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LUCIO CALPURNIO PISONE - L. CALPURNIUS PISUS


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LUCIO CALPURNIO PISONE


Nome latino: Lucius Calpurnius Pisus Cesoninus
Nascita: Cedeo 105-101 a.c.
Morte: 43 a.c.
Console: 58 a.c.

Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, ovvero Lucius Calpurnius Pisus Cesoninus (Cedeo - 105-101 a.c. - 43 a.c.) è stato un politico romano suocero di Giulio Cesare. La sua data di nascita è presunta avendo lui ricoperto la carica di console nel 58 a. c. Egli viene identificato come l'antico proprietario della magnifica Villa dei Papiri a Ercolano, dove è stata rinvenuta una biblioteca ricca di volumi di filosofia epicurea di cui Lucio fu un gran seguace. 

Egli discese da un'antica famiglia plebea arricchitasi durante la guerra italica. Era figlio di un armiere e di una delle figlie di Calvenzio di Piacenzia, ricco mercante descritto nel discorso di Cicerone "In Pisonem" come bandista d'asta gallico. Nonostante i suoi genitori non fossero ambedue romani, Cicerone ce lo descrive come un tipico romano: "Nella severità del volto e in quel sopracciglio che appariva alla gente non come un sopracciglio ma come una promessa di buon governo."

Sposò la figlia di un certo Rutilio Nudo che guidò la flotta di Cotta nel 73 a. c.. Ebbe due figli, Lucio Calpurnio Pisone, detto il pontefice, e Calpurnia che nel 59 a. c. divenne la terza ed ultima moglie di Giulio Cesare. Fu il responsabile dell'esilio di Marco Tullio Cicerone nel 58 a.c. dovuto alla legge retroattiva emessa contro coloro che avessero impedito di invocare la "Provocatio ad populum" ai condannati a morte per potersi salvare la vita.

VILLA DEI PAPIRI RICOSTRUZIONE

CURSUM HONORUM

Rivestì la carica di questore nel 70 a.c., 
 - di edile nel 64 a.c., 
 - di pretore nel 61 a.c. 
 - di console nel 58 a.c. insieme ad Aulo Gabino, per la celebrazione dei giochi compitali contro il volere del Senato che li aveva aboliti nel 64 a.c. per ragioni di ordine pubblico 
 - di console di nuovo nel 57 a.c. insieme a Cornelio Lentulo Spintere

Nel 49 a.c. Pisone sostenne Cirione che voleva deporre il comando consolare a Pompeo in Spagna e a Cesare in Gallia, proponendosi come ambasciatore a Cesare ma non vi riuscì. Quando Cesare varcò il Rubicone per marciare su Roma, Pisone scappò per non incontrarsi con lui, elogiato per questo da Cicerone.

Dopo l'assassinio di Cesare attaccò Antonio in Senato con l'appoggio di Cicerone, tuttavia nel 43 a.c. sostenne che Antonio non dovesse essere condannato senza un processo e si propose come ambasciatore presso di lui insieme ad altri senatori, ma Cicerone si oppose.

VILLA DEI PISONI O DEI PAPIRI - RESTI

LEGGI APPROVATE DURANTE IL CONSOLATO

Grazie anche all'attività legislativa di Publio Clodio Pulcro, alleato di Cesare e del Triumvirato, vennero approvate:

- La Lex Fufia e Aelia, - la Lex Clodia de provinciis consolaribus che assegnava a Pisone e Gabinio le province in cui i consoli si sarebbero recati come proconsoli l'anno seguente, Pisone in Macedonia e Gabinio in vilicia poi mutata in Siria, che attribuiva loro poteri straordinari per nominarelegati e disporre di molto denaro, contraddicendo la Lex Iulia de repetundis, 

 - la Lex de capite civis Romani che proibiva con valore retroattivo le condanne a morte sancite dal Senato, senza la provocatio ad Populum, l'appello al popolo che poteva concedere la grazia. Questa legge colpiva Cicerone che nel 63 a.c. aveva fatto condannare i Catilinari senza che potessero appellarsi al popolo. Così Cicerone bel 63 a.c. venne condannato all'esilio fino al settembre del 57 a.c.

AFFRESCO DELLA VILLA

Nel 57 Pisone divenne proconsle in Macedonia, ma venne richianato a Roma nel 55 a.c. su richiesta di Cicerone che nel suo "De provinciis consularibus" chiese in Senato che le province venissero sottratte a Pisone e Gabinio e venissero assegnate ai pretori del 55 a.c., adducendo che l'esercito reclutato, reso prigioniero, fu vittima di saccheggi e uccisioni, e che la provincia era stata gravata di pesanti imposte, restrizioni e danni alle opere pubbliche. La denuncia fu accolta solo in Macedonia, e fu affidata al pretore Quinto Ancario, nemico di Cesare e di Pisone.

Tornato a Roma Pisone attaccò Cicerone per aver lasciato Roma quando fu approvata la Lex Clodia de capite civis romani, sia per non aver imputato i rei dell'esilio, Cesare e Pompeo. Cicerone rispose nel 55 a.c. e pubblicata l'anno dopo, con l'invettiva "In Pisonem" mettendo a confronto l'operato di Pisone col suo, criticandolo per il suo epicureismo e per aver ospitato il filosofo greco Filodemo di Gadara nella sua Villa dei Papiri. Lo ridicolizzò poi per il suo portamento ma non lo citò in tribunale temendo evidentemente di avere la peggio.

Infatti nonostante tutto nel 50 a.c. Pisone venne nominato censore insieme a Appio Claudio Pulcro. Nel 49 scoppiò la guerra civile tra Cesare e Pompeo, Pisone si offrì di fare il mediatore con Cesare ma gli aristocratici si opposero, evidentemente non ritenendolo all'altezza. Infatti quando Pompeo fuggì da Roma Lucio lo seguì ma ci ripensò e tornò a Roma dichiarandosi neutrale.

Nel 44 a.c. alla morte di Cesare, Pisone cercò di lasciare validità alle leggi di Cesare contro Marco Antonio salvo poi ripensarci su, cosa che nella vita gli era accaduto spesso, passando da un capo all'atro, e diventò infatti seguace di Antonio. Nel 43 però partecipò a una delegazione di ambasciatori romani a Mutina presso il campo di Antonio per cercare una riconciliazione con Ottaviano. 

Ma anche questo non ebbe successo perchè Antonio aveva capito che Ottaviano non gli avrebbe mai lasciato campo. D'altronde Ottaviano era estremamente determinato nella successione a Cesare che  l'aveva adottato come figlio nel testamento, e quindi voleva estromettere Antonio dal potere. Pertanto Pisone fallì anche questa missione di pace.


BIBLIO

- Cicerone - Due scandali politici - di G. Ferrara - Milano - BUR - 1998 - 
- Cicerone - Orazione contro Lucio Calpurnio Pisone - di G. Butticci - Mondadori - 1970 -


QUINTO FABIO MASSIMO E. - Q, FABIUS MAXIMUS AEMILIANUS


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Nome: Quintus Fabius Mazimus Aemilianus, ovvero Quinto Fabio Massimo Emiliano 
Nascita: 186 a.c.
Morte: 130 a.c.
Professione: statista e console romano
Padre biologico: Lucius Aemilius Paulus Macedonicus
Madre biologica: Papiria Masonis
Padre adottante: il nipote di Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore 
Zia: Emilia Terzia, figlia di Lucio Emilio Paolo
Fratello minore: Scipio Aemilianus
Figlio: Quinto Fabio Massimo Allobrogico 


Quintus Fabius Mazimus Aemilianus, ovvero Quinto Fabio Massimo Emiliano fu uno statista e console romano (nel 145 a.c.). Quando il padre ebbe da un secondo matrimonio altri due figli, fece passare i due più grandi per adozione in altre gentes, cioè, il secondo nella gente Cornelia, con il nome di Publio Cornelio Scipione Emiliano, e il primo, maggiore di uno o due anni, nella gente Fabia, nel ramo dei Fabî Massimi e nella famiglia di Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore, perché molto probabilmente fu un nipote di questo che adottò il figlio maggiore. 

Dunque Fabius era per adozione un membro della gens patrizia Fabia, da un figlio o da un genero di Quinto Fabio Massimo Verrucoso, ovvero di Quintus Fabius Maximus Verrucosus, ma per nascita era il figlio maggiore di Lucio Emilio Paulo Macedonico, ovvero Lucius Aemilius Paulus Macedonicus, e di Papiria Masonis, la sua prima moglie. Inoltre era il padre di Quinto Fabio Massimo Allobrogico. 



III GUERRA MACEDONICA

Nella III Guerra Macedonica sia lui che Scipione prestarono servizio con distinzione sotto Paolo durante la campagna contro Perseo. Infatti appena diciottenne, Fabius accompagnò il padre biologico nella campagna contro la Macedonia e guidò insieme con Paolo Scipione Nasica l'aggiramento dell'esercito macedone. 

La battaglia di Pydna avvenuta nel 168 a.c., fu lo scontro decisivo della guerra macedonica, conclusa con la netta vittoria delle legioni romane guidate dal console Lucio Emilio Paolo, padre di Quinto Fabio Massimo, sull'esercito macedone del re Perseo. 

Ma Quinto Fabio divenne famoso tra il popolo per avere a proprie spese mostrato varie pitture e aver messo su varie scene che illustrassero le fasi salienti e più drammatiche della III Guerra Macedonica cui egli stesso aveva partecipato.



AMBASCERIA A ROMA

Questa vittoria portò alla fine della guerra e al passaggio di tutta la Grecia sotto il controllo romano, il padre naturale lo inviò a Roma per annunciare la sua vittoria. e visse in quei circoli in cui brillò il fratello, Scipione Emiliano l'Africano, e che accolsero con tanta simpatia Polibio. 



IN GRECIA

Tornato in Grecia, partecipò alle spedizioni punitive del 167 a. c. contro le città ribelli dell'interno della Macedonia e dell'Illiria. 



CONSOLE E PROCONSOLE

Nel 154 a.c. andò ambasciatore in Pergamo. Poi Fabius servì come pretore in Sicilia tra il 149 a.c. e il 148 a.c. e fu eletto console insieme con Lucio Ostilio Mancino per il 145 a.c.. Dopo il consolato si recò come proconsole in Hispania, dove combatté e sconfisse Viriato che aveva fatto prigioniero e fatto uccidere il pretore Caio Vetilio, ma non riuscì a catturarlo. 

Il comando delle due provincie spagnole fu allora riunito nelle mani di Fabius e fu suo merito aver compreso che invece di inseguire grandi successi, conveniva riordinare tutto l'esercito. 
La guerra continuò fino a quando suo fratello, Scipione Emiliano, prese la Numantia un decennio dopo.



AMBASCERIA ROMANA

Fece poi parte di quell'ambasceria romana alla quale fu sottoposta, come è ricordato in epigrafi (Dittenberger, Syll., 3ª ed., n. 6845 e Suppl. Ep. gr., II, 511, cfr. III, 775), una controversia confinaria fra Ierapitna e Itano, e in quello stesso torno di tempo indirizzò agli abitanti di Dime una lettera ordinante la punizione dei capi d'un tentativo rivoluzionario contro la costituzione data alla città dai Romani nel 146 a. C. (Dittenberger, op. cit., n. 684). 

Nel 145 venne eletto console insieme al magistrato e generale Lucius Hostilius Mancinus, insieme a cui illustrò al popolo la guerra macedonica.

Fabius e suo fratello furono allievi e patroni dello storico Polibio, che registrò il forte legame fraterno tra i fratelli, anche dopo la loro adozione in altre case. Nel 133 Fabio fu legato del fratello Scipione nella guerra numantina, e morì sicuramente prima di lui, verso il 130 a.c.


BIBLIO

- Cicero, Marcus Tullius - De Amicitia - Evelyn Shirley Shuckburgh - (ed.) Laelius; Elem. classics series - Oxford University. - 1885 -
- M. Hoffmann - De Viriathi Numantinorumque bello - Greifswald - 1865 -
- F. Münzer - in Pauly-Wissowa - Real-Encycl. - VI - 1791 -
- Harriet I. Flower - The Cambridge Companion to the Roman Republic - Cambridge University Press - 2014 -


QUINTO SERVILIO FIDENATE - Q. SERVILIUS PRISCUS


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TRIBUNO CONSOLARE

Nome: Quinto Servilio Prisco Fidenate. ovvero Quintus Servilius Priscus
Nascita: ... - ... V secolo a.c.
Morte: ... - ... V secolo a.c.
Politico: tribuno consolare nel 402/398/395/390/388/386
Gens: Servilia

TRIBUNI CONSOLARI

I "tribuni militum consulari potestate", cioè i tribuni militari con potestà consolare, o semplicemente i tribuni consolari, aventi quindi i poteri di un console, vennero istituiti durante il cosiddetto "conflitto degli ordini" che nella Repubblica romana iniziò nel 444 a.c. e poi si riaccese dall'anno 398 a.c. al 394 a.c. e dall'anno 391 a.c. fino al 367 a.c.



IL CONFLITTO DEGLI ORDINI

Si trattò di uno scontro politico dibattuto e combattuto fra i plebei e i patrizi al tempo della Repubblica, per un principio di equità della plebe che voleva il diritto alle alte cariche governative e alla parità politica. 

Ci vollero ben due secoli per raggiungere quel risultato che divenne diritto solo nel 287 a.c. con la lex Hortensia, o lex Hortensia de plebiscitiis. Questa legge imporrà infatti che le deliberazioni prese durante il Concilio della plebe, vincolassero il popolo romano, equiparando così i Plebiscita dei concilia plebis tributa, alle leges rogatae, deliberate dai comitia centuriata.

Per Tito Livio e Dionigi di Alicarnasso la magistratura dei tribuni consolari fu creata, insieme alla carica di censore, nel "conflitto degli ordini" onde permettere ai plebei l'accesso alle più alte cariche del governo senza riformare la carica di console che il patriziato difendeva come riservata al suo ordine.



IL PRIMO TRIBUNO CONSOLARE PLEBEO  

La prima nomina avvenne nel 444 a.c. ma solo nel 400 a.c. venne nominato un plebeo, Publio Licinio Calvo Esquilino, alla magistratura del tribunato consolare.

« tuttavia - solo per esercitare il diritto di cui godevano - non si andò più in là dell'elezione a tribuno militare con poteri consolari di un unico plebeo di nome Publio Licinio Calvo. Gli altri eletti erano patrizi e si trattava di Publio Manlio, Lucio Titinio, Publio Melio, Lucio Furio Medullino e Lucio Publilio Volsco. La plebe stessa si stupì di aver ottenuto un tale successo, non meno dell'eletto in persona, uomo privo in precedenza di cariche, semplice senatore anziano e già piuttosto avanti con gli anni. Non si conosce con certezza il motivo per il quale fosse toccato proprio a lui l'onore di godere per primo dell'ebbrezza di quel nuovo incarico
(Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 12.)

Publio Licino sarebbe stato eletto, per il suo secondo tribunato militare, nel 396 a.c., se non vi avesse rinunciato a favore del figlio, Publio Licinio Calvo Esquilino.

«Se però con i miei colleghi voi scegliete gli stessi uomini di allora trovandoli ancora migliorati grazie al peso dell'esperienza, in me invece non potrete più avere lo stesso Publio Licinio di una volta perché di quell'uomo adesso sono rimasti solo l'ombra e il nome. Il fisico non ha più forza, vista e udito si sono indeboliti, la memoria vacilla e la lucidità mentale si è affievolita». 

Poi, stringendo a sé il figlio, aggiunse: «Eccovi un giovane che è il perfetto ritratto dell'uomo che tempo fa voi avete voluto fosse il primo plebeo a ricoprire la carica di tribuno militare. Questo giovane che io ho cresciuto secondo i miei princìpi di vita lo offro e lo consacro al paese come mio legittimo sostituto e supplico voi, o Quiriti, affinché affidiate a lui che la richiede e per il quale io aggiungo le mie raccomandazioni questa carica che mi è stata offerta senza che io la sollecitassi»

(Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 2, 18.)



LEGES LICINIAIE SESTIAE

La scelta della forma di governo, consoli o tribuni consolari, di un dato anno, la decideva il popolo al momento delle elezioni, per cui Roma talvolta era guidata da consoli e talvolta dai tribuni consolari, vale a dire scegliendo più le "persone" che i "tipi di carica".

Il numero dei tribuni consolari variò da 3 a 6 ma poiché venivano considerati anche colleghi dei censori, talvolta si parla di "otto tribuni". L'elezione dei tribuni consolari finì nel 367 a.c., con l'approvazione delle leges Liciniae Sextiae, con cui la plebe riuscì ad ottenere l'accesso alla carica di console, regolamentato poi dalla lex Genucia del 342 a.c.



PRIMO TRIBUNATO CONSOLARE

Nel 402 a.c. Quinto Servilio Fidenate venne eletto tribuno consolare con Gaio Servilio Strutto Ahala, Lucio Verginio Tricosto Esquilino, Quinto Sulpicio Camerino Cornuto, Aulo Manlio Vulsone Capitolino e Manio Sergio Fidenate.

Mentre Roma assediava Veio vennero in soccorso della città contingenti di Capenati e Falisci, che attaccarono la zona comandata da Sergio Fidenate, mettendolo subito in difficoltà, anche per l'arrivo di rinforzi veienti.

L'astio tra Sergio Fidenate e Lucio Verginio, che comandava l'accampamento più vicino alle zone del combattimento, causarono la disfatta per l'esercito romano, che vide distrutto l'accampamento dove risiedevano i soldati di Sergio Fidenate.

«L'arroganza di Verginio era pari all'ostinazione di Sergio, il quale, per non dare l'impressione di chiedere aiuto al suo avversario, preferì lasciarsi vincere dal nemico piuttosto che vincere grazie all'intervento di un concittadino. Il massacro dei soldati romani presi nel mezzo durò a lungo
(Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 8.)

Allora il Senato decise di anticipare la nomina dei tribuni consolari alle calende di ottobre, invece che alle idi di dicembre, e in quell'anno il presidio armato di Anxur fu sopraffatto dai Volsci. le cose andavano male per Roma.

LUCIO FURIO MEDULLINO

SECONDO TRIBUNATO CONSOLARE

Nel 398 a.c. Quinto Servilio Fidenate per la sua saggezza, valore e capacità venne eletto nuovamente tribuno consolare con Lucio Valerio Potito, Marco Furio Camillo (il salvatore della patria), Lucio Furio Medullino, Marco Valerio Lactucino Massimo e Quinto Sulpicio Camerino Cornuto.

I romani continuarono nell'assedio di Veio e, sotto il comando di Valerio Potito e Furio Camillo, saccheggiarono Falerii e Capena, alleate degli etruschi. Intanto si alzarono le acque del lago Albano, e venne interrogato l'oracolo di Delfi, anche se un vecchio augure di Veio, aveva vaticiniato:

«i Romani non si sarebbero mai impadroniti di Veio prima che le acque del lago Albano fossero tornate al livello di sempre.»
(Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 2, 15)



TERZO TRIBUNATO CONSOLARE

Nel 395 a.c. Quinto Servilio Fidenate, amato dal popolo e stimato da molti senatori, venne ancora rieletto tribuno consolare con Publio Cornelio Scipione, Cesone Fabio Ambusto, Lucio Furio Medullino, Publio Cornelio Maluginense Cosso e Marco Valerio Lactucino Massimo.

Ai due fratelli, Cornelio Maluginese e Cornelio Scipione, fu affidata la campagna contro i Falisci, che però non portò a risultati definitivi, mentre a Valerio Lactuciono e Quinto Servilio toccò la campagna contro i Capenati, che furono vinti e costretti a chiedere la pace.

In città, dove infuriavano le polemiche sulla suddivisione del bottino ricavato di Veio dell'anno prima, si inasprirono ancor più gli animi per la proposta del tribuno della plebe Veio Tito Sicinio di trasferire parte della popolazione romana a Veio, con la ferma opposizione del senato.



QUARTO TRIBUNATO CONSOLARE

Nel 390 a.c. nuovamente Quinto Servilio venne eletto tribuno consolare, stavolta con Quinto Fabio Ambusto, Cesone Fabio Ambusto, Numerio Fabio Ambusto, Quinto Sulpicio Longo e Publio Cornelio Maluginense.

A Quinto Servilio, e agli altri Tribuni, Tito Livio addossa le maggiori responsabilità della sconfitta romana alla battaglia del fiume Allia, prologo del Sacco di Roma ad opera dei Galli Senoni condotti da Brenno. E Quinto Servilio, insieme agli altri Tribuni consolari, fu tra i più strenui sostenitori della proposta di lasciare Roma per stabilirsi a Veio, dopo che i Galli erano stati sconfitti.

«Dopo averla salvata in tempo di guerra, Camillo salvò di nuovo la propria città quando, in tempo di pace, impedì un'emigrazione in massa a Veio, non ostante i tribuni - ora che Roma era un cumulo di cenere - fossero più che mai accaniti in quest'iniziativa e la plebe la appoggiasse già di per sé in maniera ancora più netta»
(Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 4, 49.)



QUINTO TRIBUNATO CONSOLARE

Nonostante tutto nel 388 a.c. Quinto Servilio venne ancora eletto tribuno consolare, stavolta con Tito Quinzio Cincinnato Capitolino, Lucio Giulio Iullo, Lucio Lucrezio Tricipitino Flavo, Lucio Aquilio Corvo e Servio Sulpicio Rufo.

I tribuni per rivalsa contro gli assalitori guidarono i romani in una serie di razzie nei territori degli Equi e in quelli di Tarquinia, dove presero con la forza Cortuosa e Contenebra, che furono saccheggiate.

«Con un secondo esercito, invasero invece il territorio di Tarquinia, dove presero con la forza le città etrusche di Cortuosa e Contenebra. A Cortuosa non vi fu lotta: con un attacco a sorpresa la presero al primo urlo di guerra e al primo assalto, per poi saccheggiarla e quindi darla alle fiamme.»
(Tito Livio, "Ab Urbe Condita", VI, 4.)

«Contenebra resse invece l'assedio per alcuni giorni, ma l'incessante impegno armato, giorno e notte, senza alcuna tregua ebbe ragione dei suoi abitanti. Siccome l'esercito romano era stato diviso in sei contingenti ciascuno dei quali combatteva per sei ore a turno mentre gli assediati erano così pochi che toccava sempre agli stessi uomini stremati il cómpito di opporsi a forze sempre fresche, alla fine questi ultimi cedettero, e i Romani furono in grado di irrompere in città»
(Tito Livio, "Ab Urbe Condita", VI, 4.)

Intanto a Roma i tribuni della plebe volevano discutere sulla suddivisione dell'agro pontino, strappato ai Volsci nell'anno passato.

MARCO FURIO CAMILLO

SESTO TRIBUNATO CONSOLARE

Ancora due anni dopo, nel 386 a.c. Quinto Seervilio fu eletto tribuno consolare con Marco Furio Camillo, Lucio Orazio Pulvillo, Servio Cornelio Maluginense, Lucio Quinzio Cincinnato Capitolino e Publio Valerio Potito Publicola.

In quell'anno Anzio si rivoltò contro Roma, sostenuta da Latini ed Ernici, il Senato decise allora di affidare le operazioni belliche a Furio Camillo per quanto avanti negli anni, che accettò ma volle con sé il collega Publio Valerio. 

A Quinto Servilio fu affidato il compito di organizzare un esercito da porre nella campagna romana, a difesa della città da possibili attacchi degli Etruschi. Invece Lucio Quinzio ebbe il compito di presidiare le mura cittadine, e Lucio Orazio di organizzare tutto l'approvvigionamento di guerra. Infine a Servio Cornelio venne affidata l'amministrazione della città che egli eseguì con scrupolo ed onore, e non fu pertanto inferiore ai combattenti.


BIBLIO

- Tito Livio - Ab Urbe Condita - V -
- Eutropii Breviarium - Historia Romana - Bien - 1821 -
- Andrea Giardini - con F. Pesando - Roma caput mundi. Una città tra dominio e integrazione - Milano - Electa - 2013 -
- Antonio de Puente y Franco, José Francisco Díaz - Historia de las leyes, plebiscitos y senadoconsultos más notables des de la fundación de Roma hasta Justiniano - 1840 -


LUCIO SESTIO LATERANO - L. SEXTIUS SEXTUS


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TOGATO

Nome: Lucio Sestio Sesto, ovvero Lucius Sextius Sextus
Nascita: IV secolo a.c.
Morte: IV secolo a.c.
Padre: Lucius Sextius Sextus
Nonno: Sextinus Lateranus
Professione: politico

Lucio Sextius Sextinus Lateranus era un tribuno romano della plebe ed è noto per essere stato. insieme a Gaio Licinio Stolo, il promulgatore delle Leges Liciniae Sextiae del 368 a.c. e del 367 a.c.. In realtà si trattava di tre leggi:

- la prima stabiliva che gli interessi già pagati sui debiti fossero detratti dal capitale e che il pagamento del resto del capitale avvenisse in tre rate annuali uguali.

- la seconda prevedeva la limitazione della proprietà individuale di terreni pubblici superiori a 500 iugeri (300 acri) e vietava il pascolo di più di 100 capi di bestiame su terreni pubblici.

- la terza prescriveva che uno dei due consoli fosse un plebeo.

Rieletti per nove volte, Lucio Sestio Laterano e Gaio Licinio Stolo mantennero il tribunato plebeo per dieci anni. Nel 368 a.c. furono approvate le leggi sul debito e sulla terra, ma fu respinta quella sul consolato. Nel 367 a.c. fu approvata questa legge. Nello stesso anno i due tribuni della plebe proposero una quarta legge riguardante i sacerdoti custodi dei sacri Libri Sibillini e Lucio Sestio Laterano fu eletto console per l'anno 366 a.c.. Livio scrisse che era stato "il primo dei plebei a raggiungere questo onore".

Fu pertanto:

Tribuno della plebe 375 a.c. - 367 a.c.
Console 366 a.c. (co-console di Lucio Emilio Mamercino)
Responsabile, con Gaio Licinio, della Lex Licinia Sextia nel 367 a.c.
Diventa il primo dei nuovi consoli plebei con obbligo annuale nel 366 a.c.



DIECI ANNI DI TRIBUNATO DELLA PLEBE

- 375 a.c. - Lucio Sestio e Gaio Licinio proposero queste leggi nel 375 a.c., quando furono eletti tribuni della plebe, assolutamente osteggiati dai patrizi, che impedirono che le proposte di legge fossero discusse. Per ritorsione, i due uomini posero il veto all'elezione dei tribuni militari con potere consolare (tribuni consolari) per cinque anni. 

- 370 a.c. - Vennero rieletti nel tribunato plebeo ogni anno per nove anni consecutivi. Nel 370 a.c. si permise l'elezione dei tribuni consolari perché c'era la necessità di radunare un esercito per combattere contro la città di Velitrae (Velletri). 

- 369 a.c. - Nel 369 a.c. le leggi, in particolare quella relativa al consolato, furono dibattute e osteggiate. 

- 368  a.c. - Nel 368 a.c. Marco Furio Camillo, che si era opposto alla promulgazione delle leggi, fu nominato dittatore. ma si dimise per motivi poco chiari. Il Consiglio della Plebe approvò le leggi sugli interessi e sulle terre, ma respinse quella sul consolato. 
Tuttavia, i due tribuni della plebe fecero pressione affinché tutte le mozioni venissero sottoposte alla plebe collettivamente e giurarono di non ricandidarsi se ciò non fosse avvenuto, sostenendo che c'era motivo di rieleggerli solo se la plebe avesse voluto promulgare le misure da loro proposte insieme. 

- 367 a.c. - Nel 367 a.c. Lucio Sestio e Gaio Licinio vennero rimessi in carica per la decima volta e venne approvata la legge sul consolato. I due uomini proposero una legge che aboliva i Duumviri Sacris Faciundis, un collegio di due sacerdoti, che erano patrizi e anche custodi dei sacri Libri Sibillini, e li sostituiva con i Decemviri sacris faciundis, un collegio di dieci sacerdoti con lo stesso ruolo. Cinque di loro dovevano essere patrizi e cinque plebei. 

La legge fu approvata e furono regolarmente eletti cinque sacerdoti patrizi e cinque plebei. Secondo Livio, "soddisfatti della loro vittoria, i plebei cedettero il passo ai patrizi e, rinunciando per il momento alla discussione sui consoli, permisero l'elezione di tribuni militari con potere consolare".

Sempre nel 367 a.c., Marco Furio Camillo fu nominato dittatore a causa di un attacco dei Galli dell'Italia settentrionale. Secondo Livio, al suo ritorno a Roma dopo aver sconfitto i Galli, Camillo "si trovò di fronte a un'opposizione più feroce nell'Urbe. Dopo lotte disperate, il senato e il dittatore furono sconfitti e le misure sostenute dai tribuni furono adottate. Fu indetta un'elezione di consoli, contro la volontà dei nobili...". 

Lucio Sestio Laterano fu eletto come uno dei due consoli. I senatori patrizi dichiararono che non avrebbero ratificato l'elezione. L'aspra disputa portò quasi a una secessione plebea. Camillo trovò un compromesso: in cambio del riconoscimento da parte dei patrizi dell'elezione di Lucio Sestio, i plebei fecero la concessione che i patrizi potessero eleggere tra i patrizi un pretore che amministrasse la giustizia nella città. In quell'anno fu creata anche la carica di curule aediles.



IL CONSOLATO

Poco si sa del consolato di Lucio Sestio Laterano. Livio scrive solo che nell'anno del suo consolato furono eletti un pretore e due curule aediles tra i patrizi. Venne la notizia di un raduno di soldati gallici e di una defezione da parte degli Ernici, alleati dei Romani. 
I senatori patrizi decisero di rinviare qualsiasi azione per non affidare al console plebeo un compito militare. I plebei erano scontenti dell'insediamento di questi tre nuovi magistrati patrizi. Secondo Livio, in risposta a ciò, "si dispose di prendere gli aediles curuli dalla plebe ad anni alterni: in seguito l'elezione fu aperta senza distinzioni".


oggi gli storici notano una mancanza di chiarezza sulla legge che prevedeva che un console dovesse essere un plebeo. Livio vedeva questa legge come una svolta nell'avanzamento politico della plebe. T.J. Cornell osserva che, secondo Livio e le sue fonti, la condivisione regolare e ininterrotta del consolato derivava dalla Lex Genucia proposta dal tribuno plebeo Lucio Genucio nel 342 a.c. che consentiva ai plebei di ricoprire entrambi i consolati. 

Tuttavia, i Fasti consulares (cronaca degli eventi annuali dove gli anni sono indicati dai rispettivi consoli) evidenziano che la legge obbligava che un consolato fosse ricoperto da un plebeo. Cornell suggerisce che potrebbe essere stata la Lex Genucia a introdurre veramente la condivisione del potere tra patrizi e plebei (prevedendo che ci fosse un console per ogni ordine sociale) e che la Lex Licinia Sextia poteva aver trasferito l'accesso dei plebei alla carica più alta dai tribuni militari con potere consolare al consolato.

Livio scrive che i tribuni militari con potere consolare furono istituiti nel 444 a.c. perché si decise che in alcuni anni il consolato sarebbe stato sostituito dai tribuni consolari (da tre a sei), che questa carica sarebbe stata aperta ai plebei, creata come concessione ai plebei che volevano accedere al consolato. Tuttavia, dal 444 a.c. al 401 a.c., solo due di questi tribuni, su un totale di 100, erano plebei. Per il periodo 400-376 a.c., solo nel 400, 399 e 396 a.c. la maggioranza di questi tribuni era plebea (4, 5 e 5 su 6) e nel 379 a.c. c'erano tre plebei su sei. 

Le fonti sembrano considerare la legge come una svolta non solo perché prevedeva l'accesso al consolato, ma anche perché richiedeva che uno dei due consoli dell'anno fosse un patrizio. Tuttavia, per un periodo di dodici anni dopo l'approvazione della legge, dal 355 al 343 a.c., entrambi i consoli erano patrizi e solo dopo il consolato divenne una linea ininterrotta di cariche condivise.


BIBLIO

- Livy, The History of Rome, 6.35Cornell, T.J. (1995). The Beginnings of Rome: Italy and Rome from the Bronze Age to the Punic Wars (c.1000-264 BC). The Routledge History of the Ancient World. Routledge
von Fritz, Kurt (1950). "The Reorganisation of the Roman Government in 366 B.C. and the So-Called Licinio-Sextian Laws". Historia: Zeitschrift für Alte Geschichte
Livy (2002). The Early History of Rome: Bks. 1-5. Penguin Classics
Sordi, Marta (1960). I Rapporti romano-ceriti e l'origine della "Civitas sine suffragio". Rome: L'Erma di Bretschneider.


PUBLIO SERVILIO PRISCO STRUTTO - P. S. PRISCUS STRUCTUS


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GENS SERVILIA

Nome: Publius Servilius Priscus Structus
Nascita: ...
Morte: ...
Padre: Publio Servilio Prisco Strutto
Figlio: Servilio Spurio Prisco console nel 476 a.c,
Nipote: Publio Servilio Prisco console nel 463 a.c.
Fratello: Quinto Servilio Prisco Strutto,
Professione: politico e militare
Gens: Servilia
Consolato: 495 a.c.


Servilio era figlio di Publio Servilio Prisco Strutto, a sua volta padre del futuro console Servilio Spurio Prisco nel 476 a.c. e il nonno del futuro console Publio Servilio Prisco nel 463 a.c. Potrebbe aver avuto anche un fratello di nome Quinto Servilio Prisco Strutto, che fu magister equitum nel 494 a.c. sotto il dittatore Manius Valerius Maximus.


LA PRIMA SECESSIO PLEBIS

Servilio fu console romano nel 495 a.c., insieme al collega Appio Claudio Sabino Regillensis, e fu il primo console della gens Servilia. Nel 494 a.c. c'era stata la prima "secessio plebis" a causa dei disastrosi livelli di indebitamento subiti dai plebei che durante le guerre dovevano abbandonare i campi per andare a combattere, per cui le famiglie per non morire di fame dovevano chiedere prestiti che non si restituivano mai a causa delle guerre continue.

Infatti le leggi sul debito, e l'uso del Nexum (una forma di garanzia, codificata in forma scritta nelle Leggi delle XII tavole, dove il debitore dava in garanzia sé stesso al creditore, diventando assoggettato a quest'ultimo) che consentivano di ridurre i debitori alla schiavitù, favorivano di fatto i patrizi, che commettevano abusi nei confronti dei plebei. 

Essendo in atto la guerra contro i Volsci il senato chiese ai due consoli di risolvere la situazione. Livio afferma che, tra i due consoli, Appio era di indole più dura e Servilio più mite, tanto che Appio guardava alla situazione della plebe con disgusto e Servilio con simpatia.  

Quando la minaccia dell'invasione volsca si fece più immediata, il senato scelse Servilio per la sua disposizione più mite a prendere misure per garantire l'arruolamento dei prelievi dell'esercito. Servilio si presentò all'assemblea e informò il popolo che il senato aveva preso in considerazione misure per alleviare le preoccupazioni dei cittadini, ma che era stato interrotto dalla notizia dell'invasione. 

Nei dibattiti in senato, Servilio sostenne la necessità di concedere al popolo una riduzione dei debiti.
Infatti mentre Appio Claudio voleva risolvere la questione con le armi contro i plebei, Publio Servilio volle invece risolvere l'ingiustizia emanando un editto in favore dei debitori secondo il quale:
«....più nessun cittadino romano poteva essere messo in catene o imprigionato, in modo da impedirgli di iscrivere il proprio nome nella lista di arruolamento dei consoli, nessuno poteva impossessarsi o vendere i beni di un soldato impegnato in guerra, né trattenere i suoi figli e i suoi nipoti.»
(Tito Livio, Ab Urbe Condita, II, 24.)

Servilio esortò il popolo a mettere momentaneamente da parte le proprie lamentele per permettere a Roma unita di affrontare il nemico comune. Inoltre, annunciò un editto secondo il quale nessun cittadino romano avrebbe dovuto essere trattenuto, né in catene né in prigione, dall'arruolarsi per combattere e nessun soldato avrebbe dovuto, mentre prestava servizio nell'esercito, vedersi sequestrare o vendere i propri beni, né arrestare i propri figli o nipoti. 

Immediatamente i debitori che erano stati arrestati furono rilasciati e si iscrissero e, dopo di loro, folle di romani si riunirono nel foro per prestare giuramento militare. Subito dopo Servilio guidò l'esercito ad affrontare i Volsci.



VITTORIA SUI VOLSCI, SUI SABINI E SUGLI AURUNCI

Durante il suo consolato, Servilio condusse con successo le forze romane alla vittoria contro l'invasione dei Volsci, sconfiggendoli in battaglia a breve distanza da Roma, e poi catturando e saccheggiando la cittàdi Suessa Pometia.

Più tardi, nel 495 a.c., Servilio guidò la fanteria romana alla vittoria contro un esercito sabino invasore e successivamente sconfisse anche un esercito di Aurunci nei pressi di Ariccia.


IL TRADIMENTO DEL SENATO

Al ritorno dell'esercito a Roma, le tensioni di classe si riaccesero quando il collega di Servilio, Appio, emanò decreti che prevedevano pene ancora più gravi per i debiti. Il senato si schierò con Appio e il popolo si arrabbiò con Servilio, poiché le sue promesse di riduzione del debito prima della guerra non erano state mantenute. Servilio si trovò quindi politicamente isolato e non gradito a tutti, e tale rimase per tutta la durata del suo consolato.



IL NUOVO TEMPIO

Durante questi eventi, i consoli non riuscirono a decidere chi di loro dovesse dedicare un nuovo tempio a Mercurio. Il senato rimise la decisione all'assemblea popolare e decretò che il console prescelto avrebbe dovuto esercitare ulteriori funzioni, tra cui presiedere i mercati, istituire una corporazione di mercanti ed esercitare le funzioni di pontifex maximus. Il popolo, per fare un dispetto al senato e ai consoli, assegnò invece l'onore all'ufficiale militare più anziano di una delle legioni, Marco Laetorio.


FINE DELLA SECESSIO

L'anno successivo Servilio fu tra i dieci inviati inviati dal senato a trattare con la plebe: entrambe le parti giunsero a un accordo che portò alla fine della prima secessio plebis.


BIBLIO

- Tito Livio - Ab urbe condita -
- Cicerone - de Legibus - III -
- Floro - Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC - libri duo -
- Feliciano Serrao - Secessione e giuramento della plebe al Monte Sacro -
- Les gentes romaines - S. Servilia - 2009 -
- G. Urso - Cassio Dione e i sovversivi - La crisi della repubblica nei frammenti della Storia Romana  - LED Edizioni Universitarie - Milano - 2013 -



SPURIO LARCIO - SPURIUS LARCIUS


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ORAZIO COCLITE, SPURIO LARCIO e TITO ERMINIO SU PONTE SUBLICIO

Nome: Spurius Larcius
Fratello: Tito Larcio
Professione: politico e militare romano
Gens: Larcia
Carica: Console repubblicano
Gens: Larcia
Console: 506 a.c.


Di lui si sa poco; probabilmente arrivò a Roma dopo la cacciata dei Tarquini e la fondazione della repubblica, con una colonia di etruschi e pertanto anch'egli etrusco. Era fratello di Tito Larcio, membro di una famiglia etrusca (cfr. Lars Tolumnius, Lars Porsena) insediata a Roma da molto tempo. 

- 509 a.c. - 
Nel 509 a.c. i re etruschi di Roma furono cacciati dall'antico Latium vetus e da Roma, i cui possedimenti non si estendevano oltre le 15 miglia dalla città, che si dette un assetto repubblicano. Il re deposto, Tarquinio il Superbo, ottenne il sostegno delle città di Veio e Tarquinia, ma i due consoli romani, Publio Valerio Publicola e Lucio Giunio Bruto si opposero agli etruschi nella sanguinosa battaglia della Selva Arsia. 

Lo scontro fu interrotto da una violenta tempesta, con infiniti morti sul campo di battaglia, per cui la vittoria era incerta, ma si sentì nella notte una voce annunciante che i Romani avevano vinto, poiché gli Etruschi avevano perso un uomo in più.

« Numeratisi poscia i cadaveri, trovati furono undicimila e trecento quelli dei nemici, ed altrettanti, meno uno, quei dei Romani »
(Plutarco, La vita di Publicola)

Impauriti dalla voce molti tra gli Etruschi fuggirono, lasciando i compagni prigionieri nelle mani dei romani e Valerio poté così rientrare a Roma in trionfo, il primo trionfo celebrato da un condottiero romano (1º marzo del 509 a.c.).



PONTE SUBLICIO

- 508 a.c. -
Nel 508 a.c.  inoltre combatté, insieme a Tito Erminio Aquilino, e a fianco di Orazio Coclite nella difesa del pons Sublicius contro i soldati di Porsenna, accorso in aiuto dell'ex re Tarquinio:

«Vadit inde in primum aditum pontis, insignisque inter conspecta cedentium pugna terga obuersis comminus ad ineundum proelium armis, ipso miraculo audaciae obstupefecit hostes. Duos tamen cum eo pudor tenuit, Sp. Larcium ac T. Herminium, ambos claros genere factisque. Cum his primam periculi procellam et quod tumultuosissimum pugnae erat parumper sustinuit; deinde eos quoque ipsos exigua parte pontis relicta reuocantibus qui rescindebant cedere in tutum coegit.»

« Quindi (Orazio Coclite) avanza a grandi passi verso l'ingresso del ponte, facendosi notare in mezzo alle schiere dei compagni che rinunciavano a scontrarsi e sbalordendo gli Etruschi con l'incredibile coraggio che dimostrava nell'affrontarli armi alla mano. Trattenuti dal senso dell'onore due restarono con lui: si trattava di Spurio Larcio e Tito Erminio, entrambi nobili per la nascita e per le imprese compiute. 
Fu con loro che egli sostenne per qualche tempo la prima pericolosissima ondata di Etruschi e le fasi più accese dello scontro. Poi, quando rimase in piedi solo un pezzo di ponte e quelli che lo stavano demolendo gli urlavano di ripiegare, costrinse anche loro a mettersi in salvo.»

(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, Libro II, 10)

- 501 a.c Spurio Larcio fu console otto anni dopo la cacciata dei Tarquinii, nel 501 a.c. e nello stesso anno fu nominato dittatore suo fratello Titus, un grande onore per la gens e una grande responsabilità, il primo romano a ricoprire questa carica. Il Dictator era infatti un magistrato straordinario eletto dal senato in stato d'emergenza e posto al comando assoluto di Roma, la cui carica non poteva superare i sei mesi, insomma un monarca semestrale.  

- Nel 506 a.c. Larcio fu eletto console, collega dello stesso Tito Erminio con cui aveva difeso il ponte. 

- Nel 505 a.c. fu comandante della cavalleria romana, agli ordini del console Publio Postumio Tuberto, eletto due volte console, durante la battaglia combattuta sulle rive dell'Aniene contro i Sabini. 

- Nel 490 a.c. infatti fu eletto nuovamente console, con il collega Quinto Sulpicio Camerino Cornuto, quando Coriolano si trovava in esilio presso i Volsci.

- Nel 488 a.c. Spurio Larcio fu uno dei cinque inviati al campo dei Volsci durante l'assedio di Coriolano; l'anno successivo, mentre i consoli Tito Sicinio e Gaio Aquillio venivano inviati dal senato a combattere rispettivamente contro i Volsci e gli Ernici, rimase a presidio del territorio adiacente alla città.

- Fu nominato interrex dal Senato romano, rappresentato da Aulo Sempronio Atratino per tenere i comitia centuriata del 482 a.c., anno in cui consigliò di dichiarare guerra a Veio; scaduto il termine nominò Spurio Larcio come interrex successivo.



PORSENNA RE DI ROMA ?

Lo storico tedesco Barthold Georg Niebuhr suggerì che il consolato di Tito Erminio Aquilino e Spurio Larcio del 506 a.c., per il quale gli annali non registrano alcun avvenimento significativo, fosse stato inserito a posteriori, per coprire il periodo di dominazione degli etruschi di Porsenna su Roma.
Certamente non bastarono gli atti di valore: il Senato romano, venuto a sapere che l'esercito di Porsenna si stava avvicinando, temette che il popolo di Roma potesse, per la paura, accogliere di nuovo il re Tarquinio in città, per cui prese dei provvedimenti che convincessero la plebe a resistere all'imminente assedio: 
- Si provvide pertanto ad avere cura, prima di tutto, dell'annona, inviando emissari tanto ai Volsci quanto a Cuma con l'obiettivo di procurare frumento; 
- il commercio del sale, il cui prezzo era ormai aumentato alle stelle, fu sottratto ai privati e divenne monopolio di stato; 
- la plebe venne esentata da dazi e tributi, mentre le classi abbienti dovettero pagare le tasse dei plebei nella misura in cui erano in grado di farlo. 
Queste misure ebbero successo, e la popolazione di Roma prese le armi pronta a combattere.

Plutarco e Tacito testimoniano invece la resa di Roma agli Etruschi: occupato il Gianicolo ed eretta una
statua di rame di Porsenna nei pressi del Senato, pare che Roma abbia dovuto pagare ai Tirreni decime per molti anni. 

Plinio il Vecchio scrive del divieto di Porsenna ai Romani sull’uso del ferro se non in campo agricolo. Cacciati i re, nel patto, che Porsenna accordò al popolo romano troviamo espressamente dichiarato, che non si usi il ferro se non nella coltivazione del campo. 
 (Plinio il Vecchio – Naturalis Historia – XXXV, 139) 

Ma sembra un trattato di pace in cui si mantiene la cacciata dei re ma si chiede di non entrare in guerra (col ferro). Può darsi che Porsenna abbia governato Roma ma che poi simsia dissuaso per le continue rivolte del popolo.

E' strano infatti che dopo aver sconfitto i Romani, Porsenna abbia fatto avanzare il suo esercito al Sud Italia, per espandere il dominio etrusco. 

- Così nel 504 a.c. ci fu lo scontro con la città di Ariccia ma il contingente etrusco, guidato da Arrunte figlio di Porsenna, dovette ripiegare nella ritirata vedendo morire il suo capo. 

Viene da pensare che avesse già perduto Roma altrimenti in città avrebbe dovuto lasciare un così vasto presidio da richiedergli quasi un esercito. Pertanto non avrebbe avuto disponibilità per un esercito ulteriore.


 BIBLIO

- Dionigi di Alicarnasso - Antichità romane - Libri V, VII e VIII -
- Plinio il Vecchio - Naturalis Historia -
- Tito Livio, Ab Urbe condita libri - Libro II -
- Diego Balestri - Porsenna - Kimerik - 2001 -
- William Smith - Dictionary of Greek and Roman Biography and Mythology - vol. II - Boston, Little, Brown, and Company - 1867 -
- Barthold Georg Niebuhr - Storia di Roma - vol. I -


QUINTO SERVILIO PRISCO - Q. SERVILIUS PRISCUS


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GENS SERVILIA

Nome: Quintus Servilius Priscus
Nascita: Roma, ...
Morte: ... V secolo a.c.
Padre: Quinto Servilio Prisco
Professione: politico romano
Gens: Servilia


Quinto Servilio discendeva dalla famiglia dei Servilii e fu console per due volte: nel 468 a.c. e nel 466 a.c.; era figlio di Quinto Servilio Prisco, "magister equitum" nel 494 a.c. durante la prima secessione della plebe sotto la dittatura di Manio Valerio Massimo . La sua casata fu originaria di Alba Longa e venne trasferita a Roma ai tempi del re Tullo Ostilio, quando venne distrutta, dopo l'anno 673 a.c.



IL PRIMO CONSOLATO

Nel 468 a.c. Servilio venne eletto console insieme a Tito Quinzio Capitolino Barbato, con i soli voti dei patrizi, perché i plebei si rifiutarono di partecipare allo scrutinio.

A Quinto fu affidata la campagna contro i Sabini che avevano duramente saccheggiato i territori di Crustumerium, arrivando con le loro razzie fin sotto porta Collina, mentre al collega fu affidata la campagna contro i Volsci ed Equi, alleatisi per combattere Roma.

In risposta all'attacco dei Sabini, Quinto Servilio organizzò una spedizione che devastò il territorio sabino, e riportò un bottino ancora maggiore di quello fatto dai Sabini, dando loro una lezione indimenticabile.



IL SECONDO CONSOLATO

Vista l'abilità mostrata durante il I consolato Servilio nel 466 a.c. venne eletto console per la seconda volta, questa volta con il collega Spurio Postumio Albo Regillense che per ordine del Senato consacrò il tempio di Giove Fidio, sulla collina del Quirinale e il suo nome viene inciso nel tempio.

Inoltre il senato, letto il resoconto di Quinto Fabio Vibulano, il solo maschio della Gens Fabia sfuggito alla morte nella sfortunata campagna dei Fabii contro Veio, secondo il quale gli Equi avrebbero rotto i patti stabiliti appena l'anno prima, inviò i sacerdoti feziali per dichiarar loro guerra.

Gli Equi sembravano addirittura ansiosi di combattere, ma Roma aveva parlato troppo presto e non era ancora pronta a sostenere lo scontro, o perché secondo gli auspici dichiarati dai sacerdoti gli Dei erano contrari, o per le gravi malattie epidemiche che imperversavano nella città e quindi sui combattenti.

Tuttavia, a protezione dei propri alleati Latini, Quinto Servilio venne inviato alla testa di un piccolo esercito con la funzione di presidiare le frontiere con gli Equi. Servilio guidò l'esercito ma quando si trattò di combattere contro gli Equi, il suo esercito rimase vittima di un'epidemia (forse di malaria) e fu costretto a rimanere inattivo. Poi di lui non ci sono più notizie.


BIBLIO

- Dionigi - Antichità romane - Libro IX -
- Tito Livio - Ab urbe condita libri - Libro II -
- William Smith - Dictionary of Greek and Roman Biography and Mythology - Boston - Little, Brown, Company - 1867 -


SERVIO SULPICIO CAMERINO CORNUTO - S. S. CAMERINUS CORNUTUS


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GENS SULPICIA

Nome: 
Servio Sulpicio Camerino Cornuto, ovvero Servius Sulpicius Camerinus Cornutus
Nascita: ...  
Morte: ... 
Professione:  politico e militare 
Padre:  Quinto Sulpicio Camerino Cornuto 
Cariche:  Vigintivirato 451 a.c.. consolato 461 a.c. 
Gens: Sulpicia 


Servio Sulpicio era un personaggio della prima Repubblica romana; apparteneva alla famiglia Camerino della nobile gens Sulpicia, un'antica gens patrizia dell'antica Roma. I Camerini, o Camerti, erano una tribù umbra (Umbri Camerti) che avevano abbandonato la città natia Kamars perché sconfitti dai Pelasgi. 

In nome dell'antica patria, diedero il nome di Cameria, o Camerium o Camerta, alla nuova città da loro fondata nel Lazio, città poi conquistata dai Romani guidati da Romolo che ne fece una colonia romana. Sembra che i Romani della colonia fossero oltre il doppio dei sopravvissuti, i quali però seguitarono a portare orgogliosamente il loro nome di Camerti.

I Camerti ed i Romani strinsero un trattato di alleanza con eguali condizioni, l'Aequum Foedus, nel 309 a.c.. Durante la II guerra punica i Camerti fornirono a Roma 600 combattenti, pertanto fedeli alleati. L'agnomen Cornuto è della famiglia dei Camerino, che apparteneva alla gens patrizia Sulpicia, ed è anche il cognome di varie gens plebee non note. 

Servio Sulpicio era il figlio di Quinto Sulpicio Camerino Cornuto, console nel 490 a.c., il padre (o il nonno) di Quinto Sulpicio Camerino Cornuto, tribuno consolare nel 402 a.c. e nel 398 a.c. Il suo praenomen non ci è stato tramandato con certezza, in quanto secondo Tito Livio era Publio e non Servio. 

Nel 461 a.c. venne eletto console insieme a  Publio Volumnio Amintino Gallo, in un periodo di gravi tensioni politiche tra i  tribuni della plebe, che si battevano in favore della  lex Terentilia  e i patrizi, conservatori, che si opponevano a qualsiasi limitazione del potere dei consoli. 

Dionigi annota come, durante il consolato, i tribuni della plebe avessero proposto una legge per l'elezione di un comitato di dieci saggi che redigessero le leggi dello Stato, e che queste fossero affisse al Foro Romano, proposta fortemente osteggiata dai Patrizi che pur essendo molto più ricchi dei plebei cercavano sempre maggiori privilegi. 

Giunto l'annuncio dagli  Ernici che gli  Equi  ed i Volsci, nemici tradizionali che Roma aveva sconfitto l'anno prima, si stavano riorganizzando presso  Anzio, venne indetta una leva militare, sospendendo la discussione legislativa. 

Convinti che si trattasse di un espediente per mettere nuovamente a tacere la discussione sulla "lex Terentilia", i tribuni osteggiarono la suddetta leva, anche attraverso l'uso della forza; al pari di questi i patrizi, quando i tribuni invitavano il popolo a votare nelle assemblee il loro disegno di legge, impedivano il voto, e scoppiavano così dei tumulti. 

LE LEGGI ROMANE

Questi contrasti e questa paralisi politica durò tutto l'anno. Durante il consolato di Sulpicio ebbe luogo anche il processo politico di Cesone Quinzio, il figlio di  Cincinnato, conclusosi col suo esilio e il ritiro del padre, costretto a vendere i beni di famiglia per pagare la cauzione dopo che il figlio era scappato, in un piccolo podere, l'ultimo rimastogli, al di là del Tevere. 

Siamo ora nel 454 a.c., Spurio Tarpeio Montano Capitolino fu eletto console insieme al collega Aulo Aternio Varo Fontinale e durante quest'anno non si registrano scontri con le popolazione vicine. Ma i consoli dell'anno precedente, Gaio Veturio Cicurino e Tito Romilio Roco Vaticano, furono condannati a pagare una forte ammenda, perché avevano versato tutto bottino della battaglia contro gli Equi all'erario, senza che i soldati avessero la loro parte.

I patrizi vivono l'ammenda come un oltraggio alla loro classe, ma a Roma si instaura un nuovo clima di collaborazione, per il quale i tribuni della plebe decidono di non riproporre la Lex Terentilia, che viene così definitivamente accantonata. La contesa tra plebei e patrizi si sposta allora sul terreno di chi possa proporre le leggi, iniziativa fino ad allora esercitata solo dai patrizi. 

Vista la distanza tra le due posizioni, con i patrizi che vorrebbero negare ai plebei questa prerogativa, si decide di inviare Spurio Postumio Albo, Aulo Manlio Vulsone e Sulpicio Camerino Cornuto ad Atene per trascrivere le leggi di Solone, onde studiare a Roma le leggi ed istituzioni greche, col compito di trascrivere le leggi di Solone e di esaminare la legislazione locale per recepire le norme che meglio si adattavano allo stile di vita romano. 

I Romani ebbero sempre la virtù di riconoscere chi fosse più esperto di loro in qualsiasi campo e pertanto disposti ad esaminare, riprodurre e magari migliorare qualsiasi conoscenza straniera. Tornati a Roma nel  452 a.c., nel 451 a.c. Sulpicio Camerino fece parte del primo gruppo di  decemviri, i decemviri legibus scribundis, partecipando alla stesura iniziale della normativa, e cioè un codice di leggi scritto in dieci tavole approvato dai "comitia centuriata" e che il successivo collegio di decemviri completò, emanando la "Lex Duodecim Tabularum". 
Di lui poi non si sa più nulla, il che fa pensare a una vita tranquilla.


BIBLIO

- Diodoro Siculo - Storia universale -
- Dionigi di Alicarnasso - Antichità romane -
- Appiano di Alessandria - Historia Romana -
-Tito Livio - Ab Urbe condita libri -
- William Smith - (a cura di) Dictionary of Greek and Roman Biography and Mythology - 1870 -
- T. R. Shannon Broughton - The Magistrates of The Roman Republic. Vol. 1 - Cleveland - Case Western Reserve University Press - 1951 -

GAIO MARCIO RUTILO CENSORINO - G. MARTIUS RUTILUS CENSOR


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BATTAGLIA DI VADIMONE

Nome: Gaius Martius Rutilus Censor
Nascita: 339 a.c.
Morte: visse nel IV-III secolo a.c.
Padre: Gaio Marcio Rutilo
Professione: militare e politico romano.
Gens: Marcia


Figlio di Gaio Marcio Rutilo, IV sec. a.c., fu console nel 310 a.c. con il celebre Quinto Fabio Massimo Rulliano della gens Fabia, cinque volte console e un eroe delle guerre sannitiche. Ma anche Gaio Marcio ebbe la sua gloria.

"Iterum enim censor creatus ad contionem populum vocatum gravissima oratione corripuit, quod eam potestatem bis sibi detulisset, cuius maiores, quia nimis magna videretur, tempus coartandum iudicassent. Uterque recte, et Censorinus et populus: alter enim ut moderate honores crederent praecepit, alter se moderato homini credidit."

(Valerio Massimo - Liber Iv - Factorum Et Dictorum Memorabilium Libri Novem)


"Nominato console per la seconda volta riunì il popolo a cui rivolse parole durissime, per aver reiterato una carica che gli antenati avevano proibito di reiterare onde non concedere ad alcuno troppo potere. Furono corretti entrambi: l'uomo perchè voleva moderare gli onori degli uomini, e il popolo perchè ebbe fiducia nella sua moderazione."

A Fabio toccò, estratta a sorte, la campagna militare contro gli Etruschi, mentre a Gaio Marcio quella contro i Sanniti. Appena entrato nel Sannio, il console conquistò la città di Alife, razziandone poi le campagne. Però i Sanniti, saputo della campagna militare romana nei monti Cimini, così distanti da Roma, e contro un popolo valoroso come gli Etruschi, ripresero le speranze e attaccarono l'esercito consolare romano, che subì pesanti perdite, oltre il ferimento dello stesso console Gaio Marcio.

«Il console li andò ad affrontare, e lo scontro dall'esito incerto che ne seguì fu durissimo. Benché entrambe le parti avessero avuto perdite ugualmente gravi, tuttavia la voce comune attribuì ai Romani la sconfitta, perché avevano perso degli uomini di rango equestre, alcuni tribuni militari, un luogotenente e - ciò che aveva suscitato maggiore scalpore - era rimasto ferito addirittura il console
(Tito Livio, Ab urbe condita libri, IX, 38.)

Questa sconfitta, spinse il Senato alla nomina a dittatore di Lucio Papirio Cursore, che si recò immediatamente a Longula per prendere il comando degli uomini agli ordini di Gaio Marcio Rutilo Censorino, ormai decaduto, ma con i Sanniti non si arriva subito allo scontro, per cui si suppone che sia stato il dittatore Lucio Papirio Cursore a guidare l'esercito alla vittoria nella battaglia del lago Vadimone.

Infatti la distanza tra il lago Vadimone e Longula, l'importanza di queste due campagne militari e il fatto che Quinto Fabio Massimo Rulliano, nello stesso anno della dittatura, sconfigga il resto dell'esercito etrusco nei pressi di Perugia, potrebbe significare che il dittatore abbia lasciato il comando delle operazioni in Etruria a Fabio, e che questi abbia guidato i romani nella battaglia del lago Vadimone.

Livio pone la battaglia con i Sanniti sicuramente dopo quella contro gli Etruschi:
« Poco tempo dopo (della battaglia con gli Etruschi) i Romani corsero un pericolo analogo (con i Sanniti) »
(Tito Livio, Ab Urbe condita, IX,40)

Nel 300 a.c. fu uno dei primi quattro plebei ad accedere alla carica di pontefice, fino ad allora, accessibile solo ai Patrizi.


BIBLIO

- Tito Livio - Ab Urbe condita - IX -
- Sesto Aurelio Vittore - De viris illustribus Romae -
- Andrea Frediani - I grandi generali di Roma antica - Newton Compton - Roma - 2003 -
- Paolo Sommella - Antichi campi di battaglia in Italia, contributi all'identificazione topografica di alcune battaglie d'età repubblicana - Roma - De Luca - 1967 -
- A. Frediani - Le grandi battaglie di Roma antica - Roma - 2009 -



GIULIO PLACIDIANO - IULIUS PLACIDIANUS


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IL CONSOLE ROMANO

Nome: Giulio Placidiano, Iulius Placidianus
Nascita: ... 
Morte: 269 
Consolato: 273


Placidiano fu un brillante soldato professionista che fece una insolita carriera sotto Gallieno e sopravvisse all'età di Claudio II e Aureliano, durante i difficili anni della crisi del III secolo.

Il nomen di Placidianus, Julius, potrebbe indicare un'origine gallica poiché molte famiglie galliche divennero cittadini romani sotto il patrocinio degli imperatori Giulio-Claudi. Tuttavia, nei due secoli trascorsi dalla morte dell'ultimo dei Giulio-Claudi, Nerone, i membri della gens giulia avrebbero potuto disperdersi completamente. Il suo cognomen, Placidianus è piuttosto insolito. La sua data di nascita non è nota come non sappiamo se fosse sposato o avesse eredi.

Il suo sostegno all'imperatore Aureliano gli permise di raggiungere il consolato e di divenire senatore Vir perfectissimus praefectus vigilum di rango equestre sotto Claudio II, nel 269 comandava le truppe di stanza nella Gallia Narbonensis.

CLAUDIO IL GOTICO


COMANDANTE DELLE TRUPPE DELLA GALLIA NARBONENSIS

Qui Placidiano era stato inviato dall'imperatore Claudio il Gotico per riprendere i territori sottratti all'impero con la secessione dell'Impero delle Gallie; riuscì probabilmente a riconquistare la parte orientale della Narbonensis. 

Placidiano controllava la bassa valle del Rodano, nello stesso periodo in cui le truppe renane dell'Impero delle Gallie di Vittorino marciavano su Augustodunum per sedare una rivolta, scoppiata forse in coincidenza con l'arrivo di Placidiano. 

Le regioni per cui un militare per giunta di origine gallica potesse fare una così splendida carriera si da giungere al consolato stava in parte nel coraggio, nella fedeltà, nella capacità e nell'inventiva del legionario in questione, ma pure che a Roma chiunque sapesse emergere aveva diverse possibilità e perfino i senatori aristocratici erano in grado di capire e apprezzare un valoroso e ardito soldato romano.

ISCRIZIONE CHE CITA IULIUS PLACIDIANUS


PRAEFECTUM VIGILUM

Ci sono due iscrizioni relative a Placidiano, entrambe della Gallia. La prima risale al 269 in cui è Praefectus vigilum (cioè Prefetto della Guardia Romana), ma al comando di un distaccamento dell'esercito contro l'impero gallico e con base nella Gallia meridionale e la seconda è databile ai primi anni del governo di Aureliano quando era prefetto del pretorio.

Placidiano deve essere nato o aver acquisito lo status equestre quando Gallieno iniziò la politica di escludere i senatori dagli alti comandi. Evidentemente Claudio lo stimava sufficientemente per usarlo in un incarico molto delicato come quello del Praefectus vigilum. 

Il fatto che potesse essere Prefetto della Guardia mentre comandava un distaccamento dell'esercito contro l'Impero Gallico nella Gallia meridionale fa pensare che ufficiali dell'esercito di alto livello potevano essere ricompensati con nomine a uffici nella guarnigione romana mentre ricevevano anche incarichi più importanti altrove nell'Impero.



PREFETTO DEL PRETORIO

PREFETTO DEL PRETORIO
Poco dopo divenne prefetto del pretorio (capo dei pretoriani), promosso da Claudio il Gotico Aureliano (270 circa). Secondo alcuni Placidianus avrebbe soppresso una rivolta potenzialmente pericolosa di Domiziano nella regione a sud del Lago di Ginevra nel 271, ma il luogo più probabile per la soppressione di Domiziano era la capitale gallica, Augusta Treverorum, dove era improbabile che Placidianus potesse essere stato operativo nel 271. 

Tuttavia nonostante il mandato che Claudio diede a Placidiano, l'usurpatore Vittorino prese e saccheggiò la città di Augustodunum (Autun) senza che Placidiano facesse nulla per attaccarlo. Evidentemente Claudio era impegnato in Italia contro gli Alamanni o nei Balcani contro i Goti e quindi non poteva aprire un secondo teatro di operazioni nelle province occidentali, che non solo avrebbe coinvolto un grande sforzo militare, ma avrebbe anche richiesto a Claudio di assumersi la responsabilità della difesa della frontiera del Reno se avesse avuto successo.

Qualunque sia la ragione del mancato soccorso di Placidiano ad Autun, dovette risultare giustificata perché il successore di Claudio, Aureliano, lo nominasse suo prefetto del pretorio alla sua ascesa o subito dopo. 



CONSUL POSTERIOR

Considerando i luoghi e dei tempi, è stato ipotizzato che la sua rapida ascesa di Placidiano sia stata un premio per la soppressione della rivolta di Domiziano II, avvenuta nel 273 come console posterior con Marco Claudio Tacito. Fu in questa occasione, o con la nomina a prefetto, che raggiunse il rango senatoriale. 

Placidiano fu dunque console nell'anno 273 come collega posteriore di Marco Claudio Tacito, il futuro imperatore. Non è noto se successe direttamente ad Aurelio Eracliano, che era stato l'ultimo prefetto del pretorio di Gallieno e probabilmente aveva collaborato con Claudio e Aureliano nell'assassinio di quell'imperatore nel 268. 

È probabile che Placidiano fosse ancora in Gallia quando fu promosso e molti studiosi ritengono sia rimasto prefetto del pretorio fino alla morte di Aureliano. Nulla si sa più di Placidiano dopo la morte di Aureliano nel 275.

 
BIBLIO

- "Corpus Inscriptionum Latinarum" - Grenoble, sotto Claudio il Gotico CIL XII, 1551 -
- Ager Vocontiorum Vif, senza data, altare votivo eretto da Placidiano. 
- «Iulius Placidianus 2» - Cambridge University Press - 1992 - 
- Pat Southern - The Roman Empire: from Severus to Constantine - Londra & New York - Routledge - 2001 -
- Ronald Syme - Ammianus and the Historia Augusta - Oxford - Clarendon Press - 1968 -


 

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