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PORTA IANUARIA (Roma Quadrata)


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PRESUNTA POSIZIONE DELLA PORTA IANUARIA AL FORO ROMANO

Porta Januaria, detta anche Janualis, o Jani Gemini o Trigonia, era situata allo sbocco dell'Argiletum nel Foro Romano, quindi tra la Curia, il Comitium e la Basilica Aemilia, la cui collocazione però è molto incerta, e soprattutto ipotizzata per deduzione.

PRESUNTO PERIMETRO DELLA ROMA QUADRATA
L'Argileto, (Argiletum), era una antichissima strada romana che collegava il quartiere della suburra al foro romano. Corrispondeva alle attuali via Leonina e via della Madonna dei Monti.

Si suppone infatti che se la Mugonia era verso il colle Velia, cimitero della città e via di transito verso l'Esquilino e il Viminale,si ritiene che questa porta si dovesse aprire anche verso il Velabro, consentendo quindi l'accesso al Tevere, che rappresentava un'importantissima via di transito commerciale sia sul fiume che verso il mare. 

Questa porta, la Trigonia, probabilmente consentiva un ulteriore accesso al colle Querquetulano, il Celio e quindi verso il territorio dei Latini. Alcuni studiosi ritengono che fosse proprio la Trigonia, o comunque si sia chiamata, ad aprirsi verso il Celio, all'altezza della chiesa di San Gregorio.



I NOMI

ECATE TRIVIA
Ianuaria o Ianualis 

fa capire sia connessa al Dio Giano Ianuus), oppure alla Dea Ianua, anticamente moglie di Giano, tanto che le erme più antiche di Giano bifronte avevano un volto maschile ed uno femminile.

Ianua, scritta anticamente con la j, quindi Janua, significava "La Porta" pertanto inizio e fine di ogni cosa, infatti era considerata l'inizio e la fine dell'anno, ma pure come nascita e morte e così via.

Non a caso alla Madonna è stato stabilito l'appellativo di "Iuanua Coeli", che anticamente era "Ianua Caelestis", riferito alla Iuno italica (Giunone).

Si trattava della Iuno primigenia, che in uno specchio etrusco si vede allattare Iovis che è non suo consorte ma figlio. Ciò non toglie che a volte nei miti la Grande Madre sposava il figlio divenuto adulto e lo assurgeva in cielo.


Iani Gemini 

- era un altro nome della Porta, o Porta dei gemelli Giani, che potrebbero essere i due volti di Giano, ovvero Giano Bifronte, ambedue maschili o maschile e femminile, a seconda dell'epoca.

MADONNA TRINGOLATA COME UNA GRANDE MADRE

Trigonia 

Designa una forma a tre angoli, a tre valve, o a tre logge, oppure, se è una porta, potrebbe essere a tre fornici, ma per questo si usava il termine trigemina. Peraltro è difficile che al tempo della Roma Quadrata vi fosse tanto traffico da necessitare di una porta trigemina.

Filologicamente il nome della porta deriverebbe dalla sua forma, ma ovviamente una porta non può essere triangolare (trigono = con tre angoli), o per la distanza triangolare in cui era posta ad uguale distanza dalle altre due, e francamente ci sembra molto tirata. (Pandana Famianus Nardini Roma vetus lib).

Secondo Bartolomeo Marliano "Urbis Romae topographiae libri V" (1534) le porte Mugonia, la Trigonia e la Romana sarebbero state un'unica porta.

Ora Trigonia, o Triplice, o Trinitaria, o Trinità, il significato è lo stesso, è la Grande Madre Natura, la Grande Dea che dà la vita, il nutrimento e la morte.  come del resto Trigoria, una via di Roma che deriverebbe il nome dal latino "tres gores" (tre fiumi). Peccato però che in zona questi tre fiumi non ci siano mai stati.

Secondo altri Trigoria deriverebbe invece da un antico luogo sacro della zona dal nome greco "tricore" (edifici a tre corpi), oppure dal greco Τρι-οδια (Trivium). Ecco, questo sembra molto verosimile. Esisteva tra i romani il culto della Venere Trivia, ma anche della Ecate Trivia, si sa che ai trivi venivano collocati i santuari della ierodulia, la prostituzione sacra.

Del resto si dice che vi fosse nella Roma Quadrata una porta dedicata alla Mater Matuta. Sicuramente Trigonia è uno dei suoi appellativi, e la porta a lei dedicata era sicuramente la porta Trigonia.


BIBLIO

- Laura G.Cozzi - Le porte di Roma - F. Spinosi Ed. - Roma - 1968 -
- Mauro Quercioli - Le porte di Roma - Newton & Compton - Roma - 1997 -
- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - A. Mondadori Ed. - 1984 -





PORTA SCALAE CACI (Roma Quadrata)


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( Fonte )


SCALAE CACI

Le Scale Caci, in tempi remoti, prima che divenisse residenza imperiale, mettevano in comunicazione il Palatino con il Foro Boario per mezzo di una porta detta appunto Porta Scalae Caci, una porta della Roma quadrata.
Dunque la Porta Scalae Caci era una delle tre o quattro porte, per altri anche di più, che si aprivano nella cinta muraria della Roma Quadrata fondata da Romolo, la cinta originaria di mura romane.

La storia narra che Cassio Longino, Pretore nel 174, Console nel 171, e Censore nel 154 a.c., iniziò la costruzione di un teatro, che fu però impedita dal senato, ovvero da quel Nasica che si oppose sia alla distruzione di Cartagine che alla costruzione del teatro, perchè luogo poco adatto ai rudi romani che dovevano occuparsi solo di guerra e non di spettacolo o di letteratura.

Fatto sta che il teatro, ormai ultimato, venne fatto distruggere, e comunque ne rimasero i resti, giusto presso il luogo ove c'era la reggia di Romolo. Accanto a questi resti, che risalgono al 154 a.c., salivano le scale Caci, di cui permangono scarsi resti, posti nel sito delle Capanne del Palatino su uno strato repubblicano.



CACO, DIO E DEMONE

Originariamente Caco, in latino Cacus (genit. Caci) era un Dio pre-romano del fuoco, che però, proprio perchè era Dio del fuoco, proteggeva dagli incendi, ma pure Dio dei numerosi vulcani del Lazio. Il Dio, soppiantato gradualmente dai nuovi Dei greco-romani, perse il suo lato protettivo e divenne un demone che emetteva fuoco.

RESTI DELLA SCALAE CACI
Il suo aspetto era scimmiesco, dato che il suo corpo era coperto di un manto peloso, e secondo la descrizione tramandataci da Properzio, il demone possedeva tre teste, il che ci rimanda alla Dea Madre triforme, ad Ecate col suo Cerbero.

Cacus viveva in una grotta sul monte Aventino da dove terrorizzava le campagne. Quando Ercole tornò con il bestiame di Gerione, superò la grotta di Cacus e si addormentò nelle vicinanze.

Di notte Cacus trascinò alcuni dei bovini alla sua caverna all'indietro per le code, in modo che le loro tracce puntassero nella direzione opposta.

Ercole, che non brillava per intelligenza, vide le orme e non capì, tuttavia, il muggito degli animali tradiva la loro presenza nella grotta, così Ercole, che aveva rubato i buoi, uccise Cacus per aver rubato i buoi, cioè per aver fatto la stessa cosa che aveva fatto lui, e recuperò il bestiame.

Altre fonti sostengono che fu la sorella di Cacus a svelare ad Ercole la posizione della sua grotta, o perchè era molto affezionata al fratello o perchè era molto affezionata ai buoi, d'altronde all'epoca un armento era una grande ricchezza.

RESTI DELLA SCALAE CACI
Sul posto, dove Ercole aveva ucciso Cacus, questa sorella fece costruire un altare, forse per ingraziare gli Dei per aver salvato il fratello, oppure per aver salvato i buoi.

Dove venne innalzato l'altare più tardi si tenne il Forum Boario, il mercato del bestiame, che infatti ebbe come emblema un bue..

Il mito fa pensare alla solita invasione Argea che cambiò culti e usanze nel Lazio, e ai 25 manichini che venivano gettati nel fiume ogni anno per la festa degli Arghei.

Evidentemente l'invasione finì male perchè la popolazione dopo un certo periodo si ribellò e gli Arghei se ne tornarono in Grecia.


LA PORTA

Non ci sono tracce della porta, però le fonti riportano l'esistenza della porta su cui terminava la scala.
Essendo molto arcaica, anche qui si presume fosse eseguita in travi di legno. Di solito per le porte gli antichi usavano la quercia perchè inattaccabile dalle tarme e resistentissima all'acqua; infatti la sua particolarità è che lo strato superficiale che si deteriora fa da copertura allo strato sottostante donandogli una certa impermeabilizzazione.


BIBLIO

- Plutarco - Vita di Romolo - Milano - Mondadori - 1983 -
- Plinio Gaio Secondo - Storia naturale - traduzioni e note di Umberto Capitani e Ivan Garofalo - Einaudi - Torino - 1986 - volumi I-IV -
- Gian Biagio Conte - Nevio - in Letteratura latina - Manuale storico dalle origini alla fine dell'impero romano - Le Monnier - 2009 [1987] -
- Eutropio - Storia di Roma - Introduzione di Fabio Gasti - Traduzione e note di Fabrizio Bordone -Santarcangelo di Romagna - Rusconi Libri - 2014 -



PORTA FERENTINA (Roma Quadrata)


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La Porta Ferentina era una porta della Roma Quadrata che dava anche un accesso al Tevere, menzionata da Plutarco, quando Romolo, in seguito ad una grave pestilenza che aveva colpito la città di Roma, procedette alla sua purificazione con sacrifici espiatori, che si celebrarono presso questa porta, che conduceva alla selva ferentina ai piedi dei Colli Albani.

"Nella strada che sale dalla valle della Ferratella e sale alla piazza della Navicella, e che dicesi Via delle Mole, conduce alla Porta che, essendo nella direzione del celebre luco di Ferentino presso la città di Marino, dove i latini adunavano la loro dieta, ebbe perciò il nome di Porta Ferentina, e viene nominata da Plutarco nella Vita di Romolo c.XXIV, dicendo che quel fondatore purificò con lustrazioni la città, e che quelle cerimonie dicevansi essere le stesse di quelle che, ai suoi dì, facevansi alla Porta Ferentina."

(Antonio Nibby - Roma 1838)

ROMA QUADRATA
"Sempre più sarà certo che la Porta Ferentina dovesse rimanere presso la Via Latina nel Celio e nel recinto di Servio, perchè al tempo di Plutarco non esisteva ancora la porta Latina delle mura aureliane, da cui sortire per quella via.
Ma l'unica discesa dall'alto del recinto di Servio sul Celio venga verso la via Latine; si è quella della Navicella, come già dissi, scende lungo la villa e vigna Mattei, fino alla Ferratella (già Porta Metronia delle mura aureliane), dalla qual porta, come nota S. Gregorio, ancora dal suo tempo, si poteva passare nella via Latina.
Perciò qualora si fissi la Porta Ferentina presso l'angolo orientale della Villa Mattei, sul principio dell'accennata discesa nell'alto, sarà questo il luogo più conveniente e proprio della Porta Ferentina.

Ponendo poi mente al costume dei Romani, già da me altra volta accennato, di aver essi varie porte della città destinate e denominate da qualche funzione publica o sagra solita praticarsi in vicinanza di esse, allora si troverà naturalissimo che la porta chiamata da Festo Piacolare perchè presso di essa si facevano alcune espiazioni Piacularis Romae appellatur propter aliqua piacula quae ibidem fiebant fosse accanto immediatamente alla Ferentina presso la quale sono indicate da Plutarco le espiazioni istituite da Romolo: la Piacolare come porta destinata e conducente al solo oggetto Espiatorio e la Ferentina come porta di uso pubblicò e generale.

E siccome uno de riti principali anzi essenziale delle antiche espiazioni consisteva nelle abluzioni in acque correnti di fonti o di fiumi così la nostra acqua Crabra detta in oggi la Marrana che appunto nel sito della Ferratella entra in Roma e si approssima più che altrove al Celio ed al recinto di Servio fu per tale rito opportunissima sebbene non si voglia allora in sì gran copia.

E riflettendo che il Celio fu cominciato ad abitare da come narra Dionisio e che Romolo fu l istitutore tali espiazioni come dice Plutarco si troverà naturale che Tullo Ostilio quando chiuse di mura questo monte vi un transito per l'accesso all'espiazioni già istituite e poi Servio o Tarquinio il Superbo nell'accrescere le sue relazioni cosi formasse in quelle mura la porta Ferentina che desse comodo accesso alla via Latina e facilitasse le comunicazioni con quei Popoli.  

Il volume delle mura di Roma pone la porta Pacolare la via di S Susanna e la Vittoria per la sola ragione, come si esprime, di non saperla mettere altrove e confondendo i sagrifizj coll'espiazioni, non reca ragione alcuna per cui debbansi fare diverse espiazioni alla porta Piacolare da quelle che Plutarco dice da Romolo e conservate fino al suo tempo alla porta quae adhuc etiam Ferentinam ad portam observari tradunt e forma così due porte Espiatorie in siti di senza bisogno. 

Ed ecco come dalla porta Esquilina proseguendo a destra Orientale del recinto di Servio su i confini delle regioni III e II poi lungo la costa meridionale del Celio si contavano 4 porte la Querquetulana, cioè la Caelimontana. la Ferentina e la Piaclaris, porte che ancora esse furono molti moderni attribuite e supposte nelle mura Aureliane di ogni possibilità poichè di tutte se ne trova negli antichi scrittori quali sono Varrone, Cicerone, Plinio, Plutarco e Festo. anteriori tutti alla fondazione mura Aureliane.

(Stefano Piale - Delle Porte Meridionali di Roma) 

SELVA DI FERENTO

LA SELVA FERENTINA (oggi Parco Colonna)

"Famosa è nell antica istoria la selva che dalla dea Ferentina cui era consacrata toglieva nome di ferentina e dove i popoli del Lazio confederati radunavano le loro assemblee per discutere gli affari più importanti allo stato. Fu in essa che decretarono di non sottomettersi a Tullo Ostilio di contrastare alle conquiste di Tarquinio Prisco e di poi muover guerra ai Romani per ristabilire in trono gli stessi Tarquini.
 In essa si consultarono pure intorno allo assedio di Fidene come altresì di dare la famosa battaglia presso il lago Regillo. Le quali diete si convocavano sotto la protezione di Giove Laziale e con quali cerimonie tu conosci abbastanza ed io ti ricordai nella mia intorno al Monte Cavi. Ora questa tanto celebrata selva ferentina vorresti tu vedere.

Lasciando a tergo Marino dalla parte che mette sulla via di Castel Gandolfo, una ma assai forte discesa ti conduce a destra ad una chiesuola e quindi ad un pubblico lavatoio a piedi del paese che sulla costa monte declinando alquanto si prolunga assai, che nei dipinti del Francesco Knebel prestava, non è gran tempo, uno dei più importanti soggetti di costui.

A sinistra finita la discesa medesima una fontana e qui presso un cancello che nel parco dei Colonna, il quale si dilunga verso oriente, ameno quanto mai a dire, tutto ombrato da alberi. irrigato da un ruscelletto che scaturisce in mezzo da dentro la convalle stessa e che il guardiano del parco di cui io ho fatta ricerca, mi additò fra quegli alberi e cespugli intrigatissimi.

Ora questo parco è la Selva Ferentina e questo ruscelletto è nientemeno che il Caput aquae ferentinae nel quale per i maneggi di Tarquinio il Superbo, fu precipitato deputato ariccino Turno Erdonio, coperto con un graticcio pieno di sassi, ingiustamente accusato di complotto contro la lega latina."

(Oreste Raggi - Sui Colli Albani e Tusculani)


BIBLIO

- Mauro Quercioli - Le porte di Roma - Newton Compton - Roma - 1997 -
- Laura G. Cozzi - Le porte di Roma - F. Spinosi Ed. - Roma - 1968 -
- Antonio Nibby - Roma nell'anno 1838 - Tipografia delle Belle Arti - Roma - 1838 -
- Samuel Ball Platner - con Thomas Ashby - A Topographical Dictionary of Ancient Rome - London - Oxford University Press - 1929 -
- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - A. Mondadori Ed. - 1984 -



PORTA ROMANA - ROMANULA (Roma Quadrata)


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ETIMOLOGIA TERMINE "PORTA"

Secondo alcuni etimologisti latini il termine "Porta" deriverebbe da portare, in questo caso l'aratro utilizzato da Romolo per tracciare i confini di Roma, che veniva portato invece che tirato, in quei tratti dove il muro si sarebbe dovuto interrompere per permettere il passaggio.

A noi la spiegazione non convince, anche perchè esistevano le porte delle capanne, dei templi e degli ovili. E poi c'è il termine "Portus" per il luogo acquatico che accoglie le imbarcazioni, per cui i porti e le porte si direbbero le entrate che portano all'interno di qualcosa.

Sembra d'altronde che il Dio Portuno o Portunno fosse il Dio dei porti e il Dio Portano fosse quello delle porte (D. Paolo Gagliardi 1740).

La Porta Romana o Romanula, aperta sulle mura della Roma Quadrata, si apriva sul Velabro dalla parte del Tevere, nei pressi della Basilica di Santa Francesca Romana, forse nome assegnato dai Sabini che, stabiliti sul colle Quirinale, dovevano passare da lì per entrare in Roma. La porta Romana, oltre ad assicurare i contatti con i Sabini, si apriva nei pressi della fonte Giuturna, la più vicina risorsa di acqua potabile.

La Via Nova venne così chiamata per distinguerla dalla Via Sacra, la seconda delle due strade di Roma che prima dell'età imperiale erano già conosciute come "viae" (vie), e considerate molto antiche (Varronequod vocabulum ei pervetustum ut novae viae quae via iam diu vetus).


Varrone: 

"Le feste laurentine, che alcuni chiamano nei loro scritti Laurentalia, sono chiamate così da Acca Larenzia, alla quale i nostri sacerdoti offrono una pubblica "parentatio"...

Questo sacrificio si svolge nel Velabro, attraverso il quale si giunge alla via Nova, secondo alcuni presso il sepolcro di Acca, perchè lì vicino i sacerdoti sacrificano agli Dei Mani... entrambi questi luoghi si trovano all'esterno della città antica, non lontano dalla Porta Romanula, di cui ho parlato nel libro precedente. "

" Hoc sacrificium fit in Velabro quia in Novam viam exitur, ut aiunt quidam ad sepulcrum Accae, ut quod ibi propre faciunt Diis Manibus servilibus sacerdotes. qui uterque locus extra urbem antiquam fuit non longe a Porta Romanula, de qua in priore libro dixi."


Festo

"Il popolo chiama Porta Romana quella dove l'acqua sgorga dal peristilio, questo luogo in antico era abitualmente chiamato "Le statue Cincie" perchè vi si trovava il sepolcro di questa famiglia. Ma la Porta Romana fu istituita da Romolo nella parte più bassa del clivo della Vittoria. Questo luogo era costruito con gradini di forma quadrata (oppure: con gradini che davano accesso ad uno spazio quadrato. D'altra parte era chiamata Romana dai sabini perchè essa costituiva il più vicino accesso a Roma."

LA VIA NOVA

LOCALIZZAZIONE, ETIMOLOGIA

La Porta presenta due ordini di problemi: il primo di localizzazione, l'altro di etimologia.. I legami con altri punti di riferimento topografici: Nova via, clivus Victoriae, Velabrum, hanno dato adito a diverse interpretazioni delle fonti circa il posizionamento della porta.

CLIVUS VICTORIAE
La Nova via si conclude inequivocabilmente presso l'angolo nord-ovest del Palatino. Incompatibili con questo posizionamento sono considerate talvolta la localizzazione "infimo clivo Victoriae", talvolta invece la vicinanza con il Velabro.

Il Clivus Victoriae fu a lungo ritenuto sul lato occidentale del palatino (R. Lanciani), poi smentito (R. Almeda) e tutt'ora in discussione. 

Coarelli, ritenendo che il clivus Victoriae debba stare indiscutibilmente sul versante ovest del Palatino, ipotizza la porta di Varrone come Scalae Caci, e quella di Festo, la Romana, nell'angolo nord del Palatino. 

Evans localizza la porta presso S. Teodoro.

D'altronde Festo parla di una Porta Romana e Varrone di una porta Romanula, Varrone sostiene si chiami così perchè deriva da Roma, Festo sostiene che il nome Romanula fu dato dai sabini. G. Colonna ritiene invece che "Romanuli" fosse il nome con cui i Romani chiamassero i Sabini, ma anche questa spiegazione lascia perplessità, per quanto spiegherebbe in pieno il doppio nome della Porta.


IN CONCLUSIONE

Dunque Varrone scrive che: "in Velabro qua in NOVAM viam exitur"; e "alteram Romanulam ab Roma dictam quae habet Gradus a Nova via annuncio Volupiae sacello", e che al tempo di Ovidio la Via era connessa con il Foro (Ovidio - Fasti VI: qua nova Romano nunc via iuncta est foro).

Non vi sono dubbi pertanto che la strada originaria passasse per il Velabro, vicino alla Porta Romanula o Porta romana, secondo Varrone una delle tre porte del Palatino, di solito posta vicino alla chiesa di S. Teodoro, anche se la relazione tra la Via Nova e il clivus Victoriae lascia qualche dubbio. 

Viceversa la connessione che fa Ovidio con il Foro potrebbe essere convincente. La strada originale avrebbe potuto seguire la linea del Pomerio Palatino, come riferisce Tacito negli Annali, a nord e a ovest della collina, ma anche questo non solleva totalmente dai dubbi.


BIBLIO

- Giacomo Boni - Nuova Antologia - Mura urbane - 1911 -
- Dionigi di Alicarnasso - Antichità romane -
- A.Carandini - Roma il primo giorno - Roma-Bari - Laterza - 2007 -
- L.G.Cozzi - Le porte di Roma - F. Spinosi Ed. - Roma - 1968 -
- M.Quercioli - Le mura e le porte di Roma - Newton Compton - Roma - 1982 -




PORTA MUGONIA-Palatina (Roma Quadrata)


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La Porta Mugonia era una delle tre o quattro porte, per altri anche di più, che si aprivano nella cinta muraria della Roma quadrata fondata da Romolo, la cinta originaria di mura romane. Veniva chiamata anche "Vetus Porta Palatii" o "Porta Mugionis", o Porta Mugionia (Festo), o Porta Mucionis. Per Plinio ad esempio, (Nat. Hist., III.V.9) "Urbem tres portas habentem Romulus reliquit, aut ut plurima tradentibus credamus quatuor" le porte erano tre.



LA PORTA DELLA ROMA QUADRATA

Prima ancora dei romani si usava scavare una fossa per fondare una città e diverse fosse, anche di notevoli dimensioni, sono state trovate sul Palatino a Roma. dove per giunta venne scoperta una cinta di mura, dell'VIII sec. a.c. proprio sotto il Palatino. Andrea Carandini, l’archeologo che ha scoperto le suddette mura, pensa trattarsi delle mura della fondazione di Roma visto che:
1. le mura risalgono al sec VIII a.c.;
2. il tracciato è interrotto da una porta situata proprio nel luogo dove la tradizione colloca la porta Mugonia; ecc.

La Porta Mugonia doveva sorgere sul lato settentrionale del Palatino, lungo il percorso del successivo Clivus Palatinus, la strada che, dalla via Sacra, nei pressi dell'Arco di Tito, sale verso il Palatino, dove scompare, sebbene sia probabile che raggiungesse la domus Augustana. Ne restano diversi tratti pavimentati. Probabilmente la Porta si erge in prossimità dell'incrocio con la Via Nova e dell'Arco di Tito, nel punto in cui Velia e Palatino si incontravano.

Pertanto la Porta doveva collocarsi nei pressi del tempio di Giove Statore. «Stator» in latino significa «colui che ferma» e infatti Giove Statore era ritenuto il Dio che aveva arrestato la ritirata dei Romani nella guerra contro i Sabini, impedendo al nemico di oltrepassare le fortificazioni palatine passando dalla porta Mugonia.

Nella battaglia nell’area del Foro contro i Sabini, i Romani, costretti a ritirarsi verso il Campidoglio risalendo la Via Sacra, giunsero all’altezza di Porta Mugonia, e qui Romolo invocò l’aiuto di Giove, facendo voto di costruire un tempio se avessero bloccato l'avanzata sabina che stava per penetrare nel Palatium (reggia) dalla porta Mugonia. Così i romani sconfissero i sabini e Romolo fondò il tempio in quel luogo.

E probabilmente il santuario, più che un vero e proprio tempio, doveva essere una specie di altare, edificato in uno spazio che diveniva sacro, circondato da un basso muro o da uno steccato, insomma un Aedes, come usava in epoca arcaica.

Il Tempio di Giove Statore, posto all’esterno del cosiddetto «muro di Romolo», quindi del pomerio, era anche connesso al culto «terminale», cioè connesso al «terminus», al confine del Palatino e alle sue difese. Pertanto era connesso anche con l'antico Dio, prima italico e poi romano, Termine.

Successivamente, in età tardo-antica, nel IV secolo d.c., fu innalzato un nuovo tempio di Giove Statore lungo la Via Sacra, oggi detto «di Romolo», quello visibile a tutti presso la Basilica di Massenzio. Non ne sono rimaste tracce fino ad oggi.

ROVINE DELLA PORTA MUGONIA - STAMPA DEL 1872

IL NOME DELLA PORTA

Secondo Terenzio Varrone, il nome della porta deriva dal muggito delle vacche, mentre secondo Festo deriva da un certo Mugio che era incaricato della sua difesa. L'ipotesi di Varrone è confermata da Dionisio, che ne ricorda il nome nella forma Μυκωνιδες πυλαι, dal verbo μυκαω = muggire.

Tuttavia la gens Mucia, o Mutia, di cui fece parte il famoso Muzio scevola, colui che si bruciò una mano per aver fallito l'attentato al re Porsenna che aveva invaso Roma, si sa che nelle epoche più antiche era una gens patrizia e viene indicata nella prima parte della repubblica romana, (vedi Muzio Scevola) ma nulla toglie che potesse esistere anche in epoca monarchica.

"Porta Mugonia la cui etimologia da Varrone deducesi dal mugito de' buoi, perchè di là facevasi uscire il bestiame verso l'antico castello di Bucitae (65). Festo però vuole, che fosse così chiamata dal nome di colui , che ne stava alla difesa , e che egli appella Mugio (64). Qualunque di queste etimologie si scelga , poco intuìsce sulla posizione della porta, se però dobbiamo confessare il vero, ci sembra la prima più probabile , e più confacente allo stato primitivo di Roma, ed alla traduzione, che del nome di questa stessa porta ci dà Dionisio (65)".
(Antonio Nibby)



LE RICERCHE ARCHEOLOGICHE

Nel luogo dove doveva sorgere questa porta sono stati trovati, dagli archeologi, attestazioni di deposizioni conseguenti a sacrifici animale, in un caso, e umano nell'altro. I ricercatori sono riusciti anche a ricostruire l'architettura della porta, che doveva essere costituita da un'intelaiatura lignea con due travi verticali e stipiti collegati tra loro da due travi orizzontali che costituivano la soglia e l'architrave (sottostante quello di pietra).

Diciamo che la ricostruzione non era difficile, la porta all'epoca si faceva con travi di legno e l'arco i romani ancora non lo conoscevano, perchè saranno gli Etruschi, ovvero le maestranze etrusche, detti i Pontefici, cioè i "facitori di ponti" ad insegnare la costruzione dell'arco ai romani.


PORTA PALATINA

Le antiche fonti citano però una Porta Palatina, o Porta Palatio, o Porta Vetus Palata:

"Il recinto (le mura) rimase lo stesso fino alla morte di Romolo, e questa la porta, che stava nel lato del colle che sovrastava al Foro, che veniva designata col nome di Porta Vetus Palata: questa morte (di Tito Tazio) però non produsse alcun cangiamento in Roma avvenuta 716 anni avanti l'era volgare, alla quale epoca Roma non chiudeva dentro le mura, che il Palatino, ed il Tarpejo, e la valle, che separa i due colli."

"Il frammento della antica pianta di Roma N. LIII, sul quale si legge NAVALEM FER .  deve credersi avere appartenuto a questi navali e non al luogo supposto essere stato detto pure navale, che stava vicino alla antica porta Romanula del Palatino, come credette il Bellorio nella .sua spiegazione di tale lapide; perciocchè si offre in essa una indicazione di vasta area quale doveva essere quella dei navali anzidetti e non ristretta entro angusti limiti quali era palesamente quella posta vicino alla suddetta Porta Palatina."

"Ma dall'altro lato del tempio di Vesta, essendo l'altra via per andare alla porta vecchia del Palazzo, e per il clivo, detto anch'esso sacro all'antica Roma Quadrata, al palagio Augustale e al tempio di Apollo, fu anch'ella o per adulazione o per venerazione o per altro chiamata sacra. Da plutarco in Cicerone si dice assai aperto: "In templo Giovis Statoris quod erectum et iuxta principium Sacrae Viae quae palatium respicit" Il qual principio non potè essere quella Somma Sacra Via, ch'era di là da Santa Maria Nuova, nè l'altro capo presso San Lorenzo in Miranda, nè quali ljuoghi essere stato il tempio di Giove Statore, e l'antica Porta del Palatino, sicchè per andarvi il libro di Ovidio passasse presso il Tempio di Vesta, non è possibile."

(Roma Antica - Famiano Nardini)

Il che dimostra che la Porta Mugonia e la Porta Palatina erano la stessa cosa, e che forse il termine precedente fosse quello di Porta Palatina, o Porta Vetus Palata, mentre quello di Mugonia fu il nome successivo.



PORTA MUGONIA, REMO UCCISO, TITO TAZIO RESPINTO, ADULTI SACRIFICATI

Quanto si è discusso sulla localizzazione della porta Mugonia: un vero giallo, forse il massimo di Roma! Basti sapere ch'essa veniva posta sul clivo Palatino B, rilevante solamente a partire da Nerone e dove però manca ogni antica porta di accesso a quel monte. Noi invece la poniamo più a ovest, a una delle due forcelle che confluivano nel clivo Palatino A, in origine alla forcella più a est, dove è stata rinvenuta una porta rilevante delle mura palatine in argilla cruda e pali, che un deposito di fondazione posto sotto la soglia – probabile sacrificio di un infante – consente di datare agli anni 775-750 a.c.

Si tratta della prima porta Mugonia. Analoghi depositi di fondazione e di obliterazione sono stati rinvenuti anche nella domus Regia dei re-auguri latino-sabini, i quali indicano che ogni distruzione e nuova edificazione implicava una espiazione. Due bracci delle mura palatine obliquamente protesi si saldavano in questa prima porta a due bastioni, la quale, a un angolo delle loro protrusioni verso l’interno si saldavano a due capanne, evidentemente di guardia.

All’inizio del VII secolo a.c. le prime mura palatine vengono obliterate e vengono costruite altre mura, sempre in argilla e pali, che prevedono una seconda porta Mugonia, rinnovata nello stesso luogo della sua costruzione originaria. Si tratta ora di un varco diviso in due da un pilastro centrale e almeno su di un lato e all’interno viene riproposta una capanna di guardia.Intorno al primo quarto del VI secolo a.c. la porta viene nuovamente rifatta, nel medesimo luogo, usando ora un’opera quadrata in tufo: siamo al tempo di Tarquinio Prisco (Livio 1.38.3-6).

La porta si connette alle mura del VII secolo a.c. riutilizzate, che solo in parte vengono ora rifatte, anch'esse in opera quadrata. Questa terza porta Mugonia appare allargata, con al centro un grande pilastro e con davanti un antemurale. Servio Tullio aveva esteso il pomerium, in modo da comprendervi tutto l’abitato e il centro politico e sacrale, e al di fuori di questo pomerium allargato e nuovo ha eretto l’agger con il suo fossato.

Questo re è intervenuto anche lungo e sulle mura palatine. In primo luogo ha riempito il fossato tra Palatino e Velia, drenandolo con una fogna che accoglieva i fognoli degli edifici posti ai lati della Sacra via. In secondo luogo ha edificato la porta Fenestella sulla forcella occidentale che portava al clivo Palatino A, che ha sostituito una più antica postierla.

In terzo luogo ha riedificato, ingrandendola e modificandola, la domus Regia di Tarquinio Prisco, la quale ora interrompe le mura palatine, rendendo oramai evidente che i loro tratti superstiti erano solamente una memoria delle mura romulee, privata ormai della inviolabilità o sanctitas posta a protezione della più antica urbs Roma.

La violenza topografica maggiore verrà inferta probabilmente da Tarquinio il Superbo, quando una grande parte delle mura palatine e la porta Mugonia nella sua posizione originaria vengono obliterate per edificare quattro case aristocratiche a grande atrio e quando la porta Fenestella viene ricostruita come una riproposizione, leggermente spostata, della porta Mugonia originaria, finita quest’ultima sotto una delle domus aristocratiche.

Era oramai quest’ultima la vetus porta Palatii. Il fanum con templum di Giove Statore, cioè il sacellum contenente un’ara, si trovava tra l'VIII e il VII secolo a.c., lungo ­­­­­il clivo Palatino A, il quale portava a una postierla. Pertanto i Sabini sembrano essere stati respinti da questa postierla e non dalla porta Mugonia originaria, come attesta invece la vulgata della leggenda.

Ma lo stesso fanum con templum veniva a trovarsi, intorno al 530 a.c., accanto alla porta Mugonia spostata sopra l’unico percorso superstite del clivo Palatino A. L’idea che il re sabino Tito Tazio avesse attaccato la porta Mugonia piuttosto che l’anonima postierla sta a indicare che questa versione della leggenda è coeva o posteriore al 530 a.c. circa.

Dal punto di vista dei Sabini invasori, era logico ch'essi tentassero di penetrare nel Palatino dalla postierla invece che dalla porta Mugonia originaria, perché la prima era più vicina al Foro, poco oltre il lucus Vestae. Tentare di penetrare più avanti avrebbe implicato per i Sabini allontanarsi ulteriormente dalle retrovie che stavano tra la bassura che sarà del Foro e l’Arce.

Ma torniamo alle mura palatine originarie, del secondo quarto dell'VIII secolo a.c., per narrare un episodio facile da fraintendere ma di straordinario interesse se colto nella sua pregnante singolarità. Intorno al primo quarto del VII secolo a.c. le mura vengono obliterate ed espiate con sacrifici di due uomini, una donna e un infante, seppelliti proprio sulle mura rasate e immediatamente al loro interno, tutti gli scheletri comunque contenuti entro un recinto – un locus saeptus religiosus – costruito su un lato della postierla.

Anche sul suo lato opposto è stato rinvenuto un deposito di obliterazione contenente i reperti di un corredo femminile. Scambiare queste sepolture, del tutto eccezionali, con una necropoli, tutta immaginaria, significa nulla intendere della prima Roma e del Septimontium, dove gli adulti sono stati regolarmente seppelliti nelle necropoli periferiche dell’Esquilino e del Quirinale fino dal secondo quarto del IX secolo ­­­­­ a.c., quindi un secolo prima della stessa nascita di Roma.

Un fenomeno noto anche nei grandi centri dell’Etruria e che in Grecia non si riscontra. I Romani ritenevano di conoscere il luogo in cui Remo aveva violato le mura palatine, scavalcandole e perdendovi la vita, come dimostrano i quattro cippi iscritti di età giulio-claudia che rimandano a Mars Pater, a Ferter Resius difensori delle mura e a Remus e a Anabestas assalitori delle mura.

Per il luogo di questo memoriale dello scavalcamento si è pensato generalmente al clivo Palatino B, perché si è ritenuto che i cippi provenissero di lì. Ma dopo un accurato esame del luogo di rinvenimento, al di sotto della uccelliera Farnese, appare ora più probabile che i cippi provenissero dal clivo Palatino A, dove li possiamo immaginare su di un lato e sull'altro del tratto di murus Romuli tardo-repubblicano e proto-imperiale riproposto e connesso alla coeva porta Mugonia.

Così il luogo dello scavalcamento di Remo e quello dell’assalto di Tito Tazio graviterebbero nello stesso contesto topografico, che è quello del museo di Romolo rappresentato dalla porta Mugonia, dal murus Romuli e dal fanum e templum con sacellum e poi con aedes di Iuppiter Stator.

Remo, ucciso sulle mura, espia la violazione da lui voluta, così come i morti anonimi sepolti entro recinto sopra le mura e ai lati di una postierla espiano l’obliterazione delle mura della fondazione di Roma, oramai usurate e che agli inizi del VII secolo a.c. sono state ricostruite.

La porta Mugonia, probabilmente la più importante delle mura palatine, è diventata quindi il simbolo delle mura e della porta romulea che puniscono con la morte la violazione della sanctitas e che impediscono al nemico di penetrare nell'Urbs. (Andrea Carandini)


BIBLIO

- Mauro Quercioli - Le porte di Roma - Newton Compton - Roma - 1997 -
- Giacomo Boni - Nuova Antologia - Mura urbane - 1911 -
- Laura G. Cozzi - Le porte di Roma - F. Spinosi Ed. - Roma - 1968 -
- Salvatore Aurigemma - Le mura "serviane", l'aggere e il fossato all'esterno delle mura, presso la nuova stazione ferroviaria di Termini in Roma - Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma - 1961-1962 -
- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - A. Mondadori Ed. - 1984 -


 

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