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VICUS CAPRARIUS


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VICUS CAPRARIUS

Nel cinema Trevi si trova, nelle profondità della terra, l'entrata al Vicus Caprarius, all'interno di un quartiere abitativo romano. Le ricerche, condotte dalla Soprintendenza Archeologica di Roma, si sono svolte tra il 1999 ed il 2001 e, con la collaborazione del Gruppo Cremonini, società proprietaria dell’immobile e committente dei lavori, ha consentito la scoperta e la valorizzazione del sito archeologico.

Nella suddivisione amministrativa dell'Urbe in XIV regioni, voluta da Augusto, l’area del vicus Caprarius era compresa nella VII regio: essa prendeva il nome dall’antica via Lata, attuale via del Corso, in espansione edilizia a partire dall’età augustea.

In questa organizzata espansione urbanistica fiorirono in quest'area insule e domus. Gli edifici sotto la “Sala Trevi” sorgevano lungo il tratto urbano dell’antica via Salaria vetus, asse portante della VII regio unitamente alla via Lata.


Nel tratto corrispondente alle attuali via di San Vincenzo e via dei Lucchesi il percorso assumeva la denominazione di vicus Caprarius: sicuramente connesso ad una aedicula Capraria, antico luogo di culto la cui presenza è attestata proprio in quest’area.

Le indagini, estese per una superficie complessiva di circa 350 mq ed una profondità massima di circa 8-9 m, hanno rimesso in luce un vasto complesso edilizio di età imperiale che rappresenta una notevole testimonianza dell’antico tessuto urbanistico. Infine il complesso archeologico, detto del «vicus Caprarius», dall’antica via romana attorno alla quale si sviluppava, è stato aperto al pubblico dal 2002.

A Roma dove tocchi il sottosuolo scopri antichità romane, ma il guaio è che spesso vengono ricoperte, trafugate e distrutte. Durante i lavori si annuncia che verranno salvaguardati i beni sottostanti, che poi regolarmente diventano quattro anfore e tre tubi di piombo.

DOMUS DI VICUS CAPRARIUS

Nelle domus romane sotto al cinema Trevi la fabbrica doveva estendersi per una superficie di oltre 2.000 mq tra le odierne via di San Vincenzo (antico vicus Caprarius) ad ovest e via del Lavatore (che ricalca anch’essa un antico tracciato stradale) a nord.

Gli scavi hanno messo in luce due edifici, di cui uno è un'insula di almeno tre piani, con botteghe al pianterreno, conservato in alzato per circa otto metri. La prima fase costruttiva è di epoca neroniana, per un’altezza di circa 12 m, trasformata nel IV sec. in una domus signorile con le pareti rivestite di marmi e pavimenti in mosaici policromi.

DOMUS DI VICUS CAPRARIUS
Sono state individuate due fasi di ristrutturazione dell'edificio, nella prima metà del II secolo e nell’età di Marco Aurelio (161-180 d.c.). Già abbellito comunque con decorazioni e mosaici, statue e lapidi, marmi e decorazioni parietali e pavimentali sin dall'età neroniana.

Il pianterreno aveva funzioni di servizio, lo testimoniano gli impianti idraulici qui scoperti: la latrina dotata di vasca per l’igiene personale ed una seconda vasca per l’acqua potabile. In una fase successiva, di età adrianea (dopo l’anno 123 d.c.), il complesso subì una trasformazione. I due ambienti più vicini al vicus Caprarius furono trasformati nei vani comunicanti di un unico grande serbatoio idrico, con capacità stimabile in circa 150.000 litri.

Il pavimento e le pareti, di cui fu raddoppiato lo spessore per bilanciare la pressione dell’acqua all’interno, furono rivestiti con uno spesso strato di intonaco idraulico (cocciopesto). insomma un serbatoio di distribuzione (castellum aquae) dell’Acquedotto Vergine.
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Nel XII secolo circa, la struttura venne rimaneggiata con materiali più poveri finchè in età moderna divenne sede del Cinema Trevi.

Questo era il piano di lusso dell'epoca, che si chiamò in seguito il piano nobile, siccome non esistevano gli ascensori per fare poche scale era il più comodo e poi l'acqua non ce la faceva a risalire ai piani superiori.

STATUA ACEFALA
Il primo piano aveva una funzione di rappresentanza, come si usava all'epoca e come indicano in particolare, nell’ambiente da cui proviene il mosaico marmoreo pavimentale ora nell’antiquarium, nonchè i resti di rivestimento marmoreo parietale.

Quando poi i Vandali di Genserico nel 455 saccheggiarono la città causarono un incendio che distrusse il piano terra dell'edificio. Il pianterreno venne quindi colmato da un interro di circa 4 m il cui scavo ha restituito, oltre a numerosi elementi lapidei dell’apparato decorativo, circa 14.000 frammenti di ceramica ed oltre 800 pezzi monetali in bronzo.

L’edificio sud si conserva per quasi 6 m e in origine doveva ergersi su almeno due piani, per un’altezza complessiva di circa 11 m. Fin dalla fase edilizia originaria, databile anche qui in età neroniana, l’edificio doveva svolgere una funzione pubblica.

Questo edificio ha alla base due ambienti, impiegati come serbatoio di acqua. Si tratta dell' «Acqua Vergine», o Aqua Virgo, che serve ancora quella parte della città e che ha la sua mostra monumentale proprio nella Fontana di Trevi.

Da qui il suggestivo nome di «Città dell’Acqua» dato al complesso del Vicus Caprarius, anche per la presenza costante di acqua sorgiva naturale, che copre in parte gli scavi. 

Le fonti letterarie riportano l’esistenza di ben 18 castella lungo il tratto urbano dell’Aqua Virgo, ma fino ad oggi nessuno di questi era stato ancora rimesso in luce.


Oggi il complesso visitabile è dotato di un antiquarium che accoglie alcuni interessanti reperti trovati in situ, ma ora, in occasione del decennale dell’inizio degli scavi, finanziati dal Gruppo Cremonini che possiede il palazzo, si è provveduto a un nuovo allestimento.

Infatti tra i nuovi reperti esposti oltre ai bellissimi marmi bianchi lavorati e quelli colorati che appartengono alla decorazione della domus, c'è anche l’eterogeneo materiale di uso quotidiano che riguarda le fasi post antiche del vicus.

Si va dal coltello e forchetta del XVII secolo, alle brocche e piatti in maiolica, alle olle e tegami del XVI-XVII secolo, alle bottiglie in vetro soffiato del XVII-XIX secolo. L’interesse del luogo è legato proprio al fatto che i materiali esposti possono ancora raccontarci tutta la loro storia perché, invece di essere decontestualizzati in musei esterni, sono stati sistemati direttamente nell’area.

I materiali esposti pertanto testimoniano l’esistenza, a partire dal Medioevo, di un’umile comunità stretta intorno alle fonti di approvvigionamento idrico rappresentate dalla Fontana di Trevi alimentata dall’Acqua Vergine, unico degli acquedotti antichi rimasto in uso.

ANTIQUARIUM

Con una città assetata come Roma al tempo delle invasioni barbariche, questi insediamenti ebbero la loro ragione di essere grazie soprattutto ai numerosi pozzi che attingevano alla falda acquifera presente nel sottosuolo.

Una “Città dell’Acqua”, che ebbe nel prezioso elemento il suo vero e proprio principio insediativo.
Gli scavi hanno così riportato in luce un grande serbatoio di distribuzione dell’antico acquedotto, che alimentava (attraverso tubazioni in piombo ancora conservate in posto) le vasche di una lussuosa residenza signorile posta nelle adiacenze. In secondo luogo l’acqua sorgiva, proveniente da una potente falda idrica, che sgorga nel sottosuolo filtrando attraverso le antiche murature in opera laterizia dell’area archeologica del Vicus Caprarius.

EX CINEMA TREVI
Su iniziativa del Gruppo Cremonini, il progetto originario fu profondamente modificato, fino all’allestimento di un vero e proprio sito museale, conosciuto come “Vicus Caprarius – la Città dell’Acqua”. Nel 2004 l’area archeologica è stata stabilmente aperta al pubblico, ma negli anni successivi, è stata ulteriormente sviluppata ed arricchita.

Il 19 dicembre 2006, dopo un delicato restauro durato diversi mesi, in due apposite vetrine è stato esposto il “tesoretto” rinvenuto nel corso degli scavi: oltre 800 monete databili tra il IV e V secolo d.C. Tre anni dopo, il 22 dicembre 2009 è stato definitivamente completato l’allestimento dell’antiquarium.


BIBLIO

- Quellen u. Forschungen - XIV - 33 - vicus Caprarius in regione V - 1911 -
- Rodolfo Lanciani - Ancient Rome in the Lights of Recent Discoveries - Boston -New York - Houghton - Mifflin and Co. - 1888 - L'antica Roma - Roma - Newton & Compton - 2005 -
- Mario Attilio Levi - Nerone e i suoi tempi, Milano - Cisalpino-Goliardica - 1973 -
- Carlo Palumbo - La vita di Nerone - Le Grandi Biografie - Milano - Peruzzo - 1985 -
- Brian H. Warmington - Nerone: realtà e leggenda - Roma-Bari - Laterza - 1973 -



VICUS DRUSIANUS


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VIA DELLA FERRATELLA

La cinta delle mura aureliane venne edificata durante il III secolo d.c., quando la gravissima crisi economica e politica cominciò a minare la stabilità dell'Impero Romano. La possibilità che i barbari potessero spingersi fino alla capitale divenne molto probabile per cui l'Imperatore Aureliano decise di dotare Roma di una nuova e più potente cinta di mura.

L'inserimento di edifici già esistenti nelle mura fa comprendere la fretta che presiedette ai lavori: i "Castra Praetoria", Porta Maggiore, l'Anfiteatro Castrense, la Piramide Cestia e il Muro Torto ne sono evidente testimonianza.


I lavori, iniziati nel 271, furono portati avanti molto velocemente e dovevano essere quasi terminati alla morte dell'imperatore, anche se vennero realmente terminati sotto l'imperatore Probo (279). Le mura furono costituite in mattoni, erano alte circa 6 metri e spesse 3,50, dotate ogni cento piedi (circa m 29,60) di una torre a pianta quadrata, con una camera superiore destinata alle baliste.

Le porte più importanti erano costituite di due ingressi gemelli, coperti ad arco, con paramento in travertino ed inquadrati da due torri semicircolari, mentre le porte secondarie avevano un arco semplice al posto di quello doppio ed erano inserite semplicemente al centro di un tratto di mura, tra due torri quadrate.


VICUS DRUSIANUS
 
I resti delle mura Aureliane, che va da Largo dell'Amba Aradam a via dei Laterani, (cioè da via della Amba Aradam nel Rione Monti a piazzale Ipponio) è conosciuta come via della Ferratella, ma in antico la via andava da piazza San Giovanni fino a via di Porta San Sebastiano, ed era chiamata Vicus Drusianus perché portava all'Arco di Druso, ed era la attuale via Amba Aradam.

Il Vicus Drusianus. o via di Druso, un vicus della Regione I, menzionato solo nella Base Capitolina (CIL VI.975), probabilmente prese il nome dall'Arcus Drusi, e dovrebbe nascere da lì per andare sulla via Appia non molto a nord del suo incrocio con la via Latina. Da questo punto una strada correva da nord-est sulla collina fino all'attuale Laterano, fino a Via della Ferratella. Questo potrebbe essere il vicus Drusianus (HJ 216; LA 267-268).

ARCO DI DRUSO

IL CANCELLUM

Ai tempi di Papa Anastasio II la via era chiamata "Cancellum" per via di un cancello posto ad uno degli ingresso della Casa di Domiziano, che era nei pressi. Oppure il toponimo nasce dalla corruzione della valle chiamata "Ferentina", trasformata poi in "Ferrentella" e ancora in "Ferratella".

All'inizio di via della Ferratella in Laterano possiamo vedere le suddette mura al di sotto del piano stradale con una casa e dei giardini, come si nota nella prima foto in alto (foto 1). Visto che la casa non è di un custode, altrimenti il luogo sarebbe visitabile, tanto più che accoglie alcuni resti romani, tra cui vasche e colonne, vorremmo sapere a chi attualmente appartiene.

E' del comune immaginiamo perchè non è un vecchio edificio, dunque vorremmo sapere se è stato affittato o venduto visto che è abitato e vi alloggiano perfino delle automobili, e quali siano stati i criteri della vendita o dell'affitto.


BIBLIO

- Tito Livio -Ab Urbe condita libri-
- Flaminio Vacca - Memorie di varie antichità trovate in diversi luoghi della città di Roma - 1594 -
- Lucos Cozza - Su una pianta dell'area archeologica centrale di Roma (1870) - BSR 53 - 1985 -
- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - Verona - Arnoldo Mondadori Editore - 1984 -
- Rodolfo Lanciani - Ancient Rome in the Lights of Recent Discoveries - Boston - New York - Houghton - Mifflin and Co. - 1888 - L'antica Roma - Roma - Newton e Compton - 2005 -

 


VICUS AUSCULETUS


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VIA DI SAN BARTOLOMEO DE' VACCINARI, ANTICO VICUS AUSCULETUS

Il vicus Ausculetus o Aesculeti è stato rivelato dalla scoperta di un'ara quadrata di marmo, rinvenuta nell'attuale via Arenula, che portava incisa, sul piano edificato a lastroni, un'iscrizione, sopra la quale posava l'ara, che si dichiara dedicata dai vicomagistri del victis Aescleti (Aesculeti).

Via Arenula fu aperta nel 1880 per collegare il largo di Torre Argentina con il ponte Garibaldi, distruggendo in tal modo parte di via delle Zoccolette (dall'Orfanotrofio delle Zoccolette, istituito “P(ER) LE POVERE ZITELLE ZOCCOLETTE”, come recita la targa situata sulla facciata dell’edificio: con riferimento alle prostitute, in quanto una volta dimesse dal conservatorio, non avevano altro destino che quello del marciapiede). Il Conservatorio nacque per insegnare loro un mestiere utile una volta che, maggiorenni, fossero uscite dal conservatorio. 

Ma vennero distrutte anche le antiche chiese di “S. Maria de’ Calderari“, “S. Bartolomeo dei Vaccinari“, “S. Anna dei Falegnami” e “Ss.Vincenzo ed Anastasio dei Cuochi”. Il nome “Arenula” ricorda la sabbia fluviale che il Tevere deposita ancora oggi durante le piene. Infatti la sabbia che si depositava sulle sue rive allontanava le case che s’affacciavano direttamente sul fiume formando vere e proprie spiagge.

LA POSIZIONE

Dall'esistenza dell'ara, appartenente probabilmente a qualche sacello, e dell'analogia con altri sacelli che sappiamo circondati da alberi si potrebbe dedurre l'esistenza di un lucus accanto al vicus, anche in tempi storici. I Lares Compitales all'interno dell'Urbe, erano divinità protettrici delle strade ed edifici limitrofi all'incrocio stradale su cui era stato elevato un Compito (Compitum), cioè una edicola a foggia di tempietto. 

Pertanto il compito era l'edicola cittadina, da cui la chiesa cattolica ha ereditato le edicole delle madonnine, solo che l'edicola romana era più grande e spesso fornita di due colonne. Comunque il santuario compitale si trovava nel Vicus Aesculeti.

Qui si ergevano appunto un altare marmoreo e un pavimento in travertino. rinvenuti alla fine dell'Ottocento in seguito ai lavori di costruzione in via Arenula, a sud ovest del Circus Flaminius presso il Tevere, dove appunto si affacciava su un'antica arteria, il Vicus Ausculetus, orientata nord ovest - sud est. (Lanciani, FUR tav. 28). 


Sia l'altare che il pavimento recano iscrizioni dedicatorie dei vicomagistri 'del IX anno' (CIL VI 30957=ILS 3615; pavimento: MA]G[I]STRI VICI AESCLETI ANNI VIIII); quindi probabilmente risalgono al c. 2 d.c. (Panciera 63, 72; Hano, con il 7 a.c. come presumibile primo anno di carica; cfr. però da Fraschetti). 

L'edicola compitale, di cui si conservano anche i resti, sembra essere stata restaurata sotto Domiziano (Panciera 70-72; cfr. Pisani Sartorio; cfr. Compitum Acili) e il ritrovamento del santuario compitale fissa senza dubbi l'ubicazione del quartiere Vicus Aesculeti, e suggerisce, ma in modo non incontrovertibile che il corso antistante sia identificato con l'omonima via del quartiere (Lanciani, Pisani Sartorio).

La strada che doveva entrare o passare per il quartiere AESCULETUM è nota solo dalla presenza del nome nell'iscrizione (CIL vi. 30957) su un altare dedicato dai magistri vici Aescleti ai Lari, rinvenuto nella via Arenula a circa 100 metri a nord del Tevere (NS 1888, 498; BC 1888, 327-339; 2889, 69-72; Mitt. 1889, 265-267; HJ 521-522). Nella via di S. Bartolommeo sono stati rinvenuti frammenti di pavimentazione e il vicus potrebbe ricalcare pertanto proprio questa via.

I VICUS PRESSO IL TEVERE

Via di S. Bartolomeo de’ Vaccinari collega oggi piazza delle Cinque Scòle a via Arenula ma il suo percorso un tempo era ben più lungo ed importante. Analizzando la pianta del Nolli del 1748 si può osservare che il suo percorso continuava oltre l’odierna via Arenula e si congiungeva con l’attuale via di S.Paolo alla Regola con la denominazione di Strada della Regola.

Questo tratto oggi non è più visibile in quanto è stato completamente cancellato dal palazzo del Ministero di Grazia e Giustizia. Ma il tracciato di via di S. Bartolomeo de’ Vaccinari è ben più antico e risale addirittura all’epoca romana.

COMPITALIA

Infatti faceva parte di un importante asse viario, denominato Vicus Aesculeti, che collegava il rione Ponte a Ripa, composto da Aventino, Valle Murcia e Isola Tiberina, oggi ricalcato dalle strade del Banco di S.Spirito, Banchi Vecchi, Monserrato, vicolo de’ Venti, CapodiFerro, S.Paolo alla Regola proseguendo con via di S. Bartolomeo de’ Vaccinari.

Qui i vaccinari avevano stabilito case e botteghe dove venivano conciate e tinte le pelli degli animali, favoriti dalla vicinanza del Tevere, nell’area compresa tra l’attuale via dei Coronari ed il Tevere in quanto gli Statuti comunali del 1363 (poi ribaditi dagli statuti dei Maestri delle Strade del 1452) permettevano loro di smaltire le acque luride e gli scarti di lavorazione direttamente nel Tevere.


BIBLIO

- G. Pisani Sartorio - Compitum Vici Aesc(u)leti -  LTUR I, 316 -
- A. Fraschetti - Roma e il Principe - Rome - 1990 -
- S. Panciera - Ancora tra epigrafia e topografia, - in L’Urbs - 1987 -
- M. Hano, “A l’origine du culte impérial: les autels des Lares Augusti,” in ANRW II.16.3 - 1986 -
- Samuel Ball Platner. Thomas Ashby - Un dizionario topografico dell'antica Roma - Londra - Humphrey Milford - La stampa dell'università di Oxford - 1929 -



VIA BIBERATICA


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La Via Biberatica è un’antica strada romana, posta nel complesso dei Mercati di Traiano a Roma. Il nome della via le fu attribuito in epoca medioevale, e deriva, secondo gli studiosi, dal latino tardo biber che significa bevanda. 

La via corre a mezza costa delle pendici del Quirinale verso i Fori imperiali e venne realizzata contemporaneamente agli edifici di epoca traianea onde separare la parte inferiore, ovvero il Grande emiciclo, addossato alla roccia del colle per aprire il sottostante Foro di Traiano, da quella superiore, ovvero la Grande aula e il cosiddetto Corpo centrale, oggi sede del Museo dei Fori imperiali fin dal dal 2007.

Il complesso, che in origine si estendeva anche oltre i limiti dell'attuale area archeologica, in zone oggi purtroppo usurpate da palazzi moderni, era destinato principalmente a sede delle attività amministrative collegate ai Fori Imperiali. Marginalmente prevedevano anche attività commerciali, che forse si svolgevano negli ambienti aperti ai lati delle vie interne. 

Il complesso sorse contemporaneamente al Foro di Traiano, agli inizi del II secolo, per occupare e sostenere il taglio delle pendici del colle Quirinale, ed è separato dal Foro per mezzo di una strada basolata che segue la forma semicircolare dell'esedra del foro traianeo articolandosi su ben sei livelli. 


Le date dei bolli laterizi confermano che la costruzione risalga soprattutto al regno di Traiano, forse attribuibile al suo grande architetto, Apollodoro di Damasco, sebbene secondo altri il progetto era già stato concepito sotto Domiziano, alla cui epoca potrebbe essere attribuito almeno l'inizio dei lavori di sbancamento.

Gli edifici sono separati tra loro dalla via Biberatica, che corre a mezza costa sul pendio del colle. La parte inferiore comprende gli edifici del "Grande emiciclo", articolato su tre piani e con due "Aule di testata" alle estremità, e del "Piccolo emiciclo", con ambienti di nuovo su tre piani. 

Due scale alle estremità del Grande emiciclo raggiungono i piani superiori e la via Biberatica. Il basolato, restaurato nel corso dei grandi lavori eseguiti negli anni trenta nei Mercati di Traiano, si presenta molto ben conservato e la via corre tra edifici conservati su più piani, in particolare nel suo tratto settentrionale, verso l'odierna via IV Novembre, come poteva essere un'antica via urbana della capitale dell'impero.

A monte della strada, si eleva il "Corpo centrale", con tabernae al livello della via e altri tre piani di ambienti interni, alcuni ornati ed elaborati. Le tabernae erano in genere un unico ambiente, spesso coperto con volta a botte e dotata di un mezzanino, accessibile da una scala interna e illuminato da una finestra sopra la porta. 

IN GIALLO IL TRACCIATO DELLA VIA BIBERATICA


Sovente servivano da abitazione al commerciante-artigiano, che viveva nel mezzanino, ovvero in un retrobottega che in altri casi poteva servire da magazzino per le merci. A seconda delle attività che vi si svolgevano le botteghe potevano essere dotate di vasche o banconi. Alcune dette thermopolium, erano specializzate nella preparazione e nella vendita di cibi e bevande.

Verso nord la via Biberatica piega, fiancheggiata dalla "Grande aula", su cui si affacciano una serie di ambienti su due livelli, che formano l'attuale ingresso del monumento da via Quattro Novembre. La via, in leggera salita da sud a nord, fa parte dei percorsi interni dei "Mercati di Traiano" costeggiandone gli edifici, che al livello della strada vi si affacciano con una serie di ambienti a forma di taberna.

Una serie di scale dislocate lungo la via la collegava ai piani superiori degli edifici e agli altri percorsi basolati a servizio dei livelli superiori ed inferiori. Questi collegamenti tramite scale escludono la possibilità che la via fosse accessibile ai carri. 


Verso sud la via Biberatica si ricollega all'attuale via della Salita del Grillo, a cui proviene direttamente il piano del foro tramite delle scale. Dal tratto centrale della via Biberatica una scalinata permette di accedere alla "via della Torre" e al "Giardino delle Milizie", recentemente restaurati, alle spalle del Corpo centrale, con altre strutture di età romana su cui venne edificata la Torre delle Milizie, del XIII secolo.

Una parte della via si interrò progressivamente in epoca post-antica e fu in parte inglobata nel convento di Santa Caterina da Siena, che occupò a partire dal XVII secolo la parte alta del complesso e il "Piccolo Emiciclo". 

Alcune delle tabernæ affacciate sulla via in questo tratto furono in quest'epoca riutilizzate come cantine, mentre altri ambienti che si aprivano sul tratto centrale della strada furono ripavimentati per essere utilizzati come stalla. 

Gli edifici della Grande Aula e del Piccolo Emiciclo si affacciano sulla strada con tabernae che conservano soglie, architravi e stipiti in travertino originali. Sono inoltre visibili sulle facciate le tracce di un percorso di servizio sostenute da arcate su mensole.


In questo tratto, due degli ambienti sul lato della Grande Aula hanno subito delle trasformazioni volute dal convento di S.Caterina da Siena che occupò a partire dal XVII secolo la parte alta del complesso e l’area del Piccolo Emiciclo. 

Inoltre rialzò l’originale livello del pavimento dalla volta di copertura di ambienti sotterranei, da utilizzarsi come cantine, scavati all’interno delle originarie fondazioni romane, mentre altri ambienti che si aprivano sul tratto centrale della strada furono ripavimentati per essere utilizzati come stalla. 

Sul lato verso i Fori, il terzo livello del Grande Emiciclo era costituito da una fila di tabernae che si aprivano sulla strada, la maggior parte delle quali non sono oggi più conservate in elevato. Alle spalle di questi ambienti passava un corridoio di servizio.


BIBLIO

- Coarelli F. - Guida archeologica di Roma - Verona - Mondadori - 1984 -
- Meneghini R - I Fori imperiali e i mercati di Traiano. Storia e descrizione dei monumenti alla luce degli studi e degli scavi - Roma - Librer. dello Stato-Ist. Poligr. e Zecca dello Stato - 2009 -
- Corrado Ricci - Il Mercato di Traiano - Governatorato di Roma - 1929 -
- M. P. Del Moro, M. Milella, L. Ungaro, M. Vitti - Il Museo dei Fori Imperiali nei Mercati di Traiano - Milano - Mondadori Electa - 2007 -
-Valter Vannelli - Le case dei Mercati Traianei tra la piazza del Foro, via Alessandrina e via di Campo Carleo: premesse su via dei Fori Imperiali -
- Lucrezia Ungaro - Scoprimento dell'emiciclo del Foro di Traiano - 1926-1934 -
- Ricci C - Il Mercato di Traiano - Governatorato di Roma - 1929 -



CLIVUS CAPITOLINUS


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CLIVUS CAPITOLINUS

La strada principale per il Campidoglio romano, era il Clivus Capitolinus (Salita del Campidoglio), in parte corrispondente all'attuale via del Campidoglio, che iniziava dal Foro Romano, accanto all'Arco di Tiberio, come continuazione della Via Sacra, subito dopo l'intersezione tra la via Sacra stessa e il vicus Iugarius, sul quale insisteva lo scomparso arco di Tiberio,

Qui si conservano alcuni archi dell'epoca di Silla che lo sostenevano, assieme a una via che se ne diramava. Lungo parte del clivo, probabilmente nel luogo Inter duos lucos, sorgevano anche edifici privati. Proseguendo intorno al Tempio di Saturno e svoltando a sud davanti al Portico dei Dii Consentes, dove il lato posteriore del portico svolge la funzione di sostruzione del clivus costeggiava l'edificio del Tabularium e il tempio di Veiove.

E' una delle strade più antiche di Roma e per la sua posizione centrale intorno ai templi e agli uffici giudiziari che conducono il più grande e importante dei templi repubblicani. 

IL TRACCIATO DEL VICUS IN ROSSO

L'ASYLUM

Qui raggiungeva con una pendenza media del 12,5% il luogo detto Asylum o anche "Inter duos lucos" (fra due boschi), dove si dipartiva una diramazione per l'Arx. Nella sella tra le due cime (Asylum o inter duos lucos, attuale piazza del Campidoglio) si trovava il tempio di Veiove (192 a.c.),

Sull'Asylum venne venerata Tana la Dea della magia e della trasformazione, che operava, come le sue sacerdotesse, nell'oscurità di un antro che diveniva la Tana della Dea. Fu pure Dea della liberazione, e quindi della libertà, pertanto protettrice di oppressi e di fuorilegge, senza distinzione tra gli uni e gli altri, divenendo Asylum per gli uomini ricercati che si rifugiavano nel suo tempio, dopodichè divenivano intoccabili.

La via transitava dunque per la parte del Campidoglio chiamata "Inter duos Lucos" o anche Asylum, corrispondente alla sella posta fra le due sommità dell'Arx e del Capitolium. Chiunque avesse raggiunto l'Asylum, per quanto ricercato per una qualsiasi ragione o reato, in questa parte della città avrebbe ricevuto accoglienza e protezione, e fu in questo modo che Roma si popolò nei primissimi tempi.

CLIVUS CAPITOLINUS

TEMPIO DI GIOVE MASSIMO

Proseguendo poi l'ascesa sul colle, aggirava sul lato posteriore dopo una netta svolta a destra e saliva poi lungo il pendio del Campidoglio fino al Tempio di Giove Ottimo Massimo, posto sulla sua sommità.

Questa era per tradizione l'ultima e culminante parte di tutti i trionfi dei generali e degli imperatori romani. Nel 174 a.v. fu costruito un portico che, partendo dal tempio di Saturno saliva al Campidoglio, seguendo il percorso del clivio.


LA FALSA LEGGENDA

Si dice che Giulio Cesare abbia percorso questa strada in ginocchio per scongiurare un cattivo presagio durante il suo trionfo ma è completamente infondata, per lo scetticismo di Cesare che non credette nemmeno ai numerosi presagi delle Idi di Marzo, anche perchè Cesare aveva sempre saputo rischiare la sua vita, ma soprattutto perchè, come qualsiasi romano, Cesare non si inginocchiava mai.

Gli antichi romani non si inginocchiavano nè davanti agli Dei nè davanti all'imperatore. I romani non si inginocchiavano, non si prostravano e non si inchinavano, nè pregavano con le mani giunte. Certe usanze vennero solo dall'oriente e molto più tardi, portate dal cristianesimo di origine ebraica.

CLIVUS CAPITOLINUS

LA STORIA

La storia più antica della strada e del colle stesso non è precisa, poiché larga parte dei primi documenti di Roma sono stati distrutti durante il saccheggio della città. Si pensa che la strada facesse parte del percorso verso l'insediamento sabino, alterato dalla costruzione del Tempio di Saturno

I colli di Roma presentano una vasta quantità di costruzioni edificate sopra le antiche pietre etrusche, visibili soprattutto sul retro delle camere rimanenti del Portico degli Dii Consentes.

Gli altri accessi erano due scalinate: le Scalae Gemoniae che salivano all'Arx (l'attuale scalinata presso il Carcere Mamertino che oggi conduce al Campidoglio) e i Centum Gradus (cento gradini), situati sul versante opposto e che dall'altezza del Teatro di Marcello conducevano al Capitolium.

Il Clivus Capitolinus era inoltre l'unica via dove potevano transitare i carri, che dal forum Romanum conduceva al colle. Continuando la Via Sacra, la salita del Clivus cominciava presso l'arco di Tiberio, all'angolo della basilica lulia, girava intorno al tempio di Saturno, e continuava lungo il lato occidentale del tempio per circa 70 metri in su, in linea retta.

Faceva quindi una svolta ad angolo retto, dirigendosi verso il colle, sorretto da una sostruzione artificiale sul lato orientale, che forma la parete posteriore del Porticus Deorum Consentium; dove poi incontra l'angolo del Tabularium. volge ad angolo ottuso verso il nord-ovest, finchè giunge ai piedi della sommità meridionale. 


LE MISURE

IL TRACCIATO IN ROSSO (INGRANDIBILE)
Dall'arco di Tiberio sino all'altezza della insenatura il clivo misura 200 m., e, come il forum a 12 m. sul Tevere all'arco di Tiberio, e l'insenatura del Capitolino a 30 m., così la salita del clivo è di 18 m., cioè 1:11, elevazione non banale, ma non rara in queste vie (Richter, Topogr. p. 85 seg. cf. Hermes, 18 p. 104 sgg.). 

Dalla insenatura il clivo si bipartiva, e l'altra via conduceva all'isola, in origine la più importante (Varro 1. 1. 5, 47), l'altra invece al tempio di Giove. Fu possibile, che dalla insenatura una scala conducesse all'Ars, come anche oggi non altrimenti si monta alla chiesa di S. Maria in Aracoeli, che sorge sul medesimo luogo di quella. 

La ristrettezza poi del terreno consente la sola opinione, che l'altra attraverso un lungo giro intorno al tempio di Giove giungesse all'ingresso del medesimo» (Eichter, Top. p. 87 cf. Jordan 1 2 p. 62 seg.77 seg. 120 Beg, GUbert 1 p. 318 segg. 2 p. 311 segg. 433 seg. 445 segg.)


BIBLIO

- The Clivus Capitolinus - Rome Across Europe - 2015 -
- Becker, J. - Places: 152699900 (Clivus Capitolinus) - Pleiades - 2019 -
- Walter's Tours of Ancient Rome - www.jeffbondono.com. - 2019 -
- Clivus Capitolinus - Forum Romanum - (Photo Archive) - ights.seindal.dk. - 2019 -



SOTTO PIAZZA SAN GIOVANNI IN LATERANO


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PIAZZA SAN GIOVANNI IN LATERANO OGGI

La zona del Laterano a Roma conserva pregevoli resti romani come l'acquedotto neroniano, l'obelisco di Thutmosis II, i resti di un edificio termale romano ed il battistero del IV secolo, oltre alle straordinarie testimonianze sotto il piano stradale e sotto la basilica di S. Giovanni. Gli scavi si sviluppano per circa 5100 mq.

In età romana il Laterano era un'appendice del Celio ai confini con l'Esquilino, al di fuori della cinta muraria di età repubblicana ma all'interno delle mura aureliane. Il nome Laterano derivava da un cognomen riconducibile ad esempio a Plauzio Laterano, congiurato dei Pisoni. Con il colpo di stato contro Nerone (54-68 d.c.) che fallì, i suoi beni passarono al demanio imperiale.


CASTRA NOVA EQUITUM SINGULARIUM

IL LATO NORD DELLA PIAZZA NEL 1800
(INGRANDIBILE)
Nei sotterranei della basilica di S. Giovanni si conservano i resti della caserma dei cavalieri scelti come guardia del corpo dell'imperatore, gli Equites Singulares, la guardia imperiale a cavallo, istituita da Settimio Severo verso la fine del II sec. d.c. appunto di stanza al Laterano, presso le attuali via Torquato Tasso e via Emanuele Filiberto.

Fu Settimio Severo a far spianare per circa un ettaro questa area del Laterano e costruire una nuova sede con piccole stanze intonacate di rosso (rosso e giallo erano i colori ufficiali di Roma), delle quali rimangono ancora mura, soglie e stipiti delle porte. 

RESTI ROMANI SOTTO LA PIAZZA
(INGRANDIBILE)
Al centro della caserma c'era anche un ambiente per il culto dell'imperatore, simbolo perenne della romanità.

I cospicui resti sotto la navata centrale della basilica sono identificabili con la zona del praetorium, l'area del comandante della caserma, disposta attorno ad un lato cortile rettangolare. porticato su pilastri architravati; sull'altro lato c'era il sacrarium, dove si custodiva la suppellettile sacra, e sugli altri lati gli ambienti per gli ufficiali.

Sotto l'attuale transetto della basilica, c'era il dormitorio dei soldati, con camere su due livelli e tra loro parallele, coperte da volte a crociera. Un  capitello rovesciato reca incisa la data del 2 giugno 203 d.c., dedicata a Settimio Severo e al figlio Geta (probabilmente per volere del fratello Caracalla, che dopo averlo ucciso ne cancellò il nome e le sculture in tutta Roma), dal Collegium degli Equites.

RICOSTRUZIONE DEI CASTRA EQUITUM SINGULARIUM

SOTTO I CASTRA

"Volendo Sua Santità in S. Giovanni Laterano far abbassare un certo rialto innanzi al coro, ed all’altare degli Apostoli, si scoprirono tre nicchie assai grandi, una accanto all’altra, con alcuni muri i quali camminavano in squadra con la Chiesa. Per questo rispetto si potrebbe dire, che Costantino fabbricando San Giovanni si servisse de’ fondamenti di altra fabbrica antica che vi fosse avanti. Il piano di detti nicchioni, dove camminavano gli antichi erano tutti di serpentini, e porfidi con altri mischj, sotto poi a questo trovarono altro pavimento circa sei palmi più basso; bisogna che fosse edifizio antichissimo, e nobilissimo."
(Memorie di Flaminio Vacca)


Sotto queste costruzioni si trovavano diverse case di livello elevato, demolite da Settimio Severo, ma sopravvissute nell'interrato dei Castra ancora con le pitture (figure in volo, nature morte), i mosaici e una scala con gradini di marmo perfettamente conservati. A 6 metri di profondità le costruzioni addossate le une alle altre sono servite come fondamenta della basilica paleocristiana. Una delle più case più antiche, del I sec. d.c. sembra appartenuta alla nobile famiglia dei Laterani, con un corridoio a pilastri ornato con pitture di IV stile.


L' edificio meglio conservato però è una costruzione del III sec d.c., attorno ad un cortile-cavedio porticato trapezoidale, con grande fontana circolare al centro, e con uno straordinario mosaico geometrico in tessere bianche e nere. Alcuni degli ambienti che si disponevano attorno al cortile conservano ancora le tracce delle decorazioni a fresco sulle pareti, a riquadri dipinti. 

Quest' ultima costruzione confinava con l' originaria via Tuscolana, che le passava quasi tangente a un lato; gli scavi eseguiti nella metà del secolo scorso ad opera dell'architetto Virginio Vespignani, scavi occorsi per il malaugurato rifacimento ottocentesco della primitiva abside con deambulatorio risalente al periodo delle ristrutturazioni medievali della basilica, che fece rinvenire appunto quest' ultima parte.



LA BASILICA

Dopo la battaglia di Ponte Milvio, dove le truppe di Costantino sconfissero quelle di Massenzio con cui il corpo della guardia imperale a cavallo si era schierato, la caserma venne per punizione completamente rasa al suolo da Costantino, che dopo l' Editto di Milano ( 313 d.c.), volle qui celebrare la costruzione della prima basilica cristiana a Roma e dedicarla al Salvatore tra il 314 e il 318 d.c..

Così i muri della caserma, come anche delle altre costruzioni prima citate, servirono sia come piano d'appoggio alla nuova fabbrica, che come camera di contenimento entro la quale, attraverso una grande opera di riempimento, si riuscì a creare una sorta di piattaforma per la costruzione della basilica.

STATUA EQUESTRE DI MARCO AURELIO

MEMORIE DI FLAMINIO VACCA

STATUA EQUESTRE DI MARCO AURELIO

" Il Cavallo di Campidoglio di bronzo fu ritrovato in una vigna incontro le Scale Sante a San Giovanni in Laterano, e stando in terra molti anni, non tenendosene conto, fu creato Sisto IV (1414-1484) e lo dirizzò nella Piazza Lateranense con un bel piedistallo di marmo, con la sua arme, ed Epitaffio col suo nome, ed ivi è stato al tempo di Paolo III (1468-1549), quale lo condusse in Campidoglio, e fecegli fare un piedistallo da MichelAngelo, e fu guasto un pezzo di fregio, ed architrave di Trajano (sig!), perchè non si trovava marmo sì grande; e perchè detto Cavallo fu trovato nella proprietà del Collegio Lateranense, per questo detto Collegio pretendeva esserne padrone, ed ancora litiga col Popolo Romano, né passa anno, che non facciano atti per mantenere le loro giurisdizioni. "

La statua fu ritenuta essere di Costantino a cavallo e pertanto venne gelosamente conservata dalla chiesa che peraltro aveva distrutto quante più statue poteva degli imperatori romani in quanto adoratori di falsi Dei.

SOTTERRANEI DELLA PIAZZA

COMPLESSO STATUARIO DI NIOBE

- "Poco fuori di Porta S. Giovanni mi ricordo, che furono trovate molte Statue rappresentanti la Favola di Niobe; come anche due Lottatori di buon maestro: il tutto comprò il Gran Duca Ferdinando, e sono nel suo Giardino del Monte Pincio" (cioè Villa medici, che ospita dal 1803 l'Accademia di Francia a Roma).



COLONNA DI GRANITO BIGIO

" Mi ricordo, che appresso alla porta di S. Croce in Gerusalemme, vi è un anticaglia, fabbrica assai sotterra, nella quale sono molti Santi dipinti conversa in vigne. Appresso di essa vi fu scoperta una strada selciata, e molto spaziosa, e vidi che si partiva da porta Maggiore, ed andava a S. Giovanni Laterano. Sopra di essa vi fu trovata una grossa colonna di granito bigio compagna di quelle, che sono in opera a San Giovanni Laterano nella nave degli Apostoli. Mi do a credere, che quando il Magno Costantino fabbricò il Lateranense, spogliasse qualche edifizio di Porta Maggiore, e la suddetta colonna per qualche accidente rimanesse in quel luogo; ancora si puol vedere. "

« Sotto lo spedale di s. Giovanni in Laterano vi attraversa un fondamento grossissimo, tutto di pezzi di buonissime figure. Vi trovai certi ginocchi e gomiiti di maniera greca: parea tutta la maniera del Laocoonte di Belvedere »

« È ferma opinione che nella via di s. Giovanni in Laterano, particolarmente dietro alla Scala Santa (di Sisto V) verso al mezzo di quelli muri di acquedotti (villa Wolkonsky) vi siano cose notabili: perchè ivi era un'abitazione principale al tempo dei Goti e altri, vi sono state fatte gran ruine; e poco si è scoperto »

PARTICOLARE DI VILLA WOLKONSKY

VILLA WOLKONSKY

Villa Wolkonsky è oggi la residenza ufficiale dell'ambasciatore britannico in Italia, immersa in una proprietà di undici ettari sulla collina dell'Esquilino, dentro le Mura Aureliane, non lontano dalla Basilica di San Giovanni in Laterano.

Al suo interno si trovano le trentasei arcate dell'acquedotto di Nerone, raccordo all'Acquedotto Claudio del 52 d.c. per rifornire con l'acqua proveniente da Subiaco la Domus Aurea ed il ninfeo presso il tempio del Divo Claudio. Sono presenti anche tombe romane. Agli inizi dell'Ottocento questa zona ancora agricola, venne vergognosamente venduta ad Aleksandr Michajlovič Belosel'skij-Belozerskij, ambasciatore russo presso la corte sabauda a Torino. La figlia Zinaida Aleksandrovna Belosel'skaja, giunse a Roma dove si dedicò alla proprietà regalatale dal padre.

Incaricò l'architetto romano Giovanni Azzurri di costruire una piccola villa che comprendesse tre arcate dell'acquedotto e giunse ad un accordo col governo papalino per restaurare i ruderi dell'acquedotto, riuscendo così a trasformare i terreni, ai suoi due lati, in un giardino romantico, piantumandolo con roseti, siepi e varie specie arboree, con statue, grandi anfore, urne e frammenti romani nel giardino, riparò le arcate incorporandoli in grotte artificiali costruite sotto il livello del suolo ed eresse una colonna in granito rosso scuro su cui pose un busto dello zar Alessandro I.


Nella villa e nei suoi giardini si riunivano per serate e feste le principali personalità residenti o di passaggio a Roma: Stendhal, Walter Scott, James Fenimore Cooper, Gogol, Glinka e Donizetti. Alla morte della principessa la proprietà fu ereditata dal figlio Aleksandr, che scavò delle tombe romane oltre l'acquedotto, ed alla sua morte dalla marchesa Nadia Campanari, discendente di uno dei due figli adottati da Aleksandr.

Nel 1883 i Campanari avevano già venduto gran parte dei terreni approfittando del rapido sviluppo urbano, e costruirono una nuova villa nella parte meridionale della proprietà, da affittare a vari inquilini. Nel 1922 vendettero la villa al governo tedesco che ne fece l'ambasciata tedesca. Nel dieci anni successivi l'aggiunta di due ali e di un ulteriore piano raddoppiarono quasi la metratura dell'edificio. Dopo la liberazione di Roma nel 1944 il governo italiano la sequestrò e fu occupata dalla Legazione Svizzera e dalla Croce Rossa Italiana.

Nel 1946 l'ambasciata britannica di via XX Settembre fu distrutta da un attentato terroristico e il governo italiano mise a disposizione del personale britannico villa Wolkonsky, che divenne sede d'ambasciata. Nel 1951 il governo inglese ne acquistò (a vergogna dello stato italiano) la proprietà che divenne residenza ufficiale dell'ambasciatore. Nel 1971 si sarebbe dovuto espropriare il sito per metterlo a disposizione della cittadinanza romana come spazio pubblico all'aperto, ma vergognosamente rimase all'ambasciata britannica.

DOMUS FAUSTAE

DOMUS FAUSTAE

Tra via Amba Aradam e via dei Laterani durante la costruzione della nuova sede dell'INPS sono venuti alla luce, nel 1959, a una decina di metri di profondità, un gruppo di edifici su terrazzamenti digradanti verso sud e verso ovest, di età giulio-claudia, con muri in opera reticolata, e con restauri del II sec. d.c., oltre a un completo rifacimento del IV sec.. Era una vasta villa costeggiata dalle mura aureliane,  con un grande cortile interno e grandi ali laterali, e vasti giardini con piante e statue. 

All' area archeologica conservata nel sottosuolo "si accede" dall'angolo tra via dei Laterani e via Amba Aradam, accanto ad un resto di muro in grossa opera reticolata di tufo d' epoca neroniana, si raggiunge un cortile lastricato un tempo di marmi policromi ad intarsio di cui un frammento si conserva nell'angolo vicino alla scala d' accesso. Gli edifici sono tre e il più interessante conserva un ampio corridoio largo 5 m di cui è stato possibile scavare 27 metri di lunghezza, in direzione est-ovest.

Sul lato sud presenta grandi finestre, su quello nord, all'interno, grandi affreschi di età costantiniana con personaggi maggiori del vero, purtroppo mal conservati e difficili da decifrare, del IV sec. Il corridoio si allarga all’estremità orientale in un'esedra, anch’essa finestrata, con un basamento al centro. Si suppone che l’esedra fosse il centro di un portico di 60 m, per un edificio orientato nord-sud con un profondità di circa 40 m. 

Oggi si tende a riconoscere in questo edificio la Domus Faustae, la moglie di Costantino e sorella di Massenzio, la sfortunata donna che venne fatta giustiziare da suo marito facendola soffocare in un bagno bollente. (Costantino, assassino anche del figlio, venne considerato santo e "simile agli apostoli" dalla Chiesa ortodossa, da alcune Chiese orientali antiche e dalla Chiesa cattolica in Sardegna). La domus sorgeva nei pressi della Basilica, probabilmente verso l’attuale Via Amba Aradam, e i terreni coprivano tutta la zona che comprende anche l’attuale area basilicale.

SOTTERRANEI DELL'OSPEDALE DI PIAZZA SAN GIOVANNI IN LATERANO


SANTAMARIA SCRINARI

Gli studi condotti dalla professoressa Valnea Santamaria Scrinari (Commendatore della Repubblica Italiana e Cavaliere della Regina di Danimarca per i meriti di archeologa) vennero pubblicati dal Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana di Roma “Dalle aedes Laterani alla Domus Faustae”, incluso nell’opera “Il Laterano imperiale” (Città del Vaticano, 1991). 

SOTTO LA BASILICA
La Scrinari collegò il più antico nucleo del sito con il testo di Giovenale, che nella satira decima nomina le Egregiae Lateranorum Aedes, cioè, la sontuosa dimora dei Laterani, in relazione ai funesti tempi di Nerone e ai giardini di Seneca.

L’archeologa ipotizzò che fosse la lussuosa casa di Plauzio Laterano, console nel 65 d.c., che partecipò alla congiura contro l’imperatore Nerone, ordita da Gaio Calpurnio Pisone. 

Le dimore erano decorate e arredate riccamente, come dimostrano i reperti (statua femminile, erma fallica, colonna, pavimento, affreschi…). Inoltre l'attuale Battistero della Basilica sfruttò le sottostanti Terme di Fausta. Seguì poi la confisca delle proprietà dei congiurati e l'annessione al demanio imperiale. Sembra che la proprietà dei laterani sia per un breve periodo tornata privata, quando, nel III sec. d.c., Settimio Severo ne fece dono a Sestio Laterano, console nel 197, condottiero vittorioso nelle spedizioni d'Oriente.

La cortina laterizia di mattoni rossi è tipica struttura muraria severiana e potrebbe suffragare le ipotesi della Scrinari, tanto più che negli scavi sono emerse condutture di piombo con inciso il nome dei Laterani. Si ritiene infatti che i due nuclei più antichi fossero la casa di Pisone e quella dei Laterani, espropriate durante il regno di Nerone e inglobate nel IV sec. nel palazzo imperiale di Fausta, di cui farebbe parte il terzo nucleo, quello con il corridoio affrescato. 

FLAVIA MAXIMA FAUSTA
Fausta venne interpretata come l'imperatrice Flavia Maxima Fausta, moglie di Costantino. In quanto alla domus l'imperatore l'avrebbe donata, in tutto ο in parte, al papa, in occasione del sinodo e comunque in connessione con l'erezione della basilica e del battistero. Una decina d'anni Ernest Nash fece presente però che nulla attesti che questa Fausta, citata da Optatus, sia proprio l’imperatrice, che anzi è assai difficile che la moglie di Costantino abbia posseduto un palazzo a Roma in quanto non sarebbe mai tornata in questa città.

Inoltre anche il Liber Pontificalis che elenca tutti i doni e le proprietà assegnati da Costantino alla basilica e al battistero, non cita la donazione del palazzo imperiale.

Il Nash anzi osserva che la leggenda del palazzo lateranense di Costantino e della sua donazione al pontefice non comparirebbe prima del Constitutum Constantini, il famoso falso del VIII sec.

Ritiene, inoltre, che quest'ultima sia divenuta proprietà di Fausta, la moglie di Costantino e che sia quindi quella domus Faustae in Laterano nella quale si svolse il concilio del 313 e che Costantino avrebbe donato al papa per farne la sua sede: il primo nucleo del palazzo papale.



MARGHERITA GUARDUCCI

La studiosa Guarducci, ha fatto notare che l'imperatrice visse i primi cinque anni della sua fanciullezza a Roma e che quindi la casa che l'aveva ospitata da bambina potrebbe essere rimasta a suo nome, riconosce in quella Fausta la moglie di Costantino, sorella di Massenzio e nelle strutture con lungo loggiato il palazzo imperiale, che Massenzio aveva ristrutturato e aveva probabilmente intitolato alla sorella prima che andasse sposa a Costantino: la Domus Faustae.



I BENI CULTURALI VENDUTI AI PRIVATI, SOLO IN ITALIA...

Qui Inps, uffici e archeologia ai privati la domus di Costantino

Nel 1959 durante gli scavi per la costruzione della sede provinciale dell' Inps in via Amba Aradam venne individuata infatti la "Domus Faustae" cioè la dimora privata della famiglia di Costantino e di sua moglie Fausta che le fonti antiche ricordano nell' area un tempo proprietà dei Laterani.

Oggi questo sito, non aperto al pubblico, visitato da qualche scolaresca al seguito di un docente di storia dell' arte, è molto amata dagli studiosi stranieri. Stanno lì sotto ore e ore francesi e canadesi, tedeschi e americani.

Ora che il palazzo è stato ceduto al Fip questa sede archeologica potrebbe anche diventare proprietà privata e non essere più gestita ma solo protetta dalla sovrintendenza. Roma comunque potrebbe averla già persa.

Proprio prima che passasse la legge delle cessioni la sovrintendenza ai Beni archeologici stava concertando con l' Inps un piano per la messa in sicurezza e la valorizzazione di questo ritrovamento, già vincolato visto che fa parte dei beni del demanio.

Il vincolo vuol dire però che il palazzo si porta dietro una sorta di inalienabilità, ma nessun vincolo contiene la clausola dell'esposizione al pubblico di un bene sotto tutela. Eppure la vista di questa dimora romana è un' esperienza indimenticabile.

Lo scavo ha rivelato una serie di strutture edilizie interpretate come la domus di Fausta, (fine III inizio IV sec.), seconda moglie di Costantino e sorella di Massenzio, contestata da altri studiosi che vedevano due nuclei edilizi del I secolo d.c., la sede della domus di Calpurnio Pisone e quella della domus dei Laterani.

In ogni caso la dimora, schiacciata dai piloni di cemento dell'edificio dell' Inps, appare magnifica: c'è ancora un lungo tratto murario, un corridoio e delle stanze. Le pitture tardo antiche sono state portate al Museo nazionale romano, sono megalografie molto rovinate, che raffigurano una serie di personaggi della casa imperiale, una processione divina.

Alcuni studiosi sostengono che il basamento ritrovato quasi intatto accanto al portico fosse quello che sosteneva la Lupa capitolina. Come dire che il più pregnante simbolo della romanità non è più di Roma, anzi presto sarà venduto al miglior offerente.

(Anna Maria Liguori)


BIBLIO

- M. Guarducci - La Domus Faustae in Laterano e la Cattedra di S. Pietro in Vaticano - I - Bonn - 1986 -
- G. Pelliccioni - Il Concilio Lateranense e la Domus Faustae - Capitolium - 51 - 1976 -
- P. Liverani - Le proprietà private nell'area lateranense fino all'età di Costantino - Mélanges de l'Ecole française de Rome - Antiquité - 1988 -
- Stefano Zen - «La Donazione di Costantino nel Cinquecento tra filologia, apologia e censura ecclesiastica» - relazione 2011 - «L’età moderna di Romeo De Maio» - XIII Settimana della cultura -
- Paolo Liverani (a cura di) - Laterano 1 - Scavi sotto la Basilica di S. Giovanni in Laterano. I materiali, 



 

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