OTTAVIA MINORE - OCTAVIA THURINA MINOR


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Nome completo: Octavia Thurina Minor
Nascita: Nola 69 a.c.
Morte: 11 a.c.
Dinastia: giulio-claudia
Padre: Gaio Ottavio
Madre: Azia minore
Fratello: Ottaviano Augusto
Marito: Marcello, Marco Antonio
Figli:  Claudia Marcella maggiore, Claudia Marcella minore e Marco Claudio Marcello.



Ottavia Turina minore, ovvero Octavia Thurina Minor; (Nola, 69 a.c. – 11 a.c.), è stata sorella di Ottaviano Augusto e moglie di Marco Antonio.

Ottavia era figlia di Gaio Ottavio e della sua seconda moglie Azia minore. Dalla prima moglie suo padre aveva avuto la sorellastra Ottavia maggiore, mentre Ottaviano era anch'egli figlio di Azia Minore. Da parte materna era parente di Gaio Giulio Cesare, zio di Azia.

Azia era figlia della sorella di Giulio Cesare e alla morte del marito Gaio Ottavio, dopo un tempo adeguato, si risposò. Morì durante il primo consolato del figlio Ottaviano, nell'autunno del 43 a.c.: il suo funerale, per volere di Ottaviano, avvenne secondo i più alti onori. Infatti nonostante le illazioni sul suo conto, le fonti non parlano dell'influenza di Azia nè su Ottaviano nè su Ottavia, che erano entrambi caratteri piuttosto indipendenti. Anzi nel Dialogus de oratoribus, Tacito la descrive come una donna eccezionalmente religiosa e morale, e una delle matrone più ammirate nella storia della Repubblica.

Sembra che Ottavia avesse preso molto del suo carattere, leale, fedele e generosa, ma pure forte e volitiva. Di aspetto peraltro, e le sue immagini lo confermano, sembra fosse piuttosto bella, e di lineamenti piuttosto fini, del resto anche suo fratello Augusto lo era.

Prima del 54 a.c., aveva sposato Gaio Claudio Marcello minore, console nel 50 a.c. Il marito di Ottavia apparteneva alla gens patrizia dei Claudii, discendendo da quel Marco Claudio Marcello che aveva combattuto nella Seconda guerra punica. All'epoca erano i genitori a decidere i matrimoni dei figli.

Nel 54 a.c., Gneo Pompeo Magno, uno degli uomini più potenti di Roma, aveva perso la moglie Giulia, figlia di Cesare. Lo zio di Azia, volendo mantenere dei legami familiari con l'influente Pompeo, gli propose di sposare Ottavia, dopo che questa avesse divorziato da Marcello. Pompeo rifiutò, e Marcello rimase marito di Ottavia e grande oppositore di Cesare, che osteggiò durante l'anno del consolato.

Quando Cesare sconfisse gli oppositori nella battaglia di Farsalo, Marcello, che pur osteggiando Cesare non lo aveva combattuto, ottenne il perdono del nuovo signore di Roma, e continuò a vivere tranquillamente a Roma con Ottavia e la famiglia.

Marcello e Ottavia ebbero tre figli: Claudia Marcella maggiore, Claudia Marcella minore e Marco Claudio Marcello.

- Al ritorno dalla Macedonia (Gaio Ottavio) morì improvvisamente, prima ancora di poter porre la sua candidatura al consolato; i figli superstiti erano Ottavia maggiore, che aveva avuto da Ancaria, Ottavia minore e Augusto, che gli erano nati da Atia. Costei era figlia di M. Atio Balba e di Giulia, sorella di Cesare. Balbo, i cui avi paterni erano originari di Ariccia e la cui famiglia vantava numerosi senatori, aveva, per via di madre, stretti legami di parentela con Pompeo Magno. Dopo aver esercitato la pretura, fece parte della commissione di venti magistrati che divisero tra i plebei il territorio di Capua, in forza della legge Giulia. Ecco perché Antonio, estendendo il suo disprezzo anche agli ascendenti materni di Augusto, gli rinfacciava che il suo proavo era di origine africana e aveva esercitato ora il mestiere di profumiere, ora quello di fornaio. Anche Cassio parmense, in una sua lettera, rimproverava ad Augusto di essere nipote non solo di un fornaio, ma anche di un cambiavalute con queste parole: "La tua farina materna proviene dal più grosso mulino di Ariccia ed è stato un cambiavalute di Nerulo a impastarla con le sue mani sporche del denaro che cambiava." -


Dunque il matrimonio di Ottavia dava lustro alla famiglia e Marcello era patrizio e famoso, ma Pompeo era più potente, tuttavia stavolta il matrimonio d'affari non funzionò, pur essendo bella ed elegante Ottavia venne rifiutata da Pompeo e restò la moglie di Marcello. Del resto con l'assurgere del potere di Ottaviano lei diventò la donna del momento, la lady che tutti ammirano e copiano.


Acconciatura alla Ottavia

Ottavia è bella e detta la moda a Roma, è lei a inventare una pettinatura detta appunto "all'Ottavia", in cui i capelli sono raccolti in una crocchia di trecce sulla nuca ma due scriminature isolano un ciuffo di capelli alla sommità del capo, ciuffo che viene ripiegato creando un cuscinetto cotonato e rigonfio, per raccogliersi poi in una ciocca o in una treccia che si unisce alla crocchia; mentre le ciocche ai lati del viso, rigonfie, arrotolate e pettinate, sono portate anch'esse alla nuca.



IL SECONDO MATRIMONIO

Comunque nel 41 a.c. Marcello muore, lasciando Ottavia incinta; intanto all'inizio del 40 a.c., anche Marco Antonio divenne vedovo, perdendo Fulvia, che gli aveva dato due figli. Poiché Antonio e Ottaviano si sono appena riappacificati dopo essersi tanto combattuti, si decide di ratificare l'accordo con un matrimonio. Allora usava ed usò in tutte le monarchie future per ratificare accordi tra gli stati d'Europa.

È Plutarco a raccontare gli eventi (Vita di Antonio, XXXI):

“… (Ottavia) era, come tutti dicevano, una donna meravigliosa. Aveva perso da poco il marito Caio Marcello ed era vedova. Anche Antonio, dopo la morte di Fulvia, lo era, almeno in apparenza: infatti, pur non negando di essere l’amante di Cleopatra, non voleva però ammettere di essersi sposato con lei. Su questo punto egli ragionava ancora bene e dentro di sé combatteva il suo amore per l’egiziana. 

Tutti perciò si prodigavano per combinare questo matrimonio sperando che Ottavia, che univa alla sua grande bellezza, serietà ed intelligenza, una volta sposata ad Antonio e da lui amata come lo meritava una donna sua pari, avrebbe appianato le contese tra i due rivali ed avrebbe portato ad una fusione dei due partiti. 

Anche i due contendenti lo pensavano. Perciò, appena essi furono arrivati a Roma, si celebrarono le nozze di Ottavia con Antonio, nonostante che la legge non ammettesse un secondo matrimonio prima che fossero passati dieci mesi dalla morte del primo marito. Ma una decisione del Senato permise loro di non attendere tutto quel tempo.”

Ottavia è infatti incinta del marito e la legge proibisce le nozze a chi porta in grembo figli del precedente connubio, ma il Senato romano può dare la dispensa, come del resto la darà a Livia per sposare Augusto.

MARCO ANTONIO ED OTTAVIA
Così Ottavia sposa Antonio distogliendolo dall'affascinante Cleopatra, e quando, nel 36 a.c. Ottaviano e Antonio litigano di nuovo, Ottavia riesce a riconciliarli, nei pressi del fiume Taras, in Puglia, inoltre si prende cura dei figli, di quelli avuti da Marcello, dei figli di Antonio, e delle due figlie avute dal secondo marito, Antonia maggiore e Antonia minore.

Questa è la sua generosità e il suo grande senso materno, che la porta ad occuparsi del loro benessere e della loro educazione, anche se non sono figli suoi. Il suo matrimonio sembra funzionare, sia Antonio che Ottaviano sono contenti di lei, anche se Ottaviano poco si fida di Antonio, e sogna di sbarazzarsene. Non ha tutti torti, Antonio ha una sessualità sfrenata che lo induce a tradire e nel modo più licenzioso. Ma Ottavia non molla e difende tanto il matrimonio quanto la sua selva di figli, suoi e non suoi.

Poi Antonio va in oriente per combattere contro i Parti, e torna da Cleopatra, che aveva già frequentato nel 41 a.c. e da cui aveva avuto due gemelli. Per Roma e per Ottaviano questo è un tradimento nei confronti della patria. Cesare indulse a Cleopatra ma restò fedele a Roma, Antonio non è forte come Cesare, perchè ha un sesso che lo governa.

Ottavia però è ancora innamorata e tenta di riconciliarsi col marito. Spinta dal fratello che non ammette queste defezioni, si pone in viaggio nel 35 a.c. col denaro e le truppe che Antonio dovrà guidare nella campagna contro Artavasde di Armenia, ma Antonio, spinto da Cleopatra, non la riceve neppure, le manda incontro dei messi ad Atene, con una lettera che la invita a tornare indietro.

Ottavia è piena di dolore eppure consegna soldi e truppe e torna a Roma. Secondo alcune testimonianze, fu Ottaviano a fornirle le truppe per Antonio, voleva rompere definitivamente con Antonio e sa che l'umiliazione di Ottavia farà grande presa sul senato, perchè sua sorella è stimata e amata.

Ottaviano le propone di lasciare la casa di Antonio e di recarsi a vivere con lui, ma Ottavia rifiuta, lì ha i suoi figli ed Antonio è ancora suo marito. Non è facile disubbidire ad Ottaviano, ma lei lo fa. Il che aumenta la stima che i romani hanno di lei, una fedele Giunone, e una buona madre. E' testarda e tenace come suo fratello.

Questo fino al 32 a.c., quando Antonio le invia la lettera di divorzio e finalmente Ottavia abbandona la sua casa ma rifiuta di recarsi alla reggia come vorrebbe il fratello. Non vuole allevare i figli tra le beghe di palazzo.

Poi Antonio muore, Ottavia continua ad avere cura dei suoi figli, sia quelli avuti da Fulvia (Iullo Antonio, in quanto l'altro, Marco Antonio Antillo, era stato giustiziato da Ottaviano nel 31 a.c.), sia quelli avuti dalla rivale Cleopatra (Alessandro Helios, Cleopatra Selene e Tolomeo Filadelfo). La sua pietas supera qualsiasi rivalità.

OTTAVIA - SOMIGLIANZA CON AUGUSTO
Roma disapprova Marco Antonio, non solo perchè Cleopatra è egiziana, ma perchè Ottavia, si dice, è più bella, intelligente, generosa e affascinante dell'altra. Ottaviano è adorato ma anche sua sorella ha il suo seguito.

Il figlio di Ottavia e Marcello, Marco Claudio Marcello, viene adottato da Augusto, che ha un grande affetto per lui, come suo erede, ma muore prematuramente nel 23 a.c. Ottavia gli dedica la Biblioteca di Marcello, e Augusto il grande Teatro di Marcello.

Elio Donato narra che Virgilio declamò ad Ottavia ed Augusto i versi del sesto libro dell'Eneide, in cui si parla di Marcello: quando giunse al verso 884, "Tu sarai Marcello" Ottavia svenne e, rianimata a fatica, donò a Virgilio diecimila sesterzi per ogni verso dedicato al figlio.

Ottavia ebbe cinque figli: un maschio e due femmine da Marcello e due femmine da Antonio. Il figlio di Marcello sarebbe dovuto divenire l'erede di Augusto, ma per l'appunto morì prematuramente.
Si dice che almeno per un lungo periodo si trasferì a Tranto coi suoi figli.

Claudia Marcella maggiore sposò prima Marco Vipsanio Agrippa, Claudia Marcella minore sposò Marco Emilio Lepido e poi Marco Valerio Messala Barbato Appiano, da cui ebbe due figli: Claudia Pulcra, futura moglie di Publio Quintilio Varo e madre di Quintilio Varo, e Marco Valerio Messala Barbato, futuro marito di Domizia Lepida e padre di Valeria Messalina terza moglie dell'imperatore Claudio.

Le figlie di Antonio divennero le ave di tre imperatori: Antonia maggiore sposò Lucio Domizio Enobarbo e fu la nonna di Nerone; Antonia minore sposò Druso Maggiore, fratello di Tiberio, e fu la madre di Claudio e la nonna di Caligola.



LA MORTE

Ottavia morì nell'11 a.c.; l'orazione funebre fu pronunciata da Augusto, mentre i suoi generi trasportarono il suo feretro alla sua tomba. Il Senato decretò che le venissero conferiti molti onori, ma la maggior parte di questi vennero rifiutati da Augusto. Viene da chiedersi come mai, visto che per la madre li aveva cercati e ottenuti. Eppure Ottaviano aveva affetto per la sorella, a cui dedicò lo splendido portico d'Ottavia.

Viene da pensare che forse non volesse rivangare troppo nell'elogio quel Marco Antonio, suo acerrimo nemico, che sua sorella aveva invece, seppur poco ricambiata, tanto amato.


BIBLIO

- Plutarco - Vita di Antonio - XXXI -
- P. E. Arias - Nuovi contributi all'iconografia di Ottavia Minore - in Röm. Mitt. - LIV - 1939 -
- M. Marella - Di un ritratto di Ottavia - in Memoria Accsademia dei Lincei - III - 1942 -
- V. Poulsen - Studies in Julio-Claudian Iconography - in Acta Archaeologica - XVII - 1946 -
- J. Babelon - Le camée d'Octavie - in Monuments et mémoires de la Fondation Eugène Piot - XLV - 1951 -
- Augusto Fraschetti - Roma e il Principe - Bari - Laterza - 1990 -
- Paul Zanker - Augusto e il potere delle immagini - Torino - Einaudi - 2006 -

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BASILICA DI MASSENZIO


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La Basilica di Massenzio, detta anche Basilica Nova, o Basilica Constantini, o Basilica Constantiniana, è l'ultima e la più grande basilica civile dell'Urbe, posta all'estremità nord-est del colle della Velia che raccordava il Palatino con l'Esquilino, perché la pianta longitudinale a tre navate con la centrale più larga e alta delle laterali fu adottata dalla tradizione cristiana e diventò il primo modello architettonico di riferimento cristiano. La Basilica prende il nome da colui che iniziò a costruirla verso l’inizio del IV sec. e rappresenta una delle strutture più imponenti risalenti al periodo della Roma Imperiale.

RICOSTRUZIONE
Iniziata da Massenzio, fu terminata da Costantino I che ne fece apportate diverse modifiche. Occupava in massima parte la zona della Velia, e ergeva accanto al tempio della Pace, già in abbandono, e del tempio di Venere e Roma, restaurato invece da Massenzio. L'edificio doveva accogliere l'attività giudiziaria del prefetto urbano.

Nonostante che l’accesso alla basilica si trovi sul lato posto in Via del Fori Imperiali, essa è legata al Foro Romano ed ha il suo accesso da esso.

Gli scavi archeologici, come del resto già risultava dalle tavole della Forma Urbis severiana, hanno dimostrato che in loco sorgesse un grande edificio pubblico di epoca domizianea, a fronte di un edificio gemello eretto sull'altro lato della Sacra via summa, poi demolito durante gli scavi del XIX sec., perché scambiato per una costruzione medievale.

Da quanto si ricava dalla lettura del frammento della mappa severiana, sul luogo in origine si innalzava un enorme complesso utilitario risalente all’Età Flavia. Un’area di questa costruzione era, in passato, occupata da alcuni magazzini in cui erano conservati pepe e spezie e che prendevano il nome di Horrea Piperataria.

Della basilica si perse la memoria del nome, diventando il Templum urbis. Ma agli inizi del XIX sec- fu nuovamente identificata da Antonio Nibby, nonostante l'opposizione di un altro noto studioso, Carlo Fea.
Dell'edificio, di ragguardevoli dimensioni, cioè di 100 m x 65, resta oggi solo il lato nord, con le colonne di marmo proconnesio, alte ben 14.5 m., tutte scomparse, l'unica ancora conservata nel XVII sec. venne fatta collocare da Paolo V in piazza Santa Maria Maggiore nel 1613, dove si trova ancora oggi.

La basilica era caratterizzata dalla presenza di una enorme navata centrale, divisa dalle due laterali tramite pilastri, quattro dei quali isolati al centro, e colonne, con un'area di 80 m x 25 e con l'ingresso originale sul lato est, verso il tempio di Venere e Roma. Orientata da est a ovest, essa era alta 35 metri, lunga 80 e profonda 25. La grande navata si concludeva a ovest con un’abside mentre l’ingresso, previsto originariamente ad est, era caratterizzato da un’anticamera larga e stretta che conduceva alla navata grazie a cinque aperture.

La basilica era a tre navate, con la navata centrale più larga e più alta. Le due navate laterali, una posta a nord e l’altra a sud, erano divise in tre vani, sovrastati da volte a botte cassettonate, intercomunicanti tra loro e con l’ingresso.

L'ingresso dava accesso ad un corridoio trasversale aperto sulla navata centrale mediante cinque aperture ad arco. L'ingresso su uno dei lati corti, opposto all'abside aperta sul lato corto opposto, rappresenta una disposizione che divenne poi tipica delle prime basiliche cristiane.

LA BASILICA OGGI
La navata centrale era coperta da tre enormi volte a crociera in opus caementicium, alte circa 35 m che poggiavano sui setti murari trasversali che separavano gli ambienti laterali e sulle colonne di marmo proconnesio alte 14,5 m ciascuna addossate alla loro terminazione.  Sorreggevano una trabeazione marmorea, di cui restano parti dei blocchi parzialmente inseriti nella muratura.

Sulla navata centrale si aprivano, due navate minori, separate da file di colonne, con tre nicchioni ad abside sul fondo, coperti da volta a botte con cassettoni ottagonali ancora ben visibili.

Gli ambienti comunicavano con piccole aperture ad arco. Il vano centrale della navata posta a nord, l’unico conservato oggi, terminava con un’abside fronteggiata da alcuni pilastri da cui si aprivano delle celle per la conservazione delle statue. Nella parte sud, di cui nulla è rimasto, si era edificato un maestoso ingresso, inaugurato sotto Costantino, e caratterizzato da un porticato con quattro enormi pilastri in porfido, da cui partiva la gradinata che si sviluppava tra la Via Sacra e la Velia. In passato la costruzione era utilizzata, come anche le altre basiliche di Roma, per l’amministrazione della giustizia e il disbrigo degli affari.


Al centro della navata laterale settentrionale vi era una grande abside preceduta da una coppia di colonne e con le pareti adornate da nicchie per statue inquadrate da colonnine su mensoloni scolpiti.

Nell'abside si ergeva un colosso, la grande statua di Massenzio, seduta e alta ben 12 m, riadattata poi a statua di Costantino, rinvenuta nel 1487, con la testa alta 2.6 m e il piede lungo 2 m. le cui parti marmoree: testa, braccia e gambe, sono oggi esposte nel Palazzo dei Conservatori in Campidoglio. La statua era di tipo acrolito, cioè con materiale misto, avendo le parti visibili del corpo (testa, gambe e braccia) in marmo ed il resto del corpo in bronzo dorato. Quest'ultimo venne poi fuso e riutilizzato.

Oggi, la testa alta 2,60 metri e il piede di 2 metri di lunghezza si possono osservare nel giardino del Palazzo dei Conservatori. Di notevole bellezza doveva essere anche, probabilmente, la volta della navata centrale, formata da tre enormi crociere che poggiavano su otto pilastri in marmo proconnesio alti 14,50 metri: l’unico pilastro sopravvissuto al corso del tempo e degli eventi fu spostato per conto di Paolo V durante il 1613 e posto nella Piazza di Santa Maria Maggiore dov’è possibile osservarlo ancora oggi.

In corrispondenza dell'abside sul lato sud, verso la via Sacra, Costantino fece aprire un nuovo ingresso, scoperto negli scavi ottocenteschi, che spostò l'asse principale mantenendo però inalterata la tripartizione interna, ma in senso opposto.

Questo secondo ingresso era costituito da un portico tetrastilo con fusti in porfido, con una scalinata, che serviva a superare il dislivello tra la strada e la basilica.


Il nicchione centrale del lato nord, opposto al nuovo ingresso, fu dotata di una seconda abside sul fondo, coperta da una semicupola e con le pareti addobbate da nicchie inquadrate da piccole colonne poggianti su mensole sporgenti dalla parete. Sul fondo dell'abside era realizzato un podio in muratura destinato ad ospitare il tribunale.

All'angolo nord-occidentale era inserita una scala a chiocciola, di cui oggi restano cinque gradini; un'altra doveva trovarsi nell'opposto angolo sud-orientale.

Presso la basilica, nell'abside della navata settentrionale, nel IV secolo sarebbe stato trasferito il Secretarium Senatus, ovvero la sede del tribunale per i processi ai senatori dall'area della Curia Giulia.




LA FINE

LA STATUA DI COSTANTINO ALL'INTERNO DELLA BASILICA
L'edificio crollò in parte col terremoto al tempo di papa Leone IV (metà del IX sec.) ma soprattutto la basilica venne usata come cava di materiali per le nuove costruzioni papali, come le lastre di bronzo dorato che ricoprivano il tetto fatte togliere da papa Onorio I nel 626 per ornare San Pietro.

La Basilica ispirò molti architetti del Rinascimento; si dice che Michelangelo fu influenzato da essa per la progettazione della cupola di San Pietro.


BIBLIO

- Alessandro Carè - L'ornato architettonico della Basilica di Massenzio - Roma - L'Erma di Bretschneider - 2005 -
- Carlo Giavarini (a cura di) - La Basilica di Massenzio: il monumento, i materiali, le strutture, la stabilità - Roma - L'Erma di Bretschneider - 2005 -
- Curiosum urbis Romae regionum XIIII -  Elenco dei manoscritti del Curiosum e della Notitia -
- J. Arce - "El inventario de Roma: Curiosum y Notitia" - in W.V. Harris (a cura di) - The Transformation of Urbs Roma in late antiquity - (Journal of Roman Archeology, supplementary series, 33) - Portsmouth e Rhode Island - 1999 -
- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - Arnoldo Mondadori Editore - Verona - 1984 -
- Famiano Nardini - Roma antica - Roma - 1771 -
- William Gell - Analisi storico-topografico-antiquaria della carta de' dintorni di Roma secondo le osservazione di Sir W. Gell e del professore A. Nibby - Rome 1837 - 1848 -






ATRIUM LIBERTATIS


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LE ORIGINI

L'Atrium Libertatis, letteralmente "la casa della libertà", era un complesso di edifici pubblici che abbracciavano una piazza piena di ornamenti, che comprendeva la sede dell'archivio dei censori, posto sulla sella che univa il Campidoglio al Quirinale, a breve distanza dal Foro Romano, e viene citato per la prima volta nel 212 a.c., ricostruito poi dai censori del 194 a.c.

L'Atrium Libertatis, nominato dallo stesso Cicerone, era un porticato posto presso il foro di Cesare, in realtà un edificio dove i censores tenevano i loro archivi su tavolette di bronzo ed esercitavano la propria attività. Era anche il luogo usuale della punizione degli schiavi, ma, successivamente divenne il luogo tradizionale per affrancarli.

LA COLONNA TRAIANA ERA ALTA COME
LA SELLA TRA I 2 COLLI
Una seconda integrale ricostruzione venne a carico del ricco generale Gaio Asinio Pollione a partire dal 39 a.c., con il bottino ricavato dal suo trionfo sugli Illiri, forse per ottemperare a un progetto già concepito da Cesare per completare il Foro di Cesare, inaugurato nello spazio tra la sella montuosa, dove sorgeva l'Atrium Libertatis, e il Foro Romano solo pochi anni prima.

Qui Pollione inaugurò la prima biblioteca pubblica dell'Urbe e viene da pensare essendo Pollione descritto come un grande opportunista e adulatore dei potenti, che avesse accolto l'invito di Augusto ad abbellire Roma.

E cosa mai poteva far più piacere ad Augusto della realizzazione di un progetto di Cesare? Augusto viveva il suo prozio come un mito e come tale lo trasferì ai romani addirittura divinizzandolo.

Il monumento doveva essere completato entro il 28 a.c.. un complesso grandioso che comprendeva oltre all'archivio dei censori, con le liste dei cittadini e le tavole di bronzo con le mappe dell'ager publicus, due biblioteche e forse una basilica (basilica Asinia). Sembra che venne usato anche come luogo di detenzione per gli ostaggi Thuriani nel 212 a.c., e per la tortura degli schiavi nella causa di Cicerone a favore di Milone.

Nel 28 a.c. morì Marco Terenzio Varrone, già incaricato da Cesare della costituzione della prima biblioteca pubblica di Roma, mai realizzata. Plinio definì uno straordinario onore una statua a lui dedicata nell'Atrium Libertas mentre era ancora in vita.

Le fonti lo descrivono corredato di opere d'arte famose, sia di gusto neoattico sia dello stile più "barocco" delle scuole microasiatiche, tra le quali il gruppo scultoreo con il Supplizio di Dirce degli scultori Apollonio e Taurisco. Vengono menzionate anche delle Appiadi, opera dello scultore Stephanos, che Ovidio cita invece in relazione al vicino tempio di Venere Genitrice nel Foro di Cesare, ma forse venne spostato.

L'edificio scomparve secondo alcuni agli inizi del II secolo, in seguito all'eliminazione della sella montuosa sulla quale sorgeva per la costruzione del Foro di Traiano. Le sue funzioni furono ereditate dall'insieme costituito dalla Basilica Ulpia e dalle due biblioteche collocate ai lati della colonna di Traiano. In particolare la cerimonia di manomissione degli schiavi doveva svolgersi in una delle absidi della basilica Ulpia.

Il nome di Atrium Libertatis passò anche in epoca tarda alla Curia o ad un'area ad essa adiacente, Al tempo del re Teodorico, nella Curia si tenevano ancora le adunanze del Senato, sopravvissuto alla caduta dell'Impero romano d'Occidente, ma ridotto moltissimo di importanza: l'edificio che ora si chiamava Atrium Libertatis, caduto il regno gotico di Teodorico rimase abbandonato.



LA DEMOLIZIONE

La basilica Ulpia fu costruita tra 106 e 113, data dell'inaugurazione del Foro di Traiano, da Apollodoro di Damasco su ordine di Traiano. Oltre alle funzioni forense e commerciale, nella basilica aveva anche luogo, secondo la Forma Urbis, l'attività di manomissione degli schiavi dell'Atrium Libertatis, che fu distrutto per fare spazio alla basilica stessa.

L'ATRIUM LIBERTATIS SI TROVAVA LI DOVE
ORA SI ERGE IL FORO DI TRAIANO
L'edificio scomparve dunque agli inizi del II secolo, per la distruzione della sella montuosa su cui sorgeva per la costruzione del Foro di Traiano e da un'iscrizione sulla base si evince che la colonna di Traiano fu innalzata alla stessa altezza della sella spianata.

Le sue funzioni furono ereditate dall'insieme costituito dalla basilica Ulpia e dalle due biblioteche collocate ai lati della colonna di Traiano.

In particolare la cerimonia di manomissione degli schiavi doveva svolgersi in una delle absidi della basilica Ulpia. Il nome "Libertatis" infatti si riferiva alla cerimonia che vi si teneva in queste occasioni.



LA COLLOCAZIONE

Un'ipotesi alternativa, che ha avuto tuttavia scarso seguito, ha ipotizzato l'identificazione dell'Atrium Libertatis noto dalle fonti, con la struttura che sorge sul Campidoglio dal lato verso il Foro Romano, sotto il palazzo Senatorio, normalmente identificata con il Tabularium eretto da Quinto Lutazio Catulo nel 78 a.c.:

Recentemente è stata proposta l'identificazione dell'Atrium Libertatis connesso alla Curia con il rifacimento del portico sul lato sud-orientale del Foro di Cesare in epoca dioclezianea, infatti il nome di Atrium Libertatis passò anche in epoca tarda alla Curia o ad un'area ad essa adiacente.

Il monumento non va confuso con l'Aedes Libertatis posto sull'Aventino, e secondo alcuni neppure col monumento marcato con la parola Libertatis su un'epigrafe di marmo rinvenuta nella basilica Ulpia.

Lo studioso Castagnoli sostiene che Traiano eresse un tempio alla Libertas nell'emiciclo sud dopo aver distrutto il Repubblicano Atrium Libertatis per la costruzione del foro traiano. Rodríguez Almeida invece lo colloca a nord del Forum, mentre La Rocca lo colloca dietro la Basilica Ulpia, tra l'emiciclo nord e il foro di Cesare, in modo che il foro traiano avrebbe incorporato sia il tempio di Libertas che le librerie greca e latina originariamente parti dell'Atrium Libertatis.




LE ISCRIZIONI

Un'iscrizione marmorea del I sec. a.c.,  sicuramente una dedica a un tempio con la statua della Libertas presso la curia, riporta: Senatus populusque Romanus Libertati.
Una seconda iscrizione riporta: Libertati ab. imp. Nerva Caesare Aug. anno ab urbe condita DCCCXXXVIII, XIIII K. Oct. restitutae S.P.Q.R., con chiara allusione ad un restauro.
Cicerone in una lettera ad Atticus, riferisce che lui e Oppius hanno proposto di estendere il nuovo foro di Cesare fino all'atrium Libertatis.
Un'iscrizione del VI sec. proveniente dalla curia cita:: salvis domino nostro Augusto et gloriosissimo rege Theoderico Va . . . ex com(es) domesticorum in atrio Libertatis quae vetustate squaloreque confecta erant refecit.


BIBLIO

- Gaio Svetonio Tranquillo - De vita Caesarum - Augustus -
- Plinio il Vecchio - Naturalis historia -
- Filippo Coarelli - Atrium Libertatis - Eva Margareta Steinby (a cura di) - Lexicon Topographicum Urbis Romae - I - Roma - 1993 -
- Filippo Coarelli - Basilica Asinia - in Eva Margareta Steinby (a cura di) - Lexicon Topographicum Urbis Romae - I - Roma - 1993 -
- Cicerone - Epistulae ad Atticum -
- Augusto Fraschetti - La conversione. Da Roma pagana a Roma cristiana - Roma - 1999 -






FERIAE AUGUSTI - ORIGINI DEL FERRAGOSTO


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FERRAGOSTO

Questa ricorrenza cade il 15 agosto, ed oggi è dedicata all'Assunzione di Maria Vergine, ma pochi sanno che la ricorrenza è pagana. Nel 18 a.c. infatti Ottaviano fu proclamato Augusto, quindi venerabile e sacro, dal Senato. In questa occasione l'imperatore dichiarò tutto il mese di agosto Feriae Augusti, le vacanze di Augusto, visto che questo includeva molte feste religiose, la più importante delle quali era la festa di Diana, che cadeva il 13.

Il termine Augusto derivava alle origini dalla denominazione della Grande Madre siriana Atargatis, detta "l'Augusta", cioè la più grande, la più sacra, la Dea con la corona turrita che si ergeva in piedi poggiando fieramente su due leoni.

Sembra che nel 21 a.c. le Feriae Augusti mutarono nome in FERIAE AUGUSTALES, riunendo in un unico festeggiamento tutte le feste del mese. Da allora  i raccolti sarebbero stati dedicati all'imperatore quale garante degli approvvigionamenti, non solo dei romani in genere, ma dei poveri che ricevevano gratis il grano e l'olio.



FERIAE AUGUSTI (Ferragosto) Dall'1 al 31 agosto.

Le Consualia

AUGUSTO
Le feste poste tra il 15 e il 21 agosto si celebravano in Roma in onore del Dio arcaico Consus, Dio delle messi, protettore dei raccolti e quindi dei granai e degli approvvigionamenti. Come divinità della terra, ad esso era consacrato un tempio ipogeo, sotterraneo, dell' VIII sec. a.c., in cui si lasciava entrare la luce solo in questo periodo e nei Consualia di dicembre, quando ricorreva di nuovo la sua festa.

In quella occasione avvenne il ratto delle donne sabine, e sin dai tempi di Romolo si festeggiava anche quell'evento, perchè Roma aveva assunto delle vergini, ma questo è meno credibile, perché il costume delle sabine era molto più libero di quello delle romane, tanto è vero che per accettare la pace scrissero delle leggi a cui i romani dovevano sottostare se volevano che esse restassero in territorio romano.

Trattavasi di comportamento rispettoso e ossequioso nei confronti delle sabine, tipo non far portare loro pesi, cedere loro il passo, non insultarle ecc.


La Dea Consiva

Ma la Dea Opi, anche detta Ops o Openconsiva era in realtà l'antica Dea Madre Consiva, Dea primigenia e sabina, introdotta a Roma da Tito Tazio. La Dea era collegata alla natura e fece un figlio senza avere marito e rimanendo Vergine (come tutte le Dee Madri, da qui la Verginità della Madonna), poi la Dea sposò il figlio e regnò con lui, e anche questa era la prassi che proseguiva con la morte e rinascita annuale del figlio (da qui prese il mito la figura del Cristo) in quanto vegetazione che discendeva dalla madre e a lei ritornava.
Successivamente da divinità italica divenne romana, però associata nel culto a Saturno e a Conso, di cui era sposa, ma il Dio usurpò il suo posto, diventando la principale divinità della natura e delle messi.

Tuttavia il culto della Dea si protrasse e alla sua protezione venne affidato il grano mietuto e riposto nei granai. Le furono dedicati due santuari, uno sul Campidoglio e l'altro nel Foro, e in suo onore si celebravano le feste tradizionali degli Opiconsivia il 25 agosto.

A Roma Ops aveva inoltre un sacrario nella Regia, vicino alla casa delle Vestali ed alla domus publica nel Foro romano; vi potevano accedere solamente il pontefice massimo e le Vestali. Secondo una tradizione riportata da Macrobio proprio in Ops Consiva, ma la questione era controversa, poteva essere riconosciuta la divinità tutelare segreta di Roma. Doveva restare segreta per impedire che i nemici potessero evocarla e farle abbandonare la città da lei protetta.

DIANA

DIANA

 A Roma in Agosto si concentrarono molte feste con relative celebrazioni, di cui la più importante era quella di Diana sull'Aventino. Diana era una Dea importantissima e molto seguita, ma non tanto nell'Urbe quanto nelle campagne di tutto il suolo italico.

Nelle campagne Diana imperava come Dea dei campi coltivati e dei boschi, nonchè delle erbe selvatiche non solo mangerecce ma anche salutari, per cui veniva adorata anche come Dea della salute, per le erbe e le sorgenti tra cui le acque curative, ma soprattutto come Dea Maga. Ne seppe qualcosa la chiesa che vide il suo culto protrarsi per oltre 1000 anni dalla proibizione dei culti pagani, per questo condannò al rogo le streghe, perchè i segreti della cura delle erbe e della magia facevano capo a Diana e venivano trasmessi in linea femminile da madre a figlia.

Prova ne sia che Paracelso, quando nel XVI sec. volle riscoprire la medicina, ormai distrutta dalla religione cristiana che aveva abolito scuole e sapere, andò per le campagne a chiedere alle donne, che gli rivelarono, almeno in parte, erbe e magie. Paracelso riconobbe la sapienza di alcune figure femminili che furono basilari per la sua conoscenza medica e non solo. Per lui la donna era la matrix (matrice), nel visibile e invisibile mondo, che nasconde in sè il segreto della natura. Mentre secondo la tradizione, a partire da Ippocrate, e pure per i greci, la donna è solo il recipiente che raccoglie il seme, per Paracelso il sentimento della donna incinta è decisivo per l'aspetto animico del figlio.

Nella festa di Diana Aventina il mondo guariva dai malanimi e dalle ingiustizie, cosicchè servi e padroni si recavano insieme al tempio sull'Aventino e poi nei boschi per un sano pic nic ante litteram. Ragion per cui questa fu la divinità più da temere per i cristiani, perchè era la Dea dei pagus, cioè dei villaggi, e il paganesimo fu molto più duro da estirpare che non la religione ufficiale romana delle città.



LE FESTE DI AGOSTO
  • 1 Agosto - TEMPLUM MARTIS ULTORIS in Foro Augusti. Dedicatio del tempio di Mars Ultor nel Forum Augusti, costruito da Augusto dopo la battaglia di Philippi. 
  • 1 Agosto - TEMPLUM SPEI, in onore della Dea Spes, la Speranza. Anniversario della dedicatio del tempio. 
  • 5 Agosto - TEMPLUM SALUTIS, in onore di Salus, Dea della salute e della prosperità privata e pubblica. Nel 311 a.c. C. Iunius Bubulcus aveva promesso alla Dea un tempio sul colle Quirinalis.
  • 9 Agosto - TEMPLUM SOLIS INDIGETIS, prima festa in onore del Dio Sol Indiges. Per dedicatio del tempio del Sole Indigete.
  • 12 Agosto - LYCHNAPSIA, in onore della Dea egizia Iside.
  • 12 agosto  - TEMPLUM VENERIS VICTRICIS  in onore di Venus Victrix, Venere Vittoriosa. Si ricordava la dedicatio del tempio.
  • 12 agosto  - TEMPLUM HERCULIS INVICTI  in onore di Hercules Invictus. Si ricordava la dedicatio.
  • 12 agosto -  TEMPLUM HERMETIS INVICTI  in onore di Hermes Invictus, Ermete che dona la vittoria. Si ricordava la dedicatio.
  • 12 agosto -  TEMPLUM HONORIS, VIRTUTIS, FELICITATI  in onore degli Dei Honor, Virtus et Felicitas, (Onore, Virtù e Felicità). Si ricordava la dedicatio del tempio.
  • 13 Agosto - Festa di DIANA AVENTINA. Le prerogative di Diana passarono poi alla Vergine Maria, vergine come Diana, ma mentre la Dea porta il corno lunare sui capelli, la Madonna lo calpesta ponendolo sotto ai piedi insieme al simbolo dell'antico serpente, il simbolo della Grande Madre, anch'esso demonizzato.
  • 13 Agosto - I VERTUMNALIA, dedicati al Dio Vortumno (Vertumnus o Vortumnus), Dio già etrusco delle stagioni, colui che faceva maturare i frutti.
  • 13 Agosto - HERCULES VICTOR per l'anniversario del tempio dedicato al Dio Ercole Vittorioso (Hercules Victor).
  • 13 Agosto - FLORALIA, per l'anniversario del tempio dedicato alla Dea Flora. 
  • 13 Agosto - CASTOR ET POLLUX, per l'anniversario del tempio dedicato a Castore e Polluce. I "Dioscuri" che decisero le sorti della battaglia del Lago Regillo (496 a.c.) annunciandone la vittoria contro i Latini nel Foro.
  • 17 Agosto - i PORTUNALIA, con la quale si festeggiava Portuno (Portunus o Portumnus), Dio dei porti e delle porte, contemporaneamente a Giano (Ianus), il Dio che guarda al passato e al futuro.
  • 19 e 20 Agosto - i VINALIA RUSTICA, festa del vino in onore di Giove (Iuppiter), dove si richiedeva la protezione dell'uva in via di maturazione.
  • 19 Agosto - VENUS, per l'anniversario del tempio dedicato alla Dea Venere.
  • 21 Agosto - CONSUALIA, dedicate a Conso (Consus), Dio dei raccolti. 
  • 23 Agosto - i VOLCANALIA, dedicati a Vulcano (Vulcanus), Dio del fuoco, fabbricante di armi e fulmini.
  • 24 agosto -  MUNDUS PATENS,  la  prima festa degli Dei inferi. Nel comitium esisteva una apertura che metteva in comunicazione con il mondo infernale. L'apertura era chiusa dal "lapis manalis". Tre volte l'anno il lapis veniva sollevato.
  • 25 Agosto - OPICONSIVIA, per festeggiare  Opis Consiva, un'antica Dea romana protettrice dell'abbondanza e dell'agricoltura, alla quale veniva dato l'attributo Consiva che significa "che semina, che pianta", alla sua protezione era affidato il grano mietuto e riposto nei granai. 
  • 27 Agosto - i VOLTURNALIA, in onore del Dio Volturno (in latino Vulturnus), padre della ninfa Giuturna (Iuturna), patrona della sorgente che alimentava il "lacus Iuturnae", nel Foro. 
  • 28 Agosto - TEMPLUM SOLIS ET LUNAE IN CIRCO MAXIMO, per la dedicatio del Tempio del Sole e della Luna. 
  • 28 agosto - le VICTORIAE, festa della Dea Vittoria, la Nike greca. 
  • 30 Agosto - MUNDUS PATENS, in onore dei defunti.
Oltre a questi templi tutti aperti per le Feriae Auguste, il sacerdote del Dio Quirino offriva un sacrificio su un altare nel tempio ipogeo che si trovava sotto al Circo massimo. Naturalmente per tutto il mese non si lavorava e spesso invece si banchettava davanti ai templi a spese dello stato.

Così Cesare Augusto donò al popolo romano un mese di ferie, anche perchè ad agosto il lavoro dei campi era finito, per cui andava bene ai contadini, e a Roma erano quasi tutti giorni di festa, 25 giorni di festa, che con quello dell'incoronazione di Ottaviano facevano 26, tanto valeva dichiarare festa per tutto il mese, e così fece Ottaviano, tra il plauso popolare.



COSMOS
notiziario n.165

"ferragosto e l'Assunta
Come si è arrivati a festeggiare l’Assunta il 15 agosto?
Maria, madre di Dio, non è stata molto ricordata nei Vangeli: sparisce con la discesa dello Spirito Santo, ma nei vangeli apocrifi si parla di lei con il Transito della Beata Vergine Maria attribuito a Giuseppe d’Arimatea e nel VI secolo la Dormizione della Santa Madre ad opera di S. Giovanni il Teologo.
Il culto dell’Assunzione incomincia a diffondersi soltanto tra il IV e il V secolo. A Gerusalemme si cominciò a celebrarla all’inizio del VI secolo nella chiesa costruita sui Getsemani, dove si narrava che Maria fosse stata sepolta. L’imperatore Maurizio ordinò che la celebrazione venisse estesa a tutto l’Impero e, verso il Mille diventò una ricorrenza in cui si osserva il riposo. Chiamata Dormizione, non era chiaro a quale riposo alludesse: a volte si parlava di corpo incorrotto, in altre di un corpo che veniva avvolto dalla luce e assunto in cielo dagli angeli.
Morta o addormentata? Il dibattito continuò per secoli, finché, nel 1950, Pio XII confermò che l’Assunzione è un fatto divinamente rivelato, ad opera dello Spirito Santo.
Ma il Ferragosto è una festa antichissima, che, come molte altre feste divenute in seguito cristiane, ha origini pagane.

OPI

Nel 18 a.c. l’imperatore romano Ottaviano, proclamato Augusto (ossia venerabile e sacro) dal senato romano dichiarò che tutto il mese di agosto sarebbe stato festivo e dedicato alle Feriae Augusti, una serie di celebrazioni solenni, la più importante delle quali cadeva il 13 ed era dedicata a Diana, patrona del legno, delle fasi della luna e della maternità. 


La festa si celebrava nel tempio dedicato alla Dea ed era una delle poche occasioni in cui i romani, padroni e schiavi, si mescolavano liberamente.

Diana era festeggiata a Roma, in Grecia come Athena e nel vicino Oriente nello stesso periodo era festeggiata un’altra Grande Madre, la siriana Atargatis, conosciuta come dea Siria, considerata protettrice della fertilità e dei lavori dei campi.


Oltre a Diana, le Feriae erano una festa dedicata a Vertumno, Dio delle stagioni e della maturazione dei raccolti; a Conso, Dio dei campi e a Opi Dea della fertilità. In breve, le Feriae erano una celebrazione della fertilità e della maternità e, come molte altre feste, erano di derivazione orientale.


Con il cristianesimo la gente attribuì queste medesime prerogative alla Vergine Maria, la cui solennità cominciò ad essere celebrata in luogo di quella di Diana. In ogni caso, la tradizione di agosto come mese delle Feriae è rimasta, per questo fabbriche e negozi restano ancor oggi «chiusi per ferie» fino alla fine di agosto, anche se nessuno si ricorda più dell’imperatore che le istituì per autocelebrarsi.


Le prime tracce di insediamenti umani nella valle del lago di Nemi datano all’Età del Bronzo. Il bosco, luogo sacro in ogni civiltà indoeuropea, fu sede di culti legati alla grande e onnipotente Dea Madre - la Dea della vita in ogni sua forma, umana, animale e vegetale - poi identificata con Diana e assimilata con Artemide, il cui simbolo era la luna: il lago di Nemi, in cui la luna si specchia, fu detto ‘specchio di Diana’. Nel suo tempio vi era un appuntamento fisso tutti gli anni, il 13 di agosto, le cosiddette "Idus nemorenses" da cui derivarono le feriae augustae.
Il termine Ferragosto, quindi, indica una festa popolare che, alla metà di agosto, festeggiava la fine dei lavori agricoli. La festa, tipicamente romana, in età rinascimentale, con decreto pontificio fu resa obbligatoria."




LA FESTA DELL'ASSUNTA


La Dormitio

Col cristianesimo tutte le feste pagane vennero abolite, con grande dispiacere del popolo, soprattutto per la festa al tempio di Diana Aventina. Per sedare il malcontento, ma pure per evitare che la gente si recasse all'Aventino, con tutto che il tempio era stato distrutto, nel VI sec. la Chiesa decretò nel 15 di Agosto la festa della Dormizione di Maria vergine, con relativa assunzione in cielo. Però non era ancora l'Assunzione di Maria.

Dal rinascimento le feste furono decretate obbligatorie da decreti pontifici. La Dormitio, ovvero il sonno di Maria, era da intendersi come passaggio alla vita eterna tramite la sua assunzione in cielo insieme al suo corpo. Nulla di nuovo, accadde anche a Semele, nel mito greco, una Dea luna poi declassata a donna, amante di Giove e madre di Dioniso, assunta in cielo con anima e corpo al momento della sua morte, cioè un attimo prima. 



IL DOGMA

Questa credenza, relativa alla Madonna, fu poi trasformata in dogma da papa Pacelli Pio XII nel 1950 (mentre la immacolata concezione era stata già dichiarata dogma da Pio IX nel 1854)..
Quindi il 15 agosto è la massima festa mariana.

Ecco i precedenti del dogma:


Il Transito della Beata Maria Vergine, attribuito a Giuseppe d'Arimatea.

L'ASSUNZIONE DELLA VERGINE
- Ordunque la Madonna aveva chiesto al Figlio di avvertirla della morte tre giorni prima. La promessa fu mantenuta: il secondo anno dopo l'Ascensione Maria stava pregando quando le apparve l'angelo del Signore con un ramo di palma e le disse: Fra tre giorni sarà la tua assunzione.

- La Madonna convocò al capezzale Giuseppe d'Arimatea e altri discepoli del Signore e annunciò loro la sua morte.

- « Venuta la domenica, all'ora terza, come lo Spirito Santo discese sopra gli apostoli in una nube, discese pure Cristo con una moltitudine di angeli e accolse l'anima della sua diletta madre. 
- E fu tanto lo splendore di luce e il soave profumo mentre gli angeli cantavano il Cantico dei Cantici al punto in cui il Signore dice: "Come un giglio tra le spine, tale è la mia amata fra le fanciulle" - che tutti quelli che erano là presenti caddero sulle loro facce come caddero gli apostoli quando Cristo si trasfigurò alla loro presenza sul monte Tabor, e per un'intera ora e mezza nessuno fu in grado di rialzarsi. 
- Poi la luce si allontanò e insieme con essa fu assunta in cielo l'anima della Beata Vergine Maria in un coro di salmi, inni e cantici dei cantici. E mentre la nube si elevava, tutta la terra tremò e in un solo istante tutti i Gerosolimitani videro chiaramente la morte della santa Maria. »

- In quel momento Satana istigò gli abitanti di Gerusalemme che presero le armi e si diressero contro gli apostoli per ucciderli e impadronirsi del corpo della Vergine che volevano bruciare. Ma una cecità improvvisa impedì loro di attuare il proposito e finirono per sbattere contro le pareti. Gli apostoli fuggirono con il corpo della Madonna trasportandolo fino alla valle di Giosafat dove lo deposero in un sepolcro: in quell'istante li avvolse una luce dal cielo e, mentre cadevano a terra, il santo corpo fu assunto in cielo dagli angeli.


Ecco il dogma della Madonna:

Il dogma cattolico è stato proclamato da papa Pio XII il 1º novembre 1950, anno santo, attraverso la "Costituzione-apostolica-Munificentissimus-Deus" (Dio generosissimo). Si tratta dell'ultimo dogma, dopo i due proclamati da Pio IX nel secolo XIX.

« Pertanto, dopo avere innalzato ancora a Dio supplici istanze, e avere invocato la luce dello Spirito di Verità, a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria vergine la sua speciale benevolenza a onore del suo Figlio, Re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della sua augusta Madre e a gioia ed esultanza di tutta la chiesa, per l'autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei santi apostoli Pietro e Paolo e Nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l'immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo.
Perciò, se alcuno, che Dio non voglia, osasse negare o porre in dubbio volontariamente ciò che da Noi è stato definito, sappia che è venuto meno alla fede divina e cattolica
. »


ANATEMA SIT!

Il dogma dell'infallibilità papale ex cathedra, per cui il papa:
"gode di quell'infallibilità con cui il divino Redentore volle fosse corredata la sua Chiesa nel definire la dottrina intorno alla fede e ai costumi: pertanto tali definizioni del Romano Pontefice sono immutabili per se stesse, e non per il consenso della Chiesa. Se qualcuno quindi avrà la presunzione di opporsi a questa Nostra definizione, Dio non voglia!: sia anatema. » 
(Pastor Aeternus, 18 luglio 1870)

La Chiesa dunque riconosce che in questa specifica occasione il papa ha proclamato un dogma esercitando l’uffizio di Pastore e Dottore di tutti i cristiani, e quindi con il carisma dell'infallibilità.

Pio IX nel 1854 aveva proclamato ex cathedra (cioè senza l'approvazione del Concilio dei Vescovi) il dogma dell'Immacolata Concezione di Maria. Esso stabiliva che ella, fin dal suo concepimento, non fu macchiata dal "peccato originale". 
Chi aveva stabilito che esisteva il peccato originale? Il Papa col Concilio, insomma Gesù non c'entrava nulla.
Questa proclamazione non piacque affatto ai vescovi, perché nella chiesa primitiva la materia di fede era definita dai Concili e non dal Papa. Come nel Concilio di Nicea, in cui la divinità di Cristo venne definita in assenza del Papa, e con una scarsa partecipazione dell'Occidente. Le polemiche riguardavano soprattutto la liceità da parte del papa di proclamare dogmi di fede senza il Concilio dei vescovi.

Ci furono molte proteste, soprattutto dal vescovo di Pittsburgh, tre mesi dopo l'inizio del Concilio: « Un colpo mortale. Dovremo ingoiare ciò che abbiamo vomitato »; a preoccupare era l'accusa, rivolta frequentemente ai cattolici, di considerare il papa come una divinità. Egli affermava che in passato erano sempre state respinte queste accuse, ma una volta dichiarata l'infallibilità - si chiedeva - come potremo difenderci?

Il mancato rispetto del Dogma comportava l'Anatema, che nell'Antico Testamento è distruzione totale:

"Ciò che è entrato in contatto con la divinità pagana è ormai maledetto, non si può toccare, deve essere votato alla distruzione completa; è anatema. Come le cose, così anche un popolo può essere Anatema. Sempre nel Deuteronomio:
« Quando il Signore tuo Dio ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso e ne avrà scacciate davanti a te molte nazioni: gli Hittiti, i Gergesei, gli Amorrei, i Perizziti, gli Evei, i Cananei e i Gebusei, sette nazioni più grandi e più potenti di te, quando il Signore tuo Dio le avrà messe in tuo potere e tu le avrai sconfitte, tu le voterai allo sterminio; non farai con esse alleanza né farai loro grazia » (Deuteronomio 7,1-2) "
Nella Chiesa cattolica e ortodossa l'anatema è diventato una maledizione che condanna al diavolo eretici e streghe, ma pure dissidenti, ad esempio chi non crede nei dogmi.


La sintesi sul dogma:

1) Chi ha stabilito che il Papa è infallibile quando parla per dogma?
- Il Papa.
2) Chi ha stabilito che il Papa quando parla per dogma è ispirato da Dio?
- Il Papa.
3) Chi stabilisce se in un dato momento il Papa parla per dogma o senza dogma?
- Il Papa.
4) Insomma chi ha inventato il dogma del Papa?
- Sempre il Papa. Nemmeno gli imperatori romani, pur essendo potefici maximi erano mai arrivati a tanto.


La sintesi del dogma:

1)L'Assunzione di Maria è un'anticipazione della resurrezione della carne, che per tutti gli altri uomini avverrà soltanto alla fine dei tempi, con il Giudizio universale.
- Quindi un'anticipazione e basta? Tanto chiasso per tanto poco?
2) La Chiesa anglicana nel 2005 ha dichiarato, tramite un documento della Commissione internazionale cattolica anglicana, di aver accettato l'Assunzione di Maria, ma non in quanto dogma.
- Il che vuol dire che non è obbligatoria accettarla, ok, ma l'hanno accettata o no?
3) I cristiani ortodossi e armeni celebrano la Dormizione di Maria: Maria sarebbe stata assunta in cielo dopo la morte.
- Cioè il suo cadavere sarebbe stato portato nel mondo immateriale del Paradiso?
4) Né la Dormizione né l'Assunzione sono un dogma presso gli Ortodossi o gli Armeni. La differenza principale tra Dormizione e Assunzione è che la seconda non implica necessariamente la morte, ma neppure la esclude.
- Anche qui, che vuol dire che non la esclude, dichiara un dogma ma non sa come è andata? Dio gliel'ha spiegata a metà?
5) Le Chiese protestanti invece non credono nell'Assunzione di Maria, in quanto non narrata nel Vangelo.
- Grazie, se non riconoscono il Papa non accettano di certo come dogma ciò che dice.



LA MORALE DELLA FAVOLA

Non era bene che la gente festeggiasse una ricorrenza che riguardava gli antichi e pagani romani, ci si doveva includere una festa cattolica importante, ed ecco l'Assunta, ma non c'è verso, i romani continuano a festeggiare le Feriae Augusti, ovvero, in lingua volgare, il Ferragosto.


BIBLIO

- Giovanni Pugliese Carratelli - Imperator Caesar Augustus - Index rerum a se gestarum - con introduzione e note - Napoli - 1947 -
- Luciano Canfora - Augusto figlio di Dio - Bari - Laterza - 2015 -
- Arnaldo Marcone - Augusto - Salerno - 2015 -
- John F. Donahue - "Towards a Typology of Roman Public Feasting" in Roman Dining - A Special Issue of American Journal of Philology  - University Press - 2005 -
- Georges Dumézil - Feste romane - Genova - Il Melangolo - 1989 -



ARCUS CELIMONTANI


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L'ACQUEDOTTO DI NERONE SU CUI SORGEVA L'ARCO (stampa del 1700 - Piranesi)

" È noto come l'acquedotto neroniano-celimontano nell'attraversare le strade del quartiere, prendesse forma monumentale, e come tali fornici di passaggio fossero costruiti in travertino, e ornati con cornici e con grandi iscrizioni sull'una e l'altra faccia dell'attico. Vedi CIL. VI, 1259; Lanciani, Aquae cL, p. 154. Due di questi fornici perirono nella II metà del secolo, quello di Basilide, di prospetto all'ospedale lateranense, e quello della Navicella."

A lume di ciò quando i diversi autori parlano degli archi celimontani posti in siti diversi non sbagliano, in quanto dei comuni acquedotti ospitavano degli archi monumentali, con epigrafi, travertini, ornamenti e pure statue.

ANTICA STAMPA CHE RITRAE A DESTRA L'ARCO DI DOLABELLA
A SINISTRA PARTE DELL'ACQUEDOTTO DI NERONE IN CUI  SI
INCASTONAVA UNO DEGLI L'ARCUS CELIMONTANI
"Al a. 20 nell'armario I, mazzo 111, n. 17, ritrovasi una condonazione fatta ai 28 giugno 1604 dai guardiani della Compagnia (del ss. Salvatore ad ss.) al popolo romano del prezzo di alcune pietre del Colosseo, condotte in Campidoglio per la fabbrica del nuovo palagio, in ricompensa che il popolo romano donato aveva allo spedale della Compagnia a s. Giovanni in Lateranno un'arco antico situato incontro all'abitazione del medesimo spedale "

Sappiamo però che il popolo non depredò mai il Colosseo, opera ardua per la mole e pericolosa perchè solo la Camera Apostolica aveva il diritto di dare licenza di "effondere" cioè di scavare, concessione che dava solo a patto di intascare un terzo o puraltro se i ritrovamenti erano preziosi. L'arco antico incontro al Lateranense poteva però essere uno degli archi Celimontani, di quelli che erano divenuti monumentali.

Del fornice alla Navicella ragiona il Vacca a questo modo, Mem. HO: "Accanto la chiesa di s. Maria della Navicella si trovarono molti travertini: non sono in opera ma scomposti; e perchè l'acquedotto, che passa innanzi s. Giovanni in laterano accenna andare al detto luogo, però credo che vi facesse un'angolo, il quale dividendo l'acqua partorisse due acquedotti... Bisogna che ivi l'acquedotto traversasse una strada, e per farla ampia e spaziosa... fabbricavano di travertini con buoni fianchi, come al presente ne vediamo un'altro dinnanzi all'ospedale di s. Giovanni nel medesimo acquedotto ".

DETTAGLIO DEI NOMI DI DOLABELLA E SILANO DALL'ISCRIZIONE SUL FORNICE







La prima parte dell'Arcus Coelimontani è ancora in piedi, all'incirca fino ai terreni del Laterano, mentre della parte restante non ne rimane che qualche frammento, soprattutto presso la chiesa di Santo Stefano Rotondo, sul colle Celio. Comunque ognuno di detti archi Celimontani è stato se non demolito, spogliato di tutti gli ornamenti, come si osserva dai tasselli sulle mura a cui erano ancorati i travertini mediante grappe.

Appena oltre la chiesa, poche alte arcate dell'acquedotto attraversano il luogo dove una volta sorgeva Porta Caelimontana, appartenente alla cinta delle mura serviane (IV secolo a.c.). Nell'anno 10 due consoli Dolabella e Silano, a cui si siferisce un'iscrizione sopra il fornice, trasformarono il passaggio dandogli l'aspetto attuale. L'arco, ex Porta Celimontana, prese così i loro nomi.

Un particolare curioso è che nello spessore di uno dei pilastri dell'acquedotto furono ricavate due stanze, nelle quali visse per due anni San Giovanni de Matha (1160-1213), fondatore dell'Ordine dei Trinitari, o Nuovi Crociati.

L'ACQUEDOTTO DI NERONE
Gli archi celimontani mettevano capo al gigantesco serbatoio delle « Stagna Neronis » sul sito del quale fu più tardi eretto il tempio di Claudio. 

Egli è forse in seguito dell'abbandono di tale serbatoio, che un nuovo ne fu costruito alla Navicella, accanto all'ospedale di s. Tommaso in Formis, nel campo indicato con ogni precisione nella tav. XXXVII della F. U. 

Di questo ricettacolo, al quale accennano Fulvio. ;3, 15; Marliano, 4, 9, e il Castiglione nelle note ad Vitruvium, tolse la pianta Pirro Ligorio circa l'anno 1560, della quale si conserva copia a e. 64 del cod. Bodleiano.

L'Ugonio, Sta:i. di Roma, XXXIV. descrive la scoperta di un tubo di piombo con iscrizione, fatta da queste parti l'anno 1588.

"Arcus Coelimontano Plurisariam
vetustate collapsos e corruptos
a solo sua pecunia restituerunt"

"Lucio Settimio e Marco Aurelio imperatori, restituirono dal suolo (recuperando cioè le parti crollate) a proprie spese gli Archi Celimontani più volte per antichità diroccati e guasti."

Gli ultimi frammenti dell'Arcus Caelimontani si possono vedere, integrati con moderni laterizi, nel punto in cui attraversano la valle formata dai colli Celio e Palatino, attualmente corrispondente a via di San Gregorio, che scende dal Colosseo verso l'estremità meridionale del Circo Massimo.

Oltre questo punto l'acquedotto raggiungeva la sua destinazione conclusiva: il complesso di edifici imperiali sul Palatino, oggi presso l'entrata al Colle Palatino. 

Poiché nell'antica Roma questa era una zona piuttosto vitale, è molto probabile che rami secondari dell'Arcus Caelimontani conducessero acqua alle fontane del Circo Massimo, agli esercizi che sorgevano lungo le sponde del Tevere (prossimo all'estremità opposta del circo), e così via.

Il fatto che gli archi suddetti traversassero una delle zone più prestigiose di Roma raggiungendo poi il Palatino ne spiega la cura e la sontuosità, e fa riflettere su quale poteva essere lo scenario di una sequela di archi giganteschi biancheggianti di travertino fino al cielo, con modanature, rilevi, colonnine e statue in genere di bronzo.

Ma fa pure riflettere di quanto duro lavoro e protervia sia costato lo smantellarne l'intero rivestimento e le ciclopiche mura quasi totalmente. Roma fu smantellata tempio per tempio, basilica per basilica, e terme, e bagni, portici, edifici colonnati, fontane, giardini, statue, archi, strade, tutto venne demolito per cancellare totalmente un passato di civiltà e di storia che non aveva pari nel mondo.

Se la Roma papalina e cristiana si fosse adoperata solo un sesto di quanto si è prodigata per le demolizioni di un'intera città di marmo, per restaurare ciò che il tempo danneggiava, noi avremmo oggi in piedi una città incredibilmente monumentale e bella come nessun'altra al mondo.


RODOLFO LANCIANI

1515, 21 aprile. ARCVS CAELEMONTANI. 

Scoperta di un « castellum aquae » nella vigna già di Bartolomeo della Valle, poi di Sigismonda moglie di Pietro Paolo pescivendolo, sita « prope aqueductus Claudianum merulanum » . Sigismonda vende al della Valle " totum plumbum quod inventum fuit et inveniri posset... occasione cuiusdam aque ductus plumbi subterranei qui ad presens prò parte discopertus . . . ». 

Il prezzo assolutamente enorme di duecento ducati d'oro dimostra trattarsi di una massa egualmente enorme di piombo. E siccome non c'è memoria di una condottura di gran modulo in questa contrada, paragonabile a quella della villa di L. Vero a Acqua Traversa, cosi io stimo trattarsi piuttosto di un castellum, simile a quello di vigna Lais (Lanciani, Sylloge, nn. 254-283) di villa de' Quintilii (ivi, nn. 194-201), che il comm. De Rossi usava paragonare pel numero e grossezza delle fistole all'organo d'una cattedrale. La vigna della Valle occupava parte del sito della villa Giustiniani-Lancellotti al Laterano.

ARCVS CAELIMONTANI. «Nell'arco vicino (a s. Tommaso in Formis) molto frescamente sono state scoperte l'infrascritte lettere (CIL. VI, 1384) ». Le lettere erano state nascoste sino allora da una fodera di muro del tempo di Settimio Severo.

(Rodolfo Lanciani)

BIBLIO

- Giuliano Malizia - Gli archi di Roma - Newton Compton Ed. - Roma - 2005 -
- Silvio De Maria - Gli archi onorari di Roma e dell'Italia romana - L'Erma di Bretschneider - Roma 1988 -
- Pier Luigi Tucci - Ideology and Technology in Rome's Water Supply: Castella, the Toponym Aqueductium, and Supply to the Palatine and Caelian Hill - Journal of Roman Archaeology 19 - 2006 -



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POMPEIA PLOTINA


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Nome: Pompeia Plotina Claudia Phoebe Piso
Nascita:: 55 d.c.Nemausus (Gallia)
Morte: 121 d.c. Roma
Marito: Traiano
Figli: Adriano (adottivo)



LA DONNA

Plotina, il cui nome per intero era Pompeia Plotina Claudia Febe Pisone (Pompeia Plotina Claudia Phoebe Piso), nacque nel 55 d.c a Nemausus, in Gallia, e morì a Roma nel 121 (secondo altri  nel 123 e pure nel 129). Non era bella e neppure vivace, eppure fece il suo ingresso dalla fine del del 97 d.c. a fianco del marito Traiano, nel palazzo imperiale. Cassio Dione scrive che prima di varcare la soglia del palazzo, voltatasi ai suoi sudditi, pronunciò una storica frase:
"Io entro in questo palazzo come la donna che voglio ancora essere quando lo lascerò."

Plotina nacque da L. Pompeo ed era una donna colta, intelligente, riflessiva, ma anche schiva. Nel suo ritratto marmoreo conservato nei musei capitolini, si scorge una donna dal viso leggermente allungato, carattere che viene ulteriormente accentuato da una pettinatura alta e stretta, velato di tristezza. In un ritratto più giovane il volto austero della moglie dell'imperatore, raffigurato sempre in modo realistico, presenta una bocca sottile dal taglio diritto, gli occhi aggrottati con una ruga tra questi che non è dovuta all'età ma a una certa grinta aggressiva e un po' caparbia, sentimenti cui evidentemente abdicò trasformandoli nel tempo in triste rassegnazione.

La prima immagine però rende bene il carattere di una donna che fu la consigliera di Traiano e che seppe manovrare la successione imperiale per consegnare il potere ad Adriano, adottato dall'imperatore, o fatto adottare, in punto di morte.

Comunque la caparbietà non durò all'infinito perchè il capo leggermente inclinato verso destra, le labbra cogli angoli  piegati verso il basso e le due profonde rughe verticali che partono dalla base del naso, danno alla nobile Plotina un'aria mesta e rassegnata, che nemmeno il figlio praticamente adottato Adriano riuscì mai a sanare.



LA STATUA MUTILA

La statua è acefala, mutila del braccio destro, dell'avambraccio sinistro e dei polpacci. Il marmo presenta una coloritura a patine rossastre e una grossa fenditura che, correndo sotto il ginocchio destro fino al drappeggio retto sul braccio sinistro, taglia la statua diagonalmente in due parti probabilmente unite dopo il ritrovamento, all'epoca degli scavi.

L'Imperatrice è vestita con un chitone leggero a fitte pieghe che nel drappeggio trattenuto sotto il petto da un nastrino annodato al centro, ricorda la scultura greca.

Questa bella statua, bella seppur mutila, dal corpo rilassato e dal morbido panneggio, come usava soprattutto nelle statue greche, è di Plotina, la moglie dell'imperatore Traiano, ambedue i coniugi brillarono per saggezza e onestà, come mai allora tanta furia nei confronti di una donna tanto costumata, pia e modesta?

Nessuna ragione politica perchè i due coniugi imperiali restarono sempre un esempio di altruismo e buon governo, nè per moralismi, perchè Plotina fu sempre modesta e fedele. Ebbene fu abbattuta per motivi religiosi, tutto ciò che riguardava il passato era demoniaco, il mondo contava dal Cristo in poi.

La Chiesa distrusse talmente tanto e talmente abolì ogni forma di studio e di lettura e di estetica che nel medioevo vi fu un pauroso ritorno indietro, scomparvero non solo tutte le arti e la letteratura, ma pure la medicina, la chirurgia, la tecnica edilizia e ogni altra forma di conoscenza. Perfino l'arte fu giudicata pericolosa, era ammessa solo quella che glorificava Dio e la religione, il che comportò che per secoli i più grandi artisti dipinsero e scolpirono solo immagini religiose.



LA STORIA

Plotina venne sposata a Traiano, giovane militare di belle speranze, che ella seguì fedelmente per tutta la vita. Ella non brillò per la bellezza nè per l'arguzia nè per l'eleganza, ma fu una buona consigliera, sempre preoccupata per le classi meno abbienti. A Plotina e alla sua influenza sulla vita dell’illustre marito si devono molti provvedimenti che contribuirono a migliorare la vita del popolo romano, in particolare di quanti appartenevano alle fasce sociali solitamente escluse dai benefici. In riconoscimento di ciò dal senato, con l'approvazione dell'imperatore, ricevette il titolo di Augusta nel 105 d.c.

All'epoca i mariti non si sceglievano, erano i genitori a farlo per i figli, mossi ovviamente da ragioni di opportunità. Plotina venne fatta sposare a Traiano quando questi era solo un militare di belle speranze, che però aveva dimostrato in guerra di saper condurre un esercito. Di certo Plotina, donna istruita e intelligente, avrebbe preferito uno studioso piuttosto che un generale quasi sempre in guerra o preso da affari di stato.

Inoltre Traiano e Plotina non ebbero mai figli, ma c'è dell'altro. Scrive Cassio Dione:
".......Io naturalmente so che gli piacevano i ragazzi e che era dedito al bere, ma non esiste nessun fatto che possa indicare che abbia dato scandalo per questo: beveva infatti tutto il vino che gli piaceva senza ubriacarsi e nelle sue relazioni con i ragazzi non danneggiò mai nessuno di loro......".
Che a Plotina potesse dispiacere neppure un sospetto. Elio Sparziano narra che l'imperatore manteneva un piccolo harem di giovanetti che faceva sorvegliare da ben scelti pedagoghi. Si sospetta inoltre che Traiano non fosse bisessuale ma solo omosessuale.

Pertanto Plotina fu frustrata come studiosa, come donna, come moglie e pure come madre. Traiano non si separò mai da lei, in parte perchè la stimava, in parte perchè qualsiasi altra donna avrebbe accampato le sue esigenze, creandosi una vita propria e facendosi degli amanti.

Invece i cattolici fecero a pezzi la sua statua, unicamente colpevole di essere nata " ai tempi degli Dei falsi e bugiardi", come ebbe a dire Dante per incensare la chiesa che l'aveva condannato quale nemico.

Così Plotina restò sempre accanto al marito con la sua corte di giovinetti, e gli fu accanto pure nel giorno in cui Traiano, parzialmente paralizzato ed idropico, morì in Cilicia, a Selino, città poi chiamata Traianopoli da Adriano. Erano passati 19 anni, 6 mesi e 15 giorni da quando, mentre seguiva il marito che aveva assunto il supremo potere, Plotina si era voltata al popolo per pronunciare la sua dichiarazione, ed ora, nel 117, riportava a Roma le ceneri di Traiano, rinchiuse in un'urna d'oro e le deponeva nella base della colonna traianea. 

Non si sa come mai molto si scrisse sull'omosessualità di Adriano ma nulla su quella di  Traiano. Si sa che Sabina, la moglie di Adriano, di figli non ne voleva, ma forse Plotina aveva un desiderio di maternità, in parte colmato da Adriano che decenne, alla morte del padre e già orfano della madre, venne affidato alla tutela del cugino Traiano. Era un bambino lontano dalla sua terra e dai suoi parenti ed ella se ne prese cura come fosse un figlio suo. Tra i due nacque un legame fortissimo che Adriano non dimenticò mai, Plotina gli fece da madre e da consigliera, lo protesse e lo preparò all'impero.

Sin dalla gioventù Adriano fu da sempre devoto alla cultura greca tanto da vedersi attribuito l'epiteto poco gentile di Graeculus, ed è noto un suo viaggio ad Atene ancor prima di diventare imperatore. Tutto questo sicuramente gli derivò da Plotina, istruita, riflessiva e saggia, ma soprattutto amante della filosofia greca, nonchè seguace dell'epicureismo.

Fu sempre Plotina che, pur sapendo che non avrebbe mai funzionato, gli fece sposare Sabina, la figlia di Matidia, sorella di Traiano. Traiano, che probabilmente avrebbe preferito vedere la nipote sposata con un vero marito, si opponeva, ma fu Plotina, che, per quanto dolce e modesta, doveva avere una carattere molto forte, quella che ne ebbe ragione. Sapeva che ad Adriano occorreva una moglie collegata a Traiano e sapeva che, anche se Adriano di una moglie in quanto tale non sapeva proprio che farsene, essa come consorte imperiale gli era indispensabile. Inoltre Vibia era anche lei intelligente, di carattere forte e dignitosa, forse un po' ci si rivide. Era comunque importante che i Romani vedessero a fianco dell'imperatore un'imperatrice per l'immagine della coppia perfetta.



IL MISTERO DELL'ADOZIONE

Quando Traiano stava morendo in Cilicia Adriano non era ancora stato adottato, e si dice pure che Traiano non lo avrebbe mai fatto. Si dice che, dopo la morte del marito spirato senza designare chi dovesse prendere il suo posto, la moglie, Plotina, tenne nascosto il decesso creando il nuovo imperatore con il complice aiuto di Attiano, l'altro tutore di Adriano.

Questi, avvoltosi in pesanti coperte nel buio della camera del defunto imperatore, si spacciò per lui e, parlando con voce fievole e rotta, affermò di prendere Adriano come figlio e successore. Le lettere con le quali Traiano comunicava al Senato questi fatti non furono firmate da lui, ma da Plotina, cosa molto irregolare e soprattutto cosa che essa non aveva mai fatto prima.

Dione sospettò pure che tutto questo Plotina lo avesse fatto perchè era innamorata di Adriano, ma basta guardare il suo ritratto e seguire la sua vita per capire che era impossibile. Plotina morì nel 122 o 123 d.c. e Adriano ne fu molto addolorato. Ad essa tributò tutti gli onori dovuti ad una madre. Portò per lei il lutto vestendosi per nove giorni con vesti nere, costruì un tempio alla sua memoria e compose inni in suo onore.
MONETA RAFFIGURANTE SU UN LATO IL FIGLIO ADRIANO E SULL'ALTRO
TRAIANO E PLOTINA



IL TEMPIO DI TRAIANO E PLOTINA

LA REPUBBLICA

Al cospetto della Colonna di Traiano, sul perfetto asse nord-ovest, nell’estremità del Foro di Traiano. È qui che si innalzava il Tempio dedicato all’imperatore Traiano e a sua moglie Plotina, fatto erigere da Adriano nella prima metà del II secolo d.c. come estremo omaggio ai suoi illustri genitori “divinizzati”, che lo avevano adottato.

La fronte avrebbe avuto sei colonne monumentali impostate su un alto podio, una soluzione architettonica che avrebbe fatto scuola, diventando modello per il successivo tempio di Antonino e Faustina al Foro Romano. Per la prima volta, infatti, viene identificato il luogo esatto in cui fu eretto il Tempio dei Divi Traiano e Plotina, un tassello del puzzle dei Fori Imperiali che ancora mancava all’appello.

A darne le precise coordinate è un team di illustri archeologi, Fabio Cavallaro, Paolo Carafa ordinario di archeologia e storia dell’arte greca e romana all’università La Sapienza, e Andrea Carandini emerito di archeologia classica all’università La Sapienza, che hanno annunciato la notizia nel nuovo fascicolo della rivista “Archeologia Viva” (Giunti editore) da oggi in edicola.

Si tratta di un’ipotesi, che però è supportata da lunghe ricerche certosine scortate anche dall’uso di tecnologie informatiche all’avanguardia, che hanno consentito, a detta dei tre studiosi, di individuare il punto esatto del famoso edificio di culto e di effettuarne una ricostruzione virtuale.


PROBABILI RESTI DEL TEMPIO DI TRAIANO E PLOTINA SOTTO IL PALAZZO VALENTINI

Con l’esatta localizzazione del dell’area sacra nel Foro di Traiano “cambia moltissimo l’intepretazione del sito – dichiara Andrea Carandini – Il Tempio di Traiano e Plotina completa, colmando uno spazio vuoto, l’architettura di Apollodoro di Damasco”. Il famoso architetto era il favorito di Traiano: al suo estro da autentica archi-star dell’epoca si devono il Foro, i Mercati e la Colonna di Traiano, ma come racconta lo storico Cassio Dione cadde in disgrazia per aver offeso il nuovo imperatore Adriano commentandone in senso negativo le ambizioni da architetto.

“Apollodoro di Damasco ha comunque lavorato anche per Adriano, prima che litigassero. Il Tempio risale indubbiamente alla prima fase del loro rapporto, quando l’architetto era al servizio del nuovo imperatore. Per questo, il Tempio a mio avviso è opera di Apollodoro”.

La fine è nota: Adriano poi lo esiliò e lo fece uccidere. Secondo gli studiosi Adriano completò il progetto urbanistico dei Fori Imperiali: l’area compresa tra le aule e le domus alle pendici del Quirinale venne recinta da un alto muro soretto da una delle fondazioni individuate dai recenti carotaggi. Al centro di questo spazio, con la fronte rivolta verso l’ingresso del Foro di Traiano, venne costruito il Tempio di Traiano e Plotina. “Il Tempio comunque doveva essere un progetto già previsto da Traiano – avverte Carandini – Adriano non ha fatto altro che completare il programma”.

Come osservano gli archeologi, gli scavi per la linea C della metropolitana hanno riportato alla luce una grande porzione di strutture dell’epoca di Adriano proprio nell’area nord della Colonna di Traiano. Strategica la possibile lettura del “ventre” del Tempio: “Possiamo immaginare il podio del Tempio – spiega Cavallero – composto da sette ambienti ambienti racchiusi da una fodera di blocchi necessaria a sorreggere il colonnato del pronao e i muri della cella”.

Recenti scavi hanno infatti svelato che anche il podio del Tempio di Antonino e Faustina conteneva camere simili a quelle interpretate come nucleo del Tempio di Traiano e Plotina. “Lungo il grande muro che recingeva l’area del Tempio – continua l’archeologo Cavallero – possiamo immaginare colonne aggettanti su un alto plinto che decoravano la nuova area sacra e inquadravano l’ingresso di età traianea sull’esempio della biblioteca di Atene voluta dallo stesso Adriano”.

Una sfida, per Carandini, sarebbe quella di recuperare l’area e aprirla al pubblico: “Per farlo vedere serve l’intesa di Stato, Comune e Provincia, e forse anche dell’Università, per creare un percorso che è possibile realizzare, che vada da Palazzo Valentini alla Colonna Traiana e da questa alle aule scavate a Palazzo Venezia”.


Martina Calogero

- Gli ultimi ritrovamenti archeologici, restituiti dalle ricerche sotto Palazzo Valentini, sede della Provincia situata nel centro di Roma, confermerebbero un’idea suggestiva: la collocazione del Tempio dei divi Traiano e Plotina sotto al Palazzo. 

Ma, per aver individuare il Tempio, ha spiegato l’archeologo Eugenio La Rocca, che ha diretto gli scavi, saranno indispensabili altre indagini, benché le scoperte emerse fino ad ora siano eccezionali: le strutture colossali sono in asse con la colonna Traiana e sono stati identificati resti di colonne di granito grigio egiziano, che indicano l’importanza straordinaria del monumento che sta emergendo.

Si tratta di una costruzione elevata su un podio alto, il cui nucleo era articolato in una serie di stanze voltate, seminterrate, che comunicavano tra loro, parzialmente ancora conservate, costituite da strutture murarie di livello esecutivo eccellente e di ragguardevole consistenza. 

Il podio era sorretto da una platea possente, in opera cementizia, orientata perfettamente con le strutture del Foro di Traiano. Che questi resti appartengano al Tempio del divo Traiano e della diva Plotina sembra quindi molto probabile, ma dovremmo aspettare i risultati dei prossimi scavi pe averne conferma definitiva. -



L'EPICUREISMO

Plotina fu seguace della scuola epicurea e ne favorì il rilancio a Roma proteggendo i giovani filosofi sia romani che greci, aprendo un saloto letterario nel palazzo imperiale e trasformandolo in una elite culturale che diffuse speculazioni e libri, a Roma prima e in tutto l'impero poi..

Il termine epicureismo sta ad indicare tanto "il pensiero di Epicuro", quanto "la storia del pensiero dei seguaci di Epicuro dal IV sec. a.c. in poi". La dottrina epicurea «subordina tutta la ricerca filosofica all'esigenza di garantire all'uomo la tranquillità dello spirito».  Epicuro aveva tre principi:

- l'atomismo per il quale Epicuro spiegava la formazione e il mutamento delle cose mediante l'unirsi e il disunirsi degli atomi e la nascita delle sensazioni come l'azione di strati di atomi, provenienti dalle cose, sugli atomi dell'anima;
- il semi-ateismo per il quale Epicuro riteneva che gli Dei esistono sì, ma non hanno alcuna parte nella formazione e nel governo del mondo.»

L'epicureismo, o filosofia del "giardino" cioè il luogo, una casa con giardino appena fuori da Atene, dove egli dal 306 a.c. impartiva lezioni ai suoi discepoli, si basa sull'atomismo pur discostandosi da Democrito e sull'eudemonismo intendendo con ciò la ricerca del piacere in modo diverso da come la concepiva Aristippo, allievo di Socrate.

Egli riprende la teoria degli atomi traendone conclusioni capaci di liberare l'uomo dalla paura della morte. Ritiene che il criterio della verità sia la conoscenza sensibile, «il sensismo, cioè il principio per il quale la sensazione è il criterio della verità e il criterio del bene (il quale ultimo s'identifica perciò col piacere); ovvero solo i sensi sono veri ed infallibili.

Grazie alle impronte che le cose sensibili lasciano nell'anima l'uomo è in grado di formulare dei pregiudizi che però non sempre corrispondono alla verità. L'Epicureismo sembrava dunque la via d'accesso alla felicità, con la liberazione dalle paure e dai turbamenti, e il raggiungimento del piacere.

Così si costutuì la filosofia dei quattro farmaci (tetrafarmaco):

CAMEO RAFFIGURANTE TRAIANO
E PLOTINA
 - Liberare gli uomini dal timore degli Dei, dimostrando che per la loro natura perfetta, essi non si curino delle faccende degli uomini (esseri imperfetti)
 - Liberare gli uomini dal timore della morte dimostrando che essa non è nulla per l’uomo dal momento che "quando ci siamo noi, non c’è la morte, quando c’è la morte non ci siamo noi"
 - Dimostrare l’accessibilità del limite del piacere, ossia la facile raggiungibilità del piacere stesso;
 - Dimostrare la lontananza del limite del male, cioè la provvisorietà e la brevità del dolore. Epicuro infatti divide il dolore in due tipi: quello sordo, con cui si convive, e quello acuto, che passa in fretta.

Unione di corpi è la vita, disgregazione di corpi è la morte. L'universo è accidentale e casuale, ma c'è il clinamen, la possibilità degli atomi di deviare la direzione della loro caduta, dando vita così a nuove combinazioni; il clinamen motiva lo scontro tra atomi, che altrimenti non avverrebbe mai.

Altro principio fondamentale degli epicurei è la convinzione che gli Dei esistano, ma non si preoccupino minimamente dell'andamento delle cose terrene, si trovano negli intermundia, gli spazi  tra i molti mondi esistenti, ma esistono certamente, poiché l'uomo ne ha l'immagine mentale, inoltre sono antropomorfi, perché la forma dell'uomo è la più perfetta e razionale. In questa posizione, l'anima si trova ad essere un composto materiale di atomi che si diffondono nel corpo. Gli atomi dell'anima hanno una forma differente dagli altri, più sottili e rotondi.

Per gli epicurei la felicità è piacere e il piacere può essere in movimento (gioia) o stabile (assenza di dolore). Soltanto la totale assenza di dolore (aponia) e di turbamento (atarassia) sono eticamente accettabili e dunque costituiscono la vera felicità. Queste si raggiungono solo se si seguono quelli che gli epicurei definiscono "bisogni naturali" (per esempio, il nutrirsi). La limitazione qualitativa e quantitativa dei piaceri è il problema stesso della virtù etica, in quanto segno evidente della condizione umana.

Proprio per questo i piaceri si dividono in naturali necessari (come, per esempio, il mangiare), naturali non necessari (come il mangiare troppo) e vani, cioè né naturali né necessari (ad esempio, l'arricchirsi): i primi devono essere assecondati, i secondi possono essere concessi ogni tanto, mentre i terzi devono essere assolutamente evitati.

Chiariti i principi epicurei viene da chiedersi come mai Plotina fosse tanto incline a questa filosofia. Di certo non creava illusioni sul dopo morte, nè prometteva piaceri folli. Essa serviva a trovare un equilibrio mentale, ovviamente solo mentale, che a Plotina serviva parecchio, poichè non essendo ambiziosa nè pettegola, quella gabbia dorata dovè pesare parecchio.

Così trasmise ad Adriano il culto del bello e dell'estetico fine a se stesso, cioè al piacere degli occhi, e Adriano lo accolse in pieno, visto che costruì splendidi edifici e statue per tutto l'impero, ma soprattutto nella splendida villa di Tivoli. Plotina l'avrebbe apprezzata molto.


BIBLIO

- Traiano - Storia e Archeologia - L'Erma di Bretschneider - 2010 -
- A cura di Grigore Arbore Popescu - Traiano ai confini dell'impero - Milano - 1998 -
- Julian Bennet - Trajan - Optimus Princeps - Bloomington - 2001 -
- Historia Augusta - Traiano -
- Historia Augusta - Adriano -
- Jasper Burns - Great Women of Imperial Rome: Mothers and Wives of the Caesars - Routledge - 2006 -
- Furio Sampoli - Le Grandi Donne di Roma Antica - Roma - Newton & Compton - 2003 -



 

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