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FONS LOLLIANUS


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RAPIMENTO DI ILA - BASILICA DI ERCOLANO

FONS LOLLIANUS

" Trattasi di una qualche sorgente sulle pendici occidentali del Celio, conosciuta solamente tramite una iscrizione (CIL vi. 161; cf. HJ 206; LA 235; LS iii. 206; CIL vi. 30705)."

Sul lato opposto del rilievo appaiono le Grazie del I secolo a.c., Tra i due gruppi giace tra i flutti la personificazione della fonte, Fons, con associati i segni del paesaggio acquatico: la canna che tiene nella destra e l’anfora sulla quale si appoggia a sinistra.

Nel ramo senza fronde di Ercole già Bottari aveva tentato di riconoscere una canna, simile a quella tenuta da Fons in primo piano, per poter declinare l’eroe a nume tutelare delle acque. L’arbusto non somiglia esattamente alla vegetazione palustre, se non nella curvatura dei rami sommitali, ma il legame di Ercole con i culti acquatici è una chiave di lettura plausibile.

Ercole, al termine delle fatiche, è sempre accompagnato da Mercurio che guida il carro della sua apoteosi: la scena della sua incoronazione come Victor, è quella che precede il suo ingresso nell’Olimpo, ed è quindi corretto che qui gli si affianchi anche Mercurio.

Il profilo dell’Ercole romano, che aveva la sua sede più importante a Roma nel culto dell’Ara Maxima del Foro Boario, era peraltro affine a quello di Mercurio: gli si offriva un sacrificio prima di partire, poiché egli proteggeva quei viaggi rischiosi dai quali era tornato vittorioso.

E sempre nel Foro Boario gli si connetteva la ninfa Carmenta che abitava un fanum alle pendici del Campidoglio (Porta Carmentalis) e che gli aveva preannunciato il destino di immortale. Anche le Grazie erano entità intermediarie, accompagnatrici e sostenitrici di altre divinità, come Apollo o Afrodite, confuse, per l’identità del nome, che indica grazia e bellezza, anche con le Horai, le stagioni, oltreché con le Ninfe.

NINFE ED ERCOLE - VILLA CELIMONTANA

Oltre alle già citate dediche ad Ercole e alle divinità della natura degli Equites Singulares varie testimonianze confermano il culto dell’eroe sul Celio: uno scavo in Via Annia, presso i SS. Quattro Coronati, ha restituito un’epigrafe del collegio dei magistri Herculis relativo a un pagus nelle vicinanze mentre dall’area del Laterano proviene una dedica ad Ercole Bullatus.

Infine, un terzo rilievo votivo datato in età antonina raffigurante le divinità celimontane: Iuppiter Caelius con l’aquila, il Genius Caelimontis con un arbusto nella sinistra e accanto un Ercole imberbe con i pomi delle Esperidi e la clava, designato dall’epiclesi Iulianus.

Anche quest’ultima immagine affianca Ercole con i frutti dell’ultima sua fatica, che lo fanno Victor e destinato all’Olimpo, ad altre divinità del Celio, a conferma del fatto che questo tema iconografico doveva avere una certa rilevanza in età antonina.

Alcuni medaglioni di Antonino Pio e di Lucio Vero raffigurano una sintesi di questi momenti mitologici e ritraggono l’eroe mentre si incorona, accanto ad un albero di melo al quale sono appese le sue armi.Quanto alla figura di Mercurio, sullo stesso versante del monte, sempre presso Porta Capena, ma verso S. Gregorio, non lontano dal Fons Camenarum, le fonti letterarie ricordano anche le acque sorgive terapeutiche denominate Aqua Mercurii, alle quali si attingeva alle Idi di maggio per cerimonie di purificazione.

LE TRE GRAZIE

L’area dove era stato rinvenuto il nostro rilievo è indicata da Lanciani proprio tra Fons Mercurii, un edificio indagato dal Parker nel 1868, immediatamente a nord e il grande Ninfeo disegnato da Ligorio.

Quest’ultimo, come detto, fu visto probabilmente solo dal Ligorio e poi distrutto fino alle fondamenta, ma doveva avere almeno in parte uno sviluppo sotterraneo, con l’esedra semicircolare, ossia il ninfeo vero e proprio, affiancata dagli ambienti voltati, dotati di vasche.

La vicinanza delle due fonti (Mercurii e Camenarum) a Porta Capena, documentata dagli autori antichi, induceva a credere che esse appartenessero ad un’unica sorgente e infatti Lanciani, pur separandole topograficamente le associò infine in un unico luogo, quello legato alle Camene. Colini allo stesso modo riteneva che anche l’iscrizione di Epitynchanus provenisse da un luogo non lontano dalla Vallis Egeriae.

Le descrizioni degli imponenti edifici messi in luce nell’Ottocento nelle immediate vicinanze, identificate appunto con l’Aqua Mercurii, indicano che l’area era architettonicamente uniforme, caratterizzata da edifici e sostruzioni affini.

Parker, nel 1868, aveva rinvenuto cinque stanzoni coperti a volta e attraversati da una canalizzazione, mentre Lanciani, nel 1878, vi aveva aggiunto almeno altri nove ambienti che ne potevano essere la continuazione.

IN ROSSO LA PROBABILE AREA IN CUI SORGEVA LA FONTE

EDIFICI DISEGNATI, INFINE RICOSTRUITI di Andrea Carandini

Il fons Lollianus (50-100 d.c.) è ricostruito unicamente sulla base dei rilievi di Pirro Ligorio; nessun resto rimane di questo insigne monumento.

Si tratta di un curioso e sontuoso edificio a due piani eretto a una fonte d’acqua sacra a Venere, alle Ninfe e alle Grazie, le cui statue erano poste probabilmente su quattro basamenti-isole circondati su tre lati dall’acqua e che si trovano ai lati una basilica a tre navate che nell’abside disponeva di uno stagno.

Sembra si trovasse vicino a porta Capena, zona in cui confluivano diverse fonti compresa la Fons Mercurii. Altri ambienti, probabilmente privi di acqua e forse di servizio, completavano l’edificio.

Impressionante è la porticus duplex (il porticato) sorta in età flavia in parte sul Circo Flaminio e in parte sulla strada che lo fiancheggiava a settentrione e che è stata in essa inglobata.

Il porticato circondava un corpo centrale lungo e stretto, nel quale cinque ambienti circolari si alternavano a quattro coppie di nicchie contrapposte.

Il monumento è documentato esclusivamente da tre disegni, una pianta del primo ’500 di Baldassarre Peruzzi, un elevato di Giuliano da Sangallo della seconda metà del ’400 e un altro elevato, più fedele, di Alò Giovannoli, di un secolo più tardo.

Sul fronte, sopra ogni arco ribassato del piano terreno, erano tre lesene che inquadravano due finestre. Misteriosa è la funzione dell’edificio, ma potrebbe trattarsi di un elegantissimo mercato.

ACQUAFORTE DI ALO' GIOVANNOLI

Concludiamo questo inno all’iconografia antica e moderna con l’ultima fase della aedes Telluris/secretarium Tellurense.

Un disegno assai analitico, attribuito a Ligorio, consente di ricostruire il tempio e tutta la ricca decorazione interiore, su tre lati e a due ordini. Le basi delle nicchie dell’ordine inferiore erano decorate da rilievi, tra i quali spicca una gigantomachia.

Il complesso si interponeva tra la sedes/officium del praefectus Urbi, in seguito connessa direttamente alla basilica di Massenzio e l’anfiteatro Flavio.

Si aveva di seguito il tribunal, la aedes circondata da horrea Chartaria (i magazzini della carta) o dei papiri e da scrinia o uffici.

"Del tempio e del quartiere più nulla resta, ma il rilievo attribuito a Ligorio e quello di Francesco da Sangallo (figlio di Giuliano), nel quale abbiamo riconosciuto il circondario dell’"aedes Telluris" (o tempio della Terra che era un edificio di culto della Roma antica dedicato a Tellus, situato sull'Esquilino) e l’aggancio al nartece della basilica di Massenzio, hanno permesso di ricostruire questa parte nevralgica di Roma, sviluppatasi soprattutto dall’età di Settimio Severo."
(Andrea Carandini)


BIBLIO

- Frontino - De acqueducctu -
- Ovidio - Fasti - V -
- Andrea Carandini - Angoli di Roma - ed. economica La terza - 2018 -
- Andrea Carandini - La fondazione di Roma raccontata da Andrea Carandini - Laterza - 2013 -
- Andrea Carandini - Il fuoco sacro di Roma. Vesta, Romolo, Enea - Laterza - 2015 -



NINFEO DEGLI ANNIBALDI


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Un ninfeo è in origine un edificio sacro dedicato a una ninfa, in genere posto presso una fontana o una sorgente d'acqua. Spesso anche antiche, le case private arricchirono i loro splendidi giardini creando dei ninfei che accoglievano anche immagini di amorini e soprattutto di almeno una ninfa.

Lungo via degli Annibaldi si trova una minuscola porticina che consente di entrare in un posto magico: il Ninfeo degli Annibaldi, angolo via del Fagutale che incrocia la via Nicola Salvi, nel Rione Monti, zona colle Oppio, risale al tempo di Augusto e dedicato alle ninfe, alle piante e all'atmosfera incantata dei boschi.

Varcando la piccola porticina su via degli Annibaldi e scendendo lungo una scala a chiocciola, si può entrare all’interno del ninfeo, o meglio all’interno di ciò che di esso oggi si è conservato: metà della struttura originale. La fontana è visitabile solo su prenotazione.


DOVEVA ESSERE SIMILE AL NINFEO DI ANNIA REGILLA

Nel 1895, durante i lavori per la realizzazione di via degli Annibaldi, fu scoperto un ninfeo (fontana monumentale) databile tra la fine del I a.c. e l’inizio del I secolo d.c., facente parte di una casa in seguito distrutta per far posto alla Domus Aurea di Nerone. Il cosiddetto Ninfeo degli Annibaldi faceva parte di una più ampia struttura, probabilmente un’abitazione aristocratica di I sec. a.c. che si articolava sul Colle Oppio.

Al monumento, oggi tagliato a metà dal muraglione di sostegno della strada moderna, si accede tramite una piccola scala a chiocciola posta al livello stradale. In origine il ninfeo aveva forma semiellittica, con una vasca al centro. Sulle pareti si trovano delle nicchie sormontate da medaglioni. Tutto l’ambiente è decorato con un mosaico ottenuto con conchiglie, smalto, pietra pomice e ghiaia, in modo da ricordare le grotte marine, che i ninfei cercavano appunto di riprodurre.

Il ninfeo aveva una pianta rettangolare con un abside su uno dei lati corti e una vasca con acqua al centro, mentre le parteti erano scandite da 9 nicchie decorate: doveva essere un luogo magico e nascosto ove riposarsi e trovare riparo dalla calura estiva. 

La sua parete ricurva è decorata con un mosaico volutamente rustico, le lesene sono ornate da file di conchiglie piccolissime, mentre altre più grandi sono incastrate al centro. Forse in origine aveva una forma semiellittica, inserita in un ambiente absidato con una vasca al centro, rivestita di marmo a lastre orizzontali, profonda circa un metro e mezzo.

L'ENTRATA DEL NINFEO

Il Ninfeo era ornato da nicchie, di cui quattro ancora visibili, la parete ricurva è decorata con un mosaico volutamente rustico, le lesene sono ornate da file di conchiglie piccolissime, mentre altre più grandi sono incastrate al centro. 

Vi sono anche sagomati capitelli e cornici, mentre altre decorazioni sono in madreperla e smalto con frammenti di pietra pomice e brecce. La fontana è databile tra la fine della repubblica e l'età di Augusto. Successivamente venne costruito il muro di rinforzo a mattoni, visibile sulla destra.

Vi sono anche capitelli e cornici, con altre decorazioni in madreperla, smalto, pasta vitrea, frammenti di pietra pomice e brecce. La fontana è databile tra la fine della repubblica e l'età di Augusto. Successivamente venne costruito il muro di rinforzo a mattoni, visibile sulla destra. 

Nel 1986, a cura della Ripartizione X del Comune di Roma, è stata eseguita una complessiva opera di risanamento delle pareti per fermare lo stato di degrado in cui si trovano le decorazioni. Il ninfeo degli Annibaldi è databile secondo il Coarelli all'età repubblicana, mentre di età Augustea secondo il Lugli.

LA DECORAZIONE

Il ninfeo degli Annibaldi è databile secondo il Coarelli all'età repubblicana, mentre di età Augustea secondo il Lugli. Il Lanciani attribuisce il ninfeo degli Annibaldi alla Domus Aurea, ma forse apparteneva ad una domus signorile situata tra il colle Oppio e la via delle Carine. 

Durante gli scavi sono stati rinvenuti frammenti di piccole statue che probabilmente ornavano le nicchie ed alcuni pezzi di cannelle in piombo per il getto dell'acqua. Nel 1986, a cura della Ripartizione X del Comune di Roma, è stata eseguita una complessiva opera di risanamento delle pareti del ninfeo per fermare lo stato di degrado in cui si trovano le decorazioni.

Tutte le pareti sono infatti ancora decorate da conchiglie, pietra pomice e ghiaia, elementi semplici che mescolati creano bellissimi motivi architettonici geometrici. Una decorazione non preziosa dunque come quella marmorea delle ricche domus imperiali, ma talmente suggestiva da ricreare quasi l’ambientazione dell’interno di una grotta.

Utilizzato tra il I sec. a.c. e il I sec. d.c., il ninfeo fu poi abbandonato, obliterato e parzialmente distrutto per l’impianto di un nuovo e imponente complesso abitativo, la Domus Aurea, una parte della quale si estendeva proprio sul Colle Oppio. 


Sarà riscoperto soltanto con i lavori per la realizzazione della strada moderna nel 1894. Il Ninfeo venne poi riportato alla luce nel 1895 durante i lavori per il taglio della via omonima ed è oggi sezionato a metà dal muraglione di sostegno della strada.

In origine aveva una forma semiellittica, con una vasca al centro, ed era ornato da nicchie, delle quali quattro sono tuttora visibili; sopra clipei e lesene. Tutta la parete ricurva è decorata con un mosaico volutamente rustico; le lesene sono ornate da file di conchiglie piccolissime, mentre altre più grandi sono incastrate al centro.

Ugualmente sono sagomati capitelli e cornici; altre decorazioni sono in madreperla e smalto con frammenti di pietra pomice e brecce. Il monumento è databile tra la fine della repubblica e l'età di Augusto. Successivamente venne costruito il muro di rinforzo a mattoni, visibile sulla destra.



Il Lanciani attribuisce il ninfeo degli Annibaldi alla Domus Aurea, ma forse apparteneva ad una domus signorile situata tra il colle Oppio e la via delle Carine, durante gli scavi sono stati rinvenuti frammenti di piccole statue che probabilmente ornavano le nicchie ed alcuni pezzi di cannelle in piombo per il getto dell'acqua.


ANDREA CARANDINI

Ninfeo di via degli Annibaldi: b. Ninfeo sulla c.d. via Tusculana; c. Diaeta Apollinis; d. Ninfeo degli horti Sallustiani; e. Ambulationes della porticus Liviae; f. Ambulatio del Sessorium; g. Ambulatio sull’Alta Semita; h-l. Ambulationes degli horti dell’Esquilino; m. Porticus Lentulorum/ Hecatostylum.


PIRRO LIGORIO

P. Ligorio, nel Codex Taurinensis, ff. 60, 62-63, descrivendo il nymphaeum: «...mirabile edificio... di sasso Tiburtino, et poscia ornato di marmi et bellissime statue, ...ove furono trovate vestiggi di statue di Venere e de le Nymphe de’ Fonti, et vi erano le Grazie, et l’opera dove erano locate le statue era incrostata di marmi oltremarini di diversi colori...»


BIBLIO

- S.B. Plattner e T. Ashby (a cura di) - Nymphaeum - A Topographical Dictionary of Rome -  penelope.uchicago.edu - 1929 -
- K. M. Coleman - Launching into history: aquatic displays in the Early Empire - Journal of Roman Studies - 1993 -
- A. Malissard - Les Romains et l’eau. Fontaines, salles de bains, thermes, égouts, aqueducs - Les Belles Lettres - Paris -



FONTANA DEI DIOSCURI (Piazza del Quirinale)


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Nel 1818 Pio VII (1800-1823) fece sostituire la precedente fontana, di cui si è persa traccia, con la conca di granito recuperata a Campo Vaccino, dove fungeva da abbeveratoio presso il tempio di Castore e Polluce.

Campo Vaccino era il nome con cui nel XVI-XVIII sec. venivano chiamati l'area in cui erano sorti gli antichi Fori Imperiali. Il nome, attestato in una bolla pontificia di papa Sisto V del 1589, derivava dal mercato delle vacche che vi si teneva, regolato dal "governatore della dogana di Campo Vaccino".

Qui si trovava una fontana-abbeveratoio, costituita da una vasca in granito e da un mascherone: fatto scolpire da da Giacomo Della Porta (1532 – 1602) per ornare la fontana.

"La vasca di piazza del Quirinale apparteneva a un monumento colonnato del i secolo d.c., antistante il Tullianum, che conteneva anche una statua di Tiberis, il Marforio dei Musei Capitolini, e appunto il labrum o vasca". (Andrea Carandini)

Smantellata nel XIX sec., la vasca venne spostata sotto l'obelisco del Quirinale in piazza del Quirinale, mentre il mascherone si trova oggi in una fontana moderna a piazza Pietro d'Illiria.

La vasca era stata ritrovata nel 1587, probabilmente proprio durante i lavori per la costruzione del condotto secondario "dell'Acqua Felice", e si trattava di un'antica fontana in granito di epoca romana, recuperata nell'area posta tra il Circo Massimo ed il Tevere. 

Sebbene anche in quella zona, che all'epoca ancora ospitava il mercato del bestiame, fosse prevista la realizzazione di una fontana, papa Sisto V ritenne più utile la costruzione di un abbeveratoio per gli animali e ne affidò la realizzazione a Giacomo Della Porta, il quale si limitò ad ornare la vasca-abbeveratoio di un semplice mascherone dal quale fuoriusciva l'acqua. 

Nell'arco di pochi anni, a causa dell'incuria del monumento di cui nessuno aveva l'incarico di occuparsi, nonchè dell'uso che ne veniva fatto, la vasca si riempì di rifiuti e di melma, e cessò di essere utilizzata, rimanendo di nuovo semisepolta. Pio VI pensò dunque di recuperarla e di sostituire la fontana in piazza del Quirinale, il cui originale di Domenico Fontana venne eliminato e andò purtroppo definitivamente perduto.


In realtà l'opera di trasformazione della fontana, che già si trascinava per le lunghe, dovette essere sospesa per alcuni anni, perché proprio durante il trasferimento della vasca di Campo Vaccino le truppe napoleoniche presero Roma, nel 1798, una ulteriore tragedia che depauperò, come non fossero bastati il cristianesimo e i vandali, il patrimonio artistico e archeologico nazionale. 

La piazza rimase senza fontana fino alla sconfitta di Napoleone a Waterloo, nel 1815, dopodiché, con la fine dell'occupazione francese, fu possibile riprendere e, nel 1818, completare i lavori, che l'architetto italiano Raffaele Stern (1774 -1820) concluse con la sistemazione definitiva dell'intero gruppo come appare oggi: una grande vasca circolare al cui centro un balaustro sorregge la fontana romana di granito proveniente dai Fori imperiali.



BIBLIO

- Dionigi di Alicarnwsso - Antichità romane - libro I -
- Apollodoro - Biblioteca - III -
- Rodolfo Lanciani - Rovine e scavi di Roma antica - Roma - Quasar - 1985 -
- Jorg Rupke - Communicating with the Gods - in A Companion to the Roman Republic - Blackwell - 2010 -




FONTANA DI VILLA SCIARRA


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Affacciata sulle pendici del Gianicolo, Villa Sciarra è una delle più gradevoli ville di Roma, adorna di statue e manufatti architettonici. romani, rinascimentali e barocchi, con prati, palazzi, boschi e fontane. Nel 1930, dopo la morte del marito, Henrietta Wurts donò la villa a Benito Mussolini, ponendo la condizione che fosse destinata a parco pubblico. Nel corso del 2004-2005 sono stati effettuati interventi di restauro del verde del parco, dopodiché più nulla.

La fontana è composta da pezzi romani antichi e altri di epoche diverse, ma tutti degni di antiquariato, per formare una fontana appoggiata ad un muro rustico della villa. Il tutto volto a creare un effetto romantico da finta rovina.

Il rilievo appoggiato sulla vasca con decorazione di due bucrani che sostengono un fregio a ghirlande è identificabile con un frammento di trabeazione romano d'età classica, probabilmente facente parte di un monumento funerario databile tra l'età tardo-repubblicana e l'inizio dell'età augustea.

Il mascherone in travertino è invece seicentesco, copia di un mascherone romano, e proviene dalla collezione Barberini. Venne collocato sul sarcofago negli anni Venti del Novecento nell’ambito della sistemazione della villa commissionata da  George Washington Wurts, ultimo proprietario prima della donazione della villa al Mussolini, passata poi allo stato alla sua morte.


LA FONTANA IN CONDIZIONI SEMPRE PEGGIORI

Stato di conservazione

La fontana è oggi in uno stato di degrado gravissimo. Il 9 gennaio 2015 un grosso ramo di alloro si è abbattuto sul monumento, distaccando dal muro il mascherone, che si è rotto in più pezzi, recuperati e custoditi dalla Sovrintendenza.

Prima dell’incidente la fontana era comunque già in cattive condizioni, sia per il deterioramento degli elementi lapidei, fessurati, erosi e soggetti ad attacco biologico, sia per la fatiscenza del muro di supporto.


BIBLIO

- Romolo Augusto Staccioli - Acquedotti, fontane e terme di Roma antica - Roma - Newton & Compton - 2005 -
- Water and Wastewater Systems in Imperial Rome - in WaterHistory.org - International Water History Association -






FONTANA DI VIA DEGLI STADERARI


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La fontana, costituita da una gigantesca vasca in granito egizio di Assuan, poggiata su una base in marmo di Carrara posta al centro di un grande bacino in peperino, fu rinvenuta nel 1985 durante gli scavi eseguiti nel cortile "della Palma", tra Palazzo Madama e Palazzo Carpegna.

Avendo circa 2000 anni, ed essendo stata realizzata da unico blocco, enorme per dimensioni e per peso, ha infatti un diametro di m. 5.30, ed un peso di circa 25 tonnellate, escluso il basamento, che è stato realizzato ex novo, essa è una delle fontane più preziose di Roma.

La fontana proviene delle terme costruite da Nerone intorno al 62 d.c. e restaurate da Alessandro Severo nel 227, per cui presero il nome di Terme Alessandrine, localizzate sotto il palazzo del Senato. La vasca che proviene dunque dalle terme di Nerone, che si trovano nel sottosuolo della zona, e che funzionarono dal I al V secolo d.c., faceva parte esattamente del Calidarium delle stesse.

Nelle guide medievali, questa vasca era ancora conosciuta e denominata concha Sancti Eustachii solo che con l'incuria assoluta di chi governava Roma, col tempo finì per essere ricoperta dalla terra e se ne dimenticò pure l'esistenza.

La fontana, che al momento del ritrovamento si presentava composta da otto frammenti, venne accuratamente restaurata e in un primo momento si pensò di trattenerla in senato, tanto è vero che venne restaurata a spese del senato, poi invece si cambiò idea e venne trasferita in Largo della Costituente, lungo Via degli Staderari verso Piazza S. Eustachio.



LA DONAZIONE

Si dice che la vasca sia stata donata dal Senato alla città di Roma, affermazione impropria perchè il senato non è un'associazione privata, ma appartiene come complesso monumentale al popolo italiano, e sorge sul suolo di Roma.

Poichè se a Roma, come in tutta Italia, si scava per qualsiasi ragione: edificare, aggiustare tubature, saggiare il sottosuolo ecc, e si rinviene qualsiasi pezzo antico, da un muro a un coccio romano, immediatamente si devono sospendere i lavori e devono intervenire le Belle Arti a tutela del patrimonio archeologico. 

Dopo di che se si tratta di un bene asportabile, questo viene posto in area pubblica o in un museo, se non è trasportabile si lascia in loco creandogli intorno un'area consona alla bellezza del reperto, se invece si trova sotto un edificio lì resta con obbligo del proprietario di porsi in qualche modo a disposizione affinchè il bene sia visitabile.

Ora il senato, ovvero i senatori, sicuramente non volevano visitatori nel loro palazzo, anche perchè avrebbero dovuto mettere a disposizione anche altre parti del palazzo, in quanto non si poteva far accorrere un pubblico solo per una vasca romana, anche se bellissima. per questa ragione si è deciso di trasferirla all'esterno del senato, a due passi da questo.

La fontana venne dunque donata dal Senato alla città di Roma il 22 dicembre 1987, in occasione del 40° anniversario della promulgazione della Costituzione repubblicana, come ricorda una lapide che così recita: 
"L'ANTICA VASCA ROMANA RITROVATA E RESTAURATA IL SENATO DELLA REPUBBLICA 
OFFRE ALLA CITTADINANZA RICORRENDO IL XL ANNIVERSARIO DELLA CARTA COSTITUZIONALE 
E IN ONORE DI ENRICO DE NICOLA CAPO PROVVISORIO DELLO STATO 
GIUSEPPE SARAGAT UMBERTO TERRACCINI PRESIDENTI DELLA ASSEMBLEA COSTITUENTE 
ALCIDE DE GASPERI PRESIDENTE DEL CONSIGLIO 
27 DICEMBRE 1947 - 27 DICEMBRE 1987".

Dunque il senato ha fatto quello che qualsiasi italiano avrebbe fatto se voleva ottemperare alla legge, in quanto tutto ciò che di arcaico si trova nel sottosuolo italiano non appartiene a chi ci sta sopra, neppure se ci abita, ma appartiene al popolo italiano. Trovandosi inoltre nel comune di Roma non poteva essergli tolto e trasferito in altro comune. Dunque il senato non ha regalato il manufatto romano ma l'ha solo e giustamente restituito agli italiani.

L’inaugurazione della fontana avvenne il 22 dicembre del 1987, in occasione del 40° anniversario della Costituzione Italiana, come ricorda una lapide posta di fronte alla vasca, sul Palazzo Madama.


BIBLIO

- Giorgio Carpaneto - RIONE VIII. S. EUSTACHIO - I Rioni e i Quartieri di Roma - vol 3 - Roma - Newton Compton Editori - 1989 -
- Degli avanzi delle antichità - Bonaventura Overbeke - a cura di Paolo Rolli - Tommaso Edlin - Londra - 1739 -
- Romolo Augusto Staccioli - Acquedotti, fontane e terme di Roma antica - Roma - Newton & Compton - 2005 -
- Water and Wastewater Systems in Imperial Rome - in WaterHistory.org - International Water History Association -





META AUGUSTEA


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RICOSTRUZIONE DELLA META AUGUSTEA

Citata da Seneca in "Lettere a Lucilio", 56, la meta sudans augustea era una fontana dell'era augustea, fatta costruire proprio da Augusto, che prendeva il nome dalle mete del circo. Si dicevano mete, in un anfiteatro, le due estremità della spina centrale dell’arena, costituite da un identico elemento architettonico in forma di cippo conico o di obelisco, arricchito talora di sculture e altri ornamenti. Nelle gare di corsa i carri trainati da cavalli dovevano percorrere l’arena lungo un lato della spina avendo superato la meta, per poi percorrerla in senso inverso sull'altro lato fino all'altra meta.

Nelle mete (metae) dei circhi la parte terminale dei coni era sempre sormontata da un elemento decorativo, spesso un uovo, oppure un delfino, come dimostrano alcuni mosaici o bassorilievi, sul valore simbolico della forma, l'uovo rimanderebbe al culto dei Dioscuri, e i delfini al culto di Venere.In era augustea questa meta era un punto di riferimento per i cortei trionfali, i quali risalivano la valle tra il Celio e il Palatino per poi piegare, in sua corrispondenza, lungo il percorso della Via Sacra.

Si tratta dei risultati delle indagini condotte nell’area tra il 1986 e il 2003 dal Dipartimento di Scienze dell’Antichità dell’Università di Roma “Sapienza” dirette da Clementina Panella. 

IN ROSSO IL LUOGO ESATTO IN CUI RISIEDEVA LA META AUGUSTEA VICINO ALLA
SUCCESSIVA META SUDANS O META FLAVIA


LA LOCAZIONE

La Meta Sudans, costruita in età Flavia, si ergeva fra il Colosseo e l'arco di Costantino, fino alla demolizione fascista, ma dagli scavi del 1986, diretti da Clementina Panella, sono stati ritrovati resti di una Meta di età Augustea antecedente la Meta Sudans, tale monumento è la Meta Augustea. L'indagine archeologica, condotta dal dipartimento di Scienze storiche, archeologiche e antropologiche dell' Università «La Sapienza», con finanziamento della Bnc e sponsor il Rotary Club, ha reperito i pezzi antichi della "meta" crollati per le attività di spoliazione avvenute in epoca medievale e moderna.

La Meta, alta dai 14 ai 16 m, era il crocevia più simbolico della città, dove si incrociavano le vie principali di Roma e dove passavano le più solenni processioni dirette al colle Palatino, ove giacevano le fondazioni di Roma e dove era omaggiato il primo re Romolo, divinizzato Quirino.

Le due importanti strade che qui convergevano erano la via valle-Foro e via Circo Massimo- Esquilino, a cui si erano aggiunte, convergendo sull'incrocio, ad Est la via Tusculana e a SE una strada proveniente da Porta Capena che costeggiava a ovest il Celio. Qui esplose l’attività edilizia, con basolati stradali di età augustea, tiberiana e claudia, e con fognature in cementizio, in travertino, e in laterizio, ma soprattutto con le domus, prima in opera reticolata e poi in laterizio. 

In zona il recinto delle Curiae Veteres appare riedificato in laterizio ed accoglie al suo interno una platea e un’ampia gradinata in travertino verso il Palatino. In quest’area sacra e di fronte ad essa nella valle si registrano i più importanti rinvenimenti.


EDICOLA DEI SUONATORI DI STRUMENTI DI BRONZO: AENATORES,
TUBICINES, LITICINES E CORNICINES CON DEDICHE AD AUGUSTO,
NERONE, CLAUDIO E AGRIPPINA (clicca per ingrandire)
All’interno delle Curiae:

- dediche da parte dei suonatori di strumenti in bronzo di statue ad Augusto e ai suoi familiari prima sulla platea (dal 12 a.c.), poi (nel 42 d.c.), e poi in un’edicola.
- ricostruzione da parte dell’imperatore Claudio di un tempio bruciato tra il 51 e il 54 d.c., forse il sacrario del Divo Augusto dedicato, a detta delle fonti letterarie, dalla moglie Livia nel 26 d.c nella casa natale del principe;


Di fronte all’ingresso delle Curiae:

- la prima Meta Sudans, alta 16 metri e con vasca rettangolare che accoglieva un'esedra su ciascuno dei lati lunghi. La forma del saliente ricorda le mete del circo. Il monumento è sul vertice di quattro (o cinque), delle 14 regiones in cui Augusto aveva diviso nel 7 a.c. e dovrebbe risalire a questa data. Danneggiata dallo stesso incendio che aveva distrutto tra il 51 e il 54 d.c. il tempio nelle Curiae Veteres, la Meta venne completamente ricostruita in età claudia;
- costruzione di un piccolo podio attribuibile ad un compitum (edicole dedicate ai Lari poste sui crocicchi a protezione dei quartieri), addossato alla vasca della fontana (forse il compitum Fabricium noto dalle fonti epigrafiche).


Gli edifici che occupavano le pendici del Palatino verso la valle nella loro sistemazione di età claudia (51-54): all’interno del recinto le Curiae Veteres il tempio restaurato da Claudio, la base in bronzo della statua di Tiberio e l’edicola dedicata ad Augusto e agli imperatori giulio-claudi; di fronte agli ingressi del santuario la Meta augustea e il piccolo compitum.  

CAVE ROMANE DI TUFO A MONTEVERDE

IL PROTOTIPO

La meta di età augustea diventò da allora il prototipo di una serie di fontane monumentali che avrà nella più nota Meta Sudans di età flavia il suo esempio più rappresentativo e ispirerà fontane simili anche nell’Africa Settentrionale, come a Thougga e a Cuicul.
 
Le fontane provviste di alta meta venivano di solito poste all'incrocio di strade importanti; non solo a Roma ma in tutto l'Impero, come testimoniano diverse monete a Nicopoli e a Corinto, anche se ivi non sono state rinvenute tali fontane, che del resto potrebbero essere state del tutto distrutte. Le fontane-meta però, oltre ad essere edificazioni reali, erano simbolo dei monumenti dell’Urbe.
 
 
LA FONTANA AUGUSTEA

Si tratta di una costruzione circolare di 3,20 m di diametro, con altezza di circa m. 16; costituita da conci di tufo litoide rosso legati con grappe in piombo, di cui si vede oggi soltanto una porzione: il resto è ancora coperto dalle terre di riempimento di un cunicolo altomedievale e di una fossa rinascimentale. I due pavimenti sovrapposti testimoniano la fase augustea ed un completo restauro di età claudia, conseguente ad un incendio che distrusse questa parte della città tra il 51 e il 54 d.c.
 
I resti attuali della fontana appartengono al restauro dell’età di Claudio, una fontana molto più grande della precedente, la cui trasformazione riguardò anche il piano stradale, che venne rialzato di m 0.80, affossando completamente la vasca. Per la fontana, vennero sostituiti i blocchi più danneggiati dall’incendio, riutilizzando gli elementi della fontana originale. 

La fontana non era di grandi dimensioni: i lati paralleli del bacino con i marmi dovevano essere rispettivamente di m 4.40 x 5.40. La forma irregolare del bacino è data dalle costruzioni vicine. Essa disponeva di una vasca rettangolare, con pavimentazione in cocciopesto rivestito di marmi, leggermente allargata, a metà dei lati lunghi, da due esedre contrapposte, in origine rivestita da lastre di marmo. 

Il primo pavimento, visibile in sezione in diversi punti, viene gettato su un massetto in cementizio che si appoggia ai blocchi del I filare del saliente e alle lastre del parapetto. Il nuovo rivestimento del fondo della vasca, sempre in opus signinum, realizzato in età claudia, rialza ulteriormente la quota pavimentale di una decina di centimetri. Quest’ultimo strato pavimentale, perfettamente conservato, presenta lungo i bordi un cordolo per  l’impermeabilizzazione al raccordo con il rivestimento verticale dei parapetti, sempre realizzato in cocciopesto. Un cordolo analogo impermeabilizza il contatto tra il fondo della vasca e i blocchi emergenti del saliente.

Un incasso rettangolare praticato ad Est nello strato di cocciopesto (cm 60 x 40, profondità cm 12), con un perno metallico al centro, fissava probabilmente un elemento decorativo, perduto. Il bordo esterno della vasca, tutto in travertino, poggia su una fondazione in conglomerato che ne ricalca il disegno. Di codesto bordo restano due grossi blocchi, una lastra e un piedritto, entrambi appartenenti alla costruzione di epoca augustea, sul lato breve occidentale. La lastra emergeva di circa un metro dal basolato stradale, col rialzamento di livello successivo all’incendio del 50 d.c.  si rese necessaria una sopraelevazione del parapetto, sovrapponendo un altro filare di pietre, alto cm 30.

Al centro del lato breve ovest, sulla linea del parapetto si trova un piccolo pilastro in travertino di sostegno di una fistula in piombo che alimentava una fontanella accessibile dalla strada. Il pilastrino (cm 62 x 46, h cm 170), è più alto di cm 18 rispetto alle lastre che lo affiancavano ed è saldato a queste da una colatura di piombo impermeabilizzante che riempie un’apposita canaletta verticale.

Accanto alla Meta, resta un piccolo vano di distribuzione dell' acqua, di cui sono rimasti due blocchi sovrapposti di travertino con tracce dell' incasso di una «fistula» in piombo, fissata con grappe di ferro. Della vasca rettangolare due pavimenti sovrapposti testimoniano la fase augustea ed un restauro di età claudia, dopo un incendio che distrusse questa parte della città e il monumento tra il 51 e il 54 d.c. Il bordo in travertino, quasi del tutto asportato nel Medioevo, si componeva di lastroni alti circa 1 m. alternati a pilastri più alti con fistulae verticali e bocche di fontana bronzee da cui uscivano zampilli che ricadevano nella vasca.


IL SALIENTE

Del saliente (saliente è una successione di spioventi posti a differenti altezze), posto al centro della vasca, rimane oggi un tamburo in conci di tufo litoide lionato, il tufo generato dal vulcano dei Colli Albani, in opera quadrata, con fondazione a piattaforma circolare e nucleo interno in cementizio a protezione del sistema idraulico, cioè una grande tubatura proveniente da Nord sotto la vasca e connessa al tubo verticale che portava l’acqua alla cima del monumento.

Grazie ad alcuni elementi architettonici in marmo bianco di Carrara possiamo ricostruire l’immagine del saliente, che doveva essere rivestito con blocchetti rettangolari a imitazione dell’opera isodoma e suddiviso in tre parti:

- il tamburo cilindrico, più alto di quanto sia oggi conservato, del diametro di m 3.55 (12 piedi), è coronato da un fregio dorico con fascia a singoli fiori e metope imitanti le lastre in terracotta, sormontato da una cornice non decorata; 

- l'elemento tronco-conico, cioè un elemento di diametro inferiore collocato sopra ad esso, con una cornice analoga alla precedente; Il saliente cilindrico,  è realizzato da una corona circolare in opera quadrata di blocchi lapidei con riempimento in conglomerato cementizio.. Le superfici esterne non sono mai state rivestite né da lastre né da intonaco o cocciopesto; sono lavorate a scalpello e i bordi sono trattati più finemente a subbia. 

- un terzo elemento a pianta dodecagonale, sui cui lati scorreva l’acqua fino a ricadere nella vasca.

- sulla sommità doveva esserci un fiore, una palla o un altro elemento decorativo. 

Una lastra curvilinea di epoca augustea, probabilmente appartenente al parapetto dell’esedra meridionale, molto danneggiata dall'incendio, è stata riusata nell'età di Claudio come tombino di chiusura di un pozzetto fognario posto all'esterno della vasca, sul lato meridionale.

I RESTI DELLA META AUGUSTEA

IL COMPITUM

A sud della vasca sono stati rinvenuti i resti di una struttura a pianta rettangolare: un basamento o podio di m 3.30 x 2.70, realizzato con blocchi di tufo rosso lionato, tutti di riuso. La costruzione si conserva solamente per tre dei quattro lati. Il basamento poggia direttamente sul basolato stradale, che è successivo alle lastre del parapetto. La strada in questo punto è in forte pendenza si che il primo filare che compone il podio è inzeppato con piccole pietre, per ristabilire un piano orizzontale.

La struttura del compitum è costituita da una cassaforma con i 4 lati realizzati da 2 filari in opera quadrata e riempimento misto di terra e scaglie di marmo; la pavimentazione superiore era costituita da lastroni di travertino. Il rivestimento orizzontale era formato da tre lastre, accostate tra loro e poggianti sui lati contrapposti del podio. Il piano superiore del basamento era recintato da una transenna, probabilmente in travertino, i cui pilastrini si incuneavano nello spessore delle stesse lastre pavimentali. La presenza della transenna è confermata dal ritrovamento di una delle borchie in pietra scura che dovevano decorarla.

I blocchi sono montati a secco, e il nucleo della struttura è composto da terra e scaglie di marmo e travertino; al di sopra poggiava una pavimentazione in lastre di travertino. Una scaletta, anch’essa in travertino, addossata al lato ovest, consentiva l’accesso al piano superiore del podio.

Un elemento determinante per la ricostruzione del piccolo podio accostato al parapetto della vasca è, un frammento di lastra pavimentale in travertino con incassi, rinvenuta sulla sommità del compitum, di cm 58 x 62, h cm 19. Presenta due notevoli incassi sui lati integri, adatti ad ospitare transenne in pietra. La superficie piana è liscia, mentre le parti verticali sono lavorate a scalpello in modo molto grossolano.


Durante le campagne di scavo del 2002/2003 sono stati rinvenuti diversi elementi architettonici appartenenti al rivestimento marmoreo della fontana e al parapetto della vasca.

- La trabeazione, comprendente architrave e fregio a triglifi, appartiene alla lastra di rivestimento terminale del tamburo cilindrico della fontana. Ricomposto da 8 frammenti, è lungo cm 60.2, e alto cm 28..
L’architrave reca decorazioni a bassorilievo rappresentanti fiori di diversa foggia; inoltre, è coronato da una taenia liscia, alta cm 1.5, sotto alla quale e in corrispondenza dei triglifi, vi sono regulae con guttae sovradimensionate (h 1.5 cm, come la taenia) e di forma troncoconica, di tradizione tardo ellenistica.

- Il fregio, alto cm 16.5 compreso il capitello del triglifo, comprende 2 triglifi interi, ampi cm 13.5, una metopa intera (cm 17.3 x 14.3) e le due laterali non complete. Anche le lastre delle metope recano un’elaborata decorazione con fiori a quattro petali inquadrati da girali vegetali e palmette. Il diametro esterno del blocco (m 3.56) è perfettamente compatibile con quello del tamburo in tufo in situ. Le dimensioni dei triglifi e quelle delle metope consentono di ricostruire il perimetro della fontana con una fascia decorativa costituita da 36 metope e 36 triglifi.  La lavorazione, non molto accurata, è a scalpello; l’anathyrosis è presente solo su uno dei lati brevi.

- Le Cornici
Il gruppo più consistente è quello delle cornici (2 blocchi interi e 2 frammenti) la cui successione degli ornati è quella consueta: listello, gola diritta, fascia, cavetto, con esecuzione poco accurata. I blocchi interi e il frammento sono in marmo di Luni, rifiniti a gradina e scalpello con anathyrosis sui lati brevi.

La cornice è alta cm 11.5 per un diametro alla base di m 3.25. La finitura del piano superiore dei blocchi suggerisce che al di sopra di questi poggiasse una struttura poligonale, che lasciava a vista la fascia liscia periferica delle cornici. Gli elementi rinvenuti sono pertinenti ad un rivestimento in lastre marmoree che doveva ricoprire il settore troncoconico della fontana, simulando un’opera isodoma.

- La Scala di accesso
Delle superfici verticali del podio del compitum augusteo, una era a contatto con le strutture adiacenti, un’altra era occupata dalla scalinata di accesso; pertanto solo due dovevano essere visibili dalla strada e quindi quasi certamente rivestite da lastre marmoree. Con il restauro di Claudio e il relativo rialzamento del basolato stradale, anche il podio del compitum venne in gran parte interrato, emergendo soltanto di cm 30-35 dal nuovo piano di calpestio.

RESTI MARMOREI DELLA META AUGUSTEA

I RESTI

Gli otto elementi architettonici della fontana sono tutti in marmo di Luni, con lavorazione poco accurata con incassi per grappe e con una leggera scialbatura bianca (calce e polvere di marmo) per coprire i segni delle bruciatura e di calcificazioni provocati dall’esposizione al fuoco.

Pertanto, gli elementi, pur appartenendo tutti al rivestimento della fontana ripristinata in età claudia, provengono da quella di età augustea. A questi elementi si aggiunge però un ulteriore frammento, rinvenuto riutilizzato nel restauro di età claudia come tombino di un pozzetto di ispezione di un condotto fognario precedente la costruzione della fontana.


Grande lastra marmorea 

La lastra, in travertino, alta m 1.43, si conserva per una lunghezza massima di cm 69. La superficie esterna, perfettamente liscia, è superiormente rifinita da una cornice di coronamento, alta cm 20, costituita da fascia, gola diritta, ovolo, tondino. La specchiatura al di sotto presenta un occhio apotropaico. Sulla faccia verticale di contatto del lato finito è presente un lungo incasso verticale, una sorta di canaletta nella quale veniva colato il piombo che saldava fra loro due lastroni contigui, rendendo la giunzione  stagna. Riguardava sicuramente il parapetto della vasca di età augustea che, essendo troppo rovinato, venne reimpiegato come lastra di copertura del condotto fognario.

Per l’elevato i resti conservati sono una corona circolare in blocchi di tufo con un riempimento in conglomerato cementizio. La parte inferiore, all’interno della vasca, non doveva essere visibile e non necessitava quindi di decorazione marmorea, ma quella emergente dell’acqua prevedeva un rivestimento.

Su tutti i blocchi recuperati sono stati riscontrati, nel lato posteriore, gli incassi, anche di notevole dimensione, per le grappe a Π che dovevano collegarli alla struttura del saliente. L’elevato continuava con un’opera a blocchi di tufo, sfalsata rispetto al filo del saliente.

Il nucleo interno doveva avere una parte vuota centrale per il passaggio delle condutture idrauliche atte a portare l’acqua sulla sommità della fontana, ma è possibile che  la meta più antica non prevedesse un passaggio d’acqua.

Il bordo del lacus, conservato per un lungo tratto a Nord-Ovest, è costruito con grosse lastre in travertino legate fra loro, all'esterno decorate con  modanature sul bordo superiore. Dopo l’incendio  le lastre rovinate vennero sostituite e sopra queste fu collocato un cordolo in travertino. Uno di questi lastroni orizzontali è stato trovato accanto al pilastrino al centro del lato corto ovest.


BIBLIO

- Romolo Augusto Staccioli - Acquedotti, fontane e terme di Roma antica: i grandi monumenti che celebrano il "trionfo dell'acqua" nella città più potente dell'antichità - Roma - Newton & Compton Ed. - 2005 -
- Flaminio Vacca - Memorie di varie antichità trovate in diversi luoghi della città di Roma - 1594 -
- James C. Anderson - Architettura e società romana - Baltimore - Johns Hopkins Univ. Stampa - a cura di Martin Henig - Oxford - Oxford Univ. - Comitato per l'archeologia - 1997 -





FONS CAMENARUM


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SANTUARIO DELLA NINFA EGERIA
"Qui tu dimorasti, in questo rifugio incantato,
Egeria! Il tuo seno divino che batte
Per i passi lontani del tuo amante mortale;
La Mezzanotte purpurea velò quel mistico incontro
Con la sua volta più stellata, e assisa
Accanto al tuo adoratore, che accadde?
Questa grotta fu certamente scolpita per dare il saluto
A una Dea innamorata, e la cella
Frequentata da Amore sacro - l'oracolo più antico
".
(George Byron)


LE DEE CAMENE

Anticamente sul suolo italico o almeno laziale c'erano quattro Dee Camene: Egeria, Carmenta, Antevorta e Postvorta. Alle Camene Numa Pompilio (754 – 673 a.c.).aveva consacrato il bosco presso la fonte di Egeria, fuori Porta Capena. Qui si celebravano in gennaio, con offerte di latte e acqua, le feste Carmentalia, durante le quali le Vestali venivano ad attingere l'acqua per i loro riti.

Nel II sec. a.c. il loro sacello, colpito da un fulmine e perciò inizialmente ricoverato nel tempio di Onore e Virtù, poco distante, fu trasportato all'interno del tempio di Ercole delle Muse (Aedes Herculis Musarum), stabilendo così la connessione e la futura equivalenza tra le Muse e le Camene.
Le Camene sicuramente dovevano essere legate al carmen, il canto magico vaticinizzante proferito in tempi arcaici dalle sacerdotesse per i fedeli delle Dee.




LA FONTE DELLE CAMENE

Una sorgente e un boschetto sacro, il santuario delle Camene, si trovava dunque vicino, probabilmente al suo esterno, a Porta Capena ai piedi del Colle Caeliano e veniva chiamato "Delle Camene" per le Dee dell'acqua assimilate alle Muse, che erano adorate insieme ad Egeria, una Dea dell'acqua cara a Numa (Ov., Veloce 3.275-76, conosciuta anche come la fonte Egeria: Rodríguez Almeida).

Quest'acqua pura era consacrata per le Vestali fin dai tempi antichi, e uno dei loro compiti giornalieri era di prendere l'acqua dal Camenarum Fons per portarla al Tempio di Vesta nel Foro, un viaggio di quasi due km. L'acqua veniva utilizzata per cospargere gli altari di Vesta e per altri rituali.

La sorgente si trovava ai piedi dell'estremità meridionale del colle Celio, all'interno dei confini della Villa Mattei, ma è impossibile identificarlo con certezza con una di quelle trovate nelle immediate vicinanze.

Il bosco era intorno alla sorgente, e la valle si estendeva a nord-est da questo punto lungo il lato sud-est del Celio, attraversata dalla vicus Camenarum (Reg. I), che si ricongiungeva alla via Appia. Questa valle è ora segnata dalla Via delle Mole e dal ruscello Marrana. La sorgente era vicino alla via Appia, e, secondo la tradizione, Numa aveva fatto erigere accanto ad essa una piccola edicola di bronzo. (il giorno della dedicazione era il 13 agosto)

Questa, dopo essere stato colpita da un fulmine e rimossa dal tempio di Honos et Virtus, venne nuovamente trasferita da Fulvio Nobiliore al tempio di Ercole, che allora si chiamava Aedes Herculis et Musarum. Più tardi venne sostituita da un tempio (Aedes, Plin. NH XXXIV. 19). La grotta della sorgente era stata ornata di marmi ai tempi di Giovenale. La sua acqua era eccellente (Vitruvio, Frontino - de Aquis)

Sulla base di Giovenale (Sat. 3.10-20) e pure per gli scritti del Rinascimento e per le scoperte del XIX secolo, che descrissero l'architettura dell'antro delle ninfee, la Fonte delle Camene è stata localizzata nelle colline della Villa Mattei (Rodríguez Almeida, cfr Lanciani, FUR pl 35-36 per la topografia.

Al contrario, Richardson che, dipendente in parte dal suo collocamento del Tempio Di Honos et Virtus, sostiene una sorgente all'interno della Porta Capena vicino S. Gregorio Magno).

Verso la fine del I sec. d.c., Marziale (2.6.16) osserva che il posto ad Camenas è servita come stazione di ricambio per cambiare i cavalli e Giovenale, quando descrive il traffico di una stazione presso la Porta Capena, si rammarica che il boschetto e il santuario della fonte sacra, lasciate agli ebrei e sfruttati per l'erba e il legno, avessero perso il loro antico carattere silvano (Sat. 3.10-20: sacri fontis nemus et delubra), come era il caso più in fondo alla valle, che egli chiama, in parte o nella sua interezza , La "Valle di Egeria" (sv. Vallis: Via Appia, Platner-Ashby).

Inoltre, a questo proposito un vicus Camenarum è attestato sulla base del colle Capitolino (CIL VI 975, linea 6, 136). Seguendo Rodríguez Almeida e gli studiosi precedenti, noi poniamo il santuario delle Camene nella sua locazione ampiamente accettata, fuori dalla Porta Capena ai piedi del Celio, e supponiamo (con Richardson) che il Tempio di Honos e Virtus non fossero lontani da esso.

(Mappin Augustan Rome - Lothae Haselberger)



IL TEMPIO DELLE CAMENE

In una stampa del 1770 è raffigurato un edificio denominato "Tempio delle Camene". Per altri invece è il tempio del Dio Rediculo.

TEMPIO DELLE CAMENE (Stampa del 1770)
L'edificio, di forma rettangolare, è elevato su un alto podio, privo di colonne, con un ampio portale e al piano superiore con due finestrelle e una nicchia per l'immagine sopra al portale.

La nicchia, che evidentemente doveva contenere una statua, è sormontata da una piccola trabeazione, come fosse un'edicola.

Sul fianco ha tre finestre in alto e nella parte del podio, sotto al tempio, ha due porte, i cui ambienti di solito servivano a custodire le attrezzature per le processioni.



EDICOLA DELLE CAMENE

La chiesa di S.Maria in Tempulo è situata sotto le pendici del Celio, in via Valle delle Camene, una strada che ripercorre l'antico tracciato iniziale della via Appia e che ricorda appunto il luogo dove sorgeva la "Fons Camenarum", la fonte sacra alle Muse, ovvero le "Camenae": le cui acque medicamentose, venivano utilizzate dalle Vestali per il loro culto.

"In Tempulo" invece sarebbe dovuto alla vicinanza della chiesa con il "Tempio di Ercole Musagete", costruito nel 187 a.c. da M.Fulvio Nobiliore dopo il suo trionfo sugli Etoli. Il tempio, circolare, sorgeva su un alto podio esteso sia a nord, dove formava un'esedra, sia a sud dove accoglieva un'area aperta dotata di una piccola struttura rotonda che potrebbe essere stata l'Edicola delle Camene, attribuita dalla tradizione al re Numa.

Le Camene erano ninfe profetiche, che derivavano da un antico culto italico. Il loro nome latino era Camnae o Casmenae o Carmenae, ed erano, nella religione romana, ninfe delle sorgenti, ma noi sappiamo che molte divinità femminili arcaiche, le cosiddette Grandi Madri, vennero in seguito declassate a ninfe.

Delle Camene si conoscono solo quattro nomi o più propriamente appellativi: Egeria, Carmenta, Antevorta e Postvorta. A loro venivano talvolta attribuite facoltà profetiche oppure facevano da ispiratrici ai poeti, come le Muse.



SANTA MARIA IN TEMPULO

La chiesa di Santa Maria in Tempulo è una chiesa sconsacrata di Roma, proprio in via Valle delle Camene, alle pendici del Celio, che è sorta su un antico tempio romano come si evince da fuori guardando delle arcate chiuse che appena spuntano dal suolo, mostrando il livello molto più basso, diversi metri tenendo conto del podio, che la denuncia di epoca romana.

Secondo alcuni potrebbe essere il tempio delle Camene in quanto la posizione sembrerebbe corretta.



RODOLFO LANCIANI - Fons Camenarum

Ho nutrito altra volta il dubbio che il fons Camenarum di Frontino, (l'acqua) fontalis ab Camenis di Vitruvio e l'aqua Mcrciirii di Ovidio fossero idraulicamente una cosa sola:
- in primo luogo perchè una sola sorgente copiosa mi era nota in questa zona della prima regione:
- in secondo luogo per la frase "salubritatem aegris coiporibus afferre creditur collima col numen habet" del poeta;
- e da ultimo perchè se la fonte delle Camene è designata da Giovenale "ad veieres arcus madidamque Capenam" anche quella di Mercurio è indicata da Ovidio pure vicina Capenae, vale a dire neir istesso luogo.

Ad onta di questi indizi di identità parmi più saggio partito interpretare i passi degli scrittori nel senso ovvio, e ritenere l'un fonte diverso dall'altro; molto più che dal confronto delle memorie lasciate su questo argomento dai topografi con l'ispezione accurata del terreno da me fatta e ripetuta più volte, credo aver ritrovato il secondo capo d'acqua attribuibile alle Camene.


Perciò che spetta al sito del fonte delle Camene, da Giovenale, dal suo scoliaste, da Simmaco, dai cataloghi si ha :
a) che il boschetto, il delubro, il fonte delle Camene, nemus fons sacer delubra stavano non molto lungi dalla porta capena;
b) e dalla via appia, onde i rumori di questa vi giungevano facilmente; e) che dalla porta capena si discendeva per raggiungere quel sacro gruppo ;
d) che il gruppo stava in una convalle, denominata di Egeria;
e) che la spelonca-ninfeo era artificiale, essendosene rivestito il vivo sasso con incrostature di marmi ecc.;
f) che stava dalla parte sinistra dell' appia;
g) che dava il nome ad un vico della regione.

Questo complesso di indicazioni ci costringe a ricercare il sito del fonte delle Camene nella valle perpendicolare all'Appia che è attraversata dalle vie della Mola di s. Sisto e della Ferratella, ed in parte dalla Marrana mariana.

In questa valle abbiamo un abbondantissimo capo d'acqua presso la villa Ponseca, raccolto nel bacino di un ninfeo artificiale antico: abbiamo memoria di inondazioni e di pantani prodotti dal libero scorrere delle vene, dopo la rovina del loro emissario: abbiamo infine la testimonianza della tradizione medioevale che ha dato origine allo stabilimento di un nuovo ninfeo onde consentire al popolo il facile uso di queste acque salutari. Tutto ciò scioglie il problema topografico in modo netto e preciso.

Il Cassio accenna vagamente alla sorgente prossima alla villa Ponseca. Il Brocchi con maggiore precisione torna sull'argomento scrivendo :
« Cotesta fonte del Celio di cui ragiona il Cassio è forse quella che appare nella vigna Bettini contigua alla villa Fonseca, ove è raccolta nella vasca di un antico ninfeo fatto a foggia di
grotta con sei nicchi nelle muraglie incrostate di pietruzze di vari colori disposte a musaico. Superiormente al ninfeo ed a poca distanza da esso havvi un pozzo di acqua perenne, il quale sembra che si sprofondi al livello della bocca dell'indicata sorgente. Ma altre scaturigini ha il Celio in quei contorni, essendomi stato narrato che nel 1815, scavandosi nella vigna Eustachi il terreno, proruppe una grossa vena che allagò in breve tratto quel suolo ».

La vena attuale porta un palmo d'acqua.

NINFA
Se l'iscrizione del Boissard, dedicata NYMPHIS QVAE SVB COLLE SVNT, e che si asserisce trovata presso la porta latina meritasse fede, avremmo documento di altre vene in quell'appendice del Celio che chiamasi Monte d'oro. Infatti cotesta regione naviga, per così dire, sulle acque sotterranee.

« Nella china meridionale del Celio, tra la porta Latina, e la Metronia, vi fu ne' trascorsi secoli un ristagno d'acque che dal luogo, il quale per proprio vocabolo era detto Decennia, furono anch'elle nominate decennie. Ugualmente al difuori incontro alla porta Metronia il terreno fu paludoso: sicché dalle carte di quei tempi si ha che vi fosse un pantano, e la campagna circostante... portava il nome di prati di Decio ».

Con istromento dell'anno 857, Pipino console e duca concede a Bomano suddiacono un appezzamento di terra con grotte e con sorgente di acqua nella II regione di Roma, presso la « via pubblica quae vadit ad portam Mitrobi », e certe rovine di muri antichi « iuxta decennias ».

Nella zona più bassa di villa Mattei-von Hoifmann, presso l'angolo delle vie di porta s. Sebastiano e delle mole di s. Sisto, esiste un grazioso edificio del seicento che ricuopre una sorgente d'acqua purissima e leggermente medicinale. Ne dà la icnografia e la sezione il Parker nel capitolo o parte IV della sua Archaelogy of Rome, Supplementi piate XII, ove lo chiama senz'altro "the fountain of Egeria".

In fondo non ha gran torto: le vene di villa Mattei discendono dalla parte più alta della valle, e molto probabilmente son quelle stesse che prima appariscono nella vigna Bettini. Ora non vorrà negarsi essere questo recente ninfeo una prova non discutibile della perpetuità della tradizione che attribuiva al fonte d'Egeria virtù medicinali. Inoltre, nel capitolo terzo, parlando del ramo Ottaviano dell'Aniene Vetere, dimostrerò che la via delle mole di s. Sisto corrisponde all' antico Vicus Camenarum.

Può darsi però che, come oggi le due sorgenti di vigna Bettini e di villa Mattei appariscono distinte, fossero considerate come tali anche presso gli antichi. In questo caso, serbando il nome di Egeria alle polle superiori, riconoscerei nelle inferiori matteiane il « Fons Apollinis » di Frontino, intorno al sito del quale nulla si conosce di preciso. Un frammento della pianta capitolina, ora perduto, esprime il centro di una piazza ornata di un monumentino quadrato, fontana o puteale che sia, e la piazza vi è chiamata Area Apollinis.

Ora fra le piazze della prima regione i cataloghi pongono 1' Arcum Apollinis et splenis. Questo accoppiamento, il quale sa d'idroterapia, ben s'addice alla virtù del fonte accennata da Frontino. Inoltre quella bassura di villa Mattei, sui confini della prima regione, si presta benissimo al collocamento della piazza nominata nei cataloghi, tracciando la linea dei confini medesimi.

Ho nutrito altra volta il dubbio che il fons Camenarum di Frontino, (l'aqua) fontalis ab Camenis di Vitruvio e l'aqua Mcrciirii di Ovidio fossero idraulicamente una cosa sola: in primo luogo perchè una sola sorgente copiosa mi era nota in questa zona della prima regione: in secondo luogo perchè la frase "salubritatem aegris coiporibus afferre creditur" collima col numen habet del poeta; e da ultimo perchè se la fonte delle Camene è designata da Giovenale "ad veieres arcus madidamque Capenam" anche quella di Mercurio è indicata da Ovidio pure vicina Capenae, vale a dire nell' istesso luogo.

Ad onta di questi indizi di identità parmi più saggio partito interpretare i passi degli scrittori nel senso ovvio, e ritenere l'un fonte diverso dall'altro; molto più che dal confronto delle memorie lasciate su questo argomento dai topografi con l'ispezione accurata del terreno da me fatta e ripetuta più volte, credo aver ritrovato il secondo capo d'acqua attribuibile alle Camene.


Perciò che spetta al sito del fonte delle Camene, da Giovenale, dal suo scoliaste, da Simmaco, dai cataloghi si ha :
a) che il boschetto, il delubro, il fonte delle Camene, nemus fons sacer delubra stavano non molto lungi dalla porta capena;
b) e dalla via appia, onde i rumori di questa vi giungevano facilmente;
e) che dalla porta capena si discendeva per raggiungere quel sacro gruppo ;
d) che il gruppo stava in una convalle, denominata di Egeria;
e) che la spelonca-ninfeo era artificiale, essendosene rivestito il vivo sasso con incrostature di marmi ecc.;
f) che stava dalla parte sinistra dell' appia;
g) che dava il nome ad un vico della regione.

Questo complesso di indicazioni ci costringe a ricercare il sito del fonte delle Camene nella valle perpendicolare all'appia che è attraversata dalle vie della Mola di s. Sisto e della Ferratella, ed in parte dalla Marrana mariana. In questa valle abbiamo un abbondantissimo capo d'acqua presso la villa Ponseca, raccolto nel bacino di un ninfeo artificiale antico:
- abbiamo memoria di inondazioni e di pantani prodotti dal libero scorrere delle vene, dopo la rovina del loro emissario:
- abbiamo infine la testimonianza della tradizione medioevale che ha dato origine allo stabilimento di un nuovo ninfeo onde consentire al popolo il facile uso di queste acque salutari.
Tutto ciò scioglie il problema topografico in modo netto e preciso.

Il Cassio accenna vagamente alla sorgente prossima alla villa Fonseca. Il Brocchi con maggiore precisione torna sull'argomento scrivendo :
« Cotesta fonte del Celio di cui ragiona il Cassio è forse quella che appare nella vigna Bettini contigua alla villa Fonseca, ove è raccolta nella vasca di un antico ninfeo fatto a foggia di grotta con sei nicchi nelle muraglie incrostate di pietruzze di vari colori disposte a mosaico. 
Superiormente al ninfeo ed a poca distanza da esso havvi un pozzo di acqua perenne, il quale sembra che si sprofondi al livello della bocca dell'indicata sorgente. Ma altre scaturigini ha il Celio in quei contorni, essendomi stato narrato che nel 1815, scavandosi nella vigna Eustachi il terreno, proruppe una grossa vena che allagò in breve tratto quel suolo ».
La vena attuale porta un palmo d'acqua.

Se l'iscrizione del Boissard, dedicata NYMPHIS QVAE SVB COLLE SVNT, e che si asserisce trovata presso la porta latina meritasse fede, avremmo documento di altre vene in quell'appendice del Celio che chiamasi Monte d'oro. Infatti cotesta regione naviga, per così dire, sulle acque sotterranee. « Nella china meridionale del Celio, tra la porta Latina, e la Metronia, vi fu ne' trascorsi secoli un ristagno d'acque che dal luogo, il quale per proprio vocabolo era detto Decennia, furono anch'elle nominate decennie. Ugualmente al difuori incontro alla porta Metronia il terreno fu paludoso: sicché dalle carte di quei tempi si ha che vi fosse un pantano, e la campagna circostante... portava il nome di prati di Decio ».

Con istromento dell'anno 857, Pipino console e duca concede a Bomano suddiacono un appezzamento di terra con grotte e con sorgente di acqua nella II regione di Roma, presso la « via pubblica quae vadit ad portam Mitrobi », e certe rovine di muri antichi « iuxta decennias ».

Onorio III, in una bolla del 1217 ricorda il pantano di porta Metronia come ancora esistente a suo tempo, e questa credo sia l'ultima menzione che se ne abbia nel medio evo. Il Fea, néll' indicazione della pianta del foro romano, dice:
« le terre e le macerie che si scaveranno, verranno portate a colmare la valle detta celimontana fuori le mura incontro all'antica piccola porta chiusa, chiamata Metrobia, ove è un grande basso fondo che diventa palude mefitica nei tempi di molte e lunghe pioggie, come nel 1706 e 1707 al tempo di Clemente XI, il quale ordinò al suo archiatro monsig. Lancisi di farla empire, ma non vi riuscì. »

Le terre del Fea non giunsero alla palude: vi son giunte bensì settant'anni dopo, quando per cura del ministero della publica istruzione furono ripresi gli scavi del foro.
Onorio III, in una bolla del 1217 ricorda il pantano di porta Metronia come ancora esistente a suo tempo, e questa credo sia l'ultima menzione che se ne abbia nel medio evo.

Nella zona più bassa di villa Mattei-von Hoifmann, presso l'angolo delle vie di porta s. Sebastiano e delle mole di s. Sisto, esiste un grazioso edificio del seicento che ricuopre una sorgente d'acqua purissima e leggermente medicinale. Ne dà la icnografia e la sezione il Parker nel capitolo o parte IV della sua Archaelogy of Rome,
Supplementi piate XII, ove lo chiama senz'altro "the fountain of Egeria";. In fondo non ha gran torto: le vene di villa Mattei discendono dalla parte più alta della valle, e molto probabilmente son quelle stesse che prima appariscono nella vigna Bettini. Ora non vorrà negarsi essere questo recente ninfeo una prova non discutibile della perpetuità della tradizione che attribuiva al fonte d'Egeria virtù medicinali. Inoltre, nel capitolo terzo, parlando del ramo Ottaviano dell'aniene vetere, dimostrerò che la via delle mole di s. Sisto corrisponde all' antico Vicus Camenarum."

(Rodolfo Lanciani - Fons Camenarum)


BIBLIO

- Fons Camenarum - Roma - nella Forma Urbis Romae di R. Lanciani - 1918 -
- Julien Ries - Saggio di definizione del sacro - in Grande dizionario delle Religioni (a cura di Paul Poupard) - Assisi - Cittadella-Piemme -
- Renato Del Ponte - Dei e miti italici. Archetipi e forme della sacralità romano-italica - ECIG - Genova - 1985 -





 

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