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SEMNONI (Nemici di Roma)


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GERMANIA MAGNA E IMPERO ROMANO

I Semnoni, da non confondere con i Senoni, erano una grande popolazione germanica degli Herminones (dettti anche Suebi o Svevi, un popolo germanico proveniente dall'area del Mar Baltico), di cui Tacito scrisse nella sua Germania che erano numerosi, e occupavano la maggior parte della Germania Magna. « La prosperità dei Semnoni porta a loro autorità. Essi abitano in cento paesi e grazie a questa enorme moltitudine, essi credono di essere la più importante stirpe dei Suebi. » 
(Tacito, De origine et situ Germanorum, XXXIX)   

Erano tribù germaniche stanziate sulle rive dell'Elba, uno dei maggiori fiumi dell'Europa centrale, insieme a Marcomanni, Quadi, Ermunduri e Longobardi. almeno fino al III secolo, confinando a ovest con i Cherusci, a nord con i Longobardi, ad est con i Vandali e a sud con gli Ermunduri. Erano considerati, come rimanda Tacito, i più nobili ed antichi tra le popolazioni dei Suebi.

Le tribù germaniche non avevano una città nè abitazioni collegate, ma vivevano in profonde e oscure foreste, piene di bestie; avevano capanne di legno circondate da uno spazio per il pericolo di incendi. Scavavano grotte sotterranee che riempivano con molto sterco. Non innalzavano templi, poichè adoravano gli dei nei boschi sacri. Era venerato soprattutto Mercurio a cui immollavano anche vittime umane.

Essi erano un insieme di popoli di lingue germaniche simili, nati dalla fusione fra gruppi di origine indoeuropea e gruppi autoctoni di origine paleo-mesolitica e neolitica, provenienti da Scandinavia meridionale, Jutland in Danimarca, Germania settentrionale, che dal I millennio si diffusero occupando un'ampia area dell'Europa centro-settentrionale, dalla Scandinavia all'alto corso del Danubio e dal Reno alla Vistola.

« In un periodo determinato che regolarmente ricorre si raccolgono gli inviati di tutti i popoli congiunti da legami di sangue, in una foresta sacra agli antenati, per antico e religioso terrore.

Qui ne celebravano il rito, con l'uccisione di un uomo in nome della tribù, un rito barbaro e orrendo. Vi è anche un altro modo per celebrare il culto del bosco sacro.

Nessuno vi può entrare se non completamente legato, dimostrando la propria inferiorità e il dominio del nume su di lui. se per caso qualcuno cade, nessuno può aiutarlo a risollevarsi.

Questo rito vuole rappresentare che da là ebbe origine la stirpe, che là regna il dio di tutte le cose, che tutto gli deve obbedienza e ne è suddito. »
(Tacito, De origine et situ Germanorum, XXXIX, 1-4.)

SEMNONI

AUGUSTO

« Allargai i confini di tutte le province del popolo romano, con le quali erano confinanti popolazioni che non erano sottoposte al nostro potere. Pacificai le provincie delle Gallie e delle Spagne, come anche la Germania nel tratto che confina con l'Oceano, da Cadice alla foce del fiume Elba. La mia flotta navigò l'Oceano dalla foce del Reno verso le regioni orientali fino al territorio dei Cimbri, dove né per terra né per mare giunse alcun romano prima di allora, e i Cimbri e i Caridi e i Sennoni e altri popoli germani della medesima regione chiesero per mezzo di ambasciatori l'amicizia mia e del popolo romano. »
(Augusto, Res gestae divi Augusti, 26.)

« La Germania intera fu attraversata dai nostri eserciti. Furono vinti popoli di cui si conosceva a mala pena il nome, vennero nuovamente sottomesse le tribù dei Cauci. Furono vinti i Longobardi, gente addirittura più feroce della ferocia germanica. Da ultimo l'esercito romano con le insegne fu condotto a 400 miglia dal Reno, fino al fiume Elba, che scorre tra le terre dei Semnoni e degli Ermunduri. »
(Velleio Patercolo, Storia di Roma, II, 106.)

Dopo un ventennio di campagne militari in Germania, Augusto, occupati nell'anno 6 tutti i territori compresi tra il Reno e l'Elba, escluso la Boemia dei Marcomanni, venne in contatto con i Semnoni, che si trovavano ad est dell'Elba. La sconfitta del 9 nella foresta di Teutoburgo, dove persero la vita per un tradimento ben tre legioni romane a opera di Arminio, costrinsero Augusto a riportare i confini imperiali sul Reno, più a ovest. I Semnoni si salvarono così dall'occupazione dell'Impero romano.


TIBERIO

Pochi anni più tardi, nel 18, Arminio, principe dei Cherusci, dopo aver raccolto sotto il suo comando molte tribù germaniche (Longobardi, i Semnoni e altre tribù suebiche del regno di Maroboduo), mosse guerra ai Marcomanni. Lo scontro tra le due fazioni avvenne nel 18 o 19, e ce lo descrive Tacito:

ALTARE DI AUGUSTA
«  In nessun altro luogo mai avvenne scontro tra forze di maggior mole, né più incerto fu l'esito. Da entrambe le parti, sbaragliata l'ala destra, la battaglia si sarebbe forse combattuta di nuovo se Maroboduo non avesse posto l'accampamento in alto sui colli. Questo fu il segnale della sua disgrazia. Sguarnito l'esercito lentamente, a causa delle diserzioni continue, egli dovette rifugiarsi presso i Marcomanni, e mandò a Tiberio ambasciatori per chiedere l'intervento romano. »
(Tacito, Annales, II, 46)

Ma Tiberio decise di non intervenire presso i germani, e i Semnoni rimasero all'interno della coalizione di Arminio, fino a quando questi non fu ucciso da una congiura nel 21. All'epoca di Tacito il popolo dei Semnoni si trovava ad est del medio corso del fiume Elba attorno al 50, durante l'Impero di Claudio.

(L'altare di Augusta è un altare romano eretto nel 260/261 ad Augusta Vindelicum, capitale della provincia romana della Rezia, per commemorare la vittoria romana dell'Impero delle Gallie su Semnoni e Iutungi. Fu scoperto nell'agosto 1992 ad Augusta ed è conservato all'Alamannenmuseum Ellwangen)



DOMIZIANO

Poco prima dell'inizio della seconda fase della guerra suebo-sarmatica del 92, sembra che Domiziano abbia tentato di isolare le due tribù suebe di Quadi e Marcomanni, cercando nuove alleanze nelle vicine popolazioni germaniche settentrionali di Lugi e Semnoni.

« Masio, re dei Semnoni, e Ganna, una vergine sacerdotessa che in Germania succeduta a Velleda), si presentarono a Domiziano, e dopo aver ricevuti gli onori da parte dell'imperatore, ripartirono »
(Dione Cassio, LXVII 5, 3). Ciò però provocò la reazione dei Quadi, i quali a loro volta cercarono alleanze con i vicini Sarmati Iazigi, tanto da prepararsi ad attraversare il Danubio ghiacciato al principio del 92.

INVASIONI DEL III SECOLO (Di Cristiano64 - Wikipedia)


MARCO AURELIO

La guerra di fine II secolo contro l'Impero romano da parte di una coalizione militare di una decina di popolazioni germaniche e sarmatiche (dai Marcomanni della Moravia, ai Quadi della Slovacchia, alle popolazioni vandaliche dell'area carpatica, agli Iazigi della piana del Tisza, fino ai Buri di stirpe suebica del Banato), fu dovuta ad agitazioni interne e alle migrazioni di popoli per l'aumento della popolazione nell'antica Germania, per giunta attratti dalle ricchezze e dagli agi del mondo romano.

Nel 166/167, avvenne il primo scontro lungo le frontiere della Pannonia ad opera di poche bande di predoni longobardi e osii, che, grazie al pronto intervento delle truppe di confine, furono prontamente respinte. La pace stipulata con le limitrofe popolazioni germaniche a nord del Danubio furono gestite direttamente da Marco Aurelio e Lucio Vero, recatisi fino nella lontana Carnuntum nel 168. 

La morte prematura del fratello Lucio nel 169, e il venir meno ai patti da parte dei barbari, portò una massa gigantesca a riversarsi in modo devastante nell'Italia settentrionale fin sotto le mura di Aquileia, il cuore della Venetia, era dai tempi di Mario che una popolazione barbara non assediava dei centri del nord Italia.

Marco Aurelio combatté una lunga ed estenuante guerra contro le popolazioni barbariche, prima respingendole e "ripulendo" i territori della Gallia cisalpina, Norico e Rezia nel 170-171, poi contrattaccando in territorio germanico, fino al 175. L' imperatore dovette risiedere per numerosi anni lungo il fronte pannonico, senza mai far ritorno a Roma. 

L'apparente tregua sottoscritta con queste popolazioni, in particolare Marcomanni, Quadi e Iazigi durò però solo un paio d'anni. Alla fine del 178 Marco Aurelio fu costretto a fare ritorno nel castra di Brigetio da dove, fu condotta l'ultima campagna nella primavera successiva del 179. 

« I Quadi essendo poco disposti a sopportare la presenza di forti romani costruiti nel loro territorio tentarono di migrare tutti insieme verso le terre dei Semnoni. Ma Marco Aurelio Antonino che ebbe queste informazioni in anticipo della loro intenzione di partire per altri territori, decise di chiudere loro tutte le vie di fuga, impedendone la loro partenza. »
(Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LXXII)

La successiva morte dell'imperatore romano nel 180 pose fine ai piani espansionistici romani ed alle preoccupazioni degli stessi Semnoni, che con l'occupazione dei Marcomanni da parte di Marco si sarebbero trovati "vicini" ad un impero così potente, a rischio di essere anch'essi inglobati.

GERMANI

LE INVASIONI DEL III SECOLO

Negli anni 258-260 iniziarono le invasioni in Occidente di Franchi, Alamanni (tra cui i Semnoni), Marcomanni, Quadi, Iazigi e Roxolani. Alcune tribù dei Semnoni, andarono a costituirsi nel nucleo originario della federazione di tribù nota come Alemanni (o Alamanni), insieme alle tribù di Catti, Ermunduri, Naristi e Iutungi, in parte andandosi a stanziare fino alla valle del Neckar, dopo l'abbandono degli Agri decumates da parte dei Romani (260 circa).

Nel 260 i territori che formavano una rientranza tra Reno e Danubio, a sud del limes germano-retico, detto Agri decumates, furono abbandonati a vantaggio delle popolazioni sveve degli Alamanni, tra cui parte degli stessi Semnoni. A quest'anno sembra appartengano i segni di distruzione lungo i Limes a Kempten, Bregenz, Grenoble e Losanna e la riapertura della fortezza legionaria di Vindonissa e dei forti ausiliari di Augusta Raurica, Castrum Rauracense e la moderna Basilea. 

Un'iscrizione rinvenuta ad Augusta Vindelicorum ricorda una vittoria romana contro le genti germaniche di Semnoni e Iutungi, nell'anno in cui Postumo era già Augusto e console insieme ad un certo Honoratiano.



V E VI SECOLO

Furono secoli spaventosi per i romani, mentre una parte dei Semnoni era confluita nella federazione degli Alemanni, altri si unirono alle popolazioni suebiche che nel V secolo, insieme a Vandali ed Alani, sfondando la frontiera romana a Magonza e da lì invadere la Gallia. Una parte dei Suebi, chiamati Suebi del nord, sono menzionati nel 569 sotto il re franco Siegbert I, nell'attuale Sassonia-Anhalt. I Suebi, alleati a Sassoni e Longobardi, sono menzionati anche in Italia nel 573.

Mentre i Vandali e gli Alani si scontravano con i Franchi alleati di Roma per il dominio sulla Gallia, i Suebi di re Ermerico si diressero a sud, traversando i Pirenei e il paese dei Baschi, e penetrarono in Spagna, che era fuori dal controllo imperiale sin dal tempo della ribellione di Geronzio e Massimo nel 409, devastando per due anni le province occidentali e meridionali. Successivamente i conquistatori che erano non più di 30.000, ottennero da Roma lo status di foederati, in cambio del giuramento di fedeltà all'imperatore Onorio nel 410.

Nel 411, l'imperatore assegnò loro delle terre a sorteggio; ai Suebi e ai Vandali asdingi toccò la Gallaecia, regione nord-occidentale della penisola iberica, ai Vandali silingi la Betica ed agli Alani, la fazione più numerosa, la Lusitania e la Chartaginensis (con capitale Cartagena). Insieme alla provincia autonoma della Britannia, il reame dei Suebi in Galizia fu il primo dei sub-regni romani che si formarono dalla disintegrazione dell'Impero Romano d'Occidente e fu il primo ad avere una propria zecca.

Del mondo dell'Impero Romano che aveva insegnato la civiltà al mondo era rimasto molto poco, Molto venne distrutto e sepolto, l'amor di patria, il culto degli Dei e il gusto dell'arte vennero lentamente sepolti nel rigore religioso e nella barbarie.


BIBLIO

- Dione Cassio - Storia romana -
- Strabone - Geografia - 
- Tacito - De origine et situ Germanorum - 
- Tacito - Annales -
- Tolomeo - Geografia -
- Velleio Patercolo - Historiae Romanae ad M. Vinicium consulem libri duo -
- Brian W.Jones - The emperor Domitian - Londra e New York - 1993 -
- Fischer-Fabian, S. - I Germani - Milano - Garzanti - 1985 -


CARPI (Nemici di Roma)


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I Carpi o Carpiani erano una tribù dacica che risiedeva nella Romania orientale, in Moldavia, dal 140 circa fino almeno al 318. Sembra che i Carpi fossero una tribù della nazione dacica, per altri erano una serie di gruppi etnici, tra cui Sarmati, Traci, Slavi, popoli germanici, Balti e Celti.

I Romani li chiamavano Carpi o Carpiani. La prima menzione di questi popoli, come Carpiani, si trova nella Geographia del geografo Tolomeo del II secolo d.c.. Il nome potrebbe derivare dalla catena montuosa dei Carpazi che essi occupavano, anch'essa citata per la prima volta da Tolomeo con il nome di Καρπάτης - Karpátēs. Oppure significava "popolo dei Carpazi", o ancora potrebbe derivare dalla parola slava krepu che significa "forte" o "coraggioso".

L'iscrizione sulla lapide di Publio Elio Proculino, centurione della Cohors VII Praetoria (Philippiana) "mancato nella guerra dacica a Castellum Carporum", secondo Bichir e altri, si riferisce alla guerra contro i Carpi condotta dall'imperatore Filippo l'Arabo nel 246/7, e il castellum Carporum è la roccaforte dei Carpi, menzionata da Zosimo, dove si svolse la battaglia finale della campagna. Ciò dimostrerebbe che i Carpi fossero Daci. Ma altri identificano il castellum Carporum come un forte ausiliario romano sul basso Danubio,

Lo studioso rumeno Vasile Pârvan ha ritenuto che i seguenti popoli registrati nelle fonti antiche corrispondano ai Karpiani di Tolomeo;
- i Kallipidai, menzionati nelle Storie di Erodoto del 430 a.c.. come residenti nella regione del fiume Borysthenes (Dnieper);
- i Karpídai, intorno alla foce del fiume Tyras (Dniester), ricordati nello Pseudo-Scymnus del 90 a.c.;
- gli Harpii, situati vicino al delta del Danubio, citati da Tolomeo.
In tal caso i Carpi sarebbero migrati verso ovest nel periodo 400 a.c. - 140 d.c.

GUERRE DACICHE

- 106 - 318 - Dalla conquista romana della Dacia, Bichir identifica due culture distinte in Moldavia, una cultura sedentaria, "daco-carpica", iniziò intorno al 106 e scomparve intorno al 318 e una cultura più piccola simile ai popoli nomadi delle steppe eurasiatiche, "sarmatica".

- 230 - I Sarmati e i Bastarnae sono attestati in Valacchia, Moldavia e Bessarabia. Vi furono ripetute incursioni dei Carpi a sud del Danubio scontrandosi con i Romani nel III secolo, è probabile che verso il 230 i Carpi avessero esteso la loro egemonia sulla Valacchia orientale, precedentemente dominata dai Roxolani.

- 250 - 270 - Tolomeo, che li cita come pacifici nei confronti di Roma, nel 238 li menziona come uno dei nemici più persistenti di Roma. Nel 250-270 i Carpi si coalizzarono con tribù barbare transdanubiane che comprendevano anche elementi germanici e sarmati, autori della "crisi del terzo secolo".

- 270 - 318 - gli "imperatori militari" romani li sconfissero nel 273, nel 297, nel 298-308 e nel 317, trasferendoli poi con la forza nella Pannonia (Ungheria occidentale), per ripopolare le province danubiane devastate con le tribù barbare arrese. Poiché i Carpi non sono più menzionati dopo il 318, è possibile che i Carpi siano stati in gran parte rimossi dalla regione dei Carpazi verso il 318 o, se ne sono rimasti, si mescolarono con altri popoli residenti o immigrarono in Moldavia, come i Sarmati o i Goti.



GLI INSEDIAMENTI

Nel 1976 erano stati identificati 117 insediamenti sedentari, 89 dei quali a ovest del Siret, all'interno dei confini della Dacia definiti da Tolomeo. Vivevano sia in abitazioni di superficie sia in capanne con il pavimento infossato: 
- le abitazioni di superficie, a una sola stanza, erano in argilla e terra battuta, rettangolare o quadrata, tra i 9 e i 30 mq. con un focolare in argilla al centro della stanza.
- le capanne in terra cruda, più numerose, sono invece ovali o tonde. Cremavano i loro morti, ponendo le ceneri dentro le urne. 
Alcune tombe contenevano corredi funerari, ma nessuna arma a parte un unico pugnale. Tra i beni comuni vi sono coltelli, chiavi e fibbie per cinture; specchi, orecchini d'argento, pendenti e perline d'oro.

La cultura sedentaria non emetteva moneta, ma la moneta romana circolò "intensamente" nel loro territorio, come dimostrano  90 ripostigli di monete rinvenuti in Moldavia e circa 100 monete isolate. Ma la circolazione delle monete romane  cessò dopo il 218, dato che non sono stati trovati depositi di monete e solo 7 monete isolate dopo Caracalla (211-218).

Le tombe della cultura nomade sono prevalentemente di inumazione e sono state trovate, nel 1976, in 38 località della Moldavia. Si trovano prevalentemente in pianura, singolarmente o in piccoli gruppi di 2-13 tombe. La grande maggioranza delle tombe della cultura nomade è piatta e contiene sempre corredi funerari, armi e specchi incisi. I sedentari costituivano la maggioranza della popolazione della Moldavia.

FILIPPO L'ARABO

I NEMICI DI ROMA

- 200 - Intorno al 200 iniziarono i grandi spostamenti barbarici forse per la Peste Antonina (165-180), che uccise15-30% degli abitanti dell'impero romano. I Carpi Vengono descritti da Jordanes come "una razza di uomini molto desiderosi di fare la guerra e spesso ostili ai Romani".

- 238 - I Carpi attaccano i romani a sud del Danubio, sotto Gordiano III e i senatori Balbino e Pupieno Massimo, perchè il governatore della Moesia Inferiore, Tullio Menofilo, non vuole versare il sussidio annuale per mantenere la pace. Tuttavia, il governatore riuscì a scacciare i Carpi nel 239.

- 245-247 - sotto Filippo l'Arabo (244-249) i Carpi devastarono la Moesia inferiore. Poichè i governatori non riuscirono a respingere l'invasione, l'imperatore assunse il comando e lanciò il contrattacco ricacciandoli oltre il Danubio. Il corpo principale dei Carpi si rifugiò in una grande roccaforte, dove furono circondati e assediati da Filippo. Gli assediati inscenarono una sortita per distrarre i Romani dall'avvicinarsi dei soccorsi. Ma gli equites Maurorum di Filippo (cavalleria leggera berbera proveniente dal Nord Africa) li intercettarono, costringendo i Carpi a chiedere la pace. Filippo fu acclamato Carpicus Maximus.

- 250-251 - I Carpi parteciparono a una massiccia invasione transdanubiana della Moesia e della Tracia sotto la guida del re goto Kniva limitandosi però al saccheggio: la cattura del maggior numero possibile di schiavi, cavalli, tesori e altri beni da portare nelle loro terre d'origine oltre il Danubio. Nel 250, i Goti si erano spostati a sud, nell'Ucraina occidentale, e compivano frequenti incursioni nell'impero insieme alle tribù locali.

L'orda di Kniva pare comprendesse Goti, Taifali, Vandali, Roxolani, oltre ad alcuni veterani rinnegati dell'esercito romano. Goti e Bastarnae entrarono nella Moesia inferiore, guidata dai due luogotenenti di Kniva. L’assedio di Marcianopoli da parte di una delle colonne di Cniva è respinto, così come l’assedio di Novae, guidato da Cniva stesso. Qui Kniva sarà respinto dal futuro imperatore Treboniano Gallo.
Ancora, quando Kniva punta a sud verso Nicopoli sull’Istro, viene sconfitto in battaglia da Decio, seppur non in modo decisivo.

Il contingente di Carpi contava 3.000 uomini, a fronteggiare l'invasione c'era l'imperatore Decio Traiano, un generale esperto e comandante di Filippo sul fronte danubiano, succeduto al suo patrono dopo che quest'ultimo era stato assassinato da truppe ammutinate nel 249, e Caio Treboniano Gallo, nominato governatore della Moesia Superiore. A Gallo venne affidato il comando delle forze nei forti di frontiera lungo il Danubio, mentre l'imperatore comandava una forza mobile di assalto.

GOTI

Kniva a sorpresa attraversò inosservato le montagne dell'Haemus (Balcani) per entrare in Tracia, in gran parte indifesa. L'imperatore dovette portare il suo esercito in Tracia a marce forzate. A Beroe (Stara Zagora, Bulgaria), Kniva sferrò un attacco a sorpresa all'esercito romano esausto, infliggendogli una grave sconfitta. L'imperatore dovette ritirarsi nella Moesia inferiore e a lasciare che la Tracia al saccheggio dei barbari. L'orda di Kniva assaltò Philippopolis (Plovdiv, Bulgaria) e trascorse l'inverno del 250/251 nella provincia.

Intanto Decio ricostruì il suo esercito nella Moesia inferiore e nel 251, mentre l'esercito barbaro si dirigeva verso il Danubio, carico di un'enorme quantità di bottino, fu intercettato dall'imperatore ad Abrittus, nella Moesia inferiore. In una dura battaglia, il grosso delle forze di Kniva fu sbaragliato. 

L'imperatore guidò quindi i suoi uomini attraverso una palude per attaccare la forza di riserva di Kniva, che custodiva il bottino dei barbari. Ma i Romani si immobilizzarono nel pantano e morirono tutti, compreso l'imperatore e suo figlio, massacrati a lunga distanza dagli arcieri di Kniva o annegati.

Quando la notizia del disastro raggiunse le legioni rimaste sul Danubio, queste proclamarono imperatore il loro comandante Gallo che concluse una pace con i Goti, che permise loro di tornare in patria con il bottino intatto e garantì la ripresa dei sussidi. Ma l'esercito romano fu paralizzato da una devastante pandemia di vaiolo, (251 - 270 circa) peggiore dell'epidemia antonina, che uccise il 15-30% degli abitanti dell'impero. I barbari transdanubiani invasero più volte il territorio imperiale. 


- 252-253 - I Carpi si unirono ai Goti e a due tribù sarmatiche (Urugundi e Borani) devastando la Moesia e la Tracia e le forze romane del basso Danubio non furono in grado di impedirlo. 

Infine, furono intercettati sulla via del ritorno da Emiliano, comandante dell'esercito di Pannonia con un attacco a sorpresa che li sconfisse. 

Inseguirono i barbari nelle loro terre d'origine, recuperando grandi quantità di bottino e liberando migliaia di civili romani che erano stati rapiti. 

Caio Valerio Serapio infatti dedicò un altare ad Apulum (Alba Iulia), nella Dacia romana, come ringraziamento per essere stato liberato dai Carpi[

Emiliano fu acclamato imperatore dalle sue truppe vittoriose e marciò su Roma, dove le forze di Gallo uccisero il loro capo piuttosto che combattere contro l'esercito danubiano. 

Ma solo tre mesi dopo, Emiliano fu a sua volta assassinato dalle stesse truppe che si sottrassero a Valeriano (253-260), comandante delle forze sul Reno, che aveva marciato in Italia per salvare Gallo.

Valeriano fu proclamato imperatore ed elevò il figlio Gallieno (253-268) ad Augusto (co-imperatore). L'impero subì molteplici e massicce invasioni barbariche sul Reno, sul Danubio e in Oriente; almeno 11 generali lanciarono colpi di stato; l'impero fu diviso in tre parti autonome; lo stesso Valeriano fu catturato dai Persiani e morì dopo anni di prigionia.

- 256-257 - I Carpi, con gli stessi alleati del 253, invasero la Moesia, la Tracia e assediarono senza successo Tessalonica in Macedonia. Valeriano e Gallieno sono costretti a lasciare subalterni con forze inadeguate, essendo occupati, il primo contro i Persiani, il secondo sul Reno contro i Germani. Gli Ateniesi ricostruirono le loro mura già demolite da Silla nell'87 a.c.. I barbari vennero sbaragliati dal luogotenente di Gallieno, Aureolo, che portò a Roma molti prigionieri.

- 259-260 - Gli Sciti, compresi i Carpi, si divisero in due eserciti. Uno invase la Grecia e saccheggiarono Atene. L'altro giunse alle mura di Roma, dove il Senato romano armò la popolazione civile per presidiare i bastioni, poiché Gallieno era sul Reno a combattere l'usurpatore Postumo. I Goti passarono allora a devastare tutta l'Italia. Furono infine scacciati dal luogotenente di Gallieno, Macriano, che portò in Italia l'esercito del Reno.

- 256-268 - Altre grandi invasioni "scite" nel 265-266 e nel 267-268, che fu un'invasione marittima nel Mar Egeo, e che devastò la Tracia. Fu fermata dall'imperatore Claudio II Gothicus, che distrusse l'esercito barbaro a Naissus (268). 

Avvenne una ripresa militare dell'impero sotto il ferreo dominio dei cosiddetti "imperatori illirici", un gruppo affiatato di militari di carriera con origini comuni nelle province e nei reggimenti danubiani, che dominarono l'impero per oltre un secolo (268-379). Questi non solo sconfissero le tribù transdanubiane ma reinsediarono le tribù sconfitte nelle province danubiane dell'impero, devastate dalla peste e dalle invasioni barbariche.

AURELIANO

- 272 - L'imperatore Aureliano (270-275) vince i Carpi, e gli viene concesso dal Senato il titolo di Carpicus Maximus. In seguito reinsediò un gran numero di prigionieri carpigiani nei dintorni di Sopiana (Pécs, Ungheria), nella provincia romana della Pannonia.

- 296-305 - nel 296, l'imperatore Diocleziano (284-305) entrò in guerra contro i Carpi, vincendoli in modo schiacciante nel 297. Diocleziano diventa Carpicus Maximus. Nel 298, Diocleziano affidò il comando del basso Danubio al suo Cesare, cioè a Galerio che inflisse ai Carpi altre quattro sconfitte in due anni. 

- 305-311- Dopo essere stato nominato Augusto (imperatore a tutti gli effetti) nel 305, Galerio rivendica per la sesta volta il titolo di Carpicus, in un momento del suo regno.

- 318 - L'imperatore Costantino I il Grande (312-337) è registrato come detentore del titolo di Carpicus Maximus in un'iscrizione di quell'anno. Ognuna di queste acclamazioni probabilmente implicava l'uccisione di almeno 5.000 Carpi (come tradizionalmente richiesto per la concessione di un Trionfo a Roma). Per i Carpi, queste sconfitte furono accompagnate da deportazioni di massa e dal reinsediamento all'interno dell'impero, centinaia di migliaia di deportati. Secondo Victor, che scrive nel 361, l'intero popolo carpigiano rimasto fu trasferito nell'impero.

Dopo la morte di Costantino, la pianura valacca e la Moldavia caddero sotto il dominio del ramo dei Thervingi della nazione gotica, come dimostra l'esistenza di un consistente regno gotico alla metà del IV secolo. La Transilvania sembra essere stata dominata nel IV secolo da un gruppo, probabilmente germanico, i Taifali anche essi sotto tutela gotica.

- 350 - Dopo il 350, questi regni germanici furono sopraffatti dagli Unni, dando luogo alla grande migrazione dei Transdanubiani, guidata dai Goti, attraverso il Danubio, che culminò nel disastro romano della battaglia di Adrianopoli nel 378. I Carpi non sono menzionati da nessuna parte nel dettagliato resoconto di Ammiano di questi eventi epici, suggerendo che chi era rimasto a nord del Danubio aveva probabilmente perso la propria identità.


BIBLIO

- Bichir, Gh. - The History and Archaeology of the Carpi from the 2nd to the 4th centuries AD - 
- Zosimus - Historia Nova - 1976 -
- Halsall, Guy - Barbarian migrations and the Roman West, 376-568 - Cambridge Univ. Press - 2007 -
- Ammianus Marcellinus - Res Gestae -
- Eutropius - Historiae Romanae Breviarium -
- Anonymous - Historia Augusta -
- Ptolemy - Geographia -
- Gibbon, Edward (1792): The history of the decline and fall of the Roman empire


VENNONETI (Nemici di Roma)


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ARCO ONORARIO DI SUSA PER AUGUSTO

I Vennoneti erano un antico popolo alpino stanziato in Valtellina, corrispondente al bacino idrico del fiume Adda a monte del lago di Como, nella regione Lombardia, e nella Svizzera orientale, corrispondente ai cantoni Glarona, Sciaffusa, Appenzello Esterno, Appenzello Interno, San Gallo, Grigioni, Turgovia. Secondo il Lexicon Universale di Johann Jacob Hofmann (1698) il termine "Vennoni" era sinonimo di "Vennoneti".

Grande fautore della conquista del fronte alpino orientale fu Publio Silio Nerva, governatore dell'Illirico, che procedette all'assoggettamento delle valli da Como al Lago di Garda. Intimo amico di Augusto con cui condivideva la passione del gioco, nel 17-16 a.c. fu nominato, probabilmente dallo stesso Augusto extra sortem (senza l'estrazione a sorte), proconsole di Illirico, dove sconfisse e sottomise le tribù alpine ribelli dei Camunni e dei Vennones, e contrastò efficacemente insieme ai suoi luogotenenti un'incursione in Istria dei Pannoni e dei Norici, i quali vennero poi sottomessi.

IN VERDE L'AREA DEI VENNONETI
(INGRANDIBILE)
I Vennonetes vennero però definitivamente sottomessi a Roma, sempre nelle campagne di conquista di Augusto di Rezia e arco alpino, condotte dai suoi generali Druso maggiore (nipote e figlio adottivo di Augusto) e Tiberio (figlio adottivo di Augusto e futuro imperatore) contro i popoli alpini tra il 16 e il 15 a.c. 

Nel 15 a.c. l'azione congiunta di Drudo Maggiore e di Tiberio che avanzarono fino alle sorgenti del Danubio, dove ottennero l'ultima e definitiva vittoria sui Vindelici, permisero ad Augusto di sottomettere le popolazioni dell'arco alpino fino al Danubio, e gli valsero una nuova acclamazione imperatoria, mentre Druso, figliastro prediletto di Augusto, per questa ed altre vittorie, poté più tardi ottenere il trionfo. 

Su una montagna vicino a Monaco, presso l'attuale La Turbie, venne eretto un trofeo delle Alpi.
Infatti il nome dei Vennoneti è ricordato in quarta posizione nel Trofeo delle Alpi ("Tropaeum Alpium"), monumento romano eretto nel 7-6 a.c. per celebrare la sottomissione delle popolazioni alpine e situato presso la città francese di La Turbie:

(LA)
«GENTES ALPINAE DEVICTAE TRVMPILINI · CAMVNNI · VENOSTES · VENNONETES [...].»
(IT)
«Popoli alpini sottomessi: Triumpilini, Camuni, Venosti, Vennoneti [...].»

(Trofeo delle Alpi, Iscrizione frontale)


BIBLIO

- Valerio Lugani - Meravigliosa Italia, enciclopedia delle regioni, volume Trentino Alto Adige - edizioni Aristea -
- Giuseppe Morandini - Trentino-Alto Adige - edizioni UTET - 1971 - 
- Sergio Marazzi - Atlante Orografico delle Alpi - SOIUSA - Pavone Canavese (TO), Priuli & Verlucca editori - 2005 -



CAMUNI (Nemici di Roma)


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INCISIONI RUPESTRI DEI CAMUNI

I Camuni furono un popolo dell'Italia arcaica di lingua preindoeuropea vissuti in Val Camonica, dove si insediarono circa nel 800 a.c., in piena età del ferro. In passato vennero chiamati anche con il nome latino di Camunni, attribuito loro da autori del I secolo, o come gli antichi Camuni, per distinguerli dagli attuali abitanti della val Camonica. 

Essi furono tra i più grandi produttori di arte rupestre in Europa, e sono celebri le loro incisioni rupestri della Val Camonica, costituendone la principale testimonianza culturale. La lingua camuna è considerata preindoeuropea. È possibile che la lingua camuna fosse correlata alla lingua retica. Le testimonianze della lingua parlata dai Camuni sono rappresentate da circa 170 iscrizioni. 

Documentate nel contesto delle incisioni rupestri della Val Camonica, uniche testimonianze epigrafiche del camuno, le iscrizioni in lingua camuna sono redatte in un proprio alfabeto camuno, detto anche alfabeto di Sondrio, variante settentrionale dell'alfabeto etrusco. Le incisioni rupestri si riferiscono per lo più a riti celebrativi, funebri, commemorativi, iniziatici o propiziatori, in genere religiosi e in genere anche laici.


Lo storico greco Strabone (58 a.c.-25 d.c.), sosteneva che i Camuni facessero parte dei popoli retici e li accostava ai Leponzi, i quali, invece, derivavano dalla Cultura di Golasecca, una cultura della prima età del ferro che si sviluppò nell'Italia settentrionale, grosso modo nell'attuale provincia di Brescia, presso le Alpi centrali.

«Ancora oltre, le zone montuose verso oriente e quelle rivolte a sud sono abitate dai Reti e dai Vindolici, che confinano con Helveti e Boei: vivono infatti al di sopra delle loro pianure. I Reti si estendono fino in Italia, nelle zone sovrastanti Verona e Como. Peraltro proprio nelle zone pedemontane da loro occupate viene prodotto il vino retico, che si ritiene per nulla inferiore ai più noti vini d'Italia. Giungono poi fino alle zone in cui scorre il Reno: i Leponti e i Camunni appartengono a questa tribù

(Strabone, Geografia, IV, 6.8)

Lo storico romano Plinio il Vecchio (23-79 d.c.) parlava invece dei Camunni, insieme ai Triumplini della Val Trompia e agli Stoni, come di una delle varie tribù euganee assoggettate dai Romani:

«Voltandoci verso l'Italia, i popoli euganei delle Alpi sotto la giurisdizione romana, dei quali Catone elenca trentaquattro insediamenti. Fra questi i Triumplini, resi schiavi e messi in vendita assieme ai loro campi e, di seguito, i Camuni molti dei quali assegnati ad una città vicina.»
(Plinio il Vecchio, Naturalis historia, III, 133-134)

I Camuni vengono ricordati dalle fonti storiografiche dal I secolo a.c.; delle epoche precedenti, soprattutto di quella corrispondente in Val Camonica all'età del ferro, è giunto fino a noi un vastissimo corpus costituito da centinaia di migliaia di incisioni rupestri, incisioni grazie alle quali tale popolo è tutt'ora famoso. 

IL COSIDDETTO SACERDOTE CHE CORRE
L'endonimo (il nome con cui essi stessi si chiamavano) dei Camuni non è conosciuto. Johann Jacob Hofmann nel suo Lexicon Universale (XVIII secolo) ipotizza una relazione tra la parola "Camuno" e la parola "Camulo", che designava una divinità, e l'attribuisce allo storico Marco Antonio Sabellico e al poeta e umanista Guarino Veronese. 

La vallata venne conquistata dai Romani nel 16 a.c. durante le campagne di conquista condotte da Augusto per la Rezia e l'arco alpino, condotte dai suoi generali Druso maggiore e Tiberio (il futuro imperatore) contro i popoli alpini tra il 16 e il 15 a.c. e i Camuni furono gradatamente inseriti nelle strutture politiche e sociali dell'Impero romano: pur conservando una parte di governo autonomo, con religione autonoma e costumi autonomi

Alla fine del I secolo a.c., ottennero la cittadinanza romana, che portò ben presto, come a tutti i popoli della Gallia Cisalpina, un rapido processo di latinizzazione sia linguistica, che culturale, e di costumi.

Completò la conquista del fronte alpino orientale Publio Silio Nerva che dopo il consolato, nel 19 a.c. fu inviato come legatus Augusti nella recente provincia di Hispania Tarraconensis.

 Nel 17-16 a.c. fu nominato proconsole di Illirico, dove sconfisse e sottomise le tribù alpine ribelli dei Camunni e dei Vennones, divenendo governatore dell'Illirico, dove procedette all'assoggettamento delle valli da Como al Lago di Garda (compresa quindi la Val Camonica), oltre ai Venosti della Val Venosta.

La conquista è celebrata nel Trofeo delle Alpi ("Tropaeum Alpium"), monumento romano eretto nel 7-6 a.c. e situato presso la città francese di La Turbie, che riportava nell'iscrizione frontale il nome dei Camuni tra i popoli alpini sottomessi:

"GENTES ALPINAE DEVICTAE TRVMPILINI · CAMVNNI · VENOSTES... "
"Popoli alpini sottomessi: Triumpilini, Camuni, Venosti... "

I LABIRINTI

I DIRITTI ROMANI

Ai Camuni, in quanto popolazione conquistata dell'arco alpino, venne dato lo status di peregrini, senza i diritti dei cittadini romani. Poi furono annessi alle città più vicine in semi-sudditanza, tramite l'adtributio, che permetteva di mantenere una costituzione tribale, ma la città dominante, probabilmente la Colonia Civica Augusta Brixia, diveniva centro amministrativo, giurisdizionale e fiscale. 

Il loro territorio andava quindi dai confini occidentali della Regio X Venetia et Histria. Dall'adtributio passarono allo ius Latii, e in seguito alla piena cittadinanza (plenum ius), con una specie di apprendistato all'acquisizione di tutti i diritti dei cittadini romani. Un'iscrizione ricorda la Civitas Camunnorum attorno al 23 d.c. con Druso minore, durante il principato di Tiberio. 

In Età flavia i Camuni vennero iscritti alla tribù Quirina, e sono ricordati come Res Publica Camunnorum, ovvero con autonomia amministrativa. I Romani insediarono il centro amministrativo della valle nell'odierna Cividate Camuno, una vera e propria città romana, costruita su cardo e decumano, con terme, teatro, anfiteatro e un foro lungo il fiume Oglio.


Durante il periodo romano, a Breno fu costruito il santuario di Minerva. Le divinità romane non vennero imposte ai Camuni, ma tramite il meccanismo dell'interpretatio si cercò di assimilare il culto precedente con la divinità romana che più gli somigliava. L'iscrizione al Sole Divino, attualmente collocata all'esterno della chiesa parrocchiale di Breno ma di ubicazione originaria ignota, attesta in Val Camonica la presenza di un culto del sole tipicamente orientale, diffusosi in tutto l'Impero romano a partire dal II secolo.

Lasciarono oltre 300 000 incisioni rupestri, inserita nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO nel 1979, quale primo sito italiano. L’Arte rupestre continua ad affascinare per la stupefacente quantità di testimonianze scoperte e per l’arco temporale che percorre, circa 12.000 anni di storia.

Attraversata dal fiume Oglio, che da Ponte di Legno arriva fino al Lago d’Iseo, la Valcamonica (formatasi circa 15.mila anni fa quando si è sciolto il ghiacciaio che l’aveva scavata) si estende per circa 90 km ed è costellata da rocce decorate da incisioni.

I CARRI

Le iscrizioni sono distribuite in ben 180 località, ma si concentrano in particolare in alcune zone. Sono otto quelle attualmente in parchi protetti, ma se ne aggiungeranno sicuramente altre, dato l’impegno degli enti locali per valorizzare il territorio.

Sul sito Unesco della Valcamonica vi sono informazioni su ciascuno degli otto parchi:

Capo di Ponte:
– Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri di Naquane
– Parco Archeologico Nazionale dei Massi di Cemmo
– Parco Archeologico Comunale Seradina-Bedolina

Sellero:
- Parco Comunale Archeologico e Minerario di Sellero.
- Sonico:
- Percorso Pluritematico del Coren delle Fate.

Darfo Boario Terme:
- Parco di Interesse Sovracomunale del Lago Moro Luine e Corni Freschi.

Ceto, Cimbergo e Paspardo:
- Riserva Naturale Incisioni Rupestri di Ceto, Cimbergo, Paspardo. La rosa camuna.

Ossimo:
- Parco Archeologico di Asinino-Anvoia.

LA ROSA CAMUNA

Tra le incisioni più note sono da ricordare la “rosa camuna”, un fiore quadrilobato contrassegnato da coppelle, diventato nel 1975 simbolo della regione Lombardia; gli “astronauti”, detti così per le immagini di persone (forse sacerdoti) danzanti dal capo circondato da un “casco”, che sembrano sospese nel vuoto; il “sacerdote che corre”, figura dal capo ornato di un vistoso copricapo piumato; le immagini di “caccia al cervo“, in cui si gli animali sono raffigurati con lunghe corna ramificate; poi le immagini di pugnali e quelle di divinità.

La lingua camuna, nota soltanto per un centinaio di epigrafi che fanno parte delle trecentomila incisioni della vallata, utilizza simboli simili a quelli etruschi e a quelli retici (dei Reti, popolo delle Alpi centro-orientali tra Italia, Svizzera, Austria e Germania (Wikipedia).

Attorno al V secolo a.c. sono documentati sempre più frequenti contatti tra gli Etruschi, che controllavano gran parte della Pianura Padana, e le popolazioni alpine. Verso il III secolo a.c. giunsero in Italia popolazioni celtiche che, provenendo dalla Gallia transalpina, si stabilirono nella Pianura padana ed entrarono in contatto con la popolazione camuna: lo testimonia la presenza, tra le incisioni rupestri della Val Camonica, di figure di divinità celtiche quali Cernunnos.

SCENE DI CACCIA

VAL CAMONICA ROMANA

La Val Camonica venne assoggettata a Roma durante le campagne di conquista di Augusto di Rezia e dell'arco alpino, condotte dai suoi generali Druso maggiore e Tiberio contro i popoli alpini tra il 16 e il 15 a.c. A completare la conquista del fronte alpino orientale fu Publio Silio Nerva, governatore dell'Illirico, che assoggettò le valli da Como al Lago di Garda (compresa quindi la Val Camonica), oltre ai Venosti della Val Venosta.

« I Camuni e i Vennoni, tribù alpine, scesero in guerra, ma furono conquistate e sottomesse da Publio Silio »
(Cassio Dione Storia romana, XX)

Celebrata nel Trofeo delle Alpi ("Tropaeum Alpium"), monumento romano eretto nel 7-6 a.c. e situato presso la città francese di La Turbie, che riportava nell'iscrizione frontale il nome dei Camuni tra i popoli alpini sottomessi:

« Popoli alpini sottomessi: Triumpilini, Camuni, Venosti... »
(Trofeo delle Alpi, Iscrizione frontale)

Dopo la conquista romana i Camuni furono annessi alle città più vicine in condizione di semi-sudditanza tramite la pratica dell'adtributio, che permetteva di mantenere una propria costituzione tribale mentre la città dominante diveniva centro amministrativo, giurisdizionale e fiscale. Inizialmente fu assegnato loro lo status di peregrinus; in seguito ottennero la cittadinanza romana e in Età flavia furono ascritti alla tribù Quirina, anche se mantennero una certa autonomia amministrativa: è infatti ricordata una Res Publica Camunnorum.



IL SANTUARIO DI MINERVA

Una più intensiva romanizzazione ebbe luogo a partire da Civitas Camunnorum (Cividate Camuno), fondata dai Romani attorno al 23 d.c. con Druso minore, durante il principato di Tiberio; durante il I secolo i Camuni risultano già stabilmente inseriti nelle strutture politico-sociali romane, come attestano le numerose testimonianze di legionari, artigiani e perfino gladiatori di origine camuna in varie aree dell'Impero romano. 

Anche la religione si avviò, attraverso il meccanismo dell'interpretatio, verso un sincretismo con quella romana. Di epoca romana è il santuario di Minerva rinvenuto a Spinera di Breno nel 1986 decorato a mosaici che sorgeva su uno sperone roccioso sulla riva orientale del fiume Oglio, non lontano da Cividate Camuno.

La fine dell'Antichità coincise con l'arrivo presso i Camuni della religione cristiana, per cui a partire dal IV-V secolo si assistette alla distruzione degli antichi luoghi di culto, con l'abbattimento delle statue stele di Ossimo e Cemmo e l'incendio del santuario di Minerva.

L'ANFITEATRO

IL PARCO ARCHEOLOGICO

A Cividate Camuno, già in epoca romana chiamato Civitas Camunnorum, in Lombardia, è stato istituito il Parco Archeologico del Teatro e dell’Anfiteatro, aperto poi dal 2003, un Istituto statale per tutelare, conservare e valorizzare i resti archeologici del quartiere degli edifici da spettacolo nell’antico centro romano di Civitas Camunnorum.

Oltre ai resti romani della città camuna, c'è la bellissima “casa alpina” dei Camuni, che conserva tuttora la porta e altri elementi in legno, conservati grazie a un dramma: l’incendio che, poco prima dell’arrivo dei Romani, distrusse l’abitazione carbonizzando il luogo così come era vissuto, e “salvandone” gli elementi della vita quotidiana.

Il Parco custodisce i resti di un anfiteatro, riportato interamente alla luce nelle strutture perimetrali, e di un teatro, oggi visibile per un terzo del totale. Completano il complesso una serie di strutture e di ambienti di servizio, tra i quali un sacello e delle piccole terme.


BIBLIO

- Cassio Dione - Storia romana -
- Plinio il Vecchio - Naturalis Historia -
- Strabone - Geografia -
- Trofeo delle Alpi -
- Emmanuel Anati - Origini della civiltà camuna - Ed. del Centro Capo di Ponte - Brescia - 1968 -
- Lino Ertani, La Valle Camonica attraverso la storia, Esine, Tipolitografia Valgrigna, 1996.
- F. Fedele - L'uomo, le Alpi, la Valcamonica, 20.000 anni di storia al Castello di Breno - Boario Terme - 1988 -
- Lucia Bellaspiga - Le iscrizioni camune delle rocce - Notizie Archeologiche Bergomensi - 1994 -


PARISII (Nemici di Roma)


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MONETA AUREA DEI PARISII

La città di Parigi, attestata come Lutetiam Oppidum Parisiorum da Cesare (Parisione nel V sec. d.c., Parigi nel 1265), prende il nome dalla tribù gallica. I Parisii si insediarono nel territorio circostante il loro capoluogo (o oppidum) intorno al 250 a.c., come menzionato per la prima volta nei Commentarii de Bello Gallico di Giulio Cesare.

I Parisii (in gallico: Parisioi) erano una tribù gallica che abitava sulle rive della Senna durante l'età del ferro e l'era romana. Sono menzionati come Parisii da Cesare (metà I sec. a.c.), Parísioi (Παρίσιοι; var. Παρήσιοι) da Strabone (inizi I sec. d.c.) e Tolomeo (II sec. d.c.), Parisi da Plinio (metà I sec. d.c.), e come Parisius e Parisios nella Notitia Dignitatum (V sec. d.c.). Un'altra tribù chiamata Parisii è documentata anche in Gran Bretagna.

Il nome etnico Parisii è una forma latinizzata del gallico Parisioi (sing. Parisios). Si trattava di un popolo a livello tribale molto combattivo e coraggioso, ma anche con alcune capacità manuali. Infatti già prima del periodo romano, i Parisii avevano una propria moneta d'oro, come si vede dall'immagine in alto. per il resto i guerrieri avevano facoltà di vita e di morte su mogli e figli finchè non erano in età di combattere.

Secondo i Commentarii de Bello Gallico, quando i Romani sotto Cesare entrarono in questo territorio, i Parisii iniziarono a bruciare le proprie città perché erano disposti a rinunciare a questi possedimenti piuttosto che farli prendere dai Romani.

Ma dopo sei anni di combattimenti, Gaio Giulio Cesare nel 53 a.c. convocò un’assemblea di tutti popoli gallici a Lutezia per stabilire la pace, ma poiché alcuni popoli non aderirono, inviò contro di loro le sue legioni, e al termine della riunione, Cesare poté annunciare che la Gallia centrale era “pacificata”, ovvero sottomessa a Roma. Tra i popoli sottomessi vi erano i Parisii.

ESUS, DIVINITA' GALLICA COLLEGATA AI SACRIFICI UMANI, RINVENUTA A PARIGI

LUTEZIA

Lutezia era un piccolo sobborgo nel territorio occupato dal popolo gallico dei Parisi, chiamata anche Lutetia Parisiorum che sorgeva su un’isola della Senna, collegata alle rive del fiume da due ponti. Ma non è certo che l’agglomerato di epoca gallica si trovasse nell’attuale territorio di Parigi e anzi gli studiosi ipotizzano che Lutezia si trovasse sulla riva sinistra della Senna nell’attuale Nanterre, una località a circa undici Km dal centro di Parigi.

Nel 52 a.c., durante le guerre galliche, l’abitato celtico fu distrutto dai romani e ricostruito su un’isola della Senna; il nucleo urbano principale fu poi sviluppato sulla collina di Sainte-Geneviève, poiché la parte a nord della Senna era esposta a inondazioni. Questa zona della città rimase, infatti, quasi disabitata nell’alto impero, a differenza dell’insediamento meridionale, dove sono localizzati gli edifici pubblici romani.



CESARE VINCE I PARISII

Nel 52 a.c, di concerto con i Suessiones, i Parisii parteciparono all'insurrezione generale di Vercingetorige contro Giulio Cesare.  Molti popoli si erano infatti ribellati contro i romani, compresi i Parisii, che si erano uniti alla coalizione dei popoli gallici, ma Cesare costrinse Vercingetorige a cercare protezione ad Alesia, nel territorio dei Mandubii.

PILASTRO PARISIO
Nel frattempo l’oppidum gallico di Lutezia era stato incendiato dagli stessi Parisii, che successivamente affrontarono i romani in campo aperto; la battaglia però fu vinta dai romani. 

I Parisii continuarono la lotta contro l’esercito oppressore inviando truppe in soccorso alla città di Alesia, assediata da Cesare, durante il quale le popolazioni galliche estromisero da Alesia tutte le donne e i bambini per risparmiare cibo e acqua, lasciandoli morire di fame e di sete con una morte orribile.

Ma dopo un estenuante combattimento le truppe romane vinsero e Vercingetorige, vista la disfatta, si arrese e con lui anche i Parisii che avevano fatto morire mogli madri e figli ma si arresero per non essere uccisi in battaglia.

Perfino Vercingetorige si lasciò condurre prigioniero a Roma, segnando la sua fine e quella della indipendenza delle Gallie.

Le ricerche archeologiche svolte negli ultimi decenni a Parigi hanno mostrato che le più antiche costruzioni urbane della città gallo-romana sono state erette almeno cinquant’anni dopo la distruzione nel 52 a.c. dell’oppidum dei parisi. 

All’indomani della presa di Lutezia ci furono le guerre civili tra Cesare e Pompeo e tra Augusto e Marco Antonio che portarono alla fine della repubblica.

Alcuni ritrovamenti archeologici sulla collina di Sainte-Geneviève fanno pensare che lì si stabilì un gruppo di militari gallici al servizio di Roma, per mantenere la vigilanza sui parisi, ostili al governo straniero. 

La situazione cambiò con Marco Vipsanio Agrippa, genero e braccio destro di Augusto, eletto pretore e governatore in Gallia, creò e organizzò una rete di strade che collegarono una serie di città di nuova costruzione, come Lugdunum (Lione), Augustodunum (Autun) e la stessa Lutezia.
La ‘‘rifondazione’’ di Augusto

Dall'analisi degli strati più profondi del terreno, la fondazione di Lutezia può essere datata alla fine dell’epoca augustea; dalla fine del I secolo il tessuto urbano s’infittì e le abitazioni furono costruite in muratura. 

Alcune di esse erano scaldate mediante ipocausti e fornite di bagni privati. Il centro della città di Lutezia era rappresentato dal foro, che comprendeva uno spazio pubblico con portici colonnati e includeva anche negozi, quasi tutti della stessa dimensione e costruiti su più piani, che non avevano accesso diretto al foro.

Al culmine del suo splendore, nel II secolo d.c., Lutezia occupava una superficie inferiore ai cento ettari e ospitava circa 10mila abitanti, però l’augustea città dei parisi si distingueva per le costruzioni pubbliche e maestose, e a Lutezia erano presenti un foro, un anfiteatro, delle terme e dei templi.

Lutezia, ovvero Parigi, conserva in particolare due di queste magnifiche opere architettoniche: la prima è l’anfiteatro, conosciuto come l’arena di Lutezia, una costruzione gallo-romana destinata a diversi spettacoli, dallo svolgimento dei ludi gladiatorii alle venationes (caccia e uccisione di animali selvatici) ma pure di rappresentazioni teatrali.

Costruito all’esterno delle mura, si crede che contenesse oltre 15mila spettatori: è uno dei monumenti più grandi di Parigi risalente all’epoca romana. Il secondo edificio di notevole importanza è rappresentato dalle imponenti terme di Cluny, uno dei tre bagni pubblici che la città ancora oggi conserva di epoca augustea.

A Lutezia, l’élite dominante era formata da un importante gruppo di galli romanizzati, soprattutto dai commercianti fluviali, i cosiddetti "nautae parisiaci" (navigatori parigini). Il commercio portò alla creazione di corporazioni che impiegavano manodopera per il trasporto delle merci e per le altre attività collaterali.
 
RIPRODUZIONE DELL'ANFITEATRO DI LUTEZIA

DA LUTEZIA A PARIGI

Alla crisi dell’impero romano, Lutezia, come tutte le città della Gallia, subì un progressivo abbandono: i cittadini notabili lasciarono gli incarichi pubblici e i monumenti decaddero perdendo la propria funzione e importanza. Le strade non furono più conservate e riparate e le condizioni di vita della popolazione divennero sempre più precarie.

A partire dalla seconda metà del III secolo, all’epoca delle invasioni della Gallia da parte dei popoli barbari, i principali edifici cittadini furono circondati da mura e per la costruzione delle sue fondamenta furono utilizzati grossi blocchi di pietra provenienti dagli edifici dell’antica città, principalmente dall’anfiteatro.

Un tempo parte dell'Impero Romano, il Parisii oppidum divenne in seguito il sito di Lutetia, un'importante città nella provincia romana della Gallia Lugdunensis, e infine l'odierna città di Parigi, il cui nome deriva dal nome della tribù. Nell'area esisteva un'antica rotta commerciale tra la Germania e la Hispania, attraverso l'incontro dei fiumi Oise e Marna con la Senna.



IL TESORO DI PUTEAUX

Il Tesoro di Puteaux, è costituito da una collezione di monete galliche scoperte per caso nel novembre del 1950 a Puteaux, un comune situato sulla riva sinistra della Senna, ovvero nell'Hauts-de-Seine, in Francia. di cui la maggior parte delle monete, in prezioso metallo aureo, proviene dalle tribù dei Parisii.

Le monete furono scoperte nel dipartimento della regione dell' "Île-de-France", nella Francia settentrionale, a 8.7 chilometri dal centro di Parigi, ed emersero mentre erano in corso i lavori per allargare una strada a Puteaux. Alcuni operai scoprirono un contenitore con molte monete d'oro, del peso di circa 800 grammi. Le circostanze esatte della scoperta rimangono imprecise secondo il Dipartimento di monete e medaglie in Francia e viene da chiedersi la ragione di tanta segretezza.

La maggior parte del tipo con la testa stilizzata di Apollo, un altro del tipo a croce globulata, questo insieme costituisce il maggior numero di stateri Parisii scoperti contemporaneamente e consente di avanzare nello studio di questo tipo di pezzo considerato il più raro e il più prestigioso della numismatica gallica.

La collezione è composta da 120 monete, la maggior parte delle quali sono statere galliche e raffigurano la testa di Apollo, ognuna del diametro di 2 cm., datate dal 100 al 50 a.c., tutte in oro massiccio. Questo ritrovamento è il maggior numero di monete Parisii scoperte contemporaneamente e fa luce sulla storia dell'argomento. 

Ci si chiede come mai in Francia, un paese che tutela fortemente i propri (e gli altrui) tesori artistici e archeologici non abbia messo un veto. come è nel suo diritto, alla vendita di detto tesoro, tra l'altro pagatissimo, per poi ricomprarlo a un prezzo necessariamente esorbitante.

Infatti le monete furono infine messe all'asta e i loro prezzi raggiunsero i record pagati per le monete galliche. ma comunque la collezione fu riacquistata dal Museo Carnavalet, che ospita ed illustra la Storia di Parigi  dalle origini della città ai giorni nostri. 

Situato nel quartiere Marais, al 23 di rue de Sévigné a Parigi, il museo presenta collezioni su vari temi: ricordi della Rivoluzione francese, dipinti storici, sculture, bassorilievi, soprammobili, mobili, bronzi, monete, medaglie e decorazioni del XVII e XVIII secolo, oltre ad oggetti d'arte, gioielli, pietre e stampe.


BIBLIO

- Giulio Cesare - Commentarii de Bello Gallico -
- Strabone - Geōgraphiká, 4:3:5;
- Claudius Ptolemaeus - Geōgraphikḕ Hyphḗgēsis -
- Plinio il Vecchio - Naturalis Historia, 4:107.
- Notitia Dignitatum -
- H. Sauval - Histoire et recherches des antiquités de la ville de Paris - C. Moette - 1724 - 2017 -
- Ernest Nègre - Toponymie générale de la France - Librairie Droz - 1990 -


MESSAPI (Nemici di Roma)


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CAVALIERE MESSAPICO

I Messapi (greco: Μεσσάπιοι, Messápioi; latino: Messapii) erano una tribù iapigia (popolazione indoeuropea di probabile provenienza illirica) che anticamente occupava il Salento (o penisola salentina). Le altre due tribù Iapigie, i Peucezi e i Dauni, erano stanziati rispettivamente nel centro e nel nord della Puglia. 

Le tre tribù avevano un comune idioma, il messapico, che si diffuse a partire dal VII secolo a.c.. Anticamente il territorio dei Messapi, la Messapia, si estendeva da Leuca a sud-est fino a Ceglie e ad Egnazia a nord-ovest, ricoprendo gran parte della penisola salentina.

Quasi tutte le città messapiche erano costruite su luogo elevato, cinte da una o più cerchie di mura a blocchi, regolarmente squadrati, in genere di metri 1,30x0,60 ognuno. Non vi è certezza sulla "dodecapoli", organizzazione politico-militare dei dodici centri messapici più importanti, anche se Strabone scrive dell'esistenza nella regione di tredici città-stato.

Secondo Strabone, i nomi Iapigi, Dauni, Peucezi e Messapi erano adoperati esclusivamente dai greci e non dai nativi, che invece dividevano il Salento in due parti:
- uno meridionale e ionico, il territorio dei Salentinoi (Σαλεντῖνοι in greco, Sallentini in latino), che si estendeva da Otranto a Leuca e da Leuca a Manduria; 
- una settentrionale affacciata sull'Adriatico apparteneva invece ai Kalabroi (in greco Καλαβρούς, in latino Calabri), e andava da Otranto a Egnazia comprendendo l'entroterra.

Con la riforma augustea delle regioni, le denominazioni Daunia e Peucezia spariscono e diventano Apulia, mentre la Calabria (Salento) continua ad avere una denominazione propria. 

Strabone (60 a.c.-24 d.c.) narra che al suo tempo erano equivalenti i nomi Messapia, Iapygia, Sallentina o Calabria per designare il Salento, mentre per Apulia si intendevano i territori dell'attuale Puglia centro-settentrionale. Augusto divise l'Italia in regioni istituendo così la regio II Apulia et Calabria che comprendeva, oltre all'Apulia e alla penisola salentina, anche la colonia beneventana e il Sannio irpino; da allora, il toponimo Messapia scomparve.

ZEUS DI UGENTO

LE ORIGINI

La civiltà messapica risale all'VIII secolo a.c.., come attestano le fonti magno-greche, che ne citano il pericoloso insediamento nei dintorni della colonia di Taras (Taranto) intorno al V secolo a.c.. L'origine dei Messapi è è da accreditarsi nei flussi migratori illirici o egeo-anatolici giunti in Puglia intorno al IX secolo a.c.. L'ipotesi illirica è la più accreditata. 

Oppure i Messapi sono una fusione tra Cretesi, giunti in Italia nel 3300 a.c e gli Illiri li avrebbero conquistati secoli dopo. L'origine cretese si fondava su un passo di Erodoto sugli iapigi:

«Si racconta, infatti, che Minosse, giunto in Sicania (che ora si chiama Sicilia) alla ricerca di Dedalo, vi perì di morte violenta. Passato un po' di tempo, per incitamento d'un dio, tutti i Cretesi, in massa, eccetto quelli di Policne e di Preso, venuti con una grande flotta in Sicania, avrebbero assediato per 5 anni la città di Camico, che, ai tempi miei, era abitata da Agrigentini. 
Alla fine, non riuscendo a conquistarla, né a lottare con la fame, se ne sarebbero andati abbandonando il campo. Quando, durante la navigazione, si trovavano presso la costa Iapigia, una violenta tempesta li avrebbe sorpresi e sbattuti contro terra: sicché, essendosi spezzate le navi, e non vedendosi più modo di ritornare a Creta, fondata in quel luogo la città di Iria, ivi rimasero e divennero Iapigi-Messapi, invece di Cretesi e continentali, da isolani che erano. 

REGIONI IN EPOCA AUGUSTEA
(INGRANDIBILE)
Da Iria, dicono, fondarono le altre colonie, che i Tarentini molto tempo dopo tentarono di distruggere, ma subirono una sconfitta così terribile, che si ebbe il più grave massacro di Greci che conosciamo; non soltanto di Tarentini, ma anche di cittadini di Reggio: di questi ultimi, venuti a dare aiuto ai Tarentini costretti da Micito figlio di Chero, ne morirono 3000; le perdite, poi, dei Tarentini non si contavano nemmeno. 
Micito, che era della casa di Anassilao, era stato da lui lasciato come reggente di Reggio ed è lo stesso che, scacciato da Reggio e stabilitosi a Tegea nell'Arcadia, consacrò in Olimpia le numerose statue, che tutti conoscono
(Erodoto - VII, 170)

Ma si pensa pure al mescolamento tra i coloni cretesi e gli indigeni locali. Marco Terenzio Varrone (116 a.c. – 27 a.c.) narra che il re Idomeneo, cacciato da Creta da una sommossa civile, si fosse rifugiato col suo esercito nel regno illirico di re Divitio. Da qui, unitosi a un ulteriore esercito generosamente offerto dal monarca illirico, a cui si aggiunse una nutrita schiera di profughi locresi, salpò alla volta del Salento e vi si stabilì, dislocando il suo esercito in dodici città, dando vita alla dodecapoli messapica. 

I profughi cretesi, illiri e locresi guidati da re Idomeneo, si sarebbero infine riconosciuti come "Salentini". I ritrovamenti più antichi sono pervenuti da alcune grotte vicine a Otranto e Roca; i primi insediamenti nelle città a Oria, Cavallino, Vaste e Muro Leccese, databili all'VIII secolo a.c..

Intorno al VII-VI secolo a.c. si passa da capanne con zoccolo in pietre irregolari, alzato in mattoni crudi e copertura a rami intrecciati, a costruzioni con più ambienti, di forma quadrangolare, con muretti a secco e mattoni e copertura a tegole.

FORNIEDDU - CASA MESSAPICA

LE CITTA' MESSAPICHE

- Alezio - Fondata dai Messapi o da popolazioni dauno-japige a cui è possibile si siano sovrapposte popolazioni di origine greca, fra l'VIII e il VII sec. a.c. I corredi della necropoli sono nel Museo Palazzo Tafuri. Il parco archeologico espone diverse tipologie di tombe tra VI e II secolo a.c. tra cui una cassa di 20 lastroni di pietra calcarenitica.
- Alytia (Alezio) - IV- III secolo a.c. con mura messapiche che racchiudono 64 ettari di abitato.
Bastae (Vaste) - comune Poggiardo prov. di Lecce, fondata nel 600 a.c..
- Brention/Brentesion (Brindisi) - sulla collinetta sulla prominenza ovest del porto interno, (VIII secolo a.c.). Nel VI sec. venne difesa da muraal cui esterno sorgevano le metropoli. I reperti sono esposti nel museo archeologico provinciale Francesco Ribezzo di Brindisi.
- Carovigno - sulla collina sovrastante l'attuale territorio del comune di Carovigno sorgeva la città di Carbina. I reperti archeologici sono esposti nei musei di Egnazia, Brindisi e Taranto. Una prima cinta muraria circondava la città alta, altre due alla base della collina includevano la necropoli. Tracce della seconda cinta sono visibili presso l'attuale cimitero.
Castro - Alla base della cittadella fortificata, con vista sulla costa sud-est del Salento, si trovano parti delle antiche mura messapiche su cui è stato costruito il castello aragonese.
- Cavallino - non si hanno notizie certe del nome antico, ha un'estensione della cinta muraria di 3100 m per un'area di 69 ettari in cui è stato creato un museo diffuso, di circa 30 ettari, con numerosi resti degli antichi Messapi.
Gnathia (Egnazia) - posta al confine con la Peucezia, era una citta-stato cinta da mura.

MURA MESSAPICHE DI CASTRO

Hyretum/Veretum (Vereto) - su una collina vicina a Leuca, mura in parte visibili di oltre 4 km, nel suo territorio l'attuale Leuca e la baia di San Gregorio dove, a pochi metri di profondità, si scorgono in mare le strutture dell'antico porto ed una scalinata con vicino un pozzo di acqua dolce. 
- Hodrum/Idruntum (Otranto) - nel 1995 sono state scoperte le mura e una porta della città.
-  Kaìlia (Ceglie Messapica) - Sono visibili in loco tratti della cinta muraria messapica. Tutti i reperti sono esposti nel locale museo archeologico. capitale militare.
Karpene/Carbina/Carbinia (Carovigno) - prov. di Brindisi in Puglia, sono messapiche le antiche mura. l'acropoli e il molteplice materiale archeologico. 
- Mandyrion (Manduria) - È il sito meglio conservato con tre cerchie murarie, la più esterna di 3382 m,fossato ed una estesa necropoli di circa 2500 sepolture. Tutta l'area interessata è oggi il parco archeologico delle Mura messapiche.
- Mesagne/Latiano (Muro Tenente) - L'insediamento messapico di 50 ettari ha una cinta muraria lunga 2700 metri, ancora in gran parte conservata sotto erra e rovi. Sembra identificabile con Mesagne, centro messapico VI - III sec. a.c.. Attualmente l'area è oggetto alla costituzione del parco archeologico di Muro Tenente (per un'area di circa 30 ettari), gestito dalla Vrije Universiteit Amsterdam, in collaborazione con il Mibact, l'università del Salento, il comune di Mesagne e il comune di Latiano.
- Μioς/Mios (Muro Leccese) - prov. di Lecce in Puglia, dall'VIII sec. a.c., fu messapica con case allineate lungo le strade, con cinta muraria di 4 km, a blocchi squadrati, per un'area di oltre 100 ettari.
- Muro Leccese - I ruderi delle antiche mura, in parte ancora visibili, racchiudono un territorio fortificato di circa 100 ettari. Numerosi reperti sono esposti nel museo diffuso di Borgo Terra nella piazza centrale del paese e nel museo archeologico di Lecce.
- Neriton (Nardò) - l'abitato risale al VII secolo a.c. con un insediamento messapico.
- Orra (Oria) - i reperti archeologici sono conservati presso il Centro di documentazione messapica, a palazzo Martini nel centro storico del comune. Sono inoltre presenti i resti delle necropoli visitabile nei siti archeologici in piazza cattedrale, piazza Lorch, parco Montalbano e nell'area Pasculli. Non è accessibile il tempio dedicato a Demetra Persefone.
- Ozan (Ugento) -  Le antiche mura racchiudono un'area di oltre 100 ettari. Nel locale museo archeologico molti reperti e la ricostruzione della Tomba dell'Atleta, rinvenuta nei lavori di ampliamento di un'abitazione il 13 luglio 1970, nei pressi della via Salentina con oltre 12 vasi integri.
Pezza Petrosa - territorio del comune di Villa Castelli (BR), presso la strada provinciale per Grottaglie, con resti di una necropoli e un phrourion, avamposto militare greco del IV - I secolo a.c..
Roca Vecchia - Le tracce relative all'età messapica (IV-III secolo a.c.) sono una cinta muraria forse a difesa di un santuario (ma non completata) e diverse tombe. Corredi funerari ed iscrizioni sono visibili presso il museo archeologico di Lecce.

Rudiae - area di influenza della colonia spartana di Taranto, identificata nei resti archeologici nel comune di Lecce, lungo la strada per San Pietro in Lama dove sono visibili le tracce di un anfiteatro e di due cinte murarie in blocchi di pietra calcarenitica (tufo), in un'area di circa 100 ettari. Tutti i corredi funerari e le iscrizioni sono esposti nel museo archeologico di Lecce.
- San Pancrazio Salentino - I primi insediamenti messapici avvennero nella zona di Muro Maurizio, fra Mesagne e San Pancrazio, e in contrada Li Castelli, a 1,5 km a est dal paese dove sono emersi resti di un villaggio di capanne dell'VIII - VII sec. a.c., sostituite nel VI sec. a.c. da abitazioni più complesse. Alla fine del IV sec. a.c., nacque un notevole centro fortificato, abbandonato verso la fine del I sec. d.c., fino all'arrivo dei Romani, che ne fecero un avamposto militare.
- Sturnium (Ostuni) - scavi nel foro Boario, prospiciente le mura medievali, hanno rinvenuto tombe del IV – II secolo a.c., che documentano un centro abitato.
- Soletum (Soleto) - nella Grecia salentina, prov. di Lecce. Oltre a ceramiche messapiche di produzione locale e asce in bronzo sono visibili presso il museo archeologico nazionale di Taranto ricchi corredi funerari e la famosa mappa di Soleto con indicati i nomi (prime lettere) di gran parte delle città Messapiche del V secolo a.c. Visibili alcuni tratti della doppia cinta di mura messapiche ed abitazioni.
- Francavilla Fontana - nel salentino settentrionale (BR). Iniziò a svilupparsi in periodo messapico, anche se all'epoca si trattava di una serie di fattorie. Alcuni studiosi ipotizzano che nei pressi della città odierna possa essersi sviluppata l'antica Rudiae, patria di Quinto Ennio. Nel periodo romano manteneva ancora la forma di piccoli abitati sparsi, i vicus, intorno al centro principale di Oria.
- Valesium (Valesio) - Le mura erano lunghe 3430 metri per un'area di 84 ettari. Presso il museo archeologico prov. Francesco Ribezzo di Brindisi, c'è la Sala Valesio con corredi tombali e vasi apuli e di Gnathia, iscrizioni funerarie, pesi da telaio, monete, vasi in bronzo, in ceramica e a vernice nera.
- Vaste - Uno dei siti più studiati con mura di 3350 m e un'area di 77 ettari. Su 20 ettari è stato istituito il parco dei Guerrieri con una ricostruzione realistica delle capanne messapiche.
- Veglie - sorge nella parte nord-occidentale della provincia leccese, i diversi reperti archeologici, come la tomba del IV-III secolo a.c. il cui corredo funerario è esposto presso il Museo archeologico provinciale Sigismondo Castromediano di Lecce, testimoniano la frequentazione del territorio già in epoca messapica.

BALZO BRONZEO - CAVALIERE ILLIRICO - VACE SLOVENIA 400 a.c.

MAPPA DI SOLETO

La "Mappa di Soleto", ritrovata nell'omonimo centro salentino, sarebbe secondo alcuni autentica e di epoca messapica, secondo altri sarebbe un falso. La mappa identifica attraverso le prime lettere le posizioni delle diverse città messapiche e per la sua costruzione così semplice sembrerebbe autentica.

La datazione col metodo del carbonio 14 ha confermato che la ceramica è del V secolo a.c.. Si attende ancora una conferma dal laboratorio di Sydney per la datazione del graffito. Nella prima ipotesi, si tratterebbe della più antica rappresentazione cartografica occidentale finora scoperta.



LE VIE

Le strade che collegavano le città più importanti da nord a sud e da est a ovest, furono poi utilizzate e migliorate dai Romani come la direttrice Manduria - Oria - Brindisi che divenne parte della Via Appia. Un'altra strada collegava Brindisi a Lecce venne chiamata dai Romani Via Traiana Calabra. La strada costiera da Manduria a Otranto venne chiamata Via Augusta Sallentina

I FORNIEDDU, LE CASE MESSAPICHE DEL SALENTO

V - IV SEC. a.c. - PERIODO CLASSICO - LE GUERRE CON TARANTO

Dal V secolo a.c. in poi i Messapi costituiscono un'associazione di città-stato in funzione difensiva, che potrebbero corrispondere alle tredici città del territorio di cui parla Strabone, che funzionavano però solo per il periodo di una guerra, contro gli Italioti o al fianco degli Italioti: 

- l'alleanza intorno al 473 a.c. contro Taranto e Reggio. Erodoto narra così lo sterminio di Tarentini e Reggini: «fu questa la più grande strage di Greci e Reggini che noi conosciamo, che dei Reggini morirono 3000 soldati e dei Tarantini non si poté nemmeno contare il numero

- Ne seguì la riscossa di Taranto, come documentato dal donario tarantino, opera di Agelada di Argo, che mostrava cavalli e donne messapiche prigioniere.

- Tucidide riferisce di un aiuto offerto nel 413 a.c. dai Messapi ad Atene, nella guerra del Peloponneso contro Siracusa. I generali ateniesi Demostene ed Eurimedonte traversarono il mar Ionio e approdarono alle isole Cheradi, per imbarcare 150 lanciatori di giavellotto messapi forniti in nome di un antico trattato di amicizia tra Messapi e Ateniesi.



IV III SEC. a.c. PERIODO ELLENISTICO - ESPANSIONE E DOPPIA CINTA MURARIA

- Un'alleanza tra Messapi e Lucani nel 356 a.c. portò alla conquista di Eraclea e Metaponto e all'intervento in aiuto di Taranto da parte del re di Sparta che troverà la morte in battaglia proprio sotto le mura della città messapica di Manduria nel 338 a.c..

- Tra il 333 a.c. ed il 330 a.c., il re epirota Alessandro il Molosso, chiamato dai Tarantini, vinse i Messapi; ma alla morte di Molosso le alleanze si rovesciarono e i Messapi si allearono prima con Taranto e Cleonimo di Sparta (304 a.c. circa) in funzione antilucana ed antiromana:
«Inoltre Alessandro, re di Epiro, invitato in Italia dai Tarantini che invocavano il suo auto contro i Bruzzi, era partito con così grandi ambizioni, come se nella spartizione del mondo, ad Alessandro, figlio di sua sorella Olimpiade, fosse toccato in sorte l'oriente e a sé l'occidente; era convinto, infatti, che avrebbe avuto occasione non minore di imprese, in Italia e in Africa e in Sicilia, di quanto la sorte ne riservava a suo nipote in Asia e in Persia.»

- poi con Agatocle di Siracusa ed infine con Pirro, al cui fianco combatterono nel 279 a.c. nella battaglia di Ascoli di Puglia contro Roma e poi con Taranto. Proprio la guerra secolare tra i Messapi e Taranto avrebbe più tardi in parte favorito la conquista romana della stessa Taranto prima e dell'intero Salento poi, conclusasi intorno al 260 a.c..

SANTUARIO DI MONTE PAPALUCIO

I SANTUARI MESSAPICI

Il santuario messapico di Monte Papalucio sorge sull'omonimo monte nel territorio di Oria in provincia di Brindisi, ad est dell'attuale centro cittadino, ed è situato in una grotta dove si adoravano le divinità Demetra e Persefone.  In basso erano presenti alcune fattorie.

Il santuario si trovava lungo le pendici orientali della collina odierna di Monte Papalucio con vari terrazzamenti dell'epoca. La grotta adibita al culto ha dimensioni modeste, ma era uno dei più importanti dell'intera Messapia, insieme a quello di Grotta Porcinara di Leuca. 

La frequentazione del santuario è attestabile dal VI sec. fino all'età romana, evidentemente le divinità operavano miracoli o almeno così si riteneva, ma fu importante anche in ambito magno-greco, come testimonia il rinvenimento di monete e ceramica anche pregiata.

I depositi votivi trovati in prossimità della grotta e nella grotta erano di diversi materiali e fatture, centinaia di vasi miniaturistici di ottima fattura, più vasi attici a figure nere del V secolo a.c., ceramica corinzia del VI sec., ceramica proveniente da Taranto e dalla Magna Grecia, o figurine che raffigurano divinità o i due animali che qui erano sacrificati: piccoli maiali e colombi.

Oltre alla ceramica sono state rinvenute molte monete da diverse città della Magna Grecia, da Metaponto, Crotone, Sibari, Taranto. Poi ci sono i resti vegetali soprattutto semi di melograno combusti, riferiti al mito di Proserpina, e resti animali di maialini come ossa combuste connessi anch'essi con il culto della fertilità.

Festo riferisce che i Messapi consacravano un cavallo a Giove gettandolo vivo nel fuoco, che possiamo solo ricondurre alla grande importanza che il cavallo aveva per i Messapi e per le popolazioni italiche in genere. La paura della divinità punitrice spingeva ad immolare ciò che contava di più.



L'ECONOMIA MESSAPICA

SANTUARIO MESSAPICO
I Messapi coltivarono l'ulivo, il grano, la vite, i peri, ortaggi e legumi; ma era fiorente la pastorizia e l'allevamento di bovini, equini, suini, ovini. L'artigianato si basava soprattutto su prodotti di ceramica, terracotta e bronzo, fra cui gli specchi prodotti preso Brindisi, il vaso detto "trozzella" con le decorazioni sulle anse a forma di rotella.

Lo Zeus di Ugento è la statua ritrovata nel 1961, di chiaro influso greco, del 530 a.c., espressione dell'arte tarantina, forse si tratta delloZeus Kataibates, il Dio protettore degli Iapigi che secondo la tradizione aveva folgorato i Tarantini che avevano commesso empietà durante la presa di Carbina (Carovigno). Oggi si trova presso il Museo Archeologico Nazionale di Taranto ed una copia in quello di Ugento.



OLPE BRONZEO CON TESORO DI BASTA

Rinvenuto a Basta (Vaste) in Fondo Sant'Antonio conteneva un tesoretto di 150 stateri di argento delle zecche di Tarentum, Heraklea e Thurium databile al III secolo a.c. Appartenuto, probabilmente, al capo dell'antica Basta, è attualmente custodito presso il locale Museo, ubicato nell'antico Palazzo Baronale nel centro storico di Vaste.



LE NECROPOLI

Le tombe messapiche sono di tre tipologie:

a) a fossa (scavate direttamente nella pietra tenera e coperte da un lastrone);
b) a semicamera;
c) a camera.

Le tombe a camera messapiche (IV-II secolo a.c.), appartengono al ceto aristocratico, hanno un dromos, a cui si accede da una scala intagliata nella roccia, ed una camera funeraria completamente affrescata la cui porta di accesso è chiusa da battenti monolitici a volte accostati, in altri ruotanti su cardini. Gli affreschi riproducono gli elementi decorativi che erano presenti nelle abitazioni (lastre marmoree, elementi vegetali, festoni, o anche la travatura lignea presente sul soffitto). Sono visitabili nel parco archeologico di Egnazia.

Nelle tombe maschili troviamo: il 'banchetto', o meglio il consumo del vino, la palestra (e l'igiene mediante lo strigile) e la guerra (punte di lance, cinturoni, elmi e sperone). Nelle tombe femminili troviamo: la trozzella, i gioielli, balsamari e pesi da telaio.

TROZZELLA

LA TROZZELLA

La trozzella era un vaso ovoidale più o meno rastremato al piede, con alte anse nastriformi che terminano con quattro rotelline, due in alto e due all'attacco col ventre. Solitamente prodotta nella tipica argilla chiara locale, veniva spesso decorata con pittura bruno-rossastra o rosso-nerastra.

Per entrambi i sessi le lekanai e i piattelli, per le offerte di cibo per il viaggio nell'"aldilà", le lucerne, atte forse a illuminare il cammino ed una moneta, secondo l'uso greco, per pagare il passaggio all'aldilà.


BIBLIO

- Pasquale Maggiulli - Sull'origine dei Messapi - Lecce - 1934 -
- Domenico Mustilli, Le città della Messapia ricordate da Strabone, in Atti del 17. congresso geografico italiano, 1957 -
Giovanni Uggeri - La viabilità preromana della Messapia - in "Ricerche e studi" Museo Archeologico Provinciale "F. Ribezzo" Brindisi - 1975 -
- Francesco D'Andria - Messapi e Peuceti, in Italia omnium terrarum alumna, Milano 1988 -
- Cesare Daquino, I Messapi. Il Salento prima di Roma, Lecce 1999 (2006) -
Luigi Maggiulli e Sigismondo Castromediano, Le iscrizioni messapiche, Lecce 1871.
- V. Melissano - Monte Papalucio - Archeologia dei Messapi - a cura di F.D'Andria - Bari - 1990 -
- Giovanna Delli Ponti, I bronzi del Museo Provinciale di Lecce, Lecce 1973.
- E. M. De Juliis, F. Galeandro, P. Palmentola - La ceramica geometrica della Messapia - Bari - 2006 -


 

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