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BATTAGLIA DI ARAUSIO (105 a.C.)


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L'INVASIONE

La battaglia di Arausio fu combattuta il 6 ottobre 105 a.c. nell'attuale città francese di Orange, in Provenza, fra l'esercito romano e le tribù nomadi di alcuni popoli germanici, Cimbri e Teutoni, i più numerosi, con Ambroni, Tigurini e Cimbri. Tra il 120 e il 115 a.c. la popolazione dei germani Cimbri abbandonò l’odierna Scandinavia, per cercare nuovi terreni verso l’Europa meridionale. Sono circa circa 300.000.

Nel 113 a.c, i germanici raggiungono il Danubio e si incontrarono con i Taurisci, alleati di Roma. I Taurisci, preoccupati per l'invasione dei loro territori, inviarono ambasciatori al Senato chiedendo aiuto. Il Console Gneo Papirio Carbone si recò così con un esercito in zona, i Cimbri e i Teutoni inviarono dei messaggeri, sostenendo che la loro occupazione del territorio dei Taurisci non voleva danneggiare la repubblica romana, non sapendo degli accordi tra i due popoli.

I Romani cercano di proteggere l’area danubiana, ma subiscono una prima sconfitta a Norea nel 113 a.c.: è solo l’inizio delle guerre romano-germaniche che si protrarranno per secoli.



L'IMBOSCATA

Carbone diede dunque l’ordine immediato di abbandonare i territori che erano stati occupati, per poi superare il fiume Danubio e ritornare nelle loro terre. I Germani accettarono l’ordine, ma mentre questi venivano condotti dalle guide a tornare nei loro territori, il Console Carbone senza aver consultato il senato di Roma organizzò un’imboscata per sterminarli, sperando in una gloria militare. 

Da notare che i germani avevano i guerrieri Ulfheonar (vestiti di lupo) che della mitologia norrena si coprivano esclusivamente con la pelle del lupo ucciso da loro stessi. Erano famosi per il loro impeto guerriero, concesso loro dal Dio Odino e dal lupo, loro animale totemico. 

Questi guerrieri prima del combattimento, assumevano: birra, un estratto di amanita muscaria (tossico e allucinogino) e digitale. Questo mix dava loro allucinazioni, e comportava un aumento della temperatura corporea, del battito cardiaco e dell'adrenalina. Dopo aver assunto queste sostanze, festeggiavano sino allo stremo e da lì si lanciavano in battaglia, combattendo come lupi.

Inoltre tra le file dei loro combattenti si annoverano anche le donne, coraggiose e capaci, per nulla inferiori ai maschi, delle vere e proprie “valchirie”. 



IL RIFIUTO DEL SENATO

Fatto sta che l'imboscata si rivelò uno sfacelo, i germani si difesero prima e poi attaccarono sconfiggendo i romani. Incoraggiati dalla vittoria i Cimbri e i teutoni si sentirono autorizzati a inviare messaggi al Senato richiedendo una terra in cui vivere. Il Senato rifiutò e le tribù germaniche si spostarono nella Gallia Narbonese, dove sconfissero anche il Console Marco Giunio Silano, lì giunto per arginare la loro migrazione. Ormai era guerra. Quello che una volta era il Metus Gallicus ora era diventato il Metus Teutonicus.



IL RIFIUTO DI PUBLIO RUFO

A Roma si scatenò il dibattito politico per decidere a quale generale assegnare la guerra. Il più anziano dei due Consoli di quell’anno, Publio Rutilio Rufo, era un generale esperto e, veterano della recente guerra di Numidia, ma decise di non farsi carico della campagna militare, rimanendo a Roma e lasciando la gestione del conflitto al suo collega più giovane e più inesperto Mallio Massimo.

L'esercito di Roma era dunque comandato dal console Gneo Mallio Massimo, un homo novus, e dal proconsole per la Gallia Quinto Servilio Cepione, che era stato console l'anno precedente nonchè esponente dell'aristocrazia.

Lo scontro, avvenuto nei pressi di Arausio nella Gallia Transalpina, seguiva di due anni la disfatta di Agen, evidenziando le difficoltà dei Romani di combattere in luoghi poco conosciuti e con la guerriglia
La differenza di status tra i due comandanti generò mancanza di coordinazione e dissidi, che inevitabilmente ebbero ripercussioni durante le manovre. 

Come console in carica per quell’anno, Massimo aveva una autorità superiore rispetto a quella di Cepione, e per legge avrebbe dovuto prendere l’ultima decisione sulla tattica da impiegare. Ma poiché massimo era un Homo Novus, Cepione, si rifiutò così di prestare servizio sotto di lui e si accampò di propria iniziativa sulla sponda opposta al fiume.

Poco prima del combattimento, due tra i maggiori contingenti romani disponibili nell’area erano accampati vicino al fiume Rodano, nei pressi della città di Arausio. Il primo contingente era guidato direttamente da Mallio Massimo, mentre l’altro dal proconsole Quinto Servilio Cepione. 



LE SCONFITTE ROMANE

Dopo l’ennesima vittoria, i Cimbri e i Teutoni decisero di allargare i loro alleati coinvolgono anche la popolazione dei Tigurini e degli Elvezi infliggendo un’ulteriore sconfitta ai romani a Burdigala, odierna Bordeaux, nel 107 a.c.



QUINTO SERVILIO CEPIONE

- 106 a.c. - Quinto Servilio Cepione, figlio dell'omonimo console del 140 a.c., nel 106 a.c. fu eletto console, promulgò una legge che reintegrava i senatori nelle giurie e marciò da Narbona con otto legioni contro le tribù cimbriche stanziate nella zona di Tolosa, che si erano ribellate a Roma impossessandosi di un'enorme somma di denaro custodita nei santuari dei templi (Oro di Tolosa o Aurum Tolosanum).

Il tesoro, che si diceva maledetto, di 50.000 lingotti d'oro pari a 15.000 talenti d'oro, 10.000 lingotti d'argento e macine interamente in argento per un valore di 10.000 talenti d'argento, fu rinvenuto vicino alla città. La maggior parte del bottino durante il trasporto verso Massilia (Marsiglia) fu prelevato dai predoni i quali si impadronirono dei 450 carri che trasportavano i lingotti d'oro. Secondo la leggenda l'aura di maledizione che accompagnava quel bottino sarebbe stata alla base della disfatta dei Romani nella battaglia di Arausio.



MARCO AURELIO SCAURO

Comandante della cavalleria dell'esercito di Gneo Mallio Massimo nella Gallia Narbonese. Il suo distaccamento, accampatosi a distanza dal resto dell'esercito, nella città di Arausio, fu il primo ad essere attaccato dai germani e fu completamente annientato; Scauro fu catturato e portato al cospetto dei capi germanici e lì, secondo Granio Liciniano, "non fece né disse nulla che non si addicesse a un romano che ricopriva un ruolo così elevato". 

Le epitomi di Tito Livio riferiscono che mentre cercava di dissuadere i germani dal valicare le Alpi, dicendo che sarebbe stato impossibile vincere Roma, Boiorige, un giovane germano carico di ferocia, lo uccise. Pochi giorni dopo l'esercito di Mallio e quello di Quinto Servilio Cepione, in conflitto tra l'oro per la detenzione del comando supremo, furono sconfitti e annientati nella battaglia di Arausio.

Theodor Mommsen commenta: "Mallio e Cepione si equivalgono come capacità militari: sono due perfette nullità."



LA BATTAGLIA

- 105 a.c. - Lo scontro ebbe luogo il 6 ottobre del 105 a.c. in una zona tra la città di Arausio, odierna Orange, Sud - Est dell’attuale Francia, e il fiume Rodano. La battaglia si verificò tra i due eserciti romani guidati dal proconsole Quinto Servilio Cepione e dal console Gneo Mallio Massimo contro le tribù germaniche dei Tigurini, degli Ambroni, dei Cimbri, guidati dal Re Boiorix, e i Teutoni guidati dal Re Teutobod.

Cepione, nonostante la gravità della situazione, ignorava tutte le disposizioni di Massimo, aspettando che fosse direttamente il Senato ad ordinargli di traversare il Rodano. 

Il primo scontro si ebbe a 65 km nord di Arausio (Orange in Francia), allorché Marco Aurelio Scauro, alla testa di 5.000 cavalieri, ingaggiò una prima battaglia perdendo contro le avanguardie della coalizione germanica. 

Inoltre, il territorio in cui combattevano divenne sfavorevole, dal momento che l’accampamento era stato posizionato con un fiume alle spalle, che impediva ogni fuga. All’attacco dei Cimbri, i romani tentarono di scappare in quella direzione, ma con le loro ingombranti armature, la loro fuga si trasformò in un suicidio. 

La battaglia di Arausio fu la peggiore sconfitta subita dalle armate di Roma nella sua storia (peggio della battaglia di Canne contro Annibale). Le perdite sono stimate da Tito Livio, che cita Valerio Antias, in 80.000 soldati, oltre ad altre 40 mila truppe ausiliarie, praticamente tutti i partecipanti alla battaglia. Pochissimi romani riuscirono a sopravvivere, compresi i servitori e gli addetti all’accampamento, che di solito contavano almeno la metà delle truppe effettive. 

Negli scontri successivi Cepione alla testa di sette legioni fu battuto a 48 km Nord di Arausio e poi Mallio con nove legioni subì una nuova disfatta. I Cimbri riuscirono addirittura a saccheggiare l’accampamento di Cepione, che rimase praticamente indifeso in balìa del nemico, anche se Cepione riuscì a fuggire dal campo di battaglia, illeso. Incoraggiati dalla straordinaria vittoria, i Cimbri attaccarono la forza comandata da Massimo. che aveva assistito impotente alla completa distruzione dei suoi commilitoni.



LA FINE

Quinto Servilio Cepione: si salva dal campo di battaglia e con un rapido viaggio si reca a Roma per spiegare la sua versione dei fatti. Messo sotto accusa dal Senato, per la vicenda dell'oro tolosano, perse la cittadinanza, gli furono confiscati i beni e fu condannato all'esilio. Morì a Smirne, in Asia minore.perde la cittadinanza romana e muore in esilio a Smirne (attuale Izmir in Turchia).

Gneo Mallio Massimo: viene salvato dal campo di battaglia dal figlio di Cepione, ma perde i suoi due figli. Rientrato a Roma di lui si perdono le tracce nella storia ufficiale.
Sebbene ai più ignota la Battaglia di Arausio fu la più grande sconfitta subita dalle legioni, nella secolare storia romana.



COLPA DELL'EMPIETA'

La disfatta aprì le porte della Gallia Narbonense e dell'Italia ai Teutoni e ai Cimbri. Alla sconfitta di Cepione è legata una tradizione semi-leggendaria, che la vorrebbe causata dal suo furto sacrilego dell'Aurum Tolosanum, il presunto bottino del santuario di Apollo a Delfi, saccheggiato durante la spedizione celtica in Grecia.

Cicerone nel De natura deorum cita il modo di dire "aurum habet Tolosanum" per intendere quelle disgrazie che derivano dal guadagno tratto in modo empio. Questa tremenda sconfitta verrà poi vendicata da Gaio Mario nelle successive celebri battaglie (battaglia di Aquae Sextiae e battaglia dei Campi Raudii) che posero definitivamente fine all'espansione dei Teutoni e dei Cimbri.


LE CONSEGUENZE

La sconfitta privò l’esercito di un grandissimo quantitativo di uomini e di manodopera. Il nemico, ormai incoraggiato dalle sue vittorie, era veramente ad un passo dalla invasione del nord Italia. Successivamente i Cimbri si scontrarono con gli Arverni e, dopo una dura lotta, partirono verso i Pirenei, il che dette ai romani il tempo di riorganizzarsi e di eleggere un nuovo generale che sarebbe diventato noto come il salvatore di Roma.

Il Senato romano, constatata la gravità della situazione, ignorò infatti i vincoli legali che impedivano ad un uomo politico di essere console per una seconda volta fino a quando non fossero trascorsi 10 anni dal suo primo incarico, e i patrizi ignorarono pure che fosse plebeo. e proposero l’elezione immediata dell’abilissimo generale Gaio Mario.

Mario avrebbe combattuto ed annientato quei popoli di lì a poco in due battaglie: la battaglia di Aquae Sextiae, 102 a.c, e la battaglia dei Campi Raudii, 101 a.c. Con queste due vittorie Caio Mario non solo entra nella storia di Roma, ma pone le basi per il cambiamento radicale della struttura dell’esercito romano. I Cimbri e Teutoni sono completamente annientati o resi schiavi.


BIBLIO

- Theodore Mommsen - Storia di Roma - volume II - Milano - Armando Curcio Editore - 1964 -
- Vincenzo De Vito - Calata dei Cimbri in Italia - Roma - 1886.-
- Lodovico Mangini - Historie di Asola, fortezza posta tra gli confini del ducato di Mantova, Brescia e Cremona - Vol. I - Mantova - 1999 -
- S. Fischer Fabian - I Germani - ed. Garzanti - 1985 -
- Giuseppe Antonelli - Gaio Mario - Newton - 1995 -
- Tacito - De origine et situ Germanorum - traduzione italiana del Progetto Ovidio -
- Fabian S.Fischer - I Germani - ed. Garzanti - 1985 -
- Maureen Carroll - Romans, Celts & Germans: the german provinces of Rome - Gloucestershire & Charleston - Tempus Pub Ltd - 2001 -


LA II BATTAGLIA DI ANZIO (468 o 466 a.c.)


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LE MURA DI ANZIO

BATTAGLIA DI ANTIUM 468 a.c.

La seconda battaglia di Antium si svolse nel 468 a.c. tra l'esercito romano, guidato dal console Tito Quinzio Capitolino Barbato ed i Volsci con i loro alleati Equi. Era l'ennesimo conflitto tra Romani, Volsci ed Equi, causato dal fatto che, durante il consolato dell'anno precedente, Roma aveva distrutto il Cenone, ossia il porto della città di Antium, senza neppure tentare di assediarla, e all'interno delle mura anziate si erano rifugiati i Volsci e gli Equi si allearono con gli assediati nella speranza di Sconfiggere finalmente Roma. Ma la vittoria arrise ai capitolini e questo successo valse a Tito il trionfo.



TITO QUINZIO BARBATO

"E' inevitabile che chi parla alla folla tenendo conto del suo interesse particolare risulti più gradito di colui che ha in mente solo il vantaggio pubblico."
(Tito Quinzio Barbato)

- I Consolato 471 a.c. - Tito Quinzio Capitolino Barbato fu eletto per la prima volta console nel 471 a.c. con il collega Appio Claudio Sabino Inregillense, quest'ultimo sostenuto dai patrizi, che si opponevano alla Lex Publilia Voleronis. Durante il conflitto tra Patrizi e Plebei per l'approvazione della legge, Tito Quinzio fu meno intransigente del collega, ma cercò di stemperare le tensioni tra i due ordini, impedendo che si arrivasse a un conflitto aperto e salvando il collega dalla folla inferocita, durante uno dei comizi in cui si discuteva la legge. 

Approvata la legge, ad Appio Claudio spettò il comando della campagna contro i Volsci e a Quinzio quella contro gli Equi, che avevano approfittato dei dissensi per compiere razzie e ruberie nei territori romani. Mentre fu vittoria con i Volsci, con gli Equi vi fu una disfatta per i romani per le tensioni tra i fanti Plebei, e i Patrizi, cui appartenevano il console e gli ufficiali. Nonostante questo la campagna contro gli Equi, si risolse positivamente, anche grazie alle azioni conciliatorie esercitate dal console.

- II Comsolato 468 a.c. - Quinzio venne eletto console per la seconda volta insieme a Quinto Servilio Prisco con i soli voti dei patrizi, visto che i plebei si rifiutarono di partecipare allo scrutinio. A Quinto venne affidata la campagna contro i Sabini che avevano duramente saccheggiato i territori di Crustumerium, arrivando fin sotto porta Collina, mentre al collega fu affidata la campagna contro i Volsci ed Equi, alleatisi contro Roma. 

Durante la campagna contro i Volsci, seppur partendo da un'inferiorità numerica e di posizione, il console e il suo esercito riuscirono ad avere la meglio sul campo dei Volsci, che batterono in ritirata verso Anzio. Qui i romani posero l'assedio, riuscendo in pochi giorni a far capitolare la città, più che per l'azione militare, per la demoralizzazione che aveva colto i Volsci, dopo le sconfitte subite in campo aperto. Per questa impresa a Quinzio fu concesso il trionfo. 

- III Consolato 465 a.c. -  Quinzio venne eletto console per la terza volta, insieme a Quinto Fabio Vibulano, unico superstite della gens Fabia, al suo secondo consolato. Insieme al collega il console portò due eserciti romani nel territorio degli Equi, che avevano violato la pace con i romani, danneggiandoli con frequenti razzie. La battaglia che si svolse sul Monte Algido fu favorevole ai romani, che posero l'assedio al campo nemico.

- IV Consolato 446 a.c. - Quinzio venne eletto console per la quarta volta, insieme a Agrippa Furio Medullino Fuso. Approfittando dei dissidi tra Patrizi e Plebei, per l'ennesima volta Volsci ed Equi avevano razziato le campagne di Roma, arrivando impunemente fin sotto le mura della città. 

Approntato in breve l'esercito, Agrippa Furio cedette il comando delle proprie legioni a Tito Quinzio per affrontare più efficacemente lo scontro, un atto non dovuto, che gli valse la stima e riconoscenza del collega. Lo scontro fu breve e cruento, e i romani vittoriosi, tornarono in città con un grande bottino. 

L'anno consolare fu però macchiato dalla decisione del popolo romano riunito, sobillato da Publio Scapzio, di avocare a Roma la proprietà di territori contesi tra Ardea ed Ariccia, per i quali le popolazioni delle due città avevano chiesto il giudizio di Roma nell'assegnazione ad una delle due città. 

- Interrex 444 a.c. - a seguito del decreto con cui gli auguri avevano dichiarato nulla l'elezione dei primi tre tribuni consolari eletti per quell'anno, Tito Quinzio fu nominato Interrex dai patrizi. 
«L'interregno durò parecchi giorni, perché non si riusciva a decidere se si dovessero nominare i consoli o i tribuni militari» (Tito Livio, "Ab Urbe Condita", IV, 7). 

- V Consolato 443 a.c. - Alla fine i patrizi ebbero le meglio sui plebei, e Tito nominò Lucio Sempronio Atratino e Lucio Papirio Mugillano consoli per il resto dell'anno. Quinzio venne eletto al quinto consolato nel 443 a.c., insieme a Marco Geganio Macerino, al suo secondo consolato. In quell'anno fu istituita la magistratura del censore, soprattutto per alleviare i consoli dai compiti del censimento. 

Mentre a Marco Geganio fu affidato il compito di ristabilire l'ordine ad Ardea, alleata di Roma, dove i plebei ardeatini assediavano i patrizi, asserragliati sulla rocca cittadina, Tito rimase a Roma per amministrare la città, riuscendo a garantire i diritti dei patrizi e della plebe, senza che per quell'anno si registrassero scontri tra i due ordini. 

-  VI Consolato 439 a.c. - Quinzio eletto al sesto consolato nel 439 a.c., insieme a Agrippa Menenio Lanato. Lucio Minucio, eletto prefetto all'Annona anche per quell'anno, accusò Spurio Melio di complottare per restaurare la monarchia. Tito Quinzio, accusato dal Senato di non essersi adoperato abbastanza per scongiurare il complotto, propone di conferire a Cincinnato la dittatura, in modo che potesse agire con i pieni poteri. 

Scongiurato il complotto con l'uccisione di Spurio Melio ad opera di Gaio Servilio Strutto Ahala, sostenuto da Cincinnato, i senatori dovettero però cedere alle pressioni dei tribuni della plebe, affinchè l'anno successivo il governo di Roma fosse retto dai tribuni consolari. Quinzio fu legato sotto il dittatore Mamerco Emilio Mamercino, che conduceva la campagna militare contro Fidene nel 437 a.v.

- VII Consolato 436 a.c. -L'anno appresso, fatti appena consoli, Tito Quinzio Capitolino, e Quinto Servilio Prisco, tutta la milizia romana fu in arme, e spontanea si presentò quella degli alleati, prima che richiesti ne fossero. Dopo ciò, fatte suppliche ai numi, e purificato ritualmente l'esercito, marciarono i consoli contro i nemici. I Sabini contro ai quali era andato Servilio, non uscirono nemmeno all'aperto: ma tenendosi al chiuso, lasciavano che si devastassero loro le terre, s'incendiassero le case, e gli schiavi se ne fuggissero. 

Così i Romani tornarono alle lor terre, carichi di preda, e splendenti di gloria. E così terminò la spedizione di Servilio. Quinzio, ed il seguito suo, movendosi con marcia più che militare contro gli Equi, ed i Volsci, venuti ambedue dalle regioni loro in un sito stesso a combattere per gli altri, ed accampatisi davanti di Anzio: diedesi a vedere improvviso. 

E formatosi non lungi dal campo loro in un luogo, basso per sé medesimo, che era quello appunto dove prima fu veduto e vide gli avversari, vi posero i bagagli per far mostra di non temere i nemici, quantunque superiori di numero.

ROMANI CONTRO VEIENTI

LA BATTAGLIA DI ANTIUM 468 a.c.

Ormai pronti per la battaglia, i romani uscirono in campo, e si batterono infino al mezzogiorno. Non cedevano, non superavano, questi o quelli, ma, quando come superiori di numero, cominciarono i Volsci e gli Equi a  prevalere, non avendo i Romani una moltitudine, pari all'ardore, Quinzio veduti estinti molti de' suoi, e ferito il più de' superstiti, era per intimare la ritirata: ma temendo poi di far vedere ai nemici che fuggivano; concluse, che doveva entrare in battaglia. 

Salvataggio dell'ala destra

E scelto il nerbo de' cavalieri, volò in soccorso de' suoi nell'ala destra, dove più pericolo e, sgridando di codardia i duci stessi, e ricordando le passate battaglie, e dipingendo l'infamia ed il pericolo se fuggivano; alfine disse una cosa molto studiata, che rincorò i suoi e sbigottì il nemico. Egli divulgò che l'altra ala sua incalzava già gli avversari, e già stava prossima agli alloggiamenti: e divulgandolo, spronò sui nemici; e sceso di cavallo co' bravi suoi cavalieri, prese a combattere di piè fermo. 

Tornò l' audacia allora nei suoi che ormai si abbandonavano, e divenuti quasi altri da quelli che erano, precipitarono tutti sul nemico. Talché li Volsci contrapposti in quella parte, dopo aver lungo tempo resistito, finalmente ripiegarono. Quinzio appena fugatili, rimontò a cavallo, e corse all'altra ala, e mostrò ai fanti suoi disfatta l'ala nemica, e raccomanda che non sieno per virtù minori de compagni. Dopo ciò niuno più de' nemici tenne fronte, ma fuggirono tutti alle trincee. 


Il nemico riceve i rinforzi

Non gl'inseguirono a lungo i Romani, ma se ne tornarono forzati dalla stanchezza. Decorsi alquanti giorni, convenuti per seppellire gli estinti, e curare i malconci, avendo già riparato quanto mancava loro per combattere, fecero nuovo conflitto intorno gli alloggiamenti romani. Imperocché venute nuove reclute ai Volsci e agli Equi dalle terre circonvicine, rianimato il capitano perché i suoi erano il quintuplo de' Romani, e perché vedeva le trincee di questi su luogo non abbastanza munito, credette il buon punto d'assalirli. 

Con tal disegno guidò su la mezzanotte l'esercito intorno al vallo de' Romani, e li circondò, e li tenne in guardia, perché inosservati non se ne fuggissero. Quinzio saputa la moltitudine de' nemici, ebbe caro di accoglierla. Ed aspettando che fosse giorno, e principalmente l'ora nella quale il Foro suole riempirsi, quando vide che i nemici venivano ormai stanchi dalla vigilia e dalle scaramucce, non per centurie, né in schiera, ma confusi e sparsi; immantinente, spalancate le porte, precipita su loro col nerbo de' cavalieri, mentre i fanti lo seguivano serrati e stretti. 

Sbalorditi i Volsci dall'audacia, dopo aver sostenuta breve tempo la furia dell'irruzione, indietreggiano, e lasciano gli alloggiamenti. E perché non lungi da questi vi era un colle alquanto elevato vi accorrono, come a riprendervi requie ed ordine. Non riuscì però loro di fermarsi e di riaversi, giungendo ben tosto i nemici, stretti quanto potevano colle coorti, per non esserne travolti, nel far scendere a forza la pendice. 

Fattasi azione vivissima per gran parte del giorno, ne perirono molti degli uni e degli altri. I Volsci, anche se superiori nel numero, e rassicurati dal posto occupato, non goderono alcuno de' due vantaggi: ma costretti dall'ardore e dalla virtù de' Romani, abbandonarono il colle. Fuggendo però verso le trincee, molti ne morirono. 

Infatti non cessarono i Romani d'inseguirli, ma tennero immantinente dietro loro, senza desisterne, finché ne presero a forza il campo. Impadronitisi dei prigionieri e di ogni cosa lasciatavi, cavalli, armi, danari, che erano pur molti, passarono ivi la notte.


L'Assedio

Nel giorno appresso il console, apparecchiato ciò che occorreva per l'assedio, diresse l'esercito alla città degli Anziati, non lontana più di trenta stadi. Per avventura ivi stavano di guardia alquanti Equi ausiliari e custodivano le mura, e questi per terrore della baldanza romana pensavano di fuggire. 

Saputo dagli Anziati, ed impediti partirne, decisero di dare la città ai Romani che si avvicinavano. Gli Anziati avutone sentore, ne parlarono tra di loro loro, e si arresero a Quinzio, in modo che gli Equi per patto si dimettessero, accettassero la guarnigione degli Anziati in città, e seguissero i comandi de' Romani. Divenuto pertanto il console arbitro della città, presi gli stipendi ed altri bisogni dell'esercito, e presidiata la città, se ne ritirò. Uscitogli per tal gesta incontro il Senato romano, lo accolse gratissimamente, e lo onorò del trionfo.


BIBLIO

- Dionigi di Alicarnasso - Antichità romane - Libro IX -
- Tito Livio - Ab Urbe condita libri - Libro II -
- William Smith - Dictionary of Greek and Roman Biography and Mythology - Boston: Little, Brown and Company - Vol.1 - 2006 -
- Annette Flobert - Storia romana - Vol. I - ed. GF-Flammarion - Parigi - 1996 -
- Feliciano Serrao - Diritto privato economia e società nella storia di Roma - Napoli - 2008 -


BATTAGLIA DEI CAMPI CATALAUNICI


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TEODORICO I

La battaglia dei Campi Catalaunici o pianure catalane, del 451, tra una coalizione guidata dal generale romano Flavio Ezio e dal re visigoto Teodorico I contro gli Unni e i loro vassalli, comandati dal re Attila, fu una delle ultime grandi operazioni militari dell'Impero Romano d'Occidente.

Ma Aezio non sfruttò bene la sua vittoria, non avendo inseguito gli Unni in ritirata, temendo di accrescere troppo la forza degli alleati Visigoti. Forse impedirono agli Unni di stabilire vassalli nella Gallia romana, ma comunque saccheggiarono gran parte della Gallia e indebolirono gli eserciti di Romani e Visigoti.

- 450 d.c. -

In questa data l'Impero Romano aveva ripristinato il suo potere in gran parte della Gallia, anche se continuava a perdere il suo controllo su tutte le province al di fuori dell'Italia. L'Armorica, ovvero la parte della Gallia compresa tra Senna e Loira che comprende la penisola bretone (confinante a nord con la Manica, a nord-est con la Normandia, a sud-est con Pays de la Loire, a est e a sud con il Golfo di Biscaglia e a ovest con il Mar Celtico e l' Oceano Atlantico, estendendosi nell'entroterra e lungo la costa atlantica. 

Ormai le tribù germaniche che occupavano il territorio romano erano per trattato dei Foederati sotto i loro stessi capi. La Gallia settentrionale tra il Reno a nord di Xanten (con il grande parco archeologico romano) e il fiume Lys (Germania Inferiore) era stata in realtà abbandonata ai Franchi Salii.

Questi erano dei popoli germanici associati a tribù tra il Basso Reno e il fiume Ems, ai margini del Romano Impero, che alla fine comandò l'intera regione tra i fiumi Loira e Reno. I sovrani franchi furono riconosciuti dalla Chiesa cattolica come successori dei vecchi sovrani dell'Impero Romano d'Occidente. 

UNNI VS ROMANI

-  449 d.c. -

Nel 449 era morto il re dei Franchi (forse Clodio) e i suoi due figli litigarono sulla successione: mentre il figlio maggiore cercava l'aiuto di Attila, il minore si schierò con Ezio, che lo adottò. L'identità del principe più giovane, che è stato visto a Roma dallo storico Prisco, rimane poco chiara, o Merowech (re dei Franchi Salii) o suo figlio Childeric I (437 - 481), che secondo Gregorio di Tours, fu esiliato in " Turingia " per otto anni a causa del disgusto franco per la sua dissolutezza e la sua seduzione delle figlie dei suoi sudditi.

GLI UNNI

- 450 d.c. -

Lo storico romano orientale del VI secolo Giordane (Jordanes) afferma che il re vandalo Genserico indusse Attila a dichiarare guerra ai Visigoti e contemporaneamente tentò di seminare conflitti tra i Visigoti e l'Impero Romano d'Occidente, ma l'autore non è affidabile. 

Invece Justa Grata Honoria, sorella dell'imperatore Valentiniano III, era stata fidanzata con l'ex console Ercolano l'anno prima e nel 450, inviò l'eunuco Giacinto ad Attila per sfuggire alla sua prigionia, con il suo anello come prova della legittimità.

Attila lo interpretò come un'offerta in matrimonio, e rivendicò metà dell'impero come dote chiedendola insieme ad Honoria. Valentiniano respinse le richieste e Attila devastò la Gallia. Secondo Hughes Honoria stava usando Attila come magister militum onorario per leva politica.

ROTTA DI ATTILA MENTRE INVASE LA GALLIA E
PRINCIPALI CITTA' SACCHEGGIATE

- 451 d.c. - 

La battaglia dei Campi Catalaunici, o dei campi catalani, o anche battaglia del Campus Mauriacus , battaglia di Châlons , battaglia di Troyes o battaglia di Maurica, ebbe luogo il 20 giugno 451 d.c., tra una coalizione guidata dal generale romano Flavio Ezio e dal re visigoto Teodorico I contro gli Unni e i loro vassalli, comandati dal loro re Attila. Fu una delle ultime grandi operazioni militari dell'Impero Romano d'Occidente, sebbene molti militari fossero foederati germani.

Con questa battaglia i romani forse fermarono gli Unni da stabilire vassalli nella Gallia romana, ma comunque essi saccheggiarono pesantemente gran parte della Gallia e indebolirono la capacità di combattere di Romani e Visigoti. Attila morì solo due anni dopo, nel 453, e dopo la battaglia di Nedao (454) una coalizione di vassalli germanici degli Unni demolì il suo impero unno.
 
CORSO DELLA BATTAGLIA

Vi erano grossi dubbi sui Visigoti sulla Garonna e i Burgundi in Savaudia, mentre gli Alani sulla Loira e nel Valentinois erano più fedeli. Le parti della Gallia ancora sotto il completo dominio romano erano:
- la costa mediterranea;
- una regione che comprendeva Aurelianum (Orléans) lungo la Senna e la Loira fino a Soissons e Arras a nord;
- il medio e alto Reno a Colonia;
- la valle lungo il Rodano.

Il pianoro di "Ahan Des Diables", portava sul fiume Reno che costituiva la demarcazione naturale tra il territorio unno e quello romano ed era prospiciente alla cittadina di Vadenay, nel dipartimento della Marna nella regione del Grand Est, dove sorgono il colle di Fenoy che gl'Unni tentarono inutilmente di conquistare, ove erano accampati Aezio ed i Visigoti, ed il colle di Piémont dove Attila aveva posto il suo campo.

ARCIERI UNNI A CAVALLO

La notte prima della battaglia, un contingente di Franchi alleati dei Romani si scontrò con una banda di Gepidi fedeli ad Attila, uno scontro molto duro, con 15.000 caduti da entrambe le parti. Attila chiese ai suoi indovini sull'esito della battaglia e questi predissero che il disastro incombeva sugli Unni, ma che uno dei capi nemici sarebbe caduto in battaglia.

Pensando alla morte di Flavio Aezio, Attila rischiò la sconfitta e diede l'ordine di disporsi alla battaglia, ma solo nel pomeriggio in modo che il tramonto limitasse i danni in caso di sconfitta. Giordane afferma che i Romani occupavano il lato sinistro dello schieramento, i Visigoti il destro, mentre gli Alani di Sangibano, sulla cui fedeltà si nutrivano dei dubbi, occupavano la parte centrale, meglio controllabile.

Nella piana si levava una collina dai versanti piuttosto ripidi e mentre gli Unni tentavano di salire dal lato destro, i Romani tentavano dal lato sinistro. Quando gli Unni riuscirono a guadagnare la sommità, trovarono i Romani che li respinsero facendo crollare l'intero schieramento unno (Getica 38).

FLAVIO EZIO

MORTE DI TEODORICO

Attila cercò di riorganizzare le sue truppe ma intanto venne ucciso Teodorico I, re dei Visigoti, mentre guidava i suoi uomini all'assalto dei nemici in rotta perchè sbalzato da cavallo, ma secondo altri ucciso dall'ostrogoto Andag. Attila dovette cercare rifugio nel suo campo, che aveva fatto fortificare contro la carica dei Romano-Goti ma sopravvenne il tramonto. 

TORISMUNDO
Torismundo, figlio del re Teodorico, rientrando nelle proprie linee, entrò per sbaglio nell'accampamento di Attila, dove rimase ferito prima che i suoi uomini potessero metterlo in salvo. Lo stesso Aezio perse il contatto con i suoi uomini a causa dell'oscurità, e, temendo fossero stati sbaragliati, trascorse il resto della notte con gli alleati Goti (Getica 40.209-212).



ASSEDIO AL CAMPO DI ATTILA

Il giorno dopo, visto che gli Unni non uscivano dal campo, Romani e alleati cominciarono a tempestarli di frecce e li assediarono, sperando fossero a corto di acqua e di cibo, come erano in effetti. 

Attila temette la disfatta, tanto da far erigere una pira funeraria per se stesso, per non cadere vivo nelle mani dei suoi nemici (Getica 40.213).

Intanto i Visigoti cercarono re Teodorico finchè non lo trovarono sotto una montagna di cadaveri.

Suo figlio Torismundo voleva assaltare il campo unno, ma Aezio lo dissuase perchè, se gli Unni fossero stati annientati, i Visigoti avrebbero potuto rompere l'alleanza e diventare una grave minaccia per Roma. 

Torismundo tornò a Tolosa per far farsi incoronare prima che lo facessero i suoi fratelli, e venne incoronato senza intoppi. Aezio usò lo stesso stratagemma per allontanare anche gli alleati Franchi, rimanendo padrone del campo di battaglia.

ATTILA

RITIRATA DEGLI UNNI

Alla partenza dei Visigoti, Attila sospettò una finta ritirata per attirarlo fuori dal campo ed annientare i resti del suo esercito. Rimase quindi al riparo nel suo accampamento per qualche tempo, finché si convinse di poter rischiare di lasciare il campo e si rimise in marcia verso il Reno (Getica 41.214-217). La ritirata fu tranquilla. Egli passò per Troyes, senza saccheggiarla, e portò con sé il vescovo della città Lupo come ostaggio, liberandolo quando arrivò al Reno.

Lo storico goto Jordanes narra che "... i reduci devono calmare la sete bevendo acqua mista a sangue ed ancora oggi (circa 600 d.c.) durante la notte, gli spiriti dei guerrieri, caduti in battaglia, si affrontano a vicenda...."

Aezio non sfruttò come avrebbe dovuto la sua vittoria, non avendo inseguito gli Unni in ritirata, temendo di accrescere troppo la forza degli alleati Visigoti. Non avendo potuto saccheggiare la Gallia, l'anno successivo Attila rivolse il suo esercito contro l'Italia.


BIBLIO

- Michel Rouche- Il grande scontro (375-435) - in Attila, I protagonisti della storia, trad. Marianna Matullo - vol. 14 - Pioltello (MI) - Salerno Editrice - 2019 -
- Hodgkin, Italy and Her Invaders, volume II, pp. 160-162.
- Mario Bussegli - Attila - Rusconi Editore - 1986 -
- Tesoro di Pouan -


BATTAGLIA DI CARRE


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LA PREMESSA 

La guerra in Partia fu il frutto di accordi politici reciprocamente vantaggiosi per Marco Licinio Crasso, Pompeo Magno e Giulio Cesare, il  Primo Triumvirato, per cui nel 56 a,c. si tennero incontri nella Gallia Cisalpina, per riaffermare l'alleanza per prolungare il comando gallico di Cesare e per ottenere nelle imminenti elezioni per il 55 a.c., un secondo consolato congiunto per Crasso e Pompeo. 

Sulle elezioni furono esercitate pressioni con denaro, clientelismo, amicizia e la forza di 1000 soldati portati dalla Gallia dal figlio di Crasso Publio. La legislazione approvata dal tribuno Trebonius (la Lex Trebonia) concedeva proconsolati estesi di cinque anni, pari a quello di Cesare in Gallia, ai due consoli uscenti. 

Le province spagnole sarebbero andate a Pompeo. Crasso ebbe la Siria per entrare in guerra con la Partia. Così la battaglia di Carrhae fu combattuta nel 53 a.c. tra la Repubblica Romana e l'Impero dei Parti vicino all'antica città di Carrhae (attuale Harran, Turchia). Un esercito di sette legioni di fanteria pesante romana al comando di Marco Licinio Crasso fu attirata nel deserto e definitivamente sconfitta da un esercito misto di cavalleria di catafratti pesanti e arcieri a cavallo leggeri guidati dal generale dei Parti Surena. 

La Legione non resse contro i cavalieri dei Parti altamente mobili, venne circondata, spossata dai continui attacchi e infine massacrata. Crasso fu ucciso insieme alla maggior parte del suo esercito. È una delle sconfitte più schiaccianti della storia romana. 

LICINIO CRASSO

MARCO LICINIO CRASSO 

Crasso, membro del Primo Triumvirato composto da Cesare e Pompeo, era stato scelto in quanto ricchissimo, in pratica l'uomo più ricco di Roma, per cui sopperiva ad ogni bisogno dei due, d'altra parte lui vagheggiava prospettive di gloria e di fama, invidiando l'adorazione che suscitavano gli altri due triunviri. 

Crasso aveva deciso di invadere la Partia pur non avendo il consenso ufficiale del Senato. Anzi rifiutò un'offerta del re armeno Artavasdes II che consentiva a Crasso di invadere la Partia attraverso l'Armenia. Invece Crasso fece marciare il suo esercito direttamente attraverso i deserti della Mesopotamia. Le sue forze si scontrarono con le truppe di Surena vicino a Carrhae. 

La cavalleria di Surena uccise o catturò la maggior parte dei soldati romani e Crasso stesso ne rimase stato ucciso. La sua morte pose fine al Primo Triumvirato, seguì un periodo di pace di quattro anni tra gli altri due membri del Triumvirato, Giulio Cesare e Pompeo. 

GUERRIERI PARTI

CONTRO LA GUERRA 

Nella Partia, nel 57 a.c. il re Fraate III era stato ucciso dai figli Orode II e Mitridate IV, che poi si combatterono per il trono. Orodes vinse e nominò suo fratello re della Media ma si ebbe un altro scontro che fece fuggire Mitridate da Aulo Gabinio, il proconsole romano di Siria che voleva sul trono Mitridate manovrato da Roma, ma poi abbandonò l'idea. Mitridate  invase Babilonia, ma venne affrontato dal comandante dei Parti Surena. 

Anche il successore di Gabinio, Crasso, cercò di allearsi con Mitridate e invase Osroene, lo stato cliente della Partia nel 54 a.c., ma perse tempo in attesa di rinforzi sulla riva sinistra del fiume Balikh mentre Surena sconfiggeva e giustiziava Mitridate. 

Orodes, marciò a nord per invadere l'alleato di Roma, l'Armenia, dove il re Artavasdes II passò dalla parte dei Parti. Alcuni romani si opposero alla guerra contro la Partia. Cicerone la chiamò guerra "nulla causa" (senza giustificazione) poichè la Partia aveva un trattato con Roma. Il tribuno Ateius Capito fece strenua opposizione e condusse un pubblico rituale di esecrazione mentre Crasso si preparava a partire. 



LA PARTENZA

Nonostante le proteste e i terribili presagi, Marco Crasso nel 55 a.c.. partì e Publio Crasso si unì a lui in Siria portando con sé i mille soldati di cavalleria celtica dalla Gallia. Crasso arrivò in Siria e con la sua immensa ricchezza radunò un esercito di sette legioni con 35.000 uomini di fanteria pesante, più 4.000 fanti leggeri e 4.000 cavalieri, e 6.000 cavalieri di Artavasdes, il re armeno, Crasso marciò sulla Partia. 

Artavasdes gli consigliò di intraprendere una rotta attraverso l'Armenia per evitare il deserto e gli offrì rinforzi di altri 10.000 cavalieri e 30.000 fanti. Crasso rifiutò l'offerta e decise di prendere la via diretta attraverso la Mesopotamia, Orodes II, divise il suo esercito e prese la maggior parte dei soldati, principalmente arcieri a piedi con una piccola quantità di cavalleria, mandò poi una forza di cavalleria sotto il comando di Surena, per scaramucce contro l'esercito di Crasso. 

La spedizione di Surena contava in totale diecimila uomini, supportata dai bagagli di mille cammelli. Crasso ricevette indicazioni dal capo Osroene Ariamnes, che però era al soldo dei Parti. Esortò Crasso ad attaccare immediatamente e affermò falsamente che i Parti erano deboli e disorganizzati. Quindi guidò l'esercito di Crasso nella parte più desolata del deserto, lontano dall'acqua.


Il comandante generale di Crasso, Cassio, volle che l'esercito fosse schierato con la fanteria al centro e la cavalleria sulle ali. All'inizio Crasso acconsentì, ma poi ridistribuì i suoi uomini a quadrato, ogni lato formato da dodici coorti. Le forze romane avanzarono e giunsero a un ruscello. I generali di Crasso consigliarono di accamparsi e di attaccare la mattina successiva per riposare, ma Publio convinse Crasso ad affrontare subito i Parti. Surena inviò  i suoi arcieri a cavallo a circondare la piazza romana. 

Crasso mandò i legionari protetti da scudi e armature, ma non potevano coprire l'intero corpo e le frecce spesso traversarono le coperture. I romani avanzarono per combattere da vicino, ma gli arcieri a cavallo tiravano e si ritiravano. I legionari formarono la testudo ma i catafratti dei Parti li caricarono continuamente, con pesanti perdite. 

Quando i romani tentarono di allentare la formazione per respingere i catafratti, questi si ritirarono rapidamente e gli arcieri a cavallo ripresero a sparare contro i legionari, ora più esposti. Crasso sperava che i Parti esaurissero le frecce ma Surena aveva migliaia di cammelli per rifornire gli arcieri, allora inviò suo figlio Publio con 1.300 cavalieri gallici, 500 arcieri e otto coorti di legionari per cacciare gli arcieri a cavallo che finsero di ritirarsi. 


Publio li inseguì, e i catafratti dei Parti li affrontarono mentre gli arcieri si voltarono attaccandoli di nuovo. Alla fine si ritirarono su una collina, dove Publio si suicidò mentre il resto dei suoi uomini furono massacrati, con solo 500 prigionieri. Crasso dovette vedere la testa di suo figlio su una lancia e la battaglia proseguì fino al tramonto. Crasso si ritirò a Carre lasciando 4000 feriti, uccisi dai Parti la mattina dopo. 

Quattro coorti romane si persero nell'oscurità, furono circondate dai Parti, e solo 20 romani riuscirono a fuggire. Il giorno successivo, Surena inviò un messaggio ai romani proponendo una tregua per consentirgli di tornare in in Siria in cambio della rinuncia di Roma a tutto il territorio a est dell'Eufrate. All'incontro, un Partico tirò le redini di Crasso  scatenando la violenza in cui vennero uccisi Crasso e i suoi generali. I restanti romani a Carre tentarono di fuggire, ma la maggior parte furono catturati o uccisi. 

Secondo Plutarco, le vittime romane furono circa 20.000 uccisi e 10.000 prigionieri, una delle sconfitte più costose della storia romana. Le vittime dei Parti furono minime. Roma fu umiliata da questa sconfitta, tanto più che i Parti avevano catturato diverse aquile legionarie. 

IL GENERALE SURENA

Orodes II, con il resto dell'esercito dei Parti, sconfisse gli armeni e conquistò il loro paese. Ma il prestigio di Surena ingelosì il re dei Parti, che lo fece assassinare. Dopo la morte di Surena, lo stesso Orodes II prese il comando dell'esercito dei Parti e condusse una campagna militare senza successo in Siria. 

Gaio Cassio Longino, un questore sotto Crasso, guidò circa 10.000 soldati sopravvissuti dal campo di battaglia in Siria, dove governò come procuratore per due anni, difendendo la Siria dagli ulteriori attacchi di Orode II. Ha ricevuto lodi da Cicerone per la sua vittoria. Ma Cassio ebbe un ruolo chiave nella cospirazione per assassinare Giulio Cesare nel 44 a.c. che invece stava pianificando una guerra contro i Parti. 

"La straordinaria vittoria di Surena ebbe enormi conseguenze. Fermò l'espansione romana, restituì la Mesopotamia ai Parti e consolidò l'Eufrate come confine tra le due potenze. Metteva la Persia su un piano di parità con Roma, rendendole rivali politiche per i successivi sette secoli" 

CIPPO CON VENI VIDI VICI - ZILE IN TURCHIA

E fu un peccato, perchè Cesare era l'unico in grado di vincere i Parti, come già aveva vinto il figlio di Mitridate, Farnace II del Ponto a Zela il 2 agosto del 47 a.c.:

«Subito marciò contro di lui con tre legioni e dopo una gran battaglia presso Zela lo fece fuggire dal Ponto e distrusse totalmente il suo esercito. Nell'annunziare a Roma la straordinaria rapidità di questa spedizione, scrisse al suo amico Marzio tre sole parole: «Venni, vidi, vinsi».»

(Plutarco, Vite Parallele: Alessandro e Cesare, BUR. Milano, 2004. Trad.: D. Magnino)

Se l'oriente fosse stato romanizzato sarebbe diventato più civile, più rispettoso verso i suoi sudditi, e meno crudele verso chiunque.
 

BIBLIO

 - Marcus Crassus and the Late Roman Republic by A.M. Ward - University of Missouri Press - 1977 - 
- Chisholm, Hugh, ed. - Mithradates Encyclopædia Britannica - Vol. 18 - Cambridge University Press - 1911 -
- Erich S. Gruen - M. Licinius Crassus: A Review Article - American Journal of Ancient History - 1977 -
- Rawson - Crassorum funera - 
- Plutarch - Life of Crassus -
- Sampson, Gareth - The Defeat of Rome in the East: Crassus, the Parthians, and the Disastrous battle of Carrhae, 53 BC - Philadelphia: Casemate - 2008 -
- Sheldon, Rose Mary - Rome's Wars in Parthia - London - 2010 -
- Vallentine Mitchell, A.D.H. Bivar - The Campaign of Carrhae - The Cambridge History of Iran - Cambridge University Press - 1983 -



BATTAGLIA DI VEIO (475 a.c.)


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IL TRIONFO DI PUBLICOLA

La seconda battaglia di Veio si svolse nel 475 a.c. tra l'esercito romano guidato dal console Publio Valerio Publicola e quello degli etruschi di Veio e dei loro alleati Sabini. Grazie ad un attacco notturno, i Romani ebbero la meglio sul campo dei Sabini, ed, in rapida successione riuscirono ad aver la meglio anche sui loro alleati etruschi, svegliati dal clamore delle armi capitoline. 

Ritiratesi in città dopo questa sconfitta, i Veienti poterono contare sulla solidità delle loro mura quale ultima linea di difesa. Quando si resero conto di non poter attaccare le mura fortificate di Veio, nonostante la vittoria campale, i Romani decisero di razziare le campagne Sabine ottenendo il trionfo; quindi fecero ritorno a Roma. 


L'ASSALTO ALL'ACCAMPAMENTO

L'armata Romana sotto gli auspici del console Publio Valerio Publicola marciò contro i Tirreni, perocché si era di bel nuovo levata in arme la città di Vejo, unendosi ai Sabini e aspettando le ausiliarie degli altri Tirreni per marciare su Roma col più dell'esercito, espugnandola con l'assalto o con la fame.

Valerio era uno splendido generale ed aveva addestrato il suo esercito ad ogni imprevisto, compreso il dover viaggiare o combattere di notte, che a quell'epoca i combattenti non facevano. Così Publio Valerio era uscito da Roma col suo esercito sul far della sera, e valicato il Tevere, si accampò non lontano dalla città. 

Poi verso la mezzanotte si levò con l'esercito e assalì uno dei campi nemici. Erano due campi disgiunti, ma non lontani, l'uno de' Tirreni, l' altro de' Sabini. Giunto sul campo Sabino, lo assalì e lo conquistò; ciò non sarebbe mai accaduto in un campo romano dove le guardie erano all'erta ovunque e le tende poste con la solita precisione e simmetria, per cui un romano vi poteva girare anche al buio.

Ma nel campo nemico le attenzioni erano minime, le guardie poche e poco attente, l'accampamento disordinato e poco curato nelle difese. Il campo venne preso immediatamente, Publicola faceva molto affidamento sul fattore sorpresa per cui i suoi uomini sapevano muoversi in silenzio e in velocità.

Invaso il campo, alcuni furono uccisi nel sonno, alcuni appena svegli o mentre si armavano, altri già armati, ma incapaci di organizzare una resistenza, disordinati e dispersi: la maggior parte perì, altri fuggirono verso l'altro campo, inseguiti dalla cavalleria. 

Valerio, dopo aver invaso il campo Sabino, marciò su l'altro dei Vejenti, postisi in luogo non abbastanza sicuro: ma gli assalitori non potevano più giungervi di nascosto, per essere già sorto il giorno, e perchè i fuggitivi avevano già dato l'avviso della strage Sabina, e di quella imminente ai Tirreni. 

PIAZZA DEL CAMPIDOGLIO

LA BATTAGLIA 

La battaglia contro i Tirreni, già parati per la battaglia, fu per lungo tempo incerta, finché i Tirreni, sospinti dalla cavalleria Romana, vennero ricacciati tra le trincee. Il console, approssimatosi alle trincee le assali da più parti fino a notte. Infine I Tirreni all'alba abbandonano il campo, fuggendo in città o nei boschi vicini.
 
Il console, invaso il campo, per quel giorno fece riposare l'esercito. il giorno seguente spartì il bottino dei due accampamenti tra le sue milizie, premiando chi si era più distinto nel combattimento. Servilio, il console dell'anno precedente, ora luogotenente di Valerio, fra tutti si era fatto più onore, e sospinto i Vejenti alla fuga; per cui suo fu il primo e più grande premio. 

Fatti quindi spogliare i cadaveri nemici, e sepolti i suoi, il console rimise l'esercito in marcia fino agli accampamenti prossimi a Vejo e li sfidò alla battaglia. Nessuno raccolse la sfida, e sapendo quando fosse difficile assaltarne le mura saccheggiò per più giorni il territorio intorno, e carico di bottino se ne tornò in patria. 

Il popolo, avvertito  dai messaggeri, uscì dalla città per acclamarlo, con ghirlande e con profumi d'incenso, e accolse l' armata con crateri di vino dolcificato col miele. Il Senato decretò loro il trionfo.
Cajo Nauzio, l'altro console, a cui era toccata la difesa dei Latini e degli Ernici, aspettò l'esito della guerra co' Vejenti, perchè in caso di pericolo, ci fosse un'armata pronta in città, qualora i nemici tentassero come prima fortificarsi presso di Roma. 

Terminò intanto la guerra degli Equi e de' Volsci contro i Latini, essendo stati ormai sconfitti dai Romani e avendo pertanto solo bisogno di abbandonare la guerra e chiedere la pace. Pertanto i Latini non avevano più bisogno degli alleati Romani.



IL SEGUITO

Publio Valerio Publicola fu eletto al secondo consolato nel 460 a.c. con il collega Gaio Claudio Crasso Inregillense Sabino. Una notte il Campidoglio e la rocca furono occupati da 2500 fra esuli e schiavi comandati da Appio Erdonio, si asserragliarono fra i templi della Triade Capitolina. Quelli che non vollero aderire alla lotta furono massacrati; ma qualcuno riuscì a fuggire e si precipitò nel Foro e lanciò l'allarme.

Due anni prima il tribuno della plebe Gaio Terentilio Arsa aveva proposto la Lex Terentilia per migliorare le condizioni politiche della plebe, ostacolata dai patrizi, per ritorsione i tribuni della plebe minacciavano di non combattere per la Patria. Appio Erdonio continuava asserendo che avrebbe preferito che l'iniziativa fosse partita dal popolo romano ma che, visto che non c'era nessuna speranza che questo avvenisse, non avrebbe esitato a ricorrere a mezzi estremi, fino alla richiesta di aiuto di Volsci ed Equi, un vero tradimento. 

Soprattutto si temeva la rivolta degli schiavi magari dentro le pareti domestiche. I tribuni della plebe ostacolavano le leve militari ritenendolo un espediente per bloccare la Lex Terentilia e il console Publio Valerio lasciò la seduta del senato e si precipitò dai tribuni: 
« Cosa sta accadendo, tribuni? volete proprio rovesciare lo Stato sotto gli ordini e gli auspici di Appio Erdonio? È stato così abile a corrompere voi, lui che non è riuscito a sollevare gli schiavi? ».

La legge non fu approvata e i rivoltosi riuscirono a resistere ma la notizia giunse a Tusculum, città alleata di Roma e il dittatore tuscolano Lucio Mamilio partì per l'Urbe con il suo esercito. I Tuscolani si unirono a Publio Valerio, si scagliarono sul Campidoglio e i ribelli si rifugiarono all'interno dei templi.
Sui ribelli si abbatté l'assalto dei Romani e degli alleati. 

Nell'atrio del tempio Publio Valerio Publicola rimase ucciso, ma «Molti esuli profanarono col loro sangue il tempio: molti furono presi vivi; Erdonio rimase ucciso». La punizione dei ribelli fu che gli uomini liberi furono decapitati e gli schiavi, crocefissi. Così morì un grande generale romano, non per mano dei nemici della sua patria ma per colpa di una sollevazione popolare.


BIBLIO

- Floro - Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC - I -
- Plutarco - Vita di Romolo - XXV -
- Eutropio - Breviarium ab Urbe condita - I -
- Livio - Ab Urbe condita libri -
- Polibio - Storie - Milano - Rizzoli - 2001 -
- Andrea Carandini - Roma il primo giorno - Roma-Bari - Laterza - 2007 -
- A. M. Liberati, F. Bourbon - Roma antica: storia di una civiltà che conquistò il mondo - Vercelli - White star - 1996 -


BATTAGLIE DI VEIO


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ROMANI

ANTICA VEIO

Veio era una ricca città posta a soli 20 km da Roma su un altopiano che controllava un attraversamento del Tevere e ne dominava la sua riva destra. Il fiume costituiva il confine naturale fra il territorio etrusco e latino, ma soprattutto era la principale via di traffico dal mare verso l'interno e costituiva il miglior collegamento con Capua.

Sul lato sinistro del Tevere sorse però una pericolosa concorrente: Roma. Fondamentale era per Veio il controllo dei "septem pagi", le saline poste alla foce del fiume e fonte sia dell'alimentazione perchè senza sale non si sopravvive sia del florido commercio che ne derivava. Roma però stava fra Veio e il mare per cui controllava tutta la zona che aveva riempito di vedette, inoltre era alleata con le città di Capena, Falerii, Fidene e Capua, e per giunta voleva quelle saline.

Secondo Tito Livio e Plutarco, fu Veio a iniziare le ostilità, reclamando Fidene, poiché riteneva le appartenesse.
«Era una pretesa non solo ingiusta ma anche ridicola, perché quando i Fidenati stavano combattendo ed erano in grave pericolo, a quel tempo non solo non li avevano aiutati, ma avevano permesso che molti uomini morissero, ed ora pretendevano di avere diritti su città e territorio, quando essi già appartenevano ai Romani.»
(Plutarco, Vita di Romolo, 25, 2.)

Romolo dal suo canto voleva scendere in campo per definire la questione con le armi:
«La guerra fidenate finì per propagarsi ai Veienti, spinti dalla consanguineità per la comune appartenenza al popolo estrusco. Persero parte del territorio ma ottennero una tregua di ben cento anni. Questi pressappoco gli eventi succedutisi in pace e in guerra sotto il regno di Romolo.»
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I)

ETRUSCHI

LA  I  BATTAGLIA SOTTO ROMOLO

Plutarco racconta che i Veienti divisero il loro esercito in due schiere: una contro l'esercito romano lasciato a guardia di Fidene e una contro l'esercito guidato da Romolo. A Fidene i veienti ottennero una vittoria parziale in cui riuscirono ad uccidere 2.000 Romani, ma nello scontro con Romolo, valentissimo generale, persero la vita ben 8.000 Veienti.



LA  II  BATTAGLIA SOTTO ROMOLO
 
Lo scontro successivo si combattè ancora a Fidene, dove Romolo dimostrò il maggior merito della vittoria per la sua grande abilità tattica e coraggio. Egli sapeva come infiammare gli animi tanto come muovere le sue truppe studiando sempre apposite strategie.



LA III BATTAGLIA SOTTO ROMOLO

Nella terza battaglia c'erano sul campo di battaglia ben 14.000 caduti e la stragrande maggioranza erano veiente. Romolo, non pago della vittoria inseguì i Veienti fin sotto le mura della città, terrorizzandoli in modo tale che poté ottenere da Veio i territori dei Septem pagi e quelli delle Saline, assicurando in cambio di una tregua di cento anni.


- TREGUA DI 100 ANNI -


TREGUA SOTTO TULLO OSTILIO

Dopo Romolo e il pacifico Numa Pompilio, con Tullo Ostilio la tregua continuò:
«Ufficialmente non fu dato alcun aiuto perché era ancora valido presso i Veienti il patto di tregua stipulato con Romolo.»
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I)



TREGUA SOTTO ANCO MARZIO

Essendo poi re Anco Marzio, i patti erano scaduti. Narra Livio che egli ingrandì lo Stato, in parte con la deportazione a Roma delle genti latine sconfitte, in parte con l'acquisizione territoriale:
«la Selva Mesia, strappata ai Veienti, fece arrivare il dominio romano fino al mare. alla foce del Tevere fu fondata la città di Ostia e tutt'intorno vennero create delle saline.»
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 33, op. cit.)



TREGUA SOTTO TARQUINIO PRISCO

Sotto questo re l'esercito romano combattè contro i Latini e i Sabini e conquistò molte città. Poi si bonificarono le zone paludose con la costruzione delle cloache, che convogliavano l'acqua stagnante verso il Tevere, e si stabilì il Campidoglio come centro religioso e politico della città.



BATTAGLIA SOTTO SERVIO TULLIO

Servio Tullio, nonostante la grande influenza etrusca su Roma, riprese le ostilità con Veio e con gli altri etruschi.
«Molto accortamente mantenne tranquille le vicende interne a Roma, affrontando la guerra contro i Veienti (con i quali era già terminata la tregua) e con gli altri etruschi. Tullio in quella guerra brillò per valore e fortuna.»
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I)

Dopo la vittoria sui Veienti Servio fece erigere le Mura serviane e istituì l'obbligo del Censo per i romani, destinato anche a stabilire a chi dovesse essere devoluto l'emolumento statale (grano e olio) e a chi no.

MILIZIA ETRUSCA


STARQUINIO IL SUPERBO

Questi si dedicò a tenere a bada il potere dei latini, guardando più a est, verso Gabi e Ardea, capitale dei Rutuli. Venne cacciato per cui non conosciamo la sua politica nei confronti di Veio.



LA REPUBBLICA CONTRO VEIO 509 A.C.

La Repubblica romana doveva badare ai nemici esterni e, come narra Marco Terenzio Varrone, Publio Valerio Publicola uno dei primi consoli, venne indicato come guida di un attacco a Veio nel 509 a.c..
Tarquinio il Superbo tentò di riconquistare il trono, sostenuto da alcuni giovani aristocratici romani ma fallì per la delazione di uno schiavo dei Vitelli. Tarquinio chiese allora aiuto ai Tarquiniesi e ai Veienti.

«Veienti e Tarquiniesi, oltre a tutto, avevano l'occasione di vendicare vecchi torti: eserciti tante volte distrutti e territori portati via. Queste parole valsero a smuovere i Veienti, i quali, fremendo minacciosi pensavano tutti a cancellare i torti subiti e a riconquistare, sia pure sotto il comando di un Romano, ciò che avevano perso in guerra.»
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, II, 6, op. cit.)

Publio Valerio avanzò con la fanteria che marciava in formazione quadrata. Giunio Bruto guidò la cavalleria e, nello scontro con Arrunte Tarquinio, il figlio del re, venne mortalmente ferito. La battaglia finì quando, mentre l'ala tarquiniese faceva indietreggiare i Romani, giunse Publicola e li sbaragliò.

Commenta ironicamente Livio: «I Veienti furono sbaragliati e messi in fuga, ma erano già abituati a perdere per mano dei Romani.»
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, II, 6, op. cit.)

Publio Valerio fece ritorno a Roma dopo aver raccolto le spoglie degli eserciti nemici che, il giorno seguente avevano già fatto ritorno alle rispettive città. da qui il racconto passa alla calata di Porsenna, lucumone di Chiusi che comunque:
«ottenne invece che a Veio fosse restituito il territorio e i Romani furono anche costretti a dare degli ostaggi se volevano che il Gianicolo fosse liberato dal presidio.»
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, II, 13, op. cit.)

Narra Tito Livio che però, due anni dopo il ritorno a Chiusi, Porsenna, ammirato dal rigido e coerente atteggiamento romano, non solo promise di non aiutare Tarquinio nelle sue pretese ma "restituì gli ostaggi e quella porzione di territorio che era tornata a Veio in virtù del trattato del Gianicolo".
Sull'ammirazione di Porsenna abbiamo dei dubbi ma sulla solidarietà tra etruschi ne abbiamo meno, Roma li potè abbattere perchè furono sempre divisi tra loro.

Ora il Senato, espressione dell'aristocrazia, per ottenere che la plebe si schierasse in armi contro l'invasore etrusco ne migliorò significativamente le condizioni:
«Il senato fu largo, dunque, di concessioni alla plebe, in quel periodo. La prima preoccupazione riguardò l'approvvigionamento dei viveri: per far scorta di frumento furono mandati emissari tra i Volsci e a Cuma. Il commercio del sale fu tolto ai privati e assunto dallo stato; la plebe fu esentata dai dazi e dall'imposta di guerra.»
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, II)

Alla notizia della morte di Tarquinio nel suo esilio di Cuma ospite di Aristodemo:
«gioirono i senatori e gioì anche la plebe. Ma i festeggiamenti dei senatori degenerarono in licenza e abusi; e la plebe, che fino a quel giorno era stata blandita in ogni modo, cominciò a patire dei torti»
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, II, 21, op. cit.)

Poi i Volsci accusati di aiutare i Latini vennero attaccati, sconfitti e, in un tentativo di rivincita assieme agli Ernici, traditi dagli ex-alleati Latini. La situazione politica interna di Roma stava diventando incandescente. La maggioranza dei plebei correva seri rischi di subire la schiavitù per debiti, il nexum.
«grande era l'agitazione tra i plebei che combattevano fuori delle mura per la libertà e la potenza romana e poi, in casa propria, venivano imprigionati e oppressi dai loro stessi concittadini.»
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, II, 13, op. cit.)

MILIZIA ROMANA


LA SECESSIONE DELLA PLEBE

La leva comunque costringeva tutti a obbedire ai consoli finchè la plebe giunse alla secessione ritirandosi (Livio dice sul Monte Sacro, Pisone dice sull'Aventino). È la famosa secessione sedata da Menenio Agrippa con il suo apologo. Poiché l'esercito veniva formato di volta in volta e i combattenti dovevano sottostare a un giuramento che li impegnava sotto il profilo religioso, quando un cittadino era sottoposto alla legge marziale perdeva ogni diritto civico e ogni difesa contro i consoli che comandavano l'esercito. 

Ormai stanca la plebe, minacciando di non combattere, ottenne varie concessioni fra cui il tribunato della plebe con rappresentanti sacrosancti ovvero intoccabili fisicamente; chi avesse osato poteva essere ucciso impunemente. Quando la tensione interna diventava pericolosa, ecco le notizie di attacchi da una popolazione vicina. 

La leva veniva chiamata, la plebe resisteva, poi il nemico arrivava troppo vicino e i plebei andavano a combattere. In questo modo gli attacchi dei Veienti erano funzionali alla politica romana, limitandosi questi a scorribande nel territorio romano ma Roma, impegnata con eserciti più pericolosi come Volsci, Equi e Sabini, non infierì su di loro.



IL RIFIUTO DELLA PLEBE

Sotto al consolato di Quinto Fabio Vibulano e Gaio Giulio Iullo, nel 482 a.c. I Veienti tornarono in guerra. Gaio Giulio partì contro gli Equi. Fabio contro Veio. A causa dei dissidi tra patrizi e plebei, nonostante la bravura militare del console che schierò le truppe per consentire alla sola carica della cavalleria di sgominare il nemico, i fanti, componenti della plebe, si rifiutarono persino di inseguire i nemici in fuga, volsero le spalle e ritornarono agli accampamenti.

L'anno seguente, consoli Cesone Fabio Vibulano e Spurio Furio Fusone, il senato cercò di porre uno dei tribuni contro l'altro per neutralizzare i difensori della plebe. Era in gioco la solita legge agraria che voleva contrastare lo strapotere dei ricchi possidenti che si impossessavano dei terreni conquistati dall'esercito. 

La mossa politica riuscì e «avvenne la partenza per la guerra contro Veio, cui erano giunti aiuti da ogni parte dell'Etruria non per particolare gratitudine ai Veienti, ma per la speranza che quella fosse l'occasione in cui Roma, logorata dalla lotta intestina, potesse subire il tracollo.»
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, II, 44, op. cit.)



LA BATTAGLIA DEL CREMERA 477 A.C. 

I potenti Fabi davano ogni anno un console alla città. L'anno successivo, infatti, Cesone Fabio Vibulano salvò Roma da un attacco dei Veienti che il collega del console, Tito Virginio Tricosto Rutilo aveva sottovalutato. Poiché gli eserciti di Roma erano spesso impegnati in vari altri fronti, la gens Fabia chiese di prendere su di sé l'intero peso della guerra con Veio, impegnandosi a fornire i combattenti, cioè loro e di subirne i costi.

Era il 13 luglio del 477 a.c.; dei Fabii rimase un solo componente, il futuro console Quinto Fabio Vibulano. Allora i Veienti ripresero coraggio e arrivarono persino al Gianicolo, ma si fecero sconfiggere nuovamente con un trucco simile a quello utilizzato contro i Fabii e vennero sterminati.

PARCO DI VEIO

BATTAGLIA DEL 475 A.C.

La seconda battaglia di Veio si svolse nel 475 a.c. tra l'esercito romano guidato dal console Publio Valerio Publicola e quello degli etruschi di Veio e dei loro alleati Sabini. Grazie ad un attacco notturno, i Romani ebbero la meglio sul campo dei Sabini, ed, in rapida successione riuscirono ad aver la meglio anche sui loro alleati etruschi, svegliati dal clamore delle armi capitoline. 

Ritiratesi in città dopo questa sconfitta, i Veienti poterono contare sulla solidità delle loro mura quale ultima linea di difesa. Quando si resero conto di non poter attaccare le mura fortificate di Veio, nonostante la vittoria campale, i Romani decisero di razziare le campagne Sabine ottenendo il trionfo; quindi fecero ritorno a Roma. 



TREGUA DI 37 ANNI

I consoli dell'anno successivo furono Lucio Furio Medullino e Gaio Aulo Manlio. A quest'ultimo fu affidata l'ennesima guerra con Veio. I risultati furono notevoli; i Veienti, senza combattere, chiesero e ottennero una tregua di quarant'anni.



PATRIZI E PLEBEI

A Roma si scatenarono le lotte tra patrizi e plebei giungendo all'assassinio del tribuno della plebe Gneo Genucio, nonostante l'inviolabilità dei tribuni. Ma ricominciarono anche le azioni contro i Volsci e gli Equi. che vennero però sconfitti nella battaglia del Monte Algido da parte del dittatore Cincinnato.

Intanto Cesone Quinzio, figlio di Cincinnato, che si opponeva alla promulgazione della lex Terentilia, è accusato di omicidio ed esiliato (in Etruria), il padre, per pagare la cauzione non onorata dal figlio, deve trasferirsi ad arare personalmente i suoi campi oltre il Tevere.

Nel 445 a.c. sotto i consoli Marco Genucio Augurino e Gaio Curzio Filone ricompaiono i Veienti ma Livio parla solo di "scorrerie ai confini del territorio romano".



BATTAGLIA DEL 438 a.c.

Nel 438 a.c. la colonia romana di Fidene, da anni stabilita nella città etrusca, «passò al re di Veio, Larte Tolumnio. Alla defezione si aggiunse un delitto ancora maggiore i Veienti uccisero, per ordine di Tolumnio degli ambasciatori romani venuti a chiedere le motivazioni di quel mutato atteggiamento.»
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IV)

Livio pensa che il delitto fosse stato commissionato dal re di Veio per legare maggiormente a sé i nuovi alleati. A Roma vennero eletti consoli Marco Geganio Macerino e Lucio Sergio Fidenate. Quest'ultimo condusse la guerra contro Veio e per primo combatté «al di qua dell'Aniene contro il re dei Veienti in una battaglia coronata da successo anche se pagò quella vittoria a carissimo prezzo tanto che a Roma maggiore fu il dolore per i cittadini perduti che la gioia per la dispersione dei nemici.»
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IV, 17, op. cit.)

La situazione è ancora pericolosa e viene nominato dittatore Mamerco Emilio che scelse come magister equitum Lucio Quinzio Cincinnato, figlio dell'illustre padre. Il dittatore raccolse, quali legati, i più celebrati nomi di Roma. La scelta convinse gli etruschi e i loro alleati a ritirarsi e attestarsi sotto le mura di Fidene dove furono raggiunti anche dai Falisci.

La battaglia, nella descrizione di Livio, fu accesa in poco tempo perché il re dei Veienti temeva la defezione dei Falisci, che intendevano ritornare in fretta a Falerii, nella loro città. Larte Tolumnio combatté anche in modo coraggioso e solerte finchè il tribuno militare Aulo Cornelio Cosso non lo attaccò direttamente, uccidendolo e portandone a Roma le spoglie opime.



BATTAGLIA DEL 435 a.c.

I Veienti attaccarono di nuovo nel 435 a.c., durante una pestilenza e senza l'aiuto dei Falisci. Veienti e Fidenati arrivarono quasi fino a Porta Collina per poi essere respinti dalle legioni guidate dal dittatore Quinto Servilio Strutto. Questa volta gli etruschi si barricarono a Fidene ma la città fu conquistata con una guerra di mina (galleria scavata sotto le mura e incendiata per farla crollare). Con falsi attacchi da quattro diverse direzioni i Romani coprirono il rumore degli scavi e arrivarono alla fortezza.

Dopo aver inutilmente inviato i feziali Roma decise di mandare l'esercito contro Veio. Questa volta i Veienti ebbero la meglio su un esercito comandato non dai consoli ma da tre tribuni militari i quali, in disaccordo fra loro, adottarono tre strategie diverse favorendo l'attacco etrusco e la disfatta dei Romani.

Venne rieletto dittatore Mamerco Emilio, i Veienti raccolsero i volontari etruschi e i fidenati che fecero strage dei coloni romani inviati dopo la caduta della città, ma decisero di combattere da Fidene dove trasferirono l'esercito veiente. L'esercito romano sconfitto fu richiamato da Veio e schierato fuori Porta Collina. La battaglia infuriò sotto le mura e i Romani stavano avendo il sopravvento quando giunse agli Etruschi la notizia della caduta di Fidene.

Vennero inviati messaggeri alle dodici città per indire un convegno al tempio di Voltumna ma i Veienti non ottennero la solidarietà degli altri etruschi in quanto erano stati loro ad iniziare le ostilità. Mamerco Emilio approfittò per diminuire la durata della carica dei censori, si dimise da dittatore e fu quindi accusato di aver limitato la magistratura altrui. Condannato, fu espulso dalla tribù, iscritto fra gli erarii e si vide aumentate le tasse di otto volte.

Continuarono gli scontri con Volsci ed Equi che permisero ai Veienti di recuperare le forze e ancora prima di veder scadere i tempi della tregua concessa dopo la presa di Fidene, Veio aveva ricominciato con le scorrerie.
«uscì un esercito del tutto nuovo quale mai si era visto o sentito raccontare: era una gran folla armata di fuochi e tutta fiammeggiante di torce accese che eccitata e quasi invasata, si lanciò contro il nemico.»
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IV)

L'esercito romano, guidato da Mamerco Emilio con l'aiuto della cavalleria di Aulo Cornelio Cosso, riuscì a resistere e gli attaccanti furono circondati e massacrati. Molti Veienti finirono per annegare nel Tevere, i Fidenati tentarono di resistere nella loro città che però fu nuovamente espugnata e stavolta, distrutta mentre la popolazione fu venduta schiava.



VEIO CONTRO ROMA 420 A.C.

- Nel 420 a.c. Veio chiese aiuto, contro Roma, a tutte le città etrusche riunite al Fanum Voltumnae, vicino Orvieto, ma l'aiuto fu negato. Forse perchè Veio era governata da un re, mentre le altre città avevano un governo repubblicano.

Secondo altri le città etrusche negarono l'aiuto in quanto impegnate contro degli invasori Galli, che minacciavano di scendere da nord. Alleate di Veio rimasero Fidenae, Falerii e Capena. A Roma sono tribuni consolari Lucio Furio Medullino, Lucio Quinzio Cincinnato, Marco Manlio Vulsone e Aulo Sempronio Atratino, l'allarme è iniziato.

 
 
SCADE LA TREGUA NEL 408 a.c.

Nel 408 a.c. scadeva la tregua con Veio e una delegazione di Veienti chiese di poter conferire con il Senato di Roma ottenendo poi di differire il pagamento dei debiti in quanto in grosse difficoltà: anche Veio aveva lotte intestine.

Tito Livio sottolinea la magnanimità dei Romani ma una guerra con Veio, avrebbe distolto molte forze dal fronte sud-orientale. L'anno successivo, quando gli ambasciatori romani furono mandati a Veio per riscuotere, i Veienti li minacciarono di riservare loro lo stesso trattamento usato da Lars Tolumnio.

Si cercò di dichiarare guerra ma la plebe si ribellò perchè non era ancora conclusa quella con i Volsci, perchè due guarnigioni erano state sterminate, e altri luoghi erano in pericolo, e Veio poteva coinvolgere l'intera Etruria nel conflitto.

«I patrizi allora aggiunsero un dono quanto mai opportuno per la plebe: il senato, senza che mai prima plebe e tribuni vi avessero fatto menzione, decretò che i soldati ricevessero uno stipendio tratto dalle casse dello Stato. Fino a quel momento ciascuno adempiva al servizio militare a proprie spese. A quanto risulta, nessun provvedimento fu accolto con tanta gioia dalla plebe.»
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IV)



BATTAGLIA DEL 407 a.c.

Si dichiarò guerra a Veio e i nuovi Tribuni militari vi condussero un esercito in massima parte di volontari. Sei tribuni condussero l'esercito e misero Veio sotto assedio. Gli etruschi convocati al tempio di Voltumna non si accordarono per soccorrere la città. L'anno successivo l'assedio si prolungò per combattere i Volsci. Conquistata la volsca Artena però, l'esercito romano fu riportato sotto le mura di Veio.

Ora un esercito stipendiato poteva essere tenuto indefinitamente sotto le mura della città etrusca. I comandanti romani fecero costruire per la prima volta i quartieri invernali. Infine i Veienti con un contrattacco notturno distrussero le macchine da assedio e i terrapieni di Roma, ma alcuni dell'ordine equestre si dissero disposti a combattere pagandosi il cavallo, al che molti plebei dissero di voler combattere volontariamente.

Iniziò una corsa al volontariato, il senato ringraziò ma trovò di che pagare i fanti volontari e un aiuto economico ai cavalieri. Il nuovo esercito, arrivato a Veio ricostruì le vinee, fabbricò altre macchine e venne migliorato il vettovagliamento.



DISSENZI FRE I TRIBUNI MILITARI

A Veio arrivarono rinforzi dai Falisci e dai Capenati, l'accampamento di Manio Sergio fu attaccato e Lucio Virginio si rifiutò di aiutarlo perchè se il collega aveva bisogno di rinforzi li avrebbe chiesti. I soldati di Manlio dovettero cedere e abbandonare le postazioni. I due tribuni vennero fortemente multati.

L'anno successivo Roma ebbe gravi difficoltà a reperire forze per affrontare Veio con i suoi nuovi alleati da una parte e i Volsci dall'altra. Perfino i più giovani e i più anziani furono chiamati alla leva, inoltre più soldati servivano maggiori erano le uscite e meno contribuenti potevano essere tassati per fornire l'erario. Chi restava in città doveva servire lo Stato come presidio e anche pagare la tassa.

Però con l'elezione anche di un plebeo come Tribuno Militare la plebe si calmò, la paghe arrivarono agli eserciti, Anxur fu riconquistata. L'anno seguente al tribunato Militare fu eletto un solo patrizio e cinque plebei. Quando sotto Veio arrivarono due eserciti, uno da Falerii e uno da Capena, tutto l'esercito romano si compattò respingendo gli attaccanti e uccidendo molti Veienti che fuggivano dalla città.

La guerra con Veio si trascinò per anni tanto che perfino da Tarquinia vennero mandate coorti armate per saccheggiare l'agro romano, ma i volontari romani sorpresero i Tarquiniesi oberati di bottino, li uccisero e riportarono a Roma quanto avevano razziato e pure i loro beni.

Al tempio di Volumna Veio, Falerii e Capena chiesero aiuto alle altre città etrusche che rifiutarono perché Veio aveva iniziato la lotta senza chiedere il loro parere ma soprattutto perché un nuovo nemico si stava affacciando sull'Etruria: i Galli Senoni guidati da Brenno. L'unica concessione era la non-interferenza dei governanti se i giovani volevano recarsi a Veio come volontari. Andarono in molti e questo spaventò Roma.

Due tribuni militari, inviati contro Falisci e Capena subirono una sconfitta, la notizia giunse ingigantita all'esercito che assediava Veio ma pure a Roma, come se i Veienti fossero alle porte. Fu deciso di nominare un dittatore, fu Marco Furio Camillo.


CADUTA DI VEIO 396 A.C.

Camillo era un generale e un combattente eccezionale, ma pure un grande trascinatore di uomini. si scontrò immediatamente con Falisci e Capenati nei pressi di Nepi, li sbaragliò immediatamente e si mise a restaurare e potenziare le fortificazioni romane sotto Veio.

Furono vietati duelli e scaramucce con i Veienti e concentrò l'esercito sullo scavo di una galleria che portasse dentro le mura. I soldati lavorarono in turni di sei ore senza mai fermare lo scavo. Quando Camillo sentì che si era vicini al termine della guerra pose al Senato la domanda di cosa fare dell'immenso bottino che la ricchissima città avrebbe certamente fornito.

Una distribuzione troppo avara avrebbe creato malumore nella plebe, una troppo ricca avrebbe creato risentimento fra i patrizi. Lo Stato non poteva incamerare tutto anche perché la plebe riteneva, e non a torto, che Stato significasse "classi superiori".

In senato si formarono due partiti: uno guidato da Appio Claudio riteneva giusto incamerare il bottino nell'erario (i soldati erano stati pagati con il soldo) e rendere meno gravoso il tributo che la plebe doveva pagare con vantaggio di tutti. L'altro partito, guidato da Publio Licinio chiedeva che con pubblico editto si annunciasse al popolo che chi voleva del bottino se lo doveva andare a prendere a Veio. Vinse questa interpretazione e turbe di Romani si avviarono verso nord, verso la città condannata.

Il dittatore ordinò ai soldati di prendere le armi, pregò Apollo Pitico che aveva "aiutato" i Romani con un favorevole responso dell'oracolo di Delfi offrendogli la decima parte del bottino, pregò Giunone Regina di seguirlo da Veio a Roma dove avrebbe costruito un tempio degno della sua grandezza. Poi scatenò l'esercito sulle mura per nascondere i rumori degli ultimi scavi della galleria. 

I Veienti accorsero sulle mura. Si era circa nel 396 a.c., Veio cadde definitivamente per opera delle truppe entrate dal cunicolo che aprirono ai Romani le porte della città etrusca. Veio non esisterà mai più.


BIBLIO

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- Plutarco - Vita di Romolo - XXV -
- Eutropio - Breviarium ab Urbe condita - I II -
- Livio - Ab Urbe condita libri -
- Polibio - Storie - Milano - Rizzoli - 2001 -
- A. M. Liberati, F. Bourbon - Roma antica: storia di una civiltà che conquistò il mondo - Vercelli - White star - 1996 -
- Massimo Pallottino - Origini e storia primitiva di Roma - Milano - Bompiani - 2000 -
- Mommsen T. - Storia di Roma antica - Milano - Sansoni - 2001 -


 

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