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I SACRI MISTERI


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"Felice colui, tra gli uomini viventi sulla terra, che ha visto queste cose!
Chi invece non è stato iniziato ai sacri misteri, chi non ha avuto questa sorte non
avrà mai un uguale destino, da morto, nelle umide tenebre marcescenti di laggiù
."

(Inno a Demetra)

Possiamo suddividere i Sacri Misteri in queste principali categorie. anche se in effetti ce ne furono parecchi altri. Tanto per farne un esempio anche il culto di Mitra aveva un culto misterico riservato e le sue cerimonie di svolgevano nel sottosuolo.

- Misteri Lernici (di Dioniso e Demetra)
- Misteri Isiaci
- Misteri Dionisiaci
Misteri Eleusini ( riti religiosi misterici che si celebravano nell’antica città greca di Eleusi)
Misteri Lernici di Dioniso
Misteri Orfici
- Misteri della Grande Madre



MISTERI ELEUSINI

La Storia

I riti eleusini erano antichissimi, si svolgevano già prima dell’invasione ellenica (periodo miceneo, circa 1600-1100 a.c.). Secondo alcuni studiosi il culto di Demetra fu fondato nel 1550 a.c.


I MISTERI ELEUSINI
Eleusi fu una città-stato indipendente fino al VII sec. a.c., divenendo parte dello Stato ateniese, per cui i riti si estesero a tutta la Grecia e alle sue colonie.

La città divenne un centro importante per il culto di Demetra, a cui era dedicato un tempio di epoca micenea, posto sull'acropoli.

Il tempio era noto per la celebrazione di riti di iniziazione detti Misteri Eleusini.
Riferimenti alla città e ai Misteri si trovano in diversi miti greci.

Ebbero larga diffusione anche a Roma e perfino Cicerone, gli imperatori Adriano, Marco Aurelio (che ebbe come mistagogo Erode Attico) e Gallieno ne seguirono il percorso spirituale.

Il santuario fu chiuso da Teodosio I nel 381. Pochi anni dopo Eleusi fu presa e saccheggiata dai barbari, e nel 396 venne abbandonata. Nessuno seppe mai cosa avvenisse in questi misteri.


I Misteri

I misteri rappresentavano il mito del ratto di Persefone, strappata alla madre Demetra dal re degli Inferi, Ade, in un ciclo di tre fasi, la "discesa" (la perdita della figlia), la "ricerca" (della figlia) e l'ascesa (alla terra), dove il tema principale era la "ricerca" di Persefone e il suo ricongiungimento con la madre.

Il rito era diviso in due parti: la prima, i Piccoli Misteri, era una specie di purificazione che si svolgeva in primavera nel mese di Antesterione, la seconda, Grandi Misteri, era un momento consacratorio e si svolgeva in autunno nel mese di Boedromione (settembre-ottobre). Secondo i moderni la cerimonia voleva rappresentare il riposo e il risveglio perenne della vita delle campagne.

I riti erano in parte dedicati anche alla figlia di Demetra, Persefone, poiché l’alternarsi delle stagioni ricordava l’alternarsi dei periodi che Persefone trascorreva sulla terra e nell’Ade.

KERNOS PER IL CICEONE
I riti, le cerimonie e le credenze erano tenute segrete.

Gli iniziati credevano che la vita non finisse con la morte, ma non che ci fosse un premio o un castigo.

I vari aspetti dei Misteri sono rappresentati su molti dipinti e ceramiche.

Poiché i Misteri comprendevano visioni e invocazioni a una vita oltre la morte, alcuni studiosi ritengono che il potere e la longevità dei Misteri Eleusini derivasse da agenti psichedelici, collegati all'utilizzo di pane a base di segala cornuta, cioè segala contaminata dal fungo claviceps purpurea.

Per molti studiosi ciò che non capiscono loro non è da capire, è folle.


Mircea Eliade scrive:

" - Il primo giorno la festa si svolgeva nell'Eleusinion di Atene, ove il giorno prima erano stati solennemente trasportati da Eleusi gli oggetti sacri.
- Il secondo giorno la processione si dirigeva verso il mare. Ogni aspirante all'iniziazione, accompagnato da un tutore, portava con sé un porcellino che lavava nelle onde e sacrificava al ritorno ad Atene.
- Il giorno successivo, alla presenza dei rappresentanti del popolo ateniese e delle altre città, l'Arconte Basileus e la sua sposa eseguivano il grande sacrificio.
- Il quinto giorno segnava il momento culminante delle cerimonie pubbliche. Un'enorme processione partiva all'alba da Atene. I neofiti, i loro tutori e numerosi Ateniesi accompagnavano le sacerdotesse che riportavano ad Eleusi gli oggetti sacri.
Verso la fine del pomeriggio la processione attraversava un ponte sul Kephisios, e là uomini mascherati lanciavano insulti contro i cittadini più importanti.
Al calare della sera, con torce accese, i pellegrini entravano nel cortile esterno del santuario.
Una parte della notte era dedicata alle danze e ai canti in onore delle dee.
- Il giorno successivo gli aspiranti all'iniziazione digiunavano ed offrivano sacrifici; circa i riti segreti (le teletes) possiamo, però, soltanto avanzare alcune ipotesi.
Le cerimonie che si svolgevano all'esterno e all'interno del telesterion si riferivano probabilmente al mito delle due Dee. Si sa che gli iniziandi, con le torce in mano, imitavano Demetra vagante con fiaccole alla ricerca di Persefone
 ".


Clemente Alessandrino ci ha tramandato la formula sacra dei misteri:
"Ho digiunato; ho bevuto il ciceone (bevanda rituale); ho preso nel cesto e, dopo averlo maneggiato, ho deposto nel cesto, poi, riprendendo dal cesto, ho riposto nel cesto".

Probabilmente il paniere rituale simboleggiava il mondo infero e l'iniziando, scoprendolo, scendeva agli Inferi. A seguito di questa misteriosa manipolazione degli oggetti sacri, l'iniziato era nato di nuovo e si considerava da ora in avanti come adottato dalla Dea.



MISTERI LERNICI DI DIONISO

Nati nell'antichissima zona di Lerna riguardavano il mito di Demetra e Dioniso. Il segreto della fonte di Lerna era il dono di Poseidone quando giaceva con la figlia "senza colpa" (l'unica delle 50 sorelle che rifiutò di uccidere il proprio marito) di Danao, Amimone.

DEA DI LERNA
Lerna è stato uno degli ingressi degli Inferi, e gli antichi Misteri di Lerna, sacri a Demetra, venivano qui celebrati. Pausania (2.37.1) dice che i misteri sono stati avviati da Filammone, gemello di Autolico, che avrebbe anche stabilito le frasi in prosa e poesia che accompagnavano il rito. 

Si diceva poi avesse inventato pure i cori femminili.

Al Lago Alcyonian, l'ingresso agli inferi poteva essere raggiunto da un eroe che avesse osato sondare le profondità del lago, come fece Dioniso,  alla ricerca di sua madre Semele. Per i mortali il lago era estremamente pericoloso. 

Secondo Pausania:
"Non c'è limite alla profondità del lago Alcyonian, e non so di nessuno che con qualsiasi artificio sia stato in grado di raggiungere il fondo di esso in quanto nemmeno Nerone, che aveva fatto fare molte corde di diversi stadi legate tra loro, senza omettere nulla che potesse aiutare il suo esperimento, è stato in grado di scoprire il limite della sua profondità. Anche questo, ho sentito. L'acqua del lago è, in apparenza, calmo e tranquillo, ma, anche se è tale da guardare, ogni nuotatore che si avventura ad attraversarlo è trascinato verso il basso, risucchiato in profondità, e spazzato via".



MISTERI DELLA GRANDE MADRE 


Misteri di Cibele

Cibele è un'antica divinità anatolica, venerata come Grande Madre Idea, dal monte Ida presso Troia, Dea della natura, degli animali (potnia theron) e delle selve, veniva raffigurata seduta sul trono tra due leoni o leopardi, spesso con in mano un tamburello e con su il capo una corona turrita.

Era venerata soprattutto a Pessinunte, nella Frigia, e da lì si estese nel VII sec. a.c.nelle colonie greche dell'Asia Minore e nel Mediterraneo.

La Dea ebbe un figlio senza concorso maschile, Attis, che crebbe e divenne il suo amante, infedele però poichè la tradì con la ninfa Sangaride. Durante il banchetto nuziale di Attis con la figlia del re di Pessinunte, l'ermafrodito Agdistis si sarebbe innamorato del giovane ma, non essendo corrisposto. lo fece impazzire, facendolo fuggire sui monti. Qui Attis si uccise evirandosi o gettandosi da una rupe. Sembra che Attis sia poi resuscitato, esattamente come la vegetazione annuale, che muore in autunno per resuscitare in primavera..

Nelle cerimonie funebri che si tenevano nell'equinozio di primavera, i sacerdoti della Dea, i Coribanti, suonavano tamburi e cantavano in una sorta di estasi orgiastica, nel corso della quale alcuni arrivavano ad evirarsi con pietre appuntite. 

Catullo descrive i coribanti come eunuchi che vestivano da donna. Virgilio riferisce che nei pressi di Avellino, dove oggi sorge il santuario di Montevergine si trovava un tempio dedicato di Cibele. In effetti oggi Montevergine è un luogo di culto per persone omosessuali e transessuali, che ogni anno, in occasione della festa della Candelora, si recano al santuario per accendere una candela in omaggio all'icona della Madonna nera.

In Sicilia, a Palagonia (CT), ogni anno si svolge "'A Spaccata 'o pignu" (La spaccata del pino) alla vigilia della festa di Santa Febronia (il 24 giugno). Si pone pertanto sull'altare maggiore della Chiesa Madre una grande pigna che schiudendosi svela al suo interno l'immagine della Martire, che viene incoronata e assisa in cielo dagli angeli tra scene di giubilo e grida entusiastiche dei fedeli presenti. 

La pigna sarebbe il corpo mortale che libera l'anima di Febronia dopo i vari supplizi patiti per andare in paradiso, ma sembra chiaro si tratti di una rivisitazione del culto di Cibele e di suo figlio.



A ROMA

Il culto di Cibele, la Magna Mater dei Romani, fu introdotto a Roma il 4 aprile 204 a.c., quando la pietra nera aniconica (priva di immagine), simbolo della Dea, vi fu trasferita da Pessinunte per scongiurare la disfatta ad opera di Annibale, secondo il responso tratto dai sacerdoti dai Libri Sibillini.

Il simulacro della Dea venne posta sull'Ara nella Curia del Foro e infine in un tempio a lei dedicato sul Palatino nel 191 a.c. presso la casa di Romolo. La pietra nera, detta anche "ago di Cibele", costituiva uno dei sette pignora imperii, cioè uno degli oggetti che secondo le credenze dei romani garantiva il potere dell'impero.

« Ci furono sette garanzie a mantenere il potere a Roma: l'ago della Madre degli Dei, la quadriga di argilla dei Veienti, le ceneri di Oreste, lo scettro di Priamo, il velo di Iliona, il palladio, gli ancilia »
(Maurus Servius Honoratus In Vergilii carmina comentarii ad Aen,)

Durante la Repubblica venivano organizzate le e feste in onore di Cibele e Attis dal 15 al 28 marzo, quindi nell'equinozio di primavera, feste dette Megalesia, o Ludi Megalensi. Si procedeva pertanto al complesso rito del Sanguem.



RITO DEL SANGUINEM


Canna intrat

Le celebrazioni iniziavano il 15 marzo, con una processione, detta Canna intrat ("Entra la canna"), che giungeva al tempio di Cibele sul Palatino. I partecipanti, detti "cannofori", portavano al tempio fusti di canne, per commemorare l'esposizione di Attis bambino in un canneto. Secondo alcuni il rito derivava da antichi rituali propiziatori della pioggia in contesto agricolo.


Arbor intrat

I sette giorni seguenti la Canna intrat venivano considerati di espiazione, ed erano noti come Castus Matris ("Digiuno della Madre").

Il 22 marzo avveniva la processione dell'Arbor intrat ("Entra l'albero"), celebrante la morte di Attis. Quel giorno si tagliava il pino, simbolo del Dio, se ne fasciava il tronco con sacre bende di lana rossa, lo si ornava di viole e strumenti musicali e sulla sua sommità si ponevano le effigi del Dio giovanetto. L'albero veniva portato dai "dendrofori" fino al tempio di Cibele, dove avveniva la commemorazione funebre di Attis. Il culto venne proclamato ufficiale dell'Impero Romano a Lione nel 160 d.c.


Sanguem

Il 24 marzo era il Sanguem, o anche Dies Sanguinis: iniziavano le cerimonie funebri e i fedeli culminavano il compianto per la morte di Attis.

L'arcigallo, il gran sacerdote, si tagliava le carni con cocci e si lacerava la pelle con pugnali per spargere sull'albero-sacro il sangue che usciva dalle ferite, in ricordo del sangue versato dal Dio da cui nacquero le viole. Il gesto veniva imitato dagli altri sacerdoti, poi gli uomini che seguivano la scena iniziavano una danza frenetica e nell'eccitazione sguainavano le spade per ferirsi.

Il pino decorato veniva chiuso nel sotterraneo del tempio, da cui sarebbe stato rimosso l'anno successivo. La notte era poi passata nella veglia.


Hilaria  e Lavatio

Il giorno seguente, 25 marzo, il dio era risorto: si celebravano allora le feste chiamate Hilaria e per le strade vi erano cortei gioiosi. In epoca imperiale le celebrazioni prevedevano una processione della statua di Cibele. Il giorno della celebrazione era successivo all'equinozio di primavera, ovvero il primo giorno dell'anno in cui il periodo di luce è più lungo di quello della notte. 
Lo scopo della festività era proprio festeggiare il lento ma graduale svanire delle oscurità dell'inverno e l'attesa di una stagione più gioiosa e luminosa.
In questo giorno era il permesso qualsiasi scherzo o gioco, soprattutto il mascheramento. Ad ognuno era permesso assumere l'identità e l'aspetto di ciascuno, persino di appartenenti ad alte cariche pubbliche come i magistrati.


Requetio

Seguiva un giorno di riposo, detto il Requetio


Lavatio

Il giorno successivo, il 27 marzo giungeva il momento della Lavatio ("Abluzione") della statua di Cibele. La statua della dea, con incastonata sul capo la pietra giunta da Megalesia nel 204 a.c., veniva posta su un carro e portata fin dentro al fiume Almone.

Qui l'arcigallo lavava la statua, asciugandola e cospargendola di cenere. Canti e danze riaccompagnavano la statua al Palatino.


Initium Caiani

L'Initium Caiani era la cerimonia di iniziazione ai misteri di Attis, che veniva praticata il 28 marzo.
L'iniziazione avveniva in un santuario frigio situato sul colle Vaticano, fuori dalle mura. Gli iniziandi consumavano un pasto negli strumenti musicali, cimbali e timpani.

Poi veniva una processione, in cui veniva portato il "kernos", un cratere contenente dei lumi. Infine avveniva una ierogamia, in cui gli iniziati, identificandosi con Attis, celebravano le nozze mistiche con la Dea Cibele.

In epoca imperiale, il ruolo di Attis, la cui morte e resurrezione simboleggiava il ciclo vegetativo della primavera, dette luogo ai Sacri Misteri che si protrassero fino al al 389 quando l'Editto di Teodosio ordinò l'abbattimento di tutti i templi pagani.

MISTERI ORFICI

MISTERI ORFICI

Orfeo è un cantore greco, figlio di Eagro, re della Tracia e della musa Calliope. Le Muse gli insegnarono a suonare la lira, dono di Ermes e di Apollo, cui aggiunse due corde, che divennero nove. 

Il suo canto era magico e incantava le bestie inferocite. Partecipando alla spedizione degli Argonauti, Orfeo supplica gli Dei Cabiri della Samotracia, ai cui misteri egli è iniziato.

Amò fortemente la ninfa Euridice, che il giorno stesso delle loro nozze, per sfuggire alle insidie del pastore Aristeo, fu uccisa dal morso di un serpente velenoso. Orfeo va allora a cercarla negli inferi, riuscendo ad ammansire con la sua musica anche Cerbero e Caronte.

Giunto di fronte agli Dei dell'Ade riesce a commuovere anche Persefone che accetta di restituirgli l'amata purchè nel ritorno alla terra egli non si volga all'indietro. A un certo punto Orfeo non sente più i passi dell'altra e si gira, giusto per vederla svanire nel buio.

Poi le versioni di diramano, per alcuni Orfeo si ritirò sul monte Rodope, dove fu ucciso e dilaniato dalle Baccanti, stanche della sua musica lamentosa. La sua testa fu gettata nel fiume, ma continuò a cantare. Mentre tutti gli esseri viventi piansero la sua morte, gli Dei punirono la Tracia con una pestilenza, che sarebbe cessata solo quando la testa di Orfeo sarebbe stata ritrovata e gli fossero stati tributati gli onori funebri. Alla foce del fiume Melete un pescatore la ritrovò e lì fu costruito un santuario.

Secondo un’altra versione, Orfeo sarebbe morto perché aveva proibito alle donne la partecipazione ai misteri da lui istituiti. Dopo Euridice Orfeo avrebbe infatti ripiegato sull'amore per i fanciulli, innamorandosi profondamente di Calais, figlio di Borea. Con tale comportamento traviò anche i mariti delle donne di Tracia, che si infuriarono dilaniando il poeta, nutrendosi anche di parte del suo corpo. Infatti da molti Orfeo è considerato l'istitutore dell'omosessualità, ma non si tratta in effetti di omosessualità bensì di pederastia

L’orfismo in definitiva si distacca dagli altri culti misterici, segreti in quanto basati su consapevolezze ignorate dalla massa, fondandosi invece su prescrizioni precise di comportamento, con o senza consapevolezza, insomma più che sacri misteri sembra una religione.

L'Orfismo, che nasce nel VI secolo a.c., si basa sulla possessione divina propria dell'esperienza dionisiaca, e sulla convinzione delle pratiche di purificazione proprie dei Misteri eleusini.
I suoi principi sono:
- la credenza nella divinità dell'anima e quindi nella sua immortalità;
- per evitare la perdita di tale immortalità, la necessità di condurre una vita di purezza.
Per Pindaro
« Il corpo di tutti obbedisce alla morte possente,
e poi rimane ancora vivente un'immagine della vita, poiché solo questa
viene dagli dei: essa dorme mentre le membra agiscono, ma in molti sogni
mostra ai dormienti ciò che è furtivamente destinato di piacere e sofferenza
. »
(Traduzione di Giorgio Colli - La sapienza greca)

Quindi nell'Orfismo si riscontra per la prima volta un riferimento a un'"anima", contrapposta al corpo e di natura divina. Tale sciamanesimo si fondava sulle pratiche estatiche laddove però non era il Dio a "possedere" lo sciamano quanto piuttosto era l'"anima" dello sciamano che aveva esperienze straordinarie separate dal suo corpo.

Per l'Orfismo la morte di per sé non "libera" l'anima immortale che invece è destinata a rinascere:
tale liberazione poteva essere conseguita solo seguendo una "vita pura", la "vita orfica", in quanto
l'uomo, nella sua attuale costituzione, è conseguenza dell'uccisione del Dio Dioniso, ed in lui convivono un aspetto "dionisiaco" (lo spirito, l'anima) e un aspetto "titanico" (la materia, il corpo).

Tra le regole di vita del culto orfico: il vegetarismo, il divieto di compiere sacrifici animali, la castità o la temperanza. Il non mangiare carne riguarda il fatto che nell’animale potrebbe esserci un reincarnato, ma pure un discostarsi dal sistema religioso greco, che esercita sugli animali sacrifici cruenti. Non dimentichiamo che gli orfici dovevano evitare non solo il contatto con i morti, ma pure con le donne gravide e con il parto.

Dovevano indossare una veste bianca, simbolo di purezza, e mai vesti di lana, perché provenienti da animali. Tutto ciò non per rispetto degli animali ma per una ricerca un po' ossessiva di purezza, tanto è vero che gli orfici vivevano in comunità isolate, una specie di bramini attenti alla contaminazione.

Secondo l'Orfismo, lo spirito (daimon), che risiedeva nei cieli, ha compiuto un peccato ed è decaduto dal regno dei cieli sulla terra, incarnandosi in un corpo che utilizza per espiare la propria colpa (ora si capisce da chi l'ha preso il cristianesimo). 
Con la morte, l'anima trasmigra e si ricompone (non sulla base di un principio individuale, ma sul principio delle simili nature) in un altro corpo, che può anche non essere quello di una persona (questo dipendeva anche dal comportamento che il daimon ha tenuto nella vita precedente); se invece ha espiato la colpa, l'anima ritorna nel regno dei cieli.

Nell'Orfismo troviamo quindi diverse similitudini coll'odierno buddismo, la teoria delle reincarnazioni (anche in animali), a seconda delle colpe o dei meriti. La consapevolezza avviene per espiazione e non per comprensione. C'è insomma un giudizio con premio e castigo, come del resto nel cattolicesimo.

L'orfismo è dunque alla base di tutto il dualismo tra anima e corpo, bene e male che troverà la massima espressione nella religione cattolica provocando una forte spinta mentale e un forte distacco dal corpo, fonte, come Freud insegnò, di ogni attuale nevrosi.



LA REALTA'

Molto è stato scritto sui Sacri Misteri, spesso con molta confusione e poca fantasia. I Sacri Misteri venivano proposti a coloro che non si accontentavano della religione ufficiale, che non volevano adorare ma capire.

Si trattava di guardare all'interno di se stessi scoprendo che ciò in cui credevano era ciò che gli altri gli avevano raccontato e non ciò che essi stessi avevano scoperto. Il lungo cammino dei Sacri Misteri non seguiva un procedimento razionale come poi ideò S. Freud per sondare il profondo di ognuno, ma un percorso istintivo ed esperienziale, fatto di emozioni così forti da scardinare ogni idea preconcetta.

D'altronde gli antichi potevano affrontare queste cosiddette "Prove Iniziatiche" perchè erano molto meno mentali di noi e forniti di molto più istinto di noi moderni. Col passare dei secoli noi abbiamo coperto sempre di più il nostro mondo istintivo ed emozionale, per cui un sistema del genere su di noi non funzionerebbe perchè resteremmo chiusi a tali forti emozioni.

L'uso dei simboli al posto delle spiegazioni era perfettamente congruo a questo tipo di insegnamenti, perchè il simbolo non può essere compreso dalla mente ma solo dall'istinto. Ed è per questa ragione che gli alchimisti, gli ermetisti ecc. si inventarono dei loro simboli comprensibili solo facendo un percorso interiore. Infatti sul tempio di Delo, come narra Plutarco, stava scritto "Conosci te stesso", perchè la verità si scopre solo togliendo la mente condizionata.

L'iniziato si trovava perciò a demolire tutto ciò in cui aveva creduto fino a quel giorno, scoprendo poi, una volta caduta la mente condizionata, la vera essenza del mondo. Affrontava pertanto la morte e capiva cosa poteva esserci aldilà di questa, non per deduzione mentale ma per puro istinto, cioè non lo pensava ma lo sentiva con assoluta certezza.

L'iniziato non scopriva una vita nell'aldilà come hanno scritto diversi studiosi dalla mentalità un po' cattolica, cioè un dopo-morte con l'anima che veleggia come un fantasma, bensì scoprivano qualcosa che non era divulgabile, perchè per essere credibile andava sperimentato.

Di certo solo pochi tra quelli che intraprendevano i Sacri Misteri giungevano a svelarli, ma coloro che ci riuscivano superavano la paura della morte e anzi l'accoglievano con assoluta serenità, il che permetteva loro di vivere molto meglio.

Il fatto che non fosse possibile raccontare la propria esperienza doveva essere perchè la mente comune non avrebbe potuto accoglierla, tanto vero che nessuno, in 1500 di Sacri Misteri l'ha mai divulgati, perchè chi non li aveva scoperti non aveva nulla da dire a meno di inventarsi fandonie, chi l'aveva capito era tanto saggio da tenerselo per sè, da non avere nessuna voglia di divulgarlo per chiari motivi:
- perchè non aveva l'ansia di condividere la sua scoperta, avendo ormai perduto ogni paura,
- perchè sapeva che non sarebbe stato creduto,
- perchè se per assurdo qualcuno l'avesse creduto, questi si sarebbe disperato e gli si sarebbe scagliato contro.
Tacere era l'unica strada possibile.

BIBLIO

- Walter Burkert - Antichi culti misterici - Laterza - Roma-Bari - 1987- 1991 -
- Fritz Graf - I culti misterici - a cura di Salvatore Settis - I Greci: storia, cultura, arte, società - Einaudi - Torino - 1997 -
- Philippe Borgeaud - Avec Doralice Fabiano - Perception et construction du divin dans l'Antiquité - Genève - Droz - 2013 -
- J. Eckhel - Doctrina numorum veterum - IV - Vienna - 1794 -
- Jorg Rupke - Communicating with the Gods - in A Companion to the Roman Republic - Blackwell - 2010 -



SACRI MISTERI DI VENERE / AFRODITE


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VENERE DI POMPEI

Per Platone, anzi per Diotima nel Convivio, vi sarebbero state due Veneri: Venere Urania, figlia di Urano, il cielo, la Venere Celeste, rappresentante l’amore puro, e Venere Pandemia, figlia di Dione, la Venere Terrestre, Dea dell’amore volgare.

Aggiunge però che l'amore vero, quello della Venere Celeste, appartiene solo all'amore di un uomo verso un efebo. Insomma ci sembra che Platone avesse strane opinioni sulla Venere Urania, e pure sulla Venere Pandemia.

Se per Venere Urania si intende Venere Celeste, per Venere Pandemia si intende Venere Terrestre, e se non abbiamo separato l'istinto dalla mente, diremmo che quella Terrestre è almeno la più completa.
Sesso e sentimenti stanno bene insieme e non è indispensabile metterci l'amore, ma il rispetto e la benevolenza si, altrimenti è sopraffazione, fisica o solo ideologica.

I romani non vedevano il sesso come una cosa peccaminosa, almeno fino all'avvento del cristianesimo, ma anzi alcuni lo consideravano sacro. Questo accadde in epoca preromana ma pure romana, ed era la via sacra della ierodulia, ovvero il sesso sacro, quello che si faceva nei templi della Dea.

Nei Sacri Misteri di Venere la Dea, in qualità di sorgente del sesso e quindi della vita era la Matrice di tutte le cose che vivono sulla terra, animali, uomini e piante.

I Mysteria erano in effetti la festa dell'entrata nell'oscurità e dell'uscita verso la luce.

- Mesrob Mashtot', armeno - Inno alla Dea - 394 d.c.:

- Com’ella tanto nella inestinguibile tempesta
è aurora che qui a oriente giunge,
ha così tutti noi in sé, la Dea,
amanti di Lei, la preziosissima, l’interna, che
irrompe sconvolgendo i nostri colloqui vani.
Insinuandosi, Ella penetra come Afrodite regna
nelle spume dove pure nacque
Telemaco figlio di Ulisse
e ne derivò lo scotimento dei mondi.
Nelle azzurrine davanti Leucade plaghe di
Zacinto, come sogno, tra i templi
issati all’onore di Apollo, noi pure
osservammo di lontano la felice beanza
naturale che ci attende e prima
e dopo l’usuale nascita, l’usuale morte. -




IL MITO

Afrodite, Dea greca dell’Amore, della Bellezza e della Fecondità, affine alla Dea fenicia Ishtar protettrice dell’amore sensuale, chiamata Venere dai Romani che le dedicarono la stella del mattino, secondo Omero sarebbe nata da Zeus e da Dione, per Esiodo, invece, sarebbe emersa dalle acque del mare fecondate dal seme di Urano, presso l’isola di Cipro.

Appena emersa dalle acque sarebbe stata trasportata dagli zefiri a Cipro, o a Pafo o a Citera e, approdata sulla riva, sarebbe stata accolta dalle Ore, rivestita, adornata e condotta sull’Olimpo.
In realtà Afrodite era una Grande Madre, sopravvissuta perchè relegata a Dea dell'amore sensuale, non più universale.

Il mito narra che Afrodite (o Venere), innamorata d’Anchise, futuro padre di Enea, si presentasse vestita da principessa frigia, col mantello rosso, che giacesse con lui su pelli d’orso e di leone mentre intorno ronzavano le api. Il costume frigio, col classico cappello a cono, indicava la facoltà magica acquisita nei Sacri Misteri, la cui ultima fase è rappresentata dal mantello di porpora, perché il nero, il bianco e il rosso erano i colori della luna, della Madre Luna, ossia di tutta l'Opera.

La Dea, che aveva l’aspetto selvaggio nell’orsa e nella leonessa a lei sacre, chiese in cambio il segreto, come si faceva giurare al neofito dei culti misterici.

- L’accoppiamento era l’iniziazione ai Sacri Misteri di Afrodite, cui erano sacri l’orsa e il leone come Ortia o Dea Orsa, la Dea lunare che a Sparta iniziava i neofiti attraverso l’accoppiamento con le sacerdotesse, e l’italica Nortia, sempre Dea orsa, o Norchia (venerata nell’omonimo paese laziale), la Dea che in un mito uccide il figlio e amante Adone. Sembra che la Dea fosse preposta all’erezione del maschio che veniva sollecitato con leggere fustigazioni, usanza che poi passò all’iniziazione bacchica e rivolta alle donne, come si vede nella Villa dei Misteri a Ercolano. -

Apuleio - Le metamorfosi - X

VENERE DI MILO
- Finalmente sfilarono le schiere degli iniziati ai sacri misteri, uomini e donne di ogni condizione e di tutte le età, sfolgoranti nelle loro vesti immacolate di candido lino, le donne coi capelli profumati e coperti da un velo trasparente, gli uomini con il cranio lustro, completamente rasato, a indicare che erano gli astri terreni di quella grande religione; inoltre dai sistri di bronzo, d'argento e perfino d'oro, traevano un acuto tintinnio.

Seguivano poi i ministri del culto, i sommi sacerdoti, nelle loro bianche, attillate tuniche di lino, strette alla vita e lunghe fino ai piedi, recanti gli augusti simboli della onnipotente divinità. Il primo di loro reggeva una lucerna che faceva una luce chiarissima, però non di quelle che usiamo noi, la sera, sulle nostre mense, ma a forma di barca, e tutta d'oro, dal cui largo foro si sprigionava una fiamma ben più grande.

Il secondo era vestito allo stesso modo ma reggeva con tutte e due le mani degli altarini, i cosiddetti «soccorsi», a indicare la provvidenza soccorritrice della grande Dea; il terzo portava un ramo di palma finemente lavorato in oro e il caduceo di Mercurio, il quarto mostrava il simbolo della giustizia: una mano sinistra aperta.

Questa, infatti, lenta per natura, priva di particolari attitudini e di agilità, pareva più adatta della destra a raffigurare l'equità. Costui, inoltre, portava anche un vaso d'oro, rotondo come una mammella, dal quale libava latte, un quinto recava un setaccio d'oro colmo di rametti anch'essi d'oro e un altro un'anfora."

Ma cosa erano i "Sacri Misteri di Venere"?
"noi pure osservammo di lontano la felice beanza naturale che ci attende e prima e dopo l’usuale nascita, l’usuale morte "

Ed Eraclito conferma: "Morte è quanto vediamo da svegli; sogno, quanto vediamo dormendo."

I Sacri Misteri di qualsivoglia divinità avevano tutti lo stesso fine: togliere di mezzo tutte le influenze, i credo, i doveri e la morale istillata dalla società dell'apoca per liberare la mente e risvegliare il Daimon interiore, il Genio personale, il Puer Aeternum.

Liberarsi di tutto ciò che ci è stato insegnato non è facile, perchè nei Sacri Misteri si perdeva la fede in tutto ciò che gli altri credevano, salvo verifica personale. Solo che questo traguardo si otteneva mediante una via di tipo sessuale.

Si cercava la spiritualità nell'amplesso con l'altro, un'esperienza liberatrice, visto che nell'orgasmo la mente si fa da parte, e quello è l'attimo in cui si può iniziare a capire il mondo.

Questa via era sia per uomini che per donne, ma insegnata dalle donne, in quanto più capaci di un maschio di arginare i propri desideri sessuali.

In nome di Venere gli adepti, sia femmine che maschi, si dedicavano alla prostituzione sacra, anche se sembra che gli adepti maschi fossero di numero molto inferiori alle femmine.

Teoricamente desterebbe meraviglia, quando mai un maschio rifiuterebbe le attenzioni sessuali di una donna, però "essere a disposizione di" ridimensiona molto il ruolo maschile ed essere oggetto degli altrui piaceri forse non era tanto gradito.

Si pensa pure che solo le donne attempate o tutt'altro che veneree ricorressero a tali prestazioni. Ma la cosa più probabile è che gli uomini si prestassero all'uso con i maschi, insomma che la prostituzione maschile fosse di tipo omosessuale, e questo sembra più probabile.

AFRODITE PAFOS
Il prestare il proprio corpo per il piacere altrui non sembra tanto spirituale, invece a guardar bene la cosa si comprende che era un grande insegnamento.

Le donne non dovevano rispondere della loro verginità. Inoltre imparavano a conoscere i lati più fragili dei maschi, giungendo così ad ottenere un rapporto alla pari.

Le sacerdotesse del sesso venivano, al contrario delle prostitute, altamente rispettate dai maschi (pena il sacrilegio) e le donne imparavano a superare così la gelosia e il possesso da parte dei loro partner.

Inoltre acquisivano meriti nella loro società avendo svolto mansione di grande prestigio. Sembra che la prostituzione sacra venisse praticata a Sparta, sul suolo italico e pure a Roma, almeno durante la monarchia e la prima repubblica.

Si ipotizza che praticare il sesso con un partner occasionale accogliendolo come simbolo universale dell'altro sesso facesse parte della via mistica onde evolversi a aumentare il proprio valore.


BIBLIO

- Walter Burket - trad. Francesco Nuzzaco, Mito e rituale in Grecia. Struttura e storia, Laterza, Roma-Bari 1987 -
- Fritz Graf - I culti misterici - a cura di Salvatore Settis - I Greci: storia, cultura, arte, società - Einaudi - Torino - 1997 -
- Walter Burket - trad. Maria Rosaria Falivene - Antichi culti misterici - Laterza - Roma-Bari - 1989 -
- Erich Neumann - La Grande Madre. Fenomenologia delle configurazioni femminili dell'inconscio - Roma - Astrolabio - 1981 -
- Laura Rangoni - La grande madre. Il culto del femminile nella storia - Milano - Xenia - 2005 -
- Marija Gimbutas - Il linguaggio della dea - Roma - Venexia - 2008 -
- Purificazione - in: Thesaurus Cultus et Rituum Antiquorum - The J. Paul Getty Museum -



SACRI MISTERI DI CERERE / DEMETRA


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DEMETRA E PERSEFONE

Sofocle
"O tre volte felici i mortali che dopo aver contemplato questi Mysteria, scenderanno nell'Ade; solo loro potranno vivervi; per tutti gli altri tutto sarà sofferenza".

Omero - Inno a Demetra - 
"Felice chi possiede, fra gli uomini, la visione di questi Mysteria; chi non è iniziato ai santi riti non avrà lo stesso destino quando soggiornerà, da morto, nelle umide tenebre"

Anonimo latino
"Avanziamo sui prati fioriti, dove abbondano le rose, giocando alla nostra maniera, la più vicina alle belle danze, sotto la guida delle Moire felici. Per noi soltanto è gioioso il sole e il lume delle torce, per tutti noi che siamo iniziati e abbiamo condotto una vita religiosa verso gli stranieri e i concittadini" .

La celebrazione dei Mysteria era la festa dell'entrata dell'anima nell'oscurità e dell'uscita verso la luce, intesa come oscurità dell'ignoranza e luce della conoscenza.



I MISTERI GRECI

I riti eleusini erano antichissimi, si svolgevano già prima dell’invasione ellenica (periodo miceneo, circa 1600-1100 a.c.). Secondo alcuni studiosi il culto di Demetra fu fondato nel 1550 a.c. ma quando, nel VII sec. a.c. Eleusi dentrò a far parte dello Stato ateniese, i riti si estesero a tutta la Grecia antica e alle sue colonie.

Per Erodoto - II libro delle Storie -

"le figlie di Danao hanno fatto conoscere alle «donne pelasgiche» la telete «quella che i Greci chiamano Thesmoforia»; egli dichiara che può riferire ciò che è lecito narrare, sottolineando l’aspetto esoterico delle cerimonie introdotte nel Peloponneso, ma solo in Arcadia si sono tramandate le tradizioni da generazione in generazione, per via femminile. Le feste infatti sono delle donne."

DEMETRA ARCAICA
In effetti esiste un’iscrizione arcadica del VI sec. a.c. con le prescrizioni rituali dedicate a "Demetra Thesmoforos".

Inoltre le figlie di Danao sono quelle che sfuggite dall’Egitto perché avrebbero dovuto sposare i cugini, si rifugiarono ad Argo, dove costrette a nozze indesiderate uccisero gli sposi.

Per questo furono condannate nell'Ade a versare acqua in recipienti bucati.

E' evidente l'allusione alla costrizione della donna a legarsi in matrimonio.
Sicuramente vi furono ribellioni su vasta scala, e probabilmente l'amazzonismo derivò da questo.

I misteri di Demetra e Core si celebravano nelle Termoforie, chiamate Misteri a causa del segreto a cui erano tenuti gli iniziati, come scrive Erodoto:

De Cereris quoque iniziazione, quam Greci Termoforia vocant, a ferendis legibus, absit ut eloquar, nisi quatemus sanctum est de illa dicere.”

I Misteri  erano due specie: i Grandi Misteri e i Piccoli Misteri; in entrambi si era tenuti a custodire il segreto.

I Piccoli Misteri servivano di noviziato preliminare prima d’essere ammessi ai Grandi Misteri, e si celebravano ad Agra nelle vicinanze di Atene, i Grandi invece ad Eleusi.
Il tempo della prova per essere ammessi durava ben cinque anni in cui si doveva osservare assoluta castità.

Dopo aver subito molte prove si diventava Misto o candidato Epopta, il che significa che si poteva assistere alle cerimonie segrete.

Dunque già era durissimo il percorso di attesa per l'iniziazione, poi c'erano da superare gli anni dei Piccoli Misteri, e finalmente si passava ai Grandi Misteri, ma anche qui, essere ammessi non significava arrivare sino alla fine, perchè pochi potevano giungere fino in fondo e conoscere il segreto della vita e della morte, quel famoso segreto che toglieva la paura di morire.

La festa dell’Iniziazione durava nove giorni. Una strada, detta Via Sacra, univa Eleusi ad Atene; ai piedi dell'acropoli c'era un santuario, l'Eleusinion, dove si svolgevano i riti dei Mysteria. 



I MISTERI DI CERERE-DEMETRA

Il culto di Demetra fu di origine antichissima. In Grecia, Demetra fu venerata come la Dea della terra coltivata, delle messi e della fertilità, protettrice dei campi. Sul  mito di Demetra e di sua figlia Persefone furono fondati, a partire dal VII sec.a.c. , i misteri eleusini, di origine pre-ellenica, che si svolsero ad Eleusi, in Attica, quali feste propiziatrici dell’agricoltura e della fertilità dei campi, con significati e simboli in relazione al mistero della nascita e della morte, essendo imperniati su Demetra, su Persefone, sposa di Plutone, e sul Dio degli inferi.

CERERE E KORE
Nei secoli che precedettero la colonizzazione greca e in una cultura preesistente anche a quella sicula, ci un culto italico e latino della Dea Madre, divinità collegata alla terra e a una produzione spontanea di grano che, solo a partire dal V sec. a.c., sarebbe stata assimilata alla Demetra greca, diventando una delle maggiori divinità romane.

In ambito romano, precedentemente all’influsso greco, già esisteva un culto di Cerere, inizialmente identificata con la Dea delle Biade e onorata in feste antichissime (le Sementive e le Paganalia) insieme con la Dea Tellus, la primigenia madre della terra, che spesso finì per essere assimilata alla stessa Cerere.

Il culto di Demetra, bene presto, si fuse con quello dell’antichissima Dea italica e romana della Terra, Cerere, cui furono dedicate solenni feste, verso la metà di aprile, i Cerealia, durante le quali veniva ricordato il famoso mito greco di Demetra e di Persefone. 

La Dea, attraverso il dono della vegetazione e la coltivazione dei campi, nella mentalità pragmatica dei latini, costituì il punto di partenza per lo sviluppo di una civiltà gestita sapientemente ed elevata dalle barbarie proprio in quanto fondata sul lavoro della terra.

Infatti il santuario maggiore di Cerere fu edificato nel V sec.a.c., ai piedi dell’Aventino, in epoca di assimilazione del suo culto a quello di Demetra, e nel tempio la Dea fu venerata insieme con i suoi figli, Libero e Libera, una triade ripresa dalle divinità elleniche di Demetra, Dioniso e Kore.



LA CELEBRAZIONE

Il nuovo culto fu celebrato da sacerdotesse provenienti soprattutto dalla Sicilia, che fu il primo importante centro di irradiazione del mito, per la presenza ad Enna, di uno dei più antichi e prestigiosi templi dedicati alla Dea Demetra.

DEMETRA
Tuttavia, in occasione delle feste in onore della Dea Cerere/Demetra, celebrate a Roma tra il 12 e 19 aprile, molte sacerdotesse furono fatte giungere anche da Velia, città federata della Sicilia, non ancora provincia romana, rivelando un retaggio matriarcale del culto che s'era già sbiadito tra i romani.

La processione si svolgeva dapprima da Eleusi ad Atene, dove venivano portati gli oggetti sacri, e sei giorni dopo da Atene ad Eleusi.

Partecipavano iniziati, iniziandi ed efebi. Ancora nel III sec. d.c. si trovano raccomandazioni per il magistrato responsabile degli efebi sulla correttezza della cerimonia.

Ogni giorno aveva le sue cerimonie: quelle del primo, secondo e terzo costituivano la preparazione. Il quarto un carro con ruote senza raggi, a tamburo, veniva tirato da buoi ed era seguito da donne le quali gridavano: Buongiorno Madre di Dio!, con ceste contenenti focacce, lana bianca, melograni e papaveri. A questa processione partecipavano solo gli Iniziati, mentre i profani dovevano ritirarsi anche dalle finestre al passaggio del corteo.

Il quinto giorno s’andava in giro camminando tutta la notte, per imitare la ricerca che Cerere fece di Proserpina, sua figlia, rapita da Plutone.

Il sesto giorno si trasportava da Eleusi ad Atene la statua di Iacco, un giovane uomo coronato di mirto, con in mano una fiaccola mentre si gridava di gioia e si danzava.



IL MITO

Il mito è identico, per Demetra e Persefone o Cerere e Core. Una Dea madre e una giovane Dea figlia. La figlia spensierata coglie papaveri in un campo di grano, d'un tratto la terra si spalanca e compare il cupo dio dell'Averno, Ade, che la ghermisce e la porta a forza nel suo mondo oscuro. Core (letteralmente: la fanciulla) non c'è più, sua madre la cerca e non la trova.

ECATE
E' disperata, vaga per tutti gli angoli della terra cercando la figlia ma nessuno l'ha vista, va a cercarla tra gli Dei ma neppure loro sanno nulla. Demetra è disperata e piena d'ira, se non tornerà sua figlia il mondo morirà, le piante non fioriranno, gli animali non avranno nè figli nè latte, e così le donne, e la natura si coprirà di gelo e di neve. Subentra un inverno perenne e adesso Giove si preoccupa, se moriranno gli uomini chi sacrificherà per gli Dei?

E' la Dea Ecate, conoscitrice dei misteri dell'oltretomba, a svelare a Demetra il rapimento di sua figlia.  Ora Giove pensa di dover fare qualcosa e manda Mercurio a trattare con suo fratello Ade, cioè Plutone, il Dio dei morti. Così l'alato messaggero va da Ade e richiede Persefone, ma il Dio risponde che restituirà la fanciulla solo se non abbia mangiato nulla che appartenga al mondo dei morti.

Invece Persefone vagando disperata nell'Ade ha trovato un giardino e un giardiniere, è assetata e il giardiniere le ha offerto un frutto di melograno, quel melograno tanto sacro ai Romani.

La fanciulla ne mangia esattamente sette grani, per cui ha mangiato il frutto della conoscenza, e ora sa. Demetra è disperata e minaccia di non dare più frutti alla terra, ma Persefone, che nel frattempo si è innamorata di Ade, promette che per sei mesi all'anno starà sulla terra con sua madre, e per sei mesi nell'oltretomba col marito.

Ma ci sono altri particolari del racconto, ad esempio che Demetra nella disperata ricerca va ad Eleusi, accolta dai regnanti, fingendosi una nutrice. In realtà non lo allatta ma nottetempo fa un rito sul figlio minore del re, passandogli il corpo tra le fiamme per renderlo immortale.

La regina la scopre e grida e Demetra adirata si rivela, ora che ha interrotto l'incanto suo figlio resterà mortale, ma poichè è una Dea generosa fa un altro regalo e stavolta a tutti gli uomini, affinchè tutti possano godere dell'immortalità, cioè istituisce i Sacri Misteri.

Questo mito nasce in era matriarcale e perdura nel patriarcato, ma con riti segreti. La caratteristica della Dea Madre è che se gli uomini disobbediscono lei li premia, se disobbediscono al Dio Padre lui li punisce. Per Demetra non si può mangiare la fava, ma a chi trasgredisce lei regala la via della salvezza: i Sacri Misteri.

Per il Dio di Abramo non si può mangiare la mela, e a chi trasgredisce c'è la punizione per lui e tutti i suoi discendenti. In comune hanno che sia i semi del melograno sia la mela sono i frutti dell'albero della conoscenza, un'occasione per i Sacri Misteri, una colpa per un peccato originale nel cristianesimo. Per i pagani la conoscenza era una strada che solo pochi erano in grado di percorrere, per il cristianesimo pretendere di sapere è peccato.

Qualcuno ha scritto che questi misteri mirassero solo a spiegare il volgere delle stagioni. In realtà è un viaggio dell'anima. Demetra per scendere nell'Ade dona i propri occhi e diventa cieca, e si sa che la cecità era il simbolo della seconda vista, quella interiore. Tutte le antiche Dee compiono un viaggio nell'Ade, come Inanna o Astarte, e pure la Psiche di Apuleio, perdendo vestiti e gioielli o altro, per poi tornare trionfanti sulla terra.

Purtroppo questa antica saggezza è andata perduta, almeno nelle istituzioni, oggi la religione promette la salvezza obbedendo alle leggi dei sacerdoti, ma l'uomo non può e non deve capire nulla. Nei Sacri Misteri non c'era da obbedire, ma da esperire e comprendere.


2000 anni di Misteri

La festa dei Mysteria ad Eleusi si svolgeva due volte l'anno e durò dal XV sec. a.c. al 396 d.c.... quasi 2000 anni! Come sono potuti sparire senza lasciare un'eredità? Possibile che nessuno sia mai rimasto deluso dei misteri, o che non abbia mai tradito e divulgato? O le religioni successive hanno distrutto abilmente tutto perché non ne restasse traccia?

Vi partecipavano uomini e donne, liberi e schiavi, greci e barbari. Non ricevevano solo un insegnamento, ma avevano soprattutto una esperienza del divino che cambiava la loro coscienza e ottenevano la certezza della vita dopo la morte. Non era una cosa appresa da altri, era vissuta e sperimentata, per cui non restavano dubbi. Le religioni  in genere trasmettono un sapere basato sull'ascolto e la suggestione, i Sacri Misteri erano una sperimentazione.

Il percorso era lungo e difficile, richiedeva grande coraggio e molti non riuscivano a portarlo a termine, ma chi arrivava in fondo perdeva la paura della morte. Da questo abbiamo dedotto che credessero e sperimentassero un dopo morte, ma in realtà non lo sappiamo.
Proclo scrisse che i Misteri
"provocano consonanza delle anime con il rito (dromena) in una maniera a noi incomprensibile e divina, di modo che alcuni degli inziandi sono presi dal panico, colmi come sono di divino orrore; altri si assimilano ai simboli sacri, abbandonano la loro identità, acquistano familiarità con gli dei, e sperimentano la possessione divina"

Demetra era la Madre Terra e Core era il soffio vitale presente nel grano. I morti tornavano nel grembo della Madre Terra, spighe d'oro venivano seppellite con i morti. La spiga di grano presentata dallo ierofante rappresentava il ciclo di vita: concepimento, crescita, morte e nuova vita. Ma i Misteri erano molto più che discorsi, erano "un'esperienza". Dopo l'esperienza interiore tornavano a vivere la vita di ogni giorno, non come membri di una setta religiosa, ma come uomini liberi dal timore della morte.

I Mysteria Minori erano celebrati da metà febbraio a metà marzo ad Agrai, un sobborgo di Atene. Avevano la funzione di purificazione preliminare con abluzioni nel fiume Ilisso. I Mysteria Maggiori erano celebrati da metà settembre a metà ottobre ad Eleusi, il luogo prescelto dalla Dea Demetra. Pertanto non fu possibile diffondere il culto al di fuori del luogo consacrato. Infatti un altro culto misterico delle Dea e di sua figlia sorsero in Sicilia, simile ma autonomo dall'altro.



LE TESMOFORIE

I misteri di Cerere si celebravano nelle Tesmoforie, chiamate Misteri a causa del segreto a cui erano tenuti gli iniziati, come scrive Erodoto “De Cereris quoque iniziazione, quam Greci Termoforia vocant, a ferendis legibus, absit ut eloquar, nisi quatemus sanctum est de illa dicere.” 

I Misteri di Cerere erano due specie: i Grandi Misteri e i Piccoli Misteri; in entrambi si era tenuti a custodire il segreto. I Piccoli Misteri servivano di noviziato preliminare prima d’essere ammesso ai Grandi Misteri, e si celebravano ad Agra nelle vicinanze di Atene, i Grandi invece ad Eleusi. 

Il tempo della prova solo per essere ammessi durava cinque anni in cui si doveva osservare assoluta castità. Dopo aver subito molte prove si diventava Misto o candidato Epopta, il che significa che si poteva assistere alle cerimonie segrete.

La festa dell’Iniziazione durava nove giorni. Una strada, detta Via Sacra, univa Eleusi ad Atene; ai piedi dell'acropoli c'era un santuario, l'Eleusinion, dove si svolgevano i riti dei Mysteria.

La processione si svolgeva dapprima da Eleusi ad Atene, dove venivano portati gli oggetti sacri, e sei giorni dopo da Atene ad Eleusi. Partecipavano iniziati, iniziandi ed efebi. Ancora nel III sec. d.c. si trovano raccomandazioni per il magistrato responsabile degli efebi sulla correttezza della cerimonia.  

Ogni giorno aveva le sue cerimonie: quelle del primo, secondo e terzo costituivano la preparazione. Il quarto un carro con ruote senza raggi, a tamburo, veniva tirato da buoi ed era seguito da donne le quali gridavano: Buongiorno Madre di Dio!, con ceste contenenti focacce, lana bianca, melograni e papaveri. A questa processione partecipavano solo gli Iniziati, mentre i profani dovevano ritirarsi anche dalle finestre al passaggio del corteo. 

Il quinto giorno s’andava in giro camminando tutta la notte, per imitare la ricerca che Cerere fece di Proserpina, sua figlia, rapita da Plutone. Il sesto giorno si trasportava da Eleusi ad Atene la statua di Iacco, un giovane uomo coronato di mirto, con in mano una fiaccola mentre si gridava di gioia e si danzava.



2000 ANNI DI MISTERI

La festa dei Mysteria ad Eleusi si svolgeva due volte l'anno e durò dal XV sec. a.c. al 396 d.c.... quasi 2000 anni! Come sono potuti sparire senza lasciare un'eredità? Possibile che nessuno sia mai rimasto deluso dei misteri, o che non abbia mai tradito e divulgato? O le religioni successive hanno distrutto abilmente tutto perché non ne restasse traccia?

Vi partecipavano uomini e donne, liberi e schiavi, greci e barbari. Non ricevevano solo un insegnamento, ma avevano soprattutto una esperienza del divino che cambiava la loro coscienza e ottenevano la certezza della vita dopo la morte.
Non era una cosa appresa da altri, era vissuta e sperimentata, per cui non restavano dubbi. Le religioni  in genere trasmettono un sapere basato sull'ascolto e la suggestione, i Sacri Misteri erano una sperimentazione.

Il percorso era lungo e difficile, richiedeva grande coraggio e molti non riuscivano a portarlo a termine, ma chi arrivava in fondo perdeva la paura della morte. Da questo abbiamo dedotto che credessero e sperimentassero un dopo morte, ma in realtà non lo sappiamo.

Proclo scrisse che i Misteri "provocano consonanza delle anime con il rito (dromena) in una maniera a noi incomprensibile e divina, di modo che alcuni degli inziandi sono presi dal panico, colmi come sono di divino orrore; altri si assimilano ai simboli sacri, abbandonano la loro identità, acquistano familiarità con gli dei, e sperimentano la possessione divina

Demetra era la Madre Terra e Persefone era il soffio vitale presente nel grano. I morti tornavano nel grembo della Madre Terra, spighe d'oro venivano seppellite con i morti. La spiga di grano presentata dallo ierofante rappresentava il ciclo di vita: concepimento, crescita, morte e nuova vita. Ma i Misteri erano molto più che discorsi, erano "un'esperienza". Dopo l'esperienza interiore tornavano a vivere la vita di ogni giorno, non come membri di una setta religiosa, ma come uomini liberi dal timore della morte.

I Mysteria Minori erano celebrati da metà febbraio a metà marzo ad Agrai, un sobborgo di Atene. Avevano la funzione di purificazione preliminare con abluzioni nel fiume Ilisso. I Mysteria Maggiori erano celebrati da metà settembre a metà ottobre ad Eleusi, il luogo prescelto dalla Dea Demetra. Pertanto non fu possibile diffondere il culto al di fuori del luogo consacrato. Infatti un altro culto misterico delle Dea e di sua figlia sorsero in Sicilia, simile ma autonomo dall'altro.



I MISTERI SICELIOTI

Diodoro : " le suddette dee (Demetra e Core) apparvero per la prima volta in quest’isola e la Sicilia per prima produsse il frutto del grano grazie alla fertilità della sua terra… E infatti nella piana di Lentini e in molti altri luoghi della Sicilia nasce anche ora il così detto grano selvatico. Insomma se si facesse un’indagine sulla scoperta del grano, cioè in qual parte della terra esso sia apparso per la prima volta, è verosimile che si riconosca il primato alla terra più fertile. Conformemente a quanto si è detto, è possibile constatare che le dee che hanno scoperto il grano sono straordinariamente venerate dai Sicelioti."

IL RITORNO DI PERSEFONE
eppoi : "Dopo il ratto di Kore, Demetra, poiché non riusciva a trovare la figlia, accese le fiaccole dai crateri dell’Etna, si recò in molti luoghi della terra abitata e beneficò gli uomini che le offrirono la migliore ospitalità, dando loro in cambio il frutto del grano. 

Gli Ateniesi accolsero la dea con grandissima cortesia, e a loro per primi, dopo i Sicelioti, Demetra donò il frutto del grano, in cambio di ciò il popolo di Atene onorò la dea molto più degli altri, la onorò con famosissimi sacrifici e con i misteri eleusini, i quali, superiori per antichità e sacralità, divennero famosi presso tutti gli uomini… 

Gli abitanti della Sicilia, avendo ricevuto per primi la scoperta del grano per la loro vicinanza con Demetra e Kore, istituirono in onore di ciascuna delle dee, sacrifici e feste cui dettero il nome di quelle e la cui data di celebrazione indicava chiaramente i doni ricevuti. 

Fissarono, infatti, il ritorno di Kore sulla terra nel momento in cui il frutto del grano si trova ad essere perfettamente maturo. Scelsero per il sacrificio in onore di Demetra il periodo in cui si incomincia a seminare il grano. Celebrano per dieci giorni la festa che prende il nome della dea, una festa splendidissima per la magnificenza dell’allestimento, durante la cui celebrazione si attengono all’antico modo di vita. In questi giorni hanno l’abitudine di rivolgersi frasi oscene durante i colloqui, poiché la dea, addolorata per il ratto di Kore, scoppiò a ridere a causa di una frase oscena.".

Diodoro Siculo narra della Dea disperata che vaga in cerca della figlia rapita, accende le fiaccole dai crateri dell’Etna, incontra il vecchio Celeo ad Eleusi e qui istituisce i misteri.
Gli Ateniesi accolsero la dea con grandissima cortesia, e a loro per primi, dopo i Sicelioti, Demetra donò il frutto del grano. In cambio di ciò il popolo di Atene onorò la dea molto più degli altri con famosissimi sacrifìci e con i misteri eleusini, i quali superiori per antichità e sacralità, divennero famosi presso tutti gli uomini.

Ovidio nei Fasti: "La Dea raccolse dalla terra papaveri saporiferi e immemore n’assaporò e ruppe il digiuno, senza volere. Poiché finì il digiuno al crepuscolo, l’ora del cibo per gli iniziati, è quella in cui appaiono le stelle".

Cicerone - In Verrem: "Esiste un’antica credenza che si fonda su antichissimi documenti e su testimonianze greche, che tutta l’isola siciliana sia consacrata a Cerere e Libera. Non è una profonda persuasione, a tal punto da sembrare insito e connaturato nel loro animo. Infatti credono che queste dee siano nate in quei luoghi e le messi in quella terra per prima siano nate in quella terra per prima siano state scoperte, e che Libera, che chiamano Proserpina, sia stata rapita da un bosco degli Ennesi."



I MISTERI FEMMINILI

Per Erodoto - II libro delle Storie - le figlie di Danao hanno fatto conoscere alle «donne pelasgiche» la telete «quella che i Greci chiamano Thesmoforia»; egli dichiara che può riferire ciò che è lecito narrare, sottolineando l’aspetto esoterico delle cerimonie introdotte nel Peloponneso, ma solo in Arcadia si sono tramandate le tradizioni da generazione in generazione, per via femminile. Le feste infatti sono delle donne.

CERERE E FIGLIA
In effetti esiste un’iscrizione arcadica del VI sec. a.c. con le prescrizioni rituali dedicate a "Demetra Thesmoforos". Inoltre le figlie di Danao sono quelle che sfuggite dall’Egitto perché avrebbero dovuto sposare i cugini, si rifugiarono ad Argo, dove costrette a nozze indesiderate uccisero gli sposi.

Per questo furono condannate nell'Ade a versare acqua in recipienti bucati. E' evidente l'allusione alla costrizione della donna a legarsi in matrimonio. Sicuramente vi furono ribellioni su vasta scala, e probabilmente l'amazzonismo derivò da questo, ma tutto fu cancellato dalla violenza e dalla memoria.

Lattanzio - Divinae Institutiones -
"le detentrici e depositarie dei segreti cioè degli aporrheta tesmoforici, sono le sacerdotesse, le donne rappresentano il fulcro del cerimoniale e le custodi della statua della divinità. Polemone riferisce che in Sicilia erano presenti due statue di Demetra, una nota come Sitos (grano), l’altra come Imalis (dea dei mulini), madri quindi del grano e del nutrimento, in parole povere la Dea Terra. 
In più Eraclide narra che a Siracusa si confezionavano pani di sesamo e miele a forma dei genitali femminili chiamati mylloi."

In un’iscrizione del V sec. a.c. del santuario di Batalemi a Gela, si attesta la riunione in tende delle donne durante la durata delle feste e in altri santuari tesmoforici sono state rinvenute tracce di piccoli edifici più arcaici, dimore stabili per tutta la durata delle cerimonie per le donne (Thesmophoriozousai). 

Dunque le donne abbandonavano famiglie e case per celebrare i Misteri, il che dimostra un certo grado di residua libertà e rispettabilità. Nemmeno oggi le nostre donne potrebbero allontanarsi senza il marito per celebrazioni religiose.

I culti demetrici a Siracusa furono tanti, attestati dai molteplici ritrovamenti di Dea con porcellino, fiaccola e cesta, a Enna, dove si pone la sua origine, a Gela, Agrigento, Siracusa. Le cerimonie duravano vari giorni e si svolgevano di notte, vista la onnipresente fiaccolata nelle raffigurazioni di Demetra e Kore e le moltissime lucerne rinvenute nei santuari. Ai Thesmoforia erano presenti per lo più donne e le riunioni notturne avvenivano in un sacro recinto (temenos) vicino a un boschetto. 

Le partecipanti erano spose e madri, mentre le fanciulle erano escluse dagli “orgia”, come si afferma in un frammento callimacheo ma non sempre perchè Cicerone (Verrine) parla di un sacrario a Catania dove: 
"Nella parte più interna si trovava un’antichissima statua di Cerere, che le persone di sesso maschile non solo non conoscevano nel suo aspetto fisico, ma di cui ignoravano persino l’esistenza. Infatti a quel sacrario gli uomini non possono accedere: la consuetudine vuole che le celebrazioni dei riti sacri avvenga per mezzo di donne sia maritate che nubili."

Le Orgia non avevano a che fare col sesso ma con un abbandono e un'estasi, un rito di invasamento, facilitato forse da allucinogeni o bevande alcoliche. Che durante le feste dedicate a Demetra si svolgessero sacrifici e anche un banchetto, è attestato anche dai ritrovamenti archeologici.

Nel santuario di Bitalemi (Gela), VII sec. a.c., sono stati rinvenuti i resti di un focolare con vasellame sparso e ossa di porcellino,  e nella parte arcaica del santuario di Iasos, VI sec. a.c., statuette fittili femminili con porcellino, fiaccola, lucerne e piccoli vasi che avvalorano la tradizione per cui nelle Termophorie si eseguisse il banchetto rituale, il pasto sacro, l'Agape. 

Furono trovate inoltre nello stesso santuario e in quello di Malophoras a Selinunte statue di Cibele con leoncino e con un personaggio maschile con diadema, il paredro della Dea ad essa subordinato; di conseguenza anche nel cerimoniale la donna è elemento principale e più importante delle funzioni religiose.

Sempre in Sicilia i Sacri Misteri di Castelvetrano presso Selinunte si praticavano nel santuario della Malophoros (portatrice di mele o melograno), area sacra da tempi antichissimi, vicino alla foce del fiume Selino o Modione. Il santuario è protetto agli occhi profani dal temenos (recinto dell'area sacra) con un alto muro di cinta che delimita un quadrilatero di 60 metri x 50, dimensioni di tutto rispetto che danno l'idea dell'importanza del culto.

Una struttura circolare tipica dei culti eleusini di Sicilia introduce un ingresso monumentale, o propileo, del V sec. a.c., cui si accede con quattro gradini, con due muri ai lati e due portici coperti ornati da quattro colonne. Ai lati dei propilei, fuori del recinto sacro del temenos, stava il piccolo Hekotaion dedicato a Ecate Triformis (la Dea della religione eleusina inviata da Giove alla ricerca di Persefone nell'Ade), e nell'angolo Nord, subito dopo una Stoà con sedili per il riposo dei fedeli, il piccolo Meilicheion, recinto di Zeus Meilichios, nume pre-greco che prende il nome dal fico sacro, legato alla religione eleusina.

A Zeus Meilichios, Dio ctonio molto lontano dall'olimpico Zeus ma più vicino al Dio Ades o Dioniso dei Misteri di Samotracia, si sacrificavano piccoli animali la cui pelle favoriva la pioggia e che come "piccolo vello di Zeus" era purificatrice. 

TRASMISSIONE DEI MISTERI
All'esterno del recinto di Zeus Malichios erano poste le stele votive di Zeus Mailichios e Demetra Malophoros. Dinanzi all'Hekataion il grande altare dei sacrifici, con resti calcinati di animali sacrificati.

Nei pressi dell'altare 12 mila figurine votive di terracotta di Dee (che confermano come il culto fosse femminile e dedicato a una Dea madre) o di offerenti (VII fino al V sec. a.c.), oltre un bassorilievo con Ade che rapisce Persefone, più avanti il Megaron di Demetra Malophoros, con pronao, cella e adjton.

I misteri Eleusini si celebravano in settembre, dal 14 al 23, per la discesa di Persefone nell'Ade. Dopo tre giorni di preparativi, al grido: "Misti al mare!", (misti era l'equivalente moderno di mistici) ognuno correva al mare per prendervi un bagno purificatore; si immergeva nell'acqua anche il porcello mistico che sarebbe stato offerto in olocausto all'alba del giorno 19, dopo l'arrivo nel santuario.

I misti trascorrevano due giorni di segregazione e digiuno che s'interrompeva ingerendo il Kikieon, la mistura di Demetra: acqua, farina, miele, vino, formaggio ed erbe, per ricevere la rivelazione trasmessa dai Dromena, una sacra rappresentazione dei vagabondaggi di Demetra in cerca della figlia scomparsa. 

Pindaro "felice è chi ha ricevuto tale visione prima di scendere sotto terra. Egli conosce cosa sia la fine della vita; ne conosce il principio donato da Zeus". L'iniziato è, in altre parole, uno che quando muore sa che è bene morire e di questa verità può avere coscienza soltanto finché è in vita; gli altri, invece, morranno senza avere saputo perché si nasce e si muore o, peggio, convinti che morire sia un male.

L'iniziato, o Mjstes, doveva dedicarsi a oggetti sacri e recitare formule attinenti a un simbolismo sessuale, analoghi a quelli delle tesmoforie, i famosi Mjloi, pani di sesamo e miele a forma di genitali femminili, che si facevano e si portavano in giro in onore di Demetra e Persefone. Il mito di Demetra e Kore con la discesa nell'Ade non era più di Demetra ma dell'iniziando stesso.



LA CONOSCENZA

La danza, le invocazioni, gli strumenti musicali: crotali, cembali e flauti, le grida e i lamenti per il dolore della scomparsa della figlia, facevano parte integrante della festa che si concludeva nell'Eterno ritorno della Figlia alla Madre, ricongiunzione misterica dell'anima al suo principio vitale. Non raccomandavano del resto gli alchimisti di riporre (mettere di nuovo) il mercurio fuggitivo (l'anima) nella sua matrix (matrice, madre)?

L’aspetto esoterico-iniziatico era nel cerimoniale riservato a pochi, e senza la demos (dimostrazione pubblica) presente nei sacrifici privati, come l’immersione del toro nella fonte Ciane, istituita da Eracle. Più ristretta doveva essere la cerchia di coloro che assistevano ai misteri nei vari gradi iniziatici, più alto era il grado, minore il numero degli addetti per la difficltà del conseguimento.

Lo svelamento della cesta o della spiga come ultimo stadio di apprendimento era riservato a pochi che potessero essere in grado, dato il livello di conoscenza, di avvicinarsi e conoscere l’illuminazione riservata solo ai puri.

L'iniziato ai Sacri Misteri era pertanto colui che, non contentandosi delle spiegazioni e dei miti propinati dalla religione, desiderava andare a conoscere il mondo invisibile coi suoi mezzi, attraverso una guida spirituale, ma eseguendo un percorso soggettivo ed esperienziale fatto per gli audaci, in quanto non scevro da pericoli. Il fatto che al termine del cammino tornassero ad essere persone qualsiasi e non si sentissero di classe diversa dagli altri, fa capire che in questo cammino dovesse esserci del vero.

Peccato che le religioni monoteiste abbiano poi abolito questi aspetti misterici delle antiche religioni, fondando l'insegnamento sull'obbedienza e non sul conosci te stesso.


BIBLIO

- Vittorio Dini - Il potere delle antiche madri - Firenze - Pontecorboli - 1995 -
- Walter Burkert - Antichi culti misterici - Laterza - Roma-Bari - 1987- 1991 -
- Fritz Graf - I culti misterici - a cura di Salvatore Settis - I Greci: storia, cultura, arte, società - Einaudi - Torino - 1997 -
- Lattanzio - Divinae Institutiones -
- Cicerone - In Verrem -
- Gerardus van der Leeuw - Phanomenologie der Religion - 1933 -

SACRI MISTERI DIONISIACO-BACCHICI


5 comment


«Gli iniziati dapprima si raccolgono insieme e si spingono tra di loro in tumulto e gridano, quando però si eseguono e si mostrano i riti sacri, allora si fanno attenti, timorosi e in silenzio... Chi è giunto all'interno e ha visto una grande luce, come quando si schiude un santuario, si comporta diversamente, tace e rimane stupefatto...»

(Plutarco, Quomodo qui suos in virtute sentiat profectus)


Nel 1640 a Tiriolo (pr. Catanzaro), durante gli scavi di fondazione del palazzo del principe Giovan Battista Cigala, (in mezzo ad antiche rovine: fusti di colonne intere e rotte, basi, fregi, architravi) fu trovata una tavoletta di bronzo che una volta era stata affissa alla parete di qualche importante edificio della cittadina con chiodi. Essa, oggi conservata nelle Antike Sammlungen del Kunsthistorisches Museum of Vienna, a una prima analisi sembrava contenere una copia del Senatus Consultum de Bacchanalibus delle none di ottobre del 186 a.c.

Si suppose dapprima di aver scoperto il testo originale del Senatus consultum, ma il Mommsen ebbe molti dubbi tanto che chiamò documento " Epistula consulum ad Teuranos de Bacchanalibus ".
Sembra infatti si tratti della copia di un edictum in forma di lettera, che i consoli del 186 formularono sulla base del consultum del senato delle none di ottobre.

I consoli dopo i fatti occorsi compresero che occorreva regolamentare l’esercizio del culto di Bacco, così, alle none di ottobre del 186 a.c., consultarono il senato. I consoli riferirono poi che i senatori avevano loro consigliato che per qualsiasi consociazione legata ai Baccanali bisognava promulgare un editto con varie disposizioni.
Seguono le prescrizioni consigliate dal senato che i consoli resero esecutive dando alle autorità locali gli ordini di esecuzione dell’editto.



IL MISTERO GRECO

Accanto alle feste dionisiache della polis si svilupparono in Grecia i misteri privati di Dioniso; culto esoterico, che al contrario di quello essoterico, che è rivolto a tutti, è riservato a pochi. Il culto si celebra di notte e vi si è ammessi attraverso un'iniziazione individuale, la teleté. Simbolo del misterioso, dell'esclusivo, dell'aldilà, diventa la grotta o la caverna bacchica, in cui si cela  Dioniso, Dio della vegetazione, dell'uva e del vino. Presso i Latini era conosciuto come Baccus o Liber Pater.

Dalla metà del VII sec. a.c. vi furono grandi rinnovamenti. Archiloco, che si vanta di sapere intonare il ditirambo, è legato, nella leggenda, all'introduzione delle feste falliche in onore di Dioniso. Attorno al 600 irrompono nella pittura vascolare corinzia, scene burlesche d'atmosfera dionisiaca, “danzatori dalle grandi natiche” mentre danzano grottescamente, bevono vino e scherzano. Fu allora che Arione “inventò” a Corinto il ditirambo.

Fra i misteri greci il culto a Dioniso era il più popolare. Nato intorno al VI-V sec. a.c., non aveva luoghi particolari di culto ed era aperto a tutti (schiavi e donne compresi). Dioniso, in virtù del mito, era considerato divinità della vita e dell'oltretomba.

Poteva morire e ritornare a vivere, era Il mito dell'eterno ritorno: per questo era considerato un Dio liberatore, su cui gli adepti riponevano la speranza di una vita ultraterrena. A differenza dei misteri di Demetra e dei Grandi Iddii, questi non sono più legati a un santuario fisso con una stabile casta sacerdotale gentilizia: possono aver luogo ovunque e trovare adepti dappertutto.

La più antica menzione di “Bacchi” e “misti” (i misti sono i mistici, gli aspiranti iniziati) si trova in Eraclito con la vicenda, narrata da Erodoto, dell'ellenizzato re degli sciti, Scila, che nel V secolo si fece “consacrare  a Dioniso Bakcheios” nella città greca di Boristene, sebbene un presagio infausto lo avesse ammonito mentre stava per cominciare la sua iniziazione (teleté); ma Scila non volle interrompere l'iniziazione e si unì misticamente al Dio. Ma gli sciti lo spiarono durante la cerimonia e ciò gli costò il trono e la vita.

L'iconografia del tiaso dionisiaco, con satiri e menadi, sviluppò, attorno al 530, la sua forma piena, col ditirambo e la tragedia che entrarono nella letteratura ufficiale. Il grottesco e il drammatico si incontrarono, la vita e la morte si uniscono in un continuum. Ma anche le donne ebbero un sussulto ricordando chi furono, sacerdotesse, pitonesse, menadi, tiadi, ed evasero dalla prigionia dei ginecei e dei telai per fuggire tra i monti.

Le donne della città s'infuriavano nel periodo prestabilito della festa, durante gli “Agrionia” o le Lenee, alcuni calendari comprendevano anche un mese “Thyios”, oppure ogni due anni nelle feste “trieteriche”. La vera estasi restava però imprevedibile: “Molti sono che portano ferule, ma Bacchi pochi”. Dioniso è un Dio che colpisce all'improvviso, con una follia che infonde saggezza, al contrario del mondo conosciuto che rappresenta la propria follia come un processo ragionato.

A Mileto un'iscrizione del III secolo testimonia il culto di Dioniso Bakcheios in cui si consacravano uomini e donne: le donne iniziate da sacerdotesse e gli uomini da sacerdoti. Si cita il mangiare carne cruda, che nel mito rappresenta l'orrendo culmine della follia dionisiaca.

L'oreibasía, il corteo che si dirige al monte, è anch'essa testimoniata a Mileto. La polis si assicura il privilegio di offrire il primo sacrificio.

Le Baccanti di Euripide riprendono il mito, secondo cui le donne della città vengono spontaneamente rapite dalla follia bacchica. tuttavia la guida del tiaso è un uomo, in realtà Dioniso in persona, che si vanta di aver ricevuto gli orgia dal Dio stesso; suo compito è di insegnarli e tramandarli. Il processo è assolutamente segreto: nulla dev'essere rivelato ai profani. Anche il beneficio di cui godono gli iniziati resta segreto.

Il mito della rivolta delle donne si sovrappone qui dunque alla prassi di cerimonie segrete, senza discriminazione sessuale, che si basano sull'iniziazione. Anche questi misteri bacchici, come ad Eleusi, garantiscono la beatitudine: “O felice colui che, diletto agli dei, ne sa i misteri”.

Per Platone, infine, Dioniso è il padre della follia iniziatica, che egli distingue dalla “follia” profetica, musicata ed erotico-filosofica. Il Dio opera tramite  “purificazioni e consacrazioni”, libera dalle “malattie e dai grandi tormenti” che forse in causa di un'antica colpa incombono sul genere umano. Bisogna lasciarsi rapire e abbandonarsi alla “follia” per essere sani e liberi per il presente e il futuro. Il “furore” diventa manifestazione del Dio, ritorno all'istinto primigenio, in contrasto col mondo sempre più dominato dalla ragione, sempre più lontano dall'impronta del divino. 



LA VILLA DEI MISTERI

Poco distante dalla Porta Ercolanese, uno dei principali sbocchi viari dell’antica Pompei, la Villa dei Misteri, pur col suo impianto sannitico, mostra l’influenza delle architetture ellenistiche, nel decoro del periodo preaugusteo, poi affrescata con decorazioni di II stile in piena età augustea.

Dalla morte di Augusto sino al terremoto del 62 divenne, come spesso usava all'epoca,  dimora patrizia e villa rustica insieme, infine abbandonata come dimora, a seguito dell'industrializzazione agricola dell'età giulio-claudia, che vigeva a Pompei, al tempo dell’eruzione del 79 d.c.. 

E’ rimasta traccia del suo ultimo proprietario in un suggello di bronzo rinvenuto fra le macerie di una delle sue stanze: L. Istacidi Zosimi.

Trattavasi probabilmente di un liberto affrancato della nobile famiglia pompeiana degli Istacidi, che acquistò la villa presumibilmente dopo il primo terremoto, quello del 62 d.c., a prezzo stracciato, abitandola sino alla terribile eruzione del 79 che seppellì la città. 

Ma nulla si sa invece dei precedenti proprietari, i committenti della suggestiva decorazione parietale alla quale la Villa deve il nome, se non l’ipotesi che potesse trattarsi della gens Istacidia.

Chi vi entra e si affaccia su una sala aperta ad occidente del portico incontra, affrescate, bellissime scene che caratterizzano uno dei culti misterici più amati dal mondo pagano.

L’affresco murale, del I sec. a.c., coincide con la fase più sontuosa della villa e col favore delle scuole filosofiche elleniche in Campania, spesso pervasa dal culto dionisiaco, anche se più volte  condannato dal Senato romano. L’intero ambiente infatti è decorato e consacrato a Dioniso, Dio dell’ebbrezza, con la profonda esperienza dell’iniziatura dionisiaca che affaccia nel mondo panico e occulto della Natura.

Sembra infatti che proprio una matrona campana, Annia Paculla, si sia resa responsabile del primo senatoconsulto de Bacchanalibus del 186 a.c. che ne proibì severamente, ma inefficacemente, la celebrazione e furono donne campane a diffonderne per la prima volta i misteri a Roma. Ma, tanto più veemente era l’opposizione al culto dionisiaco, colpevole di sottrarre le donne invasate alla disciplina e all'autorità maritale, sovvertendo ogni costume e ordinamento sociale.



BACCHANALIA

In realtà i Baccanali, in qualità di culto misterico, ebbero una festa pubblica e una privata. Quella privata era iniziatica e riservata, quella pubblica era una festa cui potevano assistere e partecipare tutti, in piena libertà. E poichè si inneggiava a Dioniso, anzi a Bacco (equivalente italico di Dioniso) e al suo vino, si beveva fino ad ubriacarsi, e poiché anche le donne partecipavano e sicuramente ogni tanto sparivano nei boschi, i maschi più retrivi come Catone orripilarono.

Quel che si disse di loro fu che Le Baccanti, o Menadi, si dividevano in tre classi : le Gerarie, tutte matrone, che erano 14, le Tiadi, cioè le sacerdotesse che vivevano nei Tiasi, e i Cori, semplici donne che per l'appunto facevano da coro e da assistenti alla funzione, una specie di chierichetti. 

Si narra che nei baccanali apparissero seminude, coperte con pelle di tigre o di pantera, o vestite di abito trasparente, con cinture fatte di pampani o di edera, correndo e gridando, con i capelli sciolti, portando fiaccole accese e tirsi. 

Inebriate, danzavano con movimenti scomposti (ma dai bassorilievi non sembrerebbe), accompagnandosi al suono di cembali, timpani, flauti e crotali. Al colmo dell'ubriachezza, cadevano in un delirio spaventoso, abbandonandosi ad ogni eccesso. Talora portavano con sé l'animale sacro, in genere un cerbiatto, che, al culmine dell'esaltazione, dilaniavano e divoravano crudo.

Il resoconto è platealmente ridicolo, neanche sotto droga si potrebbe fare tanto, addirittura sbranando vivo un animale, che si divincolerebbe, morderebbe a sua volta, e scapperebbe via come un razzo. Pensate a voler sbranare un gatto, farebbe a strisce il suo attentatore e scapperebbe velocissimo. Del resto dei cristiani si disse che mangiavano i bambini, quando il potere vuole colpire si inventa di tutto.

BACCANTI

QUEL PASTICCIACCIO BRUTTO DEI BACCANALI

Tito Livio narra che un Greco dell'Italia meridionale, sacerdote e indovino venuto in Etruria, vi fece conoscere i riti dionisiaci, che degenerarono ben presto nelle orgie più immorali, pretesto, talora, di ogni sorta d'azioni delittuose. Dall'Etruria codesti riti passarono a Roma dove però già si praticavano i riti dionisiaci, cioè feste notturne che si tenevano tre volte all'anno nel bosco di Stimula (nome latino di Semele), presso l'Aventino e alle quali partecipavano soltanto onorate matrone romane.

Secondo l'iconografia i Βaccanali si svolgerebbero in aperta campagna, tra alberi e rocce al di fuori dei templi. Le scene sono orgiastiche o iniziatiche e vi prenderebbero parte personaggi divini o mitici: satiri, sileno e Pan, Dioniso e Arianna, nutrici e Ninfe di Nisa. Il profilo delle baccanti rappresentate su sarcofagi illustra la iactatio fanatica corporis di cui ci parla Titio Livio. La menade che carezza un animale selvatico personifica una perduta età dell'oro dove animali e umani si riconciliano.

In seguito però una donna campana, sacerdotessa di questo culto, Annia Paculla, ne trasformò del tutto il rituale, riportandolo a quello etrusco: vi furono ammessi gli uomini e le adunanze ammontarono a cinque al mese. Da allora cominciò a diffondersi la voce che in codeste riunioni si commettesse ogni sorta di scelleratezze.

Nel 186 a.c. esplode l’affaire dei Baccanali descritto da Livio (Ab urbe condita XXXIX, 8 –18) e testimoniato da un’iscrizione bronzea rinvenuta nel 1640 a Tiriolo (in Calabria), contenente il testo del «senatoconsulto» emanato per reprimere il culto di Dioniso.

Così a Roma si finì per vedere negli affiliati ai riti bacchici una specie di grande setta, pericolosa per l'ordine morale e sociale: un affare privato procurò casualmente a Spirio. Postumio Albino, console dell'anno 186, le prime rivelazioni precise da parte della liberta Ispala Fecenia.

Condotta a fondo l'inchiesta e persuaso della gravità della cosa, il magistrato ne informò il senato, il quale ordinò ai consoli che, con procedimento giudiziario straordinario, provvedessero a ricercare e ad arrestare tutti gli associati alla religione bacchica, per poi processarli. Ma che era successo ai Baccanali?

Per capirlo occorre prima conoscere questa festività. La festa apparteneva al culto orfico-dionisiaco, ma designava soprattutto quei Misteri Dionisiaci che, dalla Magna Grecia, ove erano molto diffusi, penetrarono a Roma all'inizio del sec. II a.c.

BACCANALI

Livio riporta la vicenda all’inizio dell’età augustea, due secoli dopo che accadde, con due versioni contrastanti sull’origine dei Baccanali. In un passo scrive che il culto era apparso prima in Etruria ad opera di «un greco di umili origini», indovino e pratico di riti sacrificali notturni, all’inizio  riservati a pochi,  poi divulgati a  uomini e donne.

In un altro invece che le cerimonie giungono a Roma dalla Campania, dove in principio erano compiute di giorno da sole donne, poi si erano trasformate in riti orgiastici ad opera di Paculla Annia, sacerdotessa campana che le aveva estese anche agli uomini, mutando così il carattere dei baccanali coll’ammettervi per la prima volta, come iniziatrice dei propri figli, degli uomini, e Minnio Cerrinio Campano, figlio di Annia Paculla, sarebbe stato uno dei capi della segreta associazione che contava più di 7000 associati fra uomini e donne.

Un culto derivato dalla Magna Grecia, che ad un certo punto viene considerato «pericoloso», a causa di "riti segreti e notturni», piaceri del vino e banchetti, promiscuità di uomini, donne e fanciulli, depravazioni e crimini di ogni genere, dalle violenze al plagio di individui costretti a falsi testamenti e false testimonianze, avvelenamenti e uccisioni di parenti" Tali sono le accuse.

Gli accusati furono ben 7000, fra uomini e donne; capi della setta risultarono due plebei romani, Marco e Gaio Atinio, un Lucio Opiterio di Falerii e il campano Minio Cerrinio; coloro che furono riconosciuti soltanto iniziati ai misteri, ma innocenti di qualunque altra turpitudine o delitto, furono lasciati in prigione.

Quelli invece - e furono i più - che si erano macchiati di stupri, di omicidi, o di frodi, furono puniti di pena capitale, non escluse le donne.



CONTEMPLANDO NELLO SPECCHIO DI DIONISO

di Fernando Mastropasqua
la Sala del Grande Affresco nella Villa dei Misteri di Pompei


Secondo due diverse interpretazioni, l'affresco potrebbe essere riproduzione di un originale greco del IV sec. a.c. oppure opera autonoma del I sec. a.c.; in ambedue i casi ci troviamo di fronte alla più arcaica rappresentazione di un rituale dionisiaco. Poiché il rito per sua natura tendeva a fissarsi in forme rigide, è probabile che le immagini e gli atti possano considerarsi identici a quelli più antichi, quando Dioniso non aveva ancora istituito il rito pubblico, non più segreto, del teatro.

Nell'affresco riconosciamo tre fasi:
- nella prima la domina presiede alla toelette di una fanciulla, assistita da due Eros;
- nella seconda sono illustrati i riti preparatori;
- nella terza Dioniso e Arianna danno vita alla rappresentazione del mistero.
Le tre fasi distinguono nettamente tre luoghi all'interno della sala e indicano il percorso che deve affrontare il visitatore per entrare in contatto con le verità dionisiache.

Meglio procedere, nell'analisi, alla rovescia, partendo dall'ultima fase (il mistero), per giungere alla seconda (il rito) e ritornare infine alla prima (la toelette). Infatti è la decifrazione del mistero che illumina le fasi precedenti. Indicheremo con A, la III fase; con B, la II; con C la I.

Tutto emana dalla coppia Dioniso-Arianna. Il Dio è in preda alla propria esaltazione: giace scomposto e in estasi tra le braccia di Arianna. Durante l'ebbrezza e la danza ha perso un sandalo, il piede nudo ha un valore sacro, era la condizione, a cui ricorrevano eroi, sapienti, medici per mettersi in contatto con le presenze ctonie. Dioniso dunque mostra lo stato d'invasamento e la denudazione del piede come atti necessari a penetrare nelle ombre del mistero.

Dioniso e Arianna sono al centro della parete frontale rispetto all'ingresso principale della sala. Ai loro lati sono dipinti gli atti iniziatici [rivelazione della maschera, alla destra di Dioniso; lo svelamento del fallo, alla sinistra di Arianna].

Alle estremità la maschera di Sileno e la figura della Notte, con le ali nere, segnano il territorio della iniziazione dionisiaca e spingono in opposte direzioni sugli angoli formati dalle pareti longitudinali a contemplare gli effetti dell'invasamento dionisiaco: dalla parte della maschera di Sileno, alla destra di Dioniso, la figura dell'Atterrita esplicita l'angoscia del novizio di fronte alla crudeltà della conoscenza impartita da Sileno; mentre dalla parte della Notte, alla sinistra di Arianna, si assiste alla flagellazione dell'adepta.

Il terrore di fronte alla verità di Dioniso, corrisponde al terrore di doversi sottoporre ad una dura disciplina di purificazione. A queste immagini di paure seguono, sulle due pareti, visioni finalmente serene: a chi entra nella sua corte Dioniso offre i suoi doni: la musica e la danza, che permettono all'iniziato di "ritornare" alla felice età dell'oro, prima del Tempo, quando la vita non era stata ancora corrotta dalla catena perversa delle nascite e delle morti, e tutto semplicemente era eterno.

La musica e la danza sono rappresentati da Sileno che suona la lira, dalla maschera di Sileno e dalla Danzatrice che si accompagna con i cembali, e ancora a lato dalla Notte. Le due figure contrapposte segnano i limiti del mistero: dopo la Danzatrice s'interrompe la sequenza pittorica in virtù della grande finestra - dopo il Sileno s'incontra l'illustrazione dei preparativi rituali che introducono al mistero: la fase B.

Da Sileno che suona la lira fino alla Danzatrice si determina un palcoscenico con fondale e quinte laterali sul quale avviene la fase A: il Mistero. La felice età dell'oro, conseguenza della musica e della danza, doni di Dioniso, è situata tra Sileno che suona e l' Atterrita. A chiarire il doppio percorso che muove in senso circolare dalle contemporanee iniziazioni (rivelazione della maschera-svelamento del fallo) da sinistra verso destra, è il Vento (manifestazione di Dioniso) che gonfia il velo della Danzatrice e il manto dell' Atterrita.

BACCANTE
Il movimento del Vento unisce le due pareti,  la Danzatrice a Sileno che suona (cembali e lira sono strumenti dionisiaci) e fa sprigionare dalla danza e dalla musica la visione dell'età dell'oro, conclusione del percorso, contigua al primo moto, quello che allontana l'Atterrita dal teatro di Dioniso.

Ma il Vento emanato dal Dio la obbliga a fermarsi e a seguire il vortice che dalla danza la conduce, dopo l'angoscia, verso la serenità dell'ultima visione.

Le iniziazioni che avviano il processo dionisiaco sono, la rivelazione della maschera di Sileno e lo svelamento del fallo. Il primo si fonda su un'attività particolare di Dioniso: lo specchiarsi.

Fu contemplandosi nello specchio che Dioniso, secondo le tradizioni orfiche, subì una lacerazione che lo riportò al caos e gli consentì di plasmare la visione di un mondo diverso. È lo specchio che permette di riconoscere la propria identità quanto di distruggerla per conquistarne un'altra. È un mezzo per contemplare l'età dell'oro e per divinare. Tutti i mondi, esistenti o no, trascorrono nello specchio, tutte le figure, reali o della mente, acquistano il corpo leggero dell'immagine riflessa.

In una brocca, dal fondo riflettente, il novizio scorgeva per un attimo il proprio volto, al quale si sovrapponeva, per l'abile tecnica del sacerdote e del suo assistente di muovere la brocca insieme al sollevamento della maschera, il volto di Sileno.

Questi era il sapiente precettore di Dioniso, custode della crudele certezza che la vita sia solo male per l'uomo. La maschera di Sileno, riflessa nel fondo della brocca, rivela al novizio la terribile verità. L'angoscia che lo invade è rappresentata dalla figura dell' Atterrita che fugge allontanandosi dal luogo della rivelazione della maschera.

La seconda iniziazione consiste nello svelamento del fallo, riposto nella cesta mistica. L'ancella che procede all'atto porta la mystica vannus, simbolo di rigenerazione. Come fallo rigeneratore il vaglio, con la sua azione ripetuta e violenta, libera il grano dalle impurità.

In quanto divinità vegetale Dioniso ha subito questa flagellazione e ne fa gesto di rifondazione dell'identità del novizio. Come il terrore provocato dalla visione della maschera di Sileno serve a liberare da ogni falsa credenza sulla vita, così il dolore della flagellazione scuote il suo fisico per liberarlo dai falsi comportamenti dei vincoli sociali e per indurlo a conquistare la levità della danza. Non più un inerte burattino, ma un leggero volteggiare. La danza riunisce l'iniziando alla musica di Sileno e apre la visione del ritorno in ogni tempo.

La fase B, ovvero i preparativi rituali alla partecipazione al mistero, sono collocati sulla parete alla destra di Dioniso. Essa è contigua all'atto conclusivo del mistero (Sileno che suona la lira, strumento positivo dell'età dell'oro, e comprende la lettura d'introduzione al rituale, l'offerta votiva di ciambelle, e il rito lustrale dell'olivo che viene passato da una cesta nel canestro, purificato dall'acqua che vi versa sopra un'ancella e riposto poi nella cesta.

La sacerdotessa di spalle effettua la lustrazione, che è ricordata anche nella formula dei misteri eleusini riportata da Clemente d' Alessandria: "... ho preso dalla cesta, dopo di aver maneggiato ho riposto nel canestro, e dal canestro nella cesta". Il gesto che qui viene compiuto con un ramo d'olivo, sarà ripetuto all'interno del mistero con il fallo dionisiaco.

La fase C, ovvero la prima, mostra la preparazione al rito, che consacra l'essenza femminile del mondo dionisiaco. Questa fase infatti rappresenta la toelette di una giovane fanciulla, assistita da due Eros, di cui uno le regge lo specchio, e da una ancella che l'aiuta a pettinarsi. La scena avviene sotto lo sguardo della Domina, la Signora, o Dea Madre, Selene, che presiede al Mistero.

Lo spazio in cui è illustrata questa fase è quello vicino alla porta principale della sala: la Domina è collocata sulla parete della porta che fa angolo con quella su cui sono dipinti i preparativi del rito, separata dalla fase B da una piccola apertura che dà in una stanza adiacente, adibita a camera da letto e che riporta sulle pareti  satiri e ninfe; la toelette della fanciulla avviene invece nell'angolo tra la porta principale e l'altra parete longitudinale, separata dalla Danzatrice della fase A dalla grande finestra che si apre su questa parete.

L'atto di abbigliarsi e pettinarsi era dominato dallo specchio. Un gesto preparatorio che ha il suo doppio nella rivelazione della maschera di Sileno. Il pettine e altri oggetti della toelette muliebre, sacri a Demetra, fondatrice dei misteri eleusini, facevano parte del corredo della cesta mistica, dove accanto al  fallo di Dioniso o della vagina di Demetra erano riposti dolci, ciambelle, pettini, specchi. Il gioco dello specchio e il riflesso degli sguardi contengono il segreto del percorso per riconoscere il cammino dell'iniziando che lo conduce a Dioniso.

Probabilmente l'entrata è quella minore, dalla stanza da letto, che permette al visitatore di osservare la Domina e cogliere, attraverso il suo sguardo, la direzione che lo porta davanti alla fanciulla che si pettina e si abbiglia. Lo specchio che Eros regge davanti alla fanciulla è in posizione frontale rispetto al suo volto. Dentro, nonostante l'impossibile posizione, come l'iniziando che si piega verso la brocca di Sileno, non scorge il proprio volto. Il visitatore è dunque coinvolto nello stesso gioco dell'iniziando. Il volto della fanciulla dirige il suo sguardo verso la parete opposta, là dove comincia la fase B.

Così il visitatore segue adesso i vari preparativi: la lettura, le offerte votive, la lustrazione del ramo d'olivo. Il suo sguardo è costretto però a fermarsi davanti alla figura di Sileno che suona la lira. Dal territorio umano si sta entrando nel divino; invita dunque il visitatore a rivolgersi verso la divinità, dipinta al centro della parete-fondale. La visione di Dioniso in estasi induce adesso il visitatore a seguire con gli occhi i doppi avvenimenti che avvengono ai lati del Dio, fino a lasciarsi avvolgere dalla danza e dalla musica.

BACCHANALIA

MORTE E RESURREZIONE

Il mito della morte e resurrezione del Dio fu rivisitato in chiave salvifica e spiritualizzante: l’orgiastico Dioniso divenne il Dio Salvatore, e l’iniziato doveva dunque morire simbolicamente per rinascere nel Dio. E’ certo che la parte segreta dell’iniziazione orfica-dionisiaca fosse preclusa ai profani, pertanto anche gli affreschi della Villa pompeiana, sfiorandone soltanto i momenti cruciali, ne adombrano il mistero.

Il mito di morte e resurrezione venne poi ripreso dalla religione cristiana, con una madre che muore e viene assunta in cielo (Semele come la Madonna fu assunta in cielo), e un figlio che muore e resuscita ogni anno (come la vegetazione annuale), ma mentre nei Misteri le vite si susseguono, nel cattolicesimo viè un'unica vita sulla terra e un'altra eterna nei cieli.

Sicuramente la sacra unione di Arianna e Dioniso rappresenta la parte culminante dell’iniziazione, ripercorsa dal giovanetto che legge il rotolo, sotto la vigile guida delle sacerdotesse dionisiache. Egli dovrà sperimentare il Dio in se stesso, attraverso un percorso illustrato da scene mitiche proprie della vita di Dioniso. Come dire che senza l'unione del maschile col femminile non c'è nè immortalità nè gioia (ovvero senza unione di mente ed anima).

Nei riquadri successivi prosegue il cerimoniale ritualistico: una sacerdotessa che volge le spalle come per meglio occultare i gesti e gli atti allo sguardo profano, assistita da due ancelle, dal lato sinistro solleva il velo che ricopre una mistica cista, contenente gli oggetti sacri del rito, mentre con l’altra mano bagna nell'acqua lustrale, versata da una giovane canefora, un ramoscello d’edera, pianta sacra a Dioniso, sopra un’altra cista. Questo primo svelamento introduce alla misterica atmosfera dei pannelli successivi.

Infatti dal sacrale mondo femminile si passa al mondo mitico del corteo dionisiaco: un vecchio sileno suona la lira e col volto estasiato prelude all'armonia che subentra allorché si penetra nell'universo panico di Dioniso. E’ questo l’aspetto pacifico del Dio: la natura si riconcilia con l’uomo, la terra offre spontaneamente latte e miele, le belve feroci si avvicinano pacificamente. 

Cola latte dalla terra, cola vino, cola nettare dalle api, e l’aria ondeggia  mentre, secondo Platone, le divine donne inebriate, si pongono al seno, come lattanti, caprioli e lupacchiotti. L’uomo sente risuonare in se qualcosa di soprannaturale: egli avverte se stesso e non solo. Il sileno preannunzia infatti il nume che, nel pannello successivo sotto forma di capretto, sugge il latte dal seno di una Panisca (Dea equivalente femminile del Dio Pan), assorbendo da lei rigoglio e pienezza vitale, mentre un satiro suona una siringa a sette canne.

BACCO
Questa maternità che non  conosce limiti sottolinea senza dubbio il ruolo indispensabile delle donne nei Misteri dionisiaci, tanto che veniva loro attribuito il nome di “nutrici”.

La trasformazione dell’adolescente, istruito dal collegio sacerdotale femminile, inizia così a manifestarsi, con la capra e la maschera.

La capra è una delle forme attraverso cui il Dio si manifesta nella sua epifania, figurazione di uno stato di alterità lucida e consapevole.

La capra è il suo sostituto: tipico animale sacrificale della religione dionisiaca e appellativo di Dioniso stesso: giovane capretto, ma anche Dioniso in nera pelle di capra,
epiteto usato anche per le Erinni.

Quest’ultimo attributo collega il Dio alle profondità oscure e sotterranee della matrice, ove hanno dimora le forze creatrici della vita e quelle distruttive della morte, e quindi ancora al mondo femminile.

Ed è proprio l’Italia che ha lasciato le testimonianze più significative della correlazione fra la capra e i regni femminili del profondo: Giunone si copre di una pelle di capra, nelle Lupercali strisce di pelle di capra erano adoperate per favorire la fecondità muliebre, mentre al Flamen Dialis era addirittura vietato pronunciarne il nome.

Ma la partecipazione mistica alla Natura, vissuta come stato dionisiaco, è anche un’esperienza di timor panico. Il fragore con cui avanza Dioniso è segno di un’autentica irruzione nella  coscienza. Improvvisamente un elemento smisurato irrompe provocando un terrore che sopraffà le normali impressioni sensoriali. La consueta immagine del mondo svanisce e il prepotente presentimento  di una visione nuova si affaccia. Il mondo primigenio riemerge attraverso le profondità dell’essere: il contatto col Dio è imminente e manda in frantumi l’aspetto ben ordinato della realtà, portando con sé una verità che rende “folli”.

E’ il furore dell'estasi, una mutazione dallo stato ordinario che rende possibile l’uscita fuori di sé e
l’esplorazione dell’indicibile, fugando ogni terrore e resistenza umana. E benchè la tradizione congiunga l’estasi dionisiaca ad una istintualità animalesca, nulla ne indica nell'affresco pompeiano la presenza  ma, al contrario, ne sottolinea la matrice sapienziale.

Questo indica la donna col velo gonfio di vento che arretra atterrita e sconvolta da  qualche terribile visione, anticipando la ben nota immagine successiva. Il giovane iniziando guarda in una coppa argentea offertagli da un sileno incoronato d’edera e dallo sguardo severo. Nello stesso preciso istante un altro ragazzo, altra immagine di se stesso, solleva una mostruosa maschera barbuta rosso sanguigno.

L’immagine sdoppiata del vivente coincideva con la natura doppia di Dioniso, in cui la vita si manifestava nel modo più immediato, ma anche come un non vivente, distaccato cioè da tutto ciò che vive. Dioniso era Lysios, il liberatore, colui che consentiva a ciascuno di non essere più se stesso ma anche altro, grazie alle sue tecniche rituali, vicine a quelle dell’iniziazione sciamanica. 

DIONISO

L’iniziato, avendole seguite col massimo rigore, è pronto dunque a riflettersi in sé, come in uno specchio e, poiché attinge ad uno stato di coscienza panica, non è più il semplice osservatore di un mondo esteriore ma, vede in sé e si riconosce oltre i limiti della consapevolezza ordinaria, in concordanza con la realtà universale, simboleggiata  dalla maschera dionisiaca.

Il vedere dell’iniziato corrispondeva quindi al conoscere. Alcuni hanno supposto, invece, che il ragazzo bevesse dalla coppa. Infatti la bevanda inebriante è attestata sin dalle culture più antiche; a emblema di questa portentosa droga fu eletto il miele, e successivamente il vino, identificazione di Dioniso, spesso raffigurato con vari tipi di recipienti per bevande.

Alla consacrazione dionisiaca del giovane, corrisponde la preparazione delle baccanti, subito dopo la raffigurazione di Arianna e Dioniso. La maggior parte degli studiosi vede in Dioniso l’erede di antiche deità femminili che, con il modificarsi dei  tempi, ebbero a condividere la loro remota e piena autonomia con divinità maschili. Perciò il suo culto era  celebrato da collegi di donne dionisiache, quali principali protagoniste che si manifestavano nella società come le “nutrici” del Dio. Non a caso in molte immagini Dioniso ha i seni per il duplice sesso maschile e femminile.

Ma i pannelli che si riferiscono  alla consacrazione delle baccanti sono i più sintetici ed enigmatici e questo può solo testimoniare l’assoluta segretezza del culto dionisiaco femminile che senz'altro esclude, come vogliono alcuni  commentatori, una semplice preparazione  delle fanciulle alla notte coniugale. Una donna inginocchiata,  i capelli coperti da un copricapo, e portatrice di tirso, tutti elementi che la individuano come una neofita, è protesa in atteggiamento umile e supplicante verso la mystica vannus che contiene un phallos coperto da un drappo.

Quest’ultimo, simbolo e rappresentazione della vita eccitata e polluente, in realtà non accompagnava mai il Dio e il suo essere celato ne esprimeva piuttosto la natura di misterica. La donna si prepara alla sua consacrazione, rappresentata dalla figura alata, iniziatrice non mortale ma divina, che sta per
flagellarla. Nel pannello successivo ella, coi capelli scomposti  e trattenuti da un’altra donna, per meglio lasciarle libera la schiena, si appoggia a lei, in stato di abbandono completo perchè pronta a ricevere la verga misterica.

La figura dalle ali nere è una potenza della notte, che conserva i segreti dell’occulta chimica femminile; alata come Nike, Dea della Vittoria, impugna un temibile flagello, rivelando l’origine naturalistica del culto bacchico, poichè il rito della flagellazione, sacro e rituale, è una rappresentazione simbolica della forza rigeneratrice della Natura, che colpisce e fa risorgere..


Solo dopo aver ricevuto la percossa misterica l’iniziata  danzerà libera, vera baccante, facendo risuonare le nacchere, inebriata dalla gioia, sopraffatta dalla divina follia del Dio. Così si compie la duplice rappresentazione del thíasos dionisiaco.

Ad Arianna spetta il ruolo essenziale dell’intero fregio, mentre il giovane Dioniso, seppure incoronato d’edera e portatore del tirso, appare compiaciuto di abbandonarsi fra le sue braccia come unica posizione che gli possa donare una completa beatitudine. Egli porta un solo sandalo, mentre l’altro giace ai piedi del trono di Arianna.

Il piede nudo indica, appunto, la sua dipendenza dai regni sotterranei e la sua appartenenza al mondo femminile, similmente ai temibili eroi che andavano in guerra con un solo piede calzato per stabilire, con l’altro nudo, un legame con le forze telluriche.

Purtroppo il pannello è parzialmente distrutto e non può essere studiato nella sua interezza. Si nota però che Arianna abbraccia il Dio e nel contempo stringe, con la mano libera ed ingioiellata, un lembo della tunica che sembra assumere la forma del nodo di Iside.

Perciò le scene mostrano in realtà la matrice naturistica e femminile dei misteri dionisiaci e l’essenza del Dio: Dioniso è il seme indifferenziato della vita, l’irrefrenabile eros della natura che avverte l’assoluto bisogno di un adeguato nutrimento per trascendere la sua condizione indistinta, fissandosi e riconoscendosi quale vita integralmente individuata.

Dioniso fonda il suo potere su una donna, appartiene ad Arianna, la Terra, è parte di lei che lo completa, e non può dunque che amarla. Nella sua duplice veste di madre e sposa Arianna rispecchia il ruolo della baccante, nutrice ed amante del Dio. Ed è forse per questo che la matrona e la giovane donna dell’affresco non fanno che mettere in luce la sua proiezione duale. Perciò con loro inizia e termina la pittura pompeiana.

VILLA DEI MISTERI

LE OPINIONI DEL SENATO

Tarditi ritiene che il concetto di congiura a proposito dei Baccanali sia stato ideato da Marco Porcio Catone, la personalità allora più influente e ascoltata delle forze conservatrici. Costui voleva far passare i Baccanali come nuclei legati da un giuramento e manovrati dai Greci contro lo Stato Romano per sobillare il popolo. 

Gli Elleni non erano affatto contrari a Roma, sia perchè la vedevano un'alternativa molto migliore dell'impero persiano che rischiava continuamente di inglobarlo, perché si sentivano come cultura molto affini ai romani. Il vero obiettivo da colpire era l’Ellenismo del culto,  rappresentato anche dalla potenza degli Scipioni, amanti dell'ellenismo e delle innovazioni, che lo avevano favorito. Catone sperava che l’odio e il disgusto verso i Greci e le tendenze ellenizzanti, già si diffondesse presso i romani.  

Era fermamente convinto che per salvare la repubblica da ogni influenza straniera bisognasse ancorarla alle idee tradizionali, agli antichi costumi, a quella parsimonia agricola che era stata un tempo di tutti i Romani.  Soprattutto biasimava la nuova libertà delle donne, il trionfo della sessualità diffuso nelle campagne e pure la filosofia che complicava, secondo lui, il modo di agire costringendo le menti a farsi domande.

Sappiamo da Festo che Catone pronunciò un’orazione, su una congiura, che avrebbe tenuto in senato nel 186 a.c., di cui ci è pervenuta una sola parola, precem, di chiara sfera religiosa. Sarebbe stato in quest’orazione, pronunciata durante la persecuzione dei Baccanali, che egli avrebbe presentato il movimento dionisiaco come una congiura ai danni dello Stato per sobillare il popolo contro gli adepti. Il console Postumio che aveva ascoltato nel senato il discorso di Catone, avrebbe poi ripetuto lo stesso concetto al popolo.

 “Che il concetto di congiura a proposito dei Baccanali provenga da Catone può trovare conferma nel fatto che nel racconto della cortigiana a Postumio sull’origine e le cerimonie dionisiache non è fatto alcun cenno a una congiura, mentre quest’accusa ritorna più volte nel discorso del console ai Romani. (Tito Livio)

Viene da pensare che Livio nell’ideare il discorso del console al popolo abbia utilizzato l’orazione di Catone sui Baccanali. L’ipotesi degli studiosi di considerare Catone l’avversario dei Baccanali si basa principalmente sul comportamento di Catone successivo all’affare dei Baccanali e sulla figura storica del personaggio.

Anche la presenza tra i tre redattori del senatoconsulto sui Baccanali di L. Valerio Flacco, amico personale e politico di Catone, fa riflettere tanto più che gli altri due relatori,  M. Claudio Marcello e Q Minucio Rufo, appartenevano a una delle grandi correnti del senato: Flacco all’ala conservatrice e reazionaria di cui faceva parte Catone, Claudio Marcello al blocco centrale che associava allora “Fabii”, “Claudii” e “Fulvii”, Minucio Rufo al clan degli Scipioni

Come testimonia Livio, chi guidò le operazioni sui Baccanali fu il console Postumio, il quale agì con tanta abilità che nessuno del partito contrario osò opporsi, anzi i suoi oppositori scomparvero nel nulla. Anzi egli raggiunse un tale prestigio personale, che nelle elezioni dei consoli e dei pretori per l’anno successivo (185), riuscì a fare eleggere come pretori ben due appartenenti alla sua famiglia: A. Postumio Albino (Lusco) e L. Postumio Tempsano.

Due anni dopo, nel 184, Catone ottenne l’importante carica di censore, mentre i grandi generali Fulvio Nobiliore, Manlio Vulsone e Lucio Scipione presentarono la loro candidatura alla censura, ma non furono eletti. E' evidente che la proibizione dei baccanali accontentò senatori e senato.

Cosa convinse gente così eterogenea a desiderare l'abolizione dei Baccanali? In fondo chi non li voleva vedere bastava che non vi andasse, tanto più che si svolgevano in campagna. Di certo non erano i delitti commessi in quell'occasione, che furono del tutto occasionali, visto che gli organizzatori della festa furono ritenuti innocenti.

La risposta è semplice, le donne non votavano, votavano dolo gli uomini, e a molti uomini che le donne potessero danzare bere in una festa sembrava riprovevole. Troppa libertà, troppe innovazioni.
Vi fu una vera e propria caccia alle streghe, venne istituito un tribunale speciale che condannò oltre settemila persone al carcere o a morte, con l’accusa di tenere comportamenti immorali e di complottare contro lo stato. 

Quello che era accaduto in Grecia secoli prima si era rinnovato a Roma. Il culto dionisiaco (equivalente bacchico a Roma) causò morti e persecuzioni, perchè liberavano le donne dai telai e le portavano sui monti a ritrovare la propria libera essenza selvaggia.

La stessa cosa accadde nella repubblica romana, non c'era alcun complotto nè alcun intento politico nelle celebrazioni bacchiche, c'era solo la liberalizzazione delle donne e degli uomini con loro. I reati citati nel processo sicuramente erano dovuti, almeno in massima parte agli uomini che odiavano questo femminismo ante litteram. Era l'equivalente del feminicidio odierno.

A causa dell'eccidio e delle persecuzioni i Baccanali non riapparvero mai più in Roma. Catone secondo Livio, si attribuisce la scoperta della congiura e si presenta come il salvatore della patria dalle mire dei congiurati, un po' come le Catilinarie di Cicerone. Sappiamo però che Catone non pronunciò mai quel discorso, ma Livio non aveva alcun interesse a celebrare Postumio tutto a scapito di Catone.

Aulo Postumio Albino, di una generazione posteriore al console, suo stretto parente, ambizioso e avviato alla politica, per illustrare i fasti della sua famiglia avrebbe esagerato l’opera del suo parente.  Non poteva certo evidenziare che l’idea della congiura dei baccanali contro la repubblica romana era di Catone e non del console che l’aveva fatta propria.

Probabilmente anche Livio era scandalizzato dai nuovi costumi romani e fece del tutto per descriverli abominevoli. Dal confronto dei due passi di Livio (L’abrogazione della legge Oppia e l’affare dei baccanali) si capisce che egli sceglie le fonti che rispecchiano le sue idee. Il lusso delle donne lo scandalizza perchè anche questo dà ad esse grandi libertà. Questi riti si svolgevano di notte e prevedevano danze e riti di tipo orgiastico: per questo i conservatori romani, legati alla severa morale del mos maiorum, li disprezzavano e li contrastavano, con la scusa che fossero pericolosi per l’ordine pubblico.

Così si spiegano la celebrazione del console Catone all’inizio del libro XXXIV e la dedica di ben tre capitoli al suo intervento contro l’abrogazione della lex Oppia, mentre nell’affare il suo nome non appare. Dal racconto di Livio sui Baccanali sembrerebbe che Catone non abbia avuto alcun ruolo per poi ridiventare persona dominante solo due anni dopo. 


I TESTI IN LAMINA D'ORO

Si sa che i sacri misteri in genere permettevano di superare la paura della morte, acquisendo la certezza del superamento di questa se il percorso in vita era stato quello giusto, secondo i dettami e i rituali misterici.

Le lamine d’oro bacchiche ed orfiche sono documenti che vanno dall’inizio del IV al III secolo a.c. con l’unica eccezione di una lamina trovata a Roma del II sec. d.c.,


Dalla laminetta d'oro di Hipponion, rinvenuta nel 1969 

A Mnemosyne è sacro questo (dettato):
per il mystes quando sia sul punto di morire. 
-  Andrai alle case ben costruite di Ade: v'è sulla destra una fonte accanto ad essa si erge un bianco cipresso; lì discendono le anime dei morti per avere refrigerio. A questa fonte non accostarti neppure ma più avanti troverai la fredda acqua che scorre dal lago di Mnemosyne: vi stanno innanzi custodi ed essi ti chiederanno, in sicuro discernimento, che mai cerchi attraverso la tenebra dell'Ade caliginoso. 
Dì: “(Son) figlio della Greve ed del Cielo stellato di sete son arso e vengo meno... ma datemi presto da bere la fredda acqua che viene dal Lago di Mnemosyne”. 
Ed essi son misericordiosi per volere del sovrano degli Inferi e ti daranno da bere (l'acqua) del Lago di Mnemosyne; e tu quando avrai bevuto percorrerai la sacra via su cui anche gli altri mystai e bacchoi procedono gloriosi.


Lamina di Petelia I A 2

Troverai a sinistra delle case di Ade una fonte, e accanto ad essa eretta un bianco cipresso: a  questa fonte non avvicinarti neppure. Ma ne troverai un’altra, la fredda acqua che scorre dal lago di Mnemosyne: vi stanno innanzi custodi. 
Di’: “Son figlia della terra e del cielo stellato: urania è la mia stirpe, e ciò sapete anche voi. Di sete son arsa e vengo meno: ma datemi presto la fredda acqua che scorre dal Lago di Mnemosyne”. 
Ed essi ti daranno da bere dalla fonte divina; e dopo d’allora con gli altri eroi sarai sovrana. 


La lamina di Farsalo I A 3

Troverai a destra delle case di Ade una fonte, e accanto ad essa eretto un bianco cipresso: a questa fonte non avvicinarti neppure. Più oltre troverai  la fredda acqua che scorre dal Lago di Mnemosyne. Vi stanno innanzi custodi, ad essi ti chiederanno a qual fine sei venuto fin lì. 
A loro tu esponi tutta la verità; Di’: “Son figlio della terra e del cielo stellato; Asterios è il (mio) nome. Son arso di sete, ma datemi da bere alla fonte”.
VALLE DI BACCANO

VALLE DI BACCANO

Se ne parla poco perfino oggi e il suo nome viene taciuto o attribuito a cause assurde, come ad esempio il rumore delle eruzioni in questa zona. In realtà fu luogo di festeggiamento dei Baccanali.

L'insediamento più antico della valle risale alla Media Età del Bronzo, verso il 1500 a.c., ma gli insediamenti più importanti sorsero in seguito nella zona occidentale, per la vicinanza con il lago di Baccano e di Martignano. Qui si unirono le religioni italiche antiche con quelle greche ed etrusche.

L'imponente tagliata etrusca che mette in comunicazione la Valle di Baccano con il lago di Martignano, è del VII sec. a.c. e si sa che il culto dei baccanali provenne proprio dalla religione etrusca. Con l'avvento della Grecia si fusero Il Dioniso greco si unì all'etrusco Fufluns e all'italico Bacchus, spesso infatti denominato come Dionysos Bakchos.

L'iconografia di Fufluns, fin dalla seconda metà del VI sec. a.c., appare legata a quella del dio Diòniso, con gli stessi attributi..
Nel V sec. a.c. è attestato il suo culto a Vulci, e dall’Etruria giunsero a Roma i culti dionisiaci, che dal IV sec. a.c. si affermano in Etruria con le raffigurazioni di Fufluns giovinetto, culto connesso con l’infanzia di Dioniso.
E' documentata infatti la presenza etrusca nei vicini luoghi di Baccano, il Sorbo, Selvagrossa, Poggio del Melo, Monte Gemini che con monte S. Angelo erano parte integrante del territorio veiente.

Dopo la guerra tra Roma e Faleri con la distruzione di quest'ultima nel 241 a.c., circa la metà del territorio divenne ager publicus, cioè rientrante nella giurisdizione di Roma. Alla fine del III secolo a.c., quando Capena venne incorporata nel territorio romano durante la II guerra Punica, e Faleri diventò municipio romano, il Senato trasferì parte della popolazione della Campania nei territori di Veio, Nepi e Sutri per rilanciare lo sviluppo economico dell'area.

Così sulla vetta più alta di Monte Razzano nacque un'area sacra dedicata a Bacco, da cui deriverebbero il toponimo di "Ad Baccanas" dato alla sottostante valle, luogo che convogliava le festività di Bacco di tutti i territori vicini. Dal santuario sul monte scendevano i contadini con i sacerdoti a celebrare il rito pubblico che prevedeva pasti sacri, vino, suoni e danze, il tutto mirato a raggiungere quella tanto vagheggiata estasi che il culto prometteva ai suoi seguaci.


BIBLIO

- Basilio Perri, L’affare dei Baccanali, uno spregiudicato strumento di lotta politica, Città di Castello, 2013 -
- Häkansson - In Search of Dionysos - Gothenburg - 2010 -
- R. Herbig - Pan, der griechische Bocksgott - Francoforte - 1949 -
- Plutarco - Vite Parallele - Teseo - XX -
- M. Bettini, S. Romani - Il mito di Arianna. Immagini e racconti dalla Grecia ad oggi - ed. Einaudi - 2015 -


 

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