DIVINITA' POLIADI


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DEA AFAIA

DIVINITA'  PROTETTRICI  O  POLIADI

Per divinità poliade si intende una divinità che ha un legame più stretto con una città rispetto a quello che la lega alle altre città dello stesso stato o regno, per cui essa viene venerata con un culto particolarmente importante e solenne.

Nelle grandi religioni politeistiche dell’ambiente mediterranee si nota frequentemente che le singole città, pur venerando tutte le divinità del pantheon, per una di esse hanno un culto particolare, considerandosi protette da essa. 

Nella Mesopotamia già le prime città sumere avevano ciascuna la propria divinità particolare, e infatti le tre divinità sumeriche principali, An, Enlil ed Enki erano rispettivamente le divinità sovrane delle città di Uruk, Nippur ed Eridu.

Nella civiltà fenicia già esistevano gli Dei poliadi e protettori, e pure in Egitto ogni singola città aveva la propria divinità poliade e una tale idea era così radicata nella mentalità egiziana che, dopo la conquista greca, per la nuova città di Alessandria si dovette fondare il culto di una nuova divinità, Serapide, nuovo ed esclusivo per quella città, che vi potesse esercitare le funzioni poliadi in esclusiva e a pieno titolo.

Anche i Greci, pur venerando ovunque gli stessi Dei, conoscevano legami particolari tra una città e una divinità, anzi ogni città della Grecia antica aveva una o più divinità protettrici. Ciò rendeva più difficile l'evocatio romana, potendo la città venire protetta da un'altra divinità, magari di uguale o simile potenza.

ATENA PROMACHOS POLIADE DI ATENE

- così Atene era difesa da Atena (Minerva), 
- Argo e Samo dalla Dea Era (Giunone), 
- Delfi e Delo erano difesi da Apollo, 
- Cipro e Citera erano difese da Afrodite (Venere), 
- Sparta era difesa da Ares (Marte), 
- Efeso da Artemide (Diana), 
- Corinto e Rodi da Elio (Sole),
- Egina era protetta da Afaia, il cui tempio venne eretto sopra una collina dell'isola;
. Creta, Olimpia e Dodona da Zeus (Giove) 
. l'Istmo di Corinto, la Beozia, la Tessaglia, il Peloponneso, Calauria, Taranto e Poseidonia da Poseidone (Nettuno) 
- Eleusi da Demetra, (Cerere) 
- Creta, Olimpia e Dodona erano protette da Zeus, ecc. ecc.

Ma ciò riguardava pure l’Italia arcaica: le città dei Prisci Latini che, seppur riunite nella federazione religiosa accentrata intorno al culto di Iuppiter Latiaris (Giove Laziale), avevano ciascuna un proprio culto per la divinità poliade: 

- Ariccia aveva quello di Diana, 
- Lanuvio quello di Giunone Sospita, 
- Palestrina quello della Fortuna Primigenia ecc. 

Nel periodo ellenistico si diffuse nel mondo antico un nuovo concetto di divinità poliade: come ogni luogo, così anche ogni città aveva la propria «fortuna». La Tyche della città non aveva una fisionomia propria come le grandi divinità del pantheon classico e si riduceva alla sola funzione di rappresentare la città. È su questo modello di divinità poliade che si sviluppò l’idea di una Dea Roma, la cui venerazione è documentata già al principio del II sec. a.c. in Oriente prima e in Occidente poi.

La divinità poliade di Roma era, almeno sin dalla fondazione del tempio capitolino (509 a.c.), Giove, ma la tradizione religiosa romana conosceva anche una ‘segreta divinità protettrice’ della città, di cui non si divulgava il nome, perchè nessuna magia potesse attaccarla ma anche per evitare che potesse essere evocata dai nemici. 

IUNO SOSPITA DI LANUVIO

NEL CRISTIANESIMO

Il bisogno di una tutela religiosa della città, venne mantenuta, nonostante il totale abbattimento degli Dei e dei templi pagani, dal cristianesimo, che dovette ripristinare una certa forma di politeismo che non sconfessasse il monoteismo, ma che consentisse a ogni fedele di rifugiarsi in un sacro simulacro da lui scelto. 

Gli Dei pagani erano così chiamati in senso derisorio in quanto albergavano in ogni pagus, cioè villaggio, e pertanto erano in gran numero. Tutto ciò doveva cambiare come era cambiato nelle altre due religioni monoteiste, l'Islamismo e l'Ebraismo dove non poteva essere raffigurata nemmeno l'immagine del Dio unico, ma per il Cristianesimo, e ancor più nel Cattolicesimo vi fu una pressante richiesta di idoli a cui la gente era abituata a rivolgersi.

Pertanto il politeismo trovò e trova tuttora espressione nella venerazione dei santi patroni locali, e i patroni o poliadi dell'Europa sono: San Benedetto da Norcia, Santa Brigida di Svezia, Santa Caterina da Siena, Santi Cirillo e Metodio, Santa Teresa Benedetta della Croce.
Protettori del suolo italico sono invece San Francesco e Santa Caterina da Siena, mentre sono patroni di Roma i Santi Pietro e Paolo.

Poi ci sono i santi protettori delle città capoluogo così:
- San Giovanni Battista è il protettore di Genova - Sant'Ambrogio è il protettore di Milano - San Gennaro è il protettore di Napoli - San Marco è il protettore di Venezia - San Valentino è il protettore di Terni - Sant'Antonio è il protettore di Padova - San Giorgio è il protettore di Ferrara - San Prospero è il protettore di Reggio Emilia - San Gaudenzio è il protettore di Rimini - San Benedetto è il protettore di Norcia - San Nicola è il protettore di Bari - Santa Rosalia è la protettrice di Palermo

Ma poi ci sono i patroni di ogni altra città, e i patroni di ogni paese. Seguono poi i patroni di ogni continente, di ogni nazione con relativi patroni di città e paesi. Ma ci sono santi patroni deputati a salvaguardare ogni tipo di persone, di attività umane e naturali, o guarire da ogni tipo di malattie:

S. FRANCESCO D'ASSISI PATRONO D'ITALIA

- ammalati in generale, incurabili, angina pectoris, dolori e malattie dell'addome, dolori e malattie agli arti, ciechi, sordi, dolori di artrosi, reumatismi, herpes zoster, lebbrosi, moribondi e agonizzanti, pestilenze, zoppi, morte violenta, veleni e avvelenamenti,
- madri (madri in difficoltà, madri che allattano, pericolo di aborto, partorienti) 
- infanti, trovatelli, bambini, adolescenti, vergini, fidanzate, innamorati, vedove,
- accademie cattoliche, catechisti, ecumenismo, Gioventù Cattolica, lupetti, missioni, scautismo, esploratori e guide, emigranti, pellegrini, uomini di Azione Cattolica, telecomunicazioni, internet,
- anime del Purgatorio
- automobilisti, donatori di sangue, scrittori e giornalisti, mendicanti, studenti, viaggiatori, filatelici, radioamatori
- tempeste, terremoti, fulmini, grandinate, cose perdute o smarrite
- carcerati, ladri, ubriachi, senzatetto,
- frutti della terra, vino
- Ordine di Malta, Ordine di sant'Isidoro, Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, Marina militare, Regno delle Due Sicilie

Ma esistono pure i santi poliadi protettori degli animali:
- Animali in genere, Animali da cortile, Gallinacei, Oche, Colombi, Uccelli, Bovini, Cavalli, Muli, Maiali, Cani, Gatti, Api, Bachi da seta.


BIBLIO

- Antonino Liberale - Metamorfosi 40 (Britomarti)
- Pausania libro II, 30,3
- Pietro Mander - La religione dell'antica Mesopotamia - Roma - Carocci - 2009 -
- Pausania - Viaggio in Grecia Libro II: Corinzia e Argolide - Milano - BUR - 2001 -
- Anna Ferrari - Dizionario di mitologia - Litopres - UTET - 2006 -
- Anna Maria Carassiti - Dizionario di mitologia classica - Roma - Newton - 2005 -


GAIO SEMPRONIO BLESO - G. SEMPRONIUS BLESUS


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GENS SEMPRONIA

Nome:
Gaio Sempronio Bleso - Gaius Sempronius Blaesus 
Nascita: ... 
Morte: ... III secolo a.c. 
Figlio: Sempronio Bleso
Gens: Sempronia
Console: 253 / 244 a.C.


Gaio Sempronio Bleso è stato un politico generale romano. Fu eletto console per la prima volta nel 253 a.c. avendo come collega Gneo Servilio Cepione durante la I guerra punica (264 - 241 a.c.) che fu poi vinta da Roma. Assieme al collega fu al comando di una flotta di ben 260 navi, con cui compì una serie di incursioni lungo la costa africana, da cui riuscì ad ottenere un grande bottino, anche se non vi furono seri scontri armati.

Quando però si fermarono nel Golfo della Piccola Sirte (lungo la costa sud-orientale della odierna Tunisia), a causa della inesperienza dei piloti, le navi romane si arenarono e poterono riprendere il mare solo al ritorno della marea, dopo aver gettato in mare tutto il bottino accumulato.

Questo disastro li costrinse a tornare in Sicilia, ma durante il viaggio di ritorno ebbero un altro incidente al largo di Capo Palinuro, un promontorio roccioso nella costa della Campania Meridionale, nel Cilento in Provincia di Salerno, dove furono colti da una furiosa tempesta, nella quale affondarono ben 150 navi. 

Nonostante questi gravi incidenti, entrambi i consoli ottennero il trionfo per i loro successi in Africa, come riportato dai Fasti consulares. Ora il senato romano era piuttosto severo con i suoi generali che sottoponeva a giudizio se temeva che non avessero svolto il loro compito con valore, competenza e prudenza. 

Figuriamoci per aver portato le navi in secca, aver rinunciato al bottino e aver perso 150 navi. Evidentemente solo una parte del bottino andò perduta e la parte rimasta doveva essere di grande valore, specie in metalli preziosi come l'oro, il che faceva prevedere un paese che valeva la pena di conquistare.

Infatti Bleso fu eletto console una seconda volta nel 244 a.c. con Aulo Manlio Torquato Attico, anno in cui fu fondata una nuova colonia nei pressi di Brundisium. Se venne rieletto fu perchè aveva riportato in patria un tesoro, che anzi valeva più delle 150 navi perdute, altrimenti l'avrebbero messo a processo, anche perchè il comandante rispondeva dei suoi luogotenenti e dei suoi piloti, se questi non sapevano pilotare la colpa era sua che non aveva saputo scegliere.


IL FIGLIO DI SEMPRONIO

Nel 211 a.c., Sempronio Bleso, ma secondo molti studiosi il figlio del consolare, che portava lo stesso nome del padre, accusò il pretore Gneo Fulvio Flacco, di fronte al popolo romano, di aver perso la sua armata nella battaglia di Herdonia (212 a.c.), per aver corrotto i suoi soldati con ogni sorta di vizi, prima di darli in pasto al nemico cartaginese. 

Aveva affrontato in battaglia Annibale, ma era stato sconfitto e Gneo fu il primo a fuggire dal campo con 200 cavalieri, il resto dello schieramento, respinto e accerchiato, fu fatto a pezzi. Dei 18.000 soldati romani ne sopravvissero solo poco più di 2.000. I nemici poi si impadronirono degli accampamenti. Secondo l'accusa egli avrebbe fatto sì che questi soldati fossero diventati arroganti, turbolenti verso gli alleati, vili ed imbelli di fronte al nemico. 

In un primo momento Flacco cercò di addossare la colpa ai soldati, ma ulteriori indagini dimostrarono la sua colpevolezza. Cercò, quindi, di ottenere l'aiuto del fratello, Quinto Fulvio Flacco, che era allora nel pieno della gloria, impegnato nell'assedio di Capua. Alla fine, per evitare la possibile pena di morte in caso di processo, Gneo preferì andare a Tarquinia in esilio volontario.

Risulta un Giulio Sempronio Bleso che fu tribuno consolare nel 211 a.c., ma si pensa trattarsi di suo figlio. Sappiamo poi da Livio che, quando Fulvio Flacco divenne dittatore (fine del 210 a.c.), quest'ultimo, una volta rientrato a Roma, mandò presso l'esercito della provincia d'Etruria il suo legato Sempronio Bleso a sostituire il propretore Gaio Calpurnio, al quale invece affidò il comando del suo esercito a Capua.


BIBLIO 

- Appiano di Alessandria, Historia Romana
Polibio, Storie - BUR. Milano, 2001.
Tito Livio, Ab Urbe condita libri
Giovanni Brizzi, Storia di Roma. 1. Dalle origini ad Azio, Bologna, Patron, 1997
Guido Clemente, La guerra annibalica, in Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, XIV, Milano
Theodor Mommsen, Storia di Roma antica, vol.II, Milano, Sansoni, 2001
André Piganiol, Le conquiste dei romani, Milano, Il Saggiatore, 1989.
- Damiano Acciarino -The Renaissance Nomenclature of the Fasti Consulares - "Journal of Ancient History and Archaeology" - 2018 -


SOTTO LA CHIESA DELLE SACRE STIMMATE DI SAN FRANCESCO


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LA FACCIATA

La chiesa delle Sacre Stimmate di San Francesco è un edificio religioso cattolico del centro storico di Roma, situato nel rione Pigna, all'angolo di via dei Cestari con il largo di Torre Argentina. La chiesa attuale è costruita sul luogo di una preesistente, intitolata ai Santi "Quaranta Martiri de calcarario".

Si chiamava "in calcarario" per il fatto che in zona si trovavano decine di calcare, ovvero fornaci per trasformare in gesso e calce le preziosissime statue e le colonne di marmo bianco di epoca romana, come ricorda una lapide conservata in sacrestia e risalente al 1298. 



I QUARANTA MARTIRI

Secondo le tradizioni agiografiche, i quaranta martiri furono un gruppo di soldati romani appartenenti alla Legio XII Fulminata, martirizzati per la loro fede cristiana nel 320. I Quaranta subirono il martirio presso Sebaste, nell'Armenia Minore, vittime delle persecuzioni di Licinio, scatenate a partire dall'anno 316.

Il più recente resoconto di questo martirio è fornito da Basilio Magno, vescovo di Cesarea (370–379) in un'omelia recitata durante la ricorrenza dei Quaranta Martiri. La loro ricorrenza è dunque più antica dell'episcopato di Basilio, il cui elogio sui santi risalirebbe a circa quaranta o sessant'anni dopo la loro morte.

Secondo Basilio, i quaranta soldati, accomunati dalla loro appartenenza alla XII Legione Fulminata, di stanza a Melitene, furono arrestati per la loro fede cristiana. Nonostante l'invito all'abiura, i soldati, per quanto abituati a combattere e a uccidere, vollero sostenere la loro fede; furono quindi condannati dal prefetto a essere esposti nudi su uno stagno ghiacciato nelle vicinanze di Sebaste, durante una notte invernale. 

L'unico dei militari a non reggere la punizione fu Melezio, il quale, dopo aver abbandonato i suoi compagni, trovò rifugio nei bagni caldi, ma a causa dello sbalzo di temperatura morì sul colpo. 

L'INTERNO

ARCICONFRATERNITA DELLE SACRE STIMMATE DI SAN FRANCESCO

Nel 1597 la chiesa passò all'Arciconfraternita delle Sacre Stimmate di San Francesco, che la fece ricostruire nel '700 sotto il pontificato di Clemente XI e le diede il nuovo nome. Nell'articolo di Paola Monacchia dal titolo “La fraternita dei disciplinati di S. Francesco detta anche di S. Leonardo e poi delle Stimmate” si ipotizza la fondazione della confraternita all’inizio del XIV secolo e la sua continuazione nel tempo con diverse denominazioni.

Documentazione della Confraternita degli anni 1535-1960 si trova anche presso l'Archivio storico diocesano di Assisi, attribuita a due diverse confraternite, quella di San Francesco e quella delle Stimmate di San Francesco. Tuttavia attualmente la chiesa è gestita dalla comunità dei Missionari di Maria (Diritto Diocesano Massa Carrara, Pontremoli).



IL PROGETTO

Il progetto fu affidato all'architetto Giovan Battista Contini (1642 - 1723), allievo di Gian Lorenzo Bernini, un genio che operò in molti campi: nell'architettura civile, in quella religiosa, nell'urbanistica, nel teatro e nell'ingegneria idraulica, che iniziò i lavori nel 1714.



LA FACCIATA

La facciata è opera di Antonio Canevari (1681 - 1764), è su due ordini, di cui quello inferiore con portico retrostante, con un progetto che prende a modello quello di Santa Maria in Via Lata disegnata da Pietro da Cortona, uno dei più grandi maestri del barocco romano. Sulla facciata è inserita la statua di San Francesco stigmatizzato, attribuita a Antonio Raggi, collaboratore e allievo di Giovan Lorenzo Bernini per circa trent'anni.



L'INTERNO

L'interno è ad una navata unica con tre cappelle per lato. Vi si possono ammirare:
- nella volta, Gloria di San Francesco di Luigi Garzi;
- nella cappella della Redenzione, sull'altare un Crocifisso d'avorio attribuito ad Alessandro Algardi, 
- sulla volta gli Angeli con simboli della Passione di Giovanni Odazzi;
- la Flagellazione di Marco Benefial;
- all'altare maggiore, San Francesco stigmatizzato di Francesco Trevisani;
- Santi Quaranta Martiri di Sebaste (1662) di Giacinto Brandi, autore anche del San Francesco stigmatizzato nell'oratorio dell'Arciconfraternita al primo piano della chiesa;
- in sagrestia si conserva un prezioso reliquiario in argento che custodisce il sangue di San Francesco d'Assisi.

UNA DELLE 60 SFINGI DELL'ISEO CHE GUARDAVANO L'ENTRATA DEL TEMPIO

L'ISEO CAMPENSE

Nel sotterraneo della chiesa esiste un ossario che risale al Cinquecento. Come al solito i sotterranei altro non erano che edifici romani e sotto la Chiesa delle Sacre Stimmate c'era l'Iseo Campense, un complesso enorme e stupendo con tempio, viali e statue.

L'OSSARIO

L'OSSARIO

Come nei Cappuccini di via Veneto, i Sacconi Rossi dell’Isola Tiberina ed infine Santa Maria dell’Orazione e Morte su via Giulia, il cadavere, o meglio lo scheletro, viene esposto al visitatore. Ossa e teschi vengono puliti e posti in varie forme fino a farne le più svariate e fantasiose composizioni.

La Chiesa delle Sacre Stimmate di San Francesco non fa eccezione, vi ritroviamo candelabri fatti con ossa umane. 

Una vasca acquasantiera sorretta da un teschio (che si dice appartenesse a colui che costruì questo suggestivo sotterraneo) e una parete intonacata a mosaico con l’unica differenza che non è formato da tessere in pietra ma da denti.

Come si vede sia le pareti che le nicchie, ma pure il soffitto sono decorati di ossa di varia foggia, cumuli di teschi, tibie, ossa di falangi, denti, tutto concorre a comporre strane e macabre composizioni ornamentali che  evidentemente hanno un loro fine. 

Forse per dimostrare che i sacerdoti in questione non temono la morte, o un incoraggiamento a non temere la morte per chi ha fede nell'altra vita.


BIBLIO

- Carlo Pavia - Roma Sotterranea - Gangemi Editore -
- Mariano Armellini - Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX - Roma - 1891 -
- Christian Hülsen - Le chiese di Roma nel Medio Evo - Firenze - 1927 -
- F. Titi - Descrizione delle Pitture, Sculture e Architetture esposte in Roma - Roma - 1763 -
- C. Rendina - Le Chiese di Roma - Newton & Compton Editori - Milano - 2000 -
- C. Villa - Rione IX Pigna - in AA.VV,  I rioni di Roma - Newton & Compton Ed. - Milano - 2000 - 



VETRO DORATO ROMANO


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La decorazione a vetro dorato è la tecnica molto antica di un'immagine o un motivo in foglia d'oro, vale a dire un foglio d'oro sottilissimo (l'oro è l'elemento più malleabile che esiste), con purezza di 22 carati (22 su 24), che viene fuso tra due strati di vetro trasparente.

La procedura prevedeva che il vetro, incolore o colorato, venisse soffiato in una sfera, da cui si ritagliava una lastrina piatta di 7/12 cm di diametro, detta foglia. Una di queste veniva poi fissata sul vetro con della gomma arabica (una gomma naturale estratta fin dai tempi antichi da due tipi di acacia subsahariana), e veniva poi grattata secondo un disegno già predisposto ricavandone una decorazione o un'immagine precisa.

Il contenitore in vetro a cui si applicava la decorazione doveva avere una parte piatta di dimensioni simili al disco decorato, e veniva a questo sovrapposto, in modo che si fondessero insieme. Il contenitore era poi riscaldato un'ultima volta per completare la fusione facendone un corpo unico.

Ma la storia della doratura inizia nell’antico Egitto (già nota alla metà del IV millennio) dove l’oro veniva utilizzato per decorare sculture e sarcofagi imperiali, ma si usava pure decorare il vetro, per poi essere esportata in Grecia, dove erano le corna dei bovini ad essere dorate assieme ad elementi architettonici, mobilio e armi e vetro, e poi a Roma dove venne applicata agli altri diversi materiali, tra cui il marmo delle sculture, ma anche lì non mancò la doratura del vetro..

SPECCHIO CON IMMAGINE DEL DEFUNTO


PERIODO ELLENISTICO

Il vetro dorato nasce per quel che sappiamo nel periodo ellenistico (334 a.c. - 31 a.c.), per estendersi poi alla vetreria romana del tardo Impero (284 - 476), quando i medaglioni decorati in oro di coppe e altri contenitori furono spesso rimossi dal vaso originale e inseriti nelle mura della catacombe di Roma come segni funerari distintivi delle piccole tombe là collocate. In questo modo sono stati reperiti circa 500 pezzi di vetri dorati utilizzati a scopo funerario, mentre sono molto più rari i contenitori integri.

Le coppe sono vasi da mensa frequenti anche nei corredi funerari. Il bellissimo esemplare realizzato in vetro a mosaico, definito in epoca moderna "millefiori", è un prodotto di lusso, destinato ad una clientela ricca e sicuramente aristocratica, appartenente ad un tipo di tradizione ellenistica che si diffonde in Occidente e in Italia a partire dall'epoca augustea.

La tecnica usata per realizzare questi preziosi recipienti prevedeva in primo luogo la preparazione di cilindretti di vetro di grosso diametro, ognuno di colore diverso, che venivano saldati insieme fino a ricavarne uno solo a più colori. 

Il bastoncino veniva poi sezionato in rondelle che, disposte su un piano entro un anello più grande che fungeva da bordo, venivano riscaldate fino a formare un unico disco. Una volta raffreddato, il disco veniva sospeso mediante dei sostegni su una forma a coppa capovolta e nuovamente scaldato. Appena si ammorbidiva, i sostegni erano tolti ed il disco si adagiava sulla forma. L'orlo e la parete interna del vaso venivano infine levigati, completando la realizzazione della coppa.

Nel periodo ellenistico vennero usati vasi in genere più grandi di quelli romani o coppe decorate nell'intera fascia laterale in vetro dorato, come quella conservata nel British Museum larga 19.3 cm e alta 11.4 cm, proveniente da una tomba a Canosa di Puglia (270 - 160 a.C.), decorata all'interno con motivi di loto e acanto.

La maggior parte di questi esemplari a coppa sono attribuiti a botteghe di Alessandria d'Egitto, di solito considerata il centro d'origine del vetro di lusso ellenistico. Altri frammenti sono stati trovati negli scavi di una fabbrica di vetro a Rodi.

MADRE CON FIGLIO

PERIODO ROMANO

Ben presto la tecnica del vetro romano si estese conquistando la manifattura e il commercio romani. Molti vetri dorati mostrano così immagini religiose, da quella pagana, a quella cristiana e giudaica. Altri medaglioni riportano i ritratti dei loro possessori, e i più fini sono «tra i più vividi ritratti che si siano conservati dalla prima epoca cristiana. Ci fissano con un'intensità straordinariamente severa e melanconica». E' lo sguardo malinconico di chi è stato orbato dalla vita o di chi è stato orbata dalla morte nei suoi affetti più profondi, come questa madre con figlio.

Dal I secolo questa tecnica si estese e fu anche utilizzata per i mosaici dorati, utilizzati per decorazioni parietali, specialmente negli emblemata o nei ninfei, usando ugualmente due strati sovrapposti e fusi con cui si realizzavano non solo le le tessere dorate, ma pure perline di vetro e altri preziosi oggetti da toeletta. 

Il vetro dorato sostituì in parte l'oro, in quanto ad esempio se in una collana d'oro se ne smarrivano delle sferette d'oro, venivano sostituite da quelle in vetro dorato. Ma la manifattura del vetro dorato era una tecnica raffinata e complessa per cui richiedeva manodopera specializzata dotata di grande abilità. Ciò la rendeva meno costosa dell'oro ma comunque abbastanza costosa.

Si possono distinguere i vetri semplicemente graffiti da quelli “pittorici”, cosiddetti per la presenza di alcuni colori sovrapposti alla foglia d’oro per sottolineare i particolari delle vesti o dei volti. Generalmente sono rese in rosso le fasce di porpora sugli orli delle tuniche, e in bianco, o con foglia d’argento, i drappeggi delle vesti, di cui si vuole sottolineare il candore. 

L’azzurro era spesso usato per le onde marine, mentre le imbarcazioni erano dipinte in verde. L’espressività dei volti, che si ritrova spesso sui vetri dorati, è affidata soprattutto agli occhi, realizzati con il nero, che ricordano i ritratti su tavoletta della necropoli greco-egizia del Fayum8
VASO MILLEFIORI

IL VETRO STAMPATO

Si ritiene che i contenitori più grandi di vetro ellenistico non siano stati soffiati ma piuttosto stampati, in quanto l'intero contenitore è doppio, anche se non è facile occultare le giunture degli stampi. Venivano infatti usati stampi di metà vaso per quelli più grandi.

Notevoli le raffinate coppe di fine III-II secolo a.c., realizzate in vetro dorato con motivi vegetali a foglia d'oro, di probabile produzione alessandrina, o derivati da quella, che si rifanno ai prototipi in oro o in argento dell'epoca. La gente più colta e raffinata preferiva comunque stupire gli ospiti non tanto per la quantità degli ori e argenti che poteva mostrare nella sua tavola, quanto per la bellezza dei decori e la raffinatezza delle tecniche usate.

COPPA IN VETRO A BANDE DORATE

TECNICA A BANDA DORATA

Quella del vetro a banda dorata è una tecnica ellenistica e pure romana simile al vetro dorato: strisce di foglia d'oro venivano disposte tra due strati di vetro trasparente, e usate per un effetto di marmorizzazione nel vetro d'onice. Questa raffinatissima tecnica venne per lo più applicata a piccoli unguentari.



I PIGMENTI COLORATI

VETRO SIRIANO III O IV SECOLO
Alcuni dei medaglioni più pregiati, dal bordo liscio, contengono altri pigmenti oltre all'oro e sfruttano il vetro come supporto per ritratti in miniatura, realizzati per essere visti nelle scollature delle matrone, o incastonati in elementi di gioielleria, ma pure a scopo funebre, usando spesso del vetro blu come base.



LE TESSERE DI MOSAICO

Oltre ai medaglioni con immagini figurative, la tecnica dei due strati sovrapposti e fusi fu utilizzata anche per le tessere dorate dei mosaici, oltre che per le perline di vetro e altri oggetti simili. Le tessere erano realizzate in blocchi e poi tagliate in cubetti, che sono relativamente larghi nel caso degli sfondi in oro. Gli sfondi in oro erano poi disposti su di un supporto rosso o giallo-ocra, che ne esaltava l'effetto dorato con una tonalità più calda.



LA COPPA PER BERE

La tipologia di contenitore più frequente tra i reperti romani tardo-imperiali è la coppa per bere o la vaschetta, che si ritiene fossero originariamente doni di famiglia per matrimoni, anniversari, celebrazioni dell'anno nuovo, e altre festività religiose, forse anche doni per la nascita di un figlio o il battesimo cristiano, che però all'epoca si faceva da adulti con immersione totale del soggetto..

Solitamente le coppe per bere romane erano molto ampie e basse, sebbene alcuni esemplari fossero alti e con le pareti dritte o che si allargano verso l'altro, ma sono una minoranza. Insomma esistevano già allora le forme a coppa di champagne o a forma di flute.



LE PERLINE DI VETRO

Le perline di vetro dorato romane erano realizzate con un bastoncino interno a cui era applicata la foglia d'oro; un tubo più largo scorreva attorno al primo e le perline venivano poi aggraffate (tenute dalle griffes). Di facile trasporto e molto attraenti, le perline di vetro dorato romane sono state ritrovate anche al di fuori dall'Impero, dalle rovine di Wari-Bateshwar a Bangladesh, a siti in Cina, Corea, Thailandia e Malesia, evidentemente frutto di lontani commerci con l'Impero Romano.

La pasta vitrea con doratura spesso sostituì dei gioielli con perline in oro tanto è vero che in alcune collane vennero alternate con palline d'oro e d'argento. Non era considerato un falso perchè già la pasta vitrea era cara, ma quella dorata era ancora più costosa e attraente per il suo aspetto lucente.

COPPA DI LITURGO

LA COPPA DI LICURGO

La coppa di Licurgo è un recipiente di vetro alto 16 cm, finemente molato e intagliato raffigurante un celebre episodio mitologico, sopra cui il museo adopera un riflettore mobile, capace di far splendere la luce sopra e poi di lato. Perché ogni volta che si compirà quel movimento di luce, il re di Tracia, imprigionato assieme ai suoi divini persecutori, cambierà colore dal rosso al verde, in modo stupefacente.

Nel 1958, Lord Victor Rothschild avrebbe deciso di vendere la coppa al British Museum per la notevole cifra di 20.000 sterline, dove si trova tutt’ora. Il prezioso reperto, proveniente da Roma o da Alessandria d’Egitto (la cosa è dibattuta), è nella categoria delle coppe diatrete, un tipo di suppellettile di gran lusso collocato tra la metà del III e l’inizio del IV secolo. Questi recipienti creati da uno o due blocchi di vetro saldati assieme, presentavano nella maggior parte dei casi uno strato esterno formato da una vera e propria “gabbia” geometrica. 

La coppa di Licurgo è l’unico oggetto della sua categoria con un soggetto figurativo ad essere giunto intatto fino a noi, probabilmente all’interno di collezioni private. Essa ha una particolare qualità cangiante, derivante dall’infinitesimale quantità di argento e d’oro contenuto all’interno del vetro con cui era stata fabbricata.
 

Esso consta di 330 parti per milione del primo e 40 del secondo, dissolte all’interno del vetro fuso in soluzione colloidale, capace di assumere per probabilità quantistica la forma di particelle non più grandi di singoli atomi isolati nel flusso, rinominato in funzione di ciò vetro dicroico (cioè bicolore). Granuli capaci quindi d’indurre, una volta completato il processo di solidificazione, un fenomeno di diffrazione della luce noto come "risonanza plasmonica di superficie", che produce ai nostri occhi una variazione cromatica dal verde al rosso.

La sua realizzazione resta misteriosa, benché si sospetti pure che la coppa possa essere stata creata per caso, magari per residui della lavorazione dell’argento con piccole tracce aurifere, a loro volta accidentali. Secondo altri, invece, la parte interna dell’oggetto sarebbe stata creata da una seconda officina specializzata rispetto a quella che si era occupata del bassorilievo intagliato, capace di creare l’impasto di vetro e metalli lavorando su ampie quantità, riuscendo quindi a diluire su multipli oggetti, oggi andati per lo più perduti, le infinitesimali quantità coinvolte.

Definita nel 1857 come “barbarica e debosciata” dallo storico dell’arte tedesco Gustav Friedrich Waagen (già combattente volontario contro Napoleone, nonchè accanito conservatore e rigido critico verso qualsiasi forma di libertà), la coppa costituisce un'importante documento sul gusto estetico connesso alla pratica dei baccanali ed a colui che volle distruggerla ad ogni costo, cioè Licurgo.



LICURGO

Licurgo (IX - VIII secolo a.c.), re di Tracia e secondo alcune interpretazioni della leggenda il principale creatore dell’ordine sociale di Sparta, sarebbe stato un grande oppositore del culto di Dioniso, dio dell’estasi, dell’ebrezza e delle piante. Arrivando persino a vietare e il consumo di vino, perseguitando attivamente le Menadi o Baccanti, sacerdotesse possedute dallo spirito del Dio.

Così il sovrano, nudo, aggredisce sessualmente o uccide Ambrosia, madre adottiva di Dioniso in forma umana, per ricevere la giusta punizione, un colpo della verga divina, seguìto dall’assalto di un fauno lanciatore di macigni, una pantera ruggente e i serpeggianti tentacoli di un rampicante, in cui verrà poi trasformato.

CONIUGI CON ISCRIZIONE "BEVI, CHE TU POSSA VIVERE" IV SECOLO


SEGNACOLI DI TOMBE

Si sono rinvenuti circa 500 frammenti di contenitore in vetro dorato la cui decorazione fu ritagliata e utilizzata per identificare i morti nelle catacombe, ma le numerose iscrizioni che invitano a bere ha fatto capire che i frammenti provenivano da coppe o bicchieri. 

Un mosaico dalle rovine della città romana di Dougga (Thugga) mostra due schiavi che versano vino dalle anfore in coppe basse rette da schiavi che servono a un banchetto. Le due anfore hanno le iscrizioni «ΠΙΕ» e «ΣΗϹΗϹ», che in lingua greca «pie zeses» significano: «bevi, che tu possa vivere», così frequente sul bicchieri romani, ed è stato suggerito che il mosaico mostri la forma completa di una coppa da cui si ritagliavano i medaglioni.

I DEFUNTI GEMELLI

Evidentemente alla morte del proprietario, il medaglione di vetro dorato della coppa veniva ritagliata e usata come segnacolo per il loculo del proprietario. O più probabilmente se la coppa si era rotta durante l'uso, il suo spesso fondo decorato era conservato per questa funzione. 

Si pensa che i medaglioni fungessero anche da sigillo della tomba, in quanto erano premuti all'interno della malta o dello stucco con cui si copriva la parete del loculus. Con l'avvento del cristianesimo, quando si diffondono le figure dei santi, sembra che i medaglioni fingessero anche come protezione contro il malocchio, visti i simboli cristiani apotropaici che vi vennero aggiunti.

Molti medaglioni di vetro dorato recano ritratti di coppie sposate, tra cui probabilmente il defunto, mentre altri vetri dorati rappresentano figure religiose, come santi, o simboli religiosi. Questa pratica era seguita da cristiani, ebrei (sono noti almeno 13 esempi chiaramente ebraici) e pagani.

Molte tessere di mosaico dorate furono utilizzate a Roma in ambito domestico a partire dal I secolo, usate poi per tutta l'epoca antica e medievale. Intorno al 400, si iniziò a utilizzare l'oro come sfondo per i mosaici religiosi cristiani, caratteristica costante dell'arte bizantina.

Gli esemplari tardoromani decorati sono in genere ascritti a Roma e dintorni, specialmente nei ritratti di coloro che vi vivevano, ma anche nei dintorni di Colonia e Augusta Treverorum, la moderna Treviri, che fu il centro di produzione di altri prodotti di vetro di lusso come le coppe diaretre.

MEDAGILONE DI GENNADIO


MEDAGLIONI ALESSANDRINI  

Anche Alessandria d'Egitto fu un notevole centro di produzione, e in base all'analisi linguistica delle iscrizioni sembra che gli stessi artisti e artigiani, si siano trasferiti da Alessandria a Roma e in Germania. Un numero ridotto di ritagli di basi di contenitori è stato ritrovato in Italia settentrionale, in Ungheria e in Croazia.

Il medaglione di Gennadio è un esempio di ritratto alessandrino su vetro blu, che utilizza una tecnica più elaborata degli esemplari romani, tra cui l'uso di dipingere sull'oro per creare delle ombreggiature, e con l'iscrizione che contiene delle caratteristiche del dialetto greco alessandrino. 


GALLA PLACIDIA E FIGLI

Uno dei più famosi medaglioni-ritratto in stile alessandrino, con un'iscrizione in greco egiziano, fu montato durante l'alto medioevo sulla Croce di Desiderio a Brescia, in quanto ritenuto, secondo alcuni erroneamente raffigurare l'imperatrice e devota cristiana Galla Placidia e i suoi figli, mentre il nodo sulla veste della figura centrale suggerisce una devota di Iside. 

Alcuni lo ritengono una raffigurazione di una famiglia alessandrina, inizio III secolo - metà V secolo, prima che giungesse in Italia per adornare una croce cristiana del VII secolo. 

Ma il nodo sulla veste era anche una moda come tante, come del resto si osserva in questo segnacolo funebre qui in alto. Pertanto è probabile che raffigurasse davvero galla Placidia con figli. I piccoli dettagli che compaiono qui come in altri medaglioni possono essere stati realizzati solo tramite l'uso di lenti.
COPPIA IN SIGNACOLO FUNEBRE

I medaglioni di tipologia «alessandrina» hanno una semplice linea sottile dorata che contorna il soggetto, mentre gli esempi romani hanno una varietà di cornici più spesse, e spesso utilizzano due bordi tondi, per suddividere gli esemplari tra differenti officine. Il livello del ritratto è rudimentale, con capigliature, vestiti e dettagli di stile stereotipato.

I primi studiosi di vetri dorati, a partire da Bosio 11, riferiscono che molti di questi materiali furono rinvenuti durante le esplorazioni, effettuate tra il XVII e il XVIII secolo, delle catacombe site intorno a Roma. Purtroppo, a parte rari casi, non viene mai esplicitato in quale cimitero sotterraneo sia stato ritrovato un determinato fondo oro.

La mancanza di dati certi non permette di analizzare puntualmente la distribuzione che questa classe di materiali doveva avere nella tarda antichità, sia all’interno della stessa Roma che nelle altre regioni dell’impero, poiché la realizzazione di vasi con fondo d’oro non era appannaggio esclusivo delle botteghe romane, ma trovava anche negli artigiani renani ottimi esecutori. 

Il gruppo renano differisce da quello romano perché la doratura è applicata sulla superficie vitrea senza un secondo strato protettivo, con il risultato che la decorazione è pochissimo conservata. Questa affermazione non è valida in assoluto, poiché la decorazione a foglia d’oro senza superficie di copertura è stata impiegata anche per realizzare vasi al di fuori del territorio di Colonia1

PIATTO DI ALESSANDRO


PIATTO DI ALESSANDRO

Il «piatto Alessandro con scena di caccia» al Cleveland Museum of Art è, se autentico, visto che alcuni l'hanno messo in dubbio, un esempio molto raro di contenitore completo decorato in vetro dorato, un oggetto di gran lusso. Si tratta di un piatto o di un vassoio poco profondo, 257 mm di diametro e 45 mm alto, decorato al suo centro da un medaglione piatto e circolare, grande i due terzi dell'intero diametro. 

Esso raffigura un cacciatore a cavallo armato di lancia, che insegue due cervi, mentre sotto il suo cavallo un cacciatore a piedi con un segugio al guinzaglio affronta un cinghiale: l'iscrizione latina «ALEXANDER HOMO FELIX PIE ZESES CVM TVIS» significa «Alessandro, uomo fortunato, bevi, che tu possa vivere con i tuoi». 


Si ritiene appartenesse ad un ignoto aristocratico, anziché Alessandro Magno o l'imperatore romano Alessandro Severo (che regnò tra il 232 e il 235): il piatto sarebbe stato prodotto poco dopo il suo regno ma anche durante il suo regno non sarebbe stato chiamato «uomo». 

La formula greca per il brindisi augurale, ZHCAIC significa «vivi!», «che tu possa vivere!», spesso utilizzata nei vetri dorati, e talvolta è l'unico elemento dell'iscrizione; è più frequente dell'equivalente termine latino, VIVAS, forse più raffinato. 

Due vetri dorati che includono la figura di Gesù hanno «ZESUS» invece di «ZESES», una sorta di gioco di parole tra il brindisi augurale e il nome della divinità cristiana, ma di dubbio gusto, visto la morte atroce anche se seguita da resurrezione. 


I RITRATTI 

I ritratti sui vetri dorati presentano alcune caratteristiche comuni nell'incorniciatura e lo sfondo, ma sono fortemente differenziati nella resa dei personaggi rappresentati, attraverso la decisa individualità dei tratti del volto. Fu del resto caratteristica romana e non greca la ritrattistica eseguita con crudo realismo anche se trattavasi di imperatori o gnerali.

Questa marcata ricerca della singola fisionomia si accorda bene con l’ipotesi che questi medaglioni e fondi di coppe o piatti siano stati inseriti nelle lastre di chiusura dei loculi non come semplice ornamento, ma come segnacolo per indicare la tomba del defunto ai suoi cari. 

Anche la primaria funzione di dono nelle più importanti ricorrenze private può spiegare la necessità dell’artigiano di rendere il più possibile unici questi vetri dorati, pur seguendo i canoni prestabiliti dal dedicante e dalla moda del tempo.



LE DEDICHE

Un'altra frase popolare fra le dediche è «DIGNITAS AMICORVM», « (sei) l'onore dei tuoi amici». Un esemplare che reca l'iscrizione «DIGNITAS AMICORVM PIE ZESES VIVAS» mostra l'unione tra le due dediche. Le dediche conviviali vennero usate anche nelle ben più lussuose coppe diatrete.

Vedi anche: IL VETRO ROMANO


BIBLIO

- Trentinella, Rosemarie - Roman Gold-Band Glass - Heilbrunn Timeline of Art History - New York: The Metropolitan Museum of Art - 2003 -
- A Catalogue of the Late Antique Gold Glass in the British Museum - Londra - British Museum - Arts and Humanities Research Council -
- John Boardman (a cura di) - The Oxford History of Classical Art - Oxford University Press - 1993 -
- John Beckwith - Early Christian and Byzantine Art - Penguin History of Art - 1979 -
- Lucy Grig, Portraits - Pontiffs and the Christianization of Fourth-Century Rome - Papers of the British School at Rome - 2004 - Oxford University Press - 2006 -
- K. L. Lutraan - Late Roman Gold-Glass: Images and Inscriptions - McMaster University - 2006 -
- Susan I. Rotroff - Silver, Glass, and Clay Evidence for the Dating of Hellenistic Luxury Tableware - Hesperia: The Journal of the American School of Classical Studies at Athens - vol. 51 - 1982 -


CONSTANTINE BODIN (Usurpatore 1072)


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COSTANTINE BODIN

Nome: Constantine Bodin, in serbo Konstantin Bodin
Nascita: ...
Morte: ...
Padre: Mihailo Vojislavljević, re degli Slavi
Madre: era la nipote dell'imperatore bizantino Costantino IX Monomachos
Fratellastro: Petrislav
Moglie: Jaquinta, la figlia del governatore normanno di Bari
Figli: 
- Mihailo II, re titolare di Duklja (1101-1102)
- Đorđe, re titolare di Duklja (1118 e 1125–1127)
- Argarico
Nipoti: Vukan e Marko
Nonna: una nipote di Samuel della Bulgaria come figlia di Jovan Vladimir e Kosara
Professione: re degli Slavi, Tzar di Bulgaria
Regno: 1081 - 1101
Dinastia: Vojislavjievic
 

Constantine Bodin (fl. 1072–1101) fu il sovrano di Duklja, uno Stato medievale slavo meridionale che comprendeva i territori dell'odierno Montenegro sud-orientale, dalla baia di Cattaro a ovest al fiume Bojana a est e alle sorgenti dei fiumi Zeta e Morača a nord. Regnò dal 1081 al 1101, succedendo al padre, Mihailo Vojislavljević.



IL NOME

Il suo nome era Bodin ma aveva un doppio nome, Constantine Bodin, il che implica che ha usato Costantino prima di diventare imperatore Pietro; se gli fosse stato dato un solo nome al battesimo, secondo la tradizione, avrebbe avuto solo il nome personale Bodin prima della rivolta.

Dopo essere diventato imperatore, gli fu dato il nome titolare Peter, che aveva solo durante la rivolta, poiché dopo la sua repressione non c'era motivo di continuare a chiamarlo come tale. Dopo essere succeduto a suo padre sul trono, gli fu dato il nome onorifico Costantino.

Nato quando gli slavi meridionali erano sudditi dell'impero bizantino, suo padre nel 1072 fu coinvolto dalla nobiltà bulgara (proechontes) guidata da Georgi Voyteh, che chiesero un figlio che potessero incoronare come loro imperatore e porre fine all '"oppressione" bizantina. Mihailo inviò loro Bodin, che venne incoronato Zar bulgaro col nome Petar III.

Partecipò alla grande rivolta scoppiata a Pomoravlje e Povardarje contro i bizantini nel 1072-73. ma, nonostante un successo iniziale, Bodin fu catturato a Pauni, nel Kosovo meridionale, e inviato a Costantinopoli, poi in Antiochia, dove trascorse diversi anni.



SUL TRONO

Fu liberato nel 1078 e alla morte del padre nel 1081 salì al trono di Dioclea. Riconobbe ufficialmente la sovranità bizantina, schierandosi però poi con i loro nemici, i Normanni, che provocarono un'invasione bizantina che procedette poi alla sua cattura. Sposò Jaquinta, la figlia di Argyritzos, un nobile di Bari costretto all'esilio a Duklja.

Quando Mihailo seppe della cattura di suo figlio, mandò suo genero ed ex prigioniero, il generale bizantino Longibardopoulos, per salvare Bodin, ma questi all'arrivo disertò in favore dei Bizantini. Quando i disordini iniziarono ad Antiochia, Mihailo pagò alcuni mercanti veneziani che liberarono Bodin e lo portarono a casa e Bodin divenne co-sovrano di suo padre che l'aveva salvato.


NORMANNI CONTRO BIZANTINI

Al suo ritorno, i bizantini attaccarono, costringendo Mihailo e Bodin a riconoscere la loro signoria ma, nel 1081, i Normanni passarono dall'Italia e attaccarono i bizantini assediando Dyrrhachion, l'Imperatore Alessio I Comneno andò contro di loro e chiamò Bodin in aiuto, che arrivò con un distaccamento serbo; ma durante la battaglia di Dyrrhachion rimase in disparte con il suo esercito, per attendere l'esito della battaglia. Quando i bizantini furono sconfitti e iniziarono a fuggire, Bodin si ritirò con il suo esercito.

Il marcato intervento di Bodin a Dyrrhachion indignò Costantinopoli, e andò anche peggio quando Bodin cominciò a sostenere decisamente i Normanni. I Bizantini, dopo aver attaccato i Normanni, sconfissero Bodin, e lo fecero imprigionare. Venne infine liberato, ma con una reputazione ormai rovinata, regnando senza potere e senza reputazione.



RAPPORTI CON LA CHIESA

Le relazioni di Constantine Bodin con l'occidente riguardavano il suo sostegno a Papa Urbano II nel 1089, che gli assicurò la rivalutazione del suo vescovo di Bari al rango di arcivescovo. Nonostante la sottomissione di Bodin a Roma, la Chiesa cattolica si impose solo sulle coste, le zone interne rimasero sotto Costantinopoli.

Constantine Bodin per mantenere il suo regno dovette combattere per porre il suo parente Stefano in Bosnia e i suoi nipoti Vukan e Marko a Rascia. I due fratelli erano figli del fratellastro di Constantine Bodin Petrislav, che aveva governato Raška in c. 1060–1074. Ma dopo la morte di Robert Guiscard nel 1085, Costantino Bodin dovette affrontare l'ostilità dell'Impero bizantino, che si riprese Durazzo e voleva punire il re di Duklja per essersi schierato con i Normanni.

La regina Jaquinta perseguitò spietatamente i possibili pretendenti al trono, tra cui il cugino di Bodin Branislav e la sua famiglia. Dopo che un certo numero di queste persone furono uccise o esiliate da Bodin e sua moglie, la chiesa riuscì a impedire che l'imminente faida di sangue scatenasse una guerra civile.


BIBLIO

- Bene, John V. A. Jr. - I Balcani del primo medioevo: un'indagine critica dal VI alla fine del XII secolo - - Ann Arbor - Michigan: University of Michigan Press - 1991 -
- Madgearu, Alexandru - Organizzazione militare bizantina sul Danubio, X-XII secolo - 2016 -
- Stephenson, Paul - Frontiera balcanica di Bisanzio: uno studio politico dei Balcani settentrionali, 900-1204 - Cambridge University Press - 2000 -
- Živković, Tibor - Forgiare l'unità: gli slavi del sud tra est e ovest 550-1150 - Belgrado: l'Istituto di Storia - Čigoja štampa - 2008 -


PONTE POSTUMIO - PONTE DI PIETRA


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PONTE DI PIETRA

Il ponte Postumio è stato un ponte costruito a Verona dagli antichi romani per consentire l'attraversamento della via Postumia sul fiume Adige, collegando il nord Europa e l’est del suolo italico con Roma, andato però in rovina nel periodo medievale a causa di alcune alluvioni.

Questo ponte ha avuto diverse denominazioni, tra cui Postumio, Militare, Emilio, Rotto e Marmoreo: Postumio o Militare, da quando si è scoperto che serviva per il collegamento della via Postumia e perchè anzitutto veniva traversato dai militari per recarsi a salvaguardare le province del nord. 

Venne chiamato Rotto (pons fractus o pons ruptus) in epoca medievale, in quanto subì diversi danni dalle piene dell'Adige a partire dal 589, si chiamò invece Emilio (pons Aemilius) in epoca rinascimentale, quando si pensava che dovesse collegare la via consolare Emilia.


Una certa tradizione invece lo denominava come ponte Marmoreo (pons marmoreus) in travertino e marmo, per distinguerlo dal ponte di Pietra (pons lapideus), in pietra bianca per sottolineare il maggior decoro e valore del primo.

Il ponte venne inizialmente costruito in legno per garantire, in caso di attacco, la sua veloce distruzione impedendo ai nemici di attraversare l’Adige. Poi fu costruito anche in pietra in epoca tardo repubblicano o imperiale, edificato circa 150 metri più a valle del ponte Pietra.

Questo ponte venne dunque realizzato successivamente al ponte Pietra, visto che la Verona romana necessitava di più traffico, sia di uomini che di carri, sia militare che commerciale. Poichè la pianta cittadina era, secondo l'uso romano, rigorosamente ortogonale, ciò ha provocato una rettificazione del tracciato della via Postumia, il cui percorso, all'interno della città, corrispondeva sicuramente al decumano massimo.

I DUE PONTI IN EPOCA ROMANA

Quindi dato che il Ponte Pietra si trovò a superare il decumano massimo, venne costruito il nuovo Ponte Postumio intorno alla metà del I secolo a.c. che doveva essere in linea col decumano. Fra Ponte di Pietra e Ponte Postumio sembra fosse stata edificata una diga per poter realizzare un piccolo lago di fronte al teatro romano e far svolgere delle vere e proprie battaglie navali fra gladiatori.

Il ponte Postumio subì alcuni danni nel 589 e nel 1087, ma crollò definitivamente solo nel Basso Medioevo, ma sulla data le fonti sono alquanto discordanti, perchè vanno dal 1097, al 1153, al 1154 e pure al 1239. 

TRIGLIFI E METOPE

La maggior parte dei conci che costituiva il ponte fu lasciata nell'alveo del fiume fino a quando, nel 1662, vennero recuperati e riutilizzati per il campanile di Santa Anastasia, la cui cella campanaria è coronata da una cornice perimetrale in pietra della Valpantena, sottratta appunto ai resti del ponte romano.

Quel che restava invece delle due testate del ponte, in particolare il pilone destro, vennero riscoperti nel 1891, in occasione della costruzione dei muraglioni, cioè degli alti argini in laterizio ideati a seguito dell'inondazione del 1882, e ancora oggi, in occasione dei periodi di magra del fiume, è possibile individuare le tracce dei pilastri del ponte.

Dal pilone ritrovato si potè capire che l’arco non era a tutto sesto, ma ribassato, su modello di quello del ponte Pietra e inoltre un fregio, che provava che era un ponte decorato, ed alcuni tubi utilizzati per l’acquedotto di 20 cm di diametro.


Il ponte, che constava di quattro pilastri e cinque arcate a sesto ribassato, realizzate in pietra con tecnica costruttiva a opus quadratum, era perfettamente allineato con il decumano massimo della città e inoltre, essendo stato realizzato in un punto in cui l'alveo dell'Adige si allargava, per poi biforcare a formare un'isoletta, aveva una lunghezza decisamente superiore a quella di ponte Pietra, che si trovava circa 150 metri più a monte.

Il rinvenimento, durante la costruzione dei muraglioni nel 1891, di parti di cornice, di fregi e di tubi di piombo, fanno pensare che il Postumio fosse maggiormente decorato rispetto al ponte Pietra e che fosse inoltre utilizzato per il passaggio delle condutture dell'acquedotto. 

In particolare si ritiene che potesse presentare una elaborata decorazione dorica, con triglifi (formelle di forma rettangolare in pietra a scanalature verticali, o glifi, di cui le due centrali uguali, le due agli spigoli metà di quelle centrali) e bucrani (teschi di bue, in contrapposizione coi bucefali, i primi solo teschi, i secondi teste intatte di bue).


BIBLIO

- Luigi Beschi - Verona romana. I monumenti, in Verona e il suo territorio - Verona - Istituto per gli studi storici veronesi -1960 -
- Vittorio Galliazzo - I ponti romani - Vol I - Treviso - Edizioni Canova - 1995 -
- Lionello Puppi - Ritratto di Verona: Lineamenti di una storia urbanistica - Verona - BPV - 1978 -
- Norman Smith - A History of Dams - London - Peter Davies - 1971 -



SOTTO SAN LORENZO IN PANISPERNA


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LA FACCIATA

LA CHIESA

La chiesa di San Lorenzo in Panisperna, anche nota come San Lorenzo in Formosa, posta in via Panisperna, vicino all'incrocio con via Milano. è una chiesa cattolica che si ritiene risalga al IV secolo, sul luogo del martirio di san Lorenzo.

Il nome Panisperna deriverebbe da una bolla di Giovanni XXII, nella quale si parla della chiesa di S. Lorenzo Parasperna, un termine che sarebbe una corruzione della parola greca “para” (“presso”) e di quella derivante dal latino antico “sperno” (“confine”) e che avrebbe indicato che la chiesa era situata vicino ad un confine tra proprietà importanti e limitrofe.

Secondo altri il termine Panisperna deriverebbe dall’uso dei frati della chiesa di S. Lorenzo in Panisperna di fornire “panis et perna” (ossia “pane e prosciutto”) ai poveri nel giorno della festa del Santo, ma non è credibile perchè avrebbero dovuto sostenere un costo elevatissimo, che di certo i frati non si potevano permettere.

Il nome "formosa" deriva invece da papa Formoso, che costruì la prima chiesa attestata sul luogo nel IX secolo; ne deriva che la tradizione che vuole la prima chiesa costruita in epoca costantiniana sia solo una leggenda.

L'ESTERNO

SAN LORENZO

San Lorenzo, allievo del futuro papa Sisto II, e quando il 30 agosto 257 Sisto fu eletto vescovo di Roma, affidò a Lorenzo il compito di arcidiacono, cioè di responsabile amministrativo della diocesi. Ma al principio dell'agosto 258 l'imperatore Valeriano aveva emanato un editto per cui, pur non colpendo i fedeli cristiani, aveva ordinato la morte di tutti i vescovi, presbiteri e i diaconi, ritenuti responsabili di sollevazione contro lo stato romano.

L'editto fu eseguito immediatamente a Roma, e Papa Sisto venne sorpreso mentre celebrava l'Eucaristia nelle catacombe di Pretestato, sul lato sinistro della via Appia Antica, e fu ucciso insieme a quattro dei suoi diaconi, poi il 10 agosto, venne ucciso Lorenzo anche se i romani non usavano bruciare i condannati e tantomeno su una graticola. 

Nella città di Aidone in provincia di Enna si venera anche una sua reliquia (quale reliquia se fu bruciato?) e ad Amaseno, provincia di Frosinone nel Lazio Amaseno, l'ampolla del sangue di S. Lorenzo ogni 10 agosto si liquefà, anche qui, ma non l'avevano bruciato, o lo avevano sgozzato prima per raccogliere il sangue? E poi se è vero perchè si pubblicizza il miracolo di S. Gennaro e non quello di San Lorenzo?

GLI INTERNI DELLA CHIESA

IL MONASTERO

Alla fine del primo millennio il luogo sacro passò ai monaci di San Benedetto, che edificarono un monastero. Nel 1149 circa, il papa Eugenio III affidò il monastero all'abate Marino della badia di Cava, ma nel XIV secolo il monastero passò alle monache di Santa Chiara.

La chiesa fu ricostruita dalle fondazioni fra il 1565 e il 1574 per iniziativa del cardinale titolare Guglielmo Sirleto. Il portico esterno e la scalinata d'ingresso furono aggiunti nel XVII secolo, e fu decorato (1893-4) con immagini di san Lorenzo e di Francesco d'Assisi per volere di papa Leone XIII.
La chiesa è costituita da un'unica navata e tre cappelle per lato che ospitano vari affreschi:

lato sud:
- Santa Chiara d'Assisi, dipinto di Antonio Nessi (1756)
- Gloria di san Lorenzo, soffitto affrescato da Antonio Bicchierai
- Tomba di san Crispino e san Crispiniano
- Immacolata concezione, dipinto di Giuseppe Ranucci

lato nord:
- Stimmate di san Francesco, dipinto di Niccolò Lapiccola
- Santa Brigida che prega di fronte al crocifisso, dipinto di Giuseppe Montesanti (1757) nella cappella dove era custodito il corpo della santa, ora in Svezia (?) (la santa chiedeva l'elemosina per i poveri di fronte alla chiesa, e pregava il crocifisso dell'altare, XIV secolo)

- La cappella ipogea contiene il forno in cui sarebbe stato martirizzato san Lorenzo.



S. LORENZO IN PANISPERNA sopra LAVACRO DI AGRIPPINA

- « (Il Lavacro di Agrippina) fu rinnovato et restaurato da Adriano imperatore, ove era un pino grandissimo et una fonte abbondantissima d'acqua, et onde poco fa fu dissotterrato un marmo, nella salita della prossima valle Quirinale, ove erano intagliate queste lettere (CIL. XV^ 7247). Fu ancora nella valle Quirinale il pozzo di Decia Proba: il quale pozzo fu fatto da essa Proba sotto il tempio prossimo di Santa Agata, et vicino a santa Maria in Campo, ove à rincontro sono scolpite alcune lettere, che ciò dimostrano, à canto all'hospedale degli albanesi »

SANTA BRIGIDA
Il Sabino dice: « prope muros monasterii s. Laurentii panispernae in vinea cura effoderetur, reperta fuerunt simulachra marmorea duo Bacchi, et ibi in loco quadrato fons erat : in canalibus plumbeis qui suberant hoc scriptum erat — in lauacro Agrippinae (retro) imp. caos. Trai. Hadriani aug. sub cur. Trebelli marini, Martialis ser. fecit — Lavacrum Agrippinae restituit Hadrianus, in quo multa simulacra reperta, Apollinis praesertim». 

L'Albertino determina il luogo della scoperta con maggiore diligenza:
« Vestigia (Lavacri) apiid ecclesiara sancti Laurentii panis pernae visuntur apud thermas Olympiades in ascensu Viminalis non longe a tempio Sancti Vitalis in quo loco fuerunt reperta simulacra duo Bacchi marmorea, cum fonte et fistulis plumbeis cum hac inscriptione etc. ».

- Convien credere che al Lavacro di Agrippina appartengano gli avanzi scavati e scoperti dal Parker l'anno 1865 sulla china del Viminale, che fronteggia la chiesa di Vitale, nell'orto già Stati, dove oggi formano angolo le vie Genova e Nazionale. 

« Si cavò in tempo di Clemente X nell'orto de Signori Stati » dice Pier Sante Bartoli, mem. 27 « ove si scoperse gran parte delli bagni di Agrippina, nelli quali fu trovata una statua di Venere di altezza da 9 palmi (m. 2,00) quasi che intatta, e anche bella quanto la Venere de Medici. Vi furono trovate anche stanze dipinte ed altre lavorate di mosaico con altre statue, busti e frammenti ».

- Negli scavi del 1869-1872 si ritrovarono belli figulini, con la data del 123, e molti pezzi di fregio fittile con spiragli terminati da teste canine, i quali servivano per dare esito e sfogo ai tubi caloriferi.


PIRANESI

244. Avanzi delle Terme d’ Olimpiade di opera reticolata, dietro all’orto delle Monache di S. Lorenzo in Pane e Perna.

245. Altri avanzi delle stesse Terme, nel vicolo eletto della Caprareccia vicino alla Chiesa di S. Lorenzo in Pane e Poma.

246. Altri avanzi delle medesime i quali protraendosi disotto al muro dell’ orto delle Monache di S. Lorenzo in Pane e Perna attraversavano la via di S. Maria Maggiore, e che dal Pontefice Sisto V furono sgombrati per appianamento della medesima via, vedendosene ora i residui sotto il predetto muro, e in uh Lavatojo per la scesa del vicolo di Cimara incontro S. Lorenzo in fonte.

247. Avanzi delle sostruzioni che investivano le falde del Colle Viminale e servivano insieme di muro al Lavacro d’ Agrippina, che restava negli odierni orti dirimpetto alla Chiesa di S. Vitale, ove rimangono i detti avanzi.

RODOLFO LANCIANI

VALLIS QVIRINI. « (Il Lavacro di Agrippina) fu rinnovato et restaurato da Adriano imperatore, ove era un pino grandissimo et una fonte abbondantissima d'acqua, et onde poco fa fu dissotterrato un marmo, nella salita della prossima valle Quirinale, ove erano intagliate queste lettere (CIL. XV 7247). Fu ancora nella valle Quirinale il pozzo di Decia Proba: il quale pozzo fu fatto da essa Proba sotto il tempio prossimo di Santa Agata, et vicino a santa Maria in Campo, ove à riscontro sono scolpite alcune lettere, che ciò dimostrano, à canto all'hospedale degli albanesi ». 

Parlano della iscrizione predetta (del Lavacro di Agrippina) il Sabino, l'Albertino, il Marliano e lo Spon. Il Marliano, lo Spon e altri recenziori hanno copiato o seguito il Fulvio il quale, primo di ogni altro, dice l'iscrizione incisa « in marmore » invece che « in fistula plumbea ». Ammessane la sincerità, convien credere che al Lavacro di Agrippina appartengano gli avanzi scavati e scoperti dal Parker l'anno 1865 sulla china del Viminale, che fronteggia la chiesa di Vitale, nell'orto già Stati, dove oggi formano angolo le vie Genova e Nazionale.

(Rodolfo Lanciani)


BIBLIO

- Patrizia De Crescenzo e Antonio Scaramella - La Chiesa di san Lorenzo in Panisperna sul colle Viminale. Ministero dell'interno - Roma - Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato - 1998 -
- Bibliotheca Sanctorum - Città Nuova Editrice - 1538-1539 -
- Hippolyte Delehaye - Les origines du culte des martyrs - Bruxelles - 1933 -
- Enrico Giannetta - Il sangue miracoloso di S. Lorenzo martire - In appendice Storia e Monumenti di Amaseno - Frosinone - Tip. Abbazia di Casamari - 1964 -



 

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