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TERGESTE - TRIESTE (Friuli Venezia Giulia)


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L'ANTICA TERGESTE
Sotto alla Trieste moderna giacciono i resti della colonia romana di Tergeste, fondata verso la metà del I secolo a.c. e posta sul versante nord-occidentale del colle di San Giusto, ai piedi di un'imponente scarpata che dall'altopiano del Carso degrada bruscamente verso il mare Adriatico. La costa era più arretrata rispetto all’attuale e vestigia delle strutture portuali sono state individuate lungo via del Teatro Romano e via Cavana.

La banchina del porto, costruita in lastre di arenaria nel I o inizi II secolo d.c., rimase in funzione almeno fino al V secolo e alcuni resti sono ancora visibili sotto la moderna pavimentazione di esercizi commerciali e alberghi della zona.

Tergeste si sviluppò progressivamente, raggiungendo la sua massima espansione durante l'impero di Traiano, con una popolazione che, secondo lo storico Pietro Kandler, contava 12.000 abitanti. Etimologicamente, il toponimo di Trieste deriva dal venetico Tergeste, formato da - terg - "mercato" ed - este - suffisso tipico dei toponimi venetici.

RICOSTRUZIONE DEL PORTO (dal dvd La città invisibile. Frammenti di Trieste romana)

L'ACCAMPAMENTO ROMANO

Se un tempo si pensava che la Tergeste romana fosse sorta sul colle di San Giusto, in un'area che offrisse riparo dal vento, nel 2013, grazie a un radar ottico chiamato lidar (light detection and ranging), montato su un aeroplano, e a un georadar per lo studio del paesaggio, sono emersi dei nuovi insediamenti situati tra Montedoro e la baia di Muggia, porto naturale.

La scoperta, che ha portato alla luce un accampamento romano con due castrum minori risalenti al 180 a.c., si deve all'archeologo Federico Bernardini dell'Istituto Internazionale di Fisica Teoretica Abdus Salam di Trieste e del Museo Storico della Fisica e Centro di Studi e Ricerche Enrico Fermi a Roma. Annunciata sulla rivista dell'Accademia di Scienze degli Stati Uniti (Pnas), il ritrovamento avrebbe quindi portato alla luce la "prima" Tergeste romana.

Il fortilizio romano, con un grande campo centrale (San Rocco), era affiancato da due fortificazioni minori. I più antichi ritrovamenti archeologici, tra cui un'anfora greco-italica prodotto nel Lazio o in Campania, forniscono una cronologia relativa per la prima installazione delle strutture tra la fine del III secolo a.c. e i primi decenni del II secolo a.c. mentre altri materiali, come le anfore Lamboglia  e un chiodo militare per calzature (tipo D di Alesia), indicano almeno la metà del I secolo a.c.

I siti risalgono alla conquista romana della penisola istriana nel 178-177 a.c. e furono in uso, forse non continuativamente, almeno fino alla fondazione di Tergeste,  a metà del I secolo a.c. Il sito di San Rocco, con le sue eccezionali dimensioni e le imponenti fortificazioni, è la principale testimonianza romana nota del triestino in questa fase e potrebbe corrispondere alla localizzazione del primo insediamento di Tergeste prima della fondazione della colonia.

Questa ipotesi sarebbe supportata anche da fonti letterarie che la descrivono come un frourion (Strabone, V, 1, 9, 9, C 215), termine usato dagli scrittori antichi per designare le fortificazioni dell'esercito romano.

VASCHE VOTIVE DEL TEMPIO DELLA DEA BONA

TARGESTE

I fatti che precedono l'invasione romana del territorio ricordano gli Istri e la loro alleanza con Demetrio di Faro (Lèsina) contro Roma, che condusse ad una prima azione militare da parte dei romani (220 a.c.). Non si hanno notizie se a questa battaglia, nelle file degli Istri, abbiano partecipato anche gli abitanti dell'antica Tergeste.

Nel 183 a.c., Roma iniziò una seconda campagna contro gli Istri, da sempre alleati dei loro nemici e costante minaccia dei territori conquistati. La guerra del 183 venne interrotta per ragioni politiche, ma riprese due anni più tardi quando gli Istri cercarono di ostacolare la costituzione della colonia aquileiense. I tergestini a quel tempo erano governati dal re degli Istri Aipulone o Epulone, o Regulus Aepulus, come dice Tito Livio.

Furono i Veneti a chiedere a Roma aiuto contro il comune nemico, il popolo degli Istri, dedito alla pirateria e al saccheggio. I Romani nel 181 a.c. fondarono la strategica colonia di Aquileia, base per la guerra contro gli Istri che, dopo aver sottoscritto un concordato con Roma, dimostrarono ben presto di non volervi tener fede.

Nel 178 a.c. il console Aulo Manlio Vulsone, ricevuto il proconsolato della Gallia, intraprese, senza l'autorizzazione del Senato, una nuova guerra contro le popolazioni dell'Istria, a protezione anche della nuova colonia di Aquileia. Aveva come alleato Catmelo, re dei Taurisci, che secondo Plinio il Vecchio sarebbero i Norici, forte di 3.000 armati.

PRIAPO DI VIA MALCANTON I SEC. D.C.
Nella battaglia che ne seguì venne sconfitta la seconda legione del pretore Strabone. 

Gli Istri sferrarono l'attacco la mattina presto, quando era ancora buio, gettando nel panico i soldati romani che, colti di sorpresa, si misero in fuga. 

Rimasero nel campo solo 600 uomini, il pretore e gli ufficiali, che vennero travolti e trucidati. 

Gli Istri, dopo la vittoria, avendo trovato nel campo viveri e vino, si misero a banchettare e a ubriacarsi.

Questo consentì ai Romani di riorganizzarsi e di sferrare un micidiale contrattacco dopo qualche ora, gli Istri sopravvissuti si ritirarono disperdendosi nei vari villaggi.

Non ottenendo grande successo all'inzio del nuovo anno, col supporto dell'altro console Marco Giunio Bruto riprese le operazioni militari, ottenendo stavolta buoni risultati, ma senza concludere la campagna, in quanto sostituiti sostituiti dal nuovo console Gaio Claudio Pulcro, console del 177 a.c..

"Pervenuti all'orecchie di Claudio Pulcro i progressi che M. Giunio ed A. Manlio facevano nell'Istria, temendo non gli levassero con la Provincia anco l'esercito fatto consapevole di quanto passava Tito Sempronio suo collega, si partì precipitosamente di notte tempo a quella volta. 

Posciachè, dopo aver rinfacciato Giunio che si fosse con infame lega unito a Manlio, gli comandò che lasciata quella Provincia dovesse subito partire per altre parti altrimenti non eseguendo i suoi ordini come contumaci gli avrebbe mandati cinti di catene a Roma. 

Poco curarono le sue minacce li due anzi che invece di obbedire a quanto loro impose fecero che sbeffato e vilipeso da tutti con suo crepacuore ritornasse coll'istessa nave nella qual era venuto prima in Aquileja ed indi a Roma. 

Fermossi tre giorni Claudio nella Reggia ove raccolto col furore di Tito Sempronio suo collega quel numero di soldati già prima dal Senato destinati in ajuto di quella guerra e levati i debiti ordini con non minor celerità di prima fece ritorno nell'Istria. 

Arrivato in questa Provincia senz'altro ritardo fece indi partire Manlio e Giunio col loro esercito i quali pochi giorni prima, posto l'assedio a Nesazio, l'avevano ridotto molto alle strette e proseguendo egli l'impresa circondò quel Castello con due nuove legioni seco condotte di sì fatta maniera che in breve lo ridusse all'estremo ma perchè il fiume che lo cingeva e bagnava le mura serviva di gran comodità ed aiuto agli assediati ed al suo esercito ed a lui d'impedimento, determinò cangiargli il letto rivolgendolo dopo molte fatiche in altra parte. 

Attoniti gli assediati e fuor di se stessi per tal novità non aspettata, disperati di ottenere più la pace, deliberarono di trucidare colle mogli anche i propri figliuoli i quali tagliati a pezzi gettaronli fuori delle mura nel campo nemico. Fece tal crudeltà stupire oltremodo i Romani i quali eccitati da così orrendo ed abominevole spettacolo e dalli compassionevoli lamenti di quelle misere femmine e fanciulli sforzate incontamente con grande impeto le mura entrarono a viva forza nel Castello. 

Dopo tal successo il Re Epulone volle piuttosto trapassandosi con un pugnale il petto di venir misera preda della morte che rimanendo in vita restar prigione de suoi nemici. Gli altri tutti parte restarono prigioni e parte uccisi."

La guerra si svolse tra il 178 e il 177 a.c. e si concluse con la totale disfatta degli Istri i quali preferirono il suicidio (col massacro di mogli e figli) alla perdita dell’autonomia. 



LA COLONIA 

Sembra che nell’89 a.c., in seguito alla cosiddetta Lex Pompeia, anche Tergeste, come altri centri transpadani, abbia ricevuto il ius Latii, una forma di cittadinanza con diritti ridotti. Gli studiosi ritengono che poco prima il 52 a.c. (anno dell’incursione dei Giapidi che distrusse la città) Tergeste fosse divenuta una colonia, i cui abitanti erano cittadini romani a tutti gli effetti. 

Dopo le guerre contro i Giapidi del 33-32 a.c. condotte da Ottaviano (il futuro Augusto) il confine nord-orientale dell’Italia fu ampliato e portato nell’Istria meridionale. Così Tergeste, al di fuori delle lotte di conquista, poté realizzare un rapido sviluppo demografico ed economico, come centro nodale di raccordo tra i traffici marittimi e le regioni danubiane.

Negli stessi anni la città era stata circondata dalle mura, che persero man mano la loro funzionalità, usate solo come terrazzamenti del pendio. Presso il porto sorse un’area legata al commercio, poi un quartiere residenziale sul versante e il centro politico, amministrativo e religioso sopra al colle.

In epoca neroniana-flavia (54-96 d.c.) Tergeste ebbe il suo Foro, la Basilica, il Propileo e l'Arco di Riccardo. In seguito la città venne arricchita dalla risistemazione del Teatro intrapresa all’inizio dell’età traianea (102-106). 

Nel II secolo poi si ebbero ancora alcuni interventi di ristrutturazione e abbellimento, soprattutto all’epoca di Adriano e di Marco Aurelio, come la ricostruzione della Basilica forense (167-168) e altri edifici dei quali rimangono solo le testimonianze epigrafiche. Due acquedotti alimentavano la città, quello di Bagnoli e quello di San Giovanni di Guardiella.

PIANTA E SEZIONI DEL TEMPIO DELLA DEA BONA


GLI SCAVI ARCHEOLOGICI

1843) - Nel 1843 venne inaugurato ufficialmente l'Orto Lapidario. Il direttore, Pietro Kandler predispose il primo nucleo di reperti in esposizione: quattro sarcofaghi, otto bassorilievi, otto teste ritratto, capitelli, cornici e un'ottantina di iscrizioni, provenienti anche da Aquileia e dal Litorale istriano.

Della Trieste romana è possibile una ricostruzione storica e geografica grazie ai numerosi resti e reperti archeologici venuti alla luce, dal Colle di San Giusto fino al mare. Le strutture portuali rinvenute lungo via del Teatro Romano e via Cavana, risalenti al I - II° secolo d.c., utilizzate almeno fino al V secolo, ci rivelano che il mare era parecchio più avanzato di quanto lo sia oggi.

La città era suddivisa in tre aree: vicino al porto si svolgevano i commerci, nel primo entroterra la zona residenziale e sul colle di San Giusto il centro politico e religioso.
Le antiche mura romane, risalenti al 30 a.c., persa la funzione difensiva, vennero riutilizzate come strutture di terrazzamento e di contenimento.
Sul Colle si trovano i " Templi ", dedicati a Giove ed Atena (alcune strutture architettoniche sono nelle fondamenta della Cattedrale) e la " Basilica Paleocristiana ", edificata fra il IV e il V secolo.

1907) - Dagli scavi di via Bramante del 1907, emersero una serie di monete del I secolo d.c. e  lungo la via per l'Istria, dei locali adibiti ad usi artigianali, tra cui un fabbro, una panetteria con un piccolo forno, un pozzo, una latrina  e una serie di tombe a inumazione di epoca tarda.


1909) - Durante gli scavi del 1909-1912 per le fondamenta del Palazzo Greinitz, in via Santa Caterina, venne alla luce un edificio composto da un recinto quadrilatero con all'interno un piccolo tempio con pronao a quattro colonne, era il Tempio della Bona Dea, risalente ai primi anni dell'Impero e in uso fino al IV secolo d.c.

1911 ) - In diverse zone della città scavando per costruire edifici comparvero tracce di edifici romani: scavando per costruire il grande palazzo della RAS vennero fuori dei mosaici a esagoni e rosette, conservati in quattro pannelli e replicati modernamente nell'atrio del palazzo.

1913) - Nel 1913, durante la demolizione di alcune case nella piazzetta di Riccardo, per la liberazione dell'Arco, emerse  un tempio dedicato alla Dea Cibele o Mater Magna, risalente al primo quarto del I sec. d.c..

1982) - Negli scavi del 1982 in via Donota, vennero rinvenute due monete romane in bronzo: Costanzo II e Costanzo II per Costanzo Gallo (351-354 d.c.), entrambe riconducibili per la tipologia di sepolture, in casse e anfore, all'ultima utilizzazione del sepolcreto, databili entro il IV sec. d.c..

TEATRO ROMANO

IL TEATRO ROMANO

"Un vero monumento si profilerà un giorno nel cielo triestino, risorgendo dalla sconcia e disonorante sepoltura, in cui giace coperto da un agglomerato di case, di catapecchie e di lupanari, tra le vie di Pozzàcchera, di Rena, di Donota e di Riborgo, nella città vecchia. 
È la vasta rovina del teatro romano, di cui sotto le case sono conservati interi piani, gran parte della platea, frammenti di gradinate, due ordini di corridoi o gallerie sovrapposti l’uno all’altro. Tra via di Pozzàcchera e quella di Rena (da arena?), arcuate come sono, seguono ancora la curva delle gallerie sepolte. 
Il Generini afferma che sin verso il 1850 in Pozzàcchera si vedeva un pezzo della cinta del teatro, alto, disposto a curva, il quale continuava nell’interno delle case e terminava a Riborgo. Si vede ancora che una parte delle mura, nel medioevo, fu fondata sulle rovine del teatro. 
Una casa al principio di via Pozzàcchera è costruita sopra porzione del teatro stesso. Un corridoio sotterraneo metteva capo, or non è molto, in androna del Buso e un frammento di gradinata si vedeva in androna degli Scalini. Il diametro del teatro, la cui topografia è facilmente visibile nella sua totalità, misura circa sessanta metri. 
Ireneo della Croce, dopo aver descritto quanto si vedeva delle rovine ai suoi tempi, diede un’immagine di queste in un rame della sua opera e ricordò i risultati di alcuni scavi operati nell’orto Chicchio e alla casa Garzaroli, sulla linea di fronte del teatro, lungo la via Riborgo. Un’iscrizione, di cui esistettero due esemplari, uno in Riborgo e l’altro sulla parte posteriore del teatro, porta il nome di Quinto Petronio Modesto, triestino, ufficiale del tempo di Nerva e di Traiano: gli si attribuì, di fantasia, la costruzione del teatro. 
La città deve aver posseduto anche un anfiteatro, poiché esiste un’iscrizione triestina che rammenta i giochi gladiatori."

(Attilio Tamaro - Storia di Trieste - Vol. I)


"I ruderi dell’antico Teatro romano, oggi sepolti dalle casupole delle vie di Pozzacchera, di Rena, di Donota, di Riborgo, dànno un’idea della sua vastità: Pietro Nobile ne valutava il diametro a 57 metri e calcolava che potesse contenere circa 6000 persone, ciò che permette di concludere che non intervenivano solo i cittadini, ma anche gli abitanti dei paesi vicini. 
Impropriamente, il teatro fu chiamato più tardi Arena ed il quartiere ne prese il nome, con aferesi veneta, di Rena, ma sembra fosse più adatto alle rappresentazioni sceniche, che ai ludi gladiatori."

(Carlo Curiel - Trieste settecentesca)

RICOSTRUZIONE GRAFICA (dal dvd La città invisibile. Frammenti di Trieste romana)
Il Teatro, di fine I secolo a.c. o inizio II secolo, che venne ampliato sotto Traiano, è posto ai piedi del colle di San Giusto, tra via Donota e via del Teatro Romano. La sua costruzione viene attribuita al procuratore Quinto Petronio Modesto, sacerdote di Marco Ulpio Nerva Traiano che però ne curò solamente alcuni interventi di rinnovamento.

All'epoca della sua costruzione, il teatro, si trovava in riva al mare, che a quel tempo arrivava quasi a lambirlo (sono stati rinvenuti moli di attracco), e le sue gradinate, costruite sfruttando la naturale pendenza del colle, potevano accogliere, secondo le fonti dai 3.500 ai 6.000 spettatori.

Il teatro romano era costruito in piano e non su un declivio naturale come quello greco, con una forma chiusa, che non consentiva la copertura con un velarium. Le gradinate semicircolari della cavea sono collegate alla scena con loggiati laterali poggianti su archi e volte realizzati in muratura.

PIANTA DEL TEATRO
La facciata della scena era a numerosi piani e decorata con prismi triangolari rotabili con i lati dipinti con una scena tragica su un lato, comica su un altro e satiresca sul terzo.
La facciata esterna era ornata da statue.
La cavea utilizzava una piccola collina o pendio, con muri di contenimento.

DETTAGLIO DEL TEATRO
Con il trascorrere dei secoli, in stato di totale abbandono, il teatro triestino venne ricoperto da edificazioni abitative.

Ne rimangono la parte inferiore delle gradinate in mattoni (parzialmente rifatte), il grande muro che chiudeva a semicerchio la parte destinata al pubblico, mentre del palcoscenico, che era ricoperto in legno, rimane la “fossa” e della scena solo alcune strutture: doveva essere alta due piani, mossa da porte, colonne e sculture (ora esposte presso il Lapidario Tergestino, nel Castello di San Giusto).

In tre iscrizioni dell’epoca di Traiano compare il nome di Q. Petronio Modesto, un illustre personaggio tergestino che finanziò i lavori di ristrutturazione e abbellimento del teatro nei primi anni del II secolo d.c.

Come gli altri monumenti romani subì la spoliazione delle pietre pregiate e divenne il solido fondamento per le case che vi si costruirono sopra. Fu individuato nel 1814 dall'architetto Pietro Nobile, guidato dal nome del luogo “Rena vecia” (Arena vecchia), ma solo nel 1938 venne portato alla luce in seguito ai grandi lavori di demolizione e di riqualificazione urbana.

Le statue e le iscrizioni rinvenute durante gli scavi sono conservate presso il Lapidario Tergestino al Castello di san Giusto. Il teatro oggi è utilizzato talvolta per spettacoli pubblici, perlopiù rappresentazioni teatrali estive.



ANFITEATRO

La città deve aver posseduto anche un anfiteatro, poiché esiste un’iscrizione triestina che rammenta i giochi gladiatori, però ancora non se ne è trovata la traccia.

ARCO DI RICCARDO

ARCO DI RICCARDO

Si tratta si una porta romana della metà del I secolo d.c., che si apriva sulle mura della città, fatte costruire da Augusto nel 33-32 a.c.. È una costruzione lineare e massiccia, alta m. 7,20 e larga m. 5,30, ornata da lesene e da un motivo vegetale nell'interno dell'arco. La tradizione vuole che il suo nome sia legato al leggendario passaggio in città di Re Carlo Magno o di Riccardo Cuor di Leone. Più probabilmente deriva dalla corruzione del nome del “cardo”, una delle due vie principali delle città romane che incrociava il decumano.

LAPIDARIO TERGESTINO

LAPIDARIO TERGESTINO

Nella prosa ridondante e pomposa del II sec. d.c. il consiglio municipale ricorda i meriti del senatore tergestino Lucio Fabio Severo, che nonostante la sua giovane età era già riuscito a operare con grande competenza e abilità per il bene della sua città patrocinando le cause dei Tergestini anche presso l’imperatore. Tra i suoi meriti più grandi vi fu la concessione da parte dell’imperatore Antonino Pio (138-161 d.c.) che i membri più ricchi e nobili dei Carni e dei Catali – due popolazioni indigene stanziate in un’area non meglio precisata del Carso – potessero acquisire la cittadinanza romana. Essi passarono così dal pagamento di una tassa (probabilmente per l’occupazione del suolo) alla condivisione degli oneri (munera) che gravavano sui membri del consiglio municipale incrementando in tal modo le entrate della colonia. Per tale ragione in onore del senatore, come dice il testo, fu stabilito di erigergli nel punto più frequentato del Foro una statua dorata, sulla cui base fosse inciso anche il decreto onorario, l’unico atto pubblico di Tergeste di cui conserviamo memoria.”

(Commento museale all'epigrafe)


All’interno del cinquecentesco Bastione Lalio del Castello viene esposta la Tergeste romana che va dai monumenti dall'area capitolina (area di S. Giusto: Basilica civile, Foro e Propileo), ai luoghi di culto (con dediche a Giove, Cibele, Silvano, Bona Dea, Ercole e Minerva), alle mura, al Teatro (le statue dalla scena) e alle necropoli: are, stele, cippi, urne e sarcofagi con i nomi degli antichi tergestini. Una sala è dedicata ai mosaici provenienti dalla lussuosa villa marittima rinvenuta lungo la costa, presso Barcola (scavi non visibili). Databili tra la fine del I secolo a.c. e la metà del I secolo d.c., documentano il gusto raffinato dei ricchi proprietari che vollero imitare le ville di Augusto, Tiberio e Nerone.

Due frammenti contigui di blocco in calcare rinvenuti rispettivamente nel giardino Czvietovich, davanti al monastero dei Santi Martiri nel 1838, e in una casa di via della Corte nel 1925. 33-32 a.c.
[Imp(erator) Caesar] co(n)s(ul) desig(natus) tert(ium),
[IIIvir r(ei) p(ublicae)] c(onstituendae) iter(um),
murum turresque fecit.

L’imperatore Cesare (Ottaviano), console designato per la terza volta,
triumviro per la fondazione dello stato per la seconda volta,
fece le mura e le torri.

All’interno del cinquecentesco Bastione Lalio del Castello di San Giusto è ospitato dal 2001 il Lapidario Tergestino composto da 130 reperti lapidei romani, tra monumenti iscritti a carattere onorario o funerario, sculture a bassorilievo e a tutto tondo accanto ad alcuni frammenti architettonici. Questo materiale era esposto finora all'aperto nel giardino dell’Orto Lapidario, dove stava subendo un progressivo degrado causato dagli agenti atmosferici e dall'inquinamento.

Al fine di preservarne la conservazione e, al contempo, valorizzarne l’esposizione, è stato ricoverato al coperto negli ambienti del Castello. Le lapidi iscritte e le statue sono i documenti che, accanto alle notizie archeologiche, permettono di dare un volto alla Tergeste romana in un quadro storico ricostruito dagli studiosi sin dalla fine dell’Ottocento, ma che più recenti analisi hanno rimesso in discussione.

Pertanto la possibilità ora di studiare questo materiale, ora riunito e presentato in sezioni che classificano i reperti per area di provenienza, è facilitata anche dalle nuove attribuzioni e scoperte avvenute sia durante lo spostamento del materiale, sia per le fonti d'archivio, sia per i risultati dei recenti scavi archeologici tuttora aperti in Città Vecchia. 

Le prime due sale del Bastione sono dedicate ai monumenti dell’area capitolina, mentre la terza grande sala è suddivisa in zona sepolcrale, area sacra e materiale dal teatro romano. Accanto ai reperti lapidei, una serie di tabelloni illustra la storia dei ritrovamenti cittadini con le più accreditate ipotesi di interpretazione. Le didascalie riportano per ogni singolo reperto le notizie sul rinvenimento, la datazione, la trascrizione del testo e magari un breve commento critico.

ANTIQUARIO O SEPOLCRETO

ANTIQUARIUM  

In via del Seminario è ora visibile una porzione delle antiche mura costituite da blocchetti di arenaria, alla cui base si trova un canale per il deflusso delle acque provenienti dal fianco del colle. Scendendo di un centinaio di metri via del Seminario, in via di Donota troviamo l’Antiquarium, costituito da una zona archeologica e da una espositiva, con reperti provenienti dagli scavi di recupero edilizio, iniziati negli anni '80.

L’Antiquarium è costituito da una zona archeologica e da una espositiva, quest’ultima collocata nella torre delle mura medievali, detta di Donota. I reperti esposti provengono dagli scavi effettuati a partire dagli anni ’80 del secolo scorso nella zona retrostante il Teatro Romano, lungo la via Donota e le sue adiacenze, nell’ambito di un esteso recupero edilizio.

Gli scavi hanno portato alla luce a monte del Teatro, fuori dalla probabile cinta muraria romana, i resti di un’abitazione, costruita su piani diversi sfruttando il declivio della collina. L’edificio era sicuramente abitato nei primi decenni del I secolo d.c. e i ritrovamenti di intonaco affrescato, di una decorazione architettonica in stucco, oltre alla ceramica fine da mensa, testimoniano il livello di vita degli abitanti.

Alla metà del II secolo sulle strutture abitative completamente sepolte venne inserito un recinto di lastre calcaree di probabile destinazione funeraria. Dal IV al VI secolo l’area venne intensamente riutilizzata con la creazione di tombe a cassa e a fossa e per la sepoltura di bambini in anfore. Queste tombe riempirono tutto lo spazio e si estesero anche fuori dal recinto.

BASILICA FORENSE

PROPILEI E BASILICA ROMANA

I principali monumenti della Trieste romana vennero edificati in cima al colle di San Giusto e verso la fine del I secolo d.c., vi sorsero il Propileo e la Basilica civile. Il Propileo era il monumentale ingresso ad un’area sacra recintata, che doveva ospitare il tempio capitolino con due grandiose strutture laterali colonnate e al centro una scalinata.

Attualmente sono in parte inglobati nel campanile della cattedrale, mentre la parte sepolta nello spiazzo antistante, la scalinata e la struttura di destra, sono visibili scendendo nel cunicolo che si apre nel giardino dell’Orto Lapidario.

Nei lavori di sterro effettuati tra il 1929 ed il 1934 sono emersi, sul lato sinistro del Propileo, i resti della Basilica civile, o Basilica Forense, destinata al tribunale e ai mercati. un edificio a tre navate di m 88 x 23,5 con una platea lastricata, cioè il Foro affacciato sul lato del mare.

Nel Medio Evo, sopra la Basilica romana e con la totale spoliazione dei monumenti romani, sorsero il vescovado, un monastero e la chiesa di San Sergio, anch'essi scomparsi, mentre ai lati furono edificati la Cattedrale e il Castello (che ospita il Lapidario Tergestino con i resti lapidei provenienti dagli scavi della città).
RICOSTRUZIONE DEL PROPILEO

BASILICA PALEOCRISTIANA DELLA MADONNA DEL MARE

In via Madonna del Mare al numero civico 11, sono stati ritrovati i resti di una Basilica paleocristiana con due pavimenti musivi sovrapposti, uno della fine del IV, inizi V secolo e uno del VI secolo, con iscrizioni inserite nel pavimento dove viene nominata per la prima volta la Sancta Ecclesia Tergestina e alcuni nomi di donatori, anche di origine greca e orientale.

Nel presbiterio, sopraelevato rispetto all'aula, si riconosce un loculo per le reliquie, posto probabilmente sotto la lastra dell’altare. A lato la foto di un pavimento musivo policromo rimasto pressochè intatto.



SANTA MARIA DEL MARE  

La chiesa di cui nel 1825 Domenico Rossetti vide i mosaici dell'abside, fu riscoperta e portata alla luce nel 1963 e si trova sotto l'edificio che ospita il Carducci.

La Basilica, con impianto cruciforme con transetto, abside e presbiterio sopraelevati, conobbe due fasi principali corrispondenti a due pavimenti gettati a pochi centimetri l'uno dall'altro, di cui alcuni pezzi sono stati staccati ed esposti nell'atrio.

Il primo più antico di inizio V secolo, è un mosaico bianconero suddiviso in tre corsie decorato a motivi geometrici con le epigrafi degli offerenti, di cui rimangono quattro che riportano le dimensioni del tessellato offerto.

Il successivo mosaico policromo è più recente, forse inizi del VI secolo, decorato al centro con il motivo dell'"onda marina" e ai lati da cerchi ottagoni e rombi coi nomi degli offerenti.

Nell'abside c'erano i subsidia, i sedili per il clero: davanti all'abside c'è il presbiterio leggermente sopraelevato, dove ancor oggi si vedono due sarcofagi interrati ed un pozzo per reliquie.

Tracce di incendio sul mosaico policromo potrebbero riferirsi ad un incendio; fra il VI e il IX secolo non ci sono più notizie della chiesa, che ricompare nel 1150 con l'intitolazione a santa Maria del Mare.



BASILICA DI SAN GIOVANNI IN TUBA

RESTI ROMANI
La Basilica di S. Giovanni in Tuba, in stile gotico, fu edificata nel XV secolo dai conti di Walsee, signori di Duino, in un’area che aveva già ospitato un tempio pagano di cui ci rimangono testimonianze epigrafiche e alcuni resti. 

Il tempio era già sovrastato da una basilica paleocristiana del V secolo d.c., della quale si conservano nel presbiterio della chiesa un pavimento a mosaico con elementi geometrici simili a quelli di Grado e Aquileia, a sua volta sovrastata dalla Basilica di S. Giovenni in Tuba.



ZONA CROSADA

Nella zona di Crosada sono venuti alla luce resti archeologici della fine del I secolo a.c. come muri e canali di scolo ottenuti da anfore capovolte, nonchè un sistema di terrazzamento su cui poggiavano le abitazioni soprastanti, come le prestigiose domus di via Barbacan, articolate su terrazzamenti e divise in una zona rustica destinata alle attività domestiche e un settore residenziale, decorato da raffinati mosaici e affreschi. L’area è stata protetta per una futura valorizzazione.


VIA DEI CAPITELLI

Alla base della via dei Capitelli, è riemersa la parte inferiore di una porta monumentale che segnava il passaggio tra l’area vicina al porto e il quartiere residenziale sulle pendici dell’altura, costituita da quattro pilastri in pietra d’Aurisina, decorati con motivi vegetali e colonne scanalate agli angoli. In epoca tardoantica venne murata con finalità difensive.

Al numero civico 8 della stessa strada è visibile un frantoio per olive del V secolo utilizzando un blocco parallelepipedo decorato appartenuto a un monumento funerario di I secolo d.c. Nella stessa area è stato riconosciuto un tratto di strada coeva con una porta della cinta tarda, riconosciuta poco a monte, all'incrocio con via Crosada.



VIE DI DONOTA, DEL BOSCO PONTINI E G. CIAMICIAN

Recentemente, nel quadro degli interventi di recupero di Città Vecchia, sono venuti alla luce i resti di diversi edifici privati databili tra la prima metà del I secolo e il II secolo d.c., con spazi e decorazioni di lusso. Nel II secolo le case di via di Donota e del Bosco Pontini e poi quelle di via G. Ciamician vennero abbandonate e tra i loro ruderi furono ricavate tombe e sepolcreti familiari, per evidente regresso dell’abitato nell’area e ritorno al nucleo originario sul colle di San Giusto.



BASILICA DI SAN GIUSTO

In epoca antica Tergeste era percorsa da una strada commerciale che seguiva la riva del mare  fino al porto romano. A monte di essa era presente una grande Basilica paleocristiana che probabilmente era nata come basilica martiriale per ospitare le reliquie forse dello stesso san Giusto, il cui corpo, come dal racconto della Passio del santo, fu ritrovato sulla riva del mare proprio su quella spiaggia. La via continuava verso la necropoli fra tombe ed edifici funerari.




AREA DIETRO IL TEATRO

L’area retrostante via del Teatro romano, che comprende via Donota, via Battaglia, via del Crocefisso, via del Seminario, oltre ad essere nota per il rinvenimento del Teatro e degli edifici di destinazione sepolcrale e funeraria, è stata oggetto di numerose campagne di scavo tra il 1982-1987, in conseguenza degli interventi di emergenza e manutenzione fognaria. Varia la tipologia sia dei manufatti sia delle sepolture rinvenute, queste ultime ricoperte da lastroni di reimpiego, da mattoni, da coppi, in anfore o in contenitori di fortuna. Di rilievo, inoltre, la documentazione epigrafica.



SANTA MARIA MAGGIORE

Alla base della scalinata della chiesa di Santa Maria Maggiore, ci sono i resti di un torrione della cinta difensiva, della fine IV e inizio V secolo d.c., con materiali di recupero appartenenti a monumenti funerari e forse del Teatro Romano.



BARCOLA E GRIGNANO

Nel passato sono stati rinvenuti a Barcola, Grignano e altre località della costa resti di ville, erette nel I e II secolo d.c. La riviera di Barcola, in particolare, attrasse l'attenzione dei romani sia per la posizione incantevole sia perché nell'ampia insenatura, a riparo dai venti, il mare è più quieto consentendo l'attracco delle navi. La chiamarono Vallicula poiché si estendeva in un avvallamento, poi il nome si contrasse in Valcula.

STRADA BARCOLANA
Nell'autunno del 1887, a Barcola, all'altezza del porticciolo del Cedas, durante gli scavi per costruire il muro di cinta della fabbrica di ghiaccio, vennero alla luce dei mosaici che fecero supporre fossero i resti di un complesso romano risalente al I-II sec. a.c.

La prima campagna di scavi, ebbe luogo nel 1888-1889, e vennero alla luce i resti di una grande villa romana che si estendeva su una superficie di oltre quattromila metri quadrati, con un fronte a mare di 140 metri. L’edificio, disposto su più terrazze, era composto da numerosi ambienti residenziali e di servizio: un peristilio, impianti termali, un’esedra, una palestra, un giardino e un ninfeo. La grandezza del complesso, la ricchezza delle decorazioni e dei mosaici, indica che la villa apparteneva a personaggi di alto rango.

La scoperta indusse a proseguire le ricerche negli anni successivi (1888-1889; 1890-1891) individuando una notevole documentazione epigrafica. Vennero rinvenute diverse monete le quali furono d'aiuto per la datazione del sito. Si suppose che il complesso doveva risultare dalla fusione di due ville costruite in tempi successivi: quella a monte, con mosaici di pregevole fattura, risalente al primo secolo, la seconda villa, più vasta della prima, a emiciclo panoramico, forse adibita a residenza estiva, del secondo o terzo secolo.

Durante gli scavi effettuati tra il 1888 e il 1889, venne rinvenuta una statua di marmo in vari pezzi che probabilmente era collocata nella palestra. In base alla statua l'edificio si chiamò “Villa della Statua”. Era una splendida scultura in marmo greco, alta 1,24 m. è realizzata in varie parti tenute assieme con dei perni di ferro di cui si scorgono le tracce. Dietro la gamba destra si conserva una parte del sostegno originale.

Si tratta di una replica del Diadoumenos (in greco "che si cinge la fronte con la benda della vittoria") di Policleto, (V sec. a.c.), e rappresenta un giovane atleta poggiato sulla gamba destra, la sinistra flessa e portata in avanti, nella classica posizione a chiasma caratteristica del mondo greco.

MOSAICO DELLA VILLA

VILLA ROMANA DI BARCOLA

All’interno del cinquecentesco Bastione Lalio del Castello si espongono i mosaici provenienti dalla lussuosa villa marittima rinvenuta lungo la costa, presso Barcola (scavi non visibili). Databili tra la fine del I secolo a.c. e la metà del I secolo d.c., documentano il gusto raffinato dei ricchi proprietari che vollero imitare le ville di Augusto, Tiberio e Nerone.  

I resti della villa residenziale romana sono emersi alla fine del XIX secolo a Barcola, allora un modesto villaggio della costa a nord-ovest della città di Trieste, allora oggetto di uno sviluppo edilizio speculativo che non rese possibile la conservazione in loco dei resti archeologici, che vennero rinterrati dopo i rilievi e il recupero dei mosaici.

Gli scavi, iniziati nel 1887, hanno portato alla luce due nuclei di ambienti residenziali di cui uno indicato come Villa della Statua (scavi 1888-1889) e l’altro come Palestra e Ninfeo (scavi 1890-1891). Oggi, data la vicinanza delle due zone e l’omogeneità dei mosaici e dei materiali rinvenuti, vengono connessi e considerati come parti di un’unica villa marittima.

La Villa, che si apriva lungo la riva del mare, comprendeva una zona di rappresentanza, una residenziale appartata, un giardino, e alcune strutture aperte sul mare, collegate ad ambienti termali e di servizio, il tutto disposto lungo il declivio della collina, forse su terrazzamenti successivi, in uno spettacolare effetto scenografico.



ZONA COSTIERA

Nella zona costiera, fino a Sistiana, specialmente dove si trovavano approdi per le navi, sono stati rinvenuti numerosi resti romani, appartenenti anche a ville rustiche, probabilmente in relazione con l'attività estrattiva della pietra. Nel territorio carsico, più ci si allontana dal mare, più i resti di vasellame (anfore e vasi di uso domestico) si fanno scarsi e sono riconducibili ad attività agricole e pastorali.

RESTI DELL'ACQUEDOTTO ROMANO DI TERGESTE
Per le ville affacciate o vicine al mare, sono riemersi piccoli porticcioli che consentivano i trasporti marittimi. Tale sistema, estensibile almeno fino a Sistiana e in molte località costiere dell’Istria, rivela la presenza di una organizzazione produttiva e commerciale.

Cassiodoro, in una sua epistola del 537, ritiene Tergeste non inferiore per bellezza all'incantevole Baja, dove gli imperatori e i patrizi Romani si ritiravano a godere la vita degli Dei: "l'Istria era ornamento dell'impero d'Italia".

Con l'estrazione litica di Aurisina, il materiale da costruzione per le ville non mancava. Le pietre estratte venivano calate per mezzo di giganteschi scivoli, costituiti da lastre di piombo, lungo il ciglione carsico e giungevano a destinazione via mare.

Marziale racconta che intorno al Timavo si producevano grandi quantitativi di lana grezza, e quindi dovevano esserci consistenti allevamenti ovini, con produzione anche di derivati del latte, quale il formaggio, ipotesi confermata dal rinvenimento dei caratteristici contenitori in coccio.

I vari processi di lavorazione si svolgevano naturalmente nelle ville. Plinio ci riporta notizie della produzione di un uvaggio, il Pucino, che si ritiene vinificato nella zona tra Duino e il Villaggio del Pescatore.

La maggior parte di queste ville hanno un tipico schema ad U, con una vasta area centrale scoperta che fungeva da centro di collegamento dell’edificio. I terrazzi inferiori, disposti su corridoi porticati, sono ornati di mosaici, e si affacciavano su un’area interna scoperta.

In molte di queste ville sotto il pavimento, in opus spicatum (mattoni rettangolari disposti di taglio a spina di pesce), circolava dell’aria calda; come nel Calidarium delle terme.
Il porto romano era situato in zona Campo Marzio, con una serie di scali di più modeste dimensioni lungo il litorale: sotto San Vito, a Grignano, a Santa Croce, ecc..



AQUILEIA (Friuli)


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CREAZIONE GRAFICA AD OPERA DI FONDAZIONE AQUILEIA

LA FONDAZIONE

Aquileia romana (odierna Aquileia in Friuli; lat. Aquileia) fu fondata nel 181 a.c., nei pressi del fiume Natisa, come colonia di diritto latino da parte dei triumviri romani Lucio Manlio Acidino, Publio Scipione Nasica e Gaio Flaminio.

Essi erano stati incaricati dal Senato di sbarrare la strada ai barbari confinanti, Carni ed Istri, che minacciavano i confini orientali d'Italia, e pertanto vennero inviati al loro seguito e come primi coloni ben 3000 fanti con le rispettive famiglie, nel territorio degli antichi Carni:
 « Nello stesso anno fu dedotta nel territorio dei Galli la colonia di Aquileia. 3.000 fanti ricevettero 50 iugeri ciascuno, i centurioni 100, i cavalieri 140. I triumviri che fondarono la colonia furono Publio Scipione Nasica, Gaio Flaminio e Lucio Manlio Acidino. » (Tito Livio, Ab Urbe condita libri XL)

I 3000 fanti provenivano dal Sannio, e già con le famiglie e i parenti raggiungevano circa 20.000 persone, a cui si aggiunsero dei gruppi di Veneti. Successivamente, nel 169 a.c., si aggiunsero altre 1.500 famiglie, cui si affiancarono alcune comunità orientali, egizie, ebraiche e siriane.

« Aquileia, poi che è la più vicina al golfo dell'Adriatico è stata fondata dai Romani, fortificata contro i barbari dell'interno. Si risale con le navi verso la città salendo lungo il corso del Natiso per circa 60 stadi. essa serva ad emporio a quei popoli illirici che abitano lungo l'Istro. Essi vengono a rifornirsi di prodotti provenienti dal mare, come il vino che mettono in botti di legno caricandolo sui carri e anche l'olio, mentre la gente della zona viene ad acquistare schiavi, bestiame e pelli. Aquileia è situata oltre il confine dei Veneti. Il confine è segnato da un fiume che scorre giù dalla Alpi ed attraverso il quale, con una navigazione di 1.200 stadi si risale fino alla città di Noreia. » (Strabone, Geografia, V, 1, 8.)



LA STORIA

- Baluardo strategico per la difesa, ed anche per i ricchissimi giacimenti di minerali del ferro della Carinzia, fu retta inizialmente da duoviri e poi da quattroviri con un suo senato. la città dapprima crebbe quale base militare per le campagne contro gli Istri, e contro vari popoli, fra cui i Carni e poi per l'espansione romana verso il Danubio.

169 a.c. - Tuttavia le opere di fortificazione e difesa militari non sembrarono sufficienti per cui si provvide a migliorarle anche con nuovi materiali e nuovi coloni.

AQUILEIA
156-155 a.c. - Nel periodo repubblicano Aquileia  crebbe come avamposto militare e poi come "quartier generale" dei consoli Lucio Cornelio Lentulo Lupo, Gaio Marcio Figulo e Publio Cornelio Scipione Nasica Corculo contro le tribù dei Dalmati, che portarono poi alla conquista della città di Delminium.
129 a.c. - Il console Gaio Sempronio Tuditano si guadagnò un trionfo per aver battuto gli Istri di Iapodi e i Liburni nell'Italia settentrionale, dal suo "quartier generale" di Aquileia, come risulta da un elogio a lui dedicato, sia per aver battuto le popolazioni Alpine dei Carni e dei Taurisci.

119 a.c. - Lucio Cecilio Metello vince ancora contro i Dalmati, utilizzando Aquileia come base delle sue operazioni, aggiudicandosi un trionfo e il titolo di Delmaticus.

115 a.c. - il console Marco Emilio Scauro combattè in Gallia Cisalpina contro i Carni ed i Taurisci ad est, utilizzando Aquileia come "quartier generale".


113 a.c. - il console Gneo Papirio Carbone, inviato per un'invasione germanico-celtica (tra cui i Cimbri), penetrata nell'Illirico e nel Norico, a capo di un esercito con quartier generale ad Aquileia, venne sconfitto presso Noreia.

102 a.c. - Funse da postazione avanzata a protezione dell'Italia settentrionale, anche contro i cimbri, quando Mitridate VI progettò un'invasione della penisola, grazie all'alleanza con Galli e Sciti, contando sull'alleanza di altri popoli italici.
Quasi tutta l'Italia si era ribellata ai Romani al tempo della guerra sociale del 90-88 a.c. e nella recente guerra servile del gladiatore Spartaco,  73-71 a.c.. per il formarsi del potente regno delle tribù daciche ad opera del loro re Burebista.

90 a.c. - la città passò da Colonia a Municipium, con la piena cittadinanza e il diritto romano ed anche il riconoscimento dell'autonomia locale con proprie leggi e la salvaguardia di lingua e cultura. Grazie alla lex Iulia de civitate (che conferiva la pienezza del diritto romano, assegnandola alla tribù della Velina) si ingrandì man mano, come attestano le diverse cinte murarie.



Giulio Cesare

59 a.c. - durante il suo primo consolato Gaio Giulio Cesare, con l'appoggio dei triumviri Pompeo e Crasso, ottenne con la Lex Vatinia il proconsolato delle province della Gallia Cisalpina e dell'Illirico per cinque anni e il comando di tre legioni. Poco dopo ottenne anche quella della Gallia Narbonense e il comando della X legione. Nel 58 a.c. ben tre legioni erano dislocate ad Aquileia, evidentemente qui Cesare voleva fondare la fama e le ricchezze per raggiungere il potere.

IL FORO
59 - 58 a.c. - Giulio Cesare, pose gli accampamenti circum Aquileiam, intorno ad Aquileia e da Aquileia richiamò due legioni per affrontare gli Elvezi.

58-50 a.c. - Cesare progettava una campagna oltre le Alpi Carniche fin sul Danubio, per la minaccia dacica sotto la guida di Burebista, alla conquista dell'attuale pianura ungherese, avvicinandosi pericolosamente all'Illirico romano e all'Italia. Giulio Cesare svernò spesso coi suoi soldati ad Aquileia di ritorno dalle campagne militari verso il Norico e la Retia.

57-56 a.c. - Numerosi i soggiorni di Cesare ad Aquileia durante la conquista della Gallia: nelle operazioni diplomatiche nei pressi di Salona e nel 54 a.c. contro il popolo dei Pirasti che abitavano l'Illirico meridionale.

53-52 a.c. - Cesare tornò insieme alla legio XV dopo che la città era stata attaccata insieme a Tergeste dagli Iapidi, quando il proconsole era impegnato in Gallia contro Vercingetorige.

49 a.c. - allo scoppio della guerra civile, Aulo Gabinio fu richiamato da Cesare al comando delle truppe nell'Illirico. Sembra che disponesse di tre nuove legioni ad Aquileia (la XXXIII, la XXXIV e la XXXV, pari a 30 coorti totali) e che, a capo di 15 coorti e 3.000 cavalieri, marciando verso sud in direzione della Macedonia, subì un improvviso attacco da parte dei Dalmati, riuscendo a riparare a Salona solo con pochi superstiti.



Augusto

35 - 33 a.c., Aquileia fu "quartier generale" delle campagne militari di Ottaviano nell'Illirico. Si trovava al centro di tre differenti direttrici di marcia: quella più a sud-est verso le tribù della costa; quella "centrale" che portava nei territori dei Giapidi; e quella più a nord-est contro le popolazioni di Carni e Taurisci.

27 a.c 14 d.c. (l'impero) - Sotto Augusto divenne centro politico-amministrativo (capitale della X Regione augustea, Venetia et Histria) nonchè centro commerciale per il portuale e le importanti strade  verso il Nord, oltre le Alpi e fino al Baltico ("via dell'ambra"), sia in senso latitudinale, dalle Gallie all'Oriente.
Augusto fu spesso nella colonia insieme alla moglie Livia che molto amava il vino Pucino, cui soleva attribuire il dono della longevità.



La decadenza

165 al 189 - Scoppia la pestilenza, probabilmente vaiolo, conosciuta con il nome di Peste antonina o "peste di Galeno", durò circa 15 anni e uccise  5.000.000 di persone.

167 - incursione dei Marcomanni e Quadi con la devastazione di Aquileja e Oderzo. Seguirono Goti, Sarmati, Alemanni e Franchi.

168 - imperatori Marco Aurelio e Lucio Vero decidono di recarsi nella zona danubiana per raggiungere Carnuntum; Aquileia sarà la prima tappa.Marco Aurelio si ritira dalla campagna militare con le sue truppe per svernare ad Aquileia qui viene raggiunto da Galeno proprio con lo scoppio dei primi casi di peste in città.

170 - Aquileia resisté agli assedi dei Quadi e dei Marcomanni sconfitti poi da Marco Aurelio: un altare eretto da un certo Eures ricorda Giove come Iuppiter, victor, conservator, defensor. Da quel momento Aquileia diventò zona d'interesse militare per le Alpi Giulie e fu circondata da opere difensive (Claustra Alpium Iuliarum) sotto il comando di un comes Italiæ, residente ad Aquileia.

238 - resistè all'assedio dell'imperatore Massimino il Trace, che in seguito all'elezione a suo discapito da parte del Senato romano degli imperatori Pupieno e Balbino che accettarono Gordiano come Cesare, scese in Italia dalla Pannonia con l'esercito.

- Massimino mandò sotto le mura alcuni dei suoi per invitare la popolazione ad arrendersi; Crispino arringò il popolo contro Massimino.

- Adirati dal protrarsi dell'assedio, i soldati di Massimino lo uccisero. Fecero poi acclamare imperatori Pupieno, Balbino e Gordiano.

260-268 - Gallieno sconfigge gli Alemanni

268 Claudio accorre sul Garda contro gli Alemanni. Suo fratello Quintillo, incaricato di controllare i confini orientali, viene proclamato Imperatore ad Aquileia (270).

270-275 - Aureliano è acclamato dalle sue truppe a Sirmio ed accorre più volte ad Aquileia.

300 d.c. - l'Imperatore Massimiano si stabilì nei palazzi imperiali di Mediolanum e Aquileia ed in queste città fece erigere costruzioni enormi e ricche tanto da farle apparire una "seconda capitale".

313 l'imperatore Costantino pose fine alle persecuzioni cristiane. fece erigere ad Aquileia un grande centro di culto con tre aule splendidamente mosaicate, ciascuna delle quali conteneva oltre 2.000 fedeli. Costantino aveva un palazzo sontuoso ad Aquileia, dove soggiornava frequentemente.

395 d.c. - Alla morte dell'Imperatore Teodosio I, la nona città dell'Impero e la quarta d'Italia, dopo Roma, Milano e Capua, celebre per le sue mura e per il porto.

400 d.c. - invasioni e devastazioni, prima con le incursioni Alarico agli inizi del 400, poi con l'entrata in città di Attila che trucidò tutti i suoi abitanti e la rase al suolo, cospargendo anche di sale il terreno per renderlo infertile.




I CULTI

La cultura romana, sempre tollerante prima del cristianesimo, rispettò i culti precedenti.
Su tutti gli Dei prevaleva il Dio Beleno, forse di origine gallo-carnica.

Molto seguito era anche anche quello della Fonte del Timavo e di alcune divinità fluviali (Aesontius) e boschive (Silvanus), oltre naturalmente a quelle romane (Mars. Mercurius, ecc).
Sempronio Tuditano, vincitore romano, ha una statua al Timavo, un santuario preromano.

Durante il terzo secolo furono accolti anche i culti orientali di Iside e di Serapide ed il culto a Mitra. Potente anche fu la comunità giudaica, che probabilmente rappresentò il tramite per la diffusione del cristianesimo.

Una vasta opera di drenaggio, ottenuta con quattro strati di anfore capovolte, è stata individuata nel a nord del Museo Archeologico. Nell'area si ipotizza dovesse trovarsi un complesso sacro, come suggerirebbe il ritrovamento di un'iscrizione agli Dei e alle Dee.




LA DESCRIZIONE

Erodiano descrive Aquileia nel 238, assediata dalle truppe di Massimino Trace:
« Prima che si verificassero questi eventi, Aquileia era una città molto grande, con una popolazione stabile molto numerosa. Situata sul mare, aveva alle sue spalle tutte le province dell'Illirico. Aquileia era utilizzata come porto d'ingresso per l'Italia. La città aveva, così, reso possibile che le merci fossero trasportate dall'interno via terra o dai fiumi, per essere scambiate con le navi mercantili. Erano, inoltre, trasportate dal mare alla terraferma a seconda delle necessità, quando le merci non erano prodotte in zona, a causa del clima freddo, ma inviate fino alle zone montane. Dal momento che l'agricoltura dell'entroterra aveva numerosi addetti alla produzione del vino, ne esportava in grandi quantità verso i mercati che non potevano coltivarvi la vite. Il grande numero di persone che vivevano stabilmente in Aquileia, non era formato solo da residenti autoctoni, ma anche da stranieri e commercianti. In questo momento la città era ancora più affollata del solito. Tutte le persone dalla zona circostante avevano lasciato le piccole città o villaggi e (vi) si erano rifugiate. Esse mettevano le loro speranze di salvezza nella città di grandi dimensioni e nelle sue mura difensive. Queste antiche mura, tuttavia, erano per la maggior parte crollate. Sotto il dominio romano le città d'Italia non avevano, normalmente, bisogno di mura o armi. Avevano sostituito una pace duratura alla guerra e avevano anche guadagnato di partecipare al governo romano. » (Erodiano, Storia dell'impero dopo Marco Aurelio, VIII, 2.3-4.)

Sono presenti ad Aquileia i principali monumenti dell'epoca: circo, teatro, terme, anfiteatro e un forum pecuarium (foro boario), dove affluivano merci di ogni genere, metalli, legname, lana, lino, cui erano collegate imprese artigianali, industrie alimentari, di terracotta e ceramiche e soprattutto vetrarie con forgiatori anche di metalli preziosi.

Oggi non si ha l'idea precisa di quanto potesse essere bella questa città, perchè i suoi resti sono ben poca cosa rispetto a ciò che fu.

Della base militare deriva la forma quadrilatera del presidio, divisa dal cardine massimo, l'attuale via Giulia Augusta, e dal decumano massimo.

Romanizzata la regione, la città, municipio dopo l'89 a.c. si ingrandì in fasi successive, come attestano le diverse cinte murarie.

Della città romana, dalla tipica dislocazione sugli assi della centuria, rimangono una vasta zona portuale e le grandi strutture pubbliche dei Templi e del Foro, ora devastate dall'intersecare della strada principale. Sparsi un po' ovunque reperti vari e splendidi mosaici pavimentali, mura e la necropoli.

La città aveva una forma allungata circondata da una cerchia di mura. Era suddivisa in quartieri quadrangolari attraversati da strade perpendicolari tra loro orientate secondo i punti cardinali. La vita sociale si raccoglieva nel foro, una grande piazza lunga 120 metri e larga 56, circondata da portici e gradini sulla quale si affacciavano il Campidoglio ed il Tempio dedicato a Giove; una grande Basilica civile adibita a tribunale era utilizzata, anche, per riunioni e contrattazioni tra mercanti.

Fin da tarda età repubblicana e durante quasi tutta l'epoca imperiale Aquileia costituì uno dei grandi centri nevralgici dell'Impero romano. Notevole fu la vita artistica, sostenuta dalla ricchezza dei committenti e dall'intensità dei traffici e dei contatti.

Immediatamente all'esterno del perimetro urbano, si è messo in luce un contenitore in legno riempito di corni, in parte già segati, certamente destinati alla lavorazione. Nella medesima area una fornace rettangolare, adibita nell'ultima fase alla cottura di laterizi, aveva prodotto all'inizio dell'Impero anche ceramica di vario tipo, come documenta il ritrovamento di una discarica, a notevole profondità, con scarti di lavorazione. L'impianto, che funzionò a lungo, conferma la presenza nella zona di attività artigianali, già indicata in precedenza dal rinvenimento di lucerne a c.a 250 m di distanza, nella Roggia della Pila.

Vi veniva prodotto un pregiatissimo vino di nome Pucinum, il prediletto di Livia, la moglie di Augusto, che gli attribuiva pure un potere di longevità a chi lo beveva.

Incerta è l’interpretazione di un bassorilievo della colonna traiana dove sarebbero raffigurati il foro di Aquileia e il suo porto con lo sbarco dell’imperatore proveniente da Ancona; a Traiano in ogni caso sono attribuiti alcuni lavori pubblici nella città (105 d.c.).

IL FORO

IL FORO ROMANO

I primi scavi risalgono al 1934, vennero ripresi nel 1989 e poi nel 2011, questi ultimi riportando alla luce la pavimentazione in lastre calcaree e i sottostanti mattoni sesquipedali.

Il Foro, del II sec. d.c., si trova all'incrocio tra il cardo della via Julia Augusta e il decumano della via Gemina.  Esso era la piazza principale di Aquileia, all'incrocio tra il decumano massimo ed il cardo massimo, la cui pavimentazione risale al I sec. a.c., quindi in epoca repubblicana, con nuovi edifici e decorazioni in epoca imperiale. Era lungo circa 115 m e largo 57, con sui lati lunghi da due ali di portico-colonnato, sovrastato probabilmente come in genere tutti i fori, da una lunga balaustra di marmo ornata di statue.
Sotto ai portici si aprivano delle tabernae (i negozi). Su uno dei lati del Foro doveva trovarsi la Zecca imperiale che ad Aquileia iniziò con la tetrarchia di Diocleziano, quando Massimiano, Augusto d'Occidente, scelse come sue capitali, sia Mediolanum (dal 290/291) che Aquileia (dal 294/296),

In fondo alla piazza, a sud, c'era la basilica con gli uffici amministrativi e giuridici del senato cittadino. La basilica, di epoca severiana, aveva due absidi alle due estremità ed un ambiente interno diviso in tre navate, lunga 77 m per 29,5. A nord del forum vi era la curia, il comitium e il macellum (mercato).
Lungo il lato ovest del porticato correva una canaletta per il deflusso delle acque, reso possibile dalla lieve pendenza nord-sud, al portico si accedeva con due gradini.
Del porticato si conservano quattro basamenti in mattoni, l'ultimo dei quali verso nord di dimensioni più che doppie (1,5 x 4,35 m) rispetto agli altri (1,5 x 1,5 m). Sembra vi fosse un ingresso marcato da contrafforti, che metteva in comunicazione quest'angolo del foro con gli edifici pubblici che sorgevano sul lato breve del foro e nella fascia adiacente, e cioè la curia, il comitium e il macellum.
Sul lastricato si è reperita la parte finale di un'iscrizione di cui restano gli incavi per le lettere bronzee (con gli incassi per saldarle alla pietra) [---]AVIT .
Come a Terracina o a Pietrabbondante, si pensa alla memoria di un'opera evergetica da parte di un ricco privato, che forse pagò la pavimentazione della piazza, indicata dal termine [STR]AVIT.Il Foro venne restaurato agli inizi del IV sec. d.c. e venne abbandonato nel sec. successivo con impaludamento dell'area, naturalmente depressa. Vi fu compiuta un'accanita opera di distruzione e spoliazione.

Alcuni ritengono che le scene della colonna di Traiano n.58-63 ritraggano il foro di Aquileia, da dove sarebbe passato Traiano per la campagna dacica del 105.

LE TERME

LE GRANDI TERME

Messo in luce a partire dall’inizio del Novecento, il complesso delle Grandi Terme è stato scavato solo parzialmente. Infatti finora sono stati messi in luce il settore dei calidarium, quello dei frigidarium e quello delle aule‐palestre, decorati con bellissimi pavimenti musivi che in parte sono oggi esposti nel  Museo Archeologico Nazionale.

Le terme si estendevano su una superficie di circa due ettari e mezzo. L'area delle terme è stata sottoposta a studio presso l’Università di Udine.

Un’iscrizione ci informa sul nome dell'edificio termale: Terme Felici Costantiniane, collegato dunque a Costantino il Grande, e databile pertanto alla prima metà del IV secolo. 

La planimetria è simile a quella delle terme di Costantino a Roma, sul Quirinale, probabilmente copiate da quelle.

Gli scavi ripresi nel 1981 hanno però portato in luce un immenso fabbricato con ambienti simmetrici, lungo un asse NE-SO, con impianti di riscaldamento nel settore SO e copertura a grandi volte alleggerite, sorrette da pilastri.

Il complesso era riccamente ornato con colonne in marmi policromi, capitelli figurati, trabeazioni in marmo con decorazioni floreali, pavimenti a tarsia marmorea e a mosaico. 

Tuttavia sembra di molto antecedente a Costantino, che evidentemente le aveva modificate e ristrutturate, perchè risale alla seconda metà del II sec. d.c. mentre i mosaici pavimentali sono della metà del III sec. e restaurati nel secolo successivo.




LA BASILICA FORENSE

La Basilica forense, adiacente al lato meridionale del foro, ha a sud un tratto di decumano, lastricato, come attesta un'iscrizione, per volontà testamentaria di una donna, Aratria Galla; il testo è identico a quello di un'altra epigrafe, nota da tempo e rinvenuta all'estremità opposta dello stesso tracciato stradale in direzione del porto.

Essendo scavata la parte occidentale della basilica  ad absidi contrapposte, già individuata in precedenza, sono state rinvenute belle sculture e raffinati elementi di decorazione architettonica.

A est del foro, tra questo e il porto fluviale, le campagne di scavo dell'Università di Trieste stanno portando alla luce un complessissimo sovrapporsi di strutture, culminante in età tarda con un edificio absidato a tre navate, evidentemente un'altra basilica, i cui muri e pilastri sono stati asportati, forse già in antico.

RICOSTRUZIONE DELLA BASILICA

LA BASILICA PATRIARCALE

La basilica è leggermente decentrata rispetto al nucleo principale di Aquileia e sorge a lato della via Sacra, affacciando su piazza del Capitolo, assieme al battistero e all’imponente campanile. All'interno della basilica sono stati scoperti mosaici presso l'altare della Croce, cioè tra la «Cripta degli Affreschi» e il limite orientale dell'«Aula Teodoriana».

Non si sa se essi precedano o seguano la grande distruzione di Attila, in quanto i resti sono alquanto carenti, ma è certo che si tratti di una basilica paleocristiana, sia pure con rifacimenti successivi. 

 Le immagini sono infatti cristiane, come si vede nella figura dell'angelo, con quell'aspetto un po' decadente e infantile che caratterizza tutta l'arte paleocristiana.
All'interno della basilica è stato individuato il battistero originario, situato fra le due aule teodoriane. Nell'«Aula Teodoriana» sono state rinvenute le tracce dei magazzini di cui sono state utilizzate le strutture.

Sotto di questa giacciono i resti di case romane con mosaici, poi rioccupate da varie vasche sovrapposte, appartenenti al complesso battesimale.

I resti della basilica sono stati individuati grazie al sistema di demolizione delle sue strutture avvenuta a partire dalla metà del IV secolo quando le aule di culto della Basilica erano diventate insufficienti a contenere la comunità cristiana di Aquileia. 

I resti trovati nel corso degli scavi di fine Ottocento e primo Novecento concorrono a delineare quasi completamente l'architettura del complesso: le strutture murarie, in parte riutilizzate nelle fasi successive del complesso basilicale, i mosaici pavimentali, conservati perfettamente soprattutto nelle due aule di culto, i resti di decorazione parietale, in parte ancora aderenti alle pareti, in parte recuperati dai livelli di demolizione sopra i mosaici.



LE DOMUS ROMANE

Scavi effettuati negli anni Settanta hanno riguardato la parte settentrionale della Piazza Capitolo, scoprendo tre livelli di abitazioni romane, tutte con pavimenti a mosaico, di cui alcuni figurati. 
Nell'ultimo livello, si è potuta riconoscere l'intera pianta di una casa a peristilio, con accesso dal cardine, attraverso le fauces. 

Al di sopra si accertarono altri due livelli paleocristiani: il primo con un vasto quadriportico , situato a O della chiesa post-teodoriana. Sul lato Ν del quadriportico si aprivano le sale dell'episcopio paleocristiano. 

Davanti al suo ingresso è stato rinvenuto un magnifico lampadario di bronzo, ornato di figurazioni e simboli, del diametro di oltre 70 cm, evidentemente seppellito dalla distruzione del fabbricato durante l'invasione di Attila. 
Il livello superiore, anch'esso con mosaici, si riferiva alla ristrutturazione dell'episcopio. Altri mosaici vennero rinvenuti nell'adiacente canonica, tutti di squisita fattura.

L'arte musiva raggiunse nelle domus di Aquileia livelli molto alti di originalità e di pregio. La ricca e raffinata società del tempo fu attratta non solo dai mosaici ma dalle pietre colorate che ne facevano scene policromatiche, quando in genere si prediligeva il bianco ed il nero.

Nel fondo Lanari, località S.Stefano, è stata riportata alla luce una grande villa rustica dotata di impianti per la fabbricazione di lucerne. 

Per decorare le case con splendidi mosaici ad Aquileia si ricorse frequentemente al vermiculatum. 

Non essendo sufficienti i pochi toni cromatici dei marmi, si ricorse spesso a pietre dure come l'alabastro, l'agata, l'onice e, qualche volta, alla terracotta. 

Sempre più venne richiesta la ricchezza dei toni turchini, gialli, verdi e rossi, ottenuti con le paste vitree opache o semitrasparenti. 

Il mosaicista poi tagliava le tessere non solo in forma cubica, anche nelle altre forme utili per la raffigurazione, così da disporle in 'andamenti' o 'filari' che serpeggiano dentro e fuori la figura (da cui vermiculatum).
Raggiunta questa perfezione tecnica nel vermiculatum, tutto il pavimento ne viene investito e non più soltanto l’emblema centrale: ciò accade nel "Ratto d’Europa", trovato ad Aquileia



IL TEATRO

Oggi alcuni blocchi di trachite euganea, emersi all'estremità ovest dello scavo, si ritengono parte dei sedili per la presenza di iscrizioni con nomi e numeri. Per la localizzazione del monumento non è emerso tuttavia alcun elemento sicuro. 

Che esso si trovi nella zona ovest della città, tra le grandi terme e la curva meridionale del circo, è ipotesi giustificata dalla scoperta di un grande propileo con gradinata rivolto a est, nel fondo Comelli, che potrebbe esserne l'ingresso. 

A questo sembra sia pertinente il grande fregio dorico di circa 12 m, decorato con motivi di armi, e l'iscrizione(CIL, ν, 1021), anch'essa parte di trabeazione dorica, che parla di una porticus duplex. 
Dovrebbe riguardare il portico del teatro ed è databile alla fine della Repubblica.

Presto per dire quanto fosse grande il teatro, afferma ancora Ghiotto, né quale sia la sua età, "anche se è molto probabile che risalga agli inizi dell’età imperiale". Ad Aquileia c’erano anche un anfiteatro e un circo, ma l’esistenza del teatro "è comunque una scoperta molto importante". Con la ripresa degli scavi l’Università di Padova dovrà concordare con la Soprintendenza "una forma di valorizzazione del nuovo sito". Non è detto che la struttura torni completamente alla luce, spiega ancora il responsabile dello scavo, ma senz’altro una parte sarà valorizzata.
«E’ un buon tratto di muro curvilineo, dal quale si dirama una serie di strutture radiali secondo il caratteristico impianto di molti edifici di spettacolo di età romana - annuncia la Soprintendenza - il frutto del lavoro di scavo che, quest’anno, il Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Padova ha condotto nell’area demaniale tra il Foro e le Grandi Terme. L'obiettivo era la verifica diretta sul terreno della suggestiva ipotesi, avanzata a suo tempo da Luisa Bertacchi, secondo la quale in quel luogo si sarebbero trovati i resti dell’antico teatro cittadino. Intuizione felicemente avvalorata dai ritrovamenti ».

L'ANFITEATRO - CREAZIONE GRAFICA AD OPERA DI FONDAZIONE AQUILEIA

L'ANFITEATRO

La città romana della Bassa friulana regala altre eccezionali scoperte archeologiche. Gli scavi in corso nell’area demaniale di palazzo Brunner hanno portato alla luce alcune murature dell’anfiteatro romano .

L’Università di Verona, Dipartimento Culture e Civiltà, sotto la direzione della prof. Patrizia Basso, su concessione di scavo del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e in accordo con la Soprintendenza Archeologia del Friuli Venezia Giulia, tra il 7 e il 20 luglio 2015 ha avviato una ricerca archeologica nell’area dell’anfiteatro romano di Aquileia, all’interno di un terreno di proprietà demaniale ubicato presso il Palazzo Brunner. 

L'anfiteatro utilizzato per gli spettacoli gladiatori e spettacoli venatori, era già stato individuato nelle dimensioni complessive di m 148 per m 112, per le notizie reperite da alcuni scavi condotti nel settore orientale del monumento già dal 1700 fino agli anni ’40 del Novecento.

Dal 2015 si sono aperti nuovi scavi che hanno rivelato una platea di fondazione, larga quasi 4 metri, che doveva reggere la serie di pilastri esterni della facciata, evidentemente collocati su più ordini fino a raggiungere una considerevole altezza. Sappiamo così che l'anfiteatro possedeva una galleria esterna, pertanto di dimensioni ancora più ampie di quanto si era creduto finora. Sono emersi peraltro i resti di uno dei pilastri della seconda galleria ellissoidale, già visto nel settore orientale dell’edificio con gli scavi ottocenteschi, e di uno dei muri radiali che sostenevano le gradinate per il pubblico.

Per quanto il monumento sia stato oggetto di una spoliazione massiccia già nel tardoantico, ma anche nei secoli più vicini a noi, costituendo una comoda cava lapidea per le costruzioni post-classiche della cittadina. Sembra che la galleria più esterna dell’anfiteatro sia stata demolita fra III e IV secolo d.C. con ogni probabilità per costruire la cinta tardoantica,

Pur privato di parte delle gradinate, l’anfiteatro continuò ad essere utilizzato fino al IV o V secolo, quando nella parte ancora conservata si vennero edificate modeste strutture abitative. 

RICOSTRUZIONE  DELL'ANFITEATRO


IL PALAZZO IMPERIALE

Per quanto riguarda il palazzo imperiale le ipotesi sono ancora discordanti: per alcuni esso sarebbe da identificarsi alle Marignane, a O del circo, nella villa del fondo Candussi (Lopreato, 1987), altri localizzano il complesso a E del settore Ν del circo (Humphrey, 1986). 

Nel complesso delle cosiddette piccole terme è stato proposto di riconoscere una lussuosa villa della prima età imperiale, forse la residenza temporanea di Augusto nei suoi soggiorni ad Aquileia
(Strazzulla, 1982-83).



IL MERCATO PECUARIO

A sud del corso della Natissa, di fronte all'attuale Piazza del Municipio, è stato scoperto nel 1976 ed esplorato negli anni successivi, per poi essere purtroppo reinterrato, un impianto assai vasto e articolato.

Facevano parte della struttura ampi cortili circondati da corridoi probabilmente coperti (criptoportici), i quali disimpegnavano ambienti di varia forma e grandezza.

Si è messa in luce anche una serie di padiglioni circolari, uno dei quali certamente con funzione di fontana. Nell'area nord alcuni pavimenti erano a mosaico e altri a tarsia marmorea. 

A sud invece predominavano il cocciopesto e il cotto, mentre ancora più a sud lunghi muri sembrerebbero recinti per il bestiame.

Il mercato delle pecus (pecora), la cui durata andò dall'età repubblicana al tardo impero, doveva essere quel forum pecuarium menzionato in un'iscrizione repubblicana (CIL, ν, 8313 = SI, 125 = Dessau, 5366).

Lo lascia supporre anche il recente ritrovamento di una piccola ara con dedica a Ercole, considerato soprattutto dai marinai un Dio protettore del commercio. Naturalmente il forum pecuarium vendeva oltre alle pecore il bestiame
vario e sicuramente molte altre merci, vista la vastità, l'accuratezza e la lussuosità del luogo.

IL PORTO - CREAZIONE GRAFICA AD OPERA DI FONDAZIONE AQUILEIA

IL PORTO

A occidente della città il corso del canale Anfora, ancora riconoscibile nel suo tracciato rettilineo diretto verso O per la lunghezza di 5 km, è sicuramente artificiale, navigabile e antico e lastricato in pietra d'Istria.

Continuando verso la città il letto del canale diventa largo 16 m e profondo 4 m. Ricerche sul suo fondale hanno restituito reperti della prima età imperiale, dimostrando che il canale era anche utilizzato come cantiere.

A oriente invece, in corrispondenza dell'antico corso del Natisone col Torre, c'era un ponte lungo 37 m. Un secondo ponte, successivamente inglobato in fortificazioni tardoantiche, è stato individuato più a nord nel 1969.

La lunghezza dell'originario vasto magazzino per il deposito delle merci era di ben 350 m, che presenta notevoli analogie con la Porticus Aemilia di Roma, al quale si aggiunsero in seguito altre strutture. 

Nel 361 la deviazione delle acque del fiume segnò la fine del complesso.

Al porto fluviale lungo le sponde del Natissa confluivano le acque del fiume Torre e Natisone, con la banchina a doppio livello per essere usata da imbarcazioni di stazza diversa e per contenere il flusso delle maree.

PORTO E MAGAZZINI DI AQUILEIA
Largo 48 m e lungo circa 350 era costruito con grandi blocchi di pietra d’Istria squadrati, con anelli per l'ormeggio delle navi.

Era il più imponente nelle terre occidentali con rampe di carico e scarico per le varie merci che venivano depositate nei magazzini adiacenti. Aquileia divenne un importante centro di traffici e scambi tra le regioni danubiane e l’area mediterranea.

Arrivavano navi con materiale edilizio come la pietra d’Istria, i marmi dalla Grecia e dall’Africa settentrionale, la sabbia per la lavorazione del vetro e poi vino, olio, olive, lana, oro, spezie. Per via terra giungevano minerali metalliferi, bestiame, legname, schiavi e ambra grezza proveniente dai giacimenti del mar Baltico.

Il fianco di una stele è visibile di fronte ai resti del porto fluviale: essa raffigura Aquileia (la sua corona è portata da un'aquila) che s'inginocchia e bacia la mano destra di una figura femminile seduta, avente la corona turrita ed impugnante con la sinistra una lancia: la Dea Roma. La stele reca la dedica di due ufficiali alla Triade capitolina ed a Marte. 

Per il rinvenimento di terrecotte architettoniche frontonali, nel 1884 a est del grande fiume, sembra che qui sorgesse il tempio al Timavo, eretto nel 129 a.c. dal console C. Sempronio Tuditano.

Nei pressi del porto si è avuto il ritrovamento, nel 1986, di un interessante plinto con iscrizione Publio / Valerio / maroni / patri vergili, probabilmente dedicato al patrigno del poeta Virgilio.




LE STRADE

Nel 148 a.c. da Aquileia ebbe inizio la costruzione della via Postumia che congiungeva l'Adriatico con il Tirreno presso Genova. La strada era una via consolare romana fatta costruire dal console romano Postumio Albino nei territori della Gallia Cisalpina, l'odierna pianura padana, per scopi prevalentemente militari.

Nel 131 a.c., il pretore Tito Annio Rufo diede inizio alla via Annia che collegava Hatria (la moderna Adria) con Patavium (Padova), Altinum (Altino), Iulia Concordia (moderna Concordia Sagittaria, dove incrociava la via Postumia) e infine Aquileia.

I resti del grande porto fluviale sul fiume Natisone (moli, magazzini e strade che si collegavano con la città), costruiti su entrambe le sponde del fiume, sono visitabili lungo la Via Sacra e risalirebbero fin dalla fine del II secolo a.c., in seguito ampliato e ristrutturato più volte.

Tra le strade extraurbane oggetto di indagini è stata la Via Annia, che ha restituito due nuovi miliari, uno con il nome di Costantino e l'altro con quelli di Gioviano, Valentiniano, Valente e Graziano. Lungo la via, alle porte della città, sono state indagate aree sepolcrali.

La via che collegava Aquileia con la laguna, seguendo la riva destra del Natisone-Torre, iniziava con la monumentale necropoli scavata nel 1941 (impropriamente detta «della Via Annia»). 

Caratteristici di Aquileia sono infatti i numerosissimi vasi funerari sparsi un po' ovunque anche alla rinfusa (specie al museo archeologico) ed anche le immense fila di 'sassi' lavorati accatastati lungo i tratturi di campagna, intralci alle coltivazioni agricole.

Di questa stessa strada è stata esplorata la parte meridionale presso la laguna: essa seguiva l'andamento non rettilineo del fiume ed era affiancata da necropoli solo da un lato, evidentemente per non ostacolare le operazioni lungo il corso d'acqua. La necropoli ha restituito decine di urne con bei corredi, soprattutto vetri della prima età imperiale.

La via diretta a nord, convenzionalmente detta «Giulia Augusta» in mancanza del nome antico, è stata scoperta, alla periferia della città in località S. Stefano, possedere un vicolo di collegamento con la Via Annia.

Più a sud, nel fondo Jacumin, è stata individuata una fornace. Sul proseguimento della medesima strada a sud sono stati scoperti, presso il museo, dei monumenti sepolcrali, tra cui un ustrinum. A maggior distanza dalla strada sono state rinvenute due fornaci con una serie di vasche per la depurazione dell'argilla e si è recuperato un tesoretto di monete repubblicane.


BIBLIO

- Cesare - De bello Gallico - Libro I -
- Cassio Dione Cocceiano - Storia romana - XII -
- Massimiliano Pavan - Aquileia città di frontiera - Dall'Adriatico al Danubio - Padova - 1991 -
- Giovanni Brusin - Gli scavi di Aquileia - Associazione nazionale Aquileia - 1934 -
- Luisa Bertacchi - Aquileia: l'organizzazione urbanistica - Milano capitale dell'Impero romano (286-402 d.C.), catalogo della Mostra Milano capitale dell'Impero romani (286-402 d.C.) -  Milano - Palazzo Reale  24 gennaio - 22 aprile 1990 - Ed.Silvana - Milano - 1990 -






 

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