TEMPIO DI CERERE E FAUSTINA - CHIESA DI S. URBANO


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Vi si accede da via Appia Pignatelli, e poi dal vicolo di S. Urbano, dove, nel parco di una villa, ora ristorante, si trova la chiesa, e più in là la grotta della Nin­fa Egeria, dove Numa Pompilio andava a chie­dere consiglio alla ninfa, con l’annesso Bosco Sacro, un tempo più esteso, ma ancora di grande suggestione.



LA STORIA

La chiesa di S. Urbano alla Caffarella costituisce uno dei monumenti meno conosciuti nonchè controversi sulla destinazione, della Roma fuori le Mura, benché sia di grande valore, perchè è un tempio antico ben conservato in quanto trasformato in tempio cristiano, e per gli affreschi degli inizi dell’XI sec.

Il tempio romano, che risale al 160 d.c., era dedicato a Cerere e Faustina, costruito all’interno del Triopio di Erode Attico, La chiesa oggi è all'interno di una proprietà privata ed è purtroppo chiusa al pubblico.

Nel II d.c. l'area, che prende nome dalla famiglia Caffarelli a cui appartiene il casale cinquecentesco su vicolo della Caffarella, faceva parte del Triopio, una vasta villa suburbana di proprietà di Erode Attico, che fu poi nel IV sec. inglobata nel monumentale complesso di Massenzio.


Uomo politico, filosofo, letterato e amante delle arti, nonchè precettore di Marco Aurelio, Erode Attico, nato ad Atene da nobile famiglia intorno al 100 d.c.., era giunto a Roma sotto Antonino Pio, fece una splendida carriera, ottenne il consolato nel 143 d.c. e sposò una nobile e ricca romana, Annia Regilla, che gli portò in dote, tra l’altro, i possedimenti della via Appia tra il II e il III miglio. 

Erode Attico fu ritenuto responsabile dell'uccisione della moglie, Annia Regilla, e, forse, eresse questo tempio per stornare da sè i sospetti.

La proprietà, che comprendeva campi di grano, boschi, vigne, oliveti, praterie, era un borgo abitata dai lavoratori, soprattutto schiavi, dediti alla coltivazione dei campi. L'area era già abitata da almeno quattro secoli.

Sulla collina che sorge tra il Circo di Massenzio e la Via Appia Pignatelli sono infatti stati rinvenuti i resti di una villa d'età repubblicana, di fine I sec. a.c. che aveva, come sostruzione verso l'Appia, un criptoportico a doppia galleria. 

Erode Attico dunque restaurò una villa più antica, arricchendola di architetture, statue, decorazioni pittoriche e rivestimenti marmorei.

In realtà sembra che Aspasaia Annia Regilla morisse di parto, cosa abbastanza frequente nelle donne romane, e che Erode Attico fece anche costruire nel 161 l'Odeon di Atene in suo onore, oltre al monumento costruito accanto alla villa sulla via Appia, che ella aveva portato in dote ed in cui aveva vissuto col marito, la cosiddetta Tomba di Annia Regilla, o cenotafio di Annia Regilla, presso la chiesa del Quo Vadis.

Quello che potrebbe essere il sepolcro di Annia, si trova invece a Palazzo Farnese, da alcuni considerato invece come sarcofago di Cecilia Metella Cretica. Ad Annia Regilla è dedicata una via periferica di Roma, nei pressi dell'Appia nuova, e una strada ad Atene, ma una strada romana è dedicata pure ad Erode Attico.

INTERNI

ANNIA REGILLA

Annia Aspasia Regilla era una nobile ragazza romana, appartenente alla ricchissima famiglia degli Annii, proprietaria di beni terrieri nel tratto che va dal secondo al terzo miglio dell'Appia Antica.

La famiglia degli Annii discendeva direttamente da quella degli Attili Regoli, e dette una ricchissima dote alla propria figlia Regilla quando fu scelta come sposa da Erode Attico nel 140 d.c.

Erode Attico, nobile ateniese, era stato nominato console della Grecia con incarico di governare Atene e Asia per conto di Roma.


Nel 160 d.c. sua moglie Annia Regilla morì di parto, ma secondo alcuni, e forse per la famiglia, fu uccisa da Erode Attico, secondo l'accusa che gli venne mossa e che lo condusse ad un lungo e pesante processo, dal quale tuttavia uscì assolto ed erede di tutti i beni della moglie.

Erode ereditò ovviamente anche i possedimenti lungo la Via Appia, dove fece costruire una serie di monumenti in ricordo di Annia Regilla, tra cui il suo Cenotafio, monumento funebre commemorativo destinato a conservarne la memoria ed a ben disporre gli Dei dell'Oltretomba verso l'amata deceduta.

Ma non raccoglieva le spoglie funebri di Annia, in quanto tempio dedicato a una Dea e a una imperatrice divinizzata.

Il Cenotafio di Regilla è a tutt'oggi ben conservato, anche se nel corso dei secoli fu a lungo utilizzato prima come fienile, poi nel IX sec. come oratorio cristiano. Nel 1634 la famiglia romana dei Barberini acquistò la costruzione, e ne mantenne la destinazione a chiesa.



DESCRIZIONE

Affacciata sulla vallata scavata dal fiume Almone si trova l'antico tempio di Cerere e Faustina costruito nel II secolo d.c. da Erode Attico e dedicato a Cerere, la Dea delle messi e a Faustina, la moglie divinizzata di Antonino Pio.

Il tempio ha nella facciata 4 colonne che, come i capitelli e l’architrave, sono in marmo bianco pentelico proveniente dalla Grecia, mentre il corpo di fabbrica e la decorazione della parte alta della facciata sono in laterizio molto ben lavorato.

L’interno, coperto da volta a botte, era decorato da stucchi ottagonali, di cui è rimasto soltanto quello centrale, con l’apoteosi di Annia Regilla, moglie di Erode Attico. Al disotto c’è un fregio in stucco con armi, corazze e scudi.

L’edificio pagano era composto da un pronao e da una cella cui si accedeva tramite una serie di gradini esterni, ed è ancora completamente visibile, ad eccezione dei gradini esterni ora interrati. Il pronao venne chiuso da pareti nel 1634; inglobate in esse vi sono quattro colonne e l’architrave di marmo della Grecia. Il resto delle pareti e la parte alta della facciata sono composte di laterizio del II sec.

Si accede all’interno della chiesa tramite una piccola porta d’ingresso; il primo vano che si incontra è l’ex sottoportico, che nei decenni scorsi era stato trasformato in abitazione del custode dell’edificio. Da qui si passa alla cella interna del tempio, oggi aula liturgica della chiesa, a pianta rettangolare. Le pareti sono suddivise in tre fasce orizzontali, separate dalla volta da un fregio in stucco con la rappresentazione di armi, corazze e scudi.

Il tetto dell’edificio è a volta a botte, tutta riquadri simili a quelli del Pantheon; di tutti gli stucchi che ne ornavano le superfici, di cui oggi resta solo il riquadro centrale, che raffigura l’apoteosi di Anna Regilla.

LA VOLTA

Nella cripta, cui si accede per una stretta scala di 23 gradini, c’è un affresco cristiano che copre le decorazioni originali, e così nella chiesa soprastante.

Dal Piranesi che la osseervò e copiò fu dichiarata come Tempio di Bacco per i rilievi che vi rinvenì. Da altri si ritiene la tomba di Annia Regilla. Per altri è il tempio del Dio Romano Redicolo. Per altri ancora, ed oggi è di gran lunga la più accreditata, si tratta del Tempio di Cerere e Faustina.

Acquisita nel 2002 dal Comune di Roma è stata data in consegna per misteriosi motivi al Vicariato di Roma: dall’ottobre 2005 è stata elevata a Rettoria e pertanto non visitabile. Ci dovrebbero spiegare il perchè di questa ottusa decisione che vieta al pubblico di vedere questo prezioso cimelio romano.



BIBLIO

- Capitolium - marzo 1941 - Alessandro Tomassi: S. Urbano alla Caffarella nelle sue ultime vicende - la riconsacrazione del 1894 -
- Samuel Ball Platner - (as completed and revised by Thomas Ashby) - A Topographical Dictionary of Ancient Rome - London: Oxford University Press - 1929 -
- Filippo Coarelli - I templi dell'Italia antica - Milano - 1980 -
- Anthony Richard Birley - Marco Aurelio - Milano - Rusconi - 1990 -



CULTO DEI DIOSCURI


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Castor e Polux, o Castore e Polluce nell'antico mito greco erano figli di Zeus e Leda. "Le statue dei Castori in cima alla scalinata che porta in Campidoglio ornavano il tempio dei Castori al Circo Flaminio, edificio del quale la planimetria è nota perché rappresentata su un frammento di Forma Urbis marmorea proveniente da via Anicia, databile in età augustea." (Andrea Carandini)

La loro immagine tradizionale è di due atletici giovani nudi con un mantello rosso porpora sulle spalle, armati di lancia o spada, con due cavalli. Sul capo hanno un cappello a punta e una stella tra i capelli. A volte è presente un'anfora chiusa colma di sementi oppure un serpente.

Gli uomini romani non giuravano mai in nome di Castore. Sia uomini che donne, invece, usavano l'espressione "Edepol", cioè giuravano in nome di Polluce. (Si ritiene che queste usanze derivassero dagli antichi riti eleusini).

"Papa Braschi (Pio VI) è ricordato per la sistemazione dell'obelisco tra le statue dei Dioscuri. Com'è noto, le statue colossali dei domatori di cavalli, provenienti dalle terme di Costantino, furono collocate nella posizione attuale dall'Antinori, quando nel 1783 Pio VI fece innalzare l'obelisco tratto dal Mausoleo di Augusto. E Pasquino una mattina al posto dell'iscrizione "opus Fidiae" scrisse: "opus perfidiae Pii VI".

Poiché l'Antinori non riuscì alla prima di spostare i gruppi equestri, per far posto all'obelisco, Pasquino, dopo aver anagrammato così il nome dell'Antinori: "Non tirai", scrisse sul piedistallo di un cavallo "In pulvem reverteris" e sull'altro "non commovebitur in eternum". E alludendo all'arma di Pio VI che ha un giglio piegato da una borea che soffia, disse: "Sixto iubente sistimus; vento suffia ante ruimus".

L'operazione si rivelò più impegnativa del previsto, forse anche a causa dell'imperizia dell'architetto. I romani commentarono sagacemente che “un asino non poteva spostare un cavallo”.Il primo tentativo fu del 19 agosto, il definitivo del 2 settembre 1783. Solo nel 1818 Pio VII fece sostituire la precedente fontana, di cui si è persa traccia, con la conca di granito recuperata a Campo Vaccino, dove fungeva da abbeveratoio presso il tempio di Castore e Polluce."

 

IL MITO

Nei miti greci alcuni autori fecero nascere i Dioscuri da Zeus e Leda, per altri i due gemelli sarebbero nati da Tindaro, re di Sparta, fratelli di Elena, oggetto della contesa a Troia. Altri ancora affermano che solamente Polluce e la sorella Elena fossero figli di Zeus, e dunque immortali; Castore sarebbe stato dunque figlio di Tindaro e destinato alla morte.

Castore e Polluce fecero parte degli Argonauti, gli eroi che parteciparono con Giasone e Medea alla ricerca del Vello d'oro. Per aver placato una tempesta in quella circostanza, furono considerati protettori dei naviganti.

Polluce, celebrato come grande pugile, sconfisse in una gara di pugilato il re dei Bebrici, Amico.
Poco tempo dopo i gemelli fondarono la città a loro dedicata di Dioscuria, in Colchide.

I gemelli parteciparono inoltre alla caccia al cinghiale Calidonio, inviato da Artemide a devastare le terre del re Oineo, che l’aveva trascurata in un sacrificio in onore degli Dei.

Inoltre presero parte alla lotta contro l'ateniese Teseo, che aveva rapito la loro sorella Elena nascondendola ad Afidne; per premio Zeus concesse loro l'immortalità.

Sul suolo italico presero parte alla Battaglia della Sagra tra le file dei locresi (Locri Epizephiri) in battaglia contro gli abitanti di Crotone.

Il fratello di re Tindaro, Afareo, era a sua volta padre di due gemelli: Ida e Linceo. Castore e Polluce rapirono le promesse spose dei cugini e nella lotta che ne seguì, Castore fu ferito a morte. Polluce, volendo seguire il destino del fratello, chiese e ottenne di vivere come Castore un giorno sull'Olimpo e uno nell'Ade. Il Dio Ade accettò perchè la faccenda pareggiava i conti sul tempo di abitazione negli inferi, metà tempo ma con due persone anzichè una.

In un altro mito, riportato da Euripide nell'opera Elena, Zeus concesse, visto il loro profondo legame, ad ambedue di vivere per sempre nel cielo, sotto forma di costellazione.

Nel mito originario però Zeus si invaghì di Leda, moglie di Tindaro, re di Lacedemone, e si unì a lei sotto forma di cigno, ma Leda che non badava a spese nella stessa notte si unì anche a suo marito Tindaro, il re di Sparta. Così partorì due uova da cui uscirono le due coppie di gemelli.
Da uno nacquero, presso Sparta, i gemelli Polluce ed Elena, dall'altro Castore e Clitennestra. Questi ultimi, tuttavia, erano figli di Tindaro, che si unì a Leda dopo gli amori di questa con Zeus. Dal che si deduce che anche Elena era una Dea o semidea. Infatti Elena significa Luna che era la divinità maggiore di Sparta.

Somiglia un po' al mito matriarcale di Demetra e Core, dove la figlia della Dea dopo essere stata rapita da Ade vivrà sei mesi sulla terra e sei mesi nell'Ade. Nel mito primitivo infatti Polluce piuttosto che separarsi dal fratello mortale, accetta di vivere sei mesi con lui sulla terra e sei mesi negli inferi. E' l'avvicendamento vita morte della vegetazione, ma anche, mistericamente, di quella umana. E' anche il Dio Figlio della Grande Madre che muore e risorge, mito che ispirerà anche il cattolicesimo.


"Dicono che, mentre Simonide cenava a casa di Scopa - uomo ricco e nobile - a Crannone in Tessaglia, ed avesse cantato quella poesia, che aveva scritto per di lui, nella quale, secondo l’usanza dei poeti, c’erano scritte molte parole di elogio riguardo a Castore e Polluce, quello (Scopa) con una certa grettezza avesse detto a Simonide che gli avrebbe dato la metà della somma pattuita per quella poesia e che, se gli fosse sembrato opportuno, chiedesse il resto ai suoi Tindaridi che nello stesso modo aveva lodato.

Raccontano che poco dopo sia stato detto a Simonide di uscire e che c’erano certi due giovani sulla porta che lo chiamavano con insistenza. [Si dice che] egli si fosse alzato, fosse uscito e che non avesse visto nessuno, che nel frattempo fosse crollata la stanza dove Scopa stava banchettando e che quello fosse morto schiacciato con i suoi parenti.

Si dice anche che volendoli i loro congiunti seppellire e non potendoli riconoscere in nessun modo perché sfigurati, Simonide, dato che si ricordava il luogo dove ognuno di loro era seduto, fosse stato colui che indicò ciascuno da seppellire (lett.: fosse stato il dimostratore di ciascuno da seppellire). Allora, ammonito da questo fatto, si dice che abbia scoperto che è innanzitutto l’ordine che fa luce alla memoria
"

(CICERONE)



LE STATUE DEI DIOSCURI

Nella piazza del Quirinale a Roma si trova, proveniente dalle vicine Terme di Costantino, l’imponente gruppo marmoreo dei Diòscuri, composto dalle due figure maschili che tengono a freno i loro cavalli (probabilmente copie di originali greci), voltati verso il sito delle antiche Terme (l’inizio dell’attuale via Nazionale).

Il Fontana ne dispose il restauro, li trasportò in posizione più centrale nella piazza, in modo da chiudere lo scenario della lunga via Pia (le attuali via del Quirinale e via XX Settembre) e li girò in modo che fossero rivolti verso il palazzo, quindi collocò una fontana ai piedi del gruppo, posto su un alto piedistallo.

La fontana utilizzata era una grande vasca-abbeveratoio, proveniente dal Campo Vaccino (Foro Romano) ancora interrata nei pressi del tempio dei Dioscuri.

Altari e statue erano innalzati a Castore e Polluce sulle navi per propiziare una navigazione tranquilla. Molti porti, fra cui Ostia e Alessandria, avevano le statue di Castore e Polluce ai due lati dell’ingresso dal mare.



Il CULTO GRECO

Il loro culto, nato a Sparta, si diffuse rapidamente in tutta la Magna Grecia, soprattutto perchè creduti protettori dei naviganti: il mito infatti racconta che Poseidone affidò loro il potere di dominare il vento insieme al mare.

TEMPIO DI AGRIGENTO
Anticamente si riteneva che la presenza di Castore e di Polluce sulle navi si rendesse visibile attraverso ciò che noi oggi chiamiamo “fuochi fatui” o “di Sant'Elmo”: fiammelle o scintille elettrostatiche che durante i temporali appaiono alle estremità delle strutture metalliche delle navi.

Se si manifestavano in coppia erano di buon auspicio e la nave veniva considerata sotto la protezione dei due gemelli, ma se avveniva l’apparizione di una sola fiamma, era considerato un cattivo presagio.

Ma il loro culto varia nelle diverse zone: in alcuni luoghi sono protettori e maestri delle arti, soprattutto la musica e la danza, ma anche la poesia e l'epica, per altri sono atleti eccellenti soprattutto nel pugilato e nella corsa, per altri grandi cavalieri velocissimi sui destrieri, e ancora protettori dei campi coltivati, ma anche miracolosi guaritori.

Sarebbe errato però ritenere che il culto italico sia solo una derivazione da quello greco, perchè esisteva nelle popolazioni preromane e pregreche.
Il culto dei Dioscuri, sopratutto nel Lazio è molto antico, come ha rivelato il ritrovamento di una lamina a Lavinio con dedica a Càstore e Polluce.

Lo stile fortemente grecizzante del reperto ha fatto supporre che il culto fosse arrivato da una città della Magna Grecia, probabilmente Taranto. Come in Grecia, i due fratelli erano protettori dei cavalieri, che a quell'epoca erano composti dalla sola aristocrazia.

Ma il mito dei due gemelli ha qualcosa di più arcaico e profondo: anche Romolo e Remo ad esempio erano gemelli, e di essi uno muore ed uno viene assunto in cielo. C'è dietro il mistero della partecipazione di due nature, una mortale e una immortale, come Proserpina del resto partecipò a due nature, e come sulle due nature del Cristo, che aveva del resto un mito poco chiaro, si scannarono nell'ambito del cattolicesimo varie scuole di pensiero di cui una trionfò e l'altre furono bollate come eretiche.


Il tempio greco

Il tempio di Agrigento, costruito negli ultimi decenni del V sec. a.c.. è attribuito ai due gemelli nati dall'unione di Leda e Zeus, tramutato in cigno.
Del tempio restano solo quattro colonne ed una parte della trabeazione. rialzate nel XIX sec. Sotto uno spigolo della cornice si può ancora ammirare una rosetta, tipico elemento decorativo.



CULTO ROMANO

Il culto dei Dioscuri fu inoltre particolarmente legato alla classe degli equites e probabilmente dal loro tempio partiva la tradizionale parata degli equites (transvectio equitum), istituita da Quinto Fabio Massimo Rulliano nel 304 a.c. e che si teneva ogni anno il 15 luglio, anniversario della battaglia.



I TEMPLI ROMANI


TEMPIO DI CASTORE E POLLUCE AL FORO ROMANO

Il tempio dei Dioscuri sorgeva a Roma nel Foro Romano. Ne sopravvivono su un alto podio tre colonne corinzie superstiti del tempio dei due gemelli divini Castore e Polluce.

Il suo nome ufficiale era Aedes Castoris, o Templum Castoris, cioè tempio o santuario di Càstore, ma nelle fonti si ritrova anche nominato come Aedes Castorum o Aedes Castoris et Pollucis ed era dedicato ai Dioscuri. Si trovava all'angolo sud-orientale della piazza del Foro, nei pressi della fonte di Giuturna, con cui avevano qualche legame, visto che i lor cavalli si abbeverarono a quella fonte.

Venne promesso in voto dal dittatore Aulo Postumio Albo Regillense nel 499 o 496 a.c. in seguito all'apparizione dei Dioscuri e la storia andò così. Durante la battaglia presso il lago Regillo, combattuta dai Romani contro i Latini, alleati di Tarquinio il Superbo nel tentativo di riconquistare Roma, apparvero due misteriosi cavalieri, che risollevarono le sorti della dura battaglia e guidarono i Romani alla vittoria. Successivamente gli splendidi cavalieri sparirono ma riapparvero a Roma e furono visti abbeverare i cavalli alla Fonte di Giuturna. Qui annunciarono in città la vittoria romana, per scomparire subito dopo.

Il popolo riconobbe in essi i Dioscuri: il dittatore Aulo Postumio Albino fece allora voto di erigere un tempio in loro onore, che venne dedicato nel 484 a.c. dal figlio di Postumio, nominato duoviro per sovraintendere alla sua edificazione. Il tempio fu restaurato da L.Cecilio Metello Dalmatico nel 117 a.c. e poi ancora da Verre. Un ultimo restauro si ebbe dopo l'incendio del 12 a.c. ad opera del liberto Tiberio e il nuovo edificio fu dedicato nel 6 d.c.
Secondo le fonti nel tempio aveva sede l'ufficio dei pesi e delle misure e che vi erano negozi di banchieri, probabilmente le stanzette che si aprono sul podio, tra colonna e colonna.

A partire dal 160 a.c. fu adoperato come luogo di riunione del Senato e nello stesso periodo davanti al tempio venne istituito un importante tribunale. Per tutto il I secolo a.c. ebbe una funzione più di edificio pubblico, legato alla vita politica, che di edificio religioso.

Attualmente restano, dell'edificio ricostruito da Tiberio, tre delle colonne del lato lungo orientale e il nucleo del podio in opera cementizia, cioè il riempimento tra le mura portanti, costruite in opera quadrata, ma i cui blocchi sono stati in seguito depredati per il reimpiego. Il podio del tempio ingloba strutture delle fasi precedenti. Ecco le diverse ricostruzioni, attestate dalle fonti:

  • Il tempio del V secolo a.c. - Le murature in opera quadrata di cappellaccio si riferiscono al primo edificio del 484 a.c. e consentono di ricostruirne l'originario aspetto. Si trattava di un tempio di tipo italico, con tre celle e un profondo pronao, con lo stesso orientamento dell'attuale e di poco più piccolo; a questo tempio appartengono probabilmente i frammenti di decorazione architettonica in terracotta rinvenuti negli scavi.
  • La ricostruzione del II secolo a.c. - Resti in opera cementizia si riferiscono ad una trasformazione dell'edificio della prima metà del II secolo a.c., legata probabilmente all'istituzione del tribunale: il pronao venne reso meno profondo e la parte anteriore del podio venne abbassata e coperta con lastre in peperino per essere utilizzata come tribunale. Il tempio fu forse trasformato in un periptero sine postico (con colonne anche lungo i lati, ma non sul retro). Il pavimento della cella doveva essere in mosaico bianco.
  • Il tempio del 117 a.c. - ad opera di Lucio Cecilio Metello Dalmatico. In questa fase il podio era costituito da tre strutture in opera cementizia, inglobate nel successivo podio tiberiano, rispettivamente per la cella, per il pronao e per il tribunale antistante, con i muri più esterni del podio più antico utilizzati come fondazioni per le colonne laterali. Il tempio aveva probabilmente l'aspetto di un tempio ottastilo (otto colonne sulla fronte) periptero sine postico (con colonne anche sui lati lunghi, ma non sul retro). Le colonne e la trabeazione dovevano essere in travertino rivestito di stucco, mentre i muri della cella erano costruiti in blocchi di tufo dell'Aniene. Le pareti interne della cella erano decorate da tre colonne ciascuna, delle quali restano le fondazioni. L'originario pavimento della cella era in mosaico, con un bordo decorato da un meandro policromo in prospettiva.
  • Nel I secolo a.c. il mosaico venne sostituito da un pavimento in opus sectile marmoreo, con una decorazione di cubi in prospettiva.
  • nel 74 a.c. fu ripristinato da Gaio Verre, pretore incaricato di un nuovo restauro.
  • Il tempio tiberiano - In seguito alla distruzione del tempio metelliano, dovuta probabilmente ad un incendio (14 o 9 a.c.), l'edificio venne interamente ricostruito, nella forma che conserva tuttora, e inaugurato nel 6 d.c. dal futuro imperatore Tiberio, che lo dedicò a nome suo e del fratello Druso. Il podio venne ulteriormente alzato e ingrandito (32 m x 49,5 m), ancora con tre strutture in opera cementizia per la cella, il pronao e il tribunale, in origine rivestite da muri in blocchi di tufo dell'Aniene e travertino, oggi scomparsi. Nel podio si aprivano ambienti utilizzati come deposito e banca, chiusi da grate, mentre altri dovevano essere affidati a privati per attività commerciali. L'elevato, in marmo lunense, era un tempio ottastilo periptero, di ordine corinzio, con 11 colonne sui lati lunghi. L'interno della cella era decorato con colonne più piccole dai fusti in marmo giallo antico e aveva un pavimento in mosaico bianco e nero, più tardi sostituito da uno in lastre di marmi colorati. Davanti al tempio si trova un tribunale, più piccolo dei suoi predecessori, dal quale un'ampia scalinata permette di accedere al tempio; altre scale laterali permettevano l'accesso diretto al pronao.
  • Entro la fine del II secolo d.c. il tribunale, non più utilizzato, venne eliminato e rimpiazzato da un'unica gradinata frontale di accesso.
  • In seguito Caligola lo incorporò come vestibolo nei palazzi imperiali del Palatino, ma venne riportato già sotto Claudio all'originaria funzione di tempio con conseguente ristrutturazione.
  • Il tempio doveva già essere in rovina nel IV secolo, quando un muro presso la fonte di Giuturna ne reimpiegò parte del materiale. Un blocco di marmo del tempio fu anche usato per la base della statua equestre di Marco Aurelio nel Campidoglio.
Dalle fonti si sa che nel tempio si riunì più volte il Senato. Inoltre sul podio del tempio era posta una delle tre tribune di Rostri del Foro (le altre erano i Rostri imperiali e quelli sul podio del tempio del Divo Giulio. Da questa tribuna Cesare perorò la sua riforma agraria, la Lex Agraria che era costata la vita ai due Gracchi. Il podio fu anche usato come tribuna presidenziale durante i comizi legislativi, che si tenevano nella piazza. Qui si trovava anche l'ufficio dei Pesi e Misure e nelle stanzette trovate tra gli intercolumni sul lato orientale dovevano avere sede i negozi di banchieri citati dalle fonti.

 Sono conservati gli elementi essenziali per la costruzione di un gruppo scultoreo raffigurante i Dioscuri con i loro cavalli presso il lacus Iuturnae nel Foro Romano . Non si tratta, in questo caso, di statue di culto, bensì di statue votive. Comunque sia, l’accentuazione della loro frontalità, la rigida collocazione ieratica degli eroi e dei loro cavalli rendono le sculture, malgrado il loro stato di conservazione, un interessantissimo esempio di arcaismo culturale, forse suggerito dalla volontà di imitare il più antico gruppo cultuale nel vicino tempio dei Dioscuri, dedicato da Aulo Postumio dopo la vittoria sui Latini presso il lago Regillo nel 499 o nel 496 a.c.




TEMPIO DEI DIOSCURI AL CIRCO FLAMINIO

Le fonti citano a Roma un altro tempio dedicato ai Dioscuri, situato nella zona del Circo Flaminio, probabilmente collocato tra questo e la riva del Tevere: in questa zona infatti, presso la chiesa di San Tommaso ai Cenci, vennero ritrovate le due statue dei Dioscuri attualmente collocate sulla balaustra della piazza del Campidoglio.
A causa dello stretto spazio disponibile ebbe una pianta con cella disposta trasversalmente, come il tempio di Veiove sul Campidoglio e il tempio della Concordia nel Foro Romano. Secondo le ipotesi degli studiosi il tempio potrebbe essere datato tra la fine del II e gli inizi del I secolo a.c. e la sua costruzione essere forse attribuibile a Quinto Cecilio Metello Pio, dopo il suo trionfo sulla Spagna del 71 a.c. L'a attribuzione sembrerebbe confermata dallo stile delle statue attualmente conservate sul Campidoglio.



TEMPIO DEI DIOSCURI A CORI

A Cori, in provincia di Latina, esiste un tempio dei Dioscuri, risalente nella sua prima fase al V secolo a.c. e i cui resti attuali appartengono ad una ricostruzione del I secolo a.c.

Il tempio era situato nei pressi del foro e venne restaurato, come testimoniato da un'iscrizione sull'architrave, verso il I secolo a.c. da due magistrati, che utilizzarono parte del tesoro del tempio ricostruendo l'edificio in stile corinzio.

Il tempio, oltre a luogo di culto, aveva dunque anche la funzione di tesoriera della città.
L'edificio venne inglobato e sulle sue rovine sorsero diversi edifici privati e una chiesa a San Salvatore, del resto anche i Dioscuri erano chiamati I Salvatori. Alcuni resti sono conservati nel chiostro della vicina chiesa di Sant'Oliva.

Ne restano due colonne in stile corinzio che sorreggono un tratto di architrave attraverso cui è stato possibile risalire ai committenti dell'opera e alle divinità a cui il tempio era dedicato e parte del podio. Altri resti sono inglobati in un edificio moderno adiacente ai resti visibili. Le colonne sono alte 10 m e rivestite di stucco in modo da sembrare marmo, hanno un diametro di 90 cm e distano tre m l'una dall'altra. Originariamente il tempio era esastilo, ossia con sei colonne sul fronte principale. La cella del tempio era tripartita, ossia divisa in tre ambienti distinti.



TEMPIO DEI DIOSCURI A NEAPOLIS

A Napoli l'antico tempio dei Dioscuri del I sec. d.c., ricostruito in età tiberiana, rimase in piedi, riutilizzato come basilica di San Paolo Maggiore, il cui fronte, con sei colonne e timpano triangolare completo di sculture, rimase in piedi sino al 1688, quando crollò a causa di un terremoto. L'immagine di ricostruzione a lato è infatti del 1601.

Situata in corrispondenza del foro greco-romano, costruita sui resti del tempio dei Dioscuri, ne restano due colonne di ordine corinzio con i relativi architravi che sporgono dalla facciata. Nel 1962, durante i lavori di ristrutturazione, furono rivenuti resti del primitivo tempio e anche un cimitero.

La chiesa si leva al sommo di una scalinata a doppia rampa, che coincide con la quota del tempio dei Dioscuri su cui fu costruita. Fu fondata tra VIII e IX sec. nella cella del luogo di culto romano, i cui resti risalgono a un restauro del I secolo d.c. voluto da Tiberio Giulio Tarso, liberto di Augusto.

 Dell’originale architettura restano frammenti di mura nel basamento risalenti al V secolo a.c. e un muro in opus reticulatum del III secolo d.c. alla base della scalea, nonché due colonne corinzie ai lati dell’ingresso, resti del portico esastilo crollato, unitamente al timpano e alla iscrizione dedicatoria, nel terremoto del 1688. In facciata sotto le statue di San Pietro e San Paolo, di Andrea Falcone, erano i torsi clamidati dei Dioscuri oggi conservati al Museo Archeologico Nazionale.


TEMPIO DEI DIOSCURI A VENTIMIGLIA

Fin dal VI secolo, monaci anacoreti della Tebaide, avrebbero gestito il piccolo ospizio dove si curava il "fuoco sacro", sito nell'uliveto della Colletta, il poggio fuori le mura della Porta di Tramontana a Ventimiglia.

La Colletta, che dominava dall'alto il sito del "Lago" ospitante il Porto canale medievale, reggeva una chiesa già dedicata a San Michele, ricavata nella struttura di un antico tempietto dedicato ai Dioscuri.



I NOMI

Dioscuri
Castori
Dios Kuroi



LE FESTE

Templum Castoris et Pollucis

Festa celebrata il 13 agosto in onore degli dei Castor et Pollux. Si ricordava la dedicatio del tempio. Per i Romani le corse delle quadrighe erano poste sotto la protezione di Castore e Polluce nati da uno stesso uovo. I giri compiuti dalle quadrighe erano indicati da uova e simboleggiati da 2 delfini, altra raffigurazione storica dei Dioscuri, da Dios Kuroi, i giovani Dei.



I CORRISPONDENTI SANTI COSMA E DAMIANO

A Isernia è sempre stato vivo il culto per i Santi Medici Cosma e Damiano. Fuori del centro abitato, sulla cima d’un poggio ai piedi del quale scorre il torrente Carpino, s’erge un antico eremo, una chiesa loro intitolata.

Secondo la tradizione cristiana, San Cosma e San Damiano, erano due fratelli, forse gemelli o reputati tali, vissuti nella seconda metà del III sec. che praticarono la medicina; infatti i medici, i farmacisti, gli infermieri e i barbieri, che una volta esercitavano la medicina minore, li venerano come loro Patroni. Cosma e Damiano svolsero quell'attività più per virtù soprannaturale che per scienza umana, dimostrando, anche dopo il loro martirio, grandi capacità di guaritori attraverso innumerevoli interventi di tipo miracoloso.

Furono detti anárguroi, ossia "senza argento", perchè si adoperarono senza mai pretendere ricompensa, poiché agivano per santità e non per ottenere profitti. Il culto per questi due santi è sempre stato molto praticato e a loro si attribuiscono eccezionali qualità taumaturgiche. Naturalmente ci si chiede come campassero ma evidentemente erano di famiglia ricca, e ci si chiede anche perchè non si facessero pagare dai benestanti, pur essendo gratuiti per i poveri, ma evidentemente avevano orrore dei soldi.

A parere di molti, il culto dei SS. Cosma e Damiano sarebbe una sopravvivenza cristiana del culto pagàno dei Dioscuri: Castore e Polluce, i figli gemelli di Giove e Leda. Collin de Plancy, infatti, trattando dei due Santi Medici, dice che a Roma la chiesa che porta il loro nome « è l’antico tempio di Castore e Polluce ». I Diòs Kouroi, col fisico di abili e possenti atleti, erano sempre pronti ad accorrere dove qualcuno era in pericolo e, pertanto, rappresentavano la soprannaturale forza ausiliatrice.

Castore e Polluce, chiamati negli antichi testi i "Salvatori di molti uomini", erano le figure sacre da invocare per ogni assistenza repentina, perchè coi cavalli arrivavano veloci, e pertanto assimilabili da Cosma e Damiano, medici soccorritori in caso di malattie. La cristianizzazione delle antiche divinità romane, greche, sannite e latine avvenne spesso in questo modo, creando personaggi simili, ma martiri e santi, o per nomi assonanti.


10 maggio 2015

- Castore e Polluce, dopo il restauro, tornano alle pendici del Palatino, nel Tempio di Romolo, riaperto per l’occasione. Il gruppo scultoreo in stile arcaico fu ritrovato in pezzi nella vicina vasca della fonte Giuturna, così chiamata in onore della ninfa con cui i romani personificavano la fonte sacra, Lacus Iuturnae. 

Sette sculture legate alla fonte Giuturna tornano a essere esposte al pubblico nel Tempio di Romolo, che ha riaperto al pubblico proprio per quest’occasione. Il gruppo è composto dai Dioscuri con i rispettivi cavalli, mentre l’ara riporta le immagini legate alla loro leggenda. Li accompagna una statua di Apollo, che probabilmente decorava il vicino Statio Aquarum, la sede dell’amministrazione degli acquedotti, e la sponda in marmo bianco del pozzo della sorgente. 
Il parapetto, perfettamente conservato, riporta due iscrizioni che ricordano il magistrato Marcus Barbatius Pollio (I sec. a.c. età augustea), il quale lo dedicò a Giuturna. "Iuturnai sacrum" si legge, con riferimento alla ninfa con la quale i romani personificavano la fonte sacra. E’ una delle sorgenti più importanti dell’antica Roma: le sue acque erano ritenute salutari. 

La leggenda vuole che i Dioscuri siano apparsi ai Romani per guidarli contro i Latini, alleati di Tarquinio il Superbo, nella battaglia al Lago Regillo (499 a.c.) per la difesa di Roma. Furono poi visti abbeverare i loro cavalli alla fonte di Giuturna e annunciare in città la vittoria. La sorgente, che scaturiva ai piedi del Palatino, tra il Tempio di Vesta e quello dei Càstori, fu individuata dagli scavi di Giacomo Boni nel 1900. 

La mostra ha offerto l’occasione per restaurare il gruppo scultoreo in stile arcaico, ritrovato in pezzi nella vasca della fonte, e databile tra la fine del II a.c. e l’inizio del I sec. a.c. Le preziose statue dei Dioscuri provengono dall’area archeologica che si trova a poca distanza dal Tempio di Romolo. I più curiosi possono individuare con precisione dove sgorgava l’acqua. L’allestimento, molto curato, restituisce perfettamente le suggestioni e i riflessi dell’antica sorgente. 
Ancora oggi il tempio conserva un pozzo quadrato senza parapetto, visibile attraverso un vetro nell’area destra del pavimento della rotonda, e nella cripta una sorgente d’acqua, utilizzata nella liturgia medievale dall’adiacente chiesa dei Santi Cosma e Damiano. 

Il tempio di Romolo oggi si presenta come un edificio di mattoni coperto a cupola con un imponente portale. Nonostante il restauro integrale avvenuto nel XVII secolo, non ha subito sostanziali modifiche. Ma è soprattutto l’imponente porta di bronzo a impressionare. Persino la serratura è ancora quella originale e perfettamente funzionante. 
Fu riallestita così come la vediamo oggi dopo gli scavi fatti da Rodolfo Lanciani alla fine del XIX secolo, che fra l’altro riportarono alla luce la quota pavimentale antica. Nel restauro eseguito dalla Soprintendenza per gli interventi legati al Giubileo del 2000, è stata completamente demolita la volta barocca ricostituendo la volumetria antica. -

Vedi anche: LISTA DELLE DIVINITA' ROMANE


BIBLIO

- Dionigi di Alicarnwsso - Antichità romane - libro I -
- Apollodoro - Biblioteca - III -
- Ovidio - Metamorfosi - VI -
- Rodolfo Lanciani - Rovine e scavi di Roma antica - Roma - Quasar - 1985 -
- Jorg Rupke - Communicating with the Gods - in A Companion to the Roman Republic - Blackwell - 2010 -


NEAPOLIS - NAPOLI ( Campania )


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L'ANTICA PERTENOPE

Dopo gli Osci e i Greci, Neapolis fu romana. Nel VIII sec. a.c. il primo stanziamento avvenne sulla collina di Pizzofalcone e sull'isolotto di Megaride da parte dei Cumani, sviluppandosi in un centro abitato chiamato Partenope, dal nome della Sirena vinta da Ulisse, il cui sepolcro, secondo le fonti, fu ritrovato sulla costa napoletana, col corpo ancora intatto.

Non è difficile comprendere che Partenope, nome indubbiamente greco, era un'antica Dea del mare, certamente sirena visto che le antiche Dee emergevano dalle acque ed avevano coda di pesce, anzi in genere erano bicaudate. Con l'avvento del patriarcato se ne è serbato il ricordo, ma come divinità minore.
Infatti Dionisio di Alicarnasso (I sec. d.c.) definisce la città sepolcro di Parthenope e Strabone narra che anche al tempo suo ne era onorata la tomba e si celebravano feste annuali in suo onore.

Numerose sono le testimonianze della fondazione cumana: Scimno di Chio, vissuto nel II sec. d.c., la dice fondata in ossequio ad un oracolo e Strabone, anteriore a lui di un secolo, la definisce colonia dei Cumani.

TEATRO GRECO
In seguito alla distruzione del centro nel VI sec. a.c. ad opera di Cuma, la città fu rifondata in una zona più a valle prendendo il nome di Neapolis, cioè la "città nuova", ancora ad opera dei Cumani stessi insieme a un gruppo di coloni Rodii, verso la fine del VI - inizi V sec. a.c. Il vecchio insediamento di Partenope si chiamò invece Palaeapolis, cioè la "città vecchia".

Alcune monete rinvenute nella necropoli di Porta Capuana raffiguranti la sirena Partenope e la Dea Athena, confermano che Neapolis già esisteva nel 470 a.c., e che alla fondazione della nuova città avrebbero partecipato oltre ai Cumani, anche coloni Phitecusani, cioè siracusani dell'isola di Ischia e forse anche Ateniesi, grandi adoratori di Athena.

Col tempo però l'influenza ateniese decadde a partire dal 420 a.c., mentre il porto della città divenne uno dei più importanti del Mediterraneo, con uno sviluppo urbanistico che rimase tale sino alla metà del I sec. a.c.



NEAPOLIS ROMANA

Quando i Romani iniziarono a penetrare in Campania, la posizione di Napoli si fece sempre più pericolosa per cui i Napoletani dichiararono guerra a Roma nel 328 a.c., ottenendo alleati dai Sanniti e da Nola.

Il console romano Publilio Filone pose allora il campo fra le due città in modo da tagliare le comunicazioni tra loro, e strinse d'assedio la parte vecchia della città. Infine i due magistrati supremi della città, Charilaus e Nymphius, consegnarono la città in mano al nemico a causa di discordie fra i cittadini ed i loro alleati. I napoletani non opposero resistenza, e il Senato Romano decretò a Publilio il trionfo sui Sanniti, in qualche modo aveva vinto.

Da questa resa incondizionata i Napoletani ebbero però una pace favorevole: com'era suo costume Roma lasciò alla città ampie autonomie, lasciando intatti i suoi costumi, la sua lingua e le sue tradizioni greche, creando un patto di solidarietà e di soccorso in guerra soprattutto per la flotta partenopea, nonchè di scambi commerciali, il cosiddetto Foedus Neapolitanum.

Nonostante però i tentativi di Annibale di sobillare i suoi abitanti contro Roma, Neapolis rimase fedele a Roma e fu promossa a municipio romano, perdendo parte delle sue autonomie, sebbene restassero ancora in vigore le fratrìe e le figure di arconti di tradizione greca, ma guadagnando lustro, arte e ricchezza.

Nel I sec. a.c. la città, dichiarata dunque Municipium in base alla Lex Iulia, raggiunse il suo massimo sviluppo, al punto da richiedere un'espansione urbanistica oltre i confini delle originarie mura: ne sono testimonianza i ritrovamenti in corrispondenza del chiostro di Santa Chiara, e gli insediamenti ad ovest, nelle zone di Chiaia e Posillipo e, più oltre, nell'area flegrea, resa accessibile dall'apertura della galleria conosciuta come Crypta Neapolitana.

Nell'82 a.c., nella lotta fra Mario e Silla, Neapolis parteggiò per Mario e la vendetta sillana fu terribile. Neapolis fu saccheggiata, devastata, sommersa dal sangue delle stragi e la sua flotta venne confiscata o distrutta, condannandola ad un periodo di decadenza. Silla era ben lontano dalla illuminata clemenza mostrata poi dalla gens Iulia.

Si narra che a Neapolis si formò la congiura per uccidere Cesare, e che Cassio partì proprio da qui per andare a Roma a uccidere il dictator, proprio quando Miseno surclassava la città per l'importanza commerciale del suo porto e l'aristocrazia romana veniva ormai in città quasi solo per organizzare manifestazioni culturali e spettacoli.

TERME ROMANE
Con la successiva trasformazione da municipio romano a colonia, in città andò affermandosi la lingua latina e si ebbe una graduale ripresa dal periodo di decadenza, come narra Petronio nel Satyricon, con un aumento della popolazione e dei commerci dovuto ai contatti via mare soprattutto con Alessandria nel I sec. a.c.

I romani coltivarono e protessero la cultura ellenistica di Neapolis ed onorarono i filosofi ed i retori che continuamente giungevano a Napoli dalla Grecia. Per questo già in quell'epoca gli abitanti del luogo avevano fama di intenditori e severi critici delle arti e del canto perciò Nerone decise di presentare in anteprima, la sua produzione canora nell'Odeon napoletano prima di esibirsi in Grecia.

Per il suo clima, la sua arte greca e le sue bellezze naturali Neapolis divenne residenza estiva dei patrizi romani, che costruirono tra Puteoli e Sorrento lussuose ville, come Scipione l'Africano, Silla, Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone, Bruto, Cicerone, Orazio, Plinio il Vecchio, Virgilio. Vedio Pollione a Posillipo, e quella di Lucullo, ora Castel dell'Ovo.

Nella splendida villa che era stata di Lucullo trovò la morte nel 476 l'ultimo imperatore, Romolo Augustolo, relegato da Odoacre in esilio.



I MONUMENTI

Il centro storico di Napoli è il più vasto d'Europa e l'area dichiarata patrimonio dell'umanità dall'Unesco è di circa 981 ettari. La Napoli d'epoca romana corrisponde alla napoli greca (che era 72 ettari) piu un'espansione delle mura verso l’area portuale per un area complessiva di 90 ettari circa.

FORO CON MACELLUM
L’accesso principale alla città rimane la Porta Capuana, cosi chiamata perchè conduceva all'importante città di Capua. La linea della costa napoletana iniziò ad avanzare per l’afflusso dei detriti e per il gioco delle correnti. Il porto greco e poi romano iniziò ad insabbiarsi fino ad essere chiuso.

Durante l'epoca romana si ebbe un notevole mutamento sull'impianto urbanistico del V sec., e la città che si espanse sia verso il porto che oltre le mura, con l'estendersi di abitazioni soprattutto nella zona ad ovest dell'attuale via Duomo.

Il Tempio dei Dioscuri, nel decumanus major, l'attuale via Tribunali, si ergeva al centro di una zona molto frequentata in quanto prossima al Foro, decisamente ricco e importante.

Disponeva infatti delle sue caratteristiche tabernae e di due teatri (il teatro grande e il teatro chiuso), in cui si esibì lo stesso Nerone, a quanto narrato da Stazio, Svetonio e Tacito.

Non mancavano i Ginnasi, le biblioteche e gli edifici termali, di cui restano dei ruderi in vico Carminiello ai Mannesi (Mannese, in Napoletano, vuol dire idraulico/stagnino).

Dopo una regressione dell'espansione urbanistica dovuta alla crisi del III sec, nuove fortificazioni sorsero nel V sec. per opera di Narsete che fece allungare le mura sino al porto, nel 556 d.c..



I RITROVAMENTI DELL'800

ACCADEMIA NAZIONALE DEI XII LINCEI


"Nuove scoperte di antichità in sede Mercato.
1. In occasione dei lavori che sono in corso per il risanamento della città, nell'area del medesimo antico sepolcreto a Porta Nolana, donde, si ebbe la iscrizione di C. Eclanio Fortunato (cfi-. Notule 1889 p. 404), fu rimessa in luce il giorno 2 di gennaio un'importante epigrafe posta a P. Plotius Faustinus Scriba jmbticus Neapolilan(orum) aedillcms. È greca e latina, come altre napoletane (cfr. C. I. L. X 1481, 1489, 1490, 1494, 1497, 1504), e contiene nella parte greca il decreto del senato napoletano intorno alle onoranze da rendere al defunto. Di questo prezioso titolo sarà dato il testo con le note dichiarative in uno dei prossimi fascicoli dei Monumenti editi a cura della R. Accademia.

TABERNAE
Nuove scoperte di frammenti epigrafici greci in via della Sellerìa in sezione Pendino.
Proseguendosi i lavori di fondazioni nella strada della Selleria si rinvennero sui primi del mese di dicembre scorso, quasi a livello del mare, tra la continuazione dell'antica via e l'antica murazione, 15 frammenti di lastre marmoree, con iscrizioni greche. Erano confusi tra i materiali del sottosuolo. Riuniti questi frammenti, 11 di essi si connettono fra loro, e presentano gran parte di un'epigrafe, che sembra aver rapporto con le altre iscrizioni greche frammentate pure quivi scoperte. Formano complessivamente l'altezza di m. 0,92, la larghezza di m. 0,55, e la lastra ha il costante spessore di m. 0,025.

Avanzi di antico lastricato scoperti nella via medesima.
In occasione dei cavi per i nuovi edilizi che sorgeranno sull'antica via della Selleria in sezione Pendino, è stato scoperto un lastricato antico di età romana. Trovasi a sinistra, scendendo verso la via del duomo e nello incrocio tra questa via o quella della Selleria. È formato di grossi lastroni rettangolari di pietra calcare, molto somigliante al travertino di s. Maria. Questi lastroni, disposti come quelli che formano il pavimento del Foro di Pompei, hanno quasi tutti la misura di m. 1,15 X 0,70X0,45, e su di essi non scorgesi traccia del passaggio di veicoli. Il lastrico occupa, in senso normale alla via del Duomo, una lunghezza di circa m. 4. Aveva in un lato un margine alquanto rilevato, e presenta, nel senso della via suddetta, la larghezza di m. 2,40 a partire dal margine indicato.

MUSEO DI NAPOLI
Il detto lastricato trovasi anche sotto i muri moderni che reggono il rilevato della via del Duomo, muri che erano stati costruiti sui lastroni antichi, e si prolunga sotto il lato destro della via medesima, con la differenza però che in questa parte i lastroni di travertino sono più piccoli e trovasi a circa m. 1,20 di livello più basso, cioè quasi in piano della via antica di massi poligonali, scoperta presso il vico Fate.

Nuove scoperte di antichità in sezione Pendino.
Proseguendosi i lavori alla strada della Selleria, in sezione Pendino, sono avvenuti questi rinvenimenti :
Alla profondità di m. 2,20 dall'attuale piano stradale della Selleria, verso il vico Fontana dei Serpi, è stato scoperto un altro tronco di antica via lastricata a selci poligonali e con qualche lastra di marmo. Questo tronco spetta ad altra via diversa da quella precedentemente accennata (cfr. Notizie 1889, p. 342), e misura m. 8 in lunghezza, 3 in larghezza e 3,30 sul livello del mare.

In prossimità di questa via, si sono rinvenuti duo frammenti di iscrizione greca, in grossa lastra marmorea, che tra loro si collegano, misurando m. 0,62 di larghezza, 0,79 in altezza e 0,0(3 di spessore.

Tra i materiali del sottosuolo cavati in una fondazione, si è trovato un monumentino epigrafico in marmo bianco a forma conica, nel quale leggesi :

LXS
corona e palma
IMPERIO
PRIMITIVO
PRISCVS

Nuove scoperte di antichità nella Sezione di s. Giuseppe. Nella strada Cisterna dell' Olio, e propriamente nella parte di detta strada che trovasi normale a quella della Trinità Maggiore, eseguendosi lavori di sottofondazione al palazzo n. 23, si incontrò un avanzo di muragliene che presenta una costruzione isodoma a pietrame lavorato, ed è una murazione a scarpata, giacente in linea nord-sud e rispondente, in pianta, alla zona in cui ricadeva parte della costruzione angioina. Il tratto scoperto misura m. 2,1.5 di spessore alla base, m. 0,80 nella parte superiore e 6,60 nella restante parte dell'altezza della scarpa.
Trovasi a m. 5,00 dal piano stradale, aderente all'edificio del Gesù Nuovo, con sovrapposizione del muro del cortiletto della casa mentovata. A questa costruzione di cinta, ampliata nel tratto successivo da Federico di Aragona, era unita la porta reale corrispondente alla strada Trinità Maggiore, e poi demolita nel successivo ampliamento delle mura, per dare luogo a costruzione di nuovi edifici nel perimetro della città. Le murazioni di epoca più antica corrispondono al « Largo s. Domenico Maggiore » .

TEMPIO DI SERAPIDE
Nuove scoperte di antichità nella Sezione di s. Carlo all'Arena. In occasione dei lavori pei nuovi rioni in sezione s. Carlo all'Arena, avvennero le scoperte seguenti; Alla piazza del Reclusorio, demolitosi il casamento degli uffici della Società degli Omnibus, unito al Reale Albergo dei Poveri, ed aperta la nuova via u. 11; eseguendosi lavori per canali, si scoprì una tomba in muratura e tegoli, delle misure approssimative di m. 1,80 X 0,65 X 0,50. Piccoli muri a calcestruzzo componevano i quattro lati, coperti da tre tegoli orizzontalmente, ed altrettanti nel piano di giacitura servivano per adagiare i cadaveri, i cui scheletri, in numero di due, erano collocati in direzione opposta, e la tomba in orientazione da levante a ponente. Non si rinvenne alcun oggetto della suppellettile funebre.

La costruzione della tomba è simile a quella di altre tombe scoperte in questa parte della città.
Nella piazza X del piano regolatore, presso il muro del giardino di proprietà Fusco, in fondo alla via suddetta, furon trovati altri due scheletri sepolti in nuda terra, in semplice fossa e giacenti in direzione opposta, alla profondità di m. 1,30 dal piano stradale. Nella piazza V dello stesso piano regolatore, altri due scheletri, alla profondità di m. 0,80, furon trovati sepolti alla maniera stessa dei precedenti. Nuove scoperte di antichità nella Sezione Vicaria. In un cavo all'angolo del vico Pergola con la via Imbrecciata s. Francesco, a m. circa 3 di profondità dal piano stradale, è stata recuperata una lastra marmorea, in due pezzi, di m. 0,30 X 0,22 X 0,05. Reca incisa la seguente epigrafe:
 •D- M- VALERIAE GRATILLAE- (AE VIXIT • ANN • XXVII • I-D-VIIIIANCHARIvS- attes-conivgi  A- • M • F •

Da queste frequenti scoperte, nella zona in esame, mostrasi sempre maggiormente la estensione del grande sepolcreto orientale della città. Nei lavori di bonifica sul prolungamento del corso Garibaldi, nell'angolo del citato vico Pergola con l'Imbrecciata s. Francesco, presso la proprietà di un certo Napolitano, alla profondità di oltre m. 3,00 dal piano stradale si incontrò un sepolcro in muratura ordinaria in tufo, dove erano state adoperate due tavole di marmo, insignite di iscrizioni, le quali ora si conservano nella sede di questa società storica Napoletana. Sull'una tavola, alta m. 0,45 lunga 0,95, si legge :

COLONIA • AVRELIA • AVG ANTONIANA-FELIX- •NEAPOLIS-
Questo titolo spande nuova luce sulla questione della colonia romana in Napoli. L'altra tavola, lunga m. 0,88, alta 0,355, è rotta in quattro pezzi, due più grandi e due più piccoli, ed è mancante su tutto il margine sinistro di una .striscia, che per ciascuna linea comprende un paio di lettere, e nel lato destro si osserva un frammento spettante alle prime tre righe. Contiene una iscrizione dedicata ad Eliogabalo, il cui nome venne profondamente abraso, quando la sua memoria fu condannata dal Senato. Di caratteri inclinati e punteggiati le lettere, di cui si riconoscono le tracce; in minuscolo punteggiato quelle, di cui non ci è vestigio; ed in semplice minuscolo quelle rimaste sui frammenti non tornati a luce.
imp. m. aVRELLIO anioni no invicto pio felix p o nt OTA POT'C OSPPDIVI-SE -IiVa- VERI • PII • TI-DI VI -ANTOr J INI ...LI m.GN- r l- X filio
L'ortografìa Aurellio, oltre ad essere sicurissima, si ritrova in altre iscrizioni di Eliogabalo {CI. L. X, n. 5827, XIV, n. 2809). L'invicto è richiesto dallo spazio ed è autorizzato da parecchie iscrizioni africane dedicate ad Eliogabalo {C. L. I. Vili, n. 4440, 10267, 10334, 10381)."



OGGI

Ed ecco come le nostre opere d'arte giacciano abbandonate senza cura sul suolo italiano:

Napoli - Valore Inestimabile. Eppure una statua in marmo acefala effigiante un imperatore romano giaceva nell'androne di un palazzo a Napoli. Grande lo stupore dei condomini dello stabile del quartiere Fuorigrotta quando i carabinieri del nucleo tutela del patrimonio culturale hanno posto sotto sequestro il cimelio.

La scultura in marmo bianco priva di testa faceva bella mostra nel cortile del palazzo sin dagli anni ’30. La statua ritrae un imperatore di epoca antonina.



BIBLIO

- Ida Baldassarre - Napoli ellenistica e la produzione pittorica campana - Pittura su materiali lapidei, legno, vetro. Rivestimenti parietali in materiali diversi e loro rapporto con la decorazione dipinta - École française de Rome - 1998 -
- D'Ambra, E. - "Women in the Bay of Naples." A Companion to Women in the Ancient World. Chichester: Blackwell Publishing - 2012 -
- Alfonso De Franciscis - The National Archaeological Museum of Naples - Interdipress - 1974 -
- Alfonso De Franciscis - Underwater discoveries around the Bay of Naples - in "Archaeology" -  XX  - 1967 -


 



TEMPIO DI APOLLO PALATINO


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EDICOLA DI VESTA (SINISTRA), TEMPIO DI APOLLO (DESTRA)

LA STORIA

Apollo, Dio del sole, delle frecce che scagliano la peste, del canto e della musica, e del vaticinio, veniva normalmente raffigurato coronato di alloro, simbolo di vittoria, sotto il quale sembra che il Dio fosse nato. Suoi attributi tipici erano l'arco, la cetra, il tripode sacro dove vaticinavano le Pitonesse, i lupi, le cicale (a simboleggiare la musica e il canto), falchi, corvi e serpenti, questi ultimi con riferimento ai suoi poteri oracolari e il grifone. A Roma aveva due templi principali: il tempio di Apollo Sosario e il tempio di Apollo Palatino.

Il tempio di Apollo Palatino, così chiamato perchè sorgeva sul colle Palatino, fu promesso in voto da Ottaviano se avesse ottenuto la vittoria sul Nauloco nell'importante battaglia contro Sesto Pompeo nel 36 a.c.

I Romani avevano un diverso modo da quello di oggi di fare voti alla divinità. Per un romano il voto doveva essere adempiuto solo se il Dio aveva fatto la grazia, o fatto accadere ciò che il richiedente auspicava. Se il Dio non accordava il voto era automaticamente sciolto. Al contrario se la grazia si otteneva la promessa fatta doveva essere mantenuta a tutti i costi, pena l'ira degli Dei. Infatti sulle epigrafi veniva scritto ad es.: Ho edificato quest'ara perchè il tale Dio si è comportato bene.

Il rapporto cogli Dei era dunque abbastanza libero e nessun romano si sarebbe sognato di adempiere il voto prima che la divinità avesse ottemperato alla richiesta, insomma il voto era un "do ut des" ma in modo razionale, prima la grazia poi l'ottemperanza del voto.

Il tempio di Apollo venne costruito nel luogo in cui era caduto un fulmine all'interno delle proprietà di Augusto sul Palatino, fulmine interpretato come segno divino, secondo l'uso dei tempi. Il tempio venne inaugurato, cioè dedicato, il 9 ottobre del 28 a.c., quindi 6 anni dopo aver pronunciato il voto, d'altronde per edificarlo c'era voluto il suo tempo. In realtà vennero fatti costruire da Augusto sul Palatino ben quattro templi, ma il più importante e sontuoso era il tempio di Apollo (Templum Apollinis). Già che c'era Augusto celebrò col tempio anche la vittoria ottenuta ad Azio su Marco Antonio.

COPIA DELL'APOLLO
DEL TEMPIO
Il luogo su cui sorse il tempio faceva parte della Domus Augustana, un'area di proprietà di Augusto, acquistata a sue spese.  Infatti la casa di Ottaviano era collegata alla terrazza del santuario per mezzo di corridoi voltati e affrescati, secondo le usanze regali ellenistiche, dove la dinastia era legata agli Dei. Non a caso Ottaviano divinizzò Giulio Cesare, poi se stesso e sua moglie Livia.

Inoltre Augusto dimostrava una devozione particolare per Apollo, da cui si sentiva protetto e anche un po' esaltato. Fece scandalo presso gli antichi romani un'indiscrezione della reggia augustana, sewcondo cui ad un banchetto Ottaviano e i suoi convitati si erano vestiti con gli attributi delle divinità, e Augusto avrebbe personificato proprio Apollo. Per i Romani fu un comportamento blasfemo, ma lo perdonarono perchè fu molto amato.

Dopo la presa di potere da parte di Augusto, nel 27 a.c., questi intraprese il rinnovamento dei templi e degli edifici pubblici romani, dando luogo a un nuovo stile detto "protoaugusteo" che è rappresentato proprio dal tempio di Apollo Palatino.

Nel completamento del Foro di Cesare, la ricostruzione del tempio di Saturno, i restauri della Regia, il tempio del Divo Giulio e quello di Apollo Palatino e il rifacimento del tempio di Apollo in Circo si notano questi primi capitelli corinzi, progettati ed eseguiti a Roma, con volute spesso non staccate e viticci con rosette tra elici e volute.

L'acanto presente nei capitelli e nelle trabeazioni ricerca il naturalismo, le foglie sono più larghe e piatte, le nervature sono più rilevate e così i margini che sostengono la parte cedevole della foglia all'interno dei lobi. Le decorazioni divennero più ricche, dettagliate e accurate.

Era in questo tempio che furono conservati i Libri Sibillini. Il tempio era al centro di un piazzale circondato da un portico, sul cui lato orientale c’erano due biblioteche. Qui e nel tempio si riuniva spesso il senato in età imperiale, in seguito ceduto allo Stato.



DESCRIZIONE

L'area Apollinis, cioè l'area recintata antistante il tempio di Apollo Capitolino, era una terrazza artificiale di 70 m x 30, quindi di dimensioni notevoli, e poggiava su sostruzioni in opera quadrata. Nella parte nord della terrazza il tempio si elevava su un alto podio costruito in blocchi di tufo interamente rivestiti di travertino, con tratti intermedi riempiti in cementizio. Il podio fu ritrovato quasi completamente spogliato del rivestimento.

TAVOLE IN TERRACOTTA DEL TEMPIO
L'alzato del tempio era in blocchi di marmo lunense e aveva un portico di colonne in giallo antico arricchito con cinquanta statue delle Danaidi poste negli intercolumni mentre statue di culto di
Apollo, latona e Artemide vennero portate direttamente dalla Grecia.

Il pronao aveva sei colonne sulla fronte, mentre sui lati l'ordine proseguiva con lesene addossate ai muri esterni della cella. Restano tracce del pavimento marmoreo, delle colonne e dei capitelli corinzi.
L'interno del tempio era rivestito di lastre in terracotta con rilievi policromi con soggetti per lo più mitologici.

Sono come le cosiddette "lastre Campana" e raffigurano vari soggetti in stile arcaio: Perseo che consegna ad Atena Medusa sconfitta, la lotta tra Heracle e Apollo per la conquista del tripode delfico, quindi del potere oracolare, delle fanciulle che ornano un betilo. Altri però pensano che appartenessero a un edificio antico della zona, forse il portico delle Danaiadi e sono datbili tra il 36 e il 28 a.c. Oggi sono conservate nell'Antiquarium del Palatino.

Le fonti antiche riferiscono che il tempio avesse porte rivestite in oro e in avorio e sede di numerose opere di scultura: due bassorilievi con i Galati cacciati da Delfi ("tripode delfico") e con il mito dei Niobidi e sculture di Bupalos e Athenis, scultori di Chio della seconda metà del VI secolo a.C., sul frontone.

Il gruppo di culto all'interno della cella aveva tre statue:
quella di Apollo citaredo, opera dt Scopas e forse proveniente dal santuario di Apollo a Ramnunte, in Attica; una statua di Diana, opera di Timoteo; una di Latona, scolpita da Cefisodoto il giovane.

Nel basamento della statua di Apollo erano stati deposti i libri sibillini, qui trasferiti dal tempio di Giove sul Campidoglio.

L'area Apollinis

Il tempio era circondato da un portico (portico delle Danaiadi) con colonne in marmo giallo antico e con le statue delle cinquanta figlie di Danao inserite tra i fusti, l'effige di Danao con la spada sguainata e le statue equestri dei figli di Egitto.

Davanti al tempio c'era un altare affiancato dalle sculture della Mandria di Mirone e da una statua di Apollo in marmo greco (che è stata rinvenuta e che pare non sia la statua di culto), collocata su un basamento ornato da rostri.

La contigua biblioteca (bibliotheca ad Apollinis), secondo la Forma Urbis Severiana, era costituita da due sale absidate, con le pareti ornate da un ordine di colonne.



I RESTI

Il tempio oggi appare completamente spogliato; rimane soltanto il nucleo del podio in opera cementizia.

Della ricchissima decorazione marmorea rimangono solo pochi frammenti così come per la statua di Apollo (parte del volto e di un piede sono conservati nel Museo Palatino).

La libreria adiacente (Bibliotheca Apollinis), secondo la Forma Urbis Romae, era costituito da due sale absidale, con le pareti decorate da una fila di colonne, gli scarsi resti di queste sono pertinenti a un rifacimento domizianeo.

I resti dell'edificio furono scavati nel 1865 e nel 1870 da Rosa, poi da Bartoli nel 1937 e da Gianfilippo Carettoni dal 1956, in una zona con forte declivio verso il Circo Massimo, che conteneva un altare di fronte al gruppo scultoreo "La mandria di Mirone", situata su una base elaborata. 

Il rinvenimento al di sotto del tempio di strati repubblicani di abitazioni con pavimenti in mosaico hanno confermato sia la datazione augustea dell'edificio, sia l'individuazione sia del tempio, sia della vicina casa di Augusto, nella quale era stato ricavato l'edificio sacro.

Negli scavi dell'area sono stati ritrovati soggetti sacri e mitici legati al culto di Apollo che dovevano decorare il portico detto delle Danaidi, collegato al tempio. Negli scavi sono state ritrovate anche tre delle Danaidi; tre erme in marmo nero antico scoperte vicino al basamento del tempio.

Ne sono visibili tracce del pavimento marmoreo e frammenti delle colonne e dei capitelli corinzi. Sono stati scoperti parte dello stipite marmoreo di una porta, con la rappresentazione del tripode delfico, e frammenti di una grandiosa statua di Apollo in marmo greco. Resti di case repubblicane che si trovano sotto l’edificio confermano che esso fu costruito per la prima volta in età augustea.

Il frontone includeva due bassorilievi della caccia il Galati, proveniente da Delfi, del VI sec. a.c., con sculture dei Niobidi provenienti da Bupalus e Atene.  

Il gruppo di culto nella cella includeva, come già detto, una statua di Apollo Citaredo, attribuito a Scopas e forse proveniente dal santuario di Apollo a Rhamnus in Attica; una scultura di Diana, di Timoteo, e una di Latona, scolpita da Cefisodoto. 

Nelle mensole alla base della statua di Apollo erano collocati i Libri Sibillini, trasferiti qui dal tempio di Giove sul Campidoglio, come narra Svetonio.

Il tempio era circondato da un portico (il portico del Danaiadi) con colonne marmoree di 'giallo antico, e con statue di marmo nero delle Danaidi cinquanta tra i fusti di colonne, una scultura di Danaos con la spada sguainata, e statue equestri dei figli di Egitto.

Le lastre Campana sono dei rilievi in terracotta, anticamente dipinti, utilizzati come rivestimenti per la decorazione di edifici pubblici e privati, a partire dal II quarto del I sec. a.c.. Gli esemplari di maggiore qualità sono generalmente di epoca augustea, ma il loro uso continuò in epoca giulio-claudia e si prolungò fino al II sec. d.c.

Le lastre erano fabbricate in serie, nello stesso modo delle tegole e dei laterizi, e realizzate a matrice. L'uso risale probabilmente alle decorazioni in terracotta presenti nell'architettura degli Etruschi e riflette forse le decorazioni in bronzo applicate su basi e altari o come rivestimento di pareti.

Le terracotte raffigurano scene o motivi decorativi raffigurati soprattutto in stile neoattico, in modo simile alla ceramica aretina e a rilievi marmorei decorativi, in cui si ripetono i temi iconografici. Sono raffigurate scene mitologiche, scene di culto, temi dionisiaci, scene delle corse nel circo, scene di ambiente teatrale, allegorie di vittorie; alcuni sono di carattere puramente decorativo, con figure in schemi araldici, animali, volute e motivi vegetali.

"La villa Mattei sarebbe stata fondata tra gli avanzi della casa Augustana e del portico delle Danaidi nell'anno 1515 (Gregorovius, tomo VIII, p. 459); ma la data non è sicura."
(Rodolfo Lanciani)

LE FESTE

Templum Apollinis Palatini
Era la festa celebrata il 9 ottobre, in cui si ricordava la dedicatio del tempio di Apollo sul Palatino avvenuta nel 28 a.c, Vi si svolsero gran parte delle cerimonie per la celebrazione dei ludi seculares nel 17 a.c.


BIBLIO

- Svetonio - Augustus -
- Antonio Maria Colini - Il tempio di Apollo - Governatorato di Roma - Roma - 1940 -
- Samuel Ball Platner (completato e rivisto da Thomas Ashby) - Aedes Apollinis Palatini - A Topographical Dictionary of Ancient Rome - Oxford University Press - Londra - 1929 -
- Giuseppe Lugli - Le temple d'Apollon et les édifices d'Auguste sur le Palatin - Comptes rendus des séances de l'Académie des Inscriptions et Belles-Lettres - vol. 94 - 1950 -

 



 

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