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HORREA PIPERATICA O PIPERATARIA


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LA VIA SACRA DOVE SORGEVA L'HORREA PIPERATICA
L'horreum (plurale: horrea) era un magazzino pubblico utilizzato  per conservare molti tipi di derrate; le enormi Horrea Galbae a Roma conservavano non solo il grano ma anche olio d'oliva, vino, prodotti alimentari, abbigliamento e persino marmo. Nel periodo imperiale, Roma aveva quasi 300 horrea, alcuni dei quali mastodontici.

Gli Horrea Galbae contenevano 140 stanze già al piano terra, coprendo un'area di circa 21.000 m². Quando morì l'imperatore Settimio Severo, nel 211 d.c., aveva lasciato l'horrea della città rifornito di cibo sufficiente alla popolazione per sette anni. Gli horrea più piccoli ma simili erano sparsi in tutto l'impero.

I primi horrea vennero costruiti a Roma verso la fine del II secolo a.c. con la costruzione del primo horreum pubblico conosciuto da parte dello sfortunato tribuno Gaius Gracchus nel 123 a.c. e riguardava qualsiasi luogo designato per la conservazione dei beni, e le rovine del grande granaio (horrea populi Romani) da lui costruito furono viste fino al XVI secolo tra l'Aventino e il Monte Testaceo. (Appiano, de Bell. Civ. I.21; Plut. C. Gracch. 5; Liv. Epit. 60; Vell. Pat. II.6; Cic. pro Sext. 24.)

RESTI DELL'HORREA
Questi locali venivano spesso riferiti alle cantine (horrea sotterranea), ma anche ad un luogo dove erano conservate le opere d'arte o addirittura ad una biblioteca, ma pure soldi, titoli e altri oggetti di valore (Cod. 4 tit. 24 s9), per i quali i cittadini non avevano un posto sicuro nelle proprie case.
Spesso gli Horrea prendevano nome da chi li aveva fatti costruire: horrea Aniceti, Vargunteii, Seiani, Augusti, Domitiani,

Alcuni horrea pubblici funzionavano in qualche modo come banche, dove gli oggetti di valore potevano essere conservati, ma la classe di horrea più importante era quella in cui i prodotti alimentari come il grano e l'olio d'oliva erano conservati e distribuiti dallo stato. Il colle artificiale del Monte Testaccio a Roma, dietro il sito dell'Horrea Galbae, si stima che contenga i resti di almeno 53 milioni di anfore di olio d'oliva in cui sono stati importati circa 6 miliardi di litri (1,58 miliardi di galloni) di olio.

Gli horrea indicavano i prodotti che conservavano e vendevano, come la cera (candelaria), la carta (chartaria) e il pepe (piperataria). In realtà gli Horrea Piperitaria vendevano molti generi d'importazione provenienti dall'Arabia e dall'Egitto ed erano merci estremamente costose: soprattutto pepe insieme a molte altre spezie.

PLANIMETRIA DELL'HORREA PIPERATICA
Gli Horrea piperiana o Horrea piperatica ("magazzini del pepe") erano un edificio posto nei pressi del Foro Romano, al di sotto dell'attuale basilica di Massenzio, come parte di un complesso di edifici utilitari dell'epoca flavia, ricordato nella pianta della Forma Urbis severiana. L'attribuzione di questo edificio, in parte saggiato da scavi, venne confermata dalle fonti. Si trattava dei magazzini del pepe e delle spezie.

Sull'altro lato della Via Sacra si trovava un altro complesso analogo, ancora visibile fino a quando gli scavi del XIX secolo lo demolirono in quanto scambiato per costruzione medievale. L'area è oggi oggetto di scavi, che hanno consentito una più approfondita comprensione delle strutture degli horrea seppelliti per la costruzione della basilica di Massenzio. Tutto sommato non doveva essere molto dissimile dagli Horrea di Ostia che riproduciamo in queste due foto.

Gli Horrea Piperataria in particolare vennero realizzati in età flavia, come attesta il Cronografo del 354 d.c., lungo il tratto più orientale della Sacra via, nei pressi del Foro Romano, per ospitare ogni genere di spezie, ampiamente usate da tutti i romani.

PLANIMETRIA DEGLI ATTUALI SCAVI DELL'HORREA
Rodolfo Lanciani (Lanciani 1900, pp. 8-13) li identificò con le strutture collocate lungo la Via Sacra, identificate poi come un magazzino a corridoio della tarda età repubblicana (magazzino preneroniano della Velia). Gli studi di E. Van Deman, permisero di distinguere le fasi urbanistiche pre e post incendium del 64 d.c.  dimostrando che non potessero essere i magazzini flavi essendo collocate sotto le strutture neroniane del Vestibolo della Domus Aurea.

Gli studi di A. Minoprio (Minoprio 1932, pp. 23-24) e poi di M. Barosso (Barosso 1940, pp. 58-62) dimostrarono invece che gli Horrea Piperataria corrispondevano ad una serie di murature residue collocate al di sopra delle fondazioni neroniane e al di sotto del pavimento della Basilica di Massenzio, esattamente come riportato nel Cronografo. 

Roma oggi si strabilia di nuovo, mostrandoci ancora i tesori nascosti nel suo suolo: gli studi strutturali e planimetrici effettuati non lasciano più dubbi, si tratta di un edificio di stoccaggio, costruito con mirabili abilità e accortezze, anche nell'adeguamento alle precedenti strutture neroniane, abilmente sfruttate nell'elevazione dell'edificio.

Trattasi di un grande magazzino di ben 3000 mq, suddiviso in due parti, ognuna dotata di cortile interno. L'impianto è organizzato su gradoni discendenti verso ovest assecondando il dislivello naturale.
Fu illuminante soprattutto un antico manoscritto ritrovato in un convento della Grecia, le memorie sconosciute di Galeno, gli indizi lasciati dal famoso medico sul suo leggendario laboratorio scientifico aperto a Roma, hanno spinto ad avviare uno scavo in profondità, al di sotto del piano di calpestio della basilica di Massenzio, a quasi tre metri di profondità dalla via Sacra.

L'HORREA PIPERATICA
Qui il medico degli imperatori Galeno studiava, creava i suoi preparati farmaceutici, conservava i propri libri, ed esercitava il suo mestiere. Qui l’équipe della Sapienza diretta da Domenico Palombi ha condotto un vasto scavo nel complesso degli horrea piperatica, i monumentali magazzini domizianei. La supervisione dei lavori è stata affidata al parco archeologico del Colosseo che su impulso del direttore Alfonsina Russo sarà al centro di un piano di valorizzazione.

«Lo scavo ci ha consentito di fare chiarezza sulla storia dei magazzini delle spezie presso cui Galeno aprì la propria bottega nella metà del II secolo d.c.»  dice Russo «Strutture, queste, che vennero obliterate ma non distrutte per la costruzione della basilica di Massenzio, e che hanno rivelato diverse fasi costruttive che vanno indietro nel tempo, a ritroso da Settimio Severo a Adriano, arrivando persino a Nerone e alla fase Giulio-Claudia».

«Le spezie rappresentavano una ricchezza cui l’imperatore teneva in particolar modo, non a caso i magazzini li fa erigere vicino al palazzo» spiega Palombi «Alcune province dell’impero pagavano le tasse con beni di prestigio: le spezie e i papiro ne erano un esempio. La prima scelta spettava all’imperatore: per la corte e per l’esercito, il resto veniva commercializzato con prezzi stabiliti dall’imperatore».

Galeno è stato un po’ il nume tutelare dell’indagine che è andata anche oltre. Le fonti “decantavano” già gli horrea piperataria sotto la basilica di Massenzio. Del resto questo era il luogo ideale per il prestigioso medico, accanto aveva tutte le erbe e spezie che potevano servirgli per le sue ricerche e per le sue preparazioni dei medicinali, nonchè le sue apparecchiature e i suoi innumerevoli libri.

Intorno aveva tanti altri magazzini dove reperire ciò che gli occorreva ma soprattutto aveva il suo studio, dove potevano venire a trovarlo i suoi pazienti a cui vendeva i suoi preparati, ma dove soprattutto potevano reperirlo gli schiavi inviati dai loro ricchi padroni per chiamarlo a visitare il padrone ammalato. Non tutti comunque potevano permettersi il suo accorrere al suo capezzale, che doveva di certo costare parecchio, considerata pure la sua fama di medico degli imperatori.

ESEMPIO DELL'ORREA DI OSTIA ANTICA
Ma come si presentava l'Horrea Piperitaria? Anche questo può sorprenderci, perchè non doveva essere dissimile da un grande mercato chiuso di oggi, é vero che i romani non conoscevano la plastica (beati loro!) ma conoscevano la carta e la carta paglia, e i vimini, cioè i rami giovani, decorticati e flessibili di talune specie di salici, con cui costruivano canestri e contenitori vari, (ma pure mobili e tramezzi di appartamento).

Ci dovevano essere innumerevoli banchi in legno, come oggi, che esponevano molteplici sacchetti, non di plastica ma di cartapaglia variamente colorata, frammista con rami di lauro, di quercia o di mortella (i rami che decoravano e che si mantenevano di più), misti anche a sacchetti di vimini intrecciati dove si conservavano le spezie in grosse bacche o rametti o radici. 

I romani non conoscevano il peperoncino ma conoscevano, e le ricette di Apicio lo dimostrano: la senape, il coriandolo, il ligustico, il cumino, l'aneto, il timo, la ruta, l'apio, l'aglio, la cipolla, i bulbi, il finocchio, lo zafferano, il macerone, il cardamomo, ma soprattutto il pepe che rappresenta il 75 per cento delle spezie impiegate. Ma c'è pure il laser (la rarissima resina del silphium, una pianta già estinta ai tempi di Apicio), il folio (foglie di lauro indiano), lo zenzero, e il nardo (pianta delle Valerianaceae, utilizzata però soprattutto per la produzione di profumi).

Per la documentazione delle spezie (aròmata) nella cucina romana dobbiamo attendere il ricettario del IV sec. d.c. e intitolato "De arte coquinaria", attribuito a Marco Gavio Apicio (25 a.c. - 37 d.c.), un ricco epulone romano che avrebbe iniziato a comporlo con le ricette dei piatti a lui più graditi, continuato da altri e concluso nel corso nel IV secolo da un autore anonimo.

Pertanto l'Horreum non era molto dissimile da un mercato coperto odierno, come quello mostrato nella foto in alto. Il Mercato Nomentano di Roma, perchè di questo si tratta, si presenta come il primo spazio polifunzionale con biblioteca e area wi-fi che deriva dalla riqualificazione del vecchio mercato rionale, un po' come nella Roma antica presso i mercati si trovavano biblioteche, sarti, fiorai, "cibo da strada", maestri elementari e tanto altro.


BIBLIO

- Laura Larcan - Roma, sotto la Basilica di Massenzio riaffiora il laboratorio di Galeno dove "creava" la medicina - in Il Messaggero - 7 novembre 2019 -
- Laura Larcan - "Roma, le scoperte mai raccontate" - ed. CartaCanta - 2016 - Collana: Scripta manent -
- Maria Stella Busana, Oderzo - Forma urbis, Roma, l'Erma di Bretschneider, 1995 -
Alessandro Capannari - Pianta di Roma ricavata dalle misure di Leon Battista Alberti - ed. WorldCat - 1885 -





HORREA LOLLIANA


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POSIZIONE DELL'HORREA LOLLIANA
Marco Lollio Palicano, ovvero Marcus Lollius Palicanus, era un membro della gens plebea Lollia, del Picentium. Fu osteggiato da Silla ma poi appartenne alla fazione di Pompeo Magno. Egli fece edificare nei pressi degli Horrea Galbana un nuovo edificio adibito a magazzini per le merci che approdavano in Ripa Marmor, la riva teverina dei marmorari.

Questi magazzini che da lui presero il nome, si chiamarono Horrea Lolliana e avevano una posizione privilegiata sul fiume essendo su un'altura di un'ansa del Tevere.

Essi erano dislocati attorno a due corti al cui interno si affacciavano i magazzini che venivano dati in affitto, mentre all’esterno presentavano due file di tabernae dove si vendevano le merci immagazzinate.

La gens Lollia sembra avesse un ramo plebeo e un ramo aristocratico, quest'ultimo proprio a Roma e possedevano magazzini alle spalle del Porticus Aemilia, mentre la gens Sulpicia era proprietaria degli Horrea Galbana e la gens Seia possedeva gli Horrea Seianus. 

Queste gentes, prima della costruzione del Porticus, in quest’area avevano i propri horti, e dopo che gli Aemilii costruirono magazzini, moli, approdi e scale lungo il Tevere, è ovvio che essi stessi costruissero degli edifici commerciali, vale a dire gli horrea, onde affittarli ai mercatores per depositare le merci in attesa di essere vendute nei fori.

Così la viabilità del fiume si fondò soprattutto sul funzionamento di questi grandi magazzini per il carico e scarico merci, vale a dire, da una parte il Porticus Aemilia e dall’altra gli Horrea Lolliana.


Alcuni studiosi però ritengono che la costruzione degli horrea, sia i Lolliana che di altri, si possa far risalire a Seius, edile nel 74 a.c.; comunque tutte e tre le famiglie all’inizio del I sec. d.c. si schierarono dalla parte di Ottaviano superando senza danno il periodo delle guerre civili.

Lucio Elio Seiano nel 14 d.c., al massimo del suo potere, divenne il prefetto del Pretorio e quando Tiberio si ritirò a Capri, divenne il padrone di Roma, ma la storia di questa famiglia finì male perchè Seiano finì giustiziato da Tiberio quando venne a sapere della sua congiura contro di lui.

La gens Lollia era effettivamente di origine picena, anche se ci fu un ramo che proveniva da Ferentun (Ferentino) ed erano originariamente una famiglia plebea; un Marco Lollio Palicano fu tribuno della plebe nel 70 a.c., e fu il tribuno che ottenne da Pompeo la restaurazione della carica che era stata sospesa da Silla.

GLI SCAVI
Questo evento venne poi celebrato nel 45 a.c. dal figlio (o forse nipote) Marco Lollio Palicano che, divenuto triumviro monetale, emise un denario in argento con impresso il proprio avo e i rostra da cui i tribuni potevano nuovamente difendere i diritti della plebe, e al diritto della moneta la libertà ritrovata.

In realtà  la gens Lollia non aveva mai avuto un ramo patrizio ma, essendo stata, durante la guerra civile sempre dalla parte di Cesare, e lo stesso triumviro monetale fosse passato da Pompeo a Cesare e poi a Ottaviano, venne dal Princeps ricompensato, nell’editto del 30 a.c., proclamando patrizia la gens Lollia. 

Marco Lollio Palicano, ottenne molti incarichi nelle provincie riuscendo ad accumulare un ragguardevole patrimonio che gli consentì di partecipare alle elezioni e divenire console nel 21 a.c. con Quinto Lepido, come testimonia un'epigrafia che si trova sul ponte dei Quattro Capi all’Isola Tiberina, ricordando il restauro successivo alla grande piena del 23 a.c. realizzato dai due consoli del 21. a.c.


BIBLIO

- Thomas Ashby - Gli horrea di Roma da Samuel Ball Platner, - A Topographical Dictionary of Ancient Rome - Oxford University Press - London - 1929 -
- Geoffrey Rickman - Roman Granaries and Store Buildings - Cambridge University Press - 1971 -
- M. Mimmo - Roma, Horrea Vespasiani.- Analisi tecnica e ricostruzione architettonica dell'edificio occidentale: aspetti generali- 2016 -
- D. Bowder - Dizionario dei personaggi dell'antica Roma - Dizionario dei personaggi dell'antica Roma, Newton Compton editori - 2001 -




PORTICUS AEMILIA (HORREA)


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( Fonte )
Nel II secolo a.c., con l’aumento dei commerci e dei traffici dopo la II guerra punica, il porto Tiberino non fu più sufficiente al traffico fluviale, per cui si creò un nuovo complesso portuale in un’ampia zona pianeggiante  a sud dell’Aventino, fuori della porta Trigemina che si apriva sulle mura repubblicane, zona corrispondente all’attuale quartiere di Testaccio.

RICOSTRUZIONE
Nel 174 a.c. il porto, fino ad allora dotato di una semplice copertura in legno, fu lastricato in pietra e fornito di un grande magazzino per le derrate alimentari.

Si trattava dell'immenso Porticus Aemilia, il più vasto edificio commerciale costruito dai romani, come risulta dalla planimetria della Forma Urbis Severiana. Era un edificio monumentale, il primo scalo commerciale dell'urbe a cui, fin dai tempi più remoti, affluivano i prodotti e le merci provenienti dal mare e dall’alto Lazio.

Era situato sulla riva sinistra del Tevere, presso i grandi mercati del foro Boario e del foro Olitorio, realizzato in opera incerta di tufo, modalità molto in uso in epoca repubblicana.

RICOSTRUZIONE
Era lungo ben 487 m e largo ben m 60, estendosi tra le attuali via Marmorata e via B.Franklin, a distanza ravvicinata dall'Emporium, il porto fluviale a sud dell'Aventino.

IMMAGINE DELLA ZONA NELLA FORMA URBIS
L'interno era diviso da 294 pilastri che definivano una serie di ambienti disposti su sette file longitudinali che formavano 50 navate, larghe ognuna 8,30 metri, coperte con volte a botte e con pavimenti in terra battuta, per una superficie complessiva di 25.000 m2.

Questi ambienti servivano come magazzini della merce, del grano anzitutto, di beni alimentari in genere ma pure di altri generi di consumo.

Erano pertanto i famosi horrea romani, che prendevano il nome dai loro costruttori, Marco Emilio Lepido e Lucio Emilio Paolo, tribuni edili dell'anno 193 a.c., e quindi dalla gens Aemilia. Tra il 193 e il 174 a.c. vennero così edificati il mercato dell’Emporium e il porticus Aemilia.  La facciata del magazzino era formata da una fila di pilastri in opera quadrata di tufo, davanti a cui passava la strada lastricata in basolato.

Gli architetti romani, tra l'altro non di professione ma solo di esperienza, cioè militari che avevano imparato a costruire dai castra, negli edifici pubblici avevano espresso il meglio del loro genio, sperimentando i diversi materiali da costruzione. i diversi abbinamenti di colori e materiali e le diverse tecniche edificatorie.

L'edificio, i cui resti sono conservati nel quartiere romano di Testaccio, viveva in stretta col porto dell'Urbe, distando solo 90 metri dal fiume e qui venivano immagazzinate le merci scaricate dalle imbarcazioni che rifornivano tutta Roma.

L'horrea degradava verso il fiume in quattro "navate" longitudinali, in modo che ognuna  prendeva luce da aperture poste nella cortina al di sopra del corpo antistante.

Nulla resta dei moli e delle scale verso il fiume di età repubblicana, imputabili, secondo Livio, agli stessi censori impegnati nei restauri del 174 e radicalmente trasformati in età traianea.

Una serie di passaggi in Livio menzionano l'Emporium e il porticus, citando i censori Q. Fulvius Flaccus e A. Postumius Albinus per la ricostruzione in pietra dell' ‘emporium’ fuori Porta Trigemina, e il restauro del Porticus Aemilia.

Le camere oggi visibili negli argini del fiume, alte circa 4 m, costituivano l'argine e le costruzioni del corpo più avanzato della città annonaria, l' Emporium vero e proprio. In seguito tutta la pianura del Testaccio, man mano che crescevano i bisogni della città, si andò colmando di edifici, soprattutto di magazzini annonari.

Quando, a partire dai Gracchi, ebbero inizio le distribuzioni gratuite di grano ed altri generi alimentari alla popolazione della città, fu necessario costruire altri magazzini: sorsero così gli Horrea Sempronia, Galbana, Lolliana, Seiana, Aniciana, dai nomi dei consoli in carica al momento della costruzione o dal nome dei proprietari o del costruttore.

Fu durante i lavori di arginatura del Tevere negli anni 1868-1870 che vennero alla luce i resti dell’antico Emporium, una banchina lunga circa 500 m e profonda 90, con gradinate e rampe che scendevano al fiume. Il fronte della banchina era munito di pietre d’ormeggio in travertino, ancora oggi visibili.

Le chiatte rimorchiate dai bufali, che risalivano il fiume, avevano qui un punto di approdo dove scaricare le merci, prevalentemente marmi, grano, vino e olio, provenienti soprattutto dal porto di Ostia. Interrati dai detriti trasportati dalla corrente, i resti furono riportati alla luce nel 1952 e, di nuovo reinterrati, nuovamente a partire dal 1974. Per essi è previsto ora il restauro e la trasformazione in area archeologica aperta alle visite del pubblico.

Si trattava di un esteso molo costituito da una serie di concamerazioni, il cui estradosso era pavimentato da grandi lastre di travertino ed utilizzato come piazzale di scarico e di smistamento. Un lungo muro inclinato chiudeva verso il fiume questi ambienti ed era munito di pietre d'ormeggio forate per il fissaggio delle gomene.

Il tutto addossato ad un più antico muraglione di mattoni che delimitava, verso il fiume, un'altra serie di magazzini coperti a volta aperti verso il quartiere commerciale di Testaccio.

TESTA DI LEONE DEL PORTICUS
Ai piani superiori si aprivano gli ambienti, utilizzati come uffici e stanze di stivaggio delle merci. L'attività dell'Emporium andò avanti fino all'entrata in funzione dei grandi porti di Claudio e Traiano di Ostia.

Col tempo i numerosi scarti delle anfore, contenitori di vino, olio e grano, perchè spaccati o sbrecciati, furono accatastati in una zona limitrofa dando origine alla collina artificiale di Testaccio, detta per l'appunto Monte dei cocci, alto 49 m e formato dalle testae (cocci), accumulati tra I e III sec. d.c.. Sembra però che molte anfore venissero appositamente spaccate, in quanto fosse più conveniente distruggere le anfore piuttosto che pulirle per riutilizzarle. I Romani andavano di corsa, dovevano sfamare un milioni di abitanti nell'Urbe.

Il declino dell’area portuale, del complesso dell’Emporium e degli horrea, iniziato già dal V secolo d.c.si desume dalle mancate citazioni nelle fonti tardoantiche dove la zona appare come Marmorata o Ripa Marmorata a causa dei marmi depositati per tutta l’età imperiale. Imponenti resti del porticus sono ancora visibili nelle vie G. Branca, Rubattino e Florio.



RODOLFO LANCIANI:

HORREA R. XIII. Gerolama vedova di Paolo Pini, nominata nell'anno precedente come proprietaria degli avanzi della Meta di Borgo, concede in affitto un orto in Marmorata, con cripte antiche. « In presentia mei notarij etc. personaliter constituta Honesta et nobilis mulier dfia Hieronima relieta quondam bone memorie dìii pauli de pinis ro. Civis et Tutrix et ciiratrix respective bellissarij et alioriim eius filiorum locarit providis viris Alberto filio Johannis Antonii de Canperinis de villa Sarnej piacentine diocesis et Joannoni quondam franceschinj de castro bellegna similiter piacentine diocesis olitoribus. In urbe videlicet certum ortum cum pratis et gripta turribus arboribus vitibus fructiferis et infructiferis positum In urbe et loco vocato la marmorata ipsorum heredum Infra eius coutìnia alias locatum cuidam rubeo olitorj : ad tres annos proxime futuros. Hanc autem locationem, fecit etc. prò annua responsione XX: ducatorum de carlenis ».
(Not. Gualderoni, prot. 900. e. 3' A. S.). 1519, 19 gennaio.


BIBLIO


- Pier Luigi Tucci - La controversa storia della Porticus Aemilia - Archeologia Classica - 63 - 2012 -
- Thomas Ashby - Gli horrea di Roma da Samuel Ball Platner, - A Topographical Dictionary of Ancient Rome - Oxford University Press - London - 1929 -
- Geoffrey Rickman - Roman Granaries and Store Buildings - Cambridge University Press - 1971 -
- M. Mimmo - Roma, Horrea Vespasiani.- Analisi tecnica e ricostruzione architettonica dell'edificio occidentale: aspetti generali- 2016 -






HORREA AGRIPPIANA


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RICOSTRUZIONE
Erano, nell'antica Roma, magazzini pubblici o privati per il deposito di grano, derrate alimentari o altri generi di consumo (horrea piperitaria per le droghe, chartaria per la carta, candelaria per la cera, ecc.).

A Roma si ricordano, tra gli altri, gli horrea Galbana situati presso il porto fluviale del Tevere, gli horrea Agrippiana, Seiana, Lolliana, ecc., molti dei quali riconoscibili nella pianta marmorea della Forma Urbis.

Erano robusti edifici di pietra e mattoni, comprendenti una serie di camere allineate oppure varie camere disposte, su uno o due piani, attorno a vasti cortili centrali che venivano utilizzati dai carri per il carico e lo scarico delle merci.

Gli Horrea Agrippiana, cioè i magazzini di Agrippa, erano un grande edificio posto nei pressi del Foro Romano, dove il Vicus Tuscus volgeva verso il Velabro, giusto alle pendici del colle Palatino.


Il grande edificio, contiguo alla chiesa di Santa Maria Antiqua ed al gruppo di edifici domizianei, fungeva soprattutto da deposito del grano, ideato dal genio dell'architetto e generale Vipsanio Agrippa come edificio antesignano delle nostre stalle.

Un'iscrizione ricorda la dedica di tre mercanti ad Agrippa stesso e al suo genio.

L'edificio si articolava attorno a un grande cortile e sulla via era circondato dalle tabernae  in una zona  ricchissima di botteghe e imprese commerciali di ogni genere.

Si tratta di una gigantesca costruzione a due piani formata da grandi ambienti di forma quadrata e in blocchi di tufo che si aprono su un vasto cortile in parte con porticato e occupato in seguito da altri ambienti più piccoli costruiti in laterizio.

Situato a fianco dell'aula in opera laterizia, si può vedere un gruppo di ambienti disposti intorno a un grande cortile.


Grazie a una iscrizione dedicata al Genius horreorum, posta nel piccolo ambiente situato al centro e protetto da una tettoia (in questo luogo vi è ancora un pavimento con mosaico in bianco e nero), l'area è stata identificata come gli Horrea Agrippiana, magazzini per il deposito del grano fatti costruire negli ultimi anni del I secolo a.c. da Marco Vipsanio Agrippa, il genero di Augusto, intitolandolo alla figlia Vipsania Agrippina, che divenne poi la prima moglie dell'imperatore Tiberio.


BIBLIO

- Thomas Ashby - Gli horrea di Roma da Samuel Ball Platner - A Topographical Dictionary of Ancient Rome - Oxford University Press - London - 1929 -
- Geoffrey Rickman - Roman Granaries and Store Buildings - Cambridge University Press - 1971 -
- Meyer Reinhold - Marcus Agrippa. A biography - Ginevra - L'Erma di Bretschneider - 1965 -
- Jean-Michel Roddaz - Marcus Agrippa - BEFAR 253 - Roma - 1984 -




HORREA GALBANA


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RICOSTRUZIONE DELL'ORREA GALBAE A SINISTRA (di Jean-Claude Giovin)
Gli horrea erano magazzini pubblici o privati dell'Urbe per il deposito di grano, ma il termine fu poi usato anche per i magazzini di derrate alimentari o altri generi di largo consumo (horrea piperitaria per le droghe, chartaria per la carta, candelaria per la cera, ecc.).

A Roma c'erano gli horrea Galbana, gli horrea Agrippiana, Seiana, Lolliana, Vespasiani, Margaritaria, Culina ecc., molti dei quali riconoscibili nella pianta della Forma Urbis.

Si trattava di enormi magazzini, massiccii edifici di pietra e mattoni, comprendenti una serie di camere allineate oppure varie camere disposte, su uno o due piani, attorno a vasti cortili centrali.

Di questo ultimo tipo sono, a Ostia, gli horrea Epagathiana et Epaphroditiana, ottimamente conservati, con ingresso decorato da timpano e colonne e un ampio porticato che, su due piani, si sviluppa attorno al cortile centrale.

Di questo tipo è anche la horrea galbana, che come appare nel modello ricostruito, si sviluppava in un complesso rettangolare intorno a tre cortili, anche essi rettangolari, sostenuti da pilastri ed archi con porticati interni ai cortili dove avveniva il carico e lo scarico delle merci in luogo accessibile dai carri ma riparato dalla pioggia.



SULPICIO GALBA

Servio Sulpicio Galba, ovvero Servius Sulpicius Galba fu un personaggio politico della Repubblica romana e venne eletto console nel 108 a.c. con il collega Lucio Ortensio. Da lui prendeva il nome la grande opera pubblica costruita presso il Tevere degli Horrea galbana.

Gli Horrea Galbana erano più anticamente noti come Horrea Sulpicia, in quanto sorgevano sulla vasta proprietà terriera della famiglia Sulpicia.

Essi erano dei magazzini annonari nell'antica Roma, situati nei pressi dell'antico porto fluviale dell'Emporium e dietro la Porticus Aemilia (con orientamento diverso), come testimonia anche la Forma Urbis.

Vari frammenti delle pareti riapparvero durante la costruzione del moderno quartiere Testaccio, in più punti. La costruzione era interamente in opera reticolata di tufo, l'esempio più antico che ne conosciamo, modalità caratteristica dell'epoca repubblicana, ed era organizzata attorno a tre grandi cortili rettangolari e porticati, sui quali si aprivano le varie tabernae. Pertanto non soltanto avveniva lo stoccaggio ma era anche luogo di vendita al pubblico.

I RESTI
La costruzione originaria risalirva alla fine del II secolo a.c., ad opera del console Servio Sulpicio Galba che aveva dato all'horrea il nome di Sulpicia, poi mutato in Galbana, e la cui tomba con relativa iscrizione ma senza data, fu trovata nelle vicinanze.

Si tratta di uno dei primi esempi di sepolcro individuale romano, infatti,  tra II e I sec. a.c., venne l'uso, fra i romani più facoltosi,  di sepolture individuali di tipo ellenistico, a differenza delle tradizionali tombe familiari ipogee.

Il monumento è composto da un basamento quadrangolare in tufo, con una cornice inferiore modanata e un titutlus in travertino sul dado, che è decorato anche da enormi fasci littori, le insegne del potere consolare.
La decorazione, semplice ma elegante, doveva somigliare molto a quella degli horrea, visto che i romani ornavano magazzini, bagni, negozi e mercati, cioè qualsiasi struttura.

Nel I sec, d.c. gli horrea vennero restaurati dall'imperatore Galba, in onore probabilmente del suo antenato, e da lui presero il nome.




GLI HORREA RITROVATI

Ritrovati a Testaccio, nella risistemazione delle rotaie di un tram in via Marmorata:
un pezzo di muraglione di età imperiale, altri muri più tardi, presumibilmente del V secolo.
Diverse tombe con resti di scheletri, alcune delle quali di età altomedievale.

TARGA DELL'HORREA IN ONORE DI GALBA
Pavimenti di horrea, i magazzini di granaglie del porto romano, depositi di anfore, pezzi di opus reticulatus a pochi centimetri dal manto stradale.
E ancora, tessere di mosaico di quello che probabilmente è un pavimento ancora sotto terra, parti di intonaco che fanno pensare ad un affresco di una parete di una domus. Tutto questo fino a poche settimane fa era coperto da uno strato di poche decine di centimetri di cemento armato.

La via Marmorata prende nome dai grandi depositi di marmi e pietre che a Roma giungevano via fiume o via terra e venivano qui immagazzinati in attesa di vendita o di lavorazione. Il tracciato della via ricalca il tracciato dell'antica via Ostiensis che, iniziando in prossimità del fiume dal vicus portae Trigeminae, correva sotto il colle Aventino in direzione della porta Ostiensis. Si scorgono nella via i resti dell'arco di S.Lazzaro, che un tempo scavalcava la strada e costituiva quindi l'accesso all' Emporium, gli Horrea,  con funzione di collegamento tra i grandi magazzini e le pendici dell' Aventino.

Sotto il nuovo ipermercato in costruzione a Testaccio è stata scoperta una vasta area dell'Horrea Galbana, con opus incertum tufaceum, anfore ecc. Speriamo che il complesso di cui i giornali hanno stranamente taciuto non sia stato interrato o addirittura distrutto dalle fondamenta dell'edifico, e che in qualche modo sia stato reso visitabile.


BIBLIO

- Thomas Ashby - Gli horrea di Roma da Samuel Ball Platner, - A Topographical Dictionary of Ancient Rome - Oxford University Press - London - 1929 -
- Geoffrey Rickman - Roman Granaries and Store Buildings - Cambridge University Press - 1971 -
- M. Mimmo - Roma, Horrea Vespasiani.- Analisi tecnica e ricostruzione architettonica dell'edificio occidentale: aspetti generali- 2016 -
- D. Bowder - Dizionario dei personaggi dell'antica Roma - Dizionario dei personaggi dell'antica Roma, Newton Compton editori - 2001 -





 

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