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PETRA (Giordania)


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Petra ( roccia in greco) è un sito archeologico della Giordania che sorge a 800 a 1396 metri s.l.m., posto a circa 250 km a sud della capitale Amman, in un bacino tra le montagne ad Est del Wadi Araba, la grande valle che va dal Mar Morto al Golfo di Aqaba del mar Rosso.

Nell'antichità fu prima una città edomita, abitata cioè dai nomadi razziatori discendenti ebrei di Esaù, e poi divenne capitale dei Nabatei. Diodoro Siculo li descrive potenti guerrieri, in grado di dominare i nomadi dell'Arabia, senza agricoltura, senza fisse dimore e senza uso del vino, ma allevatori e soprattutto commercianti di incensi provenienti dall'Arabia Felix, (Yemen), e di bitume del Mar Morto con l'Egitto.

Le loro contrade, aride, erano la miglior difesa per la loro amata libertà, grazie alle ampie cisterne che raccoglievano l'acqua piovana, scavate nella roccia o nell'argilla, nascoste agli invasori.Verso l'VIII sec. fu abbandonata in seguito alla decadenza dei commerci e a catastrofi naturali e, benché le antiche cavità abbiano ospitato famiglie beduine fino ad anni recenti, fu in un certo senso dimenticata fino all'epoca moderna.



LE RISORSE ACQUIFERE

Il territorio non aveva grandi risorse naturali di acqua, ma possedeva un ingegnoso sistema per catturarle, che permisero alla città un sorprendente sviluppo. In questa regione semidesertica i Nabatei crearono un sistema di regole per la cattura e per ripartizione del consumo d'acqua affinchè divenisse un bene pubblico e non per pochi privilegiati.

Inoltre, essendo Petra posta nel fondo di una valle rocciosa, e con rocce piuttosto impermeabili, si potevano recuperare acque pluviali da un bacino di ben 92 km². Sono infatti ancora visibili gli impianti per la raccolta e la distribuzione dell'acqua superando i forti dislivelli del terreno, con sbarramenti e cisterne a cielo aperto.

(INGRANDIBILE)
Ma esisteva anche un'estesa rete di cisterne sotterranee. A nordest e a sudest di Petra, le acque del Sîq scorrevano in gallerie scavate nella roccia e intonacate con gesso impermeabile, o in una rete idrica in leggera pendenza, fatta di tubi di terracotta o di ceramica. Questa rete alimentava l'acquedotto, le 200 cisterne (molte delle quali situate sul monte Umm al-Beira, che vuol dire "Madre delle cisterne"), bacini di raccolta ed un ninfeo, che terminava in una fontana pubblica.

Un'altra rete, di maggiore portata, raccoglieva l'acqua di sorgenti più lontane e riforniva quartieri più in alto. L'insieme di queste reti idriche portava a Petra circa 40 milioni di litri d'acqua al giorno. Crearono così una vera e propria oasi artificiale, delle cui installazione oggi rimangono i resti archeologici.

Per l'avanzata tecnologia, il sistema di distribuzione dell'acqua a Petra è stato paragonato a quello di Roma nello stesso periodo, ed era certamente sufficiente a coprire i bisogni della città. Infatti i Romani tagliarono l'acquedotto per assetare gli abitanti durante l'assedio della città.

Qualcuno si chiede come mai Petra, oggi sito di inaudita bellezza e importanza e da tanti visitato, non abbia mai ripristinato le vecchie installazioni idriche, ricostituendo così l'oasi e creando un cento turistico che darebbe lavoro a molti.

Rispondiamo che i romani trasformarono la zona predesertica dell'Africa romana in un'oasi che produceva datteri, olio e grano in tale abbondanza da esportarlo anche in Italia, creando numerose cisterne e canali. Come cadde il limes romano le terre continuarono a produrre difendendosi anche dai predoni. Ma con l'avvento islamico tutto venne abbattuto e mai ricostituito, lì come altrove, perchè un popolo povero e ignorante è molto più facile da governare e da plagiare.

TEATRO ROMANO

GLI STANZIAMENTI PIU' ANTICHI

- Ritrovamenti nei Wadi e sulle colline nei dintorni di Petra, hanno rivelato insediamenti umani tra il X e l'VIII millennio. I resti del più famoso ritrovamento, si possono vedere nel sito di Beidha, ad alcuni Km da Petra; il sito fu abitato per circa un millennio e poi abbandonato e, nell'area non si stabilirono altre civiltà; questo spiega perché il sito, pur difficile da decifrare, sia rimasto intatto.

- Secondo Léon de Laborde le prime tracce di insediamenti stabili edomiti a Petra sono collocabili tra la fine dell'VIII e l'inizio del VII secolo a.c. Costruttori in pietra, Gli Edomiti edificavano in pietra ed erano abili nell'arte fittile, e giunsero a conquistare tutta la regione.

- I Nabatei, popolazione nomade araba, proveniente dalla penisola araba occidentale, cominciarono a insediarsi a Petra dal VI sec. a.c., quando gli Edomiti, sotto la pressione dei Nabatei, l'abbandonarono per installarsi nella regione di Hebron. I Nabatei vi si stanziarono stabilmente, e, con le ricchezze dei lauti commerci, costruirono la città di Petra e l'adornarono.

- Nel 647 a.c Petra venne conquistata dagli Assiri di Assurbanipal che sconfisse i nomadi arabi da cui derivano i Nabatei.

- Nel 612 a.c. Petra diventò tributaria del regno dei Caldei di Babilonia, col re Nabucodonosor.

- Nel 538 a.c. passò sotto il controllo di Ciro il Grande, imperatore di Persia.

- Durante il IV sec. a.c. la città occupava 10 km², producendo ceramiche di alta qualità.

- Nel 312 a.c. il generale macedone Antigono Monoftalmo mise a sacco la città anche se non riuscì a conquistarla.

- Tra la fine del IV e l'inizio del II sec. a.c. i Nabatei restarono indipendenti, malgrado i Tolomei dominassero su tutta la regione.

- Verso la fine del III secolo a.c. i Nabatei sostennero Antioco III, che respinse i Tolomei verso sud.

- Tra la prima metà del II sec. a.c. e la conquista romana, del 106 d.c., i Nabatei si costituirono in regno.

- Obodas I (96 - 85 a.c.), re dei Nabatei, venne divinizzato alla sua morte, creando un culto e costruendo il Deir in suo onore.

- Col declino dei Seleucidi ad opera di Roma, i Nabatei si estesero a nord fino a Carchemish sull'Eufrate e Palmira, ed a sud fino a Al-Hijr. Il figlio di Obodas I, Areta III, estese il potere dei Nabatei fino a Damasco. E quando arrivarono i Romani, guidati da Pompeo, riuscì a corromperli con un favoloso tributo in argento (62 a.c.), mantenendo l'indipendenza formale del regno, pur subendo l'influsso culturale, i costumi e la religione dei nuovi dominatori della regione, come si vede dagli edifici, dalle statue e dalle monete di stile greco-romano.

- Sotto il regno di Malichus I, nel 41 a.c., il regno nabateo appoggiò i Parti contro Roma. - Ma dopo la sconfitta e la morte di Quinto Labieno (39 a.c.) Malichus I divenne tributario di Roma e di Erode, che, per il tardato pagamento del tributo, prima invasero il regno nabateo e, nel 31 a.c., ne occuparono buona parte.

- Durante il regno di Obodas III (30 - 9 a.c.), successore di Malichus I, il regno nabateo divenne vassallo del re di Giudea, Erode il Grande, mentre, conquistato l'Egitto, i Romani tentarono di scoprire la fonte delle spezie e dei profumi che i Nabatei commerciavano, ma le spedizioni romane verso l'Arabia Felix furono messe in scacco dal re di Petra, tra cui quella del prefetto d'Egitto Gaio Elio Gallo del 24 a.c. Ritornata la pace, venne il periodo della costruzione delle tombe e dei templi di Petra.

- Col successore di Obodas III, Areta IV, che regnò dal 9 a.c. al 40 d.c. la città raggiunse 30.000 abitanti, con scribi e ingegneri idraulici (per dighe, cisterne, canali e tubazioni per raccogliere e e conservare l'acqua). La città si era sviluppata soprattutto grazie al commercio sulla via dell'incenso, in un tracciato carovaniero storico che partiva dallo Yemen, lungo la costa occidentale della Penisola araba, e a Petra si biforcava in una via nord-occidentale che portava a Gaza, e in una nord-orientale verso Damasco. La disponibilità d'acqua e la sicurezza fecero di Petra la sosta all'incrocio di varie vie carovaniere che collegavano l'Egitto alla Siria e l'Arabia del sud al Mediterraneo, lungo le quali si svolgeva il commercio di spezie e seta provenienti dall'India, perle del Mar Rosso e incenso dal sud dell'Arabia.

- Col successore di Aretas IV, Malichus II (40 -70), l'importanza di Petra cominciò a diminuire in quanto i Romani erano riusciti a spostare il commercio delle spezie e dei profumi verso l'Egitto. - Con l'ultimo re, Rabbel II (70-106), Petra perse il suo potere commerciale a scapito di Palmira, che deteneva tutti i commerci della via della seta, del golfo persico e dei traffici marittimi del mar Rosso che si collegavano con l'Egitto ed il mar Mediterraneo, senza transitare da Petra.

CAPITELLO NABATEO


IL PERIODO ROMANO 

Attorno a Petra era sorta una decapoli che Roma conquistò, alla morte di Rabbel II nel 106 annettendola all'impero per ordine di Traiano che porrà la capitale a Bosra, rinominata Nova Traiana Bostra, capitale della nuova provincia dell'Arabia Petraea, mentre Petra riceverà il titolo onorifico di metropoli.

Il fatto che i Romani prendessero possesso delle vie commerciali diede un colpo fatale a Petra e ai Nabatei, in quanto le vie commerciali non passavano più per la città. Dopo l'occupazione romana ci furono ancora carovane che sostavano a Petra, ma divennero sempre più rare, malgrado la costruzione di una strada di 400 km che collegava Bosra, Petra e il Golfo di Aqaba.

L'imperatore Adriano visitò Petra nel 131, e la città fu rinominata, in suo onore, Petra Hadriana. Tuttavia lo sviluppo urbanistico della città rivela che la Pax Romana tutto sommato le portò un periodo prospero.

Con la riorganizzazione dell'impero voluta da Diocleziano Petra divenne capitale di una delle tre parti in cui era divisa la Provincia di Palestina, che fu detta Palaestina salutaris e in seguito detta Palaestina taertia.



LA RELIGIONE NABATEA

I Nabatei adoravano le divinità presenti in Arabia prima dell'Islam, e anche alcuni dei loro re, deificati. All'epoca la principale divinità maschile era Dushara, subentrato alla triade femminile più arcaica composta da Al-'Uzza ("la Potentissima"), Allat et Manat. Molte statue scolpite nella roccia riproducono queste divinità, che tuttavia avevano mantenuto un ruolo seppure minore.


AL - UZZA  

DEA ALLATU
Le divinità di al-ʿUzzā e di Allāt erano a Mecca chiamate al-Gharānīq, che letteralmente significava "gru, cicogne", considerate simbolo di assoluta bellezza. Al-ʿUzzā, era venerata sotto forma di sorgente e di tre alberi di acacia nella valle di Ḥurāḍ, nell'oasi di Nakhla al-Shāmiyya (Il Palmeto siriano), distinto da Nakhla al-Yamaniyya (Il Palmeto yemenita), in cui, durante uno dei tanti fatti d'arme s'erano rifugiati alcuni coreisciti che temevano per la propria vita e che, sfruttando la sacralità del posto, sfuggirono a una fine pressoché certa.


MANAT

Manat era invece identificata con Nemesi e poteva rappresentare il Destino, cui tutto soggiace. Il luogo di culto della dea - raffigurata sotto forma di un masso di pietra bianca - era nella località di Quḍayḍ, presso Mushallal, a 15 Km da Yathrib (Medina), nella fascia costiera che corre lungo il Mar Rosso.

Il suo santuario fu fatto distruggere dal profeta Maometto dopo la conquista della Mecca nel gennaio 630 d.c. Si narra che quando fu alla distanza di quattro o cinque giornate di viaggio da Medina, Maometto avesse mandato suo cugino e genero Alī a distruggere l'idolo.

Egli provvide secondo gli ordini, razziò il tesoro conservato nel santuario e lo portò al Profeta.


ALLAT

Allat infine era la Dea degli inferi e della guerra. Con il nome Allatu presso i Babilonesi, Allatum tra gli Accadi ed Elat per i fenici e i cartaginesi. Erodoto (V secolo a.c.) considera Allāt l'equivalente di Afrodite.

Nel periodo ellenico e romano la divinità femminile più venerata è Allāt (al-Lāt significa "la dea") che viene identifica come Atena e accomunata con la Dea siriana Atargatis.

Nella città-stato di Palmira, in Siria, riscontriamo assomiglianza con la Dea Venere Urania e la Dea Artemide e si ricorda come il tempio della Dea a Palmira, venisse distrutto dai cristiani tra gli anni 378 e 386.

I Nabatei inneggiavano alla Dea dicendo: "Al mare, al sale e ad Allat, che è la più grande di tutto." Elemento tipico del culto della Dea sembra fosse il ricorso consistente all'incenso e che come animale sacro alla Dea fosse il leone, raffigurato in effetti nel tempio di Palmira. Un particolare importante di quest'ultima raffigurazione è il grande rilievo del leone, che tiene e protegge, tra le sue zampe un'antilope. Su questo rilievo è stata rinvenuta la seguente iscrizione: "Allat benedice chi non versa sangue nel tempio". La Dea non ama sacrifici cruenti.

SIQ INTERNO

IL CRISTIANESIMO 

Il Cristianesimo giunse a Petra verso il IV secolo, dopo che Costantino I ebbe fatto di Costantinopoli la sua nuova capitale, e cominciato a diffondere la nuova religione. Gli abitanti della città rimasero fedeli ai propri Dei per molto tempo, ma ciononostante nel 350 la città divenne sede vescovile. Un forte terremoto colpì Petra nel 363, danneggiando i monumenti - tra cui il teatro - e gli acquedotti. La città, già impoverita, non si sollevò più, e andò lentamente svuotandosi. Nel V sec. a Petra sorsero chiese: risalgono a questo periodo l'utilizzo come chiesa del Deir, che venne quindi risparmiato dalla devastazione cristiana.

Un secondo terremoto, nel 551, danneggiò definitivamente la città. I nomadi iniziarono a considerare la città infestata dai demoni, tanto che l'arco di pietra sito all'entrata della gola rocciosa, crollato nel 1896 veniva chiamato "Il ponte del diavolo". In tutti luoghi cristiani dove c'è un ponte questo diventa opera del diavolo, sono decine e decine i ponti chiamati "ponte del diavolo", anche perchè con la decadenza il nuovo potere non sapeva quasi più edificare e le vecchie opere divennero malefiche.



LA SCOPERTA

Petra venne scoperta dall'occidente per merito dell'esploratore svizzero Johann Ludwig Burckhardt nel 1812. Le prime vere missioni archeologiche cominciarono dal 1828, e dopo il 1830 Petra divenne un luogo di visita, tappa di pellegrinaggi religiosi, e fonte di guadagni per i capi delle tribù dei dintorni.

Tra i tanti poeti ed artisti che si recarono a Petra vi fu, nel 1839, anche il celebre pittore britannico, David Roberts. La prima missione archeologica inglese arrivò nel 1929, e tuttora sono in corso importanti scavi.

Le numerose facciate intagliate nella roccia, riferibili soprattutto a sepolcri, ne fanno un sito molto importante e particolare, che è stato dichiarato Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO nel 1985.

Anche la zona circostante è dal 1993 parco nazionale archeologico. Ancora nel 1992 (i mosaici della chiesa di Petra) e nel 2003 (il complesso funerario nascosto sotto il tesoro) sono state fatte importanti scoperte.

Nel 1998, venne scoperto un gruppo di statue, nel corso di scavi realizzati per abbassare il livello della strada di circa due metri.

Anche se la parte superiore è fortemente erosa, è ancora possibile riconoscere le figure di due commercianti, ognuno dei quali tiene per le redini due cammelli.

Le figure sono quasi il doppio delle dimensioni naturali. Nel 2007, inoltre, Petra è stata dichiarata una delle sette meraviglie del mondo moderno.

La rappresentazione di carovane lungo il Siq sembra abbia solo una funzione di ringraziamento e di rappresentanza perché il Siq di ingresso a Petra non era percorsa dalle carovane che invece accedevano alla città da altri ingressi.

Il Siq costituiva dunque l’accesso religioso al centro, quello riservato per le funzioni e non per il commercio. Esso veniva percorso tranquillamente in quanto le acque tumultuose venivano regolate dalla grande diga e dai suoi numerosi canali sotterranei e non. Oggi purtroppo la zona è inondata con grave rischio anche dei turisti.

IL SIQ CON LE IMMAGINI VOTIVE

IL SIQ

L'accesso al sito è a nord-ovest, per uno stretto sentiero di montagna, e da est attraverso un canyon lungo circa 1,5 km e profondo fino a 200 m, il Sîq, che costituiva la principale strada di accesso. Il Siq è una buia e stretta gola (in alcuni punti non vi sono più di 2 metri fra una parete e l'altra) che si snoda per circa 1.600 metri per giungere in uno slargo dove troneggia il monumento più noto di Petra, El Khasneh.

Il Siq è una faglia geologica naturale prodotta da forze tettoniche e levigata dall'erosione dell'acqua, ma sembra non venne utilizzato come ingresso carovaniero alla città di Petra. Le muraglie che racchiudono il Siq sono alte fra 91 e 182 metri.

Al suo ingresso vi è quel che resta di una enorme diga, ricostruita nel 1963 e poi ancora nel 1991, progettata per sbarrare la foce del Siq e reindirizzare le acque del Wadi Musa ("Valle di Mosè" in arabo). Diga oggi praticamente in disuso, tanto che il sito soffre spesso di piene devastanti. La leggenda narra che Mosè attraversò la valle e colpì l'acqua dalla roccia per i suoi seguaci sul sito di Ain Musa ("La sorgente d'acqua di Mosè" o "Pozzo di Mosè"). 

La gola (Siq) è adorna di alcune edicole religiose e betili dedicati alle divinità locali. Dushara in particolare, la principale tra le divinità nabatee, è rappresentato in un betile. Più avanti, sempre sulla sinistra, un bassorilievo riproduce due carovane che si incrociano, una diretta verso la città, l’altra che se ne allontana.

Lungo entrambe le pareti della gola sono scavate una serie di nicchie votive che indicano il Siq come sacro ai Nabatei, e lungo la gola è stato riportato alla luce il tracciato della Strada Romana, oltre alle canalizzazioni (una scavata nella roccia, l’altra di terracotta) che servivano per approvvigionare d’acqua la città.



LA DIGA

La diga di oggi dovrebbe essere una ricostruzione di quella realizzata dai Nabatei per controllare il Wadi Musa, ma in realtà è in disuso per mancanza di manutenzione. L'ingresso contiene anche i resti di un arco monumentale, del quale solo i due pilastri e alcune pietre dell'arco stesso sono sopravvissute. L'arco è crollato nel 1896 a seguito di un terremoto e nessuno, come per la diga, ha creduto bene di rimetterlo in sesto.

I nabatei, a partire dal II secolo a.c., avevano creato un sistema di dighe e canali per proteggere l'insediamento e conservare l'acqua, ma oggi l'incuria e gli insediamenti urbani selvaggi hanno stravolto questa protezione. Oggi non vi sono dighe a controllo dell'acqua perchè a Petra e le inondazioni sono la minaccia principale alla conservazione dei monumenti. 

Da anni una missione di geologi e tecnici italiani lavora con finanziamenti dell'Unesco proprio per mettere in sicurezza il Siq, il lungo e stretto canyon che porta al cuore di Petra: è anche merito loro se l'alluvione non ha provocato vittime.

Giusto quest'anno la pioggia, invadendo gli alvei trasformati in strade si è diretta verso Petra, dove 3700 turisti stavano ammirando la città scavata nella roccia, e solo la prontezza di guide e venditori di souvenir ha impedito la strage. Urlando, hanno spinto i visitatori fuori dal Siq, la lunga gola e li hanno fatti arrampicare sui percorsi che dominano la tomba del Tesoro. Una corsa contro il tempo, prima che l'acqua travolgesse tutto.

Lungo il Siq vi è un certo numero di locali sotterranei la cui funzione non è chiara. Non sono tombe e non sono abitazioni, forse sono i rifugi delle guardie che difendevano l'ingresso principale di Petra.



LE TOMBE

Le tombe di Petra sono scavate nei canaloni e sui fronti rocciosi delle montagne, mentre l'area urbana, per mancanza di vegetazione, è diventato un ammasso di pietrame e pezzi di roccia per il crollo degli edifici.

Le costruzioni funerarie sono scavate nell'arenaria policroma del paleozoico, roccia prodotta dalla sedimentazione e dall'accumulo di granelli di sabbia, quindi una roccia resistente ma facile da scavare, con variazioni del colore, che vanno dal giallo ocra al rosso fuoco al bianco.

Nei dintorni di Petra si trovano anche rocce contenenti silice, che i Nabatei sfruttavano per produrre un cemento impermeabile. L'ingresso della città è un antico letto fluviale, una profonda gola tagliata nelle alte pareti di arenaria che venne trasformata in trincea viaria deviando altrove il corso del torrente.



I TERREMOTI

L'area di Petra è molto vicina al sistema Mar Morto-Valle del Giordano, caratterizzato da un'intensa attività tettonica, come dimostrarono i terremoti del 19 maggio 363, del 419, del 551 e del 747, che danneggiarono la città e i suoi monumenti.

EL KHASNEH

.:: I MONUMENTI ::.

Nel sito archeologico di Petra ci sono più di 800 monumenti classificati di cui 500 sono tombe. La città si estende su una vasta area di montagne e wadi (letto di un torrente che diventa un canyon), ma ha un unico punto di accesso, al centro visitatori di Wadi Musa, come viene chiamato oggi il centro abitato di Petra.

EL KHASNEH (AL-KHAZNEH)

EL KHASNEH AL FAROUN

El Khasneh ("Il Tesoro",o Khasneh al Faroun, "il Tesoro del Faraone") è il monumento più importante, più suggestivo e meglio conservato (ma si potrebbe fare di meglio) di Petra. La sua scoperta si deve all'intuizione di un archeologo giordano, che, vedendo la strada, la quale conduce alla costruzione, inabissarsi nella sabbia, formulò l'ipotesi che la via di comunicazione con la struttura con il tempo fosse stata ricoperta dalla sabbia, ipotizzando quindi che il livello base del monumento attualmente fosse coperto dalla sabbia.

Fu grazie a questa intuizione che furono scoperte quattro camere di sepoltura con 11 scheletri all'interno (probabilmente della famiglia del re), il che ne rese evidente la funzione di Monumento funerario.Esso è stato scavato nella parete rocciosa di fronte allo sbocco della stretta gola di Siq, e dotato di una facciata monumentale.

La data della costruzione spazia dal 100 a.c. al 200 d.c.. Probabilmente si tratta della tomba del re nabateo Areta III (87-62 a.c.), detto "Filelleno", forse sotto Areta IV o sotto i suoi successori.
L'architettura del monumento è ellenistica e romana.

EL KHASNEH
Il nome deriva dalla leggenda che vuole vi fosse un tesoro fosse nascosto, infatti l'urna intagliata alla sommità del secondo ordine, fu per questo oggetto di spari, nel tentativo di romperla.

La facciata, larga circa 28 m e alta 39,6 m, è suddivisa in due ordini: quello inferiore riprende la facciata di un tempio, con quattro colonne, la relativa trabeazione e il basso frontone con al centro il timpano con testa di Gorgone, circondata dalla vegetazione, ai lati degli acroteri.

A questa si aggiungono due colonne laterali addossate alla parete di roccia, sulle quali prosegue la trabeazione dopo aver formato una rientranza.

Nei comparti laterali sono rappresentati dei cavalli con figure umane, identificate con i Dioscuri.

Nel 2003 vennero scoperte, alla base del lato destro dell'edificio, altre tombe, probabilmente appartenenti alla famiglia di Areta.

Al di sopra di questo sorge il secondo ordine, poggiato su un podio che consente lo sviluppo del frontone sottostante, le cui colonne formano due avancorpi laterali e al centro si spostano sul fondo, formando una specie di finto porticato intorno ad uno spazio centrale.

Qui sorge una una thòlos, o tempietto circolare, coperta da un tetto a cono e sormontata da un'urna sorretta da un capitello.

I RESTI DEI DIOSCURI
Gli avancorpi laterali sono sormontati da mezzi frontoni spezzati, che contribuiscono ad inquadrare la tholos centrale, mentre sugli avancorpi laterali vi sono delle statue su piedistalli, tra cui due vittorie alate ed altre quattro figure di cui non si conosce il significato.

Sulla tholos vi è la statua della Dea Iside al centro. In cima alla facciata sono raffigurate due aquile, erose dalle intemperie.

I capitelli sono grosso modo di ordine corinzio, ma con una ricca decorazione vegetale, molto simili ai locali "capitelli nabatei".

All' interno del primo piano, scavato nella roccia, c'è un profondo porticato, che dà accesso a due ambienti laterali con portali riccamente decorati e ad un'ampia camera centrale con una stanzetta più piccola aperta sul fondo, alle quali si accede mediante alcuni gradini.

I fori ricavati nella parete di roccia interna indicano che in origine questi ambienti erano decorati con un rivestimento in stucco.

Ai lati della porta dell'ambiente centrale sono ricavati sulla facciata della camera due ampi bacini per abluzioni, quindi probabilmente un tempio, dedicato ad una divinità o ad un sovrano defunto divinizzato, e non una tomba.

Lo scavo della facciata monumentale, molto approfondita rispetto alla superficie esterna, ha permesso la sua ottima conservazione, nonostante la perdita dei rilievi che un tempo l'adornavano. Una delle colonne del portico, mancante, è stata ricostruita nel 1960 dal dipartimento delle antichità giordano.

Ai lati della facciata sono presenti file di gradini scavati nella roccia, che dovevano permettere di raggiungerne la sommità. Quando la città era in pieno sviluppo, l'acqua serviva essenzialmente al consumo degli abitanti e degli animali, e successivamente anche per usi agricoli. Vi si coltivavano orzo, grano, alberi da frutta e viti. Sono stati ritrovati dei torchi, probabilmente della dominazione romana, quando il vino aveva largo uso.

Oggi sono visibili, attorno al sito, impianti agricoli su terrazzamenti nel settore di Zurrabeh, creati per difendere i terreni dall'erosione del suolo e per avere rendimenti più elevati. Dopo l'abbandono della città, la mancanza di manutenzione ha portato alla distruzione di quasi tutte le dighe.  Ne rimangono visibili solo alcuni resti e il nome dato ad un particolare tipo di opera per la distribuzione dell'acqua, detta "giardini romani". Attorno a Petra si aggirano anche mandrie di capre nere, specie addomesticata fin dal neolitico.

AL DEIR
AL DEIR

Al Deir (in arabo «il monastero ») è l'edificio più noto di Petra dopo il Khazneh, a cui somiglia molto, anche se la sua facciata ha meno ornamenti. Edificato dai nabatei nel III secolo a.c. come tomba, forse per re Obodas I, re divinizzato, che regnò dal 96 all'86 a.c..

Il Monastero deve il nome alla presenza di croci scolpite sulle pareti dei suoi ambienti interni, evidentemente utilizzato come chiesa in epoca bizantina. Il cortile davanti al Monastero era un tempo circondato da colonne e probabilmente utilizzato per le cerimonie sacre.

La facciata del monumento è larga 45 metri ed è alta 42 metri. Si tratta di una tomba o un edificio legato a un rito funerario, infatti un'imponente urna funeraria alta ben 9 metri è alla sua sommità ed è accessibile solo da una scala.

L'interno è composto da una grande stanza nella parte inferiore della quale vi è un podio accessibile da una piccola scala. L'arrivo di fronte al monumento avviene tramite un sentiero con scale di 800 gradini scavate nella roccia. Questo monumento è protetto poiché dal 6 dicembre 1985, il sito di Petra è iscritto nella lista del patrimonio mondiale dell'UNESCO.

LA TOMBA DEL PALAZZO

La tomba del palazzo, fa parte del complesso delle tombe reali. Essa è stata scavata ai piedi del pendio della montagna di al-Kubtha, e si distingue dalle altre per le sue dimensioni imponenti.
Il nome: Palazzo le fu attribuito dagli studiosi del XIX secolo in quanto sembra ricordare i palazzi di epoca ellenistica. per la sua grandezza e splendore è stata paragonata alla Domus Aurea dell’imperatore Nerone, rimane però evidente che tutte le decorazioni della facciata siano uniche. 
E’ unica anche a Petra in quanto molti aspetti della facciata li presenta solamente questo edificio. Questa tomba a forma di palazzo contiene diverse stanze e sembra sia appartenuta a un re, ma non sono state ritrovate iscrizioni che possano indicare il re a cui appartenesse.
CASE DEL DJINN

CASE DEL DJINN

Subito dopo l'ingresso, vi sono tre grandi e rustici monumenti chiamati Case del Djinn o Case dello Spirito. Queste strutture che sorgono accanto al sentiero prendono il nome dalla radice del termine "genio". Gli edifici vennero costruiti dai nabatei nel I secolo d.c., ma non se ne conosce la funzione.

Forse si trattava di tombe o di monumenti funerari, o forse erano legati al culto dell'acqua e della fertilità. Il fatto è che in queste grotte non sono stati reperiti manufatti che ne potessero giustificare l'uso.

QASR AL-BINT

QASR AL-BINT

Questo monumento venne eretto dai Nabatei, per le loro divinità, attorno al 30 a.c., i blocchi di arenaria gialla venivano per lo più trasportati da una cava situata a poche centinaia di metri a valle nel Wadi es-Siyagh. Il nome completo del tempio è "Qasr al-Bint al-Pharaun", cioè "castello della figlia del Faraone", nome che gli fu dato dai beduini e costituiva il principale luogo di culto della città nabatea.

Eretto sul cardo maximus poteva essere stato dedicato al Dio Dushara, oppure alla dea Al-Uzza. I romani non abbattevano mai gli Dei delle altre culture, semmai li assimilavano ai loro Dei attribuendogli un nome romano accanto a quello originario. Dopo l'occupazione romana vi venne aggiunto forse il culto degli imperatori romani, secondo altri quello di Apollo. Infine fu distrutto, nel III secolo, con l'avvento della nuova religione cristiana che mal sopportava gli antichi Dei pagani.

Originariamente il tempio era alto 23 metri e aveva scalinate di marmo, e imponenti colonne con capitelli dotati di decorazioni floreali. L'Adyton o Sancta sanctorum del tempio, sicuramente conteneva un simulacro della divinità ed era il più grande luogo di culto della città.

Il tempio, probabilmente già interdetto e danneggiato verso la fine del III secolo, è stato quasi completamente distrutto dal terremoto del 363 prima di essere presumibilmente abbandonato. È stato ampiamente restaurato nel XX secolo.

TOMBA DELL'OBELISCO

TOMBA DELL'OBELISCO

La costruzione, del I secolo d.c., è un monumento funerario al cui centro è rappresentata una figura antropomorfa, oggi erosa dalle intemperie, attorniata da quattro obelischi, che nell'insieme rappresenterebbero le cinque persone sepolte nella tomba.

La tomba fu costruita su una struttura molto più antica, dalla facciata decorata con colonne doriche, che è conosciuta col nome di "triclinio" o sala da pranzo, ed è uno dei numerosi edifici di questo tipo in cui ogni anno si tenevano i banchetti per commemorare i defunti, da cui si comprende l'origine del nome.

STRADE DELLE FACCIATE

STRADA DELLE FACCIATE

Dopo il Siq, il canyon che conduce al Tesoro, Petra prosegue con la via delle Facciate, nota anche come Siq esterno, che conduce alla seconda monumentale tappa della leggendaria città, il teatro. Lungo questa strada si succedono una serie di tombe in cui la commistione degli stili accolti nell’architettura nabatea (greco, romano, egizio, assiro..) si esprime con decorazioni singolari, in un totale di 44 facciate. 

Sulla sinistra, dopo una prima parte crollata a seguito degli agenti atmosferici, si levano le facciate di tombe con decorazioni di influenza assira. Sul tetto delle costruzioni, infatti il celebre motivo a scale che salgono e che scendono evoca lo zigurat, di sette gradini corrispondenti ai sette livelli per raggiungere il paradiso.

Superate le tombe con decorazione assira, sul lato destro del canyon si trova la necropoli patrizia, mentre sul sinistro ha inizio la salita che conduce al Sacrificio (circa 45 minut), l’altare sacrificale da cui si gode un panorama incantevole sulla città di Petra.

IL TEATRO ROMANO

IL TEATRO ROMANO

Il Teatro Romano di Petra fu edificato in origine dai Nabatei oltre due millenni fa, nel classico intaglio in pietra, ma dopo la conquista romana, nel 106 a.c, il teatro venne ampliato e adornato all'uso romano per un’accoglienza di circa 8000 spettatori. Caratteristico l'edificio per il suo forte colore rosa.

Questo ha comportato la distruzione delle tombe preesistenti su cui era stato edificata l’opera, probabilmente come teatro sacro con spettacoli dedicati ai defunti. I romani, di spirito molto pratico, si dedicavano più ai vivi che ai morti, per cui credettero bene di sacrificare le tombe per ampliare il luogo dei divertimenti.

PASSAGGIO COPERTO DEL TEATRO ROMANO

Per comprendere la bellezza e lo stile romano del teatro che venne ricostruito praticamente dalla base, basta osservare il porticato coperto che serviva agli attori ma soprattutto ai gladiatori per raggiungere la scena. Le volte erano tutte a blocchi tagliati nella pietra rosata, ed ogni particolare pilastro o colonna era levigato e lavorato.

Le gradinate seguono il pendio naturale, mentre la scena è una costruzione aggiunta dai costruttori. Le discordanze relative al numero di posti che poteva contenere (3000 per alcuni e 7000 per altri) erano dovute allo stato delle ricerche e dei lavori di restauro. Alla luce delle ultime scoperte sembra che il Teatro potesse accogliere circa 8000 posti a sedere. I posti sono suddivisi in 33 emicicli concentrici.

L'ARCO DELLA STRADA COLONNATA

La via centrale di Petra, detta strada colonnata, fu costruita, dopo la conquista romana, del 106, su una vecchia strada nabatea, e costituisce, secondo il modello urbanistico romano, il decumano massimo romano, in direzione est-ovest, tuttavia mancante del cardo che avrebbe dovuto essere in direzione nord-sud. La strada era larga 6 metri, delimitata da imponenti colonne di arenaria rivestite di marmo, e su entrambi i lati si affacciavano i portici che davano accesso alle botteghe.

All'inizio della strada colonnata vi era il ninfeo, una fontana pubblica dedicata alle ninfe, costruita nel II secolo, probabilmente per raccogliere le acque provenienti dal Siq. Della fontana è rimasto molto poco, e solo un gigantesco albero di pistacchio individua il sito del ninfeo. Ugualmente del Palazzo reale sono rimasti solo pochi ruderi. Molto è stato spoliato per edificare le diverse chiese.

La porta di Traiano o del Temenos segnava il passaggio dall'area commerciale della città dall'area destinata al culto del Qasr al-Bint. La porta, dotata di tre arcate, con enormi porte in legno e torri laterali fu costruita dai romani nel II secolo ed era ricoperta di fregi con decorazioni floreali e di figure armate.

LA CITTA' ROMANA

CITTA' ROMANA

L’arrivo dei Romani a Petra portò un rinnovato slancio artistico e architettonico, i dignitari romani edificarono splendide ville con teatro e terme, purtroppo quasi tutto distrutto e comunque solo parzialmente identificato.

Successivamente avvenne il declino dovuto all’affermarsi di Palmira, nel deserto siriano. L’imperatore Adriano visitò Petra nel 130 d.c. ribattezzandola Petra Adriana. In epoca bizantina Petra si trasformò e tornò a essere ricostruita, pur senza raggiungere i successi del passato. In epoca successiva venne distrutta da vari terremoti e minacciata da tribù di predoni del deserto.

TOMBA DI ARONNE

TOMBA DI ARONNE

Aronne, fratello di Mosè e di Miriam, morì in Giordania e fu seppellito sul Monte Hor a Petra, oggi chiamato Jabal Harun (Monte Aronne) in arabo. Sulla sommità venne costruita una chiesa bizantina e, più tardi, un santuario islamico che ancora oggi attrae pellegrini da tutto il mondo.

Si tratta di un modesto edificio del XIII secolo voluto da un sultano mamelucco che si trova sul Jabal Harun (il Monte di Aronne), nella catena di Shara. Si raggiunge dalla fine della città bassa di Petra. Passando dietro al Palazzo della Figlia del Faraone, si prosegue dritto fino all’inizio della salita tenendo sempre d’occhio, fin quando possibile, la posizione della tomba.
Alla tomba si veniva per fare sacrifici di ringraziamento per un voto soddisfatto o per essere andati alla Mecca; una volta arrivati, si sacrificavano animali (pecore, capre).



CHIESA DI PETRA

L'edificio, di origine Nabatea, doveva essere pertinente a un tempio pagano.

Lo prova lo splendido mosaico pluricromatico pagano che raffigura la Dea Atargatis raffigurata con due piante (una è una palma), quindi simbolo di fecondità e con un seno nudo, quindi nell'immagine della Natura Madre che nutre tutte le creature.

L'edificio venne già rimaneggiato ed ampliato dai bizantini verso il 530 e per questo venne chiamata anche chiesa bizantina.

La chiesa, attualmente in fase di restauro, presenta alcuni pavimenti a mosaico, di epoca bizantina, molto ben conservati, e molto probabilmente anche le pareti erano rivestite di mosaici.

La cosa straordinaria però è che le siano rimasti dei mosaici di epoca romana, molto belli e molto pagani.

Fa un certo effetto vedere la bella Atargatis a fianco  ad esempio della velatissima Madonna.





JERASH - GERASA (Giordania)


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Qui sopra l’Arco di Adriano edificato nel 129 d.c. in onore dell’imperatore Adriano, un arco di trionfo in onore della visita dell'imperatore nella città. La visita di un imperatore romano in genere era di grande beneficio perchè egli osservava e comandava i nuovi edifici monumentali che faceva costruire nella città per aumentarne la bellezza, gli agi e lo sviluppo economico. Il Monumento, di splendida fattura, è un po' il simbolo di Jerash ed essendo stato eseguito in pietra locale, è interamente di colore ocra.

Jerash, ovvero Gerasa, ovvero l'antica Antiochia di Giordania (c'è un'Antiochia anche in Siria) che si trova a circa 60 km da Amman, che in linguaggio semitico si chiama Garshu, è la capitale dell'omonima regione giordana, collocata nel nord del paese, a circa trenta Km dalla capitale Amman. La città, definita "la Pompèi dellì'Asia", è situata sulle rive del fiume Wadi Jerash, che fa parte del bacino idrografico del Giordano che rende fertile il terreno agricolo circostante.

Con un'altitudine di 1640 piedi (500 m) godeva di un'accellente visuale dei territori vicini, il che era ottimo per la difesa e per il clima che proprio grazie all'altezza diviene temperato e non torrido come in altri territori non lontani.

RICOSTRUZIONE DI JERASH
Essa sorse nel III millennio e come molte città sorte sul Giordano, grazie alla presenza del fiume Wadi Jerash, da cui prende il nome, già nel Neolitico il centro era abitato e d'altronde i resti che affiorano oggi dai siti archeologici appartengono ad un ventaglio storico che va dall'età del bronzo a quella romana.  

L’antica città di Jerash è stata abitata ininterrottamente da oltre 6.500 anni. La città visse il suo massimo splendore sotto il dominio dei Romani e oggi è una delle città di epoca romana meglio conservate al mondo.

Sepolta per secoli sotto la sabbia, prima di essere riscoperta e restaurata negli ultimi 70 anni, l’antica Gerasa costituisce una splendida testimonianza della grandezza e delle caratteristiche dell’opera di urbanizzazione condotta dai Romani nelle provincie dell’impero in Medio Oriente: strade lastricate, colonnati, templi in cima ad alture, meravigliosi teatri, spaziose piazze pubbliche, bagni termali, fontane e mura interrotte da torri e porte cittadine.



LA MAPPA ANTICA

Vi si notano:
- il cardo e il decumano con le 4 porte che sfociano nelle mura,
- il gigantesco Tempio di Artemisia con accanto il Ninfeo,
- il Forum accanto al Tempio di Zeus
- un propileo e die tetrapropilei,
- teatro nord e teatro sud,
- macellum e terme,
- ben otto chiese,
- fuori delle mura l'ippodromo e l'arco di Adriano.



LA STORIA

- Gerasa venne distrutta anticamente dagli egiziani ma fu ricostruita nel XVIII sec. a.c. e visse un lungo periodo di pace senza esercito fino al X sec. a.c. quando vi si stabilirono i regni di Edom, Moab, Ammon e Israele. 

- Il primo insediamento importante avvenne ad opera di Alessandro Magno nel 332 a.c., e la gente si trasferì volentieri in città sentendosi protetta dal potere di Alessandro.


La Decapolis

Nel III sec. a.c. Alessandro unì dieci città della fertile valle giordana, fondando la Decapolis ("le dieci città"; deka-polis) collocata sulla frontiera est dell'Impero romano in Giordania, Israele e Siria. Le dieci città non erano una lega ufficiale ma erano unite dalla lingua, dalla cultura, dalla locazione e dallo stato sociale, rinunciando per questo a una certa autonomia.

Secondo le fonti, ci sarebbero state in realtà 18 o 19 città Greco-Romane annoverate come parte della Decapolis. Eccetto Damascus, le città della Decapolis furono fondate durante il periodo ellenistico, tra la morte di Alessandro il Grande nel 323 a.c. e la conquista romana della Coele-Syria, incluso la Judea nel 63 a.c..




Le città della Decapoli erano centri di cultura greca e romana in una regione che era invece semitica (nabatea, arameo, e Giudea).

Conosciamo i nomi delle 10 città dalla Storia Romana di Plinio il Vecchio ed erano:

-  Gerasa (Jerash) in Jordan (Giordania),
-  Scythopolis (Beth-Shean) in Israel, l'unica città a ovest del fiume giordano,
-  Hippos (Hippus o Sussita) in Israel,
-  Gadara (Umm Qais) in Jordan,
-  Pella (West of Irbid) in Jordan,
-  Philadelphia, (oggi Amman) Amman,
-  Beit Ras, la capitale della Jordan Capitolias,
-  Canatha (Qanawat) in Syria,
-  Raphana in Jordan Damascus, la capitale della moderna Syria,
-  Damascus era molto più a nord delle altre città, e forse ne era soprattutto un membro "onorario".

L'ARCO DI ADRIANO
- Un'iscrizione romana accenna a una statua di Perdicca nel sito. Questo generale divenne reggente dell'impero dopo la morte di Alessandro nel 323 e fu assassinato tre anni dopo. Perdicca, al seguito di Alessandro durante tutta la spedizione asiatica,  ricevuto l'anello da Alessandro in punto di morte, di cui avrebbe dovuto sposare la sorella, Cleopatra, doveva essere il suo successore, ma i generali riunitisi in assemblea indicarono altri successori al trono.

- La città venne rifondata successivamente alla morte di Alessandro Magno (356 a.c. – 323 a.c.),con il nome di Antiochia sul Fiume d’Oro, una notevole città importante di cultura greca, capitale e più grande città del Governatorato di Jerash, Giordania.

- In seguito alla spartizione di Babilonia, a Perdicca fu assegnata la reggenza dell'impero macedone e il comando supremo dell'esercito in Asia; Perdicca divise le province più importanti fra i generali, ma entrato in Egitto nel 321 a.c. fu ucciso dai suoi stessi ufficiali. Dopo di lui l'unità dell'impero di Alessandro fu definitivamente spezzata ed ebbero così inizio i regni ellenistici.

- Venne governata così dal re seleucidico Antioco (324 a.c. – 261 a.c.), da cui l’altro nome di Antiochia al Crisorroa, da Antioco e dal fiume che la traversava. Si susseguirono così i regni dei seleucidi, tra cui Antioco III, un re seleucide che sconfisse i Tolomei a Banias nel 198 a.c, conquistò la città che venne ribattezzata Antiochia sul Chrysorhoas. Resti al periodo ellenistico sono scarsi, però in epoca romana è attestato da epigrafi e monete il nome di Antiochia.

TETRAPYLON SETTENTRIONALE
- Secondo alcuni la Giudea si stabilì durante la dinastia tolemaica che ebbe un ruolo in Giudea fino al 198 a.c.. Per altri si stabilirono sotto la dinastia dei Seleucidi. La Decapolis era una regione dove interagirono due culture: quella dei colonisti greci e quella dei semiti indigeni, con alcuni conflitti. I greci erano scioccati dalla pratica semitica della circoncisione, mentre i semiti dissentivano sulla natura dominante e assimilativa della civiltà ellenica.

Le città agirono infatti come centri per la diffusione della cultura greca. Alcune divinità locali cominciarono ad essere chiamate con il nome di Zeus, mentre in alcune città i greci hanno cominciato ad adorare queste divinità locali insieme a quella di Zeus Olimpio. 

Ci sono prove che i coloni adottassero però il culto di altre divinità semitiche, tra cui le divinità fenicia Dussehra (venerata sotto il suo nome ellenizzato, Dusares). Il culto di queste divinità semitiche è attestata in monete e iscrizioni dalle città.

- Venne conquistata dal pazzo e crudele Alessandro Ianneo (103 - 76 a.c.) re della Giudea, nell'84 a.c., che, pur essendo di cultura greca, obbligò tutti i sudditi sia greci che siriaci, alla conversione all'ebraismo, finchè non venne sconfitto da Aulo Gabinio, governatore romano della Siria.

RICOSTRUZIONE DEL CARDO MAXIMUS
- Si mantenne di profilo greco fino al 63 a.c., ma Gerasa divenne veramente importante solo con l'avvento dei Romani. A seguito della conquista della regione operata da Pompeo, nel 64 a.c., Gerasa fu infatti annessa, da parte della Repubblica romana, alla provincia di Siria. La pianta greca a raggiera venne pertanto eliminata e la città ricostruita secondo lo schema romano, vale a dire sulla scacchiera ricavata dall'intersecarsi a 90 ° del cardo e del decumano, dai quali si dipartivano le vie secondarie.

Il termine "Decapoli" tuttavia, è principalmente associato con il periodo dopo la conquista romana. Gli abitanti delle città della Decapoli accolsero Pompeo come un liberatore dal regno degli Asmonei ebrei che avevano governato gran parte della zona.
Per secoli le città basarono il loro calendario su questa conquista: il 63 a.c fu l'anno epocale dell'era pompeiana, utilizzato per contare gli anni in tutto il periodo romano e bizantino. E 'da questo momento che gli storici identificano la regione e le città con il termine "Decapoli".

Nel corso dei due secoli successivi, Gerasa strinse rapporti commerciali coi Nabatei e grazie ai profitti del commercio e alle ricchezze dell'agricoltura, la città divenne ricca e fiorente. Nel I sec. d.c., la città venne ridisegnata e assunse il classico aspetto del modello romano: una strada colonnata principale in direzione nord-sud (cardo massimo) intersecata da due strade orientate in direzione est-ovest (decumani).

TETRAPYLON DEL SUD

LE PROVINCE ROMANE DI SYRIA, PALESTINA E ARABIA

Il termine "Decapolis" cadde in uso quando l'imperatore Traiano annettè la provincia di Arabia all'impero romano nel II sec. La nuova provincia era a est della Palestina, cosicchè la Decapolis non era lontana dalla linea culturale Greco-Romana. Inoltre, le città vennero raggruppate in differenti province romane: Syria, Palestina Secunda, e Arabia.

Lo storico Giuseppe Flavio (Guerre degli Ebrei 4,1) fa riferimento a Gerasa dalla fine del II o all'inizio del I secolo a.c., osservando (Guerre 4.1.8) che Alessandro Ianneo prese Jerash con la forza al fine di ottenere il tesoro di Teodoro, il sovrano di Filadelfia (Amman), che l'aveva conservato in città, forse nel Tempio di Zeus.

106 d.c. - Traiano annettè il ricco regno nabateo e formò la provincia d'Arabia che portò maggiore ricchezza commerciale a Gerasa anche se a costo della maggior parte della sua autonomia. Molti edifici furono abbattuti per essere sostituiti da altri ancora più imponenti.

129 d.c. - L'imperatore Adriano visitò la città e, in onore di questa visita, la città gli eresse un monumentale arco trionfale a sud della città. Come una delle sue città favorite, fiorì sia economicamente che socialmente. Nel 130 d.c. - La città era abitata da circa 20 000 abitanti.

160 d.c. - Jerash divenne invece parte della provincia di Arabia, e infine della Palaestina Secunda,fiorendo particolarmente tra la seconda metà del I e il II secolo.

III sec. d.c. - Lo schema urbanistico della città è quello classico dell'epoca e dal punto di vista architettonico è tipico del periodo di Adriano e Traiano. La città raggiunse il suo apice all'inizio del III secolo, quando a Gerasa fu conferito il titolo di colonia.

300 d.c. - Dopo la distruzione di Palmira, nel 273, e col contemporaneo decadimento delle vie carovaniere, a causa dello sviluppo del commercio marittimo, iniziò una lenta decadenza, che ebbe tuttavia una ripresa durante il governo di Diocleziano, verso il 300 d.c., che continuò sino alla metà del V secolo.
FONTANA DEL CARDO MASSIMO
VI sec.  - Divenuto il cristianesimo la religione principale dell'impero si ebbe, nei primi anni dell'era cristiana,  una nuova ripresa, con la costruzione di edifici religiosi. Sotto l'imperatore bizantino, Giustiniano (527-565) furono erette infatti sette chiese, purtroppo con la demolizione degli spendidi monumenti romani, e usando le pietre provenienti dai templi e santuari già distrutti.

VII sec.  - L'invasione dei sasanidi provenienti dalla Persia, nel 614, e la conquista araba, del 636, accentuarono la ripresa della decadenza, e poi il devastante terremoto del 747, determinò il declino definitivo di Gerasa, la cui popolazione si ridusse ad un quarto di quella originaria.

VIII sec. - Diventò però un'importante fortezza e nell’VIII sec. divenne sede vescovile.

IX sec. - Gli elementi più importanti di Jerash si sono conservati grazie anche alla sensibilità di una comunità di circassi che quando, alla fine dell’800, arrivò qui, in fuga dalla Russia zarista, lasciò intatta la città romana, andando a prendere altrove la pietra calcarea per costruire il proprio villaggio e ripopolare la zona.

XII sec. - Decadde con l’occupazione araba, e fu rasa al suolo nel 1121 dai Crociati di Baldovino II che ne uccisero praticamente tutti gli abitanti.

TETRAPILON DEL NORD

LA DECAPOLIS ROMANA

I romani incoraggiarono la crescita della decapolis, una specie di "federazione" o "lega" concedendo una certa autonomia politica sotto la sfera protettiva di Roma. Ogni città era una città-stato, con giurisdizione anche sulle campagne vicine e coniava le proprie monete, che sottolineavano la condizione "libera," "sovrana," o "sacra" della città.

Ciò che i romani imposero fu il loro stampo culturale, con le fisionomie urbane caratteristiche di Roma. Così fecero ricostruire le città su un ordine basato su cardo e decumano, arricchendo i centri con templi romani ma lasciando alle città le loro divinità precedenti.

Anzi ricostruirono e arricchirono i loro templi, ma quando c'era somiglianza tra la divinità locale e quella romana, il tempio veniva dedicato con doppio nome. In più istituirono il culto imperiale. Peraltro abbellirono le città con splendidi edifici pubblici, con ninfei, porticati, giardini e statue, inoltre adottarono il calendario romano a partire dalla occupazione di Pompeo.

Una piccola costruzione molto comune in Siria, costruita da un ambiente cubico ricoperto da una cupola emisferica che conteneva l’immagine del Dio di cui era considerata dimora, e chiamata Kalybe, era unica della regione. I romani la considerarono una Casa Romuli per cui le lasciarono intatte. Costruirono inoltre strade e ponti che garantirono il fiorire dei commerci.

IL CARDO MAXIMUS

IL CARDO MASSIMO

E' una via colonnata, con basamenti e capitelli più o meno ben conservati, unitamente a qualche architrave, tutto in pietra calcarea locale, da cui svoltando si può raggiungere la piazza ovale. Essa costituisce il cardo massimo, che andrà a incrociare il decumano massimo secondo l'urbanistica romana usata in tutto l'impero.

Il cardo massimo dunque, è una grande strada colonnata che è la via principale della città, lunga 800 metri, dal foro ovale alla porta nord, e conserva ancora la pavimentazione originale, costituta da lastre di pietra di ottima qualità, in cui si vedono ancora i solchi dei carri e gli scoli dell'acqua.

Le 500 colonne ai lati della strada, uno spettacolo da mozzare il fiato, e che sono state restaurate negli anni 60 del secolo scorso, avevano altezze diverse per adattarsi alle facciate dei palazzi che sorgevano alle loro spalle.

FOGNATURE
Almeno così è scritto nelle guide, anche se dalle foto questa differenza non si individua. La strada presenta una leggera baulatura (profilo a "schiena d'asino") per facilitare il deflusso delle acque. Inoltre ai lati della strada, lungo il marciapiede, erano presenti piccoli canali di drenaggio  posizionati ad intervalli regolari.

In primo piano qui sotto è evidenziata una fila di lastre aventi forma e dimensioni diverse, probabilmente a segnalare una sorta di attraversamento pedonale. Questo unitamente alla presenza del marciapiede fa pensare che il cardo massimo fosse decisamente molto trafficato. Nei due punti dove il cardo incrociava i decumani (sud e nord) vennero costruiti altrettanti tetrapyla.

Quello meridionale era formato da quattro basamenti che sorreggevano, ciascuno, quattro colonne, sormontate da un piano con sopra una statua (oggi si vedono le basi mentre le colonne sono in fase di restaurazione). Il tetrapylon settentrionale invece, che ha l'aspetto di un arco è stato restaurato, nel 2000,  era dedicato alla moglie dell'imperatore Settimio Severo.

LA PORTA DI PHILADELPHIA A SUD
Il viale inquadra l’Arco di Adriano, anche se non con molta precisione, tanto è vero che talvolta sia le pietre che le colonne sembrano avere leggere deviazioni per poi tornare all'Arco sul fondo.
Evidentemente le maestranze erano locali e non brillanti come quelle delle legioni romane che eseguivano qualsiasi lavoro di edilizia con grande ingegno e con grande precisione.

Le sue più importanti porte di accesso alla città erano: la Porta di Philadelphia a sud (verso Amman) e la Porta di Damasco a nord. In tutto le porte erano quattro.

La Porta Sud faceva da ingresso ai viaggiatori che arrivavano da Philadelphia (Amman). Le mura rimaste accanto alla Porta risalgono agli anni 60 - 70 d.c., costruite in difesa della città quando questa venne adattata adattata al sistema urbanistico romano. La parte di mura attualmente visibili risale al IV secolo, appunto di successive ristrutturazioni.

Come l'Arco di Adriano, la Porta Sud presenta una decorazione di foglie d'acanto, con scanalature e nicchie. Da qui si accedeva al nucleo monumentale di Gerasa, agli edifici di culto e a quelli istituzionali. La zona residenziale era collocata dove ora si estende purtroppo la città moderna.

Un’ulteriore evoluzione si ebbe nel 313 d.c. a seguito del riconoscimento della religione cristiana come ufficiale, fatto che diede il via alla costruzione di numerose chiese.

FONTANA SUL CARDUS MAXIMUS

In questo periodo Jerash è una città ricca, un crocevia di commerci e culture provenienti dalle zone dell’Iraq, dell’Arabia Saudita e da tutto il Medio Oriente, pervasa da un clima di pacifica convivenza come dimostrano le testimonianze dell’esistenza di almeno venti chiese sul suo territorio.

Nel 1747 infatti un terribile terremoto si abbatte sulla città radendola quasi completamente al suolo e lasciando i pochi abitanti sopravvissuti incapaci di porre rimedio a questa catastrofe. Il declino di Jerash fu inevitabile e la città venne dimenticata nei secoli, fino al 1900, anno della sua ‘riscoperta’.

Per l’esattezza una piccola parte di Jerash era scampata al cataclisma, ma rappresentava il passato e il ricordo di una città ormai scomparsa. La nuova Jerash crebbe a pochi chilometri di distanza ed è oggi visibile dal sito archeologico.

Restano imponenti rovine risalenti alla sistematizzazione dell’impianto urbano del I e II sec.:
- una grande piazza ovale circondata da portici,
- un grande ninfeo,
- i propilei del santuario di Artemide, ottimamente conservato,
- un arco onorario,
- un ampio ippodromo,
- due teatri (sopra il più grande dei quali sorgeva il santuario di Zeus),
- due tetrapili,
- terme
- altri templi.



LE MURA

 Le mura furono costruite in epoca romana, ma con l'espandersi della città il perimetro venne ampliato più volte nei secoli successivi. Gran parte di ciò che rimane oggi delle mura e delle torri di guardia, circa 3,5 Km spesse tre metri, sono del periodo bizantino.

ARCO DI ADRIANO

ARCO DI ADRIANO

Entrando da sud dalla strada proveniente da Amman, a 250 m prima delle mura, l'arco di trionfo ha dimensioni imponenti: 37 m di larghezza e 13 m di altezza. Fu eretto in onore dell'imperatore Adriano in visita alla città durante l'inverno del 129-130 d.c.

La struttura, di enormi dimensioni, avrebbe dovuto costituire la porta principale di accesso alla città di Gerasa ma l'area compresa tra questa porta e quella che racchiude effettivamente la città, non fu mai edificata ed il progetto di ampliamento del centro urbano rimase incompiuto. L'arco si trova a 500 m dalla porta sud della città.

IERI ED OGGI
Alla base di ogni pilastro son scolpite ghirlande di foglie d'acanto. I tre archi erano dotati di tre portali in legno di cui oggi rimangono solo le cornici in pietra. Sicuramente attraverso gli archi laterali avrebbero dovuto passare i carri, un arco in entrata e uno in uscita, il che permetteva anche il controllo delle merci. Nell'arco centrale passavano invece i viandanti, oppure i dignitari col loro seguito.

L'arco avrebbe dovuto costituire la nuova porta sud della città di Gerasa, ma l'area compresa tra l'arco e l'attuale porta sud non venne mai completata. Anzi colpisce la presenza di una scalinata appresso all'arco, il che ne impedisce l'uso a qualsiasi carro. E' evidente che l'uso degli archi era riservato soprattutto ai carri, ai cavalli e agli eserciti.

PORTA NORD

PORTA NORD

La porta nord  delle mira fu costruita nel 115 circa, e si presenta come una struttura modesta. Ha un solo fornice con un timpano e due colonne corinzie.  La porta era stata commissionata da Tiberio Claudio Severo Proculo, un senatore e console romano, nipote dell'imperatore Marco Aurelio.

PORTA SUD
PORTA SUD

A 250 metri dall'arco di Adriano, eretta nel corso del II secolo, era una delle quattro porte della città che concludeva il cardo masimo. Come l'arco di Adriano è a tre fornici di cui il centrale è il più grande. Alla base di ogni pilastro son scolpite ghirlande di foglie d'acanto e gli archi erano dotati di portali in legno di cui oggi rimangono solo le cornici in pietra.

Esso appare come un coacervo di vari stili e di caratteristiche peculiari normalmente non presenti altrove, come ad esempio il capitello ornato da foglie di acanto posto anche sotto il pilastro e non soltanto in cima.

Avanzando lungo il viale all’ombra delle massicce mura ci si addentra in quello che un tempo era il cuore cittadino, un inusuale foro ellittico in buono stato di conservazione. Parecchie delle colonne che lo attorniano sono state riposizionate grazie all'utilizzo dell'esercito, che ha ripristinato la stupefacente scenografia di questo ampio spazio colonnato, che si prolunga elegantemente nel rettilineo del Cardo Maximus pure colonnato.

IL FORO OVALE
Il grande foro ha una forma ellittica per necessità di spazio e di distanze rispetto all'adiacente tempio di Zeus e si trova nei pressi della porta meridionale, in un avvallamento. Esso è collegato alla strada principale che attraversa la città, e cioè il cardo massimo.

La grande piazza misura 90 metri per 80 ed è circondata da un ampio marciapiede ornato da colonne in stile ionico del I secolo d.c. Al centro della piazza vi sono due altari e una fontana fu aggiunta nel VII secolo d.c. Questa struttura quadrata presenta ora una colonna centrale, eretta recentemente per collocarvi la fiamma del Festival di Jerash.

La sua funzione nell'antichità non è del tutto chiara: alcuni studiosi pensano che il foro fosse il centro commerciale della città, altri lo ritengono invece un luogo di culto o un'area sacra di fronte al Tempio di Zeus; in base alle differenti interpretazioni il piedistallo al centro sarebbe un altare o il basamento di una statua, che comunque, nel VII secolo, divenne una fontana, di cui, sotto al podio, si può ancora  vedere l'impianto idraulico.

RICOSTRUZIONE DEL FORO OVALE
La sua insolita forma ellittica secondo altri deriva dalla necessità di collegare l'asse del Tempio di Zeus con quello del cardus maximus. Il foro è racchiuso da 56 colonne ioniche ed è lastricato con pietre di calcare di finissima qualità, che dal centro alla periferia diventano sempre più grandi.

La parte centrale evidenzia una lastricatura ovoidale più antica, che si dice costituisse la primitiva piazza, di dimensioni ridotte, appartenente alla precedente città greca; l'espansione successiva della città romana portò alla necessità di un suo ampliamento alle dimensioni attuali.

Le colonne che la circondano hanno capitelli ionici del I secolo d.c., sui quali corre per tutto il perimetro un architrave decorato. Nella zona centrale più antica vi sono le fondamenta di una struttura quadrata, che si pensa fosse la base di un monumento, che nel VII secolo fu convertito in fontana.

L'IPPODROMO

L'IPPODROMO

E' l'impianto più grande della città con una lunghezza di 245 m e una larghezza di 51 metri, risalente ai secoli II - III d.c. dell'impero romano, quando poteva accogliere fino a 15.000 spettatori. Un lato corto dell'ippodromo è delimitato dall'Arco di Adriano. 

Sulla strada che lo costeggia nel senso della lunghezza sono stati trovati i resti di un piccolo edificio di culto, la chiesa del vescovo Mariano, che si fa risalire al 570, sicuramente sorto su un preesistente tempio romano. Esso durò più a lungo del teatro perchè le corse dei cavalli e le scommesse erano ben tollerate dai cristiani, tanto più che, al contrario dell'epoca pagana, vi erano bandite le donne.

Comunque l'ippodromo è molto poco conservato avendo fatto da cava di pietre per le chiese e gli edifici successivi. Proseguendo lungo questa strada, in direzione del foro e del centro della città, si giunge alla Porta Sud e alle mura.

BOTTEGHE DELL'IPPODROMO
L'Ippodromo venne costruito seguendo un precedente stile greco, e cioè scavando la terra per creare l'arena. L'area dei sedili (cavea) era di quattro metri di profondità con sedici file di sedili.
E' il più piccolo Ippodromo noto, di  244 metri per 52 metri, e con posti a sedere dai 10000 ai 15.000 spettatori.

L'IPPODROMO
Vi si tenevano gare di atletica, corse di cavalli e corse di bighe. All'interno vi erano le stalle, i cui resti sono stati portati alla luce da recenti scavi. All'esterno invece prosperavano le botteghe, di ristoro, di manufatti e di souvenir.

L'ippodromo è stato infatti restaurato e ricostruito in buona parte dalle autorità giordane, e ogni giorno vi viene offerto uno spettacolo di corsa delle bighe.

Secondo alcuni una piccola parte dell'ippodromo è andata perduta poichè le sue pietre vennero spoliate dai Circassi che si insediarono a Gerasa verso la fine del 1800. Secondo altri i Circassi non toccarono mai le pietre dei monumenti romani.

IL TEATRO SUD

IL TEATRO SUD

Gerasa aveva tre teatri. Il teatro sud di Gerasa, costruito al tempo di Domiziano (90 d.c.), poteva contenere 5000 spettatori distribuiti su due piani. Situato alle spalle del tempio di Giove, fu costruito tra l'81 ma oggi solo il primo piano è ancora in piedi e sfoggia 32 file di posti, di cui alcuni ancora segnati coi numeri greci.

Il palcoscenico, a due livelli, porte delle belle decorazioni. Dalla sommità del teatro si ha un'ottima vista delle rovine e della città moderna. L'acustica del teatro è ancora ottima e la si può constatare quando suonano le cornamuse della banda militare giordana.

Al disopra dell'entrata principale c'erano i palchi reali, ombreggiati da stoffe sontuose. Comunque i Teatri erano spesso coperti da tende onde fornire ombra agli spettatori, dato il clima spesso torrido e insostenibile.

Sui sedili si possono ancora osservare le lettere scolpite nella pietra, che identificavano i posti a sedere.

Il pavimento del palcoscenico era segnato con una pietra che identificava esattamente il punto centrale dove l'acustica era perfettamente bilanciata.

Pur non avendo gli strumenti tecnologici moderni, gli antichi, con l'esperienza e l'intuito riuscivano a costruire capolavori di estetica e di efficacia dell'uso, in questo caso anche di acultica.

Le sedute sono pressoché integre e la struttura ha mantenuto intatta la sua acustica, al punto che talvolta, sul palcoscenico (realizzato dai romani che vi aggiunsero i corridoi per gli attori) vengono messe in scena alcune rappresentazioni teatrali. Rinvenimenti fatti in loco evidenziano l’invenzione del biglietto e anche la partecipazione della donna alla rappresentazione teatrale.

In effetti fu il cristianesimo a demonizzare sia la donna che i teatri, essendo luoghi peccaminosi dove lavoravano le artiste che spesso sfoggiavano le loro forme procaci.

IL TEATRO NORD CON RELATIVA RICOSTRUZIONE

IL TEATRO NORD

Gerasa aveva due teatri. Il teatro settentrionale, più piccolo di quello meridionale, poteva contenere fino a duemila persone e la sua funzione fu più volte cambiata nel corso dei secoli: da teatro a odeon, nonchè a parlamento per congressi politici.

Il Teatro nord è più piccolo del Teatro sud, ed era utilizzato non per gli spettacoli teatrali come nel teatro sud, ma per esecuzioni musicali e declamazioni poetiche. La sua inaugurazione è datata al 164 - 165 d.c. e fu usato fino al V - VI secolo, venendo più volte ristrutturato.

Venne ampliato nel 235 fino a raggiungere una capienza di 1.600 spettatori, ma durante il periodo bizantino e poi durante il periodo del clan maomettano degli Omayyadi fu parzialmente smantellato.

TEATRO NORD
Sugli architravi si vedono iscrizioni in greco che citano personaggi della famiglia imperiale dei Severi. I posti a sedere sono numerati, oppure intitolati ad una tribù, e ciascuna fila di sedili della cavea è dedicata ad una divinità.
Ebbe vita più lunga del teatro sud non contemplando spettacoli di recitazione che vennero proibiti dal cristianesimo per tutto il medioevo, tanto che durante l'evo oscuro venne sostituito da teatrini itineranti, disprezzati ed ostacolati ancora dalla chiesa che definì guitti gli attori.

Lo stato di conservazione del teatro è molto buono, grazie ad un massiccio intervento di restauro e di ricostruzione, soprattutto della scena. Intatti anche i sotterranei della scena dove si tenevano i magazzini o da cui uscivano gli attori. La pavimentazione della zona centrale della cavea è stata rifatta, utilizzando in parte anche pezzi recuperati dell'antica pavimentazione originale.

La parte frontale è costituita da una piazza circondata da colonne, dove era situata una scalinata che conduceva all’entrata. Realizzato in pietra locale, cioè in granito rosa,  presenta un ordine di 16 gradini interrotti da sei ordini di scale per il passaggio degli spettatori. Il teatro cadde in disuso nel V secolo e molte delle pietre che lo componevano furono utilizzate per la costruzione di altri edifici.

TEMPIO DI ZEUS

IL TEMPIO DI ZEUS

Edificato su una altura su un precedente santuario dell'età del Ferro, il tempio di Zeus è uno dei più importanti monumenti della Gerasa antica e domina la città, fra la Piazza Ovale (Foro) e il Teatro Sud.
RICOSTRUZIONE DEL TEMPIO DI ZEUS
Il tempio risale al 162-163 d.c., quando venne edificato dai romani. Si sale al tempio attraverso una monumentale scala che conduce ad una ampia terrazza con resti di un altare che pare risalire al precedente tempio.

Dal piazzale antistante i resti (la spianata di Zeus) si gode una splendida vista di tutto il sito archeologico, ed in particolare del sottostante Foro ellittico da cui si diparte il Cardo Maximus colonnato.

IL TEMPIO DI ARTEMIDE

IL TEMPIO DI ARTEMIDE

Una curiosità molto apprezzata dai turisti in questo tempio è che le colonne, realizzate ad incastro, oscillano molto lievemente, soprattutto nei giorni di vento, di modo che, invitati dalle guide turistiche, i visitatori, infilando nelle fessure un cucchiaino, ne osservano il dondolio.

Ma molto più interessante è la bellezza del tempio e delle colonne corinzie, dato che il santuario era molto seguito al suo tempo per cui venne ampliato ed abbellito, con due scalinate che dai propilei conducevano ad un ampio cortile porticato in stile corinzio.

Una monumentale scalinata conduceva al temenos. La scala di sette rampe, ognuna formata da sette scalini, era costruita in modo tale che guardandola dal basso sembrava che non ci fossero interruzioni fra le rampe, ma fosse una sola ininterrotta salita; guardandola dall'alto non si scorgono gli scalini, cosìcchè appare come una unica piattaforma. 

RICOSTRUZIONE DEL TEMPIO DI ARTEMIDE
Questa ingegnosa illusione ottica era merito dei raffinati architetti romani in epoca bizantina e in epoca omayyade il tempio di Artemide ospitò botteghe di vasai; una parte della costruzione venne anche trasformata in castello dagli Atabeg di Damasco, castello che venne distrutto da Baldovino II, re di Gerusalemme. Il che dimostra che solo la religione romana fu tollerante con le altre religioni esistenti.

Il Tempio venne costruito tra il 150 e il 170, ed era segnalato, lungo il cardo massimo, dalla presenza di alte colonne che introducono ad una prima porta di accesso (i propilei) da dove segue una lunga scalinata. Il tempio ha conosciuto pesanti modifiche, nonchè radicale cambio delle proprie funzioni, durante il susseguirsi delle varie civiltà.



Ne è però ancora visibile il colonnato interno, e pure la cella sacra.
Le sue colonne sono alte 12 m e ciascuna di esse pesa dalle 20 alle 40 tonnellate.
Artemide era la Dea vergine e cacciatrice della natura (per i romani Diana). figlia di Giove e sorella di Apollo, fu una delle più popolari divinità greche.
Ella era una “Madre Natura,,” colei che dà la vita, che nutre e che dà la morte, cioè le caratteristiche della Madre Terra.
PROPILEI DEL TEMPIO DI ARTEMIDE
Artemide fu anche la Dea patrona del Tempio di Efeso, Dea che decadde con l'avvento del cristianesimo che ne abbattè il tempio e ne perseguitò i fedeli.
Molte delle colonne del tempio di Artemide sono in ottimo stato di conservazione e presentano capitelli finemente decorati e dai fini dettagli in stile corinzio.

Come porta di accesso al tempio vennero costruiti i propilei, da cui partiva una scalinata fiancheggiata da botteghe di manufatti, ristoro e souvenir, che conduceva al tempio.

INTERNI DEL TEMPIO
Il santuario era fiancheggiato da 12 colonne corinzie, delle quali oggi ne sono rimaste solo undici. Per livellare il cortile erano stati costruiti sotterranei con volta a botte dove erano costruiti i tesori del tempio.

Il tempio era rivestito di marmo come di marmo erano i pavimenti, ma in seguito ai decreti dell'imperatore Teodosio, del 391 e 392, il tempio di Artemide fu smantellato.

Durante il periodo bizantino fu trasformato, con poco rispetto per l'arte e per la fede dei credenti, in una bottega di terraglie e utensili da cucina. Dopo la conquista araba, il tempio venne fortificato, ma i Crociati successivamente lo distrussero quasi completamente.

Dalla ricostruzione di cui sopra si può comprendere quali splendidi monumenti siano stati depredati e demoliti per cacellare secolidi storia in nome di una nuova religione.

Facendo inoltre il confronto tra le dimensioni del ninfeo sul disegno e quello in fotografia, si può intuire di quali gigantesche dimensioni fosse il tempio di Artemide, e di quale capolavoro di ingegneria fosse.

Il tempio di Artemide è segnalato, lungo il cardo massimo, dalla presenza di alte colonne che introducono ad una prima porta di accesso (i propilei) da dove segue una lunga scalinata.

Il tempio ha conosciuto pesanti modifiche, nonchè radicale cambio delle proprie funzioni, durante il susseguirsi delle varie civiltà, soprattutto per motivi religiosi. Ne è però ancora visibile il colonnato interno, e pure la cella sacra.

Il tempio venne costruito nel II sec. d.c. Le sue colonne sono alte 12 m e ciascuna di esse pesa dalle 20 alle 40 tonnellate.

Artemide era la Dea vergine e cacciatrice della natura (per i romani Diana). figlia di Giove e sorella di Apollo, fu una delle più popolari divinità greche.

Ella era una “Madre Natura,,” colei che dà la vita, che nutre e che dà la morte, cioè le caratteristiche della Madre Terra. Artemide fu anche la Dea patrona del Tempio di Efeso, Dea che decadde con l'avvento del cristianesimo che ne abbattè il tempio e ne perseguitò i fedeli.

COLONNATO DEL TEMPIO
Molte delle colonne del tempio di Artemide sono in ottimo stato di conservazione e presentano capitelli finemente decorati e dai fini dettagli in stile corinzio.

Artemide era stata identificata con Atargatis, l'antica Dea nabatea della fertilità, ma pure della Natura e della guerra.

Insomma una Dea Triforme, ovvero una Trinità, una Santa Trinità, o Santissima che dir si voglia.

Davanti al tempio si trovano i resti di un forno di ceramica musulmano del secolo VIII, poi si sale su una rampa attraversando una porta monumentale fino al cortile centrale.

Il tempio era circondato da colonne di stile corinzio, ma ne rimane solo una doppia fila sulla fronte, comunque di squisita fattura e molto ben conservate.

TEMPIO DI DIONISO

TEMPIO DI DIONISO

A suo tempo demolito in larga parte e riadattato a chiesa. costituiva l'ingresso alla cattedrale, in realtà era un propileo del tempio romano. Infatti la Cattedrale del IV secolo è costruita sopra i resti di un tempio precedente dedicato al Dio nabateo Dhushara assimilato dai romani a Dioniso.

Pur essendo il tempio andato in rovina, le mura rimaste rendono l'idea di quella che fu una grande struttura, una imponente basilica a tre navate, a cui si accedeva attraverso un portale decorato da diverse sculture in marmo. 

Il tempio era colossale e dotato di innumerevoli colonne, are e statue votive. coperto di marmi e mosaici. Come tutti i templi pagani venne prima spoliato dei suoi capolavori, poi se ne iniziò la demolizione, ma poichè era complicata per la mole delle colonne, venne infine trasformato in chiesa, in questo caso, data la sua imponenza, in cattedrale.

A questa gli arabi riservarono la stessa sorte che i cristiani riservarono al tempio pagano, eseguendo una nuova demolizione, perchè nemmeno i dittatori o i nemici militari sono così nefasti verso le opere d'arte quanto le religioni.



TEMPIO DI GIOVE

Dal foro una scalinata con rilievi di tralci e melograni conduce alle rovine del Tempio di Zeus, edificato nel 162, e giacente su di un preesistente santuario romano.

Dal foro una scalinata con rilievi di tralci e melograni conduce alle rovine del Tempio di Zeus, del 162, costruito su di un preesistente santuario romano.
Il tempio è collegato al foro attraverso un'ampia gradinata. Come suggerisce il nome, si tratta di un tempio di origini greche costruito sopra un basamento di origini romane.

Il complesso si compone del tempio vero e proprio e da una sottostante area sacra, un cortile costruito su un porticato a volta per compensare la conformazione del terreno.

In questo cortile sacro (temenos), con un recinto di 80 m x 35 m, che domina il sottostante foro ovale era situato l'altare per i sacrifici.

Il tempio poggiava infatti su una base colonnata di 40 m. x 30 m.

Di tutto l'edificio rimangono solo alcune colonne di cui tre del peristilio.

I massicci muri della cella del dio sono invece stati distrutti da un terremoto, come il resto del tempio.
Gli scavi condotti da una missione francese hanno riportato alla luce fregi ispirati alle espressioni artistiche dei Nabatei.

TEMPIO DI GIOVE
La città di Gerasa ha infatti conosciuto varie civiltà che, nel loro susseguirsi, hanno costruito, demolito, modificato gli edifici in base alla propria cultura.

Le impronte più importanti sono certamente quelle romane, greche e bizantine, ma non manca l'influenza nabatea e forse egiziana.

Tuttavia, anche se tali cività non fossero state presenti, il loro stile avrà influenzato architetti, artisti e costruttori che vi si sono ispirati, facendo leggere variazioni agli stili tradizionali.

Tutto ciò ha contribuito ad aumentare il fascino di questa città romano-orientale.


LE TERME

LE TERME

La città di Gerasa aveva due terme, quelle occidentali, situate vicino al cardo massimo, costruite nel II secolo, erano molto grandi, una struttura quadrata sormontata da una cupola, che misurava 70 m. x 50 m. ed erano dotate di calidarium tepidarium e frigidarium, mentre quelle orientali, più piccole erano situate nella parte bassa della città.

RICOSTRUZIONE DEL NINFEO
IL NINFEO

Dal Teatro Nord si torna alla Via Colonnata (Cardo Massimo) e, scendendo verso sud, si trova a destra un grande ninfeo con una vasca di granito rosa che però è di diversa provenienza dal granito del teatro.

Costruita nel 191-190, era molto decorata ed era a due piani: il piano inferiore rivestito in marmo, quello superiore intonacato, il tutto coronato da una semicupola, da cui cascava l'acqua che si raccoglieva in una grande piscina, da cui defluiva nella strada sottostante attraverso le teste di sette leoni. Della semicupola a forma di conchiglia restano ancora i capitelli che sostenevano il soffitto.
E' una stupenda fontana monumentale realizzata tutta in pietra locale, con un labrum che serviva da bacino di raccolta.

Il Ninfeo era un importante punto di ritrovo nel centro cittadino, per la sua bellezza, per il suo spazio e per la sua frescura, grazie all'acqua che fluiva dalla bella fontana grazie ad un ingegnoso sistema di condutture che la convogliavano qui da lontano.



Il ninfeo,  finemente decorato da immagini tra cui pesci, conchiglie e delfini, era la più importante fontana della città, che si trovava lungo il cardo massimo, era dedicata alle ninfe.

Sgorgava da più bocche, e ricadeva in più bacini per poi scendere sulla strada dove, funzionando da pulizia della strada, veniva raccolta con un sistema di canali che la conduceva ai due lati opposti della strada, grazie alla sapiente pendenza dei canali sotterranei sotto il cardo maximus.

Fontane del genere erano comuni nelle città romane e costituivano importanti punti di refrigerio per i cittadini. Questo esempio, giunto a noi in uno stato di conservazione ottimale, era originariamente adornato con marmo nella parte inferiore e gesso nella parte superiore, e coperto con una semi-cupola.

Zampilli d’acqua provenienti da sette teste di leone incise si riversavano in piccole vasche sul marciapiede, da cui attraverso sistemi di drenaggio venivano convogliate nel sistema di fognature sotterraneo.

Il ninfeo, edificato nel II secolo d.c.,  sormontato da una semicupola adorna di statue (di ninfe varie) e rivestita di marmi al piano terreno e di stucchi al primo piano. Naturalmente le statue furono, come negli altri monumenti, le prime a cadere sotto le mani degli iconoclasti cristiani prima e musulmani poi.



IL MACELLUM

MACELLUM
Poco prima che il cardo massimo si incroci col decumano sud si trova l'ingresso dell'agorà o macellum, il mercato cittadino della carne e del pesce, dal suggestivo cortile quadrilobato.

Trattavasi di un bellissimo mercato coperto, nella cui parte centrale era presente una sontuosa fontana, qui i commercianti esponevano la merce e la gente veniva non solo a comprare ma a chiacchierare, a informarsi e a spettegolare.

Era il gazzettino dell'epoca, un mondo chiassoso, ma molto vivace e colorato.

LA CATTEDRALE
LA CATTEDRALE

Quasi al centro del cardo maximus, vicino al ninfeo, si possono vedere i resti della Cattedrale, che si ritiene sia stata edificata nel 365 nel medesimo luogo in cui sorgeva in epoca pagana il tempio di Dioniso, per quella abitudine cristiana di abbattere i templi pagani riutilizzandone pietre e ornamenti per il tempio del nuovo culto. Insomma fu il cristianesimo a decidere il culto dei cittadini e non i cittadini stessi. 

Si è conservata poca cosa però si riconosce la pianta basilicale della costruzione che presenta ancora un maestoso portale di accesso con ricche decorazioni a bassorilievo.  Sul retro c'è una zona ben pavimentata, con un portico a colonne ioniche e corinzie, che costituiva l'atrio della chiesa nella quale si celebrava la commemorazione annuale del miracolo delle nozze di Cana, nella vasca quadrata al centro, riedizione della festa del vino celebrata in onore di Dioniso.

PAVIMENTO CHIESA S. COSMA E DAMIANO

CHIESA SANTI COSMA E DAMIANO

Ed ecco qui in alto un bel pavimento mosaicale quale vestigia della chiesa bizantina dei santi Cosma e Damiano, dove erano aggregate altre chiese, anche se le immagini ricche di animali, personaggi, piante e motivi geometrici, senza il minimo accenno ad un'immagine cristiana, suggeriscono un pavimento laico, probabilmente appartenente ad una estesa villa romana.



TETRAPILO NORD

I Tetrapili erano archi a quattro fornici nelle quattro direzioni usati dai romani a guarnizioni di intersezioni stradali, dove si ponevano immagini degli Dei e dell'Imperatore.Il tetrapilo nord, costruito all'incrocio del cardo con il decumano nord, è opera del II secolo d.c. ed è dedicato a Giulia Domna, moglie dell'imperatore Settimio Severo.

È formato da quattro pilastri uniti da archi, con nicchie e mascheroni a testa di leone da cui sgorgava acqua, con bassorilievi ed incisioni delle divinità del sole e della luna. Evidentemente funzionava anche da fontana sia per bellezza sia per i bisogni della popolazione.

TETRAPILO SUD
Nella parte sud della città, all' incrocio del cardo con il decumano, realizzati nel I secolo d.c., c'è il Terapilo sud, costruito nel III - IV secolo d.c.; molto meno elegante del Tetrapilo nord, d'altronde siamo in periodo di decadenza, con quattro massicce basi quadrate e quattro colonne in granito, circondate da un marciapiede su cui prospettavano ambienti adibiti a bottega, che durante la successiva dominazione islamica furono usati come abitazioni.



CISTERNA PER VINO

Gerasa divenne un importante centro carovaniero, punto di riferimento di un territorio assai ricco dal punto di vista sia agricolo che minerario.

LA CISTERNA DEL VINO
Le merci vendute arricchirono gli abitanti che si circondarono di nuovi usi e consumi, come  avveniva tra i romani. Impararono per curiosità e poi per gusto ad assaggiare i vini di importazione e all'uso romano aprirono delle botteghe atte alla degustazione del vino importato soprattutto dal suolo italico.

Ma impararono anche a porlo in fresco e proteggerlo.

Nacquero così per idea e per copiatura le botteghe ove si offriva vino e pertanto anche le cisterne adatte a contenere il prezioso liquido.

Il periodo di massima espansione della città coincidente con la costruzione degli edifici pubblici più grandiosi, è da collocarsi comunque nel corso del II secolo d. d., in concomitanza con l’annessione alla nuova provincia “Arabia” voluta nel 106 d.c. dall’imperatore Traiano.

NINFEO DI TRAIANO E RICOSTRUZIONE

GLI SCAVI

La città di Gerasa è stata localizzata da Ulrich Jasper Seetzen nel 1806. Egli compara le vestigia che scopre a quelle di Palmira o di Baalbek, e si "stupisce" che un luogo così magnifico, abbia potuto sfuggire per così lungo tempo alla conoscenza degli appassionati di Antichità.

Queste vestigia resteranno tuttavia ignorate per 122 anni prima che inizino gli scavi durati 4 anni, dal 1928 al 1932. Timidamente, sembra, poiché nel 1950 il teatro romano della città serve ancora da cava per costruire le case di Jérash. Situazione totalmente inimmaginabile con l'esistenza di un cantiere di scavi generalizzati di un tale gioiello. Gerasa è in effetti la città meglio conservata e congegnata delle città della Decapoli.

Il servizio delle Antichità di Giordania riprende gli scavi nel 1948 e, dal 1982, il sito è sistematicamente messo a giorno dalle missioni inglese, americana, australiana, polacca, francese e spagnola nel quadro del Jerash International Project, elaborato e in gran parte finanziato dalla Giordania.

A seguito di questa migrazione si comprese l'importanza archeologica del sito e vennero intraprese le prime opere di scavo. L'eccezionale stato di conservazione di Jerash va anche attribuito al fatto che il valore storico e archeologico del sito fu riconosciuto molto presto e fu tutelato.

Un forte terremoto nel 747 d.c. distrusse gran parte di Jerash, mentre i terremoti successivi insieme con le guerre e la crisi hanno contribuito a ulteriori distruzione. Le sue rovine rimasero sepolte nel terreno per centinaia di anni fino a quando furono scoperti dall' orientalista tedesco Ulrich Jasper Seetzen nel 1806.


BIBLIO

- S. Rinaldi Tufi - Archeologia delle province romane - Roma - 2007 -
- Strabone - Geografia -
- Marco Cattaneo - Sulle vie commerciali dell'antica Giordania -  Le Scienze - n. 380 - aprile 2000 -
- G. Lankester Harding - The Antiquities of Jordan - 1960 -
- Pierre Gros - Le province orientali. Realtà e ideologia dell'urbanistica romana, in Pierre Gros, Mario Torelli - Storia dell'urbanistica. Il mondo romano - Nuova ed. - Roma-Bari - Laterza - 2007 -





 

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