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IL PERISTILIO ROMANO - PERISTILIUM


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PERISTILIO CASA DEI VETTII - POMPEI

Il termine peristilio indica un insieme di colonne, per lo più ininterrotto, che cinge uno spazio delimitato, cioè il cosiddetto "porticus" o porticato, quindi un cortile circondato da porticati, come quelli dei templi egizi e della parte centrale delle case greche e poi delle romane. Vitruvio chiama 'rodio' il peristilio con il portico del lato settentrionale più alto. 

Per il colonnato intorno alle celle dei templi più che peristilio si usa il termine 'peristasi'. Per estensione, ancora nell'uso moderno, il peristilio è il portico a colonne che recinge l'esterno di un edificio. come un tempo nell'architettura romana, era il portico che cingeva il giardino o cortile interno posto al centro della casa, ornato solitamente da alberi da frutto, giochi d'acqua e piccole piscine. 

Come dire un giardino privato, una piccola porzione di verde dove inserire delle piante odorose utili per cucinare e magari anche un alberello o un cespuglio, tanto per dare alla casa un tocco di elemento naturale, rafforzato magari dal sommesso scrosciare di una fontanella ornamentale.

Nell'architettura religiosa cristiana le chiese erano spesso contornate da portici che facevano loro scudo separandole dalle strade. Dal peristilio nasce anche il chiostro che troviamo spesso annesso alle chiese, ai conventi e alle abbazie. Si evitano così i contatti con l'esterno, nel cristianesimo per isolarsi dal mondo, a Roma per isolarsi dai rumori, dai ladri e dagli sguardi indiscreti, ma pure dal caldo, perchè il peristilio era un po' ombroso.

PERISTILIO DI AMENOFI III A LUXOR

Architettura egizia

Nell'architettura egizia il termine peristilio indica un colonnato o porticato , di solito di notevoli dimensioni, che circonda un vasto cortile di accesso a cielo aperto. Parte integrante del tempio egizio il peristilio egizio era spesso corredato di statue e di un altare. Un esempio classico è quello di Amenofi III a Luxor.


Architettura greca

Come molti termini architettonici dell'architettura antica, gli studiosi si dividono sull'utilizzo dell'uno o dell'altro termine; è possibile definire col termine peristilio, nel tempio greco, il giro di colonne che cinge il tempio. Il termine che indica il complesso del colonnato più lo spazio tra esso e le pareti della cella, detto peribolo, è peristasi. In ogni caso, nel lessico archeologico, un tempio completamente circondato da colonne è detto periptero.


Architettura romana

Mentre nelle ville di campagna gli antichi romani sistemavano dei giardini all'esterno della casa, a Roma i giardini erano naturalmente contenuti entro le mura della casa e proprio al centro di essa che si snodava intorno al suddetto peristilio.

Nacquero così gli Horti romani, come si evince da Pompei, più grandi o più piccoli, con giardini più o meno vasti ma ben ornati, con scalinate, statue, fontane, balconate, ruscelli, alberi, siepi che introducevano alla domus di stile romano

Il peristilio era un cortile contornato da colonne sulle quali si poneva un tetto che si appoggiava alla casa. Veniva così a crearsi un portico le cui pareti erano spesso finemente decorate con pitture e mosaici. L'interno del peristilio conteneva piante di fiori, fontane, statue ed anche vasche con pesci e piscine.

PERISTILIO VILLA DEL CASALE

Verso l' VIII sec. a.c. le prime abitazioni private dell’antica Roma simili a capanne, vennero trasformate in domus con una divisione interna in più ambienti, disposti attorno ad una corte e dotata di una grande sala. Le prime domus erano costruite con di muri di argilla e una copertura o tetto di stoppie.

Verso il VI sec. a.c. le mura presentarono uno zoccolo in scheggio di tufo ed elevato in argilla e per la prima volta vennero usate le tegole e i coppi per il tetto. Verso la fine del VII sec. a.c. anche l’elevato viene realizzato in scaglie di tufo mentre gli stipiti in tufo delle porte appaiono lavorati.

Nella seconda metà del VI sec. a.c. la domus romana si sviluppa attorno all’atrio, ricoperto da una sorta di tetto costituito dall’incrocio di quattro falde che poggiavano su travi di legno disposti in orizzontale. L’atrio (compluvium) con la sua copertura parziale consentiva di illuminare gli ambienti mentre l’acqua piovana si raccoglieva in una vasca (impluvium) da cui defluiva verso una cisterna sotterranea.
 
RICOSTRUZIONE DEL PERISTILIO DI VILLA DEL CASALE

Le mura sono sempre in tufo ma lavorato in opera quadrata ed irregolare. Nel III sec. a.c. l’atrio si trasforma come nella domus publica di Augusto, abitazione con peristilio e criptoportico e dotata dell’atrium regium. Si diffonde l'opus caementicium, una sorta di cemento privo delle strutture interne in ferro. Intorno al 110 – 120 compaiono le insulae ad appartamenti sovrapposti nelle quali risiedeva il proprietario e gli affittuari.

Fino all’epoca di Nerone non esisteva una vera regolamentazione edilizia, lo sviluppo della domus era in orizzontale, con unperistilio (peristylium) era un giardino (Hortus) sapientemente curato dal giardiniere che spesso sagomava le piante a forma di animali; Era la zona più luminosa ed era circondato su ogni lato da un portico (Porticus) generalmente a due piani, sostenuto da colonne: il tutto arricchito da numerose opere d’arte, ornamenti marmorei, da affreschi, statue, fontane. 

Nel peristilio era consueto trovare alberi da frutto, giochi d’acqua e piccole piscine ma soprattutto il balneum, il bagno, che appariva come un impianto termale in forma ridotta. L’illuminazione proveniva dalla luce del sole entrante dal compluvium dell’atrio, e veniva raccolta l’acqua piovana mediante una vasca o cisterna centrale dell’atrio detta impluvium.

RICOSTRUZIONE DEL PERISTILIO DELLA CASA DEL CITARISTA - POMPEI

ANDREA CARANDINI

GRANDISSIME CORTI PORTICATE


Le case belle, ma ancora per certi versi normali, avevano peristylia che non superavano i mq 633 circa. Tra i maggiori fra i normali erano quelli delle case di Cicerone (mq 477), della domus Tiberi (identico al precedente), di Ortensio (mq 505), di una casa sull’Arce (mq 515), di una casa sul Fagutal (mq 534) e di una casa con balneum in zona Vigna Barberini sul Palatino (mq 633).

In età adrianea Svetonio (Vita di Augusto, 72) aveva giudicato modica la casa di Ortensio/Ottaviano, il cui peristilio misurava mq 829.

Le case più belle e insieme al di fuori dalla norma, per lo più anteriori a Caligola, avevano peristylia amplia che oscillavano tra i mq 688 e i 1728 circa, come quelli delle case di Ottaviano (mq 814; più mq 832; totale mq 1646), della grande casa adrianea sulla Velia probabile sede del praefectus Urbi (mq 835), della casa con pitture dell’Odissea (peristilio A: mq 1556; peristilio B: mq 1383), della casa dei Domizi Enobarbi che si apriva sulla Sacra via (mq 1534) e della casa di Clodio (mq 1728).
 
PERISTILIO CASA DEGLI AMORINI - POMPEI

Quest’ultimo è stato definito peristylium amplissimum, al punto che era superiore ai due peristylia di Ottaviano uniti insieme!

Dalla stradina che scendeva alle Carinae si entrava, probabilmente direttamente, in un altro grande peristilio (mq 688), a cui seguiva un gymnasium che su un lato aveva un balneum. Si tratta probabilmente della casa di Pompeo, poi passata ad Antonio.

Gli arredi di questa casa verranno messi all’asta pubblica dei beni di Pompeo (Cicerone, Filippiche, 2.39.62-64), avvenuta nella sede deputata, cioè l’edificio delle auctiones inglobato nel fanum/templum di Giove Statore (si veda l’Angolo 24); l’edificio che si trovava a m 340 di distanza dalla casa. A comprare i beni confiscati di Pompeo era stato Antonio (Cicerone, Filippiche, 2.64-69; Dione Cassio, 45.28.3-4; Carandini 2016).

Fino a Traiano le misure di queste corti permangono entro misure che si possono considerare ancora ragionevoli, come quelli dell’atrium Vestae neroniano (mq 977) e traianeo (mq 1578), della domus Gai (mq 992), della domus Gai ristrutturata al tempo di Claudio (mq 982) domus Tiberiana tiberiano-claudia (mq 1303) e della casa tardo-antica dei Simmaci (mq 1321).

RICOSTRUZIONE DEL PERTISTILIO DELLA VILLA DEI MOSAICI - SPELLO

L’espansione dei quadriportici con giardino si conclude con i peristylia spropositati, che hanno dimensioni tra i mq 1728 e i mq 15.522 circa. Sono i peristylia della domus Transitoria sull’Oppio (mq 2126), del vestibulum della residenza sulla Velia della domus Aurea (mq 15.522), della parte pubblica della domus Augustiana (mq 3057) e della sua parte privata (mq 3006; Atlas, tav. 81; qui) e infine dell’imperiale Sessorium sull’Esquilino (mq 6079). È dunque con Nerone e con i Flavi che si apre l’ultima stagione della insaziabile megalomania.(Andrea Carandini)


BIBLIO

- R. Lanciani - Delle scoperte principali avvenute nella prima zona del nuovo quartiere esquilino - Bullett. Commiss. archeol. comun. di Roma - 1874 -
- A. Carandini - Angoli di Roma. Guida inconsueta alla città antica - Roma-Bari - Laterza - 2016 -
- Dizionario di architettura - N. Pevsner, J. Fleming, H. Honour - Einaudi Editore - Torino - 2005 -
- Patrick Bowe - Gardens of the Roman World - Los Angeles: J. Paul Getty Museum -
- Maria Luigia Ronco Valenti - L'arte dei giardini nell'antica Roma - 2020 -
- D, Mancioli - in G. Pisani Sartorio e L. Quilici - L'archeologia in Roma capitale tra sterro e scavo. Roma Capitale 1870–1911 - Venezia - Marsilio - 1983 -
- House of the Vettii - Reconstruction in Boboli Gardens‎ -


LA SERRATURA ROMANA


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SERRATURA ROMANA DA ERCOLANO

Nell'antica Roma non esistevano le banche, e il denaro, in oro e in argento, era abitualmente conservato in casa in vere e proprie casseforti. Si trattava di casse estremamente robuste e capienti, che potevano contenere sia monete che vari oggetti preziosi, sia gioielli che servizi da tavola in argento.

Abitualmente le casseforti erano sistemate negli atri, in piena vista, in modo da rimandare all'opulenza economica del proprietario della domus. Se il dominus aveva bisogno di una cassaforte significava che aveva oggetti preziosi e denaro da riporre, pertanto era ricco.

L'inviolabilità di queste antesignane delle moderne casseforti era assicurata da una o più complesse serrature con tanto di chiavi, dalle quali il proprietario raramente si separava per affidarle, nel caso, ad un "portiarius", schiavo di sua completa fiducia, incaricato di trasportarle al seguito del suo padrone.

SERRATURA ROMANA DA POMPEI - MUSEO ARCHEOLOGICO DI NAPOLI
Per agevolare il trasporto, delle chiavi vennero realizzate in bronzo, e vennero sagomate ad anello ma con rilievi elaborati e vennero chiamate "sigilli", perché utilizzate anche come timbro a caldo sulla cera.

CHIAVI ROMANE AD ANELLO (SIGILLI)
Queste chiavi erano simili ad un anello, con una piccola sporgenza sagomata e un'incisione che fungeva da sigillo e che serviva ad autenticare i documenti importanti.

Pertanto le casseforti o i cofani contenenti documenti importanti erano di solito apribili o chiudibili attraverso un sigillo di solito realizzato in bronzo.

Tutti i nobili possedevano un proprio sigillo, perfino l'imperatore l'aveva, piuttosto elaborati per non poter essere facilmente contraffatti. Divennero insomma uno degli strumenti di sicurezza dell'epoca e se ne fecero anche in argento e in oro.


Le stanze interne delle case romane spesso non avevano porte, ricorrendo piuttosto ai tendaggi, a parte una robusta, di legno massiccio e ferro che chiudeva il portone esterno, e un'altra a protezione dell'atrio, che era in genere il luogo dove venivano tenuti la piccola cassaforte con il denaro e gli oggetti preziosi di famiglia.

Nelle famiglie più importanti e più ricche, al momento delle nozze il marito invitava la sposa a condividere sia le chiavi che il sigillo. Questo gesto rappresentava un simbolo della fiducia che lo sposo riponeva nelle capacità amministrative della consorte.

TIPI DI SERRATURE
In effetti per quanto il capo famiglia fosse l'uomo, la donna diventava la domina della casa; era lei che si occupava dell'igiene della casa dando ordini e controllando gli schiavi, ma era anche colei che si incaricava delle finanze, teneva i conti sia delle spese che degli introiti derivati dal lavoro del marito ma pure degli affitti degli eventuali immobili di proprietà o delle rendite delle tenute rustiche.

A volte erano gli schiavi di fiducia ad avere questi ruoli e ad avere la responsabilità della conservazione delle chiavi nonchè del controllo continuo delle serrature che riguardavano sia le "fauces", cioè della porta di casa in città, quanto quelle della cassaforte o dei magazzini, o delle case di villeggiatura o delle ville rustiche

Le serrature vere e proprie divennero sempre più raffinate e con incastri sempre più complesse che richiedessero l'opera di esperti fabbri onde non potessero venire contraffatte facilmente. In questi schemi de ne vedono gli ingranaggi di alcune, come si vede, piuttosto diverse tra loro.

Il ferro ben presto sostituì il rame e il bronzo, fornendo utensili alle arti, ai mestieri artigiani, ai lavori dei campi alle armi di offesa e difesa e pure per serrature e chiavi. I Romani furono tra i primi in Europa a conoscere perfettamente la tecnica di forgiatura del ferro e si pensa che tanta abilità fosse derivata dall'uso continuo di fabbricazione di armi e armature.

RESTI DI UNA SERRATURA ROMANA
Pertanto le chiavi vennero sia forgiate in ferro che fuse in bronzo e i romani, per primi in Europa e
nel mondo, idearono diverse tipologie di bloccaggio. Per la fusione in bronzo veniva usata una lega costituita dell'85 per cento di rame e dal 15 per cento di stagno.

Il modello di serratura più usato in assoluto era quello con la chiave a rotazione nella toppa, perdurato nei vari secoli, ma pure quello con funzionamento della chiave a doppia spinta, caratteristico di quest'epoca e usato fino circa al 700 d.c.; c'era poi quello con funzionamento della chiave per sollevamento, detto capucine, ma veniva usato più raramente, anche se tuttavia ebbe un uso continuativo nei secoli.

La forma delle chiavi in ferro è più o meno quella classica che abbiamo sempre visto, costituita da un'impugnatura, un'asta e un pettine. Il sistema di forgiatura usato fu quello della chiave maschia dal massello. Le impugnature sono tonde, raramente ovali, talvolta sormontate da una piccola pigna. 

La sezione del fusto era quasi sempre rettangolare. Le poche chiavi in ferro con l'asta di sezione circolare sono quelle di piccole dimensioni con l'impugnatura snodata usate per i lucchetti. Già, perchè i romani conoscevano e usavano spesso e volentieri i lucchetti. 
ESEMPI DI CHIAVI ROMANE
Le aste erano sempre piene e piuttosto corte; i pettini, cioè la parte della chiave che, inserita nella serratura, spinge avanti o indietro il chiavistello, erano composti da più denti verticali che, variavano in una infinità di combinazioni, in modo da evitare assolutamente i doppioni, ma variabili a seconda del numero, della disposizione e della forma della sezione, dando così luogo a una possibilità di infinite combinazioni.

Invece la chiave detta "chiave a doppia spinta" aveva un procedimento del tutto particolare, perchè affinchè funzionasse doveva venire spinta verso l'alto per sbloccare i perni di bloccaggio e subito dopo doveva venire tirata a destra o a sinistra per trascinare il chiavistello.

Il numero di denti era variabile, poteva andare da due a quattro, a sei e a otto, in genere di numero pari e se superiore a due i denti venivano disposti su due file. Tuttavia la disposizione anche se in fila doppia poteva cambiare da modello a modello.



Le chiavi più semplici o, se vogliamo, più povere, venivano fuse in ferro, ma quelle più sontuose venivano fuse in bronzo, con la tecnica della cera persa, talvolta con fusioni raffinate ed inserti in oro. Comunque l'arte romana era talmente evoluta e raffinata che, sia in ferro che in bronzo, l'impugnatura aveva sempre un fregio o un qualcosa che la rendesse minimamente elegante. 

Le impugnature erano infatti o di forma geometrica, oppure zoomorfa o guarnita di volute. Di solito erano piuttosto grandi e pesanti, di certo non adatte da portare in tasca. Ce ne hanno fornito un notevole esempio le numerosi chiave rinvenute a Ercolano e a Pompei, che erano a volte autentici capolavori.
CHIAVI A FOGGIA DI ANIMALE
Le basi delle chiavi di bronzo a loro volta avevano spesso la forma di capitelli o basamenti. L'asta, di sezione rettangolare se maschia, o tonda se femmina, rispettava un po' le proporzioni correnti. 
L'esecuzione di tali strumenti erano affidate a veri mastri dell'artigianato che sicuramente si facevano pagare bene per tanta maestria.

I pettini di bronzo erano ancora più elaborati di quello delle chiavi in ferro e in genere presentavano molti denti con l'aggiunta in alcuni casi di una o due complicazioni laterali, di forma simile alle mappe dei pettini a cartella, nel caso di chiavi a doppia spinta, o da intricate mappe, per chiavi a rotazione o a sollevamento.

Un padrone di casa che mostrava la sua chiave già forniva un indizio della sua posizione sociale, ma pure della qualità del suo senso estetico, se sapeva comprendere o meno il livello della lavorazione artistica dell'oggetto.


BIBLIO

- Ranuccio Bianchi Bandinelli, Enrico Paribeni - L'Arte dell'antichità classica. Grecia - Torino - UTET - 1986 -
- Alfonso De Franciscis - Note sull'arte dell'Italia antica - Libreria scientifica editrice - 1969 -
- Carlo Fea - Discorso intorno alle belle arti in Roma - 1797 -
- Paul Zanker - Arte romana - Bari - Economica Laterza - 2008 -



LE PORTE DEGLI EDIFICI ROMANI


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(Illustrazione di Armando Savoia)

Le porte greche e, soprattutto quelle romane, potevano essere singole, a doppia anta, triple, scorrevoli o pieghevoli. A Roma compaiono le prime cerniere, mentre le prime serrature esistevano già in Egitto, ma furono i Romani a migliorarle introducendo l’uso del metallo.

Con l’invenzione delle serrature di ferro, inoltre, i Romani erano finalmente in grado di avere una protezione efficace contro gli scassi. Le chiavi erano per la prima volta abbastanza piccole da essere introdotte in una tasca, appese al collo o agganciate al bracciale.

Ma i romani sono andati oltre, perchè hanno inventato anche i risalti delle serrature, che garantivano che solo la chiave con la forma corretta potesse spingere le levette giuste, facendo scattare il meccanismo di entrata.

La porta esterna è una cosa e quella interna è un'altra. I romani usavano anche le porte interne, ma raramente per le zone da giorno, mentre ne usavano per la zona notte. Questo indifferentemente dalla lussuosità delle case.

CALCO DI UNA PORTA DI ERCOLANO CARBONIZZATA

Non è vero che le porte fossero solo per i ricchi, anche perchè non costavano granchè quattro tavole di legno.

CLASSICO ESEMPIO DI BATACCHIO
ROMANO USATO ANCORA OGGI
Ovviamente le porte dei benestanti erano lavorate e decorate, mentre quelle dei meno abbienti erano più semplici e sottili.

Per esempio dietro l'atrio, la stanza dove il dominus riceveva clienti e uomini d'affari, come separazione tra questo grande ingresso e la casa privata della famiglia di solito non si usavano le porte ma un pesante tendaggio.

Dell'atrium Vitruvio descrive alcune tipologie:
- Tuscanicum, il tipo più antico e più largamente diffuso in cui il peso del tetto è sorretto unicamente dalle travature orizzontali
- Tetrastylum, con una colonna a ciascuno dei quattro angoli dell'impluvium. Ne è un esempio la Casa delle Nozze d'Argento di Pompei.
- Corinthium, con un maggior numero di colonne e un'ampia apertura di luce.

I cubicoli invece avevano le loro porte e così i bagni, le terme e i magazzini.

AFFRESCO CHE ILLUSTRA UNA PORTA NELLA VILLA DI FANNIO SINISTORE (BOSCOREALE)


LE PORTE ESTERNE O PORTONI (DI LEGNO)

I Romani erano bravissimi nelle porte esterne, essendosi Roma riempita di monumenti anche le loro porte dovevano essere all'altezza. Queste porte erano in legno massiccio borchiate e spesso dipinte, nonchè incorniciate a volte da pilastri e pure timpani di pietra.


ERCOLANO

PORTA CARBONIZZATA MA INTATTA DI ERCOLANO
"Nei depositi del padiglione della barca, negli scavi di Ercolano, sono conservati pregiati legni, reperti praticamente sconosciuti: sono arredi in legno, restaurati durante le esplorazioni condotte tra 1927 e 1958. Li ha visitati Renzo Piano, perché il mecenate californiano David Packard ha chiesto all’architetto di progettare un museo per esporli nell’area esterna del sito.

Una culla a dondolo, tavolini con piedi lavorati a zampa di leone o ispirati ad animali fantastici, un letto con paratie in legno tutte intarsiate, armadi, larari, e anche alcune statuette raffiguranti le divinità protettrici della casa, gli antenati. Questi reperti hanno incantato Packard fin dal 2001, quando iniziò la campagna di restauri e scavi, finanziando il progetto con 16 milioni di euro".

Tra i vari reperti questa magnifica porta di legno, carbonizzata ma perfettamente conservata, a quattro ante completamente o parzialmente apribili, come ancora se ne vedono a Roma in certi antichi negozi della zona di Campo De' Fiori. In realtà non è proprio una porta ma si tratta degli sportelli di un mobiletto, ma li abbiamo riportati perchè sono identici alle porte di Pompei, è solo una questione di dimensioni.



BOSCOREALE

BOSCOREALE
Nella villa di Fannio Sinistore a Boscoreale viene illustrata una porta che risente di influssi etruschi nella forma con in cima la rappresentazione di una scena di caccia. Ancora sopra una specie di timpano da cui il barocco deve aver attinto parecchio.

La porta di casa di una domus era in genere costituita da un alto portone in legno a due battenti con grosse borchie in bronzo.

Al centro di ogni battente non era raro trovare raffigurata la testa in bronzo, di un lupo o di un leone che stringeva in bocca un grande anello da usare come batacchio.

Diciamo che tutto il mondo ha un po' copiato queste porte che sono ormai consuete fino ai primi del '900 italiano.

Questi portoni erano perlopiù a quattro riquadri, in genere con una rifinitura diversa tra i due riquadri superiori, che erano rettangolari come quelli inferiori ma più corti, e i due inferiori.

LA PORTA STAMPATA NELLA CENERE (POMPEI)

POMPEI

"Nuove scoperte del cantiere della Regio V, dove è visibile all’ingresso di una bottega “l’anima” della porta di legno “stampata” nella cenere indurita dell’eruzione.

Un miracolo della chimica ha fatto viaggiare l’immagine di quella porta nel tempo, mutandone la consistenza organica perché la cenere e i detriti vulcanici della corrente piroclastica si sono induriti, assumendo le forme del materiale organico della porta preesistente." 

In questo modo la decomposizione del legno ha lasciato intatto il suo profilo, visibile sul materiale indurito che lo circonda. Insomma il legno si è bruciato ma polvere e detriti vulcanici ne hanno assunto l'aspetto originario immortalandola nei secoli.

PORTA DEL TEMPIO DI ROMOLO SULLA BASILICA DI S. COSMA E DAMIANO (ROMA)


PORTE ESTERNE DI BRONZO

Ma soprattutto i romani erano diventati i maestri delle porte in bronzo, materiale molto diffuso perché relativamente economico e facile da fondere in forme o motivi desiderati. Venivano realizzate soprattutto doppie porte in bronzo massiccio, di solito supportate da perni inseriti in prese nella soglia e nell’architrave.

Tra gli esempi che è ancora possibile ammirare, le porte di bronzo nella chiesa dei Santi Cosma e Damiano a Roma, a due ante, ciascuna con due pannelli incorniciati. Bellissime molto antiche, visto che sono state sottratte al Tempio di Romolo, il mausoleo fatto costruire da Massenzio per il figlio Romolo morto precocemente.

Che dire delle porte del Pantheon, alte 7,3 metri, che sono simili nel disegno. Sono ancora quelle di Marco Agrippa, o almeno come suppongono molti, quelle volute dall'Imperatore Adriano, e comunque a tutt'oggi funzionano benissimo.

LE PORTE DEL PANTHEON (ROMA)
Il Pantheon è il monumento meglio conservato dell'antica Roma, miracolosamente risparmiato soprattutto perchè la sua demolizione era oltremodo difficile, con muri spessissimi e colonne gigantesche, per cui il Papa decise di inserirvi una chiesa cristiana limitandosi a cambiarlo all'interno nelle decorazioni e gli altari laterali, lasciando inalterato il pavimento e le grandi porte di bronzo.

Altre due porte in bronzo di epoca romana si trovano nella Basilica Lateranense, e appartengono alle Terme di Caracalla. Sono anch'esse bronzee e bellissime. Sono un po' sullo stesso stile delle porte di S. Cosma e Damiano.

Ambedue sono arricchite di borchie che un tempo venivano dorate, pertanto restavano lucide anche quando il bronzo delle porte si anneriva. Naturalmente la doratura è svanita ma le porte troneggiano ancora miracolosamente intatte, mentre tutte le altre sono state fuse. Fa parte insomma dei tanti materiali di spoglio utilizzati dai principi della chiesa per edificare i loro palazzi e le loro chiese.

LE PORTE DELLE TERME DI CARACALLA OGGI PORTE DI S. GIOVANNI (ROMA)


LE PORTE INTERNE

Le porte interne come già detto non erano in ogni stanza, o se c'erano erano piuttosto leggere, con graticci che permettessero di vedere dall'altra parte e di lasciar passare l'aria. Bisogna tener conto di diversi fattori:

- che, a quanto sembra, la temperatura all'epoca degli antichi romani era più calda di oggi, lo dimostrerebbero le case con il cortile interno e le finestre piuttosto piccole e rade all'esterno;
- che era più facile controllare l'operato degli schiavi senza porte chiuse;
- che era praticamente impossibile riscaldare solo con i bracieri stanze così grandi e con soffitti altissimi, per cui le porte non servivano a contenere il calore;
- che le porte erano più che altro decorative, a parte quella di casa, cioè le fauces, perchè i ladri abbondavano.

LE PORTE DELLA DOMUS DEL TRAMEZZO DI LEGNO


DOMUS DEL TRAMEZZO DI LEGNO (ERCOLANO)

Una porta particolare è quella della domus sepolta dall'eruzione del Vesuvio del 79 d.c. e riportata alla luce grazie alle campagne di scavo, che è detta  la "Domus del tramezzo di legno" che è appunto caratterizzata al suo interno da un tramezzo, una sorta di porta pieghevole in legno carbonizzato, che costituisce una sorta di paravento, perfettamente conservato e messo sotto vetro tale e quale venne ritrovato ad Ercolano.

Nel lato est dell'atrio si trova il tablino: i due ambienti sono divisi per mezzo di un tramezzo, ossia una sorta di porta pieghevole, alta quanto un uomo, realizzata completamente in legno, carbonizzato in seguito all'eruzione, con battenti sagomati e grossi anelli in bronzo sui quale venivano poggiate delle lampade.

AFFRESCO CASA DI SALLUSTIO - POMPEI


DOMUS DI SALLUSTIO (POMPEI)

Dagli affreschi della Domus di Sallustio possiamo comprendere come potessero essere le porte interne delle case, ovviamente qui parliamo di ville di pregio. Qui sopra ne sono riportate due identiche in legno decorate con borchie di bronzo, a scopo puramente ornamentale.

Le porte sono a tre riquadri uguali ma in alto presentano una specie di graticcio, con i caratteristici disegni ad asterisco, in modo che l'aria circolasse negli ambienti senza che nessuno potesse scorgere alcunché nella stanza. Qui le porte sono lasciate a colore naturale.

VILLA POPPEA

VILLA DI POPPEA (OPLONTIS)

Qui siamo ad Oplontis, nella bellissima Villa di Poppea, dove in un complesso affresco compaiono due porte in legno identiche. Qui sopra riportiamo la porta da interno ingrandita e sotto l'affresco perfettamente ricostruito.

Le porte sono tinte di giallo e di rosso scuro. Nella parte superiore la porta è protetta da una tettoia con due palombelle laterali terminanti nell'immagine di due draghi. Delle borchie di bronzo di due dimensioni ornano il legno, quelle più grandi sottolineano le due inquadrature del legno, quelle minute costellano ambedue i riquadri.

METODO DI CHIUSURA - PORTA ORIGINALE DELLA CASA DELL'EFEBO DI POMPEI

Nella parte superiore le porte hanno in ciascun battente una pittura raffigurante un genio ciascuno, ambedue alati e di ottima fattura, con la veste di velo svolazzante, con i piedi volti all'esterno della porta, ma con i visi rivolti verso l'interno.

La villa di Poppea ad Oplontis (oggi Torre Annunziata) venne rinvenuta a circa dieci metri sotto il livello del terreno moderno. Sembra che fosse di proprietà dell'imperatore Nerone, e si crede che sia stata usata dalla sua seconda moglie, Poppaea Sabina, come sua residenza principale quando non era a Roma.

VILLA DI POPPEA - OPLONTIS


IL CANCELLO DEL GIARDINO

Nella villa della moglie di Nerone ad Oplontis risalta un affresco che riproduce un cancello da giardino, in bronzo e appoggiato a due colonne, sormontate da due grifi dorati. Nella parte superiore sopra al cancello si leva un architrave con due piedritti a cui sono poggiati i pilastri dipinti di rosso.

L'architrave, elevato a punta nel centro, accoglie l'immagine di una Nike con volute su fondo rosso, da cui sporge leggermente una tettoia sotto a cui corre una cornice di draghetti e serpentelli. Al centro dell'architrave c'è un osciluum dorato e sopra al cancello pieno ci sono delle leggere volute bronzee.
Il cancello a due battenti suddivisi ciascuno in due riquadri sotto e quattro sopra, sono ornati da quattro teste di leone.

PORTA A CALCO DELLA VILLA DI POPPEA


I CALCHI DELLE PORTE

Come i corpi degli umani, tutto ciò che è organico viene bruciato e distrutto dalla lava, e così avvenne a Pompei. Però nello stesso modo in cui è stato iniettato gesso liquido nei vuoti ottenuti dalla combustione dei corpi umani e animali, altrettanto è avvenuto per il legno che ugualmente è materiale organico.

Pertanto ogni volta che negli scavi vien incontrato un vuoto si ricerca la natura del vuoto e una volta definita si riempie quel vuoto che talvolta rappresenta una porta esterna o interna della casa. A Oplontis ne sono state reperite in tal modo più di una.

VARI CALCHI DI PORTE DISTRUTTE DALL'ERUZIONE (VILLA DI POPPEA)

"I corpi dei pompeiani sono calchi in gesso. La cenere, molto fitta, si solidificò, avvolgendo i corpi. All’interno la carne, formata da molta acqua e da tessuti molli, sparì formando una cavità. Le parti non ossee si consumarono, lasciando una cavità, ma lo scheletro ha resistito in sospensione, sorretto alle estremità dalla cenere che era diventata molto compatta."

Altrettanto è avvenuto per le porte di legno dove serrature bandelle e chiavistelli hanno fatto tutt'uno con la cenere e i lapilli. Pertanto oggi sappiamo che le porte nelle ville c'erano, e a volte erano splendide, dipinte e adornate in modo mirabile.


BIBLIO

- N. Blanc - Les frises de stuc du décor intérieur en Italie romaine - (TAV. V) - 53 -
- Paul Zanker - Arte romana - Bari - Economica Laterza - 2008 -
- Procopius - De Aedificiis - 5.3.8-11 -
- Pierluigi De Vecchi ed Elda Cerchiari - I tempi dell'arte - volume 1 - Bompiani - Milano - 1999 -
- Filippo Coarelli - (curatore) Dictionnaire méthodique de l'architecture grecque et romaine -1985-


LA DOMUS ROMANA


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DOMUS E VILLE

Calcolando che più o meno Roma imperiale potesse occupare la superficie del centro storico, cioè di quasi 1.280 kmq, di certo non poteva bastare ad una popolazione 1.200.000 - 1.500.000 abitanti. Un notevole spazio era occupato dalle vie, dalle piazze, dagli edifici pubblici, dai templi, basiliche, teatri, circhi, magazzini, caserme, poi dal Tevere, dai parchi, dai giardini, dalle palestre, dai portici, dai bagni pubblici, dalle scuole e dalle terme. Il rimedio all'insufficienza dello spazio fu lo sviluppo in altezza delle case romane, cioè le insule.

Solo con gli studi pubblicati ai primi del Novecento sugli scavi archeologici di Ostia e sui resti trovati sotto la scala dell'Ara Coeli, nonchè su quelli vicini al Palatino in via dei Cerchi, ci si è accorti che la casa romana non poteva esser presa a modello dalle case di Pompei ed Ercolano dove prevaleva la classica domus indipendente perchè a Roma prevalevano le insulae, insomma più palazzi che ville.

Pertanto l'abitazione degli antichi romani era di due tipi: la domus e l'insula. Le case popolari, cioè le insule, avevano aperture soprattutto verso l'esterno, un po' come i palazzi di oggi. Infatti le insule erano palazzi, a volte isolate, a volte costituivano una serie di edifici disposti a quadrilatero, con un cortile centrale, porte, finestre e scale sia verso l'esterno sia verso l'interno.

Dal III sec. a.c. si edificarono le insulae di tre piani (tabulata, contabulationes, contignationes) tanto che Tito Livio, narrando dei prodigi che nell'inverno del 218-17 a.c. avevano preconizzato l'invasione di Annibale, narra che un toro sfuggito al padrone nel Forum Boarium era entrato in un portone, raggiunto il terzo piano e si era lanciato nel vuoto terrorizzando i passanti.

« Vista l'importanza della città e l'estrema densità della popolazione, è necessario che si moltiplichino in numero incalcolabile gli alloggi. Poiché gli alloggi al solo piano terra non possono accogliere tale massa di popolazione nella città, siamo stati costretti, considerando questa situazione, a ricorrere a costruzioni in altezza. »
(Vitruvio, De architectura, II, 8, 17)


Essendo poi le insule soggette a incendi e a crolli lamenta Giovenale:
«Chi teme o mai temé che gli crollasse
la casa nella gelida Preneste
o tra i selvosi gioghi di Bolsena [...]?
Ma noi in un'urbe viviam che quasi tutta
si sostiene su esili puntelli;
questo rimedio gli amministratori
alle mura cadenti oppongono solo,
e poi, quando tappato hanno alle vecchie
crepe gli squarci, voglian che si dorma
placidi sotto gli imminenti crolli

La domus invece era una costruzione solida e tranquilla, poderosa e signorile, di pianta rettangolare, solidamente costruita su un solo piano con mattoni o calcestruzzo (impasto di sabbia, ghiaia, acqua e cemento), costituita da mura quasi senza finestre verso l'esterno ma totalmente aperta verso l'interno. Si distingueva dalla villa suburbana, che invece era un'abitazione privata di villeggiatura situata al di fuori delle mura della città, e dalla villa rustica, situata in campagna e dotata di ambienti appositi per i lavori agricoli.

La casa si sviluppava in orizzontale ed era composta da molte stanze con funzioni diverse: l'ingresso bipartito in vestibulum e fauces (da cui si accedeva all'atrium, che era la stanza centrale subito dopo l'ingresso, da cui si poteva accedere agli altri ambienti che vi si affacciavano), le stanze da letto dette cubicula, la sala dei banchetti detta oecus tricliniare o triclinium (dove gli ospiti potevano mangiare sdraiati sui letti tricliniari), alcuni ambienti laterali detti alae, il tablinum (locale adibito a salotto solitamente posto in fondo all'atrium).

Le stanze che si affacciavano direttamente sulla strada erano solitamente affittate a terzi per essere adibite a negozi o botteghe artigiane ed erano denominate tabernae. Nel retro della casa all'aperto c'era l'hortus, il giardino/orto domestico.

Le domus più prestigiose erano più ampie ed erano composte di due parti principali: la prima gravitava attorno all'atrio, la seconda attorno al peristylium, un grande giardino porticato su cui si affacciano altre stanze, ornato solitamente da alberi da frutto, giochi d'acqua e piccole piscine.




Insomma l'ordine era più o meno così:

- Ostium
- Vestibulum
- Facies
- Atrium
- Androm
- Perystilium
- Lararium
- Piscinula
- Hortus
- Culina
- Triclinium
- Cubicula
- Balneum
- Stanze degli schiavi
- Magazzini



LA STORIA

- Degli edifici romani abbiamo le prime notizie verso la metà dell'VIII sec. a.c., quando gli aristocratici romani trasformano le loro capanne (casae) in domus. Queste possedevano più ambienti, tra cui una grande sala, che affacciano tutti su una corte. I suoi muri erano in argilla bagnata e pressata su rami stagionati, mentre il tetto era di rami più grossi ricoperti di paglia.

- Verso la metà del VI sec. a.c. si cominciano a costruire muri un poco più solidi, formati da un muretto in ciottoli di tufo con sopra un elevato in argilla. Il tetto poi, all'uso etrusco, divenne un tetto in tegole e coppi.

- Alla fine del VII sec. a.c. le mura delle case furono interamente edificate in ciottoli squadrati di tufo e le porte ebbero stipiti in tufo lavorato.

- Verso la metà del VI sec. a.c. l'abitazione romana seguì del tutto il modello etrusco, cioè la casa che si sviluppa attorno all'atrio, parzialmente ricoperto dall'incontro delle quattro falde del tetto, sorrette da travi orizzontali.

Dall'apertura dell'atrio (compluvium) entravano la luce e l'acqua piovana, raccolta in una vasca (impluvium) e di qui fatta defluire in una cisterna sotterranea, il che assicurava una riserva d'acqua per i bisogni della casa. Ma anche nei giardini intorno alla casa si scavarono cisterne come approvvigionamento d'acqua per le piante.

I muri erano in massi di tufo di elevata grandezza realizzati in opera quadrata irregolare. Questo modello di abitazione durò tre secoli. Sembra che il primo esempio di casa ad atrio a Roma sia stato quello di Tarquinio Prisco (che del resto era etrusco) sul Palatino, prima residenza privata poi domus publica.

- Tra la fine del III sec. a.c. e la metà del II sec. a.c. la casa romana si trasforma interamente sul modello etrusco, ma senza un piano urbanistico. Poi Nerone ne fece sviluppare uno ma relativo solo a una parte del Palatino. L'atrio di forma arcaica si trasforma in opus caementicium, simile al cemento odierno, ma privo delle armature in ferro. Ne è di esempio l'atrium regium della domus publica di Augusto, ricostruita nel 210 a.c., con peristilio e criptoportico.

- Dal 110 - 120 d.c. si sviluppano sempre di più le insulae, in cui abitavano il proprietario e gli affittuari.


LE STANZE

La domus romana si evince soprattutto dagli scavi di Pompei, ed è una combinazione tra l'antica Domus Italica, formata da un solo cortile aperto (atrium) su cui si aprivano le stanze e da un giardinetto (hortus), con la casa greca sviluppata attorno a un peristylium.

Il numero e l'ampiezza degli ambienti e dei giardini, l'arredamento e la decorazione delle stanze variavano a seconda dell'eta' (repubblicana, imperiale, ecc.) e della ricchezza del proprietario. La domus si snodava comunque in stanze che si susseguivano in un ordine prestabilito: fauces, atrium, alae, triclinium,tablinum, peristilio.

Le domus più ricche erano però composte di due parti principali: la prima sviluppata attorno all'atrio, la seconda attorno al peristylium, un grande giardino porticato su cui si affacciano altre stanze, ornato in genere da alberi da frutto, giochi d'acqua. fontane, piccole piscine, statue ed oscillum.

I nomi delle stanze della parte anteriore della casa erano quelli latini dell'antica domus italica (atrium, tablinium, cubiculum, ecc.), mentre invece quelli della parte posteriore derivavano dalla casa greca (peristylium, exedra, triclinium, ecc.).



OSTIUM

Nella domus si accedeva da una porta affacciata sulla strada (ostium), di cui nella pittura qua sopra se ne scorge una sulla sinistra, con ai lati due colonne e un architrave lavorato aldisopra.

Era la soglia d'ingresso che immetteva in un corridoio (vestibulum), che, a sua volta, conduceva alla vera e propria entrata (fauces); da qui si passava al cortile interno, detto atrio, dotato di lucernario (atrium). In epoca imperiale la domus si fornì anche di una seconda uscita di servizio detta posticum posta normalmente sul lato della parete più ampia della casa, per permettere il passaggio della servitù e dei rifornimenti senza ingombrare l'ingresso principale.

La porta stradale dava l'idea della lussuosità della casa, visto che dal di fuori il suo interno era invisibile, così le famiglie più ricche la ornavano con marmi pregiati, colonne con ricchi capitelli corinzi ed architravi, anch'essi in marmo, finemente lavorati.

In quanto alla porta vera e propria essa era di legno massiccio e borchiato, fornito internamente di poderosi catenacci. Spesso il legno era lavorato a cassettoni con rinforzi orizzontali e verticali, spesso dotata di battenti di bronzo raffiguranti sfingi, teste di leone, di lupo, o si qualche divinità.




VESTIBULUM

Era un breve e stretto corridoio che dall'ostium portava alle fauces, l'entrata vera e propria della casa. Il vestibolo non era molto illuminato eppure spesso aveva un soffitto a volta decorato con dipinti o stucchi.

Dobbiamo sempre considerare l'illuminazione artificiale, con candele e torce, includendo pure delle torce fissate ai muri per le serate eleganti, dove gli ospiti potevano ammirare ogni passaggio della domus, apprezzando sia la finezza dei padroni di casa sia le loro possibilità economiche. Per questo tutto ciò che poteva venire ornato lo era, trattandosi di affreschi o marmi in opera sectile o stucchi su pareti e soffitti.



FAUCES

L'entrata principale si trovava generalmente su uno dei due lati più corti della casa. La porta era costituita da un alto portone in legno a due battenti con grosse borchie in bronzo; al centro di ogni battente non era raro trovare raffigurata la testa in bronzo, di un lupo o di un leone che stringeva in bocca un grande anello da usare come batacchio.

Spesso poi per terra c'era un mosaico con la figura di un cane minaccioso con la scritta "Cave canem", attenti al cane, un avviso ai questuanti ma soprattutto ai ladri.



ANDRON

Attraverso un corridoio chiamato andron, (da cui la parola androne, cioè ingresso), dall'atrio si raggiungeva il peristylium, la parte piu' interna e spettacolare della casa. Era qui, nella parte posteriore della casa, che si svolgeva di solito la vita privata della famiglia, tutta raccolta intorno ad un giardino ben curato.

Anche l'androne veniva ornato nelle domus più signorili con dipinti, mezzecolonne, stucchi ecc., e pure con tendaggi e talvolta panchine o scranni. Da lì si accedeva al peristlio e da questo prendeva luce.

ATRIUM

L'atrio (atrium) era in epoca arcaica la stanza del focolare al centro della domus, dove i muri erano anneriti dal fumo (ater) e attorno al quale si svolgeva la vita familiare. Questa usanza fu presto abbandonata ma restò a simboleggiare il focolare una piccola piattaforma rialzata interna all'impluvio, il cartibulum.

IL CARTIBULUM
Il cartibulum era quel tavolinetto di pietra o di marmi vari che quasi sempre si rinvenne a Pompei, Ercolano ecc. costituito da una lastra marmorea sorretta da due grosse lastre lavorate e poggiate sopra strette basi.

Le due lastre erano scolpite a foggia di animali come grifoni, sfingi, leoni ecc. o se più semplici, con motivi floreali. Questo tavolinetto simboleggiava il tavolino dell'antica domus, dove si poggiavano i cibi e la famiglia di riuniva per mangiare attorno a questo desco che all'epoca doveva essere semplicemente in legno.

Successivamente invece venne spesso usato dal padrone di casa per sbrigare gli affari che non richiedevano troppi cerimoniali. Infatti vi venivano poggiati gli strumenti per scrivere, dallo stilo alle tavole cerate e alle pergamene, un cesto dove raccogliere lettere e suppliche o conti vari.

Nell'Atrium, generalmente quadrato, c'era un Lararium in cui erano esposte le immagini degli antenati, le statue dei Lari, dei Mani e dei Penati protettori della casa, della famiglia e di altre divinita', le opere d'arte, gli oggetti di lusso e altri segni di nobilta' o di ricchezza; qui il padrone di casa riceveva visitatori e clienti, soci e alleati politici. Inizialmente, accanto ad essi, veniva alimentato un fuoco sacro, che non doveva mai spegnersi, pena l'ira degli Dei, ma poi quest'usanza tramontò.

L'Atrio poteva essere:

- Displuviatum, di derivazione greca ed etrusca, con pendenza del tetto verso le pareti laterali che faceva sgrondare l'acqua in docce ai quattro angoli.

- Testudinatum, privo dell'impluvio, utilizzato solo in ambienti piccoli e di scarsa importanza. In linea con l'ingresso, nella parete opposta dell'atrium, si apriva il tablinium che affacciava a sua volta sul peristylium.

Probabilmente l'atrio non era chiuso da porte ma da tende, che nella stagione estiva potevano essere lasciate aperte offrendo ai visitatori una fuga prospettica di splendido effetto. Di solito venivano qui accolti i clientes del padrone di casa, spesso ex schiavi liberati, o i liberti altrui che proponevano affari, o informatori o procacciatori di voti per le elezioni.

Di norma c'era anche un cofano contenente dei soldi che il dominus elargiva ai vari clientes o per ottemperare ai pagamenti. Ma su questo tavolo si poteva anche riscuotere, ad esempio l'affitto dei negozi di proprietà del dominus che spesso si aprivano sui lati esterni della domus.

La parte anteriore della casa era pertanto un grande vano, l'atrio, con un'ampia apertura sul soffitto, spiovente verso l'interno (compluvio): di qui scendeva l'acqua piovana, che veniva raccolta in una vasca rettangolare (impluvio) sistemata nello spazio sottostante. Quest'acqua era poi convogliata in una cisterna sotterranea, che costituiva la riserva idrica della casa.

In seguito l'atrium identificò il cortile interno: uno spazio aperto circondato su tre o tutti i lati da portici, dotato di copertura con impluvio e corrispondente compluvio. Nell'atrium erano collocati la cappelletta per i Lari, (lararium) e la cassaforte domestica (arca).

Dell'atrium Vitruvio descrive alcune tipologie:
- Tuscanicum, il tipo più antico e più largamente diffuso in cui il peso del tetto è sorretto unicamente dalle travature orizzontali
- Tetrastylum, con una colonna a ciascuno dei quattro angoli dell'impluvium. Ne è un esempio la Casa delle Nozze d'Argento di Pompei.
- Corinthium, con un maggior numero di colonne e un'ampia apertura di luce.

L'impluvio svolgeva anche la funzione di contribuire a rendere più luminosa e bella la casa, riflettendo la luce solare e l'azzurro del cielo. L'atrio rappresentava anche la principale fonte di illuminazione della casa che, praticamente sprovvista di finestre, sarebbe stata altrimenti buia.



LARARIUM

Posto nell'atrio era una rientranza o nicchia o edicola fatta e decorata in varie fogge, o con soffitto arcuato o con un tettuccio di mattoni o legno o pietra.

IL LARARIUM SUL FONDO
Talvolta si presentava come una nicchia dipinta sulla cui base si poggiavano le statuine sacre, con accanto le essenze odorose da bruciare e l'offerta di vino o altro. In altri casi si trattava di un'edicoletta, dipinta o mosaicata, con un tettuccio spiovente e alcuni gradini. Oppure aveva davanti un altarino in pietra o in cementizio su cui si bruciava l'offerta. A volte il larario poggiava direttamente sull'altarino sorretto da due colonnine.

Ma una domus poteva avere anche più di un larario, sicuramente uno più grande ed altri minori, da tenere nei cubicula o fuori della porta per non doversi recare necessariamente nell'atrio quando si aveva la necessità di pregare.

Nel larari, oltre ai Lari, ai Penati e ai mani, si ponevano le statuine o le immagini di altre divinità cui si era particolarmente devoti. Talvolta vi comparivano geni vari o serpenti o esseri mitici. Ed ecco invece gli arnesi che si custodivano nel larario per il rito quotidiano:

- Acerra - un cofanetto, di forma quadrangolare o cilindrica, dove si conservava l’incenso da usare nei sacrifici; detto anche arca turaria, di terracotta o di metallo inciso o di legno. Nelle cerimonie la recava un giovane assistente (camillus), al sacerdote perché ne traesse i grani da gettare nel fuoco.

- Salinum - vasetto del sale purificato. Era in genere di metallo inciso, Il sale aveva un grande valore purificatorio tanto è vero che la Dea Salus traeva il suo nome dal sale. I romani credevano che fosse purificatorio anche nei confronti degli spiriti malvagi.

- Gutus - contenitore di latte o vino destinati ad uso sacro. Poteva essere in terracotta, in metallo, in vetro o in pietra.

- Patera - piattino delle offerte, tondo in genere ma qualche volta ovale. Poteva contenere cibo e/o vino. Veniva usato in tutte le circostanze di riti religiosi.

- Incensus - varie qualità di resine, o misture di resine ed incensi che venivano bruciate su carboncini..

- Turibulum - bruciatore di incenso ed erbe. In genere in metallo su cui si poneva la sabbia, il carboncino e sopra l'incenso.

- Lucerna - una lucerna sacra usata esclusivamente per il rito del larario. La sua luce veniva accesa all'inizio del rito e spenta al suo termine.

Vedi anche: IL CULTO DEI LARI




CAVEDIO

Così si denominò cavedio (cavaedio) lo spazio scoperto al centro della domus, che oggi si definirebbe chiostrina. Poteva essere di vaie misure, perloppiù quadrato se l'atrio era quadrato o rettangolare come l'altro.

La sua ampiezza dipendeva pure dalla locazione della villa, più grande se la domus era in zona più meridionale o assolta e più ristretta al nord o in zone più fredde.

Esso era contornato al perimetro da un muro, sul quale si aprivano le porte di accesso alle varie stanze. Queste prendevano pertanto da esso aria e luce, offrendo protezione dalla pioggia e dall'afa estiva.



COMPLUVIUM

Generalmente la domus signorile non era dotate di finestre sull'esterno, o, se vi erano, erano molto piccole per evitare che dall'esterno potessero entrare rumori o, peggio, ladri.

L'illuminazione era fornita pertanto e soprattutto dalla luce solare che entrava dal compluvium dell'atrio. e illuminava di riflesso le stanze ad esso adiacenti.

In genere il compluvium aveva delle antefisse che ornavano gli spioventi interni del tetto che potevano essere intravisti dall'atrio, di solito in terracotta semplice o decorata e colorata. Le antefisse potevano avere teste di divinità, o teste di grifoni o semplicemente fregi floreali, eseguiti in terracotta colorata.

Aveva inoltre almeno quattro doccioni agli angoli del tetto aperto, di solito in pietra, a foggia di lupo, leone, grifone o altro. I doccioni, oltre ad essere decorativi, aiutavano il percorso dell'acqua nel riversarsi dentro la vasca sottostante. Infatti dal compluvium entrava, oltre che la luce, anche l'acqua piovana che veniva raccolta in una vasca o cisterna quadrangolare al centro dell'atrio detta impluvium.



IMPLUVIUM

Trattavasi della vasca in pietra posta aldisotto del compluvium che serviva a raccogliere l'acqua piovana. In genere era ornata di marmi, talvolta con colonne, statue o vasi sempre di pietra. Ce n'erano con una statuetta al suo centro posta su un piedistallo, o con una statua posta sul "cartibulum", o con quattro vasi posti agli angoli della vasca.

La vasca era bassa, visto che l'acqua non poteva debordare in casa, ma era fornita di un troppo-pieno che faceva defluire, ad un certo livello, l'acqua dentro una cisterna sotterranea. Di solito aveva un bordo e uno o più gradini interni, talvolta con un mosaico sul fondo ed intorno alla vasca. Questa acqua serviva per innaffiare il giardino, lavare i panni e tenere pulita la casa. Per bere si ricorreva invece ad un pozzo posto in genere nel giardino.



TABLINIUM

Sul fondo dell'atrio, proprio di fronte all'entrata, si trovava una grande sala di soggiorno (tablinum), separata dall'atrio soltanto da tendaggi. In questa parte della casa erano esposte le immagini degli antenati, le opere d'arte, gli oggetti di lusso e altri segni di nobiltà o di ricchezza.

Nella parete dell'atrium, posta direttamente di fronte all'ingresso, si apriva dunque questa grande stanza, la stanza-studio del padrone di casa dove erano conservati gli archivi di famiglia e dove riceveva i suoi clienti: aveva gli angoli delle pareti foggiate a pilastri, era separata dall'atrium soltanto da tendaggi, e aveva un'ampia finestra che dava sul peristylium da cui riceveva luce ed aria.

Era arredata spesso con un grande tavolo di pietra ed una imponente sedia posti al centro della stanza, in legno o in vimini, corredata di ricchi cuscini damascati con frange e pennacchi, mentre di lato erano sistemati alcuni sgabelli, tutti arredi dalle gambe tornite e decorate con intagli in osso, in avorio o in bronzo.

Qui il padrone di casa riceveva i visitatori, i clienti, gli schiavi da lui liberati, i soci, i questuanti e gli alleati politici, oppure persone che gli offrivano qualcosa o da cui doveva ottenere lui stesso qualcosa. In origine esso conteneva anche il letto maritale, ovvero il talamo nuziale; più tardi rimase soltanto come sala di ricevimento.

Il tablinum (o tabulinum, da tabula) introduceva dall'atrio al peristilio, da cui era separato da un'ampia finestra o da una stanzetta. Le sue pareti erano affrescate, e i busti marmorei della gens e della familia erano posti su piedistalli ai due lati della stanza.

Esso era a tutti gli effetti l'ufficio o lo studio del capofamiglia, il luogo dove egli svolgeva gli affari, in genere era dotato di un tavolo, di una seggiola su cui poteva sedere il dominus, nonchè una per l'ospite, o più di una per gli ospiti, di un ricco forziere, di uno o due candelabri, di tavolinetti più piccoli dove venivano posate bottiglie e bicchieri per offrire agli ospiti di riguardo, o vasellame d'argento che dessero l'idea della ricchezza del proprietario e pure del suo buon gusto.

PERISTYLIUM (By Matthias Riegler)

PERISTYLIUM

La vita privata della famiglia si svolgeva di solito nella parte posteriore della casa, raccolta intorno ad un giardino ben curato, che poteva anche essere circondato da un portico a colonne (peristilio) e ornato da statue, marmi e fontane.

Il peristylium consisteva in un giardino (Hortus) in cui crescevano con ordine ed armonia erbe e fiori, con sentieri, aiuole e a volte piccoli labirinti, il giardino all'italiana nasce da qui, quel giardino a siepi elaborate che poi in Francia verrà chiamato giardino alla francese. Il giardiniere curava le piante e spesso le sagomava a forma di animali.

Era circondato su ogni lato da un portico (Porticus) generalmente a due piani, sostenuto da colonne: il tutto arricchito da numerose opere d'arte, ornamenti marmorei, da affreschi, statue, fontane e oggetti in marmo (vasi, tavoli e panche).

Generalmente si appendevano alla sommità delle sue colonne degli oggetti che oscillavano al vento, detti appunto "Oscilla" (oscillum al singolare) che potevano essere di marmo inciso (da ambedue le parti) o in terracotta, o in bronzo o in gesso colorato.

Era la zona più luminosa, e spesso una delle più sontuose. Nel peristilio non era raro trovare anche una piscina, in genere stretta e lunga. Nel Peristylium affacciavano anche le camere da letto padronali, generalmente a due piani, sostenuti da colonne: lo arricchivano numerose opere d'arte e ornamenti marmorei.

Quest'ultimo era un cortile contornato da colonne sulle quali si poneva un tetto che si appoggiava alla casa. Le colonne avevano capitelli tuscanici, o dorici, o ionici o corinzii. Potevano essere lisce o scanalate, in marmo o in muratura.

Talvolta venivano dipinte di rosso in genere nella parte inferiore, in questo caso la parte dipinta era liscia mentre la superiore era scanalata. Veniva così a crearsi un portico le cui pareti erano spesso finemente decorate con pitture e mosaici.

Il pavimento del portico era generalmente in cocciopesto (con mescolato coccio o pietrisco), o in cotto, o in marmo composito o in mosaico. L'interno del peristilio conteneva piante, alberi, fontane, balaustre, statue, vasi, erme, tavolini in pietra, vasche con pesci e piscine.

Talvolta la piscina centrale era pur restando stretta, però molto lunga, si da ospitare ponticelli che facessero passare da una parte all'altra, e talvolta erano costellate ai bordi di statue e pure di panchine che consentivano di godere della frescura dell'acqua. Alcune domus possedevano invece piccole o grandi vasche di pesci, o fontane con giochi e schizzi d'acqua che potevano essere aperti o chiusi mediante macchinari.

Il peristylio accoglieva panchine lavorate, in granito o in marmo, e sui muri spesso dipinti con grottesche, scene mitiche, divinità, scene di animali o di piante e uccelli. Talvolta invece le pareti erano decorate in opus sectile, cioè con marmi colorati tagliati e inseriti tra loro.

Quest'ultima soluzione era molto costosa ma redditizia nel tempo perchè non si rovinava. La pittura invece era destinata a deteriorarsi per cui dopo diversi anni doveva essere ricostituita. Da considerare però che gli artisti all'epoca erano tanti e non costavano moltissimo. L'arte a Roma e dintorni era di casa.



CUBICULUM

Le camere da letto si chiamavano cubicoli. Esse, come indica il nome, erano stanze piccole, il più delle volte prive di finestre e si aprivano ai lati sinistro e destro dell'atrium. In genere i padroni dormivano in letti divisi, talvolta in un'unica stanza, talvolta in due stanze separate. In ogni caso il letto matrimoniale per i romani non esisteva.

CUBICULUM
In latino erano dette cubicula (al singolare cubiculum), delle piccole e buie camere da letto simili a delle cellette alla cui illuminazione provvedevano soltanto delle deboli lucerne che poco evidenziano quei capolavori di affreschi o di mosaici che spesso decoravano queste stanze, e le alae, due ambienti di disimpegno aperti. Sulle due ali (alae) del peristylium vi erano le camere i cubicula padronali, un po' piu' ampi di quelli nelle ali dell'atrio, talvolta con una finestrella munita di grate.

O almeno questo si pensa, ma non abbiamo idea di quali e quanti candelabri illuminassero la stanza finchè i padroni, che di solito dormivano in stanze divise, non avessero preso sonno. Era in genere compito dello schiavo spegnere silenziosamente le lanterne quando si accorgeva che l'altro aveva preso sonno.

D'altronde non avrebbe avuto senso ornare tanto le pareti con scene mitiche o di freschi giardini se il proprietario non avesse l'uso di restare per un po' sveglio, magari leggendo qualche testo di allora che oltre a deliziarlo gli conciliasse il sonno.

Il cubiculum aveva in genere un pavimento di mosaico a tessere bianche con semplici ornamenti, le pitture alle pareti erano diverse per stile e colore da quelle del resto della casa e il soffitto sopra il letto era sempre a volta.

L'arredamento dei cubicula erano i letti, i più diffusi erano dei lettini a una piazza (lectuli); vi erano poi quelli a due piazze per gli sposi (lectus genialis). I letti potevano essere in bronzo, più spesso in legno lavorato o in legni pregiati esotici che lucidati emanavano tanti colori come le piume di un pavone (lecti pavonini).

LA CULINA

CULINA

Si affacciavano sul peristylium anche la cucina (culina) che, vista la sontuosita' dei banchetti si potrebbe pensare fosse una stanza grande come sullo stile di quelle medievali, invece era il locale piu' piccolo e tetro della casa; uno sgabuzzino occupato quasi tutto da un focolare in muratura, invaso dal fumo che usciva da un buco sul soffitto vista l'assenza di fumaioli, con la presenza di un camino, un piccolo forno per il pane e l'acquaio.

La cucina non aveva comunque una ubicazione fissa; a volte la si trovava anche che affacciava nell'atrium, ma e' caratteristica costante che fosse stata sempre un ambiente piccolo e buio. Un aspetto comune delle cucine romane erano le casseruole e pentole di rame (o bronzo) fissate sulla parete in bella mostra, con accanto i colini; arricchivano la dotazione degli utensili i pestelli in marmo, gli spiedi, le padelle di terracotta, le teglie a forma di pesce o di coniglio.

Il piano di cottura era costituito da un bancone in muratura dove veniva spianata la brace come in un barbecue; il fuoco si accendeva grazie ad un acciarino a forma di ferro di cavallo che, tenuto per la parte centrale, veniva fatto percuotere addosso ad un pezzo di quarzo tenuto fermo dall'altra mano; da innesco veniva usata una striscia di fungo legnoso del genere Fomes che cresceva sugli alberi e della paglia quando il fungo cominciava a rilasciare il calore ricevuto dalle scintille. Una volta calda la brace, su questa venivano posizionati sopra dei tre piedi di metallo, come fornelli, dove sopra vi si mettevano le pentole e le marmitte.

Vedi anche: LA CUCINA ROMANA

IL BALNEUM

BALNEUM

Annesso alla cucina c'era il bagno (balneus), riservato alla famiglia padronale, e le stanze della servitu' (cellae servorum); queste non avevano una disposizione fissa (a volte, infatti, si trovavano nella parte dell'atrium).

Quattordici acquedotti che portavano all'Urbe un miliardo di litri d'acqua al giorno, 247 vasche di decantazione (castella), le numerose fontane ornamentali, le grosse canalizzazioni delle case private hanno fatto pensare che nella case romane vi fosse una distribuzione di acqua corrente in tutta l'urbe.

Solo con il principato di Traiano l'acqua (aqua Traiana) di sorgente fu portata sulla riva destra del Tevere dove la gente sino ad allora si era dovuta servire di quella dei pozzi. Poi anche nella riva sinistra le derivazioni collegate ai castella, venivano concesse dietro pagamento di un canone solo a titolo strettamente personale e per le terre agricole.

Il balneum, il bagno romano, era l'esatta copia delle terme (comprendeva infatti l'apodyterium, lo spogliatoio, il calidarium, la piscina dell'acqua calda, il tepidarium, piscina dell'acqua tiepida, per arrivare al frigidarium che era la piscina con l'acqua fredda). In alcune ville più ricche si poteva trovare anche la bibliotheca, la diaeta, un padiglione per intrattenere gli ospiti ed il solarium, una terrazza che poteva anche essere coperta.

IL TRICLINIUM

TRICLINIUM

La sala da pranzo veniva chiamata triclinio perché conteneva tre letti a tre posti, su cui i romani si sdraiavano durante i banchetti. Il triclinio detto oecus tricliniare o triclinium, poteva essere ubicato di fianco a una delle due alae, ed era la grande e sontuosa sala da pranzo, che prendeva luce da una apertura che dava da una parte sul peristylium e dall'altra sull'atrio.

Si trovava nell'una o nell'altra parte della casa, spesso in entrambe. Pertanto si poteva avere più di un triclinio, in genere i due lati si usavano a riguardo della stagione. L'esposizione a nord nella stagione più calda, a sud nella stagione primaverile o autunnale e invece interna alla casa nella stagione più fredda. Così i letti venivano spostati da un lato all'altro della casa a seconda del numero degli ospiti.

TROCLINI IN MURATURA
I triclini erano lussuosi, con affreschi alle pareti e mosaici ai pavimenti. In epoca imperiale furono soggetti a trasformazioni in esedra, sala per feste e ricevimenti. In genere queste stanze erano a tre letti ma esistevano però triclini più vasti che potevano accogliere più letti di questi. In genere questi erano eseguiti in muratura, rivestiti con materassini e lenzuola, con coperte nella stagione più fredda.

Trattavasi di un letto unico a tre lati, muniti di cuscini, lenzuola e coperte con lo spazio per tavolini interni. Gli ospiti giacevano a pancia sotto poggiando su un gomito e con l'altra mano pescavano bocconcini di cibo già tagliati e posti nelle ciotole dagli schiavi.

Gli schiavi porgevano loro i bicchieri e il cibo, toglievano i piatti vuoti, fornivano le salviette per pulirsi e cambiavano o lenzuolini se si sporcavano. In altri casi si trattava di letti veri e propri, di legno, semplici o decorati.

I tre letti, all'interno del triclinio, erano disposti a ferro di cavallo in modo da permettere facilmente il passaggio della schiavitù. Il letto centrale, il medius lectus, che poteva contenere più di un solo letto, era destinato agli ospiti più importanti, tra i quali vi era il personaggio più prestigioso in assoluto, che sedeva sulla parte più alta, il locus consularius.

I triclini laterali, che potevano contenere più di un solo letto ed erano sempre posti affiancati, erano chiamati rispettivamente imus lectus, destinato alle persone meno importanti, tra cui, per rispetto agli ospiti si poneva il padrone, e il sumus lectus, su cui erano gli ospiti di media importanza.

Tra i letti triclinari vi era un tavolo che, a seconda della sua forma, assumeva nomi diversi: quello di forma quadrata era detto cilliba e poggiava su quattro piedi, quello circolare, che poggiava su tre piedi, veniva chiamato mensa, e quello utilizzato per le bevande era detto urnarium.

Alla fine di ogni banchetto la servitù provvedeva a rimettere in ordine i letti triclinari sostituendone le lenzuola macchiate, ed a raccogliere dal pavimento i resti del cibo gettato, secondo usanza, in terra durante il pasto. Ma gli schiavi personali che spesso gli ospiti stessi si portavano, badavano a cambiare la clamide del padrone quando la scorgevano macchiata o provvedevano a nettargli le mani con acqua di rose fornita dagli schiavi del padrone.

Vedi anche: IL TRICLINIO



HORTUS

Nella parte posteriore della casa, al cui centro vi era il peristilio (peristylium), si svolgeva di solito la vita privata della famiglia, tutta raccolta intorno ad un giardino ben curato (Hortus), che poteva anche essere circondato da un portico a colonne (porticus) e ornato da statue, marmi e fontane, dove affacciavano le camere da letto (i cubicola) padronali.

I Romani iniziarono a riservare spazi verdi all’interno delle domus cittadine, a partire dal II secolo a.c., un po' all'uso greco greco, dove la cura di piccoli frutteti o giardini era già in uso fin dal V sec. a.c.  I primi horti romani riguardarono anzitutto gli alberi da frutto e le erbe aromatiche. Seguirono poi i viridaria, con specie arboree e da fiore provenienti da tutto il bacino del mediterraneo, coltivati sia per l'uso commestibile che per la bellezza.

Negli horti delle domus si coltivavano, oltre agli alberi da frutto, il rosmarino, l'alloro. la salvia, le rape, la ruta, il rafano, le carote, l'issopo, la borragine, l'achillea, le cipolle, l'aglio, i porri, la lattuga, la cicoria, i carciofi, l'indivia e i cetrioli. Il termine hortus tuttavia venne comunemente utilizzato per indicare sia l’orto-frutteto che il viridarium.

Vedi anche: IL GIARDINO ROMANO



PISCINULA
PISCINULA

Il termine piscinula deriva da piscis, pesce, in quanto vasca atta a contenere i pesci, che divenne tuttavia una delle bellezze dei peristilii.

Essa costituiva uno dei maggiori pregi del peristilio, perchè nella stagione calda contribuiva con le piante a tenere l'aria più fresca.

Era d'uso anche cenare accanto alla piscina godendo del dolce rumore dell'acqua e della sua frescura.

Alcuni amavano porre dei pesci nella piscina, altri la riservavano per potervisi bagnare, senza però esporsi al sole, perchè le romane amavano il candore della pelle, l'abbronzatura era riservata alle schiave e alle contadine.

La piscina era rivestita di marmi e così il suo bordo, oppure era in massi di travertino. Sul suo bordo si ponevano panchine, statuette, vasi di marmo, erme, cespugli ecc.



PORTICUS

Il giardino romano nelle ricche ville ornate e abbellite di capolavori, era quasi sempre circondato da un porticato di colonne, raramente di mattoni, più spesso di marmo. Le colonne di mattoni erano tonde o quadrate, quelle in marmo erano tonde, talvolta colorate per metà, in genere con la parte inferiore rossa e quella superiore gialla o bianca, oppure di colore naturale.

Le colonne avevano una base e un capitello ciascuna che sorreggevano il tetto spiovente sotto cui ripararsi dalla pioggia e dalla calura. Talvolta sotto al porticato si apriva il triclinio estivo, spesso eseguito in muratura.



EXEDRA

Il significato greco originale dell'esedra era di un sedile all'esterno della porta conducente a una stanza che si apre su un portico, circondata tutt'intorno da banchi di pietra alti e ricurvi: un ambiente aperto destinato a luogo di ritrovo e conversazione filosofica. Un'esedra poteva anche essere uno spazio vuoto ricurvo in un colonnato, magari con una cupola e comunque in genere con sede semicircolare.

L'esedra fu adottata dai Romani, ma come un grande ambiente di ricevimento, di ricreazione, utilizzato anche per banchetti e cene, con pavimenti in mosaico e pareti ricoperte di affreschi e marmi colorati. A volte avevano piani diversi, con scalinate, balaustre, scogli di pomice, statue, acqua che discendeva in rivoli, piante lacustri e portatorce per riflettere le luci tremule delle torce sulle acque gorgoglianti.



I PAVIMENTI ROMANI

Le stanze potevano essere pavimentate con tecniche speciali di diverso pregio: cocciopesto, piastrelle di terracotta, mosaici in bianco e nero o a colori, e preziosissimi pavimenti in marmo detti sectilia.

Le pareti e a volte anche il soffitto erano decorate con affreschi. Poiché le stanze avevano una funzione prefissata spesso si adattavano i mosaici alla destinazione dell'ambiente. Per il triclinium, ad esempio, le nature morte dei cibi.

Nei vani di rappresentanza o destinati alla vita privata compare dal I sec. d.c. il battuto cementizio a fondo rosso con decorazioni lineari di tessere calcaree bianche. Al centro vi si poneva un mosaico a tappeto in cementizio con pietre multicolori o una campitura di cementizio con scaglie in pietre di vari colori a tutto campo.
 
Nelle terme si usava il laterizio con elementi di varie forme, talora associati a tesserine di calcare; infine l'opus spicatum, in parte nel vestibolo e, nel complesso termale, nella latrina e nei vani interpretati come apodyterium e frigidarium. Il sistema decorativo dei pavimenti in laterizio e battuti cementizi decorati venne poi ripreso nel tempo dai pavimenti veneziani e dalle famose cementine dei primi "900",



RISCALDAMENTO

Gli impianti di riscaldamento romani erano costituiti dall’ipocausi, uno o due fornelli alimentati secondo l'intensità o la durata della fiamma da legna, carbone vegetale o fascine e da un canale attraverso il quale passava il calore assieme alla fuliggine e al fumo che arrivavano nell'ipocausto adiacente, formato da piccole pile di mattoni (suspensurae) attraverso il quale circolava il calore che scaldava il pavimento delle stanze sospese sopra lo stesso ipocausto.

Le suspensurae non ricoprivano mai l'intera superficie degli ipocausti per cui per scaldare il pavimento di una stanza occorrevano più ipocausti. Invece poteva essere utilizzato per riscaldare un vano unico e isolato come si vede nelle stanza da bagno delle ville pompeiane o nel calidarium delle terme.

Vedi anche: IL RISCALDAMENTO




ILLUMINAZIONE

Le domus romane erano grandi e spaziose, areate ed igieniche, fornite di bagni e latrine, dotate di acqua corrente, calda e fredda, riscaldate d'inverno da un riscaldamento centrale (gli ipocausti, complessi dispositivi che facevano passare correnti d'aria calda sotto i pavimenti), vetri colorati e decorazioni con mosaici, affreschi variopinti e statue, erano abitazioni volte a soddisfare i bisogni dei loro inquilini, abbinandovi bellezza ed estetica, tanto da poter essere considerate le più comode che siano state costruite fino al XX secolo.

L'illuminazione della casa romana si basava sulle ampie finestre usate per illuminare e ventilare gli ambienti ma non sempre le finestre erano provviste del lapis specularis, una sottile lastra di vetro o di mica. Ma esternamente la domus aveva solo finestre poste in alto sulla strada, onde evitare rumori e ladri.

Spesso il lapis specularis veniva usato per chiudere una serra, o una sala da bagno o le terme, o gli edifici pubblici, ma per le finestre delle case popolari, si usavano soprattutto tele o pelli che ostacolavano solo in parte il vento e la pioggia, oppure, nelle case un po' più ricche battenti in legno che riparavano meglio dal freddo o dal calore ma che non lasciavano passare la luce.

Plinio il Giovane, che pure povero non doveva essere, racconta che per ripararsi dal freddo era costretto a vivere allo scuro tanto che neppure si vedeva il bagliore dei lampi. Questo non significa però che le sue finestre non avessero vetri, ma che era costretto a chiudere anche gli sportelli delle finestre per non far entrare il freddo.

In pratica la domus era racchiusa su se stessa come un fortino: con finestre poste sempre in alto, e senza balconi. Gli ambienti prendevano aria e luce dalle aperture del soffitto in corrispondenza dei due principali e spaziali ambienti interni dell'atrium e del peristylium, che costituivano i centri delle due parti in cui la casa era divisa, rappresentando così la classica abitazione delle popolazioni meridionali e mediterranee, che invitava alla vita all'aperto.

Le domus naturalmente avevano il meglio, cioè lastre trasparenti alle finestre, di talco, di mica o di vetro, che era il più costoso. L'illuminazione artificiale era invece nelle ricche domus affidata alle candele, già conosciute da Greci ed Etruschi, questi ultimi ne facevano di cera d'api con stoppini di giunco, ma ha origini molto antiche anche presso i Romani.

Le candele di cera d'api erano un lusso, perchè per procurarsele occorreva possedere allevamenti di api o acquistarne da chi ne possedeva. I romani ne avevano molti di allevamenti nelle ville rustiche ma di certo l'uso era ingente rispetto alla produzione per cui il prezzo era notevole.

Le candele si ottenevano avvolgendo uno strato di cera o di sego a uno stoppino formato da piante palustri. Si formavano così dei piccoli ceri, simili a quelli che si usano in chiesa per accendere le candele, e poi se ne attorcigliavano alcuni insieme, formando grosse candele attorcigliate. ovvero "a torcione" che, per il loro aspetto simile a una fune, venivano chiamate funalia. Dall'essere attorcigliate deriva invece il nome italiano di "torcia".

Erano poi ampiamente usate le lucerne, tanto dai poveri quanto dai ricchi. Venivano alimentate con dell'olio, a volte di oliva, ma pure di noce, di sesamo, di ricino o di pesce e probabilmente di olii minerali, già conosciuti nel periodo antico, e di grassi animali, cioè di sego. Nelle domus venivano usati solo olii vegetali che spandevano un buon odore,

Si eseguirono lucerne in diversi materiali, in pietra, in vetro, o in metallo o in terracotta. Alcune venivano eseguite in metalli preziosi, argento e perfino oro. Nelle domus venivano usate le più costose, in metalli preziosi, in bronzo, in marmo o in vetro.

Esistevano lucerne aperte e lucerne chiuse. Quelle aperte erano a forma di coppa con bordo alto per evitare il traboccamento del combustibile. mentre lo stoppino veniva inserito in un beccuccio o un incavo nell'orlo.

Quelle chiuse, più usuali, avevano come unica apertura il beccuccio, oppure avevano un foro al centro con o senza coperchio. Se c'era il coperchio, in genere era per le lucerne di metallo e veniva attaccato alla lucerna con una catenella. Nelle case più sontuose, le lucerne costituivano veri e propri lampadari.

Per tenere alte le lucerne, oltre ad essere poggiate su candelabri a fusto con piattello, venivano appese, con catenelle, a candelabri a più braccia. Candelabri e lampadari erano dunque le illuminazioni più praticate nelle domus.

Le lucerne venivano appese a questi lunghi candelabri per illuminare meglio l'ambiente, realizzati in argento o in bronzo, c'era poi un braciere a terra per riscaldarsi, in genere in bronzo con decorazioni di statuette e incisioni, strumenti da scrivere e oggetti in argento ostentati sul tavolo a far bella mostra completavano l'arredamento tipico.

Vedi anche: ILLUMINAZIONE ROMANA



DECORAZIONI

I romani amavano il colore. Erano colorate le pareti esterne delle domus, come del resto anche quelle interne, e ovunque vi erano riquadri con figure, spesso mitologiche, piccoli paesaggi o decorazioni geometriche dai colori sgargianti: azzurro, rosso e giallo ocra.

Il mondo dei romani era vistosamente colorato, molto più del nostro attuale, dagli interni delle case, ai monumenti e agli abiti delle persone che nelle grandi occasioni esibivano un vero trionfo di tonalità.

Le statue erano colorate e così spesso venivano colorate le colonne, per non parlare dei frontoni degli edifici. Non solo le pareti erano affrescate, ma pure i pavimenti erano elaborati con mosaici, spesso in bianco e nero, ma pure in pietre colorate. Anche i ninfei e le esedre venivano ornati a mosaico, e spesso con tasselli di pasta vitrea che erano dotati di mille sfumature e mille colori.

Ma non basta, perchè anche i soffitti venivano colorati. I solai in legno venivano coperti con un soffitto a cassettoni, che molto spesso si crede di invenzioni medievali. Invece i romani abbellirono i loro soffitti cassettonati con sculture in legno in genere floreali, in qualche caso con teste di animali o altri fregi, dipinte in vari colori e in varie sfumature.

ALCUNI ESEMPI DI ARREDO ROMANO

I MOBILI

Nelle domus romane, per quanto ricche, erano presenti pochissimi mobili, a cominciare da piccoli armadi a muro (armarium) e bauli usati per riporvi i vestiti, i triclinium, e i letti (cubicula), invece abbondavano le decorazioni alle pareti. Lo splendore della casa dipendeva infatti dalla qualità e la quantità di marmi, statue, e affreschi parietali.

I romani però facevano largo uso delle sedie, delle quali si conoscono molti tipi, come la sella o seggiola senza schienale, la sedia con schienale e braccioli (cathedra) e la sedia con un sedile lungo (longa).

In particolare colpiscono certe ampie sedie di vimini con alto schienale che usano ancora oggi e che si dichiarano di stile provenzale senza sospettarne la provenienza romana.

I romani usavano tavoli a quattro gambe di marmo o di legno su i quali venivano esposti per essere ammirati gli oggetti più preziosi (cartibula), o da tavolini tondi in legno o bronzo con tre o quattro gambe mobili. Più rare le sedie di cui i romani non sentivano la necessità poiché usavano prevalentemente i letti. Vi era una particolare sedia, una specie di seggiolone (thronus) ma era destinato agli Dei.

La sedia con la spalliera più o meno inclinata (cathedra) era usata dalle grandi dame romane che Giovenale accusa di mollezza. I resti di questa particolare sedia sono stati ritrovati nella sala di ricevimento del palazzo di Augusto e nello studio di Plinio il Giovane dove egli riceveva i suoi amici.

Successivamente divenne la sedia del maestro nella schola e ancora più tardi del prete cristiano.
I romani sedevano di solito su dei banchi (scramna) o preferivano usare degli sgabelli senza spalliera e braccioli (subsellia) che portavano con sé.

C'erano poi degli armadietti dove si riponevano le lenzuola, oppure l'argenteria, o i rotoli di pergamena o altre cose. Erano armadi con gli sportelli fatti di legni incrociati o vimini intrecciati, dove filtrava luce e aria, un po' come certi armadietti etnici di oggi.

Infatti i romani le vesti non le riponevano negli armadi ma nei bauli, puliti e ripiegati per benino, ma pure ben stirati, perchè dovevano essere perfetti onde modulare bene le pieghe. Non sappiamo come stirassero le vesti, forse con dei ferri caldi o pietre calde, fattostà che i romani portavano anche vesti di lino e il lino gualcito sarebbe stato orribile.

Tappeti, coperte, trapunte completavano l'arredamento della casa romana stesi sul letto o sulle sellae dove brillava il vasellame in argento dei ricchi, spesso istoriato d'oro dai maestri cesellatori e incastonato di pietre preziose. Ben diverso quello dei poveri in semplice argilla.

Per un approfondimento: 
- SERRATURE


BIBLIO

- L. Crema - L’architettura romana - Torino - 1959 -
- Elisa Romano - La capanna e il tempio. Vitruvio o dell'architettura - Palermo - Palumbo - 1987 -
- James C. Anderson - Architettura e società romana - Baltimore - Johns Hopkins Univ. Stampa - a cura di Martin Henig - Oxford - Oxford Univ. - Comitato per l'archeologia - 1997 -
- Alberto Angela - "Una giornata nell'antica Roma. Vita quotidiana, segreti e curiosità" - Mondadori - Milano - Ristampa 2017 -
- Ranuccio Bianchi Bandinelli, Mario Torelli - L'arte dell'antichità classica - Etruria-Roma - Utet - Torino 1976 -





 

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