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SEPOLCRO DI LARGO TALAMO


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L'ESTERNO DEL SEPOLCRO

Il sepolcro di Largo Talamo in via Collatina risale alla prima metà del I secolo d.c. ed è collocato nella zona del Quartiere Tiburtino meglio nota come San Lorenzo, realizzato in epoca Romana con diversi interventi successivi.

Si tratta di una struttura rinvenuta durante alcuni scavi nel 1935 in un cantiere per la costruzione di fognature all’angolo tra via dello Scalo S. Lorenzo e via dei Sardi, a circa 5 metri di profondità, lungo quello che era il tracciato dell'antica Via Collatina e successivamente della Via di Malabarba.

Il monumento era posto lungo l’antica via Collatina, che iniziava a Porta Tiburtina e seguiva un percorso ricalcato fino al ‘900 dal Vicolo di Malabarba. Il primo tratto della via Collatina è ancora riconoscibile all’interno del quartiere di S. Lorenzo nella diagonale di Via dei Falisci, Largo degli Osci, via degli Apuli, dove i palazzi sono stati costruiti prima che fosse attuato il piano regolatore del 1909.

IL MONUMENTO LLA FINE DEL 1800

VIA DI MALABARBA

Via di Malabarba era una strada, oggi non più esistente, che sorgeva nel territorio del Quartiere Tiburtino, e partendo dalla Porta San Lorenzo, quella da cui aveva inizio anche la Via Tiburtina, passava nell'area attualmente occupata dal Quartiere San Lorenzo e, passando a sud dell'area del Verano, raggiungeva Casal Bertone e da lì si congiungeva alla Tenuta di Pietralata.

Il nome della strada deriva da una mola presso un Oratorio di Santa Barbara, pertanto Mola di Santa Barbara corrotta in Mola Barbara e poi in Malabarba. 

Il tracciato di Via di Malabarba doveva corrispondere al primo tratto della Via Collatina che, uscendo da Porta Tiburtina, conduceva infine all'antica città di Collatia.


IL MONUMENTO

Il monumento funebre di largo Talamo era costituito in origine da un basamento costituito di lastre di travertino, cui era sovrapposta una struttura cilindrica. Il sepolcro venne coperto da un edificio poi abbattuto, smontato e ricostruito in largo Eduardo Talamo. 

La struttura era realizzata con un podio a base quadrata di 5,5 metri di lato per 2,7 metri di altezza con al di sopra un basso tamburo cilindrico; podio e tamburo erano in "opus cementitium" (una tecnica edilizia inventata dai Romani. dove la malta era composta da calce mescolata con sabbia). 

L'introduzione del cementizio avviene agli inizi del III secolo, e i muri venivano interamente rivestiti all'esterno in "opus quadratum" (sovrapposizione di blocchi squadrati a parallelepipedo di altezza uniforme, messi in opera in filari omogenei con piani di appoggio continui) in travertino.

L’ingresso del sepolcro era rivolto a sud ed il lato principale ad ovest; su quest’ultimo era posta una panchina in travertino con sostegni a zampa di leone e l’iscrizione con indicate le misure della tomba:
In Fr(onte) P(edes) XXXII
In Agr(o) P(edes) XX.
Dal lato dell’ingresso era il vestibolo, un vano di XII piedi di larghezza, successivamente riutilizzato come colombario di cui non resta traccia.

L'INTERNO
Sulla fronte la maggiore lunghezza del lato era data dalla presenza di un piccolo vano che fungeva in origine da vestibolo, poi riutilizzato come colombario, quando dopo un passaggio di proprietà, il nuovo possessore decise di dedicarsi alla speculazione funebre, attività commerciale abbastanza remunerativa nell’antica Roma.                                                                              Fu poi interrato nella tarda antichità. Della cella circolare manca il pavimento, mentre è parzialmente conservato il bancone che correva tutt’intorno, dedicato ai banchetti funebri.                                                                                                    
Sono anche conservati i pilastri di travertino sormontati da pulvini (elementi architettonici a forma di tronco di piramide rovesciata, posti tra il capitello e l'imposta dell'arco) su cui si impostava la copertura a volta o a cupola, andata poi distrutta.
Tra i pilastri vi sono delle nicchie con incassature rettangolari (dette formae), nelle quali, al momento della scoperta, furono trovati due cinerari ed una sepoltura ad inumazione.

All’interno del sepolcro la cella aveva la parete in opus reticolatum, e le quattro nicchie erano ricavate in corrispondenza dei 4 angoli del podio con un sedile in travertino addossato alla parete circolare; tra le nicchie erano disposti 4 pilastri in travertino che sorreggevano la volta. Nelle nicchie si trovarono alcune urne e uno scheletro.

Il sepolcro venne riutilizzato secoli dopo per due sarcofagi in terracotta rivestiti di intonaco e marmo con bolli laterizi risalenti al 180-212 d.c.. L’intera cella e il sedile erano rivestiti con intonaco rosso con fasce più scure agli angoli e decorazioni di rombi e festoni floreali alternati alle nicchie e ai pilastri; questi ultimi erano intonacati in bianco con fasce scure agli spigoli.

Al di sopra, sempre all’altezza delle nicchie, correva un fregio su sfondo bianco di quadratini con un punto al centro e una zona bianca ornata di foglie e fiori; le pitture sopra le nicchie erano già semidistrutte al momento della scoperta. Al centro della stanza c'è un pozzo circolare con copertura in travertino per il drenaggio dell’acqua piovana.

Si è conservato l’intero rivestimento in travertino del podio mentre del tamburo sono stati trovati due frammenti della cornice di base e del fregio posto in cima; non è stato ritrovato il pavimento; in conseguenza del trasporto gli intonaci con gli affreschi sono andati tutti completamente distrutti come pure il nucleo cementizio e l’opera reticolata dell’interno. 

Al momento della scoperta durante lo sterro dell’ambiente completamente interrato furono trovati numerosi oggetti: un’ara, statuette, vasi fittili e in vetro, anelli. L’ara ha permesso di identificare i proprietari della tomba, i due fratelli Pomponii, appartenenti a una gens plebea di origine sabina, che si vantava di discendere da Numa Pompilio e a cui apparteneva lo straricco Attico, amico fraterno di Cicerone.

Nella ricostruzione del 1935 venne ripristinata la sola opera quadrata del podio; il tamburo in cemento dovrebbe essere stato ricostruito in epoca contemporanea. Il sepolcro è analogo ad altri mausolei risalenti al I secolo a.c.. Quando venne ritrovato, il mausoleo venne trasferito nel luogo dove adesso si trova, in largo Eduardo Talamo. Il 19 luglio del 1943 il sepolcro fu colpito nel bombardamento di S. Lorenzo e nel dopoguerra fu rimontato, sebbene molto danneggiato, nella forma in cui lo vediamo oggi.

I REPERTI

Nei lavori di scavo vennero rinvenuti numerosi reperti tra cui;
- una piccola ara con una dedica alla famiglia Pomponia, probabile proprietaria del sepolcro.
- una statuetta femminile in marmo,
- il bronzetto di un pigmeo nell’atto di scagliare un giavellotto,
- due lucerne,
- molte monete,
- anelli.

Attorno all'edificio erano stati ritrovati alcuni colombari, che in periodi successivi sono stati sovrastati dalla costruzione di vari edifici. 


BIBLIO

- Samuel Ball Platner - The topography and monuments of ancient Rome - I edizione 1904; II edizione 1911 - Boston - Allyn & Bacon -
- N. Purcell - Tomb and Suburb - Gräberstraßen - 1987 -
- Boris Pahor - Necropoli - trad. Ezio Martin - revisione di Valerio Aiolli - prefazione di Claudio Magris - Fazi Editore - Roma - 2008 -
- Rodolfo Lanciani - Roma pagana e cristiana - 1893 -
- Antonio Bosio - Roma sotterranea - Roma - 1632 -



MAUSOLEO DI MENENIO AGRIPPA


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IL MAUSOLEOA DAL LATO DELL'INGRESSO

La via Nomentana, nel tratto tra il fiume Aniene e la collina del Monte Sacro, era delimitata da sepolcri, come accadeva in epoca antica per la maggior parte delle strade consolari romane. Negli anni venti del secolo XX furono messi in luce resti di tali edifici, nel tratto tra il fiume Aniene e la collina del Monte Sacro, durante gli sbancamenti per la realizzazione del quartiere “Città Giardino”.

Giusto oltre il ponte Nomentano sull’Aniene, (il ponte Vecchio) sulla sinistra dell’antico tracciato della Nomentana, prima di giungere a Piazza Menenio Agrippa, all’interno del parco pubblico "Gaio Sicinio Belluto", si trova un sepolcro relativamente piccolo e a pianta circolare, impostato originariamente su un basamento parallelepipedo. di cui resta la sola opera cementizia in scaglie di tufo, perché il rivestimento è stato sottratto da tempo immemorabile, ed alcuni resti in opera laterizia sono rimasti solo in prossimità dell’ingresso.

Il mausoleo detto di Menenio Agrippa forse dal nome della piazza o viceversa, è dunque sito a Roma in via Nomentana nei pressi del Ponte Nomentano, della Città Giardino e della collina di Montesacro. Esso risale al I-II secolo d.c., l'edificio funerario è stato attribuito a Menenio Agrippa vista la sua vicinanza con la collina di Montesacro, tuttavia Menenio Agrippa Lanato è vissuto 6 secoli prima.


In alcune raffigurazioni del XVI-XVII secolo il mausoleo viene raffigurato con una torre medievale, di cui in epoca moderna non c'è più traccia. Il mausoleo è a pianta circolare, posto su un basamento a forma di parallelepipedo, ed è in opus cementicium (in malta con blocchi di tufo giallo). La camera funeraria è coperta a volta e consta di 4 nicchie, sopra le quali si trovano delle finestre, due delle quali ancora visibili.

Una piccola porzione del muro è stata collocata sulla parte opposta della strada. L'accesso è stato tamponato in seguito all'abbandono del mausoleo per ricavarne un ambiente, in seguito questo accesso è stato chiuso. In epoca non ben precisata sono stati inseriti dei pilastri di rinforzo della struttura sul lato di Via Nomentana.

In realtà il mausoleo si compone di un basamento parallelepipedo su cui poggia un alto corpo cilindrico coperto da una volta a cupola in cui sono innestate molte anfore onde alleggerire la struttura; il terreno presenta una ripida discesa sulla strada per cui il basamento è visibile solo dal lato della strada, mentre dal lato opposto, all’interno del giardino pubblico, il terreno arriva all’altezza del tamburo.

ANTICA FOTO CON IL MAUSOLEO ED IL PONTE NOMENTANO SULLO SFONDO

L’ingresso dotato di un’ampia arcata era posto sul retro rispetto alla strada e dava sul piano superiore della struttura. Il portale in epoca moderna è stato murato lasciando l’interno inaccessibile; esternamente. come si può vedere nella foto qua sotto, sono state realizzate delle costole di sostegno alla struttura antica.

Il mausoleo, anticamente invece di notevoli dimensioni, risale al I-II secolo d.c., ma oggi ha il solo nucleo in cementizio e parte del paramento in laterizio, conservato presso l’ingresso. La camera funeraria conserva larghi tratti dell'antico rivestimento. Esternamente, sul lato Est, è conservata una finestra a strombo della struttura originaria, mentre i pilastri sono moderni e sostengono la struttura.

L’ingresso è stato tamponato molto tempo dopo l’abbandono del sepolcro per ricavarne un ambiente il cui accesso è oggi murato. Tra vari interventi di consolidamento di epoca non precisabile spiccano i pilastri che rinforzano la struttura sul lato della via Nomentana.

L’ingresso dotato di un’ampia arcata era posto sul retro rispetto alla strada e dava sul piano superiore della struttura; in epoca moderna è stato murato lasciando l’interno inaccessibile; esternamente sono state realizzate delle costole di sostegno della struttura antica.

ANTICA STAMPA DEL MAUSOLEO DI MENENIO AGRIPPA

CADONO PIETRE DAL MAUSOLEO DI MENENIO AGRIPPA

Cadono pietre dal Mausoleo di Menenio Agrippa, l'antico sepolcro nel cuore di Montesacro. Nella mattinata di oggi alcuni frammenti del monumento si sono staccati crollando a terra sul marciapiede di via Nomentana, accanto ad alcune auto posteggiate. Solo il caso ha voluto che nessuno si trovasse a passare di li: le parti cadute, massi dal diametro di 10-15 centimetri l'uno, non hanno causato danni a persone o cose.
 
A segnalare quanto successo il presidente del Comitato di Quartiere Talenti, Manuel Bartolomeo: "Il mausoleo perde pezzi. I cedimenti, questa volta, non hanno causato danni né a persone né a cose. Un episodio che preoccupa i cittadini e, pertanto, auspichiamo in un pronto intervento da parte degli organi competenti". Cadono frammenti dal mausoleo di Menenio Agrippa


Il quartiere aveva richiesto messa in sicurezza struttura

Un intervento a più riprese invocato anche dal quartiere, da quella comunità di Città Giardino che proprio non ci sta a vedere quell'antico mausoleo soccombere ad incuria e degrado. Il monumento ad oggi infatti appare in totale stato di abbandono: con erbacce sul perimetro e grandi piante nate tra le pietre che lo compongono.
 
Le segnalazioni del CdQ Città Giardino

"In questi mesi abbiamo più volte segnalato lo stato del mausoleo portando in sopralluogo al monumento anche l'assessore all'Ambiente D'Orazio e il presidente della commissione Lavori Pubblici Rauccio. L'amministrazione pertanto era a conoscenza diretta delle condizioni dell'antico sepolcro. Come Comitato abbiamo chiesto un intervento di ripristino del decoro e delle condizioni di sicurezza soprattutto su quelle radici che ne stanno minando la stabilità. Oggi quanto avevamo previsto purtroppo si è puntualmente verificato" - ha detto a RomaToday Simona Sortino, presidente del CdQ Città Giardino.
 
Un parco da far rinascere

Verifiche sullo stato attuale e messa in sicurezza di tutta struttura quanto chiesto dal quartiere che attende ancora la rinascita dell'intero parco: quel Caio Sicinio Belluto dalle grandi potenzialità e che invece oggi è solo fucina di pericoli e degrado.


BIBLIO

- Samuel Ball Platner e Thomas Ashby - Dizionario topografico dell'antica Roma - Londra - Oxford University Press - 1929 -
- Corpus Inscriptionum Latinarum - X - Berlino - Reimerum -1933 -
- Giovanni Maria De Rossi - Lazio meridionale - Roma - Newton Compton - 1980 -
- Marchese Giuseppe Melchiorri - Nuova Guida Metodica di Roma e suoi contorni - 1834 -



CATACOMBE DI SANTA FELICITA


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Le catacombe di Santa Felicita sono una catacomba di Roma, posta sulla via Salaria nova, nel moderno quartiere Salario, conosciuta anche col nome di catacomba di Massimo, dal nome del proprietario del terreno in cui fu scavata, come era previsto dalla legge dell'epoca. Dopo l'editto di Milano del 313 la catacomba prende il nome del martire più conosciuto che vi è sepolto; in molti casi nei documenti antichi è trasmessa la duplice denominazione.

FELICITA E I SETTE FIGLI
Il nome di catacomba di santa Felicita compare per la prima volta nel Liber Pontificalis, e nel XVII secolo la catacomba era conosciuta come catacomba di sant'Antonio, in quanto il terreno in cui si trovava era di proprietà del monastero di sant'Antonio, monastero collocato però nella cittadina francese di Vienne.

Nella catacomba sono ricordati due martiri: Felicita ed il figlio Silano. La Passio di Felicita narra che, ricca vedova romana, fu accusata di pratiche cristiane durante l'impero di Antonino Pio (tra il 138 e il 161 ). Dapprima fu interrogata da sola dal prefetto di Roma Publio, senza risultato. 

Il giorno dopo Publio fece condurre davanti a lei i sette figli (Gennaro, Felice, Filippo, Silano, Alessandro, Vitale e Marziale) che, a causa della loro fermezza nel rifiuto di rinnegare la fede, furono martirizzati uno alla volta con diversi supplizi. Infine anche Felicita fu uccisa. Ma si dubita molto dell'esistenza della matrona Felicita, figuriamoci dei sette figli.

Per ordine di papa Bonifacio I (418-422) nella catacomba venne edificata una basilichetta ipogea dedicata al martire Silano, e, in superficie, un oratorio dedicato a Felicita. Il Papa si poi si fece poi seppellire in un sepolcro subdiale, accanto all'oratorio di Felicita. Queste tre costruzioni erano ancora visibili nel XVI secolo e compaiono nella pianta di Roma del Bufalini (del 1551).

Con la traslazione delle reliquie di Felicita nella chiesa di Santa Susanna dentro le mura di Roma ad opera di papa Leone III (inizi del IX secolo), la catacomba fu progressivamente abbandonata e dimenticata.

SANTA FELICITA

Alla fine del XVIII secolo furono scoperte nei pressi di un edificio pericolate, da cui partiva una scala che scendeva in gallerie cimiteriali, lastre marmoree con iscrizioni ed epigrafi, collegabili alla sottostante catacomba. Fu grazie all'opera dell'archeologo Giovanni Battista de Rossi, nell'Ottocento, che avvenne l'identificazione di questa catacomba con quella di Felicita.

La catacomba di santa Felicita si articola su tre livelli: 
- nel primo livello, quello più antico, è posta la piccola basilica dedicata al martire Silano, la cui costruzione risale alla seconda metà del IV secolo: le reliquie del martire erano poste in un altare in fondo alla basilichetta. 

Nello stesso ambiente vi era una pittura, scoperta nel 1884 e risalente alla fine del VII secolo o gli inizi dell'VIII, di matrice bizantina, che ritrae Felicita circondata dai suoi sette figli. Di essa oggi rimangono pochi frammenti, a causa di una frana della parete: si conserva comunque una copia, fatta eseguire dal de Rossi al pittore Gregorio Mariani.

LE CATACOMBE

IL CULTO

Il culto dei sette fratelli è diffuso in varie località, sostenuto dalla traslazione di reliquie, che in alcuni casi è un corpo santo che avrebbe dovuto sostenere il culto. Si dicono corpi santi le salme estratte da antichi cimiteri e catacombe e poi traslate in diverse località dentro e fuori Italia facendole passare per reliquie di santi martiri:

- Garbagnate Milanese (MI), spoglie di San Gennaro, detto uno dei sette fratelli, ma in realtà è un corpo santo. Le reliquie erano già venerate a Milano, nella Chiesa di S. Maria in Aracoeli, demolita nel 1937.
- Bagnoli del Trigno (IS), spoglie di S. Vitale, uno dei sette fratelli, in realtà è un corpo santo.
- Carrodano (SP), venera Santa Felicità e i sette fratelli.
- Collarmele (AQ), venera Santa Felicità e i sette fratelli.
- Isca dello Ionio (CZ), venera e conserva una reliquia di S. Marziale.
- Leno (BS), venera e conserva una reliquia dei Santi Vitale e Marziale.
- Livagra (LO), venera e conserva le spoglie di S. Gennaro, ma in realtà è un corpo santo.
- Montagano (CB), venera S. Alessandro.
- Montauro (CZ), venera tra i suoi compatroni un S. Alessandro, che potrebbe essere uno dei santi fratelli.
- Montepaone (CZ), venera come patrono e conserva la reliquia in un busto di S. Felice, che potrebbe essere uno dei santi fratelli.
- Ottobeuren (Germania), venera e conserva una reliquia di S. Alessandro, uno dei santi fratelli
- Ranica (BG), venera Santa Felicità e i sette fratelli.
- Romagnano Sesia (NO), venera e sono conservate le spoglie di S. Silvano (Silano), ma in realtà è un corpo santo.
- Sozzago (NO), venera S. Silvano (Silano).
- Torricella Peligna (CH), venera come patrono S. Marziale.
- Turbigo (MI), venera “S. FELICITAS MARTIR CUIUS FESTUM EX VOTO COMUTIS TURBIGI CELEBRUN DIE VIGIEMO TERO NOVR OB LIBERATIONE A PESTE - M. GERARDINIS 1632” (traduzione: Santa Felicita martire di cui si celebra la festa per voto della comunità turbighese, il giorno 23 novembre, per la liberazione dalla peste, M. Gherardini, 1632).


BIBLIO

- De Santis L. Biamonte G. - Le catacombe di Roma - Newton & Compton Editori - Roma - 1997 -
- De Rossi G. B. - Il cemitero di Massimo nella via Salaria nuova - in Bullettino di Archeologia Cristiana - 1863 -
- Ferrua A. - Nuove iscrizioni datate delle catacombe romane - in Epigraphica - 1969 -
- Martina Junghans - Die Armreliquiare des Heiligen Alexander. Eine kunsthistorische Einordnung - in Heilige Helfer - catalogo della mostra - Diözesanmuseum Osnabrück - 2001 -
- Giovanni Battista De Rossi - Scoperta di una cripta storica nel cimitero di Massimo - in "Bullettino di archeologia cristiana" - 1884 -



MAUSOLEO DI TOR DI QUINTO


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MAUSOLEO DI TOR DI QUINTO

Lungo la Via Nomentana all'altezza della Basilica di Santa Agnese nel mezzo delle carreggiate si erge un monumento funerario romano di età traianea che è completamente estraneo al luogo in cui si trova.
Il mausoleo è situato presso viale Tor di Quinto, nell’area di proprietà del distaccamento dei Carabinieri a cavallo, tuttavia il monumento, originariamente costituito da due tamburi gemelli, posti su un alto podio parallelepipedo e realizzati in opera cementizia, era stato costruito lungo la via Flaminia antica, con podio e tamburi interamente ricoperti di marmo.   

Oggi si conserva nel sito originario solo il nucleo di uno dei due tamburi gemelli, mentre il rivestimento marmoreo, in parte recuperato durante gli scavi del 1875, fu successivamente trasportato e quindi ricomposto, dopo attenti studi, dall’archeologo Giacomo Boni sulla via Nomentana, nella proprietà del barone Alberto Blanc.

Come lungo tutte le vie che uscivano da Roma anche lungo la Via Nomentana si seppellivano i defunti in catacombe e mausolei, ma quello di fronte a Sant'Agnese era stato eretto lungo la Via Flaminia, nel tratto dopo Porta del Popolo e Ponte Milvio, con una storia emblematica della poca attenzione con cui a Roma era considerato, e in parte avviene tutt'oggi, il patrimonio archeologico della città.

Nel 1820 il Cardinale Camerlengo Pacca emanò un editto considerato il primo documento organico per la protezione artistica e storica di tutti i manufatti d'arte antichi e moderni, dopo però che la Chiesa aveva distrutto e calcinato migliaia e migliaia di capolavori romani di pitture, scultura, architettura e letteratura antiche.

Con il nuovo Regno d'Italia, in nome dei diritti della proprietà privata, i cittadini furono lasciati liberi di disporre di quanto rinvenuto nelle loro proprietà; solo nel giugno del 1902 venne promulgata una legge di tutela del patrimonio artistico nazionale.

Pertanto, nel dicembre del 1875, il proprietario della tenuta di Tor di Quinto poté autorizzare un certo signor Grilli a fare nella sua proprietà, degli scavi archeologici per quindici giorni e ad appena quattro metri di profondità vennero subito trovati molti massi in marmo "parte ornati e parte semplici" subito riconosciuti come pertinenti ad un monumento funerario.

Grilli nel corso di un anno recuperò capitelli, pezzi di bugnato, cornici intagliate e frammenti di bassorilievo con rosoni, fogliame ed uccelli; al termine del contratto, in accordo con il proprietario del terreno cedette tutto per Lire 7.000 al Cardinale camerlengo Camillo di Pietro, il quale li cedette ad un contrammiraglio che li lasciò ammassati per venti anni in un terreno vicino a Porta del Popolo.

RICOSTRUZIONE DEL MONUMENTO

Nel 1895 i pezzi furono messi in vendita sul mercato antiquario romano e proposti al Museo Nazionale Romano ma il Direttore di allora, Felice Barnabei, non aveva fondi disponibili per l'acquisto  (non hanno mai risorse per i beni archeologici) e si limitò a segnalare l'opportunità al Sindaco di Roma, Principe Emanuele Ruspoli, di acquistarli e usarli per abbellire la passeggiata tra Porta del Popolo e Ponte Milvio che era appena stata finita.

La proposta naturalmente non venne accolta, perchè in Italia i nostri beni culturali non si acquistano e semmai si vendono), ma Giacomo Boni, ispettore della Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti e spesso chiamato come consulente nel restauro di edifici storici e artistici, venne assunto dal Ministro degli Esteri del Regno d'Italia, Alberto de Blanc, per ristrutturare il casino nella Via Nomentana che il ministro aveva acquistato per 75.000 lire.

Intanto il proprietario della tenuta di Tor di Quinto, nel dicembre 1875, dopo circa quindici giorni di scavi, rinvenne nei suoi giardini quel patrimonio di resti archeologici, trovò pure uno dei due tamburi (quello che ancor oggi svetta a Tor di Quinto), e i rivestimenti marmorei dell’altro vennero tranquillamente trasportati altrove. 

Messi in vendita vent’anni dopo, sul mercato antiquario romano, e proposti al Museo nazionale Romano (che non li acquistò per carenza di fondi!!!), solo l’attento sguardo dell’archeologo Giacomo Boni, allora ispettore della Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti, li riconobbe e cercò disperatamente di salvarli. 


Il Boni trasformò totalmente non solo l'edificio del casino De Blanc ma pure il parco pertinente dove propose al principe di ricostruire il monumento romano del quale molti frammenti, tali da poterlo ricostruire quasi per intero, erano ancora presenti sul mercato antiquario romano, e ai quali nessuno sembrava essere interessato.

A suo tempo Barnabei aveva stimato che i circa 50 blocchi di marmo fossero pertinenti ad un unico monumento funebre con una circonferenza di circa 15 metri di cui erano state ritrovate parti pertinenti alla base, al fregio ed alle cornici anche con bassorilievi scolpiti che ne fecero ipotizzare la datazione al II secolo d.c..

Così Giacomo Boni ricostruì uno solo dei due tamburi, realizzando ex novo il basamento in mattoni rossi e il nucleo, decorato dal fregio originale a ghirlande con cippi di coronamento. Il sepolcro è datato in età imperiale, tra il I e il II sec. d.c..

Dunque gli antichi romani edificarono il mausoleo lungo la via Flaminia antica, una strada che dal centro di Roma usciva dalle mura dove era consentito erigere tombe e cimiteri. Situato oggi nell’area di proprietà dei Carabinieri a cavallo, sul sito si trova conservata solo una parte di quell’antico monumento, databile tra il I e il II secolo d.c.

All’altezza di Sant’Agnese invece sorge un'altra “torretta“, simile a quella presente sulla Flaminia e la chiamano, comunque, mausoleo di Tor di Quinto. Il Mausoleo si componeva di due strutture cilindriche verticali alla fine delle quali, probabilmente, sorgeva una piccola volta a cupola. Il podio ricostruito sulla Nomentana ha una forma cubica di circa 5 metri di lato ed il tamburo è alto circa 5 metri. 


Così quando l'archeologo si ritrovò a ristrutturare una delle proprietà del barone Alberto de Blanc, e cioè Villa Blanc su via Nomentana, fece ricostruire quei resti e, all’interno del vasto parco, ripristinò il “Mausoleo di Tor di Quinto“, ovvero la Torre cilindrica parte gemella mancante a Tor di Quinto, che reca ancora rivestimento originale nei blocchi di travertino e in alcuni fregi che si notano soprattutto nella parte alta. 

Per questo motivo, all’altezza di Villa Blanc, in prossimità della Basilica di Sant’Agnese, si può ancora ammirare quel tamburo. Il rivestimento di marmo con i fregi e i cippi di coronamento sono gli originali mentre i mattoni del tamburo e del basamento sono stati inseriti nella ricostruzione; anche i blocchi di tufo sarebbero di fine '800 e nello stile bugnato imitano le scalpellature dei massi di opera quadrata realizzati dagli scalpellini romani antichi.

Originariamente l’intero podio doveva essere in opera cementizia rivestita di marmo con una o più camere ricavate all’interno e sosteneva due tamburi gemelli. Un'apertura esterna rettangolare permette di osservare all'interno una scala a chiocciola, che però non è sicuramente di età romana.

Ma non finisce qui perchè Agostinelli Iorise nel suo libro SPQR scrive: 
Sul territorio dell’attuale quartiere fu ritrovato nel 1875, all’interno di quello spazio del territorio assegnato al distaccamento dei Carabinieri a cavallo dal nuovo istaurato Stato Monarchico, un monumentale sepolcro del primo secolo che, a somiglianza di quello più famoso di Cecilia Metella, era tondo a più tamburi e poggiava su di un alto basamento. 
Questa era la “Torre” posta proprio al “Quinto miglio della via Flaminia” a cui si fece riferimento al fine di donare il nome al quartiere. La solenne struttura parzialmente recuperata fu ricostruita e spostata sulla via Nomentana (vicino Villa Blanc dove è ancora oggi visibile) ad opera dell’archeologo G. Boni e, udite, udite, viene ipotizzato che possa essere un cenotafio postumo dedicato al poeta Publio Ovidio Nasone il quale, proprio sulla collina dove oggi insiste l’area residenziale Fleming, aveva la sua elegante residenza suburbana“.


BIBLIO

- Iorise Agostinelli - S.P.Q.R. da Romolo a Romolo Augustolo. La millenaria storia di Roma antica in 300 pagine - edito da il mio libro self publishing - 2018 -
- M. C. Mancinelli - Cimitero Flaminio - Villa romana - BullCom 94 - 1991/92 -
- Overbeek's - Les restes de l'ancienne Rome - Facultés Universitaires Notre-Dame de la Paix -
- R. Cagnat e V. Chapot - Manuel d'archéol. romaine - II - Parigi - 1920 -
- Boris Pahor - Necropoli - trad. Ezio Martin - Edizioni del Consorzio culturale del Monfalconese - San Canzian d'Isonzo - 1997 -



MAUSOLEO DETTO IL TORRIONE - TORRIONE PRENESTINO


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IL MAUSOLEO

Il Torrione prenestino è una tomba a tumulo e precisamente un mausoleo a pianta circolare, come la maggior parte dei mausolei, posto al II miglio della via Prenestina a Roma, praticamente a Largo Preneste, nell'area urbana del Pigneto, nel quartiere Tiburtino. E' stato datato alla fine del I sec. a.c. grazie al rinvenimento di una moneta del 15 a.c., ma non si sa chi lo abbia commissionato,

Il torrione è rimasto schiacciato per favorire la Prenestina e la sopraelevata, cioè la tangenziale Est; anzi per ingrandire la Prenestina il monumento fu addirittura barbaramente tagliato di una fetta del muro circolare esterno. Fu svuotato del terrapieno dopo la seconda guerra mondiale.



IL MAUSOLEO

Il mausoleo è in genere un edificio eretto per ospitare in forma monumentale la sepoltura di un defunto o di un certo numero di defunti, in genere parenti, soprattutto posteri, in quanto diventa tomba di famiglia. Il mausoleo sorge per lo più in zone isolate, di proprietà privata, o fare parte di un complesso di edifici con giardini ad uso pubblico. 

Costruire un complesso di giardini ed edifici pubblici intorno al mausoleo era un costume diffuso in diversi paesi orientali, affinchè la gente andasse ad ammirare il sepolcro e i suoi dintorni. Il primo mausoleo fu quello di Alicarnasso, una monumentale tomba che Artemisia fece costruire per il marito, nonché fratello, Mausolo, satrapo della Caria, ad Alicarnasso (oggi Bodrum, in Turchia) tra il 353 e il 350 a.c.. 

Infatti il nome mausoleo derivò da Mausolo e come tale venne ripetuto per una tomba a tumulo così monumentale. Venne distrutto da un terremoto e oggi sono visibili solo alcune rovine, ma altri mausolei ne seguirono.

Questo tipo di sepoltura prese piede a Roma già dalla metà del I secolo a.c. e se ne ebbe il massimo esempio con la tomba a tumulo di Augusto, costruita tra il 32 ed il 28 a.c. e accolse numerosi membri della famiglia imperiale, prima e dopo la morte dello stesso Ottaviano Augusto che si ebbe nel 14 d.c..

Il mausoleo di Augusto divenne il modello ideale di questa tipologie di tombe ma dopo la morte di Augusto l'usanza di tali tombe declinò rapidamente a Roma, anche per il costo molto elevato, fino a scomparire definitivamente intorno al 50 d.c.. Tuttavia nei dintorni di Roma se ne contano una trentina.

Ma molto più tardi verrà innalzato il Mausoleo di Teodorico, fatto costruire da lui stesso come propria sepoltura attorno al 520 d.c.,  la più celebre e importante costruzione funeraria realizzata dagli Ostrogoti in Italia, ed oggi patrimonio Italiano dell'Unesco. 

Il Torrione era uno dei più grandiosi mausolei di Roma a forma di tumulo contenuto in un poderoso tamburo circolare (circa m. 41 di diametro) che doveva essere rivestito esternamente da blocchi di travertino dei quali oggi non resta traccia. Non si conosce il nome del suo destinatario.

VISTA DALL'ALTO

LA DESCRIZIONE

L'aspetto originario del torrione è stato snaturato dalla completa eliminazione del tumulo di terra dopo la seconda guerra mondiale e dalla successiva demolizione di parte del tamburo in occasione dell’allargamento della via Prenestina, a dimostrazione di quanto le autorità preposte siano sensibili a questi preziosissimi resti che tutto il mondo ci invidia. Solo dopo il 1980 furono eliminate le casupole che erano state costruite a ridosso del monumento.

La tomba risale all'ultimo quarto del I secolo a.c., e consisteva in un grande tamburo circolare in calcestruzzo romano (originariamente interamente lastricato di marmo) con al suo interno, in posizione centrale una cella sepolcrale in travertino. 

 Lo spazio compreso nelle mura esterne era stato riempito di terra per tutta l'altezza del tamburo esterno e andava a crescere verso il centro del monumento, in modo che il terrapieno formasse una sorta di cono. Inoltre sopra la camera mortuaria era posta una colonna che fuoriusciva dal vertice del cono, sormontata dalla statua del defunto in abiti ufficiali.

L’ingresso si trovava sul lato opposto della via Prenestina e tramite un corridoio all’interno del tumulo si accedeva alla camera sepolcrale fornita di tre nicchie rettangolari: corridoio e camera erano eseguiti in opera quadrata a blocchi di tufo e coperti con volta a botte. I bombardamenti della guerra causarono il crollo di una parte del corridoio e lo smottamento di numerosi blocchi della cella.

Evidentemente vi era stato sepolto un personaggio ricco e importante  ma purtroppo non è emerso alcun dato a suo carico. Il diametro del mausoleo è di 41 metri la rende la più grande in estensione a Roma dopo il Mausoleo di Augusto a piazza Augusto Imperatore e la Mole Adriana (Castel Sant'Angelo).

L'INGRESSO

IL DECLINO

Con la caduta dell'Impero Romano venne coperto come la maggior parte dei monumenti romani per coltivarvi una vigna, poi nel corso del 1400, passato in proprietà dei Rufini fu adibito a cantina, a fianco fu eretta una torre a due piani ed altri manufatti oggi scomparsi. Alla fine del XVI secolo venne ceduto ai Padri Domenicani Irlandesi che vi addossarono un casale ed un pozzo, ancora esistente e rifatto nel 1800.

Il 29 dicembre del 2010, dopo due anni di lavori di restauro, in cui il monumento era stato rinforzato nella parete esterna, il Torrione e l'annesso parco sono stati aperti al pubblico. L'area, ampliata a 8000 metri quadrati e dotata di servizi igienici e ludici, è stata resa più fruibile grazie ad un collegamento pedonale diretto con la via Prenestina. Accanto al monumento si trova una fontana medievale,

BIBLIO

 - Vitruvio - De Architectura -
- Plinio il Vecchio - Naturalis historia -
- Mausoleo detto "Il Torrione" - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali - 2019 -
- Restauro del Torrione Prenestino e riqualificazione dell'area circostante (PDF) - su Roma Capitale -
- Zètema - Restauro del Torrione Prenestino e riqualificazione dell'area circostante - Lotto B2a, su zetema.it - 2008-2010 -
- Mausoleo detto "Il Torrione" - su 060608.it. -
- Il Torrione prenestino - su museoapr.it. -
- Roma, Curia generalizia dei Frati Minori - Lettres communes - dir. da P. Gasnault  - nomina di Filippo Rufini a vescovo di Isernia - Paris 1964 -



TOMBA DEGLI STUCCHI


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MUSEO NAZIONALE ROMANO 

Qui si conserva una tomba appartenente in origine alla Necropoli di Pozzo Pantaleo, la cui zona venne scavata tra il 1983 e il 1989 durante le indagini preventive per lavori Acea in area di proprietà ENI, ma anche in anni più recenti lungo la via Portuense, nei pressi del ponte della ferrovia. Qui venne infatti scoperta un’intensa occupazione tra il I e il V sec. d.c., data la presenza delle antiche via Campana e Portuense. 

Accanto al bivio delle due importanti arterie stradali, si sviluppò in epoca imperiale un’estesa necropoli con edifici connessi alla frequentazione dei percorsi stradali, pertinenti ai collegamenti tra Roma e i suoi impianti portuali, connessi a importanti traffici di merci e di viaggiatori. Nell’area ENI è stato scoperto un tratto ben conservato della via Campana, larga m 4,60, sul cui basolato erano leggibili ancora i solchi delle ruote dei carri. 

Non per nulla la via in questo tratto era dotata di crepidini, marciapiedi, conservati sul lato occidentale, dove le indagini hanno evidenziato diverse strutture tra cui una mansio, il luogo di sosta che forniva l’accoglienza e servizi ai viaggiatori oltre al ricovero per gli animali, delle terme, e un’area cimiteriale con sepolture in fossa, a cassone in muratura e resti di almeno due ambienti funerari in opera laterizia. 

GLI INTERNI

LA SCOPERTA DELLA STRADA

Un nuovo tratto della via Portuense è inoltre venuto in luce negli scavi dell’Enel del 1996, lungo il quale si allineavano diversi resti di altri monumenti funerari scoperti solo in parte a causa della ristrettezza della trincea di scavo.

 All’impianto originale della prima età imperiale risalgono i resti di un colombario e di diverse tombe a camera affacciate sulla via, con fronti monumentalizzati e accessi con soglie in marmo e travertino, camere funerarie riccamente ornate alle pareti da decorazioni dipinte con cornici a stucco, pavimentate con i caratteristici mattoncini disposti a spina di pesce, opus spicatum, e a mosaico. 

Si distingue in particolare un mosaico in bianco e nero inquadrato da una cornice a meandro, con un vaso (kantharos) da cui fuoriescono tralci di vite che si incrociano creando dei girali tra i quali si distribuiscono figure di uccelli. Sul bordo un’iscrizione musiva riporta la dedica agli Dei Mani dei genitori per la figlia defunta di nome Petronia. 

Nel corso del III sec. d.c. molti edifici furono oggetto di trasformazioni anche per la nuova diffusione del rito dell’inumazione che comportò la rioccupazione di molte tombe con fosse per le deposizioni dei defunti. 

Una nuova occupazione si ebbe tra il IV e il V sec. d.c., con tombe povere collocate in spazi aperti tra i precedenti monumenti, costituite da semplici fosse coperte a cappuccina, deposizioni singole in anfora e collettive in ossuari.

L'ESTERNO DELLA TOMBA

SCAVI  2009 - 2015

Nuove testimonianze monumentali sono venute alla luce tra il 2009 e il 2015 durante i lavori per il raddoppio della carreggiata della via Portuense e la realizzazione del nuovo ponte della ferrovia. Lungo un altro tratto basolato dell’antica via sono stati individuati altri resti di un impianto termale con stanze pavimentate a mosaico e una grande cisterna dotata di contrafforti.
 
Il ritrovamento di un gran numero di oggetti femminili, spatole, spilloni, ossi in avorio, cucchiai per il trucco, il manico di uno specchio, balsamari, ne ha conseguito l’attribuzione al settore femminile di un più grande complesso termale sicuramente collegato a quello sopra descritto nell’area ENI, dove era invece da identificare il bagno destinato agli uomini. 

Numerosi anche i resti di altri monumenti funerari, tra i quali spicca un mausoleo di due vani con varie fasi di occupazione, dal quale proviene un mosaico in bianco e nero con riquadro abbellito da un elegante motivo floreale, attribuito alla fase di costruzione del sepolcro alla fine del I-inizi II sec. d.c. e oggi esposto nello spazio museale dell’ex Drugstore (come altri pavimenti e reperti citati). 

Sul versante meridionale dell’antica via erano invece sepolture più modeste datate dal II sec. al IV sec. d.c., con tombe in fossa terragna, tombe a cassone in muratura contenenti olle cinerarie, strutture quadrangolari in muratura le cd. cupe. 

Particolarmente interessante è infine la scoperta presso un piccolo mausoleo, di un cippo di travertino con iscrizione che ricorda l’intervento di Vespasiano (I sec. d.c.) per il recupero di un’area sacra abusivamente occupata da privati.

GLI STUCCHI DELLA VOLTA

LA CAVA ROMANA DI TUFO

Attestata dall’Epoca repubblicana, vi si estraeva il tufo rosso lionato, molto friabile e venato, per farne pozzolana. Una specie di latomìa, una cava a cielo aperto, con gradoni a partire dalla cima che creano una specie di cavea. Al suo interno molte gallerie tra cui: un grottone presso via Bianchi (utilizzato oggi come cantina) e parte di una galleria a piano inclinato presso il famoso Drugstore.

Il grottone venne descritto nella Guida dell’Agro Romano dell’agrimensore Eschinardi (1750): 
«A destra si può entrare in una gran grotta, o spelonca, la quale era anticamente un ergastolo da tenervi schiavi». 

Si allude alle maestranze della cava, uomini in schiavitù a seguito di reati: di giorno costretti al lavoro di cavatori di pietre, in catene e marchiati a fuoco; di notte reclusi nel grottone per evitarne la fuga. Al Museo Nazionale Romano sono conservati dei collari in ferro, ritrovati in zona, con la stessa epigrafe: «Se fuggo bastonami e riportami al padrone». 


TOMBA DEI GENI DANZANTI O DEGLI STUCCHI



LA NECROPOLI PORTUENSE

Nel I secolo, con l’apertura al traffico del nuovo ramo della Via Campana sorsero nell'area zone cimiteriali, prima stanze ipogee scavate nel tufo, poi vere e proprie aree cimiteriali che soppiantarono la cava di tufo che oggi si divide in 4 settori:

- I settore - via di Pozzo Pantaleo, Necropoli di Pozzo Pantaleo; scoperta nel 1947 quando. per alcuni sbancamenti seguiti alla parziale dismissione della fabbrica Purfina a ridosso della ferrovia, emersero cinque stele funerarie di guardie scelte di Nerone (Cippi dei Germani) con fosse e recinti per le anfore cinerarie. 
Segue, nel 1951 il ritrovamento di due sepolcri: la tomba dei Campi elisi e la tomba con gli stucchi dei Geni danzanti, intagliate dal tufo e trasportate al Museo Nazionale Romano, insieme ai cippi dei Germani.
Gli scavi dal 1983 fino al 1998 fecero emergere un’intera fila di tombe (Tombe Portuensi, 1996) e un mausoleo circolare (Pozzo Pantaleo, 1998), forse identificabile con la cappellina medievale di San Pantaleo.

- II settore - via Belluzzo, o necropoli del Drugstore; contiguo al I, individuato nel 1966, durante l’edificazione di un palazzo in via Belluzzo. Emergono cinque tombe: Tomba di Ambrosia, Tomba delle lesene, Tomba bianca, Colombario Portuense e Tomba della Vaschetta. Nel Colombario, è stato rinvenuto un sarcofago in marmo (Sarcofago di Selene), trasportato al Museo Nazionale Romano. 

- III settore - via Ravizza, o necropoli di via Ravizza; a 400 metri dai primi due, sta su via Ravizza, con due tombe: la Tomba dell’Airone, e la Tomba di Epinico e Primitiva.

- IV settore - via Bianchi, o necropoli di Vigna Pia. Nel 2000, durante la costruzione di un parcheggio interrato. Ci sono un colombario ad uso collettivo ed un sepolcro familiare, detto Tomba di Atilia. 



ABITATO ALTOMEDIEVALE

L’utilizzo della necropoli cessa nel terzo decennio del III secolo, per un'alluvione dovuta allo smottamento di argille dalle colline di Monteverde, e dallo straripamento del Tevere,  che rendono impraticabili le aree della Via Portuense. Infatti lo strato superiore del terreno si compone di uno spesso strato di argille delle Colline di Monteverde, con al di sotto un terreno relativo all'attività della necropoli, dalla metà del I secolo. Al di sotto uno strato più antico, relativo alla cava in Epoca Repubblicana.

L’area continuò come postazione commerciale lungo la Via Portuense, sul lato della collina che guarda all’attuale via Quirino Majorana con la testimonianza di un tratto di strada basolata (Tratto di Via Campana #1), un edificio termale (Terme di Pozzo Pantaleo) e una stazione di sosta (Mansio di Pozzo Pantaleo). Una successiva campagna di scavi del 1998 accerta la frequentazione fino ad oltre il IV secolo, in periodo paleocristiano, e una frequentazione successiva, altomedievale.

L’area è nuovamente abitata nel 1130, quando risulta appartenere, nei documenti della chiesa di Santa Prassede, ad un tale Pantaleo. 

Il Catalogo di Torino vi riporta anche la presenza della piccola chiesa di San Pantaleo fuori Porta Portese di cui non si sa nulla. 

Nella mappa di Eufrosino della Volpaia del 1547 la chiesina non compare più, ma l’immaginetta di un fontanile e di un tabernacolo della buona via fa pensare ad una certa frequentazione, ma non di un abitato stabile.

Le tombe portuensi continuano ad essere conosciute e visitate di tanto in tanto da curiosi, uomini di scienza e illustri viaggiatori. Lo studioso Nibby riporta che tra essi vi fu anche lo scultore Gianlorenzo Bernini, in cerca di ispirazione. Il Bernini rimane impressionato dalla ricchezza delle antiche tombe, che, al punto che riporta Nibby, le volle «imitare ne’ frontistizj del portico di San Pietro».

Nibby così li descrive: «Sepolcri nobilissimi, adorni di stucchi e pitture, ed uno tra gli altri con alcune urne dentro, nelle quali era significato il nome del padrone che le fece fare». L’archeologo Lanciani vi documenta molti materiali, ancora presenti: cippi, lastre marmoree con iscrizioni, sarcofagi, frammenti di sculture, mosaici e suppellettili funebri. Lanciani inoltre riconosce i manufatti civili per lo scolo delle acque piovane verso il fosso di Pozzo Pantaleo.

MUSEUM DRUGSTORE


IL DRUGSTORE

Alla dismissione dello stabilimento Purfina viene costruito, nel 1966, l’edificio civile noto come Drugstore, localizzato tra la Via Portuense, via Belluzzo e il terrapieno della ferrovia. Costruito con un parziale sbancamento della collina, lo stabile ingloba negli scantinati i resti di cinque ambienti funerari della Necropoli Portuense che vengono seriamente danneggiati in fase di costruzione: e quando la Soprintendenza interviene è troppo tardi.

Gli ambienti funerari rimangono chiusi al pubblico fino al 1982, quando i piani inferiori, fino ad allora adibiti a cantine e garages, vengono trasformati in locali commerciali aperti al pubblico. La Soprintendenza impone ai proprietari vetrate di protezione e il trasporto al Museo Nazionale Romano dei materiali più preziosi.

A lavori conclusi viene aperto al pubblico il Drugstore Museum, con ingresso dal civico 313, con le tombe romane circondate dalle scansie di un supermercato all’americana, 24 ore su 24. Spesso il Drugstore finisce sui giornali per episodi di degrado e qualche volta persino di violenza e criminalità. Infine la struttura viene chiusa.

GENI DANZANTI


LA TOMBA DEGLI STUCCHI

La zona sul lato orientale della via Portuense, dopo la Circonvallazione Gianicolense sul lato destro di via Quirino Majorana, era occupata in antico da cave per l’estrazione del tufo aperte sulle ultimi propaggini tufacee della collina di Monteverde. Teniamo conto che a parte il divieto di edificate tombe in città. in epoca romana chiunque poteva edificare una sepoltura in terreni non sfruttati da altri, pertanto liberi.

Pertanto dalla prima età imperiale, proprio per l’abbandono delle cave, in tutta la zona si sviluppò una vasta necropoli che si snodava lungo il percorso della via Portuense, che a questa altezza si staccava dalla più antica via Campana.

La necropoli ospitava, oltre alle semplici fosse, molte sepolture di tipo monumentale con colombari e tombe a camera scavate nel tufo, come quelle rinvenute nel 1951 nell’area dell’ex stabilimento industriale della Purfina, oggi completamente edificata. Due tombe a camera si distinguevano per le ricche decorazioni a stucco e ad affresco che vennero distaccate e trasportate al Museo Nazionale Romano.

A tutt'oggi infatti si possono ammirare nelle ricostruzioni esposte nell’ Aula X della sede delle Terme di Diocleziano. La cosiddetta "Tomba degli stucchi", decorata con stucchi bianchi, è costituita da una camera rettangolare, con 26 nicchie con fronte rettangolare e arcuato in forma di conchiglia per la collocazione delle olle contenenti le ceneri dei defunti.

E’ stata inoltre indagata una struttura semi-ipogea con corpo cilindrico in opera laterizia (diametro m 8,50) impostato su una base quadrata. All’interno c'è una camera circondata da un corridoio anulare coperto da una volta a botte, mentre internamente il vano presentava alle pareti quattro grandi nicchie alternate ad altre più piccole, tutte tamponate poco dopo la sua costruzione con una muratura in opera reticolata. 


La camera sepolcrale, scavata in un blocco di tufo residuo delle cave che erano sfruttate nella zona fin dall'epoca repubblicana, è intonacata e decorata in stucco bianco, sia nella volta, a cerchi con figure mitologiche nel centro, che nella rappresentazione di due amorini con festone floreale sulla parete di fronte all'ingresso.

« “Le decorazioni in stucco d'età romana costituiscono un genere di manifestazione d'arte (o se si vuole, e forse personalmente preferirei, di artigianato) che ha fin qui scarsamente attirato l'interesse degli studiosi: molto il materiale ancora inedito, rari i lavori di sintesi sull'argomento". Tali sono le giuste considerazioni con le quali il Mielsch inizia, in questo volume, il discorso sui rilievi in stucco romani. Ma se ciò avviene non è senza motivo se si pensi alla stessa fragilità della materia adoperata, nel caso estremamente raro che si conservino soffitti e volte che quegli stucchi decoravano.

La decorazione figurata rivela una certa raffinatezza, e si estende sulla parete di fondo nella parte superiore dove una coppia di amorini alati sorreggono in volo due festoni. La volta a botte è invece decorata da 30 medaglioni incorniciati da un rilievo a losanga, con un motivo di astragali e perline. All’interno dei campi si alternano motivi ornamentali con figure tratte dal mondo del mito quali Dioscuri, eroti alla guida di una biga, satiri, geni alati, ninfe nude o con vesti svolazzanti, menadi danzanti, amorini su biga o cavalcanti animali fantastici o i dioscuri al galoppo, tutte figure iscritte in rombi arcuati a loro volta iscritti nei vari cerchi che popolano il soffitto a volta.

Per questo la Tomba fu detta anche dei Geni danzanti perchè decorato a stucco con una trentina di figurette mitologiche diverse, tutte nell’atto di correre e danzare. La datazione della tomba, sull’analisi stilistica della decorazione, si colloca nella prima metà del II sec. d.c.. La volta è a impianto geometrico, in cui si inseriscono, in medaglioni circolari, alcune divinità minori: il genio alato, il satiro, la ninfa nuda, la ninfa con vesti mosse dal vento, i cupidini (putti alati) alla guida di una biga, i dioscuri al galoppo dei destrieri, i genii a cavallo di un ariete, una tigre, un caprone, un grifone. 

La parete frontale presenta due cupidini in volo che sorreggono un festone vegetale. Datato tra II e III secolo, è scavato nel tufo e presenta nicchie per le urne cinerarie e fosse per l’inumazione. È stato scoperto nel 1951, intagliato e trasportato al Museo Nazionale Romano. Si pensa a un piccolo nucleo familiare, appena cinque metri quadri, di condizioni agiate, colpito da un lutto tra la metà del II secolo e gli inizi del III. La volta è strutturata sull’intersezione di cerchi e quadrati, in modo alternato, di una trentina di decorazioni modulari di uguale dimensione.

Ciascun medaglione è finemente decorato in stucco color bianco-avorio. La decorazione ripetitiva ha un fiorellino al centro di un quadrato dai lati concavi, iscritto in un cerchio con alle estremità un giglio stilizzato. L’altra metà dei medaglioni riporta invece motivi figurativi diversi, accomunati dal tema della danza della vita, con il messaggio consolatorio del perpetuo rinnovarsi delle forme e delle energie vitali.

Il tema della danza della vita prosegue anche sulla parete frontale, dove sono rappresentati altri due cupidini, anch’essi in stucco, che sostengono in volo due festoni vegetali. In piccolo, al di sotto di essi, è raffigurata una siringa, sorta di flauto a canne tipico del mondo rurale. La tomba è stata rinvenuta nel 1951, a poca distanza dalla Tomba dei Campi Elisi e, come questa, è stata intagliata, trasportata al Museo Nazionale Romano e restaurata nel 2008.

BIBLIO

- S. Aurigemma - Colombari romani della via Portuense -  Bollettino d’Arte, vol. 38, 1953
- B. M. Felletti Mai - Le pitture di una tomba della Via Portuense - Rivista dell’Ist. Naz. d’Archeologia e Storia dell’Arte - 1953
- L. Cianfriglia, P. Filippini - Pozzo Pantaleo. Ricostruzione dell’area necropolare - Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma -1987-1988 - 
- M. R. Ambrogio, C. Ariosto, L. Cianfriglia, S. Mazzotta, V. Zubboli - Via Portuense, località Pozzo Pantaleo. Indagini archeologiche per l'allargamento della sede stradale - Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma - Ed. L’Erma di Bretschneider -
- G. Bendinelli, Le volte a stucco di antichi edifici romani - Architettura e arti decorative - 1922-23 -
- E. L. Wadsworth - Stucco reliefs of the I and II centuries still extant in Rome - in Memoirs of the American Academy - IV - Roma - 1924 -



LA PIRAMIDE SULL' APPIA ANTICA


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La piramide sull'Appia Antica è per grandezza il secondo mausoleo fatto a piramide di Roma, dopo quella di Caio Cestio posta a piazzale Ostiense, eppure se ne parla poco, forse perchè è stata talmente depredata e deturpata che la sua forma piramidale quasi non si riconosce.

All'altezza del IV miglio, già riprodotto nel '700 dal Piranesi, giace il grande mausoleo alto circa 20 metri costituito da un alto dado di pietra calcarea col diametro di 15 metri, su cui poggiava una gigantesca piramide di blocchi di marmo, coronata da quattro sfingi. 

La piramide giace presso i tumuli degli Orazi e Curiazi nell'Appia Antica, prima del tumulo degli Orazi
e dopo il tumulo dei Curiazi, a lato della villa dei Quintili. Che il rudere di conglomerato cementizio, composto da malta pozzolanica e scaglioni di pietra lavica, sia un mausoleo è chiaro, ma chi vi sia stato sepolto molto meno.

Poichè il monumento affianca la Villa dei Quintili, i grandi proprietari terrieri che avevano la villa poco più avanti, potrebbe appartenere ai nonni dei fratelli Quintili fatti assassinare poi da Commodo nel II secolo dc., ma potrebbe trattarsi anche della tomba di Quinto Cecilio Metello, fratello di Cecilia Metella e zio di Tito Pomponio Attico, che aveva la sua proprietà al V miglio, come riporta Cornelio Nepote (Attico, XXII). 

PIRAMIDE DI CESTIO

Qui sopra c'è l'immagine della piramide Cestia, che si avvale di una splendida copertura di lastre di marmo di Carrara; è alta 36,40 metri con una base quadrata di circa 30 metri di lato e si leva su una piattaforma di cementizio. Essa dà l'idea di come grosso modo dovesse essere la Piramide sull'Appia antica.

Sappiamo comunque che la Piramide fu oggetto di una proposta del Borromini per trasformare la tomba in chiesa, che però fortunatamente non ha mai avuto un seguito, altrimenti avrebbe stravolto il monumento e cancellato le bellissime pitture all'interno. 

Per ciò che riguarda la tomba a piramide dell'Appia antica, essa fu scavata dal Canina, nella prima metà dell' '800, si trovarono grandi sculture di grifoni e sfingi, che dovevano ornare la tomba in modo superbo. Dietro, il casale medievale di Santa Maria Nova è ancora oggi una villa privata per quelle misteriose ragioni che impediscono al governo di requisire terreni e costruzioni antiche o che poggiano su strutture antiche. Qui, sempre lungo il lato sinistro, è stata trovata l'epigrafe in verso saturnio di Marco Cecilio, ora custodita nel castello Caetani.


La antica sede stradale lastricata è larga 4,30 metri, mentre le crepidini sono larghe 3,10 metri dal lato della villa, e 3,80 metri dal lato opposto (distanza tra il bordo stradale e il recinto del sepolcro con la scala a chiocciola che sta più avanti). Quel che è certo è che sulla piramide è stata rinvenuta un'infinità di chiodi di ferro con la testa a sezione quadrata serviti per legare le corde e arrampicarsi per operare la spoliazione dei marmi.

Nei più recenti restauri sono stati rinvenuti ai piedi del mausoleo e sotto strati di terra dei blocchi di marmo scolpiti con la rappresentazione di una sfinge, non che frammenti di statue, probabilmente fatte a pezzi per l'odio contro i pagani e/o per bruciarle onde farne calce.

MENSA ISIACA


LA MODA EGIZIA

Già all'epoca di Cleopatra, l'affascinante regina amante di Giulio Cesare che venne a Roma dettando moda nei salotti patrizi di Roma, la città eterna ne adottò l'arte e lo stile egizi. Quando poi l'Egitto dopo la battaglia di Azio divenne una provincia romana, molte sculture antiche egizie del periodo tardo, in particolare obelischi e statue, che furono portati a Roma quale prezioso bottino di guerra. Inoltre molti artisti, alcuni dei quali provenienti dall'Egitto, crearono o imitarono la stilistica egiziana.

L'opera più famosa del I secolo. divenne una tavola intarsiata, detta Mensa Isiaca, raffigurante divinità egizie con segni geroglifici. Questa tavola è stata scoperta nel 1537. ed è stato a lungo un modello per gli artisti dell'Europa occidentale.

Anche il tempio di Iside ha influenzato l'arte romana. Diverse piramidi furono costruite a Roma, di cui è sopravvissuta la Piramide Cestia. Il più grande fan della cultura egizia nell'impero romano sembra essere stato l'imperatore Adriano (r. 117-138 ). Una sezione di Canopo con un Nilo in miniatura è stata trovata nella villa di Adriano a Tivoli, un gruppo scultoreo e almeno un tempio dedicato agli Dei egizi.

Questi reperti sono serviti per secoli agli artisti europei per capire come raffigurare gli antichi egizi anche prima del XIX secolo, sebbene a quel tempo fosse già compresa la differenza tra le sculture veramente egiziane e le loro versioni romane.

IL MONUMENTO SPOLIATO E DETURPATO

La Soprintendenza Speciale per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l’Area Archeologica di Roma ha completato, sotto la cura di un team di esperti e in soli quattro mesi, i lavori di consolidamento e restauro dei due monumenti noti come Sepolcro a Piramide presso la Villa dei Quintili, e Torre Selce.

Gli interventi, di cui avevamo dato notizia nel mese di ottobre, si erano resi necessari per evitare il rischio di parti consistenti di questi due importanti monumenti funerari della Via Appia Antica. Per questo motivo, la Soprintendenza ha investito, con un intervento straordinario, la somma di 200.000 Euro.

Il restauro è stato svolto con sistemi tradizionali, mediante “sottomurazioni” e riprese murarie con tecnica “scuci-cuci”, evitando l’utilizzo di materiali estranei che avrebbero compromesso l’immagine storicizzata dei monumenti. I lavori sono stati eseguiti anche con l’uso di piattaforme aeree.
Comunque; informano gli addetti ai lavori: «il monumento non ha restituito nei secoli fregi, né iscrizioni, né elementi architettonici che ci possano dire l'identità del suo proprietario committente»



BIBLIO

- Giovanni Battista Piranesi - Le antichità Romane -
- Francesco Maria Pratilli - Della Via Appia riconosciuta e descritta da Roma a Brindisi. Libri IV - Napoli - 1745 -
- B. Overbeke - Degli avanzi delle antichità - a cura di P. Rolli - Tommaso Edlin - Londra - 1739 -
- Antonio Nibby - Roma antica di Fabiano Nardini - Stamperia De Romanis - Roma - 1818 -
- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - Arnoldo Mondadori Editore - Verona - 1984 -
- Jona Lendering - Stad in marmer. Gids voor het antieke Rome aan de hand van tijdgenoten (The Marble City. Literary - Guide of Ancient Rome) - La città di marmo -
- Pyramid of Cestius (Sepulchrum C. Cestii) -
- Rodolfo Lanciani - La distruzione dell'antica Roma - Roma - A. Curcio - 1986 -



 

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