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PONTE DI SALAMANCA


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Il ponte romano Salmantica deve il suo nome a Salamanca, la città sorta durante l'occupazione romana, è costruito sul fiume Tormes e ne cavalca una delle zone più larghe. Il ponte raggiunge i 176 m di lunghezza, con una larghezza di 3,70 m. Presenta 26 archi in pietra a tutto sesto, di 6,50 metri ciascuno, issati su pilastri robusti.

Il ponte assicurava e guardava l'accesso alla città e fa parte della Calzada romana de la Plata, un'importante strada sia militare che commerciale, che univa Mérida e Astorga. Alcuni storici datano la costruzione del ponte nel I secolo d.c., sotto l’impero di Traiano. L'attribuzione all'epoca di Traiano sarebbe avvalorata dal fatto che tale imperatore fu uno dei fautori della Via dell'Argento.

Il ponte è situato su un sottosuolo roccioso. L'attribuzione del ponte è controversa, alcuni studiosi ritengono che il ponte risalga al tempo di Augusto e altri all'epoca di Traiano, che fu il costruttore della Via de la Plata.

I primi 15 archi del ponte sono originali, mentre il resto è una ricostruzione perché il ponte è andato distrutto durante le invasioni e le guerre. La parte originale misura circa 190 metri. Il ponte è pedonale.
Si tratta di un monumento storico che è stato iscritto alla lista dei monumenti nel 1931.

Il ponte fa parte della Via de la Plata, strada romana costruita nel I secolo che collegava Merida (Emerita Augusta) a Zaragoza (Cesar Augusta) e con Astorga lungo la Vía de la Plata. Esso cavalca il fiume Tormes e fu molto importante sia come difesa militare sia perchè il fiume era importante come fornitura di acqua.

 Attualmente l'immagine di questo Ponte Romano è un esponente Universale della città di Salamanca, che è stata dichiarata Patrimonio dell'Umanità UNESCO nell’anno 1988. I primi abitanti della zona si stanziarono presso la fortezza di Helmantica. In seguito la città fu conquistata da Annibale nel III secolo a.c. e successivamente entrò nella sfera di controllo dei Romani.

La parte più originale è quella sul lato del centro storico, Non c'è molta vita molto intorno al ponte, visto che esso è chiuso alle auto e ai pedoni di notte. E' edificato in conci di pietra. più lunghi nelle arcate che sono tipici archi semicircolari dell'epoca con grandi vasche imbottite risalenti all'anno 89. Il resto del ponte fu ricostruito durante il regno di Felipe IV (1677).


BIBLIO

- "Old City of Salamanca". World Heritage Centre - UNESCO. Retrieved 2 March 2017 -
- Vaca Lorenzo, Ángel - "La Vía de la Plata a su paso por Salamanca - 2002 -
- A.A.V.V.- Spagna Sud - Touring Club Italiano - Milano - 2003 -



PONTE POSTUMIO - PONTE DI PIETRA


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PONTE DI PIETRA

Il ponte Postumio è stato un ponte costruito a Verona dagli antichi romani per consentire l'attraversamento della via Postumia sul fiume Adige, collegando il nord Europa e l’est del suolo italico con Roma, andato però in rovina nel periodo medievale a causa di alcune alluvioni.

Questo ponte ha avuto diverse denominazioni, tra cui Postumio, Militare, Emilio, Rotto e Marmoreo: Postumio o Militare, da quando si è scoperto che serviva per il collegamento della via Postumia e perchè anzitutto veniva traversato dai militari per recarsi a salvaguardare le province del nord. 

Venne chiamato Rotto (pons fractus o pons ruptus) in epoca medievale, in quanto subì diversi danni dalle piene dell'Adige a partire dal 589, si chiamò invece Emilio (pons Aemilius) in epoca rinascimentale, quando si pensava che dovesse collegare la via consolare Emilia.


Una certa tradizione invece lo denominava come ponte Marmoreo (pons marmoreus) in travertino e marmo, per distinguerlo dal ponte di Pietra (pons lapideus), in pietra bianca per sottolineare il maggior decoro e valore del primo.

Il ponte venne inizialmente costruito in legno per garantire, in caso di attacco, la sua veloce distruzione impedendo ai nemici di attraversare l’Adige. Poi fu costruito anche in pietra in epoca tardo repubblicano o imperiale, edificato circa 150 metri più a valle del ponte Pietra.

Questo ponte venne dunque realizzato successivamente al ponte Pietra, visto che la Verona romana necessitava di più traffico, sia di uomini che di carri, sia militare che commerciale. Poichè la pianta cittadina era, secondo l'uso romano, rigorosamente ortogonale, ciò ha provocato una rettificazione del tracciato della via Postumia, il cui percorso, all'interno della città, corrispondeva sicuramente al decumano massimo.

I DUE PONTI IN EPOCA ROMANA

Quindi dato che il Ponte Pietra si trovò a superare il decumano massimo, venne costruito il nuovo Ponte Postumio intorno alla metà del I secolo a.c. che doveva essere in linea col decumano. Fra Ponte di Pietra e Ponte Postumio sembra fosse stata edificata una diga per poter realizzare un piccolo lago di fronte al teatro romano e far svolgere delle vere e proprie battaglie navali fra gladiatori.

Il ponte Postumio subì alcuni danni nel 589 e nel 1087, ma crollò definitivamente solo nel Basso Medioevo, ma sulla data le fonti sono alquanto discordanti, perchè vanno dal 1097, al 1153, al 1154 e pure al 1239. 

TRIGLIFI E METOPE

La maggior parte dei conci che costituiva il ponte fu lasciata nell'alveo del fiume fino a quando, nel 1662, vennero recuperati e riutilizzati per il campanile di Santa Anastasia, la cui cella campanaria è coronata da una cornice perimetrale in pietra della Valpantena, sottratta appunto ai resti del ponte romano.

Quel che restava invece delle due testate del ponte, in particolare il pilone destro, vennero riscoperti nel 1891, in occasione della costruzione dei muraglioni, cioè degli alti argini in laterizio ideati a seguito dell'inondazione del 1882, e ancora oggi, in occasione dei periodi di magra del fiume, è possibile individuare le tracce dei pilastri del ponte.

Dal pilone ritrovato si potè capire che l’arco non era a tutto sesto, ma ribassato, su modello di quello del ponte Pietra e inoltre un fregio, che provava che era un ponte decorato, ed alcuni tubi utilizzati per l’acquedotto di 20 cm di diametro.


Il ponte, che constava di quattro pilastri e cinque arcate a sesto ribassato, realizzate in pietra con tecnica costruttiva a opus quadratum, era perfettamente allineato con il decumano massimo della città e inoltre, essendo stato realizzato in un punto in cui l'alveo dell'Adige si allargava, per poi biforcare a formare un'isoletta, aveva una lunghezza decisamente superiore a quella di ponte Pietra, che si trovava circa 150 metri più a monte.

Il rinvenimento, durante la costruzione dei muraglioni nel 1891, di parti di cornice, di fregi e di tubi di piombo, fanno pensare che il Postumio fosse maggiormente decorato rispetto al ponte Pietra e che fosse inoltre utilizzato per il passaggio delle condutture dell'acquedotto. 

In particolare si ritiene che potesse presentare una elaborata decorazione dorica, con triglifi (formelle di forma rettangolare in pietra a scanalature verticali, o glifi, di cui le due centrali uguali, le due agli spigoli metà di quelle centrali) e bucrani (teschi di bue, in contrapposizione coi bucefali, i primi solo teschi, i secondi teste intatte di bue).


BIBLIO

- Luigi Beschi - Verona romana. I monumenti, in Verona e il suo territorio - Verona - Istituto per gli studi storici veronesi -1960 -
- Vittorio Galliazzo - I ponti romani - Vol I - Treviso - Edizioni Canova - 1995 -
- Lionello Puppi - Ritratto di Verona: Lineamenti di una storia urbanistica - Verona - BPV - 1978 -
- Norman Smith - A History of Dams - London - Peter Davies - 1971 -



PONTE GROSSO DI PONTERICCIOLI (Marche)


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MONTECCHINI 1879:

Questo ponte, così denominato per le grosse pietre colle quali è formato, e per le sue robuste proporzioni, è a due archi semicircolari con muri d’ala all’entrare ed al sortire dell’acqua. Ogni arco, ha la luce di m. 7,00, e la pila di mezzo, è di larghezza all’entrare di m. 5,60, ed al sortire di m. 7,45, di modo che i due archi sono divergenti. Le pietre di cui è composto il ponte, sono di calcare compatto del luogo, ed in forma di lastroni collocati a secco combaciantisi perfettamente: il paramento è lavorato a rustico.

La fronte superiore del ponte, è in gran parte rovinata anche per l’azione dei geli, e così gli archi in corrispondenza alla fronte medesima; sicché oggidì non serve al passo che una parte del ponte stesso: la strada vi scorre direttamente sull’estradosso, il quale di più, è stato con barbaro consiglio sensibilmente intaccato, per diminuire la breve e non faticosa salita.

Questo ponte come già se n’ è accorto il lettore, è d’antichissima costruzione, e non esito a giudicarlo, come l’altro dello stesso nome attraverso il fosso della Scheggia, opera etrusca, o fatta dagli etruschi nei primordi del dominio romano in queste parti.

Dalla risega delle spalle e della pila sopra le fondamenta (la qual risega si trova allo stesso livello dell’alveo), ed eziandio dalla forma complessiva del ponte, si deduce chiaramente che, dopo due mila e più anni da che fu costrutta quell’opera, l’alveo del torrente è tuttora inalterato: il che distrugge l’opinione di coloro che pensano i fiumi alzarsi continuamente; opinione che può appena ammettersi ed in strettissimi limiti, laddove si tratti di fiumi scorrenti lentamente, e con insensibile pendio attraverso una vasta pianura
.”

PONTE GROSSO

PONTE GROSSO

Il Ponte Grosso a Pontericcioli (Cantiano), nella valle del Metauro, è un antico ponte romano, ancora in piedi, che attraversa la gola del Burano come prosecuzione della Via Flaminia, ed è a due arcate. Esso è una prosecuzione della nuova Flaminia che supera il fiume Burano da circa 2.000 anni. Il ponte è stato costruito in età augustea come numerose altre minori testimonianze lungo la valle del Burano.

Si tratta del Ponte meglio conservato lungo la via consolare sul versante adriatico, unitamente a quello di Augusto a Rimini ancora in uso per il traffico locale. Costruito in pietra corniola, da cave ancora esistenti nella zona, con materiali messi in opera in modo poco omogeneo; con blocchi di grandi dimensioni e squadrati con estrema regolarità sono edificate sia le ghiere dei due archi, sia parte della muratura dell’intradosso.

Nelle restanti strutture,  il paramento è costituito da filari di diverso spessore di basse lastre in opera a secco e a grezzo bugnato. La lavorazione è assai accurata nelle strutture fondamentali per la funzionalità del monumento e meno elaborata nel resto.

Il ponte è diviso in due arcate di circa 7 metri con pila centrale munita di frangiacque di m. 5,60, edificato a pesanti blocchi di pietra corniola, provenienti dalle vicine cave, disposti a secco, ben tagliati e lavorati per la perfetta aderenza. La sede stradale e i parapetti danno una larghezza di 32 piedi romani (m. 6,5 circa).



LA VIA DI RACCORDO

Roma sconfisse Galli e Sanniti nella battaglia di Sentinum (294 a.c.), e gli Etruschi a Sarsina (265 a.c.) 
e pure Volsinium (244 a.c.) portando i confini fino alle rive del Rubicone. Occorreva ora una via di comunicazione sicura ed affidabile per raggiungere le rive dell'Adriatico.

Fu il Censore Caio Flaminio nel 219 a.c. a collegare e migliorare quella via, in parte già esistente, che dal suo nome si chiamerà Via Flaminia e sarà oggetto di assidue cure da parte del Senato. Caio Gracco vi aveva posto le pietre miliari (123 a.c.) e Augusto fece poi realizzare ponti, muraglioni e fondamenta lungo il tratto da Helvillum ad Intercisa.

Tiberio volle costruito un ponte alle porte di Rimini, Vespasiano fece aprire la grande galleria del Furlo nel 76 d.c. e l'imperatore Adriano fece sorgere le "mutationes" dove sostare e cambiare gli animali e le "mantiones" per albergare nei viaggi.

Nel 305 d.c. la via era sotto le cure dei Cesari Flavio Valerio Severo e Galerio Valerio Massimino come testimoniato dalle incisioni su una colonna miliare (CXL miglia dall' Urbe) ritrovata in territorio di Cantiano e conservata all'interno del Palazzo Comunale. 



AREA ARCHEOLOGICA DI PONTERICCIOLI

Pontericciòli è una frazione di Cantiano dove stanno emergendo importanti testimonianze dell'antica via Flaminia che qui si discosta dall'originario tracciato consolare, però ambedue le strade iniziano a salire per raggiungere il passaggio del passo di Scheggia.

Una massiccia costruzione chiamata "Pontone" segnala il bivio sulla destra per entrare nella zona archeologica e poco più avanti si trova il Ponte Grosso: due fornici di m. 3,40 di luce con piccolo frangiacque; possenti i conci della ghiera alti fino ad un metro in pietra corniola, con ammorsature ad andamento spezzato.

Solo la fiancata a monte presenta numerose sbrecciature e rifacimenti, specie allo spartiacque centrale, che ha dovuto resistere alle piene invernali per due millenni. La massiccia pila centrale è larga sul lato 
a monte m 5,40 e su quello a valle m 7,45; essa affronta pertanto la corrente nel modo più favorevole e determina ai lati due archi non disposti con continuità ma divergenti tra loro, così realizzati per assecondare al massimo possibile il fluire della corrente e per non contrastare la spinta dirompente dell’acqua. 

Ancora un km più avanti la terza localizzazione, dove recenti scavi hanno iniziato con successo il recupero di un complesso composto da almeno due ponti, vari chiavicotti e muri di sostegno. Risorge l'Impero Romano con la sua splendida architettura.



BIBLIO

- Vittorio Galliazzo - I ponti romani - Vol I - Treviso - Edizioni Canova - 1995 -
- A. Seppilli - Sacralità dell'acqua e sacrilegio dei ponti - Sellerio Editore - Palermo -
- Sabrina Laura Nart -  Architettura dei ponti storici in muratura - Strade e Autostrade - n. 76 - 2009 -
- Robert S. Cortright -  Bridging the World. Bridge Ink - Wilsonville (USA) - 2003 -
- Marcel Prade - Les grands ponts du monde: Ponts remarquables d'Europe - Brissaud - Poitiers - France - 1990 -
- Colin O'Connor - Roman Bridges - Cambridge University Press - 1993 -
- Vittorio Galliazzo - I ponti romani - Catalogo generale - Vol. 2 - Treviso - Edizioni Canova - 1994 -



PONTE DI TIBERIO (Rimini)


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Secondo una lista stilata nel 1995, dall’archeologo Vittorio Galliazzo, i ponti romani conosciuti sono circa 900, sparsi in tutte le antiche Province del grande Impero Romano. Notevoli architetti questi romani visto che bene o male questi ponti sono durati circa 2000 anni.

Il Ponte di Tiberio, o meglio il Ponte di Augusto e Tiberio, è tra questi, un ponte romano posto all’ingresso nord della città di Rimini (Ariminum), eletto a monumento nazionale dal 1885 e costituisce il primo tratto della via Emilia. È situato a nord del centro storico principale e congiunge le due zone storiche di Rimini.
 
Fungeva da ponte sul fiume Marecchia quando il suo corso non era ancora stato deviato. La sua costruzione iniziò nel 14 d.c. sotto il dominio di Augusto e venne ultimato nel 21 d.c., sotto il dominio di Tiberio. Questo ponte romano sul fiume Marecchia, l'antico Ariminus intorno al quale era sorto il primo insediamento, crea ancora oggi il collegamento tra la città e il suburbius, ovvero borgo San Giuliano. 

PONTE DI RIMINI

Da qui iniziano le vie consolari, Emilia e Popilia, dirette al Nord. La via Emilia, voluta nel 187 a.c. dal console Emilio Lepido, collegava Rimini a Piacenza; attraverso la via Popilia, invece, si raggiungeva Ravenna e si proseguiva fino ad Aquileia.

Costruito in pietra d'Istria, con 5 arcate a tutto sesto intervallate da edicole cieche tra le imposte degli archi e sulla sommità bassi parapetti in pietra. La grandezza di questi archi varia in maniera crescente man mano che ci si sposta verso il centro, dove si trova l'arco più grande, ma tutte poggiano su massicci piloni immersi nell’acqua, sostenuti da un sistema di pali di legno isolati dall'acqua.

Realizzato tutto in stile dorico, il suo percorso, leggermente incurvato a schiena d’asino, in origine doveva essere più lungo degli attuali 74 metri. Lastricato con i tradizionali basoli di trachite, aveva una larghezza di 4,80 metri ed era fiancheggiato da marciapiedi sopraelevati di ca. 30 cm e ampi ca.60 cm., ancora oggi percorribili.

Ai bordi della pavimentazione presenta alcune lastre di pietra con iscrizioni latine. Poco dopo il ponte, in località Le Celle, si diramavano due vie consolari: la via Emilia che arrivava fino a Piacenza e la via Popilia-Annia che arrivava sino ad Aquileia.

ISCRIZIONI LATINE SUL PONTE

IL PONTE DEL DIAVOLO  

La presenza di due tacche somiglianti all'impronta di piedi caprini, sulla balaustra posta sul lato del monte, dette luogo alla leggenda di un ennesimo "Ponte del Diavolo", in questo caso costruito dal maligno ingannato da San Giuliano. L'Italia è piena di ponti del diavolo, perchè nel medioevo non sapevano più fare i ponti pertanto tutto ciò che era complesso era opera del diavolo, perennemente in lotta coi santi locali.

Ovviamente doveva trattarsi di incavi per fissaggio di carrucole utilizzate per issare materiale dalle barche che arrivavano fin sotto il ponte. Tuttavia secondo la tradizione San Giuliano fu un giovane cristiano appena diciottenne che rifiutatosi di sacrificare all'imperatore, dopo essere stato torturato, venne condannato a morte, rinchiuso in un sacco insieme a serpenti velenosi e gettato in mare. Non si capisce lo scopo dei serpenti velenosi visto che sarebbe annegato prima dell'effetto del veleno.



I SIMBOLI DEL PONTE

Sulla struttura del ponte sono presenti gli strumenti simbolici di propaganda imperiale tanto cara ad Augusto dal ruolo di sacro svolto dall’imperatore come garante della Pax Deorum tra Romani e divinità a garante della Pace dei popoli garantita dalle armi: tempietti stilizzati, una brocchetta per le abluzioni, un piatto per le offerte, il lituo ricurvo dei sacerdoti e dei magistrati, un grande scudo e una corona di quercia.



LE ANTICHE BANCHINE

La deviazione del Marecchia prima e, più recentemente, i lavori per la predisposizione di un bacino chiuso, hanno messo in luce i resti di banchine in pietra a protezione dei fianchi delle testate di sponda; recenti sondaggi hanno poi rivelato che la struttura del ponte poggia su un funzionale sistema di pali di legno, perfettamente isolati.

Il ponte è sopravvissuto alle tante vicende che hanno rischiato di distruggerlo: dai terremoti alle piene del fiume, dall’usura del tempo agli episodi bellici della guerra greco-gotica quali l’attacco inferto nel 551 dal generale bizantino Narsete, durante la guerra fra Goti e Bizantini di cui restano i segni nell’ultima arcata verso il borgo San Giuliano, e, nella III Guerra Mondiale, il tentativo di minarlo da parte dei Tedeschi in ritirata. E' ben degno rappresentante di tanta storia e tanta gloria che vanno preservate in ogni modo.

ISCRIZIONI LATINE SUL PONTE


IL PROGETTO TIBERIO

Nel 2014 è stato approvato il Progetto Tiberio, una serie di interventi, divisi in 5 comparti, che hanno riorganizzato la viabilità nei pressi del ponte e riqualificando l'intera area di San Giuliano a mare; l'ultimo comparto prevede la pedonalizzazione definitiva del ponte di Tiberio, iniziata in via sperimentale il 30 Maggio 2020:

Una riorganizzazione che accompagnerà la pedonalizzazione definitiva del Ponte di Tiberio e che rientra nell’intervento strutturale sulla mobilità del quadrante urbano tra Statale e le due sponde del Marecchia fino al mare – commenta l’assessore alla Mobilità Roberta Frisoni – allo scopo di raggiungere uno degli obiettivi contenuti nel Pums e cioè alleggerire la mobilità veicolare privata delle auto nei pressi del centro storico allontanando il traffico di attraversamento. La riorganizzazione che interesserà via Bastioni Settentrionali e via Circonvallazione Occidentale va in questa direzione, nell’ottica di una città circolare, con una viabilità più fluida, organica e sostenibile”.


BIBLIO

- Ponte di Tiberio | Comune di Rimini, su www.comune.rimini.it. 2021.
- Ponte di Tiberio - Rimini turismo - su riminiturismo.it - 2021 -
- Rimini, un comparto dopo l'altro si realizza il Progetto Tiberio -
- Enrico Baccarini, La prodigiosa "traversata" dell'Arca di san Giuliano - Lidia Parentelli - Acheomisteri - I quaderni di Atlantide - 2002. 



PONTE DI ACQUALAGNA (Marche)


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RUDERI DEL PONTE DI ACQUALAGNA

Si tratta di un superstite viadotto di età repubblicana, ma secondo alcuni autori di età augustea. Probabilmente di età repubblicana ma ristrutturato in età augustea, situato vicino all'Abbazia di San Vincenzo al Furlo, rinforzato anteriormente da sei contrafforti quadrangolari, realizzati in pietra del Furlo.

Esso aveva scopo di riparare la Flaminia dalle repentine e pericolose piene del Candigliano che si ripetono periodicamente anche ai giorni nostri provocando erosione degli argini, formazione di nuove anse ed isolotti.

Infatti nel corso di recenti lavori è stato rinvenuto l’originario piano stradale, costituito da una massicciata, di parecchi metri più basso rispetto a quello poi ricavato alla sommità del viadotto. Quest'ultimo serviva inoltre, attraverso due chiavicotti, a far defluire le acque di due fossatelli provenienti dalle pendici del monte Pietralata verso il Candigliano.

Il viadotto, ormai abbandonato, era in epoca romana un'imponente edificazione, lunga circa m 50 e munita di due ponticelli, situati a circa m 30 di distanza tra loro. Durante i restauri eseguiti da parte della Soprintendenza Archeologica delle Marche sono stati rinvenuti anche i resti di una delle imboccature a monte.


Il ponticello orientale è largo m 2,95 ed ha una parete costituita da tredici blocchi di pietra corniola locale, mentre il ponticello occidentale presenta dimensioni ridotte essendo largo m 2,10. Il paramento dell’intera sostruzione è edificato con blocchi più bassi disposti a secco in filari che variano di altezza, con la facciata in semplice bugnatura, accuratamente disposti a secco in file di vario spessore, legati internamente da un conglomerato cementizio.

I sei contrafforti a base quadrata che lo stabilizzano, sono appena rastremati verso l’alto e sia sull’estradosso dei ponticelli, sia nella parte interna del muro è presente uno strato di malta di calce cementato con scaglie di pietra. Essi sono conservati solo in parte o testimoniati dalle ammorsature alla parete ed in fondazione.

La monumentale struttura appare all’esterno come un enorme muro di contenimento costruito a secco in opus quadratum, mentre in realtà l'opus riguarda solo il paramento e la volta dei ponticelli. La muratura non a vista è costituita da materiali più poveri, di dimensioni minori, per lo più pietrisco, cementati con calce. Il versante a monte, del quale è stato rimesso in luce l’estremità Ovest, con l’imboccatura del chiavicotto, si trova sotto la sede stradale attuale.


BIBLIO

- Colin O'Connor - Roman Bridges - Cambridge University Press - 1993 -
- Vittorio Galliazzo - I ponti romani - Vol. 1 - Treviso - Edizioni Canova - 1995 -
- Procopius - De aedificiis -
- Fernández Casado, C. - Historia del puente en España. Puentes Romanos - Madrid - Instituto Eduardo Torroja - 1980 -



PONTE ROMANO DELLE FATE (Liguria)


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PONTE DELLE FATE


I PONTI ROMANI IN VAL DI PONCI

Ai piedi dell'imponente Rocca di Corno lungo un’antica strada romana. Il sentiero inizia da Verzi, poco sopra Calvisio, e percorre l’antica Iulia Augusta, aperta da Augusto nel 13 a.c. per collegare il municipio romano di Vada Sabatia (Vado Ligure) con la Gallia meridionale. Risalendo la valle si incontrano 5 ponti romani, risalenti al I/II secolo d.c.:
 
- Il primo è il Ponte delle Fate, ben conservato, 
- poi seguono Ponte Sordo, quasi scomparso, 
- e Ponte Muto, ben visibile con l’arcata a tutto sesto. 
Al bivio si prende il sentiero sulla sinistra per rimanere sulla strada romana, si prosegue un po’ più in salita e si giunge al 
- quarto ponte o Ponte dell’Acqua, parzialmente interrato. 
- Risalendo la valle nell’ultimo tratto si arriva nel luogo dove dovrebbe trovarsi l’ultimo ponte, Ponte di Magnone, oggi scomparso.



IL PONTE DELLE FATE

Il ponte delle Fate è quello posto più in basso nel sistema vallivo del Rio Ponci, ad una quota di circa 164 m s.l.m. Il nome deriva dal termine dialettale “faje”, cioè le pecore, nel senso che i pastori vi portavano le pecore al pascolo dalla pianura ai monti e viceversa.

Il ponte apparteneva alle strutture della via Iulia Augusta, aperta dall’Imperatore Augusto nel 13 a.c. per collegare l’area padana alla Gallia meridionale e raggiungeva la costa ligure a Vada Sabatia (Vado Ligure). L'opera ha mantenuto intatta l'edificazione originale, fornendo un ottimo esempio dell’ingegneria stradale romana in Età imperiale.

Il ponte era largo circa 5,8 m e consentiva quindi il passaggio anche a due carri affiancati. esso fu costruito con un’arcata unica a tutto sesto, che presenta una larghezza alla base di 6,6 m e un’altezza rispetto al livello del greto attuale di 3,8 m, per cui la sezione di deflusso delle acque passa dai 6 mq circa del ponte dell’Acqua agli oltre 20 mq di quello delle Fate.


Per la sua realizzazione fu usata quasi esclusivamente la Pietra di Finale con rarissimi innesti di elementi squadrati in calcare dolomitico e in quarzite. Le sue strutture in alzato sono impostate su piedritti realizzati con due filari di grandi blocchi squadrati con elementi sovrapposti a secco e un tempo legati da grappe di piombo.

La lavorazione della Pietra di Finale, molto ricca di fossili, in grandi blocchi squadrati, era particolare nell’innesto delle spalle sull’arco del ponte, ottenuto evitando l’impiego di giunti attraverso la sagomatura della superficie dei blocchi. Infatti coppie di conci raggiati, raccordano le spalle del ponte alla doppia ghiera dell’arco, fungendo da elemento di raccordo con un valore sia estetico che statico.

I blocchetti impiegati nei paramenti di rivestimento dell’opera cementizia interna sono decisamente più piccoli e realizzati secondo la tecnica muraria del petit appareil, o “piccolo apparato”, tipica dell’età romana imperiale.

Sia a monte che a valle sono presenti tratti degli antichi muri di contenimento del manto stradale, a delimitazione e protezione dal franamento di terreni sul selciato. I muri laterali di contenimento del terreno e l’arco del ponte erano legati da blocchi in pietra finemente sagomati dopo la messa in opera, che uniscono a incastro le due strutture.

Le indagini condotte sul ponte delle Fate dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria hanno evidenziato come la lavorazione dei conci e la rifinitura dei blocchetti del paramento avvenissero direttamente presso il cantiere con produzione di una grande quantità di scarti di lavorazione usati poi nei riempimenti delle spalle del ponte.


BIBLIO

- Vittorio Galliazzo - I ponti romani - Vol I - Treviso - Edizioni Canova - 1995 -
- A. Seppilli - Sacralità dell'acqua e sacrilegio dei ponti - Sellerio Editore - Palermo -
- Sabrina Laura Nart - Architettura dei ponti storici in muratura - Strade e Autostrade - n. 76 - 2009 -
- Colin O'Connor - Roman Bridges - Cambridge University Press - 1993 -
- Vittorio Galliazzo - I ponti romani - Catalogo generale - Vol. 2 - Treviso - Edizioni Canova - 1994 -

 


PONTE ROMANO DI PIETRALUNGA (Sicilia)


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IL PONTE DI PIETRALUNGA

Per la Strada statale 121, oltrepassata la cittadina di Paternò, prima della stazione ferroviaria di "Schettino" si svolta a sinistra; dopo due chilometri, ancora a destra sino alle pendici di Monte Castellaccio, qui si incontra il fiume e, percorrendo l'argine destro, si trovano i resti del Ponte romano di "Pietralunga", di cui resta un pilone e parte delle arcate che sostenevano la carreggiata.

Il ponte romano di Pietralunga è un resto archeologico sito in contrada Pietralunga nel comune di Paternò, in provincia di Catania nelle vicinanze del fiume Simeto. Il ponte, a due arcate, serviva la strada che connetteva l'antica città di Katane ai centri interni di Centuripe, Agira, Assoro ed Enna, pertanto faceva parte di quel sistema viario attraverso il quale transitavano verso le coste orientali i carichi di frumento diretti poi alla capitale dell'impero.

Del ponte si conservano pochi ruderi tra cui un'arcata completa parte di alcune strutture oggi parzialmente visibili perchè ricoperte in gran parte dalla vegetazione. L'ampiezza della strada misura 4,15 metri e rappresenta la misura standard che consentiva il transito di due carri nelle due corsie opposte.

Il ponte, detto volgarmente "coscia del ponte" in quanto mutilo, è costruito interamente in pietra lavica e a tutt'oggi i suoi resti sono utilizzati come canali d'irrigazione per le campagne circostanti e la sua costruzione risalirebbe al 164 a.c., un secolo dopo la conquista della Sicilia da parte dei Romani avvenuta al termine della I Guerra Punica (264 - 241 a.c.) vinta contro i Cartaginesi.


Intorno al 164  il curatore delle cose pubbliche (curator res publicae) di Catina (Catania) Giulio Paterno (Soraci, La Sicilia in età imperiale, Minerva Editrice) inviò una lettera a Lucio Vero e Marco Aurelio (coimperatori 161-180) con la quale espresse la necessità di finanziare alcune opere pubbliche catanesi, tra cui sicuramente il ponte.

Gli scavi del 1990 hanno riportato alla luce solo un tratto con un archetto frangiflutti a tutto sesto e resti della più grande arcata. Trattasi di un'opera di alta ingegneria, databile, per la tecnica costruttiva all'età augustea. naturalmente  l'interno del ponte ripone la sua stabilità sul suo riempimento a scacco, con pietre, malta, ciottoli e così via.

Non si hanno precise informazioni sul periodo della sua distruzione e le cause. Probabilmente il ponte andò in rovina a causa dei continui vortici d'acqua del fiume che ne compromisero nel corso del tempo la stabilità.

Antichi studiosi come Ignazio Paternò Castello, principe di Biscari, esimio archeologo che descrisse le sue scoperte archeologiche in un volume intitolato "Viaggio per tutte le antichità della Sicilia", pubblicato a Napoli nel 1781, citò il suddetto ponte già da allora. 

Ma anche don Gaetano Savasta nel suo libro “ Memorie storiche della città di Paternò” del 1905 accennò al ponte romano. Ciononostante il monumento restò ignorato e per secoli l’arcata romana è stata praticamente seppellita dalla rena del fiume e dal silenzio.


BIBLIO

- M. G. Branciforti - Pietralunga (Assessorato regionale ai beni culturali e pubblica istruzione) - Palermo - 1996 -
- G. Savasta - Memorie storiche della città di Paternò - Catania - Galati - 1905 -
- Vittorio Galliazzo - I ponti romani - Catalogo generale - Vol. 2 - Treviso - Edizioni Canova - 1994 -
- Colin O'Connor - Roman Bridges - Cambridge University Press - 1993 -
- Degli avanzi delle antichità - Bonaventura Overbeke - a cura di Paolo Rolli - Tommaso Edlin - Londra - 1739 -

 


PONTE DI CECCO (Marche)


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Appena fuori il centro storico di Ascoli Piceno, nella zona di Porta Maggiore, sul fiume Castellano sorge un bellissimo ponte romano edificato nel I sec. a.c., il primo ponte in muratura della città, che consentiva all’antica Salaria di proseguire fino all'importante centro di “Castrum Truentinum”, sulla costa adriatica. 

Durante diverse campagne di scavo svoltesi dal 1991 al 1995, è infatti tornata alla luce la città romana di Castrum Truentinum (oggi Martinsicuro. prov. di Teramo), in particolare il quartiere portuale e commerciale, il macellum e una strada basolata, ma tutto è stato poi disgraziatamente e totalmente ricoperto.

Molto a lungo questo ponte è stato erroneamente identificato, come un'opera di epoca medioevale. Infatti il Ponte sarebbe stato edificato in una notte dal poeta e astrologo Cecco d’Ascoli che l'avrebbe realizzato con arti magiche e con l'aiuto del diavolo. 

In realtà fu Mastro Cecco Aprutino che nel 1349 restaurò il ponte piuttosto malridotto e, su commissione di Galeotto I Malatesta, lo collegò al Forte Malatesta e alla “cittadella” dove lo stesso Malatesta fece erigere la sua residenza.



GIAMBATTISTA CARDUCCI
 
Il ponte venne realizzato in travertino e pietra e come tutti i ponti romani era stato costruito per durare in eterno. L'architetto archeologo Giambattista Carducci che si affermò come architetto innanzitutto nell'area fermana, per poi estendere il suo operato al territorio nazionale, affiancò al lavoro di progettazione, soprattutto nella nascente area urbanistica di Fermo, il lavoro di autore, pubblicando nel 1853 una guida della città di Ascoli Piceno.

La fama e il suo lavoro gli garantirono una buona posizione economica, grazie alla quale poté dedicarsi al collezionismo di reperti archeologici e di opere d'arte di ogni genere, oltre all'opera di beneficenza a favore di istituti di istruzione. 

Fu proprio Giambattista Carducci a riconoscere il ponte, fino ad allora ritenuto medievale, come sicura costruzione romana dell'età repubblicana, riscontrando affinità di fabbricazione con altri ponti coevi realizzati lungo la strada consolare Salaria.




DESCRIZIONE

Il ponte è realizzato in opera quadrata (opus quadratum) a murazione liscia, seguendo il canone architettonico dell'orizzontalità e della uniforme altezza degli strati. Le pietre utilizzate sono ordinatamente posizionate in modo che ogni fila verticale poggi sul pieno della pietra sottostante.

La struttura del ponte è costituita da due campate ad arco, la maggiore, centrale, con una luce di 14,50 m; la minore, laterale, con una luce di 7,5 m. L'altezza del piano stradale dal pelo dell'acqua è di 25 m.
Nella zona centrale si trova una costruzione a forma di casupola, detta "casetta del dazio", che era utilizzata come alloggiamento per incardinare il portone d'ingresso alla città.



LA RICOSTRUZIONE

Il ponte ha tutta l'aria di un' opera di collegamento tra le due sponde del Castellano, costituendo l'uscita orientale della strada Salaria che un tempo attraversava trasversalmente tutta la città di Ascoli, consentendo il passaggio tanto ai traffici commerciali quanto alle legioni romane.

Comunque il ponte attuale è la ricostruzione integrale e puntigliosa dell'originario, avvenuta negli anni 60, con l'impiego preciso dello stesso materiale recuperato con tenacia e pazienza dalle acque del torrente sottostante. Il vecchio ponte venne infatti distrutto, nel corso della seconda guerra mondiale, dai guastatori tedeschi.


BIBLIO

- Giambattista Carducci - Su le memorie e i monumenti di Ascoli nel Piceno - Arnaldo Forni Editore - Fermo - 1853 -
- Antonio De Santis - Ascoli nel Trecento, vol. I (1300 - 1350) - Collana di Pubblicazioni Storiche Ascolane - Grafiche D'Auria - Ascoli Piceno - 1999 -
- Antonio Rodilossi - Ascoli Piceno città d'arte - "Stampa & Stampa" Gruppo Euroarte Gattei - Grafiche STIG - Modena - 1983 -
- Giuseppe Marinelli - Dizionario Toponomastico Ascolano - La Storia, i Costumi, i Personaggi nelle Vie della Città - D'Auria Editrice - Ascoli Piceno - 2009 -



PONTE FABIO MASSIMO


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Il ponte Fabio Massimo è un antico ponte, risalente nientemeno che all'epoca della Roma Repubblicana, situato nel comune di Faicchio (prov. di Benevento, in Campania), realizzato in cotto, pietra e tufo ed è lungo 12 metri e alto 13. 

In realtà il ponte è preromano e cioè sannita. In origine, sui basamenti alti 3 m. ed elevati sul banco di rocce delle sponde del fiume, alti quattro metri sul livello dell’acqua, era posta una passerella di legno per l’attraversamento, che ovviamente offriva poca resistenza alle piene del fiume, oltre a marcire in poco tempo.

Il primo intervento romano sul ponte, avvenuto in età repubblicana, fu nella costruzione dei basamenti in opera poligonale, realizzati con blocchi calcarei di oltre un metro per due, come si usava prima della scoperta del calcestruzzo da parte dei Romani. La passerella venne sostituita da una volta a tutto sesto in laterizi.

Il ponte è situato su una deviazione che conduce a Faicchio della strada provinciale Cerreto Sannita-San Salvatore Telesino, presso una gola del fiume Titerno fra i monti Acero e Gioia. Con l'uso nel corso dei secoli, è stato poi riadattato e livellato per facilitare i percorsi periodici e frequenti delle greggi.

Sembra che qui sia passato il dittatore romano Quinto Fabio Massimo Verrucoso, detto il Temporeggiatore ( 275 a.c. – 203 a.c.), per arrestare l'avanzata di Annibale durante la seconda guerra punica. Narra Tito Livio che Nel corso dell'udienza davanti al senato cartaginese Fabio disse:
«Qui noi portiamo guerra e pace, scegliete voi quale delle due volete
(Livio, XXI, 18.13.) 

La parte originaria del ponte è costituita dall'arcata maggiore sita sul corso del fiume e quella alla sua sinistra, entrambe aventi gli archi in laterizi poggianti sui resti della struttura sannita, riconoscibili dalla tipica opera poligonale presente anche nella vicina Arce (cinta muraria sannita) su Monte Acero. Sovrastanti ciò sono alcuni tratti murari in opera reticolata, residui della costruzione romana. 

Originariamente il passaggio del ponte era costituito da due rampe laterali che salivano verso la parte centrale, sovrastante l'arcata maggiore. Il percorso di queste due rampe è stato segnato da due linee tracciate sul tufo della parte superiore. 

L'arco all'estrema sinistra è stato aggiunto a seguito di una alluvione nel 1860. Il ponte ha subito diversi rimaneggiamenti specie a seguito del terremoto del 5 giugno 1688 e all'alluvione del 1860 quando venne costruita la volta a sinistra per reggere il muro alle sue spalle, pericolante.

LO SCEMPIO


LA COLPA

"A mio parere, una delle più grandi colpe che ha la scuola italiana, il paese che detiene almeno il 70% del patrimonio artistico mondiale, è quello di non aver dato, nemmeno nei licei classici, un minimo di cultura relativamente al “Restauro”. Cosicché, per la gente, giustamente “ignorante” in materia, è logico confondere il restauro di una statua o di un quadro, con il restauro di un monumento. 


Ma è facile capire che mentre una statua, un quadro, nascono, vivono ed invecchiano sempre con lo stesso aspetto, un edificio, un monumento, una città, nasce, vive, si trasforma nel tempo. Ed a volte le integrazioni sono vere e proprie opere d’arte, e lo stesso monumento, che piace tanto, è arrivato a noi in una forma ben diversa da come era nato. 

Come è successo per il Ponte Fabio Massimo a Faicchio che nel corso dei secoli è parzialmente crollato ed è stato ricostruito più volte, conservando però sempre alcune parti originarie, quali le basi in muratura poligonale e l’imposta degli archi in mattoni. Quindi: una cosa è restaurare un quadro, una cosa ben diversa è restaurare un monumento."

(Arch. Lorenzo Morone)

Nel 2008 è stato oggetto di un intervento di restauro molto ma molto invasivo e discutibile ad opera dell'architetto Vincenzo Vallone dandogli un aspetto decisamente moderno anche per l'uso di tecniche da sempre estranee al manufatto come la scelta di intonacare la parte superiore e l'interno della volta, precedentemente a pietra viva. 

Ma pure l'aver usato laterizi freschi di fabbrica quando in un qualsiasi paese storico italiano si chiedono mattoni e coppi vecchi per qualsiasi operazione restauratrice. E che dire della armoniosa forma romana del ponte che curvava leggermente a schiena d'asino mentre l'attuale forma un angolo deciso che declina poi privo di simmetria?


BIBLIO

- Sabrina Laura Nart - Architettura dei ponti storici in muratura - In: Strade e Autostrade - n. 76 - 2009 -
- Vittorio Galliazzo - I ponti romani - Catalogo generale - Vol. 2 - Treviso - Edizioni Canova - 1994 -
- Colin O'Connor - Roman Bridges - Cambridge University Press - 1993 -
- Marcel Prade - Les grands ponts du monde: Ponts remarquables d'Europe - Brissaud - Poitiers - France - 1990 -
- Lorenzo Morone - Il restauro del Ponte Quinto Fabio Massimo del 21.01.09 - su Vivitelese.it -



PONTE KARAMAGARA (Cappadocia-Turchia)


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Il ponte Karamagara ( "Ponte della Grotta Nera") è un ponte bizantino o tardo romano dell'antica regione della Cappadocia, nella Turchia orientale, ed è forse il primo ponte ad arco a sesto acuto a noi noto. Costruito nel V o VI secolo d.c. attraverso un affluente dell'Eufrate, la struttura ora sommersa è uno dei primi esempi conosciuti di architettura a sesto acuto della tarda antichità. 

L'arco singolo di 17 m si estende tra le scogliere della gola rocciosa di Arapgir Çayı, un affluente dell'Eufrate, e insieme a gran parte della valle di Arapgir Çayı, è stato sommerso dal completamento della diga nel 1975, a seguito del quale il livello dell'acqua nella valle dell'Eufrate e alcuni dei suoi affluenti a monte è aumentato drammaticamente.

LA SCRITTA SUL PONTE (INGRANDIBILE)
Il suo nome Karamağara ("grotta nera") deriva probabilmente da una caverna ingrandita artificialmente sulla sponda meridionale che fu scavata nella roccia scura a 75 m sopra la struttura e serviva per la protezione del punto di attraversamento. Più a valle, nel villaggio di Bahadın, sono stati sommersi i resti di un altro ponte romano.

Il ponte di Karamagara faceva parte della più ampia strada romana che conduceva alla città di Melitene, tagliata nella roccia vicino al ponte su entrambi i lati del fiume, e si trova nella regione dell'Anatolia orientale della Turchia. Esso si estende tra le scogliere della gola rocciosa dell'Arapgir Çayı, un affluente dell'Eufrate.

Il ponte non è più utilizzabile oggi perché è stato sommerso dopo il completamento della diga di Keban nel 1975. Prima di questo, il ponte Karamagara è stato esaminato dall'Università Tecnica del Medio Oriente di Ankara.

PARTICOLARE DEL PONTE
Il ponte, insieme a gran parte della valle dell'Arapgir Çayı, è stato sommerso dal completamento della diga di Keban nel 1975, a seguito della quale il livello dell'acqua nella valle dell'Eufrate e alcuni dei suoi affluenti a monte sono aumentati notevolmente.

La nervatura dell'arco a sesto acuto è stata costruita senza malta e sul lato orientale, a valle, un'iscrizione cristiana in greco, quasi intatta, corre per la maggior parte della sua lunghezza, citando quasi letteralmente il Salmo 121, versetto 8 della Bibbia. Il testo recita:

Κύριος ὁ Θεὸς φυλ (ά) ξει τὴν εἰσοδ (όν) σου κε τὴν ἐ (ξ) οδόν σου ἀπὸ τοῦ νῦν καὶ ἔως τοῦ αἰῶνἀς, ν.

Kýrios ho Theós phyláxei tēn eisodón sou ke tēn exodón sou apó tou nyn kai héōs tou aiṓnos, amḗn, amḗn, amḗn.

"(Il) Signore Dio può custodire la tua entrata e la tua uscita da ora e per sempre. Amen, amen, amen."

Un'analisi paleografica delle forme delle lettere greche fornisce una data di costruzione del V o VI secolo d.c. per il ponte. Con la maggior parte dei ponti in muratura romani che poggiano su archi semicircolari, o, in misura minore, su archi segmentati, il Ponte Karamagara rappresenta un esempio altrettanto raro e precoce dell'uso di archi a sesto acuto non solo nel ponte tardoantico, ma anche nella storia dell'architettura in generale. 

Insieme ad altri esempi tardo romani e sassanidi, per lo più evidenziati nella costruzione di chiese primitive in Siria e Mesopotamia, il ponte dimostra l'origine preislamica dell'arco a sesto acuto nell'architettura del Vicino Oriente, che successivamente i conquistatori musulmani adottarono e costruirono. Le pietre contenenti le iscrizioni greche furono rimosse dal ponte e portate al Museo Elazığ nel 1972.


BIBLIO

- Galliazzo, Vittorio - I ponti romani - Vol. 1 - Treviso - Edizioni Canova - 1995 -
- Mango, Cyril - Byzantine Architecture, New York: H. N. Abrams - 1976 -
- O’Connor, Colin - Roman Bridges - Cambridge University Press - 1993 -
- Warren, John - Creswell's Use of the Theory of Dating by the Acuteness of the Pointed Arches in Early Muslim Architecture - Muqarnas - 1991 - 



PONTE FUNICCHIO (Lazio)


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PISCIN DE POLVERE

Passeggiando nel verde alla ricerca di un po' di frescura, sul fosso Piscin di Polvere, a Viterbo, si incontrano possenti dighe, diversi ponti e numerosi scrosci d'acqua. La zona è bellissima, silenziosa e non si scorge nè un campo nè un abitato, è natura incontaminata.

Il fosso Piscin di Polvere, è un modesto corso d’acqua che all’altezza del km. 1,400 della strada provinciale Vitorchianese (in provincia di Viterbo) inizia, in direzione Nord e con il nome di fosso dell’Acqua Bianca, un piccolo e tortuoso percorso tra alture e declivi fino a confluire nel fosso dell’Acquarossa, accanto al centro etrusco omonimo.

Sul Piscin De Polvere sembra si conservino ancora tre ponti romani o etrusco - romani, il primo è il Pontaccio, che dovrebbe essere di origine etrusca, il secondo il ponte delle Caselle, il terzo il ponte della Strega (qualcuno lo chiama ponte del diavolo), e il quarto è il ponte Funicchio, detto anche Finocchio per deturpazione del linguaggio nell'uso popolare, che invece dovrebbe essere romano, anche se qualcuno ne propugna un'origine etrusca.

PONTE FUNICCHIO

PONTE FUNICCHIO
(Fonte)

"Noi l'abbiamo scoperto in maniera un pò inconsueta. Sapevamo della sua esistenza dalla lettura del Giannini "Centri Etruschi e Romani dell'Etruria Meridionale". Nel capitolo dedicato a Ferento viene evidenziata dall'autore la presenza di ben tre ponti di epoca etrusco-romana sul fosso Piscin di Polvere posti a una distanza di appena duecento metri l'uno dall'altro: il ponte Funicchio, il Pontaccio e il ponte delle Caselle.

Pensavamo che fossero rimasti in loco pochi resti e non abbiamo mai dato importanza alla cosa finchè, navigando su ebay, ci siamo imbattuti in una cartolina del 1904, che raffigurava una imponente costruzione a due arcate ottimamente conservata e la scritta 
" Viterbo, Ponte Etrusco detto Ponte Funicchio sul fosso Piscin di Polvere ". 

Una breve ulteriore ricerca e troviamo sul sito viterboincartolina.it una card molto simile, sempre dei primi anni del 1900, con una foto del ponte e due persone che vi si affacciano, a testimonianza del fatto che all'epoca era ancora accessibile.


Naturalmente abbiamo cercato informazioni sullo stato attuale del ponte e sull'accessibilità dei luoghi. L'opera ancora esiste e si eleva in tutta la sua imponenza, sia pur avvolto da una generosa vegetazione. 

Recentemente l'abbiamo visitata, qui sotto troverete il video della nostra escursione pubblicato su youtube nella serie Nuovi Grand Tour della Tuscia.

Sempre dal Giannini: il ponte è largo mt. 2,60 e alto 16 metri circa. Ha due arcate che poggiano direttamente sui fianchi delle scoscese rupi di peperino. 

Il pilastro centrale poggia su enormi massi, caduti sul fondo del torrente. Costruito in opera quadrata regolare con bugnato, sembra doversi attribuire alla fine del II secolo a.c.. "

Il ponte, in conci di un tipo molto compatto di peperino, è edificato appunto in pietra locale,
Il percorso è attualmente sbarrato da un'alta recinzione con filo spinato, e i cartelli delimitatori riportano "zona addestramento cani con sparo". Sembra impossibile oramai ogni passaggio, però si può invece arrivare al Funicchio dalla strada Pian del Cerro, chiedendo autorizzazione ai proprietari del fondo di visitare il sito.


BIBLIO

- Degli avanzi delle antichità - Bonaventura Overbeke - a cura di Paolo Rolli - Tommaso Edlin - Londra - 1739 -
- Vittorio Galliazzo - I ponti romani - Vol I - Treviso - Edizioni Canova - 1995 -
- A. Seppilli - Sacralità dell'acqua e sacrilegio dei ponti - Sellerio Editore - Palermo -
- Sabrina Laura Nart -  Architettura dei ponti storici in muratura - In: Strade e Autostrade - n. 76 - 2009 -
- Vittorio Galliazzo - I ponti romani - Catalogo generale - Vol. 2 - Treviso - Edizioni Canova - 1994 -



PONTE LEPROSO - PONTE MARMOREO


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Il ponte Leproso è un ponte di origini romane collocato alla periferia di Benevento, dalla tipica
struttura a schiena d'asino, che permetteva alla via Appia Antica di superare il fiume Sabato,
a circa 1 km a Sud-Ovest di Benevento, in Campania. Era ed è a 5 campate (P), ma solo una è rimasta originale.

Secondo alcuni il nome Leproso fu una trasformazione di Ponte Lebbroso, in quanto nei suoi pressi sarebbe sorto nel medioevo un lazzaretto (ospedale dei lebbrosi), ma non esiste documento che citi questo lebbrosario.

Il nome antico del ponte era invece Ponte Marmoreo (Lapideo nei documenti), in quanto rivestito in travertino, e detto nome è attestato per la prima volta nel 1071, in un diploma di concessione del principe longobardo Landolfo VI a favore di Dacomario, all'epoca rettore della città. Il documento, facente parte della "Cronaca di Santa Sofia", è conservato nella Biblioteca Vaticana.

Durante il XIX secolo il ponte venne ancora cambiato per il vezzo di tramutare gli antichi nomi in nomi di santi, così venne chiamato ponte di San Cosimo, dal nome di una chiesa che sorge nelle vicinanze.

LA SOMMITA' DEL PONTE
Il fiume che il ponte cavalcava, il Sabato, secondo alcuni prese il nome da Sabus (Cat. apd. DYONIS, II, 49; LIB. VIII, 41), nome derivato dai Sabini, una tribù dei Sanniti stanziatasi nel bacino del Sabatus (Tito Livio), cioè sabino, secondo altri dall'ebraico Saba (esercito) dedicato cioè al «Dio degli eserciti». Quest'ultima interpretazione appare però poco probabile.

E' molto probabile che il ponte sia stato costruito dal censore Appio Claudio Cieco (350 a.c. – 271 a.c.) , politico e letterato romano, dell'antica e nobile gens Claudia. Secondo la tradizione, la sua cecità, da cui gli derivò il soprannome, fu dovuta all'ira degli Dei per il suo voler unificare il pantheon greco romano con quello celtico e quello germanico.

Il ponte fu probabilmente edificato nel III secolo a.c., in occasione dell'apertura della via Appia, forse riutilizzando un precedente ponte dei Sanniti. Fu poi restaurato da Settimio Severo (146 - 211) e da suo figlio Caracalla (188 - 217) nel 202. Al suo sbocco sorgeva un criptoportico, tramutato poi in chiesa dedicata ai Santi Quaranta, martiri a Sebaste.



SANTI QUARANTA

I Santi Quaranta sono i resti di un lungo criptoportico di età romana situato a Benevento, fra il rione San Lorenzo e l'area rurale di Cellarulo, in corrispondenza di un dirupo sulla sinistra della basilica della Madonna delle Grazie. L'edificio consisteva in un sistema di gallerie coperte a volta, di datazione ed utilizzo incerti, costituita da un lungo corridoio cui si connettevano due trasversali, più corti.

L'edificio era collocato di fronte al ponte Leproso, il quale costituiva l'ingresso della via Appia a Benevento provenendo da Roma. L'accesso al complesso si trova in un vicolo in discesa, oggi chiamato via Ursus, forse nato come variante al percorso originario della via Appia

Il monumento fu riutilizzato nel Medioevo trasformandolo in una chiesa dedicata ai quaranta martiri di Sebaste che, benché scomparsa, ne detta ancora il nome. È stato seriamente danneggiato dai bombardamenti durante la II guerra mondiale. Attualmente è curato da un gruppo di volontari.
A partire dal XIII secolo il culto dei santi Quaranta venne dimenticato ma nacque una leggenda popolare secondo cui nel criptoportico stesso perirono quaranta martiri cristiani.



LA DISTRUZIONE DEL PONTE

Fu distrutto dai Goti di Totila nel VI secolo, durante il saccheggio di Benevento, e successivamente ricostruito. Nei secoli fu altre volte rimaneggiato, ma dopo il terremoto del 1702, la ricostruzione dell'ingegnere Giovan Battista Nauclerio ridusse le arcate da cinque a quattro. 

Oggi della struttura originaria rimane solo in uno dei piloni, costruito in opus quadratum (opera quadrata), anche se il ponte è ancora integro, con superfici a vista sbozzate "a bugne rustiche". Recentemente il ponte è stato chiuso al traffico veicolare.


BIBLIO

- Daniello Maria Zigarelli - Storia di Benevento - Atesa Editrice - Bologna - 1979 -
- Vittorio Galliazzo - I ponti romani - Vol I - Treviso - Edizioni Canova - 1995 -
- Colin O'Connor - Roman Bridges - Cambridge University Press - 1993 -
- Antonio Iamalio - La Regina del Sannio - P. Federico e G. Ardia - Napoli - 1918 -
- Stefano Borgia -Memorie istoriche della pontificia città di Benevento dal sec. VIII al secolo XVIII, Salomoni, Roma 1763-69



PONTE DELLE SERRETELLE (Benevento)


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Il ponte delle Serretelle è un ponte ad arco ritenuto dai più di origine romana, e nonostante ciò lasciato miseramente crollare nelle sue arcate e sommergere nella parte restante dalla infestante vegetazione. Il ponte sorge nei pressi di Benevento, fra la collina della Gran Potenza e il torrente Serretelle da cui prende il nome.

Sotto di esso scorreva un modesto corso d'acqua che, scendendo dalla collina, si riversava nel torrente. Il suo nome lascia intendere (Serretelle, Serratelle) che un tempo vi fossero delle chiuse atte a regolare l'irrigazione del terreno a coltivazione. Il sistema delle chiuse fu adottato dapprima dagli etruschi e poi dai romani che le mantennero e ne fecero di nuove.
Il cardinale Stefano Borgia, storico erudito, riteneva che la via Appia Antica, nel suo tratto fra il ponte Corvo e il ponte Leproso con cui accedeva alla città di Benevento, passasse anche dal ponte delle Serretelle. 

Ma l' architetto e archeologo Almerico Meomartini, fece notare il passaggio per detto ponte avrebbe significato un percorso inutilmente lungo e tortuoso per la strada, mentre era più credibile che essa corresse lungo il pendio della collina.

L'ANTICO PROFILO DEL PONTE

Il che sembra anche a noi più credibile, sia perchè i romani erano molto sensibili alla esemplificazione dei percorsi stradali che studiavano con grande puntigliosità e capacità, sia per la competenza del Meomartini sia come architetto che come archeologo, come ebbe a dimostrare nella questione della tratta ferroviaria Cancello-Benevento nel 1913 che vinse con onore e competenza.

Il ponte è ricordato nel Chronicon di Falcone Beneventano perché nel 1113 esso fu teatro di uno scontro fra i Normanni e i Beneventani soggetti al dominio papale. Il connestabile beneventano (comes stabuli, «conte di stalla», con poteri militari), Landolfo della Greca, aveva combattuto e vinto più volte le invasioni normanne.

Pertanto i Normanni, onde togliersi dai piedi il pericoloso personaggio, gli tesero un'imboscata, ma Landolfo, mentre stava presidiando con un gruppo di soldati il ponte delle Serretelle, notò cinquanta uomini del conte Roberto normanno di Alife nascosti fra i frutteti. Ne scaturì un combattimento in cui Landolfo nuovamente vinse, facendo dieci prigionieri. 


E' in questa occasione che troviamo una nuova menzione del ponte di cui stiamo trattando, evidentemente all'epoca ancora perfettamente funzionante e anche di una certa importanza se necessitava di un presidio.

Il Ponte delle Serretelle, che come è detto dianzi cavalcava un torrente (probabilmente il torrente Corvo, oggi non più esistente) sembra fosse costituito di due arcate di cui la minore misura un varco di 6,8 m, la seconda non si è potuta misurare con certezza in quanto crollata.


BIBLIO

- Falcone Beneventano - Chronicon Beneventanum - traduz. introduz. e note di Raffaele Matarazzo -Napoli - Arte Tipografica - 2000 -
- Almerico Meomartini - Della via Appia da Roma a Benevento - in I monumenti e le opere d'arte della città di Benevento - Benevento - Tipografia di Luigi De Martini e figlio - 1889 -
- Marina R. Torelli - "Benevento romana"- L'Erma di Bretschneider - Roma - 2002 -
- Vittorio Galliazzo - I ponti romani - Vol I - Treviso - Edizioni Canova - 1995 -



 

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