II REGIO AUGUSTEA - APULIA ET CALABRIA


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APULIA

DIVISIONE DELLA PENISOLA ITALICA IN EPOCA AUGUSTEA




STRABONE 
Geografia VI.1.1-15

"La costa che viene dopo la Lucania, fino allo stretto di Sicilia e per una distanza 1350 stadi è occupata dai Bretti. Secondo Antioco, nel suo trattato " Sull'Italia", questo territorio che si chiamava Italia, prima si chiamava Enotria.

Ed egli assegna come suoi confini, sul mare Tirreno, lo stesso confine che io ho assegnato al paese dei Bruzi il fiume Lao e sul mare Siciliano (Jonio) Metaponto. Ma escludendo il territorio dei tarantini, confinante con Metaponto, che egli colloca fuori dall'Italia e chiama i suoi abitanti Japigi. Ed in un tempo più antico, secondo lui, si potevano chiamare Italiani ed Enotri solo quelle genti che vivevano in questo lato dell'istmo nel paese che giunge fino allo stretto di Sicilia.

Lo stesso istmo, largo 160 stadi, si trova fra due golfi l'Hipponiate (che Antioco chiama Nepetino) e lo Scylletico. Il percorso lungo la costa intorno al paese compreso fra l'istmo e lo stretto è 2000 stadi. Ma in seguito, egli dice, i nomi di Italia ed Enotria vennero ulteriormente estesi oltre il territorio di Metaponto e quello di Siri, fino a comprendere, i Choni, una tribù Enotria ben governata, il cui territorio venne chiamato Conia.

Antioco parla in maniera semplice ed arcaica, senza fare alcuna distinzione fra Lucani e Brettii. In primo luogo, la Lucania è situata fra la costa tirrenica e quella del Mar di Sicilia, sulla prima si estende fra i fiumi Sele e Lao, sulla seconda fra Metaponto e Turi; in secondo luogo, sul continente, dal territorio dei Sanniti fino all' istmo che si estende da Thurio a Cerilli (una città vicino a Lao) l'istmo largo 300 stadi.

Ma i Brettii sono situati al di la dei Lucani, e questa penisola include un'altra penisola che ha un istmo che si estende dal golfo di Scylletium fino al golfo Hipponiate. Il nome della tribù fu dato loro dai Lucani, infatti i lucani chiamano tutti i ribelli Brettii. I Brettii si ribellarono, così si dice, poiché prima essi pascevano gli armenti dei Lucani, e poi per l'indulgenza dei loro padroni, cominciarono ad agire come uomini liberi, quando Dione fece la sua spedizione contro Dionisio, fece sollevare tutti questi popoli l'uno contro l'altro. Questo è quanto si può dire in generale dei Lucani e dei Bretti.

La città dopo Lao che appartiene ai Brettii, si chiamava Temesa, sebbene oggi la chiamino Tempsa; venne fondata dagli Ausoni, ma in seguito fu colonizzata dagli Etoli guidati da Toante, ma gli Etoli vennero scacciati dai Brettii, che a loro volta soccombettero prima ad Annibale e poi ai romani. Vicino a Temesa vi era un Heroon consacrato a Polite, uno dei compagni di Ulisse, circondato da olivi selvatici, che fu assassinato a tradimento dai barbari, e perciò divenne estremamente risentito contro il paese che, su consiglio di un'oracolo, gli abitanti del circondario si sottomisero all'usanza di offrirgli un tributo, e da ciò nacque il motto popolare nei confronti degli ingrati di cui si dice che "L'eroe di Temesa grava su di loro".

Ma quando i Locresi Epizefiri presero la città, si racconta che, il pugilatore Eutimo, si scontrò con lo spirito di Polite e dopo averlo battuto liberò Temesa dal tributo. Dicono che Omero ha menzionato Temesa, non Tamaso in Cipro, quando disse " a Temesa, alla ricerca del rame". Infatti miniere di rame sono state viste nei dintorni, ma oggi sono state abbandonate. Vicino Temesa c'è Terina, che fu distrutta da Annibale, poichè non poteva difenderla quando si era rifugiato nel Bruzio.

Quindi viene Consentia, la metropoli dei Brettii e poco al disopra la città di Pandosia, una potente fortezza, presso cui venne ucciso Alessandro il Molosso. Anche lui venne ingannato dall'oracolo di Dodona, che lo aveva avvertito di guardarsi da Acheronte e da Pandosia; poiché luoghi con questi nomi si trovano anche in Tesprozia, egli venne a cercare la sua fine qui nel Bruzio. La fortezza di Pandosia è sita su tre colline, e vicino le scorre il fiume Acheronte.

Vi fu anche un altro oracolo che trasse in inganno Alessandro il Molosso : " O Pandosia dalle tre colline, un giorno ucciderai molta gente" perciò egli pensò che l'oracolo si riferisse alla distruzione dei nemici, e non della sua stessa gente. Si dice anche che Pandosia sia stata un tempo sede del Re degli Enotri. Dopo Consentia viene Hipponio, fondazione dei Locresi, inseguito venne conquistata dai Brettii ma poi la presero i romani che mutarono il suo nome in Vibo Valentia.

(INGRANDIBILE)
Poiche tutta l'area circostante Hipponio è coperta da praterie fiorite, la gente crede che Core venisse qui dalla Sicilia a raccogliere fiori, e che da ciò deriva l'usanza delle donne di Hipponio di raccogliere fiori ed intrecciarli in ghirlande per indossarle nei giorni di festa e si reputa disdicevole indossare ghirlande comprate. 

Hipponio ha anche un porto, che venne costruito molto tempo fa da Agatocle, il tiranno dei Sicelioti, quando conquistò la città.

Quindi si naviga verso il Porto di Ercole, che è la punta d'italia sullo stretto, dove si comincia a girare verso oriente. In questo viaggio si passa Medma, una città dei già nominati Locresi, che ha il nome di una grande sorgente e ha pure un porto nelle vicinanze chiamato Emporion.

Lì vicino è il fiume Metauro e un punto d'approdo dallo stesso nome. Al largo di questa costa vi sono le isole Lipari, ad una distanza di circa 200 stadi dallo stretto. Secondo alcuni sono le isole di Eolo, di cui fa menzione il poeta nell'Odissea. Sono sette e sono tutte in vista sia della Sicilia che della costa presso Medma, ma di queste parleremo nella descrizione della Sicilia.

Dopo il fiume Metauro viene un'altro un secondo Metauro, poco dopo questo fiume viene il promontorio Scylleum, in posizione elevata, che forma una penisola con un piccolo istmo basso che offre approdo su entrambe i lati. Questo istmo venne fortificato da Anassilao, il tiranno di Reggio, contro i Tirreni, costruendovi una stazione navale, impedendo così ai pirati di attraversare lo stretto.

Nelle vicinanze si trova il promontorio Caenys, che dista da Medma 250 stadi, ed è l'ultima punta sullo stretto opposta al capo siciliano Peloro. Capo Peloro è uno dei 3 capi che fanno l'isola triangolare, ed è rivolto verso il levante estivo, così come il Capo Caenys è rivolto verso ponente, cosicché i due promontorii appaiono in qualche modo contrapposti. Il tratto di mare fra il Caenys e il promontorio Poseidonio o "Colonna Reggina" e di circa 6 stadi, poco di più misura lo stesso stretto nel suo punto più breve.

Dalla Colonna fino a Reggio la distanza è di 100 stadi, qui Lo stretto comincia ad allargarsi e si procede verso Est e verso il mare aperto che è chiamato Mare Siciliano.
Reggio fu fondata dai Calcidiesi che, si dice, dedicarono ad Apollo, un uomo ogni 10 calcidiesi a causa di una carestia, ma poi secondo un oracolo, emigrarono da Delphi e si vennero a stabilire qui, portando con loro anche altri dal loro paese.

Ma secondo Antioco i Calcidiesi vennero chiamati dagli Zanclei che diedero loro come ecista Antimnesto. A questa colonia appartenevano anche esuli Messeni del Peloponneso che erano stati battuti dalla fazione opposta. Questi uomini non vollero riparare l'offesa recata ai Lacedemoni per l'oltraggio delle vergini avvenuto a Limne, ove si erano recate per officiare un rito religioso, ed avevano anche ucciso coloro che erano intervenuti in loro aiuto.

Cosi gli esuli dopo essersi rifugiati a Mecistos, mandarono una delegazione all'oracolo del Dio, lamentandosi con Apollo e Artemide di dover subire tale sventura per essere intervenuti a difendere la loro causa e chiedendo come potessero salvarsi dalla rovina. Apollo ordinò loro di andare con i Calcidiesi a Reggio e di onorare la sorella; essi infatti non erano stati maledetti, ma invece era stata loro offerta la salvezza, poiché non sarebbero periti insieme alla loro patria che a breve sarebbe stata distrutta dagli Spartani.

Essi obbedirono; e perciò i governanti dei Reggini fino ad Anassilao appartennero sempre alla stirpe dei Messeni. Secondo Antioco tutta questa regione era stata abitata da Siculi e Morgeti nell'antichità, che successivamente espulsi dagli Enotri, passarono in Sicilia. Secondo alcuni, Morgantium prese il nome dai Morgeti di Reggio.

La città di Reggio divenne poi molto potente ed ebbe molte dipendenze nelle sue vicinanze, ed è sempre stato un potente avamposto fortificato opposto all'isola, non solo nei tempi antichi ma anche ai nostri giorni, quando Sesto Pompeo indusse la Sicilia a ribellarsi. La città fu chiamata Reggio, secondo quanto riporta Eschilo, a causa della calamità che aveva colpito questa regione: infatti la Sicilia si staccò dal continente a causa di un violento terremoto, "da questo fatto appunto deriva il nome di Reggio. Come prova di ciò adducono i fenomeni che si verificano sull'Etna e in altre parti della Sicilia, come a Lipari e nelle isole vicine, e anche nelle isole Pithecusae e lungo tutta la costa adiacente, non è irragionevole supporre che tale catastrofe naturale abbia avuto luogo.

Attualmente la terra intorno allo stretto, si dice, non è spesso interessata da terremoti, perchè qui le fratture, attraverso cui si sollevano il fuoco e le masse incandescenti vengono eruttate, sono aperte; una volta però il fuoco e i vapori che erano costretti sotto terra, producevano violenti terremoti, poichè i passaggi verso la superficie erano ostruiti, e le terre che erano continuamente in movimento, vennero lacerate ed il mare penetrò in entrambe i lati, sia qui che fra le altre isole di quella regione.

Infatti Procida e Pithecusa sono frammenti separatisi dal continente, ed anche Capri, Licosa le Sirene e le Enotridi. Poi vi sono isole che si sono sollevate dal mare, cosa che avviene anche oggi in molti luoghi; le isole che si trovano in alto mare e più probabile che siano emerse dal fondo, mentre e più ragionevole supporre quelle che stanno al largo dei promontori e sono separate da brevi tratti di mare dal continente si siano distaccate da esso.

SCULTURA DAUNIA
In ogni caso, sia che il nome di Reggio sia stato dato per la regione suddetta o piuttosto derivi dalla propria fama, per cui i Sanniti l'avrebbero denominata dalla parola latina che significa "città regale" (poichè gli antenati dei Sanniti godevano della cittadinanza romana e usavano prevalentemente la lingua latina), la questione è aperta ad ulteriori approfondimenti per svelare la verità. Comunque questa famosa città, che non solo aveva fondato molte colonie, ma aveva dato i natali a molti uomini illustri, sia nella politica che nella cultura, venne distrutta da Dionisio a causa del fatto che avendo egli chiesto in sposa un fanciulla, i Reggini gli avevano offerto la figlia di un boia.

Ma suo figlio ricostruì una parte della vecchia città e la chiamo Phoebia. All'epoca di Pirro la guarnigione dei Campani ruppe la tregua e massacrò la maggior parte degli abitanti e poco prima della guerra Marsica la città venne distrutta in buona parte da un terremoto.

Ma Cesare Augusto dopo aver scacciato Pompeo dalla Sicilia, vedendo che la città era scarsamente popolata, vi lasciò una parte degli uomini della sua armata come coloni, e la città venne ripopolata.

Quando si salpa da Reggio verso Est, a 50 stadi di distanza si giunge a capo Leucopetra (così detto per il suo colore) ove, si ritiene, termini l'Appennino. Quindi viene l' Heracleium, che è l'ultimo capo dell'Italia che si protende verso sud, poichè chi lo doppia naviga sospinto dal Libeccio fino al promontorio Japigio, poi la rotta inclina sempre più verso nord-ovest,in direzione del Golfo ionio. Dopo l' Eracleo viene un promontorio che appartiene a Locri, chiamato Zefireo, il suo porto è esposto ai venti occidentali, da cui il nome. poi viene la città di Locri Epizefiri, una colonia dei locresi che vivevano sul golfo di Crisa, che furono qui condotti da Evante, poco dopo la fondazione di Crotone e Siracusa.

Eforo erra nell'attribuire la colonia ai Locresi Opunzii. Comunque essi vissero solo 3 o 4 anni presso lo Zefirio, e poi si spostarono nell'attuale sito, con la cooperazione dei Siracusani. Presso il promontorio Zefirio vi è una fonte detta Locria, ove i Locresi posero il loro primo insediamento.

La distanza fra Reggio e Locri è di 600 stadi, la città sorge sul pendio di un colle chiamato Epopis.  Si crede che i Locresi Epizefiri siano stati i primi a darsi delle leggi scritte. dopo che ebbero vissuto sotto buone leggi per un lunghissimo tempo, Dionisio, che era stato esiliato dal territorio dei Siracusani, attuò contro di loro ogni genere di sopruso. Infatti si insinuava nelle camere nuziali delle promesse spose dopo che si erano abbigliate per il matrimonio e giaceva con loro prima del matrimonio, inoltre riuniva ai suoi festini le ragazze più belle in età da marito, e le costringeva a correre a piedi nudi per afferrare dei piccioni che venivano lasciati liberi senza che fossero stati loro tarpate le ali, alle volte, per maggior perversione, pretendeva che calzassero saldali disuguali (uno più alto, l'altro più basso) e così inseguissero le colombe.

Ma comunque infine pagò a caro prezzo tutti i suoi soprusi quando ritornò in Sicilia per riprendere il potere. Infatti i Locresi scacciata la guarnigione, si resero indipendenti, catturarono la moglie e le sue due figlie ed il più giovane dei suoi due figli (che era già adolescente) poiché l'altro maggiore, che si chiamava Apollocrate, stava combattendo col padre in Sicilia.
Sebbene lo stesso Dionisio e i suoi alleati Tarantini, facessero molte richieste ai locresi affinchè liberassero i prigionieri a qualunque condizione, essi si rifiutarono di liberarli sopportando l'assedio e la devastazione del loro territorio. Ma questi riversarono tutta la loro indignazione sulle sue figlie, prima le fecero prostituire quindi le strangolarono e poi dopo averne bruciato i corpi ne gettarono le ceneri in mare.

Eforo menzionando la legislazione scritta dei Locresi che fu fissata da Zeleuco traendo norme dall'ordinamento dei Cretesi, degli spartani e degli Aeropagiti, dice che Zaleuco fu tra i primi ad introdurre la seguente innovazione - prima del suo tempo si lasciava ai giudici la scelta di determinare la pena per ciascun crimine -, egli le definì nella stessa legge, poiché egli riteneva che non sempre le opinioni dei giudici erano sempre le stesse per lo stesso crimine, come dovrebbero in realtà essere.

Eforo continua lodando l'operato di Zaleuco per aver semplificato le normative sui contratti. E dice anche che i Thurii volendo col tempo mostrarsi più sottili dei Locresi sulla legislazione, divennero certamente più famosi, ma moralmente inferiori; infatti egli aggiunge, non hanno buone leggi coloro che prendono in considerazione tutti i possibili cavilli che gli accusatori di professione possano immaginare, ma coloro che rimangono fedeli ad alcuni semplici principi.

VASO DAUNIO DI CANOSA
Lo stesso Platone osservò che li dove ci sono moltissime leggi ci sono anche molti processi e pratiche corrotte, cosi come ove vi sono molti medici è probabile che vi siano anche molte malattie. 

Il fiume Alice, che segna il confine fra i territorio Reggino e la Locride, scorre attraverso una profonda gola, e lì accade un fatto particolare riguardante le cicale: mentre quelle sul lato Locrese cantano, le altre restano mute.

La causa di ciò, si pensa, che essendo le seconde in un luogo ombreggiato abbiano le membrane umide e non riescano a distenderle, le altre stando nella zona assolata avrebbero le membrane ben asciutte e simili al corno, cosicché sono atte ad emettere suoni. Un tempo era esposta a Locri la statua del citarista Eunomo con una cicala sulla cetra.

Timeo racconta che Eunomo e Aristone di Reggio si stavano sfidando nei giochi Pitici, Aristone pregava quelli di Delphi affinchè lo favorissero poiché i suoi antenati erano stati al servizio del Dio e che da Delphi erano poi partiti per andare a fondare la colonia in Italia, mentre Eunomo sosteneva che i reggini non avevano nemmeno il diritto di partecipare a tali gare poiché da loro nemmeno le cicale avevano la voce, che pure sono gli animali più forniti di voce, tuttavia Aristone ebbe il favore del pubblico ed aveva speranza di vincere, ma alla fine vinse Eunomo il quale innalzò in patria la summenzionata statua.

Infatti durante la tensone gli si ruppe una corda della cetra, allora una cicala venne a posarsi sullo strumento e ne sostituì il suono mancante. L'entroterra di queste città è occupato dai Brettii, qui si trovano la città di Mamertium e la foresta della Sila che produce la migliore pece detta "Brettia", è ricca di legno e acque e si estende per 700 stadi, dopo Locri viene il Sagra, un fiume che ha un nome femminile. 
Sulle sue sponde vi sono gli altari dei Dioscuri, nei luoghi 10,000 Locresi e Reggini si scontrarono con 130,000 crotoniati riportando un'incredibile vittoria, da tale avvenimento si dice nasca il proverbio, riferito agli increduli : " Più vero del risultato della Sagra". ed alcuni aggiungono la leggenda che la notizia dell'accaduto fu annunciato nello stesso giorno ad Olympia ove si stavano svolgendo i giochi e che essa, diffusa tanto celermente, risultò vera.

Dicono anche che tale disfatta fu la ragione per la quale i Crotoniati non poterono perdurare più a lungo a causa del gran numero di caduti in battaglia. Dopo la Sagra viene la città fondata dagli Achei, Caulonia, anticamente chiamata Aulonia, per la valle che si trova di fronte ad essa. comunque adesso è disabitata poiché i coloni vennero scacciati dai barbari che li spinsero in Sicilia dove fondarono una nuova Caulonia.

Quindi viene Scylletium, una colonia degli Ateniesi che erano con Menesteo (adesso detto Scylacium). Sebbene la tennero i Crotoniati, Dionisio la incluse nei confini dei Locresi. Il Golfo Scylletico, che insieme al golfo Hipponiate forma il summenzionato Istmo, prende nome dalla città. Dionisio cominciò anche a costruire un muro attraverso l'istmo quando mosse guerra ai Lucani, col pretesto di voler proteggere i popoli all'interno dell'istmo dai barbari esterni, ma in realtà voleva rompere l'alleanza che le colonie greche avevano fra di loro, per poter governare a proprio piacere su quelli che erano dentro l'istmo, ma quelli che erano all'esterno intervennero decisamente impedendo il suo progetto.

Dopo Scylletium viene il territorio dei Crotoniati, e i tre promontori dei Japigi; e dopo questi, il Lacinium, un tempio di Hera, che una volta era ricco e pieno di offerte. circa le distanze via mare, gli scrittori non sono abbastanza chiari, eccetto che, in via generale, Polibio dà la distanza dallo stretto al Lacinio in 2300 stadi, e quindi la distanza fino a Capo Japigia di 700, questo punto è chiamato la bocca del golfo Tarantino. Come per lo stesso golfo, la distanza intorno ad esso via mare è di lunghezza considerevole, 240 miglia come dice il Corografo, ma Artemidoro dice 380 poiché è un uomo ben informato, sebbene sottostimi la reale ampiezza dell'imboccatura del golfo.

Il golfo è esposto al levante invernale ed inizia a Capo Lacinio, quindi doppiandolo, si giunge direttamente alle città Achee, che, tranne quella dei tarantini, non esistono più, ma a causa della loro fama sono ancora degne di essere ricordate. La prima città è Crotone, a 150 stadi dal lacino, e poi viene il fiume Esaro, un porto ed un'altro fiume, il Neto.

L'ANFITEATRO DI LECCE

Si dice che il Neto debba il suo nome a ciò che li accadde. Alcuni Achei che si erano dispersi dalla flotta troiana giunsero li e sbarcarono per esplorare la regione, e quando le donne troiane che viaggiavano con loro si diedero conto che le navi erano senza uomini, diedero fuoco alle imbarcazioni, poiché esse erano stanche di viaggiare, così gli uomini furono costretti a rimanere colà, anche perché si erano resi conto di quanto fosse fertile quella terra.

E in breve parecchi altri gruppi, della stessa stirpe, vi giunsero e li imitarono, e quindi sorsero molti insediamenti, molti dei quali assunsero nomi dai troiani; e anche un fiume, il Neto, assunse la sua denominazione dall'evento summenzionato (l'incendio delle navi). Secondo Antioco, il Dio ordinò agli Achei di fondare Crotone.

Miscello partì per esplorare il luogo, ma quando vide che Sybari era già stata fondata presso il fiume omonimo, giudicò che fosse da preferire questa città; quindi tornò in patria per chiedere all'oracolo se non fosse meglio istallarsi in questa invece di fondare Crotone, e il Dio gli rispose (si tenga presente che Miscello era gobbo) :
"O Miscello dal dorso corto, cercando altro oltre ciò che ti è predestinato, vai incontro alla tua rovina, perciò accetta di buon grado ciò che ti è offerto!" e Miscello ritornò e fondò Crotone, in compagnia di Archia, il fondatore di Siracusa, il quale poco dopo riprese il viaggio per andare a fondare Siracusa.

Come dice Eforo nei tempi antichi gli Japigi abitavano la regione di Crotone. E la città ebbe fama di coltivare e l'arte della guerra e l'atletica; in una olimpiade accadde che i sette atleti che primeggiarono nello stadio su tutti gli altri fossero tutti e sette crotoniati, per cui sembra ragionevole il detto : "l'ultimo dei crotoniati è il primo su tutti gli altri Greci", e ciò, si dice sia stata l'origine del proverbio "più salubre di Crotone", come se il luogo avesse qualcosa che favorisce la salute e la vigoria fisica, a giudicare dal numero dei suoi atleti.

Essa ha avuto un gran numero di vincitori Olimpici, sebbene poi non sopravvisse a lungo a causa della perdita di moltissimi uomini durante la battaglia del fiume Sagra. La sua fama si accrebbe per il gran numero dei suoi filosofi Pitagorici, e da Milone, che fu il più illustre dei suoi atleti, non che seguace di Pitagora, che trascorse un lungo periodo nella città. Si racconta che una volta, durante un banchetto a cui partecipavano i Pitagorici una colonna cominciò a cedere, allora Milone si sostitui ad essa permettendo ai presenti di mettersi in salvo riuscendo poi a salvarsi egli stesso.

Ma successivamente, è probabile che, l'eccessiva fiducia nei propri mezzi fu la causa della sua prematura morte, nel modo che alcuni raccontano. Mentre stava attraversando una fitta foresta, si allontanò molto dalla strada principale, trovandosi davanti un grosso tronco su cui erano piantati dei cunei, allora egli cercò di spezzare il tronco infilando mani e piedi nelle fenditure, ma la sua forza fu appena sufficiente a far cadere i cunei cosicchè le fessure si richiusero imprigionandolo come in una morsa, e cosi divenne cibo per le bestie selvatiche.

Dopo, ad una distanza di 200 stadi viene Sibari fondata dagli Achei e sita fra due fiumi, il Crati ed il Sibari. Venne fondata da Is di Elice. Nei primi tempi era tanto florida che il suo dominio si estendeva su 4 popoli vicini e dominava sopra 25 città, nella campagna contro i Crotoniati schierò 300,000 uomini e le sue abitazioni si estendevano per un raggio di 50 stadi intorno al Crati.

Comunque, a causa della loro opulenza e insolenza essi vennero privati di tutto nel volgere di 70 giorni dai crotoniati, che dopo aver preso la città la sommerse deviando il corso del fiume. in seguito i sopravvissuti, davvero pochi, si riunirono e la riedificarono, ma col tempo vennero distrutti dagli Ateniesi e da altri greci che erano giunti lì per abitarvi, ma vennero sottomessi al pari di schiavi e la città venne trasferita in un sito vicino e chiamata Thurio, dal nome di una fonte.

Le acque del fiume Sybaris rendono i cavalli che vi si abbeverano ombrosi perciò tutti gli armenti ne vengono tenuti lontani, mentre quelle del Crati rendono i capelli delle persone biondi o bianchi, e a parte ciò, curano molti malanni. Successivamente i Turini prosperarono per un lungo tempo, fino a che non vennero sottomessi dai Lucani, e quando i Tarantini si sostituirono ai lucani essi chiesero l'aiuto dei Romani, e i Romani vi inviarono coloni per aumentare la loro popolazione che si era molto ridotta, e cambiarono il nome della città in Copia.

Dopo Turio viene Lagaria, una fortezza fondata dal Focese Epeo, famosa per il suo vino Lagaritano, dolce e delicato tenuto in gran conto dai medici. Anche quello di Turio è uno dei vini più rinomati. Poi viene la città di Eraclea a breve distanza dal mare, e da due fiumi navigabili l' Aciris ed il Siris. Sul Siris vi era una città d'origine Troiana dallo stesso nome, ma in seguito quando i Tarantini stabilirono la colonia di Eraclea essa divenne il porto degli Eracleoti. 

Siris dista 25 stadi da Eraclea e 330 da Thurio. Gli scrittori adducono come prova dell'insediamento Troiano la presenza in quel luogo del simulacro ligneo di Athena Iliaca - che la leggenda dice che abbia chiuso gli occhi quando alcuni devoti supplici vennero catturati dagli Ioni che presero la città.

IL TEATRO DI LECCE

Questi Ioni erano giunti lì come coloni per sfuggire al dominio dei Lidi e presero con la forza la città che apparteneva ai Chonii e la chiamavano Polieum, e ancora oggi vi si può vedere il simulacro con gli occhi chiusi.

Già è difficile credere in questa favola che l'immagine abbia chiuso gli occhi per lo sdegno - come si racconta che accadde all'immagine a Troia quando fu violata Cassandra - ma che anche la si possa vedere quando li chiude, ma ancor più difficile credere che tutte queste immagini siano state portate da Troia, non solo quella di Siris ma anche a Roma, a Lavinio, e a Luceria Athena viene chiamata Iliaca, poiché si pensa che sia stata portata da Ilio.

Inoltre in così tanti luoghi si attribuisce alle donne Troiane l'atto eroico che per quanto sia possibile e difficile da credere. Alcuni sostengono che Siris e Sybaris Theuthtantos (sul Teuthras ?? Traente) vennero fondate dai Rodii. Secondo Antioco, quando i Tarantini erano in guerra con i Turini che erano guidati da Cleandrida, un esule di Sparta, per il possesso del territorio di Siris, giunsero ad un compromesso e la occuparono congiuntamente, ma la colonia venne attribuita a Taranto, ma successivamente la colonia venne spostata e venne chiamata Eraclea.

Viene quindi Metaponto che è a 140 stadi dalla stazione navale di Eraclea. Si dice sia stata fondata dai Pilii che tornavano da Troia con Nestore, e si racconta che la loro agricoltura divenne così prospera che poterono dedicare a Delphi una messe d'oro. Gli storici a prova della fondazione dei Pilii l'istituzione del sacrificio espiatorio ai Neleidi, la città venne poi distrutta dai Sanniti.

Secondo Antioco, il luogo venne successivamente colonizzato da alcuni achei che erano stati chiamati dai Sibariti poiché era abbandonato; in realtà essi vennero chiamati a causa dell'odio che gli achei nutrivano nei confronti dei tarantini che li avevano cacciati dalla Laconia e per impedire che i loro odiati vicini occupassero quel luogo.

Quindi essendoci due città, delle quali Metaponto era più vicina a Taranto i nuovi arrivati furono convinti dai Sibariti ad occupare il sito di Metaponto e possedendo questo avrebbero anche Siris, mentre se avessero occupato la Siritide, avrebbero permesso l'inclusione del territorio di Metaponto a quello dei Tarantini, essendo quest'ultimo confinante col loro territorio.

Quando più tardi i Metapontini si scontrarono con i Tarantini e gli Enotri dell'interno si raggiunse un accordo per definire il confine fra la Japigia e l' Italia di allora. Qui viene localizzata la leggenda di Metaponto e quella della prigioniera Melanippe e di suo figlio Beoto. Secondo Antioco, la città di Metaponto si chiamava prima Metabon e solo inseguito il suo nome si modificò leggermente, ed inoltre che Melanippe non sia stata portata all'eroe Metabos ma a Dios, come è provato dal santuario dell'eroe Metabos, anche il poeta Asios, quando racconta di Beotodice che fu generato " dalla bella Melanippe nelle stanze di Dios" volendo dire che fu portata a Dios non a Metabos.

Ma come dice Eforo, il colonizzatore di Metaponto fu Daulio, tiranno di Crisa, nei pressi di Delfi. Un'altra storia racconta che che l' uomo che fu inviato dagli Achei a contribuire alla colonizzazione fosse Leucippo, e che avendo chiesto il permesso ai tarantini di sostare in quel luogo per la notte egli non lo restituì più, rispondendo alle loro proteste di giorno che lo aveva chiesto per la notte successiva e di notte che avesse diritto a passare lì anche il giorno successivo.

Dopo vengono Taranto e la Japigia, ma prima di descrivere questi luoghi, in accordo col mio scopo originale, darò una descrizione generale delle isola che stanno di fronte all'Italia; giacché di volta in volta ho già menzionato le isole vicine alle diverse tribù, così adesso che ho attraversato l'Enotria dall'inizio alla fine, che gli antichi chiamavano Italia, è giusto che conservi lo stesso ordine nell'attraversare la Sicilia e le isole introno ad essa.
In tutti i periodi ordinari, ed è vero, il loro governo era democratico, ma nei periodi di guerra veniva scelto un re dai magistrati in carica. Adesso sono Romani. "


LA REGIO II

Il territorio della Regio II Apulia et Calabria comprendeva l'attuale Puglia, parte della fascia adriatica del Molise, il settore nord-orientale dell'attuale Basilicata nonché l'area appenninica dell'Irpinia corrispondente all'attuale provincia di Avellino in Campania.

«Dopo aver descritto l'Italia antica fino a Metaponto, dobbiamo parlare delle regioni che la seguono. La prima è la Iapigia: i Greci la chiamano Messapia, gli indigeni la distinguono in Salento (la parte intorno al promontorio Iapigio) e Calabria. A nord di queste si trovano le popolazioni chiamate in greco Peucezi e Dauni, ma gli indigeni chiamano Apulia tutta la regione dopo la Calabria e Apuli la popolazione

La Regio II Apulia et Calabria in seguito alle riforme di Diocleziano fu trasformata in provincia; la sede del governatore (corrector Apuliae et Calabriae) era probabilmente a Canusium. Nell'età di Valentiniano I, tra il 28 marzo del 364 e il 24 agosto del 367, si documenta l'esistenza di un corrector (governatore) Apuliae et Calabriae a Luceria, dove vengono edificati un secretarium e di un tribunal, forse rifacimento di strutture preesistenti.


GOVERNATORI

Ulpius Alenus (305-310)
(Vibonius ?) Caecilianus, due volte (prima del 326 o forse del 312)
Lucius Nonius Verus (forse per la seconda volta, 317-324)
Marco Aurelio Consio Quarto (stesso periodo di Nonius Verus)
Volusio Venusto (326-333)
Clodio Celsino Adelfio (? 333)
Attio Insteio Tertullo Populonio (prima del 359?)
Annius Antiochus (355-361)
[...]anus (364-367)
Anonimo (384?)
Flavius Sexio (379-394)
Anonimo (398-400/401)
Orontius (prima del 427-428)
Aelius Restitutianus (IV-V secolo)
Flavianus (?)
Furio Claudio Togio Quintillo (IV secolo)
Flavianus Cornelius Marcellinus (IV secolo)
Cassius Ruferius (V secolo)
Constantinus (492-496)

TERME DI AECLANUM

LE CITTA'

- Abellinum - (Atripalda/Avellino) -
Insediamento sannita degli Irpini che sorgeva nei pressi dell'odierna Atripalda, a pochi passi da Avellino, in Campania. Dopo le Guerre sannitiche venne assoggettata a Roma. Nella Guerra Civile tra Gaio Mario e Silla gli Irpini sostennero Mario, per cui Silla la rase al suolo. Nel 7 d.c. Augusto la incluse nella Regio II Apulia et Calabria chiamandola Livia Augusta in onore della moglie. Nel III secolo Alessandro Severo incluse nella colonia molti immigrati orientali sotto il titolo di Livia Augusta Alexandrina. I Longobardi nel 568 cacciarono da Abellinum la colonia romana che si trasferì nell'odierna Avellino.

- Aecae - (Troia) -
Prima di essere colonizzata dai Romani la città era conosciuta come Aika (latinizzato in Aecae), ma il ebbe un forte sviluppo solo in epoca imperiale quando venne attraversato dalla via Traiana nel tratto fra i borghi di Aequum Tuticum ed Herdonia. 

- Aeclanum - (Mirabella Eclano) -
Città sannitica fondata alla fine del III sec a.c., in Irpinia, posto tra le valli dei fiumi Calore ed Ufita, in località Passo di Mirabella accessibile solo dalla via Appia, che l'attraversava da ovest a est.
Saccheggiata da Silla nell'89 a.c, divenne un municipium e, nel 120, Adriano la resi colonia col nome di Aelia Augusta Aeclanum. Restano: le terme pubbliche, il mercato coperto (macellum), alcune abitazioni e botteghe., i resti delle mura, porte e torri di diversa grandezza.

- Aequum Tuticum - (Sant'Eleuterio) -
Fu un vicus romano presso Ariano Irpino, sull'altipiano di Sant'Eleuterio, e si sviluppa lungo un'antica strada romana la cui esistenza è attestata da alcuni cippi miliari del II secolo a.c. con l'iscrizione "Marcus Aemilius Lepidus". Citato per la prima volta da Cicerone che, in una sua missiva a Tito Pomponio Attico, scrive proprio da Aequum Tuticum definendolo una "sosta obbligata verso l'Apulia" Il periodo di massimo splendore giunge però in epoca imperiale quando il borgo diventa anche il punto d'incrocio fra l'Appia Traiana e la via Herculea.

- Aletium - (Alezio) -
La città si sviluppò almeno dal VII secolo al VI secolo d.c. In epoca romano-imperiale ebbe diversi nomi: Aletia in Strabone, Aletium in Plinio il Vecchio, Aletion in Tolomeo, Baletium nella "Tavola Peutingeriana". Venne definita popolosa e fortunata, collegata com'era al vicino scalo marittimo di Gallipoli e attraversato da importanti vie di comunicazione. Si arricchì anche durante la dominazione romana sulla Messapia, soprattutto per la costruzione della via Traiana che collegava la città ed altri centri salentini a Roma. Secondo Plinio gli Aletini discendevano dagli Japigi, derivati dagli Osci, popolo italico insediatosi in Campania tra il XI e VIII secolo a.c..

- Apenestae - (Vieste) -
Innumerevoli reperti archeologici testimoniano l'insediamento degli antichi Greci e dei Romani a Vieste. Dopo essere stata amministrata dai bizantini, venne dominata dai longobardi.

- Arpi, Argyrippa o Argos Hippium - (Arpinova) -
città daunia della antica Apulia; Annibale nel 215 a.c., dopo essere stato sconfitto a Nola, pose gli accampamenti invernali proprio nei pressi di Argos Hippium, che si era alleata a lui. L'anno seguente (214 a.c.), Annibale partì da Argos Hippium per tornare in Campania, passato di nuovo l'inverno ad Arpi ritornò sul monte Tifata nel territorio di Capua. Nel 194 a.c. Roma si vendicò su Arpi alla quale fu tolta la libertà, furono abbattute le mura, furono negati l'approdo marittimo a Siponto, le monete proprie e ogni altro diritto.

- Ausculum - (Ascoli Satriano) -
I suoi primi abitanti furono i Dauni, nell'XI secolo a.c. che si mescolarono con le popolazioni mediterranee. Nel 279 a.c. nei pressi della città avvenne la battaglia dei Romani contro Pirro, re dell'Epiro. Secondo Plutarco, «a uno che gli esternava la gioia per la vittoria, Pirro rispose che un'altra vittoria così e si sarebbe rovinato». Pirro svanì e Roma avanzò. Durante la II guerra punica (218-201 a.c.), la città restò alleata di Roma anche dopo la vittoria di Annibale a Canne. Durante la Guerra Sociale, Silla vi fondò la Colonia Militare Firmana, assegnandola ai veterani della Legio Firma, in località Giardino, vicino ad Ascoli.

- Azetium - (Rutigliano) -
Nel IV secolo a.c., messapi e peuceti si contrapposero alla città magno-greca di Taranto e si munirono
di un'imponente muraglia lunga 3450 metri, con doppio paramento con emplekton centrale di riempimento ( terra e pietre irregolari con cui si riempiva lo spazio tra i due paramenti verticali di un muro), a blocchi in opera poligonale assemblati a secco. Oggi la sua altezza varia fra i 4 ed i 6 m, mentre la profondità raggiunge i 5 m. Presenta alcuni avancorpi a pianta quadrata ed era intervallata da torri di vedetta. Conquistata da Roma, alla fine della guerra sociale ottenne la cittadinanza romana (90 - 88 a.c.). La città sarebbe stata quindi promossa al rango di municipium. 

- Barduli - (Barletta) -
Tra il IV e il III secolo a.c. fu lo scalo marittimo di Canusium, ricco di risorse naturali, con clima salubre, poiché lontano dalle acque stagnanti e paludose dei fiumi che scendevano a valle. Nel 216 a.c. nei pressi della vicina Canne, Annibale sconfisse i romani. La città, fino ad allora vissuta all'ombra della vicina Canosa, dopo la distruzione di Canne, nel 547, ricevette una prima ondata migratoria di superstiti cannesi; in seguito all'arrivo dei Longobardi, nel 586 accolse un secondo esodo, questa volta degli stessi canosini, che si stabilirono lungo le principali direttrici di traffico verso i paesi limitrofi.

FONTANA GRECA GALLIPOLI
- Barium - (Bari) -
Entrata a far parte del dominio romano, nel III secolo a.c. come municipium, Barium si sviluppò in seguito alla costruzione della via Traiana. Era dotata di un poderoso castello, una zecca, un pantheon per le proprie divinità pagane e molto probabilmente di un teatro. 

- Brundisium - (Brindisi) -
Nel 267 a.c. Brindisi fu conquistata dai Romani e divenne un importantissimo scalo per la Grecia e l'Oriente, quindi divenne municipio nell'83 a.c. e ai brindisini fu riconosciuta la cittadinanza romana (240 a.c.). La città conobbe durante il periodo romano la sua età aurea e godette di importanti collegamenti stradali con Roma attraverso le consolari Appia e la via Traiana.

- Butuntum - (Bitonto) -
Sarebbe stata fondata dal re illirico Botone e fu un importante centro peuceta. Dal III secolo a.c., la lega peuceta si sciolse, si sganciò da Taranto e si dotò di una propria zecca. Conquistata da Roma divenne municipio, mantenendo il culto riservato a Minerva, Dea protettrice della città. Venne attraversata dalla via Traiana che permise ulteriori sviluppi commerciali.

- Caelia  - (Ceglie del Campo) -
Un tempo era un centro arcaico, oggi è un quartiere nella periferia sud della città di Bari, a circa 6 km dal centro. Anticamente venne fondata dai Peuceti e poi passata ai Greci, e poi ai Romani.
"Città dell'Apulia. Celia nella tabula Peutingeriana (6, 5), KeIia in Strabone (6, 3, 7 p. 282) e Tolomeo (3, 1. 73), Caelia in un latercolo urbano di pretoriani (C. VI 2382 3 lin. 33: C Valerius Cf. Claudia Masculinius Caelia), che ce la indica inscritta nella tribù Claudia. Ager Caelinus si ha nel Liber colon, p. 262. Delle pochissime lapidi locali, una (6197) ricorda un Augustalis."

- Caelia - (Ceglie Messapica) -
Locata nell'odierno Salento, legata all'arrivo in Italia dei Pelasgi, ai quali è attribuita la costruzione di manufatti megalitici noti con il nome di "specchie", realizzati con la sovrapposizione a secco di lastre calcaree provenienti dallo spietramento a mano dei soprasuoli murgiani e salentini.
In seguito all'arrivo di coloni greci, intorno al 700 a.c., la città si chiamò Kailìa. Il nucleo urbano, esteso ai piedi di un colle, era difeso da fortificazioni e presso la città sarebbero sorti santuari extraurbani dedicati ad Apollo (sovrastato dalla chiesa di San Rocco), a Venere (sulla collina di Montevicoli) e alla Dea Latona madre di Apollo e Diana, sovrastato  dalla Basilica di Sant'Anna
La città fu punto di avvistamento del popolo dei Messapi che, caddero sotto il dominio tarantino. In epoca romana la città era ormai decaduta.

- Callipolis - (Gallipoli) -
Sarebbe stata edificata dai Candici, cioè gli abitanti di Candia, l’antica Heraklion cretese, secondo altri da coloni siculi in fuga dal tiranno di Siracusa Dionisio il Vecchio, agli inizi del IV secolo a.c. attualmente si pensa di origine messapica. Si possono vedere ancora oggi gli antichi cardo e decumano che confluiscono nella piazza corrispondente alla parte più alta della città, dove sorgeva l'agorà. Conquistata nel 265 a.c. divenne un importante avamposto romano per la sua posizione di vedetta sullo Ionio, luogo di stanziamento della XII Legione, che aveva la sua fortezza sul luogo dove sorge l'attuale castello.

- Cannae - (Canne della Battaglia) -
Fu "Vicus" ed emporio fluviale della città di Canosa. Qui il 2 agosto del 216 a.c., nella località ancor oggi denominata per ovvie ragioni "campo di sangue", si svolse la famosa Battaglia di Canne, dove i romani subirono una grave sconfitta ad opera dei Cartaginesi comandati da Annibale. Vi si possono visitare importanti resti romani.

- Canusium - (Canosa) -
Dal 6000 a.c., abitata dai Dauni, ramo settentrionale degli Iapigi, centro commerciale e artigianale, specie ceramiche e terrecotte. Con lo sviluppo della Magna Grecia, si sviluppa nell'VIII secolo a.c. Nel 318 a.c. si allea a Roma, accoglie i Romani nel 216 a.c. dopo la disfatta di Canne. Dall'88 a.c. diventa municipium e beneficia della via Traiana (109) e dell'acquedotto di Erode Attico (141), di un anfiteatro, di mausolei e archi. Più tardi Antonino Pio la eleva a colonia con il nome Canusium.

- Castrum Minervae - (Castro) -
Virgilio, nell'Eneide, colloca il primo approdo di Enea in Italia a Castrum Minervae, una cittadella dedicata alla Dea della guerra, posta di fronte a Butroto, nell'Epiro. Nel 123 a.c. divenne colonia romana. Castro divenne poi un possedimento di Bisanzio e subì frequenti attacchi dagli Alani, dagli Ostrogoti, dai Vandali, dai Goti, dai Longobardi e dagli Ungari.

- Dertum - (Monopoli) -
Esistente già in epoca messapica nel V secolo a.c.,con mura possenti. Dell'epoca romana rimane solo la grande porta fortificata, inglobata nel Castello, e alcune tombe nella zona ipogea della Cattedrale. Dal I al III secolo fu porto militare romano.

- Genusia - (Ginosa) -
«Genusium, posta al centro tra Taranto e Metaponto, capitale della Magna Grecia è famosa anche per aver dato asilo a Pitagora, aveva mura e templii agli idoli innalzati e quello a cui rendea speciale culto era il dio Giano»
(Sesto Giulio Frontino, De coloniis, III cap.).
Importante centro Peuceta e poi Romano.

SITO DI EGNAZIA
- Gnatia - (Egnazia) -
Centro messapico il cui porto venne usato soprattutto per raggiungere la via Egnazia, da cui il nome della città. «Per chi naviga da Brindisi lungo la costa adriatica, la città di Egnazia costituisce lo scalo normale per raggiungere Bari, sia per mare che per terra
(Strabone, fine I secolo a.c.)

- Grumum - (Grumo Appula) -
Centro apulo e poi romano. Nel suo territorio si sono rinvenute sepolture italiche e monete greche e romane. Alla caduta dell'Impero romano d'Occidente entrò a far parte del regno ostrogoto. 

- Herdonia - (Ordona) -
Annibale ebbe in zona le schiaccianti vittorie sui romani a Canne (216 a.c.) e a Herdonia (212 a.c.).
Per la sua fedeltà a Roma e slealtà ai cartaginesi, Herdonia fu incendiata e distrutta da Annibale nel 210 a.c. Nell'89 a.c. vi fu rifondato il municipio romano. La città fiorì particolarmente con la costruzione della via Traiana e la via Herdonitana. Tra il I e il IV secolo d.c. divenne grande centro di transito e di commercio dei prodotti agricoli del Tavoliere. Conserva a tutt'oggi notevoli resti della città: il foro, la basilica, l'anfiteatro, il macellum, le terme, le tabernae e le horreae per lo stoccaggio del grano lungo la via Traiana. Col terremoto del 346 d.c. su Irpinia e Sannio, si spopolò a favore di altre zone vicine alla via Traiana.

- Larinum - (Larino) -
Le testimonianze dell'abitato si s hanno dal V sec. a.c. in poi; si tratta in prevalenza di nuclei sepolcrali, anche se accolse uno dei centri principali del territorio dei Frentani. Per la fase romana abbiamo quasi esclusivamente le monete ed i testi epigrafici rinvenuti. Nel 304 a.c. i Frentani, già debellati nel 319 a.c. dai Romani, ottennero la pace con Roma, stringendo con essa un foedus, (Livio,IX,45,18) ed ottenendo in cambio maggiore autonomia. Di conseguenza i Sanniti dovettero rassegnarsi alla perdita di Saticula, Luceria e Teanum Sidicinum, e dell'intera valle del Liri, ritrovandosi circondati da civitates foederatae e da popoli alleati di Roma, che rendevano difficile poter minacciare il Lazio. 

ANFITEATRO DI LUCERIA
- Luceria  - (Lucera) -
Nella II guerra sannitica (326-304 a.c.), quando l'esercito romano, per soccorrere Luceria, città daunia assediata dai Sanniti, subì una grave sconfitta nella Battaglia delle Forche Caudine (321 a.c.): i Romani passarono sotto il giogo dei Sanniti e a Luceria vennero rinchiusi seicento cavalieri romani in ostaggio. Allora il console Lucio Papirio Cursore nel 320 a.c. mise sotto assedio la città, dove si trovavano 7 000 guerrieri Sanniti sotto il comandante Gaio Ponzio. Questi dovettero arrendersi, liberare gli ostaggi, consegnare armi e salmerie, e passare sotto il giogo dei romani, che così si vendicarono dell'umiliazione. 
Luceria divenne romana e Lucio Papirio Cursore ottenne il trionfo. Nel 315 a.c., la città daunia si ribellò a Roma, tornando coi Sanniti, ma nel 314 a.c. i consoli Petilio e Sulpicio la riconquistarono. Luceria divenne in colonia di diritto latino. Nel 295 a.c. i Sanniti attaccarono di nuovo Luceria, ma il console Marco Atilio Regolo li sconfisse definitivamente (294 a.c.). Nel 265 a.c. Luceria, la Colonia "iuris latini", per la sua grande lealtà, ricevette diritto di conio con proprie monete, proprie leggi, proprio fisco, propri magistrati.

- Lupatia - (Santeramo in Colle) -
Abitata dagli iapigi dal IX agli inizi dell'VIII secolo a.c. con vari reperti ceramici. La parte antica è suddivisa in area originale peuceta e area di successiva espansione «romana», probabilmente da ascriversi al periodo dalla ricostruzione presunta nel II secolo a.c. e fino ai primi secoli d.c..

- Lupiae - (Lecce) -
Di origine messapica, fu conquistata nel III secolo a.c. Roma conquistò tutto il Salento e anche Sybar, che aveva mutato il nome in Lupiae, e la vicina Rudiae, città dove era nato il poeta Quinto Ennio. Tra la fine dell'età repubblicana e gli inizi dell'età imperiale, Lupiae si presenta cinta da mura, costruite su quelle messapiche. Fu dotata di un foro, un teatro. un anfiteatro e il porto Adriano, l'attuale marina di San Cataldo.

- Manduria - (Manduria) -
Fondata dai Messapi, se ne rintracciano le mura megalitiche, i resti del fossato che circondava la città, e la necropoli. Combattè con la vicina Taranto, finchè intorno al 266 a.c. entrò a far parte dei domini di Roma. Nella discesa di Annibale in Italia, Manduria si schierò contro Roma e per questo la repressione fu molto dura: le fonti storiche riferiscono della deportazione di migliaia di uomini.
A Manduria vi passava la via Traiana Sallentina, lastricata e larga 4 m. Sulla Tavola Peutingeriana oltre al tracciato si leggevano le distanze in miglia: "Taranto XX Manduris XXIX Neritum" (20 miglia tra Taranto e Manduria e 29 miglia tra Manduria e Nardò).

- Mateola - (Matera) -
Di probabili origini greche, Matera accolse benignamente i profughi metapontini dopo la distruzione della loro città da parte di Annibale. Nel periodo della Magna Grecia ebbe stretti rapporti con le colonie situate sulla costa meridionale e, successivamente, in età romana fu solo centro di passaggio ed approvvigionamento. Nel 664 d.c. Matera passò sotto il dominio longobardo.

- Matinum - (Mattinata) -
città costiera della Daunia durante l'epoca romana, ricordata da Orazio e Lucano. La locazione sarebbe l'odierna Mattinata in provincia di Foggia, in Contrada Agnuli. Venne denominata Matinum, in onore della Mater Matuta. Secondo Orazio (Odi 1, 28) "Tu misuratore del mare e della terra e delle immensurabili arene, ti coprono, o Archita, pochi pugni di polvere presso il lido Matino..." Archita di Taranto, filosofo, matematico, politico, scienziato, stratega, musicista, astronomo, uomo di stato nonché generale greco antico, ricordato da Cicerone come "Virum magnum in primis et praeclarum", naufragò nella baia di Matinum (Litus Matinum) ed ivi fu sepolto.

- Merinum - (Santa Maria di Merino) -
Situata a nord di Vieste. Gli scavi iniziati nel 1938 non sono stati mai conclusi e quanto era stato scoperto i contadini dell'epoca è stato riseppellito, tranne i resti di una villa Romana. La supposta esistenza della “città di Merinum” è da attribuirsi ad una controversa citazione dell'opera “ Naturalis Historia" di Plinio il Vecchio, in cui si fa riferimento del popoli Merinate del Gargano “Merinates ex Gargano”, dalla città di Merinum, (anche se alcune versioni riportano l'iscrizione “Metinates”)

- Neapolis - (Polignano a Mare) -
Forse una delle due colonie che, nel IV secolo a.c., Dionigi II di Siracusa fondò sulle coste adriatiche. Vi vennero rinvenuti 4 splendidi vasi del IV sec. a.c. che superavano il m in altezza, e uno, denominato Gran Vaso di Capodimonte, più bello e grande degli altri, su cui è raffigurata un'assemblea di divinità: Minerva, Apollo, Artemide ed Eracle su un'amazzonomachia, mentre sul collo vi è una Nike alata su un carro trainato da quattro bellissimi cavalli bianchi, preceduti da Ecate nell'atto di sollevare due torce a far da apri-strada nelle tenebre. Questo reperto, tra i più belli mai ritrovati, si conserva oggi presso il Metropolitan Museum di New York. Fu per i Romani un'importante statio lungo la via che collegava Roma a Brindisi. Nel VI secolo, Polignano fu sotto la giurisdizione dell'Impero Bizantino.

- Rubi - (Ruvo di Puglia) -
Di origini piceute ebbe anche un porto, chiamato Respa, presso Molfetta. Tra l'VIII e il V secolo a.c. fu colonizzata dai greci, nel IV secolo a.c. fiorì per gli scambi commerciali, anche con gli etruschi, coniando moneta ed esportando di olio di oliva, vino e vasellame. Finì col diventare protetta di Atene, come dimostrano alcune monete, ma anche alleata di Taranto.
La sconfitta di Taranto vinta da Roma dette inizio all'influenza romana col nome di Rubi. In seguito ottenne la cittadinanza romana, poi il titolo di municipium e infine divenne stazione della via Traiana. In età imperiale l'ager rubustinus subì una diminuzione per il sorgere di Molfetta, Trani e Bisceglie.

- Rudiae - (Rugge) -
E' una frazione di San Pietro in Lama. Antica città messapica, nell'area di influenza della colonia dorica di Taranto, menzionata da Plinio il Vecchio, Pomponio Mela, Strabone, Ovidio e Silio Italico. Nel sito visibili le tracce di un anfiteatro, una necropoli e due cinte murarie in blocchi di tufo. L'area doveva essere di 100 ettari nel periodo romano. Ebbe una certa importanza tra la fine del VI e il III secolo a.c., poi perse di importanza e già nel I secolo d.c. - secondo Silio Italico - era ridotta a un modesto villaggio, a vantaggio di Lupiae (Lecce), che tra I e II secolo si dotava di un anfiteatro e di un teatro.

- Salapia -
Antica città daunia posta a nordovest di Trinitapoli. Nella II guerra punica ebbe due schieramenti, uno filoromano, e uno filocartaginese che prevalse, tanto che Annibale soggiornò a lungo a Salapia.
Poi decise di passare dalla parte romana, cacciando il presidio cartaginese e ritornando a fianco di Roma (210 a.c.); Annibale cercò di entrare in città e vendicarsi, ma non vi riuscì. Poi Salapia fu coinvolta nella guerra sociale, assediata, incendiata e quasi rasa al suolo.
Alla metà del I secolo a.c., in piena decadenza, con la laguna che si interrava per i detriti portati da vari corsi d'acqua, trasformarsi in una palude malarica. I Salapini, allora ottennero dal senato romano di potersi trasferire a 4 miglia di distanza, su di una piccola altura, oggi denominata “il Monte”, a ridosso delle vasche delle Saline. Naturalmente ottennero il permesso e i soldi per fare il lavoro. La nuova città fu delimitata da mura e provvista, tramite un canale, di un porto sul mare, le cui strutture dovevano trovarsi nell'area dell'attuale Torre di Pietra. Era ormai una città romana.

- Sidion/Silvium - (Gravina) -
«In Italia i sanniti, dopo aver espugnato Sora e Calazia, città alleate ai romani, ne vendettero schiavi gli abitanti; nel frattempo i consoli romani invasero con un numeroso esercito la Iapigia e si accamparono presso la città di Sìlbion. Poiché essa era presidiata dai sanniti, l'assediarono per molti giorni, e dopo averla espugnata con la forza, catturarono più di cinquemila prigionieri e presero anche un'ingente quantità di altro bottino
(Diodoro Siculo, Bibliotheca historica, XX, 80,1)
All'epoca di Alessandro il Molosso, divenne polis con diritto di coniare monete (Sidinon) e dopo la III guerra sannitica (305 a.c.) divenne municipium romano, toccato dal tracciato della via Appia. Con le invasioni barbariche, distrutto il centro abitato, uno sulla collina di Botromagno e l'altro sul ciglio del burrone, la popolazione si trasferì nel sottostante burrone, dove alle grotte preesistenti aggiunsero altre abitazioni.

PARCO ARCHEOLOGICO DI SIPONTUM
- Sipontum - (Manfredonia) -
Dal 1500 a.c. fino al IV secolo a.c. con l'arrivo degli Iapigi fiorisce, nella Puglia settentrionale, la civiltà Daunia. Nel 335 a.c. Sipontum fu conquistata da Alessandro I, re dell'Epiro, accellerandone l'ellenizzazione. Durante le Guerre puniche i Dauni si schierano con i Romani, ma passarono ai Cartaginesi dopo la sconfitta di Canne nel 216 a.c. Nel 194 a.c. Roma vittoriosa si vendicò sulle città infedeli, e confiscò ad Arpi il territorio (e l'approdo marittimo) di Siponto. Il centro daunio diventò colonia di cittadini romani. Con l'impaludamento della laguna l'insediamento fu spostato più a nord nell'attuale Santa Maria di Siponto. Otto anni dopo fu però necessario l'invio di un nuovo contingente di coloni, perché la città era già spopolata, a causa della malaria o della siccità.

- Sturni - (Ostuni) -
Di origine messapica, nel III secolo a.c. il Salento fu conquistato dai Romani e con esso Sturni. Ne restano poche tracce in alcune masserie, sorte sulle fondazioni di antiche ville. Poco si sa anche riguardo all'etimologia della parola Ostuni: probabilmente, deriva dall'eroe eponimo Sturnoi, compagno di Diomede, che dopo la Guerra di Troia l'avrebbe fondata.

- Tarentum - (Taranto) -
Si tramanda fondata nel 706 a.c.. Narra Eusebio di Cesarea che lo spartano Falanto, figlio del nobile Arato e discendente di Eracle di VIII generazione, con altri compatrioti Parteni, emigrarono approdando sul promontorio di Saturo e qui svilupparono una vera e propria cultura aristocratica, con fortini (phrouria). Con la colonizzazione greca nell'Italia meridionale, Taranto acquisì grande importanza, sia economica che militare e culturale, generando filosofi, strateghi, scrittori e atleti, nonchè una scuola pitagorica tarantina. A partire dal 367 a.c., fece parte della lega italiota e nel 281 a.c. combattè contro Roma nella Guerra Tarentina, ma venne sconfitta nel 272 a.c. Durante la II Guerra Punica, accolse Annibale nel 212 a.c., ma fu punita tre anni dopo con la strage dei suoi cittadini e col saccheggio quando Fabio Massimo la riconquistò. Nel 125 a.c. vi fu dedotta una colonia romana (Colonia Neptunia). Sotto Nerone a Taranto vennero dedotti i veterani di guerra di diverse legioni, tra cui la V Macedonica, la XII Fulminata e la IIII Scythica.

- Teanum Apulum - (San Paolo di Civitate) -
antica città daunia di Tiati, situata presso la foce del fiume Fortore. Conquistato dai Romani nel 318 a.c., prese il nome di Teanum Apulum e divenne municipium. Nel 207 a.c., da Teanum partì  con due legioni il console Gaio Claudio Nerone contro l'esercito di Asdrubale Barca, giunto in soccorso del fratello Annibale, che venne sconfitto e ucciso nella battaglia del Metauro. In epoca imperiale Teanum fu ribattezzata col nome di Civitate. Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, conobbe l'avvicendarsi delle varie dominazioni bizantine e longobarde.

- Turenum - (Trani) -
Turenum era un Municipio ed aveva il Collegio dei Decurioni. Si conservavano a Trani: un Mausoleo appartenente alla famiglia dei Bebii, costruito presumibilmente nel III secolo d.c. e demolito nella seconda metà del XIX secolo, l'opera di arginatura di un torrente che sfociava nell'insenatura del porto, i cui resti vennero utilizzati in seguito come fondamenta per il sottopassaggio ferroviario di via Torrente Antico, e le rovine di una villa recentemente ritrovata lungo il tratto di costa verso Bisceglie, attestabili al I secolo d.c.

- Uria - (Oria) -
Centro messapico fondato, secondo Erodoto, da un gruppo di cretesi che naufragò sulla costa, dove impiantò il villaggio di Hyria che, nell'VIII secolo a.c. divenne la capitale politica della confederazione messapica, intessendo rapporti sia con centri della Messapia che con città magno-greche. La rivalità dei Messapi con Taranto sfociò nel conflitto del 473 a.c. che però indebolì sia i Messapi che i Tarantini. Nel 272 a.c. Taranto e di lì a poco i Messapi finirono nella sfera d'influenza di Roma e nell'88 a.c. Uria divenne municipio romano.

RESTI DI VENUSIA
- Venusia - (Venosa) -
l'antica Venusia era una città apula sorta al confine con la Lucania. Fu ricostruita dai Romani che nel III sec. a.c., cacciarono i Sanniti che la occupavano e ne fecero una colonia, nel 291 a.c., che dedicarono alla Dea Venere dandole il nome di Venusia. In questa città nel 65 a.c. nacque il poeta Orazio di cui sembra si conservino le vestigia della sua domus patrizia.

- Veretum - (Vereto) -
Antica città messapica in provincia di Lecce. Situata sull'omonima collina, fu un importante centro di commercio, sia con la Grecia che con la Magna Grecia. Divenne municipio romano e poi fu rasa al suolo nel IX secolo ad opera dei Saraceni. Ne rimangono alcune testimonianze, il sito occupato attualmente dalla chiesetta della Madonna di Vereto, fu il centro, l'acropoli, sia della Vereto messapica, che della Vereto romana..

- Vibinum - (Bovino) -
Il nome "Bovino" deriva dal latino Vibinum, un centro osco-sannitico già sotto il dominio di Roma quando vi si accampò Annibale, nel 217 a.c., prima della battaglia di Canne.


- Yria
Detta anche Uria, era un'antica città del Gargano settentrionale, fondata in epoca daunia, probabilmente situata tra il Lago di Varano e Vieste. Venne grecizzata durante la II colonizzazione greca ( VIII-V secolo a.c.). Aveva un suo conio e una strada che percorreva tutto il Gargano settentrionale, collegandola direttamente alla città di Tiati. Yria scomparve misteriosamente forse in età imperiale. La tradizione vuole che sia stata sommersa dalle acque del Lago di Varano in seguito ad un terremoto: da essa il lago avrebbe quindi preso il nome di "Urianum". A quello sterminio sarebbe dovuto il cupo muggito che di tanto in tanto gli antichi udivano a presagio di cattivo tempo. .


BIBLIO

- Valerio Massimo Manfredi - I Greci d'Occidente - ed. Milano - Arnoldo Mondadori Editore - 1996 -
- Giovanna De Sensi Sestito - La Calabria in età arcaica e classica: storia, economia, società, Roma, Gangemi Editore - 1984 -
- Il Museo nazionale di Reggio Calabria - Napoli - 1959 -
- V. A. Sirago - Il Salento al tempo di Augusto - Brindisi - 1979 -
- Quintino Quagliati - Le antiche civiltà dell'Apulia - 1910 -



VILLA ROMANA DI NOHEDA (Spagna)


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La villa romana di Noheda è un sito archeologico che si trova in Spagna, vicino alla città di Cuenca. Il complesso è costituito dai resti di un'antica fattoria agricola di epoca tardo romana, che si distingue soprattutto per la sontuosità della casa principale, i cui pavimenti sono decorati con ricchi mosaici che sono stati conservati in uno stato eccellente fino ad oggi.

"Il giacimento della Villa Romana di noheda, grande protagonista al numero 167 della prestigiosa rivista Historia National Geographic. Il post dedica sei pagine a tutto colore con il titolo 'la meraviglia del bacino romano : il mosaico di noheda', dove si può ammirare il magnifico mosaico di 291 mq. "

Sebbene sia stata scoperta durante il lavoro agricolo nella zona negli anni ottanta, la villa romana di Noheda non è stata scavata correttamente e sistematicamente fino al 2005, quando iniziò la prima campagna di studio del sito. Da allora, e tenendo conto della ricchezza dei mosaici che contiene, le varie amministrazioni si sono poste l'obiettivo di proteggere il monumento e renderlo visitabile per i turisti.

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Tuttavia, all'inizio del 2016 questi mosaici sono ancora nascosti alla vista. La ragione non è altro che il confronto tra le diverse amministrazioni per vedere chi è responsabile del finanziamento della loro conservazione e assumersi la responsabilità delle loro cure. 

I capi del Consiglio provinciale di Cuenca dichiarano di aver fatto tutto ciò che è in loro potere, avendo completato la costruzione dell'edificio che coprirà e proteggerà i mosaici del tempo inclemente, e accusa il Consiglio di Castilla La Mancha di aver bloccato la apertura del sito al pubblico. 

Come affermano dalla Diputación, stanno aspettando che il Consiglio dia loro il permesso di iniziare un corso di restauro che permetta di recuperare parte del deposito, qualcosa che il Board nega in modo categorico. Il governo regionale, nega a sua volta. 

Chi è responsabile? Indipendentemente da chi è la colpa di questo ritardo, la verità è che nel caso dei mosaici di Noheda ci troviamo di fronte a un confronto tra due amministrazioni controllate da due partiti politici di diverso segno che usano la cultura come parte della sua campagna per screditare del rivale. Mentre questo accade, i mosaici languiscono senza che gli amanti della cultura classica possano godersi la loro contemplazione.



CASTILLA - LA MANCHA APRIRA'

Castilla-La Mancha aprirà al pubblico la tenuta di un immensa villa che comprende il più grande mosaico figurativo del mondo e una collezione di 500 pezzi di marmo.

C'era una volta un uomo immensamente ricco, così ricco che nel IV secolo si faceva portare il vino dalla Siria, a 5000 km di distanza, perché i vini della terra in cui viveva non erano di suo gradimento. Era così potente che il villaggio in cui viveva e faceva affari (un insieme di edifici) occupava circa 10 ettari. Solo il salotto della sua casa ( triclinium ) misurava quasi 300 mq ed era decorato con mosaici degni del palazzo di un imperatore.

"Quell'uomo esisteva", spiega Miguel Ángel Valero, professore di storia antica all'Università di Castilla-La Mancha. Non si sa ancora come è stato chiamato, ma prima o poi lo sapremo", dice Valero, che ha scavato le sue impressionanti proprietà per un decennio - lo ha già fatto nel 5% del totale - nell'attuale provincia di Cuenca, che sarà presto visitata.

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Qualcosa più di un decennio fa, un trattore ha colpito un terreno molto duro (noto da sempre come El Pedregal o Cuesta de los Herreros) a Villar de Domingo García.

Quella parte del comune ricevette quei nomi perché i vicini non smisero di trovare grandi conci di pietra e oggetti metallici di cui non conoscevano la provenienza.

Ora il Consiglio delle Comunità di Castilla-La Mancha aprirà il sito, chiamato Villa de Noheda, nella città di Villar de Domingo García di 218 abitanti, e renderà pubblici gli spettacolari risultati della ricerca: il più grande set scultoreo in marmo della Hispania romana, con mezzo migliaio di grandi frammenti e il più grande mosaico figurativo dell'Impero.

Il sindaco della città, Javier Parrilla (PP), vuole che la sua apertura coincida con i nuovi lavori archeologici estivi, dove è previsto, tra le altre attività, di iniziare lo scavo della sala di ricevimento (auditorium) del villa, "normalmente più grande del triclinio " , spiega Valero. Naturalmente, quest'area nasconde anche il proprio mosaico e centinaia di segreti.

"Quando l'aratro aprì la terra, centinaia di piccole pietre colorate tornarono alla luce. Facevano parte delle tessere che componevano i mosaici. I servizi archeologici iniziarono gli scavi poiché in una mappa di Alonso de la Cruz (1554), che è conservata nel monastero dell'Escorial, si chiama il luogo Villar de la Vila e nel 1897 Francisco de Coello già descrisse l'esistenza di alcune rovine Romane, con tessere, nella frazione di Noheda ".

La realtà ha però superato l'immaginazione. Noheda mostra il tentativo di trasmettere un messaggio di alto valore ideologico e propagandistico: il potere di un proprietario terriero ( dominus ) che garantiva stabilità economica e sociale alla comunità (ci è riuscito a tutt'oggi, tutto il mondo ha il fiato sospeso su questa villa.)


Ha costruito un gigantesco complesso residenziale che combinava i concetti di "tempo libero e affari" in una vasta area di terra (fondo). Infatti, "questi gruppi di sfruttamento agricolo sono chiamati città a rure (città in campagna)", ricorda il professore.

Il fondo - che occupava 80 kmq - consisteva in terreni agricoli (ager), pascoli per il bestiame (saltus) e una zona montuosa (silva) da cui si otteneva il legno. Il villaggio era situato in un punto strategico  con sufficienti risorse idriche, riparato dai venti del nord e vicino a un canale di comunicazione. Nel caso di Noheda, era sufficientemente lontana dalla strada romana per evitare di essere scoperta da visite indesiderate o aggredita da legioni affamate.

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I quadri che decorano le pareti delle ville romane, i mosaici dei pavimenti, le sculture e altri elementi che decorano questi spazi hanno un senso. In Noheda intendono il possesso della massima ricchezza.

Gli specialisti non trovano una risposta a come tale accumulo di opulenza sia stato possibile: sono stati rilevati più di 30 tipi di marmi portati da tutto il mondo conosciuto all'epoca.

La costruzione occupava 10 ettari e solo il triclinium dell'edificio, 291 mq.

"Potrebbe essere che il dominus era imparentato con l'imperatore, a quel tempo Teodosio, ma ancora non lo sappiamo, ma ciò che è chiaro è che apparteneva all'alta aristocrazia", ​​spiega Valero.

Le dimensioni sono tali che il mosaico del triclinio è il più grande tipo di mosaico figurativo finora conosciuto. Le misure di questa stanza sono superate solo da quella di Cercadilla (Córdoba), anche se questa manca di mosaico. 

È paragonabile - sebbene il Noheda sia più grande di 20 mq - alla famosa villa siciliana del Casale, in Piazza Armerina (270 metri quadri). Il pavimento era composto da un'area centrale, divisa in sei pannelli con scene di tema mitologico e allegorico, in cui sono esposte figure enormi, come Athena, che misura 2,18 m. Il numero di tessere usato è "non numerabile". 


In ogni quadrato di 25 per 25 centimetri veniva utilizzata una media di 1.243 di questi piccoli pezzi, alcuni di millimetri per arrivare a dare movimento o ombre alle figure.

Gli archeologi considerano, in virtù della differenza nel numero di pezzi usati in ogni parte del mosaico, che non c'era un "solus pictor imaginarius", ma diversi. Hanno anche scoperto che sotto alcune aree del grande mosaico è nascosto un altro con motivi diversi. 

"È come se al proprietario della villa non piacesse un primo risultato e ne ordinasse uno diverso da completare. Il denaro non sarebbe stato un problema ", scherza Miguel Ángel Valero e, al centro della stanza, una fontana ornamentale le cui canalizzazioni sono preservate.

E cosa rappresentano le scene? Gli specialisti elencano il mito di Enómao, Pélope e Hipodamia, due Pantomima e il Rapimento di Elena, il corteggiamento dionisiaco e Thiasos marino.

Di tutta la superficie costruita è stata scavata solo una parte minima.
"In quello spazio, oltre all'incredibile mosaico, abbiamo trovato oltre 550 grandi frammenti di sculture, tutti realizzati in marmo importato da Oriente e Carrara [Italia]. È il più grande gruppo scultoreo di tutta la Spagna, comprese figure di Dioniso, Venere o Dioscuri."


E perché è scomparso ed è stato dimenticato? Con la caduta dell'impero romano, tutta la Hispania subì una rapida cristianizzazione. I nuovi abitanti usavano le stanze del villaggio come luogo in cui vivere. Le sculture pagane furono distrutte e gettate in una discarica. Alcuni di questi erano usati per fare polvere di marmo.

Ma molti sono sopravvissuti. Alcuni sono già stati recuperati e nella mostra Noheda è possibile vedere l'immagine del potere, nella capitale della provincia.

"Ora dobbiamo essere in grado di mostrare questo deposito", afferma il sindaco di Villar de Domingo García. "Tutto è quasi pronto per l'apertura. L'idea è che i visitatori possano godere di questo, mentre vedono come lavorano gli archeologi ", aggiunge Javier Parrilla.

Infatti, uno degli obiettivi dell'inaugurazione è quello di far visitare oltre alla villa romana anche il comune a cui appartiene e di non spostarsi nella vicina e sempre attraente Cuenca.
Il Consiglio comunale e gli specialisti che lavorano nello scavo hanno dato corsi e svolto attività con i vicini per coinvolgerli in quella che potrebbe essere la loro grande attrazione turistica e culturale. 


"Vorremmo averli per tutto, anche per insegnare", dice Valero, anche se Parrilla ammette che l'assunzione "è molto difficile a causa di problemi amministrativi". 
"Mi piacerebbe", lamenta il sindaco, "ma la legislazione ...".

Fonti del governo regionale hanno confermato a EL PAÍS che l'apertura "sarà il più presto possibile". "È qualcosa di unico al mondo. Quando mostro le immagini nei congressi internazionali [ha tenuto conferenze in tutto il mondo], gli specialisti di altri paesi sono sbalorditi. E che il meglio deve ancora venire, perché abbiamo solo scavato una piccola parte ", conclude Miguel Ángel Valero.

Le Fonti del governo regionale, commentiamo noi, non sono chiare: cosa vuol dire che l'apertura "sarà il più presto possibile?" Finora il più presto possibile ha significato MAI. Noi italiani conosciamo bene questa "Corruptissima re publica plurimae leges" che significa "moltissime sono le leggi quando lo Stato è corrotto" ( Tacito - Annales, Libro III, 27) e ci dispiace davvero per i nostri fratelli spagnoli. Si sa che questa marea di leggi sono dovute non al bene comune ma agli interessi dei singoli, le leggi "ad personam", che creano alla fine un invalicabile immobilismo.

Sul fatto che il mosaico sia più grande di quello della villa del Casale, confermiamo la cosa, ma il paragone è su una stanza, perchè la Villa del Casale occupa oltre 3500 mq di mosaici, Noheda non è ancora stato stimato con certezza. Resta comunque un importantissimo capolavoro che speriamo di ammirare quanto prima. .


BIBLIO

- Lledó Sandoval, José Luis - Mosaico romano en la aldea de Noheda (Cuenca): su descubrimiento. Visión libros - 2010 -
- Valero Tévar, Miguel Ángel - Diputación Provincial de Cuenca - La persuasión de las imágenes convivium y escenografía del poder en el triclinium de la Villa romana de Noheda - España - Real Academia Conquense de Artes y Letras - 2008 -
- O. Elia, D. Levi - «Emblema» - G. Becatti (a cura di) - Mosaico c Mosaicisti nell'antichitå, Roma - 1967 -
- El Mundo - 17 de agosto de 2014 - Noheda: Cuánto vale la Pompeya española? -





AEDES LARIUM IN VIA SACRA (27 Giugno)


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LARES AUGUSTI

Aedes Larium in Via Sacra era una festa che avveniva il 27 giugno in onore dei Lares, divinità protettrici etrusche e romane. Si ricordava l'istituzione della aedes a loro dedicata sulla via Sacra. Plauto trasmette la figura dei Lares in forma di cani, che venivano posizionati accanto alla porta d’ingresso.

Probabilmente appoggiandosi ad una precedente tradizione etrusca, queste divinità avevano il compito di proteggere, in generale, i confini; che fossero strade, terreni, case o proprietà. Da qui nasce la divisione dei vari ambiti di competenza:

1) Lares praestites: protettori della città.

2) Lares familiares: Lares domestici più antichi dei Lares Patrii, sono i protettori della "Familia".

3) Lares patrii: "Oh Lari paterni, non vergognatevi di essere stati fatti con un vecchio tronco" (i più antichi venivano scolpiti nel legno, erano gli antenati un po' divinizzati, più dalla Gens che della Familia).

4) Lares cubiculi: protettori della casa (con tutti quelli che c'erano dentro, schiavi compresi). 

5) Lares compitales: protettori dei crocicchi (ma anche dei trivii). 

6) Lares permarini: protettori sul mare per i marinai, soprattutto i soldati. 

7) Lares rurales: protettori dell'agricoltura, responsabili del buon raccolto.

8) Lares Augusti: aggiunti in un secondo tempo, erano i numi tutelari della famiglia imperiale e, di conseguenza, di tutto lo Stato romano. 

LARES - LA CASA DEL NAVIGLIO - POMPEI
La festa veniva celebrata il 27 giugno in onore dei Lares, divinità protettrici presso l'Aedes a loro dedicata sulla via Sacra. Gli Aedes furono a Roma i luoghi sacri più arcaici insieme ai lucus e alle aedicula. Il templum dunque derivava dall'inauguratio compiuta dall’augure, mentre la aedes non è inaugurata, ma consacrata dal pontefice e dedicata dal magistrato.

Ne consegue che può essere templum anche un sito o un edificio di uso civile, come il Comizio e la Curia, mentre la aedes è sempre e solo un edificio di culto.

Se invece un edificio è inaugurato, consacrato e dedicato, acquista il doppio carattere di templum e di aedes. E' adibito al culto, ma può essere adibito anche a funzioni civili, come ad esempio le riunioni del Senato nel Tempio di Bellona o di Apollo Palatino.

Ogni aedes ha un suo statuto (lex aedis) e un suo patrimonio. In quanto sacra è inviolabile e non è commerciabile; il suo patrimonio è invece commerciabile, purché risponda allo scopo per il quale viene costituito.

LARES - MUSEO ARCHEOLOGICO DI NAPOLI 
La cura dell'aedes è dunque affidata allo stato, ed è tutelata dallo ius sacrum. La custodisce l'aedituus, che non è né sacerdote né magistrato (una specie di "sacrestano").

Il 27 giugno era dedicato alla festa degli Aedes Larium nella importante via Sacra, festività già esistente ma fu Augusto a spostarla sulla Via Sacra. Probabilmente Augusto volle riunire due feste in un’unica processione: la festa dei Lari e la festa in onore del Tempio di Iupiter Stator, anch’esso costruito sulla Via Sacra. A Roma metà dell'anno era festivo, bisognava metterci un freno, altrimenti si lavorava molto poco.

Anticamente l'Ardes Larium era un unico edificio che riuniva un focolare dedicato a Marte, e un focolare ai Lari, separati dall’edificio col focolare di Vesta, collegati solo da un unico passaggio. Successivamente venne spostato in un nuovo edificio posto tra la Domus Regis Sacrorum, e l’atrium-aedes Vestae, zona dedicata alla Dea Vesta. All'esterno vi si accedeva tramite la Via Sacra e all’interno dell'Aedes si accedeva a dei “sotterranei” in linea con l’oltretomba dei Lari.

LARES - POMPEI
Dove conducevano questi sotterranei non si sa, ma Roma è ancora in larga parte sotterrata, perchè quasi tutta edificata al disopra con i vari palazzi, e le scoperte archeologiche si fanno quasi sempre per caso, quando si devono eseguire dei lavori di risanamento per gli edifici attuali.

Durante la festa tutti potevano portare le stesse preghiere a differenti divinità, si che le famiglie potevano ritrovarsi e scambiarsi i Lari raffiguranti i morti di quell’anno e ricostruire il retaggio attraverso gli antenati. 

Oppure si stringevano nuove alleanze o matrimoni per collegare le varie famiglie. Naturalmente se un membro della famiglia disonorava gli antenati, oltre che su di lui la sventura avrebbe potuto abbattersi contro altri membri della famiglia, per cui le preghiere e le offerte dovevano in questo caso moltiplicarsi.

La festa era molto sontuosa anche perchè alla fine compariva, nella lunga processione che snocciolava tutti i tipi di Lares agghindati con ghirlande e nastri, i Lares Augusti che proteggendo la famiglia imperiale proteggevano lo stato e il popolo romano.

LARES PRIVATI
Ma tra i Lares Augusti spiccò poi il Lar Augusti, il Genio di Augusto, quello che ispirava Augusto per il bene di tutto l'Impero Romano. Insomma lunga vita all'Augusto, anche qui la propaganda non mancava, e visto che comunque il governo di Ottaviano fu un buonissimo governo, mite e illuminato, il popolo lo adorava e adorava i Lares, i potenti protettori.

La cerimonia iniziava nel tempio della Via Sacra dove officiavano i sacerdoti e in genere vi assisteva lo stesso imperatore per ricevere il tributo affettuoso del popolo, poi l'imperatore se ne tornava alla sua reggia e aveva inizio la processione che coinvolgeva Giove Stator (colui che impediva ai soldati di fuggire, restando saldi al loro posto di combattimento) e i Lare tutti, pubblici e privati.

Non mancavano le musiche, i canti e le danze che accompagnavano la processione a cui si accodava il pubblico devoto, poi dopo un lungo giro la "processio" tornava al tempio dove il popolo sfilava donando ghirlande, fiori, nastri, oggetti e monete che i sacerdoti raccoglievano e riponevano nel tempio o nel suo magazzino sottostante.


Al termine della processione si preparavano i banchetti nelle case dove fervevano gli inviti soprattutto fra i membri delle varie gentes per favorirne il legami e gli accordi, oppure tra i membri di una stessa familia. Nelle ricche domus che raccoglievano tali ospiti si poneva una ghirlanda sul cancello con un'immagine dei Lares, anch'essi coinvolti nell'invito.

Mostrare al pubblico che si teneva in debita considerazione i Lares era segno di essere buoni e pii cittadini romani, perfino la reggia non si sottraeva a tale usanza. Essendo inoltre tempo d'estate i cittadini meno abbienti solevano festeggiare tale ricorrenza anche nelle campagne, chi poteva nelle proprie case di villeggiatura, chi non ne aveva si faceva ospitare dalle famiglie di congiunti anche lontani portando i doverosi omaggi e doni.

Astenersi dalla festa era giudicato riprovevole verso i congiunti e verso i Lares tutelari che di certo si sarebbero vendicati. Ovviamente durante la festa era d'obbligo il vino, con cui si facevano i rituali 7 brindisi usando un unico bicchiere che doveva essere bevuto interamente al termine dei sette brindisi. Si dice che la ritualità dei sette brindisi massonici all'Agape dei solstizi provenga da questo antico brindisi romano. 

Dopo i sette brindisi rituali, per conservare il numero sacro si faceva una pausa offrendo dei dolci che si caratteristici  della festa dei Lares (secondo alcuni autori sembra aromatizzati al rosmarino sacro ai morti), si passava al brindisi finale in onore dei Lares Augusti per il bene di tutto l'Impero Romano, fieri tutti di appartenere ad un popolo così glorioso, potente e tanto amato dagli Dei.


BIBLIO

- Antonio Nibby - Roma antica di Fabiano Nardini - Stamperia De Romanis - Roma - 1818 -- Felice Romano, Antonio Peracchi - Dizionario di ogni mitologia e antichità - Tip. Ranieri Fanfani - Milano - 1826 -
- Appiano di Alessandria - Storia romana -
- Renato Del Ponte - Dei e miti italici. Archetipi e forme della sacralità romano-italica - ECIG - Genova - 1985 -


 

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