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VILLA DI DESENZANO DEL GARDA (Lombardia)


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Si sa che i romani si appropriavano dei posti più belli del mare e della campagna per farci su le loro magnifiche ville dell'otium e Desenzano del Garda è tra questi. La cosa era favorita dalla Via Emilia, strada consolare romana, appositamente costruita per velocizzare viaggi e spostamenti.

Il nome della località sembra provenga da Decentius, un ricco uomo romano dell'epoca, proprietario di una prestigiosa villa edificata nel IV secolo e tutt’ora visitabile. Ma le coste del lago erano luogo di villeggiatura di molti romani attratti dal clima mite e dalla bellezza del luogo.


Ed ecco tre importanti siti archeologici riemersi durante i lavori della Tav nella zona tra Montonale e San Lorenzino, non lontano dal Lavagnone: in epoca romana, un centro di attrazione e di sviluppo civile tra i più importanti del basso Garda. Anzitutto una villa di epoca romana, ritrovata in località Montelungo (accanto alla trattoria la Rossa), che ha già restituito numerosi reperti tra cui fibule, ornamenti, ceramiche.

Ma sono emerse anche tante monete, con l’effige degli imperatori che si sono susseguiti tra cui Costantino ed Augusto, dal I al IV secolo. Secondo gli archeologi, pur essendo dello stesso periodo, era molto diversa dalla villa romana riccamente decorata del centro storico di Desenzano:


"Oggi come allora l’area era un’importante zona di passaggio verso il Veneto, come una Tav dei tempi antichi - ha spiegato il funzionario archeologo della Soprintendenza Brescia Bergamo, Serena Solano - Stiamo analizzando tutti i dati per costruire un quadro preciso dell’epoca."

Tutti i materiali rilevanti sono ora in fase di restauro e verranno esposti al pubblico entro il 2022, nella sezione romana del museo Rambotti. Sempre in fase di studio il sito di Montonale, ma gli archeologi comunque concordano nel ritenerlo un edificio di culto di epoca romana.


Verso nord, all’interno del centro storico di Desenzano, si arriva dunque alla Villa Romana, un importante sito archeologico che è visitabile sia in estate che in inverno. Al suo interno vi è l’Antiquarium, un piccolo museo con due sale espositive contenenti alcuni reperti ritrovati nella Villa, tra cui statue e un antico frantoio. 

Seguono poi altri tre settori dove si possono ammirare i magnifici mosaici raffiguranti scene di amorini affaccendati nella vendemmia, corse di bighe, giochi vari e diversi animali selvatici. La Villa Romana è la più importante testimonianza archeologica delle grandi villae tardo antiche nell'Italia settentrionale .

I resti, scoperti a partire dal 1921-1923, sono riferibili a più fasi databili tra la fine del I sec. a.c. e il V sec. d.C. e si distinguono per l'eccezionale complesso delle pavimentazioni a mosaico. La villa aveva un'ottima posizione essendo situata poco a Nord della via Gallica, che collegava Bergomum, Brixia e Verona, in una splendida posizione lungo la riva meridionale del lago di Garda, che oggi dista poche decine di metri.



All'interno del perimetro dell'area archeologica, oltre ad un ampia zona di verde, si trova l'Antiquarium che espone una ricca selezione dei materiali provenienti dalla Villa. Il sito è un Istituto di proprietà statale ed è gestito dalla Direzione Regionale Musei Lombardia organo periferico del Ministero della Cultura.

Essa venne costruita in diverse fasi tra il I secolo a.c. e il IV secolo d.c.: le parti ancora oggi visibili risalgono naturalmente all'ultima fase, quando gli spazi all'interno della villa furono riorganizzati e suddivisi in diversi settori. 


Il complesso della villa si estendeva su una superficie di circa un ettaro, in cui i quartieri residenziali si affiancavano agli edifici agricoli e, all'epoca della sua costruzione, la villa si affacciava sul lago. Il paesaggio circostante deve essere stato l'elemento decisivo nella distribuzione delle stanze, che offrivano tutte una vista panoramica.

Il sito presentava una serie di ramificazioni costituite da moli e banchine, e probabilmente da stagni dove veniva allevato il pesce. Diversi pavimenti a mosaico colorato, affascinanti e ben conservati, raffigurano scene pagane.


FLAVIO MAGNO DECENZIO

Sebbene il nome del proprietario della villa non sia certo in modo assoluto, ci sono ottime possibilità che il proprietario, o almeno il committente di questa fase finale dei lavori sia stato il fratello dell'imperatore Magnenzio (350 - 353 d.c.) e cioè Flavio Magno Decenzio, usurpatore di origini barbariche, da cui oggi prende il nome la città di Desenzano.


I reperti più importanti rinvenuti nell'area della villa sono esposti nelle tre sale dell'Antiquarium:

- La prima ospita recipienti da cucina e da pranzo in ceramica e piccoli utensili in bronzo. 

- Nella seconda sala sono esposti frammenti delle statue che decoravano la villa. 

- Nella terza sala, due grandi pannelli espongono i frammenti di un affresco decorativo che ornava una delle stanze della villa.

La scultura in marmo bianco esposta nella seconda sala risale alla metà del II secolo d.c. Insieme alle altre effigi esposte in questa sala, ornava uno dei giardini della villa, in particolare quello aperto ai visitatori o quello riservato al proprietario e alla sua famiglia.



REPERTI

C'è una tazza di vetro, datata al IV secolo d.c., l'immagine della superficie esterna ritraeva il Cristo rivolgersi a un gallo. la scena notturna, che mostrava le stelle nel cielo, dovrebbe alludere al triplice diniego di Pietro nei riguardi del Cristo in accordo al famoso passaggio dai Gospels di origine popolare afro-americana su temi evangelici sviluppatosi nell'America nel XIX secolo.

C'è poi un busto di adolescente in marmo bianco di Carrara, proveniente da una statua a grandezza naturale. Si tratta probabilmente di una rappresentazione celebrativa di uno dei membri della famiglia proprietaria della villa nel II secolo d.c., secondo un'usanza comune alle varie domus e ville dell'epoca.

STATUA DI ERCOLE


BIBLIO

- Gino Benedetti, Desenzano dalla sponda del lago di Garda - storie e colori - Bornato - Sardini -1979 - 
- Attilio Mazza - Il Bresciano - Volume II - Le colline e i laghi - Bergamo - Bortolotti - 1986 -
- Ulisse Papa, La scomunica ed interdetto di Desenzano - Brescia - Tipografia F. Fiori - 1871 -



VILLA ROMANA DI CAPO CASTELLO (Isola d'Elba)


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La Villa romana di Capo Castello, posta sopra un promontorio all'estremità nordorientale dell'isola d'Elba nei pressi della frazione geografica di Cavo (Rio), prende il nome dal promontorio che separa la spiaggia del Frugoso (o spiaggia di Capo Castello) da Cala delle Alghe.

Costruita probabilmente tra il I secolo a.c. e la metà del I sec. d.c., è contemporanea a molte altre ville presenti nelle isole toscane, compresa la Villa Romana delle Grotte e la Villa Romana della Linguella a Portoferraio.

La villa si trova in posizione panoramica, una collocazione invidiabile che permette di godere di una splendida vista sul mare e su tutta la costa tirrenica, strutturata con ambienti digradanti verso il mare realizzati in opus reticulatum e contraddistinta da tre complessi a sé stanti: la casa di abitazione padronale sul Capo Castello, un'appendice sul Capo di Mattea e una cisterna sul Colle del Lentisco.


La villa, a pianta rettangolare, era contraddistinta da edifici posizionati su sei terrazze degradanti verso il mare nelle quattro direzioni nord, sud, est, ovest.

L’ampio edificio, circondato su tre lati da giardini con aiuole di fiori, sempreverdi, statue e fontane, doveva essere composto dalle parti tipiche della villa romana e possedeva pavimenti marmorei di forme ricche e variate spesso a mosaico, mentre le pareti erano riccamente decorate.

Sulla terrazza più elevata era stata costruito il nucleo abitativo con i resti di sette vani: tre di essi conservano ancora i pavimenti in mosaico e un altro i resti di una scala. 

Oggi ne rimangono solo i resti del muro perimetrale e della cisterna, mentre le due terrazze sottostanti erano destinate al giardino, infatti in esse mancano strutture murarie interne, mettendo in collegamento la terrazza più alta con la quarta, e ospitavano l'hortus. 


I muri perimetrali sono anch'essi in opus reticulatum, tranne un tratto in opus spicatum. Purtroppo questa parte è in gran parte difficilmente leggibile per i danneggiamenti causati da strutture moderne e l'apertura di strade e vialetti.

Sulle terrazze ancora inferiori sorgeva invece il nucleo della casa signorile, di cui si sono mantenuti i resti delle stanze in cui si possono osservare i pavimenti in mosaico e i resti di una scala. Purtroppo questa porzione della Villa è per buona parte difficilmente visibile per i danneggiamenti causati da strutture moderne.

Oggi la punta è occupata da case e villette, in mezzo a selvaggia macchia e giardini, tanto che il sito archeologico si può dire ormai all'interno del centro urbano di Cavo. L'area stata irrimediabilmente compromessa dalla costruzione di villette, l'apertura di una strada e interventi recenti. 


La lunghezza della villa è di 88 metri, la larghezza di 44. Ma ne rimane poco, dato che in tempi moderni vi è stato costruito sopra l'edificio moderno che ancor oggi si vede. Uniche tracce antiche sono sul lato sud: resti del muro perimetrale in opus reticulatum e, all'esterno di esso, una cisterna in opus signinum.

Nei dintorni della villa erano presenti altre strutture facenti parte del complesso: un edifico su Capo di Mattea, che con tutta probabilità era la casa della servitù e la cisterna di Colle del Lentisco, anch'essa non visitabile in quanto proprietà privata e inglobata all'interno di una nuova costruzione.

All'interno della Villa sono stati rinvenuti diversi reperti archeologici esposti al Museo archeologico di Portoferraio, tra questi: una lastra decorativa in terracotta con gorgoneion, una piccola scultura in bronzo con l'iscrizione "kronos", un frammento di capitello in marmo ornato da foglie d'acanto e girali contrapposti, lucerne frammentarie, bolli laterizi, un vaso. bolli laterizi insieme a pavimentazioni in mosaico (opus sectile) a losanghe in marmo cipollino e palombino.

Presso il Museo Archeologico del distretto minerario di Rio nell'Elba è conservata una vasca con i relativi tubi che faceva parte del sistema di vasche e tubi per l'acquedotto che serviva per alimentare la cisterna ad uso della villa.



INDAGINI SULLA VILLA ROMANA 
(Fonte)

"Si torna ad indagare sui resti della villa romana di Capo Castello e di Capo Mattea a Cavo, nel Comune di Rio, ed il riordino dei relativi reperti rinvenuti. Infatti con determina del 30 Dicembre 2019 la responsabile dell'Area Assetto del territorio del Comune di Rio, su richiesta della Soprintendenza, ha affidato un incarico per "interventi di predisposizione di documentazione per la valorizzazione del sito archeologico di Cavo consistenti nella individuazione dei ruderi della villa romana di Capo Castello".

Come si legge nella determina di incarico "la villa risale all’età augustea ed i reperti rinvenuti, (oltre a Capo Castello, la villa delle Grotte e quella della Linguella) le evidenziano con decori sfarzosi, rivestite di marmi e adorne di statue. La villa di Capo Castello sorge sulla punta nord-orientale dell’isola, protesa verso il mare.

Sebbene nominata e descritta nella letteratura antiquaria tra Sette e Ottocento, solo gli sterri effettuati alla fine del secolo XIX, permisero di mettere in pianta e descrivere più strutture di quante ne siano adesso visibili; purtroppo la pianta andò distrutta durante la guerra.

L'incarico comprensivo di Iva per un importo totale di 12.200,00 euro è stato affidato all'archeologo Marco Firmati e la previsione è che le attività dell'incarico richiedano 90 giorni di tempo."
Certe tardive iniziative fanno o arrabbiare o ridere.


OGGI

La villa attualmente non è visitabile in quanto proprietà privata e inglobata all'interno di una nuova costruzione.


BIBLIO

- Vincenzo Mellini - Memorie storiche dell'isola dell'Elba, manoscritto - 1870 -
- Michelangelo Zecchini - Isola d'Elba - Le origini - Lucca 2001 -
- Michelangelo Zecchini - L’archeologia dell’Arcipelago Toscano - Ed. Pacini.- 1971 -




DOMUS DEL MITO - SANT'ANGELO IN VADO (Marche)


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Già da tempo si sapeva che il Campo della Pieve, a S. Angelo in Vado, conservasse nel suo sottosuolo una cospicua porzione dell’abitato della città romana di Tifernum Mataurense, e cioè da quando una serie di fotografie aeree avevano avevano evidenziato un insieme di strutture sepolte. 

Peraltro un ampio saggio esplorativo condotto nel 1999, aveva da tempo indotto l’Amministrazione Comunale a mettere a punto, insieme con la Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche, un ampio programma di scavo e valorizzazione, in vista de quale, frattanto, con determinante lungimiranza, l’Amministrazione Comunale stessa aveva acquisito al suo demanio l’area.

Avvalendosi dei fondi europei amministrati dalla Regione Marche; ammesso al finanziamento dell’intervento, che prevedeva anche la musealizzazione e la fruizione al pubblico di una prima porzione dell’antico abitato, è iniziato nello scorso autunno lo scavo archeologico, condotto sul terreno dalla Cooperativa Archeologica di Firenze, con la direzione scientifica della Soprintendenza.



A soli 25 km da Urbino, oggetto degli ultimi scavi condotti dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici di Ancona, si è dunque messa in luce l’intera articolazione di una grande Domus gentilizia eretta verso la fine del I° secolo d.c. ampia circa 1.000 metri quadrati e impreziosita da un ricco complesso di mosaici figurati bicromi e policromi.

Pertanto a Sant'Angelo in Vado è avvenuto il più importante ritrovamento archeologico venuto alla luce negli ultimi 50 anni. Soprattutto per i pavimenti musivi ritrovati, di buona e ottima qualità, e per lo più splendidamente conservati.

Sant'Angelo in Vado è una cittadina situata lungo l'alta valle del fiume Metauro, al centro di un ameno paesaggio caratterizzato dai primi contrafforti appenninici che fiancheggiano la strada statale che sale verso il passo di Bocca Trabaria (m.1044).

L’indagine archeologica, mirata su una certa area del Campo della Pieve, avendo all'attivo un’ulteriore saggio condotto nel 2000, ha rapidamente conseguito risultati eccezionali. Nell’area oggetto di scavo, infatti, ampia mq. 1.000 circa, si è messa in luce l’intera articolazione di una grande domus gentilizia eretta verso la fine del I sec. d.c., impreziosita da un ricco complesso di mosaici figurati, forse il più cospicuo venuto in luce nelle Marche da ormai diversi decenni.


S. Angelo in Vado è dunque un centro medievale sorto sulle rovine della romana Tiphernum Mataurense, antico municipio distrutto durante la guerra gotica. L'abitato medievale fu dedicato all'Arcangelo Michele e definito 'in Vado' dal guado lungo il Metauro.

Poco lontano dal complesso chiesastico di San Francesco, nell'area del Campo della Pieve, è stata ritrovata e ripristinata una splendida casa romana, detta la "Domus del mito", il più importante ritrovamento archeologico venuto alla luce negli ultimi 50 anni.

La domus è particolarmente ricca, evidentemente grazie alle buone situazioni economiche dei proprietari e pure grazie alla loro cultura e al loro buon gusto, di splendidi pavimenti musivi, molti dei quali alludenti ad accadimenti mitici, per cui l'abitazione venne nominata: "La Domus del mito".


Tali pavimenti musivi, di buona e ottima qualità, e per lo più ottimamente conservati, esibiscono soggetti vari che mostrano l'inserimento dell'antica città di Tifernum Mataurense nel circuito di cartoni e maestranze specializzate, e la presenza in essa di una committenza colta e raffinata.

In quello che è il vestibolo campeggia “il trionfo di Nettuno”, che impugna il tridente, sul carro trainato da due ippocampi, accompagnato dalla sposa Anfitrite, mentre al di sotto nuotano i delfini; segue, nel probabile tablinium, un busto di Dioniso con la corona di foglie di vite, in un tondo centrale incorniciato da una raggiera di motivi prospettici, ed eleganti figurine femminili agli angoli.

Nelle parte mediana della domus si apre un atrio-peristilio con mosaici geometrici, con basi modanate di colonne che sostenevano l’impluvium, con relativo pozzo al centro, intorno, variamente articolati, si dispongono almeno tre vani di rappresentanza.


Una grande sala presenta una complessa policromia di motivi geometrici e vegetali, con un emblema esagonale centrale con la testa della Medusa irta di serpentelli.

In un’altra, che si distingue per le massime dimensioni (m. 7 x 7 circa), forse il triclinio, compare una ricchissima composizione policroma di tondi figurati con figure simboliche, animali reali e fantastici ed latri motivi, e riquadro centrale con scena di animali marini in lotta tra loro: polpo, gamberone e murena, dove la murena morde il polipo che agguanta l'aragosta. 

Tutt'attorno splendono quaranta medaglioni figurati mentre da un lato della stessa sala, una fascia rettangolare bicroma esibisce una scena di caccia, con un battitore che indossa i caratteristici abiti (corta tunica e gambali in pelle), e due cani che incalzano rispettivamente un capro selvatico ed un cinghiale.
 

Altri due vani, infine, presentano complessi e raffinati motivi geometrici, in parte policromi, con inserti figurati di vario soggetto. 

Fra i temi raffigurati spiccano:

- Nettuno, Dio delle acque e delle correnti e in seguito divenne, dopo il 399 a.c., il Dio del mare e dei terremoti, trasformandosi nell'equivalente del Dio greco Poseidone. Egli è armato del suo consueto tridente con cui agita o calma le acque a suo piacimento.

Egli è accompagnato dalla sua consorte Anfitrite, madre di Tritone, una delle Nereidi dai lunghi capelli neri e vestita di un verde squillante, sul carro del trionfo trainati da ippocampi marini, sotto ai quali nuotano vari delfini.


- le due divinità marine sono seguite da Dioniso, Dio dell'estasi, del vino, dell'ebbrezza e della liberazione dei sensi; pertanto rappresentante l'essenza del creato nel suo perenne e selvaggio fluire, lo spirito divino di una realtà smisurata, l'elemento primigenio del cosmo, l'irruzione spirituale della zoé greca.

La zoè è il principio, l'essenza della vita che appartiene in comune, indistintamente, all'universalità di tutti gli esseri viventi e che ha come concetto contrario la non-vita e non, come si potrebbe pensare, la morte poiché questa riguarda il singolo essere che cessa, lui e soltanto lui, di vivere, ossia l'esistenza intesa in senso assoluto, la frenetica corrente di vita che tutto pervade.

Il Dio ha il capo avvolto da una corona di foglie di vite, inserito in un tondo centrale, incorniciato da una raggiera di motivi prospettici, contornato agli angoli da eleganti figurine femminili.


-  Nella grande sala vi è una complessa policromia di motivi geometrici e vegetali, con un emblema esagonale centrale nel quale è visibile la testa della Medusa con i serpenti. Medusa, era una delle tre Gorgoni, figlie delle divinità marine Forco e Ceto, che avevano il potere di pietrificare chiunque avesse incrociato il loro sguardo.

Delle tre, Medusa era l'unica a non essere immortale; ella ha un volto bellissimo, o almeno così si narra nei miti più antichi, con il capo su cui ondeggiavano, al posto della chioma, dei sibilanti e fruscianti serpenti; nella maggioranza delle versioni viene decapitata da Perseo con l'aiuto di Minerva.

Altra stanza spettacolare è il triclinium in cui sono raffigurate una scena di caccia e una di pesca contornate da un festoso repertorio di motivi geometrici in bianco e nero. In un'altra stanza spettacolare, una stanza di circa 7 x 7 metri, compare una ricchissima composizione policroma di tondi rappresentanti figure simboliche, animali reali e fantastici ed altri motivi.


Nella stanza più grande, forse il triclinio, il locale dove era servito il pranzo, scene di caccia e la raffigurazione di una lotta tra animali marini impreziosiscono in maniera stupenda lo spazio. È qui che il ritratto di una figura maschile reca in mano l’eccellenza di questo territorio: il tartufo. 

L’abbondante presenza di questo pregiato prodotto della terra ha valso a Sant’Angelo in Vado il soprannome di “terra benedetta dagli Dèi”. E’ presente anche un riquadro centrale con scena di animali marini in lotta tra loro, mentre su un lato una fascia rettangolare esibisce una scena di caccia, con un battitore che indossa i caratteristici abiti e due cani che incalzano un capro selvatico ed un cinghiale.

Nelle parte mediana della domus si apre un atrio-peristilio con mosaici geometrici, con basi modanate di colonne che sostenevano l’impluvium, il pozzo al centro destinato a raccogliere l'acqua piovana, e disposti intorno almeno tre vani di rappresentanza. Altri due vani, infine, presentano complessi e raffinati motivi geometrici, anche policromi con varie raffigurazioni


Secondo una leggenda, gli Dei donarono la Domus del Mito a Mennenio, di carnagione mediterranea, figlio di un patrizio romano e a Nicia, bionda dagli occhi azzurri, figlia di servi celtici. I due si innamorarono perdutamente, ma dovevano lottare contro i pregiudizi sociali tanto opprimenti in quell’epoca.

Il padre di Mennenio ripudiò il figlio per la sua scandalosa relazione, e confinò beffardamente i due amanti in una porzione di terra delimitata da alcuni paletti, asserendo che quelle era l’unica domus adatta a loro. Gli Dèi, commossi da un amore così puro e incrollabile, costruirono in una sola notte su quell’appezzamento di terra la Domus del Mito, donandola a Mennenio e Nicia. 

La leggenda non è romana, ovvero è ambientata nell'antica Roma ma è di molto successiva. Ma come diceva Salustio riferendosi al mito in genere: “Queste storie non avvennero mai, ma sono sempre”.


BIBLIO

- O. Elia, D. Levi - «Emblema» - G. Becatti (a cura di) - Mosaico e Mosaicisti nell'antichitå - Roma - 1967 -
- Mario Luni - Archeologia nelle Marche - 2003 -
- Giacomo Boni - Nuova Antologia - Il metodo negli scavi archeologici - 1901 -
- Andrew Drummond - The World of the Romans - New York: Oxford University Press - 1993 -
- Dionigi Di Alicarnasso - Le antichità romane, a cura di Francesco Donadi e Gabriele Pedullà - Einaudi - Torino - 2010 -



VILLA DI CASAL MORENA


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CISTERNA E TORRE

CASAL MORENA

Casal Morena si trova al km 4 della via Anagnina ed è costituito da un corpo a tre piani (forse in origine una torre) e da una serie di casali a due piani databili dal XVI al XVII secolo. Il terreno fu di proprietà del console romano Aulo Terenzio Varrone Murena (I secolo a.c.) da cui il nome dell'area. 

In zona sono presenti i resti di tre ville romane, una attribuita al console romano Lucio Licinio Murena, la seconda si trova presso la Torre di Mezzavia e la terza è detta villa dei Centroni, tutte del periodo imperiale. 

RICOSTRUZIONE DELLA VILLA


DERIVAZIONE DEL NOME

I Ipotesi

Il nome Morena si riferisce, probabilmente, alla gens romana dei Murena che avevano una villa in questa zona. Due, tra i membri della famiglia, ad essere ricordati: Lucio Licino Morena padre e figlio. Il padre fu legato di Silla nella Prima Guerra Mitridica (89- 85 a .c.), durante la quale si distinse nell’assedio del Pireo e nella battaglia di Cheronea ( 86 a.c.).

Rimasto governatore in Asia dopo la pace di Dardano ( 85 a.c.), desideroso di gloria, provocò di sua iniziativa, la Seconda Guerra Mitridica (83- 81 a.c.) e subì una grave sconfitta, tanto che Silla gli ordinò di sospendere le ostilità. Nonostante la sconfitta, ebbe il suo trionfo ( 81 a.c.).

Il figlio militò, insieme al padre, nella II guerra Mitridica, fu legato di Lucullo nella III guerra Mitridica (66- 63 a.c.), pretore nel 65 a.c. e console tre anni più tardi ( 62 a.c). Nelle elezioni per il consolato fu accusato di broglio, ma fu assolto nel processo nel quale ebbe come difensori Crasso, Ortensio e Cicerone. Legò il suo nome alla Lex Licinia Iunia.


II Ipotesi

Un’altra possibile ipotesi relativa al nome di Morena viene rintracciata in altri documenti, i quali trascrivendo il nome con le varianti Morano, Moreni, Morreni, Morene, si collegano alla radice “Mar” e “Mor” e fanno risalire il vocabolo Marrana. Questo rivo che ha origine nella valle di Molara scorre per la valle Marciana e Preziosa, vicina a Grottaferrata, entra a Morena, e nella zona del Casalotto, lascia il suo corso naturale presso le rovine di Centroni ed entra a Roma.

Nella pianta Bufalini del 1951 è detto Acqua Mariana, in quanto la scorreva sul territorio detto “ager marianus”. Popolarmente il toponimo fu corretto in Marrana, termine finito per identificare i fossati che ancora oggi circolano sotterranei, a volte riemergendo come risorgive.

MOSAICO DELLA VILLA

Il percorso

L’acqua passava per Morena sulla via Latina, dove fu costruita una torre soprannominata dell’Acqua Sotterra. Il percorso iniziale utilizzava un fosso preesistente detto dell’ acqua Crabia e prendeva le sue acque da Squarciarelli e dalla fonte La Preziosa, tra Marino e Grottaferrata, cioè dalle stesse acque che rifornivano gli antichi acquedotti romani Tepula e Julia.

Il canale seguiva gli antichi acquedotti e scendeva verso Roma. Vicino a Villa dei Centroni, a Morena, tramite una diga, l‘acqua veniva incanalata in un condotto sotterraneo appartenente all’ antico acquedotto Claudio, percorrendo il tratto della Via Latina.

GLI SCAVI DEL 1929 NELLA VILLA


LA VILLA

La Villa di Casal Morena, posta al km 4,900 della via Anagnina, VIII miglio della via Latina (Carta dell’Agro, f. 25, nn° 32,35), fu già in parte oggetto di scavi nel XVIII secolo, e ancora nel 1929 ad opera degli allora proprietari Romalli: i risultati dello scavo, di cui si conserva una documentazione parziale negli archivi della Soprintendenza, furono ripresi e pubblicati nel 1979 da De Rossi (G.M. DE ROSSI, Forma Italiae. Regio I. XV. Bovillae, Firenze 1979, pp. 98-155). 

Il complesso odierno di Casal Morena sorge sulle rovine della villa romana, attribuita a Lucio Licinio Murena, e se ne conservano ancora alcuni resti di ambienti: il criptoportico; il settore termale; e le vasche per l’allevamento dei pesci.

Essa occupa un lungo rettangolo di metri 120 x 30, diviso in tre settori di cui quello più settentrionale ne costituiva la parte rustica e produttiva. La parte centrale comprendeva invece una parte scoperta ad Est dove erano collocate vasche intercomunicanti, intonacate nella parte inferiore di cemento idraulico. La parte coperta ad Ovest era costituita infine da un ampio criptoportico a tre lati, intorno ad un giardino o a un cortile scoperto.

MOSAICO DELLA VILLA


COSTRUZIONE E MODIFICHE

L’impianto della villa, impostata su una grande piattaforma sostruttiva in muratura (basis villae), risale al I sec. a.c., con successive trasformazioni e abbellimenti decorativi di età tardo-flavia e antonina e di età tardoantica. 

La parte produttiva produttiva della villa si affacciava sulla via Latina, mentre la parte residenziale, consisteva in una serie di ambienti disposti intorno a un’area inizialmente scoperta, che venne poi trasformata in aula coperta a volta. 

LE PITTURE ORMAI SBIADITE
La villa, i cui proprietari divennero sempre più abbienti, fu dotata in età adrianea di un complesso termale decorato con mosaici ed affacciato su un ampio giardino, con intorno ulteriori ambienti solo in parte indagati (planimetria dell’edificio da De Franceschini 2005).

Il settore a sud, quello residenziale o padronale, si affacciava così su un giardino con loggiato, il cui lato nord era occupato dal suddetto complesso termale, con mosaici in bianco e nero. Nella villa si distinguono vari periodi costruttivi. Il primo, in opus incertum e in opus parte reticolatum, risale al I secolo a.c.. Seguono rifacimenti dell'età domizianea, altri di età adrianea e alla fine del III - inizi del IV secolo.

All'ultima fase risalgono le pitture, con rappresentazioni di dolia e di scene di vita agricola, sia sulle pareti che sul pilastro centrale dell'ambiente più vicino alla strada, purtroppo ora in gran parte perdute, visto che non si è operato a suo tempo per preservarle. 

Le scene erano evidentemente in rapporto con le attività che si svolgevano, durante l'ultima fase della villa, nella parte della casa occupata dalle vasche per la produzione del vino, e forse anche di olio. Altri però hanno sostenuto che le vasche servissero invece all'allevamento dei pesci.

Del resto il cognome Murena, relativo al primo proprietario sembra derivasse proprio dall'attività di uno dei membri della famiglia, cioè l'allevamento ittico su scala industriale" (Coarelli 1993, pp.154-155).
Lo stesso Coarelli poi descrive, adiacenti all'edificio del casale, i resti di "una grande villa romana, della quale numerosi resti (scavati nel 1929) sono visibili a sud del casale stesso, con un'area vincolata di 314 x 132 m ca."
(Coarelli 1993, pp.154-155).


BIBLIO

- G. M. De Rossi - Casal Morena e chiesa - Bovillae - Firenze - 1979 -
- F. Coarelli - Dintorni di Roma - Roma-Bari - 1993 -
- Angelelli, Claudia - Suburbio, Casal Morena, villa, ambiente 1, cementizio a base fittile - TESS – scheda 14610 -



VILLA ROMANA IN MARINA DI SAN NICOLA (Lazio)


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VILLA ROMANA MARINA DI SAN NICOLA

La villa romana risale al periodo augusteo (I secolo a.c. - I secolo d.c.) e si ritiene occupata fino all'età tardo imperiale (IV–V secolo d.c.), uno degli esempi meglio conservati delle grandiose ville patrizie che dovevano susseguirsi lungo il litorale a nord di Roma. Sembra sia appartenuta a Gneo Pompeo Magno (106-48 a.c.), tanto che le rovine vengono chiamate anche La villa di Pompeo. 

La villa è stata solo parzialmente riportata alla luce, è collocata sulla sommità di un lieve promontorio naturale di arenaria e la sua estensione misura circa 2 ettari. Della villa rimangono i portici con i basamenti delle colonne in mattoni rivestite di stucco bianco ed alcuni ambienti con le pareti rivestite da intonaci decorati.

Poco discosta c'è una torretta di postazione tedesca della seconda guerra mondiale costruita con cemento e con i resti stessi della villa (sig!).

 
Il magnifico criptoportico non è accessibile al pubblico, un lungo corridoio munito di piccole finestrelle "a gola di lupo" che affacciano sul mare e che filtrano la luce del sole: un ambiente per passeggiare al riparo dal caldo e dalla luce forte del sole.

Un interessante settore della villa è caratterizzato dalla presenza di un edificio terrazzato da cui si poteva godere di una splendida vista sul mare. Questa era in pratica la zona dove il dominus si ritirava nelle ore di riposo. La terrazza era altresì munita di un portico, lungo 80 m e alto 3.5 m, che la collegava direttamente alla spiaggia.

Sopra il criptoportico c’era un lungo porticato con colonne e mura intonacate. Il pavimento era a mosaico (tasselli bianchi e neri) con figure geometriche e vegetali. Alla fine del criptoportico c’era un alto edificio residenziale (turris) dotato di una scala per accedere alla spiaggia. Parallelo al criptoportico è un viale aperto delimitato da delle mura in opus reticolatum.


La villa era in origine servita da un piccolo porto, probabilmente il porto di Alsium, in magazzini con banchina dove sono stati rinvenuti numerosi oggetti come anfore di produzione africana, gallica ispanica che testimoniano un’intensa attività mercantile. Secondo Cicerone (Pro Milone 20, 54) ad Alsium c’era la grande villa di Pompeo Magno (106-48 A.C.). 

Per tale motivo l’edificio è comunemente conosciuto come la “Villa di Pompeo”, ma elementi comprovanti tale ipotesi non sono ancora stati trovati. Tutto ciò che sappiamo, da alcune “fistulae aquariae” recanti il bollo “DEI SOLIS MAGNI ELAGABALI”, è che tutto il complesso urbano fu confiscato in epoca cesariana per essere annesso al demanio.

In un'area della villa, ricca di marmi, era posta una statua bifronte, detta Erma di Marina di San Nicola, che attualmente è conservata al Museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma. Realizzata nel II secolo d.c., la statua ritrae Giano Bifronte.

La spiaggia ai piedi della modesta altura dove sorge la villa è quasi nera poichè formata da granelli con elevata concentrazione di ferro. Qui sfocia il fosso Cupino - detto anche Fiume Statua – che serpeggia libero fino al mare tra due fasce verdeggianti di canneto.
Nel novembre del 2004 il Comune di Ladispoli ha deciso di stanziare fondi per il restauro del sito archeologico.




BIBLIO

Ida Caruso, La villa imperiale di Marina di San Nicola. Un belvedere sul mare, in Archeo, 52, pp. 32–39.
Xavier Lafon, Il complesso di Marina di San Nicola, in Bollettino d'Archeologia, II, 1990, pp. 15–29.
Paolo Moreno, L'erma di San Nicola e i Bronzi di Riace, in Archeo.



VILLA DI TITUS SIMINIUS STEPHANUS (Campania)


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Le ville d’otium che si possono contare nell’ampio sito archeologico di Pompei, esteso per oltre 440.000 metri quadrati, non sono molte, perchè in genere venivano edificate subito fuori il centro urbano vero e proprio, su dolci pendii coltivati a poca distanza dalla città. 

La città era ricca e i terreni costavano cari, pertanto preziosissimi sono i resti della Villa dei Misteri, della Villa di Diomede, della Villa Imperiale, della Villa di Giulia Felice, della Villa di Cicerone, della Villa dei Gladiatori, dell’Edifizio dei Triclini e pure della Villa di Titus Siminius Stephanus, costruite in epoche diverse, comprese tra il II secolo a.c. e il I d.c., nell'ambito dell'abitato pompeiano. 

I loro ricchi proprietari, che potevano permettersi una villa in città, non badarono a spese e pertanto offrono agli occhi degli spettatori uno sfolgorante campione di architetture di lusso, cortili, locali termali, affreschi e mosaici preziosi, suppellettili di grande raffinatezza e monete dell’epoca.



VILLA DI TITUS SIMINIUS STEPHANUS

Pompei (precedentemente Torre Annunziata). Villa rustica detta di Titus Siminius Stephanus.
Contrada Cività, fondo Barbatelli.
Scavato il 18.10.1899 al 22.1.1900 e dal 14.9.1900 al febbraio 1901 .
Parte 1: fondo Barbatelli

Sogliano scrisse nel suo rapporto per il dicembre 1897:
"E i dotti saprebbero certamente che il governo reale, che con una visione ampia, ha rivelato un programma completamente nuovo di scavi, e ha autorizzato l'amministrazione a procedere all'acquisto dell'intero fondo, cioè Minervini, ora di proprietà della signora Barbatelli, posto fuori dalle mura di Pompei tra la Porta di Ercolano e quella di Sarno.

Oggi lo scavo è stato aperto dal sig. D'Aquino a 130 metri dal confine settentrionale ci avverte che antiche rovine giacciono sepolte anche sotto il fondo Barbatelli. Sarebbe un errore imperdonabile usare, come in passato, quel fondo per lo scarico della terra derivante dagli scavi, senza averlo prima esplorato.

Eppure è bene lodare il governo reale, che ha messo il fondo Barbatelli in possesso di questa amministrazione degli scavi. Questo ci mette in grado di garantire l'esplorazione sistematica, descrivendo e notando questi resti, che per fortuna sono stati riportati alla luce, e prendere appunti, fotografie e disegni che possono essere studiati. Con la speranza che il nuovo programma abbia una pronta realizzazione, vorrei chiudere la serie dei miei rapporti pompeiani per quest'anno."

A. SOGLIANO (dicembre 1897).

LA PIANTA

Scavi del 1910 per ampliare l'area al di fuori della Porta Vesuviana. Guardando a nord si vede l'area delle Ville 20 e 21 che sarebbero state sepolte lì sotto.
Vedi Notizie degli Scavi di Antichità , 1910, p.558, fig 2.

Villa di T. Siminius Stephanus, fondo Masucci-D'Aquino. Pianta della villa che mostra le stanze scavate nel 1897.

Il complesso sul lato nord era sotto il fondo Masucci d'Aquino e quello all'estremità sud sotto il fondo Barbatelli. Il complesso era costituito da una struttura composta da molte stanze che si aprivano su un grande atrio o cortile e un peristilio. C'erano anche stanze su un piano superiore. 

Alcune stanze avevano pareti decorate e pavimenti a mosaico. Sogliano non ha indicato un uso preciso per questi edifici. Questa era conosciuta come la villa di T. Siminius Stephanus perché nel peristilio si trovava un sigillo in bronzo con il nome. Secondo Sogliano, gli scavi iniziarono il 31 maggio scorso [1897], a nord di Pompei a una distanza di 130 metri dalla terza torre, contando dalla porta di Ercolano.



LA LUCERNA
LA LUCERNA


Nel sito è stata reperita una grande lucerna in terracotta invetriata a due luci: nello scudo si vedeva in rilievo un busto con la testa di profilo, orientato a sinistra.

La testa era graduata e barbuta, e sulla spalla destra poggia lo scettro (Giove?). Ai lati dello scudo, due rotoli con le teste di cavalli.

Sul retro della foglia che sormonta l'impugnatura della lucerna in terracotta smaltata, dopo la pulizia della lucerna, sono state trovate le iniziali L N I.

(Noi opteremmo per Mitra o un imperatore adoratore del Sol Invictus, perchè la corona è quella raggiata del Sol).


Camera "A"
Questo era probabilmente l'ingresso, situato sul lato sud, verso la città, e che l'area indicata con la lettera "A" era un tipo di cortile, di cui l'est e il sud non sono ancora stati scavati. Secondo Stefani, "Era Certo che sul lato occidentale della Villa vi era un colonnato, presente lungo le strutture del fondo Masucci d'Aquino e lungo quelle del fondo Barbatelli, forse il propileo monumentale d'ingresso alla villa nella fase in cui fu residenza. "

Nell'angolo nord-est dell'area "A", una "tabella ansata" di intonaco bianco è stata trovata sulla parete dell'opus incertum, all'interno del quale c'erano lettere disegnate con carbone, lettura -
CACATORE CAVE MALVM


ACCESSORI PER CAVALLI
Camera "B"

Questo aveva la sua porta dal cortile, sul quale la finestra sporgeva e dava luce alla stanza. Le pareti erano rivestite con intonaco mescolato con malta di mattoni.

Qui sono stati trovati alcuni oggetti, di bronzo, ferro e terracotta, tra cui accessori per cavalli in bronzo.
Qui a fianco gli accessori per cavalli in bronzo trovati nella stanza B. Ora nel Museo Archeologico di Napoli.

Qui a fianco ancora una museruola di cavallo in bronzo trovata nella stanza B. Ora nel Museo Archeologico di Napoli.


Corridoio "C"
Ciò ha portato ad ovest dal cortile "A". I pavimenti erano di terra battuta, con uno zoccolo di mattoni frantumati ai piedi del muro.
Nella parete sud, a un'altezza di circa 3,50 m dal suolo, c'erano i fori per le travi di sostegno del soffitto. Sopra questi fori c'erano i resti di ulteriori decorazioni appartenenti alle stanze del piano superiore. 

Un'anfora è stata trovata con la seguente iscrizione in lettere nere:
IMP(eratore) VESPASIANO III COS
PROPERTAINUM
AMP(horas) N(umero) C

Il terzo consolato di Vespasiano era nel 71 d.c.


Corridoio "D"
Questo ha portato verso nord dal cortile "A" verso il peristilio "H".


Camera "E"
La porta era sul lato nord del cortile "A". La pavimentazione era di terra battuta, con uno zoccolo di mattoni schiacciati a un'altezza di 1,80 m sulle pareti. Nella parete ovest una traccia del tetto. Qui sono stati trovati oggetti in bronzo, ferro, osso, vetro e terracotta. 


Camera "F"
Questa grande stanza si apriva sul lato nord all'estremità occidentale del corridoio "C". Lo stipite della porta d'ingresso della stanza "F" era di mattoni, alternati alla pietra di Sarno, tagliati a forma di mattone. Il muro era di opus incertum con pietre varie, specialmente vulcaniche. Le pareti erano intonacate con ruvido intonaco bianco, con alto zoccolo di mattoni frantumati.

Sulla parete ovest, e all'altezza della stanza superiore, c'erano i resti di intonaco giallo e rosso. Questa grande stanza "F" era divisa in due stanze da una mezza parete, non è chiaro dove fosse la porta tra le due stanze. Nell'angolo nord-est c'era la scala "b".

MOSAICO DEI SETTE SAGGI


MOSAICO DEI SETTE SAGGI

Il mosaico di cui sopra è del II stile, datato inizio I secolo a.c., reperito a Pompei nei pressi di Porta Vesuvio. Venne trovato il 14 luglio 1897 alla camera F, a una profondità di due metri in uno strato di cenere e non in situ. Eseguito in tessere di marmo e pasta vitrea misura 86 x 85 c.  Molti mosaici di questo periodo (II stile, I secolo a.c.) hanno una bella cornice con un festone ornato di foglie e frutta e maschere comiche. 

Qui l'immagine centrale è incorniciata da una lussureggiante bordo di melograni, mele, frutti di bosco, foglie, e nastri punteggiati da otto maschili e femminili maschere comiche come un Sileno, un satiro ebbro, e una menade. Questo mosaico è stato realizzato con centinaia di piccole tessere di pietra. I mosaici possono anche essere fatto con tessere di vetro o di conchiglia.

Gli elementi che circondano i filosofi, il portale sacro con i vasi, l'albero e la colonna votiva, sono tutti tipici di un paesaggio mitologico. I mosaici venivano spesso collocati su pavimenti, soffitti e pareti. In questo mosaico pavimentale un gruppo di sette uomini barbuti sono raccolti sotto un ulivo. Una meridiana riposa su una colonna dietro di loro. 

Il mosaico è una copia di un originale greco di età ellenistica, circa il 200 a.c. Esso ritrae sette saggi impegnati in una discussione o disquisizione. L'identificazione con Platone e la sua scuola sembra autorizzata dalla considerazione che tutti i soggetti sono in possesso di rotoli. Era incorporato in una lastra di travertino, anche se tracce di usura hanno confermato il suo uso originale in un pavimento.

La rappresentazione del globo che rappresenta la sfera celeste e la figura che tiene un bastone, indicano che si sta discutendo di problemi di astronomia. Il globo è contenuto in una scatola di legno, anche se alcuni di essi è visibile. Il colore delle piastrelle utilizzate sembra suggerire che il globo è fatto di cristallo..

Cinque degli uomini sono focalizzati su un globo terrestre situato vicino al centro inferiore dell'immagine, mentre una coppia di uomini dai gesti che appaiono tra di loro sembrano essere in discussione su una pergamena; due uomini all'estrema destra tengono anch'essi delle pergamene. 

La scena in primo piano è impostata contro le pareti dell'Acropoli di Atene, che è rappresentata in alto a destra del mosaico. Gli uomini raffigurati in primo piano sono seduti nella grande Accademia, o palestra dell'antica Atene, situata in un boschetto di olivi che erano sacri alla Dea Athena. 

Il boschetto era composto da dodici alberi di ulivo coltivato da talee di olivo di Atena sulla Acropoli. Platone fondò l'Accademia nel primo quarto del IV secolo a.c. per l'insegnamento, per discutere, e per condurre ricerche. Gli studiosi hanno studiato in questo luogo per novecento anni, fino all'anno 529, quando l'imperatore bizantino Giustiniano (sentenza 527-565) ha proibito ai non cristiani di insegnare la filosofia ad Atene.
 
Platone è l'uomo seduto al centro della scena, sotto uno degli olivi sacri. Siede a piedi nudi e indica qualcosa sul globo. Le identità dei compagni di Platone sono meno sicure. Possono essere individui nominati dallo storico romano Vitruvio come i grandi antichi astronomi, tra cui Pitagora di Samo che è meglio conosciuto per aver sviluppato il pitagorico Teorema. Oppure possono essere identificati come i Sette Saggi dell'antica Grecia, le cui esatte identità sono oggetto di dibattito. 

Un mosaico simile è stato trovato in un antico in Umbria, in Italia, nel XVIII secolo, suggerendo che questo argomento non era nuovo e può essersi basato su un dipinto precedente. Immagini di studiosi e filosofi greci, quali come nell'Accademia di Platone, spesso sono stati incorporati nell'abbellimento delle case romane per far capire che i proprietari erano intellettuali che apprezzavano e conoscevano la cultura greca. 

Questo splendido mosaico fu trovato in una delle ville pompeiane che vennero esplorate durante il periodo borbonico, per essere depredate degli oggetti e pitture, o ritrovate accidentalmente, ma poi successivamente riseppellite: è ciò che accadde alla Villa di Cicerone, la Villa di Titus Siminius Stephanus e l'Edifizio dei Triclini.

Ora il mosaico si trova nel Museo Archeologico di Napoli. Sono stati trovati anche altri oggetti in bronzo, ferro, vetro, piombo, ossa e terracotta. Secondo la signora Giuditta Masucci-d'Aquino ricevette dal governo il permesso di fare esplorazioni archeologiche in un fondo della sua proprietà, situato in contrada Civita a Torre Annunziata. Gli scavi iniziarono il 31 maggio scorso portando alla luce parte di un antico edificio senza importanti reperti.

Secondo Sogliano, il risultato più importante di questo secondo periodo di scavo è che le stanze A, B, C, D ed E non appartengono al precedente edificio scavato, ma sono altri edifici adiacenti. Pertanto i resti non sarebbero di una villa isolata, ma di un pagus, probabilmente appartengono al pagus suburbanus di Augustus Felix.

Sul portico meridionale sono stati trovati oggetti in bronzo, ferro, marmo.
Sul portico occidentale sono stati trovati:
- una lastra di marmo africano,
- un cippo di pietra a forma di erma
- cinque pezzi di travertino.




Sala F
Una lagena (fiasco), due anfore e un frammento di un terzo sono stati trovati con la seguente iscrizione in lettere nere:

IMP(eratore) VESPASIANO IIII
PROPERTIANUM
AMP(horas) N(umero) CL

Il quarto consolato di Vespasiano fu nel 72 d.c.
Vedi Notizie degli Scavi di Antichità , 1898, p. 498.


PATERA D'ARGENTO
Stanza "G"

Questa grande stanza si apriva sul lato nord all'estremità occidentale del corridoio "C".
Era collegato con un'altra stanza "S".
Probabilmente era un triclinium che notava nel mezzo del suo pavimento il solito rettangolo di marmo colorato, che indicava il posto per il tavolo.

D'accordo con questa descrizione era il fatto che la stanza aveva pareti decorate, a dimostrazione che questo faceva parte degli alloggi del proprietario, che sembravano essere trovati verso ovest. La decorazione, di pannelli rossi e gialli, non offriva nulla di importante.


Camere "K", "I", "L"
Questi avevano le loro porte nel corridoio "C ", ma non erano stati completamente scavati.


Camera "J"
La porta della stanza "J" era a sinistra nel corridoio "D".
Le pareti erano formate da opus incertum senza alcuna traccia di intonaco.


Camera "Z"
Questa era una stanza rustica, trovata sulla destra nel corridoio D, di fronte alla stanza "J".


Peristilio "H"
Attraverso il corridoio "D", uno entrò nel peristilio "H", di cui finora erano stati scavati solo due lati, l'orientale e il sud, e parte dell'ovest. Nel portico orientale, a pochi passi dall'ingresso della stanza “V”, 5 scheletri umani sono stati trovati il 26 ° agosto 1897. Vicino a loro è stato trovato oggetti di oro, argento e bronzo.

E vicino alla cisterna 'c', a 'd' sul portico orientale del peristilio, una colonna di marmo è stata trovata il 16 ° ottobre 1897, alta 0.82 m e con un diametro di 0,38 m. Inciso in essa era:
M • MVNDICIVS
Malchio
M. CLODIVS
Agatone
MAG EX. PCFC
M (arcus) Mundicius Malchio, M (arcus) Clodius Agatho, mag ( Istri ), ex p ( ecunia ) c ( onlata ) f ( aciundum ) c ( urarunt ).

M. Mundicius Malchio e M. Clodius Agatho, che con il denaro raccolto avevano dedicato un piccolo monumento, magari con una statua ora perduta, con notevoli tracce di piombo rimaste nelle scanalature sulla parte superiore piatta della colonna. Questa è stata una scoperta significativa in quanto elencato i nomi di due magistri del sacerdozio Pagus Augustus Felix Suburbanus. Ora è conservato nel Museo Nazionale.



DEA FORTUNA 

DEA FORTUNA
Trovato in una stanza del piano superiore, una pittura di Fortuna, dipinta su un fondo rosso.
La Dea, alta 0.38 m, era vestita con una tunica verde e un mantello porpora alza una cornucopia con la mano sinistra e un timone nella mano destra, appoggiato sulla terra. Ai suoi piedi si scorge un globo.

La testa, le braccia, la cornucopia e il timone sono di un rosso monocromatico.


Area peristyle "M"
Trovato 17 ° settembre 1897, nella zona “M” del peristilio.
Disegno del sigillo rettangolare in bronzo trovato nello strato di cenere e ad una profondità di 2 metri. Aveva le seguenti parole in caratteri in rilievo
T SIMINI
STEPANI
Il nome di Siminius non era comune in Campania, e si verifica solo una volta in un'epigrafe puteolana (CIL X 2960).


Camera "N"
Sotto il portico meridionale, il primo incontra la porta della stanza "N" con resti di intonaco bianco sulle pareti. Lo stipite sinistro della porta d'ingresso era fatto di mattoni, mentre il restante muro d'ingresso era di mattoni alternati a file di calcare e tufo. Le altre tre pareti erano di opus incertum. Qui sono stati trovati oggetti di ferro, ossa e terracotta. 


Scale "O"
Le scale avevano sette gradini che salivano, con intonaco ruvido sul lato destro del muro. Dopo questo erano le stanze "P", "Q" e "R".


Camera "P"
La porta destra della porta d'ingresso era costruita con grandi blocchi di pietra calcarea, mentre il resto del muro d'ingresso e le altre tre pareti erano di opera incerta ricoperte di intonaco grezzo.
A circa 2,50 m dal pavimento di mattoni schiacciati c'era una traccia del tetto; e sopra questo si vedevano i resti di una stanza superiore che aveva le pareti intonacate, nella parte inferiore, con intonaco di mattoni frantumati. Qui sono stati trovati oggetti in vetro, marmo, ferro, tufo e terracotta (vedi pagina 500-1).


Stanza "Q"
Le pareti erano ricoperte di intonaco bianco rustico, e all'altezza di 2,50 m dal pavimento c'era la traccia del tetto, sopra il quale c'erano altre stanze. Qui sono stati trovati oggetti in bronzo, ferro, vetro, terracotta e cinque anfore, due delle quali con epigrafi.

BUSTO DI PARIGI


BUSTO DI PARIGI

Vista frontale del busto di Parigi che indossa un berretto frigio. Al 24 ° mese di novembre, ad una profondità di 3.80 m, ha trovato tra gli strati di cenere era un bronzo protome di Parigi.

Era molto ben sagomato, con berretto frigio, capelli inanellati e occhi d'argento, il cui bulbo oculare era fatto di pasta di vetro: altezza 80 mm. Villa di T. Siminius Stephanus, fondo Barbatelli. Novembre 1899.


Camera "R"
Le pareti erano ricoperte di intonaco bianco rustico, e all'altezza di 2,50 m dal pavimento c'era la traccia del tetto, sopra il quale c'erano altre stanze. Sono stati trovati oggetti di tufo, terracotta, bronzo, pasta di vetro e travertino.


Camera "S"
Sotto lo stesso portico meridionale ha aperto la porta della stanza "S", comunicando con il triclinium "G". Gli oggetti trovati qui erano di bronzo e ferro.


Stanza "T"
Questa era una delle due sole stanze scavate sul lato ovest del peristilio. Aveva un pavimento in terracotta (cocciopesto) e pareti decorate con uno sfondo bianco, suddivise nei soliti pannelli.
Nei due pannelli della parete ovest c'erano due piccoli medaglioni con uno sfondo rosso scuro (diametro 0.17), contenenti una testa di una gorgone: nei dipinti sulle altre pareti si alimentavano i pavoni.

In questa stanza si trovavano:
- due piccole lampade in terracotta,
- una piccola campana di bronzo trovata tra le ossa di animali,
- uno strumento di bronzo che faceva parte dell'imbracatura di un cavallo, trovato anche lo scheletro del cavallo.


Stanza "U"
Questa era la seconda di due sole stanze scavate sul lato ovest del peristilio. La stanza aveva la sua porta sul lato nord. Sono stati trovati oggetti in bronzo e in terracotta.


Camera "V"
Questa era la stanza sud sotto il portico est. Aveva muri di intonaco grezzo, oggetti di bronzo, ferro, terracotta e tre scheletri umani trovati.


Camera "W"
Questa era la stanza centrale sotto il portico est. Aveva pavimentazione di mattoni frantumati e pareti rivestite di intonaco bianco, che mostrava i fori per i supporti per tre ripiani.

Sulla parete ovest, e su quella del sud, si potevano vedere le tracce dell'intradosso, che era a volta nella lunghezza della stanza. Gli articoli trovati qui includono bronzo, piombo e ferro.

Nel 2 settembre nell'angolo nord-est, è stata trovata una vasca di marmo rettangolare. Sotto il portico est, attaccato al muro di pilastri tra gli ingressi delle stanze "V" e "W" a "e" c'era un sedile rettangolare in marmo lungo 1,85 me largo 0,36 m.


Stanza "X"
Questa era la stanza a nord sotto il portico est. Questa stanza aveva una soglia di travertino nella porta d'ingresso e tuttavia era rustica nel resto della stanza. Gli oggetti trovati erano:
- bronzo,
- ferro,
- un orecchino d'oro
- un piccolo anello d'oro
- due cerchi di ferro usati per i ceppi, anch'essi trovati qui, messi lì e incrociati erano due parastinchi di scheletri umani, insieme a cinque scheletri umani.


Corridoio "α"
Un corridoio nel sud-est del peristilio, aveva gli ingressi per la cucina "Y" (o "γ") e la stanza "β".
La descrizione pubblicata in NdS mostra la lettera "γ" (gamma) ma sul piano la stanza nel corridoio sembra mostrare "Y".

Nel 1898 a est di questo il corridoio "α" fu continuato a essere scavato, nel quale fu trovata la porta di una stanza, questa era ancora piena di terra. Il corridoio svoltò poi ad angolo retto verso nord e in questa parte c'erano tre stanze rustiche.


Cucina " Y" o "γ"
In cucina sono stati trovati oggetti in bronzo, ferro e terracotta.


Camera "β"
In questa stanza è stata trovata una brocca di terracotta con un'iscrizione in nero.

GF SCOMBR
OPTIMVM
EX OFFICINA
A VMBRICI ABASCANTI

Secondo l'Epigraphik-Datenbank Clauss / Slaby  questo si legge
G(arum) f(los) scombr(i)
Ottimale
ex officina
A(uli) Umbrici Abascanti. [CIL IV 5689 = D 08599a]


Camere "Ɣ", "δ" e "ε"
Furono scoperti altri tre ambienti rustici, ma in essi non fu trovato nulla. Lo scavo è stato sospeso il 18 ° dicembre 1897. L'anno seguente, nel 1898, lo scavo fu portato avanti dal 23 maggio al 30 luglio e dal 12 settembre al 12 novembre.


Pianta della villa con le stanze scavate nel 1898. Le stanze con un semplice schema appartengono al primo periodo di scavo e sono visibili sul piano precedentemente pubblicato.

Dal 23 maggio al 30 luglio 1898 lo scavo fu effettuato verso il lato occidentale dell'area precedentemente scoperta. Tuttavia subito dopo aver riportato alla luce una piccola parte dell'ambulatorio "μ ", coperto da un portico, e parte del viale "e" e della strada adiacente "f", l'operaio fu allontanato da questo punto.


"Μ" ambulatoriale
Questo aveva un portico che circondava un'area aperta, come sono stati trovati i resti di colonne di mattoni che sostenevano il tetto e un canale "g" destinato a raccogliere l'acqua piovana.


Viale"e"
Questo era di materiale grezzo e apparentemente era già stato abolito dagli antichi, essendo stato trovato pieno di terra antica e con la volta crollata.


Viale "f"
Questo era adiacente al viale "e" è stato affrontato con intonaco di mattoni.
In B' il 26 settembre ° 1898 sono stati trovati:
- Un bracciale di bronzo in frammenti,
- un mortaio di travertino
- due goffi piedi di travertino di un tavolo.

LE CANNE DI PAN


LE CANNE DI PAN

Le canne Pan sono decorate con tre edicole che dovrebbero rappresentare una frons scaenae e, in alto, nove aste di diversa altezza. Sono collegati in basso, e recano un foro vicino alla bocca. L'oggetto, fortemente restaurato nell'Ottocento, è di grandi dimensioni, tanto da far pensare che l'operazione richiedesse l'aiuto di una macchina speciale.

Il suo utilizzo era legato al gioco del satiro e al mito, ma gli strumenti erano utilizzati anche durante le cerimonie rituali, come le processioni Isiaca, durante le quali i fedeli agitavano il sistro. Veniva utilizzata anche durante le rappresentazioni teatrali per intrattenere i banchetti, in quanto la musica come disciplina a sé stante dalla recitazione non sembra essere esistita in tempi antichi. Attualmente al Museo Archeologico di Napoli.


Camere A ', B', C ', D', E '.
Gli ambienti A ', B', C ', D', E ' sono situati ad un livello superiore di circa m . 1,70.
A' è il portico di un peristilio , in cui fu trovato la base di 'a' per una cassaforte in ferro e bronzo, ma non è stata trovata.
Gli ambienti B ', C', D ', E' non hanno alcuna decorazione se non il mosaico del pavimento.
In camera E' nel 1898 sono stati trovati:
- una lanterna,
- una lampada a olio con una catena per tenerla sospesa,
- un ago per riparare le reti
- uno strigile frammentato, tutto di bronzo
- una lampada in terracotta con sei capezzoli
- un piatto di Arezzo a pezzi.
- una patera in bronzo e in terracotta
- due tessere con il famoso marchio di produttore: LEVMACHI
- tra i primi strati di terra sono stati trovati un ago in bronzo (fa saccale ),
- la parte superiore di un altare in tufo
- parte di un piccolo mulino di rotazione della ruota (mola versatilis).


Corridoio "α" nord con tre camere rustiche
Dal 12 settembre al 12 novembre 1898 le esplorazioni furono rivolte verso i lati nord ed est della parte già scavata. Ad est di questo il corridoio "α" si continuò a scavare, trovando la porta di una stanza, che fu lasciata ancora piena di terra. Il corridoio girò quindi ad angolo retto verso nord con altre tre porte, tutte in stanze rustiche. Nella sala centrale, il 28 ° mese di ottobre, sono stati trovati oggetti di bronzo, vetro ossa, e terracotta.


Le stanze che si trovavano sul fondo Barbatelli erano possibili officine, una delle quali era un laboratorio in cui venivano fabbricati recipienti di metallo e venivano fabbricate e riparate statue di bronzo. Le piccole incudini sono state trovate qui. Quasi tutti i materiali furono conservati nei depositi di Pompei, ad eccezione di alcuni che furono inviati a Napoli.

Altri oggetti trovati negli scavi potrebbero anche suggerire un laboratorio per un marmista. Il mosaico è stato trovato, ma non in situ, insieme a un deposito di marmo. Altri oggetti trovati sembravano mostrare un uso domestico per le stanze, vari beni per la casa e un deposito di anfore. La presenza di più officine in un singolo complesso, o in entrambi i complessi adiacenti, era che erano stati costruiti a tale uso, oppure convertiti dall'uso residenziale originale della villa. 

Il 25 agosto 1898, l'acquisto da parte dell'amministrazione del fondo Barbatelli, che si estendeva lungo la parete settentrionale dell'antica Pompei vicino a Porta Vesuvio, fu salutato da Sogliano con grande soddisfazione. Porta Vesuvio non era ancora stata scavata in questo momento, quindi la documentazione del tempo non si riferisce ad essa, ma alle mura della città.


Villa di T. Siminius Stephanus, fondo Barbatelli.
Piano basato su quelli di Cozzi e Della Valle. Questi differiscono solo nei dettagli secondari.
I numeri delle stanze provengono da un piano di Miele.
Il 12 novembre, tra la cenere e le pietre di un muro caduto, fu ritrovato un grosso fallo di tufo, con resti di stucco dipinto di rosso. Sono stati rinvenuti altri reperti in terracotta, oltre a bronzo e ferro.


Sala 1: [ Cozzi: sala A, Della Valle: sala A]
Nella prima stanza a est della latrina, sul lato sud dell'edificio, sono stati trovati più bronzo e terracotta.
Sulla soglia di questa stanza fu trovato uno scheletro umano con sei monete di bronzo corrose e una chiave di ferro.

Sala 2: [ Cozzi: sala B, Della Valle: sala B]
Nella seconda stanza a est della latrina, sul lato sud dell'edificio sono stati trovati:
- anfore in terracotta,
- quattro colori,
- vetro, travertino, ferro e bronzo.
Tutti questi oggetti erano avvolti in un sacchetto di stoffa, a forma di sacco, le cui tracce sono state conservate attorno al ventre di un vaso di terracotta.
Sono stati trovati anche:
- una tavola rettangolare di marmo colorato,
- un rubinetto di bronzo
- due denti di cinghiale.

L'EFEBO
Sala 3
: [ Cozzi: sala C, Della Valle: sala C]
Nella terza stanza a est della latrina, fu trovato un tavolo di marmo in due pezzi, una base di marmo e un pilastro con erma di un fauno, insieme a oggetti di bronzo, ferro, ossa e terracotta.

Sala 4: [ Cozzi: sala D, Della Valle: sala D]
Nella quarta stanza anche a est della latrina e sul lato sud dell'edificio, sono stati trovati bronzo, ferro, vetro e terracotta.

Sala 8: Grande atrio. [Cozzi: Grande Atrio A, Della Valle: Atrio]
Secondo il piano di Della Valle questa zona aveva 5 pilastri e 2 dolia. Sul lato ovest c'era un canale di drenaggio.

Sala 9: Latrine. [Cozzi: Latrina, Della Valle: Latrina]
Nella latrina, ben conservata, evidentemente caduta dal piano superiore, sono stati trovati ammucchiati
- oggetti in bronzo, ferro e terracotta
- colori, due pezzi di rosso, quattro di blu.
- due grandi e due piccole cerniere di bronzo
- tre cardini
- tre basi rettangolari
- due ornamenti per le porte a forma di clip rettangolare;
- un grande bordo con due orecchie (aratro?)
- la parte superiore di un vaso molto deteriorata.

Sala 10: [ Cozzi: Sala S, Della Valle: Sala E]
A una profondità di 4,80 m, nella prima stanza a nord della latrina, sono stati realizzati:
- un piccolo focolare, bronzo, ferro e reperti in terracotta. Trovato vicino al mezzanino superiore erano bronzo, vetro, terracotta e molti altri oggetti in bronzo, ferro, piombo, legno, due frammenti di cornicione e marmo.

Sala 12: [ Cozzi: non numerato, Della Valle: Sala F]
La prima stanza a nord della strada.

Sala 14: [ Cozzi: non numerato, Della Valle: Sala G]
È la prima stanza sul lato nord dove finisce la fabbrica.

Sala 15: [ Cozzi: Sala M, Della Valle: Sala M]
Stanza sul lato ovest.

Sala P: [Cozzi: sprofondamento, Della Valle: Sala P]
Questo è mostrato nei piani di Cozzi e Della Valle come uno " sprofondamento " ( crollo o cedimento).

Sala 5: Sala dell'Efebo. [Cozzi: Ambiente dell'Efebo, Della Valle: Efebo]
Nella stanza dietro la quarta stanza, (cioè sul lato nord), sono stati trovati oggetti in bronzo, marmo e terracotta, insieme con la statua in bronzo dell'Efebus.

Secondo Sogliano, la statua di bronzo di Efebo fu scavata nella piccola area dietro la quarta stanza a est della latrina, che è stata scavata nel pagus Augustus Felix suburbanus (fondo Barbatelli ).

A un'altezza di circa 0,90 m dal suolo, un po' piegata sul lato sinistro e ancora attaccata alla sua base circolare.
Aveva la testa a nord, e dietro i piedi c'era una casseruola (casseruola). 

Alla statua mancavano il braccio destro, l' indice della mano sinistra e l'occhio sinistro; l'occhio superstite era fatto di pasta vitrea. L'altezza della statua misurava 1,17 m, senza la base.

Ad un livello più basso, fu in seguito trovato il braccio destro con il suo ramo a spirale. Tra la statua e il braccio c'erano due verghe di bronzo che sembravano dei rami tagliati. 

Il ramo a spirale poteva servire ad appendere qualcosa (oppure era la simbologia di un fulmine). L'indice della mano sinistra è stato trovato nella cenere accuratamente cercata dall'area.

I due occhi furono recuperati dal corpo della statua, uno intero e l'altro frammentato, tuttavia questo non era dello stesso materiale dell'occhio sopravvissuto, che, come detto sopra, era di pasta di vetro. 

La base era circolare, senza decorazione e misurava un diametro massimo di 340 mm e l'altezza di 70 mm.


Le pareti della stanza mostravano gli effetti del fuoco e tracce di fissaggi in legno fissati con chiodi; di questi, alcuni erano ancora incastonati nelle pareti, altri erano raccolti a terra.

Trovato a una profondità di 3,80 m, tra gli strati di cenere. Un piccolo pilastro con erma falliforme con la testa di un cupido o forse un piccolo satiro, guardando a sinistra. La testa ha abbondanti ciocche di capelli. Ben fatto: altezza. 165 millimetri.

Trovato a una profondità di 3,80 m, tra gli strati di cenere. Una graziosa lanterna a forma di piccola torcia. La parte inferiore del manico era mobile: lunghezza 310 mm.    

Trovato ad una profondità di 3,80 m, due dei tre piedi del tavolo, ben eseguito, il piano rifinito con una testa di cagna, e l'inferiore rifinito con una zampa canina: la cagna aveva un collare e due livelli di seni. 

C'erano tracce di rivestimento in argento.
Trovata all'altezza del piano superiore, era una siringa in bronzo, con undici tubi, appoggiato ad un muro.

Nel fondo Barbatelli, fuori dalla parete nord di Pompei, a sud delle stanze scavate ad una distanza di circa 20 metri, in direzione est, fuori da queste stanze e ad una profondità di 2 metri tra lo strato di cenere e lapilli, è stato trovato uno scheletro umano. Con lo scheletro sono stati ritrovati anche i seguenti oggetti:
- una casseruola in argento perfettamente conservata, lunghezza 27 cm, diametro 13,5 cm, altezza 7,5 cm e peso 520 g.
- due chiavi,
- un anello di bronzo
- monete.


BIBLIO

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- Carrington R. - Studi nel Campanian «Villae Rusticae»: Journal of Roman Studies no. 21 - 1931 -
- Casale A., Bianco A. - Primo contributo alla topografia del suburbio pompeiano: Supplemento al n. 15 di ANTIQUA ottobre-dicembre 1979 -
- Giorno J. - Agricoltura nella vita di Pompei: Yale Classical Studies 3 - 1932 -
- Moorman E.,  Dobbins, JJ. Foss - Il mondo di Pompei. Oxford: Routledge, n. 21 - 2008 -
- Rostovzev M. - Storia economica e sociale dell'Impero Romano , Firenze, V ediz - 1973 -
- Van der Poel, HB - Corpus Topographicum Pompeianum, parte V - Austin: Università del Texas - 1981 -


 

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