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GAIO ATEIO CAPITONE - G. ATEIUS CAPITO


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ATEIO MALEDICE CRASSO CHE VA A FARE UNA GUERRA PARTICA DISASTROSA

Nome: Gaio Ateio Capitone, ovvero Gaius Ateius Capito
Nascita: 38 a,c,
Morte: 22 d.c.
Padre: Gaio Ateio Capitone
Console suffetto: anno 5 d.c.
Gens: Ateia
Professione: giurista

Figlio di Gaio Ateio Capitone, il tribuno della plebe che nel 55 a.c. ostacolò ed esecrò pubblicamente Marco Licinio Crasso che andava a combattere i Parti procurando a Roma una delle più grandi sconfitte della sua storia. Fu uno dei più distinti giuristi dell'età augustea, che fu console suffectus nell'anno 5.

Capitone divenne il più insigne giurista della prima età imperiale alla pari del suo più famoso rivale, Marco Antistio Labeone, ovvero Marcus Antistius Labeo (... – 10 o 11), dal quale si differenziava sia per le opinioni politiche, sia nei concetti della giurisprudenza.

Roma fu civilissima proprio perchè i suoi studiosi si applicavano per migliorare le fonti del diritto, onde dare ai cittadini una possibilità di uguaglianza almeno nei diritti fondamentali. In tal senso Roma fu la massima civiltà antica, civiltà che riportò non solo nel diritto ma anche nell'arte pittorica, scultorea, poetica, letteraria, storica e architettonica ancora oggi insuperate. 

Capitone e Labeone fondarono le due più importanti scuole di diritto della Roma antica, caratterizzate da un differente approccio al diritto (Cfr. D.1.2.2.47):
- la scuola dei Sabiniani, fondata da Ateio Capitone, si distingueva per un atteggiamento maggiormente conservatore rispetto al diritto.
- la scuola dei Proculiani, fondata da Labeone, caratterizzata da un atteggiamento più innovatore nei confronti del diritto da parte dei suoi adepti.

A questo proposito si racconta un aneddoto:
"Un barbiere che operava all’aperto, al di fuori della sua bottega, serviva un cliente radendolo sul marciapiede del foro; dei bambini, giocando fra loro, tirano una pallonata maldestra che colpisce la mano del barbiere che disgraziatamente taglia la gola dell’avventore. 
Il barbiere era responsabile della morte del cliente?
Se oggi la risposta può sembrare piuttosto scontata, altrettanto non era all’epoca: i Sabiniani ne sostenevano, infatti, l’innocenza, indicando come causa, piuttosto, il comportamento sprovveduto del cliente a farsi radere in un luogo esposto.
Molto più ragionevolmente la scuola di Labeone, ovviamente, sottolineava come fosse l’esercente dell’attività il responsabile, in quanto doveva svolgere la sua attività in luoghi idonei e sicuri, scegliendoli ed operando secondo la normale diligenza
."

Labeone si dimostrò più conservatore e difensore degli ideali repubblicani, Capitone aderì prontamente al nuovo ordine costituzionale romano legandosi ben presto ad Augusto, l'imperatore di Roma. Le sue idee politiche gli garantirono il favore di Ottaviano che lo ricompensò facendolo accedere al consolato (sebbene solo come consul suffectus) all'età di 43 anni, nel 5 d.c.

Tacito ci fornisce un giudizio alquanto negativo di Capitone, proprio in raffronto al rivale Labeone:
« Labeone serbava incorrotto il senso della libertà e godeva per questo di più larga rinomanza, mentre la condotta ossequiosa di Capitone lo rendeva più caro ai dominatori. Al primo, appunto perché non salì oltre la pretura, questa ingiustizia procurò maggior considerazione: il secondo, per avere ottenuto il consolato, si attirò l'odio che nasce dall'invidia. »
(Annales, III, 76)

Non si può però dimenticare che il dominio degli imperatori romani dette all'Impero un impulso notevolissimo non solo nell'estensione ma pure nei commerci, nelle innovazioni, nelle scoperte di terre e di scienza, di leggi e di diritto, di matematica e di medicina, di arte e di architettura.

LABEONE IL RIVALE DI CAPITONE

IL PEGGIOR NEMICO DI ATEIO

Iniziò circa duemila anni fa da alcune ambigue insinuazioni di Tacito, che hanno trasformato Capitone in un cortigiano ambizioso e corrotto e nota altresì che Capitone discendeva da un avo che era stato centurione di Silla e da un padre che non era andato oltre la carica di pretore, insomma un uomo da poco che nulla aveva a che vedere un homo novus perchè era pure un tradizionalista.



LE OPERE

Tutte le opere di Capitone sono andate perdute, purtroppo vi fu con il cristianesimo una devastazione totale di tutti i libri o scritti in quanto ritenuti pagani e fuorvianti dalla religione che, al contrario della religione pagana, prevaleva su ogni campo. Pertanto di queste preziose opere se ne conosce solo il titolo attraverso la citazione di autori della tarda antichità:

- De pontificio iure (Sulla legge del pontificato), di almeno sei libri;
- De iure sacrificiorum (Sulle leggi sui sacrifici);
- Coniectanea (Varie) almeno nove libri su tematiche varie;
- De officio senatorio (Sul ruolo senatorio)
- Un'opera il cui titolo è sconosciuto sugli auguri;
- Epistulae (Lettere).


BIBLIO

- Theodor Mommsen - Diritto pubblico romano - V volumi - 1888 -
- Theodor Mommsen - Diritto penale romano - 1899 -
- Theodor Mommsen - Codex Theodosianus - editore critico con Paul Meyer - 1905 -
- Alexander e Barbara Demandt - Storia di Roma imperiale. Dagli appunti delle lezioni del 1882/86 di Sebastian e Paul Hensel - 2004 -
- Melillo G., Palma A., Pennacchio C. - Labeone nella giurisprudenza romana. Le citazioni nei giuristi successivi, le Epitomi, i Pithana, i Posteriores - Edizioni scientifiche - 1995 -
- De Martino Francesco - Storia della Costituzione romana - ed. Iuvene - 1975 -


CLAUDIO TRIFONINO - CLAUDIUS TRYPHONINUS


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L'IMPERATORE GIUSTINIANO

Nome:
Claudius Tryphoninus
Nascita: II secolo
Morte: post 212
Professione: giurista romano 


Claudio Trifonino è stato un giurista romano dell'epoca dei Severi che sembra facesse parte del Consistorium di Settimio Severo (146-211), una riunione formale del collegio consultivo dell'imperatore, che aveva un "sacrum consistorium" ("sacro collegio"). Il termine deriva dal verbo latino consisto, "stare in piedi", per la deferenza dei partecipanti nei confronti dell'imperatore, assiso in trono. 

Trifonino fece parte del Consistorium di Severo nello stesso periodo in cui lo furono anche Messio ed Emilio Papiniano e secondo alcuni autori fu anche funzionario in Siria sotto l'impero di Caracalla (188-217).

IL CODICE


IL NUOVO CODICE

Giustiniano con una Costituzione incaricò Triboniano di nominare una commissione che potesse formare un Codice a partire dagli scritti di quei giuristi che avevano goduto dello "Ius Respondendi", o, come disse l'imperatore, "antiquorum prudentium quibus auctoritatem conscribendarum interpretandarumque legum sacratissimi principes praebuerunt.

La compilazione comprende estratti da alcuni scrittori del periodo repubblicano (Const. Deo Auctore), e da Arcadius Charisius ed Hermogenianus e furono concessi dieci anni per il completamento dell'opera. Le istruzioni erano di selezionare ciò che era utile, di omettere ciò che era antiquato o superfluo, di evitare ripetizioni inutili, di eliminare le contraddizioni e di apportare altri cambiamenti che avrebbero dovuto produrre dalla massa degli antichi scritti giuristici un utile e completo corpo di leggi (jus antiquum). 

La compilazione doveva essere distribuita in cinquanta libri che a loro volta dovevano essere suddivisi in titoli (Tituli). L'opera doveva essere chiamata Digesta, o Pandectae, una parola greca che esprime la completezza dell'opera. Il nome Digesta era già stato usato da Salvius Julianus per il titolo della sua opera principale. e il termine Pandectae era stato applicato anche a compilazioni che contenevano vari tipi di materia. 

Fu esplicitato che nessun commento doveva essere scritto su questa compilazione, ma si potevano fare riferimenti a passi paralleli con una breve dichiarazione del loro contenuto (Const. Deo Auctore). Fu anche dichiarato che non potevano esserci abbreviazioni  nel testo del Digesto. L'opera fu completata in tre anni (17 Cal. gen. 533) come appare da una Costituzione sia in greco che in latino che confermava l'opera e le dava autorità legale (Const. Tanta, &c., e Δέδωκεν). 



GLI ALTRI AUTORI

Oltre a Triboniano, che aveva la direzione generale dell'impresa, altre sedici persone sono menzionate come impiegate nel lavoro, tra cui i professori Doroteo e Anatolio, che a tale scopo erano stati invitati dalla scuola di legge di Berito, e Teofilo e Cratino che risiedevano a Costantinopoli. 

I compilatori si riferirono a ben duemila diversi trattati, che contenevano più di 3.000.000 di righe, ma di queste nella compilazione vennero riportate solo 150.000 righe. Triboniano ebbe il compito e il merito di procurarsi questa grande collezione di trattati, molti dei quali erano completamente dimenticati, e una lista di essi fu allegata all'opera, secondo le istruzioni di Giustiniano (Cost. Tanta, &c., s16). Tale lista si trova attualmente solo nel MS. fiorentino del Digesto, ma non è molto accurata. 




LE OPERE

Disputationes, un'opera sicuramente di Trifonino, sfruttata dai compilatori delle Pandette giustinianee attraverso un manoscritto comprendente 21 libri (della quale ci sono pervenuti solo settantuno frammenti) dove Trifonino si rivela bene informato e severo argomentatore. L'opera, che sembra riattaccarsi a vere dispute fra un maestro e i suoi allievi su punti singoli, fu scritta nella breve correggenza di Caracalla e Geta (anno 211-212), e segue l'ordine dell'Editto pretorio, salvo che si arresta verso la metà di questo (sia che l'autore abbia dovuto interrompersi, per es., a causa della missione in Siria, sia che i compilatori giustinianei abbiano avuto fra le mani un testo incompleto). 

- Responsa, che secondo alcuni potrebbe però essere opera di un giurista di epoca classica. 

Digesta, anche questa come i Responsa ha una discussa paternità. Infatti in numerosi passi riprodotti nelle Pandette di Giustiniano, Trifonino compare come annotatore di responsi di Q. Cervidio Scevola, raccolti nelle due collezioni denominate Responsa e Digesta; ma qualcuno ha sostenuto che tali note non siano state scritte da Trifonino, bensì da uno studioso post-classico. 


BIBLIO 

- P. De Retes - Uberiores notae ad notas Claudii affixas Digestorum et Responsorum libris - in G. v. Meermann - Novus thesaurus - VI - L'Aia - 1753 -
- F. Schulz - Überlieferungsgeschichte der Responsa des C. Scaevola - in Symbolae Friburgenses in honorem Ottonis Lenel - Lipsia - 1935 -
- Raccolta dei brani superstiti - in O. Lenel, Palingenesia iuris civilis - Lipsia - 1889 -
- Claudio Trifonino - Enciclopedia Italiana - Roma - Istituto dell'Enciclopedia Italiana -
- Tryphoninus, Claudius - A Dictionary of Greek and Roman biography and mythology - William Smith-


GIULIO PAOLO - IULIUS PAULUS


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Nome: Iulius Paulus
Nascita: Patavium, II secolo
Morte: III secolo
Professione: giurista


Giulio Paolo, in latino Iulius Paulus noto anche come Prudentissimus, è stato un giureconsulto (iurisconsultus) romano, cioè un esperto del diritto su questioni legali e sulla formazione delle leggi, è ricordato anche per i suoi commenti ad opere di diritto, compilate durante la Roma repubblicana. I giureconsulti ebbero notevole rilevanza in epoca romana, in quando essi contribuivano alla costituzione delle leggi, almeno fino al IV secolo;


Giulio Paolo fu:
- discepolo del giureconsulto Cervidio Scevola, 
- assessore di Papiniano nella prefettura del pretorio, 
- poi con Papiniano membro del consiglio imperiale, 
- come collega di Ulpiano esercitò le cariche di giureconsulto romano, 
- e pure di prefetto del pretorio (praefectus praetorio).

Una figura di spicco dell'amministrazione militare e civile dell'Impero romano, al tempo di Alessandro Severo (208-235), che molto teneva alla giustizia, famoso infatti per il detto: «Quod tibi fieri non vis, alteri ne feceris» «Non fare agli altri quel che non vuoi sia fatto a te» che l'imperatore fece riportare sulle mura del suo palazzo e degli uffici pubblici.

Fu, forse, il più fecondo dei giuristi romani e benché, come Ulpiano, raccoglitore di materiali tratti da autori precedenti, si manifesta come un pensatore indipendente, talvolta forse eccessivamente teorizzante, ma equilibrato nei suoi apprezzamenti. 

Si conoscono di lui 86 opere in 319 libri, oltre le note a opere altrui. Gl'inizî della sua attività letteraria sono da collocare sicuramente sotto Commodo. Da lettore curioso e fecondo qual'era, non lasciò inesplorato alcun campo del diritto.

Dopo Eneo Domizio Ulpiano (170-228), di cui fu contemporaneo, sembra sia stato l'ultimo rappresentante della giurisprudenza di epoca classica e l'autore più utilizzato nella compilazione del Corpus iuris civilis, voluto dall'imperatore Giustiniano I, con l'utilizzo di passi tratti dalle sue 86 opere, suddivise in 319 libri. È considerato, come la maggior parte dei giuristi, un raccoglitore e magari un perfezionatore di precedenti dottrine.

Infatti Giulio Paolo era uno dei cinque giuristi dell'antichità, le cui opinioni contavano nei tribunali. Circa un sesto del Digesto è formato da elaborazioni di suoi scritti.



LE OPERE

Si conoscono di lui ottantasei opere (in 319 libri), oltre le note dedicate alle opere altrui di cui le maggiori sono "I Commentari" di cui:
- il commento ad Edictum (in 78 libri)
- il commento ad Sabinum (in 16 libri), integrati da numerosissime monografie su argomenti singoli.

Poi:
- Brevium (in 23 libri) sono un abbreviato commento dell'editto pretorio
- Quaestiones (in 26 libri),
- Responsa (in 23 libri).
- Decreta (2 libri) 
- Imperiales sententiae in cognitionibus prolatae (6 libri) sono il frutto della sua attività nel consilium imperiale. 
- Sentenze (5 libri), in cui ha raccolto massime arricchendole di glosse, hanno particolare interesse, per il diritto privato e il diritto penale.


Alla didattica e alla pratica erano dedicati:
- institutiones (2 libri),
- regulae (6 libri),
- liber singularis regularum,
- manualium (tre libri).
- Attraverso la Lex romana Wisigothorum, ci sono giunte le:


PAULI SENTENTIAE (Sentenze di Paolo)

un'opera della giurisprudenza postclassica romana, che un tempo si riteneva ispirata a Paolo Giulio, ma che oggi diversi autori fanno per lo più risalire, almeno nella sua prima stesura, a un’età compresa tra la fine del III e l’inizio del IV sec. d.c..
 
Contiene tuttavia diversi passi di Paolo e di altri giuristi romani, ma anche epitomi di costituzioni imperiali, alcune delle quali del V sec.. Ebbero ampia fortuna in quell’epoca di decadenza degli studi giuridici, giacché, essendo redatte con particolare semplicità e chiarezza, si prestavano a facilitare l’applicazione del diritto. la paternità dell'opera comunque è ancora in discussione.



PALAZZO DELLA RAGIONE

I padovani, lo ricordano come uno dei loro grandi concittadini, ponendolo nelle lunette poste sopra le quattro porte pretorie sotto le logge del Palazzo della Ragione assieme a Tito Livio, Pietro d'Abano e Alberto da Padova. L'iscrizione latina posta sotto il bassorilievo di Giulio Paolo cita:

PAULUS  PATAVINUS  IURISCONSULTORUM  CLARISSIMUS   HUIUS  URBIS   DECUS AETERNUM, ALEXANDRI  MAMMEAE  TEMPORIBUS   FLORUIT, AD  PRAETURAM PRAEFECTURAM  CONSULATUMQUE   EVECTUS, CUIUSQUE  SAPIENTIAM  TANTI   FECIT JUSTINIANUS  IMPERATOR, UT  NULLA   CIVILIS   IURIS    PARTICULA    HUIUS  LEGIBUS NON  DECORETUR, QUI  SPLENDORE   FAMAE  IMMORTALIS  OCULIS   POSTERITATIS ADMIRANDUS, INSIGNI  IMAGINE   HIC  MERITO   DECORATUR.


BIBLIO

- Giovanni Pugliese - Paolo Giulio . Dizionario Letterario Bompiani - Milano - Bompiani - 1957 -
- Codex Theodosianus - Lyon - Guillaume Rouillé - 1566 -
- P. de Francisci - Storia del diritto romano - Roma - 1929 -
- A. Berger - Iulius Paulus - in Pauly-Wissowa - Real-Encycl. X - 690-752 -
- G. Rotondi - Scritti giuridici - Milano - 1922 -
- E. Volterra Atti Congr. intern. dir. rom. - I - Pavia - 1934 -

ANATOLIO DA BERITO


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Nome: Anatolius
Nascita: VI secolo
Morte: VI secolo
Professione: Giurista


Anatolio da Berito, vissuto nel VI secolo, è stato un giurista bizantino, ovvero un giureconsulto docente nella scuola di Berito (in latino Berytus, l'odierna Beirut in Libano), città della fenicia anticamente nota per gli studi giuridici, che Giustiniano chiamava "madre e nutrice delle leggi". Da un decreto di Diocleziano, citato nel codice giustinianeo, risulta infatti che a Berito esisteva una scuola di legislazione in lingua greca.

Fu l'imperatore Giustiniano, che aveva soppresso una serie di scuole di giurisprudenza preesistenti e legittimato come scuole valide esclusivamente quelle di Roma, Costantinopoli e Berito, a chiamare da Costantinopoli i professori Teofilo e Cratino e da Berito i due giureconsulti Doroteo e Anatolio affinché lavorassero con Triboniano nella compilazione del Digesto.

Anatolio, con Doroteo, collaborò alla compilazione del Digesto nella commissione scelta da Triboniano per ordine di Giustiniano nel 530, e nel 534 alla nuova edizione del Codice e anche alla redazione delle Istituzioni. Compilò inoltre, dopo il 542, un indice del Digesto, del quale ci sono rimasti frammenti.

Il Digesto è una compilazione in 50 libri di frammenti di opere di giuristi romani realizzata su incarico dell'imperatore Giustiniano I. Esso costituisce una parte del "Corpus iuris civilis", una raccolta di materiale normativo e giurisprudenziale: il nome digesto deriva dal titolo delle raccolte effettuate da giuristi privati che utilizzavano appunto questo termine per indicare le "antologie ragionate di iura".

L'opera del Digesto fu quindi così chiamata poiché l'idea era la stessa delle antologie ragionate di testi giuridici che i giuristi, già dall'età di Cesare, chiamavano appunto Libri Digestorum o Digesta.


BIBLIO

Enciclopedia Italiana Treccani alla voce corrispondente.
- Franco Casavola, Giuristi Adrianei edizioni L'Erma di Bretschneider, collana Incvunabola mentis
- Aldo Cenderelli, Scritti romanistici, Giuffrè Editore, 2011 p. 583.


L. NERAZIO MARCELLO - L. NERATIUS MARCELLUS


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STELE DELLA GENS NERATIA

Lucius Neratius Marcellus, fratello minore di Lucius Neratius Priscus e cittadino di Saepinum nel cuore del Sannio, ebbe una carriera talmente prestigiosa che venne eletto al rango di patrizio. Possiamo ricostruire la sua splendente carriera grazie una esaustiva testimonianza epigrafica.

1) - Tribuno nella legione XXII Primigenia,
2) - tribunato della plebe,
3) - pretore,
4) - console suffetto,
5) - propretore, dapprima in Germania inferiore ed in seguito in Pannonia,
6) - entrò a far parte del collegio dei VII viri epuloni.

Ovviamente, gli impegni di corte e l’adempimento dei numerosi incarichi lui assegnati, portarono Lucius Neratius Priscus lontano dall’originaria Saepinum ma non dimenticò mai il suo paese di origine a cui generosamente mostrò il suo attaccamento mediante l’evergetismo. Insieme a suo padre, infatti, finanziò la costruzione di un edificio, che occupava quasi interamente il lato sud-orientale del foro, e finanziò pure il relativo arco onorario antistante.

Sull’attico dell'arco infatti una grande iscrizione ricordava i nomi dei due benefattori. Lucius Neratius Priscus, come visto, riuscì a collezionare una lunga lista di incarichi e ad avere una brillante carriera ma, prima di ogni altra cosa egli fu un maestro della giurisprudenza romana e fiorì al tempo di Traiano. Ne conosciamo il grado e gli uffici ma nulla purtroppo sappiamo sulla sua personalità.

Nerazio fu membro del consiglio sia di Traiano che di Adriano, e fu capo della scuola di Proculiano, una scuola giuridica ispirata da Labeone, insieme a Giuvenzio Celso Figlio, suo allievo di venti anni più giovane e, tra il 121 e il 130, compositore di trentanove libri di Digesta. I libri di Nerazio vennero tutti usati o consultati nel Digesto.



LE OPERE


- il Regularum, in 15 libri. La regula del metodo dialettico è un criterio o metro di valutazione nella determinazione della questione motivo di indagine. Giuristi del calibro di Nerazio Prisco, Pomponio, Gaio, Cervidio Scevola, Paolo, Ulpiano, e più tardi Marciano e Modestino, si sono occupati di “regulae” mediante appositi scritti, tanto è vero che i compilatori dei Digesta hanno attinto molte più “regulae” dagli autori classici piuttosto che dai loro predecessori.

- il Membranarum, in 7 libri, al quale attinse Ulpiano, contenente annotazioni, appunti, esperienze nella sua attività di consulente, di insegnante, o il suo pensiero nella sua attività di consigliere del Consiglio imperiale.

- il Responsorum, in tre libri, numerosi frammenti del quale confluirono nel Digesto. Sui problemi dei testamenti e delle successioni.

- Le Epistulae, in 4 libri di cui poco si è conservato.


BIBLIO

- González Roldán, Y. - Problemi di diritto ereditario nei VII Libri Membranarum di Nerazio - Glossae, European Journal of Legal History - 2017 -
- Gaetano Scherillo, Aldo Dell'oro - Manuale di storia del diritto romano - Edizione Cisalpino -
- Mantovani, D. - Les Juristes écrivains de la Rome antique - Les oeuvres des juristes comme littérature - Paris - 2018 -
- Van Haelst, J. - Les origines du codex - Le débuts du codex, Actes de la journée d’étude organisée à Paris 3 et 4 juillet 1985 - publiés par Alain Blanchard - Turnhout - 1989 -


TRIBONIANO - TRIBONIANUS


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Nome: Tribonianus
Nascita: Panfili, 500
Morte: 542
Professione: Giurista romano


Triboniano (Panfilia, 500 circa – 542) è stato un giurista bizantino, ministro di Giustiniano e suo principale collaboratore nell'opera legislativa. La sua data di nascita è ignota, ma si sa che proveniva dalla Panfilia e che forse era pagano. È considerato il più importante giurista dell'Impero Romano d'Oriente e del suo tempo. Di vasta e solida erudizione, svolse l'incarico di "Quaestor sacri palatii" (responsabile della giustizia dell'Impero) dal 529 al 532 e, in seguito, dal 535 al 542.

Dobbiamo soprattutto a lui che si sia potuto terminare in tempi relativamente brevi un'opera monumentale come quello che sarebbe stato più tardi denominato "Corpus Iuris Civilis", che ha rappresentato per secoli una fondamentale compilazione del diritto romano. 

Quando Giustiniano ordinò nel 528 la compilazione del Codice, chiamò Triboniano, che era "magister officiorum", a far parte della commissione, e quando ordinò nel 530, quella dei Digesta, Triboniano, diventato "magister sacri palatii", vi ebbe una posizione di primo piano e forse ne fu l'ispiratore.

Dal 530 al 532, e dal 534 alla sua morte, Triboniano servì sotto Giustiniano come quaestor sacri palatii, un ministero paragonabile al titolo medievale di cancelliere inglese. Forse a torto, venne accusato di venalità nel suo ufficio e di non essere ortodosso nella sua religione, probabilmente basato sul suo interesse per la filosofia e l'astronomia, considerate di interesse pagano.

Nella rivolta di Nika, sanguinosa sommossa nell'Ippodromo di Costantinopoli nel 532, dove al grido di "Nikā, Nikā", (Vinci! Vinci!), con cui il popolo incitava i campioni nelle corse di carri, la folla tentò di rovesciare l'imperatore Giustiniano I, Triboniano venne sostituito probabilmente per le pressioni dei suoi nemici.

Ben presto fu tuttavia richiamato e il suo ruolo fu decisivo nella redazione del: 
- Digesto (compilazione in 50 libri di frammenti di opere di giuristi romani realizzata su incarico dell'imperatore Giustiniano), 
- delle  Istituzioni (opera didattica in 4 libri voluta dall'imperatore Giustiniano), 
- delle "Novelle" (Le Novellae constitutiones) ovvero le costituzioni imperiali emanate da Giustiniano dal 535, anno successivo alla pubblicazione del "Codex Iustinianus repetitae praelectionis", fino alla morte dell'imperatore, nel 565.

Nel frattempo Triboniano aveva ricoperto pure l'importante ufficio di magister officiorum. Lo storico Procopio di Cesarea lo descrive come personaggio corrotto.
" Non si può negare a Triboniano la maggior lode dal lato della scienza, ma la disonorava con una codarda avarizia, la quale il recava a pubblicare o sopprimere le leggi secondo gli interessi de' privati che il presentavano doni ". 
(Mathieu-Richard-Auguste Henrion)

In ogni caso la sua competenza giuridica non potrà mai essere messa in discussione. Morì nel 542 a causa di una epidemia di peste.



LE OPERE

- alcune opere attribuite dal lessico Suida a un suo contemporaneo e omonimo:
- una revisione dei fasti consolari fino al suo tempo (῾Υπατικὸς καταλογάδην εἰς ᾿Ιουστινιανὸν αὐτοκράτορα);
- una cronologia degli imperatori (Βασιλικὸς εἰς ᾿Ιουστινιανόν);
- una storia del calendario (Περὶ μηνῶν απαλλαγῆς).
 
Treboniano presiedette anche le commissioni incaricate di redigere le Istituzioni (533) e la nuova edizione del Codice (534), e in seguito collaborò attivamente alle nuove costituzioni (Novellae). Sono pertanto da ascrivere a lui:

- le norme direttive osservate nell'opera di compilazione,
- le interpolazioni, destinate ad adeguare i testi classici al nuovo diritto (dette perciò nel sec. 16º emblemata Triboniani),
- la risoluzione delle questioni agitate nell'antica giurisprudenza e rimaste insolute mediante costituzioni, in gran parte raccolte sotto il nome di Quinquaginta decisiones. 


BIBLIO

- John Martindale - The Prosopography of the Later Roman Empire IIIb. - Cambridge - 1992 -
- Y. Lassard & A. Kopter - Iustiniani Novellae - in "The Roman Law Library" - 
- Codex Iustinianus - recogn. Paul Krüger - 1892 -
- Gregor Haloander - Corpus Iuris civilis - Venezia - 1529 -
- A. Arthur Schiller - Roman Law: Mechanisms of Development - 1978 -

M. A. LABEONE - MARCUS ANTISTIUS LABEO


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LABEONE

Nome: Marco Antistio Labeone, latino Marcus Antistius Labeo
Nascita: Ligures Baebiani - ... 
Morte: ... - 10 o 11 d.c.
Padre: Pacuvio Antistio Labeone
Professione: giurista

"Due sapienti in legge, Atejo Capitone, ed Antistio Labeone, adornarono la pace del secolo di Augusto"

Ius praetorium est quod praetores introduxerunt adiuvandi vel supplendi vel corrigendi iuris civilis gratia propter utilitatem publicam; quod et honorarium dicitur ab honore praetorum“.
Il diritto pretorio è il diritto introdotto dai pretori al fine di aiutare, aggiungere, emendare lo ius civile per la pubblica utilità; ciò che viene anche chiamato onorario dall’onore dei pretori”.

(Papiniano, Libro secundo definitionum D)

Labeone è stato un giurista romano dell'età augustea, allievo del giureconsulto Trebazio, e pure un fecondissimo scrittore di opere giuridiche. Di origine sannita, sembra infatti nativo di Ligures Baebiani, presso Benevento, e figlio del giurista Pacuvio Antistio Labeone che si uccise dopo Filippi, restò fedele alla tradizione paterna e affezionato alla costituzione libera.

Il suo più famoso rivale, sia nella vita politica per le opposte idee politiche, sia nell'ambito della giurisprudenza per i riconoscimenti ottenuti, fu Gaio Ateio Capitone, famosissimo giureconsulto romano.



LE DUE SCUOLE DI DIRITTO

I due rivali fondarono comunque le due più importanti scuole di diritto della Roma antica, ognuna con un suo personale approccio al diritto:

- la scuola dei Sabiniani, fondata da Ateio Capitone, si distingueva per un atteggiamento maggiormente conservatore rispetto al diritto.
- la scuola dei Proculiani, fondata da Labeone, caratterizzata da un atteggiamento più innovatore nei confronti del diritto da parte dei suoi adepti.

A questo proposito si racconta un aneddoto:
"Un barbiere che operava all’aperto, al di fuori della sua bottega, serviva un cliente radendolo sul marciapiede del foro; dei bambini, giocando fra loro, tirano una pallonata maldestra che colpisce la mano del barbiere che disgraziatamente taglia la gola dell’avventore. Il barbiere era responsabile della morte del cliente? 
Se oggi la risposta può sembrare piuttosto scontata, altrettanto non era all’epoca: i Sabiniani ne sostenevano, infatti, l’innocenza, indicando come causa, piuttosto, il comportamento sprovveduto del cliente a farsi radere in un luogo esposto. 
Molto più ragionevolmente la scuola di Labeone, ovviamente, sottolineava come fosse l’esercente dell’attività il responsabile, in quanto doveva svolgere la sua attività in luoghi idonei e sicuri, scegliendoli ed operando secondo la normale diligenza."



REPUBBLICANO

Labeone, assistendo al passaggio dalla repubblica al principato si schierò a favore della repubblica, d'altronde suo padre si era suicidato per questo, arrivando persino a rifiutare il consolato offertogli da Augusto, che in realtà non rifiutò per affronto ma in parte per modestia, in parte perchè non voleva essere assorbito troppo dal suo incarico.

Il suo cursus honorum, secondo quanto ci riferisce Tacito negli Annales, si fermò così alla carica di pretore. Svetonio racconta di lui un particolare episodio:

«Quando vennero selezionati i senatori, ciascuno doveva scegliersi un collega ed Antistio Labeone designò Marco Emilio Lepido, un tempo nemico di Augusto e quindi in esilio. Sentendosi chiedere da Augusto se non ritenesse ve ne fossero altri più degni, rispose che ognuno aveva le proprie opinioni. Malgrado ciò, nessuno fu punito per la schiettezza o per la propria ostinazione.»

(Svetonio, Augustus, 54.)

Così narra Tacito di Labeone, a confronto del rivale Capitone:
"Labeone serbava incorrotto il senso della libertà e godeva per questo di più larga rinomanza, mentre la condotta ossequiosa di Capitone lo rendeva più caro ai dominatori. Al primo, appunto perché non salì oltre la pretura, questa ingiustizia procurò maggior considerazione: il secondo, per avere ottenuto il consolato, si attirò l'odio che nasce dall'invidia. 
 (Tacito, Annales, III, 76) 



LE OPERE 

Secondo quanto scrive il giurista Pomponio nel "Liber singularis enchiridii", fu l'autore di ben 400 opere giuridiche tra cui:
- un commento alle XII Tavole;
- ampî commenti all'editto del pretore urbano e a quello del pretore peregrino;
- responsa,
- epistulae; un'opera che dovette esercitare cospicua influenza nella pratica, epitomata e criticamente annotata da Paolo;
- libri de iure pontificio;
- finalmente quaranta libri di Posteriores, opera postuma, aderente al sistema del ius civile e consistente in una collezione di responsi, di larga rinomanza, compendiata da Giavoleno.
- commenti Ad edictum.

Delle sue opere, oltre a qualche titolo, sono giunti a noi solo alcuni frammenti di testo.
- Sabiniani
- Proculiani
- Gaio Ateio Capitone


BIBLIO

- Theodor Mommsen - Diritto pubblico romano (1871-1888). in cinque volumi -
- Theodor Mommsen - Diritto penale romano (1899).
- Theodor Mommsen - Codex Theodosianus - editore critico con Paul Meyer - 1905 -
- Storia di Roma imperiale. Dagli appunti delle lezioni del 1882/86 di Sebastian e Paul Hensel - 1992 - II ed. 2004 - a c. di Alexander e Barbara Demandt -
- Melillo G., Palma A., Pennacchio C. - Labeone nella giurisprudenza romana. Le citazioni nei giuristi successivi, le Epitomi, i Pithana, i Posteriores - Edizioni scientifiche - 1995 -
- De Martino Francesco - Storia della Costituzione romana - ed. Iuvene - 1975 -


GAIO TREBAZIO TESTA - G. TREBATIUS TESTA


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LE LEGGI ROMANE


Nome:
 Gaius Trebatius Testa
Nascita: Elea, 84 a.c. circa
Morte: 4 d.c.
Professione: giurista  


Fu un giurista e politico romano, (circa. 84 a.c. - circa. 4 d.c.) è uno dei più importanti romani giuristi della tarda repubblica e del primo principato. I giuristi romani operavano già all'epoca attraverso il metodo induttivo: dal particolare al generale. 

Essi analizzavano la fattispecie, estrapolavano il problema giuridico che sottostà a quel caso specifico, cercando di fornire una "regula iuris" ragionevole che, in quanto tale, potesse essere applicata a tutti i casi simili e per tutti coloro che si trovassero nelle stesse condizioni. Questo fu l'ambiente in cui fiorì Trebazio.

Uomo intelligente e fidato, fu in stretti rapporti di amicizia e confidenza con Cesare (per raccomandazione di Cicerone), Augusto, Orazio, Mecenate e pure con Cicerone. Da Cicerone e Pomponio apprendiamo che fu allievo a Roma di Quinto Cornelio Massimo. 

Più di molti altri seppe cogliere, agli inizi dell'impero, per inclinazione caratteriale e sensibilità, il calo di moralità e il degrado dei rapporti pubblici e privati a cui volle porre rimedio. Egli esalta pertanto la peritia, l’eloquentia, e la doctrina che rendono il giureconsulto doctior, in modo da poter esercitare al meglio l’interpretatio.

RESTI DI VELIA


LE ORIGINI

Fu nativo di Elea, denominata in epoca romana Velia, un'antica polis della Magna Grecia, rinvenuta oggi in contrada Piana di Velia, nel comune di Ascea, in provincia di Salerno, all'interno del Parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano e Alburni. Qui si sviluppò la Scuola Eleatica, una scuola filosofica, anche madre del bello scrivere, che vantò fra i suoi esponenti, Parmenide, Zenone di Elea e Melisso di Samo.

Da Velia, attratto dallo studio del diritto, si trasferì a Roma rinvenendo, secondo l’uso del tempo, nello stesso Cicerone e in Quinto Cornelio Massimo i praeceptores che gli avrebbero consentito di affermarsi nel sociale ed eccellere nella professione di giurista.

In qualità di giureconsulto, ma soprattutto di consigliere, seguì Cesare nelle sue campagne galliche, ricoprendo, anche se solo formalmente, la carica di tribuno militare. Nei consilia di Cesare prima, poi di Augusto, il giurista rivestì ruolo di protagonista imponendosi per la interpretatio, tanto, che Augusto concesse a Trebazio, oramai anziano, il ius publice respondendi ex auctoritate principis. 

Ebbe notevole fama quale maestro di Marco Antistio Labeone (... – 10 o 11 d.c.), che, nella trasformazione dalla Res Publica al Principato, sarà l'artefice di quel movimento innovatore del diritto romano che venne detto dei Proculiani, un movimento giuridico innovatore, opposto a quello conservatore di Capitone. 

"Labeone serbava incorrotto il senso della libertà e godeva per questo di più larga rinomanza, mentre la condotta ossequiosa di Capitone lo rendeva più caro ai dominatori. Al primo, appunto perché non salì oltre la pretura, questa ingiustizia procurò maggior considerazione: il secondo, per avere ottenuto il consolato, si attirò l'odio che nasce dall'invidia."
(Tacito, Annales)

Infatti al giurista vanno attribuite innovazioni che toccano gangli importanti della materia giuridica come i codicilli testamentari atti a risolvere una delicata questione successoria, sollecitato in ciò dallo stesso Augusto. 

La congettura sulla data di morte al 4 d.c. si deve a Wolfgang Kunkel, Herkunft und soziale Stellung der römischen Juristen, Böhlau Verlag, 1967 (p. 28). che si basa sull'identificazione del Lentulo della diatriba giuridica sui codicilli con il Lucio Cornelio Lentulo che morì, Proconsole d'Africa, intorno all'1 d.c..

CICERONE

CICERONE

Non si sa quando Trebazio arrivò a Roma per studiare legge, ma fu da questo momento che entrò in stretto contatto con Cicerone. Era consuetudine che i giovani si unissero a uomini più anziani ed esperti per essere introdotti alla vita pubblica.
 
Cicerone gli fu grande amico, spesso chiamandolo semplicemente e affettuosamente "Testa", pur non apprezzane l'epicureismo che giudicava inadeguato alle virtù civili e alla derivante pratica del diritto, e non apprezzava nemmeno il disimpegno civico di Trebazio, in relazione al suo ruolo di patrono di Ulubrae (Cisterna di Latina), i cui cittadini, appresa la presenza di Cicerone, gli avevano apprestato un'entusiastica accoglienza.

Altre fonti lo indicano invece come epicureo seguace di Irzio, legato di Cesare in Gallia (che sarà console con Pansa nel 43 a.c.).

Cicerone intrattenne con Trebazio un fitto epistolario di diciassette lettere in cui emerge un tono umoristico e confidenziale e da cui è possibile attingere molte delle notizie sulla sua vita. Gli dedicò inoltre i "Topica", un resoconto dell'omonima opera di Aristotele. Delle origini veliesi di Caio Trebazio rende testimonianza l’Arpinate in una celebre lettera del 44 a.c. a Trebazio, in cui l’invita a non disfarsi dei suoi possedimenti, le "paternae possessiones" a Velia, decantandone la salubrità dei luoghi:

«Tu però, se, come sei solito, darai ascolto ai miei consigli, serberai i tuoi beni paterni (...), né lascerai il nobile fiume Alento, né diserterai la casa dei Papiri...»
(Cicerone. Velia, 20 luglio 44 a.c., lettera a Trebazio in Roma.)

All'amico però non risparmia le critiche, biasimandone il suo precedente avvicinamento alla Nuova accademia dello scettico Carneade, di cui lui stesso era stato seguace, ma che aveva abbandonato in favore dello stoicismo.

Insomma Cicerone non risparmia alcuna critica a Trebazio, secondo lui troppo incline, a volte, ad atteggiamenti presuntuosi e giudizi affrettati: come quando Cicerone, in mezzo ai brindisi, viene messo alla berlina dall'amico sulla questione dell'esistenza o meno di una certa tradizione dottrinaria. 

L'esistenza della tradizione, sostenuta da Cicerone, era negata da Trebazio e riguardava l'esistenza di certe tradizioni giuridiche circa una facoltà, in capo all'erede, di perseguire giudizialmente un furto avvenuto prima della successione "mortis causa". Allora Cicerone, ancorchè fosse tardi ed egli appesantito da cibo e vino, fa una puntigliosa ricerca in biblioteca per dimostrare la fondatezza delle sue ragioni e rinfacciarle all'amico:

«E ora ascoltami bene, mio caro Testa! Io non so cosa ti renda più superbo, se il denaro che ti guadagni o l'onore che Cesare ti fa nel consultarti. Conoscendo la tua vanità, possa io crepare se non credo che tu ami più l'essere da Cesare consultato piuttosto che da lui arricchito!»
(Cicerone. Roma, 4 marzo 54 a.c. Lettera a Trebazio in Gallia.)

CESARE

CESARE

Nel 54 a.c., Cicerone lo aveva raccomandato come giureconsulto a Giulio Cesare, allora proconsole della Gallia, definendolo probo, modesto e dotato di profonda conoscenza e dottrina dello ius civile. Cesare lo prese con sè nello stesso anno nella campagna di Gallia nominandolo tribuno militare. Accortosi delle sue scarse attitudini militari, Cesare, pur confermandogli la carica e la paga, lo esentò dagli oneri connessi.

Per la stessa ragione Trebazio non seguì Cesare in Britannia, per cui Cicerone si chiede ironicamente come mai un accanito nuotatore come lui non abbia voluto bagnarsi nell'oceano. Comunque godette dei favori di Cesare con il quale entrò in grande confidenza e al cui fianco restò fedele nel corso della guerra civile. 

A tal proposito c'è un aneddoto, riportato da Svetonio, in cui Cesare mostrò scarso rispetto verso il Senato romano ricevendo, senza neppure alzarsi, una delegazione senatoria venuta a rendergli onori presso il Tempio di Venere genitrice; in quell'occasione Cesare avrebbe fulminato Trebazio con lo sguardo, per il solo fatto di aver letto nei suoi occhi una non gradita esortazione ad alzarsi.

Ebbe anche da Cesare il delicato incarico di mediare con Cicerone e con il tentennante Servio Rufo Sulpicio, oratore e giureconsulto romano, nel tentativo, risultato poi vano, di condurre i due dalla sua parte. Il tentativo con Cicerone è narrato da Plutarco, in "Vite Parallele. Cicerone. 37, 4".

AUGUSTO

AUGUSTO

Dopo l'assassinio di Cesare Trebazio si unì alla cerchia di Augusto e Mecenate, divenendo consigliere giuridico dell'imperatore. Pomponio riferisce che Trebazio acquistò l'ufficio di quaestor ma che il suo cursus honorum si fermò lì per scelta deliberata, e non volendo profittare della posizione privilegiata, rifiutò il consolato offertogli da Augusto.

Augusto, dopo aver dato personale attuazione a un fidecomesso (disposizione testamentaria per cui un erede è tenuto a conservare i beni ereditati e a trasmetterli alla sua morte ad altra persona indicata dal testatore) di un certo Lucio Lentulo attraverso codicilli, incaricò una commissione di saggi, fra cui Trebazio, di pronunciarsi sulla legittimità dei codicilli stessi. 

La risposta favorevole di Trebazio fu che i codicilli, più informali di un vero e proprio testamento, permettevano di dare efficacia anche alle disposizioni mortis causa di quei cittadini romani che, impegnati in lunghi viaggi, non potevano conformare le loro volontà nelle solenni formalità richieste al testamento. 

Questa innovazione giuridica infranse la regola secondo cui le disposizioni testamentarie dovessero essere integrate in un unico atto unitario, che disponesse simultaneamente di tutti i beni; da allora in poi fu possibile frammentare le proprie disposizioni testamentarie in una serie di singoli atti scollegati.

ORAZIO

ORAZIO 

Orazio recalcitra ai pareri legali dell'amico sui rischi del suo mestiere di poeta satirico:
«C'è di quelli cui sembro nella satira 
troppo feroce e superare i limiti
consentiti [...]. 
Trebazio, dimmi tu che cosa fare.
'Startene quieto.' Dici che non devo 
scriver più versi affatto? 'Appunto questo.'
Che mi prenda un malanno se non era 
questo il giusto parere: però soffro d'insonnia.
»

E poi:
«'Coloro che han bisogno di dormire
attraversin tre volte il Tevere
unti; a sera si bagnino di vino.
O se tanta mania ti forza a scrivere
canta solo le imprese dell'invitto
Cesare, e avrà compensi l'opera tua
.'»

Trebazio alla fine si arrende:
«'Tuttavia vorrei darti il mio consiglio:
di stare attento, di stare in guardia
che non ti porti qualche serio guaio
l'ignoranza di leggi inviolabili:
se qualcuno abbia scritto contro un altro
versi cattivi sia condotto innanzi
al tribunale e sia data sentenza.'
Sta bene: se cattivi; ma se buoni
qualcuno li abbia scritti e con la lode
di Cesare che giudica la causa?
Se qualcuno ha latrato, integro lui,
dietro a un altro che è degno di disprezzo?
'Saranno disarmate dalle risa
le leggi e tu sarai lasciato andare.

(Orazio, Satire, Libro II)



LE OPERE

Delle sue numerose opere nulla si è conservato, se non le frequenti menzioni che di lui si trovano nelle "Pandette" e nelle "Institutiones" del Corpus iuris civilis giustinianeo. 

Secondo Pomponio la sua perizia giuridica fu maggiore dell'eloquenza, arte in cui fu superato da qualcuno, come il giurista Cascellio, vissuto tra la fine della repubblica e gli inizî dell'impero, tuttavia giuridicamente meno esperto di lui.

Dai "Libri de religionibus", in almeno 10 libri, conseguono definitiones che attengono alla sfera del giuridico e del religioso per cui l’opera trebaziana venne ripresa da grammatici ed eruditi in tempi ben diversi rispetto all’ultima repubblica.
"De iure civili". Anche questo non pervenuto. 

Delle sue opere, che si conservavano ancora al tempo di Pomponio, non ci è pervenuto direttamente alcun frammento. Ma sul prestigio di Trebazio troviamo questo inciso: «cuius tunc auctoritas maxima erat».Macrobio, in Saturnalia III.5 cita, fra gli altri, il decimo libro della sua opera.


IL MISTERO DI GAIO TREBAZIO (Fonte)

"Alcuni anni fa, Piero Cavicchi e Gianluca Camerini decisero di provare a chiarire quello che era sostanzialmente un mistero, cioè la notizia, riportata da don Enrico Lombardi nel volumetto "Venturina" (pubblicato nel 1964), del ritrovamento, nei pressi del paese, di un «sigillo in pietra preziosa» recante il nome dell’antico patrizio romano «Caius Trabatius» (sic). 

Il sacerdote massetano collegava «come semplice ipotesi» il sigillo al mausoleo romano di Caldana domandandosi: «Caio Trabazio era forse l’antico proprietario della zona in mezzo alla quale gli fu eretto il monumento funebre detto il Mausoleo?» Don Lombardi non aggiungeva altro e ancora oggi nessuno sa dove sia il suddetto «sigillo»: di esso non c’è notizia alcuna nei molti libri che storici ed archeologi hanno dedicato al nostro territorio. 

Partendo quindi dai pochi dati a disposizione, i due cominciarono ad indagare e scoprirono che la fonte dell’informazione era un articolo, pubblicato nel 1963, probabilmente dallo stesso Lombardi, sul giornale diocesano "La Vita". L'autore però non diceva dove e in quali circostanze avesse visto il prezioso reperto romano, Nè tanto meno chi l'avesse trovato. 

L'articolo comunque chiariva alcune cose:
a) Il nome è Caius Trebatius, non Trabatius, come erroneamente riportato sul volumetto "Venturina" (la gens Trebatia era molto importante a Roma già nel I secolo a. C., come dimostra la figura del giurista Caio Trebazio Testa, amico di Cicerone).
b) Il ritrovamento è avvenuto «nel 1934, nel fare uno scasso per vigna, nelle vicinanze di Venturina, a circa un metro di profondità».
c) Il supposto «sigillo» è una gemma (probabilmente prima incastonata in un anello), sulla quale sono incisi il nome «C. TREBATIUS» ed un volto maschile «con aspetto giovanile».

Successivamente Cavicchi e Camerini rivolsero la loro attenzione alle località «nelle vicinanze di Venturina» in cui è presente una maggiore concentrazione di reperti di età romana, ed il nome Trebatius suggerì loro di identificare il luogo del ritrovamento con il sito di una ricca ed estesa villa che sorgeva nei pressi dell’attuale via di Bazzana, il cui nome sembra derivare proprio da (villa) Trebatiana, cioè “la villa di Trebazio”, oppure da (praedia) Trebatiana, vale a dire “i possedimenti di Trebazio”. 

Un complesso così importante e lussuoso si addice perfettamente ad un proprietario appartenente alla potente e ricca gens Trebatia, esattamente come è confacente al rango di quella famiglia il possesso di un anello del tipo sopradetto."


BIBLIO

- M. D'Orta - La giurisprudenza tra Repubblica e Principato: primi studi su C. Trebazio Testa (Pubblicazioni Università degli studi di Salerno. Sezione di studi giuridici - 11) - Napoli - 1990 -
- Marco Tulio Cicerone - Epistole ai Familiari - Milano - BUR - 2007 -
- RA. Bauman - Avvocati nella politica di transizione romana: uno studio sui giuristi romani nel loro contesto politico nella tarda repubblica e nel triumvirato - Monaco - 1985 -
- Alessandro Appiano - La storia Romana - Le guerre civili - Torino - UTET - 2001 -
- Orazio - Tutte le opere. Versione, introduzione e note di Enzio Cetrangolo - Sansoni editore - 1993 -


CERVIDIO SCEVOLA - CERVIDIUS SCAEVOLA


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Nome: Quintus Cervidius Scaevŏla
Nascita: II secolo
Morte: 207
Professione: Giurista romano

Quinto Cervidio Scevola, (lat. Quintus Cervidius Scaevŏla), fu di "familia" di ordine equestre, ma ad eccezione di quando era studente sappiamo poco della sua vita, e vi sono dubbi sull'origine geografica del giurista e della sua famiglia, data la presenza di una nipote che in età severiana ricorda nella sua onomastica il prestigioso avo. 

La carriera politica, secondo alcuni, interrotta nel 177 d.c., sembra avere avuto esiti diversi, come ad esempio un suo accesso in Senato nei primi anni di Commodo. La sua fama ancora viva nel 396 lo annovera fra i più grandi maestri della giurisprudenza romana.

Fu comunque un prestigioso Giureconsulto romano e sia la Historia Augusta che la Tabula Banasitana (Marocco) attestano che Scaevola fu membro del consiglio di Marco Aurelio (121-180); fu inoltre "praefectus urbi" nel 176, probabilmente sotto Settimio Severo (146-211).
 
Venne considerato il più grande giurista del suo tempo, prima ancora di Papiniano; nelle Pandette sono conservati numerosi frammenti della sua opera maggiore, Digesta, in 40 libri, che contiene responsi giuridici ordinati per materie, che trattano in modo chiaro e conciso una casistica varia e multiforme.

Sembra che un compendio di essa, o comunque un'opera tratta dalla stessa raccolta di responsi, siano i 6 libri di responsa, per la frequente coincidenza con frammenti estratti dai Digesta. Scrisse anche 20 libri di Quaestiones e 4 di Regulae.

Dalle tre raccolte di casi pratici analizzati e commentati che gli sono attribuite, riceviamo testimonianza della sua attività di consulente giuridico, esercitata prevalentemente nella parte orientale dell’impero; diversi autori, però, ritengono che abbia redatto esclusivamente le Quaestiones, mentre risalirebbero ad epoca successiva le altre due opere, ossia i Digesta ed i Responsa.
HISTORIA AUGUSTA

LE OPERE

- Digesta in 40 libri; mentre i libri 1-29 hanno degli ampi estratti, ve ne sono pochi del 10, per cui il giurista tedesco Paul Jörs sospetta che quella parte del Digesta di Scevola sia andata perduta nel VI secolo.
- Quaestiones in 6 libri. Consistevano in dispute condotte intorno a casi giuridici controversi.
- Responsa in 20 libri, comprendono un corpus di decisioni scritte e direttive date da studiosi giuristi in risposta a domande poste loro.
- Quaestiones publice tractatae (Questioni pubbliche trattate).
- Regulae in 4 libri, le regulae iuris erano massime contenute nelle fonti del diritto romano,


BIBLIO 

- Historia Augusta - "Marcus Antoninus Philosophus" -
- Paul Jörs - "Cervidius 1", Realencyclopädie der classischen Altertumswissenschaft - Band III -1899 - Sp. 1988–1993 -
- Cantarone Pasqua - Q. Cervidii Scaevolae digestorum et responsorum fragmenta selecta. Prassi e diritto nei digesta-responsa di Q. Cervidio Scevola - ed. Cacucci - 2010 -
- Alessia Spina - Quintus Cervidius Scaevola - Quaestionum Libri - 2021 -
- F. Betancourt - La defensa pretoria del missus in possessionem - in «AHDE.» -1982 -


G. D. ANNIO ULPIANO - G. D. ANNIUS ULPIANUS


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STATUA ULPIANO NEL PALAZZO DI GIUSTIZIA A BRUXELLES


Nome:
Cneo o Gneo Domicio (o Domizio) Annio Ulpiano - Gnaeus Domitius Annius Ulpianus
Nascita: Tiro, 170
Morte: Roma, 228
Gens: Annia
Professione: giurista


«Nam ut eleganter Celsus definit, ius est ars boni et aequi»
«Infatti, secondo la corretta definizione di Celso, il diritto è l'arte del buono e del giusto»
(Domizio Ulpiano in D. 1, 1, 1 pr)

Cneo o Gneo Domicio (o Domizio) Annio Ulpiano (in latino: Gnaeus Domitius Annius Ulpianus), conosciuto solamente come Ulpiano, è stato un politico e giurista romano, considerato uno dei maggiori esponenti della dottrina giuridica romana. Fu un membro di una delle famiglie equite della provincia romana di Siria, nonchè membro della gens Annia.

Nato a Tiro, nell'allora provincia romana della Siria, attorno al 170, Ulpiano fu fra gli esponenti più importanti della giurisprudenza romana del suo tempo. Vanno a suo merito la formulazione e la sistemazione ordinata di molte norme del diritto amministrativo e del diritto civile romano dell'epoca, che rimangono tutt'oggi a fondamento del diritto moderno e materia di studio nelle facoltà di giurisprudenza.

Ulpiano è uno dei cinque giuristi che hanno avuto più considerazione nel periodo imperiale. Inoltre, le sue opere furono ampiamente impiegate nella redazione del Digesto Giustiniano, anzi circa un terzo del Digesto è formato da frammenti estratti dalle sue opere. 



LA CARRIERA
   
- Tra il 203 e il 211 fu assessore assieme a Giulio Paolo durante la prefettura di Emilio Papiniano 
- Divenne consigliere dello stesso Papiano, il che determinò un leggero attrito con giulio Paolo. 
- Fu mentore dell'imperatore Alessandro Severo, con il quale intrattenne una relazione stretta. 
- Capo del consiglio di reggenza dell'imperatore Severo, Ulpiano rimediò alle nefandezze giuridiche e finanziarie imposte dal precedente imperatore Eliogabalo, restituendo al Senato l'autorità che aveva sempre avuto in precedenza. 
- Il Senato, grato per il riconoscimento e per l'autorità ritrovata, gli conferì in cambio la prefettura dell'annona.
- Successivamente il Senato gli conferì la prefettura del pretorio. 



LA MORTE

Ulpiano instaurò fra i pretoriani un clima di rigidità e di austerità, che molto contrastava con il lassismo e l'arroganza cui erano ormai abituati, cosa che causò malcontento, sfociato infine nella congiura di palazzo guidata da Marco Aurelio Epagato, ex liberto di Caracalla, e quindi nel suo assassinio. 



 LE OPERE 

- Ad edictum, in 81 libri, commentario
- Ad Sabinum, in 51 libri, commentario
- De fideicommissis, in 6 libri
- De appellationibus, 10 libri
- Responsorum, in 2 libri
- Disputationes, in 10 libri
- Institutiones, in 2 libri
- Regulae, in 7 libri

Poi scrisse dei libri dedicati al diritto pubblico, di cui:
- De officio consulis, in 3 libri
- De officio proconsulis, in 10 libri

Poi dei commenti di leggi di cui:
- Ad legem Actiam Sentiam, in 4 libri
- Ad legem Iuliam et Papiam, in 20 libri
- Ad legem Iuliam de adulteriis, in 5 libri

Scrisse inoltre: 
- Notae ai Digesta di Marcello e ai Responsa di Papiniano
- un liber singularis regularum, di cui ci è pervenuto un estratto, anche detto Tituli ex corpore Ulpiani o Epitome Ulpiani, sunto postclassico in cui sono utilizzate anche altre fonti.

Incerta è l'attribuzione a Ulpiano dei Sex libri opinionum, probabilmente una compilazione postclassica di brani ricavati dalle sue opere.


BIBLIO 

- Tony Honoré - Ulpian: pioneer of human rights - Oxford University Press - 2002 -
- De edendo - XIII secolo - London - British Library - Harley MS - Harley MS 3834 - 
- De edendo - XIII secolo - Évreux - Médiathèque - Fonds manuscrits - ms. 19 - 
- De edendo - XIII secolo - London - British Library - Royal MS - Royal MS 10 B IV -
- V. Arangio-Ruiz - Sul liber singularis regularum - Bull. ist. dir. rom. - XXX - 1921- 
- E. Albertario - Tituli ex corpore Ulpiani - Bull. ist. dir. rom. - XXXII - 1922 - 
- F. Schulz - Die Epitome Ulpiani - Bonn - 1926 -


AURELIO ARCADIO CARISIO - A. ARCADIUS CHARISIUS


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Nome:
 Aurelius Arcadius Charisius
Nascita: tra il III e il IV secolo
Morte: tra il III e il IV secolo
Professione: giurista romano dell'impero tardo-antico.


Di lui si sa pochissimo se non che ricoprì il ruolo di magister libellorum, ovvero capo degli scrinia a libellis (scrinia: settore della burocrazia imperiale), gli uffici della cancelleria imperiale, fonte principale delle costituzioni imperiali, probabilmente durante il regno di Diocleziano (244-313) oppure durante quello di Costantino I (274-337). Ma più probabilmente, secondo gli studiosi, durante il regno di Diocleziano, subito dopo l’‘epoca terribile degli imperatori soldati.



LE MONOGRAFIE  

Fu autore di diverse monografie (opere che trattano in modo approfondito un singolo argomento), delle quali ci restano i frammenti tramandati nel Digesto di Giustiniano in cui si individuano appunto varie monografie:

- il Liber singularis de muneribus civilibus, riguarda i munera civilia (prestazioni a carattere personale, o Munera personalia, patrimoniale o Munera patrimoniorum, e misto Munera mixta, imposte ai privati nei municipia dell'impero);.

- il Liber singularis de testibus, l'uso delle testimonianze processuali;

- il Liber singularis de officio praefecti praetorio, che mostra la centralità del ruolo del prefetto del pretorio nell'età tardoantica e cioè i vari compiti che il funzionario imperiale era chiamato a svolgere nell’ambito della sua attività di governo. 

I prefetti del pretorio furono una particolare categoria di soggetti che acquisirono sempre maggior rilievo nel corso della storia: inizialmente erano considerati delle scorte armate dell'imperatore ma con il passare del tempo, da guardie del corpo dell'imperatore divennero dei confidenti dell'imperatore, e quindi si venne a creare uno stretto contatto con l'imperatore fino a diventare dei veri e propri vice imperatori.

Dalle poche frasi conservate, si può intuire che il Liber singularis de officio praefecto praetorio fu scritto prima della riorganizzazione della prefettura operata da Costantino, probabilmente durante il regno di Diocleziano.

L'opera di Carisio doveva essere molto apprezzata ancora in epoca giustinianea, se è vero che fu la più importante fonte dello studioso delle prefetture Giovanni Lido (490 – dopo il 557). 

I prefetti del pretorio sono una particolare categoria di soggetti che hanno acqusito sempre maggior
rilievo nel corso della storia: inizialmente erano considerati delle scorte armate dell’imperatore .
con il passare del tempo , da guardie del corpo dell’imperatore diventano dei confidenti dell
imperatore , e quindi si viene a creare uno stretto contatto con l imperatore che diventano dei veri e
propri vici imperatori.

BIBLIO

- Daniele Vittorio Piacente - Aurelio Arcadio Carisio un giurista tardoantico - Epipuglia - 2012 -
- Gaetano Scherillo, Aldo Dell'oro - Manuale di storia del diritto romano - Edizione Cisalpino -
- Dario Mantovani - Diritto e costituzione in età repubblicana - Introduzione alla storia di Roma di Gabba-Foraboschi-Mantovani-Lo Cascio-Troiani - Edizione LED -


 

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