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OLBIA (Sardegna)


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RELITTO DI NAVE ROMANA (OLBIA)

LE ORIGINI

 Le origini di Olbia si perdono nella notte dei tempi, prima centro neolitico, poi enolitico (età del rame), nuragico, fenicio, punico, cartaginese e romano.

"La spedizione di Tiberio Sempronio Gracco del 238 a.c. sanciva la fine della dominazione di Cartagine sulla Sardegna e il suo ingresso nel nascente impero mediterraneo di Roma.  La posizione geografica, che ne aveva indotto la fondazione ad opera di Cartagine dopo il trattato del 348 a.c. e che le aveva assegnato sin da quel momento un ruolo importante di intermediazione, soprattutto commerciale, con l’antistante costa tirrenica, faceva di Olbia una strategica testa di ponte per l’ingresso di Roma in Sardegna e non a caso, con la presunta conquista nel 259 a.c. ad opera di Lucio Cornelio Scipione, fu protagonista del primo tentativo di Roma di sbarcare nell’isola già durante la I guerra punica".

Durante il suo consolato Tiberio Sempronio Gracco del 238 a.c. conquistò la Sardegna, che si era ribellata al dominio cartaginese. Nonostante la vittoria venne criticato dai romani, poiché non portò a Roma prigionieri di valore. Per la Sardegna e soprattutto per Olbia fu una gran fortuna, perchè la città non divenne solamente un centro commerciale, ma anche un'importante base navale militare. Venne collegata con il resto dell'Isola da tre vie importanti usate sia per le legioni che per le merci.

Olbia divenne il più importante avamposto romano della Gallura, la parte nord-orientale dell'isola, ma subì all'inizio le incursioni dei cosiddetti Corsi della Gallura e dai Balari del Monteacuto. Durante la dominazione romana sia i Corsi di Sardegna che di Corsica si rivoltarono più volte all'occupazione, venendo ricordati in diversi Fasti triumphales romani, in quanto vinti brillantemente.

ARCHITRAVE DEL TEMPIO DEDICATO DA ATTE A CERERE RITROVATO AD OLBIA
(OGGI RISIEDE NEL CAMPOSANTO DI PISA)
L'Olbia romana (chiamata anche Olvia o Olbi) ospitava una popolazione di ormai 5.000 abitanti ed era dotata di un foro, di strade lastricate, di terme pubbliche e di un acquedotto (proveniente dal monte Cabu Abbas, dal latino caput aquarum). Vi risiedeva, inoltre, e possedeva vasti latifondi e una fabbrica di laterizi, riportanti il bollo "ACTES AUGusti Liberta", la liberta di Nerone, Atte, lì esiliata dopo il matrimonio dell'imperatore con Poppea.

Nella necropoli romana fuori dalle mura. durante gli scavi del 1904, fu scoperto un tesoro di 871 monete d'oro di diverso taglio e portanti il marchio di 117 diverse famiglie romane. 
Nel 1999, nell'area del porto vecchio, durante i lavori per la costruzione di un tunnel. tornarono alla luce 24 relitti di navi romane. Furono i Vandali ad affondare alcuni dei relitti portando alla distruzione dell'abitato ed al crollo della città antica che comunque continuò a sopravvivere.

Tra le vestigia del periodo romano sono importanti

- i resti dell'Acquedotto Romano in località Tilibbas, edificato tra il I e il II sec. per trasportare, su un percorso di 7 km circa, l'acqua delle sorgenti sulla montagna di Cabu Abbas alle terme della città antica;
- i resti della villa rurale romana di s'Imbalconadu, risalente al 150 a.c. circa nell'età repubblicana, lungo la strada per Loiri dopo il rio Loddone;
- il Parco di villa Tamponi;
- il Foro romano vicino al Municipio;
- i resti dell'acquedotto romano vicino al vecchio ospedale.
Il patrimonio archeologico di Olbia è inoltre costituito da numerosi giacimenti subacquei. Circa un centinaio di siti con vari reperti tra cui la testa di statua in terracotta che raffigura a grandezza naturale il dio Ercole. Si tratta della copia di un perduto originale in bronzo che doveva trovarsi nel santuario cittadino dedicato al Dio e realizzata a Olbia nel II secolo a.c. con l'uso di matrici.

Il tracciato dell'acquedotto, partendo da Cabu Abbas, si snodava per circa 7 km e si immetteva nel centro urbano da nord lungo un percorso che toccava gli attuali Centro Martini, via A. Nenni e il vicolo F di via delle Terme per raggiungere l'impianto termale.

RESTI DELL'ACQUEDOTTO ROMANO
I resti oggi visibili si trovano a sud della strada asfaltata in località Sa Rughittula; l'acqua defluiva prima in una condotta interrata, poi in una piccola vasca quadrata dalla quale inizia un tratto costituito da archi, alcuni dei quali conservati, che prosegue con una porzione in muro pieno.

Sulla destra della strada si trova una grossa cisterna di pianta rettangolare a due navate quasi completamente scavata nella roccia salvo la copertura con ancora i fori di aerazione e porzioni del rivestimento impermeabile in malta idraulica. Adiacenti ai lati corti della cisterna si trovavano altre due vasche e un pozzo di entrata e uscita dell'acqua.

L'area, di m 120 x 20, in cui sono stati rinvenuti i resti di imbarcazioni, corrisponde al porto principale della città antica, protetto anticamente da un lungo molo che collegava la riva all'isola di Peddona.

Sono state recuperate notevoli quantità di reperti ceramici di varie epoche, gioielli, monete, lucerne, colonne di granito, ossa animali, strumenti per la pesca e soprattutto 24 relitti di navi, in buono stato di conservazione, di cui due dell'epoca di Nerone, 16 risalenti al V sec. d.c. e due dell'età giudicale (fra il IX ed il XV sec.).

Uno dei rinvenimenti più importanti è costituito dal recupero di una flotta imperiale del V sec. composta di navi originariamente lunghe tra i 18 e i 30 m, disposte parallelamente fra loro e perpendicolari alla linea di costa, colate a picco alla stessa profondità, in acque basse.

Dalla posizione si è dedotto che esse siano state affondate mentre erano ormeggiate in porto, lungo pontili lignei di cui sono stati individuati i resti. Ciò ha fatto pensare che la distruzione fosse avvenuta per tutte nello stesso momento in seguito ad un attacco distruttivo di grande portata, viste anche anche le tracce di bruciature sui legni.



GLI SCAVI

Le prime indagini sulle origini della città si svolsero al principio del XVII sec. e interessarono le aree cimiteriali presso la chiesa di San Simplicio. Nella I metà dell'Ottocento gli scavi produssero reperti che in parte confluirono nei musei, ma pure in collezioni private italiane ed estere.

La cronaca di tale attività, che portò a numerosissime scoperte, fu data dal canonico Giovanni Spano dal 1855 al 1876. A partire dal 1880 e fino al 1884 Pietro Tamponi compilò una serie di importanti note sulle scoperte archeologiche effettuate a Olbia e nel suo territorio.


Scavi del 1890

Nuove scoperte di antichità nell'area dell'antica Olbia. Per ridurre a cultura il piccolo predio denominato OHu Manivi, posto ne' pressi di questo abitato, e confinante da una parte col tronco di strada ferrata conducente al porto, e dall'altra con la riva del mare, s'intraprese un grande scavo. Vi si raccolsero varie monete romane di moduli diversi e in discreta conservazione. Alcune spettano agli imperatori M. Aurelio, Settimio Severo, Massimino.

Fra i fittili, copiosissimi risultarono gli avanzi di anfore e di minuto vasellame, insieme a fondi e pareti di scodelle aretine; ma sopratutto merita riguardo un dolio, privo del collo, in posizione orizzontale, alla profondità di m 0,90. In mezzo alla terra di cui era ripieno si trovarono alcune ossa umane in cattivo stato; vi mancava il cranio.

Il corpo del recipiente ha nella parte più pronunciata m 1,42 di circonferenza, che poi diminuisce gradatamente per terminare col fondo a punta. Eguale a questo per configurazione, e sepolto quasi allo stesso livello, ne fu rinvenuto uno più piccolo, con anse robustissime, foggiate a semicerchio: è alto m. 0,65, misurando nella maggior iugolfatura, m 0,50.

Vennero pure raccolti tasselli di marmo bianco e nero, e vari pezzi di ferro. Ma la cosa più notevole è un tratto di fondamenta delle mura che cingevano Olbia, tutte in blocchi di granito, talora malamente squadrati, e talora appena disgrossati nelle sole facce all'esterno.

RESTI DELLE TERME ROMANE
Si estendono in linea retta per quanto è lungo il cortile cioè per m 160; e restano in perfetta orientazione con altra fila di blocchi, simmetricamente infissi lungo la spiaggia del mare, i quali non sono altro che la continuazione di detta muraglia.

Queste tracce proseguono ancora e sempre in linea retta e vicinissime alla spiaggia, sino a Porto Romano, ove sussistono altri macigni più voluminosi, ma più internati nel mare, che costituiscono l'ossatura dell'antica banchina di quel porto.

Da qui, le tracce della muraglia fanno angolo smussato, si internano nella villa Tamponi e l'attraversano per intero, onde rendersi poi visibili nel predio del Molino. Cosicché da questa ultima località abbiamo l'esatto andamento di una parte dei muri di cinta, del percorso di m 885, formato da due perfette rettilinee; settentrionale ed orientale. La prima di m 360 ha cominciamento dal luogo degli odierni scavi sino al Porto Romano, e la seconda di m 525 si estende da quest'ultimo punto, per finire al Molino. Il massimo spessore delle fondazioni è di m 3,50, il minimo di 2,30.

Reperito poi un grande masso tufaceo rappresentante due guerrieri combattenti, sterrato nel 1874 entro la villa Tamponi, ai piedi della muraglia; forse la principale decorazione di una porta della città. Il materiale usato proveniva dalle vicine cave granitiche di Cuceianaj Varrasolas, Tilibbas, Banale e Contramanna, nelle quali mi fu dato vedere dei blocchi enormi, già tagliati in antico, e del tutto somiglianti a quelli della cinta.

TESTA IN BRONZO
Emersero alcuni ruderi  in laterizi, interrati a circa m. 2 dal livello del campo;
- due colonne granitiche con zoccolo;
- metà di colonnina, pure di granito;
- ziretto a perfetto pulimento;
- un tubo di piombo per conduttura di acqua;
- 37 chiodi; tre piccole palle di granito;
- due fusaiuole di terracotta, di forma conica con foro nella sommità;
- una lastra di piombo bucherellata, con con altri due pezzi informi;
- 26 monete irriconoscibili per l'ossido;
- alcune asticelle di ferro;
- 3 cerchietti di piombo;
- 5 dischi fittili forati nel centro,
- 2 luceruine col concavo adorno di fiori;
- altra piccola lucernina di forma elegante;
- 4 pezzi di marmo, nei quali pare di ravvisare leggerissime tracce di lettere;
- un vasetto mancante del collo;
- metà di un mattone ottangolare di argilla verdastra;
- altri mattoncini oblunghi di terra .ordinaria
- copiosi frammenti di oggetti di vetro.

In un dissodamento molto profondo, eseguito nel cortile di certo Luigi Negri, vicino al paese, si trovarono i residui di alcune tombe in laterizi devastate in antico. Anche qui abbondavano:
- vetri frammentati e fittili.
- 200 piccole monete di bronzo, guaste dall'ossido;
- un pezzo di piombo in sottile verga,
- grossi embrici romani, privi di bollo, e già serviti in costruzione.
Nel terreno della casa di Giovanni Azzena, entro l'abitato, si rinvenne casualmente una piccola mano di statuetta di bronzo che stringe un globetto dello stesso metallo.

(P. Tamponi. Roma, 1890 Il Direttore delle Antichità e Belle arti)



Scavi dopo il 1958

Dal 1958 al 1977 la città è stata oggetto di interventi sporadici di scavo e di recupero, come quelli del primo Soprintendente alle antichità per le Province di Sassari e Nuoro Guglielmo Maetzke tra la fine degli anni Cinquanta e il 1966 e quelli di Enrico Acquaro negli anni Settanta.

Dal 1990 viene svolta ad Olbia un'attività di ricerca e di conoscenza approfondita del territorio, che comprende anche il controllo ed il recupero del patrimonio archeologico proveniente da scavi sporadici sia terrestri sia subacquei. Purtroppo la distruzione delle strutture della città antica è andata di pari passo con lo sviluppo della città moderna.

La maggior parte degli scavi nella sola area urbana hanno infatti avuto, ed hanno tutt'oggi, le caratteristiche dell'emergenza (in numero di cinquanta dal 1980 al 1994, sotto la direzione dapprima di Antonio Sanciu e poi di Rubens D'Oriano). Nel 1992 uno scavo d'urgenza ha messo in luce un'importante area funeraria in località Su Cuguttu.

Nel luglio del 1999, durante i lavori per la costruzione di un tunnel sotto il livello del mare, sono stati ritrovati i resti di quelli che lo scavo archeologico, dislocato lungo la fascia litoranea e durato tre anni, condotto da Rubens D'Oriano, ha identificato come i relitti di navi antiche con i loro carichi.

VILLA DI S'IMBALCONADU


VILLA RUSTICA DI S'IMBALCONADU

Trattasi di un complesso del 125 a.c., munito di solide fondazioni,di forma quadrangolare, visibile in tutta la parte centrale, con forti muri che arrivano fino ad un altezza di un metro, composti da massi di granito legati con malta di fango.

La villa è orientata secondo i punti cardinali, e misurava circa 33 metri per lato, con una corte al centro e, accanto alla parte rustica, c'era una parte abitativa padronale. In alcune parti della fattoria sono stati rinvenuti numerosi mattoni crudi evidentemente il soffitto della struttura.

Molto importante il ritrovamento all'interno dell'abitazione di un blocco di granito scolpito in basso rilievo con il segno di "Tanit", divinità protettrice adorata in periodo punico, ma anche in periodo romano.

Altre importanti rinvenimenti si trovano nei due ambienti oltre l'ingresso, uno di questi adibito alla macinazione del grano, vista la presenza di una macina in basalto, e l'altra alla cottura, come fa presupporre la presenza di un forno di terracotta. Un altro ambiente potrebbe essere stato utilizzato per la produzione del vino, vista la presenza di due vasche.

Il sito è situato sulla strada provinciale che da Olbia conduce a Loiri, (partendo da Olbia al km 3, sulla destra, segnalato dall'apposito cartello).



A Olbia durante i lavori per la rete del gas emerge un’urna cineraria romana

URNA CINERARIA
Durante gli scavi per la rete del gas, ad Olbia è riemerso un reperto di epoca romana: si tratta di un’urna cineraria del I secolo a.c., individuata dagli operai in via Mameli. 

Il reliquiario conserva ancora i resti di un defunto e probabilmente faceva parte della grande necropoli della città antica, iniziata dai cartaginesi e continuata dai latini al di fuori delle mura.

Gli scavi sono stati seguiti da Giuseppe Pisano e diretti da Rubens D’Oriano della Soprintendenza per i Beni Archeologici. 

E’ probabile che affiorino nuovi reperti, in loco stanno lavorando gli esperti della soprintendenza, guidati dall’archeologo Rubens d’Oriano.


BIBLIO

- Mastino Attilio, Ruggeri Paola (a cura di) - Da Olbìa ad Olbia - 2500 anni di una città mediterranea - Vol.1 - Olbia in età antica - Sassari - Chiarella - 1996 -
- Giuseppe Meloni, Pinuccia F. Simbula (a cura di) - Da Olbìa ad Olbia - 2.500 anni di storia di una città mediterranea - Atti del Convegno internazionale di Studi - Olbia - 1994 -
- Panedda Dionigi - Olbia nel periodo punico e romano - Roma - 1953 -
- Panedda Dionigi - L'agro di Olbia nel periodo preistorico, punico e romano - Sassari - Delfino - 1987 -





TURRIS LIBISONIS - PORTO TORRES (Sardegna)


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DOMUS DI ORFEO

Il parco archeologico, situato nella zona nord-ovest della città, ospita l'antica città romana di Turris Libissonis e la maggior parte dei monumenti romani di Porto Torres.
La città di Porto Torres infatti sorge sui resti romani della colonia Iulia di Turris Libisonis, fondata nel 46 a.c., nientemeno che dallo stesso Giulio Cesare. È attestato per Turris lo stato giuridico di colonia Iulia, confermato dalle iscrizioni turritane, in cui Iulius/a risulta il gentilizio più documentato fra la cittadinanza.

Giulio Cesare avrebbe fatto scalo presso vari insediamenti costieri dell’Isola nell’estate del 46 a.c., di ritorno a Roma dall’Africa, per la celebrazione del trionfo dopo la battaglia di Tapso. La scelse, sembra, affinché le navi romane nel passaggio tra la Corsica e la Sardegna durante le tempeste, potessero trovare rifugio lungo le coste.

La colonia sorse al centro del golfo dell'Asinara nella Sardegna settentrionale, ad opera appunto dei veterani di Giulio Cesare appartenenti in gran parte a una delle 4 urbane serviane (Collina, Esquilina, Palatina e Suburana) la "Collina" di cui parla anche Cicerone in una sua lettera.

Si sa che Giulio Cesare stabilì una buona uscita per i veterani emeriti, che cioè avevano servito con onore, e in genere il premio era un bel pezzo di terra a testa, che uniti fornivano un vasto territorio per una cittadina e terreni adiacenti da coltivare.

Turris Libisonis venne eretta per giunta su un tratto di costa adatto sia all’approdo che alla costruzione porto fluviale alla foce del Rio Mannu, per giunta Turris era, insieme alla ben più modesta Uselis, l’unica città della Provincia Sardinia costituita da cittadini romani (Plinio Naturalis Historia, III, 85), seconda nell’isola soltanto a Caralis per numero d’abitanti, magnificenza e traffici commerciali. Insomma una colonia molto ricca.

Plinio ha descritto Turris come una colonia, l'unica nell'isola a quell'epoca, suggerendo che non vi era stata alcuna città precedente sul posto, a parte un forte o castellum. Questo forte fu riportato anche da Tolomeo e negli itinerari, ma senza alcuna indicazione che gli desse una certa importanza.




IL NOME

Il nome Turris Libisonis compare per la prima volta nella Naturalis Historia, (Nat. Hist., III, 7,85) di Plinio il Vecchio (I sec. d.C.), dove viene proposto il quadro geopolitico della Provincia Sardinia che alla fine riporta: «colonia autem una que vocatur ad Turrem Libisonis» (mentre [vi è] una sola colonia, detta presso la torre di Libiso). 

Secondo alcuni studiosi il nome Turris deriverebbe dalla presenza di una torre nuragica, collegabile ad una popolazione forse conosciuta dagli antichi come “libica” e stabilendo quindi un legame tra il nome antico del Nord Africa (Lybia) e la seconda parte del toponimo (Libisonis).

Il nome della colonia compare però anche in diversi codici della Geografia di Tolomeo (Ptol. III, 3, 5), il geografo alessandrino del II sec. d.c. che riporta, oltre alla forma Pýrgos Libísonos, polis, anche Pýrgos Bíssonos o Pýrgos Býssonos, ma non se ne sa di più.



GLI SCAVI

Dai lavori del 2006 tesi alla realizzazione del nuovo porto, e soprattutto nella dalla demolizione del molo del Faro, è emersa una struttura in calce, malta, conci di calcare e lastre di trachite;il tutto misto a monete in bronzo, frammenti di anfore da trasporto, porzioni di colonne, ceramica ed epigrafi in marmo con una datazione di età romana.

Presso il piazzale ferroviario de “La Piccola”, i numerosi materiali, le diverse porzioni di strade lastricate in trachite, e le strutture di età romana emersi nei lavori per i parcheggi, emersero sempre nel 2006, tutti databili al I secolo d.c., quando venne realizzato il primo impianto urbanistico della colonia, già deciso, probabilmente, nella II metà del I secolo a.c.

Inoltre, insieme ai resti di edifici monumentali, sono stati messi in luce conci di arco di enormi dimensioni, rivestimenti parietali marmorei, capitelli, colonne e tre statue frammentarie acefale. La prima riporta una porzione di busto appartenente ad un personaggio che indossava una corazza decorata, la seconda una statua di Ercole, la terza è una magnifica scultura di grande formato che rappresenta un'autorità importante. Fra le ipotesi, quella di una statua che ritrae un’altissima carica dell’impero. Nel frattempo proseguono gli studi per la sua esatta identificazione, sfruttando gli indizi a disposizione, in primis le decorazioni della corazza e la barba, della quale si notano le tracce in quel che resta della parte anteriore del collo





LE INFRASTRUTTURE

Tra la fine dell'età repubblicana e l'età augustea, la città venne infatti dotata delle principali infrastrutture viarie e portuali, di un acquedotto e di un primo impianto termale secondo i principi urbanistici e architettonici tipicamente romani.

Non vi è però una precisa coincidenza tra la città romana e l’attuale Porto Torres se non nelle sue zone periferiche giusto nella massima espansione in età Severiana (III sec. d.c.). Infatti vi si sono reperiti abitazioni e magazzini ai quali si sono spesso sovrapposte diverse sepolture.

Tra la metà del I e la metà del II secolo d.c. venne creato un bacino per la raccolta dell'acqua. Tra la fine del II e il III sec. d.c. iniziò un periodo di prosperità per la città grazie ai traffici marittimi, all’allevamento del bestiame, alla pesca, alla raccolta dei cereali, all'attività estrattiva e artigiana.

Nella pianura retrostante alla città, a 3 km circa dal centro, sono stati documentati tratti dell'acquedotto che adduceva l'acqua dalla valle di San Martino di Sassari. Questi tratti erano stati in parte scavati nella roccia e in parte edificati su notevoli arcate, delle quali si sono messi in luce i filari di fondazione.



LE NECROPOLI

Attorno al perimetro della città antica sono conservate vaste aree di necropoli di particolare interesse, con sepolture dalla prima età imperiale ad epoca paleocristiana: la necropoli occidentale, sulla riva sinistra del rio Mannu, quella meridionale, sotto l'attuale centro cittadino, e quella orientale, sul lungomare.

Quest’ultima comprende l'ipogeo di Tanca Borgona, il complesso funerario di Scogliolungo, le tombe di Balai e il complesso ipogeico di San Gavino a mare.

L'impianto urbano, sviluppatosi attorno all'arco naturale che racchiude il bacino portuale, in base al divieto di realizzare aree funerarie all'interno delle mura, per ragioni di igiene e sicurezza, è delimitato esternamente da queste tre necropoli. A ovest del fiume Mannu la necropoli occidentale o di Marinella ha restituito tombe in anfora, alla cappuccina e in cassone scavate nel banco roccioso. 

La necropoli orientale (o di Baiai o dello Scoglio Lungo) è caratterizzata da un monumento con numerose tombe ad arcosolio, da un colombario, e da un ipogeo (quello di Tanca Borgona) con tombe ricoperte da lastre marmoree iscritte, riutilizzate fino al VI sec. d.c. Una delle epigrafi documenta il nome di un funzionario imperiale che aveva ricoperto la carica di procurator ripae Turritanae.

La necropoli meridionale, di S. Gavino, sulla quale è stata edificata alla fine dell'XI sec. una basilica con due absidi contrapposte, è caratterizzata da monumenti funerari singoli e collettivi. Uno degli edifici è ricavato nel banco di calcare, con molte sepolture su tre livelli sovrapposti, e un blocco parallelepipedo di uso cultuale-funerario.

Qui sorgono l'ipogeo di Tanca Borgona, il complesso dello Scogliolungo, le tombe di Balai ed il complesso ipogeico di San Gavino a mare.




LE STRADE

Entro il I secolo d.c. la città era già dotata di strade regolari, del porto, di un acquedotto con origine nelle campagne intorno alla città di Sassari e delle prime terme, secondo i canoni urbanistici e architettonici romani.

Secondo le iscrizioni sulle antiche pietre miliari, la strada principale che attraversa l'isola passò direttamente dalla Caralis ( Cagliari ) a Turris, una prova sufficiente fu l'alta frequentazione del sito.

Infatti, due strade, che divergevano ad Othoca ( Santa Giusta ) collegavano Caralis a Turris, avevano due percorsi, uno più interno e uno sulla costa occidentale. Attraverso gli scavi si è riscontrato che l'assetto viario è stato in parte rispettato nell'attuale viabilità del centro storico.

parco archeologico di turris libisonis

Nella Piazza del Comune è identificabile, a breve distanza dagli horrea e dal porto, il foro nel punto di incontro del cardo (ultimo tratto della strada che univa Cagliari a T. L.) con il decumanus derivante dal ponte che supera, al limite della città, le acque del fiume Mannu.

Gli scavi hanno inoltre individuato il confine occidentale della città con un tratto delle mura di cinta lungo la sponda destra del fiume Mannu, datate al III sec. d.c. Le iscrizioni recano notizia di notevoli monumenti finora poco identificati: un tempio della dea Fortuna, una basilica con tribunale ornato di sei colonne restaurate nel III sec. d.c., una cisterna per riserva idrica fatta costruire a spese di un magistrato della colonia. Dai dati d'archivio si desume l'esistenza di un edificio per gli spettacoli nel fronte settentrionale di una delle colline prospicienti la linea di costa a breve distanza dal foro: un teatro o un anfiteatro.

Il tracciato dell'acquedotto è ricostruibile grazie ai resti rinvenuti in varie zone dai significativi toponimi (Fonte del Re, Fonte Manca, Fonte Gutierrez, Predda Niedda-Pischina, via Fontana Vecchia), lungo un percorso più o meno parallelo all'attuale SS 131, che adduceva l'acqua da Sassari, dove si trovavano le sorgenti (Eba Ciara-San Martino), alla colonia turritana.



LE ABITAZIONI

Durante la prima età imperiale vennero realizzati quartieri abitativi in un’area poi occupata da diversi impianti termali: le terme Centrali, le terme Maetzke e le terme Pallottino, in onore degli archeologi che tra il 1940-60 le riportarono alla luce. Venne inoltre realizzato un bacino per la raccolta dell'acqua per fornire le principali strutture termali.

Tra il III e l'inizio del IV secolo d.c. l'attività edilizia ebbe un’ulteriore incremento, edifici tutt’ora visitabili nell'area archeologica. Inoltre venne edificato un tratto di mura lungo la sponda destra del rio Mannu, e vennero completate le “Terme Centrali” note popolarmente come “Palazzo di Re Barbaro” dal nome di un ignoto quanto fantomatico governatore che avrebbe condannato al martirio i tre attuali patroni della città.
Di queste si conservano ancora  le strutture delle grandi sale - frigidarium, calidarium e tepidarium - con le vasche ed i sobri e raffinati mosaici.
Sempre tra la fine del III e gli inizi del IV sec. d.c. Turris ospitò, per alcuni mesi all'anno, il governatore dell’isola, evidenza questa dell’ importanza assunta dalla città.

Vennero inoltre restaurati importanti edifici pubblici, come il Tempio della Fortuna,  restaurata durante il regno di Filippo Arabo, e la Basilica con l'annesso tribunale. Di questi restano le testimonianze di decorazioni marmoree, bassorilievi, statue, nonché i documenti epigrafici che attestano le varie opere citate.

Nell'area di Turris Libisonis sono, inoltre, presenti: la Domus di Orfeo, le Terme Maetzke, la Domus dei Mosaici e il Peristilio Pallottino.

Infatti negli anni 1994-1995 gli scavi condotti nel peristilio delle Terme Centrali hanno messo in luce porzioni di cinque ambienti di una domus con pavimenti mosaicati. I materiali rinvenuti fra i resti del crollo delle strutture perimetrali della domus e delle pareti interne affrescate permettono di datare i mosaici nel I sec. d.c.

Di tre pavimenti il motivo decorativo policromo è geometrico, del quarto si conserva parte dell'esagono centrale con una scena di ierogamia, e del quinto, danneggiato in antico, il motivo geometrico policromo racchiude un emblema delimitato da un ottagono in cui è raffigurato Orfeo che suona la lira, circondato da otto animali.



DOMUS DEI MOSAICI

Per l'appunto ricca di mosaici, soprattutto raffiguranti la fauna marina, si suppone, visti i mosaici di alto livello, fosse residenza di un'abbiente famiglia. Il più importante mosaico è il celebre Mosaico di Orfeo.



TANCA BORGONA

 una catacomba romana posta sul lungomare tra due palazzi bianchi e gialli.




LE TERME

L’impianto termale Maetzke, non completamente scavato e ubicato a est della ferrovia,  con sviluppo nord-sud, venne costruito tra la fine del I e gli inizi del II sec. d.c. , terrazzando con blocchi in calcare il pendio del Colle del Faro. Se ne conserva solo un'aula absidata, probabilmente un calidarium. Prendono il nome dal loro ritrovatore e costituiscono la parte più orientale del complesso termale.

Le terme Pallottino, lungo la Via Ponte Romano, a breve distanza da un peristilio lastricato, anch'esse prendono il nome dal loro ritrovatore e rappresentano la parte più settentrionale del complesso termale, si suppone fossero costituite da due Calidarium e da un Frigidarium. Di notevole importanza la presenza mosaicale.

Le terme Centrali: sicuramente l'edificio più imponente dell'intero complesso, ancora oggi rimango rette le mura esterne dell'edificio. Questa particolare struttura viene, talvolta, erroneamente identificato come "Palazzo di Re Barbaro", dal nome del governatore della diocesi Corsica et Sardinia. Congiunto al complesso centrale v'è un'imponente presenza di mosaici. Si collocano tra la fine del III e gli inizi del IV secolo d.c., inseriti in una vasta area destinata a edifici di uso pubblico.

Le Terme suddette hanno un impianto rettangolare sviluppato su otto ambienti delimitati da un porticato e a s da un criptoportico precedente.con muri in opera vittata, cioè con l’elegante alternanza di laterizi e blocchetti di tufo, di calcare, nonchè laterizi misti a tegoloni, mentre le fondazioni mostrano blocchi di calcare.

Il risultato è di alternate fasce di colore sulle pareti esterne.
L’accesso alle terme situato a nord, era preceduto da una scalinata che immetteva in un portico rettangolare, cui seguiva il frigidarium, la sala per i bagni freddi, fornita di due vasche con pavimentazioni a mosaico, e il "tepidarium" un ambiente tiepido da cui si passava ai tre calidarium, o ambienti riscaldati.

Il frigidarium corredato di due vasche, un apodyterium, un tepidarium e trecalidaria hanno restituito pavimenti musivi con motivi decorativi che trovano riscontro in mosaici di Cagliari, Ostia, Roma, Pompei, della Gallia e delle provincie africane, datati tra la fine del III e l'inizio del IV sec. d.c.

L'intero complesso termale si è sviluppato in parte su terrapieno e si è sovrapposto a un altro impianto termale sottostante riferibile al II sec., costruito a sua volta su un altro complesso termale del I sec., individuato in un saggio di scavo condotto nel settore SE delle terme del III sec. d.c.

Nell'area situata tra l'Antiquarium Turritano e le “terme centrali” sono presenti resti di abitazioni, che costituivano insulae (isolati) e tabernae (botteghe) , una parte delle quali è inglobata e visibile all’interno dell’Antiquarium. Gli edifici sono delimitati da vie pavimentate con lastroni di vulcanite.

Cospicui i resti di decorazioni marmoree, bassorilievi, statue; tra essi quattro colonne di marmo del “peristilio Pallottino”, pertinenti ad un portico originariamente pavimentato con lastre marmoree. Al suo esterno, lungo un cardo porticato, si aprivano diversi ambienti contigui adibiti a tabernae dotate di pozzi per il rifornimento idrico, alti pozzi sono pure visibili all'interno di due insulae situate a nord delle Terme Centrali. In località Serra di Li Pozzi-via Liguria è visibile un tratto dell'acquedotto.
A sud delle terme sorgeva un criptoportico usato per il deflusso delle acque, mentre ad est erano situati gli ambienti per il riscaldamento dell'aria e dell'acqua ed i canali che convogliavano le acque reflue verso una fogna che attraversava la strada ad est.



IL PORTO

Il porto esistente a Porto Torres, quasi del tutto artificiale, si basa in gran parte su fondamenta romane. Alla fine del I sec. d.c. compaiono a Turris le merci africane che saranno prevalenti fino al
VI sec. d.c. :con importazioni di olio, di conserve e salse di pesce e di vino.

NAVICULARII TURRITANI
Tra le prime attestazioni (I sec. d.c.) sono presenti anfore italiche vinarie ed altre che contenevano forse frutta, provenienti dalla penisola. Dello stesso periodo abbiamo le importazioni di vino della Tarraconensis (attuale Catalogna) e di salse di pesce dalla Baetica (Andalusia).

Ma soprattutto la Sardegna era considerato il granaio di Roma, per cui il traffico da turris a Roma era molto intenso, Importanti furono anche i rapporti con la madrepatria: a Ostia, nel Piazzale delle Corporazioni si è rinvenuto il mosaico che indica la "statio", l'ufficio di rappresentanza dei "Navicularii Turritani" dalla colonia di "Turris Lybisonis", che si occupavano dei trasporti via mare con la Sardegna.
Il grano veniva trasportato in grossi sacchi di tela e sistemato nei magazzini chiamati horrea in attesa di essere esportati. Sembra venisse esportato anche granito dalla Gallura, cavalli vivi e carne suina.

Nel corso del II secolo d.c. Turris Libisonis commerciava vino con la Gallia e nel III sec. 
d.c. olio con la Baetica. Alcuni relitti e diversi ceppi d’ancora e contromarre in piombo rinvenute a breve distanza dalla foce del Rio Mannu attestano l’esistenza di un intenso traffico di navi all’interno del Golfo dell’Asinara, in relazione anche ad un’attività di pesca e di navigazione commerciale di piccolo cabotaggio. 
Al culmine del suo sviluppo, tra la fine del II e il III sec. d.c., il suddetto porto prosperò ancor più grazie ai traffici marittimi, all'economia ceralicola e di allevamento, alla pesca, all'attività estrattiva e artigianale.

Lo spostamento del bacino portuale, avvenuto in età severiana (fine II - inizi III sec. d.c.), corrisponderebbe al progetto di riformulazione del programma urbanistico della città che vide il centro espandersi verso oriente, con il forum a sud dell’attuale darsena e nelle vicinanze dei magazzini (horrea) presso l’attuale Banca nazionale del lavoro, costruiti agli inizi del III sec. d.c., sui quali venne costruita, in età tardoantica, una cortina muraria. Così il porto venne rinnovato e la città si riorganizzò intorno ad esso.

Dietro al bacino portuale, dove sorge il moderno porto commerciale, sono stati scavati horrea degli inizi del III sec., utilizzati fino ai primi decenni del V sec. d.c., quando sono stati in parte smantellati per la costruzione delle mura di cinta con andamento parallelo alla linea di costa.

Durante il IV secolo d.c. Turris Libisonis continua ancora ad essere il principale porto della Sardegna settentrionale essendo ancora inserito nelle rotte che comprendevano l’Africa e l’Italia peninsulare, ma anche i mercati del nord, attraverso il porto di Marsiglia e quelli della penisola iberica dai quali proveniva il garum, la famosa e usatissima salsa di pesce di cui abbondava la cucina dei ricchi romani.

Da Turris Libisonis partivano i cereali e i minerali sardi, nonchè i travertini dell’entroterra diretti al porto di Roma. Durante il V-VI secolo d.c. dall’Oriente provengono infine numerose anfore olearie e vinarie. In particolare la città commerciava direttamente con il porto di Ostia, come attestato dall’iscrizione “navicularii turritani” in un mosaico del foro della città laziale. E’ evidente quindi che la manutenzione, il potenziamento e la gestione delle strutture portuali richiedessero un funzionario addetto, il “procurator ripae”, nonchè gli addetti alla riscossione dei dazi doganali, i portoria.

A Turris esistevano inoltre i Navicularii, imprenditori di trasporto marittimo che avevano una sede stabile nel Piazzale delle Corporazioni a Ostia, antico porto di Roma, come dimostrato dal mosaico turritano (190-200 d.c.) che raffigura una navis oneraria (nave commerciale) con scafo allungato, con due timoni obliqui sui lati della poppa e dotata di due alberi.

I mosaici pavimentali, le sculture e la ceramica di importazione testimoniano un vivace scambio con i porti della penisola, della Spagna, della Gallia, dell'Oriente e delle provincie africane, riscontrabili anche nella presenza di numerosi culti religiosi accolti nella città. Turris era inoltre inserita nelle rotte marittime che univano Roma all’Africa, alla penisola iberica e ad una parte della Narbonense (attuale Provenza).




IL PONTE

Tra le tante e ricche realizzazioni di questa epoca c'è il magnifico ponte di età augustea, il maggiore tra i ponti romani della Sardegna con 7 arcate per 135 m di lunghezza, ancora ottimamente conservato. di dimensioni diverse e crescenti in altezza da est verso ovest (per consentire il collegamento a diversa quota delle due rive), e da piloni in calcare con rinforzi in vulcanite. Esso è formato da 7 arcate disuguali a sesto ribassato, e le arcate vennero impostate su piloni in calcare con rinforzi in vulcanite, L'arcata centrale ospita una nicchia, certamente occupata da una qualche statua di divinità, probabilmente, data l'epoca, da quella di Augusto.

Il ponte, realizzato in opus quadratum con grandi conci di calcare, su solide fondazioni di trachite, collegava Turris, già dai primi decenni del I secolo d.c., con la sponda sinistra del Rio Mannu e quindi con le stazioni toccate dalla litoranea occidentale (Nure e Carbia), con i centri minerari di Canaglia e dell’Argentiera, con le campagne della Nurra e con il Nymphaeus Portus, il moderno Porto Conte, dove in località Sant’Imbenia rimangono i resti di una splendida villa marittima con un impianto termale della seconda metà del I secolo d.c.

Il ponte romano che congiunge le due rive del rio Mannu, consentiva il collegamento diretto della città con i fertili campi della Nurra. La pavimentazione originale era caratterizzata da lastroni di trachite, roccia di origine vulcanica, ricoperti successivamente con dell'asfalto, visto che il ponte rimase in funzione e trafficato, persino da mezzi pesanti, fino agli anni sessanta.  È costituito da sette arcate.  Il ponte, la cui costruzione risale all'età imperiale, "cavalca" il fiume Rio Mannu. Faceva parte della rete stradale che collegava la città con l’entroterra e con le miniere della Nurra. Il Ponte romano è il più grande della Sardegna, ed è stato utilizzato sino a pochi anni fa.

La pavimentazione originale, nel Novecento, era stata ricoperta con dell'asfalto, poichè il ponte rimase in funzione e trafficato, persino da mezzi pesanti, fino agli anni sessanta. Il monumento è stato chiuso al transito dei mezzi negli anni Ottanta. Il recente restauro ha riportato alla luce l’antico basolato del piano stradale.



LA RELIGIONE

Mentre non ci sono tracce di religione cartaginese essendo la colonia appunto una città nuova, Turris si aprì anche ad altre religioni di provenienza mediterranea: tra il I ed il II secolo d.c. sorgono culti orientali come quello egizio di Bubastis, ovvero di Iside-Thermutis e di Giove Ammone; successivo ma non meno importante il culto della divinità persiana della luce Mitra, “concorrente” del cristianesimo nascente.

Molto seguito, trattandosi di città marinara, ebbe il culto di Iside, protettrice appunto dei marinai, per la quale veniva celebrata la festa del Navigium Isidis (naviglio di Iside), nei primi di marzo, quando si apriva il periodo più propizio per la navigazione, fino all’11 novembre, in cui si decretava il mare clausum (mare chiuso) ossia l’interdizione alla navigazione per la pericolosità delle tempeste.

Infatti un’ara marmorea, dedicata ai sacrifici per un templum Isidis locato presso il Foro, a ridosso dell’area portuale è oggi conservata nella “sala romana” del museo G.A.Sanna di Sassari, ma fu rinvenuto a Porto Torres nei pressi del piazzale della stazione ferroviaria.

Si tratta probabilmente di un donarium, un ex voto, dedicato da un navigante, forse scampato ad un naufragio, a Iside-Thermutis, protettrice delle messi e dei naviganti, solitamente rappresentata con corpo umano terminante in coda di serpente, con in mano la fiaccola che rappresentava il faro del porto di Alessandria in Egitto.

Per altri la fiaccola era invece la rappresentazione della vita così precaria per gli avventurosi marinai.

Sulle due superfici laterali del monumento sono rappresentati il coccodrillo Souchos, che rispettò la Dea che traversava il Nilo per recuperare le membra di Osiride, e il cane Sothis che rappresentava la costellazione della stella Sirio ma anche i cani che aiutarono Iside a ritrovare Osiride.

Ulteriori attestazioni del culto isiaco sono l’ara di Bubastis, altare delle offerte rituali dedicato a Bastet, Dea egizia con la testa di gatta e il corpo di donna.
Nell’ara, di squisita fattura, compaiono alcune divinità-serpente associate a Iside. L’ara è datata al 35 d.c., proprio quando giunsero a Turris Libisonis i primi culti egizi.



IL DECLINO

La crescita urbana si arrestò tra la fine del IV e gli inizi del V sec. d.c. in coincidenza con la grave crisi dell’Impero d’Occidente. Per quanto decaduta nel disfacimento dell'impero,  la Sardegna resistè nei suoi seppur ridotti traffici commerciali e nel 456 d.c. passò sotto il controllo dei Vandali fino al 534 d.c., data nella quale iniziò la dominazione bizantina. Poi il declino fu totale.


Il parco archeologico

Il parco Archeologico oggi visitabile conserva i grandiosi resti monumentali dei tre impianti termali, conosciuti come terme Maetzke, terme centrali, e terme Pallottino, al quale appartiene anche l’omonimo peristilio; della domus dei Mosaici nota per i sui splendidi marmi colorati, e della cinta muraria che delimitava la colonia Iulia, riportate alla luce tra gli anni Quaranta e Sessanta durante le opere di scavo condotte da Massimo Pallottino e Guglielmo Maetzke.

Gli edifici sono delimitati da vie urbane pavimentate con lastroni di vulcanite, su cui prospettano anche delle botteghe. Il percorso prosegue nei pressi del peristilio Pallottino, posto lungo la strada che conduce al ponte romano, con quattro colonne di marmo lungo il lato orientale, e pavimento rivestito in marmo.

Seguono poco più ad ovest i resti delle "terme Pallottino", fine III sec. d.c. , con tre ambienti riscaldati, di cui il primo presenta un impianto rettangolare e vasca decorata a mosaico; il secondo conserva esclusivamente il lato corto absidato; e il terzo conserva invece le due absidi dei lati brevi.


Il museo

Nell'area compresa fra le Terme Centrali e le Terme Maetzke i lavori della ferrovia hanno purtroppo determinato la scomparsa di altri monumenti di carattere pubblico, civile e religioso; di essi si conoscono numerose sculture e pavimenti musivi attualmente esposti nel Museo Nazionale G. A. Sanna di Sassari. Comunque cospicui reperti provenienti dagli sterri del XIX secolo e dagli scavi scientifici del XX nell’antica Turris Libisonis sono conservati nel suddetto Museo di Sassari e nell’Antiquarium o Museo Nazionale Archeologico di Porto Torres presso l’area del nascente Parco Archeologico.




LA NUOVA SARDEGNA


Scoperto un tratto di mura dell’antica Turris Libisonis

PORTO TORRES. 

La Colonia Iulia Turris Libisonis non smette di regalare sorprese. 

Pochi giorni dopo il grande successo di Monumenti Aperti e la scoperta di un tratto dell'acquedotto romano in località Punta Lu Cappottu, stavolta dalla terra è riapparsa una struttura poderosa, che ha tutta l'aria d'essere un tratto della cinta muraria dell'antica Colonia Iulia Turris Libisonis. 

L'ipotesi merita ovviamente un approfondimento, ma quanto emerso in un cantiere all'angolo tra via Ponte Romano e via Azuni «non è una struttura privata nè un edificio privato, ma è poderosa e sembra avere paramento interno ed esterno» ha detto la responsabile della Soprintendenza archeologica dell'area di Porto Torres Gabriella Gasperetti. 

Il cantiere era sotto osservazione da parte della Soprintendenza fin dal momento della presentazione del progetto edilizio e, prima ancora della demolizione della vecchia struttura, la stessa Soprintendenza aveva effettuato indagini preventive a una quota molto inferiore rispetto al piano di posa dei plinti. 

In seguito alla demolizione del vecchio edificio, durante la fase di scavo, erano stati messi in luce quattro frammenti di colonne in marmo e trachite rossa riutilizzati nella fondazione di un muro di separazione tra giardini, probabilmente nei primi decenni del secolo scorso. 

Il materiale è stato recuperato, ma le sorprese non erano terminate: nella fase di scavo per la posa delle fondazioni del nuovo edificio è emerso un muro di grandi dimensioni, costruito con blocchi squadrati in tufo e calcare. La grandezza della struttura e la mole dei blocchi impiegati fa pensare ad una cinta muraria. 

Al momento, naturalmente, si tratta solo di un'ipotesi affascinante, anche perché sono in corso le ricerche per l'identificazione esatta della struttura. Si tratta infatti di capire, attraverso saggi laterali, se si potrà arrivare alle fondazioni e, soprattutto, se verranno rinvenuti materiali che possano contribuire a datare la struttura, che presenta evidenti tracce di spoliazione e riutilizzo dei blocchi. 

Nel corso degli anni, a Porto Torres sono stati scoperti tratti di cinta murarie della vecchia Turris Libisonis di secoli differenti: uno di III secolo, le cosiddette mura occidentali all'interno del parco archeologico sulla sponda destra del fiume, una di età vandalica sotto la Bnl.


Scoperto un nuovo acquedotto romano

PORTO TORRES. 
Durante i sopralluoghi per la seconda edizione di ArcheoBioTrek, alcuni soci delle associazioni Etnos e Atena Trekking e del Gruppo Speleo Ambientale Sassari sono andati a controllare il sito di Punta di Lu Cappottu, dov'è collocato un bunker della seconda guerra mondiale. 

«Per quanto abbiamo potuto appurare, è un tratto di almeno 105 metri di lunghezza di cui 50 metri di sotterraneo esplorato, con larghezza del condotto di 55 cm e altezza variabile tra un m e 1,40» spiega Dore. «Alla luce dei rilievi eseguiti – dice Giuseppe Piras – possiamo affermare che il tracciato finora emerso di questo nuovo tratto dell’acquedotto consti di un pozzo ispettivo a canna quadrangolare con risega e pedarole ricavate nella roccia mentre il canale è stato scavato nel banco di roccia calcarea. Il tipo di lavorazione e la sezione del canale è riscontrabile in alcuni punti del tracciato dell’acquedotto che venne scoperto nel 1988 a Serra Li Pozzi».

«Nella parte terminale – prosegue Piras –, la superficie presenta l’impiego di tufelli in calcare come nel tratto elevato che ancora rimane nel Quartiere Satellite. Questa porzione di acquedotto ora passerà al vaglio dell’indagine della Soprintendenza Archeologica – conclude Piras – ma già da ora possiamo affermare che si tratta di una scoperta importante perché ci consente di apportare delle modifiche rispetto al tracciato dell’acquedotto di Turris Libisonis ipotizzato fino ad oggi».

IL MOSAICO  SCOPERTO

Scoperto un mosaico romano a Porto Torres

Turris Libisonis Colonia Iulia, la “Pompei sarda”, regala un nuovo fantastico mosaico nella zona delle Terme Maetzke al confine con l’area privata compresa tra via delle Terme e via Petronia dalla quale, nel 2006, spuntarono un mosaico con iscrizione unica e nel 2009 le statue di Ercole e degli imperatori, oltre a colonne, capitelli e ai resti di una monumentale struttura pubblica.

Il mosaico policromo è riemerso nel vano che si insinua sotto il muro di confine, nel corso dei lavori portati avanti dagli operai specializzati della ditta Luciano Sini Archeologia e Restauri coordinati dall’archeologo dell’università statale di Napoli “Federico II” Vincenzo Di Giovanni, sotto la direzione scientifica della responsabile della Soprintendenza per Porto Torres Gabriella Gasperetti.


BIBLIO

- Tito Livio - Ab urbe condita libri -
- J. Carcopino - Giulio Cesare - traduzione di Anna Rosso Cattabiani - Rusconi Libri - 1981 -
- Attilio Mastino, Cinzia Vismara - Turris Libisonis - 1944 -
- Ettore Pais, A. Mastino - Storia della Sardegna e della Corsica durante il periodo romano - Iusso - 2000 -





CARALES - CAGLIARI (Sardegna)


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SARDINIA

ETTORE DI RUGGIERO

Città della Sardinia, secondo la tradizione fondata dai Cartaginesi, e principale dell'isola. La forma plurale è comunissima nelle lapidi e negli scrittori, eccetto Floro e Claudiano e gli itinerarii. Di essa è menzione nella seconda guerra Punica, in quella portatavi dal console Ti. Sempronius Gracchus nel 577 u. e. , nelle guerre civili (Caes. beli, civ. 1. Dio Cass. 48, 10) e nelle due spedizioni l'una contro Gildone, l'altra contro i Vandali e i Goti sotto Giustiniano.

Da due iscrizioni (C. X 7682. 7814), che ricordano due lulii, l'uno certamente, l'altro molto probabilmente liberti del municipio Caralitano, potrebbe trarsi, che la città sia stata elevata a municipio da Cesare, essendosi a lui conservata amica nelle guerre civili. Certamente al tempo di Plinio era «oppidum civium Bomanorum». Era inscritto nella tribù Quirina.

Magistrati 
Quattuorviri iure dicunde, quinquennale» ; quattuorviri aedilicia potestate. Dubbio è il senso del princeps civitatis; e il procurator..., Karalitanorum probabilmente sta per actor.

Cittadinanza e senato
- Municipium, civitas (ISOS); splendidissimus ordo, decurione.

Sacerdoti e Aagustali
- Pontifex; fiaminicus, flaminica perpetua;
- magister Augustalis.
- Liberti del municipio. Sette Caralitani come testimoni son ricordati in un diploma militare dell'anno 68. - Un centurio princeps? le- g(ionis) XI IH Oem[inae) Caralitanus.
La città (Karales) è ricordata in parecchi miliarii.

(Ettore di Ruggiero)


Roma occupò la Sardegna fra la prima e la seconda guerra punica. Già nel 259 a.c, il suo esercito aveva tentato la conquista dell'isola, giungendovi dalla Corsica, ma il console Lucio Cornelio Scipione, dopo essersi impadronito di Olbia, aveva dovuto ritirarsi.

Dal 241 a.c. l'isola rimase sotto Cartagine che dal canto suo, avendo già perso la Sicilia, non mirò più al possesso di terre che la ponesse di nuovo in conflitto con avversari tanto pericolosi. I mercenari stanziati da Cartagine in Sardegna però s'impadronirono dell'isola, con tanta crudeltà che i Sardi, insorsero e li cacciarono.

Roma allora accusò Cartagine di preparare l'invasione del Lazio e, nel 238 a.c. inviò le legioni in Sardegna, ma nel 235 i Sardi si ribellarono, sopraffatti dai romani di Manlio Torquato. Nel 233 altre rivolte furono represse dal Console Carvilio Massimo, e nel 232 dal console Manio Pomponio, finchè nel 231 furono inviati due eserciti consolari: uno contro i Corsi, comandato da Papirio Masone, e uno da Marco Pomponio Matone, contro i Sardi, ma senza risultati.

Dal 227 a.c., l'isola ottenne la forma giuridica ed il rango di Provincia e vi fu inviato un pretore per governarla. Per i nuovi insorti fu inviato il Console Caio Attilio Regolo, nel 225 a.c.


Ampsicora

La più importante rivolta però fu quella del 215 a.c. dopo le vittorie di Annibale in Italia. Un autorevole esponente dell'aristocrazia terriera sardo-punica, Ampsicora, aveva riunito un esercito consistente con rinforzi da Cartagine ed inviò una flotta al comando di Asdrubale il Calvo.

AMPSICORA
Il piano di Ampsicora era di dare battaglia quando tutte le forze si fossero riunite e lasciò il comando al figlio Iosto a Cornus con una parte dell'esercito. I rinforzi di Cartagine però non arrivarono in tempo per colpa di una tempesta e Iosto accettò la battaglia offerta dal comandante Manlio Torquato. L'esercito sardo fu sconfitto subendo la perdita di 3.000 soldati, 800 furono fatti prigionieri.

Asdrubale il Calvo intanto raggiunse la Sardegna, sbarcò a Tharros e respinse i Romani verso Caralis. A loro si unì Ampsicora con il resto dell'esercito. Nella piana del Campidano la coalizione sardo-punica fu duramente sconfitta. Morirono 12.000 tra Sardi e Cartaginesi e 3.700 furono fatti prigionieri fra i quali Asdrubale il Calvo ed Annone.

Iosto morì in battaglia. Ampsicora affranto dal dolore per la morte del figlio, non volendo finire nelle mani dei Romani si uccise. I superstiti si rifugiarono a Cornus dove prepararono un'ultima inutile resistenza, ma questa volta vinsero i sardi. La città fu rasa al suolo e la popolazione fuggì verso l'interno dell'Isola.

La resistenza dei Sardi si protrasse ancora nel II secolo a.c. quando nel 177/176 a.c., il Senato inviò il console Tiberio Sempronio Gracco con due legioni di 5.200 fanti ciascuna, più 300 cavalieri, cui si associarono altri 1.200 fanti e 600 cavalieri fra alleati e Latini. In questa rivolta persero la vita 27.000 sardi; in seguito alla sconfitta, a queste comunità fu raddoppiato il gravame delle tasse, mentre Gracco ottenne il trionfo. Tra le ultime rivolte quelle del 126 e del 122 col trionfo di Lucio Aurelio, nonchè di Marco Cecilio Metello nel 111 a.c.


Le Guerre Sociali

Durante le guerre civili romane l'isola fu prima spinta verso la fazione mariana, poi indotta a schierarsi nel campo opposto dal partito di Silla. Morto questo, il pretore mantenne la Sardegna fedele a Pompeo, finché Carales (Cagliari) non si schierò con Cesare, imitata poco dopo da tutta l'isola.

Fu scacciato il luogotenente di Pompeo, Marco Cotta, e fu accolto favorevolmente quello di Cesare, Quinto Valerio Orca. I pompeiani non si diedero per vinti e iniziarono una serie di azioni per la riconquista delle città costiere. Sulcis si arrese mentre Carales resistette, così Cesare, che vi soggiornò tra il 16 ed il 28 aprile del 46, punì la prima e premiò la seconda. Nel 44 a.c., la Sardegna, assegnata ad Ottaviano, fu invece occupata da Sesto Pompeo che la tenne come base per la lotta contro i cesariani fino al 38 a.c., quando, tradito dal suo luogotenente, fu soppiantato da Ottaviano nel possesso dell'isola.


L'Impero

Nel 27 a.c. le province dell'Impero Romano furono ripartite tra le province affidate all'Imperatore Augusto, governate da legati di rango senatorio, e province affidate al senato, governate da proconsoli di rango senatorio.

LA FULLONICA
La violenza di questa rivolta costrinse Augusto a rimuovere i senatori dal comando dell'isola ed a prenderne lui stesso il controllo diretto ma la rivolta non durò molto. Infatti nel 19 Tiberio sostituì il distaccamento di legionari con 4000 liberti (o figli di liberti) ebrei. La situazione tornò tranquilla e Claudio ridette il comando al senato. Nel 68-69 vennero distribuite terre per coltivare ai barbari dell'interno che ben presto si romanizzarono.

Il II sec. fu un momento di sviluppo e di prosperità, I Romani ebbero la possibilità di ricostruire e migliorare la rete stradale punica spingendola anche all'interno, costruirono terme, anfiteatri, ponti, acquedotti, colonie e monumenti. La ricchezza della Sardegna era agricola e mineraria, esportando piombo, ferro, acciaio e argento grazie alle sue miniere, e grano per 250.000 persone. Nel 170, l'isola era sotto il controllo senatoriale. Nel 211, come in tutto l'impero, riprese il malcontento della popolazione e le rivolte.

I Romani, nei secoli in cui dominarono l'isola, fondarono molte nuove città come Turris Libisonis (Porto Torres) e fecero sviluppare molti centri abitati soprattutto nelle coste, come Carales, Olbia, Fanum Carisii (Orosei), Nora e Tharros, ma anche nell'interno, come Forum Traiani (Fordongianus), Forum Augustis (Austis), Valentia (Nuragus), Colonia Julia Uselis (Usellus).


La decadenza

Nel 212 grazie a Caracalla i Sardi, come tutti gli abitanti dell'Impero, ottennero la cittadinanza romana, ma la situazione peggiorò perchè nel 280 d.c. una flotta di Franchi saccheggiò le città costiere di tutto il Mar Mediterraneo e i Sardi, che per secoli si erano ritenuti al sicuro da ogni pericolo esterno all'Impero, tornarono all'interno dell'isola e quelli che restarono sulle coste chiusero i porti e cinsero di mura le città.

Successivamente la "provincia della Sardegna e della Corsica" fu divisa e dal quel momento mai più si sarebbero unite. Le tasse aumentarono fino al 456 quando i Vandali, dopo aver saccheggiato Roma, la conquistarono e l'annetterono al loro regno. Ma vinsero solo sulle coste, poiché i Sardi dell'interno si ribellarono ai Vandali impedendo loro di entrare nella loro zona.



CARALES

Cagliari (Carales o Karalis) era la città più importante della Sardegna. Il suo centro vitale, come in tutte le città romane, era il Foro, dove sorgevano i principali edifici pubblici e religiosi: la curia municipale, l'archivio provinciale, la sede del governatore, la basilica, il tempio di Giove Capitolino. Purtroppo non si conosce la localizzazione esatta di questi monumenti: si sa però che il Foro doveva essere situato nell'attuale Piazza del Carmine.

Da qui partivano ben quattro strade che traversavano l'intera isola dal sud al nord, rendendo Carales un centro strategico importante per le rotte commerciali del Mediterraneo occidentale, ospitando un distaccamento della flotta di Miseno, e da qui partiva il grano per l'approvvigionamento di Roma.

La zona abitata si sviluppava sulla costa per circa 300 ettari, con una popolazione di 20.000 abitanti. I punti estremi di questo territorio erano l'attuale Viale Sant'Avendrace e la regione di Bonaria, dove si locavano le necropoli. Per la legge romana, infatti, i sepolcri non potevano essere ospitati all'interno delle zone urbane.

La città ebbe molti interventi edilizi di pubblica utilità come la realizzazione della rete fognaria e la pavimentazione di strade e piazze, la costruzione di un acquedotto (nel 140 d.c.), e nel I sec d.c. fu dotata di portici e divenne municipium, ossia una città autonoma con cittadinanza romana. Nel II sec. d.c. fu costruito l'anfiteatro, ancora utilizzato per gli spettacoli ad oggi, semi-scavato nella roccia, che poteva ospitare fino a 10.000 persone.

I quartieri signorili sorgevano nel territorio a nord di Sant'Avendrace e nell'area di San Lucifero, con le terme, i templi, alcuni teatri e numerose ricche abitazioni; i quartieri mercantili si trovavano nella zona della Marina e i quartieri popolari erano vicino al porto, fra l'odierna via Roma e il Corso Vittorio Emanuele.

Qui vennero ritrovate ricche abitazioni (Casa del Tablino Dipinto e Casa degli Stucchi), nel sito che viene tradizionalmente chiamato la Villa di Tigellio. Nell'attuale Via Malta è stato invece riportato alla luce un tempio con annesso un teatro per le rappresentazioni legate al culto: è di impianto punico, ma è stato utilizzato anche in età romana.
Il quartiere mercantile si trovava probabilmente nella zona della Marina, come sembrerebbero confermare gli scavi praticati sotto la chiesa di Sant'Eulalia, mentre il quartiere popolare era probabilmente vicino al porto, fra l'odierna Via Roma e il Corso Vittorio Emanuele.


L'ECONOMIA

Le fonti letterarie ed archeologiche parlano delle ricche pianure esistenti nel fertile entroterra, gestite a latifondo, i cui prodotti dovevano confluire nel porto cagliaritano ed erano destinati all’approvvigionamento granario di Roma. Ancora in età tardo-antica, si accenna alla necessità di fornire vettovagliamenti ai porti dell’Italia centro-meridionale (Epistola di Paolino da Nola, 49). Dall'esame dei carichi delle navi naufragate i più comuni erano le anfore. soprattutto le vinarie greco-italiche, apule, galliche, rinvenute insieme al vasellame da mensa collocato negli interstizi tra un’anfora e l’altra.

È attestata anche l’importazione di olio sia dalla penisola iberica che, in epoca medio e tardo-imperiale, dalle regioni nord-africane, da cui proveniva pure in abbondanza la ceramica da mensa definita sigillata africana, dal II al VI secolo d.c., con produzione vinicola locale di età medio-imperiale, unitamente al trasporto di olio, olive, salsa di pesce (garum). Altra fonte di ricchezza i prodotti minerari, il cui commercio si svolgeva dai vari porti sudoccidentali dell’isola al continente, gestito, come del resto gli altri prodotti, da corpora naviculariorum, cioè gruppi associati per i servizi di rifornimento dello stato romano.

Si produceva e si esportava piombo argentifero, ferro, rame, ma anche granito spesso rinvenuto in prodotti non finiti (capitelli, colonne, macine ecc.). Il rinvenimento di lingotti in piombo e stagno testimonia il commercio del prodotto attraverso l’asse Spagna-Sardegna, in età imperiale.

Una “constitutio” di Valentiniano III attesta, nel V sec. d.c., l’esportazione di buoi, cavalli e carne suina; il sale era un altro prodotto importante: la sua estrazione era a carico di società di lavorazione-trasporto del prodotto che avevano l’appalto per la gestione delle saline ed il suo commercio. Vi era poi la produzione locale di manufatti ceramici. Lo sfruttamento delle materie prime quali l’argilla ed il calcare offriva un’industria a livello locale.



LE FONTI STORICHE

Livio cita Carales per gli avvenimenti del 215 a.c., in occasione della rivolta di Ampsicora, ricordando lo sbarco di c. Manlio Torquato, la devastazione nel 210 a.c., del suo retroterra ad opera dei Cartaginesi capeggiati da Amilcare; la fonda della flotta di Tiberio Claudio Nerone nell’inverno del 202 a.c. ed infine l’alleanza con Roma durante gli avvenimenti del 178-177 a.c. (rivolta delle popolazioni dei Balari e Iliensi dell’interno dell’isola), contrariamente a Floro, riferendo della punizione subita dalla città per aver sostenuto la rivolta, in seguito repressa da Tiberio Sempronio Gracco.

Nella guerra civile tra Cesare e Pompeo la città che si schiera da parte cesariana, osteggiando il pompeiano Marco Aurelio Cotta (Caes. Bell. Civ.) ed accogliendo lo stesso Cesare, nel 46 a.c., dopo la vittoria sui pompeiani a Tapso in Cilicia. Le vicende successive vedono la città occupata dal legato di Pompeo, Menas, secondo quanto riporta lo storico Cassio Dione.

Sulla elevazione allo “status municipalis”, Plinio (Naturalis Historia) data il provvedimento intorno al I secolo d.c.; probabilmente un periodo posteriore al 38 a.c. per volere di Ottaviano Augusto dopo la liberazione dell’isola dai pompeiani. Inoltre, varie iscrizioni attestano la presenza di liberti municipali con il “nomen Iulius” da cui si potrebbe ipotizzare, vista la denominazione di “municipium iulium civium romanorum”, un provvedimento da parte di Ottaviano preso prima del 27 a.c., anno in cui egli assume la “tribunicia potestas” ed il titolo di “Augustus”.

Strabone la menziona come la città più importante dell’isola assieme a Sulci, mentre alla fine del IV secolo d.c. il suo porto è ricordato da Claudiano, per l’accoglienza della flotta di Stilicone, nel 397, durante la guerra contro il comes d’Africa Gildone. Il municipio di cittadini romani risulterebbe iscritto alla tribù Quirina, retto da un collegio di quattuorviri, due dei quali, i “quattuorviri iure dicendo”, sono addetti all’amministrazione della giustizia, gli altri, i “quattuorviri aedilicia protestate”, alla cura delle infrastrutture pubbliche.

RICOSTRUZIONE DELL'ANFITEATRO

L'ANFITEATRO

L'Anfiteatro poggia su una valletta naturale alle pendici occidentali del colle di Buon Cammino. I costruttori adattarono le caratteristiche del terreno alla configurazione dell'edificio, ricavando le gradinate dal banco roccioso per una capienza stimata in circa diecimila spettatori.

Come negli altri anfiteatri, anche in quello Cagliaritano le gradinate sono divise in ordini diversi, riservati a differenti classi sociali che vi accedevano da diversi passaggi. Sul piano dell'arena corre un lungo corridoio da cui si affacciavano i vani che custodivano gli animali, nei piani sotterranei venivano custoditi i macchinari per il cambio di scena.

Subito a ridosso dell’arena, su un largo podium, prendevano posto i decuriones, cioè la classe dirigente cittadina; sui gradini del primo anello, chiamato ima cavea o maenianum primum, si accomodavano i loro
familiari e i cittadini liberi distinti per censo; il secondo anello, detto media cavea o maenianum secundum imum, era per tutti gli altri uomini di nascita libera meno abbienti; infine nella summa cavea o maenianum secundum summum, il terzo anello, in appositi settori venivano relegati le donne e gli schiavi.

In origine l'Anfiteatro, per metà scavato nella roccia e per metà in calcare bianco, era provvisto di una monumentale facciata nel lato sud alta circa 20 m a cui si opponeva un settore con corridoi e gradinate che sormontavano la stretta gola rocciosa. Le gradinate che furono scavate nella roccia sono le uniche parti del monumento superstiti.

Il resto, edificato in muratura utilizzando tecniche diverse, fu completamente demolito nel corso dei secoli per recuperare il materiale da costruzione. Nel corso del medioevo e della prima età moderna, tutti i muri in opera quadrata dell’anfiteatro furono smantellati fino ai piani di posa incisi nella roccia.

L'anfiteatro ospitava combattimenti tra animali, tra gladiatori e tra combattenti specializzati che venivano reclutati anche fuori dalla Sardegna. In egual misura venivano eseguite le pene capitali davanti alla folla esultante.

Gli scavi hanno restituito, oltre a monete ed altri reperti, una gran quantità di sottili lastre di marmo, prova che i gradini erano rivestiti di materiale pregiato. Infatti per secoli furono asportate le gradinate ed utilizzate come materiale da costruzione e solo alla metà del secolo scorso si cominciò un lavoro di restauro. Attualmente il monumento è allestito con una struttura lignea realizzata per la stagione estiva degli spettacoli.



AREA ARCHEOLOGICA SANTA EULALIA

Sotto i pavimenti della chiesa di S. Eulalia sono riemersi un tratto di strada lastricata largo più di quattro metri e i resti di alcuni importanti edifici di cui sono visibili parte della soglia ed un lembo del prospetto, con rovine e reperti di epoche diverse:
  • ai primi secoli dell'Impero appartengono un tratto di strada lastricata con probabile funzione di percorso cerimoniale, risalente al IV secolo,  e i resti di un edificio che si affaccia su questa.
  • alla seconda metà del V sec: i resti di due costruzioni monumentali, dalla planimetria piuttosto complessa, realizzate con materiale di spoglio
  • alla seconda metà del VI sec: cospicui resti di pasto (valve di molluschi e ossa di animali), frammenti di stoviglie, anfore vinarie e tantissime lucerne testimoniano un'intensa frequentazione. 
  • Le rovine di un tempio del II-III secolo a.c.
  • un colonnato di epoca tardo-repubblicana.
Le decorazioni delle lucerne rinvenute, sono tratte dal repertorio iconografico cristiano. Questo fa pensare che nelle vicinanze ci fosse un luogo di culto.


CRIPTA DI SANTA RESTITUTA

CRIPTA DI SANTA RESTITUTA

Trattasi di un ipogeo in parte naturale e in parte scavata nella roccia, di epoca tardo-punica, III sec. a.c., a pianta irregolare con svariati vani di diverse forme e dimensioni, utilizzati come altari o cisterne. Dopo un periodo di abbandono nel XIII sec. la cripta venne decorata con affreschi bizantineggianti di cui rimangono alcuni brandelli raffiguranti S. Giovanni Battista.

Nel '600, durante gli scavi per la ricerca dei Corpi Santi, fu ritrovata un'olla in terracotta contenente le reliquie di Santa Restituta, di origine africana, giunte nell'isola nel V sec.

Agli inizi del XVII sec. alla statua di marmo della Santa vennero attribuiti onori e origini locali, come madre di S. Eusebio, e fu costruita una piccola cripta per ospitare la cosiddetta colonna del martirio, in seguito vennero costruiti altri altari in pietra e malta decorati nel frontespizio in pietra. In realtà la colonna non è una colonna ma un'ara scavata nella roccia, sicuramente preromana e punica.
Durante una persecuzione anticristiana, ordinata da Diocleziano nel 304, molti cristiani di Cartagine e Biserta, furono arrestati e trascinati in catene a Cartagine e condannati a morte: fra loro c'era anche Restituta.

Pietro Suddiacono, nel X sec. scrisse il processo, la condanna e il martirio della santa che, stremata dalle torture, fu posta su una barca carica di stoppa, resina e pece che fu data alle fiamme, la santa rimase illesa, mentre il fuoco annientò l'altra imbarcazione con i suoi occupanti. Restituta contenta ringraziò il Signore, castigo degli empi, e invocò che un angelo la accompagnasse durante la traversata: esaudita e riconoscente domandò di morire e fu accontentata.

Secondo un'altra tradizione la barca approdò ad Ischia, dove viveva una matrona cristiana di nome Lucina che avvertita in sogno dall'angelo, si recò sulla spiaggia, dove trovò l'imbarcazione arenata e in essa il corpo intatto e splendente di Restituta. Radunata la popolazione, venne data solenne sepoltura alla martire nel luogo detto Eraclius, dove sono conservati i ruderi di una basilica paleocristiana, e dove sorge oggi un santuario dedicato alla Santa. La leggenda racconta che quando la barca toccò la spiaggia per miracolo questa si riempì di gigli bianchi: i gigli di Santa Restituta.

Comunque il culto di santa Restituta è legato alla persecuzione vandalica del 429 in Nordafrica, ordinata dal re Genserico e descritta da Vittore di Vita. Nei vari luoghi dove trovarono rifugio gli esuli cartaginesi, ebbe origine la devozione alla martire africana: Lacco Ameno (Ischia), Napoli, Cagliari, Palermo, Calenzana (Corsica), Montalcino e Oricola Borbona (Rieti).



FULLONICA

Gli scavi hanno riportato alla luce i resti di un'ambiente con un pozzo e alcune vasche che, secondo gli studiosi, era un laboratorio adibito al lavaggio e alla tintura delle stoffe, in cui il ciclo di lavorazione prevedeva l'immersione dei tessuti in vasche contenenti miscele sbiancanti o coloranti.

Il locale era pavimentato con un lastricato in pietra e una fascia di cocciopesto nella quale erano inseriti piccoli tasselli di marmo colorato e pannelli di mosaico, che presentavano motivi marini come delfini, ancore e alligatori. Ai piedi di un banco in muratura c'era l'iscrizione che indicava il proprietario dello stabilimento.

Al di sotto del palazzo dell'INPS è racchiuso un lembo dell'area archeologica che comprende una parte del pavimento in cocciopesto, un mosaico, un pozzo e due vasche.



LATOMIE

Nel 1595 in prossimità dell'Anfiteatro romano i frati Cappuccini fondarono il loro primo convento sardo, che attirò l'attenzione degli studiosi per la presenza di alcune monumentali cisterne scavate nella roccia calcarea attribuite al periodo punico.

Si trattava invece di antiche latomie, ovvero cave per l'estrazione di blocchi utilizzati per la costruzione del vicino Anfiteatro romano. Solo in un periodo successivo furono adibite a cisterne e rese impermeabili con il cocciopesto, un intonaco di calce mista a cocci triturati.

La più ampia, nota come Cisternone Vittorio Emanuele II, poteva contenere fino ad un milione di litri d'acqua piovana proveniente dall'anfiteatro attraverso un cunicolo sotterraneo tuttora percorribile.

La cavità subì un ulteriore riadattamento a carcere, come testimoniano le numerose anelle osservabili lungo le pareti, destinate al fissaggio delle catene.



VILLA DI TIGELLIO

PIANTA DELLA VILLA
Il complesso, noto con il nome di Villa di Tigellio perché originariamente attribuito al ricco cantore romano, comprende in realtà i resti di un elegante quartiere residenziale romano di età imperiale.

Nell’area sono visibili i resti di una struttura termale, di cui sono conservati resti del pavimento del calidarium, la stanza dei bagni d'acqua o di vapore, e di tre abitazioni signorili.

Due di questo sono dette Casa del Tablino dipinto (lo studiolo del padrone di casa), nella quale sono stati ritrovati resti di pavimentazione a mosaico, e Casa degli Stucchi così detta dai resti delle decorazioni murali; della terza casa non rimane invece quasi nulla. L'età va dalla: fine del I sec. a.c. fino al VI/VII sec. d.c.

Sono attualmente visibili i resti di tre abitazioni adiacenti affiancate ad uno stretto vicolo che le separa da un'area in cui sorgeva un complesso termale, di cui sono conservati resti del pavimento del calidarium, stanza dei bagni d'acqua o di vapore.

Le tipologie edilizie richiamano quelle della domus romana, articolata longitudinalmente in vani la cui disposizione e funzione obbedivano a canoni ben determinati.

Nelle domus cagliaritane è ben riconoscibile l'atrio, in cui l'impluvium, sorretto da quattro colonne, consentiva la raccolta dell'acqua piovana in una cisterna posta al di sotto del pavimento, e, comunicante con l'atrio, il tablino, sorta di studiolo di pertinenza del padrone di casa. Piccoli ambienti destinati alla notte, i cubicula, erano disposti ai lati o posteriormente all'atrio.


Gli scavi

Effettuati in varie riprese a partire dall'Ottocento, avevano restituito decorazioni murali e mosaici pavimentali di pregio, da cui erano derivate, a due delle domus, le denominazioni di "casa degli stucchi" e "casa del tablino dipinto" (il tablino era una sorta di studiolo di pertinenza del padrone di casa, ben riconoscibile nelle domus cagliaritane).

Attualmente sono visibili alcuni frammenti di affreschi, un lembo di mosaico pavimentale policromo, un pavimento costruito con la tecnica dell'opus signinum, con tessere in marmo bianco inglobate nel cocciopesto.



GROTTA DELLA VIPERA

COME APPARE OGGI
Costruita tra il I e il II secolo d. C., essa riproduce la facciata di un tempio con colonne: è chiamata così per la presenza, ai lati del frontone, di due serpenti, antichi simboli della Madre Terra molto usati anche a Pompei.

Il monumento, scavato nella roccia, fu dedicato dal romano Lucio Cassio Filippo alla moglie Atilia Pomptilla, per ricordarne in eterno la memoria e l'amore dimostratogli.

La leggenda narra infatti che Atilia avesse pregato gli dei perché prendessero la sua vita in cambio di quella del marito, gravemente ammalato. Gli dei, impietositi, la accontentarono: Filippo poté continuare a vivere grazie all'estremo sacrificio della moglie.

La storia viene ricordata anche sulla parete della grotta, dove, in un'iscrizione in lingua greca, si legge:

"Possano, le tue ceneri, o Pomptilla, tramutarsi in viole e in gigli,
e fiorire nei germogli delle rose, del croco odoroso e dell'eterno amaranto.


RICOSTRUZIONE, COME DOVEVA APPARIRE
Possa tu rinascere nei bei fiori del garofano,
affinché il tempo, così come per Narciso e Giacinto,
conservi anche il tuo fiore tra coloro che verranno.

Mentre infatti, il respiro di lei si affievoliva,
accostandosi Filippo alle estremità delle sue labbra,
ne accoglieva l'anima;
così Pomptilla, stando accanto al marito che respirava a fatica,

scambiava la sua morte con la vita di quello."



LE EPIGRAFI

La storia della Carales romana è attestata soprattutto dai rinvenimenti epigrafici di l’età imperiale che ricordano azioni evergetiche da parte di personaggi politicamente influenti:

PARTICOLARE DELLA GROTTA DELLA VIPERA
  • un’iscrizione datata in un periodo precedente al 6 a.c. ricorda la costruzione di “campum et ambulationes” da parte di Cecilio Metello Cretico, cioè luoghi per il passeggio e di esercitazione sportiva e militare;
  • restauri di fogne, strade, itinera sono intrapresi da parte del “procurator Augusti,  praefectus provinciae Sardiniae”, 
  • itinera sotto Domiziano; tra il 200 ed il 209 d.c.
  • Domizio Tertullo restaura le terme cosiddette Rufiane, 
  • Lucio Ceionio Alieno costruisce e successivamente restaura horrea imperiali tra il 212 ed il 217 d.c., ovvero i granai pubblici presenti in città, luogo di stivamento dei prodotti cerealicoli provenienti dal fertile Campidano.
  • Le attestazioni epigrafiche riguardanti gruppi di “classiarii” militanti nella flotta misenate testimoniano, inoltre, l’importanza del porto di Carales come base militare di distaccamento per il presidio di questa porzione del Mediterraneo centro-occidentale. 
  • Due iscrizioni di età augustea, attesterebbero la costruzione di un edificio di incerta identificazione eretto da un Iulius M. f., 
  • l’altra, la costruzione di un mercato da parte di L. Alfitenus L. f. Quir. 
  • un’iscrizione documenta ancora la sede del praetorium, 
  • la presenza di un tabularius in un altro documento epigrafico potrebbe testimoniare un edificio pubblico con funzione di archivio provinciale in Carales.
  • Dalle passioni medievali di Efisio e Lussorio apprendiamo l’esistenza di un tribunale e di un carcere dove i due martiri sarebbero stati giudicati ed avrebbero scontato la pena loro assegnata prima disubire il martirio.
  • Di recente alcune scoperte in una delle grotte presenti nel complesso dei Cappuccini, in vico I Merello ha fatto ipotizzare la presenza del carcere in un’area prossima all’anfiteatro, dove i condannati avrebbero potuto subire il martirio nell’ambito dei giochi circensi. Però Vitruvio afferma: “Aerarium, carcer, curia foro sunt coniugenda, sed ita uti magnitudo symmetriae eorum foro respondeant”, cioè: “l’erario, il carcere e la curia debbono essere congiunti al foro, ma in modo che le loro dimensioni e i rapporti modulari siano proporzionati al foro” (De Architectura). 
È ipotizzabile l’esistenza del capitolium, in base alla persistenza del toponimo derivato dall’intitolatura di una chiesa dedicata a San Nicola in Capitolio, presente sino alla seconda metà dell’800 all’inizio dell’attuale via Sassari.


BIBLIO

- Plinio - Naturalis Historia - III -
- Tolomeo - Geographica - III  e VIII -
- Pomponio Mela  - Chronographia - II -
    - S. Angiolillo - L'arte della Sardegna romana - Milano - 1998 -
    - A.M. Colavitti, C. Tronchetti - Guida archeologica di Cagliari - Sardegna archeologica - Guide e Itinerari - Sassari - 2003 -
    - Mauro Dadea - L’anfiteatro romano di Cagliari - Sardegna archeologica - Carlo Delfino ed. - Sassari - 2006 -
    - P. Meloni - La Sardegna romana - Sassari - 1990 -







 

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