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CURIA DI POMPEO


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LA CURIA DI POMPEO DOVE FU ASSASSINATO CESARE

La curia nel periodo monarchico era un termine che indicava la suddivisione del popolo nelle varie tribù, ma che col tempo finì per indicare il luogo dove le tribù si radunavano per discutere degli affari dello stato.

La Curia di Pompeo (in latino: Curia Pompeia) fu una delle numerose aule di riunione della Roma repubblicana di grande significato storico. Essa faceva parte del grande complesso del Teatro di Pompeo, nel Campo Marzio.

La curia divenne dunque una struttura destinata alle sedute del Senato o delle assemblee delle tribù. Nel 55 a.c., Gneo Pompeo Magno (106 a.c. - 48 a.c.) inaugurò il più grande teatro del mondo antico, prima che fosse del tutto completato. Esso era stato edificato con i ricavi delle sue campagne belliche, per cui ora era un simbolo politico che esaltava la figura del generale romano celebrandone le grandi vittorie.

Nel periodo in cui si stava trasferendo la sede principale del Senato dalla Curia Cornelia (la più grande delle Curie presenti a Roma, dove si riunì il Senato tra il 52 a.c. e il 44 a.c.) alla nuova Curia Iulia ancora in costruzione, terminata e inaugurata da Ottaviano il 28 agosto del 29 a.c., il Senato si riuniva nella Curia di Pompeo, di dimensioni più piccole. Fu qui che, alle idi di marzo del 44 a.c., i congiurati assassinarono Giulio Cesare, compiendo un delitto che cambierà la storia del mondo.

"Appresso a questo (teatro di Pompeo), cioè da quella parte verso la chiesa di s. Andrea della Valle, edificò il medesimo Pompeo la Curia, acciò in tempo delli spettacoli vi si tenesse Senato; ed in questa fu Giulio Cajo Cesare ucciso da' Congiurati, cadendo a piè della statua di Pompeo. Per lo che fu chiusa e poi per astio abbruciata dal Popolo. Eravi unitamente un magnifico portico sostenuto da 100 colonne, ed ornato di pitture, e fontane con varie fiere fatte in marmo".

(Giuseppe Vasi - 1761)


Narra Svetonio che dopo l'assassinio di Cesare, Augusto (63 a.c.-14 d.c.) rimosse la grande statua di Pompeo e fece murare la sala come "locus sceleratus" (luogo maledetto), che in seguito venne trasformata in latrina, come riportato anche da Cassio Dione (155-235). 

In realtà a ovest dell'Area Sacra di Largo Argentina è visibile un grosso basamento di tufo che appartiene alla base della Curia di Pompeo, dove si riunivano i senatori di Roma. Secondo Cassio Dione Cocceiano, la curia era tra due latrine di epoca imperiale, in effetti presenti. Il teatro ebbe lunga vita ma la Curia di Pompeo durò solo un decennio.

La Curia aveva la forma di un'esedra con il muro posteriore curvo, era collegata al quadriportico retrostante il teatro e si trovava sul lato corto opposto al teatro. All'interno vi erano più file di sedili disposte su livelli diversi.

RICOSTRUZIONE DELLA CURIA DI POMPEO

"Avanti al medesimo teatro di Pompeo si conosce da Appiano esservi stata la Curia, nella quale Cesare fu ucciso dai congiurati a piedi della statua dello stesso Pompeo. E questa stava situata probabilmente nella parte d'avanti al teatro ch'era rivolta verso la Cancelleria; imperocchè da tale parte fu rinvenuta la pretesa statua di Pompeo. Benchè, come si conosce dal medesimo Appiano, tale statua sia stata da Augusto trasformata in un Giano di marmo, è da credere peraltro che questo arco, dovendo essere evidentemente situato vicino alla nominata Curia, stasse ivi pure prossima agli edifizj Pompejani."

Oggi il sito della struttura corrisponde al Largo di Torre Argentina. Il sito archeologico fu studiato da Giuseppe Marchetti Longhi ( 1884 - 1979) e quindi preservato su ordine di Benito Mussolini negli anni trenta del XX secolo.

Nell'area scavata, sono state rinvenute solamente le fondazioni della struttura originale e attualmente il sito della Curia si trova sotto a una strada moderna e a una linea tranviaria. Nel 2012 è stato annunciato che ulteriori scavi hanno identificato il punto preciso dell'assassinio di Cesare, evidenziato da una lastra di due metri per tre metri che Augusto fece porre prima che l'edificio fosse murato. 

Poco tempo dopo fu annunciato anche che gli scavi sotterranei della Curia sarebbero stati aperti al pubblico nel 2013, ma così non è stato. A tutt'oggi, nel 2021, nulla si è mosso in tal senso.

IL LUOGO ESATTO DELLA MORTE DI CESARE


ANDREA CARANDINI

ROMA - L’archeologo Andrea Carandini interviene nella vicenda del luogo della morte di Giulio Cesare. Lo studioso, che ha ricostruito nel dettaglio la posizione della Curia di Pompeo (il risultato è visibile nel nuovo Atlante di Roma Antica da lui curato per Electa), ha già sollevato il problema della grande opportunità di riportare alla luce la Curia con l’occasione che si offre per lo spostamento del capolinea del tram numero 8.

«SCAVARE VERSO LE MURA DEI PALAZZI» - Nell'Atlante di Carandini emerge la necessità di scavare in quella porzione di terreno che partendo dalla «tamponatura del muro cementizio» (che si vede nel sito archeologico di Largo Argentina a ridosso del Teatro e in particolare in direzione dei palazzi che affiancano il teatro a sud), proseguisse poi fino alle mura degli immobili, creando uno spazio archeologico sufficiente a vedere abbastanza della Curia che poi potrebbe essere anche ricoperto e chiuso.

INDAGARE SUI SEGRETI DELLA CURIA - Quanto alle nuove rivelazioni fatte dall’archeologa Marina Mattei responsabile degli scavi nel sito archeologico e in particolare dell’individuazione del muro cementizio con cui Augusto avrebbe chiuso la Curia di Pompeo negli anni successivi alla morte di Giulio Cesare, Andrea Carandini premette subito un’importante precisazione: «Conosco bene quella tamponatura sovrastata da un pino, ma non riguarda l’ingresso della Curia bensì il retro. La Curia si apriva infatti dalla parte opposta».

STATUA DI POMPEO DELLA CURIA

«Non sono mancati i progetti per rendere quelle rovine raggiungibili e comprensibili, ma fino a oggi nulla è stato fatto. – ha scritto poco tempo fa l’archeologo - 

Se dalla strada dove è la stazione del tram ci si affaccia sui ruderi, si osserva, subito al di sotto e dietro al tempio rotondo, un muro che ingloba una nicchia, dalla quale spunta un pino. 

E la nicchia del salone (440 metri quadrati) in cui era alloggiata la statua di Pompeo, ai piedi della quale cadde Cesare. Muro e nicchia sono il retro della Curia di Pompeo, che per il resto si estende sotto la strada».

«La Curia si apriva in fondo al portico dietro il teatro di Pompeo e le case moderne si dispongono ancora secondo teatrali semicerchi. Il portico conteneva viali alberati, boschetti, bacini d'acqua. Le strade attuali ricalcano quei percorsi. La Curia era decorata, all'interno e su tre lati, da colonne e nel colonnato era la nicchia con la statua di Pompeo».

«Nella “Vita di Cesare” di Plutarco leggiamo: “Cesare si accasciò contro il piedistallo su cui era la statua di Pompeo. Fu inondato di sangue, sicché parve che Pompeo stesso guidasse la punizione del rivale disteso ai suoi piedi”. Secondo lo storico Cesare cadde sul pulpito al di sotto la statua, che aveva ai lati - sopra bassi gradini? - i seggi dei senatori…». 

«Lo spostamento del tram sarebbe l' occasione - prosegue Carandini - per mettere in luce la Curia (resterebbero da scavare 1.740 metri quadrati). Cosi si potrebbe accedere, dietro ai templi, al salone dello straordinario evento. Un Paese civile si precipiterebbe...».

C’è qualcuno, a Roma, che voglia ascoltare la voce di Carandini e la sua proposta? Non interessa a nessuno vedere il luogo in cui è stato ucciso Giulio Cesare?

(Paolo Brogi - 2012)


BIBLIO

- Plutarco - Vita di Pompeo - X -
- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - Arnoldo Mondadori Editore - Verona - 1984 -
- Famiano Nardini - Roma antica - Roma - 1771 -
- John Henry Middleton - The remains of ancient Rome - University of Michigan Library - 1892 -
- Giulio Cesare, trovato il punto esatto in cui fu pugnalato da Bruto - Il Giornale - 11 ottobre 2012 -
- Barry Strauss - La morte di Cesare: L'assassinio più famoso della storia - Laterza - 2015 -
- Michael Parenti - The Assassination of Julius Caesar: A People's History of Ancient Rome - The New Press - 2003 -



CURIA CALABRA


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IL CERCHIO ROSSO EVIDENZIA LA CURIA CALABRA

IL TEMPIO DELL'OSSERVAZIONE LUNARE

La Curia Calabra era un luogo di culto preposto all'osservazione della luna. Si trattava di un vero e proprio tempio utilizzato per l'osservazione rituale della luna nuova nella Roma antica. La Luna Nuova o novilunio, o Luna Nera, è la fase della Luna in cui il suo emisfero visibile risulta completamente in ombra.

Però anticamente il novilunio non era la Luna Nera, ma era il giorno in cui compariva di nuovo la luna. Vale a dire che era il giorno in cui rinasceva la luna, o il giorno in cui la Dea Diana emergeva dalle grotte in cui si era occultata. Tale giorno è spesso utilizzato come primo giorno del mese nei calendari lunari.


La Luna Nuova

La Luna nuova avviene quando nel corso della sua orbita il nostro satellite è in congiunzione col Sole, cioè si frappone tra la Terra e il Sole. Durante la fase di Luna nuova, non è possibile vedere la Luna in quanto essa è presente in cielo di giorno a poca distanza apparente dal Sole. Se il novilunio si verifica quando la Luna si trova in un nodo della sua orbita, cioè sta attraversando il piano eclittico, la Luna risulta allineata perfettamente con la Terra e il Sole e perciò provoca il fenomeno delle eclissi di Sole.

"Vogliono taluni asserire che alla fondazione di Roma vi fu una congiunzione di luna che ecclissò il Sole e questa essere stata veduta anche da Antimaco Poeta da Teo accaduta essendo nell'anno terzo della sesta Olimpiade"

Il Pantheon di Roma, ricreato da Agrippa sul modello dei templi più arcaici, era, ed è, come quelli, rotondo e con l'oculo in cima che consentiva l'osservazione della luna. Infatti nell'Equinozio di Primavera la Luna Piena è osservabile giusto al centro dell'oculo del tempio. Momento importantissimo perchè nella Roma più arcaica l'anno solare iniziava all'equinozio di primavera e non al solstizio d'inverno come avvenne poi.



1 - Aedes Fidei
2 - Aedes Opis
3 - Aedes Iuppiter Custodis
4 - Aedes Tensarum - (Menzionato solo da un diploma militare. L'edificio è stato utilizzato per immagazzinare i carri che trasportano le sculture degli Dei nelle processioni. Secondo alcune ipotesi, Iuppiter era al lato del santuario di Iuppiter Feretrius.)
5 - Aedes Iuppiter Feretrius
6 - Curia Calabra
9 - Aedes Veneris Erycinae
10 - Aedes Mentis
13 - Aedes Iuppiter Tonantis


Il Calendario

Il calendario romano era infatti originariamente lunare. Le Calende o il primo giorno di ogni mese, il pontifex minor occupava la Curia Calabra per attendere l'avvistamento della luna nuova. Il Rex Sacrificulus (o Rex Sacrorum), una figura magistratuale e sacerdotale insieme, unitamente al Pontefice, poi officiavano una res divina (servizio religioso) e il sacrificio in onore di Giunone, e il popolo romano veniva chiamato in assemblea nei Comitia Calata, che sembra avvenissero sul Campidoglio. Come calata, il nome Calabra deriva probabilmente da calare, "convocare" o "proclamare". Ma secondo altri "calabra" o "galabra" richiama più il significato di roccia.

"Tra i pubblici stabilimenti a Romolo viene attribuita quella della Curia Calabra. Anche il luogo ove si teneva adunanza per cura dei publici affari chiamavasi Curia e dalla parola cura era Curia lo stesso luogo. Nella Curia Calabra di Romolo, asseriscono Varrone, Macrobio e Sesto Pompeo, si trattava solamente ciò che aveva relazione alle cose sacre. Fu detta Calabra a "colendo" verbo che significava chiamare poiché siccome scrive Macrobio vicino alla Curia si chiamava il Popolo per avvertirlo dei giorni che dalle Calende alle None del mese. 

Questa Curia fu coperta di strame, che è un insieme di erbe secche e paglia che vengono usate come foraggio e come lettiera per il bestiame, tuttavia ottimo per coprire i tetti sostenuti da vimini intrecciati e pali di legno. Ciò dimostra la povertà di quei tempi ed era situata Campidoglio nella parte meridionale e precisamente vicino alla rupe da Manlio nella insalizione de Galli come scrive Virgilio, vicina a questa Curia fu altra Casa di Romolo e di tal piccolezza che le dà il nome di tugurio. Era ancor questa coperta di canne di strame con legature di vinchi per testimonianza di Ovidio".

Secondo altri studiosi la sua posizione esatta è poco chiara, ma la ritengono un un recinto scoperchiato davanti a una capanna augurale (auguraculum, un tempio senza tetto), sul lato sud-ovest della zona Area Capitolina, il recinto del tempio di Giove Ottimo Massimo. Servio Mario Onorato, grammatico e commentatore romano del IV secolo, identifica la Curia Calabra con una Casa Romuli ("Capanna di Romolo") o Tugurium, o "Tegurium Romuli" sul colle capitolino. Il tegurium era una capanna con un tetto di paglia, molto isolante dal freddo e dalle piogge, usatissimo anche nei paesi anglosassoni dell'800 e '900 ma alcuni a tutt'oggi. Tuttavia Ambrogio Teodosio Macrobio fa supporre, e molti studiosi sono concordi, che invece era adiacente alla Casa di Romolo.

La Curia Calabra ebbe dunque un aspetto sia religioso che civile, per propiziarsi gli Dei, e per stabilire il calendario che il popolo doveva rispettare, onde permettere una civile e fruttuosa convivenza tra i cittadini romani. E' evidente che nei tempi più antichi fosse una capanna con un foro sul tetto, ma che poi venne edificata in muratura con un tetto e un cortile che fungeva da osservatorio.


Curia Calabra

"Generalmente da tutti i più accurati topografi si stabilisce esservi stata sulla descritta Rocca la Curia Calabra, nella quale il Pontefice Minore, dopo di avere osservato il Novilunio, pronunziava alla plebe ivi raccolta quanti giorni avanzavano dalle Calende alle None. Io poi ne ritrovo la sua forma in quel frammento della Pianta Capitolina, distinto quivi col N. LX che il Bellorio, seguendo il sentimento di Andrea Bufalini, crede esservi rappresentato il tempio di Giove Capitolino con quello di Giove Custode 170. Questo ritrovato primieramente lo deduco dalla forma quadrata stabilita nella lapide all'edifizio maggiore, la quale molto conviene con quella di una Curia; quindi dalle altre cose che si vedono disegnate nella medesima lapide, le quali assai bene si adattano a rappresentare il recinto meridionale del Tarpeo con le lunghe scale, denominate dei Cento gradi, che venivano ivi a riferire; e circa alla sommità di queste si trova indicato esservi stata una porta arcuata."

(STORIA E TOPOGRAFIA DI ROMA ANTICA DELL'ARCHITETTO CAV. LUIGI CANINA)



LA CURIA CALABRA ACCANTO ALLA CASA DI ROMOLO 

Le fonti storico –letterarie c’informano che la casa si trovava nel’angolo sud occidentale del palatino sulle pendici che guardano verso il velabro e il circo massimo, ai cui piedi era la grotta del lupercale dove  il pastore Faustolo rinvenne i fatidici gemelli, era il "tugurium faustoli", una capanna divenuta oggetto di venerazione che venne conservata, costantemente restaurata e rifatta durante tutta l’antichità, preziosa reliquia delle origini di Roma, tanto che Augusto vi fece edificare nei pressi la propria casa.

Una serie incredibile di coincidenze e corrispondenze che ci porta a credere seguendo le fonti antiche di trovarci di fronte alla mitica casa di Romolo dove si doveva trovare il “ lituus “ di Romolo il caratteristico bastone con l’estremità superiore ricurva attributo dei re e dei grandi sacerdoti, e nei cui pressi Romolo aveva fatto edificare la Curia Calabra, un luogo vicinissimo da cui riunire il popolo in ogni questione che volesse risolvere con il popolo e per il popolo. Popolo che contò sempre per Roma, anche durante la monarchia.


BIBLIO

- Luigi Pompili Olivieri - Annali di Roma, dalla sua fondazione sino a' di' nostri - Parte I, contenente gli anni av. G.C, vol. 1 - Roma - Tipografia Perego-Salvioni - 1836 -
- Furius Dionysius Filocalus - Cronica -
- A.Tighe - The Development of the Roman Constitution - D. Apple & Co. - 1886 -
- Gabriella Poma - Le istituzioni politiche del mondo romano - Bologna - 2009 -
- Biondo Biondi - Istituzioni di diritto romano - Ed. Giuffré - Milano - 1972 -






CURIA ACCULEIA


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ORATORIO DEI 40 MARTIRI (CURIA ACCULEIA)

Le attribuzioni di luogo e di edificio della Curia Acculeia sono molteplici:

1) - La Curia Acculeia viene menzionata da Varrone (LL. VI.23) come una località dove si celebravano le Angeronalia, e dove si offrivano sacrifici per tale festa, che venivano anche celebrate al sacellum Volupiae (Macrob. Sat. I.10.7; Hemerol. Praenest. ad XII Kal. Ian.).

2) - Secondo alcuni la Curia Acculeia era solo un altro nome del Sacellum Volupiae.

PLANIMETRIA
3) - Secondo altri invece si trattava di una non ben identificata struttura adiacente, che stava vicino al punto dove la Via Nova entrava al Velabro (HJ 45; RE IV.1821; Gilb. I.56‑58; II.104‑107).

Il 21 dicembre i pontefici, come riporta Macrobio, eseguivano un rito nel Sacello di Volupia, dove un'immagine di Angerona con la bocca imbavagliata era posta sull'altare del sacello. Nei Fasti (Prae. Maff. ) questo giorno è chiamato Divalia.

Plinio spiega la bocca imbavagliata come immagine del silenzio che deve essere mantenuto sul nome sacro di Roma e ciò deve essere inteso allo stesso modo dal grammatico romano Verrio Flacco in una nota dei Fasti Prenestini, sostiene che poichè il 21 dicembre è il solstizio d'inverno, ci si dovrebbero aspettare in questo giorno il culmine delle celebrazioni del nuovo anno.

Macrobio dice che Verrio Flacco derivò il nome di Angerona dalla sua capacità di disperdere "angores ac sollecitudines animorum". Aggiunge che Masurio spiega la sua presenza sull'altare di Volupia: "quod si suos dolores anxietatexque dissimulant perveniant patientiae beneficio ad maxima voluptatem "

4) - Secondo altre interpretazioni la Curia Acculeia fu semplicemente un recinto senza tetto, come la Curia Calabra, probabilmente una stazione augurale per l'osservazione di segni celestiali riferiti al solstizio.

INTERNI DELL'ORATORIO DEI 40 MARTIRI
5) - Varrone suggerisce una relazione tra la Curia Acculeia e Acca Larentia, la cui ricorrenza cade il 23 dicembre, due giorni dopo la festa del solstizio, e la cui tomba giace al Velabro presso la Porta Romana (Varro Ling.). Se il Sacellum Volupiae e la Curia Acculeia non erano identiche, i tre luoghi dovevano essere contigui, o vicini tra loro, come a grappolo, ai piedi del Palatino, appena a ovest di San Giorgio al Velabro, non necessitando di grande spazio.

Sembra che sia i Divalia che la Curia Acculeia fossero nomi ideati per nascondere il vero nome di Angerona, ammesso che questo fosse il suo vero nome. Se il suo bavaglio alla bocca aveva a che fare col nome segreto di Roma e la locazione del suo tempio giusto fuori la Porta Romana, ne consegue che possiamo considerarla come la protettrice della Porta.

6) - Al contrario Coarelli pone la Curia Acculeia vicino al Lacus Jugurtae. In effetti il Lacus Juturnae era luogo sacro e miracoloso In onore della ninfa Giuturna, a Roma e nel Lazio, si celebrava la festa Iuturnaria, per scongiurare la siccità. La fonte era tra i numerosi santuari dedicati alle divinità acquatiche dove si recavano gli ammalati per cercare beneficio nelle acque considerate medicamentose.

La parete di fondo dell' edicola di Giuturna infatti s' appoggia ad una sala con abside di buona opera laterizia, situata esattamente nell'asse della Nova Via. Si suppone trattarsi della Curia Acculeia, che in era cristiana fu trasformata in un oratorio dedicato ai Quaranta martiri. 
In quest'area la trasformazione in ampio piazzale pavimentato viene messa in relazione con la presenza della "tatio Aquarum" che si trovava nell'area già nel III sec.

L'edificio della Statio aquarum (ufficio degli acquedotti) si trovava nel Foro Romano tra la Fonte di Giuturna, il tempio di Vesta e la Casa delle Vestali, con strutture murarie di varie fasi, dalla tarda repubblica all'epoca di Costantino, e venne identificato grazie a due iscrizioni su un cippo reperito in una stanza dell'edificio.

L'edificio era decorato da varie statue, come quella di Esculapio ancora in sito (che ricorda forse la virtù medicamentosa delle acque), mentre un Apollo arcaicizzante è stato portato nell'Antiquarium del Foro. Il pavimento dell'interno dell'Oratorio è realizzato rozzamente utilizzando pezzi di marmi di vari colori, il che testimonia che qui e intorno vi fossero invece preziosi pavimenti in opus sectile.



7) - Secondo Fabiano Nardini il tempio rotondo di Ercole (o di Vesta):

 " Non è strano che fosse il Sacello di Volúpia di cui Varrone parlando della Porta Romanula - Qui habet Gradus in annuncio navalia Volupie Sacello que Nauali - il testo non voglia dire in Nova Via che dal Palatino si riguardavano altrove, esser stato possibile non necessario dir che fosse l' antico sbarco prima ch'al tempo d 'Anco Marzio fosse col Ponte Sublicio impedito alle navi arrivar tant'oltre.

Anzi assai dopo esservi durato lo sbarco de burchij ch'una seconda del fiume venivano prima che si fabricassero gli altri ponti non ê negabile. Se dunque l' annuncio Sacello Volupie si riferisce da Varrone ai Navali, parola più prossima, il Sacello è cosa facilissima fosse questa convenendo in quella della fabrica rotonda e corintia. Più ch 'annuncio altro Nume se il medesimo annuncio si riferisce alla Porta Il Sacello di Volúpia fu altrove.

Tra S Anastasio e S Teodoro dovumque si fosse nell'altare di questa Dea esser Stato il simulacro di Angerona fuit contraria scrive Macrobio nel Primo libro de Saturnali - Duodecimo Vero Feriae sunt Dive Angeronie cui Pontifices nel Sacello Volupie facrum faciunt quam Verrio Flacco Angeroniam dici ait quid Angares ac animorum sollicitudines propiciata depellat Mafurtui adjcit simulacrum eius Dee minerale obligato atque obsignato in air Volupie Praeterea collocatum quod qui suos dolores anxietatesque dissimulant perveniant patientie beneficio annuncio maximam voluptatem -

(Fabiano Nardini - Roma Antica - 1666)

DENARIO CON DIANA NEMORENSE (ACCA LARENTIA)

Giuturna - Acca Larenta - Acca Larenzia - Dea Lara - Angerona - Voluptas - Curia Acculeia

Ai piedi del Palatino, tra il Tempio di Vesta e quello dei Dioscuri, c'era una sorgente dedicata alla ninfa Giuturna.  Il gruppo dei Dioscuri ad essa correlati fu trovato in pezzi (dovuti a una furia depurativa cristiana) nella vasca della Fonte di Giuturna e poi ricomposto, databile tra la fine del II sec. e l’inizio del I sec. a.c.. 

Sui quattro lati vi sono raffigurati i Dioscuri, su un lato Giove e su un altro Leda, genitori dei gemelli, e davanti una figura femminile con fiaccola, che si suppone Giuturna. La statua di stile arcaizzante di Apollo in marmo greco, dell I-II secolo d.c., probabilmente decorava il vicino edificio dell’amministrazione delle acque e degli acquedotti (Statio aquarum).

Del punto dove sorgeva la fonte è visibile il bacino con al centro il calco dell’ara. Un’edicola sacra, probabilmente il tempietto dedicato a Giuturna, e l’edificio in mattoni della Statio Aquarum, in origine decorato da numerose sculture, completano il sito della fonte più importante a Roma in età arcaica. Dietro la parete dell'edicola sorgeva, a quanto dicono, la Curia Acculeia.

Il culto della Curia Acculeia e della Dea Acca Larentia (o Acca Laurentina) hanno in comune il nome di Publius Accoleius Lariscolus, magistrato monetario nel 43 a.c., che pose la testa di Acca Larentia su una moneta in corso. La testa di Acca richiama Accoleius e il nome Larentia richiama Lariscolus. E' possibile che Acculeia fosse un nomen derivato da Acca. Questo potrebbe spiegare il fatto che la Curia Acculeia effettuasse un sacrificio in onore di Angerona, Dea tutelare della stessa Roma, durante la Angeronalia.

MOSTRA DELLA FONTE DI GIUTURNA
Nella Curia Acculeia aveva luogo il sacrificio ad Angerona (Varrone) che altre fonti (Macrobio) ambientano nel Sacellum Piae Volupiae: per questo è probabile che Ara Volupiae e Signum Angeronale si trovassero all'interno della Curia Acculeia.

Ma quest'ultima prende probabilmente nome da Acca Larentia, ciò che obbliga legarne il culto a quelli di Volupia e di Angerona: si tratta ovviamente di un rapporto di carattere cultuale, oltre che topografico, risulta anche dalla posizione del sacellum Larundae (forse da identificare con la curia Acculeia) in cui Tacito riconosce l'angolo Acca Larentia, Larunda.

La connessione con Angerona era interpretata dagli antichi come una relazione tra “piacere” (voluptas), pertinente alla Dea Volupia, e “dolore” (angor), pertinente alla Dea Angerona. Sembrerebbe un inno al masochismo, ma è tutt'altro.

Questi miti sono tutti molto arcaici e preromani, che appartenevano a diversi riti italici. Volupia (Voluptas= sesso) e Angerona erano il duplice volto della Dea della vita e della morte. Angerona custodiva il segreto della morte, evidentemente retaggio di un antico culto misterico.

Acca Larentia, antica Dea Lupa, era connessa alla prostituzione sacra e alla morte e rinascita. Anche qui la sessualità, produttrice di vita, era connessa con la morte. Lara o Larenta o Larunda, madre dei Lares, era una Dea degli inferi, e quindi connessa ad un rito ctonio e segreto.

Ma c'era anche la Dea Muta o Tacita, Dea degli inferi che presiedeva ai culti funebri intesi come trapasso da ciò che è semplicemente morto a ciò che diviene sostegno per nuova vita. E’ dal rito propiziatorio alla Dea Tacita che è nata la tradizione delle fave dei morti, i dolci che in molti paesi vengono preparati e mangiati durante le annuali feste dei morti.

La fava era sacra in quanto una volta aperto il baccello questo moriva e ne usciva invece il seme della nuova vita, che era commestibile ma pure interrbile come seme per la pianta. Insomma era un simbolo di reincarnazione.

La Dea Tacita si poneva il dito sulle labbra intimando il silenzio, oppure era imbavagliata come Angerona. Si sa, i culti nei tempi si trasformano per adattarsi ai nuovi tempi, ma a cercar bene si ritrovano le loro origini sacre e molto antiche.

La Curia Acculeia doveva accogliere queste antiche divinità ctonie adorate nei diversi luoghi e in età diverse sotto diversi nomi. La gente si raccoglieva in loro nome per riconoscersi e applicare la giustizia o prendere decisioni ispirate dalla Dea della vita e della morte.


BIBLIO

- Marcus Terentius Varro - De Lingua Latina -
- Giulia D'Angelo and Alberto Martín Esquivel - "P. Accoleius Lariscolus (RRC 486/1)" - Annali dell'Istituto Italiano di Numismatica - vol. 58 - 2012 -
- Alberto Martín Esquivel, Giulia D'Angelo - "Un cuño romano republicano de P. Accoleius Lariscolus" - Nvmisma. Revista de estudios numismáticos - Año LXIV - 2014 -
- Carlo Prandi - Mito in Dizionario delle religioni - a cura di Giovanni Filoramo - Torino - Einaudi - 1993 -
- U. Lugli - Miti velati. La mitologia romana come problema storiografico - ECIG - Genova - 1996 -



TABULARIUM CAPITOLINO


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"Dietro ai Templi di Giove Tonante e della Concordia si vedono de' capitelli ed architravi dorici sotto il palazzo del Senatore. Sono gli avanzi del Tabulario. Resta di questo un triplice portico l'esteriore del quale era formato da grandi arcate di travertino che ancora sussistono rette dalle costruzioni di marmo d'Albano fatte nel 656 di Roma". (Agostino Ademollo)

Il Tabularium è un antico monumento del Campidoglio, nel centro di Roma, collocato sull'Asylum, la depressione tra l' Arx, dove oggi è l'Ara Coeli, e il Capitolium, e dove sorgeva il tempio di Giove Capitolino dietro al palazzo dei Conservatori, tra le due sommità del Campidoglio.

Non si hanno notizie da fonti letterarie  sull'edificio, desumibile però dalle strutture superstiti e dalle epigrafi. In età romana, forse flavio-traianea, il Tabularium subì un consistente intervento in seguito al quale la galleria inferiore venne occupata da un condotto idrico e venne abbandonata la scala verso il Foro, mentre il Tempio di Veiove fu dotato di una volta in muratura.

Come indica il nome, ospitava le TABULAE, le tavole, naturalmente di bronzo, su cui venivano incisi  gli atti pubblici più importanti, dai decreti del Senato ai trattati di pace, ma pure le leggi e i decreti. Era insomma l'archivio di stato, un archivio immenso e ordinato, inciso sul bronzo affinchè non si deteriorasse, il che la dice lunga sull'immensa organizzazione e lungimiranza romana, sempre intenta a tramandare la storia e dare ai romani chiari e indelebili punti di riferimento. I Romani badavano al presente ma lasciavano i valori concreti e i beni culturali per le generazioni future.

TEMPIO DI VEIOVIS IN PRIMO PIANO, SUL FONDO IL TABULARIO CAPITOLINO

LA STORIA

L'edificio fu costruito nel 78 a.c. dall'architetto Lucio Cornelio per conto del console Quinto Lutazio Catulo, incaricato dal Senato di restaurare gli edifici distrutti dall'incendio dell'83 a.c., come risulta da due iscrizioni. Lutazio Catulo fu console appunto nel 78 a.c. e la fine dei lavori dovrebbe risalire a quell'anno.

Una delle due iscrizioni, perduta ma tramandata da una trascrizione medievale, informa che l'edificio facesse anche da sostruzione al pendio collinare, mentre il Tabularium vero e proprio (e quindi l'archivio) era nel piano superiore. Simile ad essa ma più frammentaria è l'iscrizione incisa su blocchi squadrati di tufo tuttora conservata all'esterno del monumento, su Via di S. Pietro in Carcere.

Una terza iscrizione trovata alcuni decenni fa sulla via Prenestina e conservata all'ospedale Fatebenefratelli sull'Isola Tiberina riporta invece il nome dell'architetto del Tabularium, tale Lucio Cornelio, figlio di Lucio, della tribù Voturia, prefetto del genio e poi architetto di Quinto Lutazio Catulo.

A partire dal XII secolo, poi, il Tabularium diventò il nuovo Palazzo Senatorio utilizzato come prigioni delle stato papalino e sulla sua scalinata ebbero luogo le sentenze capitali eseguite pubblicamente come monito al popolo, e prigione restarono fino alla metà del 1800.

IL TABULARIUM IN EPOCA TARDO MEDIEVALE

DESCRIZIONE

L'edificio, la cui imponenete facciata ad archi domina il Foro Romano, quasi a costituire una sorta di fondale monumentale, si innalza su un alto basamento lungo ben 73,60 m, costruito in blocchi regolari di tufo dell'Aniene e di peperino, e serviva, oltre che ad una funzione difensiva, anche ad innalzare l'edificio stesso al livello dell'Asylum. E' lo stesso basamento che oggi sostiene l'odierno palazzo Senatorio, sede del Comune di Roma.

Il Tabularium chiudeva monumentalmente lo sfondo del Foro, tra i templi di Saturno e della Concordia, e su un lato di questo basamento anticamente era posto un ingresso, con una scala di 67 gradini, ancora integra, ma al tempo di Domiziano con la costruzione del Tempio di Vespasiano l'ingresso sul foro fu bloccato.

L'imponente edificio di età tardo-repubblicana sui cui resti si fonda il Palazzo Senatorio, aveva dunque l'ingresso sul basamento, successivamente sbarrato dal podio del Tempio di Vespasiano, oltre il quale iniziava una scala che conduceva ad alcuni ambienti (trasformati in prigione nel Medioevo), situati al primo piano, che ricevevano luce da strette finestre.

Nella parte superiore, infatti, si snodava una estesa galleria, suddivisa in diversi ambienti, che durante il Medio Evo fu purtroppo utilizzata per conservare il sale, rovinandone i begli affreschi e gli ornamenti sontuosi.

Ogni ambiente era rivestito da una volta a padiglione ed era in contatto con l’esterno grazie ad un’arcata incorniciata da semicolonne doriche di peperino, dotate di capitelli ed architravi in travertino. Originariamente queste aperture erano dieci, ma oggi ne sono rimaste aperte solo tre.

Restano anche tracce del sovrastante fregio dorico a metope e triglifi, al di sopra del quale vi era certamente un altro porticato con colonne corinzie di travertino, i cui frammenti, scoperti ai piedi della facciata, sono ora disposti nell'area antistante il Portico degli Dei Consenti.

L'esistenza di un piano superiore è confermata dal fatto che pochi e insufficienti sono gli ambienti al livello della prima galleria, alle spalle dei quali vi è un massiccio di fondazione, destinato evidentemente a sostenere il piano superiore, la vera sede degli archivi.

Attualmente il Tabularium fa parte del complesso dei Musei Capitolini e vi si accede dalla Galleria Lapidaria che collega Palazzo Nuovo a Palazzo dei Conservatori. Il primo piano corrispondeva sul retro alla parete rocciosa della collina e si è ampiamente conservato ed è una lunga galleria divisa in settori, ognuno dei quali prendeva originariamente luce da una grande arcata, molte delle quali sono attualmente murate. Restano ancora oggi tre arcate, inquadrate da semicolonne doriche in peperino, mentre gli architravi e i capitelli sono in travertino. Del fregio dorico a metope e triglifi restano solo alcune tracce.

Al piano superiore, che corrispondeva al piano terra visto dalla parte del centro del colle, doveva sicuramente trovarsi un altro portico, composto da colonne in travertino in stile corinzio, delle quali sono stati trovati dei frammenti ai piedi della facciata e ora disposti vicino al Portico degli Dei Consenti. Un altro indizio è il massiccio di fondazione alle spalle dei soli cinque ambienti della galleria, che doveva evidentemente sostenere un piano superiore, forse collocabili sul lato nord verso l' Arx.

L'uso del loggiato con le semicolonne fece da modello per tutti gli edifici romani usati come sostruzione, dai santuari di Palestrina, Tivoli, Ferentino e Terracina, al teatro di Pompeo fino al loggiato a mare del Palazzo di Diocleziano a Spalato.

L'angolo sud-occidentale dell'edificio descrive una rientranza quadrangolare, per rispettare un edificio preesistente, scoperto nel 1939, il Tempio di Veiove, giovane divinità infera, dedicato nel 192 a.c., anche se l'edificio attuale si deve ad un rifacimento del I secolo a.c.

Il tempio presentava, su un podio in travertino, una cella più larga che profonda, con un pronao a quattro colonne, preceduto da una scalinata: sul pavimento del pronao vi è ancora una piccola ara di marmo mentre la grande statua di culto, priva della testa e delle mani, è conservata in uno degli ambienti del Tabularium.

Già nel Basso Medioevo il Tabularium fu sfruttato dalla famiglia baronale dei Corsi come roccaforte con alcune torri di rinforzo. Nel secolo XII l'edificio fu scelto come sede del Comune che lo trasformò in un palazzo fortificato, merlato e turrito. Già dal XII secolo quindi il Tabularium divenne il nuovo Palazzo Senatorio, adibito a carcere e nel 1536 fu trasformato dal progetto michelangiolesco di piazza del Campidoglio, sulla quale l'artista rivolse l'ingresso e la nuova facciata.

La riscoperta del monumento romano inizia nell'Ottocento, prima con gli scavi nel Foro Romano che rimisero in luce i templi di Vespasiano e Tito e della Concordia ai piedi del Tabularium, poi con gli sterri degli ambienti interni.

Negli anni a cavallo della metà del secolo, in seguito alla soppressione del tribunale senatorio e delle relative prigioni, vengono eseguiti grandi lavori di adattamento dell'edificio alle nuove esigenze amministrative. Vengono pertanto realizzati uffici nei piani superiori, ora nettamente separati dagli ambienti pertinenti al monumento romano: di questi ultimi faceva parte anche la galleria di Sisto IV, alla quale si accedeva esclusivamente dalla galleria sul fronte del Foro.

Alla fine degli anni Trenta si pensò di collegare i tre palazzi capitolini con una galleria sotterranea con grandiosi lavori di ristrutturazione, con l'apertura di due arcate della galleria sul Foro e la scoperta del Tempio di Veiove nella galleria di Sisto IV.

Il Tabularium ha modificato le pendici del colle realizzando un'unica struttura a rinforzo del pendio, costituito in quest'area da terreni argillosi, con vari terrazzamenti lungo il pendio del colle. La struttura è poi attraversata da una ripida scala che giunge fino al piano del Foro Romano, sul quale si apriva con una porta in travertino.

I muri, in opera cementizia, presentano verso l'esterno un rivestimento in blocchi sistemati alternativamente per testa e per taglio in pietra gabina o in tufo rosso.

II lato sud-ovest, su via del Campidoglio, presenta un muro pieno, in opera quadrata di pietra gabina, ben conservato tra le torri medioevali di Bonifacio IX e il contrafforte che chiude la galleria. Al centro del muro, inquadrata da due specchiature rettangolari incassate nella superficie, si apre una grande nicchia quadrangolare, della quale è stata ritrovata la soglia in travertino.

Scavi eseguiti nella sede stradale nei primi anni Ottanta hanno evidenziato le fondazioni di un poderoso muro in pietra gabina che fronteggiava il Tabularium al di là di una strada, già individuata nell'Ottocento per la presenza dei basoli ancora in situ e sicuramente preceduta da una strada di età repubblicana e forse da una ancora più antica. All'interno della nicchia è stato ricavato in tempi moderni l'accesso al Tabularium e alla grande galleria.

La galleria era coperta da volte a padiglione, delle quali rimane un unico esempio originale nell'ultima campata verso via di San Pietro in Carcere. Arcate separano la galleria da una serie di ambienti interni, tre su un lato, due sull'altro di una parete piena in blocchi di pietra gabina; su quest'ultima l'erosione eolica ha prodotto effetti molto particolari.

Al centro di essa una porta moderna permette l'accesso a un grande vano di fondazione, immediatamente alle spalle della galleria. I vani di fondazione dovevano essere originariamente chiusi su tutti i lati e forse interrati, perchè le pareti sono pn opera cementizia priva di fodera con i segni delle tavole della centina e i successivi getti di calcestruzzo.

Sterri eseguiti negli anni Trenta hanno riportato alla luce i resti di un edificio precedente al Tabularium, forse della seconda metà del II secolo a.c., di cui si conserva parte del pavimento in mosaico bianco e nero, da cui si accedeva, attraverso una soglia in travertino, a una terrazza con pavimento in scaglie di calcare bianco con inserzioni irregolari di pietre colorate. Saggi degli anni Ottanta hanno messo in luce una cisterna foderata in cocciopesto coperta da questo edificio.

Percorrendo la scala e attraversando uno stretto ambiente si giunge sulla passerella, montata in occasione dei recenti lavori, che sovrasta i resti del Tempio di Veiove.

Proprio sopra i consistenti resti del tempio fu realizzata, nel Medioevo, la rampa che dalla piazza saliva ai piani superiori del Palazzo Senatorio: questo ha preservato l'area dagli appetiti dei cavapietre e ha permesso di trovare, durante gli scavi degli anni Trenta, nella stessa cella dove era stata originariamente collocata, la grande statua di culto del dio.

Tornando indietro, si raggiunge di nuovo la galleria. Lo spazio di una campata è stato utilizzato nel XVIII secolo per una scala che univa i piani superiori e gli alloggi del Senatore con la galleria; grazie all'nterro che si era accumulato a ridosso del muro del Tabularium, era possibile uscire verso il Foro tramite la vicina arcata, unica rimasta aperta.

Due grandi frammenti delle trabeazioni del Tempio della Concordia e di quello di Vespasiano e Tito sono stati rimontati nell'Ottocento sulle pareti: essi sono frutto degli scavi realizzati all'inizio del secolo ai piedi del Tabularium.

Il frammento del Tempio della Concordia, pertinente al restauro del tempio operato da Tiberio, mostra eleganza e delicatezza degli intagli marmorei, tipiche del periodo Augustano. Il frammento del Tempio di Vespasiano e Tito, dalla magistrale plasticità dei rilievi, raffigura oggetti di culto e strumenti sacrificali, tra cui il bucranio, la patera, il copricapo, l'aspersorio, la brocca, il coltello.

L'ambiente dove è montato il cornicione del Tempio di Vespasiano e Tito era originariamente chiuso da un muro di fondo in corrispondenza dell'arco. Quest'ultimo è stato realizzato in epoca imprecisata per la collegare la galleria sul Foro con quella di Sisto IV; il collegamento è esistito fino ai lavori del 1939.

Nel successivo vano di fondazione è stata sistemata la statua di culto di Veiove, rinvenuta negli scavi del 1939. Di altezza doppia del vero, la statua, purtroppo acefala, è ricavata da un unico blocco di marmo bianco. Il Dio è giovane e nudo ma con la spalla e il braccio sinistri avvolti da un ampio mantello che, con pieghe larghe e piatte, arriva fino a terra.

Non è chiaro il carattere, per alcuni maligno, per altri benevolo, né il suo rapporto con Giove, a cui il Dio è legato sia dagli attributi, i fulmini e la capra, sia dal nome simile. E stata recentemente proposta una datazione della statua in età sillana, coeva quindi alla costruzione del Tabularium.

L'ultimo ambiente permette di ammirare da vicino il lato posteriore del podio del Tempio di Veiove attraverso due varchi nel muro del Tabularium, realizzati al momento dello scavo. Tornando indietro verso la galleria, è possibile osservare uno degli ambienti del fronte sud-est del Tabularium.

Questi ultimi, a due piani, si affacciavano su un corridoio di disimpegno chiuso da un muro in opera quadrata in parte ancora esistente; proprio a una piattabanda di questo corridoio appartiene l'iscrizione di Lutazio Catulo.

Il vano, del quale nel corso del recente restauro è stato possibile recuperare l'originario pavimento in scaglie di calcare bianco, presenta ancora gran parte dell'originario intonaco che copriva le pareti di tufo nonché l'originaria volta in muratura.

Simili i due vani affiancati sul lato nord, mentre in quello sul lato sud inizia una scala che permette di scendere verso la galleria inferiore. Quest'ultima corre lungo il fronte del Foro Romano, verso il quale si apre con finestre rettangolari; tramite una porta, poi obliterata, si raggiungeva un edificio del Foro.

In età flavia la galleria è stata occupata da un condotto idrico con copertura "a cappuccina", del quale rimangono alcuni tratti. È stata poi utilizzata, forse come magazzino, e di questa fase rimangono gli stipiti di due porte. Il pavimento attuale è stato portato a un livello inferiore di quello originario e la volta è stata probabilmente alzata: il corridoio doveva essere pertanto più angusto e particolarmente basso.

Del fronte nord-ovest del Tabularium, verso l'attuale piazza del Campidoglio, si conservano pochi resti, dai quali si deduce che esso, dopo la rientranza in corrispondenza del Tempio di Veiove, proseguiva parallelamente al fronte sud-est.


RODOLFO LANCIANI

« Il museo capitolino comprendeva i bronzi già lateranensi, la mano col globo detta « palla Sansonis », la Zingara o Camillo, il fanciullo che si cava la spina, la « lupa mater Romanorum » , la testa colossale di Domiziano, e l' Ercole Vittore del foro boario, della cui scoperta si ignora la data precisa. Sulla sua base fu incisa la memoria, Albertini, Opusc, p. 86 « Syxto IIII pont. max. regnante aeneum Herculis simulacrum aurea mala sinixtra gerentis in ruinis Herculis vict.

Alcune scolture del tempio di Ercole migrarono, si afferma, sino a Padova; così la « Notizia di opere di disegno », scrittura di un anonimo della prima metà del sec. XVI, edita dal Morelli, Bassano 1800, registra nella casa di Leonico Tomeo, contemporaneo di Sisto IV, un rilievo di « Ercole con la Virtù e Voluptà . . . , opera antica fatta in Roma da un tempio d' Ercole ornato tutto a quella foza » . Quando fra Giocondo si mise a comporre la collattanea, Egli ricorda finalmente d' aver veduto « in quadam fenestra fragmentum « LEGIONIS • X • BATAORVM, e CIL. 20501 « in sala Capitolii ubi redditur ius ».

« Andrea Fulvio così parla delle raccolte capitoline a p. 41 dell' aurea traduzione Ferrucci « Sono hoggi in piedi delle imagini antiche in Campidoglio, dinanzi alla casa de' Conservadorj una lupa di rame con Romolo e Remo, edificatori di Roma .... È ancora in piedi sotto al portico una grande Testa di rame che, secondo eh' é dicono, è quella di Commodo . . . con una mano et con un piede, et simigliantemente due grandissime statue di marmo, che, secondo si può per coniettura comprendere, l' uno rappresenta il Nilo, et 1' altro il Tigri-e . . . 

Dentro alla soglia, da mano destra, come l'huomo entra, si vede un simulacro di rame indorato et ignudo di Hercole ancoro senza barba ... la quale statua, al tempo mio, sotto le rovine dell' altare grande (ara Maxima) alla piazza del mercato de buoi è stata ritrovata. Sono ancora in piedi dentro à quel cortile, il capo et i piedi di un colosso di marmo et alcune altre reliquie et fragmenti che prima erano lungo il tempio della pace nella via Sacra.

Veggonvisi ancora alcun quadro di figurette di marmo, murate in una di quelle facciate, che sono di L. Vero Antonino quando egli trionfò de' Parti . . . levate et più addentro, ove i Conservatori danno udienza, vi sono due statue di bronzo, che rappresentano dui giovani (la Zingara e il Fanciullo dalla spina) . . . Vedonsi ancora alcune statue di marmo non molto grandi ma guaste e rotte, poste dentro à luoghi loro. 

È ancora dipinto nuovamente nel muro i gesti et i trionfi de' sette re di Roma, et nell' altra parte del Campidoglio inverso occidente non si vede altro se non rovine et rotture de monti ..." Relativamente alle Anitre oggi conservate nella sala dell' Udienza, il Fulvio dice a p. 127 « Essendo edificato in qual luogo (le Equina) la chiesa (di s. Maria in Aquiro) da Anastasio papa, furono ritrovate ne' fondamenti certe anitre di rame, che poco tempo fa si vedevano nel detto tempio ».


BIBLIO

- Pier Luigi Tucci - «Where high Moneta leads her steps sublime» - The Tabularium and the Temple of Juno Moneta - in Journal of Roman Archaeology - 18 - 2005 -
- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - Arnoldo Mondadori Editore - Verona - 1984 -
- Aulo Gellio - Notti attiche - V -






CURIA IULIA


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LA CURIA IULIA OGGI

LE ANTICHE ORIGINI

Il termine Curia deriva dall'antico latino "co-viria", cioè insieme o adunanza di uomini e, ai tempi della monarchia, indicava la suddivisione delle tribù romane, poi utilizzata per indicare il posto dove le tribù si radunavano per discutere le questioni di stato. Le curie erano trenta ai tempi di Romolo e Tito Tazio, dieci per ognuna delle tre tribù dei Tities, Ramnes e Luceres.

La divisione risaliva alle origini della città e forse oltre, nel territorio latino preistorico. Le curie si riunivano in assemblee, i "Comizi Curiati", che prendevano a maggioranza le più importanti decisioni per la città. Nell'esercito romano dei primi tempi, le curie fungevano da distretto di leva, ognuna forniva cento soldati e dieci cavalieri.

L'ordinamento curiato perdette questa funzione militare quando Servio Tullio introdusse l'ordinamento centuriato: da allora conservò solo compiti politici e religiosi.

COME DOVEVA APPARIRE IN ORIGINE

LA STORIA

L'edificio deve il suo nome alle assemblee dei "curiati", cioè dei cittadini suddivisi in base al censo, che si svolgevano nel Comizio. La prima curia fu la Curia Hostilia, edificata da Tullo Ostilio, terzo re di Roma, nel Foro Romano, ai piedi del Campidoglio.

Danneggiata da un incendio nel 52 a.c. durante il funerale di Publio Clodio Pulcro, venne restaurata, ma quando Giulio Cesare realizzò il Foro di Cesare, riedificò sia i Rostra che la Curia col nome di Curia Iulia, più monumentale e con posizione più centrale rispetto alla piazza del Foro.
Fu però terminata da Augusto il 28 agosto del 29 a.c.

Successivamente fu restaurata da Domiziano nel 94 d.c., che vi dedicò una cappella a Minerva, per cui aveva grande devozione; questa cappella sembra fosse situata nel Calcidico, detto perciò anche Atrium Minervae.


La Curia venne rifatta da Diocleziano per l'incendio del 283 d.c. durante il regno dell'imperatore Carino e la dedicò nuovamente nel 303, quando, ormai imperatore, fece celebrare le feste dei Vicennalia e Decennalia. Probabilmente fu in quell'occasione che fece erigere dinanzi alla Curia le due gigantesche colonne, e un po' più tardi, nel 311, il prefetto della città Flaviano rinnovò il Secretarium, l'aula più riservata della Curia.

Quando Alarico fece "Il sacco di Roma" nel 410, tutto il lato settentrionale del Foro fu dato dalle fiamme; nel 412, Flavio Annio Eucario Epifanio, prefetto della città, restaurò il Secretarium, come attestava un'iscrizione ancora esistente nel secolo XVII nel muro dell' abside della chiesa di S. Martina.

I PLUTEI
Al tempo di Teodorico, nella Curia si tenevano ancora le adunanze del Senato, sopravvissuto alla caduta dell'Impero Romano d'Occidente, ma col nome di Atrium Libertatis, nome preso da un vicino edificio, l'archivio dei censori, distrutto con la costruzione del Foro Traiano, dove anticamente si svolgeva la cerimonia della liberazione degli schiavi.


STATUA DELLA VITTORIA

Nella Curia c'era una statua della Dea Vittoria, su cui i senatori giuravano fedeltà alla Repubblica, era stata portata a Roma da Taranto da Ottaviano ed era oggetto di particolare devozione per le istituzioni romane e per il popolo tutto.

Fu oggetto di aspre diatribe tra cristiani e pagani alla fine del IV sec., con Ambrogio da Milano, S. Ambrogio, che voleva demolirla in quanto pagana e Quinto Aurelio Simmaco, pagano, che tentò con una lunga orazione di salvarla, spiegando quanto rappresentasse in termini di tradizione, di fedeltà e di speranza per tutti i Romani.



IL NOME

- Gli scrittori ecclesiastici, parlando di questa chiesa, come di quella di s. Martina, e de' ss. Cosma, e Damiano, le dicono poste IN TRIBVS FORIS, vale a dire, in mezzo ai tre Fori, Romano, di Cesare, e di Augusto. 

Perciò è stata la chiesa di s. Adriano chiamata anche volgarmente in Triforio, e Treforo. Secondo altre fonti però il nome non era in Tribus Foris ma In Tribus Fatis, nome che derivava dal gruppo delle tre Parche le cui statue. come è riportato va vari autori, ornavano il foro.



Ma Ambrogio, con l'autorità che la Chiesa stava conquistando sempre più sull'imperatore, ebbe la meglio, e la statua, tutta d'oro e di antica e preziosa fattura venne purtroppo distrutta fondendola nel 357 per volontà di Costanzo II, figlio di Costantino I. 

Andò così distrutto, a causa dell'ignoranza e del fanatismo religioso, un capolavoro d'arte che riassumeva tutti i simboli della romanità. Finito Teodorico la Curia venne chiusa e abbandonata al suo destino di decadenza. 


CHIESA DI S. ADRIANO - SOPRA CURIA IULIA

Sull'altare maggiore vi sono due belle colonne di porfido rosso: dell'antico tempio nulla vi è restato visibile; e può dubitarsi anche del muro della facciata, almeno molto variato. La porta antica di bronzo, che Alessandro VII., facendo restaurare questa chiesa, trasportò alla Lateranense, è opera d'Adriano I.

La chiesa di S. Adriano fu edificata sopra la Curia Iulia nel Foro Romano da papa Onorio I (che tanti monumenti romani distrusse) nel 630, come ricorda Anastasio bibliotecario: "Fecit ecclesiam beato Hadriano martyri in Tribus Fatis, quam et dedicavit et dona multa obtulit"; e papa Adriano I la intitolò al santo suo protettore, la dotò di molti benefici e la elevò al rango di diaconia (seconda metà dell'VIII secolo).

Per ironia della sorte, oggi la Curia Iulia è oggi un edificio ben conservato, anzi uno dei meglio conservati dell'antica Roma, perché nel 630, durante il pontificato di papa Onorio I, l'edificio anzichè venire abbattuto come la stragrande maggioranza degli edifici romani, venne trasformato in chiesa, assumendo il nome di Sant'Adriano al Foro.

CURIA TRASFORMATA IN CHIESA

RECUPERO DELLA CURIA

Così la Curia, trasformata nella chiesa di Sant'Adriano al Foro, venne decorata con affreschi bizantini, ancora in parte visibili, e vi venne addossato un campanile. La chiesa subì ancora importanti restauri nel 1228 sotto Gregorio IX: il piano di calpestio dell'antico senato romano fu rialzato di tre metri; l'aula, finora a navata unica, fu trasformata in chiesa a tre navate con antiche colonne di spoglio; l'abside era rialzato, per l'edificazione, sotto l'altare maggiore, di una cripta a pianta semicircolare. 

In seguito l'edificio cadde in disuso. La Curia e il secretarium erano anticamente uniti: fino al principio del secolo XIV fra le due chiese, di S. Adriano e S. Martina, si trovavano i resti di un cortile con colonne romane, e dietro S. Adriano stanze e sale antiche. 

La chiesa venne ancora  restaurata in stile barocco nel 1653 rivestendo le tre navate medioevali con stucchi e rilievi di stile seicentesco. Successivamente la struttura medievale e barocca venne smantellata nel vasto piano di recupero delle opere classiche romane, e ripristinata nell'originale negli anni '20 del XX sec..

La Curia è oggi uno degli edifici antichi meglio conservati a Roma. Tra il 1930 e il 1936 venne riportata al suo aspetto profano e cioè al suo originale: la chiesa venne sconsacrata, privandola di tutte le aggiunte successive all'epoca dioclezianea.

L’attuale grande edificio in laterizio, ampiamente restaurato negli anni 1930-1936, dopo la demolizione della chiesa di S. Adriano, conserva l’aspetto della Curia, sede del Senato, nella ricostruzione voluta da Adriano, ed è attualmente visitabile.



DESCRIZIONE

La Curia era un edificio in mattoni posto all'angolo tra l'Argileto, la strada che la separa dalla basilica Emilia, e il Comizio. Una gradinata, di cui rimangono le sole fondamenta di opera a sacco, dava accesso al portone.

La facciata di mattoni era rivestita con lastre di marmo nella parte inferiore, mentre i lastroni di travertino, in alto sul muro, erano rivestiti di stucchi che gli conferivano l'aspetto di un cornicione corinzio, con rilievi di teste di divinità. Questi stucchi sopravvissero fino al sec. XVI.

COME VIENE RAFFIGURATA IN UNA MONETA ROMANA




ATRIUM LIBERTATIS

Recenti scavi hanno scoperto dietro la Curia nuovi ambienti identificati come l'Atrium Libertatis. La Curia era contigua al Foro di Cesare, a pianta rettangolare, con quattro pilastri esterni come contrafforti. 

Le due facciate sono sormontate da timpani; su quella principale si aprono tre finestre ad arco e un unico portale incorniciato in travertino. 


Ai lati del portale sono visibili loculi di sepolture di epoca medievale, quando già la consapevolezza dello splendore romano era scomparso dalla memoria del popolo sotto l'analfabetismo e il bigottismo.

Il portale d'ingresso in bronzo di epoca dioclezianea, che oggi vi si ammira, è una copia dell'originale, che fu portato invece nella basilica di San Giovanni in Laterano, dove sta tutt'ora, nell'entrata secondaria della basilica, con tanto di portale romano scolpito, nel XVII secolo. 

Allorchè i battenti della porta furono spezzati per trasportarli, con un'incuria e una incompetenza ormai consuete verso le opere antiche. si trovarono fra le lastre di bronzo parecchie monete antiche, tra le quali una di Domiziano.

La Curia comprendeva la grande aula per le sedute, la vera e propria Curia, e un' altra più piccola per le sedute segrete, Secretarium senatus, alla quale ora corrisponde la chiesa di S. Martina.

LA CURIA IULIA IERI E OGGI



La Curia e il secretarium erano anticamente uniti: fino al principio del secolo XIV fra le due chiese, di S. Adriano e S. Martina, si trovavano i resti di un cortile con colonne romane, e dietro S. Adriano stanze e sale antiche. 

La Chiesa fu ristrutturata nel 1653 rivestendo le tre navate medioevali con stucchi e rilievi barocchi, di stile seicentesco. Successivamente la struttura medievale e barocca venne smantellata nel vasto piano di recupero delle opere classiche romane, e ripristinata nell'originale negli anni '20 del XX secolo.

RICOSTRUZIONE

L'INTERNO

Il grande vano interno ha le proporzioni consigliate da Vitruvio per le Curie, con altezza della metà della somma tra lunghezza e larghezza: 21 m. di altezza con base di 18 m. per 27. La copertura lignea è moderna ma ricostruita sul modello antico.

La pavimentazione è stata in gran parte ricostruita in opus sectile con gli stessi marmi e la disposizione come erano sotto Diocleziano, così come la decorazione architettonica delle pareti, con nicchie che ospitavano statue, inquadrate da colonnine su mensole.

STAMPA DEL XVIII SECOLO, LA CURIA IULIA E' DIVENUTA CHIESA DI SANT'ADRIANO

Le pitture bizantine risalgono alla trasformazione in chiesa del VII secolo. 
- AREA PANTHEI. « Sulla piazza dirimpetto alla chiesa una sepoltura di porfido molto gentile con due lioni, dallato una bella petrina et con due vasetti di porfido dallato »

L'aula è divisa in tre settori, con a destra e sinistra tre gradini larghi e bassi, dove erano collocati i trecento seggi dei senatori. Sulla parete di fondo, tra due porte, c'è il basamento per la presidenza, dove è collocata anche la base della statua della Vittoria, come si vede nell'immagine.

All'interno della Curia sono esposti due grandi rilievi, trovati al centro del Foro e chiamati plutei o anaglifi di Traiano, forse balaustre di una tribuna, forse degli stessi Rostri.

FOTOGRAFIA DEL 1864, LA CHIESA PERSISTE

Vi sono rappresentate scene del principato di Traiano: quello di sinistra mostra il condono dei debiti ai cittadini mentre quello di destra illustra l'istituzione degli alimenta, i prestiti agricoli a basso interesse per il sostentamento dei fanciulli poveri.

Le due scene sono importantissime perchè rivelano l'antica struttura del Foro. Nei rilievi la statua di Marsia sta accanto alla Ficus Navia, già centro della piazza, e il lato meridionale della medesima. In quello di sinistra si riconoscono i Rostri, il tempio di Vespasiano e Tito, il Tabularium, il Tempio di Saturno, il Vicus Iugarius e la basilica Giulia.

In quello di destra si scorgono la basilica Giulia, l'arco di Augusto, i Rostri del tempio del Divo Giulio, dove l'imperatore è raffigurato davanti alla basilica Giulia seduto su un podio. Sul rovescio di entrambi sono raffigurati gli animali sacrificati gli animali sacrificati agli Dei nelle festività romane: maiale, pecora e toro.

FOTOGRAFIA DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE, I SACCHETTI DI SABBIA
PROTEGGONO LA PREGEVOLE PAVIMENTAZIONE DAI BOMBARDAMENTI

"E qui credo opportuno inserire un documento relativo alla basilica Giulia che mi è venuto per le mani, quando i ricordi dell'anno 1473, cui il documento appartiene, erano già stampati, « Anno MccccLxxiij Indict. VI. mens. Maij die 17. 

Nobilis domina Caterina uxor qd. viri nobilis Thomasij de Cosciaris de Regione Campitelli, cum consensu viri no- bilis Johannis francisci Jacobi gratiani de perleonibus de Regione S" Angeli patris omne ius si quod habet super infrascripta possessione sponte vendidit Nobili Viro Stephano filio viri nobilis petri de marganis de Regione Campitelli Idest quemdam ipsius domine Caterine Ortum muro circumdatum unius petie terre sode positum in urbe in loco qui dicitur Canapara, Cui ab uno latere tenet ortus Ecclesie sancti Gè or gii, a duobus lateribus videlicet ante et ab uno latere sunt vie publice vel si qui sub proprietate diete Ecclesie Sancti Gregorii (sic) ad respondendum. Actum in regione sancti angeli in domo dicti Johannis francisci fideiussoris pre- dicti ». Not. de Taglientibus prot. 1727, e. 246 A. S."

(RODOLFO LANCIANI)

CVRIA — FORVM IVLIVM. I predetti scavano o tolgon via pietre e travertino dalla Zecca Vecchia, cioè dal muraglione divisorio tra la Curia e il f. Giulio, il quale apparisce già in gran parte demolito.

(M. POGGIO)


BIBLIO

- L. Crema - L’architettura romana - Torino - 1959 -
- Procopius - De Aedificiis - 5.3.8-11 -
- James C. Anderson - Architettura e società romana - Baltimore - Johns Hopkins Univ. Stampa - a cura di Martin Henig - Oxford - Oxford Univ. - Comitato per l'archeologia - 1997 -
- L. Quilici, S. Quilici Gigli - Architettura e pianificazione urbana nell'Italia antica - L'Erma di Bretschneider - 1997 -
- Filippo Coarelli - (curatore) Dictionnaire méthodique de l'architecture grecque et romaine - 1985 -




OGGI

L’attuale grande edificio in laterizio, ampiamente restaurato negli anni 1930-1936, dopo la demolizione della chiesa di S. Adriano, conserva l’aspetto della Curia, sede del Senato, nella ricostruzione voluta da Adriano, ed è attualmente visitabile.





CURIA HOSTILIA


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La Curia Hostilia fu il più antico luogo di riunione del Senato romano, costruito nel Comizio entro l'area del Foro, secondo la tradizione dal terzo re di Roma, Tullo Ostilio. Il Comizio era il centro politico dove si svolgevano le più antiche assemblee dei cittadini: i comizi curiati. Oggi ne sono visibili pochi resti, dopo le trasformazioni d'epoca cesarea e augustea che lo fecero praticamente sparire.

Si dice fosse arredato con semplicità, solo con delle panche di legno e una sedia.

Era però decorato con la "Tabula Valeria", come Plinio riporta, un dipinto sulla parete esterna occidentale della Curia, che raffigurava la vittoria di Manio Valerio Massimo Messalla Corvino su Hiero e Cartaginesi nel 263 a.c..

Manio Valerio Massimo, console della Repubblica romana nel 263 a.c. con Manio Otacilio Crasso, era figlio del celebre Marco Valerio Massimo Corvino.

Durante la prima guerra punica, i due consoli scesero in Sicilia al comando di una legione ciascuno.

I Fasti trionfali riportano che Messalla riportò delle grandi vittorie, conquistando ben 67 cittadine, tra cui Messina e Catania, e vincendo un'importante battaglia contro i cartaginesi ad Imera.

I siciliani, scontenti del governo dei cartaginesi e dei greci, non opposero resistenza all'arrivo dei romani.

RESTI DELLA CURIA HOSTILIA
Inoltre Gerone II di Siracusa offrì la propria allenza. Messalla accettò l'offerta del tiranno facendogli firmare un trattato di pace che però limitava la sovranità siracusana sulla Sicilia sud orientale.

Nonostante la coordinazione dei due consoli nelle operazioni, i contemporanei ascrissero a Messalla il principale merito dei successi riportati, concedendo a lui solo il trionfo "De Paeneis et Rege Siculorum Hierone"

Al suo ritorno a Roma, portò con sé la prima meridiana, presa a Catania, e la fece posizionare su una colonna nel Foro. Fece poi dipingere un affresco nella Curia Hostilia raffigurante la grande battaglia tenutasi ad Imera, opera storica oltre che pregevole, considerata da Plinio come uno dei primi incoraggiamenti dell'arte a Roma.

Essendo un'area sacra agli auguri, la Curia era orientata sui punti cardinali: un'aula rettangolare con il lato maggiore sull'asse nord-sud.

Un primo ampliamento risale a Silla nell'80 a.c., dato che, a causa dell'aumento della popolazione, il numero dei Senatori venne portato da 300 a 600.

Sempre nell'area del Comizio i senatori avevano a disposizione fin dalla prima età repubblicana anche la zona detta Senaculum.

L'edificio della Curia venne in seguito distrutto da un incendio nel 52 a.c., da un gruppo di romani per protesta contro l'uccisione del loro eroe Publio Clodio Pulcro, durante il suo funerale, e venne ricostruito dai figli di Silla.

Diocleziano fece erigere nel IV sec. l'Atrio di Minerva e a fianco il Secretarium Senatus, un'aula più piccola per le sedute segrete, che sorse praticamente sopra la Curia Hostilia.

"Nella Curia Hostilia vennero edificate due chiese; una nel sotterraneo al presente, prima al piano antico, dedicata a s. Martina, martirizzata nell'Anfiteatro Flavio; fu fondata nel VII secolo, presumibilmente da Onorio I, al quale si attribuisce anche la fondazione della vicina chiesa di sant'Adriano nella sede della Curia Senatus".

CHIESA DEI SANTI LUCA E MARTINA ERETTA SOPRA LA CURIA HOSTILIA
Decaduta, restaurata e nuovamente consacrata da Alessandro IV nel 1256, come ricorda la lapide murata nella cappella di destra, e la chiesa è attestata nel Catalogo di Cencio Camerario, anche se Martina non è citata tra i santi di cui vi si custodivano le reliquieLa chiesa superiore, ancora più rialzata nel ricostruirla, venne dedicata a s. Luca Evangelista.

Quattro sedili di pietra, appartenuti, o almeno così si tramanda, alla Curia Hostilia, si trovano a Palazzo Mattei, accanto alla Chiesa di via de' Funari.


BIBLIO

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- Procopius - De Aedificiis - 5.3.8-11 -
- James C. Anderson - Architettura e società romana - Baltimore - Johns Hopkins Univ. Stampa - a cura di Martin Henig - Oxford - Oxford Univ. - Comitato per l'archeologia - 1997 -
- L. Quilici, S. Quilici Gigli - Architettura e pianificazione urbana nell'Italia antica - L'Erma di Bretschneider - 1997 -
- Filippo Coarelli - (curatore) Dictionnaire méthodique de l'architecture grecque et romaine - 1985 -





 

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