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DRUSO MINORE - DRUSUS IULIUS CAESAR


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DRUSO MINORE

Nome: Drusus Iulius Caesar
Nascita: 7 ottobre 14 a.c. Roma
Morte: 14 settembre 23 d.c. Roma
Moglie: Claudia Livilla
Figli: Germanico Gemello, Tiberio Gemello, Giulia Livia
Padre: Tiberio
Madre: Vipsania Agrippina
Dinastia: Giulio-Claudia
Consolato: 15 e 21


Alla nascita Nerone Claudio Druso, successivamente cambiato col nome Druso Giulio Cesare detto Druso Cesare o Druso Minore, era il figlio dell'imperatore Tiberio (42 a.c. - 37 d.c.) e della sua prima moglie Vipsania Agrippina, l'unica donna che l'imperatore amò e che dovette abbandonare per volere di Augusto, onde sposare la figlia di lui Giulia.

Druso Minore nacque nel 14 a.c. e avrebbe dovuto essere l'erede del titolo imperiale del padre, ma Augusto aveva imposto a Tiberio di adottare Germanico, il figlio di Nerone Claudio Germanico Druso (fratello di Tiberio) e di Antonia Minore, di un anno più anziano di Druso.

Druso sposò la cugina Giulia Livilla, figlia di Druso Maggiore, fratello di Tiberio, e di Antonia Minore (figlia di Marco Antonio), già moglie, nel I d.c. di Gaio Cesare, figlio di Marco Vipsanio Agrippa e di Giulia.

Gaio Cesare fu fra i possibili successori di Ottaviano Augusto, ma morì in Licia nel 4 a.c. per le ferite ricevute in una campagna militare. Venne ritratto nei rilievi dell' Ara Pacis fra i personaggi della famiglia imperiale in processione.

Druso ne sposò la vedova nello stesso anno, nel 4 d.c., e da lei ebbe la figlia Giulia e una coppia di gemelli: Tiberio Gemello e Germanico Gemello.

RICOSTRUZIONE DEL VOLTO
Dopo la morte di Augusto (14 d.c.) Druso Minore intervenne in Illirico con due legioni pretoriane e sedò il tumulto delle truppe in quella provincia, che erano arrivate al punto di combattersi fra di loro, nonostante i tentativi di Giunio Bleso, loro comandante e zio di Seiano.

Venne poi eletto console nel 21 d.c. insieme al padre Tiberio e nel 22 ottenne la tribunicia potestas. Sicuramente sarebbe diventato l'erede di Tiberio. Secondo Tacito, Druso venne ucciso dalla moglie Livilla e dall'amante di lei Seiano con un lento veleno (23 a.c.), simulando una malattia. Si sa che non c'era stato buon sangue fra Druso e Seiano tanto che il figlio di Tiberio in un litigio l'aveva schiaffeggiato.

Nel 23 d.c, Tiberio reagì con virile fermezza alla morte del suo figlio, che pure spesso aveva rimproverato per la sua dissolutezza. Stette in lutto pochi giorni, per poi ripresentarsi in Senato, per nominare suoi eredi Nerone e Druso Cesare, figli di Germanico. Ed ecco il discorso di Tiberio che Tacito riporta:

“Padri coscritti, affidai costoro, quando rimasero orfani del loro padre a loro zio, e lo pregai, benchè egli avesse figli suoi, che ne avesse cura come figli suoi, li allevasse e li rendesse simili a sé e degni della posterità. Poiché Druso mi è stato strappato, rivolgo a voi le mie preghiere e vi supplico di fronte agli dei ad alla patria, accogliete, guidate e compite il vostro dovere ed il mio nei confronti dei pronipoti di Augusto, nati da illustrissimi antenati. Costoro, Nerone e Druso, siano per voi come padri. Siete nati da condizione così elevata che il vostro bene ed il vostro male riguardano lo Stato”.

(Tacito, Annali, Libro IV)

IL POPOLO SI ACCANISCE SUL CADAVERE DI SEIANO
Rimasta nuovamente vedova nel 23 d.c., nel 25 fu chiesta in moglie da Lucio Elio Seiano ma l'imperatore Tiberio negò il consenso alle nozze, forse perchè non voleva che la vedova di suo figlio potesse consolarsi dopo soli due anni di cotale marito.

Il consenso venne alla fine concesso, ma solo nel 31. quando però Tiberio, venuto a conoscenza dei tradimenti di Seiano, convocò a Capri il nuovo prefetto del pretorio incaricandolo di arrestare Seiano.
Questi, tornato a Roma, convocò Seiano davanti al senato facendogli credere che Tiberio volesse conferirgli nuovi onori, quindi fece leggere le accuse dell'imperatore contro di lui. Seiano venne arrestato e fu strangolato in carcere (31 d.c.). 

Anche Giunio Bleso, lo zio di Seiano, che, proconsole in Africa aveva sconfitto il re dei Numidi Tacfarinas, ottenendo il trionfo, venne coinvolto nei tradimenti del nipote per cui, sentendosi perduto, si suicidò. Alla sua morte di Seiano poi seguìrono molti altri processi con i quali l'aristocrazia romana colpì tutti i seguaci di Seiano con una certa efferatezza.

Dopo la morte di Seiano sua moglie, Apicata, accusò il marito di aver fatto morire Druso, figlio di Tiberio, con la complicità della sua amante Livilla, e quindi si suicidò, forse per paura di dover subire anche lei un processo dove avrebbe potuto essere perseguitata. Non si sa se l'accusa fosse fondata, comunque Livilla fu imprigionata per ordine di Tiberio e lasciata morire di fame.


BIBLIO

- Svetonio - Tiberio - VII - Sampoli - 2003 -
- Svetonio - Tiberio - VII - Spinosa - 1991 -
- Peter Michael Swan - The Augustan Succession: An Historical Commentary on Cassius Dio's Roman History - Books 55-56 (9 B.C.-A.D. 14) - Oxford University Press - 2004 -
- Kenneth Scott - Drusus, nicknamed "Castor" - in Classical Philology - vol. 25 - nº 2 - 1930 -
- G.V. Sumner, Germanicus and Drusus Caesar - in Latomus - vol. 26 - nº 2 - 1967 -

ARCO DI TIBERIO


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ARCUS TIBERII RIPRODOTTO NELL'ARCO DI COSTANTINO

Secondo i Cataloghi Regionari (cataloghi delle 14 regioni di Roma augustea) gli archi trionfali eretti a Roma erano ben 36.
La via Sacra era la via più importante di Roma, iniziava vicino al tempio di Romolo, costeggiava sul lato settentrionale la Regia, poi il tempio di Antonino e Faustina, la basilica Emilia, il Comizio e andava alla cima dell'Arx sul Campidoglio.
Ma al di là della Via Sacra, a 1,50 m. sotto il lastricato, emergono i resti delle poderose fondamenta in opera a sacco dell'arco di Tiberio, eretto nel 15 e 16 d.c., per aver suo figlio adottivo Germanico recuperato le aquile delle legioni perdute da Varo. Narra Tacito, ed è l'unico autore che menziona il monumento, che 'ductu Germanici, auspiciis Tiberii', che fu per tale vittoria eretto un arco 'sotto il tempio di Saturno'.
L'arco di Tiberio era stato fatto erigere dall'imperatore Tiberio (42 a.c. - 37 d.c.) per celebrare le campagne vittoriose del figlio adottivo Germanico (Gaio Giulio Cesare Claudiano Germanico.15 a.c. - 19 d.c.). In realtà le battaglie erano tutte di Germanico, figlio adottivo di Tiberio per volere di Augusto, ma l'arco era dedicato a Tiberio.

LA POSIZIONE
Alcuni resti architettonici furono trovati nel 1835 e nel 1848, ma le sue fondamenta vennero scavate solamente nel 1900. L'arco, che era ad un solo fornice, non era proprio sulla Via Sacra, ma accanto ad essa.  

Questa collocazione è confermata dal rilievo dell'arco di Costantino che lo rappresenta a sinistra dei rostri. Alcuni frammenti dell'attico, con il principio dell'iscrizione SENATVS POPVLVS(que romanus) e dei piloni laterali trovati nel 1849, stanno accatastati presso l'ultima base laterizia.
(Tratto da: Il Foro Romano - Storia e Monumenti da Christian Hülsen)

L'arco di Tiberio era un arco trionfale posto nel Foro Romano, a cavallo del Vicus Iugarius o Giugario, la via che univa il Foro repubblicano al Foro Olitorio e all'area del porto fluviale poco dopo l'incrocio con la Via Sacra e adiacente al Tempio di Saturno.
Era il terzo arco agli angoli della piazza del Foro, completato nel 203 dal quarto arco, dedicato a Settimio Severo (146 - 211).

Secondo le innovazioni portate da Augusto, il vincitore nel trionfo dovuto alle sue vittorie era solo un partecipante al carro del vincitore che figurava sempre l'imperatore e di cui il vincitore effettivo era solo un aggregato, per tema che un qualsiasi generale attirasse troppa fama su di sé minacciando quella dell'imperatore.

Così l'arco di trionfo non venne dedicato a Germanico ma bensì a Tiberio ed era il terzo arco agli angoli della piazza del Foro, completato nel 203 dal quarto arco, dedicato a Settimio Severo. Dell'arco esiste una raffigurazione sul rilievo dell'Oratio nell'Arco di Costantino, ambientata proprio nei vicini Rostri, le tribune nel Foro Romano dalle quali i magistrati tenevano le orazioni.

Di questo arco, oggi, non rimane alcuna traccia.

I POCHI RESTI

"Vicino al descritto tempio di Saturno, al dire di Tacito, vi stava l'arco di Tiberio eretto la ricuperazione delle insegne di Varo da Germanico cogli auspizj di Tiberio (4 6). Siccome poi evidentemente da questo arco vi partiva un qualche ramo della via che saliva al Campidoglio, si viene così ad essere d'accordo con quanto scrive Servio nel secondo libro dell'Eneide di Virgilio; cioè che il nominato tempio di Saturno stava presso al Clivo Capitolino.

Vicino al teatro di Pompeo vi stava pure al dire di Svetonio l'arco che Claudio fece edificare in onore di Tiberio e questo nel pocanzi citato frammento dell'antica Pianta riguardante il teatro di Pompeo sembra essere per metà indicato di piantato posto nel lato destro del medesimo teatro."


BIBLIO

- Tacitus - Annales - II, 42 - CIL. VI, 906 -
- Theodor Mommsen - Res gestae Divi Augusti - 126 -
- Rodolfo Lanciani - scavi di Roma -
- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - Verona - Arnoldo Mondadori Editore - 1984 -
- Samuel Ball Platner (completato e rivisto da Thomas Ashby) - Vicus Jugarius. A Topographical Dictionary of Ancient Rome - Oxford University Press - Londra - 1929 -





LA VILLA DI TIBERIO (Sperlonga)


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Sperlonga è una cittadina del Lazio in provincia di Latina. La città vanta nei suoi pressi un insediamento leggendario ( Amyclae) che sarebbe stato fondato dagli Spartani. Tuttavia le uniche testimonianze archeologiche risalgono all'epoca dell'imperatore Tiberio che veniva spesso a Sperlonga. Secondo alcuni archeologi potrebbe essere stata davvero la mitica Amyclae, visto che insediamenti così importanti altrove non sono stati rinvenuti.



AMYCLAE

Amyclae era una città del Latius, che secondo la tradizione era situata nella zona dei monti Aurunci e della piana di Fondi, nel Lazio meridionale. Secondo le fonti sarebbe stata una colonia greca, fondata dai Laconi, sotto la guida dei Dioscuri e di Glauco, figlio del re di Creta Minosse: le fu dato un nome che ricordava molto quello di Amicla, figlio del fondatore di Sparta, Lacedemone.

MURA CICLOPICHE DI AMYCLAE?
I Laconi si fusero poi con gli indigeni Ausoni, e il loro re Camerte, giovane e biondo figlio del rutulo Volcente, si sarebbe alleato con Turno contro Enea, che lo uccise come fece con Turno.

La leggenda narra che Amyclae sarebbe stata abbandonata per un'invasione di serpenti, oppure perché i suoi abitanti, legati ad una setta pitagorica votata al silenzio, si sarebbero rifiutati di dare l'allarme all'arrivo dei nemici e sarebbero quindi stati sterminati in un attacco.

Sono due versioni molto poco attendibili. I serpenti non sono cavallette, basta coltivare il suolo per eliminare qualsiasi tipo di serpente. I serpenti non amano gli uomini e se un umano si avvicina scappa, infatti non hanno mai invaso un sito abitato.

RICOSTRUZIONE DELLA VILLA (By https://jeanclaudegolvin.com/)
Secondo altri gli abitanti di Amyclae, seguendo i dettami della setta pitagorica che vietava di uccidere gli animali, non si sarebbero curati di uccidere i serpenti che infestavano le paludi, e sarebbero stati completamente distrutti dai loro morsi velenosi (Amyclae a serpentibus deletae). Ma anche questa è pura invenzione perchè Pitagora proibiva di cibarsi degli animali, non di ucciderli per difesa. Inoltre nelle paludi ci sono solo bisce, che non sono affatto velenose.

In quanto al mancato allarme da parte della setta pitagorica è evidente che i Pitagorici non erano ben visti e che qualche colpa dovevano dargliela, perchè non tutti cittadini erano Pitagorici e non tutti i Pitagorici erano scemi. Inoltre la città era già data per scomparsa da tempo nel II sec. a.c. , quindi attaccata da forse antichi o nuovi nemici e distrutta.

GROTTA DI TIBERIO OGGI
Comunque fin dal '500 gli studiosi hanno cercato di individuare il regno di Camerte nella pianura prospiciente a Fondi, e intorno ai suoi laghi e pure dentro di essi, magari sommerso. Lungo la via Flacca, in prossimità di Sperlonga, ed ai piedi di alcune propaggini collinari dei Monti Ausoni, è situato un piccolo lago d’acqua dolce, noto con il nome di San Puoto.

Una leggenda narra che sepolti nei suoi fondali, a circa trenta metri di profondità, si trovino i resti di un’antica città, forse la tacitae Amyclae descritta da Virgilio e Cicerone. Cioè avevano sommerso il paese per uccidere i serpenti dimenticando che avrebbero ucciso anche gli uomini? E dove sta scritto che il lago fosse una zona asciutta? Questa è ancora peggio delle precedenti.

La città è stata variamente collocata e venne identificata anche con Sperlonga, il che non è del tutto da escludere. L'indizio dei serpenti farebbe solo pensare a un paese ancora attaccato al culto della Madre Terra, quindi un paese molto arcaico.

RESTI DELLA VILLA

CAMERTE

Camerte, ovvero Camers, è un personaggio menzionato da Virgilio nel X libro dell' Eneide, come uno dei più importanti nemici dei Troiani sbarcati nel Lazio. Egli sarebbe re di un regno tra i più estesi
Nel 2006, due docenti dell'Università di Bologna e della Seconda Università di Napoli (Lorenzo Quilici e Stefania Quilici Gigli), hanno condotto ricerche su una collina immediatamente sovrastante Fondi, il monte Pianara: la vetta dista dal centro storico della cittadina laziale solo 2,5 km in linea d'aria e raggiunge rapidamente l'altitudine di 320 m s.l.m., con fianchi piuttosto ripidi.

Sulla sommità del monte sono stati rinvenuti imponenti resti di un'estesa città e si è ipotizzato che il sito potesse essere identificato con Amyclae. Sulla cima del monte si conservano tratti di una cinta di mura poligonali per una lunghezza di circa 2,7 km e in alcuni tratti alte ancora fino a 4,5 m. La città era articolata a terrazzamenti, con muri di contenimento anch'essi in opera poligonale, sui quali si disponevano le case e le strade.



La città, o almeno la parte scoperta dagli archeologi, si estendeva presumibilmente per circa 33 ettari e sembra essere fiorita tra il VI e il IV sec. a.c., importante in quanto difendeva il passaggio tra il Lazio meridionale e la Campania. Sarebbe infatti decaduta con l'apertura della via Appia nella sottostante pianura nel 312 a.c. e a causa dello sviluppo di Fundi (Fondi), che la sostituì nei commerci. Inoltre un violento terremoto fece precipitare un tratto della cinta muraria in una dolina carsica, e forse distrusse gran parte della città.

Molti ritengono Amyclae puramente mitica, ma la storia ci ha insegnato che dietro le tradizioni mitiche c'è sempre qualcosa di vero. Del resto sono molti i centri che secondo tradizioni già antiche sarebbero stati fondati da illustri eroi greci o troiani reduci dalla guerra di Troia. Ma ciò può avere più di un fondamento.

PIANTA DEL COMPLESSO

SPERLONGA ROMANA

Molto importante per la antica Sperlonga fu la costruzione della strada Flacca (Valeria) che facilitò notevolmente i suoi commerci, tanto più che in zona si producevano due vini famosi e molto pregiati: il Cecubo ed il Fundano. Poichè la zona era costituita da spiagge divise da promontori rocciosi, i ricchi romani vi edificarono, grazie alla comunicazione viaria, ville isolate ( la Villa Prato, scavata da archeologi francesi, la villa in località Acque Salse ecc.).

Fra i romani facoltosi, come dicevamo, arrivò poco dopo lo stesso imperatore Tiberio (42 a.c.-37 d.c). Sua madre Livia veniva da Fondi e forse lui stesso vi era nato. Può darsi che la villa dove si insediò fosse già appartenuta al nonno della madre (tale M. Aufidio Lurcone).

RESTI DELLA VILLA
Comunque la villa, ovvero la "Spelunca" come la chiamava Svetonio, da cui Sperlonga, venne completamente ristrutturata ed adattata alle nuove esigenze. Tuttavia, dopo una frana, che l'imperatore dovette giudicare di cattivo auspicio, Tiberio lasciò Sperlonga per stabilirsi in altre sue ville.

Gli storici riferirono infatti che mentre l'imperatore Tiberio era a un simposio nella grotta di Sperlonga  si staccarono alcuni massi dalla volta travolgendo tre schiavi, ma il prefetto Seiano al quale Tiberio aveva già delegato molti poteri, fece col suo corpo scudo all'imperatore, acquisendo maggior prestigio ai suoi occhi.

Dopo l'incidente l'imperatore si rifugiò nelle sue ville campane di Nola e Capri. Fu evidentemente un'ottima trovata di fare da scudo all'imperatore, Seiano era molto scaltro, tanto se crollava un masso li stendeva comunque entrambi.

COME APPARIVA IL COMPLESSO DELLE STATUE DELLA GROTTA DI TIBERIO

LA VILLA DI TIBERIO

La villa si estendeva lungo la bellissima spiaggia laziale per 300 metri di lato, e comprendeva la residenza imperiale di tutta la corte, le caserme per la truppa con le stalle,  l'impianto termale e le piscine antistanti la grotta, destinate all'itticoltura e la splendida grotta decorata. Venne abbandonata nel 26 d.c., perchè erano franati dei sassi dalla volta, ma probabilmente per effetto di un'alluvione che ne aveva compromesso la stabilità, inducendo Tiberio a trasferirsi a Capri.

LA GROTTA DI TIBERIO OGGI

DESCRIZIONE

La villa era costituita da diversi edifici disposti su terrazze rivolte verso il mare. Le prime strutture sono relative ad una villa di epoca tardo-repubblicana, forse appartenuta a Aufidio Lurco, nonno materno di Livia.

La villa predisponeva una serie di ambienti intorno ad un cortile porticato, tra i quali sono compresi ambienti di servizio, più volte ristrutturati, una fornace e un forno per la cottura del pane. Agli inizi del I sec. d.c. venne aggiunto un lungo portico a due navate e la grotta naturale che sorgeva presso la villa venne trasformata con interventi in muratura con varie statue.

Per visitare buona parte dei ruderi della villa imperiale bisogna accedere tramite il museo (particolarmente ricco di statue) dove troviamo fra l'altro la Grotta di Tiberio.

RICOSTRUZIONE DELLA GROTTA (By https://jeanclaudegolvin.com/)

LA GROTTA DI TIBERIO

Utilizzata da Tiberio e la sua corte come sala per relax e convivi, era di una bellezza incredibile, avendo fatto porre al suo interno alcuni gruppi marmorei (in parte ritrovati e o ricostituiti) di nobilissima arte e per la maggior parte dedicati alle vicissitudini di Ulisse.

I gruppi marmorei riguardavano i seguenti episodi:
- l'accecamento di Polifemo,
- l'assalto del mostro Scilla,
- il ratto del Palladio nel tempio troiano di Atena
- il ratto di Ganimede
- Ulisse che trascina il corpo di Achille


La grotta comprende una vasta cavità principale, preceduta da una ampia vasca rettangolare (peschiera) con acqua marina, al cui centro era stata realizzata un'isola artificiale che ospitava la caenatio (sala da pranzo) estiva.

Il museo è stato poi aperto nel 1963 e si compone anche di alcuni grandi ambienti realizzati per l'esposizione degli antichi marmi a soggetto "omerico" ecc. L'attuale area archeologica è prossima ad un'oasi naturale e quindi l'ambiente è nell'insieme molto interessante. E' da segnalare altresì che nelle piscine della grotta sono stati immessi numerosi pesci.



La vasca comunicava con una piscina circolare (diametro di 12 m), posta all'interno della grotta, dove era stato collocato il gruppo di Scilla. Sulla cavità principale si aprivano due ambienti minori: a sinistra un ambiente a ferro di cavallo, con in fondo un triclinio, e a destra un ninfeo con cascatelle e giochi d'acqua, in fondo al quale si apriva una nicchia che ospitava il gruppo dell'accecamento di Polifemo.

Tra la piscina circolare e la vasca quadrata erano collocati due gruppi scultorei più piccoli: il Rapimento del Palladio e il gruppo di Ulisse che trascina il corpo di Achille (copia del quale, mutila e frammentaria è l'attuale statua del Pasquino a Roma). Una scultura con Ganimede rapito dall'aquila di Zeus era invece posta in alto sopra l'apertura della grotta.

L'INTERNO DELLA GROTTA

IL VANDALISMO

Come al solito in Italia le scoperte archeologiche sono quasi sempre casuali, sia perchè si scava poco, sia perchè il terreno italico ha un sottosuolo quasi continuo di reperti romani. Fu infatti durante la costruzione della strada litoranea tra Terracina e Gaeta del 1957 che venne scoperta una grande quantità di frammenti marmorei, straordinari per la qualità delle sculture e le dimensioni dei blocchi.

Si trattava di cinque gruppi scultorei che decoravano la grotta, originali ellenenici o copie di età tiberiana, che furono trovati in frantumi (circa 554 significativi e migliaia informi, per un totale di 15.000 frammenti marmorei). Un lavoro di demolizione ostinato e delinquenziale, che ha privato l'umanità di un bene culturale unico e di immenso valore.

VENERE GENITRICE
Insieme erano stati spaccati o comunque sotterrati molte decorazioni, bassorilievi e altre suppellettili che facevano parte della villa.

Come questa Venere Genitrice che, essendo Ava di Cesare e di Ottaviano ed essendo Tiberio adottato dall'Augusto, in qualche modo diveniva anche lui in un certo modo discendente della Dea.

I gruppi scultorei furono ridotti in pezzi volontariamente, su questo nessuno dissente perchè nemmeno il peggior terremoto del mondo potrebbe fare tanto, e nemmeno un vandalismo occasionale, perchè occorsero mesi e mesi di duro lavoro per farlo.

Non furono nemmeno spaccati per farne calce, sia perchè non occorrevano pezzi così piccoli, sia perchè il materiale era praticamente tutto lì, solo in gran parte non ricostruibile.

Chi avrebbe avuto interesse a distruggere un pregiatissimo capolavoro classico greco-romano?
Secondo alcuni archeologi poco lucidi, l'avrebbero fatto, non si sa chi nè in quale epoca, per riempire il bacino della grotta e poterlo riutilizzare. Riutilizzare per cosa? Sembra la deduzione di un delirante. 

- Primo, era evidentissimo che anche se sbriciolavano tutte le statue il bacino non si riempiva,
- Secondo. se volevano empire il bacino sarebbe stato molto più semplice farlo con la sabbia, è molto più facile sollevare la sabbia e buttarla all'interno che sbriciolare a mano tonnellate di marmo.
- Terzo, per quale ragione avrebbero voluto riempire il bacino? Cosa potevano farci con una grotta sulla riva del mare? Sulla terra ferma e presso un casolare ci si può ricoverare il bestiame, ma davanti alla spiaggia che ci si fa, ci si gioca a nascondino?

Si  è ipotizzato che la frantumazione sia stata opera di monaci che nell'alto medioevo frequentavano la zona. Di certo, se fossero stati loro,  non avrebbero ardito farlo per proprio conto, anche perchè l'operazione deve essere stata molto lunga e faticosa, e chiunque dal mare avrebbe potuto vederli. Sicuramente ricevettero autorizzazione dai vertici della chiesa.

A riprova, nel XVIII sec. un piccolo anfratto a nord fu utilizzato come cappella, ne resta infatti un'iscrizione, "Ave Cruxolo Sancta". Inutile chiedersi la ragione che può spingere qualcuno a istituire una cappella nella grotta acquatica della villa di un imperatore romano, ma la risposta è semplice. I romani erano visti come il diavolo e la nuova religione doveva o cancellare o esorcizzare.

Le strutture della villa rivelano una continuità di frequentazione dagli inizi del I sec. a.c., periodo a cui sembra risalire il nucleo originario del complesso, fino ad almeno il VI sec. d.c..Sembra che dei monaci, in epoca tardo-antica, dovettero impiantarsi sui resti della residenza imperiale, causandone infiniti danni, fino a quando, forse nel IX secolo, per il pericolo delle incursioni saracene, sembra che si trasferissero nel sito meglio protetto dell’attuale Sperlonga.

La villa, scavata solo in piccola parte, si estendeva anche al di fuori dell’area archeologica statale ed i suoi ruderi affiorano sulla spiaggia verso Sperlonga, nonché al di là della via Flacca, dove è presente un insieme di strutture idriche. Più a est, oltre le propaggini del monte Ciannito, il massiccio nel quale si apre la stessa grotta, in località Bazzano, si trovano inoltre i resti di un altro grandioso complesso, anch'esso denominato Villa di Tiberio, che potrebbe aver fatto parte della medesima residenza imperiale. 

ANDROMEDA INCATENATA, SCULTURA RITROVATA NELLA VILLA DI TIBERIO

LE SCULTURE

Comunque le sculture si rivelarono essere degli originali greci di età ellenistica (180 a.c. circa), quindi di immenso valore. Per ospitare le sculture venne appositamente realizzato un museo, nel 1963, il Museo archeologico nazionale di Sperlonga. Ne valeva la pena! Il museo conserva anche le suppellettili e ad altri pregevoli manufatti appartenenti all'apparato ornamentale della villa, che documentano la vita del complesso fino all'inizio del I sec..

Così le sculture della grotta di Tiberio, comprese nella loro augusta bellezza e nel loro immenso valore, seppure frantumate in migliaia di frammenti, vennero pazientemente ricomposti aiutandosi col marmo sintetico.

Già al momento della scoperta si vide la notevole rassomiglianza dei frammenti scultorei rinvenuti con il celebre Laocoonte dei Musei Vaticani, ritrovato nel 1506 nelle terme di Tito a Roma e descritto da Plinio il Vecchio. I frammenti di un'iscrizione rinvenuti a Sperlonga portavano infatti i nomi degli scultori Agesandro, Atanodoro e Polidoro, gli autori del Laocoonte.

IL GRUPPO DI POLIFEMO


IL GRUPPO DI POLIFEMO

Il gruppo scultoreo, di dimensioni molto maggiori del vero, venne ricostruito nel museo con un calco gesso, completo di integrazioni ricostruite in base ai frammenti esistenti, come dimensioni e collocamento.

Per ricreare il gruppo ed individuare la collocazione dei singoli personaggi che ne fanno parte ci si è avvalsi come fonte iconografica di un frammento di sarcofago romano del III sec. d.c., dello stesso tema, oggi presso il Museo Civico di Castello Ursino a Catania.

Polifemo, ebbro e sdraiato su una roccia, è circondato dai compagni di Ulisse, che si muovono con circospezione.

Ulisse si trova più in alto ed è vicino alla testa del ciclope per assicurarsi che la punta incandescente del palo, retto da due compagni più in basso, vada a segno nell'occhio. 

Un altro compagno, assiste alla scena alzando il braccio in segno di paura, mentre con l'altra mano regge l'otre di vino con cui è stato fatto ubriacare il gigante.

Ulisse, a differenza degli altri marinai che sono nudi, è vestito con una tunica corta e un mantello, con in testa il tipico berretto conico (pileus).

TESTA DI ULISSE
La sua testa ha molte affinità con quella del Laocoonte, realizzato dagli stessi scultori, come testimonia un'iscrizione frammentaria trovata a Sperlonga, che riporta gli stessi nomi citati da Plinio a proposito della statua vaticana.

Come già detto, questa scena è ricostruita a scala reale in gesso, mentre tutt’intorno sono esposti separatamente gli elementi originali ad essa pertinenti, stimolando il visitatore ad un esercizio di ricontestualizzazione visiva dei vari protagonisti.

GRUPPO DI SCILLA, A SINISTRA L'ORIGINALE, A DESTRA LA RICOSTRUZIONE

IL GRUPPO DI SCILLA

Questo drammatico gruppo scultoreo, che doveva ergersi al centro di uno specchio d’acqua circolare all’interno della grotta, è ora allestito in uno spazio che funge da snodo tra le varie parti del Museo (Sala Scilla). Esso campeggia su un’area a forma di esagono irregolare, sovrastata da un’enorme e luminosissima cupola di vetro, anch’essa poliedrica, e caratterizzata da un pavimento sapientemente cosparso di breccia, che evoca la superficie del mare. 

Le statue vengono valorizzate dall’abbondante luce naturale che scende dalla cupola e possono essere ammirate come meritano da tutte le angolature e in parte anche dall’alto grazie al ballatoio. Il gruppo di Scilla, una delle più grandi e complesse sculture antiche giunte fino a noi, è stato ricomposto assemblando i calchi di infiniti frammenti, eseguiti con una mistura di resina e polvere di marmo.
Un lavoro di grande capacità ricostruttiva e di infinita pazienza. 

Esso rappresenta il mostro che avviluppa la nave di Ulisse nelle spire della sua coda e ne divora gli uomini con le sue tante teste ferine. Sul timone della nave in parte ricostituita, giusto in basso a sinistra dell'opera, si leggono i nomi degli artisti che idearono il ciclo scultoreo. Sulla parete dietro il gruppo di Scilla corrono i versi in greco dell'Odissea:

"Ed ecco Scilla mi prese dalla concava nave sei compagni che erano i migliori per forza di braccia".

Probabilmente il gruppo scolpito nel marmo era una copia di un gruppo in bronzo di età ellenistica (II secolo a.c.), che i testi antichi citano essere stato collocato nella spina dell'ippodromo di Costantinopoli.



ULISSE CHE TRASCINA IL CORPO DI ACHILLE

Un altro gruppo raffigura probabilmente Ulisse mentre trascina fuori della mischia il corpo di Achille, il piede dell'eroe distorto in posizione innaturale, a denunciare la ferita al tallone che ne ha causato la morte.

Il famoso "tallone d'Achille" era l'unica parte vulnerabile dell'eroe greco. 

Dell'originale sono stati ritrovati solamente i frammenti della testa e del braccio sinistro di Ulisse, insieme con le gambe di Achille con il tallone, il cui tendine era stato reciso, poggiato sul terreno.
A Roma la statua di Pasquino altro non sarebbe che parte della copia di questo gruppo. Per altri però Pasquino è Achille che sta sul corpo di Patroclo morente. Comunque i restauratori del complesso non sostennero la tesi di Pasquino ma la tennero presente come ispirazione.

IL RATTO DEL PALLADIO

IL RATTO DEL PALLADIO

Il Palladio era un simulacro che aveva il potere di difendere un'intera città, tanto è vero che Ulisse riuscì ad ottenere la distruzione di Troia solo dopo averlo trafugato.

Si trattava, come si vede, di una bella statua di legno di fattura molto arcaica ma molto bella, non intera ma senza gambe, alta tre cubiti, che ritraeva Pallade, altro nome della Dea Atena, con il petto era coperto dall'egida, reggente una lancia nella mano destra e una rocca e un fuso nella sinistra.

Dunque Atena, uccidendo per sbaglio la compagna di giochi Pallade, come segno di lutto assunse ella stessa il nome di Pallade e fece costruire questa immagine, ponendola sull'Olimpo a fianco del trono di Zeus.

Elettra, la nonna di Ilo, il fondatore di Troia, venne violentata da Zeus, e le capitò di sporcare del sangue vaginale il simulacro della vergine Pallade. Atena, molto sensibile, scaraventò istericamente Elettra e il Palladio sulla Terra.

Già. Apollo Sminteo aveva oracolato ad Ilo: « Abbi cura della dea che cadde dal cielo e avrai così cura della tua città, poiché la forza e il potere accompagnano la dea, dovunque essa vada »

Ulisse e Diomede, sapendo che col Palladio sarebbe stato impossibile conquistare Troia si travestirono da mendicanti, entrarono nella città, presero l'immagine della dea e, scavalcando le mura, la portarono nel loro accampamento.

Il gruppo statuario di Sperlonga, quasi interamente smarrito, rappresenterebbe l'impresa di Ulisse per trafugare il Palladio, e questa statua acefala viene interpretata come Ulisse nella composizione del ratto del Palladio dove Diomede stringe nella mano sinistra il simulacro di Atena, appunto il Palladio.

Secondo la tradizione di Arctino di Mileto, citato da Dionigi, invece, Ulisse e Diomede non rubarono il vero Palladio poiché Enea portò con sé la statua in Italia che venne posta nel tempio di Vesta nel foro romano. La tradizione Latina voleva invece che Diomede riconsegnasse il simulacro a Enea. Sembra che il Palladio sia stato distrutto dalle ultime Vestali nel 394 per evitarne la profanazione da parte dei cristiani.



IL RATTO DI GANIMEDE

Una statua di marmo policromo, che bene rende il lussuoso abito del giovane e il piumaggio dell'uccello, immortalando Ganimede rapito dall'aquila di Zeus.

Secondo il mito, il re degli Dei, invaghito del bellissimo giovinetto, un giorno prese le sembianze di un'aquila gigantesca e afferratolo saldamente, lo portò i cielo fino a fargli raggiungere l'Olimpo.

Qui il giovinetto divenne, insieme ad Ebe, uno dei due coppieri degli Dei, il che gli consentì di diventare anchìehli un Dio, cioè immortale.

In origine questa statua  era stata collocata in un'ampia nicchia soprastante la grotta, ad ornarne l'apertura.

Si sa che a Tiberio piacevano i ragazzini e la morale romana non se ne scandalizzava, purchè questi fossero schiavi o almeno di famiglie plebee.

La statua è stata fatta, come le altre, tutta a pezzi, particolarmente nel volto di Ganimede, così frantumato da non poter essere ricostituito.

Tuttavia ciò che ne resta ne fa capire l'arte incomparabile e la grande bellezza.
Secondo alcuni la testa qui a fianco, sempre rinvenuta nello speco della villa di Tiberio, dovrebbe appartenere a Ganimede.

La cosa è a nostro avviso praticamente impossibile, perchè non si tratta della testa di un giovinetto.

Ganimede era un adolescente imberbe, mentre questa è la testa di un uomo maturo, nemmeno troppo giovane.

Dato invece il fatidico berretto conico, il pileus, tutto farebbe pensare alla testa di Ulisse, e si potrebbe pensare compreso magari nello sforzo di trascinare il corpo morto di Achille dalla mischia della battaglia, per potergli dare degna sepoltura.

Ma non è così, perchè di quella testa sono state ritrovate alcune parti e non ha a che fare con questa che è quasi integra. In pratica non si sa a quale gruppo si riferisca, magari era solo un busto che ornava la grotta.



BIBLIO

- Bernard Andreae - Laocoonte e la fondazione di Roma - Il Saggiatore - 1989 -
- M. Cometa - Laocoonte 2000 - Palermo - 1992 -
- Salvatore Settis - Laocoonte. Fama e stile - Roma - Donzelli - 1999 -
- Alessandra Randazzo - Il gruppo del Laooconte ai Musei Vaticani - MediterraneoAntico - 2017 -
- Ranuccio Bianchi Bandinelli, Enrico Paribeni - L'arte dell'antichità classica. Grecia - Torino - UTET Libreria - 1986 -
- Eugénie Sellers Strong - Roman sculpture from Augustus to Constantine - Ayer Publishing - 1969 -



DOMUS TIBERIANA


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L'area settentrionale del Palatino è occupata dalla vasta spianata a forma rettangolare degli attuali Giardini Farnesiani, ultima testimonianza degli insediamenti cinquecenteschi sul colle.

In effetti, il grande pianoro non è altro che una sorta di giardino pensile che copre i resti della dimora dell'imperatore Tiberio (14-37 d.c), figlio naturale di Livia e adottivo di Augusto.

Il successore di Augusto cercò di imitare il suo grande predecessore, un po' come Augusto cercò di imitare il grande Cesare.

Così, come Augusto scelse il Palatino per la sua reggia, altrettanto fece Tiberio e tutti i suoi successori. Ormai il colle era diventato il più lussuoso e caro di Roma, ma Tiberio non prese da Ottaviano nè la grande intelligenza nè la semplicità.

Da Tiberio in poi le reggie, al contrario di quella molto semplice e contenuta di Augusto, diventeranno enormi e ricchissime.

Infatti la Domus Tiberiana che doveva avere uno sviluppo planimetrico di 150 m di lunghezza e 120 di larghezza, per un'altezza di oltre 20 m, fu la sede preferita degli imperatori Antonimi, con una biblioteca e l'archivio imperiale, che bruciarono durante il regno dell'imperatore Comodo (176-192 d.c).

Era uno splendore di giardini con statue, ninfei e fontane all'esterno, con terrazze, balconate contenute da grate scolpite nel marmo, da scalinate, da viali alberati, da aiuole, e all'interno era decorata con affreschi e pavimenti musivi, portali preziosi, colonne e decorazioni.

Si ritiene che sia stato il primo palazzo imperiale eretto sul colle Palatino e sembra che fosse stato eretto sul luogo occupato in precedenza dalla casa natale di Tiberio, inglobando abitazioni vicine del periodo tardo-repubblicano.

La Domus Tiberiana fu poi amplificata da Caligola che la orientò verso il Foro Romano, terminata poi dall’imperatore Nerone e, successivamente, restaurata ad opera di Domiziano.

In questo risanamento venne creato l'ingresso munumentale sul Foro, dove aveva la sua sede la guardia pretoriana istituita da Augusto e mantenuta da Tiberio; sede che andò distrutta quando vi venne eretta sopra la chiesa di Santa Maria Antiqua.

Della parte centrale si conosce solo un grande peristilio circondato da stanze che ne traevano aria e luce, e dal quale si dipartiva un corridoio che finiva probabilmente presso gli ambienti scavati nei pressi del tempio della Magna Mater; altri corridoi dovevano sbucare poi nel criptoportico della Domus Transitoria neroniana, dove si vedono alcuni passaggi ancora da scavare.

Resta invece ben conservato il lato sud, verso il tempio e la più antica Casa di Livia, con 18 stanze rettangolari realizzate totalmente in laterizio e coperte a volta. Queste possono attribuirsi al periodo di Nerone e certamente risanate dopo l’incendio del 64.

L'ottava stanza da destra conserva un tratto di volta dipinta con riquadri che contengono scene figurate, tra cui una figura femminile, una pantera e degli uccelli, databili al III sec. d.c..

Sempre su questo lato, all'angolo sud, si trova una vasca ovale di marmo con gradini, forse un vivarium dove erano tenuti dei pesci.

Le stanze appartenenti a questa zona della reggia occupano una superficie di 150 x 120 m circa. Esse si sviluppano in salita presso il Clivus Victoriae con due tempi di realizzazione.

Il primo risale all'età di Domiziano ed ha la caratteristica di avere tutte stanze terminanti su un lungo loggiato, sorretto da grandi mensole in travertino e chiuse da grate di marmo. Il secondo è d’età adrianea, con successive strutture i cui vani si estesero sempre più superando il Clivus Victoriae con enormi arcate.

I graffiti presenti sulle pareti intonacate di questi ultimi edifici, in cui sono riconoscibili alcune liste di calcoli matematici e le denominazioni di alcune monete, fanno pensare che all’interno di questi ambienti si svolgessero anche le funzioni del fisco imperiale e soprattutto quelle relative alla distribuzione delle nuove monete.
Successivamente, invece, questi vani furono impiegati come magazzini.



IL CRIPTOPORTICO

Lungo il lato sudorientale della Domus Tiberiana fu ricavato un corridoio sotterraneo lungo circa 180 m e illuminato da una serie di lucernari.

Il lungo criptoportico, oggi percorribile, si collegava con la Casa di Livia, la madre di Tiberio, e, attraverso una deviazione trasversale, raggiungeva anche la Domus Flavia.

Questo cripotoportico e gli altri, scoperti o parzialmente individuati, rappresentavano una serie di vere e proprie strade di servizio percorribili con carri che collegavano tutti i palazzi imperiali per i vari rifornimenti o per spostare il personale di servizio.

È ancora possibile notare, all’interno del criptoportico, le piccole finestre a bocca di lupo realizzate soltanto su un lato della volta, alcuni frammenti di intonaci parietali caratterizzati da forme geometriche, gli stucchi sulla volta, un tempo tutto a cassettoni di cui restano frammenti, e in cui sono raffigurati amorini con temi vegetali, di cui un pannello è conservato nell'Antiquarium del Palatino. La pavimentazione, mantenuta in più parti, è realizzata con mosaici a tessere bianche con cornici semplici a tessere nere.



LA DEPREDAZIONE

Nel corso del VIII sec. d.c. la Domus Tiberiana era ancora tanto magnifica che fu scelta come dimora dal pontefice Giovanni VII, che naturalmente da un lato la restaurò e dall'altro la snaturò.

Nulla purtroppo rimane di quel rifacimento, perchè a partire dal X sec., il palazzo fu abbandonato e i suoi materiali vennero depredati e pure calcinati per l’innalzamento di chiese e palazzi patrizi. Purtroppo neppure il Rinascimento fece apprezzare all'alto clero e patriziato romano le bellezze di Roma antica, seppure grandi artisti, come Raffaello e Michelangelo supplicassero per la salvezza degli antichi reperti.


Durante il XVI sec. infatti, tutto ciò che era ancora in piedi della Domus Tiberiana fu inesorabilmente interrato per la realizzazione, sulla cima del Palatino, degli Orti Farnesiani, voluti da Alessandro Farnese, il cardinale nipote di papa Paolo III.

Il potente principe si fece assegnare dallo zio la proprietà della zona, fece ricoprire di terra e detriti la Domus Tiberiana, e incaricò il Vignola di realizzarvi un cortile. Così nacquero i famosi Horti Palatini Farnesiorum. Il noto architetto realizzò il cortile organizzandolo su tre terrazze, facendone tre confortevoli viali su cui passeggiare, collegati gli uni agli altri attraverso un complesso architettonico di salite e gradinate.

In realtà il Vignola, forse consapevolmente, molto copiò dagli Horti romani, che spesso usavano giardini a terrazzi per il bel panorama e il gioco di scalinate, ringhiere marmoree, terrazze, statue e fontane che ne facevano un percorso da sogno.

La decadenza degli Orti Farnesiani avvenne con la famiglia dei Borbone, gli ultimi proprietari, i quali decisero di trasferire a Napoli la maggior parte delle statue, delle decorazioni e dei marmi che caratterizzavano il giardino, in seguito al loro interesse storico ed artistico per l’arte e le opere classiche, distruggendo, invece, tutte le costruzioni rinascimentali.

Così, come i papi avevano distrutto la Domus Tiberiana, i Borboni distrussero gli Horti rinascimentali farnesiani.

BIBLIO

- R. Fusco - La casa Tiberiana sul Palatino - ed. WorldCat - 1874 -
- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - Arnoldo Mondadori Editore - Verona - 1984 -
- Clemens Krause - Ricerche sulla storia edilizia. Rapporto preliminare - AA.VV. - Domus Tiberiana, Nuove ricerche, studi di restauro - Zurigo - 1985 -
- Clemens Krause - Domus Tiberiana I - Gli scavi - Bollettino di Archeologia 25-27 - 1994 -
- Antonio Nibby, Famiano Nardini - Roma antica di Famiano Nardini: riscontrata, ed accresciuta delle ultime scoperte, con note ed osservazioni critico antiquarie - volume 3 - Stamperia de Romanis -Roma - 1819 -





LIVIA DRUSILLA CLAUDIA


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Nome completo: Livia Drusilla Claudia
Nascita: Roma, 30 gennaio 58 a.c.
Morte: Roma, 29 d.c.
Dinastia: Giulio-claudia
Padre: Marco Livio Druso Claudiano
Madre: Alfidia
Consorte: di Augusto
Coniuge: Tiberio Claudio Nerone, Augusto
Figli: Tiberio, Druso Maggiore
Nipoti: Claudio, Tiberio Claudio, Germanico Giulio Cesare, Druso minore, Claudia Livilla



LE ORIGINI

STATUA DI LIVIA GIOVINETTA
Livia Drusilla Claudia nacque a Roma il 30 gennaio del 58 a.c. da Marco Livio Druso Claudiano e la moglie Alfidia, a sua volta figlia del magistrato italico Marco Aufidio Lurcone. Il diminutivo "Drusilla" suggerisce che fosse la seconda figlia della coppia.

All'età di sedici anni, nel 42 a.c., sposò il cugino patrizio Tiberio Claudio Nerone, il quale combatteva assieme a Claudiano nel partito dei congiurati, comandato da Gaio Cassio Longino e da Marco Giunio Bruto, in lotta a sua volta contro Ottaviano e Marco Antonio.

Quando l'esercito dei congiurati fu sconfitto nella battaglia di Filippi (42 a.c.), Claudiano seguì l'esempio di Cassio e di Bruto e si suicidò, mentre il marito di Livia continuò a combattere contro Ottaviano, passando dalla parte di Marco e Lucio Antonio.

Nel 40 a.c. la famiglia di Livia fu costretta ad abbandonare l'Italia peninsulare, per evitare la proscrizione dichiarata da Ottaviano, e raggiunse prima la Sicilia, sotto il controllo di Sesto Pompeo, e poi la Grecia.



IL MATRIMONIO COL FUTURO IMPERATORE

Quando fu decretata una amnistia generale dei proscritti, Livia tornò a Roma, dove conobbe Ottaviano nel 39 a.c., all'età di 18 anni, mentre Ottaviano ne aveva 24. All'epoca del loro incontro, Livia aveva già avuto dal marito il primo figlio, Tiberio, ed era incinta di Druso. Ottaviano aveva al suo attivo già due mogli, di cui la prima già ripudiata ma senza consumatio.

LIVIA E OTTAVIANO
Malgrado questo, e nonostante Livia fosse sposata a Nerone e Ottaviano a Scribonia, il futuro primo imperatore decise di divorziare, nello stesso giorno in cui la moglie dava alla luce la loro figlia Giulia, e convinse Nerone a fare lo stesso con Livia. Certamente inimicarsi Ottaviano non era consigliabile, sarebbe stato troppo facile per il nipote di Cesare farlo morire in battaglia con una parolina ai suoi soldati.

Druso nacque il 14 gennaio 38 a.c., mentre Livia e Ottaviano si sposarono tre giorni dopo, neppure il tempo di rimettersi dal parto. Al matrimonio era presente Nerone, che, fatto buon viso a cattivo gioco, e certamente con grossa ricompensa di cariche in cambio, presentò ad Ottaviano la sposa come avrebbe fatto un padre.
Viene da chiedersi perchè Livia venisse presentata dal suo ex marito e non da suo padre, o, in mancanza, un parente della sua famiglia, come del resto si usava. La spiegazione è semplice, doveva essere chiaro a tutti che Nerone era consenziente e che Ottaviano non l'avesse obbligato. O almeno così doveva apparire.

Si narra che Ottaviano si innamorasse immediatamente al primo incontro con Livia, ma per alcuni è difficile da credere, per cui suggeriscono che il loro rapido matrimonio fosse dovuto a convenienze politiche e che a Ottaviano occorresse il sostegno della gens patrizia dei Claudii; e che convenisse anche a Livia, perchè i Claudii Nerones necessitavano del sostegno di Ottaviano per sopravvivere politicamente.

Difficile credere che Ottaviano avesse bisogno di consensi, visto che aveva quello militare, parte di quello senatoriale e quello del popolo. All'epoca Augusto possedeva già tutto il dominio occidentale di Roma, per cui era ricchissimo e potente. Se avesse avuto bisogno di una gens patrizia non avrebbe certo sottratto moglie e figlio (Livia era incinta del primo marito) ad un membro di questa gens, che di certo non lo avranno amato per questo.

Livia era una donna delle migliori tradizioni romane, o almeno così pareva all'epoca, sempre composta e seria. Quando la colpì la tragedia della morte del figlio Druso, Livia, sempre dignitosa, andò dal filosofo Areo Didimo d'Alessandria, che con i suoi consigli l'aiutò a sfogare il dolore privatamente e a non perdere il controllo pubblicamente, che era la più grande paura di Livia. Venne meno al suo contegno distaccato soltanto due volte, quando, trovandosi casualmente presente a due incendi, diede una mano a spegnere il fuoco, il che fa capire perchè il popolo l'amasse tanto.

Livia e Ottaviano rimasero sposati fino alla morte di lui, per ben 51 anni. Livia fu sempre al fianco del marito, formando insieme un modello per le famiglie romane. Non ebbero figli ma Ottaviano non la ripudiò per questo, seppure l'impero avesse assoluta necessità di un erede. All'epoca la sterilità maschile era inimmaginabile e lo sarebbe stato ancora fino all'inizio del XX sec., così la legge consentiva di ripudiare una moglie che non desse figli anche se ne aveva già avuti, ma Augusto non la ripudiò.



L'IMPERATRICE

Ovidio descrisse Livia come una Venere col volto di Giunone. Nelle numerose statue che la raffigurano, Livia, nonostante il rango, non ha gioielli né vesti lavorate.
La sua lunga vita, lunghissima per l'epoca, si svolse infatti all'insegna della compostezza e della moderazione, come del resto lo stesso Augusto.

Livia in effetti era bella ma non bellissima, con zigomi larghi, occhi grandi, bocca piccola e zigomi pronunciati, anzi sembra avere un'espressione un po' spenta, o almeno timida. Ma spenta non era, perchè mai imperatrice fu più amata di lei, dal popolo e dal suo imperatore. L'imperatrice Livia, la consigliera di Augusto, fu dal popolo adorata in vita e divinizzata dopo la morte, esattamente come Augusto, che la fece rappresentare spesso nelle statue, a volte con gli attributi di divinità, in veste di Cerere o Opi.

Livia e Ottaviano vivevano con semplicità nella casa sul Palatino, senza tutti quegli sfarzi che caratterizzeranno i futuri imperatori. Livia non solo evitava gioielli o vestiti costosi, ma si prendeva cura personalmente della casa e del marito, cucendogli persino i vestiti, e spesso cucinando per lui, insomma fu sempre leale e solerte verso il coniuge.
Già nel 35 a.c. Ottaviano le aveva concesso il raro onore di gestire le sue finanze personali, cosa che nessun altro imperatore fece, dedicandole anche una statua in pubblico.

Livia aveva anche il proprio circolo di clientes, e utilizzò la propria influenza per mettere i propri protetti nei posti pubblici, tra cui il futuro imperatore Galba e il nonno del futuro imperatore Otone. Come Augusto protesse gli schiavi più abili e meritevoli, concedendo ad essi la libertà. Si è trovato infatti un colombario con 500 liberti di Livia, e un altro con ben 3000 liberti di Augusto.

Livia aveva potere nelle decisioni di suo marito, ed era lo stesso Augusto a chiedere il suo consiglio in ogni occasione. Fu una vera imperatrice e i Romani si rivolgevano a lei per le petizioni ad Augusto. Il popolo conosceva il suo potere e per giunta lo approvava, perchè la sapeva giusta e generosa. Insomma tra i due ci fu un grande amore e una grande intesa.

Dei figli di Livia, Druso sposò Antonia minore, la nipote preferita di Augusto, e intraprese una brillante carriera militare. Tiberio sposò Giulia maggiore, la figlia di Augusto già vedova di Marco Vipsanio Agrippa; Tiberio venne infine adottato dall'imperatore nel 4 d.c., divenendone l'erede.

Per oltre sessant'anni Livia rimase un perno del potere romano, amata e ammirata in vita e per molte generazioni dopo la sua morte. Era l'alter-ego di Augusto, magari per certi versi con maggiore pietà e sensibilità. Si può immaginare che le leggi che Augusto fece per la liberazione della donna, liberazione che cadde col cristianesimo e che fu riacquistata circa 2000 anni dopo, fossero suggerite da Livia. Nessuna imperatrice romana prima o dopo di lei riuscì a ottenere tanto seguito, rispetto e devozione.

Il testamento di Augusto portò l'adozione di Livia, che entrò così a far parte della gens patrizia dei Giulii, garantendole un terzo del patrimonio di Augusto, con gli altri due terzi a Tiberio, e concedendole il titolo di "Augusta". Una strana adozione, quella della moglie che diventa figlia, anche questo caso unico nella storia di Roma.



LA SALUTISTA

Si narra che Livia suggerisse come segreto di longevità un buon bicchiere di vino a pasto. Livia era morigerata e non mescolava vini, usando una sola "etichetta", il Pucino, prodotto da un vitigno selezionatissimo, coltivato non lontano dalle foci del Timavo e che gli enologi, dopo molte ricerche, hanno scoperto trattarsi del nostro prosecco.

Secondo Plinio, il Pucino possedeva virtù medicamentose, ragione di cui Livia teneva gran conto. Ella fu infatti una salutista, seguace delle dottrine del medico Asclepiade, il quale oltre a prescrivere diete, esercizi passivi, massaggi, bagni e letti oscillanti, era assertore del consumo di vino, purché moderato.

Livia confezionava pozioni con le erbe che coltivava personalmente nella sua villa di Prima Porta. Oltre al bicchiere di vino Livia consumava una dose quotidiana di inula, un'erbacea dai fiori gialli che cresce in tutta l'area mediterranea, le cui radici amarognole sono tuttora impiegate in farmacia e in liquoreria. L'orto che circondava la casa di Prima Porta traboccava di questa pianta, e i romani la imitarono, nella coltivazione e nell'uso.

I rimedi naturali che ci sono pervenuti e di cui Livia era dispensatrice a tutta la famiglia, comprendono tra l'altro una pasta dentifricia, un medicamento contro le infiammazioni alla gola e uno per alleviare la tensione nervosa. Ne fece pure un ricettario con le dosi meticolosamente prescritte in monetine come unità di peso: 2 denarii di oppio, 1 denario di coriandolo, 1 vittoriato (mezzo denario) di amomo, e così via.

Procurarsi tutti gli ingredienti raccomandati da Livia non era semplice: per realizzare quello contro le infiammazioni alla gola ne occorrono ben diciassette, tra cui "cenere di pulcini di rondine selvatica", il che fa una certa impressione, ma all'epoca non esistevano gli animalisti.



LA FORLI' AUGUSTEA

La tradizione vuole che Livia ed Augusto abbiano ingrandito la città di Forlì (Forum Livii) a causa della parentela di lei con Marco Livio Salinatore, a cui se ne attribuisce la fondazione. Forlì infatti si chiamò per secoli anche Livia. Inoltre, fino agli inizi del XV secolo, il Palazzo Comunale di Forlì conservò un antico affresco raffigurante Augusto e Livia in quanto benefattori della città. I legami tra l'ambiente della copia imperiale e Forlì sarebbero confermati dall'origine forlivese del poeta Gaio Cornelio Gallo.



LE ACCUSE

Essendo la nuova unione rimasta infertile, la legge consentiva ad Augusto di chiedere il divorzio. Non lo fece, adottando i figli che lei aveva avuto dal precedente matrimonio, restandole fedele per tutta la vita e costantemente additando la moglie come un esempio da imitare e consacrandole statue di Dee, come Cerere e Opi, portatrici di nutrimento e abbondanza.

Alcune voci, riportate da Cassio Dione Cocceiano, e pure secondo Caligola, le morti di Marcello, di Caio Cesare e di Lucio Cesare, tutti ostacoli all'ascesa di Tiberio, figlio di Livia e del suo primo marito, avevano a che fare con lei.

Caligola la chiamava Ulixes Stolatus, Ulisse con la stola, cioè vestito da donna. Ma Caligola non era nè saggio nè giusto e tanto meno esente da invidia nei confronti della altrui popolarità.

Lo storico Gaio Cornelio Tacito rappresenta Livia nei suoi Annali come una donna di grande influenza, sostenendo che avesse convinto il marito ad esiliare il suo nipote naturale nonché erede, Agrippa Postumo (il figlio di Giulia Maggiore), a Planasia, in modo da liberare il campo per Tiberio.

In realtà il morigerato Augusto aborriva tanto il comportamento dissoluto o eccessivamente libero sia della figlia Giulia che del nipote Agrippa.

Ma Augusto non fu mai succube della moglie, nè di nessun altra moglie, nè fu mai schiavo del sesso. Aveva un carattere anzi piuttosto forte e apprezzava Livia perchè intelligente, ma anche perchè di costumi severi e nello stesso tempo devotissima.

Livia fu pure accusata di aver avvelenato Augusto con i fichi della pianta che cresceva nella villa di Prima Porta, i cui splendidi affreschi, a fronde, alberi, cespugli e voli d'uccelli, mostrano l'amore di Livia per la natura. In ogni caso, Augusto morì serenamente, con una tenerissima frase nei confronti della moglie: Livia, nostri coniugii memor, vive ac vale (Livia, nel ricordo della nostra unione, vivi e stai bene).
CAMMEO RAFFIGURANTE AUGUSTO, LIVIA ED IL GIOVANE NERONE

DOPO LA MORTE DI AUGUSTO

Sfruttando la sua popolarità, Livia contribuì certamente all'elezione di Tiberio al rango di imperatore. Per un certo periodo, Livia, ora fregiata del nome di Giulia Augusta in qualità di adottata nella familia iulia, andò d'accordo col figlio imperatore.

Tiberio fece passare nel 20 una legge che equiparava al tradimento la diffamazione nei confronti della madre, cui garantì nel 24 un posto a teatro tra le Vergini vestali. Livia divenne nuovamente potente, fino a far scagionare la sua amica Urgulantia Plancina, sospettata dell'assassinio di Germanico.
Nel 22 giunse ad erigere una statua ad Augusto nella cui dedica il suo nome veniva prima di quello di Tiberio.

Poi i rapporti tra madre e figlio si deteriorarono, in quanto Tiberio divenne geloso del potere della madre, e mise il veto alla decisione del Senato di conferire a Livia il titolo di Mater Patriae, "Madre della Patria". Si dice che Tiberio si ritirasse a Capri proprio per allontanarsi dall'influenza della madre.

DEA FORTUNA NELLE SEMBIANZE DI LIVIA


LA MORTE

Nel 22 Livia si ammalò: il figlio la raggiunse da Capri per starle vicino; quando però nel 29 si ammalò nuovamente, Tiberio rimase a Capri, evidentemente il rapporto era naufragato.

Il corpo di Livia venne seppellito con parecchi giorni di ritardo, e solo quando lo stato di decomposizione rese l'atto non più procrastinabile, perché si attendeva il dovuto arrivo di Tiberio. L'imperatore mandò Caligola ai funerali di sua madre, col compito di pronunciare l'orazione funebre. Strano compito. visto che Caligola la odiava, sospettandola pure di assassinio.

Come per lasciare insoddisfatti i desideri della madre, Tiberio non volle divinizzarla, come era invece successo per Augusto. Stranamente Tiberio stimava Augusto che non era il vero padre, ma non Livia che era la vera madre.

Anzi pose il proprio veto a tutti i titoli che il Senato aveva intenzione di conferirle dopo la morte, e giunse persino ad annullare il testamento di Livia.

Fu poi Claudio, nel 42, a divinizzare la propria nonna. La Diva Augusta veniva onorata in occasione dei giochi pubblici da un carro trainato da elefanti che portava la sua immagine; nel tempio di Augusto le venne dedicata una statua; corse di carri vennero indette in suo onore, mentre le donne dovevano nominarla nei loro giuramenti.

Resterà per sempre l'immagine di un'imperatrice intelligente, solerte e pietosa per il suo popolo e affettuosissima moglie.

Vedi anche: OTTAVIANO AUGUSTO


BIBLIO

- Cassio Dione - Storia romana - a cura di Alessandro Stroppa - 5 volumi - BUR - Milano - 1995 -
- Furio Sampoli - Le Grandi Donne di Roma Antica - Roma - Newton & Compton - 2003 -
- Eva Cantarella - Passato prossimo. Donne romane da Tacita a Sulpicia - Milano - Feltrinelli - 1996 -
- Luciano Canfora - Augusto figlio di Dio - Bari - Laterza - 2015 -
- Mario Attilio Levi - Augusto e il suo tempo - Ed. Rusconi - Milano - 1994 -


 

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