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QASR EL LABECA - QASR EL LABKHA (Limes Africae)


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Qasr El Labeka si riferisce a Qasr El Labkha, un'antica fortezza romana sorta in un'area isolata del deserto egiziano, a circa 50 km a nord dell'oasi di Kharga, La fortezza e il Villaggio Al Qasr el Labekha nel deserto vicino a Kharga Oasis in Egitto, che è l'oasi più moderna di tutto l'Egitto, si trova in una depressione lunga circa 200 km e larga da 20 a 50 km. La sua capitale, l'antica Hibis dei greci, l'Hebet degli egizi, situata nella parte settentrionale dell'oasi, porta lo stesso nome.

Qasr El Labeka è datata al V secolo d.c., ed è uno dei siti più antichi locato nell'oasi di Kharga. Il forte, il cui giro esterno di mura è alto 12 metri, venne costruito in un ottimo luogo strategico per presidiare e proteggere l'intersezione di due antiche vie carovaniere, per la sorveglianza della "strada dei 40 giorni" (Darb el Arbain).

Questa strada collegava la provincia del Darfur (il paese di Iam) al Sudan e alla regione di Asyut. Fu usata per il commercio fin dall'antico impero e divenne tristemente nota come una delle vie principali per il trasporto degli schiavi.

LA FORTEZZA VISTA POSTERIORMENTE

Purtroppo le parti inferiori delle mura si stanno sgretolando, ma recentemente sono state restaurate con le pietre. Le torri invece sono piene, mentre le abitazioni ai piedi della fortezza dovrebbero aver ospitato le famiglie dei soldati, in teoria non potevano sposarsi ma nella pratica ciò veniva tollerato.

Così oggi la maggior parte delle sue mura sono ancora in piedi, dando al visitatore uno spettacolo di abilità ed imponenza edificativa in cui i romani erano maestri. Gran parte della fortezza è ancora conservata, e se ne può ammirare l'antico sistema di acquedotti prodotti dalla avanzatissima ingegneria romana, che veniva usato per trasportare l'acqua dal fiume alla fortezza.

I greci ma soprattutto, i romani, che su una sconfinata tessitura viaria costruirono la propria fortuna imperiale, svilupparono quei tracciati che i faraoni delle ere precedenti avevano già disegnato. La fortezza è stata costruita su una scarpata, quindi si trova in alto al disopra della vecchia strada carovaniera.

TEMPIO IN ROVINA DI EL LABEKA

La fortezza difendeva la città, presieduta dai romani, dall'attacco dei beduini, è stata costruita in un vallata alla base della scarpata settentrionale e serviva da guarnigione. Un tempo era circondata da alcuni edifici; sono emersi infatti i resti di un grande pozzo e un'antica sorgente ancora circondata da palme.

Al tempo dell'occupazione romana Qasr El Labeka era circondata da una zona verde e lussureggiante, vicino al fiume Wadi. Ora quel fiume è diventato un torrente stagionale e l'area si è disseccata immensamente, un po'per i cambiamenti climatici, un po' per la mancanza di cura dell'acqua che era invece molto curata dai romani con cisterne, acquedotti e dighe.

L'ingresso della fortezza che dà accesso all'interno giace sul lato orientale dell'edificio, che un tempo era formato da molte camere con copertura a volta, e che oggi ha molti muri sbriciolati con sabbia e blocchi di pietra crollati a terra.
 
LA FORTEZZA

Indagini archeologiche in queste lande estreme del deserto egiziano sono in corso dagli ultimi decenni ad opera di missioni europee o statunitensi. Di recente, a Qasr El Labekha sono state scoperte alcune statuette e ceramiche romane.

Ci sono anche due templi ancora in piedi accanto a Qasr El Labeka, ma la loro storia rimane sconosciuta come le divinità a cui erano dedicati. Sono conservate anche alcune tombe greco-romane di notabili del posto.

Qasr El Labeka si trova nel profondo del deserto, accanto alle rovine dell'antica città di Ain Umm Dabadib, e la via carovaniera su cui si trova la fortezza non è più utilizzata come strada, per cui l'unico modo per visitare la zona è con una carovana di cammelli o con un fuoristrada 4×4 accompagnati da una guida.

BIBLIO

- J. Dümichen - Geografia dell’antico Egitto. Lingua e scrittura dei suoi abitanti - Milano - 1897 -
- D. Kessler - Eastern Desert and Red Sea in The Oxford Encyclopedia of Ancient Egypt - vol. I - 2001 -
- Cassandra Vivian - The Western Desert of Egypt: An Exlplorer Handbook - Cairo - 2000 -
- Le guide des civilisations égyptiennes des pharaons à l'islam - éditions Marcus -



FORTE DI UMM AL-DABADIB (Limes Africae)


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Situata lungo l'antica via carovaniera conosciuta oggi come Darb Ain Amur, il forte tardo romano di Umm al-Dabadib potrebbe aver avuto origine come approvvigionamento di acqua per i carovanieri dell'epoca. Il sito fu probabilmente abitato in epoca tardo tolemaica, come testimoniano ceramiche e corredi funerari rinvenuti nel più vasto e ricco cimitero. 

Nel III secolo d.c. si rivela un discreto insediamento a Nord, accanto a un'antica fonte d'acqua con la presenza di un piccolo tempio. Evidentemente la fonte, venerata come una divinità aveva dato luogo al tempio dove accorrevano i fedeli per l'acqua e per i miracoli di guarigione, il che ha prodotto un commercio e un piccolo centro che si è man mano ingrandito. 

Esso venne costruito all'inizio del IV secolo d.c. alla periferia dell'oasi di Kharga, nel deserto occidentale egiziano, progettato e costruito secondo il Cubito riformato egiziano, l'ultima attestazione dell'uso del cubito egiziano in architettura. 

Umm al-Dabadib è un vasto e isolato insediamento alla periferia dell'oasi di Kharga, nel deserto occidentale dell'Egitto. La sua posizione remota e l'ambiente desertico arido hanno permesso sia agli abitati che al sistema agricolo di sopravvivere in ottime condizioni fino ad oggi. 

L’insediamento consiste di un forte centrale alto 12 metri, circondato da una massa solida di abitazioni su più livelli, servite da corridoi coperti e non da strade a cielo aperto, il che permetteva di proteggersi dal sole e dalla sabbia. Il sistema agricolo consiste di 5 acquedotti sotterranei, ognuno di 2 o 3 km, e di due più brevi, che portavano acqua a due grandi coltivazioni; il tracciato della centuriazione romana e i resti dei campi sono ancora visibili sulla superficie del deserto. 

Di qui passava il limes (confine) meridionale dell’impero romano. Ma Roma era distante quasi 2000 miglia. Collegamenti e rifornimenti richiedevano tempi lunghi e innegabili difficoltà logistiche. Così i legionari romani e le loro famiglie organizzarono gli insediamenti per garantirsi una certa autonomia logistica.



LE INDAGINI 

La sua prima menzione risale all'inizio del XX secolo, quando gli esploratori britannici John Ball e Hugh Beadnell lavorarono nell'oasi di Kharga per il Geological Survey of Egypt. Dopo oltre 90 anni, Corinna Rossi avviò una prima indagine generale; ha poi co-fondato e co-diretto il North Kharga Oasis Survey (NKOS) con Salima Ikram dal 2001 al 2007.

NKOS ha eseguito le prime indagini scientifiche di tutti i siti archeologici della parte settentrionale dell'Oasi di Kharga, C. Rossi si è poi concentrato su Umm al-Dabadib e nel 2016 ha avviato il progetto Living In a Fringe Environment (LIFE ), sponsorizzato da un Consolidator Grant del Consiglio europeo della ricerca. LIFE è organizzato in due gruppi, l'Unità Archeologica/Architettonica, con sede presso il Politecnico di Milano (Ente ospitante), e l'Unità Ambientale, con sede presso l'Università di Napoli Federico II (Ente partner). 



IL SITO ARCHEOLOGICO 

Kharga è una delle più grandi oasi del deserto occidentale egiziano, situata in una grande depressione a 700 km a sud del Cairo e 250 a ovest di Luxor e contiene, più a ovest, l'Oasi di Dakhla, due importanti stazioni lungo le rotte carovaniere del deserto che permettevano di entrare e/o uscire dal vasto bacino della Valle del Nilo. 

Non a caso i Romani vi installarono un forte legionario e diversi insediamenti, come d'altronde in ogni grande oasi lungo queste rotte, che usufruivano di una vasta rete di acquedotti sotterranei e coltivazioni che consentivano animali, nutrimento e benessere alle comunità locali. 

Anche se si conosceva la presenza di antiche coltivazioni legate agli acquedotti, se ne hanno poche notizie, poichè i loro resti sono visibili per pochi minuti solo all'alba e al tramonto, quando la luce colpisce ad angolo piatto. Ma la nuova risoluzione delle immagini pubblicate da Google Earth dal 2010 ha permesso di vedere tutte le coltivazioni dall'alto in modo chiaro, sia per estensione che per disposizione regolare. 



LE IRRIGAZIONI

Le coltivazioni erano servite da sette acquedotti sotterranei paralleli, del tipo detto qanat. I qanat sono costituiti da una serie di cunicoli verticali simili a pozzi, collegati da un canale sotterraneo in lieve pendenza, consentendo di trasportare l'acqua in superficie senza pompaggio, anche a grande distanza in zona dal clima caldo e secco senza perdere una grande quantità di acqua a causa dell'evaporazione. 

A Umm al-Dabadib questi tunnel raggiungono una lunghezza di oltre 3 km, con accesso e ventilazione garantito da pozzi verticali, la cui profondità cresceva costantemente e raggiungeva oltre i 40 m. 
L'acqua, una volta raggiunta la zona da coltivare, veniva trasportata il più lontano possibile da una rete di resti di malta o terracotta, che sfruttavano le naturali ondulazioni del terreno per mantenere una pendenza minima. 

Così i campi più lontani, delineati da bordi rialzati e cumuli di pietre agli angoli e con materiale ceramico databile, erano situati oltre 2,5 km dalla foce degli acquedotti. Viene da chiedersi come mai a tutt'oggi l'Africa sia arida anche nella parte settentrionale, quando gli antichi abitanti ci portavano l'acqua con questi metodi ingegnosi, per non parlare dei Romani che vi costruirono dighe e cisterne a volontà.

 

IL VILLAGGIO

All'inizio del IV secolo d.c. il sito presentava case ben costruite disposte a griglia attorno a un forte centrale, il tutto edificato nel deserto intorno a Hibis, la capitale dell'oasi, lungo le vie carovaniere che vi convergevano. Gli edifici centrali avevano un aspetto molto difensivo e per questo vengono chiamati “forti”; tuttavia potevano contenere abitazioni sia militari che civili. 

All'inizio del IV secolo d.c. il complesso di Umm al-Dabadib vide l'edificazione di un insediamento fortificato, e cioè un compatto agglomerato di case disposto intorno al Forte centrale, posto a sud dell'insediamento più antico, insieme all'ampliamento del Tempio, con l'aggiunta di una grande aula magna, e l'impianto di due vaste coltivazioni alimentate da una rete di sette acquedotti sotterranei che attingevano l'acqua sotto la scarpata settentrionale. 

L’insediamento consiste di un forte centrale alto 12 metri, circondato da una massa solida di abitazioni su più livelli, servite da corridoi coperti e non da strade a cielo aperto, il che permetteva di proteggersi sia dal sole che dalla sabbia. Il sistema agricolo consiste di 5 acquedotti sotterranei, ognuno di 2 o 3 km, e di due più brevi, che portavano acqua a due grandi coltivazioni; il tracciato della centuriazione romana e i resti dei campi sono ancora visibili sulla superficie del deserto. Sia il Forte che l'intero Insediamento Fortificato sono rivolti a sud per dare l'impressione di un luogo robusto e ben difeso. I pochi, piccoli ingressi all'insediamento si trovano infatti verso il 'retro', quasi nascosti alla vista. Il che fa pensare che fin dai tempi più antichi si temessero incursioni di nomadi tesi a razziare da cui occorresse difendersi. D'altronde le popolazioni sedentarie sono state sempre minacciate dalle popolazioni nomadi in ogni parte del mondo. La cinta muraria esterna presentava una leggera pendenza per ragioni di stabilità e aveva poche aperture lungo i tre lati orientale, meridionale e occidentale, sia per difesa da assalitori sia per difesa dal caldo torrido. Infatti la facciata nord presentava file di finestrelle, per la brezza più fresca del nord. 

La parete esterna (e forse anche la struttura interna) era suddivisa in sezioni da giunti verticali, probabilmente destinati ad assorbire il ritiro naturale delle pareti in laterizio. All'interno, l'edificio era costituito da un anello di ambienti distribuiti intorno a un cortile centrale, ora riempito dalle macerie dei livelli superiori. 

Tutti gli ambienti, ad eccezione forse di alcuni al livello più alto, erano coperti da volte a botte parabolica, che partivano da un'altezza di circa 1 m dal livello del pavimento, e formavano volte con archi a tutto sesto. 

Corridoi e portoni erano coperti da minuscole volte costituite da tre mattoni crudi, quello centrale appiattito e sostenuto da due disposti in diagonale, che davano alla volta risultante una forma leggermente trapezoidale. Alcuni ambienti erano dotati di piccole finestre, poste in alto sulla parete appena sotto l'apice della volta. 

I livelli superiori erano serviti da una scala che correva attorno ad un pilastro centrale, posto nella torre sud-orientale, vicino all'unico ingresso dell'edificio. Alle stanze del piano terra si accedeva probabilmente direttamente dal cortile, mentre è possibile che dei passaggi a cielo aperto servissero le stanze dei livelli superiori. Sembra che le cucine stessero sul tetto a cielo aperto, per non scaldare gli ambienti sottostanti.



L'ARCHITETTURA DEL FORTE 

La costruzione del Forte di Umm al-Dabadib (e di altri analoghi insediamenti nella parte settentrionale di Kharga) è databile tra la fine del III e l'inizio del IV secolo d.c.: compatibili pertanto non solo con l'uso del cubito egiziano (riformato) di circa 52 cm, ma anche con quello del piede egiziano di 4 palme (riformato), corrispondente a 35 cm.

I mattoni di fango impiegati nella costruzione di tutti questi siti sembrano essere stati basati sul piede tolemaico/egiziano, lungo 33-34 cm (poco meno di 1 piede di 35 cm), e largo16-17 cm. La maggior parte dei muri che delimitano i locali del piano terra del Forte sono pieni e intonacati. 

L'architettura in mattoni di fango è meno regolare dell'architettura in pietra e l'aggiunta di intonaco leviga le superfici e gli allineamenti, nonché i bordi e gli angoli. La strategia edilizia e le risorse per realizzarla dovevano essere romane, ma il fatto che l'unità di misura egiziana non fosse romana, ma egiziana, dovette dipendere dall'impiego di maestranze locali.
 
I forti e gli insediamenti a nord di Kharga sono stati costruiti con vari accorgimenti architettonici:
- le porte degli edifici principali sono tutte identiche;
- in alcuni di essi compaiono giunti verticali che dividono le pareti in settori;
- spigoli vivi si alternano a contrafforti rotondi;
- in alcuni forti vi sono stretti passaggi ricavati nello spessore delle mura esterne;
- tutte le stanze sono coperte dallo stesso tipo di volta parabolica.

Nell’antico Egitto e nel medio oriente, già nel secondo millennio a.c., erano frequenti costruzioni coperte con volte paraboliche (più alte delle volte a tutto sesto ma senza angolo acuto), generalmente in mattoni di argilla cruda.

Negli insediamenti fortificati del IV secolo d.c. nel nord di Kharga, tombe, corredi funerari, resti umani, ceramiche, e le scarse fonti scritte, indicano una comunità egiziana con un commercio attivo lungo le rotte carovaniere che traversavano l'oasi.
 
Ma la presenza dell'esercito romano è attestata da un ostracon (frammento di vaso con iscrizione) di Ain al-Lebekha che menziona un'annona militare innalzata in loco, e da due papiri: uno cita l'Ala Prima Abasgorum e l'altro una coorte capitanata da un certo Diphilos con i nomi di molti soldati tipici dell'Egitto del IV secolo d.c..

L'ala di stanza a Kharga era originariamente composta da Abasgi, una popolazione di stanza sulla costa del Mar Nero; se, come sembrano suggerire i decenni che dividono questo papiro dalla Notitia Dignitatum, questa ala rimase stazionata nell'oasi per lungo tempo, è probabile che si fondesse con la popolazione locale e raccogliesse localmente nuovi soldati egiziani.

Se ne deduce che gli insediamenti fortificati tardo romani del nord di Kharga furono concepiti e sponsorizzati dai romani, furono costruiti e abitati da egiziani e sorvegliati da guarnigioni dell'esercito romano composte principalmente da soldati egiziani. Ma l'identità dei loro "architetti", cioè di coloro che li hanno progettati, rimane per il momento non chiara. 


BIBLIO

- Rossi, C. - Controlling the borders of the empire: the distribution of Late-Roman ‘forts’ in the Kharga oasis - R. Bagnall, P. Davoli, and C. Hope (eds.) - Dakhla Oasis Project Monograph - Oxford, Oxbow - 2013 -
- Rossi, C., A. Migliozzi, F. Fassi, A. Mandelli, G.B. Chirico, C. Achille, S. Mazzoleni - Archeologia, scienza e tecnologia: lo studio del sito tardo-Romano di Umm al-Dabadib - Napoli - Artstudiopaparo - 2015 -- Beadnell, H. J. L. - An Egyptian Oasis: An Account of the Oasis of Kharga in the Libyan Desert, with Special Reference to its History - Physical Geography and Water-supply - Murray - London - 1909 -
- Bahariya I - Le fort romain de Qaret el-Toub I - Fouilles de l’Institut français d’archéologie orientale - Colin, F. (ed.) - Cairo - 2012 -
- Rossi C. - Umm el-Dabadib, Roman Settlement in the Kharga Oasis: Description of the Visible Remains, with a Note on ‘Ayn Amur. - Mitteilungen des Deutschen Archaologischen Instituts Abteilung Kairo - 2000 -



KSAR GHILANE - TISAVAR (Limes Africae)


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«Un popolo [quello dei Romani] che valuta le situazioni prima di passare all'azione e che, dopo aver deciso, dispone di un esercito tanto efficiente: non meraviglia se i confini del suo impero sono individuati, ad Oriente dall'Eufrate, dall'oceano ad occidente, a settentrione dal Danubio e dal Reno? Senza compiere esagerazioni, potremmo dire che le loro conquiste sono inferiori ai conquistatori.»
(Giuseppe Flavio, Guerra giudaica, III, 5.7.107.) 

Ksar Ghilane, conosciuta anche come Henchir Tébournouk, è un'oasi, cioè un'area coltivata, spesso con ricchi palmeti e piscine calde naturali intorno o all'interno di un deserto o di una zona semidesertica. Le oasi fungono anche da habitat per animali di allevamento e non, e di piante spontanee. 

Ma Ksar è pure in sito archeologico nonchè una città del Governatorato Tataouine, ai confini dell'Algeria e della Libia, uno dei 24 governatorati tunisini. Amministrativamente però Ksar Ghilane fa parte della provincia di Kebili (governatorato), sebbene sia molto vicino alla provincia di Tataouine. Quest'ultima ha come capitale una città della stesso nome con un abitato molto particolare e molto bello in stile berbero.


L'oasi di Ksar Ghilane è posta nella parte meridionale della Tunisia, sul limite orientale del Grande Erg Orientale. Famosa per essere la più meridionale delle oasi tunisine e una delle porte del deserto tunisino del Sahara, l'oasi è alimentata da una fonte di acqua calda in cui si può fare il bagno e che avrebbe virtù termiche.

Ksar Ghilane è stato a lungo difficile da raggiungere, ma ora è collegata da una strada asfaltata a Douz (80 chilometri a nord) o Matmata, che può essere utilizzato da veicoli fuoristrada o auto private o a noleggio.

Come suggerisce il nome (ksar è una parola araba che significa "castello"), ha rovine risalenti all'Impero romano, cioè un forte romano che proteggeva il confine del Sahara. Il suo nome era Tisavar, e seguiva il bordo del deserto. Il governo tunisino ha proposto, il 17 febbraio 2012, i resti del forte romano per una futura classificazione nella lista del patrimonio mondiale dell'UNESCO.
PLANIMETRIA DEL FORTE ROMANO

I LIMES ROMANI

Il "limes romano" era la linea di confine dell'Impero romano al suo apice nel II secolo d.c. e si estendeva per oltre 5.000 km dalla costa atlantica a nord della Gran Bretagna, attraversando il L'Europa verso il Mar Nero e da lì verso il Mar Rosso e il Nord Africa per tornare sulla costa atlantica. 
Di codesti limes sono rimasti mura, fossati, fortezze, torri di guardia e abitazioni civili. Alcuni elementi della linea sono stati scoperti durante gli scavi, altri ricostruiti e alcuni distrutti. 
In Tunisia, il limes romano è più simile a un sistema di sorveglianza del territorio e controllo dei movimenti di persone che a una linea di difesa che si dovesse opporre a una vera e propria minaccia militare. Al culmine della dominazione romana, l'area delle fortificazioni si estendeva per non meno di 80.000 kmq dai monti Gafsa a nord fino al Grand Erg a sud.

I resti delle installazioni appartenenti ai dominatori romani rientrano in un'area di diversa profondità a seconda del settore. Trenta in numero, si tratta di campi, forti, fortezze, segmenti di mura o fossati. La loro distribuzione dà un'impressione di forte organizzazione.


Si trattava di un'opera complessa e di lunga durata, si sa che i romani costruivano per l'eternità, per cui poco è crollato ma molto è stato fatto crollare. La creazione del limes è stata un arricchimento perpetuo, pezzi di date diverse giustapposte in un sistema in cui tutte le epoche sono finalmente rappresentate.

Istituito gradualmente dal regno di Ottaviano Augusto (27 a.c .-- 14 d.c.) in seguito all'apertura nel 14 d.c. del raccordo strategico, via Capsa (Gafsa), campi invernali (castra hiberna) nel porto di Tacapes (Gabès) nel Golfo di Little Syrte, e anticipando la penetrazione romana nella regione pre-desertica, questo sistema di sorveglianza e controllo rimase funzionale per tutta la tarda antichità fino al V secolo, come attestato dalla Notitia Dignitatum.


Del limes tunisino restano due muraglie e quattro fortezze:
Muro di Bir Om Ali: 2 km da Khanguet Oum Ali, sulla collina omonima, attraverso la gola, i resti ben conservati di un "muro" che blocca il passaggio da una cima all'altra del gola. Spessa 3 metri e costruita in macerie, la struttura conserva buona parte di un'altitudine che supera i 5 m.
- Muro di Jebel Tebaga: si estende per 17 km da Jebel Tebaga ai piedi occidentali di Jebel Melab. È costruito in pietra e talvolta conservato a un'altezza di oltre 2 m con una larghezza totale della struttura di circa quindici metri.
Fortezza di Ksar Tarcine: sulla riva destra di Oued Hallouf che domina di dieci m. Comprendeva un recinto esterno che formava un quadrilatero irregolare di 110 m di lunghezza, un cortile interno e un cubicolo quadrato di 15 mx 15 m con un muro di rinforzo esterno. Uno stretto corridoio di 30 m, con dispositivo di chiusura, conduceva al cortile interno.
L'ENTRATA DEL FORTE VISTA DALL'INTERNO
Fortezza di Bénia Guedah Esseder: situata in una fertile pianura, di 60 m di lunghezza e 40 m di larghezza, con un recinto bastionato di un'altezza di 3 m. L'unica apertura, a sud-est, era da un corridoio guardato dall'interno da fessure orizzontali Vi si accedeva attraverso un corridoio di nicchia e una porta ad arco che si apriva su un atrio.
Fortezza di Bénia bel Recheb: domina la valle di Oued bel Recheb, con una pianta quadrata di 40 m su un lato e un recinto di pietra tagliata fiancheggiato da bastioni quadrati. Due bastioni incorniciavano l'ingresso che si apriva su un doppio corridoio girevole, da cui si accedeva al cortile interno.
E infine:

INTERNI DEL FORTE

LA FORTEZZA DI KSAR GHILANE / TISAVAR

Situata a 3 km dall'oasi di Bou Flija, su una collina rocciosa che domina le prime dune del Grande Erg Orientale, questo forte risale al regno dell'Imperatore Commodo (161 - 192).

Si tratta di una costruzione rettangolare, di 40m x 30m, con angoli arrotondati. Le pareti, costruite con pietre tagliate, che ora raggiungono un'altezza di 1,50 m, erano edificate con massi grandi sotto e macerie più piccole sopra, raggiungendo in origine uno spessore di 1,40 m e un'altezza di quasi 4 m.

Vi era un'unica porta d'ingresso e si apriva nel mezzo della parete est del recinto. Il portale, con un portone dotato di cardini, si apriva su un corridoio lungo 7 m che poi era chiuso nel mezzo da una porta a doppia anta.
Questa a sua volta dava accesso a un cortile sul quale si aprivano 20 stanze poggianti sul muro esterno. In ogni angolo del forte e sui lati est e ovest, le scale davano accesso alle terrazze sopra le camere da letto e ad una passerella sopra il muro di cinta.
Nel mezzo del cortile sorgeva un cubicolo di 12,60 m x 7,40 m, le cui pietre angolari erano costruite in pietra bugnata, composto da alcune stanze (forse per magazzino) e da una cappella di Giove con statua della divinità.

INTERNI DEL FORTE
LA STRAORDINARIA FUNZIONALITA' ROMANA

La sezione tunisina delle frontiere dell'Impero romano è un esempio di trasposizione in un ambiente desertico sahariano di un sistema difensivo del territorio e di un'architettura militare e di un centro politico come vennero ideati nella penisola italica, tenendo però conto che dovettero trasferirla in un ambiente molto diverso per clima, terreno, popolo, cibo e animali.
Essa è un vero e proprio incontro di economia e cultura, che si occupa e preoccupa tanto della messa in campo agricolo per assicurare l'approvvigionamento dei legionari, tanto dell'artigianato per la produzione di pentole, vasi, mobili e tende, quanto della produzione delle armi e armature dell'esercito, ma pure per la produzione degli emblemi militari e religiosi delle legioni.
I romani erano in grado di edificare e organizzare una città e un presidio ovunque, con uno spirito di versatilità, creatività e insieme di adattamento mai superato.


BIBLIO

- Antonio Ibba, Giusto Traina - L'Afrique romaine. De l'Atlantique à la Tripolitaine - Editions Bréal - Paris - 2006 -
- René Cagnat - L'armée romaine d'Afrique et l'occupation militaire de l'Afrique sous les empereurs. Imprimerie nationale - Paris - 1912 -
- René Cagnat - La frontière militaire de la Tripolitaine X l'époque romaine - In: Mémoires de l'Institut national de France. Académie des Inscriptions et Belles-Lettres - Paris - 1914 -



GHOLAIA - BU NJEM (Limes Africae)


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IL FORTE ROMANO VISTO DAL SATELLITE

Gholaia era un forte romano, parte del Limes Tripolitanus, corrispondente al moderno Bu Njem, posto sulla zona di frontiera romana, o limes. Fu l'imperatore Settimio Severo (193-211) a ordinare la costruzione di una linea di fortificazioni, che cambiò completamente questa parte della Libia, Tripolitana.

PLANIMETRIA DEL FORTE (INGRANDIBILE)
Oggi questa zona è deserto, ma le piogge non mancano anche se sono molto irregolari. Ma i romani erano maestri in dighe e cisterne, arrivando a rendere i campi irrigabili e l'area trasformata in territori agricoli agricoli. Questo accadde all'inizio del terzo secolo. ma il primo passo fu di costruire forti come Gholaia, cioè un castellum con caserme, terme, un quartier generale e una residenza per il comandante.

Gli edificatori di questi forti furono i soldati della Terza Legione Augusta (reclutata dal console Gaio Vibio Pansa e Ottaviano, il futuro imperatore) nel 43). Questo è stato dedotto dalle torri vicino al cancello principale, che non sono quadrate, come al solito, ma a cinque angoli, caratteristiche della III legione.

Il Limes Tripolitanus era un buon sistema di vita per cui molte persone si stabilirono a Tripolitana come agricoltori, producendo tali ricchezze da permettere stupende città come Sabratha , Oea (moderna Tripoli) e Lepcis Magna. Molti coloni devono essere stati veterani dei tre forti.


I RESTI DEL FORTE COPERTI DALLE SABBIE DEL DESERTO
I nuovi forti controllavano le strade principali attraverso il deserto e si trovavano vicino alle oasi. Gholaia dista circa 100 km dalla costa, per cui non si temevano attacchi dal mare ma dai nomadi del deserto. Pertanto le legioni romane dovevano bloccare l'accesso ai pozzi, soprattutto contro i Garamanti, che vivevano oltre il Gebel as-Soda.

DEA DELLA GUERRA - GHOLAIA
Contro le piccole bande sparse nel deserto la protezione dei forti non bastava, per cui dovevano essere le fattorie stesse delle fortificazioni, come a a Gheriat esh-Shergia, Ghirza e Qasr Banat, con mura molto spesse e torri di avvistamento che segnalavano attraverso i fuochi sulla cima l'arrivo dei nemici. 

La loro cultura, basata sulla irrorazione dei campi, e sulla vigilanza dalle incursioni nomadi sopravvisse all'impero romano. Si creò tra i coltivatori dei campi una grande solidarietà per cui qualsiasi terreno venisse attaccato si trasmetteva l'evento mediante messaggi di fuoco acceso sulle torri e tutti i vicini si radunavano per affrontare l'invasore. 

I soldati che servivano a Gholaia furono reclutati da tutta l'Africa, come la maggior parte dei legionari del III Augusta. Tuttavia, nel 219, l'imperatore Eliogabalo sciolse la III legione gallica e molti soldati di questa unità furono aggiunti alla legione africana. Ciò significa che diversi soldati in Gholaia provenivano dalla Siria.

Alla fine del quinto, all'inizio del VI secolo, ci furono serie difficoltà, ma l'imperatore Giustiniano (r.527-565) potenziò le città lungo la costa, costruì nuove città e le fattorie fortificate furono di nuovo rafforzate. 

L'ARATURA COI DROMEDARI

I PRINCIPIA

I Principia (quartieri generali) erano gli stessi in tutto l'impero. Gholaia aveva anche una corte quadrata circondata da piccole stanze, una grande sala trasversale, la basilica, luogo di riunioni e di amministrazione della giustizia, una biblioteca (perchè i legionari sapevano tutti leggere e scrivere), le terme per l'igiene e per lo svago, con annessa palestra, un piccolo mercato, una prigione e un santuario (sacello) dove l'emblema dell'unità (la divinità, l'imperatore ecc.) era tenuto e venerato. 

Diverse colonne che circondano la corte quadrata sono state nuovamente innalzate dagli archeologi francesi e libici che hanno studiato il sito negli anni '70.  Nell' Ostracon n . 71 . (L' ostraca di Bu Njem è composta da frammenti di cocci o tavolette di legno su cui sono stati scritti rapporti e lettere, scoperti in una stanza del forte, con l'unico scriptorium identificato in un forte romano) è scritto:
"I nomadi sono arrivati, portando quattro asini e due egiziani che portano lettere a te, Gtasazeihemus Opter, e uno schiavo fuggiasco".

IL LEGATO DELLA III LEGIO AUGUSTA

GLI IMMIGRATI

Sabratha, Oea e Leptis Magna erano tre grandi città grandi produttrici di olive, poste nel nord-ovest della Libia moderna, cioè la Tripolitana, "terra delle tre città". Durante il conflitto tra Cesare e Pompeo, Leptis si schierò con quest'ultimo e questo le costò un tributo annuale in olio di oliva e la riduzione a "città stipendiaria". Secondo le fonti Leptis avrebbe pagato ogni anno a Roma ben tre milioni di libbre d'olio, ma la città era ricca di oliveti lungo la fascia costiera.

PORTA EST - TORRE SUD
Proprio per questo un'altra risorsa del paese erano per i romani le prestazioni lavorative a basso costo: i Garamanti, nomadi del deserto che avevano i loro pascoli invernali nelle oasi del Fezzan, nella Libia sud-occidentale, arrivavano a nord durante la stagione del raccolto. Lasciando le loro capre nei campi vicini, i Garamanti aiutavano a raccogliere le olive e usavano i loro dromedari per arare i campi. Inoltre barattavano carne, prodotti caseari e prodotti dell'Africa sub-sahariana con ceramiche e oggetti in metallo, finché non sono tornavano a casa con le loro greggi quando il lavoro era terminato.

Quindi gli abitanti delle città avevano bisogno dei nomadi e questi avevano bisogno dei cittadini, ma man mano che le città crescevano, c'erano più contadini, che avevano bisogno di più terra, per cui diventava sempre più difficile per i Garamanti salire al nord con i loro animali, soprattutto i bovini, perchè c'era meno pascolo. 

Così di frequente i nomadi attaccavano i coloni romani, interveniva l'esercito che puniva i Garamanti e tutto tornava come prima. D'altronde questi ultimi essendo un popolo tribale erano avvezzi alla guerriglia.

D'altronde se i Romani avessero alzato mura muri per tenere fuori i nomadi, ciò avrebbe anche impedito la migrazione stagionale. Pertanto, l'imperatore romano Settimio Severo (r.193-211), ottimo princeps che per giunta conosceva le genti in quanto originario di Leptis Magna, adottò una politica molto intelligente, costruendo tre forti nelle oasi principali, per cui l'accesso all'acqua poteva essere negato ai nomadi ribelli. Questi potevano raggiungere i territori romani anche portando con sé sacchi d'acqua sui dromedari, ma li avrebbero rallentati nelle scorrerie e vulnerabili ai contrattacchi.

LA SABBIA RICOPRE ANCORA BUONA PARTE DEL FORTE
C'era però il problema del vettovagliamento. A Bu Njem, erano stanziate una coorte della Terza Legione Augusta di 480 uomini, più ausiliari 120 ausiliari con cavalli e dromedari, oltre a un villaggio vicino al forte di circa 500 abitanti. 

Queste 1100 persone richiedevano circa 900.000 Kg di grano o cereali all'anno, che l'oasi non era in grado di produrre. Allora i Romani piuttosto che dipendere dalle importazioni che per giunta potevano subire molti attacchi, decisero di sviluppare la zona predesertica tra Bu Njem e il prossimo forte, Gheriat el-Garbia, costruendo dighe, cisterne e fattorie fortificate, destinate ai veterani dell'esercito, lungo gli wadi.

Questi erano i canaloni entro cui sgorgavano le acque stagionali con torrenti impetuosi, che vennero però trasformati in fiumi perenni attraverso dighe e chiuse, un capolavoro di ingegneria come solo i romani potevano fare, e come a tutt'oggi quelle terre, che a suo tempo scacciarono i romani non hanno più saputo ripristinare.



LA DECADENZA

Nel VII secolo, la popolazione si convertì all'Islam ma con le varie tribù iniziarono le lotte di potere che pian piano devastarono tutto. Le dighe furono abbattute e le cisterne rovinate, fu la fine delle coltivazioni e tutto tornò desertico. La civiltà romana era ormai dimenticata. Le pietre non furono mai riutilizzate e furono coperte dalla sabbia del deserto. Gli insediamenti divennero invisibili e i loro ricordi vennero dimenticati fino a quando gli archeologi italiani iniziarono a investigarli negli anni '20 e '30, riscoprendo le vestigia della più grande antica civiltà della Terra.


BIBLIO

- Lidiano Bacchielli - La Tripolitania - in "Storia Einaudi dei Greci e dei Romani" - Geografia del mondo tardo-antico - vol.20 - Milano - Einaudi - 2008 -
- René Cagnat - L’Armée romaine d’Afrique et l’occupation militaire de l’Afrique sous les empereurs - Paris - Impr. nationale - 1912 -
- Pol Trousset - Recherches sur le limes Tripolitanus, du Chott el-Djerid à la frontière tuniso-libyenne - (Etudes d'Antiquites africaines) - Éditions du Centre national de la recherche scientifique - Paris  - 1974 -



 

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