FORO TRAIANO


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Il nome forum indica uno spazio aperto, centrale, destinato a riunioni popolari. Nel Foro romano la piazza, di forma irregolare, veniva circondata da edifici e portici.

FORVM TRAIANI. Scavo e scoperta dell'aquila di altorilievo ora nel portico dei ss. Apostoli, f. 84'.

(Rodolfo Lanciani)

Nei Fori imperiali la forma si regolarizzò nella piazza e nei portici, e così in quello di Traiano, ma la sua piazza porticata fu la più grande mai costruita: un rettangolo di 120 m. x 60, mentre la Basilica Ulpia copriva uno spazio di 120 metri per 90.

Il tutto su di un'area rettangolare lunga circa 300 metri e larga 180, unvero record.

"Ai tempi di Ammiano Marcellino (lib 16 Cap 1) esisteva il Foro Trajano poichè Io descrive come una cosa maravigliosa. Alessandro Severo vi aveva raccolte tutte le statue degli uomini più illustri e ne seguenti secoli vi si ergerono quelle degli uomini ai quali fu attribuito un tale onore." (Winckelmann Storia dell 1 Arte lib XII Cap 22)

La costruzione del Foro di Traiano fu dovuta, non tanto da intenti celebrativi, quanto dalla necessità di ampliamento degli spazi disponibili per l’amministrazione della giustizia, tanto è vero che che dal Foro Romano si era spostata in buona parte, alla fine della repubblica, in quello di Cesare e poi, sempre in buona parte, in quello di Augusto.

Oltre un secolo e mezzo prima, Cesare aveva infatti edificato il primo Foro alternativo a quello tradizionale, l’antico Foro Romano, trasferendo numerose attività pubbliche nel suo monumento privato. Il suo esempio fu seguito da Augusto e Domiziano.

Ancor oggi il Tribunale si chiama Foro, perchè quella è la sua destinazione fin dai tempi più antichi, quando si dirimevano nella pubblica piazza le vertenze private.

Dopo la conquista della Dacia nel 107 d.c., coi ricchi proventi del bottino, Traiano ordinò la costruzione del nuovo Foro che viene inaugurato solo 5 anni più tardi insieme alla Basilica Ulpia, l'anno seguente inaugurò la Colonna Traiana.

Architetto del foro fu Apollodoro da Damasco, ingegnere militare che aveva accompagnato l’imperatore nella guerra dacica. Il favoloso bottino, 5 milioni di libbre d'oro (226,800 kg) e 10 milioni di libbre d'argento, oltre a mezzo milione di prigionieri di guerra con le loro armi, più sete, marmi pregiati, pietre preziose e pietre dure e bestiame.

Oro e argento costituivano il favoloso tesoro di Decebalo, da lui nascosto nell'alveo di un piccolo fiume nei pressi della capitale.

L'imperatore aveva nel Foro due statue, una in cima alla Colonna Traiana (oggi sostituita da san Pietro) ed una enorme ed equestre al centro della piazza, ambedue perdute. Fu seppellito poi nel basamento della sua Colonna, a memoria dei posteri.

Sembra che già sotto il regno di Domiziano siano state iniziate le opere di mura, terrazzamento e fognature per la costruzione del complesso architettonico, di cui già si sentiva la necessità.

 Contemporaneamente al Foro, anche per contenere il taglio delle pendici del Quirinale, vennero innalzati i Mercati di Traiano, e fu inoltre rimaneggiato il Foro di Cesare, dove si eresse la Basilica Argentaria e venne ricostruito il tempio di Venere Genitrice.

L’idea concepita da Apollodoro richiedeva grandi capacità ingegneristiche che dimostrò in pieno ricavando una nuova area pianeggiante dallo sbancamento della sella che collegava il Campidoglio col Quirinale. Tale ciclopica operazione è ricordata nell’iscrizione sulla base della Colonna dove si legge che questa è tanto alta quanto il monte sbancato per l’occasione.



L'USO

Le attività principali nel foro furono di svolgimenti di uffici giudiziari, amministrativi e legislativi, ma non solo. A capo della sua organizzazione c'era un procurator Fori Divi Traiani, che sorvegliava le varie attività. Ad esempio sappiamo dalla Forma Urbis Severiana che una delle absidi della Basilica Ulpia svolgeva le funzioni dell'Atrium Libertatis, per le cerimonie di liberazione degli schiavi, e che nelle biblioteche si conservavano importanti archivi di stato.

A SINISTRA IL TEMPIO DI TRAIANO,
A DESTRA LA BASILICA ULPIA
Sappiamo che vi vennero promulgate numerose leggi, che vi si tenevano i processi giudiziari, ma anche che fu sede di cerimonie pubbliche: vi vennero pubblicamente bruciati i documenti di archivio dei debiti verso il fisco condonati da Adriano.

Marco Aurelio vi tenne una vendita all'asta di beni del palazzo imperiale per finanziare le campagne militari e vi si tennero congiarii, ossia distribuzioni di denaro dall'imperatore al popolo.

Le basiliche erano tradizionalmente sede dei tribunali e dell'attività giudiziaria, e a questo scopo potevano servire le absidi, spazi separati e raccolti rispetto alla navata centrale. Sappiamo infine che nelle esedre si faceva scuola, e in epoca tarda si tenevano nel Foro lezioni e attività culturali, forse anche nei portici e comunque nella piazza e nei portici si passeggiava e si concludevano affari.

IL FORO DI TRAIANO IN ETA' IMPERIALE


DESCRIZIONE

Il Foro si disponeva parallelamente al Foro di Cesare (a nord-ovest di questo) e perpendicolare al Foro di Augusto, con la basilica sopraelevata di alcuni gradini. Misurava complessivamente 300 m di lunghezza e 185 di larghezza.

Comprendeva la grande piazza del foro, la basilica Ulpia, un cortile porticato con la famosa colonna Traiana e le due biblioteche.

Nelle ricostruzioni ottocentesche compare il tempio del Divo Traiano e di Plotina con un portico ricurvo, edificato da Adriano entro il 121, ma dai sondaggi archeologici non risulta. Al posto del tempio c'era invece la Basilica.

Il Foro aveva come fulcro una vasta piazza rettangolare con portici sui due lati e una grande staua equestre di Traiano, chiusa sul fondo dalla Basilica Ulpia e pavimentata con lastre rettangolari di marmo bianco.

Sul lato del Foro di Augusto la piazza era chiusa da una struttura con due ali oblique, con colonne in marmo giallo antico e cipollino sostenenti la trabeazione con fregio di amorini tra cespi d'acanto che versano da bere a grifoni. E' probabile che la struttura fosse sormontata da un attico con Daci, simile a quello della Basilica sul lato opposto della piazza, visto le due statue acefale e la testa di Dace in marmo bianco ritrovate negli scavi.

Non c'è traccia invece dell'arco trionfale che compare però su alcune monete, e che secondo le fonti fu decretato dal Senato per l'imperatore defunto onde commemorarne le vittorie in oriente, arco che doveva fare da ingresso monumentale al Foro.

Alle spalle di questa facciata si apre una vasta sala che accede ad un cortile, circondato su tre lati da portici rialzati e pavimentati a lastre rettangoli in marmo cipollino e marmo portasanta con fusti in marmo cipollino. La funzione di questo cortile è tuttora incerta.

Il muro di fondo in blocchi di peperino era rivestito all'interno di marmi con una fila di lesene che rispecchiavano le colonne della facciata.

Vi si aprivano due ampie esedre semicircolari coperte, separate dai portici con una fila di pilastri rettangolari.

La pavimentazione era un disegno di quadrati con iscritti alternativamente quadrati più piccoli o cerchi, in marmo giallo antico e pavonazzetto.

Nelle esedre il muro di fondo presentava lesene su due ordini; al centro una nicchia, inquadrata da colonne in granito del Foro.

Anche nelle esedre ci dovevano essere opere d'arte, dato il rinvenimento di tre grandi statue acefale nel pregiato marmo tasio, cioè un loricato (unico pezzo pertinente al Foro esposto nel Museo dei Fori Imperiali), un togato e un personaggio seduto, sicuramente personaggi di rango imperiale.

Sulla facciata verso la piazza, sopraelevata con due gradini, le colonne corinzie del portico avevano fusti in marmo pavonazzetto. Al di sopra del colonnato un attico con sculture di Daci prigionieri, in marmo bianco e pavonazzetto, alternati a clipei (scudi) ornati da teste ritratto: tra queste ci sono giunte quella di Agrippina Minore e quella di Nerva.

IL FORO DI TRAIANO NEL MEDIOEVO


LE BIBLIOTECHE

Alle spalle della Basilica si trovavano due ampie sale ai lati del cortile in cui sorge la Colonna, ornate da due ordini di colonne con nicchie issate su alcuni gradini, e nel fondo un'edicola con frontone e con una statua.

Trattasi della biblioteca Ulpia in cui erano conservati, all'epoca di Aureliano, i libri lintei e che dovevano forse ospitare i decreti dei pretori. I pavimenti erano a grandi lastre in granito grigio, con fasce in marmo giallo antico.

Nello stretto cortile tra le due biblioteche, chiuso dal muro di fondo della Basilica e fiancheggiato dai portici con fusti in marmo pavonazzetto che precedevano la facciata dei due ambienti, si trovava la Colonna Traiana, l'unico elemento giunto pressoché intatto del complesso del Foro.

LA BASILICA ULPIA

BASILICA ULPIA

La Basilica Ulpia, così chiamata perchè l'imperatore faceva parte della gens Ulpia, si affacciava per lungo sulla piazza con un rialzo di gradini. Lo spazio interno della Basilica era suddiviso in cinque navate da quattro file di colonne di granito, che proseguivano anche sui lati corti. Alle due estremità del grande rettangolo erano aggiunte due esedre chiuse da colonne, simili a quelle situate a metà dei portici laterali.

Le navate laterali erano coperte da volte in laterizio, probabilmente coperte da un controsoffitto piano, mentre la navata centrale, sopraelevata, in modo da permettere l’apertura di finestre che dessero luce all’interno, doveva essere coperta da un tetto a capriata lignea, nascosta da un controsoffitto.

La decorazione era ricchissima, come si evince dai lussuosi pavimenti di marmi colorati e dai fregi marmorei scolpiti.

Si tratta probabilmente di uno dei più grandi edifici coperti mai costruiti nell’antichità, di certo la più grande basilica di Roma.

Della basilica si conserva solo il settore centrale dell' edificio, con i fusti in granito grigio della navata centrale rialzati negli anni 30. Altri tre fusti di colonna in marmo cipollino facevano parte del secondo ordine della navata centrale.

Ne sono anche visibili, in parte ricostruiti, i gradini della facciata del portico, con alcuni fusti rialzati sul posto, blocchi di peperino del muro di fondo dei portici e delle esedre e parte della pavimentazione, nonchè i resti della biblioteca occidentale, visibili al di sotto di una soletta in cemento che sostiene i giardini lungo via dei Fori Imperiali.

Un grande scavo del 1998-2000 ha riportato alla luce un settore consistente della piazza, in parte coperto da edifici, con la fossa di fondazione per la statua equestre dell'imperatore.

Nel luglio 2005 nella parte meridionale del Foro è stata rinvenuta una testa in marmo dell'imperatore Costantino, di una statua colossale eretta due secoli dalla sua inaugurazione, collocata nel Museo dei Fori Imperiali.

IL TEMPIO DEL DIVO TRAIANO


TEMPIO DEL DIVO TRAIANO

All’imperatore fu dedicato un tempio, inaugurato da Adriano, che è stato posto in collegamento con il Foro, ma niente è finora noto del suo aspetto e della sua ubicazione. La teoria più accreditata lo collocava a nord della Colonna ma le indagini nei sotterranei degli edifici non hanno evidenziato alcuna traccia delle fondamenta.

I FORI NEL X SECOLO
Si pensa allora che il tempio sia da cercare altrove e con esso l’ingresso monumentale. Secondo una nuova teoria, l’ingresso andrebbe spostato sul lato opposto a quello ipotizzato, oltre il cortile della Colonna. La questione attende una soluzione dagli scavi in corso.

Si riteneva però che alle spalle della colonna traiana, dopo la morte dell'imperatore e della moglie Plotina, fosse stato costruito, ad opera di Adriano, il grandioso tempio a lui dedicato, e che ne facesse parte la solitaria colonna di marmo bianco che lì si trova.

La storiella curiosa, narrata all'epoca, è che la colonna fosse sopravvissuta grazie a papa Gregorio Magno (590-604) il quale, colpito da una scena in cui si vedeva Traiano aiutare una donna il cui figlio era stato ucciso, pregò per la salvezza dell'anima dell'imperatore.

Dio concesse allora la grazia al papa, ammonendolo, però, di non pregare mai più per i pagani, perchè era sconveniente.

Un'ulteriore leggenda narra poi che al momento dell'esumazione delle ceneri, la lingua di Traiano, ancora intatta, raccontò di come la sua anima fosse stata salvata dall'inferno tramite la preghiera di Gregorio Magno.

Meno male, perchè la terra del foro fu dichiarata sacra e la colonna fu risparmiata.

Per un approfondimento: TEMPIO DI TRAIANO

IMMAGINE CHE RITRAE LE STRUTTURE SUCCESSIVE EDIFICATE SOPRA IL FORO


LA STORIA

Si tramanda che alla visita a Roma da parte di Costanzo II, figlio e successore di Costantino, nel 357 d.c.: l’imperatore ne provò grande ammirazione; fu colpito soprattutto dalla statua equestre di Traiano, che spiccava al centro del Foro, ed espresse il desiderio di prenderla a modello per una sua statua a Costantinopoli.

Un principe persiano del suo seguito commentò, con una certa ironia, che per ospitare un simile cavallo sarebbe stata necessaria una stalla equivalente. Questo ci dice che all'epoca il Foro era ancora perfettamente conservato.

Ancora nel V secolo era uno spazio pubblico ben tenuto in cui si erigevano statue ad uomini illustri nella vita culturale del tardo impero, come i poeti Merobaude e Sidonio Apollinare.

Alla metà del IX sec. però le lastre marmoree della piazza furono sottratte per essere riutilizzate per farne calce, sostituendole con una pavimentazione in battuto.

Non dimentichiamo che il Cristianesimo aveva demonizzato il paganesimo, per cui distruggere l'antico era buona cosa, occorrerà giungere al 1400 per scoprirne i valori che determineranno poi il Rinascimento.

Ciononostante fino al Medioevo il Foro di Traiano rimase uno dei Mirabilia più celebrati di Roma, tappa obbligata di ogni visitatore dell’Urbe.

I problemi di mantenimento dell'area con rifacimenti vari portarono a rialzamenti progressivi del terreno e alla costruzione di abitazioni. Nel XVI sec. un rialzamento del terreno a scopo di bonifica portò la nascita del quartiere Alessandrino, i cui edifici si impiantarono su quelli più antichi, utilizzati come cantine. La struttura del quartiere restò immutata sino alle demolizioni mussoliniane per l'apertura di via dei Fori Imperiali.

Oggi sono state ritrovate le impronte che delineavano la collocazione dei lastroni marmorei della pavimentazione (asportati nel Medioevo), il basamento dell' Equus Traiani, una statua acefala di prigioniero dace e la testa di un altro prigioniero.

Gli scavi, inoltre, hanno permesso di escludere la presenza di un tempio nella zona posta a Nord della colonna, in quanto in quest'area sono stati ritrovati i resti di domus e insulae.



LA COLONNA TRAIANA

La Colonna isolata era in realtà un’antica forma di celebrazione di grandi personaggi, di cui nessun esempio precedente è però giunto fino a noi.

Sappiamo che spesso i Romani usavano colonne singole che si ripetevano ad adornare i viali più importanti, con sopra bronzi dorati, colonne non collegate, svettanti al cielo un simbolo o una divinità dorata.

Ma nulla a che vedere, nè le colonne decorative, nè quelle celebrative, con le inaudite dimensioni e la decorazione del fusto della colonna traiana.

Inoltre, come tutte le statue e i bassorilievi romani, era dipinta a colori vivaci di cui restano poche tracce.

La Colonna oltre ad illustrare, in una convessa spirale, le campagne dell'imperatore spagnolo in Dacia, fu anche la sua tomba. Le sue ceneri furono riposte in un'urna d'oro situata nella base. Alcuni calchi di questo monumento, collocati nel Museo della Civiltà Romana, consentono di guardare da vicino tutta la bellezza delle raffigurazioni.

Anche se a Roma vigevano già le colonne onorarie, l'esecuzione di una con un fascio figurato di rilievi è senza precedenti.

L'autore non si sa chi sia ma se ne conosce il valore artistico, anche dai fregi inseriti nell'arco di Costantino.

Consacrata, protetta dai papi, la Colonna venne copiata da numerosi artisti che nel Rinascimento si facevano calare con ceste dalla sommità lungo il fusto, per copiare i rilievi e trarne ispirazione per le loro opere: Pietro da Cortona, Rubens e Poussin.

Lo stesso Bernini affermò che la Colonna Traiana "era la fonte da cui tutti i grandi uomini avevano tratto la forza e la grandezza del loro disegno". Tuttavia la Colonna Traiana venne anche criticata da alcuni artisti perché riscontravano nei pannelli dei difetti compositivi e la mancanza del senso della prospettiva.

A queste critiche diede una risposta Francesco Algarotti in una sua lettera del 1763 dove sostenne che "il maestro delle imprese di Traiano" scolpì alcune cose più grandi del normale perché voleva fare in modo che le figure piu importanti diventassero degli emblemi, ma anche per farle percepire meglio da chi si trovava in basso e non aveva di certo impalcature che gli permettevano di vedere da vicino i rilievi.

L’idea stessa della colonna decorata con rilievi a spirale fu ripresa più volte nell’antichità, con la Colonna Aureliana a Roma e poi con quelle di Teodosio e di Arcadio a Costantinopoli, e fino all’epoca moderna: si pensi alla celebre colonna di Place Vendôme a Parigi.

Fortunatamente il costo di trasportare la colonna in Francia era talmente elevato che Napoleone III, nel 1865, dovette rinunciare alla rapina di quest'opera d'arte, limitandosi a farne rilevare in gesso i bassorilievi. Fu in quell'occasione che si notarono su di essa le tracce di smalto d'oro e di colore vermiglio e azzurro.

Attualmente è in corso una notevole campagna di scavo che tende a mettere in luce nuovi elementi ma soprattutto a restituire unità al Foro, finora tagliato dalla presenza di strade moderne.



Caratteristiche:

Costruita in blocchi di marmo di Carrara, la Colonna è alta complessivamente 40 metri circa (quindi il colle fu sbancato per ben 40 m. d'altezza); il solo fusto è alto 100 piedi romani (columna centenaria) cioè 29,78 m.

Sulla sommità, raggiungibile da una scala interna, stava la statua in bronzo dorato dell’imperatore, oggi sostituita da quella di S. Pietro.

È il primo caso di colonna coclide (con scala a chiocciola interna) figurata, che servirà poi come modello per altri monumenti, tra cui la Colonna Antonina di piazza Colonna, a Roma.

La striscia figurata, dai margini rilevati e irregolari, sembra riprodurre un rotolo scrittorio, simile a quelli conservati nelle biblioteche adiacenti. Una sorta di nastro lungo 200 m., interamente coperto di rilievi, che dobbiamo immaginare dipinti e integrati con elementi e fregi metallici.

L’imperatore compare una sessantina di volte, in azioni militari e mentre arringa i soldati, oppure mentre presenzia i sacrifici o riceve l’omaggio dei nemici vinti. Il suo atteggiamento è quello dell’uomo investito del comando, mai quello dell’imperatore dotato di potere e natura divini, quale sarà in seguito nell’iconografia imperiale romana.

La narrazione delle due guerre daciche ha inizio con l’illustrazione delle fortificazioni romane lungo il Danubio e il passaggio del fiume da parte dell’esercito, e si conclude con la deportazione dei vinti e dei loro armenti.

Le scene, che si susseguono l’una all’altra in sequenza narrativa continua, mostrano numerosi episodi di guerra ma con una straordinaria ricchezza descrittiva di personaggi, ambienti naturali, fortificazioni e architetture urbane che non ha precedenti nella scultura romana.

L'opera è di un unico unico artista, designato come Maestro delle Imprese di Traiano, realizzata però con l’aiuto di numerosi collaboratori. A lui si deve infatti il tono unitario del ciclo figurato, elaborato però con infinite variazioni.

Ogni singola scena è arricchita di particolari drammatici, ma anche teneri o prodigiosi, di gesti e volti che comunicano tra loro, opere di costruzione alacre e di combattimento. Su tutto domina la figura di Traiano come un instancabile direttore d'orchestra.



I MARMI DEL FORO

Per avere un'idea della ricchezza del Foro, ecco un elenco dei marmi usati:
  1. Marmo lunense: bianco a cristalli piccoli, dalle cave di Luni, odierna Carrara, utilizzato per la maggior parte dei blocchi delle trabeazioni, i capitelli e le basi.
  2. Marmo pentelico: bianco a grana finissima, con venature verdastre brillanti, dal monte Pentelico, in Grecia, utilizzato per l'architrave delle colonne che separavano le navate laterali della Basilica Ulpia.
  3. Marmo tasio: bianco con cristalli grandi, dall'isola di Thasos, in Grecia, utilizzato per sculture di personaggi di rango imperialei.
  4. Marmo cipollino: colorato con venature ondulate verdastre su sfondo biancastro o verde chiaro, da Karystos, isola di Eubea, in Grecia, per i fusti dei due ordini superiori della Basilica Ulpia e per lastre pavimentali.
  5. Marmo giallo antico: colorato di varie tonalità di giallo, con macchie e vene rossastre, da Chemtou in Numidia, per fusti di colonne e lesene, lastre pavimentali e rivestimenti parietali.
  6. Marmo pavonazzetto: colorato a fondo biancastro, con venature e macchie purpuree, da Docimium in Frigia , utilizzato per fusti di colonne e lesene, lastre pavimentali e alcune delle sculture con Daci dell'attico.
  7. Marmo africano: colorato brecciato con forti contrasti cromatici, da Teos, in Turchia, utilizzato per fusti di colonna e per lastre pavimentali.
  8. Granito del Foro: Pietra a grana media, con macchie scure e regolari su fondo bianco, dal mons Claudianus, nel deserto orientale egiziano, per fusti di colonne e lastre pavimentali.


RODOLFO LANCIANI

FORVM TRAIANI
« ove era un portico., maraviglioso... i fragmenti del quale poco fa da noi sono stati veduti dissotterrati sotto il Campidoglio di pietra bianchissima, di maravigliosa grandezza »

1507. FORVM TRAIANI  
« Antonio da Sangallo il giovane incomincia a scavare le fondamenta di s. Maria di Loreto, conforme agli studii e disegni serbati nella galleria degli Uffizi. La tribuna fu impresa a fondare nel novembre 1522, ma la fabbrica continuò sino al 1527. Se è vero, come afferma il Vacca mem. 18, che la base della statua equestre di M. Aurelio sia stata ricavata nel 1538 da uno dei « massi portentosi " del foro, è probabile che il blocco sia venuto in luce in questa occasione.                                                                  E qui è opportuno ricordare come anche l' Inghilterra abbia avuta la sua parte delle spoglie chigiane. Fra le antichità si osserva un gruppo di Apollo e di Marsia, un bel busto di Caligola, una Cerere, dieci statue di Divinità, quattro Gladiatori in atto di combattere, altre quattro statue di giovani in diversi esercizi occupati, un bel Sileno giacente sopra un vaso di vino, due colonne di alabastro e due di giallo antico. »


BIBLIO

- Giacomo Boni - Esplorazione nel forum ulpium - Roma - Tip. della R. Accademica dei Lincei - 1907 -
- Julian Bennet - Trajan - Optimus Princeps - Bloomington - Indiana University Press - 2001 -
- Lucrezia Ungaro - Scoprimento dell'emiciclo del Foro di Traiano (1926-34) - a cura di Luisa Cardilli - Anni del Governatorato (1926-44). Interventi urbanistici, scoperte archeologiche, arredo urbano, restauri - Collana Quaderni dei monumenti - Ed. Kappa - 1995 -
- R. Santangeli Valenzani - Il Foro di Traiano in M. Stella Arena, P. Delogu, L. Paroli, M. Ricci, L. Saguì e L. Vendittelli (a cura di) - Roma - Dall'antichità al medioevo. Archeologia e storia nel Museo nazionale romano - Crypta Balbi - Milano - Electa - 2001 -
- James E. Packer - Il Foro di Traiano a Roma. Breve studio dei monumenti - Roma - Quasar - 2001 -






DOMUS AUREA


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COMPLESSO DELLA DOMUS AUREA - RICOSTRUZIONE DI www.katatexilux.com

La Domus Aurea, la "Casa Dorata", fu costruita dall'imperatore Nerone dopo il grande incendio che devastò Roma nel 64. Aveva già fatto costruire la Domus Transitoria, per collegare le tenute imperiali del Palatino con gli Horti Maecenatis sull'Esquilino, che però bruciò interamente. Ne sono stati rinvenuti dei resti sotto la Domus Flavia sul Palatino.

Per la nuova reggia si avvalse degli architetti Celere e Severo, che la edificarono in soli quattro anni, e del celebre pittore Fabullo. Quando Nerone inaugurò la casa disse che finalmente cominciava ad abitare "in una casa degna di un uomo".

Fonte )
Per poco tempo però l'imperatore godette della Domus, perchè fu condannato a morte ed i suoi successori distrussero le sue opere, è una mania della Damnatio Memoria, come cade in dittatore si distrugge tutto, anche le opere d'arte, e si fa tutt'oggi.

Il palazzo fu parzialmente demolito e ricoperto di macerie per fare da fondamenta alle terme progettate dall’architetto Apollodoro di Damasco che Tito e Traiano vi fecero erigere sopra. Anche il Tempio di Venere e Roma risiedono nel terreno occupato dalla Domus.

In quarant'anni, la Domus Aurea fu completamente sepolta sotto nuove costruzioni, ma questo salvò le "grottesche", perchè la sabbia funzionò come le ceneri vulcaniche di Pompei, proteggendoli dal loro eterno nemico, l'umidità.



L'ESTERNO

Il complesso della Domus comprendeva vigneti, ville con campi, pascoli e boschi con animali selvatici e domestici, un lago artificiale, viali alberati, statue, balconate, scalinate, ringhiere di bronzo, vasche e piscine.

Si estese sul Palatino, sulla Velia, dove era il vestibolo, più tardi occupato dal Tempio di Venere e Roma, sulle pendici dell'Esquilino (Colle Oppio) fino all'attuale chiesa di S. Pietro in Vincoli, seguiva via delle Sette Sale e, seguendo le Mura Serviane, arrivava fino al Celio, dove era il Tempio di Claudio, trasformato in ninfeo, per poi raggiungere nuovamente il Palatino.

Aveva un'estensione di 2,5 kmq., circa 80 ettari, con giardini e padiglioni per feste o di soggiorno per gli ospiti. Al centro dei giardini c'era il laghetto su cui sorse più tardi il Colosseo.

"Nerone tenne le feste migliori di tutti i tempi," spiegò l'archeologo Wallace-Hadrill ad un giornalista alla riapertura della Domus Aurea nel 1999, dopo anni di chiusura per restauri.

"Trecento anni dopo la sua morte, durante gli spettacoli pubblici, venivano ancora distribuiti gettoni con la sua effige: un "souvenir" del più grande showman di tutti i tempi."



IL COLOSSO

Nerone commissionò una colossale statua in marmo di circa 37 metri, l110 piedi per Plinio il Vecchio e 120 per Svetonio, opera dello scultore Zenodoro, raffigurante sé stesso in veste di Helios, il Colossus Neronis, che pose nell'atrio del palazzo, in cima alla Via sacra.

Il colosso fu successivamente riadattato colle teste dei successivi imperatori, finchè Adriano lo spostò, impiegando ben 24 elefanti nell'impresa, per far posto al tempio di Venere e Roma, per cui l'Anfiteatro Flavio prese il nome di Colosseo nel Medio Evo.

Il Colosso era ancora integro nel V secolo d.C., ma sembra che Papa Gregorio Magno, geloso di questo simbolo pagano, che poteva essere visto da qualsiasi punto della città, lo fece demolire.

Attualmente è ancora visibile il basamento di tufo sul quale era collocata la statua. Erroneamente viene talvolta attrbuita al Colosso la gigantesca testa e mano bronzee di Costantino.

La statua di Nerone era di marmo, e Nerone, fissato con la cultura greca, portò sempre la barba, al contrario di Costantino che era sempre sbarbato, secondo la tradizione romana.



I RESTI

Quello che resta della vasta dimora dell'imperatore Nerone è un immenso padiglione di circa 300 m di lunghezza per 50 di larghezza, una serie di enormi stanze, oggi quasi completamente buie e prive delle preziose decorazioni in marmo.

L'incendio del 64 d.c, che devastò la città colpì anche le costruzioni imperiali, così si diede inizio alla costruzione di una nuova residenza che verrà ricordata nella leggenda grazie ai racconti di antichi scrittori come per esempio Svetonio.

Secondo gli studi recenti l'edificio superstite venne probabilmente costruito in due tempi successivi e i lavori vennero completati dall'imperatore Ottone e forse anche da Tito.

La Domus si distribuiva, alternando giardini ed edifici, lungo le pendici del Colle Oppio, occupando l'area dello stagno e risalendo il versante orientale del Palatino.

Causa del definitivo abbandono fu la costruzione delle terme di Traiano, avvenuta dopo l'incendio del 104 d.c. che contribuì a rendere inagibile la parte della Domus Aurea ancora abitata.

Secondo la prassi edilizia dei romani, dopo aver asportato tutto ciò che poteva essere riutilizzato, gli ambienti della dimora neroniana vennero inglobati nelle murature delle fondazioni delle terme e interrati, limitando così al minimo i costi di demolizione.

VEDUTA GENERALE (INGRANDIBILE)
La parte oggi conservata al di sotto delle terme sul colle Oppio, quel che ancora possiamo visitare oggi, era una villa per feste, con 300 stanze, senza camere da letto o cucine o latrine.

Le camere rivestite di marmo avevano nicchie ed esedre, con piscine sui vari piani, e fontane nei corridoi.

Il padiglione si erge sul Colle Oppio, con la "sala ottagona" orientata sulla posizione del sole al momento dell'equinozio dell'autunno del 64.

Il settore occidentale ha un grande cortile porticato su tre lati mentre quello settentrionale era un criptoportico a sostegno del retrostante terrapieno. Sul lato meridionale del cortile si aprivano gli ambienti più vasti, con al centro una doppia sala e due alcove sui lati, forse i cubiculi, ossia le stanze da letto, della coppia imperiale.

A fianco delle alcove altre stanze, di cui almeno due dovevano essere ornate di statue, per la presenza di basi in mattoni nelle absidi. Questo settore privato, si apriva su un portico affacciato sulla valle sottostante.



L'INTERNO

La Domus fu edificata, similmente al Colosseo, con enormi pareti di mattoni, rivestite a foglia d'oro e a marmi preziosi, con soffitti stuccati e incrostati di pietre dure, gemme e conchiglie.

Ne resta solo l'edificazione del colle Oppio, con circa 150 ambienti, articolati attorno alla sala a pianta ottagonale, fulcro di tutto il complesso, esteso per una lunghezza di circa 400 m. Gli ambienti, sempre in opera laterizia, sono per la maggior parte coperti da volte a botte alte 10-11 m.

Ha due settori: uno occidentale, con un cortile-giardino rettangolare, circondato da un portico di stile ionico, lungo cui si aprono le sale private della residenza. Qui troviamo alcuni degli ambienti più famosi: la Sala della volta delle civette, riprodotta nei disegni e nelle incisioni del Settecento; il Ninfeo di Ulisse e Polifemo, per il mosaico al centro della volta, riprodotto da altri ninfei di ville imperiali, a Baia, a Castel Gandolfo e a Tivoli.

(Importanti saggi realizzati dalla Soprintendenza di monumenti nella Domus Aurea (1956-65) hanno consentito di chiarire alcuni aspetti della sua planimetria: particolarmente interessante la scoperta di un grande ninfeo, che chiudeva il lato est del peristilio.

La volta conserva in parte la decorazione originale in pomici, con al centro un mosaico ottagonale, nel quale è rappresentata la scena di Ulisse che offre una coppa di vino a Polifemo).

Più articolato il settore orientale, centrato sulla sala a pianta ottagonale e sui due grandi cortili poligonali ai suoi lati. Alcuni l'hanno ritenuta la sala a pianta circolare che ruotava continuamente come la terra, ricordata da Svetonio, ma l'ultima scoperta ne dimostra l'inesattezza.


Vi si trovano la Sala della volta dorata, a stucchi policromi; la Sala di Achille a Sciro, per il dipinto sulla volta, dove Achille viene nascosto da Teti sull’isola di Sciro, tra le figlie del re Licomede, per sfuggire alla guerra di Troia; la Sala di Ettore e Andromaca, con l’addio di Ettore alla moglie e al figlio Astianatte.

La mancanza di porte, di latrine, di ambienti di servizio e dei sistemi di riscaldamento lo fanno supporre solo di svago per l’imperatore e i suoi ospiti.

Gli architetti Celere e Severo, con supervisione di Nerone, disegnarono due delle sale da pranzo principali prospicienti al cortile ottagonale, sormontato da una cupola in cementizio con un gigantesco abbaino centrale da cui filtrava abbondante la luce del giorno. La cupola, impostata su di un ottagono di base, è a spicchi ottagonali, assumendo poi una forma circolare. Era la sala del triclino romano.

Alla pianta ottagonale si riconducono pure degli spazi laterali che fungevano da passaggi e da contrafforti per la cupola; a questi spazi si accedeva tramite grandi portali aperti nel laterizio.

Le sale da pranzo avevano soffitti coperti da lastre di avorio mobili e forate in modo da permettere la caduta di fiori e di profumi.

 I bagni erano forniti di acqua marina e solforosa. racconta che gli architetti Celere e Severo avessero creato anche un ingegnoso meccanismo, mosso da schiavi, che faceva ruotare il soffitto della cupola come i cieli dell'astronomia antica, mentre veniva spruzzato profumo e petali di rosa cadevano sui partecipanti al banchetto, petali in tali quantità che procurarono un malore ad un ospite.

 Così la descrive Svetonio nella "Vita dei Cesari", ed è stata da sempre ritenuta una leggenda, ma non è più un racconto, è una realtà, e c'è una notizia freschissima:

LA SALA RUOTANTE

LA SALA RUOTANTE

(ANSA) - ROMA 29 settembre 2009 -
Domus Aurea: Una sala che ruotava, imitando il movimento della terra. E' l'ultima magia archeologica della Domus Aurea restituita dagli scavi sul Palatino. La sala potrebbe essere la 'coenatio rotunda' descritta da Svetonio nella 'Vita dei Cesari'.

La scoperta e' stata annunciata oggi dalla Soprintendenza speciale per i Beni archeologici di Roma. Finora, da molti studiosi quello stesso sito era stato identificato nella Sala Ottagonale, sul Colle Oppio. Ora sul Palatino e' emersa un'altra verita' archeologica.


La Repubblica di Roma (29 settembre 2009)
E con questa scoperta l'imperatore sembra aver tirato, a distanza di quasi duemila anni, la sua ultima beffa agli studiosi, i quali finora avevano identificato la sala da pranzo chiamata 'coenatio rotunda' nella sala ottagonale sul Colle Oppio e non sul Palatino, 'snobbando' erroneamente il racconto degli antichi.

A mettere in evidenza questa meraviglia del passato, senza eguali nell'architettura romana, è tutta la struttura rinvenuta: una sorta di torre eretta a picco sulla Valle del Colosseo, che all'epoca era occupata da un lago artificiale, consentendo una panoramica a 360 gradi dal Campidoglio all'Aventino, dal Celio al Colle della Velia. La struttura è databile dopo l'incendio del 64 d.c. e prima della damnatio memoriae di Nerone, cominciata con i Flavi, che spazzarono via tutto.


Della rotonda dell'intera struttura, che potrebbe estendersi su circa 60 metri di lunghezza, finora è visibile un tratto del muro perimetrale dello spessore di 2 m e 10, che disegna un cerchio di 16 m. Pilone e muri perimetrali dell'intera struttura sono collegati da due serie sovrapposte di archi a raggiera, che coprono rispettivamente il primo piano, ancora in corso di scavo, e un secondo livello.

Sono visibili attualmente sette archi: quattro del livello superiore, di cui uno solo integro, e tre di quello inferiore. Al piano superiore si aprono una porta e una finestra. La particolarità di questo livello è data dalla presenza di incassi circolari, riempiti di una sostanza scura non identificata che sarà analizzata.

E' questo il particolare che, insieme alla forma circolare del fabbricato e alla sorprendente potenza del pilone centrale, lascia ipotizzare la presenza dell'ennesima stravaganza dell'eccentrico imperatore romano: una stanza rotonda dal pavimento di legno appoggiata ad una ruota dal diametro di 12 metri e con un pilastro di quattro metri, che ruotava su sè stessa giorno e notte attraverso cuscinetti a sfera e con il pavimento poggiato sull'acqua.

Un congegno geniale al servizio della follia di un imperatore che, sentendosi un Dio al centro del pianeta, era convinto di poter ricreare 'il mondo in una stanza'.

LA SALA DELLA VOLTA DORATA - RICOSTRUZIONE A CURA DI www.katatexilux.com

LA DECORAZIONE

La fama degli stucchi e delle pitture della Domus Aurea resta legata al nome di Fabullo, l’artista ricordato da Plinio il Vecchio per il suo stile severo e la mania di dipingere in toga anche sulle impalcature di cantiere.

Sempre secondo Plinio che seguì i lavori della reggia, Fabullo si recava solo per poche ore al giorno alla Domus, per lavorare solo quando la luce era adatta. Faceva così anche Leonardo da Vinci, che però nella pittura era lentissimo.

Fabullo è l'unico pittore identificabile dell'antichità, per il tratto leggero, elegante e veloce, infatti la tecnica dell'affresco richiede un tocco veloce e sicuro, e, con i suoi collaboratori ricoprì di pitture un'area vastissima.

Anche a Pompei si trova un po' quello stile efficace e veloce, con pochi tratti che delineano una figura, caratteristica che rimarrà poi negli acquarelli napoletani.

Ciò che resta di decorazioni dipinte, stucchi e frammenti di mosaico, sono sufficienti a comprendere la bellezza e la ricchezza originarie della Domus.

Le pitture sono del quarto stile pompeiano, con decorazioni parietali a finte architetture, su vari piani, con cornici, volute, figure e animali fantastici su sfondi bianchi o monocolori.

L'effetto è così leggiadro e fantasioso che mentre i grandi artisti sttupirono e copiarono, alle menti più chiuse parve invace eccessivo, si che il termine grottesco passò poi a significare il ridicolo.

Gli affreschi ricoprono intere pareti di corridoi ed ambienti di passaggio, mentre le sale principali sono rivestite in pregiati marmi di importazione, soprattutto africani.

L'uso abbondante della foglia d’oro conferma lo sfarzo che le fonti riferiscono, anche su l’uso di gemme e pietre dure. I soggetti preferiti sono quelli omerici della saga troiana, forse per il gusto ellenico di Nerone.

Gli affreschi, che ricoprono intere pareti di corridoi, sale e ambienti di passaggio, nelle sale principali lasaciano il posto a pregiati rivestimenti in marmi di importazione, il tutto ascrivibile al quarto stile pompeiano, con esili e finte architetture, sovrapposte su più registri, popolate da figure e animali fantastici.

LA SALA DELLA VOLTA ROSSA - RICOSTRUZIONE A CURA DI www.katatexilux.com

IL RITROVAMENTO

Nel XV secolo un giovane romano cadde in una fessura sul versante del colle Oppio e si ritrovò in una strana grotta, piena di figure dipinte. Ben presto la notizia si diffuse e gli artisti dell'epoca si affrettarono a rimirare l'opera.

Tra questi Pinturicchio, Raffaello, Michelangelo s'infilarono sotto terra scendendo lungo palanche, e rimirarono stupiti la bellezza dell'antica Roma, si dice che Raffaello confessasse si aver capito solo allora cosa fosse l'arte romana, e deve essere vero, perchè la riprodusse largamente nei palazzi nobili e cardinalizi romani, nelle logge vaticane.

 Per merito loro e di altri artisti che, come Marco Palmezzano, lavoravano a Roma in quegli anni, si diffusero anche nel resto d'Italia le "grottesche", cisì chiamate per l'ambiente che richiamava le grotte.

Molti artisti dell'epoca e pure successivi firmarono quelle mura in segno di ammirazione, come Raffaello, Pinturicchio, Domenico Ghirlandaio, Giulio Romano, Giovanni da Udine, Martin van Heemskerck, Filippino Lippi, poi Giacomo Casanova e il Marchese de Sade.

Tale stile raffinato, di architetture prospettiche ed eleganti, di scene mitologiche ed animali fantastici, che svettano su triclini, volute e nastri in una dimensione da favola, ispirarono le decorazioni rinascimentali dei Palazzi Vaticani, di Castel Sant’Angelo, di Palazzo Madama.

A volte le decorazioni erano del tutto copiate, a volte elaborate, come in tutte le opere dei fratelli Zuccari, di Amico Aspertini, del Sodoma ecc.

Non tutti gli artisti le apprezzarono perchè troppo estrose e fantastiche, come il Vasari e Vitruvio, ma le grottesche si diffusero comunque e dovunque a grande richiesta di nobili principi e papi in tutta Italia.

Forse da lì, o almeno anche da lì, trasse ispirazione la cupola del Pantheon, per l'utilizzo del cementizio, elaborata dai romani fin dal II secolo a.c.. Un'altra innovazione fu che Nerone pose i mosaici, fino ad allora solo sui pavimenti, sui soffitti a volta. Questa tecnica fu largamente imitata, soprattutto nelle chiese cristiane a Roma, Ravenna, Costantinopoli e in Sicilia.

Quando furono scoperte le pitture erano ancora vive e brillanti, ma presto iniziarono i problemi della conservazione delle pitture e degli stucchi, che sbiadirono velocemente a causa dell’umidità e finirono per essere dimenticati. Solo dopo i ritrovamenti degli affreschi di Pompei gli studiosi si interessarono di nuovo alle grottesche e nel 1772 furono ripresi gli scavi nella Domus Aurea.

RICOSTRUZIONE

GLI SCAVI

XVI secolo: nel 1506, scavando una vigna del colle Oppio, si rinvenne il gruppo del Laocoonte, che era posta con le statue bronzee dei Galati vinti, più tardi trasferite nel Tempio della Pace di Vespasiano, ad ornamento della domus di Tito. Tali statue sono un saggio delle bellezze che Nerone pose nella Domus Aurea.

1550, 6 gennaio. R. IV. IN TELLVRE
Tommaso Cosciari loca a Lucrezio Corvini parte delle rovine della Domus aurea, nel sito dell'Orto delle Mendicanti.

XVIII secolo: Pietro Sante Bartoli liberò dalla terra alcune stanze della Domus e pubblicò una serie di disegni tratti dalle decorazioni pittoriche. Verso la metà del '700 papa Clemente XIII ordinò i primi scavi regolari nella Domus Aurea. Nel 1774 l’antiquario romano Mirri fece sgombrare dalla terra sedici stanze, pubblicando un album di sessanta incisioni sui disegni delle decorazioni.

XIX secolo: nela prima metà dell'800 vennero effettuati gli scavi dall’architetto Antonio De Romanis, che liberò dalla terra una cinquantina di stanze, pubblicando una planimetria e una relazione.

XX secolo: Antonio Munoz, direttore della Regia Soprintendenza ai Monumenti del Lazio e Abruzzi fa realizzare negli anni 30 il Parco del Colle Oppio, in cui i ruderi delle Terme di Traiano vengono ambientati nei giardini, trascurando completamente le strutture sottostanti.

Gli scavi nella Domus Aurea ripresero nel 1939, sotto la direzione della Soprintendenza ai Monumenti del Lazio, e successivamente negli anni 1954-1957. Nel 1969 la Soprintendenza Archeologica di Roma esplorò il piano superiore e impermeabilizzò le volte.


Agli inizi degli anni Ottanta, la Domus Aurea venne chiusa al pubblico per la sicurezza delle strutture murarie, il degrado delle pitture e degli stucchi, e i pericoli delle acque piovane. Il grandioso complesso viene riaperto completamente al pubblico, ma nel 2001 crolla una parte del soffitto a causa delle forti piogge.

La riapertura di una parte del complesso, chiuso subito dopo il crollo, era prevista per il gennaio 2007, ma il monumento restava a rischio, per il traffico, le radici degli alberi del giardino sovrastante e un campo di calcio che impedisce lo scavo. Oggi la Domus Aurea è di nuovo visitabile.

Le tre ultime immagini rappresentano alcune ricostruzioni in computer grafica della Domus Aurea che bene possono rendere l'idea di come doveva essere questa magnifica costruzione.

Da connettere forse con la Domus Aurea è un edificio di età neroniana, costituito da un portico con grande fontana e da alcuni ampi ambienti, scoperto nel corso di lavori di restauro sotto la chiesa di S. Pietro in Vincoli, sul Fagutal (1956-58). Al di sotto sono apparsi resti di case repubblicane del IV - III sec. a.c., ricostruite nel II sec.. A questa seconda fase appartengono alcuni notevoli pavimenti in mosaico policromo.


RODOLFO LANCIANI

COMMISSARIATO DI RAFFAELE. 1515, 27 agosto.

Raffaello di Urbino è nominato commissario delle antichità con breve apostolico, per impedire soprattutto la distruzione dei marmi epigrafici. L'opera del divino artista fu bensì efficace dal punto di vista teorico: nell'atto pratico riuscì a poco o nulla. 

Le devastazioni continuarono sotto il commissariato di Raffaello, a dispetto del breve di nomina e delle buone intenzioni del commissario. Raffaello e Giovanni da Udine hanno certamente visitato e studiato le grottesche della Casa Aurea e delle cripte sepolcrali, essi hanno tolto schizzi e profili dei marmi di scavo, quando se ne presentava loro spontanea l'occasione: ma soltanto perchè nei marmi architettonici trovavano modelli per gli scorniciamenti delle loro fabbriche, nei marmi figurati il motivo di composizioni pittoriche, e nelle grottesche un nuovo tipo di elegante decorazione.
 
(Rodolfo Lanciani)

LA CENATIO DI NERONE


ANDREA CARANDINI

SALONI DA PRANZO DELLA DOMUS AUREA  


Quando si tratta della domus Aurea, si pensa generalmente, per inerzia più che per forza di studi, a una unica dimora: quella ben conservata sull’Oppius perché finita seppellita sotto le terme di Traiano, le cui “grottesche” hanno fatto sognare generazioni di artisti: una Pompei prima della sua scoperta proprio nel centro del potere, straordinariamente ben conservata e quindi evidente. Eppure la verità non ha rapporto con gli stati della con­­­­­servazione.

Infatti la domus Octaviani sul Cermalus è stata scambiata per la domus Augusti, dimenticando che la casa di Augusto è quella edificata al di sopra della casa di Ottaviano, quest’ultima ben conservata per essere stata seppellita, mentre quella di Augusto, esposta a intemperie e spogli per oltre 1600 anni, è stata gravemente danneggiata, per cui non appare evidente. È grave quando gli archeologi si inchinano soltanto davanti a ciò che più appare, perché dovrebbero essere invece i chiarificatori di ciò che meno appare, più oscuro per l’ingiuria del tempo.

Si dimentica poi che, come la domus Augusti si articolava in due case poste ai fianchi dell’aedes Apollinis una privata e l’altra pubblica, e come la domus Augustiana era composta di due case affiancate, una privata e l’altra pubblica, così anche la domus Aurea poteva articolarsi in due residenze, all’interno di un unico grande parco: una a carattere pubblico sulla Velia, in grande parte distrutta, ma con fondazioni sotto l’Amphitheatrum, e una a carattere privato sull’Oppius, che invece spicca.

Ancora più difficile è ragionare sulla sala più famosa della intera domus Aurea, la Cenatio Praecipua Rotunda di Svetonio (Vita di Nerone, 31) e ciò a causa della mancanza di una sufficiente scrupolosità nell’interpretare Svetonio, la fonte principale. A quale delle due residenze attribuire proprio quella cenatio? Essa viene generalmente identificata o con la sala principale della residenza dell’Oppio, che però è ottagonale e non tonda, o con la turris recentemente scoperta sul Palatino, che è rotonda, ma poteva sostenere un padiglione alquanto piccolo, per non dire ch’essa non rientra nell’ambito della domus Aurea.

Sappiamo che lo spazio occupato da questo complesso era ritenuto “transitorio”, perché era quello che avrebbe consentito di congiungere due parti della proprietà imperiale separate: ­­­­­le domus sul Palatium e gli horti Maecenatis sulle Esquiliae. Quindi, se doveva trovarsi nel parco transitorio, la sala non poteva stare sul Palatium, dove di fatto si trova la turris. L’unico resto clamoroso sopravvissuto della residenza sulla Velia della domus Aurea è il basamento del suo vestibulum, nel quale Vespasiano ha poi eretto il colossus di Sol e sul quale poi Adriano, spostato il colossus con elefanti, ha edificato i templi congiunti di Roma e di Venere.

Ma il vestibulum di questa residenza sulla Velia, appena ammesso, è stato poi subito negato, almeno in quanto ingresso a una domus che si apriva su di una strada, questo infatti era un vestibulum, dal momento ch’esso portava a un nulla che si interponeva tra il vestibulum e lo stagnum, invece che una domus lunga e stretta, analoga a quella sull’Oppio. È come se una cosa non visibile, perché distrutta da Vespasiano, fosse inesistente e come se una unica domus non potesse contenere due residenze, come negli esempi sopra citati.

Gli archeologi hanno spesso paura di immaginare quanto dovrebbero essere più allenati a ricostruire, e cioè ciò che oggi non è dato più vedere, ma di cui restano indizi monumentali e letterari. Infatti Svetonio tratta non della residenza secondaria e privata dell’Oppio, ma di quella principale e pubblica della Velia, a cui pertanto doveva appartenere la sala da pranzo principale e rotonda, unica nell’intero complesso, in quanto dimora di Sol/Nero edificata sulla domus avita dei Domitii Ahenobarbi.

Per Marziale (Gli spettacoli, 2) “dove il raggiante colosso (del Sole) vede le costellazioni da vicino..., splendevano gli atri odiosi di un re crudele (Nerone)”. Ma questi invidiosa atria svaniscono se la domus proprio qui viene negata! Svetonio (Vita di Nerone, 31) descrive uno spatium diviso in partes e lo fa in due momenti. In un primo momento descrive il contesto generale: il vestibulum destinato al colossus, la porticus triplex lunga complessivamente un miglio, lo stagnum circondato da aedificia in forma di città e campi, vigneti e pascoli, selve e animali domestici: il parco.

Solo in un secondo momento egli si focalizza sul fulcro del sistema, cioè sugli atria (di Marziale), descrivendo così finalmente cosa vi era “nelle parti restanti” di questo complesso residenziale, poste tra vestibulum e stagnum ed evidentemente le più importanti, se erano rivestite d’oro, gemme e madreperla. Altro che nulla! Qui erano infatti le cenationes o sale da banchetto dai soffitti eburnei e mobili per riversare fiori e profumi sugli invitati, la cenatio praecipua rotunda fatta ruotare perpetuamente come l’universo – perfetta dimora per Sol – e infine il balneum dotato di acqua normale e solfurea.

Così finalmente riappaiono, dopo che li avevamo quasi perduti, le “parti restanti”, gli invidiosa atria di Marziale. Così il vestibulum riacquista la sua funzione inevitabile di accesso da una strada che immette in una casa e perde quell’imbarazzante portare ad un nulla, da tutti previsto salvo che da noi. Il fronte della residenza della Velia si affacciava sul lato occidentale dello stagnum. Doveva apparire come una scenografica villa affacciata sul mare nel quale si rispecchiava.

E, come nelle villae si entrava tramite un peristylium (Varrone, Lingua Latina, 6.7: “in città gli atri sono vicini alle porte di ingresso mentre in campagna si trovano subito i peristili”), così sulla Velia un vestibulum in forma di gigantesco peristylium introduceva a una villa marittima scenografica sul genere di quelle di Baia, ma tutto ciò nel bel mezzo dell’Urbs.

Cenationes varie e cenatio praecipua rotunda probabilmente protrudevano dalla facciata della residenza lunga e stretta, movimentandola, come ben si osserva nelle ville marittime raffigurate negli affreschi dell’epoca.

(Andrea Carandini)


LA SALA OTTAGONALE - RICOSTRUZIONE A CURA DI www.katatexilux.com

LA CENATIO ROTUNDA

Nell'angolo sinistro di Vigna Barberini c'è un cantiere di scavo, ma che fa parte del percorso di visita e che potrebbe essere una delle realizzazioni più affascinanti del mondo romano: la "sala da pranzo" girevole, la "paecipua coenatio rotunda", la "peculiare" sala di cui parla Svetonio, che girava notte e giorno ad imitazione del movimento della Terra, e che Nerone aveva fatto costruire per sbalordire gli ospiti di questa parte della Domus Aurea sulle pendici del Palatino.

RICOSTRUZIONE
"In una struttura complessa di cui si ignorano le dimensioni, a pianta centrale, gli archeologi hanno svelato un ambiente di forma circolare con muri perimetrali (spessi m 2,10) e del diametro di 16 m. 

Al centro di questo spazio è un impressionante, "possente", pilone circolare, del diametro di 4 m, e si presume di oltre 10 m di altezza, formato da mattoni sagomati. 

Dal pilone dipartono, come le braccia di un gigante che devono sostenere un peso immane, e si collegano ai muri perimetrali, "due serie sovrapposte di archi a raggiera" che coprono un primo piano ed un secondo livello. 

Sono attualmente visibili 7 archi: 4 del livello superiore, di cui uno solo integro, e 3 di quello inferiore. La mancanza di decorazione, di materiali di pregio, fa pensare che questi siano ambienti di servizio.

Sul piano degli archi, che sono a 1,5 - 2 m dalla superficie, sono state trovate finora tre cavità semicircolari, "scodelle" di poco più di 20 cm di diametro. 


L'ipotesi è che siano alloggiamenti di meccanismi che facevano scorrere un pavimento di legno, quello della "sala da pranzo" girevole. In quelle cavità è stato trovato anche materiale di "strana consistenza" che ora è in esame, di origine minerale, ma non solo (grassi, pece?) che poteva servire a lubrificare quei meccanismi e facilitare lo scivolamento.

Un altro aspetto rafforza l'ipotesi della "sala da pranzo" neroniana. Da qui si godeva un panorama incredibile che non era il Colosseo (costruito dopo dai Flavi), ma il laghetto che occupava il fondo della valle e che faceva parte della "Domus Aurea", e le pendici sovrastanti del colle Oppio sulle quali era l'altro nucleo della "Domus" (la quale "occupava" il centro di Roma e nuove zone per oltre 100 ettari).

Gli archeologi sono arrivati a questa eccezionale scoperta per caso, cioè per mettere in sicurezza quella parte della terrazza "in pericolo a causa del dissesto idrogeologico" che coinvolge le potenti sostruzioni in laterizio realizzate per ottenere la grandiosa spianata.

C'era anche una parte manuale nel movimento della "sala da pranzo"? Nulla può essere azzardato a questo punto dei ritrovamenti, premette Françoise Villedieu del Cnrs (il Consiglio nazionale delle ricerche francese), coordinatrice dell'équipe che conduce lo scavo. Certamente si tratta di una struttura unica nell'architettura antica, romana o greca. "Super unica" rincara il professor Fausto Zevi.

L'epoca della struttura è certamente neroniana, dopo l'incendio del luglio 64, perché non sono state trovate tracce di questo disastro. Ebbe una vita, una frequentazione, brevissima, dal 65 al giugno del 68, l'anno del suicidio dell'imperatore aiutato da un servo.

Quali sono state le reazioni degli altri archeologi? "Come al solito - osserva Françoise Villedieu - si sono divisi fra favorevoli al ritrovamento e contrari. Ma i contrari non ci aiutano con qualche alternativa". Vale la pena ricordare che finora molti (tutti?) gli archeologi ricercavano la "sala da pranzo" girevole sul colle Oppio, nell'altra porzione della "Domus Aurea", nella sala ottagonale.

Per saperne di più bisogna allargare lo scavo e di fronte all'eccezionalità degli "indizi" Roberto Cecchi, commissario delegato per gli interventi urgenti nelle aree archeologiche di Roma e Ostia Antica, ha stanziato altri fondi. 


Si vuole rimettere in luce l'intera architettura per verificare se si tratti veramente della "sala" girevole. Come "effetto collaterale" ci sarà l'alleggerimento della spinta della terra in quell'angolo della terrazza della "Vigna".

Lo scavo è stato già esteso di 9 m verso la valle del Foro. Dice Françoise Villedieu: finora è stata messa alla luce la struttura del giardino severiano sconvolto in epoca rinascimentale per la ricerca dei materiali. 

Al centro della piccola area è un blocco irregolare di marmo, superstite del complesso monumentale severiano, quello che rimane del lavoro di marmorari e scalpellini che dovevano completare i palazzi delle grandi famiglie romane e preparare il materiale per le famigerate "caldare" usate per sciogliere i marmi di Roma antica e farne calce".

Approfondimento: Coenatio di Nerone



BIBLIO

- Elisabetta Segala & Ida Sciortino - Domus Aurea - Milano - Electa Mondadori - 2005 -
- Larry F. Ball - The Domus Aurea and the Roman architectural revolution - Cambridge - Cambridge University Press - 2003 -
- Valentina Costa - La Domus Aurea di Nerone "una casa risplendente dell'oro" - Genova - Brigati - 2005 -
- Svetonio - Vite dei dodici Cesari - "Nerone" - 31 -- Philipp Vandenberg - Nerone - Milano - Rusconi - 1984 -
- Eugen Cizek - La Roma di Nerone - Milano - Ed.Garzanti - 1986 -






PETRONIO MASSIMO - PETRONIUS MAXIMUS


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Nome completo: Petronius Maximus
Altri titoli: Pius Felix
Nascita: 397 circa
Morte: Roma, 22 maggio 455
Predecessore: Valentiniano III
Successore: Avito
Consorte: Licinia Eudossia
Figli: Palladio, Anicio Olibrio
Padre: Massimo o Anicio Probino
Madre: Ennodia
Regno: 455 d.c.


LE ORIGINI


Petronio Massimo nacque a Roma nel 397 da illustre famiglia senatoriale e aristocratica romana: la Gens Anicia. Il padre di Petronio Massimo fu console mentre la madre Ennodia sembra fosse figlia del proconsole d'Africa Ennodio.



LA CARRIERA

Fece una lunga carriera, servendo ben tre imperatori: Onorio, Giovanni Primicerio e Valentiniano III. Questa carriera, che iniziò nel 411, all'età di 14 anni, non fu dovuta ai suoi meriti ma ai soldi e al prestigio del padre.

Fu infatti nominato pretore, con l'unico dovere di occuparsi del finanziamento dei giochi. Sembra che suo padre pagasse questa carica ben 1200 libbre d'oro, più altre 4000 libbre d'oro per finanziare i giochi.

A 18 anni Massimo ricoprì il primo ufficio vero, quello di tribunus et notarius, seguito poi da quello di Comes sacrarum largitionum, ovvero ministro delle finanze imperiali.

Fu poi due volte Praefectus Urbi, ossia governatore della città di Roma, e durante una delle prefetture urbane fece restaurare l'antica basilica di San Pietro in Vaticano, il che lo farebbe pensare in buoni rapporti colla Chiesa di Roma.

Fu nominato anche Prefetto del Pretorio d'Italia, e per due volte console d'Occidente nel 433, come console posterior e Teodosio II come collega, e poi come console praetor con Flavio Paterio come collega.

Nel 445 Massimo fu nominato patrizio ed era diventato il più prestigioso e ricco tra i senatori. Infatti finanziò l'edificazione di un foro a Roma, sul Celio, tra via Labicana e la basilica di San Clemente tra il 443 e il 445, come testimoniano le iscrizioni: «vir clarissimus, costruttore del foro, dopo quatto prefetture e due consolati ordinarî».

LICINIA EUDOSSIA

I COMPLOTTI

Secondo lo storico Giovanni di Antiochia, Valentiniano vinse al gioco una somma che Massimo non aveva, e ottenne come pegno l'anello di questi, che utilizzò per convocare a corte la moglie di Massimo; la donna si recò a corte credendo esser stata chiamata dal marito, ma si ritrovò a cena con Valentiniano, cui non si pote sottrarre.

Tornata a casa accusò il marito di averla tradita e consegnata all'imperatore, e così Massimo venne a sapere dell'inganno e decise di vendicarsi.

Comprese però che non avrebbe potuto farlo senza togliere di mezzo Ezio, per cui si accordò con un eunuco di Valentiniano, il primicerius sacri cubiculi Eracliio, che ambiva prendere il posto di Ezio.

Insieme convinsero Valentiniano che il generale complottava per ucciderlo, così l'imperatore uccise Ezio con l'aiuto di Eraclio durante una riunione.

Morto Etius, Petronio chiese a Valentinianus di prenderne il posto, ma questi rifiutò per consiglio di Eraclius, perchè era meglio non dare più tanto potere a un uomo solo.

Ma Maximus, adirato dal rifiuto, scelse due complici per uccidere l'imperatore: Optila e Thraustila, due sciiti fedeli di Etius assegnati alla scorta di Valentiniano.

Massimo li convinse che Valentiniano era responsabile della morte di Ezio, e promise una ricompensa se si fossero vendicati. Nel 455 Valentiniano, che si trovava a Roma, si recò al Campo Marzio con Optila e Thraustila e i loro uomini. Non appena l'imperatore scese da cavallo per esercitarsi con l'arco, Optilia lo colpì e Thraustila uccise Eraclio. I due sciti presero poi il diadema e la veste imperiale e li portarono a Massimo.

La violenta morte di Valentiniano III lasciò l'Impero romano d'Occidente con tre principali candidati al trono: Massimiano, già guardia del corpo di Ezio, figlio di un ricco mercante egiziano; Maggioriano, che comandava l'esercito dopo la morte di Ezio, favorito dall'imperatrice Eudossia che l'aveva scelto perchè Velentiniano gli aveva promesso in sposa la figlia Eudocia quando ella aveva 5 anni; e Massimo, che aveva l'appoggio del Senato romano e che col denaro corruppe i funzionari del palazzo imperiale.



L'IMPERO

Massimo premiò gli assassini di Valentiniano, proibendo all'imperatrice Licinia Eudossia di osservare il lutto per la morte del marito e forzandola a sposarlo, appena pochi giorni dopo l'assassinio, con grave sdegno di tutti. Poi nominò Cesare il figlio Palladio e gli diede in sposa una delle figlie di Valentiniano ed Eudossia.

Non ottenendo il riconoscimento dell'imperatore d'Oriente Marciano, aveva voluto a tutti i costi imparentarsi con la dinastia valentiniana. Poi nominò il senatore gallo-romano Avito magister militum praesentalis in Gallia e lo inviò a Tolosa, dove erano i Visigoti di Teodorico I, per renderli alleati.

Poi fece coniare un'infinità di monete d'oro, ma non d'argento o di bronzo, persino a Ravenna, contravvenendo all'usanza che la monetazione aurea avesse luogo nella città di residenza dell'imperatore; probabilmente per pagare il sostegno dei soldati con forti donazioni. Per di più, le sue effigi sulle monete d'oro lo rappresentano con un diadema imperiale di perle come volesse distinguersi da altri imperatori.



LA MORTE

Licinia Eudossia, obbligata a sposare Massimo con minacce di morte, chiese aiuto a Genserico e ai suoi Vandali, perchè attaccassero l'Italia. Genserico ce l'aveva con Massimo perchè Valentiniano gli aveva promesso di far sposare i rispettivi figli, Unerico ed Eudocia.

Così chiese a Massimo le isole Baleari, la Sardegna, la Corsica e la Sicilia, Massimo non rispose e Gianserico partì dall'Africa settentrionale dirigendosi su Roma. All'arrivo dei Vandali scoppiarono terrore e tumulti durante i quali Petronio Massimo tentò di fuggire, ma fu assassinato e i suoi resti gettati nel Tevere nel 455.

Due giorni dopo la morte di Massimo, Genserico giunse a Roma tranquillamente, avendo preso accordi con papa Leone I di risparmiare gli abitanti se non avessero opposto resistenza, ma non le ricchezze di Roma. Per quattordici giorni i Vandali saccheggiarono la città nel famoso Sacco di Roma, poi ripartirono portando con loro Eudossia e le figlie Placidia ed Eudocia, oltre che dei senatori come ostaggi.

Eudocia sarà poi fatta sposare al figlio di Genserico, Unerico, da cui si separò rifugiandosi a Gerusalemme perchè mentre lei era ortodossa, Unerico era ariano. Eudosia, la madre, pote ritornare a Costantinopoli solo nel 472.

In quanto a Placidia, promessa sposa ad Acinio Olibrio da Valentiniano, poté sposarsi con lui nel 461, al suo ritorno a Costantinopoli con la madre. Intanto in Gallia, Avito fu nominato imperatore col sostegno dei Visigoti.


BIBLIO

- Ralph Mathisen - Petronius Maximus (17 March 455 - 22 May 455) - De Imperatoribus Romanis - 1997 -
- Procopio di Cesarea - Storia delle guerre -
- Paolo Diacono - Historia Romana. Giovanni di Antiochia - Historia chronike. -
- Olimpiodoro di Tebe - Discorsi storici -
- Petronius Maximus 22 - PLRE - vol. II - Cambridge University Press - 1992 -

 

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