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SIRIS ED HERACLEA (Basilicata)


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TERRITORIO DELLA SIRTIDE

SIRIS

La Siritide (in greco Sirítis) è una regione storica della Lucania centro-meridionale, ovvero la zona d'influenza dell'antica città di Siris. La Lucania comprendeva quasi tutta l'odierna Basilicata, tranne la zona settentrionale del Vulture-Melfese e della zona più nord-orientale oltre il fiume Bradano, dove si trova Matera, e comprendeva i territori a ovest del Cilento e del Vallo di Diano dove si snoda la via romana Popilia-Annia, oggi in Campania, e a sud-ovest del fiume Lao, oggi in Calabria.

Siris ebbe un territorio ricco e fertile, la Siritide, sul quale, secondo la tradizione, si stanziarono dapprima gli esuli troiani intorno al XII secolo a.c. poi i coloni provenienti da Colofone, città della Ionia (costa centro-occidentale dell'attuale Turchia) sulla strada che collegava Efeso a Smirne, nel 675 a.c. circa.

Siris, venne dunque fondata intorno al 675 a.c. sulla foce del fiume Sinni, una delle più antiche città ellenistiche e verso la metà del V secolo a.c., formò un'alleanza tra Metaponto, Sibari e Crotone. La floridezza e la ricchezza di Siris e della Sirtide, acquisite nel corso dei decenni, suscitarono l'invidia, ma pure la preoccupazione delle vicine città achee di Metapontum (Metaponto), Sybaris (Sibari) e Kroton (Crotone) che vedevano espandersi il potere economico di una colonia ionia.

Alleatesi, le tre città invasero la Siritide che sconfissero intorno al 570-565 a.c. Siris decadde, continuando la sua esistenza sotto l'influenza di Sibari e Metaponto. La regione continuò ad essere guidata da Sibari e Metaponto fino al 433 a.c., quando Siris venne distrutta totalmente e vi venne fondata Heraclea.

I DECORI DI ERACLEA

HERACLEA

Eraclea (in greco Ἡράκλεια, Herakleia; in latino Heraclea o Heracleia), un'antica città della Magna Grecia lucana, situata presso l'attuale Policoro, provincia di Matera, sorta nel VI secolo a.c., dove nel 280 a.c. i Romani combatterono Pirro (318 a.c. - 272 a.c.). Faceva parte della regione della Siritide, in prossimità di Siris.

La città venne fondata dai coloni Tarantini insieme ai coloni Thurioti intorno al 434 a.c., dopo essersi battuti in guerra tra loro per diverso tempo. Thurii, la città dei Thurioti, fu attestata in età romana anche come Copia o Copiae, fu una città della Magna Grecia, presso Sybaris, (Sibari in Calabria), sulla costa occidentale del Golfo di Taranto.

Nelle fortificazioni di Eraclea si sono notate, come nell'impianto urbano, diverse fasi: 
- la collina del Castello di Policoro ha una robusta fortificazione in blocchi di calcare bianco; 
- la struttura difensiva sull'altura opposta è invece in carparo scuro o, spesso, in blocchi di recupero e vi si osservano parecchie modifiche. 


MUSEO NAZIONALE DELLA SIRTIDE

LE INVASIONI

Nel 338 a.c. fu prima occupata dai Lucani e poi da Alessandro il Molosso. Nel 280 a.c. si svolse la famosa battaglia di Heraclea tra le truppe della Repubblica romana guidate dal console Publio Valerio Levino e quelle della coalizione Epiro illirica di Epiro, Taras (Taranto), Thurii, Metaponto ed Eraclea, sotto il comando del re Pirro d'Epiro. 

Vinse Pirro che «...prese mille e ottocento Romani e li trattò con il massimo riguardo, seppellì gli uccisi. E avendoli veduti a terra giacere con ferite sul petto e con volti truci, anche morti, si dice che egli alzasse le mani al cielo con queste parole: "Avrebbe potuto essere il padrone di tutto il mondo, se gli fossero toccati tali soldati".»

Nei pressi dell'attuale Anglona era presente l'antica Pandosia confederata con Crotone e con un patto di lega con Sibari e Metaponto. Strabone:
«Antioco, nella sua opera "Sull'Italìa", dice che la regione si chiamava Italia: prima, però, era chiamata Enotria. Ne dà come confine dalla parte del Mar Tirreno il fiume Lao; dalla parte del mar di Sicilia, Metaponto. In seguito, il nome Italìa così come quello degli Enotri si estese fino al territorio di Metaponto e alla Siritide.»

I MAGNIFICI BRONZI DI SIRIS

Gli esuli si rifugiarono probabilmente sulla vicina altura di Pandosia (Anglona), sulle alture delle attuali Montalbano Jonico e Tursi. Un secolo e mezzo dopo a circa 5 km (24 stadi) venne fondata una colonia congiunta di tarentini e turioti, con il nome Eraclea. Di Siris restò solo il porto che da allora venne utilizzato da Eraclea.


L'AREA DELLA SIRITIDE

L'area della Siritide comprende i comuni in provincia di Matera e antiche città:
- Colobraro;
- Montalbano Jonico; in contrada Ucio, sulla destra del Cavone (antico Akalàndros) furono rinvenute le Tavole di Heraclea, tavole bronzee incise in greco relative alla suddivisione agraria dei territori dei santuari di Dioniso e di Atena nel IV sec. a.c.; sul retro è incisa, in latino, la Lex Iulia Municipalis del I sec. a.c. Ambedue conservate presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
- le antiche Siris e Heraclea, attuale Policoro;
- Nova Siri; così chiamata per la presenza in questo territorio, attestata da Strabone nella sua opera Geografia, della città di origine greca Siris.
- Rotondella; confina a nord con il comune di Tursi (26 km), ad est con  Policoro (22 km), a sud con Nova Siri (7 km), mentre ad ovest con i territori di Valsinni (14 km) e Colobraro (22 km).
- San Giorgio Lucano; con aree archeologiche in località Sodano, Pallio, San Brancato e Campo le Rose, risalenti all'età greca, dove sono stati ritrovati utensili e diverse necropoli.
- Scanzano Jonico; già frazione di Montalbano Jonico.
- Valsinni: ritenuto con molta probabilità il luogo dove sorgeva l'antica città della Magna Grecia Lagaria; 
- Pandosia: antica città della Magna Grecia lucana, attuale Anglona di Tursi;


Pandosia Lucana, da Tito Livio:

«Trovandosi il re non molto discosto dalla città di Pandosia, vicino ai confini dei Bruzi e dei Lucani, si pose su tre monticelli e aveva intorno duecento lucani sbanditi, come persone fedelissime. Avendo le piogge allagato tutto il piano, diviso l'esercito posto in tre parti, in guisa che l'una all'altra non poteva porgere aiuto, due delle bande poste sui colli, furono rotte dall'assalto dei nemici, i quali poi si volsero al re, e mandarono messaggi ai lucani loro sbanditi, i quali avendo pattuito di essere restituiti alla patria, promisero dar loro il re vivo o morto. 

Ma egli con una compagnia di uomini scelti fece un'ardita impresa che si mise a passare, combattendo, fra mezzo dei nemici; ed ammazzò il capitano dei lucani, che d'appresso lo aveva assaltato; ed avendo raccolto i suoi dalla fuga, giunse al fiume, il quale mostrava il cammino con le ruine del ponte. 
Un ministro l'ammonì che i lucani cercavano d'ingannarlo; i quali poiché il re vide venire alla sua volta, trasse fuori la spada e si mise arditamente per mezzo del fiume per passare; già era giunto nel guado sicuro, quando uno sbandito lucano lo passò da un canto all'altro con un dardo. 

Essendo caduto, fu trasportato il corpo esanime dalle onde, con la medesima asta  fu crudelmente lacerato, ne andarono una parte a Cosenza, e l'altra serbarono per straziarla; una donna mescolandosi con la turba che incrudeliva, pregò che si fermassero, e piangendo disse: Che aveva il marito ed i figliuoli nelle mani dei nemici e che sperava con quel corpo del re, così straziato come era, poterli ricomprare. 

Questa fu la fine dello strazio; e quel tanto che vi avanzò dei membri fu seppellito in Cosenza, per cura di una sola donna, e le ossa furono rimandate a Metaponto ai nemici; e quindi poi riportate nell'Epiro a Cleopatra sua donna, e ad Olimpiade sua sorella; delle quali l'una fu madre e l'altra sorella di Alessandro Magno»

Il Museo archeologico nazionale della Siritide è un museo archeologico situato all'interno del sito archeologico di Heraclea (Herakleia), nei pressi di Policoro, in provincia di Matera. La terza sezione è tutta dedicata alla città di Heraclea: sono presenti anche qui statuette votive, laminette bronzee e anche monete magnogreche e romane, matrici per il vasellame, crateri, coppe, vasi e una matrice a rullo per decorare i vasi dei cortili delle case.

 TAVOLE DI HERACLEA

LE TAVOLE DI ERACLEA

A questo periodo risalgono anche le tavole di Eraclea, attualmente conservate al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che sono tavole di bronzo con testi in greco riguardanti l'ordinamento pubblico e costituzionale della città. Sul retro di queste è trascritta, in latino, la lex Iulia Municipalis.

Le tavole di bronzo rinvenute nel 1732 presso il greto del fiume Cavone, contengono due decreti, della fine del IV secolo a.c., relativi alla delimitazione e localizzazione dei terreni dei santuari di Dioniso e Athena Polias, presso la città di Heraclea (odierno Policoro).

Alla fine della guerra tra Romani e Tarantini, Eraclea, come del resto la Lucania e la Puglia, cadde sotto il dominio romano. Tuttavia nel 212 a.c. la città fu assediata e conquistata da Annibale. Successivamente diventò nuovamente una città fiorente, e i suoi abitanti furono descritti come "Nobiles Homines" da Cicerone nel Pro Archia, l'apologia del poeta greco Aulo Licinio Archia, cittadino di Eraclea.

ATHENA POLIAS

LEX PLAUTIA PAPIRIA

Nell'89 a.c. fu concessa agli Eraclidi la cittadinanza romana con la lex Plautia Papiria, per cui le persone iscritte come cittadini di città federate (i popoli o le città legate a Roma dal trattato denominato foedus) e con il domicilio in Italia al tempo dell'approvazione della legge, avrebbero avuto la cittadinanza romana se avessero dato il proprio nome al pretore della propria città entro sessanta giorni.

Durante tutta l'età repubblicana, Eraclea venne turbata da tumulti sociali, giunti al culmine nel 72 a.c. con il passaggio di Spartaco. La popolazione allora si rifugiò nella parte alta della città. Durante l'età imperiale cominciò invece la sua decadenza. Vi hanno risieduto il poeta Archia e il grande pittore Zeusi, forse originario della città.

Di Zeusi si narrarono aneddoti come quello dell'uva dipinta in gara con Parrasio, che traeva i passerotti in inganno; ma pure la novella secondo la quale volendo egli raffigurare Elena, avrebbe indotto le cinque più belle vergini della città di Crotone a permettere ch'egli copiasse di ciascuna ciò che aveva di più bello (Plinio, Nat. hist.).



I RESTI

Le rovine sono attualmente visitabili insieme al Museo Nazionale della Siritide di Policoro che custodisce la maggior parte dei reperti lì trovati. Dell'antica città nella parte bassa si possono notare:
- il Tempio di Atena, di cui restano le fondamenta, 
- il Tempio di Demetra. 
- Sull'acropoli invece i resti della città si sono meglio conservati ed è visibile l'impianto urbano costituito da assi viari ortogonali. 
- A ovest è situato il quartiere dei ceramista con le case con fornaci annesse. 
- A sud e a ovest sono situate le necropoli.


BIBLIO

- AA.VV., Studi su Siris-Heraclea - Roma - 1989 -
- Alessio Simmaco Mazzocchi - Commentario sulle Tavole Eracleensi - Napoli - 1754 -
- L. Giardino - L'inizio del periodo romano ad Heraclea - in Magna Graecia - XI - 1976 -
- G. Pianu - La necropoli di Eraclea -  Le tombe di secolo IV e III a.c. - Roma - 1990 -
 - F. Lenormant - La Grande Grece: Paysage et Histoire - Paris - 1881 -
- R. Bruno - Storia di Tursi - Moliterno - Porfidio Editore - 1989 -
- D. Adamesteanu - Basilicata antica. Storia e monumenti - Cava dei Tirreni - 1974 -
- P. G. Guzzo - Le città scomparse della Magna Grecia - Roma - 1982 -



BANTIA - BANZI (Basilicata)


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(https://bollettinodiarcheologiaonline.beniculturali.it)

L’antico abitato di Banzi fu Bantia secondo le fonti letterarie antiche, che si sviluppa su un pianoro dominante il torrente Banzullo, affluente di sinistra del fiume Bradano, presso il confine tra le due regioni antiche Apulia e Lucania. 

Oggi Banzi, località Montelupino, a 571 m s.l.m., è posta a duecento metri dal luogo da dove sono venuti alla luce i nove cippi del "Templum auguraculum in terris", distanti neanche cinquecento metri dalla piazza del paese, unica testimonianza del mondo latino attestante l'esistenza di questo particolare tempio dedicato alle divinazioni. 

I nove cippi infissi in terra del templum, con la scritta dei nomi delle divinità sulla sommità sporgente, erano collocati riportando sul terreno la traiettoria del sole con il cippo di Giove che indicava il suo sorgere, quello del sole indicante lo zenith, mentre ad indicare il tramonto e la notte c’era il cippo di Flus, dea delle profondità e dell’oscurità.

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Gli scavi più recenti hanno permesso di saggiare l’estensione e la regolarità dell’impianto urbano, in uso almeno fino al IV secolo d.c..  L’insediamento va infatti dal VII fino a tutto il IV sec. a.c., ed era formato da nuclei sparsi sia come abitazioni, sia come sepolture, spesso riutilizzate dalla stessa famiglia gentilizia. La ceramica è di matrice daunia, e risente del contatto con la vicina Peucezia.

Le prime abitazioni del sito risalgono ai primi decenni del VII secolo a.c. e riguardano una grande capanna absidata, con portico antistante in corrispondenza dell’ingresso. Il fondo è scavato in parte nel banco di arenaria ed il pavimento è costituito da un compatto battuto di argilla pressata. Alcune fosse scavate all’interno dell’abitazione dovevano in origine ospitare dei contenitori per le derrate alimentari del gruppo familiare.

Le case a pianta regolare con fondazioni di pietre a secco risalgono al V secolo a.c. e si riferiscono in particolare ad una piccola casa di 25 mq. a pianta quadrata. Nel corso del IV secolo a.c. si diffondono abitazioni più complesse come, ad esempio un’abitazione a tre vani, con annessi un deposito e un cortile; i tetti sono in tegole decorati da antefisse a motivi vegetali o a testa di gorgone.

A cinquecento metri dalla piazza del paese vi sono invece 1000 mq di mura e strade della Bantia romana riportati alla luce (I sec. a.c.- IV sec. d.c.) dagli scavi della Soprintendenza all'Archeologia di Basilicata verso gli anni '70.

Nel sito c'è anche il "pluvium" (raccolta di acque piovane) e il classico passaggio romano "pedonale" realizzato con pietre sovrapposte interrotte in due punti per far passare le ruote dei carri. Il terreno è in pianura, basta scavare intorno affinché altre antiche strade e case si aggiungano alle poche già dissotterrate.

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LE TESTIMONIANZE

- Nel 208 a.c., come narra Livio, si ritrovarono a combattersi l'esercito di Annibale e quello romano. Al sopraggiungere della notte il combattimento cessò, ma all’alba i romani non trovarono più traccia dell'esercito nemico. Marcello allora lo raggiunse tra Venosa e Banzi, ma nella battaglia venne colpito a morte e il figlio chiese ad Annibale il corpo del padre e ne tumulò la salma con tutti gli onori militari e politici che gli erano dovuti.

- Con la fondazione della vicina colonia latina di Venusia, nel 291 a.c., l’abitato, entrato nell’orbita romana, declinò vistosamente, con ogni probabilità a seguito del sorgere delle grandi fattorie italiote. Una di esse, esplorata integralmente, indica una frequentazione durata fino all’epoca della guerra sociale.

- Tito Livio riporta anche un altro episodio del territorio limitrofo all’antica Bantia: la morte (271 a.c. circa) di un altro console romano, Marco Valerio Corvo, uno dei comandanti che combattè contro i lucani nel periodo delle guerre sannitiche. Morì mentre da Venosa stava raggiungendo Ferentum. Fu sepolto dai suoi soldati nel letto di un fiume le cui acque furono deviate per depositarvi il corpo.

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- Marco Claudio Marcello era stato più volte insignito dal titolo di pro-console e console e della sua morte avvenuta ad opera di Annibale nella battaglia citata, ne parlerà anche Plutarco (46 d.c. – 127 d.c.). 

- Plinio il Vecchio.Plinio il Vecchio (23 d.c. – 79 d.c.), indica il popolo bantino fra gli undici popoli che costituivano l’antica Lucania. Il popolo bantino, prettamente osco-lucano, costituì, insieme ai potentini, grumentini, atinati ect. l'antica Gens lucana. 

- II sec. d.c.: ad Atena lucana un'epigrafe riporta il nome del magistrato che ha in cura la repubblica degli Atinati e dei Bantini.

- Le vicende di Bantia nel corso di questo periodo, che passa da civitas libera a municipale, sono documentate da molte testimonianze tra cui:
- un breve testo in alfabeto latino e in lingua osca che cita il tribunato della plebe;
- il templum augurale, che attesta la forte pressione sia delle pratiche cultuali che della lingua latina;
- la nota Tabula Bantina, che nella faccia in alfabeto e lingua osca, di certo redatta dopo quella in latino, fa riferimento al nuovo ordinamento municipale, peraltro documentato anche da un’ulteriore e più recente iscrizione latina.
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I RESTI

Ci sono poi dei resti che provano che questo sito avesse una certa importanza anche in epoca romana. Il "templum auguraculum in terris", tempio unico del suo genere, ne è un esempio.  I nove cippi infissi in terra del templum, con la scritta dei nomi delle divinità sulla sommità sporgente, erano collocati riportando sul terreno la traiettoria del sole con il cippo di Giove che indicava il suo sorgere, quello del sole indicante lo zenith, mentre ad indicare il tramonto e la notte c’era il cippo di Flus, dea delle profondità e dell’oscurità.

Di fronte al sito del Templum Auguraculum In Terris, risalente al periodo della Roma repubblicana, nei primi anni del Duemila è stata portata alla luce una grande e ricca domus con terme balneari appartenuta al sacerdote Romanius. 

Questi volle tramandare il suo nome ai posteri con una pregiata epigrafe mosaicizzata recante scritto: “Romanius fm cam sacerdos balnea ex sua pecunia faciunda curavit” (Il sacerdote Romano figlio di Marco della tribù Camilia curò la costruzione delle terme con il suo denaro).

E' una domus romana con il classico pluvium e impluvium nonchè le annesse terme balneari, i cui tesori interni costituiti da monete, pregiata ceramica e addobbi ornamentali in ambra o in oro ormai sparsi in vari musei italiani. La ceramica rinvenuta evidenzia la matrice daunia del sito, influenzata dal contatto con la vicina Peucezia.

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Vi sono stati poi altri ritrovamenti sempre risalenti all'epoca romana o, in alcuni casi, anche alla osco-sannitica, consistenti in armi e armature, epigrafi onorarie, funebri e politiche; resti di ville e aggregati urbani con strade, fossati e mura.

Le strade sono munite di passaggio romano "pedonale", in pratica marciapiedi, realizzato con pietre sovrapposte interrotte in due punti per far passare le ruote dei carri. Il terreno è in pianura. E' sufficiente continuare a scavare intorno affinché altre antiche strade e case si aggiungano alle poche già dissotterrate. Eppure son decenni che non se ne fa niente.

Dal pieno VII fino a tutto il IV sec. a.c., in zona si succedettero molti insediamenti e molte tombe, spesso riutilizzate a gloria delle familiae.

Concomitante alla fondazione della vicina colonia latina di Venusia, nel 291 a.c., l’abitato, entrato nell’orbita romana, si contrasse notevolmente, anche per il sorgere di pochi ma grandi complessi di fattorie italiote. Una di queste, esplorata in toto, indica una frequentazione durata fino all’epoca della guerra sociale.

TABULA BANTINA


TABULA BANTINA

La Tabula Bantina Osca è il più importante reperto mai rinvenuto sulla lingua degli Osci, popolazione indo-europea dell'Italia antica, stanziata in Campania e in parte della Basilicata verso l' VIII secolo a.c. Scoperta nel XVIII sec. in territorio di Oppido, fu indicata per molto tempo come appartenente alla storia di questa città e solo dopo la si attribuì al municipium romano di Banzi, è un testo epigrafico su lastra di bronzo, il più lungo e il più complesso dei testi rinvenuti in lingua osca con caratteri latini.

La Tabula fu trovata nel 1790 sul monte Montrone, nel territorio di Oppido Lucano (Comune lucano in Provincia di Potenza), tra i resti di un'antichissima tomba, ed è costituita da una lastra di bronzo divisa in tre pezzi ed in alcuni frammenti. 

Datata forse tra il 150 a.c. e il 100 a.c., ha incisioni grafiche su ambedue le facciate. Da una parte vi è lo statuto bantino, una legge municipale dell'antica città di Bantia (oggi Banzi prov. Potenza), del cui municipio faceva parte anche Oppido. È scritto in lingua osca ma con caratteri latini. 

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Sull'altra facciata è inciso un plebiscito, una legge di Roma, in lingua latina. Alcuni frammenti sono conservati nei musei archeologici di Napoli e Venosa. L'archeologo rumeno Dinu Adameșteanu riteneva che il testo osco, almeno per il frammento conservato in Lucania, fosse in realtà una traduzione di un testo originale in lingua latina, redatta da qualcuno che non conosceva bene la lingua osca, cosa non da escludere, soprattutto per la profonda preparazione di Adamesteanu.

Del I sec. a.c., la Tavola riporta lo statuto del municipium bantino e le norme del diritto romano. E' una tavola opistografica, scritta su entrambi i lati. Il frammento più grande si trova al Museo nazionale di Napoli, un frammento più piccolo a Venosa.

Infatti sono state rinvenute, su ambedue i lati di una grande tavola di bronzo frammentata, la legge Lex Acilia repetundarum (123 a.c) e la ex Agraria (111 a.c), le leggi locali del paese di Bantia (su terre di confine della Lucania e Puglia, nel sud Italia), sono iscritte su una tavoletta di bronzo frammentaria trovata nel 1790 (ora a Napoli).

Nello statuto municipale di Bantia, riportato nel testo osco della Tabula Bantina, tra le cariche della magistratura locale troviamo, infatti, i tribuni della plebe sono i rappresentanti delle tribù. Il titolo e la funzione hanno origine romana. Bantia doveva, quindi, essere all’epoca sia abbastanza popolosa che progredita a livello socio-economico se era a capo di una federazione.

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IL TESTO

"...se... il questore avrà irrogato la multa... giurerà di averlo fatto col consenso della maggioranza del senato, purché non meno di quaranta siano i presenti quando la questione sarà discussa. Se qualcuno vorrà intercedere, prima giurerà in comizio, scientemente senza frode, che egli impedisce quei comizi per il bene pubblico e non per il favore o l’odio contro qualcuno, e che egli fa ciò col consenso della maggioranza del senato. Non potrà tenere comizi nello stesso giorno colui al quale qualcuno impedisca i comizi in tal modo.

Chiunque, dopo questa legge, voglia tenere comizi su questioni capitali o pecuniarie, farà in modo che il popolo emetta la sentenza dopo aver giurato che il suo giudizio riguardo a quelle cose corrisponde a quello che egli ritiene il bene pubblico e impedirà che qualcuno giuri in malafede. Se qualcuno avrà tenuto i comizio avrà agito contrariamente a queste norme, sarà la multa di tale entità: 2000 sesterzi. Se qualche magistrato volesse multarlo gli sia consentito multare purché in misura inferiore.

Se qualcuno 'pro magisterio' avrà fissato ad un altro giorno per questioni capitali o pecuniarie, questi non potrà tenere i comizi se non quando avrà parlato presso il popolo per quattro volte e il popolo non avrà appreso il giorno stabilito. Quattro volte nè più di cinque egli discuterà con l’imputato prima di emettere la sentenza e quando infine avrà discusso con l’imputato da quel giorno per trenta giorni non potrà tenere comizi. Se qualcuno avrà agito contrariamente a queste norme, se qualche magistrato volesse multarlo gli sia consentito, purché in misura inferiore, gli sia consentito.

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Quando i censori di Bantia faranno il censimento del popolo, chiunque sia cittadino bantino sia censito, egli e la sua proprietà secondo quella legge con la quale i censori avranno stabilito di censire. Ma se qualcuno non si presenterà al censimento per malafede e verrà convinto di questo, 'pro magisterio' nel comizio sia venduto alla presenza del popolo senza frode e in base a offerta.

L’intera famiglia e il suo patrimonio tutto quanto sarà in suo possesso che non sarà stato censito sarà pubblico.

Il pretore o il prefetto che, dopo questa legge, saranno a Bantia, se qualcuno vorrà alla loro presenza agire legalmente con un altro 'pro iudicato manum asserere' intorno a quelle cose che sono scritte in queste leggi, non glielo impedirà entro i primi dieci giorni. Se qualcuno contrariamente a queste norme farà impedimento, sarà la multa di tale entità: 1000 sesterzi e se qualche magistrato volesse multarlo gli sia consentito in misura inferiore, gli sia consentito.

Nè pretore o censore a Bantia se non sarà stato questore, nè sarà censore se non sarà stato pretore. E se qualcuno sarà stato pretore e se questore costui in seguito non sarà tribuno della plebe. Se mai qualcuno diventerà magistrato a) Bantia. Lo sarà diventato iniquamente...".

VILLA DI ORAZIO

FONS BANDUSIAE da: http://web.tiscali.it/lucaniaonline/Banzi.htm

A pochi km dall'attuale confine con la Puglia, fra Palazzo San Gervasio e Genzano di Lucania, nei pressi di Venosa, sorge dunque Banzi, la città della Tabula osco latina, dall'alto medioevo importante insediamento monastico e infine francescano.

Il poeta Quinto Orazio Flacco (65 a.c. – 8 d.c.)  nato a Venosa,  dedicherà a Banzi una poesia, "Fons Bandusiae", tradotta magistralemente da Giovanni Pascoli:

O fonte di Bandusia, limpida come il cristallo
avrai una libagione di vino, una ghirlanda di fiori,
il sangue di un capretto di un anno. Tu all'ombra
scorri gelida e offri il rezzo ai bovi e ai greggi.
Diventerai delle fonti nobili anche tu, poiché io
canto le querce che conservano la freschezza alle
tue acque che scendono giù con un mormorio che
sembra di parole.

(Giovanni Pascoli, Livorno 1895) 

 E Domenico Pannelli, autore delle Memorie del monastero Bantino, così descriveva il sito nella metà del Settecento:
"Sul piano di non aspra montagna, nelle sue falde vestita di viti ed alberi fruttiferi, e avente d'intorno campi fertili e atti al coltivamento, ed in qualche distanza selve vastissime, vedesi il monastero bantino, o come ora si chiama, la Badia di Banzi".

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Fu il Pannelli il primo a riconoscere l'esistenza di una toponomastica medievale che parlava di un "fonte bandusino", di fama oraziana, e pubblicò i seguenti documenti:

1. - Un atto di restituzione al monastero di Banzi di beni ingiustamente sottrattigli è rogato nel 1063 alla presenza di Roberto il Guiscardo "in ecclesia S. Gervasii iuxta fluenta fontis Bandusie".

2. - Ruggieri e Boemondo nel 1090 concedono esenzioni fiscali al "Bantinum monasterium", mossi da "divino amore et rogatu Ursonis Bandusiensis abbatis". Nell'istanza ai due fratelli che precede questo atto, Ursonis si era definito "Bantinus abbas".

3. - Un privilegio del papa Pasquale II firmato il 21 maggio del 1102 o 1103 conferma all'abate di Banzi il possesso del monastero con tutte le sue pertinenze, fra le quali "ecclesiam Sancti Salvatoris cum aliis ecclesiis de castello Bandusii" ed "ecclesiam Sanctorum martyrum Gervasii et Protasii in Bandusino fonte apud Venusiam".

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4. - Pasquale II nel 1106 o 1107 conferma all'abate Pietro la protezione della sede apostolica al "beate Marie monasterium in loco Bandusie situm". Nell'intitolazione della lettera l'istituzione è definita "monasterium Sancte Marie, quod apud Banciam situm est".

5. - L'abate di Banzi Ruggieri nel 1154 cede possessi al monastero della Cava. Fra i testimoni che firmano l'atto si notano, accanto a persone che si definiscono Bancie testis, o monaco Bantine ecclesie, anche un Giovanni Saraceno, "monachus et sacerdos ecclesie Bandusine", e persino un "Cinnamus, monachus et sacerdos ecclesie Bantine, dico Bandusine".

Se per indicare Banzi si usa il toponimo "fons Bandinus" è perchè per i monaci di S. Maria di Banzi, tra metà del sec. XI e metà del XII, Bantia e Bandusia si equivalevano. E il fons Bandusiae oraziano per loro era un fons ubicato in un punto forse non identificato del territorio di Banzi.

Il fons Bandusiae dei monaci di Banzi, situato dunque non presso Venosa o Palazzo San Gervasio, bensì presso Banzi, più che una fonte dei tempi di Orazio sarebbe una reinvenzione o riscoperta risultante da un'operazione filologio-archeologica.

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Però un recentissimo saggio di uno dei massimi studiosi italiani di letteratura latina, il prof. Francesco Feo dell'Università di Firenze, ha recentemente attribuito all'antico sito di Banzi e non a Tivoli, dove il poeta abitualmente viveva, la collocazione della sorgente, dopo aver analizzato diversi aspetti mitologici e storici legati all'originaria civiltà greca.

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IL SEGUITO

Il sito della Tabula Bantina Osca, del Templum agurale in terris, del "Fons Bandusiae", della necropoli protostorica dell'VIII sec. a.c., della villa ellenica del IV sec.a.c. e dell'impianto urbano romano datato dal I sec.a.c. al IV sec.d.c. è in totale abbandono.

Agli inizi del 1930 gli scavi per l'edificazione dell'edificio elementare portano alla luce tombe preziose di arredi. Il tutto finisce al museo di Reggio Calabria. All'epoca non esisteva una indipendente Soprintendenza regionale solo lucana.

Passano 30 anni, siamo negli anni '60, si scava nell'ex campo sportivo per la costruzione di un asilo infantile e si scoprono 9 cippi costituenti l'unico templum augurale "in terris" di epoca romana e di cui c'erano tracce nella letteratura latino-romana ma di cui non s'era mai scoperto nulla. L'occupazione romana di Bantia risale al III secolo a.c.

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Al II sec. a.c. si dovrebbe ascrivere l’esistenza di un probabile templum dedicato a Giove e "custodito" dai tribuni della plebe, stando al reperto che ad esso rimanda. Si è rinvenuto un tipico cippo d’epoca romana in pietra calcarea, forse funerario o forse terminale riguardante un’area sacra pubblica o privata, terminante a semi-luna, dall’altezza approssimativa di mt. 1,30, largo una sessantina di cm e dallo spessore di una trentina, col testo scritto su quattro linee senz’altro riportanti il nome dell’interessato, del dedicante e dei suoi titoli. 

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Tutto ciò che riguarda il templum scoperto a Banzi viene portato al museo di Venosa. Tra la fine degli anni '60 e gli inizi dei '70 alcuni archeologi scavano anche a Montelupino disseminato di strade e case romane dappertutto ma non ultimano gli scavi. Si limitano a scoprirne un pezzettino e a lasciare il resto sottoterra.

Intanto avevano tanto altro da cercare e verificare: dalla villa ellenistica da riportare alla luce e studiare all'ara sacra di fontana dei monaci. Fine anni '80, inizi anni '90: il paese cresce, si è attrezzato urbanisticamente di un piano di sviluppo edile con individuazione di zone per l'artigianato e l'edilizia popolare. Qui i privati scavano, è zona vicina al paese, ed emergono vecchie tombe, circa settecento. La zona è Piano Carbone, la necropoli è protostorica.

Passano altri 20 anni. Alla vigilia del 2000 durante la ristrutturazione del protocenobio lucano dei benedettini (prima documentazione 798 d.c.) di S.Maria di Banzi, emergono tracciati viari romani all'altezza delle fondamenta del periodo longobardo. naturalmente l'abbazia è ricca di pietre pre-romane e romane riutilizzate nella costruzione medioevale. Si rintracciano avanzi di colonne, lapide epigrafiche.

Più di settecento tombe del periodo preistorico tra l'VIII e il VI sec. a.c. scavate e riportate alla luce dalla Sovrintendenza in località Piano Carbone, oggi zona residenziale. Tombe più ricche ed are religiose si riscontrano dal IV sec. a.c. in avanti. Il sito è ora quello su cui sorgerà l'abbazia benedettina nell'VIII sec. d.c., e zone immediatamente limitrofe. Gli scavi più recenti hanno permesso di saggiare l’estensione e la regolarità dell’impianto urbano, in uso almeno fino al IV sec. d.c.

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OGGI

Le nuove campagne di scavo potranno partire a breve nelle aree di «Orto dei Monaci» e di «Supportico Abbadia», dove potrebbero esserci tracce di antiche strutture, forse riferibili alla fase romana. D'altra parte Banzi fu uno dei capisaldi della conquista romana della Lucania dove, in epoche precedenti, nel si insediarono le popolazioni daunie.

Nel tardo Impero, poi il comune ritorna a splendere grazie anche ai benedettini che da Montecassino si spostano a Banzi per fondare la più antica abbazia dell'Ordine in Basilicata, e il complesso medievale della Badia di Santa Maria potrebbe essere stato edificato proprio sulle rovine della antica «Bantia» (da un blocco di grandi proporzioni con un'iscrizione romana utilizzato come cantonale dell'edificio).

Prossima la rimozione della pavimentazione esistente nella zona Supportico Abbadia, situata nel centro storico di Banzi. Per poi, provvedere alla demolizione delle strutture sportive della Zona Orto dei Monaci.

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BIBLIO

- Banzi (Potenza). La scoperta di tre sepolture "marginali" a Piano Carbone - Bollettino di Archeologia, 2018 - Sabrina Mutino (https://urly.it/3mghs)
- Helga Di Giuseppe - Un Romanius sacerdos evergete a Bantia - Contributi epigrafici e archeologici alla storia della città - 2009 -- M.Tagliente - in "Banzi" - Atti del convegno Basilicata, l’espansionismo romano nel sud-est d’Italia– Venosa 1987 - Ediz.Osanna - 1990 -
- A.Bottini - Osservazioni sulla topografia di Bantia preromana - A.I.O.N. - II - 1980 -
- M.Torelli - Un templum augurale d’età repubblicana a Bantia - RAL - XXI - 1966 -
- M.L.Porzio Gernia - Contributo all’interpretazione del nuovo frammento della Tavola Bantina scoperto dall’ Adamesteanu - in Rendic.Lincei, XXIV - 1970 -
- H.Galsterer - Die lex osc Tabulae Bantinae - Chiron, I - 1971 -

 


GRUMENTUM NOVA (Basilicata)


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Grumentum fu un'antica città preromana e romana della Lucania, che venne posizionata in un'area rialzata e difesa sui quattro lati da scarpate derivate dall'azione dei fiumi Agri e Sciaura, nonchè da corsi d'acqua minori.

Attualmente ne restano gli scavi del parco archeologico, situato ai piedi del colle che ospita il paese di Grumento Nova (PZ), molto vicino al lago di Pietra del Pertusillo, in località "Spineta".



LA FONDAZIONE

Il sito, poche centinaia di metri a sud di Grumentum, parte da un deposito votivo preromano, databile alla prima metà del III sec. a.c., giusto dell'epoca della fondazione della città, con una continuità d'insediamento fino all'alto medioevo. 

Da notare le numerose statue della Dea Madre reperite nel deposito votivo che dovevano ornare  l'importante santuario intorno a cui si è sviluppato il primo centro cittadino lucano del IV sec. a.c.

La Dea era sicuramente preposta alle acque sorgive e alla salute per cui era colma di ex-voto e ringraziamenti per le guarigioni miracolose effettuate.

Anche se i primi insediamenti abitativi nella zona hanno lasciato tracce fin dal VI secolo a.c., la fondazione della città risale al III secolo a.c. ad opera dei Romani, per creare uno degli agguerriti avamposti fortificati realizzati durante le guerre sannitiche.  Infatti insieme a Grumentum i romani fondarono quasi contemporaneamente Venusia (Basilicata 291 a.c.) e Paestum (Campania 273 a.c.).


Da Grumentum passava la via Herculea, tra Venusia e Heraclea, che collegava il Sannio con la Lucania, mentre un'altra strada conduceva alla via Popilia lungo il versante tirrenico, che continuava verso Nerulum dove s'incontrava con la Capua-Reggio, (Via Capua - Rhegium cioè Via ab Regio ad Capuam) per cui la città era un nodo di comunicazione strategicamente importante, sia per i commerci che per eventuali nemici invasori.

Nerone proveniva da Venusia, appunto della zona in questione.



LA GUERRA SANNITICA

Durante la II guerra punica, presso Grumentum si svolsero due battaglie tra Romani e Cartaginesi (215 e 207 a.c.). Tito Livio narra della battaglia tra Annone il Vecchio e l'esercito romano, nel primo scontro. condotto da Tiberio Sempronio Longo, dove Annone perse ben 2000 uomini e 280 prigionieri.

Nel secondo scontro poi, sempre secondo Tito Livio, pare che Annibale, proveniente dalla Calabria, si accampò presso le mura di Grumentum, a circa 500 passi (750 m) sul colle che ospita l'odierna Grumento Nova.

Venne però sconfitto e costretto alla fuga dai Romani, provenienti da Venosa e guidati da Gaio Claudio Nerone, l'uccisore di Asdrubale, fratello di Annibale, che proveniva da Venusia.

Annibale a sua volta fu costretto a fuggire passando da Spinoso per andare verso Anzi e Laurenzana.

Il guaio era che Grumentum aveva parteggiato per Annibale, per cui venne conquistata da Roma, che avendo, nel 207, vinto uno scontro con Annibale, per la prima volta dopo Canne, pensò bene di punire i grumentini riducendo la loro città a prefettura, il che significa che questa aveva perso la sua autonomia.



LA GUERRA SOCIALE

Tuttavia durante la guerra sociale la città si schierò dalla parte dei Romani ma per questo venne distrutta e saccheggiata dagli Italici,  attraversando un periodo di crisi e di spopolamento cittadino.

Però i romani, che non dimenticavano mai nè chi li aveva offesi nè chi li aveva difesi, memori che stavolta i grumentini erano rimasti fedeli a Roma, nella II metà del I sec. a.c., ricostruirono la città arricchendola di prestigiosi monumenti pubblici edificati sotto Cesare e sotto Augusto. A questo periodo risalgono infatti la costruzione di teatro, anfiteatro, foro e le terme. 

Probabilmente fu allora che ottenne, in ringraziamento della fedeltà a Roma, lo statuto di colonia, secondo altri però avvenne nel successivo periodo giulio-claudio. Comunque Grumentum, rinominata dai romani Grumentum Nova, ne ricevette per questo un grande contributo all'economia locale.

Alla fine del III sec. a.c. a Grumentum, per ordine di Diocleziano, vennero sistemate le strade verso il Tirreno e lo Ionio, procedendo poi all'abbellimento delle terme.

Per ordine di Diocleziano si sistemarono le strade verso il Tirreno e lo Ionio, e che gli anni successivi si procedette all'abbellimento delle terme

Nel 312 d.c. il giovane Cristiano San Laverio venne decapitato fuori le mura di Grumentum alla confluenza dei fiumi Agri e Sciaura, sotto il prefetto Agrippa. 



DESCRIZIONE

L'impianto urbanistico della città, risalente alla fondazione del III sec. a.c. è di forma oblunga, dovendo ottemperare alle condizioni orografiche della collina, e si articola su tre vie principali e parallele, intersecate ad angolo retto da vie secondarie, secondo il sistema viario ortogonale romano.

La città era circondata da mura con sei porte, su un perimetro di circa 3 km e occupava una area di circa 25 ettari, di cui purtroppo solo un decimo è stato riportato in luce. Il che la dice lunga sulla cultura di chi governa.

IL TEATRO

IL SITO ARCHEOLOGICO

Il sito di Grumentum rappresenta uno dei pochi casi in Italia, insieme a Pompei, Ercolano, Ostia e poco altro, in cui i resti di un patrimonio archeologico permettano di percepire la forma di una tipica città romana abbandonata e mai rimaneggiata o coperta da successive edificazioni.

E' infatti evidente l'intera estensione dell'area urbana, lo schema urbanistico con gli spazi pubblici e gli spazi privati. Inoltre si conservano in eccellenti condizioni i principali edifici pubblici tipici di una città romana.

L'antica città aveva una forma ovalizzata, articolata su tre vie principali parallele, il cardo maggiore e i due cardi laterali, intersecate ad angolo retto da vie secondarie, il decumano maggiore e i decumani minori.
Il decumano massimo, lungo il quale si affacciano numerosi monumenti, si conserva intatto per larghi tratti. La pavimentazione dell'Urbs fu rifatta nel II sec. d.c.,

Grumentum aveva una cinta di mura con sei porte, su un perimetro di circa 3 km su un'area di circa 25 ettari, di cui solo un decimo è stato riportato in luce. I resti principali riguardano tre zone monumentali:

L'ANFITEATRO
- Il teatro di epoca augustea, con i resti di due tempietti di epoca imperiale e quelli di una ricca domus, detta "Casa dei mosaici" per i ricchi pavimenti a mosaico del IV sec..
- Il foro chiuso da portici e con resti di due templi posti sui lati sud e nord, secondo alcuni studiosi riguardanti il capitolium e un Cesareum (tempio dedicato al culto imperiale). Sul lato ovest si trovano i resti di una basilica e forse di una curia. Nei pressi del foro si trovano anche i resti di un edificio termale.
- I resti dell'anfiteatro costruito sulle pendici della collina nel I sec. a.c. e modificato in epoca imperiale.
- Fuori dalle mura si sono rinvenute inoltre tombe monumentali, una basilica paleocristiana e un acquedotto.

Molti dei reperti e delle testimonianze qui trovate sono custodite nel Museo nazionale dell'Alta Val d'Agri, a Grumento Nova presso l'area archeologica.

ANFITEATRO

IL PARCO ARCHEOLOGICO

La visita al parco archeologico di Grumentum, all'interno del Parco Nazionale dell'Appennino lucano, è una dei luoghi arcaici più importanti della Basilicata. La colonia romana fu fondata ai tempi del primo triumvirato, grazie ad una legge agraria di Giulio Cesare del 59, in base alla quale molti veterani di Pompei e molti Romani poveri vennero trapiantati in Italia meridionale.

Negli anni 50 a.c., Grumentum si trovò dunque in fase sia di ristrutturazione che di costruzione.
La vita della città proseguì fino a tutto l'VIII secolo d.c., con una certa prosperità commerciale, come dimostrano le importazioni di ceramiche dalle coste dell'Egeo o da Pantelleria, oltre alle enormi anfore dall'Africa e dall'Asia Minore.

Il sito rappresenta uno dei pochi casi in Italia, insieme a Pompei, Ercolano, Ostia e poco altro, in cui si possono ammirare i resti di un patrimonio storico archeologico straordinario, percependo la forma di una tipica città romana abbandonata e mai più reinsediata.

Con un colpo d'occhio è possibile comprendere l'intera estensione dell'area urbana, lo schema urbanistico e la differenziazione tra spazi pubblici e spazi privati. Inoltre si conservano in eccellenti condizioni i principali edifici pubblici tipici di una città romana.

Il centro si posiziona su un terrazzo fluviale allungato, rialzato e difeso sui quattro lati da scarpate incise dall'Agri, dallo Sciaura e da corsi d'acqua minori, e si affaccia sullo specchio d'acqua del lago del Pertusillo, in una cornice paesaggistica mozzafiato.


http://profs.lettere.univr.it/progettogrumentum/sez/progetto.html

"Dal territorio provengono anche parecchie tracce di insediamenti più antichi non urbani, e in particolare di età ellenistica (Montemurro). Fra queste tracce si segnala una stipe votiva pertinente ad un santuario che sorgeva poco fuori le porte di Grumentum.

Il sito di Grumentum permette quindi di studiare lo sviluppo di una città romana dal suo inizio, in epoca medio-repubblicana, all’alto Medio Evo, senza dover fare i conti con successive fasi di urbanizzazione.

Dal 2005 al 2009 sono state condotte quattro campagne di scavo. Accanto ad esse si è svolta una serie di indagini volte all'esplorazione del sottosuolo attraverso strumenti quali il magnetometro, il geo-radar e il resistivimetro. 
Finora sul piano storico e archeologico si è giunti a risultati non trascurabili. 

In particolare Attilio Mastrocinque ha stabilito, grazie ai dati di scavo e allo studio della tradizione antica, che la colonia romana di Grumentum è stata fondata in base alle leggi di Giulio Cesare varate nel 59 a.c. e che l'impianto urbano della città è sorto a partire da questa data.

Nella campagna del 2006 si è cominciato a mettere in luce un tempio rotondo, adiacente al Foro e al Capitolium. 
Il settore è stato diretto dal dr. Massimo Saracino. L'area è stata frequentata anche in età medievale e moderna, come dimostrano ceramiche, monete e i resti di un focolare.

Saggi condotti dal dr. Carmelo Malacrino sul lato NO del Cesareo hanno permesso di individuare un battuto molto compatto, che costituiva forse la più antica pavimentazione del Foro, databile in età tardo-ellenistica, poco prima della deduzione della colonia romana o durante la sua prima fase.


Gli scavi del 2007 nell’ambiente adiacente al Cesareo, sul lato Sud, proseguiti poi nei due anni seguenti, hanno ricostruito una sequenza di vita inquadrabile tra il IV secolo a.c. e il V secolo d.c. e finora hanno permesso di individuare questa sequenza di pavimenti: uno di età augustea, che conserva testimonianze della fase dei lavori per la costruzione del tempio; uno tiberiano, in fase con l’inaugurazione del tempio; uno databile poco dopo la metà del I secolo d.c., all’incirca in età flavia, contenente moltissimi reperti; uno databile verosimilmente all’età traianea e infine uno di età tetrarchica.

Sul lato orientale del Cesareo è stata rinvenuta la parte bassa di una scala e sono emerse numerose scorie di bronzo e un ugello, chiari indicatori di attività di lavorazione del metallo.


Notevole è stata la quantità di reperti provenienti dai vari strati, in particolare molte monete (circa 40) che coprono un arco cronologico dalla fine del I a.c. a tutto il IV d.c., frammenti di lucerne per lo più attribuibili alla prima metà del I d.c. e di terra sigillata africana. Il settore è stato diretto dalla dr. Federica Candelato.

Pare dunque che in epoca augustea si sia iniziato a lavorare alla monumentalizzazione del tempio in questione, che è il più antico della piazza forense. Il suo completamento risale all’incirca all’epoca tiberiana. 

Ad una data non molto lontana spetta anche la creazione del porticato con colonne sul lato Sud-Ovest della piazza e, qualche tempo dopo, la realizzazione del tempio D, il Capitolio. A ridosso del Cesareo, sul lato Sud, sotto due blocchi lapidei probabilmente provenienti dal basolato del Foro, è stata trovata una deposizione di due adulti e di un bambino in associazione con una moneta di un figlio di Costantino. Questo permette di datare già alla prima metà del IV secolo la fine della vita politica del Foro cittadino e la sconsacrazione del Cesareo.

Altrettanto importanti sono state le indagini nei bacini stratigrafici individuati sotto il Capitolio ad opera di Ugo Fusco. Sono state individuate le strutture rasate per far posto al nuovo tempio – il Capitolio – intorno alla metà del I sec. d.c. Dietro il lato posteriore del podio è emersa anche la parte finale di un edificio quadrangolare desinente in forma quasi circolare, con alcuni blocchi di pietra posti lungo il margine esterno circolare. 

L’anno successivo si è potuto appurare che si trattava di una fontana. Verosimilmente quando questa fu rasa al suolo, ne fu costruita un’altra, sul lato Nord del Cesareo, di cui si vedono ancora i resti. 
Si è potuto appurare che in età traianea le scale laterali del Capitolio sono state demolite e sostituite da scale frontali. Negli ambienti ricavati entro le sostruzioni anteriori del Capitolio, è emersa una grande e profonda fornace per la calce.

Inoltre gli scavi seguiti da Ugo Fusco hanno messo in luce una complessa sequenza di battuti che hanno preceduto la pavimentazione lapidea del Foro, databile in età tiberiana o, al più tardi, claudia. 
Gli scavi del 2008 hanno indagato buona parte del podio del tempio rotondo.  La stratigrafia documentata nel 2007 in tre saggi è stata di fatto confermata dalle nuove indagini, a cura di Massimo Saracino, dalle quali risulta che un piano in battuto grossolano ha preceduto la costruzione del tempio. 

Al di sopra è stata impostata una seconda pavimentazione (completamente asportata nelle fasi tardo-antiche in gran parte dell’area circostante l’edificio). Si è individuato anche il rifacimento della scalinata d’accesso in epoca imprecisata. Esso ha permesso il rialzamento della parte inferiore della gradinata stessa, probabilmente in fase con un piano di calpestio della tarda antichità. Il tempio era un monoptero con colonne in laterizio rivestite di stucco. 

Data la sua posizione centrale nel pianoro, il prof. Mastrocinque ha ipotizzato che esso rappresentasse il mundus della città, cioè un tempio di una divinità infera. Si sono eseguiti, a cura di Ugo Fusco, saggi di scavo a ridosso delle parti superstiti della pavimentazione del Foro, al fine di intercettare le stratigrafie relative alle sue fasi di vita. 

La prima sistemazione della piazza è costituita da un battuto in ciottoli, frammenti ceramici e terra, databile nell’ambito della prima metà del I secolo a.c.  Nell’ambito della seconda metà del I secolo a.c. questo battuto è stato sostituito da una pavimentazione in malta, la quale precedette la creazione dello stilobate del portico, che la taglia. Successivamente, in età augustea, viene realizzata la porticus e una nuova pavimentazione della piazza, costituita da un battuto in malta.  

Prima della realizzazione del lastricato si registra un’attività di spoliazione, attestata da una serie di fosse irregolari, disposte secondo un asse Est-Ovest. L’attuale lastricato, costituito da blocchi in pietre calcaree, presenta un terminus post quem per la sua costruzione all’etàaugustea. Probabilmente in questa fase viene realizzata anche una struttura, interpretabile come cisterna, o vasca ipogea, in relazione al sistema di smaltimento delle acque.

(questa è la statua di Livia Drusilla che si data tra l'età tiberiana e l'età claudia, quindi nel II quarto del I sec. d.c.,  rinvenuta nel foro presso il tempio C.)

LIVIA DRUSILLA
La campagna del 2009 ha permesso di portare in luce due basamenti posti davanti al Capitolio, nell’angolo SE, probabilmente destinati a sorreggere statue onorifiche. 

L’ambiente a ridosso del Cesareo, sul lato Sud, ha restituito una ricca messe di materiali. È possibile che un evento sismico, o altro fenomeno circoscritto nel tempo, abbia fatto crollare a pezzi l’intonaco affrescato, che è stato rinvenuto prevalentemente con la superficie rivolta verso il basso. 

Nel medesimo strato sono rimaste moltissime parti di animali macellate, pronte per la cottura, oltre che altri resti di pasto. 

Si tratta di ossa di bovino, pecora, maiale, gallo e altri uccelli, coniglio e lepre, chiocciole, molluschi marini, pesci ed altri animali ancora. Non è chiara la natura dell’evento legato a questa grande quantità di ossa. 

È possibile che si tratti di resti di una festa di carattere religioso, visto che provengono dai pressi di un tempio. Sono state trovate molte coppe, bicchieri, anfore vinarie, vasi e piatti, che completano il panorama.

A Sud-Est del Foro si è aperto un nuovo settore, affidato al dott. Vincenzo Scalfari, che ha messo in luce un muro parallelo al limite di fondo del Foro, databile ad età tiberiana, tracce di un probabile portico, parallelo al muro e posto subito a Sud-Est. È stata inoltre eseguita una sezione perpendicolare al muro di fondo, per studiare una sequenza stratigrafica completa, in funzione di future indagini.In conclusione, dalle indagini fino ad ora eseguite dalla missione condotta da A. Mastrocinque risulta che il Foro fu dotato di pavimentazione all’incirca in età cesariana. 

In età augustea si iniziò la monumentalizzazione dell’area, con l’inizio dei lavori al tempio C, il Cesareo, e con la realizzazione di un primo porticato con colonne. Il maggiore sforzo nella monumentalizzazione dell’area fu dovuto ad un progetto realizzato in età tiberiana e poi completato con il Capitolio in età claudia (al massimo neroniana). 

Sotto Traiano si ebbe un’altra fase di rinnovamento, con la nuova pavimentazione del decumano, che attraversa anche il Foro. Il II e il III secolo non registrano alcun fervore di attività e non hanno fornito molti materiali, mentre una ripresa, anche se in tono minore e senza pretese artistiche, si ebbe tra l’epoca dei Tetrarchi e quella di Costantino. 

Nel IV secolo si devono essere verificati il crollo dei templi e il deterioramento del selciato della piazza. Seguirono le spoliazioni, soprattutto nel V secolo, e il crollo del portico segnò una battuta d’arresto nella vita pubblica del Foro. Le recenti indagini di Enrico Cirelli e Fabio Saggioro sui materiali medievali hanno permesso di delineare una nuova ricostruzione della vita della città, che sembra protrarsi fino all’VIII secolo con una buona attività di importazione di materiali."



IL TEATRO

Locato presso l'ingresso del parco archeologico, costruito in età giulio-claudia e restaurato in età severiana, e posto a cavallo di due isolati, come ogni teatro romano, era costituito da tre parti: la cavea, l'orchestra e la scena. La cavea, autoportante, ampia 46 m, so congiungeva alla scena mediante corridoi coperti, si sviluppava interamente in elevato poggiando su sostruzioni in muratura con contrafforti.

Attualmente si è conservata per un'altezza di 9 m mentre quella originaria doveva essere di circa 18 m. Il prospetto esterno aveva una doppia fila di arcate, che sostenevano il piano inclinato con i sedili, posti in gradinate, in pietra, oggi quasi completamente scomparsi.

TEATRO
Ai sedili si accedeva mediante gradinate situate all'interno dell'ambulacro coperto che correva immediatamente alle spalle del porticato esterno.

Due corridoi semianulari sovrapposti, con volte a crociera, consentivano l'accesso degli spettatori alla cavea, suddivisa dal basso verso l'alto in tre ordini di posti (infima, media e summa cavea), riservati a cittadini di rango decrescente.

Altri cinque corridoi coperti, due parodoi e tre vomitoria, disposti a ventaglio, consentivano l'accesso diretto all'orchestra, oppure alle file inferiori delle gradinate, separate dalle altre con una transenna in pietra e riservate all'ordo decurionum, o alle personalità più importanti della città.

Ai sedili si accedeva mediante gradinate situate all'interno dell'ambulacro coperto che correva alle spalle del porticato esterno. Due corridoi semianulari sovrapposti, coperti con volte a crociera, permettevano l'accesso degli spettatori a tutta la cavea, suddivisa dal basso verso l'alto in tre ordini di posti (infima, media e summa cavea), riservati, nonostante i nomi attribuiti, ai cittadini di rango superiore che scemava man mano che la cavea saliva.

Quattro scalinate salivano dall'orchestra e ripartivano la cavea in cinque cunei. Le gradinate risalgono all'impianto originario e sono sostenute da una massiccia struttura in cementizio.
Altri cinque corridoi coperti, due parodoi e tre vomitoria, disposti a ventaglio trasversalmente alla cavea, consentivano l'accesso all'orchestra, oppure alle file inferiori delle gradinate, separate da una transenna in pietra e riservate all'ordo decurionum, o comunque alle personalità più importanti.

L'orchestra probabilmente era utilizzata in parte dagli attori, ma poteva anche costituire un'appendice della cavea: al suo interno dovevano essere collocati i sedili riservati ai personaggi più eminenti della città (proedria), separati dalle retrostanti gradinate per mezzo di un muretto (balteus).

Di fronte all'orchestra, e sopraelevato di circa un metro e mezzo rispetto al piano di questa si trovava il palcoscenico, un tavolato ligneo sostenuto da travi.

Il muro di fondo fungeva da scenario monumentale della recitazione.

L'edificio scenico presenta tre porte (porta regia al centro e portae hospitales ai lati), che, oltre a costituire il fondo del palcoscenico (pulpitum), servivano a mettere in comunicazione quest'ultimo con la scena e con l'area aperta a nord; pertanto da queste uscivano gli attori.
La "frons scaenae" era articolata in tre grandi esedre, al centro delle quali si aprivano le tre porte.

Il prospetto della scena si innalzava su due piani, ed era coperto, insieme al palcoscenico, da un tetto spiovente verso l'esterno. Il progetto originario prevedeva sul retro della scena un piazzale porticato (porticus post scaenam).



Il TEMPIO A

Sull'area porticata dietro la scena del teatro, probabilmente utilizzata anche con funzioni di palestra, si affaccia il retro del Tempio A  in pietra calcarea grigia, il cui ingresso principale era posto sul lato del decumano massimo.

TEMPIO A
Trattavasi di un tempietto di tipo italico, poiché sopraelevato su un alto podio: è probabile che fosse adibito al culto di Arpocrate, divinità egizia, perché nei suoi pressi è stato rinvenuto un torso in marmo rappresentante un fanciullo, identificato forse con la divinità egizia.

Ciò attesterebbe la presenza del culto egizio a Grumentum.

Sovente Arpocrate venne assimilato ad Asclepio, figlio di Apollo. Trattavasi di un tempietto di tipo italico, perché sopraelevato su un alto podio. Si pensa fosse adibito al culto di Arpocrate, divinità egizia, figlio di Osiride, eternamente bambino o quasi.

Gli si attribuisce un culto misterico, anche perchè spesso ha l'indice sulla bocca come segno di mantenere un silenzio, interpretato in altre immagini come segno dubitativo.




IL TEMPIO B

Non distante dalla domus dei mosaici si trova il Tempio B, dal culto non identificato.

Il frammento a lato mostra le fasi di un sacrificio in cui viene immolato un ariete.

Presiedono forse l'imperatore con l'imperatrice, accanto ad un ara dove sembra ardere un fuoco sacro.



IL CESAREUS

Il tempio, detto tempio C, era dedicato al culto degli imperatori romani, non a caso vi è stata rinvenuta la testa di Livia, moglie di Augusto e Augusta ella stessa.  Gli scavi del 2007 nell’ambiente adiacente al Cesareo, sul lato Sud, hanno ricostruito una sequenza di pavimenti: 
- uno di età augustea, che conserva testimonianze della fase dei lavori per la costruzione del tempio imperiale, iniziato dunque sotto Augusto per la sua deificazione e quella di suo zio Cesare; 
- uno tiberiano, in fase con l’inaugurazione del tempio, dunque terminato e dedicato sotto Tiberio che vi avrà aggiunto la sua deificazione; 
- uno oltre la metà del I sec. d.c., all’incirca in età flavia, contenente moltissimi reperti; 
- uno databile verosimilmente all’età traianea,
- uno di età tetrarchica.

Le indagini effettuate attorno al tempio del culto imperiale hanno portato alla luce molti reperti
risalenti al I secolo d.c., tra i quali frammenti della decorazione fittile del tempio. Questa decorazione
era composta da una serie di antefisse decorate con una testa leonina al centro di una palmetta ed un
fregio fittile, con intrecci vegetali.

L'ambiente adiacente al tempio ha conservato uno strato contenente moltissimi resti di una cerimonia di carattere religioso, con molte coppe, vasi, brocche ed anfore oltre a resti di un pasto a base di
carne. Fra i reperti spicca una coppa del vasaio aretino Tigrane, decorata a bassorilievo con satiri, 
menadi e tripodi.



IL CAPITOLIUS

Cioè il tempio del Campidoglio locale, detto il Tempio D, dedicato come da tradizione alla triade Giove, Giunone e Minerva. Per realizzare il tempio venne distrutta una grande fontana della quale gli archeologi hanno ricostruito la forma. Venne creato poco dopo il tempio imperiale insieme o subito dopo il porticato con colonne sul lato Sud-Ovest della piazza del Foro.

Gli scavi del 2009 hanno portato alla luce due basamenti posti davanti al Capitolio, nell’angolo SE, sicuramente atti a sorreggere statue onorifiche. In età traianea le scale laterali del Capitolio vennero demolite e sostituite da scale frontali.

Negli ambienti ricavati entro le sostruzioni anteriori del Capitolio, è emersa una grande e profonda fornace per la calce, evidentemente per la calcinazione delle statue romane effettuata anche qua dalla iconoclastia cristiana.


LA DOMUS DEI MOSAICI 

Proseguendo lungo il decumano massimo, si raggiunge l'ingresso della domus dei mosaici, uno dei complessi più belli dell'intera città, residenza di un personaggio evidentemente ricco e importante, e detta "Casa dei mosaici" per la presenza di pavimenti a mosaico del IV secolo in alcuni ambienti. La domus risale al II sec. d.c., rialzata a sua volta su edifici repubblicani, mentre tra il III e il IV sec. d.c. furono effettuati molti lavori di restauro e abbellimento, mosaici compresi.

La domus, a pianta rettangolare ha un riquadro di 30 m x 60, quindi di ben 1800 mq, orientata nord ovest – sud est, perpendicolarmente ai decumani della città, e si affaccia sul decumano centrale attraverso l'ingresso principale, con altri accessi lungo i lati nord e sud dell'abitazione. 

La domus presenta lo schema usuale ad atrio e peristilio, mentre sul lato della strada sono presenti dei negozi (tabernae) facenti parte dell'unica proprietà.

A sud della domus l'ingresso (fauces) introduce nell'atrio con vasca per la raccolta delle acque piovane (impluvium), e al giardino porticato (peristilio). 

Da questo si accede a tre soggiorni (triclinia), con pareti e soffitto intonacati e dipinti, e pavimenti in mosaici in bianco e nero e policromi, con motivi geometrici e vegetali. 

Nell'atrio c'è una nicchia absidata con pareti in marmo e pavimento a mosaico policromo, sicuramente per una statua connessa al culto dei Lari. Intorno all'atrio si aprono vari ambienti, come le alae, delle camere da letto (cubicula), una piccola sala (oecus) e una latrina.

A nord est dell'atrio altri tre ambienti di rappresentanza sono pavimentati il primo a mosaico bianco con riquadro centrale a marmi intarsiati (opus sectile), il secondo a mosaico nero, il terzo a mosaico bianco con riquadro centrale occupato da una vasca-fontana.

Il nord della casa presenta ambienti di piccole dimensioni: camere da letto (cubicula) nell'area nord orientale, vani di servizio nell'area nord occidentale (cucine, bagni, magazzini e locali per la servitù). Alla zona di servizio della casa si accedeva dal retro, attraverso una strada carrabile.

IL FORO

IL FORO

Il foro, di forma rettangolare, era chiuso da portici da tutti e quattro i lati, con resti di due templi sui lati sud e nord, identificati forse con il capitolium (principale tempio cittadino) e con un Cesareum (tempio dedicato al culto imperiale). La pavimentazione del foro fu rifatta nel II sec. d.c., in lastroni di marmo di cui restano delle tracce nell'angolo meridionale.

Anche del decumano massimo, lungo il quale si affacciano numerosi monumenti, si conservano intatti larghi tratti. Il settore di scavo tra le terme repubblicane ed il Foro ha fatto riaffiorare strutture murarie ed anche tubature di acqua in terracotta. Grazie agli scavi sono riemersi anche i diversi livelli di pavimentazione del Foro, tra cui quello in pietra oltre a quello di marmo.

La piazza, pavimentata in lastroni di marmo di cui restano delle tracce nell'angolo meridionale del foro, è porticata su tutti e quattro i lati, e, sul lato settentrionale, in posizione esterna rispetto al portico, a fianco al Capitolium, si posiziona un altro tempio, di forma circolare, ancora in corso di scavo.

APOLLO MAGNA GRECIA
La prima sistemazione della piazza, costituita da un battuto in ciottoli, frammenti ceramici e terra, si data alla I metà del I sec. a.c.

In età augustea, viene realizzata la porticus e una nuova pavimentazione della piazza, costituita da un battuto in malta. L’attuale lastricato, costituito da blocchi in pietre calcaree, si riferisce ancora all’età augustea. Insieme venne realizzata anche una cisterna per lo smaltimento delle acque.

Sui lati brevi del foro si affacciano, l'uno di fronte all'altro, il Tempio C (sul lato sud occidentale), probabilmente dedicato al culto imperiale, e il Tempio D, o Capitolium (sul lato nord orientale).

La piazza, del foro, è porticata su tutti e quattro i lati, e, sul lato settentrionale, in posizione esterna rispetto al portico, a fianco al Capitolium, si posiziona un altro tempio, di forma circolare, ancora in corso di scavo. 

Il lato lungo sud orientale risulta completamente chiuso dal portico, e all'esterno sono in corso di scavo ambienti probabilmente pertinenti ad abitazioni.

Sul lato lungo nord occidentale si innalzava la basilica, importante edificio civile con funzioni di mercato e di esercizio della giustizia, di cui si intravedono pochi resti, mentre sono ancora ben visibili un edificio rettangolare absidato sul lato di fondo, e un altro edificio circolare, dalle funzioni non accertate.

GRANDI MADRI
Presso il lato orientale del Tempio Cesareum, e da livelli certamente precedenti, provengono le attestazioni più antiche: frammenti di ceramica a vernice nera e una testina femminile in terracotta un’intrusione dovuta allo scavo di fosse e buche di palo che hanno intaccato i livelli più profondi; questi ed altri sporadici rinvenimenti farebbero ipotizzare una frequentazione dell’area intorno alla fine del IV e il III secolo a.c.

I reperti ceramici degli strati più antichi sono indubbiamente di età tardo-repubblicana.

Tra essi emergono frammenti di ceramica a vernice nera e a pasta grigia con pareti sottili, pezzi di anfore, ceramica comune e ceramica comune da cucina; poca invece la Terra Sigillata italica.

La prima pavimentazione è composta da un battuto in malta abbastanza compatto di colore bianco-giallastro con inclusi litici e carboniosi di dimensioni subcentimetriche. 

Il piano, spesso mediamente 5 cm, inclinato di circa 30 gradi in direzione SW-NE è coperto da uno strato limo-sabbioso grigiastro fortemente antropizzato caratterizzato alla base da un acciottolato. 



LA BASILICA 

Sul lato lungo nord occidentale si innalzava la basilica, importante edificio civile con funzioni di mercato e di esercizio della giustizia, di cui si intravedono pochi resti.



LA CURIA

I probabili resti di un edificio rettangolare absidato sul lato di fondo dovrebbero corrispondere a una curia.

MOSAICO DELLE TERME

LE TERME IMPERIALI

Tra le meglio conservate al mondo,  del tipo "a schiera", orientate rispetto alla rete stradale urbana, con ben 15 ambienti. L'intero complesso risale al 57-51 a.c. anche se si supponeva progettato alla fine del I sec. a.c., poichè la fase edilizia che vediamo si data al II sec. d.c.
In realtà i bolli l'hanno dimostrato antecedente ma ricostruito o restaurato in tale epoca. Fu comunque  in uso almeno fino al III sec. d.c.

In realtà erano le antiche Terme dette "repubblicane", poi rivisitate e abbellite in epoca imperiale, che rimasero in funzione fino al V sec. d.c. Di esse sono visibili l'apodyterium (spogliatoio), il frigidarium circolare, il tepidarium e il calidarium, con i sedili in muratura, e con il pavimento mosaicato che poggia sulle suspensurae che permettevano la diffusione del calore.
L'ingresso principale si affacciava sul decumano inferiore, e, attraverso un corridoio si accedeva alle latrine e al frigidarium, dove c'è uno splendido mosaico con molti pesci, Scilla e i Giganti: il mosaico è a tessere bianche, nere, grigie, blu scuro, turchese e verde. La cornice esterna è grigia, con bordo a motivi floreali (foglie d'acanto trilobate e viticci a volute) e quattro figure maschili agli angoli, che rappresentano Giganti dalle estremità serpentiformi, in ginocchio, con le braccia in alto che reggono l'emblema.

LE TERME
Al centro si trova Scilla, di prospetto, con il busto nudo, cinto con una corona di pinne, sotto le quali sono raffigurate tre protomi canine; le sue braccia sono alzate, e una mano stringe un ramo. I riflessi dell'acqua sono realizzati con linee ondulate. La datazione del mosaico oscilla tra il II e il III sec. d.c..

Dal frigidarium si accedeva verso est a una grossa aula mosaicata, verso sud a un vano absidato con funzione di piscina. Il pavimento della grande aula è decorato a mosaico geometrico, conservatosi per oltre la metà del vano, con volute, palmette, rombi e ottagoni, datati tra il II e il IV sec. d.c.  Verso nord a un'altra piscina di dimensioni inferiori della prima e all'apodyterium (lo spogliatoio), che portava al primo tepidarium, con un praefurnium molto ampio, e con tracce di ipocausti ai lati.

CALIDARIUM
Il pavimento della grande aula è decorato con un mosaico geometrico, conservatosi per oltre la metà del vano, con volute, palmette, rombi e ottagoni: i confronti, localizzati tutti nell'Africa settentrionale, datano il mosaico tra il II e il IV sec. d.c.

Dal primo tepidarium si raggiungeva un secondo tepidarium, molto ben conservato, con le suspensurae ancora in loco, così come gli ipocausti, tubi e piastrelle in marmo e i resti di un mosaico con motivi geometrici che trovano confronti a Ostia, databili all'inizio del III sec. d.c.

In fondo era posto il calidarium absidato. Nella parte meridionale del complesso sono presenti tre ambienti di servizio per il riscaldamento. L'approvvigionamento delle acque proveniva dall'acquedotto. La fase principale della struttura si data tra il periodo augusteo e quello severiano.
Dal frigidarium si accedeva verso est a una grossa aula mosaicata, verso sud a un vano absidato con funzione di piscina, e verso nord a un'altra piscina di dimensioni inferiori della prima e all'apodyterium (lo spogliatoio), che portava al primo tepidarium, con un praefurnium molto ampio, e con tracce di ipocausti ai lati.

All'interno della piscina absidata retrostante il frigidarium un eccezionale ritrovamento: diversi frammenti di statue di dimensioni leggermente inferiori a quelle umane, in antico collocate nelle nicchie all'interno dello stesso vano.

Le statue rappresentano due ninfe, Afrodite con un delfino e Dioniso, sono tutte acefale e senza braccia, realizzate in pregiato marmo pario, Trattasi di modelli ellenistici, ed esattamente della celebre scuola di scultura di Efeso, databili tra il II sec. a.c. e il III sec. d.c.

La statua di Afrodite è in marmo rosa, e non fa parte del gruppo originario. Sicuramente trattasi di copia romana di un originale ellenistico, databile tra II e III sec. d.c. Le statue vennero distrutte in loco in epoca tardo antica, a causa della furia iconoclasta del cristianesimo, e quindi abbandonate nel riempimento della piscina.




L'ANFITEATRO

Venne portato in superficie tra gli anni '70 e '80 del secolo scorso, ma noto da sempre agli eruditi locali. Venne posto, come spesso usava, al limite del perimetro urbano, per consentire il notevole afflusso di pubblico da tutta la valle.
Per costruirlo, venne sfruttato il dislivello tra la terrazza centrale e quella orientale della collina su cui sorse Grumentum, addossando al declivio la parte ovest dell'anfiteatro. L'altra parte venne invece realizzata su sostruzioni in opera cementizia. Venne eseguito in opus incertum, utilizzando la pietra locale, mentre l'opus reticulatum che compare a tratti è successiva. Quindi era a struttura piena sul lato ovest, e a struttura cava nelle parti restanti.

Venne eseguito in opus incertum, utilizzando la pietra locale, mentre l'opus reticulatum che compare a tratti è successiva. Quindi era a struttura piena sul lato ovest, e a struttura cava nelle parti restanti.
La datazione dell'anfiteatro di Grumentum va alla II metà del I sec. a.c.; una seconda fase, con parziali rifacimenti, risale invece al I sec. d.c., con un ulteriore intervento, età severiana.
ANFITEATRO
Inizialmente le gradinate della parte alta dovevano essere in legno, mentre erano già in pietra gli ordini inferiori dei gradini, almeno sul lato ovest, dove persiste il sostegno in opera cementizia.

L'arena è stata ricavata spianando la pendice, senza ambienti sotterranei; il corridoio che la circonda si interrompeva agli ingressi principali, muniti di cancelli per fare entrare gli animali, attraverso le sei aperture chiuse da griglie metalliche di cui si conservano in parte le soglie.

I quattro accessi principali erano disposti alle estremità dell'edificio, mentre i due monumentali stavano sull'asse maggiore. Altri se ne aprivano lungo il perimetro esterno, immettendo gli spettatori sia direttamente sulle gradinate (lato ovest), sia in un ambulacro da cui partivano le scale per accedere ai posti dei settori medi e inferiori (lato est). Su questo stesso lato, tre scalinate esterne a rampe convergenti portavano ai gradini più alti, e pure da contrafforti della struttura.

La datazione dell'anfiteatro di Grumentum va alla II metà del I sec. a.c.; una seconda fase, con parziali rifacimenti, risale invece al I sec. d.c., con un ulteriore intervento, età severiana.


L'ACQUEDOTTO

L'acquedotto entrava in città dal lato meridionale del pianoro, e convogliava le acque circa 5 Km più a sud, alle pendici del colle su cui sorge Moliterno, trasportandole poi su strutture in alzato lungo la campagna grumentina in un castellum aquae di cui restano pochi ruderi.

Molti dei reperti e delle testimonianze qui trovate sono custodite nel Museo nazionale dell'Alta Val d'Agri (sorto nel territorio di Grumento Nova nei pressi dell'area archeologica), così come numerosi reperti ritrovati nelle zone circostanti e nei comuni limitrofi come il famoso ritrovamento del Sarcofago di S. Laverio Martire, oggi custodito nel museo archeologico del paese.


Fuori dalle mura si sono rinvenute:

- diverse tombe monumentali, 
- una basilica paleocristiana



LA STORIA DEGLI SCAVI

Nel 1951 Pellegrino Claudio Sestieri aveva dato finalmente inizio ad una campagna di scavi, nel momento in cui la competenza archeologica della Lucania era passata alla Soprintendenza di Palermo.

Sestieri era animato dalla speranza di ritrovare altri reperti notevoli, come si poteva supporre dai precedenti ritrovamenti, tra cui, una statua di pontifex maximus acefala, e un’iscrizione trovata vicino all’anfiteatro presso una casa di campagna.

Nel 1951 Sestieri scelse di scavare il teatro, ma, dopo averne messo in luce una metà, per mancanza di fondi, dovette interrompere lo scavo. Egli ne aveva portato alla luce una parte, quella della scena e metà della cavea, di cui si conservavano in situ solo gli ultimi gradini, eliminando l’enorme massa di pietre che la ricopriva.

In quegli anni era stato anche costruito un piccolo antiquarium con gli oggetti d’arte che erano stati trovati durante lo scavo: tra questi, due belle lapidi in marmo, una dedicata a L. Mulvio Ofillio Restituto, l’altra a Caius Alidio Choroibo.
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NINFA IN MARMO PARIO 
Alla metà del Novecento, su un quotidiano locale era apparso un articolo in cui Niccolò Ramagli lamentava lo stato in cui erano caduti i monumenti dell’antica città di Grumentum:
“gli avanzi dell’Acquedotto, dell’Anfiteatro, del Teatro, delle Terme, della Basilica, dei Portici, benché da oltre un ventennio ne fosse ufficialmente dichiarato l’importante interesse archeologico, sono 
di anno in anno in progressivo disfacimento”.

Una svolta si ebbe nel 1961, allorché il Ministero della Pubblica Istruzione dichiarò d’importante interesse archeologico la zona del teatro, delle terme e dell’anfiteatro.

Nel suo libro Il cuore del sud, del 1962, Ramagli parlava dell’acquedotto che si diramava per gli usi civici (terme e fontane pubbliche); sosteneva che la città di Moliterno “ebbe dunque il privilegio di dar da bere all’antica città romana di Grumento, con due sorgenti del suo territorio: quella del Castagneto e l’Acqua del Papa.”

(Qui a lato: statua di ninfa - Museo Archeologico Nazionale dell'Alta Val d'Agri rinvenuta all'interno della piscina absidata retrostante il frigidarium delle Terme imperiali. La statua, in pregiato marmo pario, è acefala e senza braccia; la datazione, ancora incerte, e potrebbe oscillare tra il II sec. a.c. e il III sec. d.c.)

Descrisse così l’acquedotto che portava l’acqua alla città dalla località Castagneto, nel comune di Moliterno, e riportando come l’acquedotto dalle robuste arcate avesse un doppio ordine di condotti sovrapposti, i cui resti visibili, detti Pilieri, erano descritti come dei pilastri osservabili lungo una valletta, che, come ci informa l’autore, erano già visibili al tempo del Lombardi.

Il Ramagli descriveva anche il teatro e le tracce visibili dell’anfiteatro, ma l’interesse alla metà del novecento era rivolto alla “mole”, cioè al Capitolium, ancora descritto come un fortilizio. A ridosso dell’area il Ramagli annotava la presenza dei resti di una basilica, con abside semicircolare nel lato occidentale e muri reticolati, l’identificazione dell’edificio era stata confermata grazie al ritrovamento di basi di colonne. È possibile che si tratti del piccolo palmento absidato posto a ridosso della basilica, ma non è escluso neppure che si trattasse del vicino edificio rotondo.

In seguito, l’autore aveva passato in rassegna i resti delle terme, dove era stata posta un’epigrafe dai duumviri Quintus Pettius e Caius Maecius. Infine Ramagli descriveva le tracce visibili dell’anfiteatro, da dove provenivano una lapide onoraria dedicata a Tiberio, che giaceva “tra gli avanzi di colonne e di trabeazioni al posto degli antichi portici”.

Nella zona delle terme, nell’area compresa tra queste e il teatro, a causa di uno sterro fatto per un impianto di un vigneto nel 1949 fu ritrovata una grande quantità di tegole e ossame umano, che il Ramagli riteneva probabile indice di un sepolcreto.

Nel 1964 fu istituita la Soprintendenza alle Antichità della Basilicata; l’indagine fu portata avanti dal primo Soprintendente alle antichità della Basilicata, Dinu Adamesteanu, il quale tra il 1964 e il 1968 curò anche il restauro del teatro e pubblicò i risultati degli scavi.

A partire dal 1969 hanno avuto inizio le campagne di scavo sistematiche dell’area di Grumentum, che sono proseguite con cadenza quasi annuale, interessando soprattutto la zona del teatro, dell’anfiteatro e del Foro, tuttora in corso.


BIBLIO

- Vincenzo Falasca - Grumentum - Saponaria - Grumento Nova - storia di una comunità dell'alta Val d'Agri - Potenza - Ermes - 1996 -
- Liliana Giardino - Prime note sull'urbanistica di Grumentum - Attività archeologica in Basilicata, 1964-1977 - Studi in onore di Dinu Adameșteanu - Matera - 1980 -
- Vincenzo Falasca - Grumento sconosciuta - Grumento Nova - 2010 -
- Storia della Basilicata - a cura di G. De Rosa e A. Cestaro - 1 - L’Antichità, a cura di D. Adamesteanu - Roma-Bari - Laterza - 1998 -
- Luigi Pareti, Angelo Russi - Storia della regione lucano-bruzzia nell'antichità - Ed. di Storia e Letteratura - 1997 -






 

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