COMPITUM ACILIUM


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ESEMPIO DI COMPITUM DEDICATO A NEMESIS

GENS ACILIA

La gens Acilia era una gens plebea nominata dalla metà del III sec. a.c. al V sec. d.c., per ben sette secoli. Il primo membro illustre della gens fu Gaio Acilio Glabrione, che fu questore nel 203 a.c. e tribuno della plebe nel 197 a.c.

Evidentemente alcuni di loro fecero fortuna visto che nel II sec. divennero proprietari degli Horti Aciliorum, nella zona del Pincio.

L'ipogeo degli Acili Glabrioni si trova a Roma all'interno delle Catacombe di Santa Priscilla, sulla Via Salaria. Il Mausoleo degli Acili Glabrioni si trova ad Alife, fuori Porta Napoli. La gens Acilia ha dato il nome alla borgata di Acilia, situata lungo la Via del Mare tra Roma ed Ostia.

RESTI DEL COMPITUM ACILIUM (ARCHITRAVE)


IL COMPITUM ACILIUM

Gli scavi degli anni Trenta hanno restituito testimonianza di diversi complessi archeologici, tra i quali il Compitum Acilium, un’ara, dedicata nel 5 a.c. ai Lari di Augusto dalla famiglia degli Acilii,  localizzata sulla sommità della Velia nella zona corrispondente all’attuale incrocio tra via dei Fori Imperiali e il clivo di Acilio.

Il compito era un piccolo santuario dove venivano venerate le Lares Compitales, a protezione del quartiere o della località. Nel 1932 ne venne rinvenuto uno corredato di iscrizione, che era la tradizione letteraria del vicus Compiti Acili edificato in marmo nel 5 a.c,

PIANTA E SEZIONE DEL COMPITUM ACILIUM ED I SUOI RESTI
Operando per la costruzione della Via dell'Impero, oggi Via dei Fori Imperiali, il compito venne alla luce a nord del Tempio di Venere e di Roma. Trattavasi di una piccola edicola a due colonne circondata da altari.

Nel 1933 Antonio Maria Colini pubblicò una relazione preliminare senza specificare dimensioni, disegni o fotografie. Solo 30 anni dopo ha presentato un documentario ma anch'esso insoddisfacente. Una migliore documentazione di scavo di Monique Dondin-Payre e Gianluca Schingo si ebbe negli anni '80 e '90.

L'edicola venne edificata su un podio di marmo bianco, alto circa m 1.40 m, largo m 2,38 e profondo m 2,80, mentre la cella era profonda m 1,56.  Il podio doveva avere accesso tramite una scala anteriore di quattro gradini.  Del complesso furono rinvenuti diversi resti frammentari che permettono però la ricostruzione del Compitum.

Sia il rivestimento del podio che quello dell'edicola erano di marmo bianco. La trabeazione era costituita da un architrave a due fasce, cioè due listelli con sporgenze diverse, con la sporgenza meno pronunciata in quella superiore. La trabeazione era coronata da una semplice Kymation lesbica e la cornice era a dentello continuo (cornice dentellata).
La trabeazione sul lato sinistro portava un'iscrizione, che riportava la data e il fondatore dell'edificio. Sono conservati i nomi di tre fondatori, un quarto all'inizio dell'iscrizione si perde. L'iscrizione riporta:

IMPeratore CAESare AUGUSTI  PONTIFex MAXimo TRIBunicia POTESTate XVIII
IMPeratore XIV 
Lucio CORELIO SULLA COnSulibuS MAGistri SECUNdi VICI COMPITI ACILI
LICINIUS Marciae SEXTILIAE Libertus DIOGENE /
Lucius AELIUS Lucius HILARUS /
Marcus TILLIUS Marci Libertus SILO

KYMATION LESBICA
"Essendo imperatore Cesare Augusto, Pontifex Maximus, 
per la XVIII volta insignito della Potestà tribunicia
Imperatore per la XIV volta,
Con il console Lucius Cornelius Sulla, 
consacrarono i due governanti di vicus Compiti Acili 
(consacrò questo santuario)
- Licinius Diogenes, liberto di Marcia Sextilia / 
- Lucius Aelius Hilarus, liberto di Lucio / 
- Marcus Tillius Silo, liberto di Marcus "

Il consolato congiunto di Augusto e Lucius Cornelius Sulla cadde nell'anno 5 v. ed è questo l'anno in cui il secondo corpo del vicus Compiti Acili istituì l'Aedicula. Augusto aveva, nell'anno 7 a.c. diviso Roma in 14 regioni, a cui aveva distribuito i 265 vici.
La riforma di Augusto su regioni e vie, rivedeva anche la riorganizzazione dei Compiti (Compitalia), che ora dovevano comprendere i culti del Genius Augustus. Svetonio (Aug. 31) testimonia che il Princeps "Compitales Lares ornari bis anno instituit vernisfioribus et aestivis"

Nella riforma Augustana, le immagini del Genius Augusti furono incluse nei piccoli santuari accanto ai lares. Ad Augusto i suoi liberti erano particolarmente legati e anche Augusto a loro. Così vennero realizzati ritratti del princeps, esposti nei vici. In questo modo Augusto entrò a far parte del culto dello stato e divenne parte stessa della località.

Nel decimo anniversario della riforma della regione, i Magistri del vicus Compiti Acili fondarono anche un altare da cui si trovavano rovine negli scavi del 1932. Anche questo altare in marmo, decorato con una corona sui fianchi, con una corona d'alloro, recava una scritta:
(Bucio) [o] riois (Turi) (ibertus) Bucci [o]
Fu quindi fondato dai magistrali del X anno dopo la riforma, cioè nell'anno 3/4 d.c. e ricorda questo evento e la riorganizzazione dei vici.



IL PRIMO MEDICO GRECO

Secondo Plinio, in Compito Acili, il chirurgo di Archagathus, il primo medico greco di Roma , si stabilì in un tabernacolo offerto dal pubblico.

ESEMPIO DI COMPITUM O EDICOLA
Il Compito, dovuto alla famiglia senatoriale degli Acilii Glabriones, venne ricordato su un denaro di Salus / Valetudo, a metà del I sec. a.c.. , come introduzione dell'ellenismo a Roma.

Si suppone dunque che fosse il ramo familiare dei Glabriones, associato al vicus, un tesoriere della famiglia, Manius Acilius IIIvir (monetalis), intorno alla metà del I sec. a.c,.

La diffusione delle divinità di Salus e Valetudo, equivalente romano della Dea della salute greca Hygieia, può essere considerata come stretta relazione tra la famiglia e l'arte della guarigione, della Grecia e della professione medica, le cui radici risalgono all'Arkagathus e al suo insediamento nel vicius degli Acilii Glabriones.

Dopo l' incendio di Roma nel 64, Nerone aveva la sua Domus Aurea parzialmente costruita nell'area del vicus Compiti Acili.  Il quartiere, il cui santuario era un punto di riferimento importante durante il periodo augusto, e che è menzionato negli atti degli Arvali come località per il Tigillum sororium, fu poi ricostruito più volte.

Da un lato, il vicino Tigillum sororium si trovava ancora nel IV sec., elencato in Notitia e Curiosum nel catalogo della regione di Roma come appartenente al Tempio Regio IV Pacis. D'altro canto, è probabile che il Tempio di Tellus si trovi direttamente a ovest del compitum Acili, secondo le recenti indagini, in diverse fasi di costruzione e in un crescente cambiamento nella posizione e nell'orientamento del III sec. a.c., fino al IV sec. d.c. Nel complesso, le implicazioni topografiche degli scavi del 1932 non sono ancora state valutate e chiarite.


LA PRIMO MEDICO DELLA MUTUA A ROMA 

Un fatto interessante, si ha menzione di un negozio acquistato dallo Stato per Archagathus, il primo medico greco venuto a Roma nel 229 a.c. (Gas NH XXIX.12, cfr Mommsen, Münzwesen 632), che passò così dal tabernacolo all'ambulatorio medico. Lo stato romano si preoccupò infatti di fornire al medico greco la cittadinanza romana e soprattutto di un locale dignitoso dove non si sarebbe pagato l'affitto. E' evidente che lo stato aveva deciso di stipendiare il medico per fornire un servizio ambulatoriale al popolo.

Forse fu il primo medico della mutua a cui ne seguirono parecchi altri. sappiamo del resto che vi fu a Roma un'immigrazione di medici greci che lavoravano ovviamente tanto nel pubblico quanto nel privato. Questi medici curavano un po' di tutto, ma con diverse specializzazioni, e soprattutto erano anche chirurghi. Insomma fecero da medico della mutua e da ospedale.


BIBLIO

- Rodolfo Lanciani - Gli horti Aciliorum sul Pincio - Bullettino della commissione archeologica - 1891 -
- Plinio il Vecchio - Storia Naturale, XVI - Einaudi - 1982 -
- M. L. Anderson - A proposal for a new reconstruction of the altar of the Vicomagistri - Bollettino dei monumenti, musei e gallerie pontificie - V - 1984 -
- E. M. Steinby (a cura di) - Lexicon Topographicum Urbis Romae - 5 voll - Roma - 1993 -







GENS AEMILIA


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L'IMPORTANZA DELLA GENS

La "gens Aemilia", oggi Emilia, che ha dato il nome a una via ed a una regione italiana, originariamente scritta Aimilia, era tra le maiores gentes, sia antiche che ricche e nobili, legati alla Via Aemilia, alla via Aemilia Scauri e alla Basilica Aemilia.

La glorificazione familiare dava prestigio e rispetto a tutti i suoi membri. All'epoca presentarsi col nome di una famiglia prestigiosa, ricca o povera che fosse, era già una garanzia sulla persona, che più facilmente poteva trovare accoglienza, ospitalità, incarichi e lavoro.

Poteva anche garantire consensi elettorali e cariche istituzionali, istituendo così una competizione aristocratica per aggiudicarsi l'onere di edifici sacri o civili, che venivano poi presi in carico dai discendenti del costruttore, ai quali spettava il compito di occuparsi dei restauri successivi.

Il popolo romano era infatti grato a chi vinceva in guerra i nemici di Roma o a chi regalava monumenti all'Urbe, fossero essi di spettacolo, di religione o di utilità.

La “gens Aemilia” fu sicuramente una delle più attive, ricche e generose familiae romane, basti ricordare che donarono a Roma la strada consolare, la via Aemilia, che tutt'oggi usiamo, almeno nel tracciato romano, oltre a molti altri ed importanti edifici sia pubblici che privati.

“A buon diritto, dunque, si può proporre la formula la ‘Roma degli Emili’ per indicare lo sviluppo della città nel periodo delle guerre d’Oriente. Ma va sottolineata la vocazione a una progettualità globale, che incide in modo profondo su tutte le forme, antiche o nuove, dell’architettura pubblica del tempo: sacra in vari esempi, incluso il tempio capitolino e altri templi di nuova costruzione in circo e campo, annonaria e commerciale, con il Porticus Aemilia (più controversa è la cronologia del pons lapidens, il primo ponte di pietra della città che pure prenderà il nome dagli Emili); infine forense, nella forma della basilica”
(F. de Caprais e F. Zevi -  Roma Imperiale).

La Basilica Aemilia fu sicuramente l’edificio più prestigioso, di uso statale e quindi perenne, riccamente ornata e decorata, per la celebrazione della famiglia al presente e ai posteri. Gli Emili furono tra le famiglie più antiche, nobili e attive, sia nella costruzione di edifici e monumenti onorari, sia per il glorioso passato che vantava.

Essi si proclamavano di lontana origine troiana, innalzando a loro capostipite Mamerco, il figlio del re Numa Pompilio. secondo una variante invece Mamerco sarebbe stato figlio di Pitagora e avrebbe insegnato a Numea Pompilio, il II re di Roma. Si trattava comunque di nobilissima estrazione, ormai quasi leggendaria.

Gli Emili ebbero un ruolo di primo piano nella prima metà repubblicana e furono una delle famiglie più presenti nelle massime magistrature, i suoi membri infatti ricoprirono il consolato per ben 55 volte.

BASILICA EMILIA

BASILICA EMILIA

La prima basilica fu costruita probabilmente tra il 210 e il 195 – 191 a.c. In una seconda fase un nuovo edificio fu costruito dal censore del 179 a.c. Marco Fulvio Nobiliore con il nome di Basilica Fulvia. Dopo la morte del censore fu completata dal suo collega Marco Emilio Lepido. Dopo di che, numerosi esponenti della “Gens Aemilia” ne curarono i restauri, nel 78 a.c., 54, 34, 22 e 14 a.c., perdendo il nome di Basilica Fulvia e assumendo quello di Basilica Emilia.

La sua facciata era composta di due ordini sovrapposti di sedici arcate, sostenute dai pilastri con semicolonne, che creavano un portico anteriore. Da tre ingressi si accedeva all’interno, diviso in quattro navate e ampio m 10x29.

Nel 55 a.c., ad opera di Lucio Emilio Lepido Paolo, altro figlio del console del 78 a.c. Marco Emilio Lepido e fratello del triumviro, si avviò la costruzione di una nuova basilica che aveva come finanziatore Caio Giulio Cesare. Fu inaugurata dal figlio omonimo di Lepido nel 34 a.c. con il nome di Basilica Pauli.

La basilica fu distrutta da un incendio nel 14 a.c. e ricostruita per volere di Augusto. La ricostruzione terminò nel 22 d.c. e oltre a notevoli lavori di ampliamento e di rafforzamento della struttura, fu allargato il portico che fu dedicato a due nipoti dell’imperatore, Caio Cesare e Lucio Cesare.

Sotto l’imperatore Carino subì un incendio e nel 283 venne restaurata. Probabilmente durante il sacco di Roma nel 410 ad opera del vandalo Alarico la basilica fu distrutta da uno spaventoso incendio nel quale le monete dei banchi dei cambiavalute che dovevano aver sede nell’edificio furono fuse sul pavimento di marmo e sono tutt’ora visibili.

Una parte del portico augusteo era ancora intatto nel cinquecento e il suo ordine dorico fu imitato nella chiesa di San Biagio a Montepulciano da Antonio Sangallo il Vecchio. Gli ultimi resti furono distrutti per la costruzione del palazzo Torlonia che sorgeva in via della Conciliazione.

La Basilica degli Emili fu scavata negli anni trenta del novecento e fu in parte rimontata sfruttando i resti delle colonne tardo–imperiali ritrovate.

PORTICUS AEMILIA

PRAENOMINA AEMILII

Gli Aemilii utilizzarono regolarmente il praenomina Mamerco, Lucio, Manio, Marco e Quinto. I Mamercini Aemilii utilizzarono anche Tiberio e Gaio, mentre gli Aemilii Lepidi, che prediligevano nomi insoliti e vecchi, usarono Paullo, presumibilmente con riferimento alla famiglia del Paulli Aemilii, che era morto da quasi un secolo. Le figlie del Aemilii ebbero i praenomina numerici Prima, Secunda, Tertia e, anche se questi sono spesso trattati come cognomina.



COGNOMINA AEMILII

La più antica Stirpe degli Emilii, risalente al periodo delle guerre sannitiche, usò come cognomen Mamercus e pure il diminutivo Mamercinus. Altri rami principali, tra cui Papi, Barbulae, Paulli, e Lepidi, risalgono allo stesso periodo, forse discendenti dei Mamercini. I Paulli Aemilii scomparvero invece con la morte di Lucio Emilio Paullus, che conquistò la Macedonia nel 160 a.c. I suoi figli, anche se adulti, vennero adottati nelle familiae dei Fabii Maximi e dagli Scipiones Cornelii.

La famiglia dei Lepidi Aemilii divenne importante dal III sec. a.c. fino all'epoca imperiale. Nel I sec. a.c. adottarono alcuni vecchi nomi, tra cui il praenomina Mamercus e Paullus, e la Paullus cognomina e Regillo.
Gli Scauri Aemilii fiorìrono dall'inizio del II sec. a.c. all'inizio I sec. d.c..
La Buca cognomina e Regillo  appartennero a famiglie di breve durata. Altri cognomi si trovano in età imperiale.



I VARI RAMI


EMILII BARBULAE
  • Quinto Emilio Barbula - console nel 317 e 311 a.c. Livio racconta che il console Quinto Emilio Barbula, conducendo operazioni militari sul confine tra Apulia e Lucania insieme all’altro console, nel 317 a. c., avrebbe conquistato un centro indigeno fortificato, chiamato Nerulum.
  • Lucio Emilio Barbula -  figlio maggiore di Quinto, console nel 281, ricevette il comando durante le guerre sannitiche. Lo stesso anno invase e conquistò Taranto scatenando la campagna d'Italia da parte di Pirro re d'Epiro. Nel 280 ebbe una ricompensa per le vittorie ottenute contro Taranto e contro i Sanniti.
  • Marco Emilio Barbula - figlio di Lucio Emilio Barbula, console nel 230 a.c.

EMILII BUCI
  • Lucio Emilio Buca - questore ai tempi di Lucio Cornelio Silla .
  • Lucio Emilio Buca - nominato nel 54 a.c. quadrumviro monetario di Giulio Cesare.

EMILII MAMERCI
  • Lucio Emilio Mamerco - È il più vecchio rappresentante conosciuto della gens Aemilia, e il primo membro della sua gens a ottenere la carica di console.
    Lucio Emilio venne eletto console nel 484 a.c. insieme a Cesone Fabio Vibulano, della gens Fabia e fratello di Quinto, console dell'anno precedente, colpevole agli occhi della plebe di non aver diviso il bottino di guerra con i soldati, rese furente la plebe, determinando rivolte a Roma:
    "Dopo una vittoria sui Volsci e sugli Ernici, privarono i soldati del bottino. Tutto ciò che fu tolto al nemico il console Fabio lo mise all'incanto e ne trasferì i proventi nelle casse dello Stato. Il nome dei Fabi era impopolarissimo proprio a causa di quest'ultimo console" (Tito Livio - a.u.c)
    Ma le sedizioni si placarono per lo scoppio della guerra contro i Volsci ed Emilio, cui fu affidato il comando contro Volsci ed Equi, conseguì una brillante vittoria, procurando al nemico grandi perdite soprattutto nella ritirata, come narra Dionigi, Emilio però fu sconfitto di fronte alle porte di Anzio, per cui si vergognò di rientrare in città quando si dovevano tenere i comitia.
    Nel 478 a.c. divenne console per la seconda volta insieme a Gaio Servilio Strutto Ahala. Poiché i Volsci e gli Equi, con alleati i Tirreni, volevano invadere il territorio romano, il Senato inviò Lucio Emilio contro i Tirreni e Gaio Servilio contro i Volsci, e  il proconsole Servio Furio contro gli Equi. Ognuno dei tre al comando di due legioni e di truppe di Latini, Ernici ed altri alleati. Ma mentre Gaio Servilio aveva subito numerose perdite di romani, Lucio Emilio sconfisse in breve tempo i Veienti costringendoli a trattare la pace. Il console firmò un trattato con i Veienti, le cui condizioni vennero considerate dal Senato troppo favorevoli al nemico sconfitto, e di conseguenza si vide negato l'onore del trionfo, con sua grande rabbia.
    Il Senato lo inviò poi in soccorso del collega, sperando di cancellarne il risentimento, ma l'altro non accettò e si dimise dall'esercito congedando le truppe a lui affidate.                                       Fu console per la terza volta nel 473 a.c. Dionigi narra che nel 470 a.c., durante il consolato del figlio Tiberio, sostenne la legge agraria, manifestando ostilità contro quel Senato che anni prima gli aveva negato il trionfo.
  • Tiberio Emilio Mamerco - Tiberio Emilio del ramo Mamercino (o Mamerco), figlio di Lucio Emilio Mamercino. Fu eletto console nel 470 e 467 a.c.
    Fu eletto console la prima volta nel 470 a.c. e i due consoli vennero inviati a combattere, Tiberio contro i Sabini e Lucio contro gli Equi. Romani e Sabini finirono si fronteggiarono senza però combattersi, e infine ognuno tornò a casa sua. Eletto console una seconda volta nel 464 a.c. con Quinto Fabio Vibulano, appoggiò nuovamente la legge agraria. Nuovamente si opposero i senatori ed i proprietari terrieri; Quinto Fabio propose allora di distribuire alla plebe le terre sottratte ai Volsci l'anno prima, fondando una colonia nei pressi di Antium. La soluzione mantenne la pace sociale, ma scontentò la plebe che non voleva lasciare Roma, tanto che in pochi aderirono e una parte delle terre venne distribuita agli Anziati. Anche nel suo II consolato Tiberio marciò contro i Sabini, ma non trovando alcun esercito da combattere, si limitò a devastarne i territori.  Venne eletto console per la III volta e si dibattè nuovamente la questione della ripartizione della terra. Entrambi i consoli si mostrarono favorevoli, Tiberio in odio verso il Senato che aveva negato al padre il trionfo per la vittoria sui Veienti del 478 a.c. La richiesta fu però respinta dal Senato, in particolare per l'opposizione di Appio Claudio, console nell'anno precedente. I tribuni cercarono allora di vendicarsi portando in processo Appio Claudio con varie accuse, ma il processo non ebbe luogo perchè Appio morì, secondo Tito Livio di malattia, ma oggi si pensa al suicidio.
  • Mamercus Emilio Mamercino - dittatore nel 437, 433 e 426 a.c.
  • Manio Emilio Mamercino - console nel 410 a.c.
  • Caio Emilio Tiberio Mamercino - consulari tribunus militum potestate nel 394 e 391 a.c..
  • Lucio Emilio Mamercino - consulari tribunus militum potestate nel 391, 389, 387, 383, 382, 380 e 377 a.c.
  • Lucio Emilio Mamercino - console nel 366 e 363 a.c.
  • Lucio Emilio Mamercino - magister equitum nel 352 a.c.
  • Lucio Emilio Mamercinus Privernas
  • Tiberio Emilio Mamercino - console nel 339 a.c..
  • Mamerco Emilio Lepido Liviano ( ... – ...) fratello di Marco Livio Druso, che ricoprì la carica di tribuno e figlio di Marco Livio Druso (console), che invece ricoprì la carica di console. Fu adottato dalla famiglia degli Aemilii Lepidi. Sposò Cornelia Silla, figlia di Lucio Cornelio Silla. Ricoprì la carica di console nel 77 a.c., l'anno successivo alla morte di Silla, e probabilmente quella di princeps senatus.
CLIVIUS SCAURI

EMILII LEPIDI
  • Marco Emilio Lepido - console nel 285 a.c..
  • Marco Emilio Lepido - console nel 232 a.c., e forse anche suffectus nel 220.
  • Marco Emilio Lepido - pretore nel 218 a.c.
  • Lucio Emilio Lepido - figlio del console del 232 a.c..
  • Quinto Emilio Lepido - figlio del console del 232 a.c..
  • Marco Manio Emilio - figlio di Lepido, pretore nel 213 a.c.
  • Marco Emilio Lepido - console nel 187 e 175 a.c.,  pontefice massimo e censore nel 179 a.c. costruì (189 - 187 a.c) la via Emilia che congiungeva Rimini a Piacenza, per un percorso complessivo di 280 Km. La Colonia Placentia, che era circondata dai galli boi che, nonostante sconfitti, non avevano voluto firmare la pace con Roma che decise allora di realizzare una strada militare fino a Placentia per far spostare velocemente le legioni onde reprimere eventuali rivolte. Marco Emilio Lepido durante il consolato sconfisse i liguri, facendo voto di erigere un tempio a Giunone e, durante la censura, dedicò il tempio di Giunone Regina al Campo Marzio. La città di Reggio Emilia si chiamava in età romana Regium Lepidi in suo onore. Ebbe una intensa attività diplomatica per conto del Senato, tra cui l’Egitto dove instaurò stretti rapporti con la dinastia tolemaica. L’intervento di Lepido fu decisivo nella conquista della Gallia Cisalpina, dove operò durante i suoi due consolati e dove favorì l’insediamento di numerosi cittadini romani. Morì nel 152 a.c.
  • Emilio Marco Lepido - console nel 158 a.c.
  • Marco Emilio Lepido - tribuno militare contro Antioco III nel 190 a.c.
  • Marco Emilio Porcina - console nel 137 a.c.
  • Marco Emilio Lepido - console nel 126 a.c.
  • Quinto Emilio Lepido - probabilmente figlio del tribuno militare del 190 a.c.
  • Marco Emilio Lepido - console nel 78 a.c. Nobile ambizioso, appoggiò il regime di Cinna negli anni 80, ma poi si legò a Silla e accumulò ricchezze durante le proscrizioni. Silla diffidava di lui, ma Lepido ottenne il consolato del 78 mediante l’aiuto di Pompeo. Dopo la morte di Silla, da console, fece abrogare la costituzione sillana per abolire le confische del dittatore, riscuotendo consenso. Appoggiato dalle truppe della Gallia Cisalpina, marciò su Roma ma fu sconfitto nel 77 da Catulo e Pompeo. Si rifugiò in Sardegna, dove morì mentre i suoi soldati passavano in Spagna per unirsi a Quinto Sertorio contro le innumerevoli legioni inviate dal Senato di Roma. 
  • Marco Emilio Lepido, figlio del precedente, console nel 46 e 42 a.c., triumviro dal 43 al 46 a.c.., pontefice massimo dal 44 al 12 a.c.. patrizio, legato a Caio Giulio Cesare, pretore nel 49, ebbe il governo della Spagna Citeriore nel 48 e fu quindi console nel 46 e magister equituum dello stesso Cesare nel 45 - 44. Dopo Marco Antonio era l’uomo più potente della fazione cesariana. Nel 43 il suo intervento armato in appoggio di Marco Antonio dopo la battaglia di Modena fu determinante per la costituzione del II triumvirato con Antonio e Ottaviano, assicurandosi anche una seconda provincia spagnola. Nel 42 ottenne un secondo consolato. Dopo la sconfitta di Bruto e Cassio, la nuova spartizione seguita a Filippi (42) determinò il calo della sua influenza nel triumvirato. Nel 39 con gli accordi di Miseno, ebbe solo l’Africa e la Numidia, venne privato della Spagna e della Gallia, mentre furono respinte le sue pretese sulla Sicilia. Tuttavia nel 36 riuscì a trasferire 16 legioni in Sicilia per aiutare Ottaviano contro Sesto Pompeo. Dopo aver accettato la resa della maggior parte delle legioni di Sesto Pompeo, si ritenne abbastanza forte da sfidare Ottaviano.
    In Sicilia, tra le due parti, erano ammassate trentasei legioni (150 – 180 mila soldati e un numero imprecisato di ausiliari), pronte ad affrontarsi in una carneficina, invece un esercito vinse ma senza combattere grazie alle diserzioni nell’altro.
    Così passarono ad Ottaviano per prime le legioni di Sesto e poi quelle di Lepido, modificando radicalmente i rapporti di forza. Lepido dovette supplicare per avere salva la vita e dovette lasciare triumvirato e proconsolato. Si ritirò a vita privata nel Circeo e conservò soltanto la carica onorifica di pontefice massimo (assunta nel 44) fino alla morte avvenuta nel 12 a.c. Augusto scrisse nelle “Res gestae” di aver mantenuto a Lepido questa carica fino alla morte per poi assumerla egli stesso.
  • Mamerco Emilio Liviano - console nel 77 a.c.
  • Emilia Lepida - del I secolo a.c., figlia di Mamerco Emilio Lepido Liviano (morto nel 62 a.c.), fidanzata a Metello Scipione che poi la respinse. Allora Lepida fu fatta fidanzare con Catone minore, che la stava per sposare. Ma Metello cambiò idea e, più potente di Catone, fece sciogliere il fidanzamento e sposò Lepida. Da lui ebbe dei figli tra cui Cornelia Metella, nata nel 73 a.c., che diventò moglie di Publio Licinio Crasso e poi di Gneo Pompeo Magno.
  • Manio Emilio Mamerco Lepido - console nel 66 a.c.
  • Emilia Lepida - moglie di Gneo Domizio Enobarbo, console del 32 a.c. Infatti la nipote di Enobarbo, Domizia Lepida, prese il cognomen in onore della nonna. Da Enobarbo Lepida ebbe Lucio, che sposò Antonia maggiore. Morì prima del 31 a.c.
  • Lucio Emilio Lepido Paolo - console nel 50 a.c.
  • Marco Emilio Lepido - il triumviro, console nel 42 a.c.
  • Emilio Lepido Regillo - citato da Cicerone .
  • Emilia Lepida - moglie dell'augure Lucio Cornelio Silla, console nel 5 a.c.discendente del dittatore omonimo. Ebbero almeno due figli: Fausto Cornelio Silla, console suffetto nel 31 e Lucio Cornelio Silla Magno.
  • Paolo Emilio Lepido - suffectus nel 34 a.c.
  • Marco Emilio Lepido - figlio del triumviro; cospiratore per assassinare Ottaviano nel 30 a.c.
  • Quinto Emilio Lepido - console nel 21 a.c.
  • Lucio Emilio Paullo - console nell'anno I d.c.; cospiratore contro Augusto.
  • Emilia Lepida - figlia di Lucio Emilio Paolo, console nell'1, e Giulia minore. Fu la prima bisnipote di Augusto e venne fidanzata a Tiberio Claudio Druso, futuro imperatore Claudio. Il fidanzamento fu sciolto e Lepida sposò Marco Giunio Silano Torquato.
  • Marco Emilio Paullo Lepido - console anno 6.
  • Manio Emilio Lepido - console nell' 11. Tacito riferisce che Augusto nel suo letto di morte, mentre discuteva dei possibili rivali di Tiberio per la carica di imperatore, lo descrisse come adatto per diventare imperatore (capax imperii), ma "sdegnoso" (aspernantem) del potere supremo. Nel 21 Tiberio lo nominò governatore d'Asia.
  • Emilia Lepida - figlia di Marco Emilio Lepido minore e moglie di Publio Sulpicio Quirino. Da giovane fu fidanzata dell'erede di Augusto, Lucio Cesare. Nel 20 fu accusata di adulterio, avvelenamento, consultazione di astrologi, falso nel pretendere il figlio dell'ex marito e tentativo di avvelenare quest'ultimo. Fu sempre difesa dal fratello Manio Emilio Lepido, console dell'anno 11. Fu processata da Tiberio, trovata colpevole e condannata all'esilio
  • Emilia Lepida - figlia di Marco Emilio Lepido, console nel 6 e nipote del console Lucio Emilio Paolo. Nonostante la condanna a morte di suo zio, grazie al rango di suo padre in Senato, sposò il cugino di II grado Druso Cesare. Tacito riferisce che durante il loro matrimonio "aveva perseguito il marito con accuse incessanti ". Nel 36, fu accusata di adulterio insieme ad una schiava e si suicidò, "in quanto non vi era alcun dubbio circa la sua colpevolezza" (Tacito, Annales).
  • Marco Emilio Lepido - messo a morte da Gaio Giulio Cesare Augusto nel 39.
  • Emilia Lepida - figlia di Manio Emilio Lepido, console nell'11 e moglie dell'imperatore Galba, da cui ebbe due figli prima della sua morte. Morì giovane e Galba non si risposò mai. Quando Lepida era in vita, Agrippina minore fece offerte spudorate a Galba, che era devoto a sua moglie e disinteressato, ma la madre di Lepida le diede pubblicamente uno schiaffo.

EMILII PAPI
  •  Marco Emilio Papo - nominato dittatore nel 321 a.c., subito dopo le Forche Caudine, per attendere all'elezione dei nuovi consoli, (Quinto Fabio Ambusto si era già dimesso per irregolarità nella sue elezioni) si dimise a sua volta, in quanto non riuscì a presiedere all'elezioni consolari.
  • Quinto Emilio Papo - console nel 282 e nel 278 a.c. e censore nel 275 a.c., comandò l'esercito romano contro Etruschi e Galli Boi, che sconfisse pienamente ed il castigo inflitto ai Galli Boi fu così pesante, che rimasero tranquilli per ben cinquant'anni.
  • Lucio Emilio Papo - Nipote di Quinto Emilio Papo, console nel 225 a.c. con Gaio Atilio Regolo. I Galli si preparavano ad invadere la penisola e il comando fu dato a Papo, mentre il collega doveva sedare la rivolta in Sardegna. Papo pose il proprio comando ad Ariminum, mentre un secondo esercito romano, sotto il comando di un pretore, presidiò l'Etruria. I Galli penetrarono tra le due armate, devastando le terre etrusche e sconfissero l'esercito del pretore ma con l'arrivo di Emilio Papo i Galli si ritirarono, imbattendosi però nell'altro esercito consolare, richiamato dalla Sardegna. Si ebbe così la battaglia di Talamone (225 a.c.) dove, nonostante la morte del console Atilio Regolo, i Galli vennero sconfitti con 40.000 morti e 10.000 prigionieri tra cui il re Concolitano. Emilio Papo invase allora il paese dei Galli Boi, devastandolo. Al suo ritorno gli fu dedicato un trionfo.
  • Lucio Emilio Papo - pretore nel 205 a.c, governò la provincia di Sicilia.

EMILII PAOLI
EMILIO LEPIDO INCORONA TOLOMEO V FARAONE D'EGITTO
  • Marco Emilio Paolo - console nel 302 a.c..  Sconfisse le flotte di pirati comandate da Cleonimo, che con la sua flotta disturbava i commerci lungo le coste italiane.
  • Marco Emilio Paolo - console nel 255 ac..
  • Lucio Emilio Paolo - nipote di Marco, console nel 219 a.c. con Marco Livio Salinatore. Insieme condussero una vittoriosa campagna contro gli illiri in cui sconfisse Demetrio di Faro. Nel 218 partecipò all’ambasceria di Fabio Buteone a Cartagine. Nuovamente console nel 216 a.c.. con il plebeo Gaio Terenzio Varrone durante la guerra annibalica, aveva consigliato invano al collega di disporre le sue truppe sulle alture per contrastare la terribile cavalleria numidica. Ma Varrone prese la scellerata decisione di attaccare Annibale in campo aperto nella famosa battaglia di Canne. Fu una delle più gravi disfatte nella storia dell’esercito di Roma. Lucio Emilio Paolo morì in combattimento.
  • Lucio Emilio Paolo Macedonico - console nel 182 e 168 a.c., figlio di Lucio Emilio Paolo e alleato pubblico di Scipione l’Africano. Come pretore nella Spagna Ulteriore (191 – 189 a.c.) sconfisse i lusitani. Come Decemviro per la pacificazione dell’Asia (189), guidò a Roma l’opposizione al trionfo di Manlio Vulsone nel 187. Nel 181 ottenne il trionfo per la sconfitta dei liguri ingauni. Rieletto console nel 168 all’età di 60 anni, ristabilì la disciplina dell’esercito in Macedonia e in poche settimane sconfisse Perseo nella battaglia di Pidna. Nel 161 come proconsole visitò la Grecia e fece spedire in Italia la biblioteca di Perseo. Pare che Lucio Emilio Paolo non approvasse la rigorosa politica del Senato che egli fu costretto a mettere in atto nel 167: 150 mila epiroti furono fatti schiavi e illustri uomini politici greci furono tenuti prigionieri a Roma. Lo racconta Polibio, che però era molto legato alla sua famiglia. Emilio Paolo tornò a Roma per celebrare un grandioso trionfo con Perseo in catene. Gli oppositori politici lo rimproverarono per non aver distribuito con generosità il bottino tra le sue legioni, ma in realtà l’enorme quantità di ricchezze che egli portò a Roma rimpinguavano le casse dello Stato. La sua brillante carriera terminò con una censura nel 164 a.c.; quando morì nel 160, dimostrò di non aver tenuto per sè il bottino saccheggiato in Macedonia.
  • Scipione Emiliano, (185 - 129 a.c.) figlio di Lucio Emilio Paolo, adottato dalla famiglia degli Scipioni da Publio Cornelio, figlio dell’Africano. Dopo aver combattuto a Pidna con il padre (168 a.c) e in Spagna con il console Lucullo come tribuno militare (151) venne eletto console nel 147 con una dispensa dall’età legale ed ebbe il comando della guerra in Africa; qui distrusse la ribelle Cartagine (146), fondando la provincia d’Africa. Polibio, lo storico greco che gli fu maestro e amico, racconta che egli pianse sulle rovine della città. Censore nel 142, Scipione, dopo alcune ambascerie in Oriente, venne rieletto console nel 134 per risolvere la guerra in Spagna, che si trascinava da anni. Distrusse Numanza nel 133 dopo una lunga e tenace resistenza. Aperto ai gravi problemi agrari di Roma, marito di Sempronia, sorella dei Gracchi, si oppose al movimento di Tiberio quando questi si scontrò con gli interessi degli italici ricchi che venivano espropriati. Morì, in seguito ad un infarto, mentre preparava l’intervento al senato che doveva decidere l’esclusione degli italici dalle confische. Per Cicerone fu l’uomo di stato ideale, in cui la raffinata cultura e il valore militare si accompagnavano a un’aristocratica concezione della politica.
  • Tertia Emilia Paola - (230-163 a.c.), da bambina dette a suo padre un presagio favorevole, sposò Publio Cornelio Scipione l'Africano, con cui ebbe un matrimonio, secondo Tito Livio, Polibio, e altri storici, molto felice. Valerio Massimo ci dice, invece, che Scipione tradiva la moglie con una ragazza della sua servitù, ma che Emilia non gli portò mai rancore per questo. Ebbe come figlia Cornelia, la madre dei Gracchi.
  • Prima Emilia  Paola - sposò Quinto Elio Tuberone.
  • Secunda Emilia Paola - sposò Marco Porcio Catone Liciniano.
  • Lucio Emilio Paolo  - console nel 78 a.c. figlio di Marco Emilio Lepido, Appoggiò Cicerone contro Catilina e non si alleò mai con Pompeo Magno. Venne eletto questore nel 59 a.c., edile nel 55 a.c. e console nel 50 a.c. Durante il suo consolato venne corrotto da Giulio Cesare con del denaro con cui fece costruire la basilica Emilia a Roma. Per volere di Cesare fece costruire la basilica Giulia sulle rovine della basilica Sempronia. Paolo si oppose al II triumvirato, e suo fratello ordinò di ucciderlo. Il giorno dell'esecuzione, i soldati gli concessero di fuggire. Paolo si unì a Marco Giunio Bruto che morì suicida nel 42 a.c., comunque venne perdonato da Cesare e poté trascorrere gli ultimi anni di vita a Mileto.

EMILII REGILLI
  • Marco Emilio Regillo -  († 205 a.c.), Flamine Quirinale soccombente e candidato per il consolato nel 214 a.c.
  • Lucio Emilio Regillo - pretore nel 190 a.c, durante la guerra contro Antioco III.
  • Marco Emilio Regillo - († 190 a.c), fratello di Lucio Emilio Regillo, morto nel corso della guerra contro Antioco.

EMILII SCAURI
  • Lucio Emilio Scauro - ufficiale della flotta romana durante la guerra contro Antioco III nel 190 a.c.
  • Marco Emilio Scauro - (163 - c. 89 a.c.), console nel 115 e 107 a.c., e princeps senatus. Combatté con successo in Liguria. Sposò Cecilia Metella che alla sua morte sarebbe diventata moglie del dittatore Silla. Insieme al Console Lucio Calpurnio Bestia, di cui era legato in Africa nel 111, concluse con Giucurta, re della Numidia, una pace che diede adito a sospetti di corruzione. Censore nel 109, costruì la via Emilia transappenninica e ricostruì il Ponte Milvio. Morì nell’89 a.c 
  • Marco Emilio Scauro - (I sec. a.c.), legato di Pompeo a Damasco fino al 61 a.c. condusse una campagna militare contro il re dei nabatei, Arcta. Ricoprì la carica di edile nel 58; organizzò grandiosi giochi e costruì imponenti opere pubbliche; benché ricchissimo le spese affrontate lo costrinsero a pesanti debiti. Propretore in Sardegna, la sua amministrazione nell’isola gli procurò un’accusa di concussione, ma ne fu assolto per la difesa di Cicerone. Sottoposto nuovamente a processo (52), fu condannato e dovette andare in esilio. 
  • Marco Emilio Scauro - pretore nel 56 a.c..
  • Emilio Scauro Scauro - († 101 a.c), combatté contro i Cimbri sotto Quinto Lutazio Catulo .
  • Marco Emilio Scauro - sostenitore di Marco Antonio.
  • Mamercus Emilio Scauro - (34 d.c.), oratore e poeta, due volte accusato di majestas.

Altri
  • Emilia - virgo Vestalis, che miracolosamente ha riacceso la fiamma sacra con un pezzo della sua veste.
  • Emilia - virgo Vestalis, messa a morte per incesto in 114 a.c..
  • Ceso Emilio - ingegnere militare di data incMarco Emilio Avianus - amico di Cicerone, e il patrono di Avianus Evandro e Avianus Hammonius.
  • Emilio Macer - († 16 a.c.), un poeta di Verona morto in Asia, amico di Virgilio, Tibullo e Ovidio. Secondo Tibullio fu poeta elegiaco d’amore, ma soprattutto poeta didascalico. Ha scritto di uccelli, serpenti e piante medicinali.Emilio Macer (3 ° secolo), giurista  vissuto al tempo di Marco Aurelio Alessandro Severo .
  • Emilio Sura - annalista, probabilmente contemporaneo di Marco Velleio Paterculus .
  • Emilio Rufo - prefetto della cavalleria sotto Gneo Domizio Corbulone in Armenia.
  • Emilio Pacensis - tribuno della coorte, alla morte di Nerone nel 69 d.c. morì combattendo contro Aulo Vitellio .
  • Emilio Asper - II sec., grammatico e commentatore di Publio Terenzio Afro e Publius Vergilius Maro .
  • Emilio Asper Junior - II sec., grammatico e autore di Ars Grammatica.
  • Emilio Papinianus - (141-212), giurista.
  • Marco Emilio Emiliano - ( 206-253), governatore della Pannonia e Mesia, proclamato imperatore nel 253, ma ucciso dai suoi soldati.
  • Emilio Magnus Arborius - (IV sec.), poeta e amico dei fratelli di Costantino .
  • Emilio Parthenianus - storico, ha dato un resoconto delle varie persone che aspiravano alla tirannide.
  • Emilio Probo - fine IV sec., grammatico, erroneamente ritenuto l'autore del Imperatorum Excellentium Vitae di Cornelio Nepote .
  • Blossio Emilio Draconzio - fine V sec., poeta cristiano.

BIBLIO

- D. Bowder - Dizionario dei personaggi dell'antica Roma - Newton Compton editori - 2001 -
- Teodoro Amayden - Storia delle famiglie romane - Collegio Araldico di Roma - Vol. I -
- Andrea Frediani, Sara Prossomariti - Le Grandi Famiglie di Roma Antica - Roma - Newton Compton Editori - 2014 -
- Edward Gibbon Nomina Gentesque Antiquae Italiae - 1763-1764 -
- Mario Enzo Migliori - L’Origo Gentis Romanae. Ianiculum e Saturnia - 2015 -


THYSDRUS - EL JEM (Tunisia)


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THYSDRUS fu il nome più antico di EL JEM, odierna città della Tunisia e le sue prime testimonianze archeologiche risalgono all'età punica (III secolo a.c.). Veniva definita punica la lingua di origine fenicia parlata dai cartaginesi, il che conferma l'origine fenicia dei cartaginesi. Oggi Eljem è situata a 65 km da Sousse e a 40 km dal mare.

L'odierna Eljem, che all'epoca della campagna d'Africa di Cesare era poco più di un vicus, un villaggio, diventando città romana seppe trarre profitto dagli impulsi romani al commercio sfruttando la sua posizione di crocevia della Tunisia centrale.

Nella battaglia di Ruspina del 46 a.c. nella provincia romana dell'Africa, tra le forze repubblicane degli Ottimati e quella dei Popolari fedeli a Giulio Cesare, alcuni abitanti del vico Ruspina si recarono dal generale per offrirgli una partita di grano di 300.000 misure per sfamare il suo esercito.

THYSDRUS IN EPOCA ROMANA
Durante la campagna di Aggar, Cesare passò davanti alla città, occupata dai pompeiani, ma non la assalì per rispetto di quella cittadina; dopo la sua vittoria, quando colpì le altre città con ammende molto gravi, impose a Thisdrus solo il tributo di una modesta quantità di grano, visto la scarsa ricchezza della città (propter humilitatem civitatis) e il buon comportamento avuto..

Thysdrus, grazie ai romani che vi costruirono sontuosi e grandi edifici e vi instaurarono ricchi scambi commerciali, divenne rapidamente una grande città a cui i romani concessero prima il titolo di municipio e poi di colonia.

La sua importanza fu evidente grazie alla sua posizione di incrocio di grandi strade, al fiorire di artigianato e agricoltura. La città era vasta e con ville sontuose.


Inoltre lo spirito di intraprendenza di un ceto mercantile, romano prima, e locale poi, esperto e ricco, donò alla città stupendi edifici.

Purtroppo oggi sono scomparsi a causa della solita devastazione islamica.

Di essi ci resta solo un maestoso anfiteatro, un grandioso circo, e ville monumentali i cui mosaici testimoniano la felice romanizzazione di questo bellissimo centro. 

L'acqua vi abbondava talmente che in una iscrizione un magistrato si congratula con se stesso per aver ornato di fontane l'intera Gabes. Infatti i romani vi avevano costruito cisterne, dighe e pozzi tanto da rendere il terreno arido fertile e produttivo come nemmeno oggi si sognerebbe.

In particolare dal II sec. d.c. la città si ingrandì e prosperò grazie al grosso impulso dato dagli Antonini (98 - 180 d.c.) che vi incoraggiarono l'ulivocoltura, soprattutto sotto Adriano (117-138), al punto di divenire la seconda città della provincia dopo l'altra città di origine fenicia Hadrumetum (Sousse).

La città faceva riferimento commerciale alle vie marittime che partivano dal golfo di Gabes, una città nel sud della Tunisia, chiamata all'epoca Syrtis Minor dai romani,  che ancora oggi vanta ben 500.000 palme da dattero. Nel III secolo Eljem contava circa 30.000 abitanti.

Il suo anfiteatro era il terzo del mondo romano ed il circo possedeva le medesime dimensioni del circo di Massenzio a Roma. Sotto i Severi (193 - 235), in questo periodo la città raggiunse la massima potenza economica e politica.

A Gabes facevano capo cinque strade importanti di cui quella più a nord conduceva al grande centro romano di Thysdrus.

Oggi quest'importante struttura sorge isolata in un paesaggio privo d'interesse, ma nell'anno 238, la zona era tanto popolata da riempire due volte alla settimana il circo, che poteva contenere 30.000 spettatori.

Di quanti ne avevano eretti i Romani, quello di Thysdrus era inferiore, per dimensioni, soltanto del Colosseo di Roma.

La città, nota per l'enorme anfiteatro trasformato in fortezza, prese parte alle complesse vicende dell'epoca bizantina e dei primi tempi della conquista islamica, anche se l'ascesa di Kairouan a capitale della regione quasi la cancellò economicamente e culturalmente.

Oggi il sito archeologico ha perso molte delle sue antichità, a parte lo splendido anfiteatro romano, uno dei più grandi e meglio conservati fra i monumenti dell'antichità. Vari cantieri di scavo sono disseminati intorno alla città, che può vantarsi, oltre che dei mosaici, di aver conservato i più grandi capitelli romani della Tunisia (1.86 m di altezza).



L'ANFITEATRO

La fotografia aerea ha permesso di individuare l'area in cui sorgeva un circo, lungo oltre 500 m e largo circa 100, mentre gli scavi hanno consentito di individuare il centro della città romana con il foro, le grandi terme e altri edifici pubblici.

L'anfiteatro risale al I sec .d.c. e fu intagliato nel tufo, venne poi abbellito nel II sec., il suo podium viene rialzato e nuovi gradini vennero installati creando un livello superiore.

Esso era lungo 138 m e largo 114, i posti a sedere più lontani arrivavano a 30 m di altezza e poteva contenere sino a 30.000 persone.


L'anfiteatro era ancora in abbellimento e ampliamento quando iniziò il declino di Thysdrus per la reintroduzione di una tassa sull'olio di oliva in 238 d.c..

All'epoca la vendita dell'olio d'oliva era una delle maggiori ricchezze della città che si vide molto penalizzata dall'imposta.

La gente protestò e si scatenò una ribellione che invase tutta la Tunisia.

Dopo l'assassinio di Alessandro Severo e l'elezione ad imperatore di Massimino nel 235, la pressione fiscale esercitata sulla provincia, soprattutto per la tassa sull'olio, scatenò infatti la rivolta dei latifondisti di Thysdrus, sostenuti dai contadini della Tunisia centrale, che proclamarono decaduto Massimino e gli sostituirono il proconsole Gordiano nel 238, con l'assenso del senato di Roma.

Furono i proprietari terrieri, con l'aiuto degli Juvenes (una sorta di corpo di formazione ufficiali o milizie) che, ucciso il procuratore imperiale, cioè il funzionario finanziario capo della provincia, proclamarono proconsole l'ottantenne Gordiano, come Imperatore.

Massimino però non era d'accordo e, a capo della III legione, sconfisse e uccise il figlio di Gordiano I, cioè Gordiano II, represse la rivolta nel sangue e saccheggiò la città. In quanto al vecchio Gordiano I che ancora all'età di 80 anni nutriva ambizioni di potere, finì per suicidarsi nel suo palazzo a Cartagine per non cadere in mani nemiche.

Thysdrus ebbe per questo un arresto nei suoi commerci che la penalizzò per vari anni, ma poi si riprese e rimase abbastanza prosperosa sino alla fine dell'impero.

Molti  romani vi fecero la propria fortuna stabilendosi in città e costruendo grandi e splendide ville intorno ad essa, ricche di bellissimi mosaici policromi, di preziosi affreschi, di giardini, di colonne e ornamenti scolpiti nella pietra.


Ecco sopra un bellissimo esemplare di pavimento in mosaico, che proviene da una casa vicino all'Ippodromo, 

Un elegante susseguirsi di nodi formano dei medaglioni al cui interno, inscritte in doppi cerchi, sono disegnati i busti delle nove Muse corredate dei loro attributi.

Vi si riconoscono dall'alto in basso e da sinistra a destra: Erato (citara); Clio (libro); Calliope (alquanto deteriorata); Tersicore (lira); Melpomene (maschera tragica); Urania (globo); Euterpe (flauto doppio); Talia (maschera comica). Il reperto è conservato al Museo del Bardo e risale al III secolo d.c.

Il sito abbonda di statue preromane e romane, la maggior parte spezzate o prese a mazzate dal fanatismo religioso dei nuovi conquistatori.

Col declino dell'impero, nel periodo Vandalico e Bizantino anche la città declinò.

Essendo posta al confine della regione stepposa di Sufetula (Sbeitla) venne a contatto con le tribù berbere provenienti dalla Tripolitania e da Aurès, popoli nomadi, molto aggressivi e incapaci di apprezzare e conservare le grandi edificazioni civili romane.

Le sue riserve d'acqua pian piano declinarono a causa dell'abbandono delle geniali opere idrauliche romane e lentamente scomparve la coltivazione degli ulivi.


Tutte le opere lasciate dai romani vennero pian piano devastate, Anche sulla struttura architettonica dell'anfiteatro di El-Djem hanno influito le guerre tra berberi ed arabi. 
Il danno maggiore è stato quello della rimozione dei gradini delle prime file.

Ciò dimostra che molte zone semidesertiche o predesertiche potrebbero essere coltivate e dare sostentamento a una vasta popolazione, i romani lo fecero portando anche la giustizia e le leggi, nonchè le scuole e le opere pubbliche. Il fanatismo religioso tuttavia ha avuto il sopravvento riportando queste terre indietro di molti secoli. Nè mai più si sono ripresi.





L'AFRICA ROMANA: THYSDRUS

Casa d'Africa: lo spettacolare giardino interno col peristilio colonnato

Nel 1991, una maldestra costruzione abusiva alla periferia della città antica, consentì - al momento della distruzione - alla Sovrintendenza di EI Jem di individuare una delle più grandi, se non la maggiore, domus romana in terra d'Africa: circa tremila metri quadrati portati alla luce fino ad oggi.

E composta dal corpo principale strutturato attorno ad un triclinium-oecus, e da un peristilio, abbellito da una vasca, da cui si accede agli appartamenti privati.

La villa possedeva uno stabilimento termale di cinquecento metri quadrati. Oltre che per le dimensioni, questa villa è famosa per i suoi mosaici pavimentali, unici nel loro genere.

Tra questi eccelle il mosaico in cui appare la figura della Dea benefattrice Africa, per la prima volta raffigurata su un mosaico, oltre che su monete e ceramiche.

Ciò porta a supporre che il padrone della domus fosse un ricco signore locale, certamente devoto a Roma, ma fortemente impregnato di cultura africana. L'allegoria dell'Africa, questa volta intesa come provincia romana, si ritrova su un altro mosaico che evoca l'approvvigionamento dell'impero romano.

L'Africa ha i tratti di una giovane donna bruna di carnagione, sul capo una pelle d'elefante, accompagnata dalle immagini allegoriche delle altre province romane: l'Egitto, l'Asia, la Spagna, la Sicilia ed una quinta non ben identificata, che incorniciano la figura di una possente Minerva rappresentante Roma.

Anche il Triclinium è pavimentato elegantemente da un immenso mosaico.

La "Casa d'Africa" è stata ricostruita all'interno del recinto del museo grazie ad un progetto con giunto tunisino-francese.

Oggi si può ammirare una bellissima ricostruzione fedele, di oltre duemila mq., che riproduce il peristilio, o cortile centrale; il triclinium o sala da pranzo, la bella cucina, due salette per gli ospiti, un locale per il culto agli dei della casa a forma di semicerchio con un bellissimo mosaico che raffigura la nascita di Venere, le stanze da letto padronali con i mosaici sulla dea Africa già descritti, alcuni cortili interni, ecc.
Questa ricostruzione è unica al mondo.



CASA DELLA PROCESSIONE DIONISIACA

Ma c'è una casa di EL JEM da poco scoperta, con un mosaico a dir poco strabiliante, tanto che ha dato il suo nome alla domus, detta appunto la Casa della Processione Dionisiaca:

La “Maison de la procession dionysiaque”, ovvero la Domus della Processione Dionisiaca, è un ampia casa a peristilio, tra le maggiori scavate ad El Jem, e risalente all'età antonina (98 - 180):

« [Dal 98. al 180.] tutta la potenza esecutiva del Governo. Nel felice corso di più d'ottant'anni, la pubblica amministrazione fu regolata dalla virtù e dalla abilità di Nerva, di Traiano, di Adriano, e dei due Antonini. In questo e nei due seguenti capitoli, descriveremo il prospero stato del loro Impero, ed esporremo le più importanti circostanze della sua decadenza e rovina, dopo la morte di Marco Antonino (cioè Marco Aurelio 121 - 180); rivoluzione che sarà rammentata mai sempre, e della quale le nazioni della terra tuttor si risentono. »

(Edward Gibbon - Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano)



BIBLIO

- Ammar Mahjoubi - Villes et structures de la province romaine d'Afrique - éd. Centre de publication universitaire - Tunis - 2000 -
- Hédi Slim et Nicolas Fauqué - La Tunisie antique - De Hannibal à saint Augustin - éd. Mengès - Paris - 2001 -
- David, Soren, Hédi Slim e Aïcha Ben Abed Ben Khader - Carthage: uncovering the mysteries and splendors of ancient Tunisia - 1st Touchstone ed. - Simon & Schuster - 1991 [1990] -
- C. Daniels - Africa -  Il mondo di Roma imperiale: la formazione - Bari - 1989 -






CULTO DI LIBERTAS


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La raffigurazione monetale più antica risale all'anno 119 a.c. Sul retro di un denaro di M. Porcio Laeca vediamo in piedi su di una quadriga una donna, incoronata da una Vittoria volante, con in mano il pileus, cioè il berretto della libertà, simbolo della Libertas romana.

Nella moneta sottostante invece, oltre al volto laureato della Dea, si osserva nel retro il suo tempio, con due teste di grifoni, due sedie curuli e forse un gatto.

Il culto della Libertas (Eleiteria in graeco) fu sempre molto caro al fiero popolo dei romani e pertanto fu sovente espresso sulle monete. Essa venne considerata e onorata come divinità almeno fin dall'età regia, in cui le dedicarono templi ed eseguirono per lei dei sacrifici. Una delle prime raffigurazioni è sul rovescio di un denario di Marco Porcio Laeca, (colui presso la cui casa si riunirono i congiurati di Catilina il 5 novembre del 62) in cui è rappresentata su una biga, incoronata dalla Vittoria.

A Roma furono edificati due templi dedicati alla Dea: uno sull'Aventino e uno sul Palatino. La statua di Libertas era accompagnata dalle due statue di Abeona e Adeona, che questo caso assumevano il senso dell'andare e del venire, a significare, si dice, che la Libertas poteva andare dove più desiderava. Pensiamo però che le due Dee avessero un significato più profondo, poichè Abeona era la Dea della nascita e Adeona quella della morte. La libertà è imprescindibile dall'aver compreso e accettato i due cicli, perchè la paura toglie la libertà.

La Dea era raffigurata come una giovane donna incoronata d'alloro e  vestita di bianco, con il berretto frigio nella mano destra e lo scettro e la cornucopia nella sinistra; ai suoi piedi era disteso un gatto e un giogo fatto a pezzi, e forse anche un peso scardinato dal suo gancio.



IL PILEUS
IL PILEUS

Il Pileus era il copricapo che veniva donato dal padrone agli schiavi liberati, i liberti, ma era anche simbolo della Repubblica, vale a dire della libertà ritrovata dopo la cacciata della monarchia.

Fu quindi in questa epoca che il berretto frigio (pileus in latino) assunse il suo valore simbolico di libertà. 
Tale significato viene ribadito anche dalle monete battute dai cesaricidi dopo l’uccisione di Giulio Cesare, che recavano su una delle facce un pileus, considerato dunque simbolo della libertà repubblicana, inserito tra due pugnali, come quelli usati per il regicidio.



TEMPIO SULL'AVENTINO

Il primo tempio fu fatto costruire nel 238 a.c. da Tiberio Gracco, che fu edile nel 246 a.c. e che lo dedicò per le idi di aprile dello stesso anno.

Tiberio, console insieme a Gaio Fundanio Fundulo e durante tale anno, appoggiò il collega nell'accusa a Claudia, la figlia di Appio Claudio Cieco, colui che ebbe il merito di far pubblicare nel 304 a.c.,a cura del suo segretario Gneo Flavio, il civile ius, il testo delle formule di procedura civile (legis actiones), chiamato Ius Flavianum, per cui anche i plebei potevano conoscere le leggi. Claudia fu alla fine condannata ad una multa tale da costruire solo con quella il tempio della Libertà sull'Aventino.

Cicerone però narra una storia diversa: l'imputato non fu Claudia ma Publio Claudio Pulcro, il figlio di Appio Claudio Cieco, e l'accusa fu quella di aver combattuto nonostante gli auspici avversi e di essere stato sconfitto in Drepana, antico centro della Sicilia occidentale (odierna Trapani).. Publio Claudio fu accusato di alto tradimento, e, secondo Polibio e Cicerone, fu severamente punito. 

Secondo altre fonti, la procedura di condanna venne sospesa a causa di una tempesta, e venne respinta una seconda volta con una multa. Publio Claudio Pulcro non sopravvisse molto alla sua caduta in disgrazia; morì prima del 246 a.c., probabilmente suicida.

LA DEA LIBERTAS RIPRODOTTA SU UNA MONETA

AEDES IOVIS LIBERTATIS

Sull'Aventino c'era però il tempio di Giove Libertà, noto anche come tempio della Libertà, appunto dedicato alla Libertà. Di questo tempio non è rimasta traccia e se ne ignora l'esatta posizione, anche se alcuni autori ritengono sorgesse presso la basilica di Santa Sabina o, almeno in parte, sotto di essa.

Esiste infatti una pietra nera di forma rotonda poggiata su una colonna tortile di età classica a sinistra della porta di ingresso, che è chiamata Lapis Diaboli, ossia "pietra del diavolo" perché, secondo la leggenda, sarebbe stata scagliata dal diavolo contro San Domenico mentre pregava sulla lastra marmorea che copriva le ossa di alcuni martiri, mandandola in pezzi. 
EQUIPONDUS A CUI E' STATO STRAPPATO IL GANCIO
Sappiamo invece che la lapide fu spezzata non volendo dall'architetto Domenico Fontana durante il restauro del 1527 per spostare la sepoltura dei martiri. Egli poi gettò via i frammenti, ma vennero successivamente ritrovati e ricomposti, oggi visibili al centro della schola cantorum. In quanto alla pietra scura essa era in realtà un peso, ovvero contrappeso di serpentina come se ne usavano in epoca classica per controllare i pesi delle merci.
Sembra che la Dea Libertas fosse colei che liberava dai gioghi e dai pesi, per cui si è pensato che il peso di serpentina, di epoca romana, a cui era stato strappato il gancio a cui doveva essere legato, rappresentasse, insieme al giogo spezzato, il simbolo della libertà che la Dea concedeva ai suoi seguaci.

Lo farebbe pensare anche il fatto che il gancio da cui era tenuto non fosse stato svitato ma fosse stato appositamente strappato con dei colpi di mazza, tanto è vero che i colpi sono stati interpretati dalla chiesa come solchi procurati dal diavolo coi suoi artigli.
Questo potrebbe indicare che davvero una parte del tempio si trovasse sotto la chiesa di S. Sabina, tenendo anche conto che la chiesa cristiana soleva quasi sempre edificare un tempio cristiano su quello pagano. Ora alcuni pensano che il tempio di Libertas e il tempio di Iovis Libertas fossero lo stesso santuario, anche perchè Festo cita il tempio semplicemente come Libertatis templum.

L'interpretazione più probabile è che si trattasse un tempo solo del tempio della Libertà, ma che in seguito sentirono più opportuno dedicarlo a Giove o almeno mettercelo in mezzo, insomma un compromesso tra Giove e l'antica Dea.



TEMPIO SUL PALATINO

Il secondo tempio fu fatto costruire tra il 58 e 57 a.c. da Publio Clodio Pulcro, colui che fece lo scandalo della Bona Dea a casa di Cesare e colui che esilio di Marco Tullio Cicerone nel 58 a.c., per non aver concesso ai condannati a morte la provocatio ad populum prima di essere giustiziati. 

LAPIS EQUIPONDUS COL SUO GANCIO
(S. LORENZO FUORI LE MURA)
Si sa che Clodio, acquistò, per la cifra di 14 milioni e 800.000 sesterzi, un enorme complesso abitativo sul Palatino, che adibì a sua dimora personale e in parte all'edificazione del Tempio alla Dea Libertas. In realtà sembra che Clodio abbia acquistato i terreni espropriati a Cicerone a seguito dell'approvazione della lex de exsilio. Il tempio fu edificato dove prima si trovava la casa di Marco Tullio Cicerone, sempre sul colle Palatino, così da non permettere alcuna epigrafe ricordo a suo nome.

Dopo la morte di Cesare alla Dea furono innalzate statue, non perchè la morte di Cesare avesse comportato una libertà, perchè anzi fu pianto da tutti per secoli e rimpianto fino ad oggi, ma perchè Augusto adorava particolarmente questa divinità.

Infatti Augusto si definì su un tetradracma "libertatis p(opuli) R(omani) vindex". Invece il nome di "libertas augusta" non viene da Augusto, come ci si poteva aspettare, ma dall'imperatore Claudio. Il tempio fu restaurato da Augusto e fu nuovamente dedicato il primo settembre.


ATRIUM LIBERTATIS

L'Atrium Libertatis viene nominato per la prima volta nel 212 a.c., era la sede dell'archivio dei censori, situato sulla sella che univa il Campidoglio al Quirinale, a breve distanza dal Foro Romano.e venne ricostruito dai censori del 194 a.c.
Un'altra ipotesi, ma poco convincente, l'ha identificata con la struttura che sorge sul Campidoglio dal lato verso il Foro Romano, sotto il palazzo Senatorio, normalmente identificata con il Tabularium eretto da Quinto Lutazio Catulo nel 78 a.c.
Un'altra ipotesi ancora, piuttosto recente, ha proposto l'identificazione dell'Atrium Libertatis connesso alla Curia con il rifacimento del portico sul lato sud-orientale del Foro di Cesare in epoca dioclezianea.
Una seconda integrale ricostruzione venne curata da Gaio Asinio Pollione a partire dal 39 a.c., con il bottino ricavato dal suo trionfo sugli Illiri, forse in attuazione di un progetto già concepito da Cesare a completamento del Foro di Cesare, inaugurato nello spazio tra la sella montuosa dove sorgevano l'Atrium Libertatis ed il Foro Romano solo pochi anni prima. Il monumento doveva essere completato entro il 28 a.c.

Il monumentale edificio comprendeva oltre all'archivio dei censori, con le liste dei cittadini e le tavole di bronzo con le mappe dell'ager publicus, due biblioteche e probabilmente la basilica Asinia, oltre a numerose opere d'arte di celebri scultori, tra cui il Supplizio di Dirce degli scultori Apollonio e Taurisco, e le Appiadi, opera dello scultore Stephanos, che però Ovidio pone accanto al tempio di Venere Genitrice nel Foro di Cesare.

L'edificio scomparve agli inizi del II secolo, in seguito all'eliminazione della sella montuosa sulla quale sorgeva per la costruzione del Foro di Traiano. Le sue funzioni furono spostate nella Basilica Ulpia, dove in una delle absidi si compiva la cerimonia della manomissione degli schiavi, e invece le due biblioteche venero collocate ai lati della colonna di Traiano.



LA FINE

Sulle monete repubblicane è considerato segno di libertà l'urna delle elezioni. Nell'anno 73 a.c. compare una testa della Dea, riconoscibile dal pileus. Nell'anno 43 a.c., M. Giunio Bruto conia in Grecia la celebre moneta con il pileus e due pugnali e la iscrizione "EIDibus MARtiis".

La Libertà è raffigurata con il pileus, lo scettro, e il titolo libertas publica o p(opuli) R(omani) accanto a quello di libertas augusta. Sotto Vespasiano si appoggia ad una colonna nell'atteggiamento della Securitas; Adriano sostituisce allo scettro una corona d'alloro o la cornucopia e le mette in mano gli attributi della Pace, ramo e scettro.

Dalla decadenza dell' Impero la Libertas non viene più raffigurata. In effetti si cade dalla libertà alla barbarie del medioevo.

Vedi anche: LISTA DELLE DIVINITA' ROMANE


BIBLIO
- Filippo Coarelli - Atrium Libertatis - in Eva Margareta Steinby (a cura di) - Lexicon Topographicum Urbis Romae - I - Roma - 1993 -
- Luigi Canina - Indicazione topografica di Roma antica - 1831 -
- Dionigi Di Alicarnasso - Le antichità romane, a cura di Francesco Donadi e Gabriele Pedullà - Einaudi - Torino - 2010 -
- L. Richardson - A New Topographical Dictionary of Ancient Rome - Baltimore-Londres - 1992 -



DOMUS ELENIANA


4 comment


L'imperatore Costantino, dopo la battaglia di Ponte Milvio nel 312 d.c., lasciò alla madre tutto il complesso residenziale nell’area oggi occupata dalla basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Nel comprensorio archeologico di S. Croce sono infatti conservati i resti del grandioso palazzo imperiale che Elena, madre di Costantino, abitò trasformando e ampliando la residenza appartenuta un secolo prima agli imperatori Severi. Elagabalo, in particolare, vi aveva costruito imponenti strutture agonistiche ricordate come Anfiteatro Castrense e Circo Variano.

L’insieme delle strutture antiche che vanno comunemente sotto il nome di «domus di via Eleniana» si trova all’interno dell’area della centrale ACEA nella via omonima. I resti sono venuti alla luce per la posa di cavi elettrici nel 1980, e sono costituiti da quattro ambienti di un edificio privato, che si affacciava su una strada antica corrispondente all’odierna via Eleniana.

Dato le regole augustee di fasce di rispetto delle costruzioni dagli acquedotti, si pensa fosse prima un edificio adibito alla manutenzione dello stesso acquedotto, trasformato successivamente in domus. Della residenza vera e propria, il Sessorium delle fonti cristiane, restano l’aula adibita a cappella per la conservazione della Croce, la grandiosa sala absidata impropriamente definita “Tempio di Venere e Cupido”, cospicui resti di domus affrescate e mosaicate; di contro, gli scarsi resti delle terme severiane restaurate dalla madre di Costantino non sembrano pertinenti alla proprietà imperiale, ma di uso pubblico.

Del Sessorium vero e proprio restano l’aula adibita a cappella per la conservazione della Croce, la grandiosa sala absidata definita “Tempio di Venere e Cupido”, e ampi resti di domus affrescate e mosaicate. I pochi resti delle terme severiane restaurate dalla madre di Costantino non sembrano pertinenti alla proprietà imperiale, ma di uso pubblico.


Ai Certosini e ai Cistercensi si devono le successive e non troppo felici trasformazioni e la parziale conservazione del sito archeologico. Il comprensorio fu poi acquisito al Demanio Militare per costruirvi la Caserma Umberto I Principe di Piemonte.

Si è proceduto all’abbattimento di tutte le volumetrie abusive e deturpanti, il restauro di alcune delle più significative testimonianze di epoca antica e il recupero degli immobili di servizio all’ex Caserma (ad eccezione della porzione ancora in uso all’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia), allo scopo di farne la sede di un nuovo polo museale della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma. I lavori sono poi stati indirizzati al consolidamento e al restauro integrale del Tempio di Venere e Cupido e dei mosaici pavimentali di due domus costantiniane. 

Una campagna di scavo all’interno del Giardino del Convento dei Cistercensi, nel luogo dell’Anfiteatro Castrense, ha rivelato l’esattezza dei disegni di Palladio e gettato nuova luce sulle caratteristiche tecniche e la perfezione formale dell’edificio e dei mosaici pavimentali di due domus costantiniane. Saggi archeologici a ridosso dell’Acquedotto Claudio, poi inglobato dalle Mura Aureliane, hanno individuato altre domus di epoca romana, mentre all’esterno del comprensorio in piazza S. Croce e in via Eleniana sono stati rimessi in luce importanti resti del fronte del palazzo imperiale.


Dal sito della Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma, sito che però non è visitabile, che è di proprietà della Chiesa Cattolica, e che lo Stato italiano conserva e restaura a sue spese senza averne in cambio nemmeno un'apertura al pubblico magari solo mensile.

La domus è una testimonianza straordinaria della monumentale lussuosa residenza imperiale, che aveva soppiantato la sede ufficiale del Palatino, già scelta un secolo prima dagli imperatori Severi, da Caracalla a Elagabalo.

La domus, del II - III sec. d.c., doveva far parte delle abitazioni costruite in questo periodo tra il complesso Sessoriano e l’acquedotto Claudio. Da alcune fistule plumbee rinvenute in passato in un’area vicina, si è pensato facessero parte della domus appartenuta ad Aufidia Cornelia Valentilla.

« Si tratta di un’abitazione di grande pregio che faceva parte del quartiere destinato ai dignitari della corte di Elena - racconta la responsabile dell’area Anna De Santis - Costantino non amava Roma e vi soggiornò per brevi periodi, e così dopo la battaglia contro Massenzio lasciò Roma delegando ad Elena un ruolo imperiale. Tutta quest’area venne trasformata per avere una sede adeguata ».




I muri delle stanze erano in opera listata e uno degli ambienti presenta un affresco con figure di Geni e di Muse, recanti torce e vassoi, con uno stile impressionistico che ricorda molto certi raffinati affreschi pompeiani.

I pavimenti erano quasi tutti a mosaico, di cui uno di tipo geometrico con vano affrescato. I colori brillano, sull’intonaco ocra, di rosso vermiglio, di celeste «egyptium», di verde e di giallo, con eleganti colonnine che incorniciano raffinate figure mitologiche, accanto a scenette più realistiche. I pavimenti sono un gioiello di mosaici in marmi pregiati, con tasselli che creano disegni geometrici sfumati dal rosso al giallo .

Già nel corridoio spira aria di lussi imperiali. Il pavimento offre un repertorio straordinario di tutti i più pregiati marmi dell’epoca creando un tappeto geometrico di colori. In effetti le tarsie sono abbinate in base alle minime sfumature di colore, sfumature che venivano procurate scaldando sapientemente le varie tarsie di marmo. Vi predominano i marmi più pregiati, dal giallo antico al porfido rosso, al granito rosato, al granito verde e al verde cipollino. Le pareti sono rivestite di pitture policrome, dove le colonnine e le paraste in prospettiva accompagnano motivi vegetali, grottesche con scudi alati e figure femminili.

Dopo la scala monumentale che conduceva al piano superiore, si entra nel triclinium, una sala lunga venti metri rivestita con un mosaico a tessere bianche e nere a schemi geometrici. Le pareti sono un trionfo di scene figurate, con personaggi ispirati al mito, dove fanno capolino scenette realistiche di pecore che brucano l’erba, aquile come simbolo di forza e potere e caprette. Sembra che i problemi della Domus fossero dovuti alle infestazioni di piante e depositi di sali che creavano piccoli distacchi di colori.




CI DUOLE MOLTO

Sono terminati i restauri degli affreschi e dei mosaici pavimentali della domus, impiantata agli inizi del II sec. d.c., appartenuta, ormai è chiaro e almeno per un periodo, all’aristocratica Aufidia Cornelia Valentilla, come risulta dalle iscrizioni sulle fistulae aquariae (tubi) di piombo rinvenute nel secolo scorso.

Nei primi decenni del III sec. d.c. la domus fu annessa al complesso imperiale severiano. Gli ambienti della domus sono stati rinvenuti nel 1982 durante i lavori di manutenzione all’interno della sede Acea di via Eleniana e vanno collegati ad altre strutture già note, ma non più visibili, riferibili alla stessa residenza.


Questa fu la premessa in base alle promesse della Chiesa: "Così rivedono la luce i capolavori della «Domus di via Eleniana» alla fine del restauro durato due anni fa e condotto dalla Soprintendenza ai beni archeologici, che aprirà al pubblico la prima e terza domenica del mese. I finanziamenti del Giubileo hanno consentito l’abbattimento di tutte le volumetrie abusive e deturpanti, il restauro di alcune delle più significative testimonianze di epoca antica e il recupero degli immobili di servizio all’ex Caserma (ad eccezione della porzione ancora in uso all’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia), allo scopo di farne la sede di un nuovo polo museale della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma."

Ci duole molto che il complesso del circo Variano e del palazzo Sessorio, compresa la Domus Eleniana, siano visibili solo su prenotazioni e due soli giorni al mese. Ad un complesso monumentale di tale importanza andrebbe data una maggiore visibilità.


BIBLIO

- Elisabetta Borgia - Donato Colli - Sergio Palladino - Claudia Paterna - Horti Spei Veteris e Palatium Sessorium - nuove acquisizioni da interventi urbani - 1996 - 2008 -
- Luigi Canina - Gli edifici di Roma antica e sua campagna -1848-56 -
- Antonio Nibby - Roma antica di Fabiano Nardini - Stamperia De Romanis - Roma - 1818 -
- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - Arnoldo Mondadori Editore - Verona - 1984 -






 

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