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TEMPLUM MAGNAE MATRIS IN PALATINO (11 Aprile)


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CIBELE LA DEA FRIGIA

Pindaro:
Una è degli uomini
Una la stirpe dei Numi.
Da sola una madre
Entrambi traiamo il respiro.

Si festeggiava l'11 aprile in onore della Dea Cybele Magna Mater, la Grande Dea Frigia. Il tempio sul colle Palatinus venne consacrato nel 191 a.c. Cibele era la Grande Madre, di uomini e Dei, quindi la prima fra gli Dei, la mai nata, l'eterna. Come tutte le Dee mediterranee e asiatiche era Vergine, ma nel senso antico.

La vergine non era colei che si asteneva dall'accoppiamento, ma colei che non era sottoposta all'uomo, che non aveva marito. Infatti già tra i Romani la vergine nel senso odierno era chiamata "virgo intacta". Così la Dea partorì un figlio, Attis, addirittura senza il concorso del maschio. Questi crebbe e da adulto divenne il suo paredro, a lei sottoposto.

RICOSTRUZIONE DEL TEMPLUM MATRIX MAGNAE
Ma Cibele era un'amante gelosa, e quando Attis la tradì innamorandosi di una ninfa, per altri della figlia del re Mida, per vendetta lo fece impazzire si che il Dio si evirò. Dal sangue caduto in terra nacquero delle viole. Cibele fece si che il corpo di Attis non imputridisse e che i capelli continuassero a crescere. Seppellì poi i genitali di Attis, che diventò così Dio della vegetazione, che ogni anno muore e resuscita.

In un altro mito, forse successivo, Cibele amò il giovane Atys nei boschi della Frigia (oggi Turchia). Quando lui non resistette poi alla ninfa Songaride, Cibele lo fece impazzire; Atys si fece male e alla fine si gettò da una rupe. A quel punto Cibele lo salvò afferrandolo per i capelli: che si trasformarono in chioma, il suo corpo in tronco, e i suoi piedi toccarono la terra come radici formando il pino.

Molti sono i miti in cui la Dea Vergine mette al mondo un figlio che muore e risorge ogni anno, si tratta della vegetazione annuale che permette il nutrimento agli animali erbivori e all'uomo, in particolare tramite la coltura degli orti. Ma per chi sapeva andare oltre, nei Misteri Sacri, era l'uomo, si dice, che moriva e ritornava nelle successive reincarnazioni.

"Cessi l'indugio nella mente tarda: andiamo insieme, seguitemi
alla casa frigia di Cibele, ai boschi frigi della dea,
dove risuona la voce dei cembali, dove rimbombano i timpani,
dove il flautista frigio canta gravemente con flauto ricurvo,
dove le Menadi, che portan l'edera, scuotono con forza il capo,
dove celebrano i santi riti con acuti ululati,
dove è solita quell'errante schiera della dea danzare,
là è bene che noi corriamo con canti gioiosi."

(Catullo - carmen)

VICTIMARI CONDUCONO LA GIOVENCA AL TEMPIO DELLA MAGNA MATER IN PALATINO

LA CERIMONIA

I Ludi Megalenses si svolgevano dal 4 al 10 aprile in onore della Dea Cybele, Magna Mater, e la ricorrenza del Tempio Magna Matris in Palatino si svolgeva l'11 aprile, il giorno dopo la celebrazione dei Ludi Megalensi, praticamente chiudevano le feste solenni.

Per l'occasione si sacrificava nuovamente una giovenca la cui carne veniva poi cotta mentre la processione coi sacerdoti galli scendeva dal Palatino danzando e cantando alla Madre degli Dei, mentre la Statua veniva portata fin sulla rive del Tevere dove veniva bagnata e coperta di fiori e ghirlande.

Per l'occasione veniva liberato sul greto del Tevere un serpente acquatico ornato da un nastro dorato a ricordo del serpente che accompagnò la nave della Dea da Pessinunte a Roma, serpente ancora scolpito su un fianco dell'Isola Tiberina.

Al loro ritorno la Statua della Dea veniva risposta nel tempio aperto e la Dea veniva avvolta con un manto dorato, mentre a i suoi piedi i fedeli riversavano monete. gioielli ed ex voto in argento, bronzo e terracotta.

Intanto la carne della giovenca era stata tagliata e cotta, e veniva offerta ai fedeli insieme vino sgorgante dalle botti. Al tramonto si chiudevano le porte del tempio e si spegnevano le fiaccole tra le ultime danze e canti dei sacerdoti galli più o meno ebbri.



VOLCANALIA (29 Aprile - 23/25 Agosto)


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DIO VULCANO
"Le Vulcanali, o Volcanalia, ovvero la Festa in onore di Vulcano, celebravasi nel Circo Flaminio anche il dì 29 di aprile. Il popolo accendeva in quel Circo dei Fuochi sui quali gittava gli animali che offriva agli Dei per la propria salvezza. I Romani solevano formare di creta la imagine di Vulcano e la collocavano vicino al fuoco delle loro case perchè lo ispezionasse e coltivasse La superstizione dei Romani giunse a credere che quando il fuoco faceva rumore col crepitare naturale, altro non era se non Volcano che parlava."
SOPRA IL VOLCANAL COM'ERA, SOTTO I SUOI RESTI

(Luigi Pompili Olivieri, umilissimo, devotissimo, obbedientissimo servitore - Annali di Roma - 1836)

Le Volcanalia si festeggiavano pure il 23 e il 25 agosto come festa dei fuochi. Al culto del Dio era preposto un Flamen, uno dei flamines minores, chiamato Flamen Volcanalis, il quale officiava pure un sacrificio alla Dea Maia, da eseguirsi ogni anno alle calende di maggio.

La celebrazione avveniva nell'antichissimo Volcanal, che si trovava fuori dal pomerio della Roma antica, a sud-est del Campidoglio, nell'angolo nord-occidentale del Foro Romano dove vi era posto l'altare del Dio.

Il Dio Vulcano era in origine un Dio etrusco conosciuto come Velchans a cui si ricollegavano tutte le manifestazioni connesse al fuoco come vulcani, solfatare e fulmini e che doveva essere onorato dedicandogli templi e sacrifici. Ma la sua origine era anche greca, con il nome di Efesto.

Quando dopo il ratto delle Sabine lo scontro tra Romani e Sabini si concluse con la fusione dei due popoli, il re Tito Tazio volle costruire un’ara da dedicare al dio Vulcano proprio nel luogo dove si era svolta la battaglia.

Presso questo altare fu poi costruito un santuario dove si riuniva il consiglio dei padri curiali e nei pressi si costruì il Comitium dove si svolgevano le assemblee delle tribù dei due popoli.

EFESTO

Area Volcani

Era un'area all'aperto ai piedi del Campidoglio con un'ara dedicata al Dio e, si dice usufruisse di un fuoco perenne. Naturalmente essendo all'aperto non poteva essere perenne, sia per la pioggia che per il vento, e poi il fuoco perenne a Roma apparteneva solo a Vesta e al suo tempio. Probabilmente

L'area Volcani era circa 5 metri più alta rispetto al Comitium e da essa i re e i magistrati della prima repubblica, prima che fossero costruiti i rostra, si rivolgevano al popolo. Sul Volcanal c'era anche una statua in bronzo di Orazio Coclite, che era stata qui spostata dal Comizio, un locus inferior, dopo essere stata colpita da un fulmine.

Aulo Gellio racconta che furono chiamati alcuni aruspici per espiare il prodigio, ma questi mossi dal malanimo fecero spostare la statua in un luogo più basso, dove non batteva mai il sole. L'inganno fu però scoperto e gli aruspici giustiziati; in seguito si scoprì che la statua doveva essere posta in un luogo più alto e così fu fatto sistemandola nell'area Volcani.

Naturalmente ciò spiega il malanimo dei romani nei confronti degli auruspici etruschi, che spesso, come nel caso della testa ritrovata nel Campidoglio (Fabio Pittore accenna all'omicidio di Aulo Vibenna la cui testa fu trovata sul Campidoglio), non davano i responsi esatti in quanto ostili a Roma. O almeno questo pensavano i romani degli auruspici etruschi, rei di essere etruschi come i re che avevano dominato Roma.

Pare che durante questa festa la gente usasse appendere abiti o stoffe al sole; questa pratica secondo alcuni alluderebbe a un legame tra Vulcano e il Dio Sole. In effetti il Sole era il fuoco della natura, colui che riscalda o brucia. Inoltre  Inoltre si doveva iniziare a lavorare alla luce di una candela, anche questa simbolo del fuoco, seppur di un fuoco casalingo e docile.

TEMI ATTENDE LE ARMI DI ACHILLE FORGIATE DA VULCANO
- 304 a.c. - Il più antico santuario di Roma, chiamato vulcanale, risaliva ai tempi della monarchia e si trovava fuori le mura. Già nel 304 a.c. nell'area Volcani fu costruito un tempio alla Concordia dedicato dall'edile curule Gneo Flavio.

Secondo la tradizione romana, esso era stato dedicato da Romolo, il quale vi aveva anche posto una quadriga di bronzo dedicata al Dio, preda di guerra dopo la sconfitta dei Fidenati (ma secondo Plutarco la guerra in questione fu quella contro Cameria, sedici anni dopo la fondazione di Roma), e una propria statua con un'iscrizione contenente la lista dei suoi successi redatta in caratteri greci.

Secondo Plutarco Romolo era rappresentato incoronato dalla Vittoria, e il re avrebbe piantato nel santuario un albero di loto sacro, che esisteva ancora ai tempi di Plinio il Vecchio e che si riteneva tanto antico quanto la città stessa.

- 214 a.c. - Poi Vulcano ebbe un tempio nel Campo Marzio dal 214 a.c. il cui anniversario cadeva proprio il 23 agosto, nei pressi del Circo Flaminio, quindi sempre fuori dal pomerio.
Ma che la festività fosse celebrata fuori dal pomerio è da comprendere: Vulcano era il Dio del fuoco distruttivo, al contrario di Vesta che era la Dea del fuoco domestico, e dunque l'uno era il fuoco selvaggio, l'altro era il fuoco che l’uomo aveva saputo “ammaestrare” e far diventare utile e domestico.

Il Dio aveva due aiutanti: Maia e Stata Mater, l'una era un’antica Dea del fuoco e del calore sessuale, l'altra era una Dea compital (divinità domestica dell'incrocio) che proteggeva dagli incendi. L'una divampava l'altra conteneva.

Durante questa festa venivano sacrificati un cinghiale (il potente animale selvaggio, irruente come Maia e il fuoco selvaggio) e un bue dal manto rosso-bruno (come il fuoco domestico della Stata Mater). Ritorna il tema anche qui della doppia valenza del fuoco.

Ma c'era soprattutto un enorme significato nel fuoco di Vulcano, ed era la sua qualità di fabbro con cui forgiava i fulmini di Giove, ma pure gli scudi di Roma (gli ancilia). Era il Dio che ispirava la forgiatura delle armi e delle corazze, era colui che ispirava le armi della guerra, e Roma ebbe come popolo i figli di Marte, un popolo profondamente guerriero.

- 183 -181 a.c. - Il Volcanal è menzionato due volte da Tito Livio in merito al prodigium di una pioggia di sangue avvenuto nel 183 a.c. e nel 181 a.c.

- 153 a.c. - E' stato il giorno di questa festa che il console Q. Fulvio Nobiliore ricevè una severa sconfitta dal Celtiberi, nel 153 a.c.. A conseguenza di ciò divenne un altro giorno di festa per placare il Dio. (Appia, Hisp. 45).

- 20 a.c. - Il Ludi Volcanalici, si tennero una sola volta il 23 agosto del 20 a.c., entro il recinto del tempio di Vulcano, e venne usato da Augusto per celebrare il trattato con la Partia e per il ritorno degli stendardi legionari che erano stati persi durante la battaglia di Carre nel 53 ac.

- 9 a.c. - Nel corso del tempo, il Volcanale sarebbe stato sempre più ristretto dagli edifici circostanti fino ad essere ricoperto del tutto. Il culto era comunque vivo ancora nella prima metà età imperiale, come testimonia il ritrovamento di una dedica di Augusto nell'anno 9 a.c..

- 64 d.c. - Vulcano è stato tra gli Dei placati dopo il grande incendio di Roma nel 64 dc. In risposta al medesimo incendio, Domiziano (imperatore 81-96) stabilì un nuovo santuario di Vulcano sul Quirinale. Allo stesso tempo, un vitello e un cinghiale rosso vennero aggiunti ai sacrifici fatti sui Vulcanalia, almeno in quella zona della città.

EFESTO PREPARA LE ARMI DI ACHILLE A THEMI

LA FESTA

I Volcanalia si celebravano nell'Urbe ma pure nelle campagne, con canti e danze sfrenate, banchetti e fuochi notturni. I panni scaldati dal sole, in realtà i vestiti della festa, venivano indossati dalla gente come preludio al nuovo avvento del calore del sole e venivano arricchiti di fiori e ghirlande.

Spesso si ponevano sul fuoco delle ciotole di bronzo dove si ponevano pezzi di piombo, il metallo sacro al Dio. Quando il piombo si era sciolto veniva rovesciato in ciotole di acqua fredda dove assumeva varie forme. Era il capofamiglia a decifrare il significato di quella forma da cui si treava il presagio del buon raccolto o della buona fortuna.

Da Svetonio sappiamo che a Pozzuoli vi era una agorà di Hephaistos, il Forum Vulcani, un posto da cui fuoruscivano vapori di zolfo, insomma una solfatara. Plinio il Vecchio raccontò che presso Modena dei fuochi uscirono dal suolo nella zona sacra a Vulcano. Sembra che ai confini di queste zone si celebrassero dei riti a Vulcano, l'Efesto greco.

Non mancava ovviamente la processione con le torce che si avviava al tramonto facendo il giro dei campi o del centro abitato. Di notte si facevano dei falò a bruciare il freddo e i fantasmi del passato, probabilmente in tempi arcaici occasione di accoppiamenti al calore dei fuochi sacri.


BIBLIO

- Georges Dumézil - Feste romane - Genova - Il Melangolo - 1989 -
- John F. Donahue - "Towards a Typology of Roman Public Feasting" in Roman Dining: A Special Issue of American Journal of Philology  - University Press - 2005 -
- Renato Del Ponte - Dei e miti italici. Archetipi e forme della sacralità romano-italica - ECIG - Genova - 1985 -
- W. Warde Fowler - The Roman Festivals of the Period of the Republic: An Introduction to the Study of the Religion of the Romans - London - Macmillan and Co. -1899 -



MEGALENSIA (4-10 aprile)


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SANTUARIO RUPESTRE DI CIBELE - SIRACUSA
Le Megalensia erano le feste romane in onore della Grande Madre Cibele, e coincidevano con l'arrivo della statua della Dea portata a Roma sul Palatino, da Pessinunte nella Frigia, nel 204 a.c. durante la II guerra punica per la protezione contro Annibale.

Vengono citati come i primi giochi dopo la lunga pausa invernale, non dimentichiamo che si svolgevano sempre all'aperto, per cui il clima impervio e la pioggia impedivano i giochi d'inverno, o almeno con poche eccezioni. I Ludi erano organizzati per l'occasione dagli edili curuli, poi Augusto ne trasferì la cura al pretore urbano. Le Feste Megalesie restarono fino agli ultimi anni dell'impero.

Complessivamente i ludi dati in giorni fissi, al tempo di Cesare, occupavano ben 65 giorni dell'anno; ma nel. IV sec. il popolo romano impiegava nell'assistere ai giochi ben 175 giorni, cioè poco meno della metà dell'intero anno. Da qui si comprende perchè i romani per metà dell'anno fossero in Feriae, cioè non lavorassero. Beati loro.
Mentre in campagna si lavorava tutto l'anno, in città si lavorava poco, per questo vivere a Roma costava molto, anche perchè era facile trovare lavoro e ci si divertiva molto.

MEGALESIA

IL MITO

Cibele, la Grande Madre (Matrix Magnae), era la Dea della natura, degli animali e dei luoghi selvatici. Il centro principale del suo culto era Pessinunte, nella Frigia, da cui attraverso la Lidia passò nel VII secolo a.c. nelle colonie greche dell'Asia Minore e successivamente nel continente.

Collegato al culto era il giovane Dio Attis, suo figlio, poi da adulto suo amante e paredro, che in seguito si innamorò di una ninfa. Durante il banchetto nuziale Cibele, per vendetta, fece impazzire il giovane che, fuggito sui monti, si uccise evirandosi. Addolorata per la morte di Attis, Cibele chiese a Zeus di riportarlo in vita, così il Dio resuscitò dopo tre giorni; altre versioni riportano che fu invece trasformato in un abete (simbolo di vita eterna). Si può capire da quale mito venne presa la morte e resurrezione di Gesù Cristo dopo tre giorni all'equinozio di primavera.

Poi Attis resuscitò in primavera venendo assiso in cielo accanto alla Dea. Era l'antico mito in cui il Dio vegetazione muore al solstizio d'inverno risorgendo all'equinozio di primavera, nell'eterno ciclo della natura (la Dea Madre). In genere Cibele e Attis  vengono raffigurati sul carro divino trainato da leoni in un corteo trionfale.

RAPPRESENTAZIONE DEL TEMPIO DI CIBELE IN UN BASSORILIEVO CUSTODITO A VILLA MEDICI

L'ACCOGLIENZA

Erano stati i Libri Sibillini, consultati e interpretati, a suggerire la protezione dell'antica Dea mediterranea, la Magna Mater di cui c'era un importante tempio a Pessinunte, nel nord dell’Asia Minore, detta anche "La Pietra Nera". I Sibillini avevano suggerito di rivolgersi "all'Antica Madre" per salvare Roma da Annibale.

Il Tempio per accogliere la Magna Mater o di Cibele (Aedes Matris Magnae) fu edificato sul colle Palatino a partire dal 204 a.c. e venne terminato, e pertanto inaugurato, l’11 aprile del 191 a.c. Per la celebrazione venne dato l'avvio ai Ludi Megalensi, di cui scrissero Terenzio e Plauto.

Tito Livio:
"Perché l'oracolo aveva ordinato che la dea dovesse essere ricevuta e consacrata dal miglior uomo, fu ricevuta da Publio [Cornelius] Scipione Nasica (figlio di Gneo, che era morto in Spagna), giudicato dal Senato come il miglior uomo, anche se era giovane e non non era ancora stato eletto questore."


CIBELE ED ATTIS
Una delegazione romana partì dal Senato e si recò al tempio della Dea e ne imbarcò il simulacro su una nave per essere trasferita a Roma:  "Fu la nobile matrona di Roma, Claudia Quinta, che personalmente diede il benvenuto al seguito di Cibele a Ostia, tirando la nave con la sua virtuosa forza, un episodio considerato allora come un segno miracoloso di destino favorevole"

Il nuovo tempio venne costruito al centro tra la Domus Tiberiana e la Casa Romuli, nelle vicinanze della Domus Augustana e un'immagine figurativa della Dea, fu ritrovata senza testa nelle vicinanze del Tempio a lei dedicato, conservata oggi nel Museo Palatino.  In più venne ritrovata un'iscrizione che doveva sorgere sul lato destro della facciata: M(ater) D(eum) M(agna) I(daea).

Esiste anche una raffigurazione dell'edificio in un rilievo dell'età di Claudio, murato nella facciata posteriore di Villa Medici, dove il tempio è raffigurato corinzio e esastilo, con alta scalinata; senza colonne sui lati.

La celebrazione abituale dei Megalesia, tuttavia, non cominciò fino a dodici anni più tardi (191 a.c.), quando il tempio della Magna Mater, (Aedes Matris Magnae) situato sul colle Palatino, fatto costruire nel 203 a.c., fu completato e dedicato dal pretore Marco Giunio Bruto, anche se da un altro passo di Livio sembra che i Megalesia fossero già celebrati nel 193 a.c.

RESTI DEL TEMPIO DI CIBELE

CIBELE

Le Megalesia fecero parte degli antichi Magni Circenses, dedicati ad un'antica divinità anatolica, venerata come Grande Madre Idea, dal monte Ida presso Troia, Dea della natura, degli animali (potnia theron) e dei luoghi selvaggi.

La pietra nera di Cibele fu dunque portata a Roma da Pessinunte nel 204 a.c., quando venne introdotto a Roma il Culto della Magna Mater, e il giorno del suo arrivo una grande processione ebbe luogo dal punto dell'approdo della nave fino al Campidoglio. 

Era l'anno in cui si giocavano i destini di Roma e di Cartagine. In quell'anno infatti Scipione ottenne la carica di proconsole in Africa, potendo finalmente portare avanti il progetto che aveva in mente già dagli anni delle campagne in Spagna: portare la guerra contro Cartagine sul suo stesso suolo, in Africa.

La celebrazione abituale del Megalesia, tuttavia, non cominciò fino a dodici anni più tardi (191 a.c.), quando il tempio della Magna Mater, fatto costruire nel 203 a.c., fu completato e dedicato dal pretore Marco Giunio Bruto. Anche se da un altro passo di Livio sembra che i Megalesia fossero già celebrati nel 193 a.c.



LA GUERRA

Nel 193 a.c. il re berbero Massinissa occupò Emporia e il Senato romano inviò a Cartagine una delegazione per tranquillizzarla, ma Catone, che fa parte della spedizione, porta con sè un cesto di fichi cartaginesi e li mostra ancora freschi al senato, per far comprendere quanto Cartagine fosse pericolosamente vicina. Risuona il "Carthago delenda est".

La guerra è ancora una volta all'orizzonte. Per propiziarsi la Dea i romani indicono ancora i Magni Circenses Megalesi. Grande paura, grandi giochi.

Per fare le cose alla grande, mentre prima gli spettatori assistevano in piedi allo spettacolo, vennero in questa occasione disposti sedili per la comodità degli  spettatori. Anche perchè fecero protrarre la cerimonia fino a sera. Durante i giochi passavano i commercianti con vino annacquato, cibo precotto, frutta, dolci e cuscini.

CIBELE - ATTIS

L'ABITO DA CERIMONIA MEGALENSIA

"Effugiatque togam": la toga era l'abito delle occasioni ufficiali, ed era obbligatoria per i cittadini agli spettacoli (cfr. Mart. 2, 29, 4; Suet. Aug. 40, 5; HA Comm. 16, 6; Friedlânder 1922, 2, 9), a causa della loro natura di spettacoli pubblici, presieduti da magistrati e spesso, come nel caso dei Megalensia, di matrice religiosa. Pur essendo un simbolo della cittadinanza romana e associata all'orgoglio nazionale (Verg. A. I, 282) la toga poteva risultare scomoda, in particolare nella bella stagione, quando teneva troppo caldo.

Giovenale (3, 171-81) critica l'obbligatorietà della toga nell'etichetta della vita sociale della città di Roma contrapponendola alla maggiore libertà di comportamento in città più piccole:
- pars magna Italiae est, si verum admittimus, in qua
nemo togam sumit nisi mortuus...
hic ultra vires habitus nitor, hic aliquid plus
quam satis est interdum aliena sumitur arca.

La stessa contrapposizione è implicita nella Lode di Marziale dei costumi della nativa Spagna, dove la toga sarebbe ignota: 1, 49, 31; 12, 18, 17 (indirizzato a Giovenale); l'antipatia per la toga, pesante e difficile da pulire, appare anche a 3, 4, 6; IO, 47, 5; Sen. Ep. 18, 2; Plin. Ep. 7, 3, 2; Tert. Pall. 5. Fare a meno della toga significa quindi nello stesso tempo rimanere vestiti con abiti comodi e rinunciare alle vuote formalità della vita sociale.

Ma il rifiuto di presenziare agli spettacoli del circo è una posa intellettuale diffusa nella cultura romana pagana, prima della rabbiosa condanna di ogni tipo di spettacolo da parte di Tertulliano; cfr. Cic. Off. 2, 57  "haec pueris et mulierculis et servis et servorum simillimis liberis esse grata, gravi vero homini et ea, quae fiunt, iudicio certo ponderanti probari posse nullo modo"  De Or. 1, 24; Plin. Ep. 9, 6. 1 ecc.

Non perchè spesso gli spettacoli da circo fossero crudeli e sanguinosi, ma perchè gli intellettuali erano un po' snob. Ma neppure Tertulliano non li condanna per la crudeltà ma perchè sono spettacoli stupidi, specie quelli del teatro che sono "spettacoli per bambini, donnicciole, schiavi, servi, ma non per veri uomini" (da notare che a volte gli schiavi erano istruitissimi).

Ma nonostante gli snobismi alle Mengalesia partecipavano tutti, sarebbe stato come per un americano non onorare la Festa dell'Indipendenza, un buon romano doveva necessariamente parteciparvi e indossare la toga. D'altronde lo faceva anche l'imperatore. Anzi i magistrati dovevano indossare la tonaca viola (o con le strisce viola), e guarda caso anche il prete cattolico alla morte del Cristo nei tre giorni prima della resurrezione portano la stola viola.

TORO SACRIFICALE PORTATO AL TEMPIO DELLA MAGNA MATER

I LUDI

Alla dedica del tempio si inaugurarono i Ludi Megalensi, dal greco Megale, un nome della Dea che significa Madre, celebrati con spettacoli teatrali per i quali scrissero alcune delle loro migliori opere Plauto e Terenzio.

Ovidio - I Ludi Megalensi:

Che il cielo giri per tre volte sul suo asse,
che il Sole tre volte aggioghi e lasci andare i suoi cavalli,
e quando il flauto Berecinto inizierà a suonare
il suo corno ricurvo, sarà la festa della Mater Idaea.
Gli Eunuchi sfileranno, e suoneranno i tamburi,
e i cembali batteranno con i cembali, con toni sonori:
seduta sui colli morbidi dei suoi servitori, essa verrà condotta
tra le urla per le vie della città.
La scenario è ultimato: i giochi stanno chiamando. Guardate, poi,
o Romani, e lasciate che le cause legali cessino nelle piazze.
Vorrei chiedere molte cose, ma sono impaurito
dal battito stridulo del bronzo e dal terribile ronzio del flauto curvo.
"Dammi qualcuno a cui chiedere, o dea."
Cibele, che sorvegliando le sue dotti nipoti, le Muse, ordinò loro di prendersi cura di me.
“I Bambini a balia dell’Elicona, memore dei suoi ordini, rivelano
il perché la Grande Dea provi piacere nel rumore continuo.”
Così parlai.





LE CORSE DEI CAVALLI

I Ludi Megalenses prevedevano anzitutto delle rappresentazioni teatrali che avevano luogo nell'area antistante il tempio di Cibele e ai quali si assisteva dalle gradinate dell'edificio. Sia Plauto che Terenzio produssero loro opere per questa occasione. Accorrevano da tutto l'impero per assistere al grande evento.

Infatti la parte più attesa della festa erano le corse di cavalli nel Circo Massimo. I dodici carceres, la struttura di partenza che si trovava sul lato corto rettilineo verso il Tevere, disposti obliquamente per permettere l'allineamento alla partenza, erano dotati di un meccanismo che ne permetteva l'apertura simultanea per cui ne uscivano dodici carri a velocità folle.

Iniziata la corsa, i carri potevano spostarsi liberamente per la pista per cercare di sabotare gli avversari spingendoli contro le "spinae", dei pilastri tenuti fra loro da muretti dove sulla loro sommità venivano poste le "uova", grossi segnali simili ai "delfini" delle corse greche, che venivano fatti cadere in una canaletta di acqua che scorreva al centro della spina per segnalare il numero di giri che mancavano alla fine della gara.

La spina divenne sempre più elaborata, decorata con colonne, statue e obelischi si che gli spettatori spesso non potevano seguire i carri quando si trovavano dal lato opposto, ma ciò aumentava l'emozione. Ai due capi della spina si trovavano le due curve del percorso, le metae, dove spesso avvenivano spettacolari collisioni tra i carri. Gli incidenti che provocavano la distruzione dei carri e gravi infortuni a cavalli ed aurighi erano chiamati naufragia, come il naufragio delle navi.

Naturalmente non mancavano gli incidenti tra gli spettatori che tifavano per questo o quel fantino. L'auriga del carro vincitore veniva poi osannato e portato in un virtuale trionfo dai suoi numerosi fans. Oltre a tutto le corse erano occasione di molte scommesse, oculate e non, perfino le vestali partecipavano ai ludi dove potevano abbandonare il solito contegno con gesti ed urla poco sacerdotali.

"E intanto intorno al circo gravitavano maghi ed astrologhi che promettevano all’incauto spettatore di predire il nome dell’auriga vincente" (Cicerone, De divinatione, 1, 132).
I carri in gara potevano essere trainati da due cavalli, bighe, o da quattro cavalli, le quadrighe, e queste ultime erano le più importanti, ma anche le più difficili da guidare. In rari casi, con auriga eccezionali, si era giunti ad impiegare fino a dieci cavalli, esercizio che non migliorava la scenicità della corsa ma evidenziava solo la bravura dei conducenti.

Gli aurighi, per i frequenti incidenti, indossavano un caschetto ed altre protezioni per il corpo e si legavano le redini attorno alla vita per non perderle. Però in caso di incidente, finivano per questo trascinati dai cavalli attorno alla pista rimanendone uccisi se non riuscivano a liberarsi. per questo, cioè per tagliare le redini erano muniti anche di coltello.

"Per i Romani il Circo Massimo è insieme tempio e casa, luogo di riunione e realizzazione dei desideri. Si ammassano nelle piazze, agli incroci, nelle strade, e discutono animatamente di questo o quel partito. Quando arriva finalmente il giorno delle corse tutti si affrettano verso il circo, prima ancora che sorga il sole e corrono a grande velocità come se volessero gareggiare con i carri. Molti passano le notti senza chiudere occhio, pieni di ansia per il risultato delle corse" (Ammiano Marcellino, Res Gestae, 28, 4, 29-31).





IL RINGRAZIAMENTO

Seguiva, come ringraziamento alla Dea per la sua protezione su Roma, una processione con musica e canti che si snodava per le vie dell'urbe con sacerdoti e popolo che si univa festante agitando ghirlande e nastri che venivano poi posti nel tempio della Dea Cibele. Poi ognuno tornava a casa per la festa serale: quella del Moretum.



IL MORETUM

Il tripudio durava fino a sera, perchè la conclusione della festa consisteva nell'offerta sacra di un piatto di erbe chiamato “moretum”.  In realtà il moretum in origine era un piatto di erbe amare e selvatiche, ripassate con olio e aglio, piuttosto usato dai contadini romani le cui donne le reperivano nei boschi.

CIBELE ROMANA
Poi divenne una specie di «agliata», una focaccia a base di formaggio, tanto aglio e tanta ruta. Era il ritorno alla vita primitiva quando si offriva un po' di questa erba amara alle divinità del luogo, in genere alle ninfe.

La focaccia però divenne un'offerta rituale fatta dai sacerdoti che ne benedivano un grosso quantitativo che veniva poi spezzettato e distribuito tra il pubblico, ma occorrevano i Vigiles per evitare gli incidenti della calca.

Per evitare questi incidenti si stabilì che il Moretum diventasse una cosa privata, mentre le focacce benedette le dividevano i sacerdoti tra loro. Così venne l'usanza del Moretum serale offerto in famiglia, ma qui seguirono le “invitationes”, cioè l'invito reciproco dei romani ai banchetti serali, in cui si offriva oltre al Moretum ogni ben di Dio in cibo e vino.

Sembra che l'invito venisse esteso anche a qualche povero, ovvero a qualche plebeo, ma in seguito divenne un invito ai plebei ricchi e influenti. Il numero degli invitati faceva capire le possibilità dell'ospitante, per cui il convito serale si faceva nel giardino antistante la domus, si che dai cancelli si poteva guardare con invidia la sontuosità del banchetto.
La dispendiosità di questo banchetto che si protraeva a notte inoltrata divenne così sfacciata che lo Stato dovette provvedere a regolamentarne il costo, ma con scarsi risultati.


BIBLIO

- George Dumezil - La religione romana arcaica - a cura di Furio Jesi - Rizzoli Editore - Milano - 1977 -
- Quinto Fabio Pittore - Annales -
- Georg Wissowa - Religion und Kults der Römer - II - 1912 -
- Renato Del Ponte - Dei e miti italici. Archetipi e forme della sacralità romano-italica - ECIG - Genova - 1985 -
- Howard Hayes Scullard - Festivals and ceremonies of the Roman republic - 1981 -
- Sesto Pompeo Festo - Ludos Magnos - De verborum significatu -



PALILIA (21 Aprile - 7 Luglio)


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VESTALI NEL RITO DELLA PALILIA - (Rievocazione storica)
"Qui ogni anno purifico i miei pastori 
 e aspergo di latte, perché si plachi, la dea Pale. 
 Assistetemi, dei, non disprezzate i doni 
 che a voi vengono da un povero desco 
 in disadorne stoviglie d'argilla".
(Tibullo)

In questo giorno si svolge la festa in onore di Pale, o Pales. Si ripetono gli stessi riti del 21 aprile, con sacrifici alla Dea degli armenti perché favorisca la fecondazione delle vacche e la nascita di buoni vitelli.

I Palilia o Parilia era una festa pastorale di antichissime origini che si celebrava il 21 aprile in onore del numen Pale, a volte venerato come genio della pastorizia, a volte come divinità femminile.

Celebrata per purificare le greggi ed i pastori, la festa dei Palilia, insieme alla precedente dei Fordicidia (15 aprile) e la successiva dei Robigalia (25 aprile), faceva parte delle tre cerimonie consecutive antecedenti alla fondazione di Roma, del 753 a.c., dedicate alle antiche divinità laziali.

Si sa che queste popolazioni, come spiegò il sociologo e naturologo Bachofen, prima che si instaurasse il potere di Roma erano società matriarcali, per cui si onoravano anzitutto le Grandi Dee e secondariamente i loro paredri. Successivamente, con la patriarcalizzazione dei popoli, si istituì il matrimonio, le coppie divine (e pure i mortali) si sposarono e la figura più importante divenne la divinità maschile con la femminile al seguito. In molti casi la divinità femminile scomparve del tutto.
DEA PALE

DEA PALE

Pale era una Dea protettrice degli allevatori e del bestiame, a volte da sola a volte maritata e insieme formavano gli Dei "Pales". Era appellata a volte "montana", in quanto foriera di pascoli abbondanti sulle alture, e pure "pastoria", visto che i suoi fedeli erano pastori. Tibullo narra che i pastori ponevano immagini primitive e lignee della Dea sotto gli alberi. Sempre secondo l'autore latino, anche Giunone collaborava a salvare il bestiame dalle infezioni e dagli animali feroci che assalivano il bestiame.

Nell'immagine di cui sopra Pale ha lo scettro, il pastorale, il trono e l'asino, asino che poi passò come emblema al Dio Pale maschio, sinonimo di virilità sessuale.

Nel 267 a.c. il console Marco Atilio Regolo (299 - 246) consacrò un tempio proprio a Pale, Dea dei pastori per propiziarsi il successo sui Salentini, il che dimostra quanto fosse vivo questo culto in quell'epoca, e fa nascere il sospetto che la divinità fosse pure Dea della Guerra, perchè nessuno avrebbe promesso un tempio prima di affrontare una guerra a una divinità pacifica. Come tutte le Grandi Madri, Pale era Dea degli animali, e quindi della pastorizia, delle messi e della guerra.

Si narra che l'Aventino fosse la sede della Dea Cerere e dell'organizzazione plebea, contrapposto al Palatino, che era la sede della Dea Pales, protettrice della pastorizia e di tutti i culti tradizionalmente patrizi. Il che confermerebbe la derivazione di Palatino da Pales. In tempi più remoti e pastorali la ricchezza veniva calcolata dal numero degli animali, dagli armenti. Il che avrebbe determinato la prima nobiltà.



I FESTEGGIAMENTI

Il 21 aprile e il 7 Luglio veniva celebrata in onore della Dea Pale la la festa di purificazione delle greggi, i Palilia (o Parilia): per cui prima si compiva il sacrificio rituale già descritto, poi, si accendevano mucchi di paglia o di fieno disposti in file e vi si conducevano attraverso i capi d'allevamento, seguiti dai pastori che procedevano saltando. 

Secondo alcune narrazioni invece la Palilia era la festa della fondazione dell'Urbe. Comunque, a partire dal 121 si iniziò a festeggiare nella stessa data anche il giorno della fondazione di Roma, una festività detta Romaia, o Dies Romana. Ovidio ce ne ha lasciato la descrizione dell'intero cerimoniale.

La festa aveva un cerimoniale urbano e uno rurale. (Fas. IV, 721-781). Nel rito urbano si eseguiva una lustrazione sull'ara di Vesta colla partecipazione della vestale più anziana che vi bruciava profumi e poi vi mescolava cenere di vitello (sacrificato nelle precedenti Fordicidia), sangue di cavallo (il cavallo di destra della biga vincitrice della festa dell'equus October dell'anno precedente) e steli di fave.

Nelle campagne invece il pastore spruzzava d'acqua il gregge, spazzava l'ovile e lo ornava di fronde. Bruciava poi fronde d'olivo, zolfo, erbe sabine e fronde di lauro stillante d'acqua con fiaccole. Offriva poi latte, miglio e pizze di miglio a Pale. Doveva quindi recitare quattro volte una preghiera (vv. 746-776) in cui si domandava perdono a Pale per l'infrazione di interdetti operata dal pastore stesso o dal suo gregge e se ne chiedeva l'intervento per placare le divinità (numi di boschi e fonti) offese per avere:

« - violato luoghi sacri come alberi, erba di tombe, boschi interdetti;
- tagliato fronde di boschi sacri;
- essersi rifugiato col gregge in templi per sfuggire il maltempo;
- aver turbato laghi e fonti cogli zoccoli degli animali.
- visto esseri divini: Fauno, Diana, ninfe ed ogni altro nume dei luoghi selvaggi anche ignoto,
obbligandolo con ciò a fuggire. »

(Ovidio, Fasti, IV, 746-776.)

La preghiera doveva esser recitata rivolti ad Oriente. Poi il pastore doveva lavarsi le mani, bere latte e sapa (bevanda preparata dalla bollitura del vino) ed infine saltare tre volte tra le stoppie incendiate.
Sembra che in epoche anteromane il rito prevedesse, dopo il salto dei pastori sulle stoppie incendiate, gli accoppiamenti con le donne che però prima li facevano passare in una piscina con acqua benedetta e successivamente li inebriavano col vino cotto.
Infatti quando Pales divenne un maschio, nel tempio di Vesta si celebrava a memoria dei riti più arcaici, l'accoppiamento sacro, o “hieros gamos” tra la Dea e il Dio Pales (o Pallas).

Ovidio spiega le interpretazioni che i Romani davano al rituale. Acqua e fuoco sarebbero i due elementi opposti indispensabili alla vita ed anche efficaci di per sé per la purificazione. I vuoti steli delle fave bruciati significherebbero l'annullamento delle colpe ottenuto tramite il rito. Il valore religioso della festa è quindi di una lustratio (lavaggio con acqua o aspersione di acqua con rami di lauro o di olivo o mediante "aspergillum") che è sempre e ovunque un rito di purificazione.

Dumezil dubita che il sangue del cavallo possa essere quello dell'equus October dell'anno precedente, contro l'opinione della maggior parte degli studiosi, in effetti a meno che non fosse conservato solido sotto sale e pepe e aglio come un salame non poteva di certo evitare la putrefazione, ma in questo caso non poteva essere asperso.


BIBLIO

- Properzio - Parilia - IV -
- Dionisio di Alicarnasso - Antichità romane - I -
- Plutarco - Vita di Romolo -
- Julien Ries - Saggio di definizione del sacro - in Grande dizionario delle Religioni (a cura di Paul Poupard) - Assisi - Cittadella-Piemme -
- Georges Dumézil - Feste romane - Genova - Il Melangolo - 1989 -


LA FONDAZIONE DI ROMA ( 21 aprile 753 a.c. )


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La storia della fondazione di Roma ci è giunta attraverso le opere di Tito Livio, Dionigi di Alicarnasso, Plutarco, Virgilio e Ovidio, quasi tutti di età augustea, mentre era in auge l'esaltazione dell'Urbe che aveva conquistato buona parte del mondo conosciuto.



ENEA FERITO ED ASCANIO
LA LEGGENDA

Nell'Eneide di Virgilio, Enea, figlio di Venere, fugge da Troia, vinta dagli Achei, con il padre Anchise e il figlioletto Ascanio.

Dopo mille peregrinazioni Enea raggiunge le coste del Latium vetus (antico Lazio), nel territorio di Laurento.

Qui, viene accolto da Latino, re degli Aborigeni, e dalla figlia Lavinia, di cui s'innamora corrisposto.

Però Turno, re dei Rutuli, a cui la giovane era stata promessa, prepara la guerra. I Rutuli vengono sconfitti e Latino, re alleato di Enea, viene ucciso.

Una volta sposato a Lavinia, Enea fonda una città, Lavinio, in onore della moglie.

Passano trent'anni e il figlio di Enea, Ascanio, fonda una nuova città, Alba Longa, sulla quale, come narra Tito Livio, regnarono i suoi discendenti  (dal XII all'VIII sec. a.c.).

ENEA DA TROIA A ROMA (ingrandibili)
In seguito,  il figlio e legittimo erede del re Proca di Alba Longa, Numitore, viene spodestato dal fratello Amulio, che costringe sua nipote Rea Silvia,  a diventare vestale e fare voto di castità per non generare un pretendente al trono.

Però a Marte piace Rea e la rende madre di due gemelli, Romolo e Remo. Re Amulio, saputo della nascita, ordina di annegare i gemelli, ma il servo incaricato li abbandona sulla riva del Tevere. Rea Silvia non viene sepolta viva perchè di stirpe reale, ma verrà confinata in una torre.

FAUSTOLO ED ACCA LARENTIA

ROMOLO E REMO

La cesta dei gemelli si arena presso la palude del Velabro, tra Palatino e Campidoglio, alle pendici del Palatino, nel Germalus, sotto un fico, il fico ruminale o romulare, nei pressi di una grotta del Lupercale. I due vengono allattati da una lupa che aveva perso i cuccioli, e assistiti da un picchio che li protegge, entrambi animali sacri ad Ares.

Poi il pastore Faustolo trova i gemelli e con la moglie Acca Larenzia li cresce come suoi figli.
Una volta cresciuti, Romolo e Remo tornano ad Alba Longa, uccidono Amulio e rimettono sul trono il nonno Numitore. Poi vanno a fondare una nuova città, nel luogo dove erano cresciuti.
Romolo vuole chiamarla Roma ed edificarla sul Palatino, mentre Remo la vuole chiamare Remora e fondarla sull'Aventino.

Interrogano allora gli auruspici: il primo presagio, di sei avvoltoi, toccò a Remo, il secondo, di dodici avvoltoi toccò a Romolo. Litigarono per stabilire se contava la priorità dell'avvistamento o il numero degli avvoltoi. Nella mischia Remo resta ucciso e regna Romolo.

La città quadrata viene fondata sul Palatino, nella sesta Olimpiade, 22 anni dopo che fu celebrata la prima, e Romolo diventa il primo Re di Roma. Questa la tradizione, che presenta diverse varianti, ma che nel complesso segue questo schema.

ROMOLO TRACCIA IL SOLCO CON L'ARATRO

LA FONDAZIONE

Prima ancora dei romani si usava scavare una fossa per fondare una città e diverse fosse, anche di notevoli dimensioni, sono state trovate sul Palatino a Roma, dove per giunta venne scoperta una cinta di mura dell'VIII sec. a.c. proprio sotto il Palatino.

Andrea Carandini, l’archeologo che ha scoperto le suddette mura, pensa trattarsi delle mura della fondazione di Roma visto che:

1. le mura risalgono al sec VIII a.c.;
2. il tracciato è interrotto da una porta situata proprio nel luogo dove la tradizione colloca la porta Mugonia;
3. il tracciato ai piedi del Palatino segue il percorso originario delle mura indicato da Tacito e da Ovidio;
4. le mura non hanno carattere di difesa, perchè sono in basso, ai piedi del colle, mentre avrebbero dovuto metterle in alto come rinforzo delle pareti scoscese;
5. se non sono difensive, sono sacre, cioè delimitano uno spazio consacrato;
6. sono stati trovati corpi umani sepolti entro le mura. O sono di tombe di un cimitero che le mura hanno attraversato, oppure sono sacrifici umani alla fondazione, come fa pensare la posizione della donna rannicchiata su se stessa che potrebbe essere stata sepolta viva. In questo caso le mura sono sacre;
7. all’interno delle mura sono state inglobate pietre terminali, probabili segnali del tracciato del solco su cui sarebbero dovute sorgere le mura.

Ma come andarono le cose?

Le tradizioni sono concordi sulla consultazione degli auspici per decidere chi dei due fratelli avesse il favore di Giove, o Romolo, che voleva fondare una città sul Palatino e chiamarla Roma, o Remo, che voleva fondare una città sull’Aventino e chiamarla Remoria.

La prima parte della cerimonia di fondazione è connessa al cielo e quindi a Giove, re degli Dei;
la seconda parte è lo scavo della fossa, e il deposito in essa di alcuni oggetti simbolici :
- primizie,
- messi,
- pugni di terra di altra provenienza,
- il lituus del re-augure, o altra insegna di comando

Segue poi la costruzione di un altare sulla fossa colmata, e l’accensione di un focolare. Praticamente si sanciva il possesso del luogo dove si sarebbe fondata la città, luogo gradito agli Dei e perciò da loro protetto. La fossa è il Mundus, consacrata ai Manibus, Dei dell'oltretomba. Ad essi si consegnano i beni del passato e del presente che diverranno i beni futuri stabilendo l'eterno divenire dell'Urbs.

- Le primizie sono le messi che verranno.
- le messi sono le primizie che furono,
- la terra di altra provenienza è il passato di Albalonga, e magari anche di Troia,
- il lituus è l'insegna del comando consegnata ai morti e ai posteri, attraverso la monarchia che si tramanda da padri a figli.

LE CAPANNE SUL PALATINO

LA FOSSA DI FONDAZIONE

Ancora prima dei romani in occidente si usava scavare una fossa per fondare una città
Lo dimostrano gli scavi archeologici di Satricum, (Lazio), di Cosa (Ansedonia), di Tarquinia, e naturalmente di Roma.

A Satricum gli scavi sulla rocca hanno rinvenuto un villaggio preistorico, del sec. IX-VIII a.c., formato da capanne con il tetto sostenuto da pali e coperto di rami intrecciati e paglia. Al centro dell’area vi sono le rovine del tempio dedicato alla Mater Matuta, e all’interno del recinto sacro ci sono i resti di una capanna preistorica, più grande delle altre, che si crede dovesse essere stata adibita a culti sacri, pertanto inglobata nel complesso del nuovo tempio. Questa capanna ha una fossa, i cui reperti fossili fanno pensare a un uso cultuale, come un vero e proprio mundus.

Il Colle Palatino aveva due sommità: quella centrale, la più elevata, era detta Palatium, mentre l'altra, situata verso il pendio che digrada verso il Foro Boario e il Tevere, era chiamata Germalus (o Cermalus). Davanti alla capanna del Cermalus, a una distanza di circa 4,5 m, si è rinvenuta una fossa circolare, di 1 m di diametro x 90 cm di profondità, che doveva essere la fossa di fondazione di un insediamento pre-urbano antecedente a quello di Romolo.

LA DEA ROMA
Verso il 750-650 a.c. la prima capanna viene sostituita con altre tre, di cui due addossate tra loro, interpretate come sacrari a Marte e Opi e una singola, ritenuta la casa di Romolo, davanti a cui si apre una fossa semicircolare di notevoli dimensioni, scavata nel tufo, interpretata come fossa di fondazione. Questa interpretazione è stata abbandonata e la fossa accanto alla capanna era una semplice dispensa.

Carandini invece ritiene che sul Cermalus si possa individuare se non la fossa della fondazione, una tomba su cui era stata edificata un’ara così significativa da non essere mai stata toccata da allora. Da studi approfonditi risulta che la fossa non sia un’invenzione bensì la mitizzazione di un’usanza molto diffusa fra i popoli latini e anche fra alcuni popoli italici.

Queste fosse erano circolari o semicircolari, con reperti fossili di materiali bruciati, con l’unica eccezione della tomba che secondo Carandini sarebbe stata poi riutilizzata per rappresentare la fossa di fondazione di Roma: in questa si è trovato un vaso deposto in un’epoca successiva.

Reperti di materiali bruciati possono derivare dall’usanza di non buttare via oggetti sacri deteriorati ma di bruciarli e interrarli nella favissa del tempio. Plutarco (Rom. 22) accenna al lituus di Romolo come un ramo ricurvo, conservato sul Palatino ma non specifica dove, quindi non necessariamente nel mundus; Plutarco aggiunge che il lituus, riportato alla luce all’epoca dell’incendio gallico, era stato ritrovato miracolosamente intatto in mezzo alle ceneri.

Secondo Plutarco e Ovidio nella fossa di fondazione, o Mundus Cereris, di Roma vennero poste primizie e messi, mai armi o simboli di imperium militare. Questo divieto si estendeva a tutta la zona consacrata del pomerio. Il corteo del trionfo procedeva per la via Sacra fino alla porta che immetteva nel pomerium ma non oltre, lì dentro nessuno poteva entrare armato, neppure l’imperator.

SEGNI LASCIATI DALLE CAPANNE SUL PALATINO

IL MUNDUS

Plutarco descrive la fossa di fondazione come un luogo sotterraneo, coperto da una volta simile a quella celeste, quindi ci stia dicendo che la fossa di fondazione era un mundus nel vero e proprio senso della parola, forse credeva che il mundus che si trovava nel Foro nella zona del Comizio corrispondesse veramente alla fossa di fondazione di Roma.

Nessuna indicazione delle fonti antiquarie ci conduce ad assimilare mundus alla fossa di fondazione di una città, la maggior parte delle informazioni si concentra invece sul misterioso mundus Cereris, dove sarebbe stato il confine fra mondo dei vivi e mondo dei morti, dal quale le anime dei Mani talvolta sarebbero uscite per penetrare tra i vivi e che talvolta, in date ben precise, si apriva facilitando la discesa dei vivi tra i morti.

Mundus come sinonimo di kósmos, che è l’accezione in cui la parola è più comunemente usata in latino. Ma la parola mundus indica anche un luogo sotterraneo, dal soffitto a volta a somiglianza della volta celeste, dedicato agli dei Mani e perciò normalmente chiuso, aperto solo tre volte all’anno in date stabilite.

Come dice Ateio Capitone nel VII libro pontificale: " solitamente è aperto tre volte all’anno nei seguenti giorni:
- dopo la festa dei Volcanalia (24 agosto),
- tre giorni prima delle none di ottobre (5 ottobre),
- sei giorni prima delle idi di novembre (8 novembre).

Catone nei suoi commentari di diritto civile:
 “E stato chiamato mondo come quello che sta sopra le nostre teste: ho avuto modo di apprendere da coloro che vi sono entrati che la sua forma gli assomiglia. I nostri maggiori pensarono che il mundus che sta sottoterra dovesse essere consacrato agli dei Mani e dovesse rimanere sempre chiuso, eccetto che nei giorni scritti sopra. I nostri ritennero anche che quei giorni fossero “religiosi”, perciò decisero che nei giorni in cui per così dire venivano tratti alla luce e resi manifesti i profondi segreti della religione degli dei non si svolgesse alcuna attività pubblica. Pertanto in quei giorni non si attaccava battaglia con il nemico, non si arruolavano soldati, non si tenevano comizi, non si faceva nulla se non ciò che fosse strettamente necessario ".

I divieti di cui parla Festo, confermati da Macrobio (Sat. I 16-18) per mezzo di una citazione di Varrone:

È vietato attaccare battaglia:
-  durante la festa di Giove Laziale, cioè durante le solenni festività latine, perché un tempo in quei giorni era stata firmata una tregua fra il popolo dei Romani e quello dei Latini,
- nei giorni dei Saturnali perché Saturno regnò in pace,
- quando Mundus patet  perchè si apre il mundus, festa è consacrata a Dite Padre e a Proserpina.
Si ritenne che fosse meglio andare a combattere quando era chiusa la porta di Plutone. Per questo Varrone scrive:
"quando il mundus patet, si apre per così dire la porta dei tristi Dei inferi, di conseguenza è cosa empia non solo attaccare battaglia ma fare la leva militare, che i soldati partano o che le navi salpino, unirsi alla moglie per avere figli".

GLI AUSPICI

GLI AUSPICI

La leggenda indica primo atto della fondazione il prendere gli auspici per decidere chi dei due fratelli avrà il favore di Giove per a termine il suo progetto, se Romolo, che vuole fondare una città sul Palatino e chiamarla Roma, o Remo, che vuole fondare una città sull’Aventino e chiamarla Remoria.

Gli scavi effettuati sul promontorio di Ansedonia hanno portato alla luce un templum in terra
con una fossa di fondazione nel perimetro del templum, che gli archeologi hanno definito Cosa quadrata poiché qui nel 273 a.c. fu dato inizio alla fondazione della colonia Romana di Cosa che assorbì la città etrusca di Cusi o Cusia, secondo un rituale che riproduceva il rituale di fondazione di Roma, come del resto è avvenuto nella fondazione di altre colonie.

Così dagli scavi fatti sul terreno dell’antica Bantia, città della Daunia divenuta colonia Romana con il nome di Venusia nel 291 a.c. (oggi Banzi, in Puglia). Divenuta città Romana, Bantia adottò cerimonie rituali e magistrature di tipo romano, sulla parte più elevata del pianoro su cui sorgeva la città, venne innalzato un templum augurale, e qui sono stati ritrovati i cippi di pietra che, collocati a distanza uguale sui lati lunghi e sull’asse mediano del rettangolo del templum che davano indicazioni per
l’interpretazione del volo degli uccelli.

Un templum in terra è un rettangolo (o un quadrato) di terreno delimitato da pali posti ai
vertici e ai lati e da strisce di lino o di cuoio tese fra palo e palo.
Al centro di uno dei lati corti del rettangolo veniva posto l’auguratorium, ossia il posto in cui
doveva mettersi colui che chiedeva gli auspici e il sacerdote che eventualmente lo assisteva in
questo compito.

L’auguratorium consisteva in un lapis auguralis su cui sedeva il richiedente e in un
tabernaculum, una tenda costruita come riparo per passarvi la notte, infatti si aspettava il sorgere
del sole come momento iniziale dell’attesa del volo degli uccelli.

IL LUPERCALE

LAPIS MANALIS

La fossa viene colmata poi con il Lapis Manalis, la via attraverso cui una volta l'anno i morti tornano ai vivi per donare responsi e indicazioni. E' il legame oscuro e inscindibile tra vivi e morti, tra uomini e antenati. E' il mondo del divenire.

Scrive Servio (Aen. 3, 134): "Alcuni pensano che le are siano proprie degli Dei superi, i focolari degli Dei intermedi e marini, il mundus sia proprio degli Dei inferi". Quindi cielo, terra e inferi, i tre volti della Dea primigenia.

Plutarco narra che Romolo convocò a Roma degli aruspici etruschi per apprendere come procedere alla fondazione della città nel rispetto delle norme divine e dei libri sacri. Così scavò una fossa circolare e vi gettò dentro le primizie di ogni cosa, e seguaci di Romolo vi gettarono un pugno della loro terra di origine.



IL SOLCO FATALE

Plutarco asserisce che la fossa chiamata Mundus fu il centro del solco circolare tracciato intorno ad essa con un aratro, trainato da un bue e da una vacca che vi erano stati aggiogati; questo solco rappresentava il perimetro delle mura della città. Man mano che l’aratro procedeva, i compagni di Romolo lo seguivano, raccogliendo le zolle smosse e gettandole all’interno del tracciato.

Quando si arrivò al punto in cui ci avrebbe dovuto esserci la porta, lasciarono uno spazio non inciso dal solco: per questo le mura sono sacre ma le porte no. Dunque il mundus, sul Palatino, precisamente l’area davanti al tempio di Apollo, fu il luogo in cui Romolo fondò la Roma quadrata delle origini.

La definizione di Roma quadrata per Festo deriva dalla forma del Palatino, che è un blocco roccioso di forma quadrata, mentre Varrone dice che Roma venne detta quadrata perché posta "ad aequilibrium", o in piano, o in forma regolare di quadrato oppure di rettangolo. Viene comunque da pensare al quadrato come grande stabilità, avendo quattro lati e quattro angoli uguali.



AUSPICIA E AUGURIA

Secondo Dionigi di Alicarnasso si prendono gli auspici per sapere se un certo progetto, una certa azione, riscuote l’approvazione degli dei – “È un buon giorno domani per attaccare battaglia?”,
“Va bene fondare Roma sul Palatino?”, e Giove risponde tramite il volo degli uccelli. Naturalmente Giove può essere scomodato per cose importanti e di rilevanza pubblica. L’inauguratio invece è l'apice della consacrazione.

Carandini ritiene che per Roma auspicia e auguria siano avvenute in giorni e luoghi diversi. Gli auspici sarebbero stati presi dai due fratelli da due diversi punti dell’Aventino,
La cerimonia di fondazione dipende dal cielo ed è sotto la tutela di Giove, mentre lo scavo della fossa e la costruzione di un altare su di essa e l’accensione di un focolare, avviene nel luogo dove sorgerà la città. Questo secondo rito, di origine etrusca, riguarda il tracciato del solco primigenio su cui sorgeranno le mura, per proteggere il centro consacrato della città.

DEA ROMA (DOMENICO CORVI)

IL NATALE DI ROMA

Il Natale di Roma, detto anche Dies Romana, o Romaia, rievoca la fondazione di Roma, secondo la narrazione di Varrone, eseguita da Romolo il 21 aprile del 753 a.c., come desunto dai calcoli astrologici del suo amico Lucio Taruzio. Da questa data in poi derivava la cronologia romana, definita infatti con la locuzione latina Ab Urbe condita, ovvero "dalla fondazione della Città", che contava gli anni a partire da qui.

La fondazione di Roma fu sicuramente sempre celebrata ma non nella stessa data, perchè le fonti erano un po' discordanti, andando grosso modo dal 9 al 27 aprile.

MONETA CHE CELEBRA L'EVENTO
A partire dall'imperatore Claudio prevalse il calcolo di  Varrone e l'imperatore fece celebrare l'anniversario di Roma nel 47, ottocento anni dopo la data della fondazione.

Da allora venne celebrata sempre in quella data. ma non se ne hanno notizie particolari, se non che nel 147-148 Antonino Pio fece una celebrazione estremamente fastosa.

Nel 248 la celebrazione fu particolare perchè Filippo l'Arabo celebrò il primo millennio di Roma, assieme ai Ludi Saeculares (celebrati ogni cento anni), in quanto Roma compiva dieci secoli.
Sono pervenute monete che celebrano l'evento. Su una moneta dell'usurpatore Pacazio, appare esplicitamente la data del "1001", come inizio di una nuova era, di un "Saeculum Novum".



LA FESTA

Solitamente il Natale di Roma era concomitante alla Parillia, festa dedicata a Pales, antica Dea del bestiame. Si eseguiva la purificazione dei campi, degli uomini e degli animali, che venivano fatti passare su fuochi di legna, paglia e cenere dei feti sacrificati.

Nell'Urbe invece si festeggiava la commemorazione della fondazione di Roma, però diversi templi venivano purificati e nelle vie apparivano le fiaccole. Era festa civile e non sacra, pertanto senza sacerdoti e sacrifici animali, ma il cibo non mancava.

Come in una fiera sorgevano mille bancarelle non solo di cibo ma di manufatti in legno e in metallo, di pentole e piatti, di brocche, di bicchieri, di vestiti, di calzari, di stoffe, di scialli e di gioielli. La festa veniva organizzata dai consoli tramite gli edili in epoca repubblicana e dagli imperatori, sempre mediante gli edili, in epoca imperiale.

Per i politici e soprattutto per gli imperatori era un'occasione per mettersi in mostra e fare propaganda, ma affinchè il popolo accorresse necessitavano alcune componenti indispensabili:

1) - La distribuzione di grano ai non abbienti. Nella tarda repubblica, come narra Tito Livio, il senato romano designava un edile con funzione di praefectus annonae, che curava le distribuzioni di grano alla popolazione. Senza distribuzione, tumulti e niente festa. Se il grano doveva venir distribuito in seguito se ne anticipava la consegna. Più la gente era sazia meno protestava.

2) - La distribuzione eccezionale e copiosissima di vino, che placava i tumulti ed euforizzava la gente. Il senato e l'imperatore temevano il popolo. I romani antichi erano molto diversi da oggi, se gli girava scendevano in piazza ed era difficile far tornare l'ordine. C'erano pertanto i banchi dello stato che poneva le botti sui tavoli e ne distribuiva ai cittadini che per l'occasione si portavano i bicchieri di metallo da casa o li compravano sui banchi.

3) - La presenza di generali vincitori che rassicurava il popolo sulla inviolabilità di Roma. In genere aprivano la processione con al seguito i dignitari di una legione che si era distinta particolarmente in una delle ultime battaglie. Seguivano discorsi sulle battaglie vinte e i popoli conquistati, e sul ruolo di Roma Caput Mundi.
I romani partecipavano alla gloria dei generali e avevano i loro eroi preferiti sui quali potevano discutere animatamente. Già la loro vista provocava acclamazioni, grida e lancio di fiori e corone. La folla plaudiva adorante ai generali vittoriosi e ognuno tifava per il suo preferito. Ma anche la vista dei legionari decorati suscitava entusiasmo e finita la processione ognuno faceva a gara per offrirgli da bere.

4) - La processione degli attori che personificavano i protagonisti, cioè Romolo, Remo, Tito Tazio, Rea, Marte, Amulio, Numitore, Acca Larentia, Faustolo e la Dea Roma. Ogni attore aveva i suoi attributi e il corteo giungeva in una vasta piazza dove rievocava le parti salienti della fondazione, dando il meglio della propria recitazione. Così anche i bambini imparavano la loro storia, ma soprattutto l'imparavano gli extracomunitari, Roma ne era piena, che si ritenevano fortunati di poter essere approdati in un paese tanto ricco e civile, e soprattutto con tante possibilità di lavoro.

5) - Musici e ballerini che accompagnavano il corteo con suoni e danze. Iniziavano la mattina e non si fermavano quasi mai, accompagnando anche la recita degli attori. Naturalmente si davano il cambio ma spesso andavano avanti fino a stremarsi.

6) - Bancarelle di pani. olive e formaggi, i cibi meno costosi cui più o meno tutti potevano attingere. Chi se lo poteva permettere andava a mangiare alle terme dove c'erano termopoli più rifiniti. Ma molte bancarelle avevano anche carne secca, pesce secco, garum e dolci in quantità, nonchè vini particolari e più costosi.


7) -  Decorazione del percorso con ghirlande, coccarde, bracieri fumanti, torce, nastri e serti di fiori. Roma per i suoi natali non badava a spese e tutti gli edifici pubblici, dalle basiliche ai templi, ai mercati e alle caserme, tutto era adornato con li vessilli della lupa e dell'aquila. Alle finestre si esponevano i labari e le corone.

8) - Entrata gratuita alle terme dopo la processione. Le terme erano in genere a prezzo quasi nullo, ma per le grandi occasioni l'ingresso era gratuito. Dopo aver girato tra carri e carretti i romani andavano alle terme, anch'esse guarnire a festa con stoffe di seta e frange e tappeti.

9) - Entrata gratuita anche al circo, la più ambita, dopo essersi riposati e rinfrescati alle terme, magari con massaggi e trattamenti vari, i romani andavano al Circo Massimo, dove si svolgevano brevi scene teatrali e comiche, e si esibivano acrobati, cui facevano seguito i ludi più ambiti: le corse dei carri.

10) - Prima della gara comunque l'evento più ambito era l'entrata trionfale dell'imperatore nel circo con allocuzione alla folla. Accanto a lui la moglie, i figli, o i parenti e i dignitari, scortati da uno stuolo di pretoriani. Anche se la festa era civile non mancavano alcuni insigni pontefici per dare lustro alla festa. Del resto l'imperatore stesso era pontefice massimo. Il discorso era vivace ed esaltante, perchè ricordava al popolo di essere unico, solo e migliore, molto diverso dai barbari incivili e arretrati.

Si chiudeva infine la festa con la gente che invadeva le piazze piene di gente esaltata, stanca o ubriaca ma contenta, che si attardava fino a notte.

Poi venne il cristianesimo e i costumi, la grandezza di Roma, e le memorie, caddero, dimenticate nei secoli. Ancora oggi il mondo stupefacente degli antichi romani è più seguito e studiato, e apprezzato, dai popoli stranieri che dal popolo italiano.


BIBLIO

- Tito Livio - Storia di Roma dalla sua fondazione - Biblioteca Universale Rizzoli - Milano - 1989 -
- Robert Maxwell Ogilvie - Early Rome and the Etruscans - 1976 -  Le origini di Roma - Il Mulino - Bologna - 1995 -
- A. Carandini - La fondazione di Roma raccontata da A. Carandini - Roma-Bari - Laterza - 2011 -
- Lorenzo Quilici - Roma primitiva e le origini della civiltà laziale - Roma - Newton & Compton - 1979 -
- Andrea Carandini - Remo e Romolo: dai rioni dei Quiriti alla città dei Romani - 775/750-700/675 a. C. circa -
- Andrea Carandini - Roma. Il primo giorno - Roma-Bari - Laterza - 2007 -
- Raymond Bloch - Les Origines de Rome - 1946 -


 

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