dalle invasioni, si perseguissero i contribuenti inadempienti vietando però i condoni ai ricchi evasori delle altre province.

Quando Giuliano giunse in Gallia «il testatico (tassa pro capite) e l'imposta fondiaria gravavano su ognuno per 25 pezzi d'oro; quando se ne andò, 7 pezzi erano sufficienti a soddisfare l'esigenza dell'erario. Per questo, quasi che il sole avesse ripreso a splendere, dopo un uggioso periodo di oscurità, vi furono danze e grande letizia». Si occupò anche dell'amministrazione della giustizia, presiedendo processi con onestà e giustizia.



L'IMPERO

Nel 360 Costanzo II, per fermare i Parti alla frontiera, inviò in Gallia il tribuno Decenzio che richiese le truppe ausiliarie di Giuliano, cioè oltre metà dell'esercito. Però i soldati e le loro famiglie reagirono con proteste e clamori che si udirono per tutta la notte. Giuliano chiese un segno agli Dei e durante il sonno gli apparve il Genius Publicus, il Genio dell'Impero:
«Da molto tempo osservo la soglia della tua casa, impaziente di accrescerti in dignità. Molte volte mi sono sentito respinto e mi sono allontanato. Se mi scacci ancora, me ne andrò per sempre».

Allora Giuliano fece venire dalla Grecia lo ierofante di Eleusi e, dopo aver celebrato i riti, decise di rovesciare Costanzo. La mattina dopo, issato sugli scudi e con la collana di un porta-insegne sul capo come diadema imperiale, venne portato in trionfo dai soldati, a ciascuno dei quali promise la consueta elargizione di cinque solidi e di una libbra d'argento.

Mentre Florenzio, Decenzio e gli uomini fedeli a Costanzo lasciavano la Gallia, Giuliano iniziò a trattare con l'imperatore. Si dichiarò estraneo alla sommossa e promise un contingente militare limitato purchè gli venisse riconosciuta piena autonomia in Gallia.

Costanzo rifiutò incitando ignominiosamente Vadomario, re degli Alemanni, a invadere la Gallia. Giuliano attaccò i Franchi Attuari per rendere più sicura le frontiera renana, poi si stabilì a Vienne, facendo coniare una moneta d'oro con la sua effigie e l'aquila imperiale. Intanto erano morte Eusebia ed Elena. Emesso un editto di tolleranza per tutti i culti, Giuliano mantenne ancora la finta devozione, pregando pubblicamente in chiesa per l'Epifania.

Nel 361 Giuliano fece arrestare e deportare in Spagna Vidomario e avanzò verso la Pannonia. Divise le truppe in tre parti, ponendosi a capo di soli 3.000 uomini con cui traversò la Foresta Nera, mentre il generale Gioviano percorreva l'Italia settentrionale e Nevitta traversava Rezia e Norico. Senza incontrare resistenza, Giuliano s'imbarcò sul Danubio e giunse a Sirmio, una delle residenze della corte, che si arrese senza combattere.

La guarnigione di Sirmio fu inviata in Gallia ma si ribellò, fermandosi ad Aquileia, che fu assediata dalle forze di Gioviano. Giuliano proseguì, insieme all'esercito di Nevitta in Illiria e in Tracia: lasciato al generale Nevitta il presidio del passo di Succi, tornò a Naisso, inviando messaggi ad Atene, Sparta, Corinto, e Roma, spiegando le cause del conflitto. A Roma però al senato non piacque l'accusa contro Costanzo.

Tutto finì con la morte di Costanzo e la sottomissione delle province orientali. Giuliano scrisse allo zio Giulio Giuliano «Helios, a cui mi sono rivolto in cerca di aiuto prima che a ogni altro Dio, e il supremo Zeus mi sono testimoni: non ho mai desiderato uccidere Costanzo, anzi, ho desiderato il contrario. Perché allora sono venuto? Perché gli Dei me l'hanno ordinato, promettendomi la salvezza se avessi obbedito, la peggiore sventura in caso contrario».

Giunto a Costantinopoli fece erigere un mitreo nel palazzo imperiale, proclamò la tolleranza generale per ogni religione e culto, fece riaprire i templi pagani e celebrare i sacrifici, facendo tornare dall'esilio i vescovi cristiani allontanati per eresie.




LE RIFORME

Accolto dal popolo festante, Giuliano rese omaggio alla salma di Costanzo tumulandolo nella basilica dei Santi Apostoli. Poi fece ratificare il suo impero dal senato, cui accordò esenzioni fiscali, rifiutando il titolo di Dominus. Giuliano procedette poi a punire i consiglieri di Costanzo, condannandone a morte diversi.
  • Ridusse allo stretto necessario il personale di corte, allontanò eunuchi, confidenti e spie; alla cancelleria chiamò il fratello di Massimo, Ninfidiano, e suoi collaboratori furono Salustio, Euterio, Oribasio, Anatolio, Mamertino e Memorio. Oltre alle sue guide spirituali Massimo e Prisco, intrattenne a corte i vecchi maestri Mardonio, Nicocle ed Ecebolio, lo zio Giulio Giuliano, i cristiani Cesario, medico e fratello di Gregorio di Nazianzo, Aezio e Proeresio.
  • Creò suoi luogotenenti militari i magistri equitum Gioviano, Nevitta e Arbizione, e il magister peditum Agilone, un alamanno.
  • Di fronte allo spopolamento delle curie, Giuliano inserì negli albi curiali i cittadini nobili anche per discendenza materna e i plebei arricchiti, abbassando nel contempo gli oneri gravanti sulle curie. Avendo, per errore, svolto una delle funzioni consolari, si inflisse una ammenda di 10 libbre d'oro.
  • Le sovvenzioni concesse alle chiese cristiane furono eliminate.
  • Obbligò coloro che avevano distrutto una chiesa appartenente ad una setta avversaria a ricostruirla a proprie spese.
  • Vennero restituiti alle autorità cittadine le terre che Stato e Chiesa avevano sottratto, a un indennizzo per il danno subito.
  • I templi pagani vennero riaperti. Furono loro restituite le proprietà confiscate dagli imperatori cristiani.
  • Esentò i curiales non commercianti dal tributo in metallo pregiato, invitando i preti cristiani e gli altri cittadini iscritti a corporazioni per evitare gli adempimenti civici a rientrare nelle curiae, pena una forte multa.
  • Affidò ai decurioni, togliendole ai senatori, le esazioni delle imposte.
  • Rese facoltativa l’aurum coronarium, un’imposta sui decurioni, stabilendone il massimo in 70 stateri d’oro, cancellò le tasse arretrate, a eccezione della collatio lustralis.
  • Trasferì la cura delle stazioni di posta e il costo della manutenzione delle strade dalle municipalità ai loro possessori.
  • Proibì ai professori cristiani di insegnare la retorica. Giuliano riteneva eticamente inaccettabile propagandare valori a cui non si aderiva.
  • Cercò di combattere la corruzione dei numerarii, i contabili delle amministrazioni municipali, e il sistema del suffragium, la pratica clientelare consistente nell'acquistare cariche pubbliche da personaggi politici, ma fu così difficile che si limitò a decretare che chi avesse versato denaro senza ottenere il favore richiesto, non potesse reclamare la restituzione del denaro.
  • Cercò anche di abbreviare l'iter giudiziario dei processi, abrogando i frequenti rinvii e decentrando l'apparato giudiziario.
  • Ridusse i prezzi delle merci di prima necessità.
  • Fu eliminato il privilegio del clero cristiano, che era esentato dal contribuire alla gestione delle città.
  • Ridusse il diritto di usufruire gratuitamente del servizio di trasporto di stato. I vescovi smisero di viaggiare a spese dei contribuenti.
  • Redistribuì gli oneri delle amministrazioni cittadine fra un maggior numero di possidenti riducendone contemporaneamente le tasse.
  • Fu equanime verso pagani e cristiani:
  1. Ad Alessandria il vescovo ariano Giorgio, alla condanna di Artemio con il quale aveva collaborato, venne ucciso dalla folla: Giuliano indirizzò una lettera di biasimo agli alessandrini.
  2. Ad Aretusa, in Fenicia, il vescovo cristiano Marco distrusse un tempio pagano e inflisse molti danni ai pagani. Giuliano lo condannò a ricostruire il tempio. Il vescovo si rifiutò e fu perseguito dalla folla.


GLI SCRITTI

Giuliano fu uno dei principali autori greci del IV secolo. Tra i suoi lavori ci fu un'opera "Contro i Galilei" che gli conquistò l'odio e la demonizzazione del mondo cristiano. L'opera andò distrutta se non per gli accenni del vescovo Cirillo di Alessandria che lo confutò nel V secolo, ancora 50 anni dopo la sua morte.

Cirillo fu quel vescovo che incitò la folla a spogliare nuda e linciare pubblicamente la vergine Ipazia, donna coltissima alessandrina e scrittrice a sua volta con grande scandalo della chiesa. Fra l'altro Cirillo fu fatto santo.

Scrisse poi:
  • Lettere ad amici o a personaggi;
  • Scritti satirici o polemici: Contro i Galilei, I Cesari, il Misopogon, Contro Eraclio cinico, Contro i Cinici ignoranti;
  • Scritti filosofico-religiosi: Sulla Madre degli Dei e Su Helios Re;
  • Scritti politici o filosofico-politici: Lettera a Temistio, Lettera agli Ateniesi;
  • Scritti retorici: elogio dell'imperatore Costanzo II e di Eusebia.
In Contro i galilei sostiene che la dottrina cristiana sarebbe un'eresia del giudaismo diffusa da una minoranza di ebrei che si erano distaccati dalla tradizione, in fondo la stessa accusa di eresia tra le varie sette cristiane.

A Temistio, che forse temeva un cambiamento di cariche a corte e che gli raccomanda leggi giuste, Giuliano risponde che un sovrano deve evitare la superbia, cercando l’arte e le offerte dalla fortuna, obbedendo a «quella parte di divino che è in noi» quando amministriamo «le cose pubbliche e le private, le nostre case e le città, considerando la legge un’applicazione dell’Intelligenza».

Condanna poi il governo fondato sul diritto ereditario e il dispotismo, in cui un solo cittadino è «padrone di tutti gli altri. Poiché, se tutti sono eguali per natura, a tutti spettano necessariamente pari diritti». Mettere al governo un uomo significa farsi governare da un uomo e da una bestia feroce insieme: occorre piuttosto che al governo sia messa la ragione esente da passioni.

Continua che il governante deve essere migliore dei governati, per studio e per natura, attento alle leggi, senza distinzioni e riguardi per amici e parenti. Si dichiara poi consapevole «di non possedere nessuna speciale virtù, tranne quella di non credere di avere le più belle virtù».



LA FEDE DI GIULIANO

Giuliano sapeva bene che i miti non erano reali, bensì un travestimento della dottrina della sostanza degli Dei, la quale «non sopporta di essere gettata con nude parole nelle orecchie impure dei profani. Proprio la natura segreta dei misteri, anche se non compresa, è utile, perché cura le anime e i corpi e provoca l'apparizione degli Dei».

Non solo, ma «ciò che nei miti si presenta inverosimile, è proprio quello che ci apre la via alla verità: infatti, quanto più paradossale e portentoso è l'enigma, tanto più pare ammonirci a non affidarci alla nuda parola, ma ad affaticarci intorno alla verità riposta, senza stancarci prima che questo mistero, rischiarato sotto la guida degli Dei», non ci rischiari l'intelletto fino a portare a perfezione la nostra anima.

I miti «ci incitano alla ricerca imitano l'insieme delle cose inesprimibili e ineffabili, invisibili e manifeste, evidenti e oscure, presente nell'essenza degli dei. Velando il vero senso delle espressioni figurate, le si protegge dal disprezzo degli sciocchi l'apparente assurdità di tali favole fa comprendere all'anima che si tratta solo di simboli, perché la verità pura è inesprimibile».

Criticando Costantino, i cui antenati adoravano Helios, ma che con i suoi figli credette di garantirsi l'eternità del potere affidandosi al Dio cristiano, Giuliano pensava invece a sè guidato da Helios nel dolore e nella solitudine, per far si che salvasse il mondo dai malvagi «perché divorano e vendono il bestiame» riportando pochi guadagni del molto che è stato a loro affidato.

Così Giuliano si sentiva investito di una missione affidatagli dagli Dei: "Sappi che il corpo mortale ti fu dato perché tu possa compiere questa missione. Per riguardo ai tuoi antenati, noi desideriamo purificare la casa dei tuoi padri. Ricordati dunque che hai un'anima immortale che da noi discende e se tu ci seguirai, sarai un Dio e con noi contemplerai tuo padre».



L'INNO ALLA MADRE DEGLI DEI

L' Inno alla Madre degli dei, Cibele, chiamata anche Rea o Demetra, la Magna Mater dei Romani, è rivolto a chiarire i culti ellenici. L'inno si apre con la descrizione dell'arrivo a Roma dalla Frigia della statua della Dea, dopo che il suo culto era già stato accolto in Grecia, «e non da una razza qualunque di Greci, ma dagli Ateniesi».

Narra poi del miracolo che si verificò quando la sacerdotessa Clodia fece nuovamente navigare sul Tevere la nave, dove era l'immagine della Dea, rimasta immobile malgrado ogni sforzo dei marinai.

Giuliano riconosce l’esistenza di un principio superiore, la causa della forma e della materia. Tale causa è la quinta essenza, causa della moltiplicazione delle specie degli esseri e dell’eternità del mondo. Attis rappresenta tale principio, egli è «la sostanza dell’Intelletto generatore e creatore che produce tutte le cose fino ai limiti estremi della materia e contiene in sé tutti i principi e le cause delle forme congiunte alla materia».
Cibele è «la Vergine senza madre, che ha il suo trono accanto a Zeus, ed è realmente la Madre di tutti gli Dei».

Il mito della sua unione con Attis, giudicato osceno dai cristiani, sta in realtà a significare che ella, in quanto Provvidenza «che conserva tutte le cose soggette a nascita e distruzione, ama la causa creatrice e produttrice di esse e le impone di procreare preferibilmente nel mondo intelligibile ed esige che a lei sia rivolta e con lei coabiti, pretende che Attis non si mescoli con nessun altro essere, in modo di perseguire la conservazione di ciò che è uniforme e di evitare di inclinare nel mondo materiale».

Ma Attis si abbassò fino ai limiti estremi della materia, accoppiandosi in un antro con una ninfa, immagine della «umidità della materia, l’ultima causa incorporea sussistente prima della materia». Allora Helios, «che condivide il trono con la Madre e crea tutto con lei e a tutto provvede», comandò al Leone, il principio del fuoco, di denunziare la degradazione di Attis: l’evirazione di Attis va intesa come il «freno posto alla spinta illimitata» alla generazione, in modo che essa sia «trattenuta nei limiti delle forme definite». L’autoevirazione di Attis è il simbolo della purificazione dalla degradazione, la condizione della risalita verso l’alto, all’Uno eterno.

Come il mito delinea il ciclo della degradazione e della purificazione dell’anima, così ad esso corrisponde il ciclo della natura e i rituali religiosi che ad esso sono associati e celebrati nell’equinozio di primavera. Il 22 marzo viene tagliato il pino sacro, il giorno dopo il suono delle trombe ricorda la necessità di purificarci ed elevarci al cielo, il terzo giorno «si taglia la sacra messe del dio» e finalmente seguono le Ilarie, le feste che celebrano il ritorno di Attis dalla Madre. Al culto di Cibele sono legati i misteri eleusini, celebrati negli equinozi di primavera e autunno.

Quindi Giuliano conclude con un inno a Cibele:

« O Madre degli Dei e degli uomini che siedi sul trono del grande Zeus,
origine degli dei, tu che partecipi alla pura essenza delle Idee e,
accogliendo da queste la causa del tutto, le infondi agli esseri ideali;
Dea della vita, rivelatrice, provvidenza e creatrice delle anime nostre,
tu che hai salvato Attis e lo hai richiamato dall'antro dov'era sprofondato,
tu che elargisci ogni bene e ne colmi il mondo visibile:
dona a tutti la felicità, al cui sommo è la conoscenza degli Dei,
fa che il popolo romano cancelli la macchia dell'empietà 

e che la sorte favorevole gli conservi l'impero 
per molte migliaia di anni, fa che io raccolga,
come frutto della mia devozione, la verità della scienza divina,
la perfezione nelle pratiche teurgiche, la virtù e il successo 

in tutte le imprese politiche e militari a cui ci accingiamo, e un termine della vita
senza dolore e glorioso, insieme alla speranza di salire, o Dei, fino a voi.
»



LA RIFORMA RELIGIOSA

La concezione di Giuliano somiglia molto a quella cristiana, uguale e opposta a quella di Eusebio: tutta la cultura greco-romana è «il frutto della rivelazione divina e la sua evoluzione storica era avvenuta sotto lo sguardo vigile di Dio. Grazie alla rivelazione di Apollo-Helios, i Greci avevano elaborato un sistema religioso perfezionato dai Romani, che lo arricchirono delle migliori istituzioni politiche.»

Per tutto ciò nel 362 Giuliano emise un editto con il quale stabiliva l'incompatibilita' tra la professione di fede cristiana e l'insegnamento nelle scuole pubbliche. Gli insegnanti pubblici non potevano insegnare cose che non credevano giuste e i cristiani disapprovavano continuamente gli autori greci che credevano negli Dei.

Giuliano riformò pure la chiesa pagana, con un sistema gerarchico che somigliava molto a quello cristiano. Il pontefice massimo era l'imperatore, poi i sommi sacerdoti, ognuno per una provincia, che sceglievano i sacerdoti delle città.

Il sacerdote doveva:
  • essere altamente morale, senza preclusioni di origini e di censo. Avevano diritto ad essere onorati più dei magistrati rendendo un servizio all'umanità.
  • avere la conoscenza.
  • avere la capacità dell’ascesi.
  • conoscere la pratica teurgica.
  • praticare la carità verso i poveri, malvagi compresi.
Infatti Giuliano mise in pratica le intenzioni caritatevoli, istituendo ricoveri per mendicanti, ostelli per stranieri, asili per donne e orfanotrofi.

Riprovò l'adorazione delle icone che dovevano essere veicoli per la devozione agli Dei e non idoli essi stessi, ma Giuliano voleva raccogliere in sè potere imperiale e religioso al pari dei cristiani.
Si sa che si fece rappresentare in veste di Apollo, con accanto la figura della moglie defunta come Artemide, in due statue dorate erette a Nicomedia.



INNO A HELIOS RE

Esaltò il monoteismo solare, usando gli stessi strumenti filosofici del cristianesimo, per contrapporlo al monoteismo dei Galilei, estraneo al cultura e alla tradizione romana.
Ogni uomo nasce da un uomo e dal Sole, ma il sole è solo il Dio visibile, mentre il Dio invisibile Helios è la sorgente di tutti i benefici e racchiude in sé la causa eterna delle cose generate.

Si sa che Giuliano voleva ricostruire il Tempio di Gerusalemme, ma per rafforzare il giudaismo contro il cristianesimo. Egli rispettava comunque ogni divinità come tendenza del popolo che lo adora:
«Ares governa i popoli bellicosi, Athena quelli che sono bellicosi e sapienti, Hermes quelli astuti» e analogamente si deve spiegare il coraggio dei Germani, la civiltà dei Greci e dei Romani, l'industriosità degli Egizi, la mollezza dei Siri: chi volesse giustificare tali differenze con il caso, negherebbe allora l'esistenza nel mondo della Provvidenza."
Si opponeva pertanto al Dio cristiano, un'eresia galilea, che pretendeva di essere Dio di tutte le genti negando gli altri Dei.



I CESARI

I Cesari o I Saturnali sono una satira con cui Giuliano mette in evidenza i difetti dei Cesari.
Il corteo degli invitati dagli Dei è aperto:
- dall’ambizioso Giulio Cesare,
- al quale segue il camaleontico Ottaviano,
- poi Tiberio crudele e vizioso, che viene rispedito a Capri;
- Caligola, mostro crudele, è gettato nel Tartaro,
- Claudio, corpo senz’anima
- mentre Nerone, che pretenderebbe di imitare con la cetra Apollo, è buttato nel Cocito.
- Seguono lo spilorcio Vespasiano,
- il lascivo Tito
- e Domiziano, legato con un collare;
- poi Nerva, bel vecchio, accolto con rispetto,
- precede l’omosessuale Traiano, carico di trofei,
- e il severo e ingolfato nei Misteri Adriano.
- Entrano anche Antonino Pio,
- Lucio Vero
- e Marco Aurelio, accolto con grande onore,
- ma non Commodo, che viene respinto.
- Pertinace piange la propria morte, ma neanche lui è proprio innocente;
- l’«intrattabile» Settimio Severo è ammesso con Geta,
- mentre Caracalla è scacciato con Macrino ed Eliogabalo.
- Al convito è ammesso lo sciocco Alessandro Severo
- ma non sono accettati l’effeminato Gallieno e suo padre Valeriano;
- Claudio il Gotico, anima alta e generosa, è accolto con calore
- ed Aureliano può sedere al banchetto solo per essersi reso benemerito istituendo il culto di Mitra.
- Accolti Probo, Diocleziano, Galerio e Costanzo Cloro,
- sono cacciati via Caro, Massimiano, turbolento e sleale, Licinio e Magnenzio.
- Entrano, infine, Costantino e i suoi tre figli.
- Hermes propone l'eloquenza a cui sono ammessi Alessandro, Cesare, Ottaviano, Traiano, Marco Aurelio e Costantino.
- Marco Aurelio viene dichiarato vincitore e Giuliano, concludendo la satira, si fa dire da Hermes:
«Ti ho fatto conoscere il padre Mitra. Tieniti ai suoi comandamenti e avrai nella tua vita un'ancora sicura di salvezza e quando partirai di qui troverai, con buona speranza, un Dio benevolo che ti guidi».



363 - LA GUERRA PERSIANA

Giuliano riprese l'antico ideale di Alessandro Magno: l'unione dell'Occidente con l'Oriente. Così, nel 363, anzichè occuparsi dei Goti, lasciò Costantinopoli muovendosi per la Siria contro i Persiani, gli antichi nemici mai vinti dai Romani, che due anni prima, al comando di Sapore II avevano messo in fuga le legioni di Costanzo II. Gli oracoli lo designavano redivivo Alessandro e distruttore dell’antico Impero persiano, per cui quella era la sua missione e gli Dei erano propizi.

Giuliano traversò la Calcedonia e si fermò sulla tomba di Annibale. A Nicomedia vide le distruzioni provocate dal terremoto e cercò di soccorrere con elargizioni i suoi abitanti. Andò poi a Pessinunte per pregare Cibele nel suo santuario. Qui due cristiani vilipesero gli altari della Dea e Giuliano sdegnato abbandonò la città. Ritornò in Cappadocia, per incontrare il filosofo pagano Aristossene e poi Celso, il governatore della Cilicia, con cui proseguì per Tarso e poi Antiochia.

Antiochia accolse festosamente Giuliano, che rivide e volle con sé Libanio, vi celebrò le feste Adoniae e ordinò uno spettacolo all'ippodromo, diminuì le tasse di un quinto, condonò quelle arretrate non pagate, aggiunse 200 curiales, scelti tra i più abbienti, nel Consiglio cittadino, in modo che le spese pubbliche fossero meglio ripartite e concesse terreni demaniali alla coltivazione dei privati.

Ma la sua ostilità agli spettacoli licenziosi e la sua devozione agli Dei pagani non erano graditi alla maggioranza cristiana. Anche il calmiere dei prezzi degli alimentari non piacque, perché fece diradare i prodotti nei mercati, con l'incetta degli speculatori che li rivendevano a costo maggiorato o li tenevano nei depositi, in attesa di un rialzo.

Circolarono epigrammi che deridevano il suo aspetto trascurato, la barba fuori moda, i capelli arruffati, il comportamento alla mano, le abitudini austere, la mancanza di senso dell'umorismo, e la fede pagana. Giuliano aumentò i riti propiziatori, giungendo a sacrificare fino a cento buoi per volta, con enorme esborso di denaro, pagando chiunque si dichiarasse esperto nelle pratiche divinatorie, per ottenere presagi.

Presso Dafne c'era il santuario di Apollo, chiusa da Costanzo e con una cappella sopra dove era sepolto il vescovo Babila. Per l'occasione Giuliano, che chiedeva risposte all'oracolo, fece togliere i resti di Babila facendoli seppellire seppellire ad Antiochia. I cristiani tumultuarono e tentarono di appiccare un incendio, ma il tumulto fu sedato.

Pochi giorni dopo il tempio fu incendiato e Giuliano pensò fossero stati i cristiani a distruggere il santuario, ma non punì nessuno, però fece chiudere la cattedrale di Antiochia, il che scatenò l'odio dei notabili cittadini. Scrisse sugli Antiochesi «di tutti i mali sono io l'autore, perché ho posto benefici e favori in animi ingrati. La colpa è della mia stupidità, non della vostra libertà».

Nel 363 Giuliano iniziò campagna contro i Sasanidi partendo con 65.000 uomini da Antiochia. Nominò governatore della Siria un certo Alessandro di Eliopoli, uomo duro e brutale, perché quella «gente avida e insolente» non meritava di meglio. Respinse con disprezzo una lettera del re persiano Sapore, che offriva un trattato di pace, traversò l’Eufrate e raggiunse Carre, dove offrì sacrifici al Dio Sin. Quella notte a Roma bruciava il tempio di Apollo Palatino, e forse anche i Libri della Sibilla Cumana.

A Carre divise l’esercito: 30.000 uomini, al comando di Procopio e Sebastiano, furono mandati in Armenia, per unirsi al re Arsace, devastare la Media e, costeggiando il Tigri, ricongiungersi poi in Assiria con Giuliano che intanto, con i suoi 35.000 uomini, sarebbe disceso a sud lungo l’Eufrate, dove una grande flotta al comando di Lucilliano portava vettovaglie, armi e macchine d'assedio.

Il 27 marzo, giorno della festa della Madre degli Dei, Giuliano celebrò il rito e i saraceni gli offrirono l'appoggio della loro celebrata cavalleria. Attraversato il deserto siriano, Giuliano giunse a Circesium, ultimo avamposto romano prima del regno sassanide.

Una lettera di Salustio lo pregava invano di sospendere l'impresa: tutti gli auspici erano contrari. Un portico, crollato al passaggio delle truppe, aveva ucciso decine di soldati, un fulmine aveva incenerito un cavaliere, di dieci tori, condotti al sacrificio, nove erano morti prima di raggiungere l'altare di Marte.

1.500 guide precedevano l'avanguardia e si disponevano ai fianchi dell'esercito. Alla destra, Nevitta costeggiava la riva sinistra dell'Eufrate, al centro era la fanteria dei veterani di Gallia comandata da Giuliano, alla sinistra la cavalleria comandata da Arinteo e da Ormisda, il fratello di Sapore passato ai Romani, cui era promesso il regno; Vittore, il germanico Dagalaifo e Secondino di Osroene tenevano la retroguardia.

Raggiunta Zaitha, Giuliano penetrò a Dura Europos, città abbandonata, e ottenne la resa del fortino di Anatha, che fu distrutto. Bruciata Diacira, evacuata dagli abitanti, entrò a Ozagardana e la distrusse. Dopo un giorno di riposo avvistarono l'esercito persiano che fu assalito e costretto alla fuga.

Assediarono poi Pirisabora, che fu data al saccheggio e all'incendio. A ogni soldato furono distribuite 100 silique: di fronte alla scontentezza dell'esercito per una moneta che era due terzi del valore nominale, Giuliano promise le ricchezze del regno persiano.

Superati i campi allagati dai persiani in ritirata, incendiata Birtha, conquistarono Maiozamalcha, facendo strage degli abitanti. Mentre la flotta si immetteva sul Tigri, l'esercito superò il fiume sulla cui riva lo attendevano le truppe di Surena, che furono sconfitte, volte in fuga, e costrette a rifugiarsi nella capitale Ctesifonte. Però Giuliano rinunciò all'assedio per paura di trovarsi Sapore alle spalle. Si avverava così un altro antico oracolo: «nessun principe Romano può oltrepassare Ctesifonte».

Procopio col suo esercito doveva congiungersi con quello di Giuliano, ma Procopio non si vide, per cui Giuliano per raggiungerlo si volse a nord, dopo aver fatto incendiare gran parte della flotta con armi e viveri, perché le navi avevano difficoltà a risalire il fiume, e per utilizzare i suoi 20.000 soldati nei combattimenti a terra. La marcia era tormentata dal caldo, dalla guerriglia, dalla sete e dalla fame, perché i Persiani bruciavano i raccolti nelle terre traversate dai Romani.

Il 16 giugno apparve finalmente all'orizzonte l'esercito di Sapore, che però rifiutò il combattimento aperto con brevi incursioni di cavallerie. Il 21 l'esercito romano si fermò a Maranga e Giuliano nella notte del 25 giugno scorse nel buio il Genius Publicus, quello che gli era apparso a Lutetia, ora però col capo velato a lutto, lo guardò in silenzio, si voltò e lentamente svanì.

CAMPAGNA PERSIANA

LA MORTE

La mattina dopo, malgrado l'opinione contraria degli aruspici, fece levare le tende per riprendere la ritirata verso Samarra. Durante la marcia, scoppiò un combattimento nella retroguardia: Giuliano accorse senza indossare l'armatura, si lanciò nella mischia e un giavellotto lo colpì al fianco.

Cercò di estrarlo ma cadde da cavallo e svenne. Portato nella tenda, si rianimò. Chiese il nome della località: «è Frigia», gli risposero. Giuliano un tempo aveva sognato un uomo biondo che gli aveva predetto la morte in un luogo con quel nome.

Il prefetto Salustio accorse al suo capezzale: lo informò della morte di Anatolio, uno dei suoi amici più cari. Giuliano pianse ma si riprese: «È un'umiliazione per noi tutti piangere un principe la cui anima sarà presto in cielo a confondersi con il fuoco delle stelle».

Quella notte fece il bilancio della sua vita: «Non devo pentirmi né provare rimorso di nessuna azione, sia quando ero un uomo oscuro, che quando ebbi la cura dell'Impero. Gli Dei me lo concessero paternamente e io lo conservai immacolato per la felicità e la salvezza dei sudditi, equanime nella condotta, contrario alla licenza che corrompe le cose e i costumi». Poi parlò con Prisco e Massimo della natura dell'anima. Questi gli ricordarono il suo destino, fissato dall'oracolo di Helios:

« Quando avrai sottomesso al tuo scettro la razza persiana,
inseguendoli fino a Seleucia a colpi di spada,
allora salirai all'Olimpo su un carro di fuoco
attraverso le vertiginose orbite del cosmo.
Liberato dalla dolorosa sofferenza delle tue membra mortali,
raggiungerai la dimora senza tempo della luce eterea,
che abbandonasti per entrare nel corpo di un mortale.
»


La Morte di Claudio Flavio Giuliano di Ammiano Marcellino

Giuliano, che giaceva sotto la tenda, disse a coloro che, avviliti e tristi, lo circondavano:

"Adesso giunge, o compagni, il tempo più adatto per allontanarsi dalla vita, 
che è reclamata dalla natura. Esulto, come colui che sta per restituire un debito in buona fede.
Non sono afflitto e addolorato. Sono guidato dalla opinione generale dei filosofi 
che l'anima sia più felice del corpo. E osservo che, ogni volta 
che una condizione migliore sia separata da una peggiore, 
occorre rallegrarsi piuttosto che dolersi. 
Noto anche che gli dei celesti donarono ad alcuni molto religiosi 
la morte come sommo premio.

Ma so bene che quel compito mi è stato affidato 
non per soccombere nelle ardue difficoltà, né per avvilirmi, né per umiliarmi. 
Ho imparato a conoscere per esperienza che tutti i dolori colpiscono 
chi è senza energia, ma cedono di fronte a coloro che persistono. 
Non ho da pentirmi di quanto ho fatto, né mi tormenta il ricordo di qualche grave delitto. 
Sia nel periodo in cui ero relegato in ombra e in povertà, 
sia dopo aver assunto il principato, ho conservato immacolata la mia anima, 
che discende dagli dei celesti per parentela.

Ho gestito con moderazione gli affari civili e, con motivate ragioni, 
ho fatto e allontanato la guerra. Tuttavia il successo e l'utilità delle decisioni 
non sempre concordano, poiché gli Dei superni rivendicano a sé i risultati delle azioni. 
Reputo che scopo di un giusto impero siano il benessere e la sicurezza dei sudditi. 
Fui sempre propenso, come sapete, alla pace.

Ho allontanato dalle mie azioni ogni arbitrio, corruttore degli atti e dei costumi. 
Me ne vado felice, sapendo che ogniqualvolta la repubblica, come imperioso genitore, 
mi ha esposto a pericoli prestabiliti, sono rimasto fermo, 
 abituato a dominare i turbini degli eventi fortuiti.
Non sarà vergognoso riconoscere che da lungo tempo 
ho appreso da una predizione profetica che sarei morto mediante un ferro.

Perciò venero il sempiterno nume, perché non muoio per clandestine insidie, 
o tra i dolori delle malattie, né subisco la fine dei condannati, 
ma in mezzo a splendide glorie, ho meritato una illustre dipartita dal mondo. 
E' giudicato pusillanime ed ignavo colui che desidera morire 
 quando non è il momento opportuno e colui che tenta di sfuggire alla morte 
 quando è il momento giusto. Il parlare è stato sufficiente, 
ora il vigore delle forze mi sta abbandonando.

Per quanto concerne la nomina del nuovo imperatore, 
ho deciso cautamente di non pronunciarmi. 
Non voglio omettere per imprudenza qualcuno degno. 
Né voglio sottoporre a pericolo di vita qualcuno che ritengo adatto 
ad essere nominato, qualora un altro gli venisse preferito. 
Ma come un bravo figlio della repubblica, 
desidero che si trovi dopo di me un buon imperatore."

...Essi tacquero, ed egli discusse approfonditamente con i filosofi Massimo e Prisco sulla sublimità delle anime. La ferita al fianco, dove era stato trafitto, si allargò. Il gonfiore delle vene gli impedì di respirare. Sentendosi soffocare, Giuliano chiese dell'acqua: appena ebbe finito di bere, perse conoscenza. Aveva 32 anni e aveva regnato meno di venti mesi. Il mondo pagano morì con lui.


L'EPIGRAFE: (CIL III 7088 = ILS 751).
D(omino) N(ostro) CL(audio) IULIANO DOMINO (tot)IUS ORBIS, FILOSOFI(ae) MAGISTER, VENERA(nd)O PRINCIPI, PIISSIMO (imp)ERATOR, VICTORIOS(issi)MO AUGUSTO, PROPAGATO(r)I LIBERTATIS ET REI PUBL(ic)AE, AEL. CL. DULC(i)iIUS V. C. PROCON(s) VIC(e) S(acra) AUD(iens) D. N. M. Q. SU(ae?).

Trovata in Asia presso Pergamo, questa dedica fu posta dal proconsole Elio Claudio Dulcizio nel periodo fra il 360, quando Giuliano fu acclamato imperatore, e il 26 giugno 363, data della sua morte. Particolarmente notevole fra gli epiteti quello di “filosofiae magister”.


IL DOPO MORTE

Sallustio rifiutò la successione e allora fu concessa a Gioviano. Questi stipulò con Sapore una pace vergognosa, con la quale i Romani cedevano ai Persiani cinque province e le piazzaforti di Singara e di Nisibi. Nella ritirata incontrarono finalmente l'armata di Procopio che portò a Tarso la salma di Giuliano seppellendola in un mausoleo a fianco di un piccolo tempio sulla riva di un fiume. Secondo Libanio venne sepolto ad Atene accanto a Platone.

L'anno dopo, Gioviano passò per Tarso e fece incidere un'iscrizione sulla pietra sepolcrale:
« Dalle rive dell'impetuoso Tigri, Giuliano è giunto a riposare qui,
al tempo stesso buon re e guerriero coraggioso
»
Anni dopo, il sarcofago fu trasportato a Costantopoli dove è conservato nel Museo Archeologico della città.

La notizia della morte di Giuliano provocò gioia tra i cristiani. Gregorio l'annunciò trionfante:
«Udite, popoli fu estinto il tiranno il dragone, l'Apostata, il Grande Intelletto, l'Assiro, il comune nemico e abominio dell'universo, la furia che molto gavazzò e minacciò sulla terra, molto contro il Cielo operò con la lingua e con la mano».

Per i faziosi autori cristiani fu un mostro sacrificatore di esseri umani, un apostata perverso: tutte le misure che aveva preso, compreso il suo editto di tolleranza, sarebbero state volte a lottare ipocritamente contro il cristianesimo.

I cristiani, oltre a rovesciare altari e a distruggere templi, cominciarono la demolizione della figura di Giuliano: le orazioni di Gregorio lo accusa di segreti sacrifici umani. Si formò la nota leggenda secondo la quale Giuliano, in punto di morte, avrebbe riconosciuto la vittoria di Cristo con la frase famosa «Hai vinto, Galileo!» e gli furono attribuiti atti crudeli e persecuzioni inesistenti.



GIULIANO, EROE O DEMONE

Giuliano divenne un mito per alcuni un demone per altri. Fu un uomo tollerante, forse più di quanto il suo animo anelasse. Fu un comandante straordinario, vincendo nelle situazioni più improbabili, tanto che i suoi nemici lo temevano credendolo un Dio della guerra. Disprezzava il cristianesimo ma un po' di questo era nel suo credo, per il Dio unico, per la predestinazione, per la gerarchia ecclesiastica che istituì, e per l'eccessivo rigore morale.

Eutropio il cattolico:
«Uomo eminente e che avrebbe amministrato lo stato in modo notevole se il destino glielo avesse permesso; molto versato nelle discipline liberali, sapiente soprattutto in greco, e al punto che la sua erudizione latina non poteva bilanciare la sua scienza del greco, aveva un'eloquenza brillante e pronta, una memoria molto sicura. 

Da certi punti di vista era più simile ad un filosofo che ad un principe; era liberale nei confronti dei suoi amici, ma meno scrupoloso di quello che conveniva ad un così grande principe: in tal modo certi invidiosi attentarono alla sua gloria. 

Molto giusto nei confronti dei provinciali, diminuì le imposte per quello che si poté fare; affabile con tutti, avendo mediocre preoccupazione per il tesoro, avido di gloria, e, tuttavia, di un ardore spesso immoderato, perseguitò troppo vivamente la religione cristiana, senza tuttavia spargere il sangue; ricordava molto Marco Aurelio, che d'altronde si studiava di prendere a modello».

Prudenzio ne disse: «Uno solo di tutti i prìncipi, di quel che ricordo da bambino, non venne meno come valorosissimo condottiero, fondatore di città e di leggi, celeberrimo per retorica e valore militare, buon consigliere per la patria ma non per la religione da osservare, perché adorava trecentomila dèi. Tradì Dio, ma non l'Impero e l'Urbe».

Nel Medioevo si accentuarono le leggende: s’inventò l’esistenza di un san Mercurio che avrebbe ucciso Giuliano ora su ordine di Cristo, ora della Madonna, e venne reso autore di squartamento di bambini e sventramento di donne incinte. Nel XII secolo, a Roma, si mostrava ancora la statua di un fauno che avrebbe persuaso Giuliano a rinnegare la fede cristiana, mentre nel XIV secolo fu composta una rappresentazione edificante nella quale san Mercurio uccide l’imperatore ma, in compenso, il retore Libanio si converte, diviene eremita, si fa accecare e poi viene guarito dalla Vergine Maria.

Voltaire lo definì «sobrio, casto, disinteressato, valoroso e clemente; ma, non essendo cristiano, fu considerato per secoli un mostro; aveva tutte le qualità di Traiano, tutte le virtù di Catone, tutte le qualità che ammiriamo in Giulio Cesare, senza i suoi vizi; ed ebbe anche la continenza di Scipione. Infine, egli fu in ogni cosa pari a Marco Aurelio, il primo degli uomini».

Con lui finì la tolleranza religiosa che il Cristianesimo non ebbe mai, nè ieri nè oggi.
Fu comunque un mito per molti.


BIBLIO

- Roberts, E. Walter, Michael Di Maio, "Julian the Apostate (360-363 A.D.)" - De Imperatoribus Romanis - 2002 -
- Giuseppe Ricciotti - L'Imperatore Giuliano l'Apostata - Milano - Mondadori - 1956 -
- Claudio Mutti - Giuliano e gli eroi - su centrostudilaruna.it.
- Claudio Mutti - Unus Deus. Giuliano e il monoteismo solare, su centrostudilaruna.it -
- Claudio Mutti - La paideia secondo Giuliano, su centrostudilaruna.it -
- Claudio Mutti - Giuliano e la Mater Deorum, su centrostudilaruna.it -
- Laws of Julian - su seanmultimedia.com -
- The works of the Emperor Julian - T. E. Page, M. A Rouse, W. H. D. Rouse (a cura di) - 3 voll - London-New York - 1913-23 -



COSTANTE - CONSTANS


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Nome completo: Flavius Iulius Constans,
Altri titoli: Sarmaticus maximus, Maximus Victor ac Triumphator (340)
Nascita: 320
Morte: oppidum Helena, Pirenei, 18 gennaio 350
Predecessore: Costantino I
Successore: Magnenzio (usurpatore), Costanzo II (legittimo)
Dinastia: costantiniana
Padre: Costantino I
Madre: Fausta
Regno: 337-350 d.c.


LE ORIGINI

Quarto figlio maschio dell'imperatore Costantino I e della sua seconda moglie Fausta, nacque nel 320 d.c. Fu dal padre designato alla successione insieme ai fratelli maggiori, Costantino II e Costanzo II, e a Dalmazio e Annibaliano, figli del fratellastro di Costantino I. Il padre lo nominò inoltre cesare nel 333, e gli assegnò la giurisdizione su Italia, Illirico e Africa. Nel 335 Costante fu inviato da Costantino I in Italia e l'anno successivo si fidanzò con Olimpia, figlia del prefetto del pretorio Ablabio e qui rimase fino alla morte del padre.

Nel 337 però, appresa la morte di Costantino, i suoi figli concordi massacrarono i cugini Dalmazio e Annibaliano e tutto il ramo della famiglia discendente dal matrimonio di Costanzo Cloro con Teodora: furono uccisi i fratellastri di Costantino I, Dalmazio, Nepoziano e Giulio Costanzo, e sopravvissero alla strage solo i figli di quest'ultimo, Costanzo, Gallo e Giuliano, perchè troppo piccoli da essere pericolosi.

Tra gli altri fu messo a morte anche Ablabio, e il fidanzamento tra Costante e Olimpia fu rotto. Così Costante si prese tutto il regno dì Oriente, e in Occidente vi fu la lotta tra Costante e Costantino II, vinte alla fine da Costante nel 340 d.c.



L'IMPERATORE D'OCCIDENTE

- Costante fu insignito del titolo di Augusto dal Senato col dominio con potere su Italia, Africa, Pannonia, Dacia, Macedonia e Acaia.
- Costantino II, il fratello maggiore, ottenne Britannia, Gallia e Spagna.
- Costanzo II ebbe le province d'Asia e d'Oriente, comprese Ponto e Tracia.
Costantino II però si allargò promulgando leggi per le province africane, che appartenevano a Costante. La concordia sembrò ristabilirsi in un congresso a Viminacium, nel 338, quando Costante ottenuta la vittoria contro i Sarmati, ricevette il titolo di Sarmaticus maximus.

Ma i contrasti ripresero e Costantino profittando dell'assenza di Costante che si trovava in Pannonia, scese in Italia nel 340, ma fu sconfitto e ucciso in battaglia presso Aquileia. I suoi territori passarono così a Costante che divenne Imperatore d'Occidente col titolo di Maximus Victor ac Triumphator. (massimo vincitore e trionfatore).

Così dal 338 annettè ai suoi territori anche Mesia e Tracia.
Nel 341 combatté contro i Franchi in Gallia. Nel gennaio 343 si recò nella Britannia romana per rinforzarne le fortificazioni di fronitiera.



LE LOTTE RELIGIOSE

Costante e l'Occidente con lui, erano seguaci delle dottrine del concilio di Nicea, mentre Costanzo II e l'Oriente erano ariani. Il contrasto si acuì quando Atanasio di Alessandria, vescovo di Alessandria d'Egitto, deposto dagli Ariani, si recò nel 342 da Costante a Mediolanum. Atanasio era uomo carismatico e di grande oratoria, fattostà che poco dopo l'imperatore chiese al fratello Costanzo un concilio che deliberasse sulla deposizione di Atanasio.

Costanzo l'accontentò ma il concilio di Serdica, nel 343, condannò nuovamente Atanasio; per evitare le ritorsioni di Costante però il fratello concesse ad Atanasio di tornare ad Alessandria nel 346. Intanto in Africa vi fu lo scisma donatista che combattè ferocemente come quella ariana.

L'arianesimo, movimento capeggiato da Ario, sosteneva che, essendo Dio ingenerato e senza principio, il Figlio, seconda persona della Trinità, in quanto generato non può essere considerato Dio come il Padre e non esiste dall’eternità, ma è stato creato, come tutti gli altri esseri, per volontà del Padre, cosicché fra Padre e Figlio non sussisterebbe un legame di natura ma di adozione.

Il Donatismo sorse in Africa settentrionale nel 311 per iniziativa di 70 vescovi che consideravano invalida la consacrazione del nuovo vescovo di Cartagine Ceciliano perchè, durante la persecuzione di Diocleziano, si era sottomesso alle autorità romane, consegnando i libri sacri invece di resistere fino al martirio. Si sosteneva che i Lapsi, coloro che non erano rimasti fedeli al cristianesimo, non dovessero essere ammessi alla prelatura.

La rivolta portò nel 315 a fare eleggere vescovo di Cartagine Donato, da cui il nome di donatisti. Dopo le persecuzioni di Costante I, si cercò invano nel 411 di ricomporre lo scisma con un'assemblea: nel 414 i donatisti furono privati dei diritti civili e ogni loro attività fu proibita con la minaccia della pena di morte; il movimento incominciò allora a declinare.

In accordo con il fratello proibì i culti e i riti pagani nel 341, perseguitando i colpevoli col sequestro dei beni e la morte. Poi proibì nello stesso modo la pratica della magia. Sempre insieme promulgarono una legge contro la distruzione dei templi pagani, che però vennero rimaneggiati e trasformati in cristiani, quindi per ragioni di economia.



LA MORTE

Costante non fu amato dal popolo nè dall'esercito, per l'omosessualità sfrenata, per la corruzione di corte, e per la crisi economica dell'impero, finchè nel 350 scoppiò una rivolta.
Costante era a caccia presso Autun, quando fu dichiarato decaduto e proclamato augusto Magnenzio, carismatico comandante militare di origini franche e celtiche. Costante fuggì in Spagna, ma fu inseguito e raggiunto da Gaisone, che lo raggiunse in una chiesa ad oppidum Helena, ma poichè c'era la scomunica per l'uccisione di un uomo in chiesa, lo trascinò fuori e lo uccise. Era il 350 d.c. Costante aveva regnato 13 anni.


BIBLIO

- Michael DiMaio - Constans I (337-350 A.D.) - De Imperatoribus Romanis -
- X. Dupré Raventós - Il Mausoleo di Centcelles e l'alveus in porfido nel monastero di Santes Creus -Centcelles - 2002 -
- Giorgio Ravegnani - Imperatori di Bisanzio - Bologna - Il Mulino - 2008 -
- Paola Ombretta Cuneo - La legislazione di Costantino II, Costanzo II e Costante (337-361) - Giuffrè - 1997 -



COSTANZO II - COSTANTIUS II


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Nome completo: Flavius Iulius Constantius
Altri titoli: Germanicus maximus, Sarmaticus maximus, Persicus, Adiabenicus maximus, Sarmaticus maximus II.
Nascita: Sirmio, 7 agosto 317
Morte: Cilicia, 3 novembre 361
Predecessore: Costantino I
Successore: Giuliano
Coniuge: figlia di Giulio Costanzo, Eusebia Faustina
Figli: Flavia Massima Faustina Costanza (da Faustina)
Dinastia: costantiniana
Padre: Costantino I
Madre: Fausta
Regno: 337-361 d.c.


LE ORIGINI

Flavio Giulio Costanzo era il secondogenito di Costantino I e della di lui seconda moglie Fausta, nipote dell'Imperatore Costanzo Cloro, fratello dell'Imperatore Costantino II e dell'Imperatore Costanzo I. Nacque nel 317 d.c. e nel 324, a soli sette anni, fu nominato Cesare dal padre, due anni dopo divenne console con il padre che poi, nel 337, sul letto di morte, lo fece nominare Augusto.

Non era molto alto, non certo come il padre, come pure non ne aveva il fisico atletico e robusto. Giuliano scrisse che lo vide portare dei calzari speciali che sembra servissero a farlo apparire più alto.

Era privo di calore umano, silenzioso, malinconico, amante della pace e pessimo generale, religioso fino al bigottismo, ma pure superbo e arrogante. Scrisse anche opere letterarie, tra cui l'Itinerarium Alexandri, la sua campagna contro i Sasanidi.



LE NOZZE

Nel 336 Costantino I lo aveva fatto sposare alla cugina Galla con favolose nozze all'orientale nella Nuova Roma con feste, cibo e vino per il popolo. Costantino aveva spartito l'Impero dando:

- al primogenito Costantino II le Gallie, la Spagna, la Britannia e la Mauritania;
- a Costante, l'ultimogenito, dette l'Italia, l'Illirio e l'Africa;
- a Costanzo II invece dette l'Oriente con Egitto;
- al nipote Flavio Claudio Annibaliano dette Ponto, Cappadocia e Armenia minore,
- al nipote Giulio Dalmazio dette Grecia, Epiro, Macedonia, Dacia, Mesia e Costantinopoli.

Alla morte di Costantino I i suoi famigliari andarono a Costantinopoli per celebrare i tre mesi di onoranze funebri. Il primo ad arrivare fu Costanzo II, cui il padre aveva affidato nel testamento la cura dei funerali. Finiti i tre mesi di lutto, con l'accusa di aver avvelenato Costantino e di aver falsificato il suo testamento, fece uccidere i due nipoti di Costantino, più ogni parente maschio.

Subito dopo furono spartiti i territori dei due defunti Cesari che andarono a Costantino II e a Costante. Costanza però, la sorella dei tre Augusti, sposa e ora vedova di Flavio Claudio Annibaliano a causa dell'eccidio, convinse Costantino II che fosse lui l'unico degno erede del padre e che avrebbe dovuto deporre Costante. Costantino II infatti invase l'Italia, che apparteneva a Costante, ma cadde in un'imboscata dell'esercito di Costante.

MAGNENZIO

LA MORTE DI COSTANTE

Così Costante divenne Imperatore unico di tutto l'Occidente e governò piuttosto bene i primi anni perdendo poi il rispetto dell'esercito, finchè venne ucciso durante un banchetto da un tale Magnenzio che fu acclamato Imperatore dalle truppe. Ma Vetranione ex fedelissimo di Costantino si fece proclamare Imperatore dell' Illirio.

Ora l'uccisione del fratello Costante giustificava l'intervento di Costanzo II in Occidente, così mentre in Occidente Magnenzio si sbarazzava di Nepoziano, figlio di una sorellastra di Costantino I, che a Roma si era proclamato Imperatore, a Sardica Costanzo fece alleanza con Vetranione. Le truppe lo acclamarono come vero imperatore e Vetranione per aver salva la vita depose il proprio diadema e lo diede nelle mani di Costanzo.

Costanzo II, con poco patriottismo, arrivò ad invitare i barbari affinché traversassero il Reno e rendessero vita difficile al suo avversario razziando le terre galliche. Gli eserciti si scontrarono in Pannonia a Mursa nel 351, lasciando sul campo 54.000 morti. Costanzo vinse ma Magnenzio fuggì e la guerra civile continuò fino al 353.

Magnenzio, che dopo ripetute sconfitte si era ritirato in Gallia, era talmente odiato dalla popolazione a causa delle tasse esose che il popolo assediò la reggia di Lione, per cui si suicidò dopo aver ucciso i suoi familiari.



GLI ECCIDI

Gli eccidi furono tanti e riguardarono tutti i maschi imparentati e i più alti dignitari, scamparono solo i giovani nipoti, Gallo e Giuliano, fidandosi ciecamente solo dei consigli degli eunuchi di corte e del clero, del vescovo Eusebio in particolare.

In particolare furono uccisi i fratellastri di Costantino I, Giulio Costanzo (figlio dell'imperatore Costanzo Cloro), Nepoziano (figlio di Eutropia, sorellastra dell'imperatore romano Costantino I), e Dalmazio (figlio di Costanzo Cloro e di Massimiana Teodora), alcuni loro figli, come Dalmazio Cesare (nipote di Costantino I) e Annibaliano (figlio di Costanzo Cloro, e perciò fratello dell'imperatore Costantino I).

Fece uccidere anche alcuni funzionari, come Optato (console per l'anno 334 oltre che il primo patricius nominato da Costantino) e Ablabio ( prefetto del pretorio d'Oriente), ambedue uomini di fiducia di Costantino.

Le motivazioni della strage per alcuni non sono chiare: secondo lo storico Eutropio Costanzo non fu tra i suoi promotori ma non vi si oppose e condonò gli assassini; secondo lo storico bizantino Zosimo invece fu proprio Costanzo l'organizzatore dell'eccidio, e sembra la tesi più probabile. Costanzo era uomo molto sospettoso e con manie di persecuzione. 

Nel settembre dello stesso anno i tre cesari rimasti (Dalmazio non era scampato all'eccidio) si riunirono a Sirmio in Pannonia (attuale Sremska Mitrovica in Serbia), dove il 9 settembre furono acclamati imperatori dall'esercito e si spartirono l'Impero.

Costanzo ottenne la sovranità sull'Oriente. Sembra che i Sarmati, appreso la morte di Costantino, fecero un'irruzione nella pars imperii di Costanzo, venendo però respinti dalle truppe dell'imperatore, che per l'occasione assunse anche il titolo di Sarmaticus maximus.

La divisione del potere tra i tre fratelli durò poco: 
- Costantino II morì nel 340, mentre cercava di rovesciare Costante, e Costanzo guadagnò i Balcani; - nel 350 Costante fu rovesciato dall'usurpatore Magnenzio, che però morì tre anni dopo, 
- e Costanzo divenne unico imperatore, assumendo il controllo  anche della parte occidentale dell'Impero.



L'IMPERATORE D'ORIENTE

L'impero fu così governato dall'Imperatore Costanzo II e dall'Imperatore Costantino II rispettivamente in Oriente e in Occidente.

Il regno di Costanzo II fu soprattutto impegnato nelle guerre romano-persiane, contro i Sasanidi. Nel 354 Costanzo dovette organizzare le campagne militari contro gli Alemanni, che saccheggiavano i territori romani, affidandole al magister equitum Arbizione, che vinse la battaglia presso il lago di Costanza.

L'imperatore era ariano e moralista: privilegiò, soprattutto finanziariamente, il clero cristiano, promulgando nel 346 una legge che esentava i clerici orientali dal pagamento delle tasse. Dieci anni dopo questi privilegi furono concessi anche agli Occidentali. Costanzo II scrisse anche opere letterarie, tra le quali l'Itinerarium Alexandri, riguardante la sua campagna contro i Sasanidi, volendo forse emulare Giulio Cesare.

Teneva molto al lusso, dando udienza in enormi saloni con grandi drappi purpurei, tappeti preziosi e circondato da cortigiani vestiti di sete e broccati. Lui stesso vestiva all'orientale sul grande trono con lo scettro in una mano ed una sfera d'oro nell'altra. Qualcuno ha obiettato che tutti gli imperatori amavano il lusso, ma non è esatto, perchè a Roma tennero allo sfarzo pochi imperatori e sicuramente i peggiori.

IMPERATORE COSTANTE

LA QUESTIONE RELIGIOSA

Tra il 342 e 343 Costanzo, mai sazio di eccidi,  aveva fatto sterminare tremila persone a Costantinopoli responsabili degli scontri fra ortodossi e ariani. Si combatteva e si uccideva da una parte e dall'altra in nome di quel Cristo per cui tutti gli uomini erano fratelli. Costanzo confermò la chiusura dei templi pagani già voluta da Costante e perseguitò i pagani, pur conservando il titolo di Pontefice Massimo che gli dava autorità assoluta sugli stessi pagani. Il tutto in un'assurda e folle contraddizione.

Ma anche i Cristiani erano divisi fra di loro ammazzandosi su vere ossessioni fatte di particolari insulsi, in realtà il tutto avveniva per le lotte di potere tra i vescovi. Per questo convocò due Concili: uno a Seleucia per i vescovi d'Oriente ed uno a Rimini per quelli d'Occidente.

Dopo quattro giorni il Concilio di Seleucia fu sciolto con un nulla di fatto mentre a Rimini il clero fu trattenuto praticamente prigioniero dal Prefetto del Pretorio Tauro che aveva l'ordine di ottenere anche con la forza un'opinione unica da tutti i presenti.

 Alla fine tutti i rappresentanti del clero si presentarono a Costantinopoli per dichiarare la somiglianza fra il Figlio di Dio ed il Padre, senza ammetterne la consustanzialità: l'Arianesimo. Mai una religione provocò tante lotte e assassini per questioni interne alla religione, solo per stabilire particolari della fede che non interessavano a nessuno se non per il primato del proprio potere.

COSTANZO GALLO

UN POSSIBILE EREDE

Su consiglio della sorella Costantina Costanzo II nominò Cesare lo scampato cugino Flavio Gallo, facendolo insediare ad Antiochia col compito di amministrare le cinque diocesi d'Oriente. Gallo dovette sposare Costantina nonostante fosse sua parente e molto più vecchia di lui, la quale veniva così ricompensata per il suo aiuto nella questione con Vetranione.

Costantina era di un egoismo mostruoso e Costanzo un efferato assassino, ciononostante Gallo si dimostrò talmente sanguinario che Costanzo lo fece condannare a morte. Costantina era invece già morta. Ma nonostante si fosse scandalizzato di Gallo, Costanzo continuò negli eccidi, anche contro Silvano, abile e fedele generale che lo aveva aiutato nella guerra con Magnenzio e che era a capo delle truppe del Nord Europa.

Costanzo scoprì troppo tardi che era stato ordito un complotto per farlo passare per ribelle. Giuliano, l'ultimo suo parente maschio in vita, scampò per miracolo, soprattutto per intercessione dell'imperatrice Eusebia ed ebbe la carità di venire solamente esiliato in Grecia.

Naturalmente Giuliano era stato obbligato a sposare Elena, sorella di Costanzo e sua prima cugina; come oramai da tradizione i Costantinidi si sposavano fra loro alla maniera orientale. Ma Costanzo non si fidava del cugino e lo inviava ogni volta allo sbaraglio oltralpe con una piccola scorta di soldati rigorosamente cristiani, con gran fastidio di Giuliano che era pagano, ma che giudiziosamente non lo rivelò a nessuno fintanto che non divenne imperatore.

Costanzo fu convinto da Eusebia a dare carta bianca a Giuliano sul piano militare e questi si rivelò un comandante eccezionale ed instancabile. Cacciò i barbari inseguendoli oltre il limes, liberando tutti i prigionieri romani. I suoi nemici erano terrorizzati. Costanzo naturalmente faceva passare i successi di Giuliano come propri; Giuliano a conoscenza di questa situazione annotò: 'Io combattevo e lui vinceva'.

CONVITO DI GIULIANO

LA RIVOLTA DI GIULIANO

Intanto i persiani guidati da re Sapore II erano ritornati all'attacco ed avevano conquistato molte città in Mesopotamia. La perdita di Amida rappresentava per Costanzo un grave smacco poiché egli stesso aveva dato quel nome alla città ai tempi in cui era ancora Cesare, dopo averla fatta ingrandire, averne rinforzato le mura e munita di macchine belliche e di un forte contingente militare.

Costanzo andò allora a Costantinopoli e radunò le forze migliori per combattere i Persiani. Ma si prese anche quelle di Giuliano, anche perchè era morta l'Imperatrice Eusebia e l'Imperatore aveva trovato Faustina, che poco tempo dopo sposò.

Così Giuliano non aveva più la sua protettrice e viceversa Costanzo aveva nuove speranze di poter avere un erede. In questa situazione quello che successe fu che le truppe non accettarono di trasferirsi in Oriente e che anzi acclamarono Giuliano loro Imperatore. Il Prefetto Fiorenzo e il Questore Lupicino fedelissimi di Costanzo fuggirono dalla Gallia per andare ad informare il loro signore della ribellione.

Costanzo con un esercito ridotto e poco combattivo si diresse in Mesopotamia dove trovò le rovine della sua amata Amida che lo depressero ulteriormente. Inviò una lettera a Giuliano attraverso il questore Leonas per convincerlo a non andare oltre il suo mandato di Cesare, ma per tutta risposta Giuliano fu riacclamato Imperatore dalle truppe in presenza del latore della lettera. Costanzo mollò i Persiani e si fermò ad Antiochia per preparare l'attacco al cugino.

Giuliano capì che era ora di muoversi dato che aveva intercettato delle lettere di Costanzo per il re degli Alamanni Valdemario nelle quali veniva incitato ad attaccare i territori della Gallia. Si trattava dello stesso copione già visto per la guerra contro Magnenzio. Giuliano giocò d'anticipo e con attacchi preventivi annichilì i Franchi e gli Alamanni rendendoli supplici della pace, e facendo anche prigioniero Valdemario.

Costanzo inoltre aveva ammassato vettovaglie per le sue truppe in depositi lungo le strade che portavano alle Gallie perché progettava di portare a combattere nei territori occidentali i propri eserciti. Ma questi depositi vennero scoperti da Giuliano che guidò il suo esercitò verso Oriente diviso in più tronconi per farlo sembrare più numeroso e per essere più veloce negli spostamenti.

Comunque non tutte le legioni occidentali passarono dalla parte di Giuliano, anzi due legioni si asserragliarono ad Aquileia e furono lì assediate. Giuliano intanto riuscì ad inimicarsi il Senato di Roma con una lettera provocatoria.

Costanzo mantenne inoltre il controllo dell'Africa che sfamava gran parte dell'Occidente, e sua moglie Faustina gli disse che aspettava un figlio. Ma accadde che re Sapore, avendo avuto un vaticino negativo sull'attacco, si era ritirato. Ora Costanzo poteva occuparsi di Giuliano. Così arringò l'esercito e si pose in marcia.



LA MORTE

Ma ormai Costanzo era malato, spaventato, con la notte popolata di incubi. Giunto a Mobsucrene vicino al monte Tauro si fermò e morì da lì a pochi giorni, a quarantaquattro anni, nel 361.

Questo evitò la guerra civile, poiché Giuliano fu eletto suo successore, per espresso testamento di Costanzo, nessuno può dire fosse vero o meno, ma di certo non sembra credibile. Costanzo non fu compianto da nessuno. Il popolo non lo amò, non aveva amici e passò un'esistenza di crudeltà e di sospetti nel terrore di essere ucciso o di essere privato del potere. Morì solo come solo era vissuto.


BIBLIO

- Michael Di Maio, Robert Frakes - Constantius II (337-361 A.D.) - De Imperatoribus Romanis - 1998 -
- Sonia Laconi - Costanzo II. Ritratto di un imperatore eretico - Roma - Herder - 2004 -
- Pierre Maraval - I figli di Costantino - traduzione italiana di Alice Borgna - Palermo - 2015 -
- Chris Scarre - Chronicle of the roman emperors - New York - 1999 -
- M. Grant - Gli imperatori romani, storia e segreti - Roma - 1984 -



 

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