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PANORMUS - PALERMO (Sicilia)


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I NOMI

Palermo anticamente ebbe diversi nomi:

- Mabbonath -  che in fenicio significa "alloggiamenti"
- Zyz -  (la "z" pronunciata come "s" sonora), che in fenicio significa il fiore oppure la splendente: molte monete provenienti da Palermo del periodo punico riportavano la legenda Zyz, e visto che Palermo era una delle tre città puniche della Sicilia menzionate dalle fonti, probabilmente con una propria zecca. Il nome potrebbe derivare dalla conformazione della città che, tagliata da due fiumi, ricordava il profilo di un fiore.
- Panormos -  (dal greco παν-όρμος, "tutto-porto"): chiamata così dai Greci perché i due fiumi che la fiancheggiavano (Kemonia e Papireto) creavano un grande approdo naturale. Questo nome si diffuse con il rafforzamento dell'influenza greca sull'isola.
- Panormus -  i Romani mantennero, con una lieve modifica di pronuncia, la denominazione greca della città.
- Palermo -  il nome definitivo e attuale della città che riprende quello latino.


Prima dell'insediamento dei Fenici, a Palermo vivevano:

- i Sicani (autoctoni o provenienti dalla Spagna) nel terzo millennio,
- i Cretesi nella II metà del secondo millennio,
- Gli Elimi (provenienti, secondo la tradizione, dalla distrutta Troia) intorno al primo millennio.
- i Greci intorno al 700 a.c.

LE MURA PUNICHE

PALERMO FENICIA

Prima dell'arrivo dei Fenici, l'area era stata utilizzata come emporio commerciale e base d'appoggio per la Sicilia nord-occidentale. La città combatté in diverse occasioni contro i Sicelioti, in quanto rappresentava un'importante alleata di Cartagine nelle guerre greco-puniche.

Palermo fu fondata come città-porto dai coloni Fenici di Tiro (Libano) tra il VII e il VI secolo a.c., su un promontorio di roccia vicino al mare contornato da due fiumi, dove ora sorgono la cattedrale di Palermo e la villa Bonanno. I fenici la chiamarono Mabbonath, che in fenicio significa “alloggiamenti”, e divenne ben presto la più importante del cosiddetto triangolo fenicio, comprendente Mozia e Solunto, ricordato anche dallo storico ateniese Tucidide.

Poi venne chiamata Zyz che in fenicio significa fiore, come è riportato da parecchie monete ritrovate a Palermo. I Fenici sfruttarono la sua posizione strategica, una grande conca verde (Conca d'Oro) circondata dai monti con tre fiumi, il Kemonia, il Papireto e l'Oreto.

Le prime notizie storiche di Palermo, risalgono al 480 a.c., quando i Cartaginesi, in guerra contro le città alleate greche, dovettero rifugiarsi qualche giorno nel porto prima dell'assedio di Imera, ci mostrano questa città già fiorente di commerci, ben difesa dai Fenici e con un enorme approdo naturale.



LA CONQUISTA ROMANA

Palermo rimase sotto i fenici fino alla I guerra punica (264-241 a.c.), dopodiché la Sicilia venne conquistata dai Romani. Palermo venne presa nel 254 a.c. quando la flotta romana assediò la città, costringendola alla resa e rese schiava la popolazione che dovette riscattare la sua libertà. Asdrubale tentò di recuperare la città ma venne sconfitto da Quinto Cecidio Metello, il console romano.

Ci riprovò Amilcare nel 247 a.c., ma la città era ormai fedele a Roma dalla quale aveva ottenuto il titolo di Pretura, l'Aquila d'oro e il diritto di battere moneta, restando una delle cinque città libere dell'isola; così i cartaginesi rimasti dovettero abbandonare Palermo. Il periodo romano fu portatore di prosperità e pace e la città fece parte della provincia di Sicilia, con capitale Siracusa.

Restano testimonianze della ricca e monumentale “Panormus” romana gli edifici dell'epoca della zona di Piazza Vittoria fra cui il teatro esistente fino al tempo dei Normanni e mosaici scoperti nel 1868 in Piazza della Vittoria. In epoca imperiale fu colonia romana, come ci narra Strabone, ed era ancora il granaio di Roma. 



LA FINE 

Panormus venne conquistata nel periodo delle migrazioni germaniche nel 445, da Genserico, re dei Vandali che conquistò la città, fino al dominio di Odoacre e Teodorico capo degli Ostrogoti.
Tuttavia nel 535 il grande generale bizantino Belisario espugnò con la sua flotta navale Palermo, cacciando definitivamente gli Ostrogoti, dando così inizio al periodo bizantino che durò fino all'830 quando gli Arabi, sbarcati a Marsala quattro anni prima, ne fecero la capitale del loro regno in Sicilia. 



IL GIALLO ARCHEOLOGICO 

L'anfiteatro e/o teatro di Palermo si trovava nella città antica, ma dove non si sa, per cui Paolo Storchi, dell’Università di Bologna, ha avanzato alcune ipotesi. Purtroppo a Palermo le vicende urbanistiche a partire dalla dominazione islamica hanno occultato o cancellato le tracce degli edifici di età romana, non solo teatri, anfiteatri e circhi ma fin anche il Foro. 

Storchi ripercorre così la storia del tracciato della città fenicia, e poi Palermo elevata al rango di colonia cui non poteva mancare un anfiteatro, oltre all’iscrizione commemorativa rinvenuta a San Cataldo a proposito di un certo Aurelianus che aveva offerto ai suoi concittadini - in due diversi edifici - giochi gladiatori e venatori, proprio a Panormo. 

Qualcuno ipotizza che già in età fenicia potesse sorgere un teatro secondo il modello greco, con la cavea cioè adagiata su un pendio naturale, altri invece pensano a un edificio costruito con le tecniche romane, con la gradinata quindi sostenuta da archi e volte. La prima ipotesi concerne la favoleggiata Aula Verde del Palazzo normanno di Ruggero, da alcuni storici come Nino Basile e Michele Amari individuata come teatro o come circo, di cui il domenicano Tommaso Fazello ne narra nel 1558 la rovina definitiva quando, spogliata dai marmi e usata come cava, venne infine spianata. 

A favore, giocano la possibile vicinanza col Foro tra le attuali piazze Vittoria e del Parlamento e la continuità d’uso, importante nelle vicende urbane; contro, la probabile pianta quadrangolare di quello spazio porticato, analoga semmai a quello delle basiliche. La seconda e meno convincente, formulata attraverso una incisione francese ottocentesca che riproduce un lavatoio dalla struttura semicircolare simile a quella di un teatro senza però alcuna individuazione topografica. 

Nella terza ipotesi l’area è compresa tra le attuali vie Monteleone, via Roma, via San Basilio e piazza San Domenico. Qui, il disegno ad arco di alcune coperture e il tracciato a raggiera delle strade potrebbe ricalcare i cunei di un anfiteatro, edificato aldilà del confine del Papireto e della cinta muraria, vicino all’antico porto e alla via Valeria così da favorire l'afflusso e il deflusso degli spettatori. 


BIBLIO 

- AA.VV. - Palermo punica - Palermo - Sellerio - 1996 -
- AA.VV. - Palermo città d'arte - Palermo - Ariete - 1998 -
- AA.VV, Palermo l'arte e la storia, 2016, Edizioni d'arte Kalós.
- Adriana Chirco - Palermo - Tremila anni fra storia ed arte - Palermo - Flaccovio - 2006 -
- Mannino G. - Le grotte di Palermo" - AA.VV., Storia di Palermo dalle origini al periodo punico-romano - Epos - Palermo - 1999-
- Pietro Todaro - Guida di Palermo sotterranea - Palermo - L'Epos - 2002 -
- Lipario Triziano - Le Porte della città di Palermo - Palermo - Stamperia ùA. Gramignani - 1732 -


C. AUGUSTA TYNDARITANORUM - TINDARI (Sicilia)


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Tìndari è una frazione di Patti, in provincia di Messina, in Sicilia e i suoi abitanti vennero chiamati
tindàridi, tindaroti, tindaritani o tindaridei in omaggio ai Dioscuri figli di Tindaro, re di Sparta, Figlio di Periere e di Gorgofone o di Ebalo e della ninfa Batea, secondo i luoghi e i relativi miti, che sposò Leda e divenne padre di Castore, Clitennestra, Timandra (regina di Tegea e di Dulichio), Filonoe e Febe.

Ma Tindaro adottò Elena e Polluce avuti da Leda con Zeus. Castore e Polluce vennero chiamati i i Dioscuri, venerati anche a Roma e in suolo italico. la città di Tindari è situata su un promontorio costiero che si sporge, da un'altezza di 268 m, a picco sul mar Tirreno.

Distrutta da una frana e due terremoti è stata riportata alla luce attraverso degli scavi cominciati nel 1838 e successivamente ripresi tra il 1960 e il 1998. Durante questi scavi sono stati rinvenuti dei mosaici romani, sculture e ceramiche esposte nel museo locale. Attualmente sono visibili i resti delle antiche mura cittadine di origine greco-romana, lo splendido teatro ed il Santuario della Madonna Nera.


La città (in greco antico: Τύνδαρις, Týndaris) venne fondata da Dionisio I di Siracusa nel 396 a.c. come colonia di mercenari siracusani che avevano partecipato alla guerra contro Cartagine, nel territorio della città sicula di Abacaenum (Tripi), che sorgeva nello stesso territorio.

Ancora nel secolo XVI ad Abacaenum si scorgeva un largo campo di rovine antiche, in parte ancora esistenti mentre la città fondata da Dionigi prese il nome di Tyndaris, in onore di Tindaro, re di Sparta e sposo di Leda, padre putativo e non di Elena e dei Dioscuri, Castore e Polluce.


Durante la I Guerra Punica, sotto il controllo di Gerone II di Siracusa, fu base navale cartaginese, e nelle sue acque si combatté nel 257 a.c. la battaglia di Tindari, nella quale la flotta romana, guidata gloriosamente dal console Aulo Atilio Calatino, mise in fuga quella cartaginese.

Insieme a Siracusa la città passò in seguito sotto il controllo romano e divenne base navale di Sesto Pompeo, il figlio più giovane di Gneo Pompeo Magno, che si unì alla resistenza contro Cesare nella provincia d'Africa assieme a Cecilio Metello Scipione, Catone Uticense, il fratello Gneo e altri senatori pompeiani.

Cesare vinse la prima battaglia a Tapso nel 46 a.c. contro Metello Scipione e Catone, che si suicidarono. In Spagna. Poi nel 45 a.c. Cesare batté anche Gneo e Sesto nella battaglia di Munda. Gneo fu giustiziato, mentre Sesto fuggì in Sicilia.


Dopo l'assassinio di Cesare venne stipulato il Secondo triumvirato, sancito con la Lex Titia, da Ottaviano, Marco Antonio e Marco Emilio Lepido, e rinnovato nel 37 a.c. per altri cinque anni, per contrastare Sesto.

Agrippa riuscì ad occupare Lipari e a sconfiggere Sesto Pompeo prima a Milazzo e poi definitivamente nella battaglia navale di Nauloco, nella Sicilia nordorientale (3 settembre 36 a.C.). Così Tindari venne presa da Augusto nel 36 a.c., che vi dedusse la colonia romana di Colonia Augusta Tyndaritanorum, una delle cinque della Sicilia, e Cicerone la citò come nobilissima civitas.

Nel I secolo d.c. subì le conseguenze di una grande frana, mentre nel IV secolo fu soggetta a due distruttivi terremoti. Divenuta sede vescovile, venne conquistata dai Bizantini nel 535 e cadde nell'836, nelle mani degli Arabi dai quali venne distrutta.


IL TEATRO GRECO-ROMANO

Costruito in forme greche alla fine del IV secolo a.c. e in seguito rimaneggiato in epoca romana, con una nuova decorazione e l'adattamento a sede per i giochi dell'anfiteatro, rimase a lungo in abbandono e venne conosciuto solo per le illustrazioni del XIX secolo.

Il teatro, secondo l'uso greco, era appoggiato alla naturale conformazione a conca della collina, nella quale furono scavate le gradinate dei sedili (0,40 m di altezza e 0,70 m di profondità) della cavea, che doveva raggiungere una capienza di circa 3000 posti. 

In età romana vi si aggiunse un portico in opera laterizia e la ricostruzione della scena, di cui restano solo le fondazioni e un'arcata, restaurata nel 1939. L'orchestra venne trasformata in un'arena, circondando la cavea con un muro e sopprimendone i quattro gradini inferiori.

Il teatro greco, successivamente rimaneggiato in epoca romana, sorge su un promontorio da cui si gode una magnifica vista sul mar tirreno, sulle isole Eolie e sui laghetti di Marinello. Dopo anni di abbandono, oggi il teatro è sede in estate di spettacoli musicali e rappresentazioni teatrali.



LE MURA

Le antiche mura cittadine, rimaneggiate in epoca tardo imperiale e bizantina si sviluppano originariamente per circa 3 chilometri su due file parallele separate da uno spazio cui si innalzavano delle torri quadrate che portavano alla sommità dei muri. 

Un tratto di queste scale è ancora visibile mentre la porta principale, sul lato sud-occidentale, era fiancheggiata da due torri e protetta da un'antiporta a tenaglia di forma semicircolare, con l'area interna lastricata con ciottoli. Altri piccoli passaggi si aprivano a fianco delle torri della porta maggiore e venivano utilizzate per le sortite dei difensori.



LA I LEGGENDA

La spiaggia, secondo una delle varie leggende, si sarebbe formata miracolosamente in seguito alla caduta di una bimba dalla terrazza del santuario, ritrovata poi sana e salva sulla spiaggia appena creatasi per il ritiro del mare. La madre della bambina, una pellegrina giunta da lontano, in seguito al miracolo, si sarebbe ricreduta sulla vera natura miracolosa della scultura, della quale aveva dubitato a causa dell'incarnato scuro della Vergine.

E' evidente che la leggenda sia stata costruita proprio per la stranezza del colore scuro della statua, dopo che fallì l'altra leggenda per cui la madonna si sarebbe scurita per la luce delle candele. La realtà fu che la madonna doveva rimpiazzare l'immagine nera della Artemide efesina. ovvero Diana efesina, appunto di pelle nera.   

Non dimentichiamo che siamo nella zona della Magna Grecia, dove prosperarono i miti della Grande madre e della Artemide di Efeso, appunto nera, qualità della Grande madre primigenia, la Madre piovuta dal cielo, quando si adoravano i meteoriti (scuri per il ferro contenuto) come immagini delle Dea e della relativa luna nera, ovvero il volto nascosto della Natura. Un tempo lì c'era l'acropoli della città e sicuramente un tempio dedicato alla Dea oscura sostituita poi con la Madonna nera.



LA II LEGGENDA

Un'altra leggenda narra della morte, avvenuta proprio su questa spiaggia di Papa Eusebio, il 17 agosto del 310, pochi mesi dopo la sua elezione, avvenuta il 18 aprile, che sarebbe stato esiliato in Sicilia da Massenzio. 

Sembra sia Eusebio che Eraclio fossero a capo di fazioni tumultuose, in quanto Eraclio non voleva riammettere nella chiesa i lapsi (coloro che si erano convertiti per salvare la pelle) mentre Eusebio voleva riammetterli facendo però scontare loro la colpa.

Le divergenze dei fanatici sfociarono nella violenza, per cui l'imperatore Massenzio esiliò sia Eusebio che Eraclio e soffocò soffocò con la forza i tumulti per non turbare la pubblica quiete. Eusebio fu deportato in Sicilia il 17 agosto, dove morì poco dopo, nel 21 ottobre dello stesso anno. E' chiaro l'intento di santificare il luogo anche attraverso un santo cristiano.



LA III LEGGENDA

In una ulteriore leggenda una nave di ritorno dall’Oriente, portava nascosta nella stiva un’Immagine della Madonna perché fosse sottratta alla persecuzione iconoclasta. Mentre la nave solcava il Tirreno, si levò una tempesta e perciò fu costretta ad interrompere il viaggio ed a rifugiarsi nella baia del Tindari.

Quando si calmò la tempesta, i marinai levarono l’ancora, inalberarono le vele e cominciarono a remare, ma non riuscirono a spostare la nave, come fosse incagliata nel porto. Essi allora pensarono di alleggerire il carico, ma solo quando scaricarono la cassa della Vergine, la nave poté muoversi e riprendere la rotta sul mare.

Sono sconosciuti i luoghi di provenienza e di destinazione dell’Immagine sacra, ma partita la nave che aveva lasciato il carico, i marinai della baia di Tindari tirarono a secco la cassa galleggiante e vi trovarono dentro la preziosa Immagine della Vergine.

Sorse il problema ove collocare quell’Immagine. Si decise di trasportare il Simulacro della Vergine nel luogo più alto, il più bello, al Tindari, dove già da tempo esisteva una fiorente comunità cristiana.

Ma secondo un'altra leggenda un quadro che raffigura Maria Santissima che allatta al seno il bambinello Gesù, arrivò a Cala Buguto, nel mare antistante Monte Cofano per l’appunto, a seguito del naufragio di un veliero. E non basta, pure per la Madonna di Perdifumo in Calabria ci fu un miracoloso trasporto marino.



LA IV LEGGENDA

Sul costone sopra la spiaggia, secondo un'altra si apre inoltre una grotta, che secondo una leggenda era abitata da una maga, che si dedicava ad attrarre i naviganti con il suo canto per poi divorarli. 

Quando qualcuno degli adescati rinunciava per la difficoltà di raggiungere l'ingresso dell'antro, la maga sfogava la rabbia affondando le dita nella parete.

Ciò spiegherebbe i piccoli fori che si aprono numerosi nella roccia. E qui si tentarono di sostituire il culto delle belle ninfe che vivevano nelle grotte trasformando queste in maghe sanguinarie.

Sulla base della Madonna di Tindari è stata scolpita la frase tratta dal biblico Cantico dei Cantici “Nigra sum sed formosa” (sono bruna, ma bella). Peccato che la frase non è attribuita alla Madonna e nemmeno alla regina di Saba come qualcuno ha voluto interpretare. 

Il "Cantico dei Cantici" è la bellissima storia poetica e pure un po' spinta di due amanti, dove lei viene prima amata e poi lasciata dal suo amore che loda il suo seno e il suo "giardino segreto", lei decide di non appoggiarsi più a i suoi fratelli nè a nessun altro e conclude che d'ora in poi coltiverà da sola la sua vigna. Non ha nulla di mistico o religioso.


BIBLIO

- Diodoro Siculo - Libro XIV -
- Filippo Cluverio - Siciliae Antiquae libri duo - 1619 -
- Michele Fasolo - Tyndaris e il suo territorio: Introduzione alla carta archeologica del territorio di Tindari - vol. I - Mediageo -
- Claudio Rendina - I Papi. Storia e segreti - Roma - Newton & Compton - 1983 -



MORGANTINA (Sicilia)


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DIO ADE DI MORGANTINA
Morgantina è un'antica città sicula e greca, oggi sito archeologico nel territorio di Aidone, provincia di Enna in Sicilia. La città fu riportata alla luce nel 1955 dalla missione archeologica dell'Università di Princeton (Stati Uniti). Gli scavi hanno permesso di seguire lo sviluppo dell'insediamento dalla preistoria all'epoca romana.

L'area visitabile conserva resti dalla metà del V alla fine del I secolo a.c., il periodo di fioritura della città. Da qui provengono la Dea di Morgantina (erroneamente chiamata "Venere"), custodita presso il museo archeologico di Aidone cui è giunta nel 2011 dopo la disputa fra Italia e Stati Uniti dove era esposta presso il Getty Museum a Malibù, e il Tesoro di Morgantina, anch'esso restituito.

La città antica sorgeva su un pianoro che saliva sul monte Cittadella (578 m s.l.m.), ideale per l'urbanistica di una città greca che pone a valle l'agorà e a monte l'acropoli, importante in quanto passaggio obbligato delle vie di comunicazione tra la costa orientale e l'interno della Sicilia.

- X sec. a.c. - Secondo la leggenda un gruppo di Morgeti guidato dal mitico re Morgete, fondò nel X secolo a.c. la città di Morgantina, integrandosi con le altre popolazioni affini dell'interno e prosperando grazie allo sfruttamento agricolo della vasta pianura del Gornalunga.

- VI sec. a.c. - un nutrito gruppo di Greci di origine calcidica giunse a Morgantina e si insediò nella città convivendo pacificamente con gli abitanti, e pian piano trasformò la Dea Madre degli indigeni nelle sue divinità greche Demetra e Persefone, come testimoniato dai famosi acroliti, teste, mani e piedi marmorei con il corpo in materiale deperibile risalenti al 525-510 a.c. 

- fine VI sec. a.c. - La città venne distrutta verso la fine del secolo, dal tiranno di Gela (prov. Caltanissetta), Ippocrate, il secondo tiranno di Gela che governò dal 498  a.c. alla morte.

IL SITO
- 459 a.c. -  la città venne invece distrutta da Ducezio, re dei Siculi dal 460 a.c. al 450 a.c., durante la rivolta contro il dominio greco e da questo momento venne abbandonata.

- 450 a.c. - Ducezio viene sconfitto e il territorio di Morgantina passò prima nel dominio di Siracusa e venne poi ceduta a Camarina (o Kamarina, colonia di Siracusa) nel 424 a.c. in cambio di una somma di denaro. 

- 396 a.c. - la città fu conquistata da Dionisio I, tiranno di Siracusa, uomo crudele ma pure colto e mecenate, si narra che Publio Scipione l'Africano, quando gli furono chiesti i nomi degli uomini più abili e più intelligentemente coraggiosi, abbia risposto «I siciliani Agatocle e Dionisio» ma nel 392 a.c. La città, per reazione al tiranno, accolse l'esercito punico guidato da Magone, figlio di Amilcare Barca. Nella guerra combattuta in Sicilia fra Dione di Siracusa, l'allievo di Platone, e suo nipote Dionisio II il giovane, tiranno di Siracusa, Morgantina parteggiò per Dione per riprendersi la propria autonomia.

- 340 a.c. - Timoleonte aveva sconfitto l'esercito punico e si era sbarazzato dei vari tiranni delle Polis. Salito al potere si impadronì del territorio e la città venne ricostruita sul pianoro di Serra Orlando, furono edificate le nuove mura e se ne delineò l'assetto urbanistico a schema ortogonale, un nuovo Santuario venne eretto in onore di Demetra e Persefone e fu impiantato l'Ekklesiasterion con il Bouleterion. 

- 317 a.c. - La popolazione aumentò parecchio con l'arrivo di nuovi coloni dalla Grecia. Agatocle chiedendo ed ottenendo l'aiuto di 1.200 soldati di Morgantina conquistò, nel 317 a.c., Siracusa e fece realizzare l'agorà di Morgantina. 

- 275 a.c. - Il massimo splendore fu quindi raggiunto nel III secolo a.c. durante il lungo regno di Gerone II (275-215 a.c.) e la città arrivò a contare circa 10.000 abitanti.

ARGENTO DEL TESORETTO MORGANTINA
- 264 a.c. - Durante la I Guerra Punica (264 - 241 a.c.), Morgantina insieme a tutta la Sicilia orientale sotto Gerone II fu alleata dei Romani. Morto Re Gerone II, durante la II guerra punica Morgantina e le altre città siciliane passarono dalla parte dei cartaginesi. Narra Tito Livio che il giovanissimo Geronimo, nominato Re dal Consiglio dei 15 saggi istituito dal nonno Gerone II, sconfessò l'alleanza con Roma e ricevette alcuni emissari di Annibale, i due fratelli Ippocrate ed Epicide (di origini 
siracusane).

- 213 a.c. - muore Geronimo a Leontini e a Siracusa venne istituita la IV Repubblica dal Senato ma il potere assoluto era nelle mani di Ippocrate ed Epicide che cercarono di fronteggiare le legioni romane guidate dal Console Claudio Marcello.

Morgantina diventata la base operativa della lega siculo-punica si sbarazzò del presidio romano e nella zecca furono coniate monete della serie SIKELIOTAN. 
Sia l'esercito punico di Imilcone che quello siracusano di Ippocrate trovarono rifugio entro le mura fortificate di Morgantina.

- 211 a.c. - La città non si arrese neanche dopo la caduta di Siracusa nel 212 a.c. e fu assediata e poi distrutta nel 211 a.c., da Marco Cornelio Cethego che la consegnò all'ispanico Merico e ai suoi mercenari ispanici come premio per avere consentito al Console Claudio Marcello la conquista di Siracusa, difesa da Archimede. Viene coniata a Morgantina la serie di monete di bronzo HISPANORUM.

BUSTO DI DEMETRA V SEC: A.C.
Dopo la conquista romana le mura vennero abbattute e l'abitato si restrinse notevolmente, ma la città continuò a vivere come importante nodo commerciale per la produzione di terrecotte nelle fornaci e soprattutto per la produzione di cereali (grano, orzo), dell'olio e del vino ricavato dalla famosa Vite Murgentina.

Venne costruito al centro dell'Agorà il Macellum e molti edifici pubblici tra cui il Bouleterion e il Pritaneo, che furono utilizzati dai conquistatori romani come tabernae e termopolium. In breve la Polis venne progressivamente trasformata in un oppidum romano utilizzato dalle varie legioni di passaggio per la Sicilia.

- 135 a.c. - Diodoro Siculo ricorda che a Morgantina, ribellata a Roma come del resto anche Henna (Enna), venne tenuto prigioniero lo schiavo per debiti Euno, capo della rivolta servile del 135 a.c., repressa dalle legioni romane.

- 105 - 101 a.c. - Anche nella II guerra servile, Morgantina venne assediata dal capo dei ribelli Salvio e forse venne temporaneamente conquistata.

- 30 a.c. - Secondo alcuni autori Morgantina avrebbe parteggiato per Sesto Pompeo contro Ottaviano, ma Strabone, poco dopo, la ricorda tra le città scomparse e i dati archeologici confermano che, intorno al 30 a.c., essa venne gradualmente abbandonata.

IL TEATRO

GLI SCAVI

Morgantina venne scoperta verso la fine del XIX secolo dall'archeologo Paolo Orsi, studioso di gela e Kamarina, che però la identificò come Herbita, ma alcune alcune monete in bronzo rinvenute e i dati delle fonti permisero il riconoscimento con l'antica Morgantina. La zona archeologica occupa un'area di oltre venti ettari.

Di Morgantina sopravvivono intorno alla piazza dell'Agorà:

- "stoà nord", cioè il ginnasio, dove i giovani praticano esercizi atletici nudi
- "stoà orientale"
- "stoà occidentale",
- il pritaneo, l'edificio pubblico dove in origine era ospitato il primo magistrato, o pritano; ma pure gli ospiti di riguardo, e dove si custodiva il fuoco sacro della città.
- l'ekklesiasterion,
- il duplice "santuario dell'Agorà",
- il granaio pubblico,
- la "Grande Fornace",
- il teatro o koilon
- il Macello romano 

- case di abitazione, riccamente ornate da mosaici: 
- Mosaico "del Capitello dorico", 
- Mosaico di Ganimede, 
- Mosaico della Cisterna ad arco, 
- Mosaico delle Antefisse, 
- Mosaico dei Capitelli tuscanici, 
- Mosaico "del Magistrato", 
- Mosaico della "Casa Fontana"
- Mosaico della "Casa sud-est".


L'AGORA'

L'agora era suddivisa in una piazza alta a nord, delimitata da portici (stoài) su tre lati, e una piazza bassa a sud.



GYMNASIUM

L'agorà a nord un portico di 90 m identificato come gymnasium (ginnasio), destinato alle attività sportive dei giovani. Sul portico si affacciavano vari ambienti di servizio (spogliatoi e bacini per le abluzioni). Fu realizzato nel III secolo a.c., sotto il regno di Gerone II (Siracusa 308 a.c. - Siracusa, 215 a.c.).

LA FONTANA DELLE NINFE

IL NINFEO

Negli scavi del 1982-84 sono emersi i resti di una fontana monumentale (ninfeo) a doppia vasca, preceduta da un'ampia scalinata ed ornata con colonne a fregi dorici, datata alla seconda metà del III secolo a.c., e dedicata alle Ninfe. Venne distrutta violentemente, forse da un terremoto, alla fine del I secolo a.c.

Sul lato occidentale della piazza c'erano le botteghe, precedute da un altro lungo portico, di cui non è rimasto quasi nulla. Sul lato orientale restano le basi del colonnato del terzo portico (lungo 87 m). L'edificio era deputato alla giustizia, alla scuola e agli affari. 



BOULETERION

Alla sua estremità settentrionale, verso il ginnasio, ci sono i resti di un bouleuterion, il luogo di riunione del consiglio cittadino, a pianta bipartita, con all'interno un muro a semicerchio e un podio rettangolare, attorno al quale dovevano essere disposti i seggi dei membri del consiglio.

MACELLUM

MACELLUM

Nella piazza a sud, c'è un edificio di epoca romana (prima metà del II secolo a.c., con tredici botteghe uguali, disposte sui lati nord e sud di un cortile porticato, dotato al centro di un edificio rettangolare che contiene un'edicola circolare. 

Si tratta di un macellum o edificio per mercato, uno dei più antichi conosciuti. Il macellum non era il mercato delle carni, ma un mercato in generale, che poteva offrire anche carni quanto verdure ed altri generi alimentari.

Sul lato ovest, ove è l'ingresso, è inglobata un'area sacra greca preesistente, con ampio altare rettangolare. I greci difficilmente demolivano i vecchi templi, perchè le divinità in essi ospitate potevano non gradire la cosa, per cui li inserivano in qualsiasi edificio occorresse.

EKKLESIASTERION

EKKLESIASTERION

Dall'agorà bassa, fiancheggiata sul lato ovest dal teatro, che si appoggia alle pendici della collina occidentale, si passa, mediante una gradinata trapezoidale utilizzata per le riunioni dell'assemblea cittadina (ekklesiasterion), all'agorà alta.

TIMOLEONTE
La gradinata del teatro, verso la metà del IV secolo a.c. aveva una forma trapezoidale, rifatta poi con cavea a ferro di cavallo, tra la fine del IV e gli inizi del III secolo a.c., insieme alla scalinata utilizzata come ekklesiasterion, che ne riprende però, e che mantenne, la forma originaria. Dal nome ekklesiasterion il cattolicesimo ha derivato il termine "Chiesa".

E' un complesso simile ad un teatro greco con una funzione analoga al comitium romano. Si suppone che sia stato realizzato alla fine del IV secolo a.c. da Timoleonte.

È un complesso di tre gradinate, tra le cui funzioni vi era anche quella di collegare l'agorà bassa a quella alta; ma soprattutto fungeva da sede all'assemblea cittadina.

Il podio dalla quale parlavano gli oratori era locato di fronte al Pritaneo (equivalente all'ufficio del sindaco). Questa disposizione indica che Morgantina era una Polis democratica.

Nell'anno 317 a.c. Agatocle, esule da Siracusa di cui era stato il tiranno, usò questo luogo per radunare un esercito di 1.500 soldati morgantini per riconquistare il potere in patria.

IL TEATRO RESTAURATO

IL TEATRO

Il teatro era stato edificato dal ricco cittadino Archela figlio di Eukleida e da questi consacrato a Dionisio, come si legge su un'iscrizione scolpita sull'alzata di uno dei gradini che formavano la cavea, che era dotata di un grande effetto acustico. Poteva contenere fino a 5000 persone.

L'attuale cavea del teatro fu costruita nel III sec. a.c. dove già sorgeva un altro edificio teatrale, di dimensioni più ridotte. 
Si accedeva all'orchestra, lo spazio del coro chiuso dall'edificio scenico, mediante due corridoi laterali (pàrodoi). 

Il proscenio era ornato da scenografie mobili sorrette da travi lignee, i cui alloggiamenti sono visibili su un grosso masso squadrato triangolare. 

La cavea, costruita in pietra calcarea, raggiunge il diametro di 57,70 metri. Era suddivisa in due settori: uno inferiore, costituito da sedici ordini di sedili, e uno superiore, in terra battuta. Poggia su uno spiazzo in leggera pendenza del dorsale roccioso, che venne rinforzato con materiale di riporto (sabbia e da terra). Questo materiale era contenuto dalle spesse mura di contenimento in blocchi ben squadrati, il cui peso era sostenuto da contrafforti.

Nei pressi  i resti di una conduttura d'acqua in elementi di terracotta ad incastro, provvisti di spioncino ellittico.

SANTUARIO DI DEMETRA E CORE

SANTUARIO DI DEMETRA E KORE

"Nelle vicinanze ha anche prati e boschi e intorno a queste
paludi, una ben ragguardevole spelonca  ha un'apertura
sotterranea e che è volta verso l'Orsa, dalla quale favoleggiano 
che Plutone essendo uscito col carro abbia rapito Core.
(Diodoro Siculo)

Accanto al teatro e in posizione elevata sorgeva il santuario di Demetra e Kore, le divinità protettrici della città. Il santuario si sviluppava lungo un pendio che presenta tre terrazzamenti, in ognuno dei quali sono ancora visibili diversi sacelli, adibiti al culto. Vi si accedeva dal lato occidentale, ed era costituito da due settori ben distinti, che sorgevano intorno a due cortili.

La parte settentrionale era dotata di una vasca per le purificazioni e una stanzetta per le offerte, con diversi ambienti, attorno all'ampio cortile in acciottolato, destinati alla sosta dei fedeli e alla fabbrica di d'oggetti votivi in terracotta, prodotta mediante una fornace che ancora si conserva nell'angolo nord-est. 

La parte meridionale era preposta al culto, ed era dotata di un grande altare cilindrico, che conserva ancora tracce dell'intonaco originario. Accanto all'altare, vi è un bothros o fossa sacra, circondata da un basso muretto circolare, per le libagioni e le offerte alle divinità dell'oltretomba e per le lucerne votive ritrovate in gran copia. 

Il cortile dell'altare era fiancheggiato ad est da un'esedra con sedili, ad ovest da un'esedra più piccola, dove probabilmente si svolgevano particolari scene di culto, e poi un piccolo sacello, forse destinato ad un'altra divinità. A sud del santuario si nota un secondo recinto sacro (temenos) ancora a pianta trapezoidale.

Risulta che il sacello B poggi le sue fondazioni sopra di quelle di un naiskos più antico, di dimensioni più ridotte. Il naiscos è un piccolo tempio in ordine architettonico con colonne o pilastri e timpano. Si pensa pertanto che i primi sacelli votivi fossero sorti già nella seconda metà del VI sec. a.c.(prima fase edilizia) Sul pavimento di questo naiskos più antico sono stati rinvenuti: una statuetta fittile, un ago in bronzo, frammenti di statuette di offerenti con porcellino.

GRANAIO E FORNACE

GRANAIO PUBBLICO

LA FORNACE PIU' GRANDE
Collocato sul lato orientale della piazza inferiore, ai piedi della collina, il Granaio Principale è dotato di possenti mura e imponenti contrafforti. Esso era costituito da una serie di magazzini, dove si raccoglieva la produzione agricola e probabilmente le tasse dovute prima a Siracusa e poi a Roma. 
All'estremità settentrionale del granaio, è visibile una ben conservata fornace. 

Una seconda fornace più grande, a forma d'ampio cunicolo, spartito da arcate, è visibile all'angolo sud-est dell'agorà. Essa era destinata alla produzione di terrecotte per l'edilizia (mattoni e tubi per acquedotti).



PRYTANEION

Sul pendici della collina orientale, si ergeva un vasto edificio, con diverse stanze ed un ampio cortile pavimentato in cotto e affacciato sulla piazza sottostante.

E' il prytaneion (pritaneo), luogo destinato al magistrato supremo della città e che ospitava il fuoco sacro. Sono visibili tre grossi conci incavati per alloggiarvi grandi anfore per la conservazione dell'acqua e del vino, e il basamento di un forno domestico, con i mattoni ancora anneriti dal fumo.



LA ZONA RESIDENZIALE

All'ingresso del sito archeologico sono stati collocati alcuni mulini ad uso familiare, costituiti da due elementi ad incastro in pietra lavica, moltissimi esemplari dei quali sono stati rinvenuti fra gli arredi delle case d'abitazione.



CASA DEL CAPITELLO DORICO

Oltre il pritaneo si trovano in cima alla collina i resti della Casa del Capitello dorico, o Casa del Saluto, per un'iscrizione di benvenuto in greco rinvenuta sul pavimento:  Eyexei, anch'essa affacciata dall'alto sull'agorà.

Gli ambienti si articolano simmetricamente ai lati di un peristilio centrale che, oltre a dar luce agli ambienti interni, permetteva la raccolta dell'acqua piovana, convogliandola in due cisterne. 

Le colonne del peristilio sono realizzate con mattoni appositamente sagomati in forma anulare, una tecnica largamente usata ovunque, dai sanniti agli etruschi, quando il luogo non forniva una pietra di pregio e importarla era troppo costoso.

Per i pavimenti venne utilizzato il cocciopesto, anch'esso materiale poco costoso rispetto al mosaico, ottenuto mescolando cocci di terrecotte al cementizio, abbellito però da disegni geometrici realizzati in tessere di pietra bianca.

CASA DI GANIMEDE

CASA DI GANIMEDE

All'angolo sud della collina orientale affiorano i resti della Casa di Ganimede con grande peristilio rettangolare a colonne scanalate e capitelli di stile dorico. Sono conservate due piccole stanze, ricostruite dagli archeologi con intonaco dipinto in rosso sulle pareti, tuttora ben conservate, e pavimenti a mosaico, tra i più antichi dell'arte ellenistica in Magna Grecia (III secolo a.c.). 

Il primo riproduce il ratto di Ganimede ed il secondo un meandro prospettico, preceduto da un riquadro con un nastro annodato e foglie d'edera, simboli della vittoria in una competizione sportiva o letteraria. La dimora, appartenente all'epoca geroniana, venne riutilizzata dopo la presa della città da parte dei Romani e divisa in due parti con un muro che attraversava il peristilio.


QUARTIERE RESIDENZIALE DA SCAVARE

Sulle pendici dell'opposta collina occidentale, raggiungibile costeggiando i resti delle fortificazioni a sud dell'abitato, si trova un secondo quartiere residenziale, non ancora interamente scavato, che mostra chiare evidenze dell'impianto urbanistico regolare ed ortogonale di Morgantina, articolato su una serie d'isolati d'uguali dimensioni (110 × 37,50 m). Lungo le strade che separano gli isolati correvano stretti canali di drenaggio, per lo smaltimento delle acque piovane.



CASA DEL MAGISTRATO

Procedendo da sud verso nord, s'incontra una grande dimora di ben ventiquattro stanze, molto verosimilmente appartenuta ad uno dei governanti della città (da qui il nome di Casa del Magistrato). Vi s'accede da un ampio ingresso sul lungo muro orientale ed è divisa nettamente in due settori: quello privato a nord e quello di rappresentanza a sud. 

Quest'ultimo si articola sui due lati di un cortile porticato, su cui si affacciano un atrio preceduto da due colonne, con pavimento riccamente decorato, ed una grande sala quadrata con lo spazio sufficiente per nove tricilini, destinata a ricevimenti e banchetti. 

Uno stretto corridoio a destra dell'atrio immette nella parte privata, ove un secondo peristilio disimpegna le numerose camere che lo circondano. In epoca romana, la casa fu frazionata ed occupata da un vasaio, le cui fornaci, ancora integre, sono visibili all'angolo nord-ovest.



CASA DEI CAPITELLI TUSCANICI

Oltre questa casa una grande arteria centrale in acciottolato, larga 6,40 m, con direzione ovest-est, divide il quartiere in due settori. Lungo il suo percorso si incontra per prima la 'Casa dei Capitelli tuscanici, disposta su più livelli e rimaneggiata nel corso del I secolo a.c., con l'inserimento d'elementi architettonici di tradizione italica. Un cortile delimitato da quattro colonne ne costituiva ad est l'atrio monumentale, mentre un lungo e stretto peristilio la chiudeva ad ovest.



CASA SUD-OVEST

Affiancata alla Casa dei capitelli tuscanici c'è la Casa sud-ovest, articolata attorno ad un peristilio a dodici colonne, sul quale si apre un soggiorno esposto a sud, costituito da un vano centrale di 35 m² e due vani simmetrici laterali, il tutto pavimentato con un raffinato cocciopesto, arricchito da meandri di tessere bianche e da stelle a più colori.


CASA DELLE BOTTEGHE

L'isolato successivo comprende quattro case, la prima delle quali, detta Casa delle Botteghe, fu trasformata in epoca romana con l'inserimento di più tabernae (negozi), composti da un vano per la vendita ed un retrostante deposito.



CASA DEL PALMENTO

Segue la Casa del Palmento, che conserva i resti di un locale per la produzione di olio.


CASA PAPPALARDO
Segue poi la Casa Pappalardo, con peristilio a dodici colonne e splendidi pavimenti a mosaico. Risale alla metà del III secolo a.c. e misurava ben 500 m². Lungo il muro perimetrale est della casa, è visibile l'estremità del canale fognario che serviva tutto l'isolato. 


CASA DELLE 44 MONETE D'ORO

L'ultima delle abitazioni portate alla luce in questo settore è la Casa delle quarantaquattro monete d'oro, dove venne rinvenuto un ripostiglio monetale con monete dell'epoca accumulate da un vero collezionista. Trattasi di monete di Filippo II di Macedonia (359-336 a.c.), di Alessandro Magno (336-323 a.c.) di Agatocle (304-289 a.c.) di Icetas (287-280 a.c.) e di Pirro (280-278 a.c.).

CASA DELLA CISTERNA AD ARCO

CASA DELLA CISTERNA AD ARCO  

Sulla parte più settentrionale della collina si trova un altro isolato, metà del quale è occupato dalla Casa della cisterna ad arco, con ingresso sul lato occidentale e con ambienti dai pavimenti a mosaico articolati attorno a due peristili.

La grande sala di soggiorno (tablinium) affacciata sul peristilio meridionale è stata ricostruita per proteggerne l'intonaco dipinto delle pareti ed il mosaico pavimentale.

Sulla parete occidentale è conservata l'imboccatura di una cisterna, con volta in conci squadrati e vasca in terracotta. Dai resti di una scala si è desunta l'esistenza di un secondo piano, presente in più di una casa di Morgantina. 



CASA DELLE ANTEFISSE

Altre due abitazioni, molto meno lussuose (Casa delle antefisse e Casa sud-est), completano l'isolato, ma i resti allo stato attuale sono poco leggibili.



LA CITTA' PIU' ARCAICA

La collina, ad est del pianoro su cui sorge la città, a circa un km, è il sito dell'antica città, distrutta da Ducezio, i cui edifici, non ancora del tutto identificati, occupano i terrazzamenti a nord e ad ovest. Sulla sommità sono i resti di un tempio dalla pianta assai allungata, databile alla seconda metà del VI secolo a.c.,

La ripida pendice orientale è occupata da una serie di tombe a camera scavate nella roccia e, in più tratti, sono anche visibili tracce delle mura di fortificazione, costituite da due cortine in pietra, riempite all'interno di terriccio.

DEA MORGANTINA

IL MUSEO

Il museo archeologico di Aidone si trova nell’ex Convento dei Padri Cappuccini, risalente ai primi del '600 e conserva soprattutto uno dei grandi capolavori dell’archeologia mondiale: la statua in pietra calcarea della Dea (precisiamo: non è in marmo e non si ritiene più che sia una Venere) di Morgantina del V sec a.c., solenne e sinuosa, alta 2,24 metri e di autore ignoto, ma addirittura c'è chi la sospetta di Fidia.

Le mancano i capelli, i veli del capo, il piede sinistro e il braccio, le dita della mano destra, il braccio sinistro e il piede sinistro, vandalizzata a colpi di mazza dall'iconoclastia cristiana, ma anche fatta in tre pezzi per trafugarla da Morgantina nella seconda metà del Novecento, per essere poi venduta al Paul Getty Museum di New Jork che l’acquistò ad un’asta a Londra per 28 miliardi di lire. 

Dopo decenni di processi i restauratori esperti del Paul Getty Museum effettuarono il suo montaggio ancorandola ad una solida base antisismica, e il 17 Marzo 2011 ha fatto il suo ritorno trionfale a casa: cioè a Morgantina.

La statua presenta un aspetto solenne ma non statico. Solenne per l'atteggiamento regale, il viso sereno che guarda "oltre" gli affanni umani, ma non ha un aspetto statico perchè la sua posa e la sua veste sono in movimento.

DEMETRA E CORE
E' la posa cosiddetta a chiasma, cioè col braccio destro e il ginocchio sinistro avanzati, donando una posa rilassata e morbida ma imponente. Il cosiddetto “effetto bagnato” del vestito, che mette in risalto i lineamenti del corpo, ed il ricco panneggio che forma ampie pieghe contribuiscono all'effetto movimentato seppure in posa.

Comunque bellissima ma fragile: con decreto della Regione Siciliana n.155 /2013 la Dea di Morgantina è stata inserita nell’elenco delle opere giudicate inamovibili. Chi la vuol vedere va a Morgantina.

Altro stupendo reperto del museo sono gli acroliti, un tipo di statua che presso gli antichi Greci veniva realizzata solo nella testa, nelle braccia o mani e nei piedi, utilizzando pietra, marmo o avorio.

Tutto il resto della statua veniva realizzato con materiale meno pregiato o deperibile (forse legno) o non esisteva affatto, trattandosi unicamente di una struttura di sostegno o di una impalcatura che manteneva le estremità scolpite. 

DEMETRA E CORE
Questa struttura veniva poi rivestita con veri panneggi in tessuto. la particolarità di questi acroliti è la loro espressione: il sorriso onnisciente e un po' beffardo di colei che sa, e che non è toccata dagli affanni dei comuni mortali: occhi a mandorla privi di pupille, labbra carnose e taglienti. 

Sono le divinità arcaiche di Demetra e Kore, madre e figlia, su cui vennero basati i Sacri Misteri della discesa nell'Ade e nel ritorno sulla terra. I due acroliti erano stati trafugati negli anni Settanta del '900 dal sito archeologico di Morgantina da tombaroli esperti per venderle a mercanti d’arte che le piazzarono sul mercato americano. 

Stranamente in questi furti manca sempre la responsabilità dei direttori dei musei, musei talmente ignorati che i ladri possono impiegare giornate indisturbati per segare statue, o imbracarle in modo complicatissimo (ci vogliono ditte altamente specializzate per trasportarle) e portarle via con la gru, vedi la statua di Vibia che era alta 4 metri e mezzo e se ne andò indisturbata dal museo italiano.

ARGENTI DI MORGANTINA
Altro interessante reperto è quello costituito dal tesoro degli argenti: i cosiddetti "argenti di Eupolemo". Si tratta di 15 pezzi d’argento di inestimabile valore, risalenti al III sec. a.c., scoperto casualmente nel 1998 nei pressi di un edificio, probabilmente nascosto per via del saccheggio della città per mano romana. 

Alcuni studiosi affermano sia appartenuto allo ierofante, il sommo sacerdote di Demetra e Persefone. Gli argenti vennero sottratti al museo di Morgantina dai tombaroli e venduti al Metropolitan Musem di NewYork, che acquista spesso chiudendo un occhio, e talvolta tutti e due, in tutta tranquillità.



LA MONETAZIONE

La monetazione di Morgantina va dal V al II secolo a.c., pregevolissima sia per la varietà  dei coni, sia per l'alto livello artistico dell'incisione.

- 465-460 a.c.  - Una piccola litra d'argento (ca. 0,70 g) con una spiga di grano e la scritta MORCAИTINA venne coniata negli anni 465-460 a.c. poco prima della conquista di Ducezio e pare secondo alcuni studiosi che l'effigie raffigurata sia quella del mitico re Morges, il fondatore calcidico della città.

LITRA MORGANTINA
La moneta di bronzo coniata dalla zecca che divenne il simbolo della polis siculo-ellenizzata è quella con Athena elmata con la scritta greca MORGANTINON e il leone che sbrana il cervo, una simbologia che richiama non solo le divinità Demetra e Persefone ma anche il programma politico del condottiero Dione (l'allievo di Platone) che sbarcò in Sicilia con il suo esercito nel 357 a.c. e chiese l'aiuto dei morgantini per combattere il nipote Dionisio il giovane.

Si possono identificare tre fasi, una di tipo greco, del V e  IV secolo a.c. (MOΡΓANTINΩN), una seconda fase durante la II Guerra Punica con monete siceliote-puniche (SIKELIOTAN) ed una dei mercenari Iberici (HISPANORVM).
Al tempo dell'alleanza siculo-punica, vennero coniate monete con l'iscrizione "dei Sicelioti" (SIKELIOTAN).

Narra Tucidite che durante il Congresso di Gela, nel 424 a.c. per sancire la pace tra le città siceliote dopo la guerra di Leontini, Ermocrate disse:
«Non è un disonore che dei compatrioti facciano delle concessioni ad altri compatrioti: Dori ad altri Dori e Calcidesi ad altri della stessa stirpe; e che in generale si facciano concessioni popoli vicini che abitano la stessa identica terra circondata dal mare, e che con un sol nome sono chiamati Sicelioti»

Sino al 213 a.c.,  in Sicilia si utilizzarono come unità di misura la litra, frazionabile in dodici once e corrispondente ad un quarto di dracma.
Morgantina è l'unica città interna dell'isola, che abbia emesso un tetradramma durante il periodo di Agatocle (317-289 a.c.), moneta che, per il suo alto valore, testimonia una notevole potenza economica.


BIBLIO

- M. T. Piraino - Morgantina et Murgentia nella topografia dell'antica Sicilia orientale - in Kokalos - 1959 -
- S. Raffiotta - Guida alla città di Aidone e agli scavi di Morgantina - Palermo - 1983 -
- F. Coarelli - Sicilia - Guide archeologiche Laterza - Bari - 1984 -
- Umberto Digrazia - Morgantina - 4 passi sulle tracce del passato siciliano - Palermo - 1990 -





LILYBAEUM - MARSALA (Sicilia)


1 comment

Lilibeo fu un'antica città, posta all'estremo ovest della Sicilia, precisamente sotto l'attuale Marsala, situata sul Capo Boeo, che segna il confine marittimo fra il mar Tirreno e il mar Mediterraneo, essendo l'estrema punta occidentale dell'isola.

Oggi fa parte dell'area archeologica di Capo Boeo, che si estende per ben 28 ettari, e fa parte delle coste e delle isole dello Stagnone, una laguna diventata riserva naturale perché habitat ideale di riproduzione e di ristoro per tantissime specie animali.

Tra queste i fenicotteri rosa che sempre più spesso – e in gruppi sempre più numerosi – scelgono lo stagnone ed in particolare l'Isola Grande (comunemente conosciuta come Isola Lunga) come luogo di riposo. 

Lo stagnone è uno dei pochissimi habitat naturali al mondo per la Posidonia, una rara qualità di pianta marina, simile all'erbetta da giardino.

Nei momenti di bassa marea, lo stagnone si trasforma in una immensa prateria, quasi come un campo di calcio in mezzo al mare.

Diodoro (90 - 27 a.c.) riporta che Lilibeo fu fondata dai punici esuli, fuggiti da Mothia, distrutta da Dionisio di Siracusa nel 397 a.c.

« (Mothia) Era situata su un'isola che dista sei stadi dalla Sicilia ed era abbellita artisticamente in sommo grado con numerose belle case, grazie alla prosperità degli abitanti. »
(Diodoro Siculo)
SCAVI DEL 2008
Lilibeo, grazie alla sua posizione di guardia tra Mediterraneo e Tirreno, fu inizialmente un avamposto cartaginese. Assunse poi grande importanza sotto il dominio romano quando vi ebbe sede uno dei due questori che Roma inviava in Sicilia (l'altro aveva sede a Siracusa).

A Lilibeo, tra gli altri, fu questore Cicerone (106 - 43 a.c.), evidentemente molto apprezzato visto che poi i siciliani gli affidarono la causa contro Verre. La città divenne così il centro più grande e più importante della Sicilia occidentale.


DECUMANO

LA STORIA

Nell'anno 397 a.c., la città di Mozia, ubicata sull'isola di San Pantaleo, nella laguna detta dello Stagnone, venne distrutta da Dionisio I, tiranno di Siracusa. I superstiti si rifugiarono sulla costa siciliana e qui fondarono la città che chiamarono Lilibeo. La città venne cinta di mura e da due profondi fossati a nord e a sud di esse, di cui oggi, a Marsala, sono visibili alcuni tratti.
Le fortificazioni dovevano essere molto poderose, tanto da consentire alla città di resistere all'assedio dionisiano del 368 a.c., "mentre le triremi erano dentro il porto di Drepana, i Cartaginesi le attaccarono, le imbarcazioni siracusane furono distrutte e l'assedio fu rotto". 

PAVIMENTO IN MARMO BIANCO E COLONNA A SAN  BOEO
Dovettero.poi resistere all'assedio di Pirro avvenuto nel 277 a.c.che durò ben due mesi. Si narra che il sovrano, abbandonando Lilibeo e la Sicilia, rivolgendosi ad alcuni compagni esclamasse: 
"Che meraviglioso campo di battaglia stiamo lasciando, amici miei, a Cartaginesi e Romani!"
Infatti anche i Romani, durante la I guerra punica, (264 - 261 a.c.) attaccarono Lilibeo ma non riuscirono ad espugnarla. Fu solo nel 241 a.c., con gli accordi di pace, che Cartagine cedette a Roma tutti i propri possedimenti in Sicilia.

Diventata romana, Lilibeo diventò presto un vivissimo centro commerciale, grazie al suo porto e agli intensi traffici marittimi nel Mediterraneo. Si arricchì di splendide ville ed edifici pubblici, tanto che Cicerone, già questore di Lilibeo, la definì splendidissima civitas nell'anno 75 a.c.

La città prosperò fin tanto che durò l'impero romano, alcuni romani vi si trasferirono per il clima caldo e il mare azzurro, edificando splendide ville sulle coste o all'interno. Ma pure i locali si romanizzarono, imparando ad apprezzare le comodità e i lussi dei romani, a cominciare dalle terme, e poi le biblioteche, i portici, i parchi, le fontane, le basiliche, i templi e così via.

Alla caduta dell'Impero Romano, Lilibeo venne devastata dai Vandali all'inizio del V sec., passando sotto il potere del re dei Vandali Trasamondo (450 – 523) che la governò fino alla morte nonostante i successivi accordi con Odoacre che occupò il resto della Sicilia.

IL NOME

Il nome potrebbe derivare dal greco Lilýbaion ("che guarda la Libia", nome che indicava tutta la costa settentrionale dell'Africa) oppure avere origine da una fonte così chiamata, oggi incorporata dalla chiesa di San Giovanni al Boeo. 

LA GROTTA DELLA SIBILLA

LA GROTTA DELLA SIBILLA

Sotto la chiesa si trova la cosiddetta "Grotta della Sibilla", che la tradizione collega quale sepolcro o dimora alla Sibilla Cumana o alla Sibilla Sicula o Sibilla Lillybetana. La Grotta, che si trova a - 4,80 m, è costituita sostanzialmente da un vano centrale, di forma circolare, è scavato nella roccia fino ad una certa altezza, ed è coperto da una cupola bassa, costruita in muratura, con lucernario collegato con il pavimento della chiesa.

Il vano centrale è occupato da una vasca quadrata, non molto profonda. ed è connesso con due ambienti, uno orientato a Nord, l'altro ad Ovest. L'ambiente settentrionale, interamente scavato nella roccia, è semicircolare ed absidato. A livello del pavimento, sgorga una sorgente che alimenta la vasca dell'ambiente centrale. 

La tradizione tramanda che la grotta fosse una delle dimore dove la Sibilla Cumana avesse esercitato la sua attività oracolare, e/o che fosse anche stato il suo sepolcro. 

Gli studiosi sostengono che non vi sia alcuna conferma in merito all'antro della Sibilla, mentre ritengono che in tempi antichi probabilmente non del tutto ipogeico, vi fosse un ambiente termale di pertinenza di una ricca dimora romana.

Però invece le prove ci sono e le fonti ne parlano:

1) Diodoro Siculo, per primo, ce ne dà notizia nella sua “Biblioteca storica”. Narrando lo sbarco di Annibale, che si accingeva a porre sotto assedio Selinunte, sul promontorio del Boeo nel 409 a.c., lo storico così scrive: “… Annibale cartaginese portava le sue truppe sul promontorio di fronte la Libia e poneva l’accampamento accanto a quel pozzo chiamato Lilibeo…”.

2) G. Pitrè nel suo “Feste patronali in Sicilia” ricorda come la popolazione marsalese attribuiva al pozzo d’acqua una serie di poteri salvifici e come ancora nel 1900 nei giorni della festa di San Giovanni in molti vi si facevano salassare e “li salassi erano in tanto numero che talvolta se ne contarono sopra 400”.

LA GROTTA DELLA SIBILLA
3) Altra fonte storica, nella quale si accenna chiaramente a un culto oracolare legato al Pozzo, la troviamo in Solino che, tra il III e IV secolo, nella sua opera “Collectanae rerum memorabilium” testimonia che “Lilybetano Lilybeum oppidum decus est Sibillae sepulcro” ovvero che sul promontorio lilibetano, la città di Lilibeo si onora del sepolcro della Sibilla.

4) Inoltre E. Ciaceri, nella sua opera “Coins of ancient Sicily”, scrive di una moneta proveniente da Lilybeo, ove al dritto è raffigurata una testa velata, normalmente interpretata come una divinità femminile, ed al rovescio un tripode avvolto da un serpente; secondo lo studioso essa raffigurerebbe proprio la nostra Sibilla messa in relazione con Apollo Pitico, del quale essa stessa era sacerdotessa.

Tale tradizione sembrerebbe trovare qualche conferma nel recentissimo ritrovamento (gennaio 2005), 
durante gli scavi nell’area contigua alla chiesa di San Giovanni Battista, di una statua mutila a grandezza naturale, identificata come Venere Callipige databile, forse, al II secolo d.c.

Non c'è meraviglia che un luogo così sacro non fosse poi stato benedetto dall'erezione di un santuario o di un'edicola, e sul fatto che Venere fosse legata alle acque non c'è alcun dubbio. così come se la chiesa ha edificato proprio là sopra significa che doveva, come spesso accadeva, far dimenticare un luogo pagano piuttosto venerato. 

La chiesa vi ha collocato il San Giovanni Battista collocato sull'altare arcaico e collegato al battesimo, per cui doveva far dimenticare ai fedeli l'acqua miracolosa, il santuario venereo e la Sibilla Cumana.


Descrizione:

Alla Grotta si accede da due aperture praticate nel pavimento della navata della chiesa, l’accesso più antico ha due rampe di scale collegate ad un corridoio; il secondo accesso è costituito da un corridoio collegato a tre rampe di scale realizzate nel XVII secolo.

Al centro dello spazio circolare è una vasca quadrata nella quale una canaletta convoglia l’acqua che sgorga da una fonte, situata nel pavimento di un ambiente contiguo; connessi con quest’ultimo sono due vani, in uno interamente scavato nella roccia ed absidato, è alloggiato, davanti alla sorgente, un altare in pietra con una scultura marmorea ad alto rilievo, che raffigura San Giovanni Battista, opera del XV sec.; l’altro, pur esso scavato nella roccia, è di forma irregolare, presenta infatti tre pareti rette ed una absidata.

Non meraviglia pertanto la croce latina scolpita a basso rilievo sul soffitto del più antico ingresso alla Grotta, databile tra V e VI sec.. La tradizione non poteva essere cancellata ma solo sostituita. Certamente la tradizione della Sibilla che oracolava vivendo reclusa volontariamente in una grotta e che riceveva la venerazione del popolo fa una certa impressione oggi, dove una donna che viva solitaria e per giunta famosa non passerebbe indenne a stupri, offese o omicidio. Se non avesse dato oracoli verificati la gente sicuramente non l'avrebbe onorata tanto e per tanti secoli.

LA VENERE CALLIPIGIA DI MARSALA

LA VENERE CALLIPIGIA

Il 14 gennaio 2005 durante i lavori di scavo archeologico nell'area di pertinenza della Chiesa di San Giovanni Battista al Boeo in Marsala è stata rinvenuta una statua marmorea raffigurante Venere Callipigia (o Venere dal bel sedere), databile alla seconda metà del II sec. 
La statua è acefala e manchevole della metà del braccio destro, che copriva o indicava il seno, di più della metà del braccio sinistro, che reggeva l'himation (indumento greco che si portava sopra una spalla, ma, a differenza della clamide, non richiedeva di essere fissato tramite una fibula), di metà circa della gamba destra e di parte della gamba sinistra.
L'opera, scolpita in un unico blocco di marmo pario, molto probabilmente di provenienza greca, è di bellissima fattura: la rotondità dei seni e del fondoschiena scoperto dall'himation, voluttuoso e morbido, evocano il significato mitologico di Afrodite, simbolo dell'istinto e della forza vitale della fecondità e della generazione.
Tante e tali amputazioni fu dovuto dall'odio cristiano per gli Dei pagani che indusse alla distruzione di un patrimonio artistico che è stato incomparato e incomparabile nella sua straordinaria bellezza. Solo artisti come Michelangelo potevano competere con tanta bravura e stile ma di Michelangelo ce n'è stato uno solo, e l'arte greco-romana è rimasta ineguagliata. Non è la religione che distrugge l'arte ma solo l'ignoranza.
VILLA ROMANA

GLI SCAVI

I resti dell'antica Lilibeo si trovano nell'attuale centro urbano di Marsala e, insieme all' isola di Mozia che la fronteggia dal mare (purtroppo di proprietà privata e inglese), costituiscono una cava di sorprese archeologiche soprattutto  fenicio-puniche ma pure romane. 

L'area è stata completamente abbandonata in epoca medievale, ma ancora oggi, facendo una passeggiata all'interno, è impossibile non calpestare pezzi di terracotta antica, o per i più appassionati non notare cinte murarie che escono dal terreno.

Nel 1939 è stato messo in luce un grande edificio romano provvisto di ambienti spaziosi, distribuiti attorno ad un atrio tetrastilo e ad un peristilio. L’insula è fiancheggiata da strade parzialmente lastricate. 

Nel 1972 una breve campagna di scavi ha consentito di accertare la presenza di due fasi edilizie diverse: la più antica del II-I secolo a.c.; la più recente della fine del II-III sec. d.c. Dal 2002 ad oggi è in corso la realizzazione del Parco Archeologico di Marsala, dove gli archeologi lavorano in una distesa di verde in mezzo alla città, scoprendo via via nuovi tesori. 

La campagna di scavo degli anni 2000 ha portato alla luce strutture murarie, lastricati in marmo, reperti di rilevante interesse come la Statua in marmo di Venere Callipigia del II secolo d.c., il timpano in pietra con un'iscrizione latina, oggetti ornamentali come spille, monete, ecc.

Sono riemersi (per ora non visitabili per lavori pubblici) resti dell'abitato (una intera insula con due ricche residenze di età imperiale romana, con pavimentazioni a mosaico e impianti termali privati), delle fortificazioni puniche (mura e fossato) e delle ricche necropoli di età ellenistica e romana. 

Molto importante l'ipogeo di Crispia Salvia (1996) con una camera sotterranea (visitabile con prenotazione) dedicata da un marito alla moglie "Crispia Salvia" in uso dal II sec. d.c., con le pareti interamente decorate da scene dipinte in una vivace policromia (una flautista con danzatori, un banchetto funebre, eroti fra ghirlande, cesti colmi di fiori e frutta).

IPOGEO DI CRISPIA SALVIA

IPOGEO DI CRISPIA SALVIA 

Situato nella necropoli di Lilibeo, oggi in via Massimo D'Azeglio a Marsala, come testimonia l'epigrafe latina risalente al II sec. d.c., venne dedicato a Crispia Salvia dal marito Iulius Demetrius. La donna è stata sposata per 15 anni ed è morta a circa 45 anni. 

L'importanza di attribuire l'età alla donna e di specificare gli anni di matrimonio potrebbe voler dire secondo alcuni studiosi che la donna sia stata già sposata, ma si è trovata la stessa cosa in diversi epigrafi destinate alle mogli ai mariti e pure i figli, dove i congiunti inconsolabili ricordavano gli anni, i mesi e addirittura i giorni, per cui è un'interpretazione che suscita dubbi. 

I nomi della donna rivelano le sue nobili origini, appartenendo a due gens i Crispius, che svolgevano delle attività economiche nella Sicilia occidentale, visti i ritrovamenti di utensili e tegole con bollo A. C. Crispi a Segesta, ed i Salvii anch'essi riconducibili a Lilibeo.

Del marito Iulius Demetrius non si possono facilmente conoscere le origini dato che il nome era diffuso in tutte le città della Sicilia, sia da personaggi di alto rango che da liberti ma non si esclude l'origine nobile. 

L'affresco riporta varie scene tra cui cinque danzatori ed una donna seduta. Ciascuno dei danzatori poggia un braccio sulla spalla di quello che lo precede, il primo a destra ha in mano un fiore, l'ultimo una corona. La donna suona un “aulos” a canne doppie. Nella scena sono cosparsi dei fiori rossi.

Ed ecco l'epigrafe dell'ipogeo di Crispia Salvia.



La foto che la ritrae è una ricostruzione dell'epigrafe intera, in quanto la parte a sinistra è conservata all'interno del Museo archeologico Baglio Anselmi di Marsala, la parte a destra invece si trova nell'Ipogeo stesso. Facciamo fatica a comprendere come mai tutta l'epigrafe non sia stata portata al museo lasciando magari una copia di essa nell'ipogeo.

CRISPIA SALVIA
VIXIT ANNOS
PLUS MINUS XLV
UXORI DULCISSIMAE
IULIUS DEMETRI
US QUAE
VIXIT CUM SUO
MARITO ANN XV
LIBENTI ANIMO

Nel resto della scena alcuni commensali siedono o sono sdraiati sui triclini, attorno ad un tavolino a
tre gambe di puro stile pompeiano, ovvero romano, su cui è poggiato un bicchiere di vetro mezzo pieno, che brindano col vino in calici anch'essi di vetro, sempre attorniati di fiori rossi.

Nella parte alta della scena due pavoni reggono una ghirlanda e un Kalathos, un vaso greco in ceramica con pareti quasi verticali svasato in cima, a volte con bordo molto largo.


In un'altra parete dell'ipogeo, sovrastante la fossa di sepoltura scavata nel tufo e dipinta di ocra, evidentemente una fossa per l'inumazione della salma, troneggiano due amorini in volo che sorreggono una ghirlanda sorreggendola con dei nastri verdi.

Ai lati della tomba l'affresco rappresenta due uccelli che sembrerebbero due colombi, il che sottolineerebbe il rapporto d'amore tra i due coniugi, visto che anche all'epoca le colombe erano simbolo d'amore e infatti erano considerati tra gli attributi di Venere.

Del resto tutto l'ipogeo sembra testimoniare un rapporto d'amore e anche qui i fiori rossi sono sparsi ovunque, in memoria della felicità della coppia quando era ancora in vita. Probabilmente è per questo che il marito ha contato gli anni di convivenza, in segno di rimpianto per ciò che fu e che non potrà più avere.

L'ipogeo è stato scoperto nel 1994 a seguito della demolizione di un edificio. Consta di una camera funeraria di forma trapezoidale di circa 25 m² cui si accede da un dromos ricavato nella roccia, mentre oggi si trova al di sotto dell'edificio di cinque piani che vi è stato riedificato (sig!) e che si trova in via Massimo D'Azeglio a Marsala.

NAVE PUNICA

Museo "Baglio Anselmi"


Gli scavi in corso (2007) stanno riportando in luce il tracciato dell'antico decumano massimo, la principale arteria stradale dell'antica Lilibeo. 
E' stata inoltre rimessa in luce negli scavi dell'area della chiesa di San Giovanni al Boeo (Giglio, 2005) un'importante statua di marmo raffigurante Venere Callipigia ("dal bel sedere"), oggi esposta al Museo Archeologico Regionale "Bagli Anselmi". 
Il Museo Archeologico "Baglio Anselmi", sito sul promontorio di Capo Boeo, espone molti altri importanti reperti preistorici e romani provenienti dagli scavi archeologici del territorio.
Attualmente, nel Museo Baglio Anselmi, è conservata una nave punica. Fu usata durante la Battaglia delle Isole Egadi, che concluse la Prima guerra punica, ed è un esemplare unico al mondo di nave da guerra cartaginese. 
Le particolari alghe della Riserva naturale regionale delle Isole dello Stagnone di Marsala (dove era concentrata l'attività marittima della città), con un effetto-nylon, tramite un processo simile alla conservazione sottovuoto, hanno protetto la nave fino a conservare anche i chiodi utilizzati per la sua costruzione.
La nave è eccezionale perché ha permesso di documentare il sistema di costruzione navale dei Cartaginesi, che aveva suscitato meraviglie nell'antichità (Plinio, Polibio) per la velocità costruttiva della prefabbricazione in cantiere. Naturalmente i romani studiarono e copiarono ampiamente il sistema, tanto da dotarsi in pochissimo tempo di una potentissima flotta navale che dominò sul Mediterraneo e oltre.

Ogni asse della nave punica di Marsala reca inciso un simbolo dell'alfabeto fenicio-punico utile ai carpentieri per il rapido assemblaggio dello scafo. Sono presenti anche un gran numero di anfore trasportate dalla nave e alcuni equipaggiamenti come lance, un ceppo di legno utile forse per alimentare il fuoco dei cuochi sulla nave, alcuni ossi di olive, delle foglie vegetali e una corda ottimamente conservate.

SCAVI DELL'INSULA

LA VILLA ROMANA (O INSULA ROMANA)

Nel parco archeologico a Capo Boeo si trovano i resti di una grande villa romana, gli scavi hanno rivelato una prima struttura del I-II sec a.c ed una successiva del I-II sec d.c.

Una intera insula, delimitata da due strade lastricate, è stato scoperta poco prima del 1939.
Si tratta di un’unica lussuosa abitazione, provvista di ambienti spaziosi, distribuiti intorno ad un atrio tetrastilo ed a un vasto peristilio.
La domus presenta al suo interno un complesso termale di vaste dimensioni, abbellito da splendidi mosaici policromi, tra i quali spiccano le scene di caccia della palestra.

La casa, infatti, è frutto di accorpamenti di isolati più antichi, di trasformazioni edilizie dovute all’inglobamento di alcune importanti arterie cittadine, privatizzate o deviate, come spesso accade quando non c'è uno stato forte a far valere le sue leggi, o quando opera diffusamente la corruzione. 

La domus presenta al suo interno un complesso termale di vaste dimensioni, abbellito da splendidi mosaici policromi, tra i quali spiccano le scene di caccia della palestra
Recentemente è stato invece scoperto l’imponente decumano maximus, che rappresenta senza dubbio il rinvenimento più eccezionale della città antica. Orientato in direzione E-W, era interdetto ai carri e terminava verso il mare con una grande scalinata. Lungo l’asse viario riscoperto è visibile un’iscrizione pubblica relativa al magistrato che contribuì alla realizzazione del grande asse viario che, per inciso, è esattamente in linea con la via XI Maggio, in città. Da notare l’eccellente sistema di canalizzazione delle acque piovane.

Interessanti sono, tra le altre, due sepolture rinvenute sul decumano maximus, tombe a cassa congiunte da una parete in comune, ove sono riportate delle scritte in greco di colore rosse precedute e seguite dal simbolo della croce, oltre ad una grande croce sotto ogni scritta. Le tombe sono databili a cavallo del VI e VII sec. e sono importanti per il rituale che le scritte descrivono, quasi un vero esorcismo per benedire le anime dei due morti.


BIBLIO

- Apollodorus  - Cambridge - MA - Harvard University Press - London - William Heinemann Ltd - 1921 -
- Pasquale Merola, A. Allegrini, Sofia Bajocco -  "Hyperspectral MIVIS data to investigate the Lilybaeum (Marsala) Archaeological Park" -  2005 -
- Diodorus Siculus - Biblioteca Historica - 23.1.2 -
- Maurizio Vento - La topografia di Lilybaeum - Italy - 1999 -
- Carla Bottari,  Stiros, C. Stathis, Antonio Teramo - "Archaeological evidence for destructive earthquakes in Sicily between 400 B.C. and A.D. 600" - 2009





 

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