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INDUSTRIA (Piemonte)


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Industria è un'antica colonia romana posta nel comune di Monteu da Po, nella Provincia di Torino. La colonia sorse probabilmente tra il 125 e il 123 a.c., (secondo i diversi autori), come avamposto delle campagne militari contro i Galli.

Contemporaneamente ad essa vennero fondate altre colonie del Monferrato volute dal console Marco Fulvio Flacco, presso il precedente villaggio ligure di Bodincomagus ("luogo di mercato sul fiume Po", dal nome ligure del fiume, Bodincus), citato da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis historia.

La città era iscritta alla tribù Pollia, che risaliva al 495 a.c. e che divenne una gens patrizia, e venne poi compresa nella regio IX dell'Italia augustea. Essendo posta alla confluenza della Dora Baltea nel fiume Po, Industria nacque come porto fluviale visto che la confluenza tra i due fiumi la metteva in comunicazione con la Valle d'Aosta e le sue miniere, divenendo un centro commerciale ed artigianale soprattutto riguardo alla lavorazione dei metalli.


I romani accrebbero la città potenziando la rete stradale, fondando nuove colonie non lontano e assegnando lotti di terreno ai nuovi abitanti, per quel processo di romanizzazione che garantiva stabilità e pace.

Ad Industria giungevano le chiatte cariche di lastre di pietre delle Alpi per essere spedite a Roma, che potevano viaggiare solo per via fluviale, dato il pesante carico. Grazie alla pacificazione della regione Industria poté svilupparsi nei pressi del villaggio ligure di Bodincomagus, sulle rive del Po, definito da Plinio il Vecchio il “fiume più ricco d'Italia”, in effetti un punto favorevole agli scambi mercantili, attraverso cui avveniva il trasporto e lo smercio dei prodotti estratti dalle miniere della Valle d'Aosta.

La fiorente attività manifatturiera e commerciale era gestita da famiglie di mercanti italici, giunti sul luogo accompagnate da abile manodopera. Il ritrovamento di numerosi oggetti bronzei, sia prodotti localmente, sia d'importazione, le monete, le strutture di botteghe artigiane e di abitazioni d'impronta signorile, testimoniano il livello di agiatezza raggiunto dagli abitanti nel periodo compreso tra I e II secolo d.c. Industria era inoltre un notevole polo religioso per la presenza di un importante santuario, legato a culti di origine greco-orientale.

LA DANZATRICE

IL DECLINO

La città romana di Industria subì una notevole contrazione tra il IV e la fine del V sec. d.c., anche se una parte dell'abitato continuò ad essere utilizzata con la relativa funzione cimiteriale. L'abbandono derivò dalla distruzione cristiana che si perpetrò sui grandi templi pagani e sui monumenti romani, così gli abitanti, atterriti dal declino del mondo che conoscevano e costretti, sotto pena di morte,  ad abbracciare la nuova religione si sparsero sul territorio, con una pieve che li controllava.

"Nessuno, di qualunque genere, ordine, classe o posizione sociale o ruolo onorifico, sia di nascita nobile sia di condizione umile, in alcun luogo per quanto lontano, in nessuna città scolpisca simulacri mancanti di iscrizioni o offra  vittima innocente o bruci segretamente un sacrificio ai lari, ai geni, ai penati, accenda fuochi, offra incensi, apponga corone. Poiché se si ascolterà che qualcuna avrà immolato una vittima sacrificale o avrà consultato viscere, sia accusato di reato di maestà (pena di morte) e accolga la sentenza competente, benché non abbia cercato nulla contro il principio della salvezza o contro la salvezza. È sufficiente infatti per l'accusa di crimine il volere contrastare la stessa legge, perseguire le azioni illecite, manifestare le cose occulte, tentare di fare le cose interdette, cercare una salvezza diversa, promettere una speranza diversa.

(Editto degli augusti imperatori Teodosio, Arcadio e Onorio a Rufino prefetto del pretorio)

La comunità cristiana di Industria è citata in una lettera di Sant'Eusebio inviata da Scitopoli (Palestina) tra il 356 e il 361 d.c. La città venne abbandonata ancor più nel V-VI secolo, anche a causa delle invasioni unne, visto che i romani non sapevano più combattere.



DESCRIZIONE

L'area archeologica si estende su 26.500 mq, tra la strada provinciale n. 590 della Val Cerrina, la via per Monteu da Po e il rio della Valle. Si trattava di un centro urbano di piccole dimensioni, di forma quadrata (lato 400 m circa), con impianto ortogonale formato da isolati rettangolari (40 x 70 m). L'area riportata alla luce è circa un decimo della città originaria; le strutture rinvenute, conservate solo a livello di fondazioni, appartengono ad abitazioni, botteghe e luoghi di culto.

La strada, con andamento est-ovest che dà accesso all'area archeologica, è fiancheggiata da abitazioni risalenti al I sec. d.c. Nel gruppo di edifici sulla destra è presente una domus che si sviluppa intorno ad un cortile circondato da un porticato, il peristilio, sul quale si affacciano gli ambienti residenziali; lungo la stessa via sulla sinistra sorgevano case con laboratori artigiani e botteghe.

Svoltando a destra all'incrocio si percorre l'ampia strada porticata che attraversa la città da nord a sud, separando i blocchi abitativi dall'area sacra, sino a raggiungere un grande ambiente di forma quadrata, presumibilmente destinato alle riunioni dei fedeli.

Una delle attrazioni maggiori di Industria fu il santuario, di Iside e Serapide, che venne costruito in epoca augusteo-tiberiana e subì interventi alla metà del I sec. d.c. e sotto l'imperatore Adriano. La presenza di un edificio usato collettivamente dalla popolazione favorì il mantenimento del nome, anche se modificato in Dustria oppure Lustria e limitato all'area in cui sorse la chiesa, lungo un'antica via di pellegrinaggio, dal Po verso i santuari pagani.

Fu infatti un santuario importantissimo nella regione, a cui affluivano pellegrini e donazioni da ogni parte, cessò le proprie attività nel IV secolo, quando venne spoliato e distrutto. Negli scavi furono rinvenute tuttavia numerose statuette e oggetti in bronzo, conservati presso il Museo di Antichità di Torino. L'area degli scavi di proprietà dello Stato Italiano, otre che sito archeologico è teatro anche di eventi museali, musicali ed artistici.

I dati archeologici sulla prima fase di vita di Industria sono scarsi: le costruzioni più antiche presentano una tecnica edilizia accurata in pietra locale sbozzata, con raro impiego di laterizi. Dalla seconda metà del I sec. d.c. l'area è dominata dal tempio di Iside, posto al centro di un sistema regolare di strade, edifici e spazi aperti pianificati.


Il tempio si inserisce in un vasto spazio aperto semicircolare, originariamente circondato da porticati, che culmina da un lato in un'esedra monumentale, fiancheggiata da due tempietti, e dall'altro fronteggia l'alto podio di un tempio dotato di scalinata monumentale. 
Quest'ultimo doveva essere in relazione con la piazza pubblica del foro, purtroppo ancora sepolta entro una proprietà privata. All'inizio del II sec. l'area sacra viene ampliata con l'edificazione di un grande tempio semicircolare dedicato a Serapide, la conseguente demolizione di precedenti edifici e la costruzione di un portico intorno all'area del foro.

La gens Avilia, di origine veneta, presente anche nella valle di Cogne, si occupò area mineraria per i metalli e per l'estrazione di marmo, come sappiamo dalla dedica di un ponte sopravvissuto sino ai giorni nostri, il cosiddetto Pondel (III se. a.c.) presso Aymavilles (AO).

La produzione locale di bronzi in connessione ai culti isiaci fu molto abbondante, con un grande numero di esemplari giunti sino a noi, in alcuni casi di altissimo livello, ora esposti presso il Museo di Antichità di Torino.

Tra questi spicca un eccezionale oggetto di importazione, la statuetta di Satiro ebbro, forse prodotto pergameno di epoca tardo-ellenistica. L'importante rapporto intercorso in età antica tra città e fiume, oggi completamente perduto, doveva trovare materializzazione in un vero e proprio porto lungo un canale che si staccava dall'asta principale del corso d'acqua in corrispondenza del centro.

Tra il I e il II sec. d.c. la città visse dunque un periodo di splendore, grazie alla florida economia e al richiamo esercitato dall'importante centro religioso. Lo spazio urbano venne occupato in continuità fino alla fine del IV sec. d.c.; poi il sito si spopola. Con il formarsi sul posto di una comunità cristiana l'area pagana viene abbandonata, saccheggiata e quasi totalmente distrutta.

Oggi il Po si è allontanato di molto dalla città antica, il cui limite a nord è ancora segnato dalla presenza dei ruderi della pieve medievale di San Giovanni di "Dustria", citata in una concessione dell'imperatore Ottone III ai Canonici di Sant'Eusebio a Vercelli del 31 dicembre 997.




GLI SCAVI

Per l'individuazione di Industria, annoverata da Plinio il Vecchio tra le nobilia oppida della regione augustea IX Liguria, fu fondamentale il ritrovamento, presso il paese di Monteu da Po, di un'iscrizione in bronzo riportante il nome degli antichi abitanti.

Nel 1745 presso Monteu da Po, lungo la sponda destra del Po e a poca distanza dalla confluenza della Dora Baltea, i religiosi Giovanni Paolo Ricolvi e Antonio Rivautella, furono incaricati dal re di Sardegna Carlo Emanuele III di recuperare oggetti d'arte antica per arricchire le collezioni del Museo dell'Università, appena allestito.

Questi identificarono il sito dell'antica Industria, citata da Plinio il Vecchio tra i nobili oppida della nona regione augustea, Liguria (III, 49), grazie al rinvenimento di una tavola di bronzo contenente la dedica da parte del Collegium Pastophorum Industriensis, un collegio sacerdotale cittadino. In seguito a ciò furono condotti scavi a partire dalla metà del XVIII sec.

È stato riportato in luce un santuario, dedicato a Iside e Serapide, consistente in un cortile con portico semicircolare ad una estremità e due ambienti rettangolari sul lato opposto. Nell'area sacra si trovavano anche una struttura per la purificazione e le abitazioni dei sacerdoti ed è stata pure rinvenuta una lastra in bronzo che ricorda i pastophoroi (sacerdoti di Iside)

Tra il 1811 e il 1813 gli scavi vennero condotti dal conte Bernardino Morra di Lauriano (Villafranca Piemonte 1769 – Lauriano 1851).produssero importanti risultati documentati da tavole estremamente accurate. Il conte si dedicò con grande alacrità allo studio archeologico dell'antica città di Industria, scoperta nlla metà del XVIII secolo dai bibliotecari reali Giovanni Paolo Ricolvi e Antonio Rivautella sulla riva destra del Po, in località San Giovanni.

Il Morra dimostrò una grande abilità nella documentazione degli scavi, quanto nello studio topografico, eseguendo numerosi e meticolosi disegni che ancora oggi sono la base per la conoscenza del sito antico.
Quando presentò i risultati del suo lavoro all'Accademia delle Scienze di Torino, nel 1812, ricevette molti elogi, definito un "amateur habile",  per l'intelligenza con cui aveva "riportato sull'orizzonte della scienza i ricordi quasi interamente cancellati" di una delle "più potenti città di questa parte settentrionale dell'antica Italia".

La sua collezione, alla base della ricca esposizione di bronzi del Museo di Antichità di Torino, derivò soprattutto dall’attività di ricerca archeologica che il Morra condusse, su terreni appositamente acquistati, nel 1808 e nel 1811. 

Dei molti reperti, solo una piccola parte di quanto Morra non aveva donato a re Carlo Alberto nel 1844 rimase dopo la sua morte presso il palazzo di famiglia, a Lauriano.

All'epoca vennero riportati alla luce un grande edificio di forma semicircolare allora erroneamente interpretato come un teatro oltre a una grande quantità di reperti, in particolare numerosi bronzetti, alcuni dei quali di notevole raffinatezza.

Gli scavi ottocenteschi, eseguiti nell'area circostante la struttura, portarono alla luce tombe, frammenti di ceramica e iscrizioni; un'altra tomba altomedievale, priva di corredo, venne rinvenuta nel 1960.

Dell'antica città sono ancora visibili parti degli isolati che si affacciavano sull'incrocio stradale, con domus in alcuni casi dotate di ricche pavimentazioni, tabernae e botteghe. Del quartiere artigianale, che doveva trovarsi vicino al fiume per maggiore comodità nelle operazioni di scarico e carico delle merci, sono stati trovati sporadici resti di fornaci e residui della lavorazione dei metalli, oggi non più visibili.

Nel corso del XIX secolo il sito, in mancanza di leggi di tutela, il sito archeologico subì infiniti saccheggi. Tornò a destare interesse scientifico alla fine del secolo, grazie all'opera di Ariodante Fabretti, direttore del Regio Museo Egizio e di Antichità, al quale si deve la ripresa delle ricerche.

Tra il 1961 e il 1963 le campagne di scavo condotte dall'Università di Torino in collaborazione con la Soprintendenza hanno ripreso l'attività di scavo fornendo, tra l'altro, la corretta interpretazione della struttura semicircolare come tempio dedicato ai culti orientali.

Nell'ultimo trentennio la Soprintendenza ha ampliato l'area di scavo e catalogato i reperti definendo la cronologia precisa delle trasformazioni urbane. Il sito rientra nell'area protetta del Parco del Po Torinese, in corrispondenza della Riserva Naturale Speciale della confluenza della Dora Baltea




TEMPIO DI ISIDE

Nel settore centrale della antica città romana, si incrociano due assi stradali che fiancheggiano la principale area sacra cittadina, dedicata al culto della dea egizia Iside e del suo compagno Serapide (metà I secolo d.c.). 

I resti di quello che fu questo imponente tempio mostrano una struttura, di pianta rettangolare, inserita in un peristilio e preceduta da un pronao (atrio) articolato in due camere; la cella è unica e la scalinata d'ingresso è posta ad est. 

Dietro all'edificio, alcune strutture costituivano il percorso delle processioni durante le cerimonie e immettevano nel tempio di Serapide (metà/fine II sec. d.c.).Questo edificio monumentale si sviluppa con un grande cortile centrale, circondato da un corridoio semicircolare e presenta una cella poligonale ubicata in fondo, al centro dell'emiciclo, e affiancata da due tempietti.

Iside era la Dea Madre in Egitto che con Osiride e Horus formava la triade che rappresenta la vita oltre la morte. Con l'avvento della dinastia tolemaica (323 a.c.) il culto di Iside si diffuse in tutto il Mediterraneo, unita a Serapide, che univa in sè il greco Zeus-Hades con l'egizio Osiride-Apis, divinità a forma di toro adorata a Menfi, i cui animali sacri erano sepolti nel Serapeo di Saqquara.

Nello stesso periodo Horus, sempre raffigurato come un bimbo, venne denominato anche Arpocrate, e come bimbo in braccio alla madre sarà il precursore della Madonna col bambino. Nel II sec. a.c. il culto isiaco si diffuse nell'Italia centro-meridionale, e a Roma venne istituito il collegio dei pastophoroi (sacerdoti di Iside, “portatori di sacri oggetti”). Attraverso poi il porto di Aquileia si diffonde nel nord Italia.

A Industria il culto giunse insieme ai mercanti italici accompagnati da manodopera servile di origine greca, grandi fautori di traffici economici tra il mare Adriatico e la Grecia, tra i quali spiccano le famiglie degli Avilii e dei Lollii (attestate anche nell'isola di Delo e a Padova).

La notevole quantità di manufatti in bronzo restituiti dagli scavi condotti nell'area sacra comprende fra l'altro la lastra che ricorda il locale collegio dei pastophoroi, firmata dall'artigiano Trophimus Graecanus, un sistro, ossia uno strumento musicale scosso ritmicamente durante le cerimonie, secondo la descrizione fornita da Apuleio nelle “Metamorfosi”, e numerosi piccoli tori offerti a Serapide.



IL MUSEO

Le strutture riportate alla luce a Industria sono estremamente fragili e risentono dell'azione degli agenti atmosferici; inoltre in anni recenti il sito archeologico è stato penalizzato dall'espansione urbanistica.

Ora la collaborazione tra l'amministrazione comunale e la Regione Piemonte, grazie anche al Sistema delle Aree protette della fascia fluviale del Po apre nuove possibilità di tutela e valorizzazione.

Nell'allestimento del Museo di Antichità di Torino si è dato particolare spazio al materiale di Industria per la loro straordinaria importanza storica, archeologica e artistica.

I reperti in bronzo sono esposti integralmente in più vetrine:
- le statuine di Iside-Fortuna, di Tike (la sorte),
un sistro e una situla (sorta di secchiello votivo) a forma di testa di giovane,
- lucerne votive (II sec. d.c.),
- torelli offerti a Serapide
- bronzetti raffiguranti altri animali.
- un tripode, decorato da figure di Bes, di sfingi, di Vittorie alate, sormontato da piccoli arbusti di Bacco,
- altorilievo con danzatrice velata,
- delle statuine che decoravano un balteo da parata per cavallo, raffigurante una scena di combattimento tra romani e barbari.
- Sileno, di qualità straordinaria, attribuito ad un'officina ellenistico-pergamena (II sec. a.c.).
- la lastra bronzea che riporta la dedica al collegio dei pastophoroi (sacerdoti di Iside) da parte di L. P. Herennianus, di cui vengono ricordate le cariche pubbliche,
- una placchetta con l'immagine di Arpocrate (IV sec. d.c.) che documenta la presenza di fedeli della Dea Iside anche in epoca tardo romana.


BIBLIO

- G. Cresci Marrone, G. Mennella, E. Zanda - Regio IX, Liguria. Industria - (Supplementa Italica, 12) - Roma - 1994 -
- M. Barra Bagnasco, L. Manino - "Notizie degli scavi nell'area dell'antica Industria. Gli scavi e gli studi dell'istituto di archeologia dell'università" - Bollettino della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti - 22 - 1968 -
- E. Zanda, (a cura di) - Studi su Industria - Torino - 1995 -
- E. Zanda, L. Mercando - Bronzi da Industria - De Luca - Roma - 1998 -
- AA.VV. - La grande storia del Piemonte - Firenze - Bonechi - 2006 -
- Marta Coventi - Città romane di fondazione - Roma - L'Erma di Bretschneider - 2005 -
- AA.VV. - Storia del Piemonte - prefazione di Luigi Einaudi - 2 voll - Torino - Casanova - 1960 -






LIBARNA (Piemonte)


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Libarna fu una città preromana e romana del Piemonte, sulla riva sinistra dello Scrivia, sul tratto della via Postumia tra Genua e Dertona, presso l'odierna Serravalle Scrivia. Oggi il vicino centro abitato è una frazione di Serravalle Scrivia.

Libarna era un capoluogo autonomo di un vasto territorio che confinava a est con Velleia, a sud con Genua, a ovest con Aquae Statiellae e a nord con Derthona. I manoscritti presentano diverse variazioni del nome, con Libarium, Libarnum, Lavarie e Levarnis, mentre il termine Libarna sarebbe preromano cioè ligure. 

Il termine Libarna viene posto in relazione con i Liguri, per il radicale Lib derivato dal popolo dei Libui, anticamente stanziato nelle zone di Brescia e di Verona. Oppure il nome della città potrebbe alludere al termine "pianura", dove appunto sorse il villaggio originario.


RICOSTRUZIONE DI LIBARNA
La piana di Libarna ebbe i primi insediamenti alla media età del Ferro (VI-V secolo a.c.), fondati dai Liguri Dectunini, forse uno dei quindici oppida che, secondo Livio, si arresero al console Q. Minucio Rufo nel 191 a.c. Secondo altri il territorio di Libarna era occupato dai Ligures Bagienni, una popolazione stanziata nella zona sud-occidentale dell'odierno Piemonte, a ovest delle Langhe.

I Liguri, la più antica popolazione dell'Italia settentrionale, si erano stanziati in un ampio territorio corrispondente alle aree degli odierni Piemonte, Lombardia, Liguria, Toscana settentrionale, Isola d' Elba e Corsica. Le varie stirpi liguri avevano tutte un fondo culturale comune, un comune linguaggio e comuni riti funebri a incinerazione.

Le fonti descrivono i Ligures come uomini di statura medio-bassa, forti e valorosi che combattevano insieme alle loro donne, che Cicerone descrive come coraggiose e spietate come gli uomini, abili nell'uso delle frecce che tiravano da cavallo, ma pure delle fionde che utilizzavano da torri di pietra e in postazioni create per tendere imboscate. Vivevano secondo gli uni in povertà, secondo altri in semplicità, con modeste tecniche agricole, allevamenti e pesca.

Il villaggio si sviluppò quando un importante emporio etrusco di Genova agli inizi del VI sec. a.c. diede luogo a una via commerciale verso la pianura padana e le aree transalpine. A vedetta del percorso, sorse su una collina un villaggio di Liguri, abitato ancora nel III-II sec. a.c., con area cimiteriale lungo il rio della Pieve. L'area archeologica visibile oggi rappresenta una piccola parte dell'antica città, che occupava una superficie molto maggiore.

Quando le truppe romane combatterono a contro le tribù liguri trovarono più difficoltà ad affermarsi nelle aree più povere, impervie e meno sviluppate, forse proprio perchè non combattevano in campo aperto ma con attacchi e ritirate repentini, con una velocità che i romani, appesantiti da armi e armature non potevano eguagliare. Inoltre praticando una vita semplice ma totalmente libera faticarono ad apprezzare la vita più ordinata ma pure agiata dei romani.

L'insediamento libarnese usufruì di un territorio pianeggiante e stabile, protetto dal rischio di inondazioni, ricco d'acqua e in una zona particolarmente fertile, l'economia agricola era fondata sulla viticoltura, sulle colture arboricole per lo sfruttamento del legno, sull'allevamento del bestiame.

All'interno della divisione della penisola italica in undici regioni decisa da Augusto, Libarna venne compresa nella Regio IX estesa, a sud del Po, dalle Alpi Marittime a quelle Apuane. Tra le altre attività vantava la produzione della ceramica e l'industria laterizia.

Grazie alla posizione geografica costituiva inoltre un importante nodo commerciale. Dalle iscrizioni votive ritrovate sappiamo che i cittadini di Libarna erano devoti a Giove, Diana ed Ercole. Attestato anche il culto imperiale.

È citata in varie fonti letterarie latine e greche come Plinio, Claudio Tolemeo, il geografo Guido, nell'"Itinerarium Antonini" e nella "Tabula Peutingeriana", l'unica carta topografica dell'antichità romana pervenutaci e databile intorno al IV sec.d.c.



LIBARNA ROMANA

Libarna è menzionata per la prima volta nel II secolo a.c. quando si cita la costruzione della via Postumia (148 a.c.).

Tale via fu inoltre il collegamento più diretto fra il nodo stradale di Tortona e il porto di Genova e fece sì che Libarna fosse attraversata dalle merci di scambio e ne costituisse una fondamentale tappa di smistamento. 

L'attuale area archeologica di Libarna è solo una piccola parte dell'antica città, che occupava una superficie molto più vasta di quella attuale.

Ne sono stati scavati:
- l'anfiteatro,
- il teatro,
- due quartieri di abitazioni
- alcune strade urbane,
Ne sono stati invece reinterrati:
-  le terme
- il foro

Il foro si trovava invece al di fuori dell'attuale perimetro dell'area archeologica, lungo il decumano massimo in direzione opposta all'anfiteatro.

ABITAZIONI E ANFITEATRO

LA STORIA

L'origine del popolamento della piana di Libarna risale al VI-V sec. a.c., quando la creazione di un emporio etrusco a Genova nella prima metà del VI sec. a.c. fece creare lungo la valle della Scrivia una via commerciale verso la pianura padana e le aree transalpine. A controllo del percorso, sulla collina del castello sorse un villaggio di Liguri, attivo ancora nel III-II sec. a.c., mentre l'area dei sepolcreti si estendeva in pianura lungo il rio della Pieve.

Il villaggio fu fondato dai Liguri Dectunini, forse uno dei quindici oppida che, secondo Livio, si arresero al console Q. Minucio Rufo nel 191 a.c. I Liguri, la più antica popolazione dell'Italia settentrionale, senza scrittura e con riti funebri che prevedevano l'incinerazione, erano quel popolo bellicoso e forte di cui parla Cicerone, dichiarando che le donne di quel popolo combattono insieme agli uomini con identico coraggio e valore.

Comunque Libarna menzionata per la prima volta nel II secolo a.c., come un capoluogo autonomo di un vasto territorio che confinava a Est con Velleia, a Sud con Genua, a Ovest con Aquae Statiellae e a Nord con Derthona.  

L'apertura della via Postumia nel 148 a.c. ne favorì senza dubbio la crescita, favorendone i commerci.
A seguito della concessione, nell'89 a.c., del diritto latino ai popoli della Transpadana e a quelli a sud del Po alleati ai Romani, anche Libarna divenne una colonia latina e al suo interno furono probabilmente riuniti diversi gruppi tribali.

Le antiche forme giuridiche sulle terre furono adattate al nuovo contesto latino e fu avviata anche la catastazione del territorio. Il centro cittadino era collegato a un fitto sistema di borghi e di villaggi rurali, con proprietà private e agro pubblico del popolo romano affidato alla comunità dietro pagamento di un tributo.

Se inizialmente Libarna servì come stazione provvisoria di passaggio e come deposito di rifornimenti per l'esercito romano impegnato nelle battaglie contro le popolazioni liguri, in seguito essa si sviluppò come nucleo abitato e strategico definitivo. Nel massimo splendore ebbe probabilmente dai quattro- ai settemila abitanti. Nel 49 a.c. la città divenne municipium; nello stesso periodo fu iscritta nella tribù Maecia e venne determinato il sito destinato al centro urbano.

Anche alla giurisdizione di Libarna l'alleanza con Roma imponeva la fornitura di contingenti militari su richiesta del governo centrale, tanto più che nel I secolo d.c. fu eretta a colonia, raggiungendo ricchezza e bellezze architettoniche. 

RICOSTRUZIONE DELLE PORTE DELLA CITTA' ( by http://linelab.com/PROVE/libarna/ )

IL MUNICIPIUM

Il nome Libarna compare in diversi fonti antiche, quali Plinio, l'Itinerarium Antonini e la Tabula Peutingeriana che ne testimoniano l'origine preromana. In epoca romana mantiene la funzione di punto strategico lungo la via Postumia, con un movimenti di merci da Genova ad Aquileia.

Tra il II ed il I sec. a.c., l'apertura della via Postumia, che collegava il porto di Genova con la pianura padana, e la concessione della cittadinanza, prima latina e poi romana a municipium, dettero luogo ad una pianificazione urbanistica programmata, come l'attuale e ancora riconoscibile impianto urbano, che segue l'orientamento della via consolare. Le prime testimonianze archeologiche dell'urbe Libarna sono tra la metà e la fine del I sec. a.c.

Nel 49 a.c. la città divenne municipium e fu iscritta nella tribù Maecia. Il potere decisionale passò nelle mani del senato locale costituito dai decuriones, proprietari terrieri aristocratici, che dovevano un'età non inferiore ai 25 anni e un censo di almeno 100.000 sesterzi. I principali magistrati erano i quattuorviri, eletti annualmente e distinti in due coppie: i "duumviri iure dicundo" con poteri giurisdicenti, competenze amministrative, e giudizi in ambito penale; i "duumviri aediles", invece, si occupavano dell'approvvigionamento cittadino, al controllo dei commerci, manutenzione di strade ed edifici, e all'allestimento di giochi pubblici. Le attività finanziarie erano affidate ai quaestores. Ogni magistrato era coadiuvato da funzionari, segretari e scribi.

Nell'età romana imperiale  Libarna raggiunse il massimo splendore e la massima densità urbanistica.
Pur mancando notizie certe sugli edifici di culto nella città, e non avendo ancora scavato abbastanza nel sito, dalle iscrizioni votive ritrovate si desume che i cittadini di Libarna erano devoti a Giove, Diana, Ercole. Di certo a Libarna esistevano templi, altari e sacella dedicati a varie divinità, maggiori o minori, il cui culto si affiancava a quello imperiale che peraltro è attestato..

L'intenso scambio commerciale fa supporre la presenza in città di strutture ricettive come alberghi e locande provvisti di adeguati stallaggi. Non saranno mancate nemmeno officine per bardature e finimenti in metallo e altre di sellai e di carradori.

LA STRADA ACCANTO L'ABITATO

L'ECONOMIA

Situata in una zona molto fertile, la zona praticava la viticoltura e la produzione del vino, il taglio e il mantenimento dei boschi per lo sfruttamento del legno, e l'allevamento del bestiame. Tra le altre attività vi troviamo la produzione della ceramica e l'industria laterizia. Sembra che l'opulenza si sia affievolita a partire dal III secolo d.c., col declino del traffico della via Postumia.

Data l'ampiezza dell'antica giurisdizione libarnese e il prestigio che essa conobbe in età imperiale, è probabile una sua connessione con Genua e Dertona. Fra Libarna e l'area della val Borbera c'erano infatti rapporti economici e commerciale basati sulla fornitura di manodopera e di legname.



 IL SISTEMA IDRAULICO 

L'approvvigionamento idrico della città derivò all'inizio da pozzi e fontane, come è emerso dagli scavi archeologici, anche se attualmente non sono tutti visibili. Con l'espansione della città e la costruzione di edifici pubblici, quali il teatro e l'anfiteatro, l'approvvigionamento non fu più sufficiente per cui si edificò un acquedotto che, dalla valle del rio Borlasca, seguendo la valle Scrivia, portava acqua in città.
 
I Romani avevano una grande, anche se empirica, conoscenza dei sistemi idraulici, Infatti l'acquedotto di Libarna presenta uno dei più lunghi tracciati in Piemonte, tanto più complesso per la morfologia del terreno e per l'ubicazione delle sorgenti. Il condotto sorgeva dalla vallata del rio Borlasca, in località Pietra Bissara, zona ricchissima di sorgenti, in un percorso discendente che costeggiava la parete montuosa sino al torrente Scrivia, da dove, seguendo la sponda sinistra del fiume, giungeva a Libarna.

L'utilizzo pubblico dell'acqua si riguardava principalmente le fontane pubbliche e gli impianti termali forniti dallo stato a disposizione dell'intera cittadinanza, che ne poteva fruire liberamente e a titolo del tutto gratuito.

In età repubblicana, solamente l'acqua in eccedenza sulle necessità pubbliche veniva destinata all'impiego da parte dei privati. Di solito soltanto le abitazioni appartenenti agli esponenti dei ceti più ricchi erano dotate di impianti di acqua corrente: i cittadini comuni si rifornivano invece presso le fontane pubbliche, in genere una in ogni piazza o angolo di via e pure da vari pozzi scavati nel cortile al centro di vari isolati.

Libarna godeva inoltre di una vera rete fognaria basata su di un sistema di collettori interrati che raccoglievano le acque reflue per scaricarle nel torrente Scrivia: nei pavimenti di molte stanze si può osservare la canaletta che raccoglieva le acque di scarico per riversarle nella condotta fognaria.

Con la decadenza dell'impero romano, e soprattutto in seguito alle invasioni barbariche, i commerci decrebbero a partire dal III sec. d.c., e altrettanto la popolazione. Venne definitivamente abbandonata nel 452 del IV sec., quando gli abitanti lasciarono le case ormai insicure, rifugiandosi sulle colline circostanti, aggregandosi alle comunità esistenti o fondandone di nuove, quali Precipiano, Serravalle e Arquata.



Ne resta però un piccolo villaggio che perdura nell'alto medioevo nell'area del rio della Pieve come si evince da sepolture a inumazione del VII-VIII sec., ma forse era solo un cimitero, da resti di arredo liturgico della II metà VIII sec., provenienti dall'antica pieve, il che presuppone un centro, forse ricostituito, e da una fornace per ceramica del IX-X sec..

Ricordata ancora in alcuni documenti del Monastero di Precipiano e del catasto di Varinella del 1544, se ne perdette ogni memoria, divenendo incerto perfino il luogo della sua ubicazione. Venne peraltro identificata dal Settecento con varie località del bobbiese e del tortonese

Libarna venne riscoperta nel XIX secolo in occasione dei lavori per la costruzione della Strada Regia dei Giovi (1820-1823) e della ferrovia Torino-Genova (1846-1854). Le indagini archeologiche hanno in seguito riportato alla luce resti di edifici monumentali e quartieri di abitazioni, grazie ai quali è stato possibile ricostruire l'assetto urbano del sito.



L'AMMINISTRAZIONE 

Libarna per l'alleanza con Roma doveva la fornitura di contingenti militari su richiesta del governo centrale. Però il potere decisionale era nelle mani del senato locale costituito dai decuriones, proprietari terrieri che rappresentavano il ceto nobiliare. Si diventava decuriones a 25-30 anni e con un censo di almeno 100.000 sesterzi. 

I principali magistrati erano i quattuorviri, eletti annualmente e distinti in due coppie: i duumviri iure dicundo con poteri giuridici, amministrativi, e decisionali in ambito penale; i duumviri aediles, invece, erano addetti all'approvvigionamento cittadino, al controllo dei commerci, alla manutenzione di strade ed edifici, nonché ai giochi pubblici. Le attività finanziarie erano affidate alla supervisione dei quaestores. Ogni magistrato era solitamente affiancato da funzionari, segretari e scribi.




GLI SCAVI

La scoperta dell'antica Libarna avvenne casualmente, durante i lavori della cosiddetta strada regia (odierna Strada statale 35 dei Giovi) destinata a collegare Genova, da poco entrata nel Regno di Sardegna, con la capitale Torino, a partire dal 1820, quando scavando emersero diversi reperti romani. Ma anche a seguito dei lavori della ferrovia Torino-Genova (1846-1854) con resti di edifici monumentali e quartieri abitati con case e taberne.

Sono stati riportati alla luce due quartieri in prossimità dell'anfiteatro, di 60x65m di lato, l'anfiteatro e il teatro. I reperti di scavo sono stati accolti nel Museo di Antichità di Torino, con pregevoli pavimenti musivi, marmi, bronzi e ambre figurate.

La città fu centro amministrativo di una regione piuttosto ampia, che si estendeva a est fino alla val Trebbia, toccava a nord l'agro tortonese, a ovest la zona di Acqui e a sud il distretto di Genova. 
Il centro cittadino era collegato poi a un fitto sistema di borghi e villaggi rurali, con agro pubblico del popolo romano affidato alla comunità dietro pagamento di un tributo e, nelle zone più alte a pascolo

Libarna sorgeva su un terreno pianeggiante, ricco di sorgenti e circondato da colline. Oltre alla via Postumia, altro asse principale era il decumano che, orientato da Sud-Ovest a Nord-Est, conduceva all'anfiteatro. Le strade dividevano la città in tanti spazi quadrati, ma di dimensioni differenti. Esse erano lastricate, rettilinee con collettori di scarico convogliati verso l'odierno Rio della Pieve.

Nel punto di incontro tra le due principali vie, sorgeva il foro, grande piazza lastricata su cui sorgevano portici ed edifici, ed è stato, finora, solo parzialmente esplorato. Le terme erano situate nell'estremo settore Nord-Est e verso il limite settentrionale sorgeva il teatro.


Il cardine massimo della città aveva orientamento nord-sud e il decumano massimo ovviamente est-ovest, affiancati parallelamente da cardini e decumani minori.

Il tracciato del cardine massimo coincideva con la via Postumia. L'ampiezza e la pavimentazione della carreggiata variavano con l'importanza della strada, così i due assi principali erano ampi circa 14 m il cardine massimo e 10 m il decumano massimo, mentre la larghezza delle vie secondarie era compresa tra 9 e 5 m.

Le strade principali, destinate anche al traffico pesante, erano selciate a larghi blocchi, o lastricate con blocchi di arenaria di Serravalle, le altre ad acciottolato di fiume; la sede stradale era lievemente convessa. Le strade principali erano fiancheggiate da canalette per far defluire l'acqua piovana. Sulla carreggiata sono ancora visibili i solchi lasciati dai carri. Lungo le strade urbane erano disposti pozzi e fontane ad uso pubblico, latrine ed edicole votive, dei quali si sono trovate numerose tracce e resti.

Il decumano massimo, largo circa 10 m, collegava l'anfiteatro con il foro, nel punto di incontro con il cardine massimo. Il decumano era lastricato in basoli di pietra e dotato di marciapiedi. Lungo questo tratto del decumano, che traversava gli isolati del quartiere dell'anfiteatro, si apriva un quartiere con abitazioni e botteghe.

Anche se le successive indagini archeologiche, condotte dalla Soprintendenza del Piemonte sotto la guida di Pietro Barocelli, hanno messo in luce buona parte dell’impianto urbano con edifici pubblici e privati, l’attuale area archeologica, protetta fin dal 1924 dal vincolo archeologico, coincide solo con una minima parte della città antica.

Gli iniziali interventi di scavo erano permeati di entusiasmo, ma in seguito per evitare lo smantellamento dei monumenti e il saccheggio dei materiali, si procedette a un metodo sperimentale preventivo, per salvaguardare i resti da dispersione e distruzione. I reperti di scavo sono per la maggior parte conservati nel Museo di Antichità di Torino, dove figurano tra le opere di maggior pregio, pavimenti musivi, marmi, bronzi e ambre figurate.

IL TEATRO

IL TEATRO

Nel settore nord-orientale di Libarna sorgeva il teatro, edificato fra il I e il II sec. d.c.. secondo le prescrizioni vitruviane, connesse al fenomeno della propagazione dei suoni, di cui si teneva massimamente conto nella scelta del sito, con una cavea che poteva ospitare sino 3.800 spettatori.

Il teatro venne costruito in parte su un terrapieno di riporto, con una muratura a sacco, rivestita da un paramento murario di tipologie differenti. L'elevato aveva sicuramente, come usava all'epoca, un duplice ordine architettonico, per un'altezza di circa 15 m.

RICOSTRUZIONE
L'ambulacro porticato esterno era costituito da 22 arcate con basi in arenaria su cui poggiavano i pilastri. All'interno si aprivano l'ingresso principale, in linea con l'orchestra, e 6 ingressi laterali. Quattro erano in corrispondenza dei corridoi di accesso che conducevano alle gradinate del secondo ordine di posti (vomitoria) e 2 ai lati dell'ingresso principale, che si allargava centralmente, creando uno spazio circolare.

Caratteristiche del teatro di Libarna sono la cavea e l'orchestra, che presentano dimensioni leggermente maggiori rispetto a quelle ordinarie, considerando le proporzioni posti a sedere e capacità ospitative. La cavea aveva infatti un diametro di 35 m. I corridoi d'ingresso laterali (parodoi), tendevano a restringersi verso l'interno.

Le fondazioni della scena, appaiono evidenti così come erano all'epoca. Si notano i fori di alloggiamento dei meccanismi di movimento del sipario e un sostegno, ancora in sito, di uno dei travi che sostenevano l'impalcato.

Il portico, che delineava una vasta area rettangolare che si sviluppava dietro la scena (porticus post-scaenam) era destinato al passeggio degli spettatori, ed è stato cancellato dall'ignoranza e dalla costruzione dei binari ferroviari. Sono visibili resti delle fondazioni nella parte sud dell'edificio.

La cavea, sormontata dal settore di galleria, era suddivisa in ventisei file di gradoni, ripartiti in due ordini di posti. La scena, di altezza pari a quella della cavea per ottenere una resa acustica ottimale, doveva essere costituita da vari ordini di colonne e decorata da marmi pregiati, rinvenuti in grande quantità nei pressi dell'edificio.

Il portico aveva un'ampiezza di 7 m ed era intervallato da esedre. Gli spazi colonnati adiacenti alla scena avevano la funzione di riparo per gli spettatori e il giardino centrale, decorato da piante ed alberi, aveva al centro uno spazio pavimentato a ciottoli, forse la base di una fontana, come si riscontra di frequente nei teatri romani.

Il teatro era destinato alla rappresentazione di tragedie, spettacoli di mimi e commedie. Nel corso degli scavi sono stati rinvenuti elementi architettonici decorativi, marmi preziosi di rivestimento e intonaci dipinti, che fanno supporre un elevato livello artistico dell'edificio, nonchè il lavoro di artigiani qualificati come maestranze e come manodopera. 


Il teatro fu purtroppo soggetto ad anni di spogliazioni e scavi incontrollati e l''attuale collocazione tra due linee ferroviarie (che l'hanno pure mutilata) impedisce di apprezzarne appieno la monumentalità. Della struttura originaria manca il portico post scenam, cancellato dalla sede dei binari ferroviari.

Sono visibili le fondazioni degli ingressi, uno centrale principale, affiancato da sei secondari. Davanti all’orchestra, dotata di tre ingressi, si notano ancora i resti delle fondazioni della scena, un avancorpo rettilineo con sei pozzetti quadrati in mattoni sesquipedali in cui alloggiavano i meccanismi per tendere il sipario.

L'ANFITEATRO PRIMA DEI SCAVI SOTTERRANEI

L'ANFITEATRO

L'anfiteatro di Libarna è databile alla metà del I sec. d.c., e sarà in uso fino alla I metà del IV sec. d.c., quando il cristianesimo proibì gli spettacoli forieri di peccato. Stranamente non sorgeva in area extra-urbana, come nella maggior parte delle città romane, ma al limite orientale dell'urbe, in asse con il decumano massimo e con il foro. Di forma ellittica leggermente schiacciata venne costruito a terrapieno (accumulo di terreno e pietrame realizzato artificialmente) per questioni di economia.

L'anfiteatro, all’interno del perimetro cittadino, ma ai margini dell’abitato ed in posizione scenografica al termine del decumano massimo, occupava lo spazio di due interi isolati. Anche se è conservato al solo livello di fondazione, è percepibile la sua monumentalità dalle dimensioni dell’ellisse, in origine contenuta entro un recinto rettangolare delimitato da portici.

I SOTTERRANEI DELL'ANFITEATRO
Oltre alla porta monumentale di accesso, in corrispondenza del decumano massimo, un agevole accesso degli spettatori alle gradinate interne era consentito da dodici corridoi secondari.

Si è ipotizzato che l’elevato comprendesse due ordini, uno ospitante le gradinate per i posti a sedere, l’altro un loggiato con posti in piedi.

Nel restauro eseguito tra il 1968 ed il 1972, vennero messi in luce l’ambulacro e la sala ipogea, ambienti di servizio sotterranei all’arena.

Risalente all'età di Claudio (41-54), accoglieva i giochi pubblici: ludi gladiatori e  venationes (spettacoli di caccia piuttosto cruenti).

L'anfiteatro doveva attirare molta gente dei territori vicini, dal momento che le gradinate dell'anfiteatro, oggi scomparse, potevano ospitare circa 8.000 spettatori.

Infatti all'epoca del suo massimo splendore, la città fu probabilmente popolata da un numero consistente di abitanti, che potrebbe oscillare dai quattro ai settemila, ma certamente non abbastanza per riempire almeno una congrua parte dell'anfiteatro.

La cavea, come già scritto, poggiava su un terrapieno di riporto, ottenuto dallo scavo dell'arena e sorretto da muri di contenimento radiali. Tutto materiale reperito sul posto e quindi di spesa limitata.
L'accesso ai vari ordini di posti avveniva tramite corridoi di accesso (vomitoria) e scale, oggetto di spoglio come quasi tutte le opere romane antiche, per cui ne restano solo le fondazioni.


L'arena (66,40 x 38,20 m) era delimitata da un podio, alto circa due m, che poggiava su uno zoccolo in arenaria ed era rivestito da lastre di marmo. L'accesso dall'esterno avveniva sul lato occidentale, in corrispondenza del decumano massimo, attraverso una porta monumentale probabilmente incorniciata da colonne corinzie.

I quattro accessi all'arena si aprivano in corrispondenza degli assi dell'ellisse, e di alcuni di essi sono ancora visibili i gradoni in pietra. Sotto l'arena erano stati ricavati gli ambulacri e i vani ipogei, coperti da volte a botte, mentre l'ambiente centrale era costituito da una grande sala con esedre.


L'anfiteatro occupava lo spazio di due isolati ed era inserito all'interno di una piazza recintata (platea), quasi tangente all'edificio sui lati lunghi; sembra che il lato settentrionale fosse aperto e porticato, per collegare la piazza con le terme.

La muratura perimetrale era ornata sul lato esterno da lesene, mentre il cornicione e le basi delle colonne erano in arenaria.  La facciata dell'edificio non aveva un ambulacro esterno porticato e si sviluppava in due ordini, per un'altezza di oltre 9 m.

La cavea era suddivisa in due ordini di posti, con undici gradinate in arenaria per posti a sedere e da un loggiato per i posti in piedi, coperto da un tetto a doppio spiovente. Il podio e il muro che delimitavano l'arena erano lastricati in marmo bianco, come dimostrano i frammenti di lastroni superstiti. In base ai rapporti dimensionali tra lo sviluppo dell'edificio e l'altezza dei gradoni, è stata ipotizzata una capienza di oltre 7.000-8000 spettatori.

Come nelle altre città romane, a Libarna nell'anfiteatro si svolgevano ludi gladiatori, raffigurati anche su una lastra decorata di piombo ritrovata nella vicina Arquata Scrivia, che attiravano spettatori dalle campagne e dalle valli circostanti.

RICOSTRUZIONE DELLA VIA CHE PORTAVA ALL'ANFITEATRO CON LE ABITAZIONI

LE ABITAZIONI

Gli isolati del quartiere dell'anfiteatro vanno dalla fine del I sec. a.c. e gli inizi del IV sec. d.c., con diversi interventi che in parte modificano la planimetria e l'articolazione interna degli ambienti.

All'impianto originario (fine I sec. a.c.) degli isolati libarnesi, dopo la costruzione dell'anfiteatro, a partire dalla II metà del I sec. d.c., seguono diverse fasi di ristrutturazione durante le quali le abitazioni (domus) di maggiori dimensioni sono frazionate in più unità abitative e vengono arricchite da nuovi mosaici di notevole livello estetico ed esecutivo.

In molte case si aprono delle botteghe (tabernae), indizio di un nuovo impulso commerciale e produttivo di questo quartiere della città.  Le abitazioni, separate dal passaggio del decumano massimo, documentano differenti tipologie di domus: ad atrio, ad atrio e peristilio e a cortile.

Le abitazioni private (domus), sono costruite a partire dalla fine del I secolo a.c., in genere costituite da diversi ambienti disposti attorno ad un cortile porticato (peristilio) centrale, su cui si affacciano la sala da banchetto (triclinium), l’atrio e le stanze da letto (cubicula). E’ stato ipotizzato che questi isolati facessero parte di un quartiere periferico e popolare, molto vivace in quanto legato alla vita dell’anfiteatro. Una conferma giunge dalle molte botteghe poste lungo la strada e anche da una locanda (taberna o coupona).

Alcune domus, invece, hanno una grande planimetria e ricchezza degli apparati decorativi. Si sono rinvenuti frammenti di pavimenti in lastre di marmo (opus sectile), oltre ad un mosaico di grandi dimensioni rappresentante il mito di Licurgo e Ambrosia. I più significativi tra i materiali archeologi recuperati sono attualmente esposti presso l’Area Museale di Libarna, ospitata nel Palazzo comunale di Serravalle Scrivia.

Dei 40 isolati (insulae), di cui si componeva il tessuto urbanistico, attualmente sono visibili solo i resti di due, all’angolo nord- orientale ai lati del decumano massimo. Il percorso del decumano si conclude in corrispondenza del più imponente degli edifici pubblici messi in luce, l’anfiteatro. Anche il teatro occupa una posizione periferica rispetto al centro abitato come spesso accade nelle città romane dove gli edifici per spettacoli, fonte di rumore e disturbo, erano spesso collocati ai margini del perimetro cittadino.

Nell’isolato a Nord esistevano presumibilmente due abitazioni piuttosto grandi, a pianta pressoché quadrata (61 x 59,20 metri), che hanno subito diversi rimaneggiamenti, compresa la trasformazione del lato nord in ambienti termali.

Tuttavia si è potuta ricostruire la posizione del triclinium (la stanza da pranzo) e riposizionarvi il bellissimo pavimento decorato: tra due fasce di mosaici a disegno geometrico in bianco e nero campeggia un mosaico del II secolo d.c. di grandi dimensioni che rappresenta Ambrosia aggredita dal re Licurgo e trasformata in vite da Dioniso che la vuole porre in salvo.

MOSAICO DEL TRICLINIUM

Mosaico del triclinio

Un esempio dell'elevato livello di finitura delle abitazioni edificate a Libarna è fornito dal mosaico del triclinium (seconda metà del II sec. d.c.), presente nel primo isolato, oggi riposizionato nella sua sede originaria dopo un complesso intervento di restauro.

Incorniciato da due fasce a tessere di colore nero, è composto da una scena figurata compresa tra due tappeti a decorazione geometrica, una a spigoli, inferiore e una a tondi, nella parte superiore. La scena centrale, policroma, rappresenta il mito di Licurgo e Ambrosia, chiaro riferimento simbolico alla funzione del triclinio: la ninfa, aggredita da Licurgo, viene salvata da Dioniso che la trasforma in vite, i cui tralci soffocheranno il re.


La raffigurazione superiore a cerchi è incorniciata da un motivo a treccia che prosegue la parte superiore del mosaico, in tessere policrome, con una decorazione geometrica intorno a un tondo centrale, collegato ad esagoni a lati curvilinei e a stelle a quattro punte ogivali.

La parte inferiore del mosaico, a tessere bianche e nere, è costituita da motivi a quadrati e triangoli posti in fasce verticali alternate e intersecantesi. Il mosaico è realizzato con tessere molto piccole che permettono precisi particolari e sfumature di colore. Un pavimento pregiato per il triclinium di una grande domus ad atrio e peristilio.




LE TERME

Ubicate tra il quartiere dell'anfiteatro e il teatro sono stati rinvenuti i resti di una costruzione identificata con le terme. che occupavano la superficie di quattro isolati.
Nello stesso quartiere vi era una fullonica dove si tinteggiavano le stoffe.

Di certo a Libarna esistevano templi, altari e sacella dedicati a varie divinità, maggiori o minori, il cui culto si affiancava a quello imperiale.

L'intenso scambio commerciale fa supporre la presenza in città di strutture ricettive come alberghi e locande provvisti di adeguati stallaggi. Non saranno mancate nemmeno officine per bardature e finimenti in metallo e altre di sellai e di carradori.



EPIGRAFIA

La maggior parte delle iscrizioni di Libarna si colloca fra il I e il II secolo.

- Nell'iscrizione (CIL V 7427) è ricordato tale Caius Atilius Bradua, appartenente alla famiglia degli Atilii, una delle più influenti a Libarna, che a proprie spese, "pecunia sua", finanziò la lastricatura del foro e fece costruire un edificio, forse il teatro.
 - Alla medesima famiglia apparteneva anche Cnaeus Atilius Serranus, che fu flamine augustale e forse anche patrono della colonia.
- Considerato il suo cognome greco, era probabilmente un liberto della stessa gens il Marcus Atilius Eros, che rivestì la carica sacerdotale di sèviro augustale a Dertona e a Libarna. Per essere ammessi nel collegio dei seviri occorreva versare una tassa, il che sarebbe indizio del possesso da parte di Marco Atilio Eros di capacità economiche non trascurabili.
- L'eques Quintus Attius Priscus (CIL V 7425), esponente dell'aristocrazia locale che ricoprì svariate magistrature e cariche religiose di prestigio. Appartenente alla tribù Maecia, egli fu edile, duumviro quinquennale, flàmine augustale, pontefice e prefetto dei fabbri, ossia comandante del genio. Fu inoltre prefetto di coorti ausiliarie di leva locale: la I Hispanoum, la I Montanorum e la I Lusitanorum.
In seguito al Bellum Suebicum ("guerra contro gli Svevi") del 97 voluto da Nerva, cui prese parte in qualità di tribunus militum della Legio I Adiutrix, l'imperatore gli conferì prestigiosi dona militaria: corona aurea, hasta pura, vexillum. La sua notevole carriera equestre culminò nel comando, in veste di prefetto, dell'Ala I Augusta Thracum, un reggimento di cavalleria ausiliaria.
- Materiale epigrafico relativo a Libarna è stato rinvenuto anche in val Borbera: in una lapide tombale ritrovata nel 1850 a Borghetto (CIL V 7432) è attestata la presenza in città della gens Iulia e della gens Livia.
- Un'ara rinvenuta a Roccaforte Ligure nel 1822 (CIL V 7423) testimonia invece il culto delle Matrone, divinità di origine gallica venerate ancora in età romana, alle quali l'altare fu dedicato libens merito: oggi si direbbe "per grazia ricevuta".



NUMISMATICA

Vari reperti numismatici che documentano una continuità vitale della città in epoca imperiale, monete emesse col nome di personaggi diversi dall'imperatore, in base alla consuetudine del princeps, iniziata con Augusto, di celebrare i propri familiari. Oltre a molti nominali di Augusto (fra il 23 a.c. e il 17 d.c.), molte monete dell'età giulio-claudia (14-54) attesterebbe un periodo di intensi scambi commerciali per il centro urbano, mentre scarsi sono gli esemplari di epoca repubblicana.



SCULTURA

- Frammentari esempi di statuaria di piccole dimensioni destinati alla decorazione, soprattutto di carattere privato,
- Alcuni bronzetti ritraenti figure sacre.
- Molti gli oggetti ornamentali in ambra, agata e diaspro, con significati religiosi e apotropaici per i loro poteri magici, protettivi e curativi,
- Svariato il vasellame in ceramica, vetro e bronzo.
- Molte lucerne per l'illuminazione domestica e dei luoghi di culto, ma anche come corredo funebre.
- Chiavi in ferro,
- Vari tintinnabula (campanelli metallici legati a credenze magico-apotropaiche),
- Ami e arpioni da pesca.
- Orcioli,
- Piatti,
- Pentole da cucina,
- Parti di anfore d'importazione ispanica da vino,
- Turibula, bracieri o incensieri per cerimonie propiziatorie.
- Vari tipi di sonde, spatole atte a mescolare unguenti,
- Aghi per la sutura e pinze di attrezzatura chirurgica,
- Una trottola di legno con inserti in bronzo, pedine e dadi,
- Fusi in legno e in osso per la filatura e frammenti di telaio,
- Decorazioni in pasta vitrea e in perle; spilloni in argento, osso o bronzo usati per trattenere i capelli; - Piccoli contenitori in vetro,
- Alcuni specchi,
- Fibulae in bronzo, fibbie per lo più del tipo a cerniera d'epoca augustea e tiberiana.



SALA ESPOSITIVA DI SERRAVALLE SCRIVIA

I reperti archeologici provenienti dagli scavi di Libarna sono in parte conservati in collezioni private ed in parte custoditi presso il Museo di Antichità di Torino e il Museo di Archeologia Ligure di Genova Pegli.

Soltanto alcuni reperti sono rimasti a Serravalle Scrivia e sono oggi esposti nella Sala Espositiva che ha sede al piano terreno del Palazzo Municipale, in via Berthoud 49.

Una visita a questo spazio espositivo, allestito nel 2006 e corredato da precise didascalie, si rivela di grande interesse per chi abbia visitato la zona archeologica e voglia arricchire la sua conoscenza della vita quotidiana nell'antica città romana.

I frammenti architettonici consentono infatti di figurarsi gli edifici di cui si sono conservati i resti completi del loro apparato decorativo. Del resto la fontana fa riflettere sul ruolo fondamentale che l'acqua doveva avere nel II secolo d.c. Gli oggetti d'uso quali vasellame da mensa e lucerne permettono di immaginare come doveva essere la vita di ogni giorno in quel tempo lontano.

Le vetrine della prima parte della sala contengono i circa 60 pezzi della collezione raccolta dal canonico novese Giovanni Francesco Capurro e oggi proprietà dell'Accademia Filarmonica Artistico Letteraria di Novi Ligure, concessi in comodato d'uso al Comune di Serravalle Scrivia, il quale dopo averli restaurati ne ha curato l'allestimento.

La Collezione raccoglie materiali di pregio, databili ai primi secoli dell’Impero, testimoni della ricchezza della città romana di Libarna.

Di notevole interesse, tra i reperti proposti al visitatore, si segnalano la grande epigrafe dello scrivano Catius Martialis, datata al II secolo d.c., e la parte centrale di un pinax: il termine, che deriva dal greco πίναξ, che significa tavoletta dipinta, appesa come ex voto alle statue delle divinità, alle pareti dei santuari o agli alberi sacri, indica una lastra di ma rmo decorata su un lato con la testa di Pan e sull'altro con quella della Gorgone.

Insieme ai numerosi frammenti lapidei e fittili di capitelli, fregi decorativi, cornici e partiture architettoniche sono esposte anche due anfore integre e un'ansa contrassegnata da un bollo ancora non identificato.v

Nella seconda parte della sala trovano posto i reperti di proprietà Statale, concessi in deposito temporaneo, dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte, al Comune di Serravalle Scrivia. Nelle vetrine sono esposti alcuni esempi di vasellame da mensa in ceramica, lucerne fittili, una fontana decorata con motivi marini e due piccole erme.

Notevole è poi il frammento di pavimentazione in opus sectile realizzato nel II secolo d.c., con pregiati materiali marmorei: l'emblema costituiva certamente la decorazione della parte centrale di una raffinata sala.

Nella visita allo spazio espositivo, l'ospite è accompagnato da una serie di pannelli informativi e tavole illustrate, relative alla descrizione dei reperti esposti ed alla vita quotidiana degli antichi abitanti di Libarna. Un viaggio reso ancora più coinvolgente da una suggestiva illuminazione delle sale e delle teche, e dalla audio diffusione dei "suoni" senza tempo dell'antica città.


BIBLIO

- James C. Anderson - Architettura e società romana - Baltimore - Johns Hopkins Univ. Stampa - a cura di Martin Henig - Oxford - Oxford Univ. - Comitato per l'archeologia - 1997 -
- Ranuccio Bianchi Bandinelli, Mario Torelli - L'arte dell'antichità classica - Etruria-Roma - Utet - Torino 1976 -
- Pierluigi De Vecchi ed Elda Cerchiari - I tempi dell'arte - volume 1 - Bompiani - Milano - 1999 -
- L. Quilici, S. Quilici Gigli - Architettura e pianificazione urbana nell'Italia antica - L'Erma di Bretschneider - 1997 -






AUGUSTA BAGIENNORUM - BENE VAGIENNA (Piemonte)


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Augusta Bagiennorum fu fondata in età romana do un'antica cittadella celtica. l'oppidum del dei Liguri Bagienni, alla fine del I sec. a.c. pressochè insieme all'Augusta Taurinorum (Torino) e ad Augusta Praetoria (Aosta), e, Regio IX dell’ordinamento augusteo, costituì insieme ai centri di Pollentia (Pollenzo) e di Alba Pompeia (Alba) i centri romani dell'organizzazione e dello sfruttamento del territorio.

Il centro era di importanza strategica per il controllo del transito tra la pianura padana, le valli degli affluenti del Po ed i valichi alpini, asse viario di collegamento tra la valle del Tanaro e Pedona (Borgo San Dalmazzo), sede della Quadragesima Galliarum, e quindi con il valico della Maddalena.

L’originaria Bene Vagienna, capitale dei liguri bagienni, divenne municipium romano e prese il nome di Julia Augusta Bagiennorum.

RICOSTRUZIONE DEL FORO
Il centro sorgeva su un pianoro, a nord del torrente Mondalavia e i suoi resti sono in parte visibili in frazione Roncaglia, con un foro cittadino, un teatro, un anfiteatro, un tempio, le terme e l'acquedotto. Era una delle più importanti città dell'Italia Nord-Occidentale, indicata dai Romani come Gallia Cisalpina.

I primi incontri con Roma avvennero nel III sec. a.c  con battaglie e trattati ma solo verso la metà del II sec. a.c. vennero sottomessi dai Romani, anche se la guerra continuò a causa delle lotte tra Mario e Silla. Tarde e scarse notizie si hanno dell'epoca dell'Impero e delle età successive.

Caduta all’epoca delle invasioni barbariche, Augusta venne seppellita dal tempo e nella memoria, e solo nel 901, si ritrova il primo documento della storia medievale di Bene, chiamata poi Bene Vagienna dal 1862.

Fu infatti in una pianura delimitata dalla Stura e dal Tanaro che Giuseppe Assandria e Giovanni Vacchetta, due studiosi locali, iniziarono le ricerche e con ripetuti scavi reperirono un primo rilievo della antica città sepolta sotto poco più di 50 cm. di terra. I due benemeriti riportarono alla luce Augusta tra il 1894 e il 1925, scoprendo un vasto sito capace di ospitare nelle varie epoche da 5.000 a 17.000 abitanti.



DESCRIZIONE

Citata da Plinio il Vecchio, la città non sembra, allo stato attuale delle indagini, essere stata fondata su un insediamento preromano. Augusta era edificata sul ciglio di una parete scoscesa scavata da un piccolo torrente, creando così da quel lato un'ottima difesa naturale.

Non si conosce il modo ed il periodo della sua distruzione, se violenta o progressiva; è certo però che le massime distruzioni dei suoi resti avvennero a causa dell'asportazione del materiale laterizio.

Solo una ristretta parte di Augusta è oggi visitabile. La città ricopriva infatti una superficie di 21 ettari sulla Piana della Roncaglia, e la via che inizia dalla chiesa quattrocentesca di San Pietro, edificata sui resti  dell’acquedotto romano, corrisponde per un tratto al decumano massimo traversando una necropoli con resti di monumenti funerari, fino alla porta decumana che si apre sul Foro.

La città era cinta di mura, delle quali sono state ritrovate due porte e quattro torri formanti gli angoli di un trapezio costituente il perimetro della città.

Il reticolato stradale mostra isolati non sempre uguali dei quali alcuni misurano m 100 x 80, quindi di dimensioni notevoli.

Il decumano massimo, di cui si conserva parte del basolato, traversava il centro della città passando per il foro e davanti al tempio principale. Il Foro si apre davanti al tempio ed è circondato da un largo marciapiede rialzato nonchè da un portico che si snoda sui due lati più lunghi.

Lo spazio forense, collocato nel settore centrale dell’impianto urbano, era articolato in tre parti, tempio-piazza-edificio civile, secondo lo schema classico romano, con una piazza rettangolare di m 115 x 36.

Circondavano la piazza vari edifici pubblici, fonora poco esplorati, quali le terme a sud e la basilica posta sul lato corto orientale del foro, mentre sul lato breve occidentale, era l’area sacra dove si ergeva il complesso del Capitolium o Tempio Maggiore, dedicato alla triade capitolina. Ad est del Foro e della basilica sorgevano il teatro e altri edifici. Sono  riconoscibili vari ambienti e sale aperte sul portico, con ricchi e vari decori, con intonaci dipinti a colori vivaci, con traccia di fregi ornamentali, probabilmente si trattava di botteghe.



L'ANFITEATRO

Augusta Bagiennorum aveva un anfiteatro per spettacoli vari, compresi i gladiatori. Dell’edificio che sorgeva all’esterno delle mura, lungo una delle vie di accesso alla città, è visibile il settore ovest su cui stanno operando gli archeologi.

Costruito su un terrapieno artificiale subito dopo la fondazione della colonia ed utilizzato per tutto il II secolo d.c.., aveva una cavea ellittica  di m 105 x 77, divisa in due ordini di gradinate e delimitata da un muro perimetrale, conservato in elevato per circa due metri, cui si addossava all’esterno un prospetto ad archi, per accogliere pubblico e taberne.



IL MUSEO

BASILICA CRISTIANA VII VIII SEC.
In paese, il Museo Civico Archeologico, raro esempio di allestimento d’inizio ‘900, e situato nel centro storico, ne conserva i reperti. Al primo piano comprende la Sala Assandria, già allestita agli inizi del Novecento, per ospitare i reperti provenienti dagli scavi di Augusta Bagiennorum.

Vi sono murati gli stipiti in marmo di due delle tre porte che decoravano la scena del teatro, oltre a frammenti architettonici in marmo e stucco (cornici, capitelli, ecc.), antefisse in terracotta, epigrafi e laterizi con bollo provenienti da vari edifici della città antica.

Al centro, una grande vetrina conserva i corredi delle sepolture rinvenute nella necropoli meridionale (I secolo d.c.), ceramica fine (Terra sigillata) e di uso comune, vetri, lucerne, utensili ed oggetti di ornamento (fibule, anelli, appliques) in bronzo, monete, oltre ad alcune teste in marmo, tra cui un'ermetta di Sileno e statuette in bronzo di piccole dimensioni (Mercurio nell’iconografia sia stante sia seduto, una pantera e un pavone).

 Al piano terreno, una manica con tre sale sarà dedicata al territorio ed alla città, vista attraverso i monumenti pubblici meglio conosciuti (teatro, anfiteatro, tempio) e i documenti della vita quotidiana (anfore, ceramica, suppellettile di vario genere).


BIBLIO

- Plinio il Vecchio - Naturalis historia - III -
- Barale P. - Codebò M. - De Sanctis H. - Augusta Bagiennorum (Regio IX), una città astronomicamente orientata, in "Studi piemontesi" 2001 -
- R. Comba (ed.) - I primi mille anni di Augusta Bagiennorum - Cuneo - 2001 -
- M. Venturino Gambati (ed.) - Dai Bagienni a Bredulum. Il pianoro di Breolungi tra archeologia e storia - Torino - 2001 -






 

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