La chiesa di Sant'Ignazio di Loyola in Campo Marzio. (S. Ignatii de Loyola in Campo Martio) nel centro storico di Roma, è un edificio di culto cattolico in stile barocco, inserita nel Collegio Romano di cui era cappella universitaria e affaccia sulla particolare piazza Sant'Ignazio. Il Collegio Romano era un tempo un grandioso complesso dotato di laboratori, aule, refettori ma anche biblioteca, stalle e comprendeva l’osservatorio astronomico di Athanasius Kircher, un gesuita, filosofo, storico e museologo tedesco che pubblicò una quarantina di opere, anzitutto sugli studi orientali, sulla geologia e la medicina.
« Il Campo Marzio ne ha ricevuto la maggior parte [di monumenti], aggiungendo così alla bellezza naturale anche gli ornamenti dovuti ad una corretta cura che ne presero [da Pompeo ad Augusto]. In effetti l'ampiezza della piana è ragguardevole, offrendo contemporaneamente spazio per effettuare corse dei carri, oltre ad una serie di altre manifestazioni ippiche, oltre a spazio per coloro che si esercitano con la palla, al cerchio ed alla lotta. Vicino al Campo Marzio si trova un altro campo (Prata Flaminia), con portici che lo circondano intorno, con boschi sacri, tre teatri (di Pompeo, di Balbo e di Marcello), un anfiteatro (circo Flaminio) e templi ricchi e vicini tra loro, tanto che il resto della città sembra abbia un ruolo di secondo piano. »
(Strabone, Geografia, V, 3,8.)
LA TRADIZIONE
La Chiesa di Sant’Ignazio ha una particolare tradizione tipicamente romana. Qui avveniva la “caduta della palla”, ovvero il rintocco di mezzogiorno. Alle 11:56 veniva infatti innalzata un’asta lunga sei metri in cima alla quale veniva posta una grande palla in vimini. Alle 12:00, veniva fatta scendere segnando l’ora esatta, grazie al vicino convento nel quale era presente un osservatorio astronomico.
La tradizione risale al 1847 quando Papa Pio IX, dette l'ordine di sparare a salve il cannone posto in cima al Gianicolo per uniformare e sincronizzare tutte le campane delle chiese di Roma che finalmente avrebbero suonato all’unisono.
La tradizione è ancora attuale: “ROMA, SE SENTI UN COLPO DI CANNONE NON AVER PAURA, È SOLO MEZZOGIORNO”.
IL COMANDO DEI CARABINIERI
PIAZZA S. IGNAZIO
La piazza fu disegnata dall'architetto Filippo Raguzzini, il più valente seguace del grande architetto Francesco Borromini e tra i maggiori esponenti del Rococò romano, che la realizzò intorno al 1727-1728 con un originale schema geometrico ottenuto dall'accostamento di tre ovali.
La definitiva sistemazione allo spazio antistante la chiesa di S. Ignazio non avvenne attraverso edifici di uso pubblico, come d'uso, ma normali case di abitazione, i primi esempi di case costruite dalla nobiltà per trarne una rendita dandole in affitto.
L'architetto contrappose alla poderosa facciata della chiesa alcuni palazzi dalle forme concave e tra questi si nota il palazzo centrale, oggi sede del Comando carabinieri per la tutela del patrimonio culturale, con un'originale pianta triangolare, mentre la facciata concava, elevata su quattro livelli, è ornata con balconi e ringhiere in ferro battuto.
La piazza. decisamente originale e ammirevole, fu però ottenuta sbancando, non solo le casupole che dominavano l'area ma pure gran parte dei i resti romani che le sostenevano, essendo in zona l'Aedicula Minervae, parte dei Septa Iulia, il Serapeo, il Porticus Divorum e il Diribitorum.
PIAZZA S. IGNAZIO DI LOYOLA
D'altronde piazza della Minerva prende il nome dal “Tempio di Minerva Chalcidica” eretto da Domiziano davanti al grande complesso della Porticus Divorum, un tempio di pianta circolare, con un giro di colonne, su base quadrata provvista di gradini su tutti e quattro i lati e sorgeva dove oggi si trova la chiesa di S.Marta.
L’antica chiesa, denominata “S. Maria in Minervium” (ovvero “S. Maria presso il Tempio di Minerva”), era di piccole dimensioni e così lasciò il posto ad un’altra più grande nel 1280, allorché i Domenicani subentrarono alle suore Basiliane.
Nel 1453 il conte Francesco Orsini, prefetto di Roma, fece costruire la facciata, come attesta la lapide posta sulla destra della facciata:
FRANCISCUS DE URSINIS GRAVINE ET CUPERSANI COMES ALME URBIS PREFECTUS ILLUSTRIS AEDES MARIE VIRGINIS SUP(RA) MINERVAM IAMDIU MEDIO OPERE INTERUPTAS P(RO)RIIS SU(M)PTIBUS ABSOLVERE CURAVIT P(RO) E(IUS) A(N)I(M)E SALUTE ANNO D(OMI)NI MCCCCLIII PONT D(OMI)NI N(OST)RI NICOLAI PAPE V
ovvero “Francesco Orsini Conte di Gravina e Conversano illustre prefetto dell’alma Urbe, la chiesa di S. Maria sopra Minerva, già interrotta a metà dei lavori, fece completare a proprie spese per la salvezza della sua anima nell’anno del Signore 1453, sotto il pontificato del Signore Nostro Papa Nicolò V”.
IL COLLE GIO ROMANO
IL COLLEGIO ROMANO
Nel 1551, data la carenza di scuole pubbliche romane e soprattutto per la formazione dei giovani sia laici che religiosi (in particolare dei gesuiti), venne fondato il Collegio Romano, aperto soltanto a studenti maschi, realizzato grazie alla donazione fatta nel 1550 da Francesco Borgia, Duca di Gandia.
Il grande Collegio Romano comprendeva anche una chiesa ma con il passare del tempo i giovani studenti aumentavano e le piccole dimensioni dell’edificio non erano più sufficienti per oltre 2mila studenti. Così si pensò di edificare una chiesa molto più grande di quella esistente dedicata all’Annunziata.
Francesco Borgia, già sposato alla nobildonna portoghese Eleonora de Castro e appartenente alla Compagnia di Gesù fin dal 1548, con dispensa papale e in gran segreto, conservava ancora il suo rango nell'attesa di sbrigare i suoi obblighi e di sistemare i figli. Nel 1551 il Collegio Romano era una casa in affitto situata ai piedi del Campidoglio, in via di Nuova Capitolina poi chiamata piazza dell'Ara Coeli.
Qui iniziarono subito le lezioni di latino e greco e poco dopo anche di ebraico (per la lettura della Bibbia): “vi si insegnava ancora la dottrina cristiana e sopra la porta delle scuole vi era scritto in una tabella: scuola di grammatica, d'umanità, e di dottrina cristiana, gratis” (riservata però ai soli maschi e solo per i meritevoli).
LA CHIESA
La chiesa fu costruita nel 1626 sull'antica chiesa dell'Annunziata che era divenuta troppo piccola per l'afflusso degli studenti del Collegio Romano. I lavori cominciarono nel 1626 e fu dedicata a Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, che era stato canonizzato il 12 marzo 1622.
Ignazio di Loyola era stato canonizzato dal nipote di papa Gregorio XV. il vescovo Ludovico Ludovisi, che finanziò gran parte dell'opera. La devozione del cardinale Ludovisi alla Compagnia di Gesù risaliva agli anni di scuola, ed egli volle che l'edificio, per il quale versò subito 100.000 scudi.
Ma il progetto riguardava un'area vicina al noviziato di Sant'Andrea e il papa obiettò che l'altezza del nuovo edificio gli avrebbe impedito la vista del Quirinale. Il cardinale dovette allora spostarne il luogo nei pressi del Collegio Romano, l'istituto dei Gesuiti nel centro di Roma. Ma furono gli stessi Gesuiti a creargli delle difficoltà.
Le condizioni della Compagnia erano cambiate notevolmente rispetto ai tempi in cui essa aveva dovuto accettare supinamente le disposizioni del potente cardinale Farnese, e lo stesso cardinale Ludovisi ammirava i Gesuiti per la «...potenza et autorità c'hanno quasi con tutti i Prencepi».
Sembra che il cardinale Ludovisi bandì un concorso per un architetto, e che tra altri si presentasse il Domenichino, suo protetto. Il biografo Gian Pietro Bellori dice che il Domenico eseguì parecchi disegni per il cardinale Ludovisi, ma dovette scontrarsi coi Gesuiti «...e gli dissero che non si affaticasse; perché volevano seguitare la forma della loro Chiesa del Gesù, come la prima, e la più bella, che era servita di esempio, e di modello all'altre chiese: rispose il Domenico che si contentassero di haver due modelli, e che egli haverebbe proposto il secondo; ma il tutto fu vano».
DEDICA A S. IGNAZIO DI LOYOLA
L'ARCHITETTO GESUITA
L'incarico fu dato al padre gesuita Orazio Grassi (1583 - 1654), architetto, matematico, ottico e astronomo, famoso per essere stato avversario di Galileo Galilei. Il Domenichino non la prese bene, soprattutto quando, come egli affermò, il Grassi combinò insieme i due disegni ch'egli aveva presentato e che erano stati bocciati dai Gesuiti.
Per quanto Ludovisi continuasse, negli ultimi anni di vita, a richiedere che venisse nominata una commissione di architetti, tra i quali il Domenichino e Carlo Maderno, per esaminare i progetti del Grassi, non ottenne nulla e comunque alla Compagnia concesse un'ulteriore somma di 100.000 ducati. Secondo altre fonti però il Grassi si servì anche di un progetto di Carlo Maderno.
L'edificio di culto doveva comunque servire non al pubblico ma solo agli studenti del Collegio Romano, l'élite degli allievi che sarebbero stati le nuove guide laiche e religiose dello stato pontificio, pertanto la decorazione delle cappelle laterali non aveva potuto essere affidata come d'uso alle famiglie patrizie romane.
RISPARMIO E MEDIOCRITA'
Così se ne occuparono gli stessi Gesuiti che, per risparmiare, si affidarono a un loro membro: Pierre de Lattre, di St. Omer, entrato nel noviziato di Sant'Andrea nel 1626. Questi eseguì tutti i dipinti che all'epoca si potevano vedere nella chiesa e nella sacrestia.
Affrescò la volta della sacrestia, completò sei dipinti per le cappelle laterali ed eseguì illusionisticamente in pittura un finto altare sulla parete interna dell'abside. Ma era un artista mediocre. Il Grassi fu per molto tempo anche direttore dei lavori ma gli subentrò un altro gesuita, il Sasso, che ne continuò l'opera apportando alcune modifiche al disegno originale.
IL SANTO
" Deposto ogni giudizio, dobbiamo tenere l'animo disposto e pronto per obbedire in tutto alla vera sposa di Cristo nostro Signore che è la nostra santa madre Chiesa gerarchica."
" Deposto ogni giudizio, dobbiamo tenere l'animo disposto e pronto per obbedire in tutto alla vera sposa di Cristo nostro Signore che è la nostra santa madre Chiesa gerarchica. "
(Ignazio di Loyola - Esercizi spirituali)
LA FINTA CUPOLA
Ignazio fu un combattente piuttosto coraggioso che in battaglia venne colpito pesantemente a una gamba per cui zoppicò a vita. Entrando in convento dopo una disciplina di ascesi durissima pensò al suicido ma poi acquistò la fede.
Nel 1534 Ignazio con altri sei studenti si incontrarono a Montmartre, vicino Parigi, facendo voto di povertà, castità e obbedienza assoluta al Papa e fondando un ordine con un termine d'origine militare, la Compagnia di Gesù, allo scopo di eseguire lavoro missionario e di ospitalità a Gerusalemme o andare incondizionatamente in qualsiasi luogo il Papa avesse loro ordinato.
Nel 1538 con tre compagni Ignazio si recò a Roma per fare approvare dal Papa la costituzione del nuovo ordine. Paolo III confermò l'ordine nel 1540, ma limitò il numero dei suoi membri a sessanta; togliendo poi l limitazione nel 1543. L'ultima e definitiva approvazione della Compagnia di Gesù fu data nel 1550 da Papa Giulio III.
Ignazio inviò i suoi compagni come missionari per il mondo a creare scuole, istituti, collegi e seminari, predicando, confessando e istruendo. Spesso i sovrani dell'epoca ebbero come confessori e padri spirituali i padri gesuiti che influirono così sui vari governi. Il motto dei gesuiti fu: "Non nobis Domine sed ad maiorem gloriam tuam."
La morte
Nel 1556 sentì prossima la morte e chiese i conforti religiosi e la benedizione del Papa, ma il segretario rimandò la cosa al mattino dopo, cosicché morì senza l'estrema unzione, a 65 anni. Venne sepolto nella chiesa di Santa Maria della Strada a Roma.
Venne canonizzato nel 1622, insieme a Teresa d’Avila, al gesuita Francesco Saverio e Filippo Neri. Nel 1637 il suo corpo fu collocato in un'urna di bronzo dorato, nella Cappella di Sant'Ignazio della Chiesa del Gesù in Roma. La statua del Santo, in argento, è realizzata dallo scultore francese Pierre Legros.
Alla morte di s. Ignazio l'ordine da lui fondato contava più di 1000 religiosi con circa 100 tra collegi e altre case sparsi in 12 province, in Europa, in Africa, nelle Indie e nell’America Meridionale.
L'ESTERNO DELLA CHIESA
La facciata della chiesa è strutturata su due ordini, l'inferiore e il superiore. Nella parte inferiore sono collocate tre aperture con tre portali, sormontati da timpani curvilinei impreziositi da raffinati festoni; La porta centrale è affiancata da due grandi colonne sormontate da ricchi capitelli corinzi.
Tra la porta principale e quelle laterali sono poste due nicchie che avrebbero dovuto ospitare delle statue, nicchie tondeggianti alla sommità, sormontate da timpani appuntiti. Tra le nicchie e le porte laterali si ergono due paraste (pilastri di sostegno semi-inglobati nella facciata) per lato, e oltre le porte verso l'angolo della chiesa si ergono altre due paraste per parte, tutte terminanti in capitelli corinzi.
Tra i due ordini corre la seguente iscrizione: “S(ANCTO) IGNATIO SOC(IETATIS) IESU FUNDATORI LUD(OVICUS) CARD(INALIS) LUDOVISIUS S(ANCTAE) R(OMANAE) E(CCLESIAE) VICE CANCELLAR(IUS) A(NNO) DOM(INI) MDCXXVI”, ovvero “A S.Ignazio fondatore della Compagnia di Gesù il cardinale Ludovico Ludovisi Vice Cancelliere di Santa Roma Chiesa nell’Anno del Signore 1626”.
Nella parte superiore, allineata con la porta centrale, vi è una gran finestra che illumina la navata ed è sormontata da un timpano a punta (al contrario di quella del piano inferiore che è curvilinea). Anche qui si ripetono le due nicchie alle estremità di entrambi i lati, ma sormontate da timpani ricurvi al contrario di quelle dell'ordine inferiore che li hanno appuntiti.
Sono da notare anche qui le due colonne e le sei paraste (stavolta tre per lato), sempre con capitelli corinzi, e, alle estremità, le volute a spirale riverse, molto simili a quelle ideate dalla genialità di Leon Battista Alberti per la basilica di Santa Maria Novella a Firenze, anche se più esili. Un timpano con la croce, con sei candelabri e lo stemma Ludovisi, corona la facciata.
GLORIA DI ST. IGNAZIO
L'INTERNO DELLA CHIESA
L’interno a croce latina, lunga 81,5 metri, larga 43 metri che presenta una navata fiancheggiata da sei cappelle, tre per lato, comunicanti su ciascun lato. Sono decorate con splendidi marmi policromi e stucchi raffinati. Il presbiterio, ovvero la parte architettonica della chiesa riservata al clero officiante, termina con un'abside riccamente affrescata. Le decorazioni del soffitto della grandiosa volta della navata sono di Andrea Pozzo, fratello dell'Ordine Gesuitico, e rappresentano L’ascesa di Sant'Ignazio in Paradiso.
Nella navata a destra troviamo la Cappella di S. Cristoforo, la Cappella di S. Giuseppe o Cappella Sacripante, disegnata da Nicola Michetti e realizzata a spese del cardinale Giuseppe Sacripante, e la Cappella di S. Gioacchino; a sinistra la Cappella del Crocifisso, dove si trova un crocifisso del XVIII secolo, la Cappella di S. Francesco Saverio e la Cappella di S. Gregorio Magno.
La chiesa è molto nota per le quadrature (trompe l'oeil) di Andrea Pozzo (1642-1709), tra cui la finta cupola situata all’incrocio del transetto. Si tratta di una tela di 13 metri di diametro, sulla quale il Pozzo realizzò l'effetto prospettico della finta architettura. La pittura originaria, compiuta nel 1685, fu distrutta da un incendio; nel 1823, fu riprodotta fedelmente da Francesco Manno, sulla base dei disegni e degli studi lasciati dal Pozzo.
Per comprendere la maestria di questo pittore occorre cercare la lastra di marmo rotonda arancione che sta al centro della chiesa, salirci su e guardare il soffitto affrescato da Andrea Pozzo che in meno di dieci anni (1685-1694) dipinse la divinizzazione di Ignazio. E' l'affresco della Gloria di sant'Ignazio, con Cristo che manifesta lo stendardo della croce.
Dal costato del Cristo s'irradia una luce che illumina Ignazio, dal quale si diparte verso quattro figure allegoriche che rappresentano i continenti allora conosciuti. Il Santo ascende dalla terra, formata dai quattro continenti Europa (con scettro e corona sopra un cavallo), Africa (una donna di colore con capelli crespi sopra un coccodrillo), Asia (con lo sguardo verso il cielo sopra un cammello) e America (con corona di piume sopra un puma), fino al cielo che sembra infinito.
VINCENZO PANDOLFI - IL TEMPIO DI CRISTO
Questo effetto cambia man mano che ci si avvicina all'altare, da una prospettiva che la fa apparire più alta, più reale e tridimensionale. Un trompe l'oeil. Poco prima che inizino le file di sedili, c'è una seconda pietra rotonda di marmo arancione. Salendoci su e guardando in alto verso l'ingresso, si vede che la volta è solo dipinta. Ma se si guarda verso l'altare, si vede invece una bellissima cupola che sembra reale, ma invece anch'essa è dipinta.
Nell'abside sono rappresentate le Scene dalla vita di Sant'Ignazio, come ad esempio, la Difesa di Pamplona, in cui Ignazio fu ferito. Nella calotta dell'abside Andrea Pozzo mise in opera un altro dei suoi virtuosismi prospettici: riuscì infatti a rappresentare un'architettura fittizia con quattro colonne dritte in una superficie concava.
Oltre a questi capolavori di pittura prospettica, sono da notare le sei cappelle situate lungo le navate laterali che, con elegante proporzione e sontuosità, rendono l'intero impianto architettonico più completo e armonioso.
Entrando sulla destra nella Chiesa di S. Ignazio, compare la meravigliosa creazione del maestro ebanista, Vincenzo Pandolfi (1905-2005), iniziata all' età di 70 anni e terminata a 98, due anni prima della sua morte. La sua idea era di far confluire, unificare le varie religioni, in una sola grande chiesa.
Bellissima realizzazione, che mette in campo tutte le competenze artistiche dell' autore, e che abolirebbero almeno tutte le guerre di religione nel mondo, anche se la visione contempla che ogni religione confluisca in quella cristiana.
MONUMENTO A GREGORIO XV
"Ut unum sint" è il filo conduttore della progettazione e costruzione del "Tempio del Cristo Re" per unificare in una Chiesa tutte le religioni e giungere alla pace universale. L'opera poggia su una base di legno con una superficie quadrata ed ellissoidale del diametro di m.2.80 con scala 1 a 200.
Nella zona periferica ai quattro lati del tempio, l'artista ha collocato 16 costruzioni e quattro rampe attraverso le quali si giunge al piano superiore. Ogni rampa è sormontata da un piedistallo per la statua del santo protettore di ognuno dei continenti rappresentati. Al centro del Tempio vi è un altare a tre piani; sul primo piano vi sono quattro organi, sul secondo il piano per le celebrazioni eucaristiche e sul terzo l'esposizione del Santissimo Sacramento.
La parte esterna dell'opera presenta nel fregio 64 nicchie nelle quali sono collocate statue che rappresentano la genealogia di Gesù. Al di sopra del cornicione 56 finestroni danno luce all'interno della struttura. Quattro campanili con base ad arco recano nella parte superiore e in tre lati la scritta "Ut unum sint".
- Nella controfacciata le due statue in stucco raffiguranti la Religione e la Magnificenza di Alessandro Algardi,
- nella seconda cappella a destra (cappella Sacripante), disegnata da Nicola Michetti, la solenne pala con il Transito di San Giuseppe di Francesco Trevisani,
- l'altare del transetto destro, di Andrea Pozzo, con il rilievo del San Luigi Gonzaga di Pierre Legros (a cui corrisponde, nel transetto sinistro, quello dell'Annunziata, di Filippo Valle).
- Ai lati del presbiterio, sulla destra, vi è la cappella Ludovisi con il monumento sepolcrale di papa Gregorio XV, opera tardo-seicentesca situata nel vano a destra dell'abside di Pierre Legros.
- quattro statue in stucco con le Virtù, di Camillo Rusconi;
- nel corrispondente spazio di sinistra, che dà accesso alla sacrestia, è invece collocata la colossale statua in gesso di Sant'Ignazio, sempre opera del Rusconi del 1728 e modello di quella eseguita in marmo per la basilica vaticana. sempre opera di Camillo Rusconi, situata invece nel vano a sinistra dell'abside.
TOMBA DI SAN LUIGI GONZAGA
SEPOLTURE
Nell'edificio si conservano i corpi di diversi santi della Compagnia di Gesù: - Luigi Gonzaga, proclamato santo da papa Benedetto XIII nel 1726. - Roberto Bellarmino, teologo, scrittore e cardinale italiano, venerato come santo dalla Chiesa cattolica e proclamato dottore della Chiesa. - Giovanni Berchmans, proclamato santo da papa Leone XIII ed è, con i santi Luigi Gonzaga e Stanislao Kostka, patrono della gioventù studentesca. - Un altro corpo conservato in sant'Ignazio è quello di Padre Felice Maria Cappello (1879 - 1962) soprannominato "il confessore di Roma", Gesuita e docente alla Pontificia Università Gregoriana; di lui è aperta la causa di beatificazione.
ORGANO A CANNE
Nella chiesa si trova un organo costruito dalla Pontificia Fabbrica d'organi Tamburini di Crema nel 1935 in sostituzione di un altro precedente ampliato nel 1905-1906 da Carlo Vegezzi-Bossi; quest'organo era stato costruito nel 1888 dall'organaro Pacifico Inzoli su ispirazione del nuovo organo Morettini di San Giovanni in Laterano e contava 37 registri dislocati su 3 tastiere e pedaliera. Lo strumento attuale, collocato sulle due pareti laterali dell'abside sopra apposite cantorie con balaustrate barocche, è a tre tastiere e pedaliera concavo-radiale e conta 53 registri.
BIBLIO
- Il collegio romano - Storia di una costruzione (Vetere, Benedetto, Ippoliti, Alessandro ed.) - Gangemi - Roma - 2001 -
- Villoslada, Ricardo Garcia - Storia del collegio romano. Pontificia Università Gregoriana - Roma - 1954 -
- Rinaldi Ernesto - La fondazione del collegio romano - Cooperativa tipografica - Arezzo - 1914 - - Ignazio di Loyola - Gli scritti - traduzione di Mario Gioia - Utet - Torino - 1988 - - William V. Bangert - Storia della Compagnia di Gesù - Marietti - Genova - 1990 - - Cándido de Dalmases - Il padre maestro Ignazio - Jaca Book - Milano 1994 - - Galletti Pietro - Memorie storiche intorno alla provincia romana della compagnia di Gesù dall'anno 1824 all'anno 1924 - Editrice Agostiniana - Prato - 1914 - - John W. O'Malley, I primi gesuiti, Vita e pensiero, Milano 1999 -
Nome: Gaio Giulio Saturnino, Caius Iulius Saturninus Nascita: Mauritania ... Morte: Apamea, 281 Professione: comandante militare
Regno: 280
Saturnino fu un usurpatore contro l'imperatore Marco Aurelio Probo. Da non confondersi con un altro usurpatore di nome Lucio Antonio Saturnino dell'88-89.
Il suo nome ci è noto attraverso una sola fonte che è pure relativamente affidabile: la rinomata e più volte citata Historia Augusta, componimento storico-biografico che tratta di trenta imperatori redatto intorno al 285 - 337 d.c. da sei diversi autori, ovvero Aelio Lampridio, Aelio Sportiano, Flavio Vopisco - da tenere in considerazione insieme a T. Pollione - Giulio Capitolino, Trebellio Pollione e Vulcacio Gallicano.
LA PELLE NERA
Sembra che Giulio Saturnino fosse di origine africana ed esattamente della Mauritania, tanto è vero che lo storico Zonara sostiene che fosse un moro, anche se la Historia Augusta sostiene invece che fosse di origine gallica.
Nulla di cui stupirsi, il colore della pelle per i civili antichi romani non aveva alcun significato e nelle raffigurazioni in genere veniva ignorato. I romani non conoscevano il razzismo, d'altronde si calcola che a Roma il 75% degli abitanti fossero stranieri.
Saturnino era fra l'altro un uomo colto e aveva accuratamente seguito corsi di retorica prima in Africa e poi a Roma, dove si era inserito anche in alcuni circoli culturali. Saturnino era inoltre stato amico dell'imperatore Marco Aurelio Probo e fu lui infatti a nominarlo nel 279 circa governatore della Siria.
La Historia Augusta, un documento tardo-imperiale spesso considerato poco affidabile dagli storici moderni, racconta che fu l'imperatore Probo a porre Saturnino a capo delle province orientali, ordinandogli però di stare lontano dalla turbolenta provincia egiziana, il cui popolo, adulatore e lusingatore per natura, l'avrebbe sicuramente corrotto e portato sulla strada dell'illegalità.
PROBO
Proclamato imperatore (276) dalle truppe in Oriente, fu instancabile contro barbari e usurpatori che non gli dettero tregua. Difese il confine danubiano, soffocò in Oriente la ribellione degli Isauri. Stanziò entro i confini dell'Impero Bastarni, Gepidi, Grautungi e Vandali, liberò l'Egitto dai Blemi
Nel 280 l'imperatore Probo era stato ad Antiochia per controllare meglio la frontiera orientale e i nemici persiani. Ma il deteriorarsi delle condizioni della frontiera occidentale dell'impero spinsero l'imperatore ad abbandonare l'Oriente e a tornare in Occidente.
IL RITIRO DELL'IMPERATORE
Dopo che Probo aveva lasciato la Siria per recarsi sulle frontiere del Reno, Saturnino, seppur riluttante, venne costretto nel 280 ad accettare il titolo di imperatore da alcuni soldati ribelli e dalla popolazione di Alessandria d'Egitto che effettivamente lo salutò in maniera entusiastica:
"Saturnino Augusto, gli dei ti salvino!"
(Vopisco, Historia Augusta).
Qualcuno ritiene che in realtà fosse in astio con Probo per essersi sentito abbandonato dal ritiro dello stesso.
PROBO
USURPAZIONE E FUGA
Per evitare questa situazione, che viene infatti da pensare che egli non avesse effettivamente voluta, Saturnino fuggì da Alessandria e si rifugiò in Palestina, dove però decise di assumere l'incarico affidatogli. Si proclamò quindi imperatore nel 280. Probo non dovette però intervenire, anzi gli avrebbe mandato una lettera, promettendogli il perdono se si fosse sottomesso.
Saturnino era molto pentito della sua decisione, riporta Pollione nella Historia Augusta le sue parole di rimpianto rispetto a Roma a cui si rivolge: "Hai perso un comandante utile e guadagnato un imperatore miserabile".
Anche Vopisco sempre nella Historia Augusta riporta: "Egli piangeva esclamando: "Lo Stato ha perduto, se posso parlare senza presunzione, un uomo prezioso. Io ho senza dubbio ristabilito l'ordine nelle Gallie, ho riconquistato l'Africa caduta in potere dei Mauri, ho pacificato le Spagne. Ma a che giova? Una volta che mi sono arrogato la dignità imperiale è stato cancellato".
LA MORTE
Avrebbe voluto tornare indietro ma i soldati di Saturnino lo convinsero a diffidare della promessa del suo vecchio amico e il titubante usurpatore si lasciò convincere. Ma dopo poco tempo furono gli stessi soldati a uccidere Saturnino, probabilmente ad Apamea, prima che Probo potesse prendere delle contromisure.
Secondo invece la versione della Historia, Saturnino sarebbe stato catturato mentre si rifugiava in una roccaforte e ucciso da soldati mandati da Probo, ma contro il desiderio di Probo. Sembra che Probo volesse veramente salvarlo perchè si dimostrò sempre molto clemente anche con i propri nemici.
Anzi, secondo alcuni studiosi, Probo arrivò persino a coniare un aureo pesante ad Antiochia con al R/ la Vittoria in biga trionfante (RIC 919), che recava la legenda VICTORIAE AVGG: l'altro Augusto sarebbe Saturnino, indicato come tale in un ultimo disperato tentativo di riconciliazione
BIBLIO
- Zonara - Epitome - - Historia Augusta - Saturninus - - Zosimo - Storia nuova - - Autore sconosciuto - trad. e prefaz. di André Chastagnol - Histoire Auguste - Robert Laffont - coll. "Libri" - 1994 - - Morello Andrea - Caio Giulio Saturnino, usurpatore del potere imperiale nel 280 a.c. -
Gli Ambiliati (o Ambiliatri) erano un popolo gallico la cui localizzazione a sud del basso corso della Loira non è stabilita con certezza. Popoli suoi confinanti furono : Osismi, Lessovi, Namneti, Morini, Diablinti, Menapi, Pictoni, Santoni. Durante la campagna gallica di Cesare furono a fianco dei Veneti. Il loro nome ci è noto da due fonti: Giulio Cesare nel suo De bello Gallico e Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia,
IL NOME
- Gli Ambiliati sono nominati una sola volta nel Commetaries di Gaio Giulio Cesare, come una tra le tribù con cui i Veneti si impegnarono di unirsi a loro nella grande guerra contro Cesare.
- Lo storico Paolo Orosio, menzionando in uno stesso luogo tutte e quattro le altre tribù che sono enumerate in questo passaggio da Cesare, usò il termine Ambivaritos.
- La Commissione francese, ritenendo che la testimonianza di Orosius, non supportata da altri, non fosse sufficiente, e visto che, salvo in alcuni scritti, vi è un solo passaggio di Cesare in cui si verifica il nome Ambiliatinon, ha preferito il termine Ambianos.
- Tuttavia la commissione archeologica francese considera probabile che gli Ambiani si unissero all'alleanza veneziana, e come loro fecero così i vicini Morini, richiamando l'attenzione sul fatto che proprio quegli stessi vicini sono menzionati da Cesare, in De Bello Gallico ii, 4, 9, subito dopo gli Ambiani.
- Thomann legge Ambivaritos, ma in aggiunta, non al posto di Ambiliatos e sostiene, seguendo l'ordine geografico di Pinio, che gli Ambiliati erano gli stessi degli Ambilatri di Plinio e stavano sulla riva sinistra Della bassa Loira. Ma Plinio spesso si discosta dall'ordine geografico; per esempio cita i Veneti subito dopo i Caleti, gli Abrineatui subito dopo i Veneti, e gli Osismi immediatamente dopo l'Abrincatui.
- Walckenaer, che accetta la lettura Antbiäatos, li colloca nei dintorni di Lamballe, nella diocesi di St. Brieue, non essendovi altro posto per loro. José Gomez de Soto stima che il loro territorio ricopriva l'attuale dipartimento della Vandea, salvo gli approdi del parco del Marais Poitevin, con in aggiunta il sud della Maine e Loira.
Secondo questa ipotesi essi sarebbero stati confinanti dei Pictoni e degli Andecavi ;e il loro territorio, con la creazione della provincia romana, della Gallia Aquitania, sarebbe stato unito alla città pittonia.
ASSEDIO DI ALESIA
- Secondo un'ipotesi avanzata da Venceslas Kruta, questo popolo armoricano potrebbe essere assimilato agli Ambibari, anch'essi citati da Cesare, la cui localizzazione è estremamente problematica. Ambivareti è la forma che si trova nei MSS. del nome di un popolo menzionato in B. G., vii, 90, 6, nel cui paese
Cesare lasciò una legione dopo la caduta di Alesia.
- H. Schneider identifica questo popolo con gli Ambtuareti, che sono menzionati in B. G., vii, 75, 2, tra i clienti degli Edui. Tutti i noti editori, eccetto Mcusel, sembranp similmente ritenere che in entrambi i passaggi Cesare stia parlando del stesse persone; ma la maggior parte adotta, con Glück, l Ambivareti.
- Nippetdcy, tuttavia, ritiene probabile che Ambluurcli e Ambibarcti (o, secondo il rcading che segue, Ambilareli) siano forme corrotte di Ambarri, poiché tbc Ambarri erano intimamente legati agli Acdui, e non sono intenzionati in B.C., vii, 75. Se, tuttavia, gli Ambluareti (cosiddetti) erano identici agli Ambarri, gli Ambarri devono essere stati clicntes degli Edui; e non ci è stato detto che lo fossero.
- La Commissione francese identifica anche gli Ambluarcti con gli Ambarri, ma pensa, dubbio se gli Ambivarcti fossero gli Ambarri o gli Anibibarii (qv).
Long, che include anche gli Ambivarcti tra i clienti degli Edui, li colloca a est della Loira e a ovest di Bibracte. Osserva che nell'inverno del 52-51 a.c. Cesare lasciò Bibractc, si unì alla legione tbc che era acquartierata tra i Biturigcs, e si unì ad essa l'11a legione, che era la più vicina. Questa legione, dice Long, non poteva essere la legione di Bibracte, perché Cesare lasciò Bibracte solo con una scorta di cavalleria.
IL TRIONFO DI CESARE
CONQUISTA DELLA GALLIA
"I Veneti sapevano che le vie di terra erano interrotte dalle lagune dei luoghi, la navigazione era dunque impedita per chi non conosceva i luoghi e dalla scarsità dei porti. Confidavano che il nostro esercito non potesse fermarsi troppo tempo tra questo popolo per la scarsità di grano... e poi essi avevano una grandissima forza navale, mentre i Romani non avevano nessuna nave e non conoscevano questi luoghi... i bassifondi, i porti e le isole...
Fatti questi piani, fortificano le città, ammassano frumento nelle stesse, raccolgono il maggior numero possibile di navi nel paese dei Veneti, dove sapevano che Cesare avrebbe iniziato la guerra. Si associarono come alleati a loro anche gli Osismi, i Lessovi, i Namneti, gli Ambiliati, i Morini, i Diablinti ed i Menapi, e chiamarono anche truppe dalla Britannia, che si trova di fronte a queste terre.»
( Cesare. De bello Gallico, iii, 9)
"Dell' Aquitania fanno parte gli Ambiliati, gli Agnuti, i Pictoni, i Santoni.»
(Plinio il Vecchio, Naturalis Historia iv, 19)
BIBLIO
- La Roche-sur-Yon, José Gomez de Soto, Jean Combes dir. - Histoire du Poitou et des Pays charentais. Clermond-Ferrand - Éditions Gérard Tisserand - 2001 - - Cesare - De bello Gallico - III - - Plinio il Vecchio - Naturalis Historia -
- Venceslas Kruta - Les Celtes - Histoire et dictionnaire. Des origines à la romanisation et au christianisme Alain Gérard, Les Vendéens des origines à nos jours, centre vendéen des recherches historiques,
La basilica di Sant'Eustachio è una chiesa di Roma, edificata nell'VIII secolo e dedicata a santo Eutachio, nel rione omonimo. In documenti del X e XI secolo, la chiesa è detta "in platana", riferito ad un albero di platano piantato nel giardino della casa del martire Eustachio, su cui l'imperatore Costantino I avrebbe costruito un primo oratorio nel luogo del martirio.
La chiesa, ricordata anche come "ad Pantheon in regione nona" e "iuxta templum Agrippae", sorge in piazza S. Eustachio anche se anticamente era denominata “piazza della Schola“, in riferimento al vicino Palazzo della Sapienza.
- La prima menzione della chiesa è del 795, durante il pontificato di papa Leone III,
- Esso divenne un centro di assistenza per i poveri ricostruito ed ingrandito nel 1195-1196 da papa Celestino III, nonchè munito del campanile romanico che conserva ancora oggi. Una lapide nella sacrestia ricorda la consacrazione della chiesa nel 1196.
- Un documento del 1406 attesta un portico e di un chiostro, su cui affacciavano le camere dei canonici.
- Tra il XVII e il XVIII secolo la chiesa venne completamente ricostruita, abbattendo tutte le strutture medievali eccetto il campanile, tramite gli architetti:
- Cesare Corvara, che diresse i lavori dal 1701 al 1703;
- Giovan Battista Contini, che aggiunse le cappelle ed il portico;
- Antonio Canevari,
Nicola Salvi e Giovanni Domenico Navone terminarono l'opera con l'aggiunta dell'abside e del transetto.
- Nel XIX e del XX secolo si fecero altri interventi di sanatoria ma anche di abbellimento. La sua ricostruzione necessitava a causa delle piene del Tevere e dell'eccessiva umidità che ne minavano le fondamenta.
COLONNE DELLE TERME ALESSANDRINE SU UN LATO DELLA BASILICA
SOTTO LA CHIESA
Nella Forma Urbis il Lanciani indica, a sud davanti ai due propilei, un Nemus Thermarum, che includerebbe la stessa chiesa di S. Eustachio in Platana. Si dice che il nome sia derivato alla chiesa da un albero di platano, ma il termine "platana" potrebbe indicare anche un bosco di platani. La presenza delle terme neroniane da una parte e quelle di Agrippa quasi a fianco, alimentate dall'acquedotto Vergine, presuppone una uscita di scarico delle acque, certo non più limpide, anche se non inquinate, che alimentavano lo Stagnum Agrippae e che occupava parte dello spazio tra le due terme, il futuro stadio di Domiziano e le fabbriche pompeiane.
Lo stagno, a sua volta, si riversava nell' Euripo che poi defluiva davanti a S. Andrea della Valle (già S. Sebastianello) e si gettava nel Tevere tra il ponte Neroniano e il ponte Elio. Colini ascrive che «nell'area dei palazzi Carpegna e della Sapienza fino ai limiti dei portici circondanti lo stagno di Agrippa si estendeva un'area che doveva almeno essere in prevalenza scoperta poiché nella vasta superficie da essa occupata non si conoscono avanzi di costruzioni né in vista né per constatazione fatta in occasione di sterri all'infuori di quelli trovati nel 1936 ».
Di questo stagno non conosciamo le misure, sappiamo solo dai ritrovamenti dello scavo occasionale del 1876, che nei pressi del palazzo dei Crescenzi, e tra questo e la chiesa di S. Eustachio, furono rinvenuti dei gradini curvilinei, appartenenti evidentemente a un invaso: forse uno degli angoli arrotondati dell'estremità settentrionale dello stagno.
LE TERME ALESSANDRINE NEI SECOLI X E XI
Uno dei lati brevi, l'occidentale, successivamente fronteggiò lo stadio di Domiziano e corrisponde oggi a quello del lato orientale di Corso Rinascimento. Da questa parte il muro perimetrale delle terme andava, quasi a filo degli edifici moderni, da palazzo Madama a quasi tutta Via Giovanna d'Arco; però almeno gli avancorpi delle biblioteche, secondo la pianta del Lanciani, proseguivano oltre l'allineamento di questa strada.
La larghezza corrisponde a quella da Corso Rinascimento al Pantheon; ma, mentre a suo tempo il muro orientale delle terme doveva corrispondere al muro perimetrale che cingeva l'area sacra davanti al tempio di Agrippa, le costruzioni posteriori sono avanzate di diversi metri, finché, stretta dalle due parti, la piazza della Rotonda si è ridotta a quasi la metà dell'originale.
La contiguità delle antiche terme allo stadio di Domiziano e al Pantheon spiega bene come i frati di Farfa, che avevano posto sede nel complesso, potessero aver esteso i loro domini sia sullo stadio, che era a occidente, sia sull' Arcus Pietatis, (l'arco in onore di Traiano al centro di piazza della Rotonda) le cui fondamenta sono oggi incorporate nelle case tra la Rotonda e piazza della Maddalena; mentre la piazza originale, molto più lunga, arrivava quasi alla via Recta, attuale tratto di via delle Coppelle.
L'ingresso principale delle terme corrispondeva alla direttrice di via della Dogana Vecchia, tra l'ala nuova del palazzo del Senato e palazzo Giustiniani, mentre altre aperture verso l'esterno verranno praticate dai frati farfensi.
L'ESTERNO
IL SANTO
Sant'Eustachio (Roma, I sec. - Roma, II sec.) è stato un martire romano le cui uniche notizie sulla sua vita derivano da racconti tardi e leggendari. Prima di convertirsi al Cristianesimo, era pagano: era solito dedicarsi alla beneficenza, ma anche alla persecuzione dei cristiani.
SANTO EUSTACHIO
Secondo lo storico Henri Delahaye, Eustachio non sarebbe mai esistito, l'autore della prima stesura in greco della Legenda Aurea avrebbe attinto a leggende popolari del tempo e la vicenda familiare si rifarebbe a una storia leggendaria indiana. In effetti il Santo non è menzionato fino al V secolo e non è conosciuto né dalla Depositio martyrum, né dal Martirologio geronimiano. Si narra infatti che visse a Roma ai tempi dell'imperatore Traiano, identificato con il generale Placido, combattente vittorioso sui Parti.
Secondo la Legenda Aurea, un giorno Placido stava inseguendo un cervo mentre andava a caccia, quando questo si fermò di fronte ad un burrone e si volse a lui, mostrando tra le corna una croce luminosa, sormontata dalla figura di Gesù che gli diceva: « Placido, perché mi perseguiti? Io sono Gesù che tu onori senza sapere ». Placido rientrò a casa e narrò tutto alla moglie, la quale gli disse di una visione in cui uno sconosciuto le preannunciava che l'indomani ella si sarebbe recata da lui con il marito.
Placido, la moglie e i due figli pensarono di trattasse del vescovo, così ci andarono, si convertirono e si fecero battezzare cambiando i loro nomi: Placido in Eustachio (che dà buone spighe), la moglie in Teopista (credente in Dio), ed i figli, Teopisto e Agapio (colui che vive di carità). In ricordo del miracolo, fu eretta una cappella sopra la rupe. Nel IV secolo l'imperatore Costantino inviò alla Mentorella, allora territorio del comune di Poli, papa Silvestro I a consacrare la chiesa dedicata al santo martire.
La "Legenda Aurea" narra che Eustachio, lasciato l'esercito romano, sia stato poi perseguitato dalla sorte, una storia un po' copiata dalla "pazienza di Giobbe", in cui perde tutti gli averi, poi la moglie e i figli, ma, come Giobbe, non si arrabbia mai, e dopo numerosi anni di separazione, ritrova la famiglia, dimostrando di avere tanta pazienza con un Dio che lo ha messo a dura prova.
Richiamato alle armi come generale dall'imperatore Traiano, si comportò con valore, combattendo contro i Barbari (nonostante cristiano), ma saputo che era cristiano l'imperatore Adriano lo fece condannare a morte con la moglie ed i figli. Fu con loro torturato e, salvatisi misteriosamente dalle fiere del Colosseo, morirono infine tutti dentro un bue di bronzo arroventato, il cosiddetto toro di Falaride, mai usato dai Romani e sembra neppure dai Greci.
ERACLE E LA CERVA
LA CERVA DI CERINEA
In ricordo del Santo, a Roma esiste un rione a lui dedicato situato alle spalle del Pantheon, che ha come stemma una Testa di cervo d'oro con il busto di Cristo in campo rosso. In realtà il mito si rifà alla cerva di Cerinea, una cerva con corna d'oro e zampe d'argento e bronzo dedicata ad Artemide dalla ninfa Taigete quando la Dea l'aveva salvata dall'inseguimento di Giove.
La cerva di Cerinea fuggiva senza fermarsi incantando chi la inseguiva e trascinandolo nel mondo dei morti; ma poiché era una cerva sacra, il suo sangue non poteva essere versato. La cerva d'oro era simbolo di Artemide - Diana, Dea triforme del cielo come luna, della terra come cacciatrice di animali e come Dea della morte che conduce negli inferi. Insomma Diana è la Grande Madre, o almeno lo fu, che dispensa vita a uomini, animali e piante, che procura il cibo per crescere e che dà la morte riaccogliendo il defunto nel suo grembo in un ciclo infinito di morti e rinascite.
Quando Eracle fu incaricato da Euristeo di catturarla, inseguì la cerva che si rifugiò sul monte Artemisio e cercò di attraversare il fiume Ladone, dove Eracle la colpì con una freccia sulla cartilagine della zampa, priva di vasi sanguigni (!); poi, caricandola sulle spalle la portò in Arcadia. Artemide ed Apollo lo fermarono e la Dea lo rimproverò di aver tentato di uccidere il suo animale sacro, ma l'eroe riuscì a placarla ottenendo il permesso di portare la cerva ad Euristeo. Così la cerva fu portata a Micene dove venne liberata.
I SANTI AUSILIATORI
Sant'Eustachio è considerato uno dei Santi ausiliatori. Questi nacquero in Germania nel XV secolo quando era apparso più volte Gesù Bambino circondato di candele accese al pastorello Hermann Leicht di Langheim. Successivamente, nello stesso luogo, comparvero attorno al Bambin Gesù altri quattordici bimbi che dichiararono di essere i "quattordici salvatori" e chiedendo che fosse loro dedicata sul luogo una cappella. Essi apparvero anche ad una giovane gravemente ammalata, portata lì appositamente e miracolosamente guarita.
SANTUARIO DEI 14 SANTI VENERATI A TUTT'OGGI
L'abate del vicino monastero cistercense di Langheim, prevedendo lo stuolo dei pellegrini, fece erigere una cappella in onore dei Quattordici Santi Salvatori, fissando una festa collettiva all'8 agosto, alla cui devozione, papa Niccolò V collegò particolari indulgenze. Nel 1743 su progetto dell'architetto Johann Balthasar Neumann (1687-1753), si edificò il Santuario di Vierzehnheligen in Alta Franconia. Tuttavia Papa Paolo VI, con la riforma del calendario dei santi del 1969, ne soppresse il culto, ma nulla cambiò.
Comunque i santi sono rimasti e secondo la Chiesa cattolica sono:
- Sant'Acacio (o Agazio) - invocato contro l'emicrania - San Dionigi - i dolori alla testa - Santa Barbara - contro i fulmini, la febbre e la morte improvvisa - San Biagio - il male alla gola - Santa Caterina d'Alessandria - malattie della lingua - San Ciriaco di Roma - le tentazioni e le ossessioni diaboliche - San Cristoforo - la peste e gli uragani - Sant'Egidio - il panico e la pazzia - Sant'Erasmo - i dolori addominali - Sant'Eustachio - i pericoli del fuoco - San Giorgio - le infezioni della pelle - Santa Margherita di Antiochia - i problemi del parto - San Pantaleone - le infermità di consunzione - San Vito - la corea, l'idrofobia, la letargia e l'epilessia
S. EUSTACHIO PATRONO
Sant'Eustachio viene venerato in particolar modo nella città di Matera, di cui è il santo patrono dal 994. La leggenda vuole che Matera, assediata dai Saraceni, fosse stata salvata dall'intervento miracoloso di Eustachio e dei suoi familiari in veste di cavalieri. La data della festa è il 20 settembre di ogni anno. Il cervo con la croce è riportato nello stemma della famiglia nobile d'Afflitto di Amalfi che afferma di essere discendente diretta del Santo.
Eustachio è il santo patrono di:
- Acquaviva delle Fonti - Belforte del Chienti - Campo di Giove - Catino - Ischitella - Matera - Mordano - Poli - San Eustachio frazione di Albiga - San Eustachio frazione di Montoro - Sant'Eustachio frazione di Mercato San Severino - Sant'Eustachio frazione di Montignoso - Scanno - Sesto Campano - Tocco da Casauria - Torella dei Lombardi - Vignale frazione di San Cipriano Picentino - Montaperto frazione di Montemiletto.
LA CHIESA NE 1765
LA CHIESA
L'ESTERNO
La facciata è opera dell'architetto Cesare Corvara, che diresse i lavori di ricostruzione e realizzazione della facciata della basilica di Sant'Eustachio dal 1701 fino alla sua morte nel 1703. Essa è a due ordini, di cui l'inferiore è il corpo più avanzato, sostenuto da quattro lesene e da due colonne, che aprono sul portico. Sul lato destro è collocata una lapide a ricordo di un'inondazione del Tevere del 1495, le cui acque raggiunsero la basilica.
Il portico d'entrata è opera del Contini e in esso sono conservate, murate nelle pareti, diverse iscrizioni, tra cui quelle a ricordo: - del cardinale Neri Corsini, della nobile famiglia fiorentina dei Corsini, figlio di Filippo e di Maddalena Machiavelli. Fu zio di Papa Clemente XII e prozio del cardinale Andrea Corsini. - del poeta romano Filippo Chiappini, che scrisse molti epigrammi in italiano e in latino, lingua quest'ultima che conosceva profondamente, - del drammaturgo, poeta e banchiere Giovanni Giraud, - dello storico e penalista Filippo Maria Renazzi, chiamato dall'imperatrice Caterina II di Russia a San Pietroburgo per collaborare alla riforma del Codice Criminale, nel 1803 gli fu riconosciuta la Giubilazione della Lettura, - del filologo. Francesco Cecilia, - dello studioso e viaggiatore Michelangelo Mondainio.
Sulla parete di destra è collocato un dipinto Seicentesco raffigurante una Vergine col Bambino, all'interno di una cornice marmorea composta di angioletti.
Il portico è sormontato da un timpano entro cui si apre un oculo circondato da rami di palma e sormontato da una corona, ai lati è affiancato da 4 finestre, due per lato.
Invece l'ordine superiore è scandito da quattro paraste colonne quasi del tutto inglobate che fanno da sostegno), che suddividono una grande finestra e due nicchie ornate da conchiglie.
In cima alla facciata è collocata una testa di cervo con croce tra le corna, con riferimento alla famiglia Maffey che dimorava nel sontuoso palazzo di Via della Pigna, vicino alla chiesa di Sant'Eustachio, e che partecipò con copiosa donazione alla ricostruzione, e che si riallacciava alla leggenda della visione di sant'Eustachio da cui la famiglia affermava di discendere.
Affianca la chiesa il campanile medievale del 1196, in parte occultato dalle case costruite a ridosso di esso. Per garantirne l'incerta stabilità in passato vennero murate tutte le bifore, eccetto quelle dell'ordine superiore.
L'INTERNO
L'interno della basilica, opera di Cesare Corvara e Antonio Canevari, ha la pianta a croce latina, con una sola navata e tre cappelle per lato comunicanti fra loro. In controfacciata, brilla di luci colorate la vetrata della Maddalena penitente, realizzata nell'ultimo decennio dell'800 da Gabriel e Louis Gesta di Tolosa.
Ai lati della navata si allineano, sulla parte alta delle pareti, altre vetrate identiche tra loro, lavorate a disegni geometrici.
MARIA MADDALENA PENITENTE
L'altare maggiore, opera in bronzo e marmi policromi di Nicola Salvi del 1739, è poggiato su un'urna antica romana di porfido rosso che contiene le reliquie del santo titolare della basilica e dei suoi familiari, sotto a un baldacchino di Ferdinando Fuga (1749) con cervo, colomba, cherubini e palme, anch'esso di Ferdinando Fuga (1746). Presso l'altare sono collocate tre tele dell'incisore e pittore Giovanni Bigatti (1774 - 1817) raffiguranti: al centro San Michele Arcangelo, ai lati i santi Raimondo Nonnato e Francesca Romana. La tela dell'altare è di Francesco Ferdinandi e raffigura il Martirio di sant'Eustachio. Una cappella del Crocifisso è collocata sul lato sinistro dell'altare maggiore.
Sul lato destro della navata si trovano le cappelle dedicate:
- alla Sacra Famiglia,
- all'Annunciazione
- e al Sacro Cuore di Gesù.
Sul lato sinistro della navata si trovano le cappelle dedicate a:
- San Giuliano Ospedaliere,
- San Michele Arcangelo (opera di Alessandro Speroni ed edificata tra il 1716 ed il 1719)
- Cuore Immacolato di Maria.
IL BALDACCHINO
Nelle pareti destra e sinistra della navata sono collocati due monumenti funebri:
- di Teresa Tognoli Canale (morta nel 1807)
- e Silvio Cavalleri, segretario di papa Innocenzo XII, morto nel 1717.
Nelle altre cappelle vi sono opere di:
- Pietro Gagliardi,
- Ottavio Lioni,
- Corrado Mezzana (decoratore della Cappella del Sacro Cuore di Gesù),
- Étienne de La Vallée-Poussin (La fuga in Egitto, 1774),
- Tommaso Conca e Biagio Puccini.
Sulla sinistra, nella Cappella di San Giuliano Ospedaliere, dove si accede al Battistero, c'è la vetrata del Battesimo di Gesù nel Giordano, un'altra vetrata è posta nella Cappella del Sacro Cuore, e rappresenta i sette doni dello Spirito Santo, realizzata da Corrado Mezzana e Cesare Picchiarini intorno al 1936.
Nei transetti laterali vi sono:
- Incontro tra la Santa Vergine e Elisabetta (Visitazione) del 1727
- San Gerolamo ascolta la tromba del giudizio universale del 1729, tutti di Giacomo Zoboli (1681 - 1767)
ORGANO A CANNE
Sulla cantoria in legno opposta alla facciata, decorata con intagli dorati e pilastrini dipinti a finto marmo, vi è l'organo a canne costruito da Celestino Testa e Giuseppe Noghel tra il 1747 e il 1749 ma pressoché rifatto da Johannes Conrad Werle nel 1767, più volte modificato nei secoli XIX e XX, e ancora restaurato da Francesco Zanin nel 2002-2003.
Lo strumento è racchiuso all'interno di una ricca cassa lignea barocca di Bernardino Mammuccari, Francesco Michetti e Carlo Pacilli; con la mostra divisa in cinque campi anziché in tre, e dispone di 13 registri su unico manuale e pedale, che vengono azionati da pomelli disposti su due file ai lati della consolle, a finestra.
LA CARITA' AI POVERI
La Basilica di Sant'Eustachio è diventata nell'ultimo decennio un luogo in cui si fornisce assistenza ai bisognosi. Grazie all'imprenditorialità del rettore emerito Don Pietro Sigurani, sono infatti allestiti tre turni mensa quotidiani. La Basilica ha anche subito dei lavori di ristrutturazione per mettere a disposizione dei senza fissa dimora appropriati servizi igienici.
"Si è spento a 86 anni, Don Pietro Siguriani che fino al giugno del 2021 è stato rettore della basilica romana di Sant’Eustachio, dove ha realizzato prima il Ristorante dei poveri e poi, nel 2018, la Casa della Misericordia. Ma anche la Domus Caritas nella parrocchia della Natività di Cristo e opere per gli ultimi in Tunisia."
BIBLIO
- A. Menegaldo, V. Francia - Basilica di Sant'Eustachio in Campo Marzio, Roma. Cenni storici, artistici e religiosi - 2004 -
- G. Carpaneto - Rione VIII. S. Eustachio - in AA.VV. - I Rioni di Roma - Newton & Compton Editori - Roma - 2005 -
- Lanciani - in Memorie Accademia dei Lincei - 1889 -
- Tomassetti, in Bollettino della Commissione Archeologica Comunale, 1900, p. 331;
COLINI, Stadium Domitiani, cit., p. 35. 18)
- Tacito - Annales - XV - - C. Rendina - Le Chiese di Roma - Newton & Compton Editori - Milano - 2000 - - Günter Dippold - Basilika Vierzehnheiligen - Ed. Obermain Bornschlegel - Bad Staffelstein - 1992 - - G. Fronzuto - Organi di Roma. Guida pratica orientativa agli organi storici e moderni - Leo S. Olschki Editore - Firenze - 2007-
- Salvatore Cernuzio - Roma, la sfida di un prete a 12 ristoranti del Pantheon: “Pranzo gratis per i poveri” - in La Stampa, 16 novembre 2017 - - Laura Mari - una casa di lusso per i poveri nel tempio barocco al Senato - la Repubblica - Roma, 6 aprile 2016 -
La battaglia dei Campi Catalaunici o pianure catalane, del 451, tra una coalizione guidata dal generale romano Flavio Ezio e dal re visigoto Teodorico I contro gli Unni e i loro vassalli, comandati dal re Attila, fu una delle ultime grandi operazioni militari dell'Impero Romano d'Occidente.
Ma Aezio non sfruttò bene la sua vittoria, non avendo inseguito gli Unni in ritirata, temendo di accrescere troppo la forza degli alleati Visigoti. Forse impedirono agli Unni di stabilire vassalli nella Gallia romana, ma comunque saccheggiarono gran parte della Gallia e indebolirono gli eserciti di Romani e Visigoti.
- 450 d.c. -
In questa data l'Impero Romano aveva ripristinato il suo potere in gran parte della Gallia, anche se continuava a perdere il suo controllo su tutte le province al di fuori dell'Italia. L'Armorica, ovvero la parte della Gallia compresa tra Senna e Loira che comprende la penisola bretone (confinante a nord con la Manica, a nord-est con la Normandia, a sud-est con Pays de la Loire, a est e a sud con il Golfo di Biscaglia e a ovest con il Mar Celtico e l' Oceano Atlantico, estendendosi nell'entroterra e lungo la costa atlantica.
Ormai le tribù germaniche che occupavano il territorio romano erano per trattato dei Foederati sotto i loro stessi capi. La Gallia settentrionale tra il Reno a nord di Xanten (con il grande parco archeologico romano) e il fiume Lys (Germania Inferiore) era stata in realtà abbandonata ai Franchi Salii.
Questi erano dei popoli germanici associati a tribù tra il Basso Reno e il fiume Ems, ai margini del Romano Impero, che alla fine comandò l'intera regione tra i fiumi Loira e Reno. I sovrani franchi furono riconosciuti dalla Chiesa cattolica come successori dei vecchi sovrani dell'Impero Romano d'Occidente.
UNNI VS ROMANI
- 449 d.c. -
Nel 449 era morto il re dei Franchi (forse Clodio) e i suoi due figli litigarono sulla successione: mentre il figlio maggiore cercava l'aiuto di Attila, il minore si schierò con Ezio, che lo adottò. L'identità del principe più giovane, che è stato visto a Roma dallo storico Prisco, rimane poco chiara, o Merowech (re dei Franchi Salii) o suo figlio Childeric I (437 - 481), che secondo Gregorio di Tours, fu esiliato in " Turingia " per otto anni a causa del disgusto franco per la sua dissolutezza e la sua seduzione delle figlie dei suoi sudditi.
GLI UNNI
- 450 d.c. -
Lo storico romano orientale del VI secolo Giordane (Jordanes) afferma che il re vandalo Genserico indusse Attila a dichiarare guerra ai Visigoti e contemporaneamente tentò di seminare conflitti tra i Visigoti e l'Impero Romano d'Occidente, ma l'autore non è affidabile.
Invece Justa Grata Honoria, sorella dell'imperatore Valentiniano III, era stata fidanzata con l'ex console Ercolano l'anno prima e nel 450, inviò l'eunuco Giacinto ad Attila per sfuggire alla sua prigionia, con il suo anello come prova della legittimità.
Attila lo interpretò come un'offerta in matrimonio, e rivendicò metà dell'impero come dote chiedendola insieme ad Honoria. Valentiniano respinse le richieste e Attila devastò la Gallia. Secondo Hughes Honoria stava usando Attila come magister militum onorario per leva politica.
ROTTA DI ATTILA MENTRE INVASE LA GALLIA E PRINCIPALI CITTA' SACCHEGGIATE
- 451 d.c. -
La battaglia dei Campi Catalaunici, o dei campi catalani, o anche battaglia del Campus Mauriacus , battaglia di Châlons , battaglia di Troyes o battaglia di Maurica, ebbe luogo il 20 giugno 451 d.c., tra una coalizione guidata dal generale romano Flavio Ezio e dal re visigoto Teodorico I contro gli Unni e i loro vassalli, comandati dal loro re Attila. Fu una delle ultime grandi operazioni militari dell'Impero Romano d'Occidente, sebbene molti militari fossero foederati germani.
Con questa battaglia i romani forse fermarono gli Unni da stabilire vassalli nella Gallia romana, ma comunque essi saccheggiarono pesantemente gran parte della Gallia e indebolirono la capacità di combattere di Romani e Visigoti. Attila morì solo due anni dopo, nel 453, e dopo la battaglia di Nedao (454) una coalizione di vassalli germanici degli Unni demolì il suo impero unno.
CORSO DELLA BATTAGLIA
Vi erano grossi dubbi sui Visigoti sulla Garonna e i Burgundi in Savaudia, mentre gli Alani sulla Loira e nel Valentinois erano più fedeli. Le parti della Gallia ancora sotto il completo dominio romano erano: - la costa mediterranea; - una regione che comprendeva Aurelianum (Orléans) lungo la Senna e la Loira fino a Soissons e Arras a nord; - il medio e alto Reno a Colonia; - la valle lungo il Rodano.
Il pianoro di "Ahan Des Diables", portava sul fiume Reno che costituiva la demarcazione naturale tra il territorio unno e quello romano ed era prospiciente alla cittadina di Vadenay, nel dipartimento della Marna nella regione del Grand Est, dove sorgono il colle di Fenoy che gl'Unni tentarono inutilmente di conquistare, ove erano accampati Aezio ed i Visigoti, ed il colle di Piémont dove Attila aveva posto il suo campo.
ARCIERI UNNI A CAVALLO
La notte prima della battaglia, un contingente di Franchi alleati dei Romani si scontrò con una banda di Gepidi fedeli ad Attila, uno scontro molto duro, con 15.000 caduti da entrambe le parti. Attila chiese ai suoi indovini sull'esito della battaglia e questi predissero che il disastro incombeva sugli Unni, ma che uno dei capi nemici sarebbe caduto in battaglia.
Pensando alla morte di Flavio Aezio, Attila rischiò la sconfitta e diede l'ordine di disporsi alla battaglia, ma solo nel pomeriggio in modo che il tramonto limitasse i danni in caso di sconfitta. Giordane afferma che i Romani occupavano il lato sinistro dello schieramento, i Visigoti il destro, mentre gli Alani di Sangibano, sulla cui fedeltà si nutrivano dei dubbi, occupavano la parte centrale, meglio controllabile.
Nella piana si levava una collina dai versanti piuttosto ripidi e mentre gli Unni tentavano di salire dal lato destro, i Romani tentavano dal lato sinistro. Quando gli Unni riuscirono a guadagnare la sommità, trovarono i Romani che li respinsero facendo crollare l'intero schieramento unno (Getica 38).
FLAVIO EZIO
MORTE DI TEODORICO
Attila cercò di riorganizzare le sue truppe ma intanto venne ucciso Teodorico I, re dei Visigoti, mentre guidava i suoi uomini all'assalto dei nemici in rotta perchè sbalzato da cavallo, ma secondo altri ucciso dall'ostrogoto Andag. Attila dovette cercare rifugio nel suo campo, che aveva fatto fortificare contro la carica dei Romano-Goti ma sopravvenne il tramonto.
TORISMUNDO
Torismundo, figlio del re Teodorico, rientrando nelle proprie linee, entrò per sbaglio nell'accampamento di Attila, dove rimase ferito prima che i suoi uomini potessero metterlo in salvo. Lo stesso Aezio perse il contatto con i suoi uomini a causa dell'oscurità, e, temendo fossero stati sbaragliati, trascorse il resto della notte con gli alleati Goti (Getica 40.209-212).
ASSEDIO AL CAMPO DI ATTILA
Il giorno dopo, visto che gli Unni non uscivano dal campo, Romani e alleati cominciarono a tempestarli di frecce e li assediarono, sperando fossero a corto di acqua e di cibo, come erano in effetti.
Attila temette la disfatta, tanto da far erigere una pira funeraria per se stesso, per non cadere vivo nelle mani dei suoi nemici (Getica 40.213).
Intanto i Visigoti cercarono re Teodorico finchè non lo trovarono sotto una montagna di cadaveri.
Suo figlio Torismundo voleva assaltare il campo unno, ma Aezio lo dissuase perchè, se gli Unni fossero stati annientati, i Visigoti avrebbero potuto rompere l'alleanza e diventare una grave minaccia per Roma.
Torismundo tornò a Tolosa per far farsi incoronare prima che lo facessero i suoi fratelli, e venne incoronato senza intoppi. Aezio usò lo stesso stratagemma per allontanare anche gli alleati Franchi, rimanendo padrone del campo di battaglia.
ATTILA
RITIRATA DEGLI UNNI
Alla partenza dei Visigoti, Attila sospettò una finta ritirata per attirarlo fuori dal campo ed annientare i resti del suo esercito. Rimase quindi al riparo nel suo accampamento per qualche tempo, finché si convinse di poter rischiare di lasciare il campo e si rimise in marcia verso il Reno (Getica 41.214-217). La ritirata fu tranquilla. Egli passò per Troyes, senza saccheggiarla, e portò con sé il vescovo della città Lupo come ostaggio, liberandolo quando arrivò al Reno.
Lo storico goto Jordanes narra che "... i reduci devono calmare la sete bevendo acqua mista a sangue ed ancora oggi (circa 600 d.c.) durante la notte, gli spiriti dei guerrieri, caduti in battaglia, si affrontano a vicenda...."
Aezio non sfruttò come avrebbe dovuto la sua vittoria, non avendo inseguito gli Unni in ritirata, temendo di accrescere troppo la forza degli alleati Visigoti. Non avendo potuto saccheggiare la Gallia, l'anno successivo Attila rivolse il suo esercito contro l'Italia.
BIBLIO
- Michel Rouche- Il grande scontro (375-435) - in Attila, I protagonisti della storia, trad. Marianna Matullo - vol. 14 - Pioltello (MI) - Salerno Editrice - 2019 - - Hodgkin, Italy and Her Invaders, volume II, pp. 160-162. - Mario Bussegli - Attila - Rusconi Editore - 1986 - - Tesoro di Pouan -