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MARCO PLAUZIO SILVANO - M. PLAUTIUS SILVANUS


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GENS PLAUTIA

Nome: Marco Plauzio Silvano, ovvero Marcus Plautius Silvanus,
Nascita: Roma 5 a.c.
Morte: Roma dopo il 9, quando si hanno le sue ultime notizie.
Madre: Urgulania
Moglie: Lartia
Figli:
- Marco Plauzio Silvano. Prima sposò Fabia Numantina, ma il loro matrimonio finì prima del 24 d.c., poiché a quel punto era sposato con Apronia, figlia di Lucio Apronio. È stato accusato di aver ucciso Apronia gettandola da una finestra. L'omicidio fu indagato dallo stesso imperatore Tiberio. Urgulania ha quindi inviato a suo nipote un pugnale, incoraggiandolo a suicidarsi, cosa che fece. Poco dopo l'assassinio di Apronia, Fabia Numantina fu "accusata di aver causato la pazzia del marito con incantesimi e pozioni magiche", ma fu assolta.
- Aulo Plauzio Urgulanio. Morì all'età di nove anni.
- Publio Plauzio Pulcher. Amico e compagno del nipote Claudio Druso. Questore di Tiberio e augure; governatore della Sicilia.
- Plauzia Urgulanilla, prima moglie dell'imperatore Claudio.
Nipote adottivo: Tiberio Plautius Silvanus Aelianus.
Gens: Plautia
Professione: Console e generale romano.

Non ne conosciamo il nome del padre ma ne conosciamo quello della madre, Urgulania, amica stretta di Livia Drusilla, moglie dell'imperatore Augusto. Sposò una certa Lartia, come lui di origine etrusca.

Marco Plauzio Silvano fu il primo membro della gens plautia con questo cognomen che raggiunse il consolato nel 2 d.c., insieme allo stesso imperatore, Augusto. Governò, quindi, come proconsole in Asia nel 4 d.c.. Divenuto governatore di Galazia e Panfilia (in Anatolia, Turchia, dove la Galazia comprendeva la regione costiera della Panfilia) nel 5-6, sedò una rivolta di Isauri.

Cassio Dio scrive che gli Isauri iniziarono una serie di scorribande e non desistettero fino a che non entrarono in guerra. Il re cliente di Roma, Archelao I, non riuscì a sedare la rivolta che ne conseguì, per cui Roma, sua protettrice dovette impegnare almeno due legioni guidate da Marco Plauzio Silvano per riprendere il controllo. Sembra che una di queste legioni fosse la Legio VII Macedonica che era di stanza ad Antiochia durante il periodo.


Verso la fine del 6, iniziò in Illyricum la Grande Rivolta Illirica o Bellum Batonianum. Nel 7, tardo autunno o inizio dell'inverno, Silvano fu convocato da Tiberio, che era stato assegnato al comando della situazione militare in Illyricum, per portare più forze per aiutare a reprimere la rivolta. Si pensa che abbia portato due (o forse tre) legioni, forse Legio IV Scythica e Legio V Macedonica, forse tratte dalla Siria.

Una volta che i due generali, Silvano e Caecina Severo, e le loro legioni si unirono marciando verso Siscia (l'odierna Sisak) per unirsi a Tiberio e alle due legioni già riunite lì. Tiberio divise immediatamente le forze in quattro, rimandando Cecina in Mesia e marciando con Silvano e le "legioni orientali" verso Sirmio dove svernarono, e da dove Silvano continuò ad operare per il resto del conflitto. 

Paterculus afferma che Tiberio li portò in una "marcia lunga ed estremamente ardua, le cui difficoltà sono difficilmente descrivibili", sebbene non menzioni il ruolo di Silvano. Raggiunsero comunque l'Illirico e combatterono contro i ribelli vicino a Sirmio. Le forze romane furono vittoriose, ma subirono pesanti perdite. Velleio Patercolo menziona la morte di tribuni militari, di alcuni prefetti, di un prefetto del campo e di alcuni centurioni, tra cui alcuni di primo grado, ma senza quantificare i morti. 

Paterculus definì questa battaglia "una sconfitta quasi mortale" e afferma che la vittoria "guadagnò più gloria [ai soldati] di quanta ne fosse rimasta ai loro ufficiali", a causa della loro incapacità di seguire l'esempio di Tiberio e di inviare esploratori per accertare la posizione del nemico.


Poi, sempre il 7, guidò i rinforzi (le legioni IIII Scythica e V Macedonica) contro i ribelli Pannoni. Riuscì quindi ad unirsi alle forze del legato di Mesia (Thracia Macedoniaque), Aulo Cecina Severo, ma attaccati a sorpresa dai ribelli mentre erano in marcia lungo il fiume Sava, ad ovest di Sirmio, rischiarono la distruzione delle truppe. Tuttavia con notevole perizia e senso di orientamento riuscirono a fuggire e a raggiungere il quartier generale di Tiberio, a Siscia, con un esercito di ben dieci legioni.

Durante l'8 d.c., Dione riferisce che Silvano condusse personalmente una campagna di successo per sconfiggere i Breuci e vinse la fedeltà di alcune altre tribù illiriche senza combattere. Nell'ultimo anno della rivolta, il 9 d.c., Silvano rimase nell'Illirico, agendo da Sirmio. Dione narra che le sue forze  devastarono la Pannonia, per cui le restanti tribù scesero a patti. 

I due anni di battaglie che seguirono portarono alla completa sottomissione dell'intero Illirico, con le nuove province di Pannonia e Dalmazia. Per questi successi si meritò gli Ornamenta triumphalia, insieme agli altri comandanti, cioè il Trionfo, attestato dall'iscrizione che compare sulla tomba di Silvano a Tivoli, in Italia.

Sebbene Silvanus abbia servito con successo sotto Tiberio per tutta la durata della Grande Rivolta Illirica o Bellum Batonianum, Syme suggerisce che il futuro imperatore avesse dei dubbi su di lui, a causa del suo stretto legame, tramite sua madre, con Livia. Certamente Silvano non compare nelle storie dopo gli eventi in Illyricum durante il 6-9. 

IL MAUSOLEO OGGI

IL MAUSOLEO

Il mausoleo di Plautius Locaunus, sulla Via Tiburtina, si trova nella piana di Tivoli presso il fiume Aniene, a circa un Km dalla famosa Villa di Adriano, poco a valle dove gli studiosi sono concordi nel localizzare l’antico porto fluviale da dove venivano imbarcati i materiale da costruzione destinati a Roma: il lapis tiburtinus (travertino) e legnami dai boschi dell’alta valle dell’Aniene.

Il sepolcro dei Plauzi, o Plautii, della metà del I sec. d.c.; è un mausoleo a forma cilindrica con base quadrangolare attualmente interrata, sormontata da una rotonda circolare a due ordini, alta circa 35 metri e rivestita di travertino. Sul corpo circolare infatti venne aggiunto un avancorpo rettangolare, incorniciato da mezze colonne ioniche, che potesse ospitare una serie iscrizioni sul suo proprietario e le sue benemerenze.

All'epoca infatti andavano per la maggiore i mausolei, compreso quello di Augusto, a vaga immagine del sepolcro di Mausolo. Augusto fece riportare sul suo mausoleo le sue gesta e così Pauzio fece riportare le sue. Una buona parte del cilindro è però rifacimento medievale, come pure la parte superiore, coronata da beccatelli. Nel sopravvissuto recinto antistante sono scolpite le iscrizioni funerarie di Marco Plauzio Silvano e del figlio di lui Tiberio Plauzio Silvano Eliano, dove si elencano tutte le cariche da loro ricoperte.

Il sepolcro, che nella forma ricorda quello più famoso di Cecilia Metella sulla via Appia, è con esso il più conservato dei mausolei di epoca tardo repubblicana, e si eleva sulla sinistra del fiume Aniene, su un territorio che apparteneva appunto alla gens Plautia. Nel medioevo fu trasformato in torre di difesa a protezione del ponte lucano. Nel 1465 fu restaurato ad opera di papa Paolo II che ordinò l’aggiunta della merlatura guelfa tutt’ora visibile insieme al suo stemma.

All’interno si trova un ambiente a croce collegato da un corridoio circolare, e, esteriormente ricoperta da blocchi di travertino; Il nome di Marcus Plautius Silvanus è menzionato nella cornice mediana della parte cilindrica e fu il primo ad esservi tumulato. Nel monumento vennero sepolti anche suo figlio, Publio Plautio Pulcro, e Plauzio Silvano Eliano (ovvero Plautius Silvanus Aelianus). Costui fu Console suffetto nel 45 d.c,, proconsole d'Asia e legato in Mesia, praefectus urbi nel 73, ricevette da Vespasiano per le sue battaglie gli ornamenti trionfali, e fu console per la seconda volta nel 74.



I TRIONFI E LE GESTAE

Marco Plautio Silvano, che fu console con Augusto nel 2 d.c., ricevette dal Senato gli ornamenti trionfali per la sua condotta nell’Illirico; attribuzione confermata dall’iscrizione inserita nel corpo cilindrico, al di sopra della cornice mediana. Ad indicare le passate gesta, sulla base del monumento vi sono delle esaurienti iscrizioni in pietra, con un indice, che è diviso in tre parti. 

La prima enumera i nomi e le note di consanguineità, con a fianco le dignità e le cariche di Plauzio Silvano Eliano, tra cui quelle di:
- pontefice
- Sodale Augustano,
- ascritto al Vingivirato (Vingiviratus Ianua erat ad honores),
- Questore di Tiberio Cesare,
- Legato della V Legione in Germania,
- Praetor Urbanus
- Legatus et Comites Claudii Caesaris in Britannia
. Due volte Console,
- Proconsole in Asia,
- Legatus in Spagna,
- Legatus Propraetor Moesias,
- Onorato con gli Ornamenta Triumphalis.

La seconda narra le sue gesta mentre era Legato Propretore nella Mesia.
La terza ricorda le ricompense che ottenne e l'elogio fattogli nel senato dall'Imperatore Vespasiano.


BIBLIO

- Cassius Dio -  Roman History - 2007 -
- Velleius Paterculus - Roman History - 2011
- Publius Cornelius Tacitus - Annales -
- Lily Ross Taylor - "Trebula Suffenas and the Plautii Silvani" - Memoirs of the American Academy in Rome - 1956 - 
- Inscription of the Tomb of the Plautii - Abdale, J.R -  The Great Illyrian Revolt: Rome's Forgotten War in the Balkans, AD6-9 - Pen and Sword - 2011 -
- Mitchell S. - Legio VII and the Garrison of Augustan Galatia - Classical Quarterly no. 26
Syme, Ronald - 1976 - 
- Mitchell S. - Galatia and Pamphylia under Augustus: The Governorship of Piso, Quirinus and Silvanus  - Klio - 1934 -


MANIO LABERIO MASSIMO - M. LABERIUS MAXIMUS


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TRAIANO OPTIMO PRINCEPS (53 - 117)

Nome: Manio Laberio Massimo, Manius Laberius Maximus
Nascita: Lanuvio, 56 circa
Morte: post 117
Professione: politico e comandante militare
Consolato: 89/103
Padre: Lucio Valerio Massimo
Nonno: Lucio Valerio Massimo
Figlia: Laberia Ostilia Crispina
Gens: Laberia



LE ORIGINI

Appartenente alla gens Laberia, un antica gente plebea, era membro di una famiglia originaria di Lanuvium, dove suo nonno, tale Lucio Laberio Massimo, ricopriva la carica di magistrato. Suo padre, anch'egli chiamato Lucio Laberio Massimo, era un ufficiale di rango equestre che fece un'ottima carriera divenendo a vari livelli praefectus annonae, poi prefetto di Egitto e prefetto del Pretorio tra l'83 e l'84. 

Non si conosce il nome della madre ma di certo le importanti cariche ricoperte dal padre permisero al figlio di venire eletto in senato. Massimo fu console suffetto nell'89 e probabilmente legatus della Numidia prima di diventare governatore della Mesia Inferiore attorno al 100.

Massimo fu, inoltre, un abile comandante militare durante le Guerre Daciche di Traiano nel corso della prima campagna del 101 e 102, dove, come testimonia Cassio Dione, si distinse per coraggio, capacità e lungimiranza. Venne ricompensato per i suoi servizi con un secondo consolato nel 103, che ricoprì insieme all'imperatore Traiano.

ADRIANO (76 - 138)


LE PERSECUZIONI

Si narra che, mentre Manio si trovava in Mesia, un suo schiavo straordinariamente bello, un certo Callidromo, venne catturato dai Daci e dato in dono al re dei Parti, Pacoro II, poiché Decebalo sperava di fare di quest'ultimo, evidentemente molto sensibile al fascino dei giovinetti, un suo alleato nella guerra contro l'imperatore Traiano. 

Callidromo venne incontrato in Bitinia nel 111 da Plinio il Giovane, a cui raccontò le sue disavventure e del tentativo fallito di patto segreto tra i Daci di Decebalo ed i Parti di Pacoro II (Plinio, Epistulae, X, 74). Il donatore dello schiavo dovette essere in effetti Massimo, poiché quando Adriano salì al trono questi era in esilio su un'isola per aver destato il sospetto di ambire al trono tradendo le aspettative di Adriano. 

Non si hanno altre notizie su questi sospetti, se non che il prefetto del pretorio Publio Acilio Attiano, amico personale nonché tutore dell'imperatore Adriano, avesse raccomandato ad Adriano di mandare a morte Massimo come fortemente sospetto. 

Su suo ordine, per il timore che qualcuno potesse attentare al trono sottraendolo ad Adriano, vennero giustiziati Avidio Nigrino, reo di essere uno dei migliori membri del Senato, e quindi degno avversario nella corsa alla porpora imperiale, Cornelio Palma, anch'egli accusato di complotto, Publio Celso e Lusio Quieto, importante generale di Traiano, tutti sospettati all'epoca di voler intralciare l'ascesa al trono di Adriano.



GIUSTIZIA SOMMARIA

Assente da Roma l'imperatore, i quattro furono sottoposti a un sommario processo in absentia conclusosi con la condanna a morte. Lusio Quieto, braccato, ebbe la medesima sorte degli altri: rintracciato mentre era in viaggio, si vide inflitta una sommaria esecuzione sul posto.

È probabile che i quattro fossero semplicemente oppositori della rinunciataria politica imperiale sul limes orientale. Adriano avrebbe preso energicamente le distanze da questo oscuro episodio che segnò negativamente il suo esordio e i rapporti con il senato. Anche nella sua perduta autobiografia ne avrebbe attribuita ogni responsabilità ad Attiano, poi rimosso dalla carica.

Adriano, irritato da questa giustizia sommaria che avrebbe potuto turbare l'opinione pubblica, lo destituì dalla carica di prefetto e lo sostituì con Tito Flavio Longino Marzio Turbone. Sembra che poi l'imperatore abbia riabilitato Massimo che ebbe poi la fortuna di vivere al di fuori corte in tranquillità.



IL SEGUITO

Magno Laberio ebbe un'unica figlia Laberia Ostilia Crispina. Dopo la morte del padre Libero Massimo, Crispina diventò erede della sua fortuna e sposò il console e senatore romano Gaio Bruttio Presente Fulvio Rustico, diventando la sua seconda moglie. Da Gaio ebbe un figlio, il console Lucio Fulvio Gaio Bruttio Presente Laberio Massimo, padre dell'imperatrice Bruzia Crispina, che divenne moglie di Commodo.


BIBLIO

- Plinio - Epistulae - X -
- Plinio il giovane, Panegirico a Traiano. Historia Augusta, (Hadrianus, V,
- Cassio Dione - Storia romana - LVIII -
- A cura di Grigore Arbore Popescu - Traiano ai confini dell'impero - Milano - 1998 -
- Filippo Coarelli - La colonna Traiana - Roma - 1999 -
- Guido Migliorati - Cassio Dione e l'impero romano da Nerva ad Antonino Pio, alla luce dei nuovi documenti - Milano - 2003 -
- Cambridge University Press - Storia del mondo antico. L'impero romano da Augusto agli Antonini - vol. VIII - Milano - 1975 -


AULO LARCIO PRISCO - AULUS LARCIUS PRISCUS


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GENS ROMANA

Nome: Aulo Larcio Prisco, Aulus Larcius Priscus
Nascita: ... ...
Morte: ... ...
Professione: militare e politico
Padre: Aulus Larcius Lepidus Sulpicianus
Madre: Caecina Larga
Sorella: Larcia Priscilla
Nonno materno: Aulo Larcius Gallus
Nonno paterno: Aulo Larcius Gallus
Nonna paterna: Sulpicia Telero
Cariche: 
- sevir equitum Romanorum, 
- decemviri stlitibus judicandis, 
- quaestor, 
- governatore proconsolare dell'Asia, 
- comandante della Legio IV Scythica, 
- governatore della Siria, 
- tribuno della plebe, 
- pretore, 
- legato del governatore proconsolare della Hispania Baetica, 
- praefectus frumenti dandi, 
- legato della Legio II Augusta nella Britannia romana, 
- legato della Legio III Augusta, cioè governatore della Numidia, 
- governatore proconsolare della Gallia Narbonensis.
- sacerdote tra i Septemviri epulonum.

Aulus Larcius Priscus fu un senatore e generale romano che ricoprì diversi incarichi al servizio dell'imperatore facendo però uno strano cursum honorum in quanto Prisco ricoprì una carica molto elevata, ottenendo da molto giovane il governatorato della Siria. Fu anche console suffetto per il nundinium dell'ottobre-dicembre 110, con Sesto Marcio Onorato come collega. Conosciamo la sua vita quasi esclusivamente dalle iscrizioni.

Martha W. Baldwin Bowsky, membro dell' "Athens University Review of Archaeology (AURA)", ha scoperto l'ascendenza di Priscus. Era figlio di Aulus Larcius Lepidus Sulpicianus e di Caecina Larga; aveva una sorella, Larcia Priscilla. Il padre Sulpicianus è noto soprattutto come questore del governatore proconsolare di Creta e Cirenaica e comandante della Legio X Fretensis nell'anno 70. 

Il suo cursus honorum non elenca alcuna carica da quella di pretore in poi, quindi è possibile che Sulpicianus sia morto prima di raggiungere quel grado. Il nonno materno di Priscus era Gaio Silio, console nel 13 d.c.. I suoi nonni paterni erano Aulo Larcius Gallus, un membro della classe equestre, e Sulpicia Telero, una figlia dell'aristocrazia di Creta.



LA CARRIERA

Grazie a un'iscrizione eretta a Timgad, attuale Algeria, da un consiglio civico per commemorare il suo prestigioso status di patrono della città, un riconoscimento assolutamente eccezionale e di grandissima importanza, conosciamo la sua carriera fino al momento in cui ricoprì il consolato. Qualche anno prima Prisco aveva eretto una dedica a Giove Ottimo Massimo a Foum-Meriel, sempre in Algeria, che aiuta a determinare la sequenza di alcune delle sue cariche.

AE 1908, 237
I(ovi) O(ptimo) M(aximo) A(ulus) LARCIUS A(uli) F(ilius) QUIR(ina) PRISCUS SEVIRUM / 
DECEMVIRUM STLITIB(us) IUDICANDIS /
QUAESTOR PROVINCIAE ASIAE / 
LEGATUS AUGUSTI LEG(ionis) IIII SCYTHICAE / 
PRO LEGATO CONSULARE PROVINC(iae) SYRIAE / 
TRIBUNUS PLEBEI PRAETOR / 
LEG(ionis) PROVINCIAE HISPANIAE BAETICAE / 
PRAEFECTUS FRUMENTI DANDI / 
LEGATUS AUGUS(ti) LEG(ionis) II AUG(ustae) / 
LEGATUS AUG(usti) PRO PR(aetore) EXERCITUS AFRICAE / 
V(otum) S(olvit) L(ibens)  / 
[---]IMMIUS VALENS  / 
(centurio) LEG(ionis) III AUG(ustae)

- Dunque Priscus iniziò la sua carriera come "sevir equitum Romanorum" in occasione della revisione annuale degli equites. 

- Successivamente fu uno dei magistrati "decemviri stlitibus judicandis", uno dei quattro consigli che formavano i vigintiviri; un passo necessario per entrare nel Senato romano. 

- Successivamente Prisco fu nominato questore, il che lo ammise al senato. Dei venti questori nominati ogni anno, dieci erano destinati ad assistere i proconsoli delle province pubbliche; 

- Prisco fu assegnato al governatore proconsolare dell'Asia, una posizione di grande prestigio.

- Mentre Prisco era questore d'Asia, la sua carica successiva era quella di "legatus legionis" o comandante della Legio IV Scythica, che era di stanza nella provincia adiacente della Siria; ma a un senatore non veniva MAI assegnato il comando di una legione prima di essere stato pretore, un grado molto più alto ancora da raggiungere. E a questa carica poteva seguirne una più alta: governatore della provincia di Siria, carica che non si dava MAI all'uomo che non fosse stato già console. 

- Invece Prisco fu governatore della Siria nel 97/98, dodici anni prima di diventare console.

TRAIANO

IL RIVALE DI TRAIANO

In una lettera di Plinio il Giovane che scrive ad un amico sul breve regno dell'imperatore Nerva, sembra preoccupato da un uomo a capo di un imponente esercito nella parte orientale dell'impero che si presume fosse il governatore della Siria, fra l'altro rivale di Traiano per la successione al trono.

Il predecessore di Prisco come governatore della Siria era Marco Cornelio Nigrino Curiazio Materno, un valido generale che aveva ottenuto vittorie per Domiziano nelle guerre daciche, ma a questo punto scompare dalla storia. Qualsiasi rivale di Traiano, sarebbe stato rimosso da una posizione imperiale, se non giustiziato. Non si hanno notizie di Materno dopo il 97 d.c..

Viene pertanto da pensare che Traiano, uomo d'arme che sapeva conoscere gli uomini validi, volesse da un lato sbarazzarsi di un possibile contendente e dall'altro volesse premiare chi gli si era dimostrato sempre fedele e che aveva dimostrato molte qualità. Questo giustificherebbe la sua carriera esplosiva.



IL RITORNO A ROMA

Finita l'alta carica, Prisco tornò a Roma e riprese servizio presso l'Optimo Princeps. Ricoprì le due successive magistrature repubblicane, tribuno della plebe e pretore, quindi fu legato del governatore proconsolare della Hispania Baetica. Successivamente fu "praefectus frumenti dandi" (il prefetto responsabile della distribuzione del grano gratuito di Roma). 

Divenne poi legato della Legio II Augusta nella Britannia romana, e quindi della Legio III Augusta negli anni 105-108, che equivaleva a essere governatore della Numidia, dove la legione era di stanza. Qui Prisco si impegnò in una campagna militare, di cui però non si sa nulla. Ma dovette avere buon esito perchè per il 108/109 venne assegnato al governatorato proconsolare della Gallia Narbonensis.

Nello stesso anno in cui Prisco fu console, fu anche ammesso al sacerdozio dei "Septemviri epulonum". Le sue attività successive al consolato sono sconosciute. Anthony Birley ipotizza, sulla base di errori grammaticali in una delle iscrizioni, che la scarsa alfabetizzazione di Prisco abbia limitato il suo avanzamento. Ma siamo propensi a credere che chi scriveva sulla pietra fosse in grado di correggere eventuali errori, e che soprattutto a Roma perfino gli schiavi sapevano scrivere. Gli errori di grafia, visto le parti mancanti, sono tutte da dimostrare. Prisco potrebbe essere morto in combattimento o per cause naturali.

CIL VIII, 17891

A(ulo) LARCIO A(uli) FILIO QUIRINA PRISCO VI-VIR EQUITUM /
ROMANOR(um) X-VIR(o) STLITIB(us) IUDICAND(is) QUAESTOR(i) / 
PROVINCIAE ASIAE LEG(ato) AUG(usti) LEG(ato) LEG(ionis) IIII SCYTHICAE /
PRO LEG(ato) CONSULARE PROVINCIAE SYRIAE TRIB(uno) PLEB(is) /
PRAETORI PRAEF(ecto) FRUMENTI DANDI EX S(enatus) C(onsulto) LEG(ato) PRO/
VINCIAE BAETICAE HISPANIAE PROCO(n)S(uli) PROV /
CIAE GALLIAE NARBON(ensis) LEG(ato) AUG(usti) LEG(ionis) II AUG(ustae) LEG(ato) /
AUG(usti) PR(o) PR(aetore) EXERCITUS PROVINCIAE AFRIC(ae) VII-VIRO(o) /
EPULONUM CO(n)S(uli) DESIG(nato) PATRONO COL(oniae) D(ecreto) D(ecurionum) P(ecunia) P(ublica)

Traduzione:
Aulo Larcio figlio di Quirina Prisco seviro equitum /
romanorum, decemviro stlitibus iudicandis, questore /
della provincia d'Asia, legato di Augusto. legato della legione IIII sciitica /
prolegato consolare della provincia di Siria, tribuno della plebe /
pretore prefetto del frumento donato come da ex senato consulto, /
legato della provincia Betica Spagna, proconsole della provincia /
della Gallia Narbonense, legato di Augusto della legione II augusta, legato /
di Augusto propretore dell'esercito della provincia d'Africa, septemviro /
epulone, console designato patrono della colonia per decreto dei decurioni del denaro pubblico.


BIBLIO

- M. W: Bowsky - A. Larcius Lepidus Sulpicianus and a Newly Identified Proconsul of Crete and Cyrenaica - 1987 -
- M.W. Baldwin Bowsky - Lissos. Inscriptions found in Excavations of the Asklepieion - Athens University Review of Archaeology - Vol. 7 - 2021 -
- A. Berriman, M. Todd - A Very Roman Coup: The Hidden War of Imperial Succession, AD 96-8 - 2001-
- Alföldy and Halfmann - M. Cornelius Nigrinus Curiatius Maternus, General Domitians und Rivale - Chiron - 1973 -
- Birley - Fasti of Roman Britain -


AULO GABINIO - AULUS GABINIUS


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IL GENERALE

Nome: Aulo Gabinio, in latino Aulus Gabinius
Nascita: ...
Morte: 47 a.c.
Moglie: Lolla
Figlio: Aulo Gabinio
Professione: generale dell'esercito


Aulo Gabinio è stato un militare, politico e senatore romano, fra i più importanti del periodo che precedette la guerra civile tra Cesare e Pompeo, probabilmente lo stesso Gabinio che partecipò come tribunus militum alla I Guerra Mitridatica, sotto il comando del proconsole, Lucio Cornelio Silla, nell'87-84 a.c.. Sembra fosse di fazione "populares".



LA LEGGE GABINIA

Il suo nome fu reso celebre dalla Lex Gabinia, ovvero la "Lex de piratis persequendis", con la quale, come tribuno della plebe, nel 67 a.c. propose, e fece approvare, di concedere a Pompeo Magno i più ampi poteri possibili per condurre la guerra contro i pirati che ormai da decenni affliggevano il Mar Mediterraneo e le sue coste.

Il decreto provocò fortissime proteste e tensioni dato che avrebbe concentrato nelle mani di un solo uomo un forte potere: massima libertà operativa, un'armata di 500 navi, 5.000 cavalieri e un totale di 30 legioni. La legge passò grazie all'appoggio politico di Cesare e Cicerone, che, pur dichiarandosi consapevoli dell'illegalità della legge, la ritenevano necessaria. 



LEGATO DI POMPEO

L'anno seguente, Gabinio seguì come legato Pompeo, che dopo aver piegato in soli tre mesi le resistenze dei pirati, con il mandato conferitogli dalla Lex Manilia (altra legge sulla falsariga delle Gabinie) aveva aggredito Mitridate re del Ponto in Asia. Prese quindi parte alla fase finale della III Guerra Mitridatica, spingendosi come legatus di Pompeo oltre l'Eufrate, fino al Tigri. 

Plinio il Vecchio e pure altri storici antichi, sostenevano che sia il Tigri che l'Eufrate sfociassero direttamente nel mare, la cui linea di costa era allora molto più arretrata di quella attuale, senza confluire l'uno nell'altro come nella situazione odierna.



CONTRO CICERONE

Nel 61, Gabinio divenne pretore e organizzò giochi sontuosi. Nel 58 a.c., divenne console insieme al collega con Lucio Calpurnio Piso Cesonino (la cui figlia sposò Giulio Cesare), potendo così favorire, insieme al collega, l'azione del tribuno della plebe Publio Clodio Pulcro contro Cicerone, costretto all'esilio per aver illegalmente condannato a morte dei cittadini romani che avevano partecipato alla congiura di Catilina (63 a.c.). Il tutto voluto e organizzato da giulio Cesare che voleva disfarsi di un avversario tanto accanito e provvisto di così convincente eloquenza.



GOVERNATORE DELLA SIRIA

Nel 57 a.c. Aulo Gabino ottenne il governo della provincia di Siria, dove represse la rivolta dei giudei e restituì a Ircano il suo ruolo di sommo sacerdote a Gerusalemme, introdusse importanti cambiamenti nel governo della Giudea e ricostruì molte città.

Ircano si rifugiò a Gerusalemme, ma dovette arrendersi dopo che suo fratello Aristobulo, che l'aveva spodestato, riuscì a prendere il Tempio. I due fratelli concordarono un trattato di pace in base al quale Ircano doveva rinunciare al trono e al sommo sacerdozio, pagato però come sommo sacerdote.

Quando nel 63 a.c. Pompeo giunse in Siria, entrambi i fratelli lo invitarono a sostenerli ma egli scelse Ircano, in quanto un alleato più affidabile per la Repubblica. Aristobulo si rinchiuse nella fortezza di Alexandrium, ma quando giunsero le legioni romane, si arrese e consegnò Gerusalemme. 

I suoi seguaci però non vollero aprire le porte della città per cui i Romani assalirono Gerusalemme, danneggiando sia la città che il Tempio. Aristobulo fu inviato prigioniero a Roma, Ircano ridivenne Sommo sacerdote, ma il potere rimase nelle mani dei Romani, che nominarono Antipatro procuratore della Giudea.

TOLOMEO AULETE

IN EGITTO

Nel 55 a.c., Aulo Gabino fu mandato in Egitto da Pompeo, rimettendo sul trono lo spodestato Tolomeo XII Aulete, mentre la Siria era stata devastata dai predoni e Alessandro, fratello di Aristobulo, aveva preso le armi per strappare a Ircano II il titolo di sommo sacerdote.



IL PROCESSO  

Gabinio lasciò ad Alessandria i Gabiniani, un'unità militare terrestre romana, dal 55 al 47 a.c. per proteggere Tolomeo poi nel 54 lasciò il governatorato al suo successore, Marco Licinio Crasso. Tornato a Roma, fu sottoposto a tre processi per concussione (estorsione per mezzo della sua carica), di cui almeno uno per l'accusa di Gaio Memmio Geminus, per cui fu condannato, esiliato e i suoi beni vennero confiscati.

Dopo la vittoria di Cesare su Pompeo a Farsalo (9 agosto del 48 a.c.), i Pompeiani, guidati da Marco Ottavio, andarono nell'Illirico per combattere i Cesariani. Cesare inviò contro di loro, due legioni sotto il comando di un certo Lucio Cornificio come questor pro praetore che battè i Liburni in uno scontro navale. 



GENERALE DI CESARE

Aulo Gabinio offrì allora i suoi servigi a Cesare che lo pose a capo di quindici coorti (delle legioni XXXI e XXXII) e 3000 cavalieri, con cui Gabinio si incamminò via terra girando intorno all'Adriatico, cosa assolutamente inedita. 

Gabinio, dopo essere penetrato nel territorio dei Delmatae, lungo il fiume Cigola (Čikola) nei pressi di Synodion, subì una dura sconfitta, perdendo cinque delle sue coorti e i rispettivi vexilla. Continuò però la sua avanzata fino a Salona nell'inverno del 48-47 a.c. perdendo ancora 4 tribuni, 38 centurioni e 2.000 legionari. 

Secondo Appiano gli Illiri, temendo di venire distrutti da Cesare per quello che avevano fatto qualche anno prima, attaccarono e distrussero buona parte dell'esercito romano penetrato nei loro territori, ad eccezione di Gabinio e di pochi sopravvissuti. 



LA MORTE

Gabinio, all'inizio dell'anno, forse a causa del dolore dei gravi rovesci di guerra, dovuti non alla sua incapacità ma all'ostilità dei territori, morì dopo una lunga malattia (47 a.c.). Morì così un bravo generale che si autodistrusse per la bramosia di denaro.


BIBLIO

- Cassio Dione Cocceiano - Storia romana - XXXVII e XLII  -
- Appiano - Guerra illirica -
- Cesare - De bello civili - II -
- Cicerone - Epistulae ad Atticum - VI XI -
- Flavio Giuseppe -Antichità giudaiche - libro XIV -
- G. Stocchi - Aulo Gabinio e i suoi processi - Salvadore Landi - Firenze - 1892 -
- R.S. Williams - The Role of Amicitia in the Career of A. Gabinius - Phoenix - 1978 -
- H.E. Butler - M. Cary, Gabinius and his Governorship in Syria, in H.E. Butler - Oxford - 1924 -
- E. Matthews Sanford -The Career of Aulus Gabinius - «Trans. Proc. Am. Philol. Ass.» - 1939 -



M. V. MASSIMO MESSALLA - MANIUS VALERIUS MAXIMUS MESSALLA


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ASSEDIO DI MESSANA

Nome: Manio Valerio Massimo, detto Corvino Messalla, in latino Manius Valerius Maximus, Anneo Seneca informa che l'agnomen Messalla viene dalla corruzione di Messana (Messina), la città che il console liberò nella sua spedizione in Sicilia. Divenne un cognomen dei discendenti di Messalla per circa otto secoli.
Nascita: Roma ...
Morte: ...  III secolo a.c.
Padre: Marco Valerio Massimo Corvino
Gens: Valeria
Professione: generale e magistrato


Console della Repubblica romana nel 263 a.c. con Manio Otacilio Crasso. Censore nel 252 a.c. con Publio Sempronio Sofo. Faceva parte della gens Valeria ed era figlio di Marco Valerio Massimo Corvino, console nel 312 e nel 289.

Durante la I guerra punica (264 - 241 a.c.), i due consoli scesero in Sicilia al comando di una legione ciascuno. I Fasti trionfali riportano che Messalla riportò delle grandi vittorie, conquistando 67 cittadine, tra cui Messina e Catania, e vincendo un'importante battaglia contro i cartaginesi ad Imera.

I siciliani, scontenti del governo dei cartaginesi e dei greci, non opposero resistenza all'arrivo dei romani. Quando i Romani sbarcarono quattro legioni nell'isola, Gerone II, tiranno di Siracusa si ritirò da Messina e, incalzato da Marco Valerio, grazie alle capacità diplomatiche e carismatiche di Manio Valerio, stabilì con lui un'alleanza, promettendo di aiutare Roma contro Cartagine. 

GERONE II


IL TIRANNO DI SIRACUSA

A questa promessa rimase sempre fedele durante la I e la II guerra punica, e spesso assistette i romani con uomini e vettovaglie durante la guerra punica, cosa che gli assicurò in cambio la sua carica di tiranno a vita.
 
A questa politica filoromana di Gerone si deve un periodo di pace e di grande splendore per Siracusa,  anche se preparò l'asservimento della Sicilia greca ai Romani, ma si sa che questa era inevitabile.

Messalla accettò l'offerta del tiranno (dittatore) facendogli firmare un trattato di pace che però limitava la sovranità siracusana sulla Sicilia sud orientale. Comunque Messalla ebbe il principale merito dei successi riportati, tanto che il senato concesse a lui solo il trionfo «De Paeneis et Rege Siculorum Hierone» (Fasti).

Al suo ritorno a Roma, portò con sé la prima meridiana, presa a Catania, e la fece posizionare su una colonna nel Foro. Fece dipingere un affresco nella Curia Hostilia, il più antico luogo di riunione del Senato romano, raffigurante la battaglia tenutasi ad Imera, opera considerata da Plinio come uno dei primi stimoli dell'arte pittorica a Roma.

Nelle sue cariche fu uomo severo ma giusto, come lui stesso era, fino all'intransigenza. Infatti durante la sua censura degradò 400 uomini da equites ad aerari per negligenza in Sicilia.


BIBLIO

- Gaio Plinio Secondo - Naturalis Historia - XXXV -
- Lucio Anneo Seneca - De brevitate vitae -
- Polibio - Storie I -
- Diodoro siculo - Ecloghe XXIII -
- Livio - XVI. Epitome -
- Macrobius - Saturnalia - I -
- William Smith (a cura di) - Dictionary of Greek and Roman Biography and Mythology - vol. 2 - Boston - Little, Brown and Company -


LUCIO PETRONIO TAURO VOLUSIANO - L. PETRONIUS TAURUS VOLUSIANUS


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GENS PETRONIA

Nome: Lucius Petronius Taurus Volusianus
Nascita:  203 
Morte: dopo il 268
Padre: Lucio Petronio
Figlio: Lucio Publio Petronio Volusiano
Professione: Generale e Politico


Lucio Petronio Tauro Volusiano, ovvero Lucius Petronius Taurus Volusianus, è stato un generale e politico romano del III secolo, sotto il regno dell'imperatore Valeriano (200 - 260) e in quello di suo figlio Gallieno (218 - 268). La sua carriera fu un'ascesa, a detta delle fonti, straordinariamente rapida, da soldato semplice dell'esercito fino al consolato e alla prefettura. 

Figlio di Lucio Petronio, apparteneva alla tribù di voto Sabatinae, nell'Etruria: la sua tribù di voto e il suo legame di patrono con la città di Arretium (Arezzo) suggeriscono una origine italica. Fu probabilmente il padre di Lucio Publio Petronio Volusiano, a sua volta patrono di Puteoli. Apparteneva per nascita all'ordine equestre.
I due imperatori cui si fa riferimento in un'iscrizione o erano Valeriano e Gallieno (253-260), e in tal caso la carriera di Petronio fu molto rapida, oppure Filippo l'Arabo e suo figlio Marco Giulio Severo Filippo (247-249), che sarebbe meno portentosa, ma tutto lascia presupporre che fossero i primi due.



LE FONTI

La sua carriera è nota attraverso un'iscrizione dedicatagli dal municipium di Arretium (Arezzo), città di cui era patrono, intorno al 261; nella Roma antica il patrono era un cittadino di una certa autorevolezza, in genere patrizio, chiamato così per via del legame, detto di patrocinio, ossia di protezione, che aveva con i clientes.

Il suo consolato è attestato anche nei Fasti e nella Historia Augusta. Come praefectus urbi è noto come Petronius Volusianus nel Cronografo del 354. Si trattava del diretto rappresentante dell'imperatore, con controllo su tutti gli ufficiali civili cittadini, le corporazioni e tutti gli enti pubblici.

GALLIENO

IL CURSUM HONORUM 

Volusiano ebbe una splendida carriera militare:
- divenne centurione, in quanto la sua prima carica registrata è quella di centurio deputatus, cioè ufficiale di complemento presso l'imperatore, di stanza nei castra peregrina a Roma.
Successivamente divenne primus pilus della Legio XXX Ulpia Victrix, di stanza a Castra Vetera, a Xanten, sede di un accampamento legionario della provincia della Germania inferiore, forse intorno al 245.
- Fu poi "praepositus equitum singulares Augusti nostri", il cui corpo disponeva di due caserme:
la prima caserma Castra Priora equitum singularium si trovava sul Celio (odierna via Tasso),
la seconda caserma Castra Nova equitum singularium venne costruita sotto l'imperatore Settimio Severo tra il 193 e il 197, presso il Laterano.
Divenne poi comandante della guardia del corpo imperiale a cavallo, intorno al 253; questo incarico è fuori dalla norma e mostra la fiducia degli imperatori in Volusiano, in quanto normalmente era affidato ad un ex-tribuno dei vigiles.  
Nel 254 circa fu comandante di legione, con il grado di tribuno o con quello di praepositus, prima di una legione della Dacia, poi di un distaccamento formato da vexillationes della Legio X Gemina e della XIIII Gemina in Pannonia superiore, in entrambi i casi in servizio lungo il Danubio, probabilmente intorno al 253.
Tra il 255 e il 257 seguì il normale cursus equestre, ricoprendo incarichi a Roma:
1) tribuno della coorte III dei vigiles,
2) tribuno della XI coorte urbana,
3) due volte tribuno della IIII coorte pretoria.
- Nel 258 ebbe un salto di qualità e fu nominato tribuno della I coorte pretoria e protector Augusti nostri; era così entrato nel rango di protector, e i due imperatori dovrebbero essere ancora Valeriano e Gallieno.
È possibile che tale incarico gli abbia permesso di seguire l'imperatore Gallieno in una o più campagne militari, tanto che, nel 259, ebbe un inusuale avanzamento: la nomina a preafectus vigilum, cioè comandante dei vigili, direttamente da tribuno pretoriano.
Volusiano raggiunse, probabilmente nel 260, il rango di prefetto del pretorio, forse in concomitanza con la cattura di Valeriano da parte dei Sasanidi e la rivolta del suo prefetto Ballista contro Gallieno, con il quale Volusiano condivise il consolato per il 261.
- Tra il 267 e il 268 fu praefectus urbi di Roma. Dopodichè non se ne sa più nulla. Probabile quindi che sia morto nel suo letto. Fu una delle carriere più brillanti, senza sotterfugi o colpi di stato, di cui abbiamo notizia.

BIBLIO 

- Cassio Dione, Storia romana, LII, 21
- Aurelius Victor, Epitome de Caesaribus
- Zosimus, Historia Nova
- Historia Augusta - Due Gallieni
- The Prosopography of the Later Roman Empire Vol. 2 - Cambridge - 1971-1992 -
- Andreas Alföldi - La crisi dell'impero (249-270 d.C.) - «Storia del mondo antico» - vol. IX - 1999 -
- Porena, Pierfrancesco - Le origini della prefettura del pretorio tardoantica - L'erma di Bretschneider - 2003 -


CAIO VALERIO FESTO - C. VALERIUS FESTUS


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IL CONSOLE

Nome:
  Gaius Calpetanus Rantius Quirinalis Valerius Festus
Padre: venne adottato da Caio Calpetano Rancio Sedato, un console nel 47.
Professione: console, senatore, generale e governatore


Venne adottato da Caio Calpetano Rancio Sedato che fu "curator tabullarium publicorum" nel 45 d.c., incarico riservato ai senatori pretoriani, poi venne nominato console suffetto nel 47 d.c. e successivamente venne nominato governatore della provincia di Dalmazia, nonchè responsabile della Legio VII Claudia e dell'XI Claudia.

Ollie Salomies, dell'University of Helsinki, "Ancient languages and cultures," sostiene che il suo nome di nascita era Valerio Festo e che la famiglia di Festo ebbe origine ad Arretium (Arezzo), dove diversi Valerio Festo sono attestati in iscrizioni, tutti membri della tribù Pomptina.

All'inizio del 69, nell'anno dei quattro imperatori, a detta di Tacito, Festo si dichiarò per la prima volta a favore di Vitellio, perché lì era stato proconsole non molto tempo prima, ma iniziò subito a trattare con Vespasiano.



FEDELE A VESPASIANO

Festo aveva del resto dimostrato la sua lealtà alla famiglia imperiale quando, nella Legio III Augusta in Africa, aveva ucciso il Proconsole che aveva favorito un rivale di Vespasiano nell'anno dei quattro imperatori, il 69 d.c.. Rimase fedele anche sotto Tito e Domiziano. Tuttavia Tacito lo descrisse, nel 70, come "un giovane dalle abitudini stravaganti e dall'ambizione eccessiva" .

La sua carriera è stata decifrata da una frammentaria iscrizione onoraria rinvenuta a Tergeste (Friuli-Venezia-Giulia). Da appena adolescente Festo era stato nominato: 

- quatuorviro addetto alla viabiltà (quattuorviri viarum curandarum), uno dei comitati dei vigintíviros (vigintiviri). 
- poi divenne  tribuno militare presso la Legio VI Victrix, 
- poi divenne quaestor (questore), 
- poi "seviro dos equestre" ("sevir equitum Romanorum") nella rassegna equestre  annuale, 
- tribuno della plebe, 
- pretore,
- poi fu ammesso tra gli Augustales sodais, indicando che era ben considerato dall'imperatore Nerone, che alla fine nominò eredità della Legio III Augusta in Numidia, la vicina provincia proconsolare dell'Africa.

VESPASIANO


LA CARRIERA

La sua opportunità di affermazione Festo la ebbe nei primi mesi degli anni 70. Nonostante la sconfitta e l'omicidio di Vitélio il 21 dicembre 69, il proconsole dell'Africa Lúcio Calpúrnio Pisão (in latino Pisone) che era stato eletto console nel 57 insieme all'imperatore Nerone.

Quando gli emissari di Roma con messaggi contrastanti arrivarono a Cartagine, il governatore di provincia Pisão, incapace di controllare gli eventi e non sapendo quali decisioni prendere, si chiuse nel palazzo.

Venutolo a sapere, Festo, che aveva deciso di sostenere Vespasiano, vi inviò un distaccamento di cavalleria per assassinare il governatore. Dopo aver atteso notizie ad Adrumeto (Tunisia), Festo si recò al campo della III Augusta, ne assunse il comando e fece arrestare Cetrônio Pisano, accusandolo di essere un sostenitore del Pisão. 

Dopo aver apportato diverse modifiche alla gerarchia dell'unità, Festo usò la legione per risolvere una disputa di lunga data tra Oeans (Tripoli) e Leptians (Leptis Magna), dimostrando così di avere il controllo della provincia. Avendo dato ampia prova delle sue capacità e del suo attaccamento alla gens flavia, subito dopo si dichiarò apertamente dalla parte di Vespasiano.

Vespasiano riconobbe la sua lealtà e lo ricambiò nominandolo console suffetto per il consolato di maggio-giugno 71 insieme al futuro imperatore Domiziano, e in più gli concedette delle con militaria (decorazioni militari).

Non molto tempo dopo, Festo fu nominato nel 73 sovrintendente alle acque e alle rive del Tevere ( curatore alvei Tiberis ) e inoltre prese una carica presso il collegio dei pontefici. Infine, Festo ha assunto il governo di due importanti province: la prima fu quella della Pannonia tra il 73 e 77, e la seconda fu quella della Hispania Citerior tra 78 e 81.

Brian W. Jones crede che Festo possa essere stato nominato proconsole dell'Asia durante il breve regno di Tito  ma Werner Eck non lo include nella sua lista di proconsoli del periodo.

Nonostante questa brillante carriera e nonostante non ci risulti alcuna caduta della sua autorità o della sua figura, tra l'85 e l'86, Festo si suicidò e non abbiamo alcuna supposizione sulle cause, anche se i più hanno pensato ad una malattia penosa e incurabile.


BIBLIO

- Tacito - Storie-  IV -
- Paul Gallivan - The Fasti for AD 70 -
- Brian W. Jones - The Emperor Domitian - London - Routledge - 1993 -
- Bengt E. Thomasson - Fasti Africani. Senatorische und ritterliche Ämter in den römischen Provinzen Nordafrikas von Augustus bis Diokletian - Paul Aströms Förlag - Stoccolma - 1996 -


FILIPPICO - FILIPPICUS


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IMPERATORE MAURIZIO E LA SUA CORTE


Nome: Filippicus
Nascita: ?
Morte: ? di malattia,
Professione: Generale tra il 580 e il 610.


Filippico è stato un generale bizantino di notevole abilità, un "comes Excubitorum", e cognato dell'Imperatore Maurizio (539 - 602). Gli escurbitores erano i soldati della coorte posta a guardia del palazzo dell'imperatore romano; non solo difendevano l'imperatore in battaglia e in tempo di pace, ma sia gli ufficiali che gli Excubitores ordinari erano spesso inviati in missioni speciali, anche a carattere diplomatico, dagli imperatori.

Il loro comandante, il "Comes Excurbitorum" divenne, in virtù della sua vicinanza all'imperatore, un ufficiale di grande rilievo, tanto che era detenuto in genere da membri stretti della famiglia imperiale, o da uomini che potevano essere nominati suoi eredi. Filippico ottenne l'incarico grazie ai numerosi successi ottenuti in guerra, dovuti alle sue abilità di stratega, soprattutto contro i Persiani.

Qualcuno ha pensato che Filippico fosse uno dei possibili autori dello Strategikon, "un manuale piccolo ed elementare", come è citato nell'introduzione, "per coloro che si dedicano al comando militare", avendo avuto il tempo e l'opportunità di scriverlo, dopo il 603, mentre era in monastero, ma sembra  accertato che sia stato scritto dall'imperatore bizantino Maurizio (r. 582 - 602).



LE ORIGINI

Si sa poco sui primi anni di vita se non che nacque da famiglia plebea, ma essendo amico o comunque stimatissimo dall'imperatore Maurizio, sposò la di lui sorella di Maurizio, Gordia, probabilmente nel 583, successivamente venne elevato dall'imperatore al rango di patricius e venne assunto come "Comes Excubitorum" (Comandante delle guardie imperiali).

Nel 582, quando Maurizio divenne imperatore, gli succedette come "magister militum per Orientem" il generale Giovanni Mystacon. Il magister miltum era a capo di un esercito in una Prefettura del pretorio mentre il magister militum praesentalis aveva il comando supremo dell'esercito. Costantino I aveva diviso l'Impero in cinque prefetture: Gallie, Africa, Italia, Illirico e Oriente, ponendo un prefetto del pretorio a capo dell'amministrazione civile di ognuna di esse e Mystacon era a capo della prefettura d'Oriente.
 
Ma il generale Giovanni Mystacon non si dimostrò all'altezza del compito subendo una prima sconfitta contro i Persiani presso la confluenza tra il Tigri e il Nymphius, ancor prima della nomina che comunque gli venne ugualmente accordata. 

Poco dopo, nell'assaltare la fortezza di Achbas (oggi Abcasia) in Georgia, fu di nuovo sconfitto, per cui fu destituito dall'imperatore e sostituito nel 583 con Filippico che divenne quindi il comandante delle legioni orientali in guerra contro i Persiani.



L'ESERCITO BIZANTINO

Quando Maurizio prese il potere, le truppe dell’esercito imperiale ammontavano a circa 150.000 uomini che, fino all’inizio del regno di Giustino II, erano divise in:
- due armate, di 20.000 uomini ciascuna, chiamate Praesentales (perchè alloggiate presso il sovrano), di stanza in Asia Minore,
- l’Armata d’Oriente, composta di 20.000 uomini, acquartierata in Siria e Mesopotamia,
- l’Armata di Tracia, di 20.000 soldati, alloggiata in Europa lungo il basso Danubio,
- l’Armata d’Illirico, composta di 15.000 uomini, alloggiata lungo l'alto Danubio,
- l’Armata d’Armenia, di 15.000 uomini,
- l’Armata d’Italia, con 20.000 soldati (di cui 2.000 in Sicilia),
- l’Armata d’Africa, con 15.000 uomini,
- l’Armata di Spagna, di 5.000 unità. 

Nel 584-585 egli condusse numerose battaglie tutte con buon esito, saccheggiando i dintorni di Nisibi (città e fortezza legionaria, oggi turca), ed ebbe alcuni scontri facendo incursioni nell'Arzanene (regione dell'antica Armenia) e nella Mesopotamia orientale (terra fra Tigri ed Eufrate). Nel suo esercito si preoccupò di migliorarne la disciplina e l'addestramento, e pure di dotarlo delle armi e armature migliori.

Passò quindi l'inverno nel 585-586 al sicuro a Costantinopoli, dove continuò tuttavia ad addestrare le sue truppe e a curare le sue mappe e le sue informazioni, poi ritornò ai suoi quartieri generali ad Amida (oggi Diyarbakir una città del sudest della Turchia, situata lungo le sponde del fiume Tigri) all'inizio della primavera. 

I Persiani, intimoriti dall'invincibile generale, avanzarono alcune richieste di pace che però l'imperatore, su consiglio del suo generale rifiutò. Allora Filippico poté avanzare con le sue truppe verso la frontiera, dove sconfisse l' esercito persiano pur notevolmente superiore in numero, nella Battaglia di Solachon.




BATTAGLIA DI SOLACHON

La battaglia di Solachon fu combattuta nel 586 tra i Bizantini, comandati dal generale Filippico contro i Sasanidi (Persiani) comandati da Kardarigan, durante la lunga guerra romano-persiana del 572-591. Tale guerra fece seguito al rifiuto dell'Impero bizantino di pagare il tributo che da molti anni pagava in oro alla potenza persiana e che per l'imperatore Maurizio costituiva un'onta e un disonore per i bizantini, in memoria del valore romano.

Lo storico Teofilatto Simocatta (Egitto, 580 circa – dopo il 640) narra che l'esercito di Filippico ardeva di scontrarsi con i Persiani in battaglia, e che Filippico marciò da Amida verso sud, attraversò il fiume Arzamon (oggi fiume Zergan) e avanzò per 15 miglia ad est fino alla pianura di Solachon, dove stabilì il suo accampamento presso il monte Izala, a sud delle fortezze di Mardes e di Dara. 

Da geniale comandante quale era, aveva scelto con attento studio la posizione, sapendo che, non essendoci acqua tra il fiume Bouron in territorio persiano e l'Arzamon, il nemico avrebbe avuto un netto svantaggio non potendo bere dal fiume Arzamon difeso dai bizantini. Pertanto costrinse l'armata persiana sotto il comando di Kardarigan ad avanzare per l'arida pianura, lontano dai loro rifornimenti, per cui sarebbero giunti allo scontro con l'armata bizantina indeboliti dalla sete.

Tuttavia anche i Persiani erano desiderosi di combattere e con la certezza di vincere, soprattutto Kardarigan, a cui alcuni divinatori avevano predetto la vittoria sul nemico. Il terzo giorno, l'esercito persiano seppe che i Bizantini si erano stanziati presso l'Arzamon e allora Kardarigan condusse con sé molti cammelli carichi di acqua in previsione del blocco all'accesso all'Arzamon.  

Teofilatto narra che Kardarigan fosse così sicuro di vincere che aveva già fatto preparare le catene per i prigionieri bizantini, tuttavia le speranze di cogliere di sorpresa l'esercito bizantino svanirono perché il giorno dopo i foederati arabi, alleati dell'esercito bizantino, con truppe scelte inviate in perlustrazione, catturarono e torturarono dei soldati persiani ottenendo tutte le informazioni sull'esercito persiano. Filippico comprese che Kardarigan avrebbe attaccato il giorno dopo, di domenica, giorno di riposo dei Cristiani bizantini, sperando di coglierli impreparati.

CATAFRATTO SASANIDE
La grande civiltà romana, ineguagliata nella storia per la civiltà delle leggi e dei costumi, ebbe il grande merito di non sentirsi eletta o superiore come razza o come fede (ma solo come civiltà), nè temeva di essere contaminata dai costumi o le credenze di altri popoli, per cui attingeva liberamente dagli altrui costumi, o canoni di architettura o di religione, ma pure armi, armature, culti, espedienti di guerra, senza alcuna preclusione mentale.

Pertanto dai sasanidi i romani, scoprendo che i fanti romani poco potevano contro i loro cavalieri, avevano copiato non solo l'uso dei lancieri e degli arcieri a cavallo ma pure l'uso dei catafratti, per cui entrambe le armate erano costituite esclusivamente di cavalleria ben difesa da pesanti armature. 

Quando gli esploratori di Filippico segnalarono l'avvicinarsi dei Persiani, Filippico fece porre su una collinetta, con l'ala sinistra protetta dai contrafforti del Monte Izalas.

I Bizantini si schierarono in una singola linea di battaglia con tre divisioni: quella sinistra sotto il comando di Eiliphredas, dux della Fenicia Libanense, con arcieri a cavallo Unni, quella sotto il comando del generale Eraclio il Vecchio, padre dell'imperatore Eraclio I (r. 610–641), e quella sotto il comando del taxiarchos Vitalio.

Anche i Persiani apparvero con tre divisioni: quella destra sotto il comando di Mebode, quella centrale sotto il comando dello stesso Kardarigan, e quella sinistra sotto il comando del nipote del Kardarigan, Afraate. 

Mentre il generale persiano si allontanò dalla linea di battaglia, Filippico rimase, com'era suo costume, con pochi soldati subito dietro la principale linea di battaglia, a guardarla e dirigerla e quando il nemico apparve all'orizzonte Filippico mostrò l'immagine del Cristo come certezza dell'aiuto divino.

I Persiani avanzarono rapidamente scagliando frecce e altrettanto fecero i Bizantini. La divisione destra bizantina ebbe la meglio spingendo il fianco persiano verso sinistra dietro la loro linea principale. Ma molte truppe di Vitalio ruppero la formazione per depredare l'accampamento avversario, subito Filippico se ne accorse, dette il suo elmo distintivo a uno delle sue guardie del corpo e lo inviò a minacciare pesanti punizioni per la trasgressione. 

Le truppe di Vitalio si ricomposero e respinsero l'attacco persiano. Ma i persiani sconfitti dell'ala destra, invece di fuggire, erano andati a rinforzare la parte centrale dell'esercito persiano, contro il centro bizantino che fu costretto ad arretrare. Allora Filippico ordinò alla divisione centrale di smontare e combattere a piedi formando un muro di scudi (formazione a fulcum) e gli arcieri bizantini mirarono ai cavalli persiani, fermandone l'avanzata. 

Poi fece contrattaccare l'ala sinistra contro l'ala destra persiana, che fuggì, inseguita dai Bizantini. Sconfitte entrambe le ali persiane, il centro persiano cedette all'ala destra bizantina, che li spinse verso l'area un tempo occupata dall'ala destra persiana. Ai Persiani rimase solo la fuga.

L'esercito sconfitto soffrì non solo per l'inseguimento ma anche per la mancanza di acqua, anche perchè prima della battaglia Kardarigan aveva ordinato di rovesciare al suolo le scorte d'acqua, per spronare i soldati a combattere più duramente onde raggiungere l'Arzamon. Inoltre, ai Persiani superstiti fu negato l'accesso a Dara perché, secondo Teofilatto Simocatta, era usanza persiana negare l'accesso ai fuggitivi e molti Persiani morirono di sete.

Solo un manipolo di uomini continuarono a combattere assieme al generale Kardarigan su una collinetta ma vennero circondate dai Bizantini che gli ordinarono di arrendersi. Essi risposero che preferivano morire e dopo alcuni giorni i Bizantini, non sapendo che Kardarigan era con loro, li abbandonarono. 

Quando i Persiani trovarono la discesa libera, scesero dalla collinetta ma si scontrarono con alcuni soldati bizantini che tornavano all'accampamento: i persiani vennero massacrati e più di 1000 vennero fatti prigionieri e portati a Costantinopoli. Kardarigan però riuscì a salvarsi nella fuga. Filippico ricompensò i soldati distintesi nella battaglia dividendo tra loro le spoglie dei vinti Persiani.

La vittoria di Solachon permise ai Bizantini di ristabilire il loro controllo nei dintorni di Dara. La guerra si protrasse ancora fino alla rivolta di Bahram Chobin, che causò la fuga del legittimo shah persiano, Cosroe II (r. 590–628) in territorio bizantino per chiedere aiuto all'Imperatore Maurizio contro l'usurpatore Bahram. Una spedizione congiunta restaurò Cosroe II sul trono e un trattato di pace fu concluso nel 591 che lasciò la maggior parte dell'Armenia in mani bizantine.

CATAFRATTI BIZANTINI


LA MALATTIA DI FILIPPICO

In seguito invase e saccheggiò l'Arzanene e assediò la fortezza di Chlomaron ma poi probabilmente per malattia, affidò il comando del suo esercito al suo hypostrategos (generale luogotenente) Eraclio, il padre del futuro imperatore Eraclio. Nella primavera del 587 cadde nuovamente malato.

Affidò due terzi del suo esercito a Eraclio e il resto ai generali Teodoro e Andrea, ordinando di saccheggiare i territori persiani. Sempre per la sua malattia non poté partecipare alle campagne di quell'anno e tornò a Costantinopoli, dove venne sostituito da Prisco. Tuttavia, quando Prisco arrivò in Oriente, i soldati rifiutarono di obbedirgli, e al suo posto elessero generale Germano.



IL RITORNO DI FILIPPICO

Appena tornato in salute Filippico venne presto riassunto come comandante d'Oriente, ma poté assumere il comando solo dopo che l'ammutinamento che ancora proseguiva da parte delle truppe fedeli al generale Germano venne sedato grazie all'intervento del Patriarca di Antiochia.

Dopo essersi riconciliato con le sue truppe, nell'estate del 589 cercò di riconquistare Martiropoli, nella provincia di Diyarbakır in Turchia, caduta in mano persiana a causa di un tradimento, ma non vi riuscì, forse a causa del suo malessere. per cui venne sostituito dal generale Comenziolo. A parte una missione diplomatica del 590, di Filippico non si hanno notizie fino al 598, quando venne per un breve periodo nominato generale delle legioni a difesa dei Balcani.

IMPERATORE FOCA


L'IMPERATORI FOCA ED ERACLIO

Nel 602, Filippico viene sospettato, forse dallo stesso imperatore o comunque dai suoi cortigiani, di voler complottare contro Maurizio solo perchè era stato profetizzato che il nome del successore di Maurizio sarebbe iniziato con una Φ (Phi). Invece poco dopo, Maurizio venne deposto e ucciso da una rivolta condotta da Foca. 

In quanto a Filippico, essendo cognato di Maurizio, gli venne salvata la vita da Foca ma a patto che si facesse monaco entrando in un monastero a Crisopoli ed era ancora lì quando Eraclio rovesciò Foca nel 610, e, conoscendo le sue abilità di generale, lo fece uscire dal convento inviandolo a negoziare con il fratello di Focas, Comenziolo, che comandava l'esercito orientale. 

Filippico accettò l'incarico come di dovere ma Comenziolo, uomo di poco onore, non solo non accettò la trattativa, ma lo imprigionò e voleva farlo giustiziare, ma Comenziolo venne improvvisamente assassinato per cui ancora una volta Filippico ebbe salva la vita.

Tornato illeso alla corte di Eraclio nel 612, questi, in riconoscimento del suo valore come generale, lo nominò "magister militum per Orientem", quindi capo dell'esercito per tutto l'oriente, inviandolo poi a combattere contro i Persiani in Armenia. 

Nel 614, quando un esercito persiano sotto il comando di Shahin invase l'Asia Minore e raggiunse le coste del Bosforo a Calcedonia, Filippico ancora una volta invase la Persia, e con la sua usuale e straordinaria abilità di stratega ne conquistò dei territori  sperando che Shahin, venuto a sapere delle sue vittorie, si ritirasse dall'Anatolia per affrontarlo finalmente in battaglia.



LA MORTE

Le speranze di Filippico andarono deluse perchè morì poco dopo a causa del progredire della sua malattia, e venne sepolto in una chiesa che aveva costruito a Crisopoli. Moriva con lui un grande generale romano.


BIBLIO

- A.A.V.V. - Il Mondo bizantino - L'Impero romano d'Oriente (330-641) - A cura di Cécile Morrisson -Ed. italiana a cura di Silvia Ronchey e Tommaso Braccini (ediz. orig. Le monde Byzantin - Presses Universitaires de France - Paris - 2004) - Collana Grandi Opere - Torino - Einaudi - 2007 -
- Mario Gallina - Bisanzio - Storia di un Impero (secoli IV-XIII) - Carocci - Roma - 2008 -
- Maurizio Imperatore - Strategikon - a cura di G. Cascarino - Rimini - 2006 -
- Michael Whitby - The Emperor Maurice and his Historian - Theophylact Simocatta on Persian and Balkan Warfare - Oxford University Press - 1998 -
- Georgiy I Mirsky, G I Mirskii - On Ruins of Empire: Ethnicity and Nationalism in the Former Soviet Union (Contributions in Political Science) - Greenwood Press - 1997 - .


PUBLIO TULLIO VARRONE - P. TULLIUS VARRO


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Nome: Publius Tullius Varro
Nascita: II secolo
Morte: II secolo
Professione: Politico e generale


Publio Tullio Varrone, generale e senatore durante il regno di Adriano (76 - 138), era nativo di Tarquinia in Etruria, e fu un importante membro della gens tarquiniese dei Varroni, diretto discendente di un personaggio che fu questore di Creta e Cirenaria nonché proconsole della Macedonia sotto Domiziano (81-96 d.c.).

Lo storico britannico Anthony Birley ha scritto su Publio Varrone che: 
"ha avuto ottimi collegamenti in alti luoghi per il suo fratello maggiore che era stato adottato, sembrerebbe, dall'influente spagnolo Dasumius, prendendo i nomi P. Dasumius rusticus "
indicando che il suo fratello era console ordinario nel 119 come il collega dell'imperatore Adriano. 

Tuttavia, sembra che la convinzione di Birley sia basata su un fraintendimento per un'iscrizione conosciuta come la volontà di Dasumius, che aveva portato gli esperti a concludere che Tullio Varrone era l'amico del suo testatore, di cui avrebbe adottato il figlio Lucius Dasumius Tullius Tusco. Una volta però chiarito che il testatore di questa iscrizione non era "Dasumius", questa ricostruzione decade.

Publio Tullio fu titolare di almeno tre appezzamenti terrieri: il fondo Antoniano Maggiore, quello Antoniano Minore e quello Petroniano, sempre che non ne avesse altri. Ma li vendette a Valerio Vegeto, un ricco aristocratico che in una epigrafe annuncia di aver fatto edificare per se stesso e a sue spese nientemeno che un acquedotto, l'Aqua Vegetiana:

MUMMIO NIGRO VALERIO VEGETO, DI RANGO CONSOLARE, HA CONDOTTO LA SUA ACQUA VEGEZIANA DALLA FONTE, CHE NASCE NEL FONDO ANTONIANO MAGGIORE  DI PUBLIO TULLIO VARRONE, AVENDOLA ACQUISTATA IN PIENA LIBERTÀ INSIEME  CON IL LUOGO DA CUI SCATURISCE, PER 5950 PASSI VERSO LA SUA VILLA CALVISIANA, CHE SI TROVA PRESSO LE SUE ACQUE PASSERIANE,... DOPO AVER ACQUISTATO E AFFRANCATO I LUOGHI E I PERCORSI DI QUELL’ACQUA DAI POSSESSORI DI CIASCUN FONDO ... ATTRAVERSO I  FONDI ANTONIANO MAGGIORE E ANTONIANO MINORE DI PUBLIO TULLIO VARRONE... IL FONDO PETRONIANO DI  PUBLIO TULLIO VARRONE...  AVENDONE OTTENUTO IL PERMESSO IN BASE AD UN DECRETO SENATORIALE.

Ma ecco che ritroviamo il personaggio in:

- Giornale Arcadico Di Scienze, Lettere Ed Arti, Volume 349 - Roma - 1848 -
dove è riportata la seguente epigrafe:

MAIORE P. TVLLI VARRONIS CVM EO LOCO

"Scriveva io prima P Iulii Varronis ora trovo che veramente qui si parla del P Tullio Varrone di famiglia oggi notissima per iscrizioni anche relative ad Etruria e a quel che si può indovinare assai ricca. 

Infatti nei genitivi l'epigrafe mostra mai non raddoppia la i finale e già un Publio Tullio Varrone figliuol di Varrone ci fu indicato da un sasso delle terme Tarquiniensi ed è detto Console, Augure, Proconsole della provincia d'Affrica, legato d Augusto Propretore della Mesia superiore, Pretore dell'Etruria, Quinquennale di Tarquinia, etc etc. 

Un secondo sasso ivi ci fa conoscere il figlio. Un terzo sasso in Grutero 1, o ediz. CCCCLXXVI (476), un altro P. Tullio Varrone ci mette sott'occhio figliuolo a padre non meno onorato di cospicue cariche etc. Mi suggerisce infine la memoria d'aver già veduto in Viterbo quando giovane vi dimorava un quarto gran marmo nell'episcopio il quale al nostro medesimo Publio dovette riferirsi quantunque di fresco io ne abbia inutilmente fatto ricerca. 

Per fermo eran gente costoro i quali nel territorio nostro molte terre avevano e da essi forse trasse non meno la denominazione il Casale Veronianum (il Varronianum) che il n 202 del Regestum Farfense in un contratto di vendita dell'anno 802 poné nel territorio della vicina Toscanella".

La carriera di Publio Tullio Varrone ci è nota nel dettaglio grazie ad una lapide ritrovata a Tarquinia e a lui dedicata da un certo Publio Tullio Callisto, probabilmente un liberto. Il suo cursus honorum è strabiliante, Publio Varrone ebbe le cariche più disparate, tanto civili che militari, ed eccelse in entrambe, tanto che fu apprezzato da ogni imperatore con cui entrò in contatto. 

La particolarità di questo personaggio è che fu molto intelligente, molto capace di apprendere qualsiasi nuovo campo, e anche capace di farsi obbedire e rispettare, ma pure di buon carattere perchè del suo lavoro rimasero soddisfatti capi e subalterni.

Ed ecco come  ebbe inizio il suo lavoro:



LA CARRIERA

1) - Publio Varrone, ancora adolescente, è stato membro del tresviri monetalis, considerato dagli studiosi moderni la più favorita delle magistrature che componevano il vigintiviri. Nella Repubblica, il Vigintisexvirate serviva da trampolino di lancio per i figli di senatori per iniziare la carriera pubblica nel cursus honorum. Lo stesso Giulio Cesare aveva servito come "curatore viarum".

Nel 13 d.c., tuttavia, il Senato approvò una consultum (senatoconsulto) per limitare la Vigintivirate agli Equestrians (cavalieri). Poi Augusto abolì la "duoviri viis purgandis Urbem" aggiuntivi e le quattro "praefecti Capuam Cuma", cambiando così la vigintisexviri nella vigintiviri (da 26 a 20 uomini).

La funzione di questa magistratura fu dapprima esercitata avanti la questura; con Augusto divenne una delle cariche del vigintivirato, all'inizio della carriera senatoria, quindi da esercitarsi prima della questura. La carica di tresvir monetalis è considerata dagli studiosi moderni la più favorita delle magistrature che componevano il vigintiviri. 

Di solito era coperta da patrizi o giovani uomini favoriti dall'Imperatore, ma pure i plebei che ottennero l'ufficio di solito ebbero una carriera di successo. I triumviri monetales erano eletti per due anni. Presupponendo sia stato eletto a 17 anni, Publio dovrebbe aver terminato la carica a 19 anni.

2) -  Publio Varrone viene quindi nominato quinquennale nella città d’origine, i quinquennali erano solo due ma privi di imperium. Venivano eletti direttamente dai comizi centuriati. All'inizio la durata in carica era di cinque anni. Ammesso dunque che fosse stato nominato a 19 anni, ne sarebbe uscito ancora giovanissimo, a 24 anni.

3) - Se le date ipotizzate sono pressoché giuste, Publio divenne pretore ed ottenne l'Etruria come regione da controllare a 25 anni. Il pretore era un magistrato dotato di imperium (dare ordini che non potevano essere rifiutati) e iurisdictio (potere di impostare una controversia in termini giuridici), per cui poteva consentire ad un cittadino romano che chiedeva tutela, con una lex (legge) che la prevedesse, di portare la situazione dinanzi al magistrato, insomma poteva concedere o meno i processi. Tutto ciò però solo relativo alla regione dell'Etruria, e inoltre la carica durava solo un anno.

4) - Pertanto a 26 anni circa venne poi nominato decenviro, nel collegio di 10 membri, distinti secondo le loro particolari funzioni: 
  • - decemviri stilitibus iudicandis, giudici; 
  • - decemviri agris dandis adsignandis e coloniae deducendae, per assegnare le terre pubbliche ai privati, 
  • - decemviri sacris faciundis, custodi degli oracoli sibillini; 
  • - decemviri legibus scribundis et rei publicae constituendae, magistratura straordinaria per preparare le 10 tavole di leggi;
sembra che Publius appartenesse alla "judicandis stlitibus decemvir", un'antica corte civile che si occupava principalmente di cause riguardanti la condizione degli individui. Con la legge imperiale, il decemvirato ebbe giurisdizione nei casi capitali. Di solito queste cariche duravano un anno. Siamo così a 27 anni.

5) - Qui, all'età di circa 27, forse 28 anni, vi fu una svolta decisiva, perchè Varrone passò dalla sede civile a quella militare. Si sa che Traiano (98-117) fu un profondo conoscitore di uomini e di soldati. Evidentemente notò la stoffa particolare dell'uomo e lo chiamò a coprire la carica di tribuno militare ed esattamente laticlavius tribunus della Legio XVI Flavia Firma, in Medioriente, che era di stanza presso Satala al momento.

Egli serviva sotto il legionis Legatus, comandante della legione, e sopra gli altri cinque angusticlavii tribuni. Oltre al legato, il comando della legione comprendeva sei tribuni e un praefectus castrorum, che insieme al centurione primipilo costituivano una sorta di “consiglio di comando”. I tribuni però provenivano dalla vita civile.

PRETORE ROMANO
6) - poi fu quindi questore urbano la carica attribuiva automaticamente lo status di senatore ed era una vera magistratura con giurisdizione in materia penale, in particolare l’inquisizione per i crimini contro la persona (quaestores parricidii) e la gestione del tesoro pubblico (aerarium populi romani) quindi la custodia del tempio di Saturno con le chiavi del tesoro.
A partire dall'epoca di Augusto l'età per accedere a questa magistratura era ridotta a 25 anni. Il tesoro (aerarium) non fu più amministrato dai questori urbani, ma da pretori anziani o ancora in carica.

7) - poi venne eletto edile ceriale carica creata nel 44 a.c. da Cesare che nominò altri due edili plebei, detti "edili ceriali" (aediles ceriales), specificamente addetti a sorveglianti dell'Annona ( i magazzini pubblici per il frumento e che poi designò il nome dei magazzini) e responsabili anche dell'approvvigionamento del grano per la città di Roma.con la sovraintendenza e del suo andamento nel mercato;

8) - Venne quindi nominato pretore, un magistrato dotato di imperium (dare ordini che non potevano essere rifiutati) e iurisdictio (potere di impostare una controversia in termini giuridici), per cui poteva consentire ad un cittadino romano che chiedeva tutela, con una lex (legge) che la prevedesse, di portare la situazione dinanzi al magistrato. Stavolta però l'incarico era a Roma.

9) - tribuno militare in Legio IV Flavia Felix con sede a Singidunum (oggi Belgrado - Serbia)

10) - con l’avvento di Adriano, fu legato (comandante di legione) della Legio XII Fulminatae che era di stanza nella provincia di confine di Cappadocia;

11) - e poi legato, cioè ancora come comandante di legione, della Legio VI Victricis durante il suo trasferimento dal Vetera (romana castrum o campo Vetera) in Germania Inferiore a York nella Britannia romana nel 122 d.c.

12) - nell’aprile 127 divenne finalmente console;

13) - dopo venne la carica di proconsole ed ottenne per sorteggio la Hispania Betica, infatti doveva tenere un comando militare o un'amministrazione provinciale di diritto, per essere stato console l'anno precedente; carica che ha ricoperto per un anno.
L'archeologo E. Birley ipotizza però che potrebbe essere stato, mentre era proconsole che venne a conoscenza degli ordini di Adriano, che gli assegnòo il lavoro "delicato" di sradicamento della Legio VI Victrix dalla sua casa stanziale, spostandola in Gran Bretagna.

14) - quindi fu prefetto del Tesoro di Saturno (praefectus Aerarium Saturni), cioè dell'erario pubblico;

15) - Venne nominato console suffetto nel 127 con Junius Peto come collega.

16) - venne poi nominato, "curatore operum publicorum" in qualità di "curatore degli argini del Tevere e delle cloache urbiche".

17) - L'iscrizione da Tarquinia attesta, inoltre, che è stato membro dei sodales Hadrianales e sodales Antoniniani, Sacerdoti addetti al culto imperiale dell'imperatore morto e divinizzato.

18) - Venne poi cooptato per il collegio degli Auguri, quindi nella prestigiosa carica sacrale di augure;

19) - nell'anno 135 divenne legato imperiale nella Mesia Superiore;

20) - sotto Antonino Pio venne nominato questore dall'imperatore. 

21) - concluse poi la sua attività politica come legatusproconsole d’Africa sotto Antonino Pio (142-143).
Non sappiamo quale fu la sua fine, se morì in Africa o tornò in patria, sappiamo che non coprì altre cariche dopo il suo ventunesimo compito assolto brillantemente.


BIBLIO

- A. Bouché-Leclercq - Manuel des institutions romaines - Paris - 1886 -
- Renato Del Ponte - La religione dei Romani - Milano - Rusconi - 1992 -
- Svetonio - Vite dei Cesari - ed. BUR (Biblioteca Universale Rizzoli) - Milano - 1982 -
- Stephen Dando-Collins -  Legions of Rome: The Definitive History of Every Imperial Roman Legion - Quercus - London - 2010 -
- Eugenio La Rocca - Hispania romana. Da terra di conquista a provincia dell'impero - Mondadori Electa - Milano 1997 -
- Anthony Birley - The Fasti of Roman Britain - Oxford: - Clarendon Press - 1981 -


 

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