Showing posts with label altro. Show all posts
Showing posts with label altro. Show all posts

LA NAVE DI ENEA


0 comment
LA NAVE DI ENEA

ENEA

Fuggito dalla bellissima Troia ormai in fiamme, l’eroe troiano Enea. figlio della Dea Venere e del mortale Anchise, intraprende un lungo viaggio che lo porterà a toccare diverse sponde del Mediterraneo; sbarcherà in Sicilia, poi sarà sbattuto da una tempesta in Africa, e qui intreccerà una storia d’amore con la regina fenicia Didone, anch’essa esule, anch’essa impegnata a costruire nuove mura per i suoi compagni.

Enea, spinto dagli Dei a riprendere il mare, giungerà infine sulle coste del Lazio, dove lo attende una sposa di stirpe regale, la dolcissima Lavinia, ma anche una guerra per ottenere la sua mano; infine, dall’unione dell’eroe troiano e della principessa italica discenderà una stirpe destinata a raggiungere il proprio culmine, di lì a molti anni, nei due gemelli Romolo e Remo, fondatori della città di Roma che il fato chiama a governare su tutto il mondo conosciuto.

E' il grande poeta latino Virgilio, nella sua Eneide, a narrare della guerra di Troia, da cui il Enea doveva salvarsi, mentre altri grandi eroi come Achille o Ettore muoiono sul campo. Lo annuncia Posidone, nell’Iliade: allorché, intervenendo per sottrarre Enea ad uno scontro con Achille dal quale non sarebbe uscito vivo, spiega come Zeus abbia ritirato il suo favore a Priamo e alla sua stirpe, votandoli alla cancellazione, mentre Enea avrebbe avuto sorte migliore.

Enea fugge: dalle coste settentrionali della Grecia alla Sicilia e poi all’Italia, e nei secoli successivi saranno molte le città che si attribuiranno un’origine troiana, o i templi che si pretenderanno fondati dagli esuli frigi, così come si moltiplicheranno le tombe di Anchise e gli stessi sepolcri di Enea. Quel che è certo è che dalla sua progenie nascerà la città a cui tutti i popoli si inchinarono, l'eterna Roma.


PROCOPIO DI CESAREA

NAVALIA DELLA NAVE DI ENEA

Procopio di Cesarea (490 Costantinopoli - 560 circa), fu uno storico e generale bizantino, ma pure
avvocato, retore e sofista. Divenne consigliere del generale Belisario nel 527. Prese parte alla guerra iberica (526-532) contro i Sasanidi e alla guerra vandalica (533-534) contro i Vandali.

Procopio racconta poi di essere stato accompagnato dai pochi Romani del VI secolo residenti a Roma, che a stento vivevano ancora nell’ Urbe, a visitare lungo le rive del Tevere un arsenale navale o Navalia, dove pare essere stata conservata la nave di Enea con la quale l’eroe Troiano arrivò sulle rive del Lazio, circa 15 secoli prima dei fatti narrati, per compiere il suo destino.

Procopio inizia il suo racconto della visita all’ arsenale e alla nave, facendo prima gli elogi ai Romani dell’ epoca, come quelli, tra tutti i popoli, più amanti della propria Città, e così prosegue, Libro IV, Tomo XXII :

“Eppure più di ogni altro popolo, a nostra notizia, i Romani sono affezionati alla loro città e si dan premura di mantenere e di conservare ogni cosa patria, perchè nulla dell’ antica bellezza di Roma vada perduta. Ed invero, per quanto lungamente subissero l’ influsso barbarico, riuscirono a salvare gli edifici pubblici e la maggior parte dei pubblici ornamenti, quanti per si gran tratto di tempo, grazie al genio dei loro autori, poterono resistere, benché trasandati, come pure quanti monumenti o ricordi rimanessero della loro prosapia, fra i quali la nave di Enea, fondatore della città, esiste tuttavia, spettacolo oltre ogni credere interessante. 

ADDIO DI VENERE AD ENEA - TIEPOLO

Per quella fecero nel mezzo della città un cantiere sulla riva del Tevere, ove collocata da quel tempo, la conservano. Come essa sia fatta io, che l’ho vista, vengo a riferire. Ha un solo ordine di remi quella nave ed è assai estesa. Misura in lunghezza 120 piedi e in larghezza 25 ( circa 36 metri per 7,5 metri ), ed è alta tanto è possibile senza impedire la manovra dei remi. I legni che la compongono non sono nè incollati fra loro nè tenuti insieme per mezzo di ferri, ma sono tutti quanti di un solo pezzo, fatti sopra ogni credere ottimamente e quali a nostra notizia, non se ne vider mai se non in quella sola nave. 

Poiché la carena cavata da un sol tronco va da poppa a prua insensibilmente divenendo cava in modo mirabile e quindi nuovamente a poco a poco ridiviene retta e protesa. Tutte le grosse costole poi, che vengono adattate alla carena, si estendono ciascuna dall’ uno all’ altro fianco della nave, ed anche queste partendo da ambedue i bordi, si adagiano formando una curva d’assai bella forma, in conformità della curvatura della nave, sia che la natura stessa secondo i bisogni del loro uso abbia dato a quei legni già da se quel taglio e quella curvatura, sia che, con arte manuale e con altri ordigni, di piani fossero quei regoli fatti curvi. 

Inoltre ognuna delle tavole partendo dalla cima alla poppa giunge all’ altra estremità della nave, tutta di un sol pezzo e fornita di chiodi di ferro unicamente all’uopo d’essere commessa con la travatura in modo da formare la parete. Questa nave così fatta è mirabile a vedere più di quello che possa dirvi in parole; ed invero tutte le opere straordinarie sono sempre per natura difficili a descrivere, e tanto superiori al linguaggio quanto lo sono all’ ordinario pensiero. 

Di questi legni non ve n’è uno che sia imputridito, niuno che si vegga tarlato, ma quella nave sana in tutto ed integra come se uscisse pur ora dalle mani dell’ artefice, quale egli fosse, conservasi mirabilmente fino a questi giorni; e tanto sia detto di questa nave di Enea. "

(Procopio di Cesarea)

L'APPRODO DI ENEA SULLE COSTE LAZIALI

RODOLFO LANCIANI

NAVALIA

Sorgevano in quella parte del Campo Marzio, presso il Tevere, che è di fronte al monte Vaticano (Liv. 3, 26. Plin. nat. hist. 18, 20); specie di banchine della cui esistenza non si ha notizia prima del dittatore Lucius Quinctius Cincinnatus (Liv. 1. c), e in cui più che costruirsi, si conservavano le navi dello Stato (Liv. 8, 14, 12 ;45, 42, 12. Pint. Cato min. 39). 

Alia metà del secolo i a.c. fu amplificata dall'architetto greco Herraodorus (Cic. de or. 1, 14, 62). Procopio narra di avervi veduto ancora la nave con cui Enea venne in Italia (Goth. 4, 22). In relazione coi medesimi era certo la Porta navalis ricordata da Paolo Diacono (p. 179). 

(Rodolfo Lanciani)

I NAVALIA A ROMA

ANDREA CARANDINI

LA NAVE DI ENEA E IL SUO RICOVERO

I Greci per molto tempo hanno ignorato la leggenda di Roma e così si erano figurati che la città fosse stata fondata da Enea. Al contrario, nessuno storico romano ha mai creduto ciò, salvo Sallustio in una sua punta ellenizzante. ­­­­­

Quindi, mentre Enea era venerato a Lavinio, dove in una tomba di un re locale era stata riconosciuta intorno al 575 a.C. la sua tomba, a Roma si venerava Romolo, forse alla sua casa sul Cermalus, nel Volcanal al foro, dove il re era stato ucciso e squartato dai suoi consiglieri, e sul Quirinale, dove era il culto del dio Quirino al quale il fondatore era stato assimilato.

Invece nessun culto di Enea fondatore esiste a Roma. Esisteva tuttavia una sua memoria: la nave con la quale sarebbe approdato nel sito di Roma. Procopio (La guerra Gotica, 4.22.8) racconta di aver visto, lungo il Tevere e in mezzo alla città, un ricovero navale in cui era ospitata la reliquia integra della nave di Enea, nella descrizione della quale (un ordine di remi, lunga 120 e larga 25 piedi, ecc.) è possibile riconoscere una pentecontoros, cioè una nave di tipo arcaico.

Nei prata Flaminia, tra la aedes Castoris e il teatro di Marcello, davanti a magazzini porticati affacciati sul Tevere, era un edificio strano, lungo e stretto. Verso est era un’area di accesso circondato su tre lati da colonne, una scalinata affiancata da muri che culminavano in una esedra semicircolare, che forse conteneva una statua dell’eroe: un heroon di Enea?

Dietro l’esedra era il ricovero in cui era conservata la nave attribuita all’eroe. Abbiamo ricostruito il monumento, integrando la Forma Urbis Severiana, solo in parte conservata, immaginando un edificio sul genere dei navalia, anche perché in questa zona prospicente l’isola Tiberina erano stati un tempo i primi navalia (Livio, 3.26.8, 45.42.12; Valerio Massimo, 1.8.2).

Lì vicino, nel 291 a.c., aveva attraccato anche la trireme che aveva trasportato il serpente sacro da Epidauro, come mostra un medaglione di Antonino Pio.

L’edificio da noi identificato come il ricovero della nave di Enea, disposto in uno spazio non rettilineo, dove il Tevere ­­­­­piegava, fa pensare a un assetto non anteriore alla seconda metà del i secolo a.c., quando i navalia erano stati qui in gran parte smantellati.

Potrebbe trattarsi di una riviviscenza della leggenda di Enea a Roma, che bene si inquadrerebbe al tempo di Augusto, quando Virgilio nel libro viii dell’Eneide (29-19 a.c.) ha descritto Evandro che accoglie Enea approdato a Roma.

(Andrea Carandini)


BIBLIO

- Filippo Coarelli - Navalia, Tarentum e Campo Marzio - Studi di topografia romana - Roma - De Luca 1968 -
- Lucos Cozza - Pier Luigi Tucci - Navalia . Archeologia Classica - Erma di Bretschneider - 2006 -
- Christina Wawrzinek - In portum navigare: Römische Häfen an Flüssen und Seen - De Gruyter Akademie Forschung - 2014 -- Pier Luigi Tucci - Lucos Cozza - Navalia - Archeologia Classica 57 - 2006 -
- David Potter -The Roman Army and Navy - in Harriet I. Flower - The Cambridge Companion to the Roman Republic - Cambridge University Press - 2004 -



AREA ARCHEOLOGICA DI POZZO PANTALEO


2 comment


L’AREA ARCHEOLOGICA DI POZZO PANTALEO 

La zona di Pozzo Pantaleo venne indagata tra il 1983 e il 1989 per lavori Acea in area di proprietà ENI, ma anche più recentemente lungo la via Portuense, presso il ponte della ferrovia. Si è scoperta una zona abitata tra il I e il V sec. d.c., data la presenza della via Campana e la via Portuense, dove in epoca imperiale si sviluppò una vasta necropoli ma pure un centro abitato. 

Attraverso queste due vie Roma si collegava con i suoi impianti portuali, con traffici di merci e di viaggiatori. E' emerso un tratto ben conservato della via Campana, larga m 4,60, con gli evidenti solchi lasciati dalle ruote dei carri che conserva ai lati le crepidini, o marciapiedi, di cui si conserva solo quella sul lato occidentale.

AREA ARCHEOLOGICA

L'accesso alla mansio, avveniva attraverso un porticato dietro il quale si articolavano una serie di vani e cortili scoperti serviti da fontane, vasche e pozzi, collegati anche ad una rete di cunicoli fognari che servivano fra l’altro a drenare le acque di scorrimento dalla collina tufacea retrostante. 

Tra i servizi offerti vi era la presenza di un impianto termale, solo parzialmente scavato, con ambienti costruiti in opera mista, alcuni dei quali dotati di sistema di riscaldamento con il pavimento rialzato su suspensurae, le caratteristiche colonnine di mattoni per consentire la creazione di un’intercapedine atta alla circolazione dell’aria calda, incanalata nei tubuli di terracotta disposti lungo le pareti. 

Alcuni vani presentavano pavimentazioni in mosaico bianco e nero, purtroppo in mediocre stato di conservazione, con raffigurazioni ispirate probabilmente al corteo marino del Dio Nettuno, tra le quali sono stati riconosciuti un Tritone, una Nereide e un putto.



POZZO PANTALEO

Pozzo Pantaleo è un mausoleo romano, che deve il nome al riutilizzo come cisterna (pozzo) e, successivamente, come chiesina dedicata al culto di San Pantaleo, un santo che ha riempito il suolo italico di reliquie, Venezia ad esempio ne possiede un braccio. 

Il mausoleo risale al I o II sec. d.c. ma viene scoperto dalla Sovrintendenza di Roma solo nel 1998. Ha pianta circolare ed è in opera laterizia, con corridoio anulare esterno e copertura a volta. L’ingresso alla camera sepolcrale era da un ampio ingresso con soglia in marmo, aperto a nord. 

L’interno presenta una sequenza di nicchie, tamponate con muratura in opera quasi reticolata, intonacato con malta idraulica alta circa metà dell’alzato, con una sequenza di ampie celle radiali, alternate ad altre di dimensioni più piccole, tamponate con muratura in opera quasi reticolata di tufo. Al mausoleo sono legati altri ambienti ipogei, oltre ad una serie di tarde sepolture a cappuccina.

MOSAICO DI MAUSOLEO
Nella sua descrizione della Vigna in loco detto Pozzo Pantaleo Eschinardi annota: «Si dice che i Gentili se ne servissero superstiziosamente», attribuendo ai Gentili, la comunità ebraica romana che di certo non ha in simpatia, il riutilizzo del mausoleo circolare come piccolo tempio.

Eschinardi è tuttavia il solo a riportare una frequentazione ebraica, mentre numerose sono quelle attestanti una frequentazione cristiana. Ad esempio il medievale Catalogo di Torino descrive l’edificio come una piccola chiesa dedicata a San Pantaleone, chiamata San Pantaleo fuori Porta Portese.

In epoca rinascimentale la chiesina risulta abbandonata, e al suo porto il cartografo Eufrosino della Volpaia (1547) torna a disegnare un pozzo (rappresentato come un fontanile) affiancato ad un’edicola sacra non meglio identificata. Infine, l’agronomo Eschinardi annota che nel 1750, anno in cui scrive, nemmeno il pozzo è più in funzione: «Ora è ripieno di terra».

AREE MOSAICATE DELLE TERME

TERME DI POZZO PANTALEO

Le Terme di Pozzo Pantaleo sono un impianto termale pubblico di epoca imperiale, in opera laterizia e vittata (blocchetti di tufo), destinato ai bagni (abluzioni in acque calde e fredde), al ritrovo e la socialità. Del complesso sono stati scavati fino ad ora il calidarium e una parte del frigidarium.

Nel calidarium si svolgevano i bagni caldi e i bagni di vapore. Lo speciale pavimento è sorretto da suspensurae, al di sotto delle quali passa l’aria calda prodotta nel praefurnium (non scavato). Le pareti in opera laterizia e vittata (blocchetti di tufo) presentano dei tubuli, anch’essi destinati al passaggio dell’aria calda. 

In un secondo ambiente, identificato come frigidarium, sono presenti pavimenti con figure mitologiche in mosaico bianco e nero. Gli spogliatoi e la sala per i massaggi non sono stati invece individuati. Lo scavo è stato condotto tra il 1983 e il 1989; la struttura è riconoscibile, tra i vari manufatti di Pozzo Pantaleo, per la presenza di una tettoia protettiva.

MOSAICI DELLE TERME

I RESTI DEL CALIDARIUM

Tra il 1983 e il 1989 la Soprintendenza Archeologica di Roma rinviene i resti del calidarium (la sezione destinata ai bagni caldi e ai bagni di vapore). 

Il pavimento è retto da suspensurae, sorta di pilastrini al di sotto dei quali passa l’aria riscaldata prodotta dalla fornace (praefurnium). 

Nelle pareti sono presenti tubuli, ossia laterizi speciali a sezione rettangolare, anch’essi destinati alla circolazione dell’aria calda. 

I bagni si svolgevano in acque aromatizzate con spezie, profumi e talvolta vino, mentre il lavaggio vero e proprio si svolgeva con pietra pomice e cenere. 

È venuto alla luce anche un ambiente esterno, probabilmente parte del frigidarium (destinato ai bagni freddi) o del tepidarium (moderatamente riscaldato), con pavimenti in mosaico bianco e nero decorati con figure mitologiche.

Attorno a questi ambienti dovevano trovarsi gli spogliatoi e una sala per i massaggi, non ancora individuati. I resti delle terme sono oggi riparati dagli agenti atmosferici con una tettoia e sono chiusi al pubblico.

MOSAICO DI EDIFICIO FUNERARIO

LA MANSIO DI POZZO SAN PANTALEO

La mansio era la locanda di epoca imperiale per l'accoglienza e servizi ai viaggiatori, oltre al ricovero per gli animali. Vi si accedeva attraverso un porticato che introduceva ai cortili scoperti serviti da fontane, vasche e pozzi, collegati da cunicoli fognari che drenavano fra l'altro le acque di scorrimento dalla collina tufacea. 

Qui era possibile fare una sosta dal viaggio, lavarsi, consumare un pasto frugale, trovare ospitalità e magari compagnia a pagamento. Gli ambienti sono serviti da un doppio sistema idraulico (acque chiare e acque scure) alimentato dal vicino torrente e con cunicoli fognari per smaltire il refluo. Sono presenti anche una vasca impermeabile, foderata con malta idraulica, e un pozzo (per sopperire all’essiccazione estiva del torrente).

Il complesso offriva pure un impianto termale, solo parzialmente scavato, con ambienti scaldati a ipocausto, con pavimentazioni in mosaico bianco e nero, con raffigurazioni sul corteo marino del Dio Nettuno, con un Tritone, una Nereide e un putto.


MOSAICO DI EDIFICIO FUNERARIO

LA NECROPOLI

Un nuovo tratto della via Portuense è venuto in luce negli scavi dell’Enel del 1996, con diversi resti di altri monumenti funerari. Alla prima età imperiale risalgono i resti di un colombario e di diverse tombe a camera affacciate sulla via, con marmi, travertini, decorazioni dipinte con cornici a stucco, pavimentate a opus spicatum, e a mosaico. 

Nella necropoli ci sono alcune sepolture in fossa, a cassone in muratura e resti di almeno due ambienti funerari in opera laterizia. Una struttura semi-ipogea con corpo cilindrico in opera laterizia, all'interno di una camera circondata da un corridoio anulare coperto da volta a botte, con quattro grandi nicchie alternate ad altre più piccole.

Tra questi un mosaico in bianco e nero con cornice a meandro, con un vaso da cui escono tralci di vite con vari uccelli. Sul bordo un’iscrizione agli Dei Mani dei genitori per la figlia defunta di nome Petronia. Nel corso del III sec. d.c. molti edifici furono rioccupati da tombe con fosse per inumazioni. Una nuova occupazione vi fu, tra il IV e il V sec. d.c., di tombe povere tra i precedenti monumenti, semplici fosse coperte a cappuccina, deposizioni singole in anfora e collettive in ossuari.


TOMBA DELL'AIRONE

VIA PORTUENSE

Nuove testimonianze monumentali sono emerse tra il 2009 e il 2015 durante i lavori della via Portuense, lungo un altro tratto basolato con resti di un impianto termale con stanze pavimentate a mosaico e una grande cisterna. vennero rinvenuti molti oggetti femminili, spatole, spilloni, ossi in avorio, cucchiai per il trucco, il manico di uno specchio, balsamari, evidentemente un settore destinato alle donne. 

Numerosi anche i resti di altri monumenti funerari, con un mausoleo con un mosaico in bianco e nero con elegante motivo floreale, fine del I-inizi II sec. d.c.. Sul versante meridionale dell’antica via erano invece sepolture più modeste datate dal II sec. al IV sec. d.c., con tombe in fossa terragna, tombe a cassone in muratura con olle cinerarie, strutture quadrangolari in muratura le cd. cupe. 

Presso un piccolo mausoleo, si è trovato un cippo in travertino con iscrizione che ricorda l’intervento dell'imperatore Vespasiano (I sec. d.c.) per il recupero di un’area sacra abusivamente occupata da privati. 


BIBLIO

- L. Cianfriglia - Località Pozzo Pantaleo (circ. XV) - Bullettino Commiss. Archeol. Com. di Roma - 1989-90 -
- L. Cianfriglia, L. Giacopini - Via Portuense. Area archeologica di Pozzo Pantaleo -  F. Filippi (a cura di), Archeologia e Giubileo, Roma 2001 - 
- L. Cianfriglia - Ponte Galeria (Municipio XV). Pozzo Pantaleo (Municipio XV), Necropoli Portuense - in M.A. Tomei - Roma. Memorie dal sottosuolo. Ritrovamenti archeologici 1980/2006 - Milano 2006 -



FOSSAE CLUILIAE


0 comment
LA VIA APPIA


LE FOSSE DI RE GAIO CLUILIO

Le Fossae Cluiliae erano una trincea, cioè una fortificazione militare difensiva costituita, nella sua forma più semplice, da un fossato lineare scavato nel terreno per ospitare al suo interno le truppe, che in questo modo si trovano protette dal tiro delle armi nemiche. 

Questa trincea circondava la città di Roma a circa 6 - 8 km dalle mura della città, scavata dall'armata di Alba Longa verso la metà del VII secolo a.c. durante la prima fase della guerra contro Roma. Le Fossae Cluiliae prendono pertanto il nome dal generale Gaio Cluilio, re di Alba Longa al tempo del re di Roma Tullo Ostilio.



CORIOLANO ALLE FOSSE CLUILIAE

Le Fossae Cluiliae sono menzionate di nuovo da Tito Livio e da Plutarco in una guerra della metà del IV secolo a.c.. In quella circostanza il generale Coriolano, passato ai Volsci e vittorioso in una serie di battaglie contro i romani, marciò su Roma e si accampò a 5 miglia della città in un luogo detto Fossae Cluiliae. 

Detta località, situata al quinto miglio della via Appia, prese il nome probabilmente da uno degli antichi confini dell'ager primitivo di Roma, dove i Romani compirono un'opera di bonifica (cluere) consacrandola a qualche divinità.

Pertanto non è chiaro se il nome del fossato derivasse dal generale Gaio Cluilio o dall'operazione di bonifica. Comunque la leggenda poneva le Fossae Cluiliae al limite del "Sacer campus Horatiorum", in ricordo della famosa battaglia degli Orazî e Curiazî, dove cinque tumuli innalzati nell'età storica stavano a indicare i luoghi dove i cinque eroi sarebbero caduti per la patria.

Certamente le Fossae Cluiliae si ricollegano a una delle memorie più antiche di Roma, perché qui, come in un altro sito poco più oltre, la via Appia, rettilinea fino ad Albano, compie eccezionalmente una curva, rispettata fino nel tardo Impero.

TUMULI DEGLI ORAZI E CURIAZI

Infatti sul lato destro della Via Appia, a 150 m di distanza dai sepolcri in laterizio, si ergono i tumuli cosiddetti degli Orazi e Curiazi. Il nome deriva dalla legenda secondo cui, al tempo del re Tullio Ostilio, Roma entrò in conflitto con Alba Longa e gli eserciti si incontrarono proprio qui, perchè esattamente qui era il confine tra i due stati marcato da un fossato, appunto le Fossae Cluiliae.

Secondo  "The Cambridge ancient History, the rise of Rome to 220 B.C."  le Fossae Cluiliae, che compaiono in varie tradizioni come confine di Roma sulla Via Latina, erano a cinque miglia dal Foro (cfr Livio r. 25). Un calcolo approssimativo dà circa 2 km al più antico ager conosciuto dei romani. 

Naturalmente ci sono stati guadagni e perdite: sappiamo che i cosiddetti 'septem pagi' ('sette cantoni') erano un pomo di contesa con gli Etruschi. Ma alla fine della monarchia, quando Roma aveva assorbito più o meno infine molti comuni limitrofi, come Alba Longa, Crustumerium, Nomentum, Collatia, Corniculum, Ficulea, Cameria, ecc., il territorio romano ammontava a qualcosa come 800 kmq.

Fu allora o poco più tardi che venne distribuito tra sedici tribù "rustiche" e quattro tribù "urbane" che ricevettero i loro nomi individuali principalmente dal clan principale che possiede i terreni nel territorio di ciascuno.  


BIBLIO

- Dionigi di Alicarnasso - Antichità romane -  VII -
- Tito Livio, Ab urbe condita (Storia di Roma), libri 1 e 2, su gutenberg.org. - 2008 - 
- G. Tomassetti - La Campagna Romana - II - Roma - 1910 -
- The Cambridge Ancient History - The rise of Rome to 220 B.C. - ed. F. W. Walbank - 1989 -
- G. Pinza, Ricerche... al V miglio dell'Appia, in Jahreshefte d. Österr. arch. Instituts, IX, Vienna 1906 -
- E. Pais, Storia critica di Roma, I, ii, Roma 1913.



AERARIUM - ERARIO


0 comment
RESTI DEL TEMPIO DI SATURNO

DOMANDE

Cosa era l'erario romano?
Per Erario si intendeva a volte il sistema amministrativo delle casse dello stato, a volte il tesoro delle monete conservato nel Tempio di Saturno, ottenuto dalle riscossioni della stato dai cittadini con le tasse e dai paesi stranieri sia come bottino di guerra che come tributo annuale dai popoli sottomessi.

L'Erario (dal latino ærarium, a sua volta da aes "bronzo") era il tesoro e l'archivio del popolo romano, conservato nel tempio di Saturno che era posto nel Foro, ai piedi del Campidoglio e a sud-ovest dei Rostra imperiali. e perciò detto, oltre che "aerarium publicum" o "aerarium populi Romani" (per distinguerlo dalla cassa del princeps), o anche "aerarium Saturni".

Il Tempio di Saturno, uno dei templi più antichi di Roma, venne consacrato sotto il consolato di Aulo Sempronio Atratino e Marco Minucio Augurino, nel 497 a.c.. Esso conteneva una statua di Saturno che veniva riempita di olio e avvolta in bende di lana. 

Durante i Saturnali, le festività che si tenevano dal 17 al 23 dicembre, le bende venivano tolte, si teneva un banchetto pubblico, il gioco d'azzardo era ammesso; secondo la tradizione, le festività si concludevano al grido di "Io Saturnalia!"

L'aerarium indicava genericamente l'amministrazione patrimoniale della Res publica romana, come pure il luogo in cui si conservava il tesoro di stato costituito da un cospicuo ammontare di monete dovuto a:
- i proventi delle imposte e dei tributi,
- i proventi delle vendite di cose pubbliche o beni pubblici,
- i proventi delle indennità di guerra e dei bottini,

ma pure la pare amministrativa costituita da:
- i contratti pubblici,
- i rendiconti finanziari dei magistrati,
- i registri censori,
- i testi delle leggi e dei senato-consulti,
- i protocolli delle elezioni e dei giuramenti dei magistrati.



ETA' REGIA

L'erario di Roma antica viene menzionato per la prima volta da Tito Livio, riferendo che ai tempi del rex Servio Tullio si stabilì che l'acquisto dei cavalli per le 18 centurie di equites fosse di competenza del tesoro pubblico o Aerarium cittadino, quantificando uno stanziamento annuo iniziale di 10.000 assi a centuria. 

Venne però addebitato alle donne non sposate il mantenimento dei cavalli con 2.000 assi annui a centuria. Le donne che si sottraevano al matrimonio erano considerate eticamente colpevoli di non fornire allo stato nuovi cives romani che potessero difendere la patria con le armi. Il provvedimento intendeva sollecitare i padri a maritare le figlie nubili, visto che erano appunto i genitori ad organizzare ed imporre il matrimonio ai figli, sia maschi che femmine.

RICOSTRUZIONE DEL TEMPIO DI SATURNO

ETA' REPUBBLICANA

Durante la Repubblica romana nell'erario continuarono a confluire tutte le rendite dello Stato, comprese quelle provenienti da tutte le vecchie e nuove province romane. In questo caso i questori, sottoposti al Senato centrale ed ai governatori provinciali, raccoglievano le imposte attraverso i pubblicani (che avevano in appalto la riscossione dei tributi, da versare successivamente all'aerarium).
 
Il sistema di riscossione provinciale rimase invariato anche durante il principato, anche se va precisato che, in questo caso, nelle casse dell'aerarium populi Romani erano versate solo gli introiti delle province pacatae, ovvero di quelle senatorie, non di quelle imperiali.
 
Il tesoro constava dell'aerarium sanctius, contenente la riserva metallica dello Stato (bronzo, oro e argento), gemme, gioielli e i proventi della tassa del 5% sull'emancipazione degli schiavi e veniva custodito nel tempio di Saturno nel Foro insieme alle leggi incise su tavole bronzee, ai decreti del Senato, alle insegne degli eserciti e ad una bilancia per la pesatura del metallo.



IL PRINCIPATO

Con l'instaurazione del Principato di Augusto, nel 27 a.c., l'ærarium diventò il tesoro amministrato dal Senato romano, mentre il princeps ne creò uno nuovo denominato Fiscus Caesaris, amministrato dallo stesso Imperatore che del resto aveva il controllo dell'intero sistema fiscale, compreso l'aerarium populi Romani.
 
Vi era così una separazione tra due fondi, uno appartenente al populus ed un altro al princeps. A questi si univa il patrimonium principis, ovvero il patrimonio "privato" dell'Imperatore (res privata principis). I tributi venivano raccolti nelle province senatorie dai quaestores. Il tesoro (aerarium) non fu più amministrato dai questori urbani, ma da pretori anziani o ancora in carica.



L'ERARIO MILITARE
 
Nel 5 d.c Augusto fissò la nuova durata del servizio militare: 16 anni per i pretoriani, 20 per i legionari. Ma la ferma veniva spesso prolungata, come Augusto stesso riconosce, sino a 30 o 40 anni. Poi Augusto creò, nel 6 d.c. l'aerarium militare, le cui entrate provenivano dalle imposte sulle successioni e sulle vendite e serviva per pagare gli stipendi ed il premio di congedo ai veterani delle legioni.

«17. Quattro volte aiutai l'erario con denaro mio, sicché consegnai centocinquanta milioni di stesterzi a coloro che sovrintendevano l'erario. E sotto il consolato di Marco Lepido e Lucio Arrunzio trasferii l'erario militare, che fu costituito su mia proposta perché da esso si prelevassero i premi da dare ai soldati che avessero compiuto venti o più anni di servizio, centosettanta milioni di sesterzi prendendoli dal mio patrimonio.»
(Augusto - Res gestae divi Augusti)

Le entrate di questo fondo erano costituite dalle imposte dirette delle province non pacatae. A queste imposte si aggiungevano le rendite dell'ager publicus dell'Italia e delle province senatorie.



I CONTROLLORI

Il controllo della cassa fu affidato a diversi magistrati: 
- prima ai questori, 
- sotto Cesare a due senatori in qualità di praefecti
- dal 28 a.c. a due praefecti scelti tra pretori, 
- dal 23 a.c. a due praetores aerarii, 
- dal 44 al 48 d.c. ai questori nuovamente con Claudio,
- nel 56 d.c., sotto Nerone che mise a capo dell'aerarium due senatori ex-pretori, con il titolo di prefetti,  - nel 69 Nerone affidò il compito a due praetores.
A questi funzionari era affidato il compito di emettere moneta d'oro (aurei) e argento (denarii), come risulta dalle diciture scritte sulle monete, ex S C (per Senatus consultum).

Poiché le entrate delle province imperiali e poi anche in parte di quelle senatorie, furono devolute al fisco imperiale, l’importanza dell’e. andò diminuendo e nel III sec. d.c. esso si ridusse a cassa municipale della città di Roma.

Per un approfondimento: TEMPIO DI SATURNO


BIBLIO

- Cassio Dione Cocceiano - Storia romana - 
- Svetonio - Augusto - 
- Svetonio - Claudio -
- Livio - Ab urbe condita libri - I -
- Tacito - Annales - I -
- Tacito - Historiae -
- George Dumezil - La religione romana arcaica (La religion romaine archaïque, avec un'appendice sur la religion des Étrusques - Parigi - Payot - 1964) - Milano - Rizzoli - 1977 -
- Macrobio - Saturnalia - I -
- Filippo Coarelli - I templi dell'Italia antica - Milano - 1980 -



PRAEFECTURA URBANA - PREFETTURA URBANA


1 comment

La Praefectura urbana (prefettura urbana) era un insieme di uffici in cui, in età imperiale, aveva sede il Praefectus urbi e dove si amministrava la città di Roma. Sorgeva nella regione augustea Regio IV Templum Pacis, che prese il nome dal Tempio della Pace edificato da Vespasiano nell'area oggi corrispondente a Via dei Fori Imperiali, ma non abbiamo tracce della prefettura urbana.

Sappiamo però che il complesso della prefettura urbana consisteva di almeno tre parti:
- Gli scrinia, cioè gli archivi,
- il secretarium, cioè l'ufficio del prefetto, detto anche Secretarium tellurense, probabilmente perchè posto presso il tempio di Tellus,
- i tribunalia, dove il prefetto amministrava la giustizia.

Presso la prefettura sorgeva un portico, il cosiddetto Porticus Thermarum Traianarum, in cui erano esposte le copie degli editti conservati negli archivi delle prefettura, affinchè tutti i cittadini potessero leggerle.



L’edificio scoperto è composto da due aule di 22 × 12 metri ciascuna (fig. 1), alle quali si
aggiungerebbe un terzo ambiente che era stato scoperto durante la costruzione del
Palazzo delle Assicurazioni Generali di Venezia, formando una specie di ventaglio
convergente sulla colonna di Traiano10. All’interno di queste aule compare una serie di
gradini contrapposti e separati da un corridoio largo circa 3 metri. L’interno
dell’edificio è stato decorato con ricchi pavimenti e rivestimenti di lastre di marmo e
granito, seguendo una decorazione rassomigliante a quella del vicino Foro di Traiano
(fig. 2). In seguito alla scoperta dei resti di un crollo causato da un grande terremoto
nell’XI secolo, è stato possibile comprendere che l’edificio aveva un piano superiore che
copriva le aule con una volta a botte e sei arcate di rinforzo, e a sua volta, questo
secondo piano era coperto da una terrazza pavimentata in cocciopesto. Grazie al
rinvenimento di diversi bolli consolari sui laterizi, è stato possibile ipotizzare la
fondazione dell’edificio intorno al 125 d.C.11. L’edificio sarebbe stato in funzione almeno
fino al V secolo,
SCRINIA

Erano così chiamati gli uffici imperiali che, preposti all’amministrazione centrale di Roma, corrispondono più o meno agli attuali Ministeri. Erano alla base dell'apparato burocratico che, riorganizzò la sua struttura fin da Augusto, proseguendo con Claudio che riorganizzò dell’intera burocrazia ponendo a capo degli scrinia capo dei capaci liberti, sostituiti poi con gli appartenenti al ceto equestre.

I principali scrinia furono:
- scrinia a ratiònibus, ufficio che provvedeva all’amministrazione del fiscus Cæsaris (il patrimonio semi-pubblico, appartenente all’imperatore, che si affiancò all’ærarium);
- scrinia ab epìstulis, ufficio che redigeva le epistulæ imperiali, sia in greco che in latino, contenenti pareri richiesti da magistrati, o nomine;
- scrinia a libèllis, ufficio che provvedeva a rispondere alle suppliche ed ai pareri chiesti dai privati all’imperatore;
- scrinia a cognitiònibus, ufficio che provvedeva all’istruzione delle cause sottoposte alla cognìtio extra òrdinem dell’imperatore;
- scrinia a memoria, ufficio istituito nel III sec. d.c. per coordinare il lavoro degli altri uffici.

TRIBUNALIA

MAGISTER OFFICIORUM

La direzione degli scrinia imperiali fu attribuita al magìster officiòrum, officio istituito da Costantino nell’organizzazione amministrativa dell’Impero, chiamato a dirigere i più importanti offìcia (segreterie) imperiali, e cioè l’"officium memoriæ", per la redazione delle "adnotatiònes" (provvedimenti affini ai rescritti.

I provvedimenti imperiali, costituenti fonti del diritto romano a partire dalla fine del II secolo d.c.); si dividevano in:
- Officium epistulàrum, designato alla corrispondenza imperiale e ai contatti con le ambasciate straniere;
- Officium libellòrum, adibito all’istruzione delle cause giudiziali sottoposte alla cognizione dell’imperatore;
- Officium admissiònum, deputato alla regolazione delle udienze concesse dall’imperatore.

Il Magister officiorum curava anche la direzione della Schola palatina (corpo speciale posto a difesa della corte) e della Schola degli "agèntes in rèbus", ispettori di polizia incaricati della sorveglianza del servizio di posta imperiale, nonché di un controllo complessivo su tutta l’amministrazione centrale e periferica.



LA TUTELA URBIS

L’edificio scoperto è composto da due aule di 22 × 12 metri ciascuna (fig. 1), alle quali si
aggiungerebbe un terzo ambiente che era stato scoperto durante la costruzione del
Palazzo delle Assicurazioni Generali di Venezia, formando una specie di ventaglio
convergente sulla colonna di Traiano10. All’interno di queste aule compare una serie di
gradini contrapposti e separati da un corridoio largo circa 3 metri. L’interno
dell’edificio è stato decorato con ricchi pavimenti e rivestimenti di lastre di marmo e
granito, seguendo una decorazione rassomigliante a quella del vicino Foro di Traiano
(fig. 2). In seguito alla scoperta dei resti di un crollo causato da un grande terremoto
nell’XI secolo, è stato possibile comprendere che l’edificio aveva un piano superiore che
copriva le aule con una volta a botte e sei arcate di rinforzo, e a sua volta, questo
secondo piano era coperto da una terrazza pavimentata in cocciopesto. Grazie al
rinvenimento di diversi bolli consolari sui laterizi, è stato possibile ipotizzare la
fondazione dell’edificio intorno al 125 d.C.11. L’edificio sarebbe stato in funzione almeno
fino al V secolo,
La prefettura urbana fu capace di adattarsi alle variazioni storico-sociali dei tempi che attraversò, fino ad imporsi nella Tarda Antichità come potere intermediario tra le istanze imperiali, papali e senatorie. Nell'ambito di una costante concorrenza tra il prefetto urbano e dell'annona i poteri assegnati alla prefettura urbana rimasero invariati fino al IV secolo, dimostrando la sua superiorità rispetto alle altre magistrature di Roma e del suo territorio, limiti al di fuori dei quali prevalevano i prefetti al pretorio, i vicari e i governatori di provincia. 

Il prefetto urbano doveva occuparsi della tutela Urbis attraverso il servizio di polizia esercitato alla testa delle coorti urbane, sia in Roma sia nel territorio circostante entro le cento miglia a partire dall'età adrianea. A tale funzione si aggiunse una maggiore ingerenza nelle opere pubbliche e una più forte connotazione giuridica delle sue competenze, soprattutto quando, verso la fine del II secolo e gli inizi del III d.c., al potere imperiale si affiancò una potente macchina burocratica supportata da giuristi quali Papiniano ed Ulpiano.  

A partire dalle riforme realizzate da Costantino nel 331 d.c., la scomparsa dei "curatores aedium sacrarum" provocava nuove curatele per le statue e per le opere massime, ma gli stessi curatores perdevano autonomia a favore del prefetto urbano. La Notitia Dignitatum Occidentis, confermava la scomparsa di alcuni curatori e la diretta subordinazione di altri all'ufficio del praefectus Urbi secondo un processo già in atto nel IV secolo. 

Le cosiddette "tesserae monumentorum" hanno consentito di fare luce sulle competenze edilizie dei prefetti urbani; le iscrizioni sulle fistulae hanno chiarito dei rapporti tra membri dell'aristocrazia senatoria e diffusione delle loro proprietà, e hanno permesso di verificare i legami di parentela tra le famiglie aristocratiche urbane anche attraverso le strategie matrimoniali. 

Se le costituzioni imperiali rappresentano la fonte più precisa per datare le prefetture urbane dei vari senatori, sono anche la testimonianza più diretta del rapporto instauratosi nel corso del V secolo tra imperatore e intermediario del suo potere presso l'Urbe, il prefetto urbano. 

Dall'analisi dei contenuti delle disposizioni loro indirizzate emergono chiaramente le competenze giuridiche ma anche, attraverso le petizioni che il funzionario rivolgeva all'imperatore per risolvere casi particolari, emerge quali fossero le principali problematiche che affliggevano la città e la sua componente socio-economica in quel momento storico. 



L'EPIGRAFE

In un'epigrafe è ricordato un restauro della prefettura effettuato nel V secolo ad opera del prefetto Giunio Valerio Bellicio che ricoprì la carica di praefectus urbi tra il 408 e il 423. In questa epigrafe  il secretarium era denominato tellurense: questo indica che l'edificio sorgeva in Tellure o nel vicus Tellurensis, cioè nei pressi del tempio di Tellure, inaugurato nel 268 a.c. dal console Publio Sempronio Sofo per celebrare l'Italia unificata sotto il potere romano.

Testimonianze epigrafiche indicano che la prefettura dovesse trovarsi appena a ovest delle terme di Traiano sull'Esquilino, all'interno dell'area compresa fra le attuali vie di S. Pietro in Vincoli, della Polveriera e dei Serpenti. A capo della prefettura c'era il Praefectus urbis.



PRAEFECTUS URBIS

La carica, istituita durante l'epoca regia di Roma dallo stesso Romolo, venne mantenuta in epoca repubblicana e imperiale, e sopravvisse a Roma alla caduta dell'Impero romano d'Occidente. L'ultima attestazione di un Praefectus Urbi risale al 599.

Originariamente indicata come "Custos urbis" (Custode della città), la carica fu indicata per la prima volta come "Praefectus urbis" all'epoca dei decemviri nel 451 a.c. che attendevano a: scrivere le leggi con imperium consolare, giudicare sulle liti, attendere ai sacrifici, distribuire le terre.



EPOCA REGIA

Il termine “prefetto” deriva dal latino “praefectus” che si traduce con “preposto, messo a capo” (der. di praeficĕre, composto di prae «avanti» e facĕre «fare»). Secondo la tradizione Romolo istituì la carica destinata a governare la città in sua assenza e attribuì a sè il potere della nomina che era a vita. Il prefetto urbano veniva nominato dal re tra gli uomini più ragguardevoli dei patrizi della città, e per diritto faceva parte del Senato romano. 

Come rappresentante del re, in sua assenza, questi convocava il Senato e le altre assemblee elettive, usando la forza se necessario, per il mantenimento dell'ordine, ma solo all'interno delle mura cittadine. Si conoscono i nomi di soli tre praefectus urbis di quest'epoca; Denter Romulius, nominato da Romolo, Numa Martius nominato da Tullo Ostilio e Spurius Lucretius, nominato da Tarquinio il Superbo. 

Tito Livio parla di un praefectus urbis che dopo la cacciata dell'ultimo re di Roma, Tarquinio il Superbo, convocò i comizi centuriati che poi elessero i primi due consoli: Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino. 



EPOCA REPUBBLICANA

Con l'avvento della repubblica, la carica restò identica, solo che il prefetto veniva eletto dai consoli ed esercitava all'interno delle mura cittadine il potere dei consoli, in loro assenza. Questi poteri includevano la convocazione del Senato, dei Comizi curiati, e la chiamata della leva cittadina.
Originariamente indicata come Custos urbis, la carica fu indicata per la prima volta come Praefectus urbi all'epoca dei decemviri nel 451 a.c.
 
Essi erano dei magistrati che dal pretore urbano erano delegati alla giurisdizione sulle città situate oltre una certa distanza dall’Urbe (le praefecturae), quindi anche i municipi con piena o limitata cittadinanza romana e le colonie di cittadini romani che rientravano nei territori incorporati nello Stato romano formanti “l'ager romanus”.
 
Nel 487 a.c. la carica divenne elettiva, eletta dai Comizi curiati. Potevano essere eletti unicamente cittadini che avessero ricoperto un Consolato. 

Al tempo dei Decemviri, fu creata la magistratura del Praetor urbanus. 

Da questo momento al Praefectus urbis spettava solo, in assenza dei Consoli, celebrare le Feriae latinae. Inoltre, non veniva più eletto dalle assemblee cittadine, ma nominato dai Consoli.



EPOCA IMPERIALE

Su suggerimento di Mecenate, Augusto riformò la magistratura e le conferì molti poteri militari e civili, di rango solitamente appartenente all’ordine equestre di cui costituiva l’ultimo grado raggiungibile, in ambito civile invece il prefetto non si identificava con un magistrato ma come un sostituto dello stesso, con la possibilità di mandare per la città i milites stationarii, una sorta di polizia urbana, organizzata poi nelle coorti urbane, alle sue dirette dipendenze.

Questi aveva il compito di tutelare la città, essendo anche il capo della polizia nella capitale e disponendo di truppe scelte (cohortes urbanae); aveva inoltre la giurisdizione criminale, con procedura spedita contro i perturbatori dell’ordine pubblico e le associazioni illecite. Insomma vigilava sulla tranquillità della popolazione, sorvegliava i luoghi pubblici più affollati e controllava le varie associazioni esistenti.

PRESUNTA POSIZIONE DELLA PRAEFECTURA URBANA
(INGRANDIBILE)
 Giudicava anche sui casi di schiavi o i liberti e loro padroni o ex-padroni, o sui figli accusati di mancata pietas verso i genitori, inglobando pian piano i poteri del praetor urbanus. Solo appellandosi direttamente al princeps era possibile impugnare una sentenza del praefectus, mentre egli si pronunciava sugli appelli riguardo sentenze di ogni altro magistrato della città, e, in seguito, anche dei tribunali provinciali.

All'inizio dell'impero, la carica di praefectus era tenuta per lunghi periodi da una sola persona, talvolta a vita, mentre a partire dall'imperatore Valeriano (253-260) il praefectus veniva cambiato con frequenza, anche una volta l'anno.

Sotto il regno di Diocleziano (243 -313) i prefetti divennero quattro (Gallie, Illirico, Italia, Oriente), uno per ciascuno dei due Augusti e dei due Cesari, e l’Impero fu così diviso in quattro prefetture e queste in diocesi governate da vicario dei praefecti praetorio. 

Anche Costantinopoli, nuova capitale dell'impero, dal IV secolo ebbe un prefectus urbi, rappresentante dell'imperatore, con controllo su tutti gli ufficiali civili cittadini, le corporazioni e gli enti pubblici. Sovrintendevano all'importo e alla tariffazione delle derrate, facevano all'imperatore un rapporto mensile sui lavori del senato, e si occupavano dei doni e delle petizioni provenienti dalle capitali. 

Dal IV secolo, i prefetti divennero due, poiché due erano gli imperi d'oriente e di occidente.
La carica di Praefectus urbi sopravvisse a Roma fino alla caduta dell'Impero romano d’Occidente: l'ultima attestazione di un Praefectus Urbi e quindi di una prefettura urbana risale infatti al 599.

LA ZONA

Una corte di giustizia presso il Foro di Traiano? Analisi sulla funzionalità degli auditoria adrianei
June 2021
Mélanges de l Ecole française de Rome Antiquité
di Antonio Lopez Garcia - University of Helsinki

"La scoperta di due auditoria di età adrianea accanto al Foro di Traiano ha permesso di mettere in relazione l’architettura dell’edificio a strutture di tipo amministrativo e giudiziario e sollevare un’ipotesi funzionale sul complesso di aule. Gli studi pregressi sui tribunalia a Roma hanno tentato di collocare le attività giudiziarie in aree diverse per i periodi repubblicano, altoimperiale e tardoantico. 

Le riforme del sistema giudiziario eseguite tra l’età adrianea e l’età severiana suggeriscono un aumento dell’attività dei tribunali romani, una riorganizzazione delle procedure e forse anche la necessità di trovare nuovi spazi per lo svolgimento dei processi giudiziari. 

In questo articolo, analizzeremo le fonti sui tribunali nella capitale, parleremo delle magistrature che amministrarono la giustizia nei Fori Imperiali e della morfologia interna dei tribunali. Proponiamo l’identificazione dell’edificio con una corte di giustizia fondata da Adriano, che avrebbe operato in contemporanea con altri tribunali della città, dal II secolo d.c. fino alla tarda antichità."


BIBLIO

- Tacito - Annales - XIII -
- Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I,
- Prosopographia Imperii Romani - I -
- Svetonio - De vita Caesarum - Augustus -
- Plinio il Vecchio - Naturalis historia VII -
- Historia Augusta -
- Cassio Dione - Storia romana -
- Cassiodoro - Variae -
- Simmaco - Epistulae -
- The Prosopography of the Later Roman Empire - Cambridge - 1971-1992 -
- Praefectura Urbana - in: Samuel Ball Platner - A Topographical Dictionary of Ancient Rome, Londra, Oxford University Press - 1929 -
- Maria-Elena Marchese - La Prefettura Urbana a Roma: un tentativo di localizzazione attraverso le epigrafi - Mélanges de l'école française de Rome - 2007



 

Copyright 2009 All Rights Reserved RomanoImpero - Info - Privacy e Cookies