CULTO DI BONA DEA


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Fu anticamente una Grande Madre ed ebbe il suo tempio sull'Aventino, poco più a nord dell'attuale S. Cecila in Trastevere, ma non se ne conservano resti. Il fatto però che la chiesa avesse precedentemente un pavimento cosmatesco lascia supporre fosse stato ricavato da un tempio, perchè nell'edificio, scoperto sotto la chiesa, non c'è traccia di marmi nè di altra pavimentazione, segno che qualcuno gliel'ha sottratti. Si sa del resto che sopra i templi il cristianesimo sovente ricostruiva le sue chiese.

Sembra che alla Dea fosse riservato un culto collegato alle guarigioni, e il suo tempio era un centro di guarigioni, attestato dal fatto che dei serpenti si muovevano intoccati e innocui per il tempio, in cui era anche custodito un magazzino di erbe medicinali. Essendo un culto prettamente femminile, agli uomini non era concesso l'accesso al luogo sacro.

Si suppone che il nome fosse un appellativo dell'antica Dea Fauna, ma non sembra vero, perchè il suo nome era segreto e nessun uomo poteva pronunciarlo, ma neppure le donne, perchè solo le iniziate conoscevano il vero nome della Dea, che era assolutamente riservato, e associarla a Fauna sarebbe stato troppo facile.

" Divinità misteriosa di cui li uomini ignoravano il nome. Le donne solo il potean sapere. Varrone vuole che fosse moglie di Fauno e che non vedesse mai per castità altro uomo che suo marito il quale non potè mai neppur sapere il suo nome. Le donne le facean sacrifizi in segreto e la chiamavano Bona. Era vietato agli uomimi il penetrare nel misterioso suo tempio. Publio Clodio che amava Mucia si travesti da donna e violò così i detti sacrifizj. In detto tempio si coprivano con velo tutte le figure maschili anche d'animali. I pretori avean cura di sì misteriosi riti in cui s'immolava una porca. Il vaso del vino si chiamava mellarium ed il vino lac. I serpenti che si trovavano in quel tempio si poteano mirare senza timore."



IL POZZO SACRO

Il costume di lasciar memoria del perforamento dei pozzi era frequente presso i romani, massimamente se ciò era fatto per servigio di luoghi pubblici o sacri, di scholae di collegi ecc.

Il pozzo dell' INSVLA BOLANO, una delle 4405 isole della regione XIV, fu scoperto nel maggio 1744 nella piazza fra s. Cecilia e s. Giovanni de' Genovesi, cavandosi le fondamenta del conservatorio di s. Pasquale Baylon.

« Era un pozzo molti palmi sotto terra coll'orificio sollevato quattro palmi dal suolo, di bocca sferica, lavorato a mattoni detti a cortina e profondo e. 17 palmi, otto de quali occupati sono dall'acqua, di diametro p. 2 e mezzo. In ambedue i lati e nella parte posteriore innalzavasi una fabbrica di mattoni quadrata, un tempietto come un tabernacolino, co' muri di un palmo di grossezza, divisa nel mezzo da una iscrizione scolpita in tevertino. 

BONa • DEAE . RESTITVTrte • SIMVLACR2*?n • INTWTclam • INSWLae • BOLANi • POSVIT ITEM • AEDem DEDIT • CLADVS • Libens • fAerito

onde formava due nicchie .... nell'angolo sinistro del nicchio inferiore eravi piantata un'ara di pietra peperino con iscrizione:

Bonae • Deae • KestUulae ' CLADVS • D • D».


Redazione Archaeogate, 23-11-2005

"Mercoledì 23 novembre 2005 riprendono gli scavi archeologici in un pozzo nell'area sacra di epoca romana trovata nell'ex cinema Modernissimo di Imola. Un pozzo pieno di sorprese. È quanto sperano gli archeologi che mercoledì prossimo inizieranno a svuotare un largo pozzo situato a ridosso di uno dei recinti per i sacrifici rinvenuti nell'area dell'ex cinema Modernissimo di Imola. 

Un auspicio più che fondato visto che è assai probabile che il pozzo stesso abbia una valenza culturale e possa contenere quanto offerto dalle devote alle divinità per implorare una grazia o per "grazia ricevuta".

Le nuove ricerche all'interno dell'ex cinema in via Aldrovandi seguono le indagini archeologiche iniziate nel 2003 che hanno messo in luce una delle aree sacre d'epoca romana più interessanti del nord Italia.

Noti fin dal 1925, gli scavi hanno individuato un complesso culturale che, edificato in tarda epoca repubblicana (fine I secolo a.c.), ha continuato ad essere utilizzato, pur con continue ristrutturazioni, almeno fino al III secolo d.c. Un'area sacra agli Dei della fertilità che ha restituito un altare dedicato alla Bona Dea - invocata per fruttificare la terra e concedere alle donne il dono di procreare - e numerosi reperti riconducibili al culto dei Fauni, divinità agresti cui si attribuiva il potere di fecondare le greggi e proteggerle dai lupi, e degli dei Nixi, le divinità maschili protettrici del parto.

Se la prima campagna di scavo ha consentito di individuare l'articolata planimetria del luogo sacro, con spazi ben differenziati, zone di passaggio, aree cortilizie, recinti, vani coperti e zone destinate al rogo sacrificale delle vittime, la ripresa dei lavori si concentrerà sull'ispezione del pozzo che affianca uno dei recinti sacrificali."




LE FESTE

Le feste dedicate alla Bona Dea erano variabili, ma ruotavano attorno al 3 dicembre. Il tempio veniva decorato con tralci di vite, oltre ad altre piante e fiori. Vi si conservava il vino, riferito però col nome di "latte", e la coppa in cui veniva servito era chiamata "vasetto di miele".

Nella festa di maggio invece, alla Dea veniva sacrificata una scrofa, con una cerimonia segreta, condotta annualmente dalla moglie del magistrato più anziano presente a Roma, ma dentro la sua casa, assistita dalle Vergini Vestali. Il rituale era strettamente proibito agli uomini e non potevano esserci neppure animali, a parte la scrofa.

BRONZO ROMANO I SEC. D.C.
Questa cerimonia, a differenza della festa di maggio. non celebrava la Dea nel tempio, non veniva pagata dallo stato e la notte della sua celebrazione, perchè di notte avveniva, non era fissa. Questo rituale infatti, molto diverso dalla pubblica celebrazione di maggio, era privato, abbastanza esclusivo e a invito.

Queste celebrazioni dovevano far parte di un culto misterico, sicuramente di origine agricola, e l'esclusione attenta del mirto (associato ai morti e alla flagellazione) sembra legata alle origini e a una cerimonia di purificazione.

La sua immagine è di una matrona romana con una cornucopia e un serpente, che erano i simboli di ogni Grande Madre nella sua veste benefica.

I resti dei suoi templi imperiali mostrano i suoi legami con la famiglia imperiale e il suo culto, con offerte e dediche personali, sono attestate tra tutte le classi, in particolare plebei, liberti e schiavi. Tuttavia circa un terzo di tutte le dediche sono di uomini, alcuni dei quali possono essere stati col tempo coinvolti nel suo culto: uno sostiene addirittura di essere stato il suo sacerdote. Ma sul coinvolgimento degli uomini vi sono molti dubbi.

La Bona Dea fu associata sia alla castità che alla fertilità delle donne, ma anche alla guarigione nonchè alla protezione dello stato e del popolo romano. Sembra che il culto sia stato importato dalla Magna Grecia durante la prima epoca della repubblica. Le donne non solo non ammettevano al rito gli uomini ma solo loro conoscevano il nome segreto della Dea.

I riti pubblici erano aperti alle donne rispettabili di tutte le classi sociali, ma non se avevano dato scandalo o erano cadute in disgrazia ufficialmente. Durante il periodo medio-repubblicano una dedica o riconsacrazione, operata da una vestale nel 126 a.c., fu annullata dal Senato in quanto ritenuta illegittima.

Augusto restaurò il suo tempio sull'Aventino, e stabilì la sua festa il 1 maggio di ogni anno, festa talmente sentita che il cristianesimo dovette adottare la festa sostituendo la Dea con la Madonna. La moglie di Augusto, Livia, fu identificata con la Dea come virtuosa matrona ideale. Poco si sa degli sviluppi nel suo culto. se non che Adriano restaurò il suo tempio aventino o forse lo ricostruì.
Nel territorio di Volterra, in Toscana, si possono trovare i resti di un tempietto costruito nel III. secolo d.c. e dedicato alla Dea Bona. Dietro il teatro romano ci sono anche i resti delle Terme di Bona Dea.

Plutarco, Vita di Cesare 9-10:
I romani hanno una Dea che essi chiamano Bona, che i Greci chiamano la Dea delle donne. I Frigi dicono che questa dea nacque da loro, e che era la madre del loro re Mida. I romani dicono invece che era una ninfa Driade che sposò Fauno, ed i Greci sostengono che era l'innominabile Una tra le madri di Dioniso. Per questo motivo le donne che celebrano i suoi riti coprendo le loro tende con tralci di vite, e un serpente sacro siede accanto alla Dea sul suo trono, come nel mito. È illegale che un uomo si avvicini o sia in casa quando i riti vengono celebrati. Le donne, e solo tra loro, si dice eseguano i riti del rito orfico durante la cerimonia sacra.



LO SCANDALO

La notte tra il 4 e il 5 dicembre, si eseguivano i riti segreti  in onore della Bona Dea in casa di Cesare, pretore e pontefice massimo, riti che erano interdetti agli uomini e officiati da sole donne. Clodio, amante della moglie di Cesare, Pompea, curioso dei riti, si travestì da donna per assistervi, ma fu scoperto e la madre di Cesare, Aurelia Cotta, che coordinava i preparativi, lo scacciò.

Così commentò Cicerone in una lettera all'amico Tito Pomponio Attico:
"Publio Clodio, figlio di Appio, è stato colto in casa di Gaio Cesare mentre si compiva il sacrificio rituale per il popolo, in abito da donna, ed è riuscito a fuggire via solo per l'aiuto di una servetta; grave scandalo; sono sicuro che anche tu ne sarai indignato."

Clodio fu costretto ad allontanare parte dei suoi schiavi perchè non li interrogassero sotto tortura, ma a confermare la sua colpevolezza furono soprattutto la madre e la sorella di Cesare, il quale invece, non testimoniò contro Clodio, ma ripudiò la moglie Pompea.

Clodio se la cavò ma la pena prevista per chi violasse i sacri riti della Bona Dea era la morte. Il che dimostra che, come scrisse poi Bachofen nel suo celeberrimo o libro"Il matriarcato", che a Roma vigevano ancora resti di antichissimi culti ed usanze matriarcali. Di retaggio prettamente matriarcale erano del resto tutti i Sacri Misteri, tra cui quelli della Bona Dea. .

Vedi anche: LISTA DELLE DIVINITA' ROMANE


BIBLIO

- John A. - religione romana - Oxford - Oxford University Press per il Classical Association - 2000 -
- Antonio Nibby - Dintorni di Roma - I - Belle Arti - 1837 -
- L. Fezzi - Il tribuno Clodio - Roma-Bari - 2008 -
- Robert Graves - La Dea bianca. Grammatica storica del mito poetico - IV ed. - Milano - Adelphi - 1992 -
- Georges Dumézil - Feste romane - Genova - Il Melangolo - 1989 -


FORMA URBIS SEVERIANA


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ECCO COME DOVEVA APPARIRE LA FORMA URBIS SEVERIANA ( Fonte )
Rodolfo Lanciani fu uno studioso dell'antica Roma e segretario della Commissione Archeologica Comunale, dalla sua fondazione nel 1872, e ingegnere della Direzione Generale dei Musei e Scavi presso il Ministero della Pubblica Istruzione tra il 1887 e il 1890.

PARTI DELLA FORMA URBIS
In questi ruoli poté seguire tutti i numerosi ritrovamenti avvenuti nel corso dei lavori per Roma capitale, che descrisse con grande vivacità.

I risultati dei suoi studi sulla dislocazione dei monumenti antichi della città furono pubblicati tra il 1893 e il 1901 con il titolo di Forma Urbis Romae: si tratta della pianta di tutti i resti conosciuti dell'epoca romana e fino al VI sec., composta da 46 tavole in scala 1:1000.

Benché nel tempo alcune interpretazioni di Lanciani siano state messe in discussione, l'opera ha il grande pregio di evidenziare le sovrapposizioni moderne sugli edifici degli antichi romani.

La Forma Urbis Severiana, ovvero Forma Urbis Romae, o Pianta marmorea severiana, ovvero Forma Urbis Marmorea, è una pianta di Roma antica incisa su lastre di marmo risalente all'epoca di Settimio Severo, tra il 203 e il 211, che era collocata nel Tempio della Pace (o "Foro della Pace").

Il settore più conservato del Foro della Pace è oggi inglobato in due monumenti: Tor de' Conti, posta all’inizio di via Cavour, al di sotto della quale è ancora visibile la struttura in opera quadrata di una delle esedre del portico, e la chiesa dei Santi Cosma e Damiano, edificata tra il 526 e il 530, sull’angolo meridionale del Foro all’interno dell’aula retrostante il muro della Forma Urbis.

Il sito era forse costituito da due ambienti: l’uno, quello retrostante la parete con la Forma Urbis, identificato con la Biblioteca, come dimostrano le nicchie scavate nelle pareti per ospitare armadi per libri, esattamente come nella Biblioteca del Foro di Traiano;

l’altro in origine absidato, che si appoggiò al cosiddetto Tempio di Romolo nel Foro Romano, del quale ancora si può ammirare la parete esterna della porta di accesso in blocchi di peperino e travertino.

Il nucleo più imponente dei resti del Foro è dunque addossato alla Basilica di Massenzio, giunto finora a noi perché inglobato dalla chiesa dei Santi Cosma e Damiano.

Della prima aula inglobata resta la parete sud-occidentale alta 18 m. x 13, (in piedi romani circa 61 piedi di larghezza per 43 di altezza), in cui si scorgono i fori per le grappe che sostenevano le lastre marmoree orientate in modo da alternarsi in senso verticale e in senso orizzontale, con incisa la mappa di Roma.

Nelle prime otto le lastre erano disposte alternativamente verticali e orizzontali, mentre nelle ultime tre erano tutte orizzontali.  Il disegno della pianta venne inciso sulle lastre dopo che erano state collocate sul muro.

PARETE CHE ACCOGLIEVA LA FORMA URBIS
ORA SAN COSMA E DAMIANO
La Forma Urbis era la versione monumentale dei documenti catastali del tempo depositati negli archivi della Prefettura, collocata nel Foro da Settimio Severo nel 211.

I frammenti delle lastre, tutte rettangolari e di marmo, anche se di dimensioni diverse, erano in tutto 151, divise per 11 filari, e sono stati rinvenuti a partire dal 1562.

Attualmente sono conservati al Museo della Civiltà Romana in attesa di essere definitivamente ricomposti in sede appropriata.

Nonostante si sia conservata molto parzialmente, la Forma Urbis costituisce il documento più importante per la conoscenza della topografia dell’antica Roma.

Cartina della Forma Urbis Severiana: VEDI



LA PIANTA

L'ANTICA DISPOSIZIONE DELLE TAVOLE (INGRANDIBILE)
La pianta rappresenta in una scala di 1:240 (ossia un piede corrisponde a 2 actus) ed è orientata, diversamente dagli usi moderni, con il sud-est in alto. Viene rappresentato in dettaglio il piano terra di tutti gli edifici, compresi colonnati e scale interne.

La datazione della pianta è posteriore al 203, data della costruzione del Settizonio, la cui pianta si conserva su uno dei frammenti, e anteriore al 211, anno della morte di Settimio Severo.

Questi viene infatti citato come regnante, insieme al figlio maggiore Caracalla nella dedica conservata su uno dei frammenti (SEVERI ET [AN]TONINI AV[GG] NN [...], ossia "A Severo e Antonino, nostri augusti").

STAMPA DI 46 FRAMMENTI DELLA FORMA URBIS,
UNA PARTE DEI 1.186  RITROVATI
La mancanza dell'altro figlio, Geta, che fu associato al trono nel 209, potrebbe far propendere per una datazione anteriore a tale data.

La pianta venne probabilmente eseguita in occasione della ricostruzione di alcuni settori del Tempio della Pace che erano stati danneggiati da un incendio nel 192.

È possibile che la pianta severiana ne rimpiazzi una più antica dell'epoca di Vespasiano, il costruttore del complesso monumentale.

La Forma doveva essere connessa con la pianta catastale ufficiale di Roma, forse conservata nella medesima sala, che doveva però essere redatta su papiro, più facilmente aggiornabile, e riportare inoltre i dati riguardanti i proprietari degli edifici e le loro misure, un vero e proprio Catasto.



I FRAMMENTI

Attualmente si conservano 1.186 frammenti delle lastre, che corrispondono a circa il 10-15% del totale.

MAPPE TRATTE DALL'ANTICA FORMA URBIS
Furono rinvenuti a più riprese, a partire dal primo ritrovamento del 1562, talvolta anche in luoghi non corrispondenti all'originaria collocazione.

Alcuni dei frammenti ritrovati nel XVI secolo andarono perduti prima del loro trasferimento ai Musei Capitolini: di alcuni di essi tuttavia possediamo disegni rinascimentali.

Ecco un esempio tratto dal Lanciani dove si vede nella Forma Urbis, il Mausoleo di Augusto, con l'Ustrinum dove si bruciavano i morti comuni, i Lupanares cioè la via dei bordelli, e gli schiavonia dove sicuramente alloggiavano gli schiavi di stato.

Un progetto della Stanford University (San Francisco, California) sta mirando alla creazione di un data-base on-line dei frammenti esistenti con un tentativo di ricostruzione della pianta con l'ausilio di tecnologie informatiche.

L'idea è splendida, purtroppo l'antica Roma è spesso più seguita e studiata all'estero che non in Italia.

Qui invece c'è il Mausoleo di Adriano, l'odierno Castel S. Angelo che sorgeva sugli Horti di Domizia, con la zona aldilà del Tevere detta posterula Domitia e i porti sul fiume della posterula domitia.


(Marchetti-Longhi)
Altri risultati importanti, dovuti alla ricomposizione dei frammenti della Forma Urbis severiana, sono l'identificazione del portico circostante al tempio di via delle Botteghe Oscure col tempio delle Ninfe e con la Porticus Minucia Frumentaria, ove avvenivano le distribuzioni di grano alla plebe romana.
Ne deriva, come logica conseguenza, che la vicina "area sacra" di Largo Argentina va identificata con la Porticus Minucia Vetus, costruita dopo il 107 a.c. da M. Minucio Rufo, vincitore degli Scordisci.

Inoltre la Forma Urbis ha permesso la localizzazione del Diribitorium lungo il lato sud dei Saepta Iulia e del tempio di Minerva Calcidica nell'aerea della chiesa di S. Marta, in piazza del Collegio romano. Va inoltre ricordata l'identificazione della Curia di Pompeo (ove avvenne l'uccisione di Cesare) con l'edificio la cui parte posteriore è visibile dietro il Tempio B di Largo Argentina .

RICOSTRUZIONE DELLA FORMA URBIS

I  PROGETTI

Ex Pastificio Pantanella

In via dei Cerchi, nell' ex pastificio Pantanella (all' epoca la zona del Circo Massimo era sede di numerose attività industriali) sorgerà dunque un museo tutto nuovo dedicato alla storia di Roma antica. Un museo da decenni invocato dagli archeologi e che in 30 mila metri quadrati ospiterà non solo i reperti provenienti dal museo della civiltà romana dell' Eur (compreso il celebre plastico della città antica realizzato da Italo Gismondi, che ha ispirato decine di film) ma anche una gran parte dei 60 mila pezzi che compongono l'Antiquarium comunale, oggi quasi tutti non visibili per mancanza di spazi (e si sta anche studiando la possibilità di riunirlo, in un unica collezione e sede, all' altro Antiquarium, di proprietà statale e non capitolina, anch'esso in gran parte custodito in depositi).

Il nuovo museo, nelle intenzione dei promotori, sarà inoltre dotato di nuovi strumenti tecnologici, di realtà virtuali e di tutto quanto possa contribuire a raccontare l'evoluzione dell' Urbe dalle origini all' epoca Tardo antica. 

Curiosità, per il museo della Civiltà romana si tratta in realtà di un ritorno in via dei Cerchi: prima di essere trasferiti, negli anni successivi al secondo dopoguerra, nella sede dell' Eur, i materiali antichi erano infatti conservati proprio nei locali che ora li ospiteranno di nuovo.

Nel futuro museo, secondo quanto auspicato dal sovrintendente Eugenio La Rocca, dovrebbero trovare finalmente degna collocazione i frammenti della Forma Urbis Severiana e preziosi capolavori poco conosciuti dal grande pubblico come il corredo proveniente dalla tomba di Crepereia Trifena, fanciulla sepolta con un ricco corredo e preziosi giocattoli in una necropoli scoperta più di un secolo fa sotto il Palazzo di Giustizia.


Il Foro della pace

Grazie agli scavi del metro C a pochi metri dal Colosseo potrebbe tornare alla luce il più grande museo della Roma imperiale: il Foro della Pace.

Il Foro fu inaugurato nel 75 dopo Cristo per celebrare la pacificazione dell’impero all’indomani della guerra civile e della repressione della rivolta giudaica portata a termine nel 70 da Tito con la distruzione di Gerusalemme e del celebre Tempio di re Salomone.

Da questo furono trasferiti a Roma i preziosi arredi sacri che sfilarono nel trionfo del principe, come mostrano i rilievi dell’arco dedicato a Tito sulla Via Sacra: tra le prede era il grande candelabro d’oro a sette braccia (Menorah), esposto per secoli nel Tempio della Pace.

Gli scavi realizzati dalla Soprintendenza speciale per i Beni archeologici di Roma e dalla Sovrintendenza ai Beni culturali del Comune di Roma tra il 1998 e il 2006 nel Foro hanno ridato la luce a un monumento finora sconosciuto, celato sotto via dei Fori Imperiali. Prima degli scavi, il suo aspetto era noto solo grazie a 4 frammenti di una lastra della Forma Urbis Severiana, la grande pianta marmorea di Roma che l’imperatore Settimio Severo fece collocare all’interno di uno degli ambienti del Foro tra la fine del II e l’inizio del III secolo d.c., dopo la ricostruzione seguita all’incendio del 192.

IL FRAMMENTO DELLA FORMA URBIS RINVENUTO NEL 2014

RINVENUTO UN NUOVO PEZZO DELLA FORMA URBIS

Febbraio 2016

"Il nuovo frammento è stato scoperto nel 2014, durante i lavori a Palazzo Maffei Marescotti, un edificio di proprietà del Vaticano, ed è relativo alla lastra 31 della Forma, che rappresenta l’odierna area del Ghetto, uno dei settori monumentali della città antica, dominato dal Circo Flaminio, edificato nel 220 a.c., per ospitare i ludi plebei, e sul quale si affacciavano numerosi importanti monumenti pubblici. Tra questi sono ancora oggi noti e visibili il portico di Ottavia e il teatro di Marcello. Oltre che una sezione del teatro, il nuovo frammento vaticano reca un’iscrizione che completa la dicitura Circus Flaminius, agganciandosi come il pezzo di un grande puzzle ai frammenti già noti e scoperti nel 1562." ...... MA.......

Forma Urbis, il tesoro abbandonato: la pianta di Roma giace in un magazzino

RICOSTRUZIONE DI UNA PARTE DELLA ROMA IMPERIALE
Roma perde la sua Forma e la sua memoria. Un’antichità tra le più importanti e prestigiose, un «unicum» che tramanda e descrive minuziosamente come era la città 18 secoli fa, verso l’anno 200, giace nascosta, invisibile, per decenni riposta in un magazzino: in un’epoca in cui tanto si parla di come «valorizzare i beni culturali».

E la Forma Urbis, una pianta d’età severiana, è davvero importante se Rodolfo Lanciani, uno dei maggiori archeologi dell’Ottocento, ne esegue una copia in gesso. Una copia ormai anch’essa celata in un deposito (è stata smontata dal Campidoglio, dove si trovava, quando vi fu ricoverato il Marc’Aurelio).

E in California, l’Università di Stanford ha digitalizzato tutti i 1.186 frammenti esistenti della Forma Urbis originale. Sono appena il 15 per cento della mappa severiana; ma anche se «conservata solo in minima parte», essa «costituisce il documento più importante per la conoscenza della topografia di Roma antica», spiega l’archeologo Filippo Coarelli.

Era ai Fori, nel Tempio della Pace; su un muro che c’è ancora, vicino alla Basilica dei Santi Cosma e Damiano: se ne possono vedere le perforazioni delle grappe per fissarla. Ma, dopo tanti traslochi e nascondimenti, lo straordinario reperto è come di nuovo sepolto: sta al Museo della Civiltà Romana all’Eur dal 1998, oggi accessibile solo agli studiosi.

Vedi anche: MAPPA FORMA URBIS (By Lanciani)


BIBLIO

- Antonio Maria Colini, con Gianfilippo Carettoni, Lucos Cozza, Guglielmo Gatti - La pianta marmorea di Roma antica - Forma urbis Romae - Danesi - Roma - 1960 -
- Gianfilippo Carettoni, Antonio Maria Colini, Lucos Cozza, Guglielmo Gatti - La pianta marmorea di Roma antica - Forma urbis Romae - 2 voll. - Roma - 1960 -
- Ferdinando Castagnoli - La pianta marmorea di Roma antica - Gnomon 33 - 1961 -
- Emilio Rodríguez Almeida - Aggiornamento topografico dei colli Oppio, Cispio e Viminale secondo la Forma Urbis marmorea - Rendiconti della Pontificia Accademia romana di Archeologia 48 - 1975-1976 -




ARCO DI GALLIENO


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Schiacciato fra due palazzi in via San Vito, si trova l'antico arco costruito sulla porta Esquilina delle antiche mura Serviane, per volontà di Augusto, in candido travertino. La porta risale al periodo più antico della città, quando i popoli latini sul Palatino si espansero tra l'VIII e il VI secolo a.c. verso il Quirinale a nord, il Viminale e l'Esquilino a nord-est ed il Celio ad est, fondendosi con i sabini che già da un paio di secoli vi risiedevano.

"è questo di travertino, e come povero è ne' materiali, così è di un' architettura semplicissima, e nel gusto mostra una decadenza molto inoltrata. Esso ha due pilastri corinti negli angoli con trabeazione assai semplice, e con due contraforti a piloni: questi due contraforti però sono molto minori in grossezza del risalto che sotto l'arco stesso si osserva. Oggi si appella Arco di San Vito dalla chìesa che a sinistra di esso per chi viva dal centro di Roma gli si vede appoggiata."

(Antonio Nibby - 1821)

RICOSTRUZIONE DEL ROSSINI
Fa quindi parte della prima cinta muraria della città, risalente, insieme alle porte Collina, Viminale e Querquetulana, all'ampliamento della città operato dal re Servio Tullio. Un tratto di queste mura arcaiche è infatti stato trovato sotto la chiesa dei SS. Vito e Modesto negli scavi fatti nel 1971-72.

Era originariamente a tre fornici, di cui quello centrale, l'unico rimasto, è quasi quadrato e decorato con cornici e piloni ad angolo in stile corinzio.

I fornici erano divisi da paraste, che terminavano con capitelli corinzi e poggiavano su basi sagomate.

Il fornice centrale era più alto e più ampio dei laterali ed era
sormontato da un attico che terminava con un cornicione.
Nella parte sinistra sono visibili i resti di un ingresso secondario, poggiante su quello centrale, che dava su via Labicana, la via che portava a Labico, oggi Montecompatri; e via Praenestina, da Praeneste, antico nome di Palestrina.


LA DEDICA

Fu dedicato a Gallieno, lo sfortunato imperatore morto per mano dei suoi stessi ufficiali nel 268 d.c.

L'ARCO DI GALLIENO NEL XIX SECOLO
Marco Aurelio Vittore, storico romano e prefetto dell'urbe, vi fece scrivere successivamente, per l’imperatore e per la sua consorte, una frase nella cornice sotto l’attico:

A Gallieno, clementissimo principe, il valore invitto del quale è superato solo dalla religiosità, e a Salonina, virtuosissima Augusta, Aurelio Vittore, vir egregius, devotissimo alla loro maestà“.

La frase si sovrappone ad un'altra precedente, risalente all’età di augusto, come si deduce dai segni di cancellatura.

Le due righe rimaste rappresentano la parte finale di un'iscrizione che doveva svilupparsi su lastre marmoree, di cui sono visibili i fori per le grappe di fissaggio, applicate in corrispondenza del fregio, precedentemente scalpellato per eliminare l'iscrizione precedente.

Questa iscrizione doveva probabilmente riferirsi a Valeriano, il cui figlio Gallieno è infatti citato come princeps ed erede, insieme alla moglie Salonina. Dopo la disastrosa conclusione della spedizione partica del 259 la dedica, non più appropriata, fu eliminata e rimase solo la parte incisa sull'architrave



LA LEGGENDA

La tradizione antica lega alla Porta Esquilina l’origine della festa dei Quinquatri minori.

L'ARCO OGGI
Si narra che l’arte greca dei flautisti non fu più gradita e con un decreto ne venne ridimensionato il numero nelle cerimonie.

I flautisti si recarono a Tivoli, dove vennero riuniti tutti per una gran festa, alla fine della quale erano talmente ubriachi che il padrone di casa li caricò su un carro e li allontanò.

Il carro, senza guida, si avviò verso Roma ed entrò per la porta Esquilina; al mattino era al Foro, dove la comitiva di ubriachi venne scherzosamente mascherata e poi cacciata.

Lo scherzo piacque tanto che ogni 13 giugno venne consentito di ripetere per le strade della città, in onore di Minerva, la riunione di di flautisti e maschere.

In realtà anticamente Atena-Minerva era la detentrice del flauto, ma narra il mito antico greco che l'abbandonò perchè la imbruttiva gonfiandole le guance, figurarsi se una Dea della guerra si preoccupava del suo aspetto composto e compito, in realtà in Grecia le sacerdotesse suonavano i flauti e furono cacciate dai nuovi sacerdoti apollinei suonatori di lira.

Visto che anche Minerva era una divinità guerriera, le sue sacerdotesse, che probabilmente come in Grecia, organizzavano danze di guerra con flauti e maschere per i combattenti, furono esautorate e si imbastì questa storiella. Certamente una festa non si faceva per ricordare una congrega di ubriachi.



LA SUBURRA

In epoca augustea si sviluppò intorno alla Porta Esquilina un popoloso quartiere ottenuto scalzando il cimitero della plebe che qui si trovava, e, interamente bonificato da Mecenate, aveva assunto il nome di Subura, attraversata dal frequentatissimo clivus Suburanus, pieno di botteghe, taverne e prostitute, anzi era “la via delle prostitute” (come ricorda Marziale), che proseguiva, fuori dalla porta, con la via Labicana in direzione di Labicum e la via Prenestina verso Gabii e Praeneste.

Ma poi lo sviluppo urbanistico, portò anche alla costruzione di ville e horti, come quelli splendidi di Mecenate.

La porta della cinta serviana, in blocchi di tufo, ampliamento di quella più antica, era a tre fornici. Fu interamente ricostruita in travertino e monumentalizzata da Augusto, che fece apporre sull’attico, nel fornice centrale, un’iscrizione che però non è più leggibile in quanto riporta tracce di evidenti cancellature di epoca successiva.

I due fornici laterali, più piccoli di quello centrale, furono demoliti nel 1447 per far posto alla chiesa dei Santi Vito e Modesto, tuttora addossata ad un lato dell’unico arco rimasto, adoperandone anche i materiali, come si vede da vecchie incisioni.

La chiesa dei SS. Vito e Modesto era detta "in macello" o meglio come "intrans sub arcum [di Gallieno] ubi dicitur macellum Livianum", dato che sorgeva sopra al macellum, il mercato fatto costruire dall'imperatrice Livia. Sotto la chiesa dovrebbero dunque esserci, oltre alle mura, diversi reperti del macellum.


BIBLIO

- Silvio De Maria - Gli archi onorari di Roma e dell'Italia romana - L'Erma di Bretschneider - Roma 1988 -
- Giuliano Malizia - Gli archi di Roma - Roma - Newton & Compton - 2005 -
- Mauro Quercioli - Le porte di Roma - Newton Compton - Roma - 1997 -
- Laura G.Cozzi - Le porte di Roma - F. Spinosi Ed. - Roma - 1968 -



SULPICIA ( I sec. a.c.)


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Nome: Sulpicia
Padre: Servio Sulpicio Rufo
Madre: Valeria
Nascita: Roma
Morte: Roma
Professione: Poetessa



LA DONNA NELLA LETTERATURA

Nella letteratura latina emergono esclusivamente autori maschili, per cui si è sempre ritenuto che alle donne non fosse concesso scrivere, nè leggere, il che era vero ma con diverse eccezioni. Esistettero donne colte e raffinate nel mondo antico, ma sono state sempre ignorate perchè scrivere era cosa da uomini e le donne non erano portate per le lettere, così come del resto alle donne non era concesso recitare a teatro, se non per spettacoli lascivi da bordello.

In realtà nel mondo antico esistevano tante poetesse, donne dall’animo sensibile apprezzate da un vasto e colto pubblico. Il misconoscerle non venne tanto dal mondo romano quanto dalla caduta dell'Impero in poi, quando la donna con l'avvento del cristianesimo perse tutti i diritti guadagnati in epoca imperiale, come la facoltà di divorziare e di sottrarsi all'autorità maritale.

Sulpicia visse verso la fine del I sec. a.c. epoca di grande fermento letterario, caldeggiato molto da Augusto che si circondava di poeti e letterati, e fu una poetessa romana di nobile famiglia, l'unica di cui si siano conservati alcuni componimenti.

Era figlia dell'oratore Servio Sulpicio Rufo, nipote del giurista Servio Sulpicio Rufo (106-43), e di Valeria, sorella, come narra Girolamo, dell'uomo politico e generale romano Marco Valerio Messalla Corvino (64 a.c.- 8 d.c.), che istituì intorno all'anno 30 un circolo letterario di cui fecero parte anche Tibullo, Ovidio e Ligdamo.

Sulpicia poté dunque frequentare i migliori ambienti letterati e sicuramente fece parte del circolo intellettuale dello zio Messalla il quale, alla morte del padre di Sulpicia, era divenuto suo tutore. Messalla era un grande generale che aveva combattuto a fianco di Ottaviano nella battaglia di Azio, nel 31 a.c.

Divenuto sostenitore di Augusto e intimo amico di Mecenate, fondò anch’egli un circolo che prese il suo nome, dove raccoglieva poeti e pensatori del tempo. Tra i frequentatori di questo circolo c'era Tibullo nel cui corpus letterario sarebbero confluite le poesie di Sulpicia. Le composizioni attribuibili alla poetessa sarebbero sei poesie (dalla settima alla dodicesima) del IV libro delle elegie di Tibullo.



APPENDIX TIBULLIANA

Il “Corpus Tibullianum“, raccolta di carmi dei poeti del circolo di Messalla, è composto da tre libri:
  • Le Elegie di Tibullo, il poeta più famoso del gruppo, occupava i primi due;
  • il terzo, “Lygdami elegiarum liber“, il libro delle elegie di Ligdamo, pure di Tibullo, di valore non rilevante, e sempre nel terzo:
  • “Panegyricus Messallae“, il panegirico di Messalla, scritto da un autore incerto, pure mediocre,
  • “Elegiae de amore Sulpiciae” (8-12),
  • “Sulpicia” (13-18), 
  • altri due testi di Tibullo, un’elegia e un epigramma (19-20).

Ci sono così pervenuti nel III libro del Corpus Tibullianum, detto Appendix Tibulliana, sei elegie di Sulpicia, le Elegidia, dal III.13 al III.18 per 40 versi. Ma sono di Sulpicia anche tutti i cinque carmi, dal III.8 al III.12, per complessivi 114 versi, del ciclo dell'Amicus Sulpiciae sempre nel terzo libro, e si suppone con certezza sempre maggiore che siano di Sulpicia, oltre le sei Elegidia, anche i carmi III.9 e III.11  dell'Amicus Sulpiciae, le due elegie il cui autore dichiara di essere Sulpicia.



AMICUS SULPICIAE

E' giunto finalmente il mio amore:
"E' giunto finalmente il mio amore:
averlo tenuto nascosto, motivo di vergogna
sarebbe per me, più che se a tutti
l'avessi svelato nella sua nudità.
Sono stati i miei versi 
ispirati dalle Muse a convincere
Venere Citerea a portarlo a me
e a consegnarlo nelle mie braccia.
Venere ha mantenuto le promesse:
e racconti pure la mia gioia chi
si sa che non ne ha fatto esperimento.
Non vorrei a tavolette sigillare
affidare alcune mie parole,
perché nessuno le deve leggere
prima del mio innamorato.
Ma dolce m’è peccare
e disdegno atteggiamenti a virtuosa:
si dirà che sono una ragazza
Si dirà che lui fu degno di me, che io fui degna di lui"

E' l'amore di Sulpicia per Cerinthus espresso in cinque elegie III.8-12, secondo alcuni, ma poco attendibili, di autore ignoto, basandosi su originali biglietti della stessa Sulpicia, perchè una donna non può essere una brava poetessa.

Secondo altri studiosi le poesie sono scritte da Tibullo, che si finge femmina, e Cerinto sarebbe in realtà il suo amico, e amante, Cornuto.

Ma gli scritti di Sulpicia sono stilisticamente molto differenti da quelli di Tibullo e l’immagine di Cerinto qui descritta è troppo lontana da quella tradizionale di Cornuto, che emerge nelle elegie di Tibullo. Pertanto sono da considerarsi due autori diversi e due persone differenti.

Il piccolo canzoniere d’amore indirizzato a Cerinto, fu composto quindi da Sulpicia, figlia di Servio Sulpicio Rufo, su Cerinto invece non si sa nulla; da escludere che sia stato uno schiavo, ma di condizione forse inferiore a Sulpicia. Ma anche questa è una supposizione ricavata solo da un moto di gelosia, in cui lei ricorda all'amante di chi è figlia. Questo però non significa nulla, perchè il padre di Sulpicia era piuttosto famoso.

Si ritiene che nelle opere attribuite a Tibullo siano confluite alcune poesie di Sulpicia perchè entrambi decantavano un amore non ricambiato. Ma soprattutto perchè appartenevano allo stesso circolo culturale. Sulpicia è una poetessa di carattere, determinata ed emancipata, fuori dalle regole, che si ispira ai poeti neoteroi e, in particolare, alle poesie amorose di Catullo, il miglior poeta d’amore del mondo classico.

Comunque le poesie di Sulpicia furono inserite nel Corpus poetico di Tibullo perchè la produzione femminile è stata sempre ignorata dai divulgatori, pregiudizialmente giudicata di qualità inferiore, e solo perchè ritenuta di Tibullo è giunta a noi.. 



LA RISCOPERTA DI SULPICIA

Caduto l’Impero romano, come molti altri autori del mondo antico, Sulpicia venne dimenticata perchè col cristianesimo poteva essere divulgata solo l'arte che esaltava la religione e i santi, tutto il resto era peccato, se poi era opera di una donna diventava diabolico.
Le sue opere di Sulpicia, non sono state mai ritrovate, se non accennate o citate da altri grandi autori latini, che la descrivevano come una cortigiana dell’imperatore Domiziano, scambiandola, però, con un’altra Sulpicia vissuta molto tempo dopo.

Nonostante le sue poesie godessero, nell’antichità, di un notevole successo e sebbene appartenesse ad circolo culturale molto importante, sarà, purtroppo, pressocchè dimenticata per quell’errata idea, in voga soprattutto nel ‘400-500, ma anche dopo, secondo cui ad una donna non poteva essere concesso un posto d'onore nella letteratura del mondo antico.

Le Elegidia sono state infatti a lungo giudicate un'opera dilettantesca, e si scoprì il loro valore solo dalla seconda metà del Novecento.

Le prime notizie sull’esistenza di Sulpicia, e quindi la sua riscoperta, si devono infatti all’americano Carol Merriam, che nel 1991 pubblicò un articolo sulla “scoperta” della poetessa romana. ll primo commento al Corpus di Tibullo risale al 1475 da parte di Berardino Cillenio (1450-1476), membro dell'Accademia romana di Pomponio Leto, che ritiene le Elegidia di Tibullo, preferendo ipotizzare l'omosessualità del poeta.

Ioseph Scaliger (1540-1609), nelle Castigationes in Catullum, Propertium, Tibullum, del 1577, crede che Sulpicia sia il nome di una donna amata da Valerio Messalla ma esclude che sia l'autrice dei carmi: piuttosto pensa che Tibullo abbia voluto nascondersi nel nome di una donna per dare espressione letteraria a una voce femminile, e giudica le sei Elegidia "dolcissime e delicatissime, in tutto degne della musa di Tibullo".

Nel 1755 venne pubblicata la prima edizione del Corpus Tibullianum a cura del filologo tedesco Christian Gottlob Heyne (1729-1812), che invece riconobbe in Sulpicia la vera autrice delle sei Elegidia. Lusinghieri i suoi giudizi: le elegie di Sulpicia, "dolcissima fanciulla", sono "bellissime e soavissime".

Otto Friedrich Gruppe (1804-1876), nelle sue Die römische Elegie, pubblicate nel 1838, considera Sulpicia realmente esistita e autrice non di sei, ma di cinque elegie: il Tandem venit amor, è troppo scandalosa  per essere sua, sicuramente è di Tibullo. Per il Gruppe è un'autentica scrittura femminile, perché involuta è la tipica forma con la quale una donna esprime i suoi sentimenti. Sulpicia è una docta puella ma non un'esperta poetessa: "l'espressione è goffa, la costruzione spesso si può mettere insieme solo con difficoltà".

Il contemporaneo filologo Ludolph Dissen sostiene il contrario di Gruppe: le elegidiae sono di altissima qualità e autentiche creazioni di Tibullo, e il loro diverso carattere rispetto alle altre elegie tibulliane è il risultato di un'originale ricerca artistica, nessun dilettantismo, dunque, e nessuna scrittura femminile.

Per Kirby Smith, autore nel 1913 di un commento al Corpus Tibullianum, le poesie di Sulpicia, diversamente da quelle di Tibullo, che sono pensate per la pubblicazione e costruite secondo il principio dell'ars celare artem, sono invece semplici biglietti indirizzati all'amante o riflessioni consegnate a un diario, espressione di una relazione realmente vissuta, e perciò poesia che nasce dalla spontaneità dell'animo e dall'immediatezza dell'esistenza.

Così, l'elegia III.13 è un "estratto dal suo stesso diario e fu evidentemente scritto subito dopo la consumazione dell'amore, poiché ella si trova ancora in uno stato d'animo di grande esaltazione. Ella deve ancora essere assalita dai ripensamenti inevitabili in una relazione del genere"

I carmi di Sulpicia sono oggi ritenuti di Sulpicia e sono bellissimi, paragonabili, nella scioltezza e nella passionalità, ai versi del grande Catullo.



ELEGIE

I - Nella prima elegia viene esaltata la grazia e la bellezza di Sulpicia, che si è elegantemente vestita in occasione della festa delle Matronalia, alle calende di marzo, dove comunque si muova o si vesta Sulpicia ha un fascino particolare:

"Illam, quidquid agit, quoquo vestigia movit,
componit furtim subsequiturque decor.
Seu soluit crines, fusis decet esse capillis,
seu compsit, comptis est veneranda comis"

II - Nella seconda elegia l'autore si dichiara essere Sulpicia, angosciata dalla passione che Cerinto nutre per lei, ma, per non separarsene,  lo seguirebbe su monti e selve, inseguendo con le reti cervi e cinghiali:
"Tunc mihi, tunc placeant silvae, si, lux mea, tecum, 
arguar ante ipsas concubuisse plagas".
Ma oltre lei non deve esservi per Cerinto alcun amore:
"At tu venandi studium concede parenti
et celer in nostros ipse recurre sinus"

Cerinthus si suppone sia uno pseudonimo, dato l'uso dei poeti latini di ellenizzare i nomi delle persone amate. Secondo alcuni trattasi di un certo Cornutus amico di Tibullo, ma poichè questo amico di Tibullo è sposato, c'è chi pensa abbia impalmato Sulpicia. Altri suppongono invece si tratti di uno schiavo o un uomo di bassa estrazione sociale. Ciò spiegherebbe  il tono drammatico e il problema dell’amore contrastato.

III - L'amico di Sulpicia chiede a Febo, Dio della medicina, di guarire la ragazza che si è ammalata, tranquillizzando così il giovane Cerinto:
"neu iuvenem torque, metuit qui fata puellae
votaque pro domina vix numeranda facit".
Ma Cerinto deve avere fiducia perchè:
"deus non laedit amantes: 
tu modo semper amat, salva puella tibi est"
Guarendola, Febo avrà grande fama tra tutti gli altri Dei perchè salvando un corpo ne salva due:
"laus magna tibi tribuetur in uno
corpore servato restituisse duos".


IV - Come nella seconda elegia, è Sulpicia che parla, alla quale è caro il compleanno di Cerinto. Per lui,
"uror ego ante alias; iuvat hoc, Cerinthe, quod uror, 
si tibi de nobis mutuus ignis adest
mutuus adsit amor, 
per te dulcissima furta
perque tuos oculos, 
per Geniumque rogo"
Che Natalizio, il genio di Cerinto, accolga i voti di Sulpicia di essere sempre avvinti da una reciproca catena, come certamente è voto dello stesso amante:
"optat idem iuvenis quod nos, tectius optat
 nam pudet haec illum dicere verba palam"

V - L'ultima elegia del ciclo dell'Amicus è una preghiera che Sulpicia, al suo compleanno, rivolge a Giunone, offrendo incenso al suo altare. Sulpicia si è abbigliata per la Dea, ma non soltanto per lei, poiché
"est tamen, occulte cui placuisse velit"
 Giunone faccia sì che nessuno separi chi si ama e procuri al giovane amato un mutuo vincolo d'amore:
"at tu, sancta, fave, neu quis divellat amantes, 
sed iuveni quaeso mutua vincla para" 
In cambio, Sulpicia offrirà tre focacce e tre volte alzerà il calice alla Dea:
"sis Iunio huic grata, et veniet cum proximus annus, 
hic idem votis iam vetus adsit amor".


Sulpicia

XIII - Nella prima elegia (III.13) Sulpicia si dichiara innamorata di un amore non platonico, e non vuole tenerlo nascosto:
"Tandem venit amor, qualem texisse pudori
quam nudasse alicui sit mihi fama magis".
Sono state le Camene, le muse ispiratrici dei suoi versi, a convincere Venere a condurre l'amato fra le braccia di Sulpicia. Lei non vorrebbe scrivere dei propri piaceri:
"Non ego signatis quicquam mandare tabellis, 
ne legat id nemo quam meus ante, velim"
è dolce peccare e noioso fingersi virtuosa: gli altri potranno al più dire che noi eravamo degni l'uno dell'altra.

XIV - Nella seconda, Sulpicia pensa di essere costretta a trascorrere il suo compleanno nella fredda campagna di Arezzo, lontana da Roma e da Cerinto, dovendo seguire, a malincuore, lo zio e tutore Messalla, ma lascia il suo cuore a Roma:

"Che compleanno noioso tristemente dovrò trascorrere
nell’odiosa campagna senza il mio Cerinto!
Che cosa è più piacevole della città? O forse ad una giovane
sono più adatti una villa ed un gelido fiume che scorre nell’agro aretino?
Non affannarti, infine, o Messalla, che troppo di me ti preoccupi:
spesso i viaggi, parente mio, sono inopportuni.
Trascinata via, qui l’anima ed i miei sensi lascio,
anche se tu non mi permetti di agire secondo la mia volontà".

XV - la giovane comunica che il viaggio è stato annullato e può, pertanto, festeggiare con i suoi cari. e anche con lui,  il suo dies natalis, per cui Sulpicia comunica a Cerinto la lieta notizia:

"Sai che la triste preoccupazione di quel viaggio 
svanita è dall’anima della tua fanciulla?
Ora le è permesso di stare a Roma nel giorno del suo compleanno.
Celebriamo tutti insieme questa ricorrenza
che ti giunge, forse, quale più non speravi."

Così Sulpicia potrà festeggiare il compleanno insieme con l'amato:
"Omnibus ille dies nobis natalis agatur,
qui nec opinanti nunc tibi forte venit"

XVI - Cerinto però tradisce Sulpicia, sicuro che lei non ricambierà l'infedeltà, e con una rivale di condizione sociale inferiore, forse una schiava, come lasciano pensare i termini toga, indumento indossato dalle meretrices, non dalle dominae, che, invece, usavano la stola, e quasillo, il cesto contenente la lana da filare quotidianamente assegnata alle schiave:

"M’è gradito che ormai tu ti permetta molte cose
senza preoccuparti di me,
poiché non temi che ad un tratto
io possa stupidamente perdermi.
Preoccupati pure di una toga e di una donnaccia che reca
un pesante paniere, più che della tua Sulpicia, figlia di Servio!
Ci sono quelli che si preoccupano per me, 
che molto s’addolorerebbero,
se venissi preferita ad un volgare giaciglio." 
Lui frequenta una prostituta, una schiava, dimenticando chi è Sulpicia, la figlia di Servio, e per questo c'è chi si addolora, che Sulpicia sia arrivata a concedersi a un uomo come Cerinto che preferisce le prostitute.

XVII - Sulpicia è malata, come fa supporre il termine calor (la febbre) e ha l'impressione che Cerinto non se ne preoccupi troppo. Lei guarirebbe solo se fosse certa che anch'egli lo voglia. Ma forse non serve guarire se Cerinto rimane così insensibile alla sua malattia:  .

"Ci tieni davvero, Cerinto,
alla tua ragazza, ché la febbre
tormenta il suo corpo spossato?
E non vorrei vincere questo male oscuro
se non sapessi che anche tu lo voglia.
A che gioverebbe vincere il male,
se tu con cuore indifferente
puoi sopportare la mia malattia?"

XVIII - L'ultima breve elegia è una dichiarazione di amore e di passione:
"Luce mia, possa io non esser più 
la tua ardente passione 
come credo di esser stata 
in questi ultimi giorni se io, 
in tutta la mia giovinezza, 
ho mai commesso una sciocchezza, 
di cui io possa confessare 
di essermi più pentita, 
quella di averti lasciato solo
la scorsa notte, 
per volerti nascondere 
il desiderio che ho di te".


BIBLIO

- Christian Gottlob Heyne - Albii Tibulli Carmina Libri Tres, cum Libro Quarto Sulpiciae et aliorum - Leipzig - 1755-1798 -
- Pietro Rasi - Una poetessa del secolo di Augusto - Padova - CEDAM - 1913 -
- Mathilde Skoie - Reading Sulpicia: commentaries 1478-1990 - New York - Oxford University Press - 2002 -
- Eduard Wölfflin - De Sulpiciae Elegidiis - in «Acta Seminarii Philologici Erlangensis» - I - 1878 -
- Roberta Piastri - Il ciclo di Sulpicia - in «Bollettino di Studi Latini» 28 - 1998 -
- Eduard Wölfflin - De Sulpiciae Elegidiis - in «Acta Seminarii Philologici Erlangensis» - I - 1878 -
- M. Santirocco - Sulpicia Reconsidered - in «Classical Journal» - 74 - 1979 -


CULTO DI SATURNO


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SATURNO ROMANO

URANO GRECO

Nel mito greco Urano, Dio del cielo, ogni notte si univa alla sua sposa Gea, la Terra, fecondandola, però non voleva figli per cui li nascondeva in grotte e caverne impedendo loro di vedere la luce.

Gea, ferita nella maternità, non tollerava più di vedere i suoi figli ricacciati nel suo interiore pietroso. Così decise di vendicarsi e ne parlò con i suoi figli. 

Il più giovane tra questi, Crono, giurò vendetta e una notte, quando Urano si avvicinò a Gea per unirsi a lei, Crono uscì dal nascondiglio e lo evirò con la falce donatagli dalla madre.

Dal sangue caduto a terra nacquero le Erinni, i Giganti e le Ninfe, che dettero poi inizio ad una stirpe umana. Dal membro caduto in mare nacque invece Afrodite.




CRONO GRECO

Cronos, il più giovane dei Titani, figli degli Dei, spodestato dal suo trono suo padre Urano, Dio del cielo,  sposò la sorella Rea, una divinità della terra come la madre, e dalla loro unione nacque la prima generazione degli Dei dell’Olimpo: Estia, Demetra, Era, Ade, Poseidone e in ultimo Zeus.

CRONO MENTRE MANGIA IL FIGLIO
Un giorno però un oracolo gli predisse che avrebbe subito la stessa sorte del padre, Crono decise allora di ingoiare tutti i suoi figli, divorandoli. Rea, prima di partorire Zeus, chiese aiuto ai genitori Urano e Gea per salvare questo figlio, e la consigliarono di avvolgere una pietra con delle fasce e consegnarla a Crono.

Questi, che non distingueva la pietra dalla carne, lo divorò convinto di essersene sbarazzato.

Giove viene allevato a Creta dalle ninfe e allattato dalla capra Amaltea e una volta cresciuto riuscì a far risputare al padre tutti i figli che aveva trangugiato, e insieme a loro gli mosse guerra.

Dopo dieci anni Zeus, aiutato dai fratelli, dai Giganti e dagli Ecatonchiri, vinse. Così Crono e tutti i suoi fratelli Titani che lo avevano aiutato nella guerra furono incatenati nel Tartaro, mentre Zeus pose il suo trono sull'Olimpo.

Terminò così la lotta dei figli contro i padri, forse immagine del capobranco maschio più giovane che spodesta il capobranco padre, ormai più vecchio e debole.

Ma Cronos è anche il tempo, che genera e divora, cioè che fa morire le sue creature, ma è anche generatore fecondando Rhea, la Terra, ed è pure il sovrano della mitica Età dell’Oro, la prima era, vuole la felicità e la pace dei suoi sudditi, ma  non concepisce la successione e l’avvicendamento. La prima era è inconsapevole e pertanto beata, perchè, vivendo come gli animali, non conosce la morte. O almeno così pensa l'uomo.

Crono trascorse un lungo periodo di isolamento e tristezza, al termine del quale, secondo un' antichissima tradizione orfica, padre e figlio si riconciliarono e Crono pose la sua sede nell'Isola dei Beati. Qui si trasformò in un re buono, dedito alla prosperità del suo regno, un Dio dell’agricoltura che governava con saggezza.



SATURNO ITALICO

REA CONSEGNA LA PIETRA A CRONO
Il nome di Saturno sembra derivi dalla radice indoeuropea sat, ciò che produce, che dà vita, che feconda.

Secondo la leggenda avrebbe regnato nella mitica età dell'oro, quando era sempre primavera, vi era abbondanza di ogni frutti della Terra, uomini e Dei vivevano insieme, non v'era necessità di lavorare nè c'erano le guerre.

E' il giardino dell'Eden, dove gli uomini vivono con Dio finchè non vengono cacciati con infamia.

La moglie di Saturno, Opi, cioè Opima, abbondante, ricca, Dea del raccolto, divenne l'equivalente di Rea. Saturno era il padre, fra gli altri, di Cerere, Giove, Nettuno e Plutone, nonchè "Picus", il primo re del Lazio.

In Grecia Crono è cupo, solitario e afflitto dalla detronizzazione ad opera del figlio; in Italia Saturno è il re della mitica Età dell’Oro, benevolo, protettore dell’agricoltura e costruttore di città, un eroe civilizzatore. Non solo, un mito racconta che Saturno incatenato giaccia nel profondo del Lazio, rinchiuso in una tomba. Chi riuscirà a trovarlo otterrà il seme d'oro di cui il Dio è custode.

CRONO
Più precisamente, un mito specifica che dopo la distruzione di Troia Enea s'imbarcò col padre Anchise, il figlio Ascanio ed un gruppo di superstiti, vagò per il mare approdando alla foci del Tevere dove, appena sbarcato, la Dea Cibele trasformò in ninfe le navi della flotta troiana, chiaro segno divino della fine del viaggio.

Dalle coste dell'Etruria, Enea, risalendo il Tevere, raggiunse la città di Palantea dove regnava il vecchio re Evandro, giunto nel Lazio dall'Arcadia 60 anni prima della guerra di Troia.

Quando Evandro arrivò sul Colle Palatino trovò le popolazioni locali, gli Aborigeni, che già praticavano un culto al Dio Saturno.

Era l'Età dell'Oro, quando gli uomini vivevano insieme agli Dei; non conoscevano preoccupazioni, fatiche, miserie e dolori.

Non invecchiavano e trascorrevano i giorni sempre giovani, tra feste e banchetti; quando arrivava per loro il tempo della morte, si addormentavano dolcemente.

Gli uomini si nutrivano di ghiande, di frutta selvatica e del miele prodotto dalle api e la terra produceva naturalmente tutto ciò di cui avevano bisogno.

Poi Saturno venne nuovamente scacciato da Giove che lo esiliò su un'isola deserta dove vive in una sorta di vita nella morte, avvolto in lini funerari, fino a quando non verrà il tempo del suo risveglio. Allora egli rinascerà come bambino ed avverrà la restaurazione dell'Età dell'Oro.



SATURNO ROMANO

SATURNO ROMANO
Prima delle influenze della cultura greca, Roma aveva sue divinità, dette numina, cioè "potenze", senza forma e senza miti (o piuttosto siamo noi che non li conosciamo).

I numina più importanti erano i Lari ed i Penati, e Saturno era uno dei numina che proteggeva  campi e sementi, mentre sua moglie Opi proteggeva il raccolto. Sotto l'influenza greca Saturno venne associato al greco Crono, il titano padre di Zeus.

Secondo il mito romano, quando il Dio fu spodestato dal figlio Giove, fu esiliato in Ausonia, cioè nel suolo italico e, accolto dal Dio Giano, avrebbe fondato le mitiche città saturnie. 

Giano gli avrebbe donato la "Falciola", cioè la falce, simbolo di raccolto ma anche di morte, insegnandogli l'agricoltura che a sua volta Saturno avrebbe insegnato agli uomini.

Il Dio infatti insegnò l'agricoltura alle genti del luogo portando pace e giustizia. Per i suoi molti meriti avrebbe ricevuto una parte del regno di Giano, cui conferì anche il dono della preveggenza.

Saturno resterà l'unico a regnare dopo la morte e la divinizzazione di Giano, ed ebbe la sua dimora in Campidoglio e c'era un tempio in cui la sua statua era avvolta in catene perché i Romani non volevano che lasciasse mai Roma, oppure perché si ricordava così il periodo in cui Zeus lo aveva imprigionato. 

Ma Saturno incatenato è anche simbolo della prigione corporea dell'uomo il cui spirito viaggia in altre dimensioni nel dopo morte, nell'avvicendarsi delle infinite reincarnazioni dello spirito, perchè in natura "nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma" (Eraclito).

Saturno aveva un tempio nel foro dove si conservò il tesoro dello stato fino alla fine della repubblica (aerarium), insieme alle leggi incise su tavole bronzee, ai decreti del Senato, alle insegne degli eserciti e ad una bilancia per la pesatura del metallo.

Una sezione speciale del tesoro era costituita dall'aerarium sanctius, contenente la riserva metallica dello Stato (bronzo, oro e argento), gemme, gioielli e i proventi della tassa del 5 per cento sull'emancipazione degli schiavi. Ovvero fino a quando Giulio Cesare violò la sacralità del luogo impadronendosi dell'erario.

Il rito degli Argei, durante il quale si gettavano fantocci di giunco nel Tevere dal ponte Sublicio ogni 15 maggio, era secondo Ovidio connesso a Saturno. Tale rito avrebbe ricordato un antico sacrificio di un uomo per ogni gens al Dio, che ebbe inizio in età preromana, stabilito per responso di Giove Fatidico.

SATURNALIA

I SATURNALIA

In memoria dell'antica età dell'oro dell'uomo venivano celebrati i Saturnalia, presso il solstizio d'inverno.

Originariamente duravano un solo giorno, il 17 dicembre, poi una intera una settimana, dal 17 al 24 dicembre di ogni anno.

Durante i Saturnalia, il ruolo di padroni e schiavi veniva invertito, cadevano le regole e i vincoli morali, e si eleggeva una specie di re carnevalesco: il saturnalicius princeps.

I Saturnali, ovvero i Saturnalia, sono una delle più antiche del calendario festivo romano. Si festeggiavano durante il riposo dai lavori agricoli e rappresentavano quindi la temporanea liberazione dalle fatiche del lavoro, dalle costrizioni sociali e dalle convenzioni morali.

La festa, serviva anche ad augurare la fecondità della terra e celebravano anche l’epoca primordiale in cui si riteneva che la proprietà delle terre e dei beni fosse comune e che non esistessero né il lavoro né i conflitti sociali né la guerra.

Durante i Saturnali l'autorità ed il potere dei padroni sugli schiavi era temporaneamente sospesa: questi cambiavano i loro abiti con quelli dei loro signori ed eleggevano un loro Re per le feste, che presiedeva ad un  grande banchetto in cui il signore serviva a tavola i suoi schiavi. Nel periodo arcaico, questo Re, alla fine delle feste, veniva poi messo a morte.

Tale usanza risaliva, molto probabilmente, al mitico periodo in cui i Pelasgi giunsero a Saturnia. Gli Elleni, dopo aver scacciato gli abitanti del posto, sacrificarono un decimo del bottino ad Apollo ed eressero due templi: uno ad Ade e uno a Saturno che identificarono con il loro Crono.

Ad Ade sacrificavano teste umane e a Saturno immolavano un uomo. A questo mito si sovrappose quello di Ercole, di passaggio in quelle regioni, che convinse i suoi connazionali a non offrire teste umane, ma statuette d'argilla ed a sostituire l'immolazione di un uomo con l'offerta di ceri accesi.

Così i Romani, in tempi più recenti, anziché sacrificare uomini usavano scambiarsi in dono ceri e statuette d'argilla riproducenti fattezze umane.

Caratteristiche dei Saturnali:
  • la libertà concessa agli schiavi di trattare i loro padroni da pari a pari e persino di rinfacciare loro vizi e difetti e di insultarli; 
  • la presenza di grandi banchetti cui era consentito di partecipare a tutti, indipendentemente dalla loro estrazione sociale e culturale; le danze, le feste, gli spettacoli e il gioco d’azzardo, solitamente proibito; una certa rilassatezza dei costumi (severamente biasimata, evidentemente per gli eccessi cui era giunta, da diversi intellettuali di età imperiale, come Seneca o Plinio); 
  • lo scambio di regali.
  • danze, musiche e balli 
  • offerte di ceri accesi
Per Virgilio la missione storica di Roma, secondo una precisa volontà degli Dei, va dalle profezie della Sibilla al ritorno del tempo di Saturno e la nascita di un fanciullo che chiuderà l'età del ferro e riaprirà le porte ad un nuovo ciclo aureo.

Pertanto i Saturnali, all'epoca di Virgilio, si sono trasformati in una religione misterica, come precisa Macrobio nell'opera Saturnalia:

"II diritto divino non mi permette di rivelare nozioni connesse alla segreta essenza della divinità: posso esporre soltanto la versione mista ad elementi mitici o divulgata dai fisici. Quanto alle origini occulte... non si possono illustrare nemmeno durante le cerimonie sacre; anzi, qualora si giunga a conoscerle, è obbligo tenerle ben nascoste dentro di sé".

I Saturnali si celebravano a dicembre, l'ultimo mese dell'anno ed erano ufficialmente proclamati il 17 dicembre, solo dopo aver compiuto il sacrificio nel tempio di Saturno nel Foro ed aver terminato il lettisternio. In epoca arcaica la festa si svolgeva in quest'unico giorno; in seguito la durata delle celebrazioni fu portata a tre giorni da Cesare, a quattro da Augusto, a cinque da Caligola e, infine, a sette da Domiziano.


Durante i Saturnali i tribunali e le scuole erano chiusi: era proibito iniziare o partecipare a guerre, stabilire pene capitali e, comunque, esercitare qualsiasi attività che non fosse un festeggiamento. I Saturnali si svolgevano nel periodo precedente il solstizio d'inverno, alla vigilia del Natale del Sole: il nuovo Sole che rinasce dopo la sua morte simbolica.


La parte ufficiale della festa consisteva in un solenne sacrificio nel tempio cui si assisteva a capo scoperto e durante il quale si scioglievano le bende di lana che avvolgevano i piedi del simulacro di Saturno. Seguiva un banchetto pubblico dove tutti i convenuti si scambiavano brindisi e auguri. Saturno rimaneva slegato ad adempiere le sue funzioni di fondatore di una nuova era fìno alla fine dell'anno.

Al rinnovo del ciclo annuale, il simulacro veniva nuovamente legato ed un suo sostituto, il Rex Saturnaliorum, veniva simbolicamente ucciso. Tutto ciò in ricordo degli arcaici sacrifìci umani e perché l'Età dell'Oro non è restaurabile se non alla fine di questo ciclo, quando il Dio rinascerà bambino.


Il tempio di Saturno

Il tempio di Saturno fu edificato nel Foro Romano nei primi anni dell'età repubblicana e si trova ai piedi del Campidoglio, a sud-ovest dei Rostra imperiali. Qui giaceva un antichissimo altare, risalente alla mitica fondazione della città sul Campidoglio da parte di Saturno.
La data della prima consacrazione oscilla infatti, secondo gli studiosi, tra il 501 e il 498 a.C.,  votato dal re Tarquinio il Superbo e dedicato da Tito Larcio (dittatore in entrambe le date).

Il dies natalis del tempio corrispondeva al 17 dicembre, festa dei Saturnali, in occasione dei quali si celebrava in scatenata libertà la fine dell'anno.

Le fonti antiche ricordano che la statua di culto, velata e con in mano una falce, era cava e interamente riempita di olio. Le gambe venivano legate con bende di lana, sciolte solo in occasione dei Saturnali.

Nel tempio si conservava il tesoro statale (aerarium) che poi fu spostato in un edificio vicino e anche gli archivi furono trasferiti nel Tabularium. Il podio del tempio era utilizzato per l'affissione di leggi e documenti pubblici. 

Un totale rifacimento dell'edificio si ebbe a partire dal 42 a.c. ad opera del console Lucio Munazio Planco, con il bottino del suo trionfo sulla popolazione alpina dei Reti. Dopo l'incendio di Carino del 283 d.c. dovette di nuovo essere restaurato. 

Ciò che oggi resta del Tempio risale proprio a quest’ultimo risanamento: otto grandi colonne realizzate in granito grigio e dotate di capitelli in stile ionico creati, invece, con il marmo bianco; l’architrave, abbellito sulla parte interna da un’incisione in cui sono raffigurate in rilievo alcune palmette; il frontone principale, realizzato in massima parte con materiale recuperato.

L’incisione che caratterizza il fregio rievoca proprio il risanamento successivo all’incendio: SENATUS POPULUSQUE ROMANUS INCENDIO CONSUMPTUM RESTITUIT cioè “Il Senato e il Popolo Romano restituirono (il tempio) rovinato dall’incendio”.

Vedi anche: LISTA DELLE DIVINITA' ROMANE


BIBLIO

- Macrobio - Saturnalia - I -
- Servio Mario Onorato - Commentarii in Vergilii Aeneidos libros - III -
- Dionigi di Alicarnasso - Le antichità romane -
- Plutarco - Quaestiones Romanae - XLII -
- Appiano - Historia Romana -
- Giacomo Devoto - Gli antichi Italici - Firenze - Vallecchi - 1952 -
- Philippe Borgeaud - Avec Doralice Fabiano - Perception et construction du divin dans l'Antiquité - Genève - Droz - 2013 -


 

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