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CLAUDIO TOLEMEO - CLAUDIUS PTOLEMAEUS


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Nome: Κλαύδιος Πτολεμαῖος, Klaúdios Ptolemaîos, latino: Claudius Ptolemaeus
Nascita: Ptolemais Hermiou (?) 100 circa
Morte: Alessandria 168-170
Professione: Matematico, astronomo, filosofo naturale, geografo e astrologo



IL NOME

Tolomeo (Πτολεμαῖος Ptolemaîos) è un nome personale greco antico che ricorre una sola volta nella mitologia greca omerica. Era comune tra l'alta classe macedone e lo troviamo nell'esercito di Alessandro. Un certo Tolomeo si fece faraone nel 323 a.c.: Tolomeo I Soter. Tutti i successivi faraoni d'Egitto fino a quando non divenne una provincia romana nel 30 a.c., furono anch'essi Tolomei.

Il nome Claudio invece è un nome romano, appartenente alla gens Claudia, una famosa gens che dette anche imperatori. Gerald Toomer, il traduttore dell'Almagesto di Tolomeo in inglese, suggerisce che la cittadinanza fu probabilmente concessa a uno degli antenati di Tolomeo dall'imperatore Claudio o dall'imperatore Nerone.

L'astronomo persiano del IX secolo Abu Maʻshar presenta Tolomeo come un membro della stirpe reale dell'Egitto tolemaico, perchè i discendenti del generale alessandrino e faraone Tolomeo I Soter erano saggi "e includevano Tolomeo il Saggio, che compose il libro dell'Almagesto".  

Non v'è dubbio che l'astronomo che scrisse l'Almagesto scrisse anche la Tetrabiblos come sua controparte astrologica. Nelle fonti arabe successive era spesso conosciuto come "l'Alto Egiziano", come potesse avere origini nell'Egitto meridionale. Astronomi, geografi e fisici arabi si riferivano al suo nome in arabo come Baṭlumyus.



CLAUDIO TOLOMEO

Claudio Tolomeo è stato un matematico, astronomo, filosofo naturale, geografo e astrologo che
visse nella città di Alessandria nella provincia romana dell'Egitto sotto il dominio dell'Impero Romano, aveva un nome latino da cui si suppone che avesse ottenuto la cittadinanza romana. 

L'astronomo del XIV secolo Theodore Meliteniotes ha dato il suo luogo di nascita come l'importante città greca Ptolemais Hermiou (Πτολεμαΐς 'Ερμείου) nella Tebaide (Θηβᾱΐς). Questa attestazione è però fuori del suo tempo e non ci sono altre prove a sostegno.

Aveva una cultura sia greca che babilonese e pure caldea. Pertanto Tolomeo non solo citava filosofi greci ma pure la teoria lunare babilonese per cui la Luna influenzava le maree sulla Terra. D'altronde i Babilonesi furono i primi a riconoscere la periodicità dei fenomeni astronomici ed i primi ad applicare la matematica alle loro predizioni. 

Lo studioso caldeo Seleuco di Seleucia (190 a.c.), conosciuto grazie agli scritti di Plutarco, sostenne la teoria eliocentrica, per cui la Terra ruota attorno ad un proprio asse e contemporaneamente attorno al Sole. Secondo Plutarco, Seleuco fornì addirittura delle prove in sostegno alla tesi, anche se non sappiamo quali.

Scrisse diversi trattati scientifici, tre dei quali furono importanti, se non la base, per la successiva scienza bizantina, islamica e dell'Europa occidentale tutta.


CLAUDIO TOLOMEO


L'ALMAGESTO

Il primo è il trattato astronomico dell'Almagesto, anche se originariamente era intitolato "Trattato matematico" (Μαθηματικὴ Σύνταξις - Mathematiké sýntaxis) e poi conosciuto come "Il grande trattato" (Ἡ Μεγάλη Σύνταξις - Megále sýntaxis). Invece il nome attuale deriva dall'arabo al-Magisṭī, un adattamento della parola greca Μεγίστη, "Megíste" ("grandissima"), con cui era generalmente indicata l'opera.

Il libro inizia con un'introduzione che vuole dimostrare scientificamente l'immobilità della Terra, poi segue la descrizione matematica del moto del Sole, della Luna e dei cinque pianeti allora conosciuti (Marte, Venere, Mercurio, Giove, Saturno). 

Tolomeo è interessato alle velocità angolari degli astri (velocità con cui un angolo viene spazzato dal raggio vettore di un punto che si muove lungo una curva) ma non alle variazioni delle distanze dall'osservatore pertanto non spiega le diverse luminosità dei pianeti. Il trattato sviluppa anche argomenti di geometria e di trigonometria come la costruzione di una "tavola delle corde" (la funzione trigonometrica allora usata).

Le sue Procheiroi kanones, Tavole delle corde, davano tutti i dati necessari per calcolare le posizioni del Sole, della Luna e dei pianeti, il sorgere e il tramontare delle stelle e le eclissi del Sole e della Luna. Le Procheiroi kanones di Tolomeo fornirono il modello per successive tavole astronomiche. Nella Phaseis (Ascesa delle Stelle Fisse), Tolomeo diede un parapegma, un calendario stellare o almanacco, basato sulle apparizioni e sparizioni delle stelle nel corso dell'anno solare.


L’Almagesto consta di TREDICI LIBRI:

- il I è dedicato ai principi di trigonometria sferica e astronomia.

- il II esamina i problemi della sfera celeste, afferma che i cieli sono sferici e girano come una sfera.
La Terra è sferica ed è posta al centro dei cieli e non si muove.

- il III libro è quello dei moti del Sole e della durata dell’anno.

- il IV illustra la teoria della Luna e del mese e scopre l’evezione lunare, relativa al movimento che la Luna compie attorno alla Terra, che non è influenzato solamente dalla forza gravitazionale di quest’ultima, ma anche dal Sole per più del doppio del valore della forza attrattiva del nostro pianeta.
Tolomeo è stato in grado di rappresentare molto accuratamente le sue osservazioni lunari, ad oggi possiamo stabilire che i suoi errori non superavano 1°, che per l’astronomia dell’epoca era un grande risultato.

- il V continua la trattazione della teoria della Luna, e discute sulla distanza della luna e del sole dalla terra. Poi spiega il più importante strumento astronomico dell’epoca, inventato da Ipparco, l’astrolabio, già abbozzato da Apollonio. Lo strumento calcola la posizione del Sole, della Luna, dei pianeti e delle stelle. Determina l’ora locale tramite la latitudine e viceversa. Fu il principale strumento di navigazione.

- il VI riguarda le eclissi di sole e di luna.

- il VII e l'VIII sono cataloghi di 1028 stelle, classificate in base alla luminosità, che si rifà al catalogo di Ipparco. L'Almagesto cita spesso osservazioni e idee teoriche di scienziati più antichi, costituendo un'importante fonte sulla astronomia ellenistica passata di cui non ci sono rimaste opere.

- gli ultimi cinque libri (dal IX al XIII) si occupano della storia dei pianeti: qui Tolomeo regala il più grande apporto all’astronomia. Spiega il suo sistema geocentrico, definisce gli epicicli, gli eccentrici e l’equante, per arrivare a rappresentare geometricamente, e in modo geniale, il moto del sole, della luna e dei pianeti e allora conosciuti. 
Per il moto di ciascun astro c'è una particolare teoria, in grado di descrivere e prevedere con precisione i moti osservabili. Tolomeo combina la considerazione di moti circolari uniformi, con tre possibili varianti (usate o meno in modo diverso per ciascun astro):
- eccentrici: moti circolari con orbite centrate non nella Terra ma in un punto diverso.
- equanti: moto circolare non uniforme, ma con velocità angolare costante rispetto ad un punto equante diverso dal centro dell'orbita.
- epicicli: moto circolare non intorno alla Terra, ma intorno ad un punto che però percorre un moto circolare intorno alla Terra.


L'OPPOSIZIONE DELLA CHIESA

In Europa l'opera di Tolomeo non era conosciuta in quanto bandita dal cristianesimo. Il Sant'Uffizio nel XVI secolo inquisì Galileo Galilei perché affermava l'eliocentrismo e per questo fu condannato al carcere a vita, poi trasformato in condanna a chiudersi nella propria villa di Arcetri, a recitare preghiere quotidiane per tre anni e a pronunciare un'abiura in cui disconosceva la sua "falsa opinione". 

L'Europa occidentale riscoprì Tolomeo attraverso le traduzioni arabe del IX secolo, una delle quali voluta dal califfo al-Maʾmūn. Una traduzione dell'Almagesto basata direttamente sul testo greco fu eseguita in Sicilia intorno al 1160.

Nel XV secolo si diffuse in Europa occidentale l'abitudine di tradurre le opere scientifiche greche direttamente dal testo originale, evitando la mediazione araba. Johann Müller, il Regiomontano (o Johannes Regiomontanus), fece una versione latina ridotta dell'Almagesto, e una traduzione completa dal testo greco fu fatta da Giorgio da Trebisonda (Trapezunzio).

IL MONDO DI TOLOMEO


LA GEOGRAFIA

Il secondo è la Geografia  (o Geographia), che è una discussione approfondita delle conoscenze geografiche del mondo greco-romano. La prima parte illustra dati e metodi da lui utilizzati. Poi ha assegnato le coordinate a tutti i luoghi e le caratteristiche geografiche che conosceva, in una griglia che attraversava il globo. 

La latitudine era misurata dall'equatore, ma come climata, la lunghezza del giorno più lungo invece di gradi d'arco: la lunghezza del giorno di mezza estate aumenta da 12h a 24h man mano che si va dall'equatore al circolo polare. Nei libri dal 2 al 7, ha usato i gradi e ha messo il meridiano di 0 longitudine nella terra più occidentale che conosceva, le "Isole Benedette" (Isole Canarie). 

E' una raccolta di coordinate geografiche della parte del mondo conosciuta dall'Impero Romano durante il suo tempo, riferito al lavoro di un precedente geografo, Marinos di Tiro, ai diari dell'impero romano e dell'antico impero persiano, e all'antico astronomo Ipparco per aver fornito l'elevazione del polo nord celeste per alcune città.

Le mappe di Tolomeo vennero riscoperte nel 1300 circa da Massimo Planude. Tolomeo fornì anche istruzioni per creare mappe sia del mondo abitato (oikoumenè) che delle province romane, fornendo gli elenchi topografici e le didascalie per le carte. Il suo mondo abitato si estendeva per 180° di longitudine dalle Isole Benedette nell'Oceano Atlantico al centro della Cina, e circa 80° di latitudine dalle Shetland ad anti-Meroe (costa orientale dell'Africa); ma Tolomeo era consapevole di conoscere solo un quarto del globo.

Nel XV secolo si iniziò a stampare la Geografia di Tolomeo con mappe incise; la prima edizione a stampa fu prodotta a Bologna nel 1477, seguita da un'edizione romana nel 1478 (Campbell, 1987). Un'altra edizione venne stampata a Ulm, a nord delle Alpi, nel 1482, comprese le mappe xilografiche.


TETRABIBLOS

Il terzo è il trattato astrologico in cui tentò di adattare l'astrologia oroscopica alla filosofia naturale aristotelica del suo tempo. Il titolo di Tolomeo è sconosciuto, ma potrebbe essere stato il termine trovato in alcuni manoscritti greci: Apotelesmatika (Ἀποτελεσματικά), che significa approssimativamente "Risultati astrologici", "Effetti" o "Prognostici". ma più comunemente conosciuto come il "Tetrábiblos" dal greco Koine (Τετράβιβλος) che significa "Quattro Libri" o dal latino "Quadripartitum".

Tolomeo pensava che l'astrologia fosse deduttivo e congetturale come la medicina,  a causa dei molti fattori variabili da prendere in considerazione: la razza, il paese e l'educazione di una persona influenzano la personalità di un individuo tanto quanto, se non più delle posizioni del Sole, della Luna e dei pianeti nel momento preciso della loro nascita, quindi Tolomeo vedeva l'astrologia come qualcosa da usare nella vita, ma non vi si basava interamente.



CENTILOQUIUM

Una raccolta di cento aforismi sull'astrologia chiamata Centiloquium, attribuita a Tolomeo, fu ampiamente riprodotta e commentata da studiosi arabi, latini ed ebraici, e spesso rilegata in manoscritti medievali dopo il Tetrabiblos come una sorta di sommatoria. Ora si crede che sia una composizione pseudoepigrafica molto più tarda. L'identità e la data dell'effettivo autore dell'opera, indicato ora come Pseudo-Tolomeo, rimane oggetto di congetture.


ARMONICHE

Tolomeo scrisse anche le Armoniche, sulla teoria musicale e la matematica della musica, basando gli intervalli musicali su rapporti matematici (contro i seguaci di Aristosseno e con i seguaci di Pitagora), supportati dall'osservazione empirica. Per Tolomeo le note musicali potevano essere tradotte in equazioni matematiche e viceversa. Pitagora credeva che la matematica della musica dovesse essere basata sul rapporto specifico di 3:2, mentre Tolomeo credeva semplicemente che dovesse coinvolgere solo generalmente tetracordi e ottave.


OPTICA

CLAUDIO TOLEMAICO E LA MUSA URANIA
La sua ottica è un'opera di cui sopravvive solo una scarna versione latina, a sua volta tradotta da una versione araba perduta da Eugenio di Palermo (c. 1154). In esso, Tolomeo scrive sulle proprietà della vista (non della luce), inclusi riflessione, rifrazione e colore.  Contiene la prima tavola di rifrazione dall'aria all'acqua forse dedotta da esperimenti reali. 

Sosteneva una teoria della visione estramissione-intromissione: i raggi (o flusso) dall'occhio formavano un cono, il vertice essendo all'interno dell'occhio e la base che definisce il campo visivo. I raggi erano sensibili e restituivano all'intelletto dell'osservatore informazioni sulla distanza e l'orientamento delle superfici. La dimensione e la forma sono state determinate dall'angolo visivo sotteso all'occhio combinato con la distanza e l'orientamento percepiti. 

Tolomeo ha offerto spiegazioni per molti fenomeni riguardanti l'illuminazione e il colore, le dimensioni, la forma, il movimento e la visione binoculare. Ha anche diviso le illusioni in quelle causate da fattori fisici o ottici e quelle causate da fattori di giudizio. 


IPOTESI DEI PIANETI

Un’altra opera di Tolomeo è “Ipotesi dei pianeti”, successiva all’“Almagesto”, in cui studia il meccanismo fisico che possa corrispondere alla combinazione dei cieli sferici; disegna inoltre un calendario meteorologico.



BIBLIO

- Goldstein, Bernard R. - Saving the Phenomena: The Background to Ptolemy's Planetary Theory - Journal for the History of Astronomy - 1997 -
- Bernard R. Goldstein, ed. - The Arabic Version of Ptolemy's Planetary Hypotheses - Transactions of the American Philosophical Society - 1967 -
- Lejeune, A. - L'Optique de Claude Ptolémée dans la version latine d'après l'arabe de l'émir Eugène de Sicile - Collection de l'Académie International d'Histoire des Sciences - Leiden: E.J.Brill -1989 -
- Shcheglov D.A. - Hipparchus’ Table of Climata and Ptolemy’s Geography - Orbis Terrarum - 2003/2007 -
Bagrow, L. (1 January 1945). "The Origin of Ptolemy's Geographia". Geografiska Annaler. Geografiska Annaler, Vol. 27. 27:
- Robbins, Frank E. (ed.) - Ptolemy Tetrabiblos - Cambridge, Massachusetts - Harvard University Press (Loeb Classical Library) - 1940 -




LA VERGINE IPAZIA - HYPATIA


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Nome: Hypatia
Nascita: Alessandria d'Egitto 350/370
Morte: Alessandria d'Egitto 415
Professione: Matematica, astronoma e filosofa


REGGENZA DI ELIA PULCHERIA 

"Pulcheria (sorella di Teodosio II imperatore) era una donna forte, ambiziosa, amante del potere e molto bigotta. L'atmosfera di corte divenne pesante come quella di un chiostro. Il nuovo prefetto del pretorio fu un certo Aureliano che divenne il principale consigliere di Pulcheria. La donna liquidò anche Antioco dalla carica di tutore del fratello, al quale disse che da allora in poi ella stessa desse lezioni di comportamento.


La filosofa Ipazia

Dopo che Pulcheria ebbe assunto la reggenza ad Alessandria accadde un fatto gravissimo. Ipazia, donna pagana celebre per le sue conoscenze filosofiche e matematiche, guidava un cenacolo di filosofi, letterati e ricercatori che affluivano da ogni parte per ascoltarla. Fu suo padre Teone ad indirizzarla sulla via della scienza, come lui stesso testimonia nell'intestazione del III libro del suo commento al Sistema matematico di Tolomeo, su cui è scritto: "Commento di Teone di Alessandria al terzo libro del Sistema matematico di Tolomeo. Edizione controllata dalla filosofa Ipazia, mia figlia".

Filostorgio e poi Suda, scrissero di interessanti scoperte compiute da Ipazia sul moto degli astri, scoperte che ella condivise con i suoi contemporanei con un testo, intitolato Canone astronomico. Filostorgio aggiunge che "Introdusse molti alle scienze matematiche" si buttava sulle spalle il tribon – (come ce la raffigura Raffaello) il mantello dei filosofi – e se ne andava in giro per Alessandria a spiegare alla gente cosa volesse dire libertà di pensiero, l’uso della ragione.

Socrate Scolastico, storico cristiano e coevo, narrò la vicenda nella sua Storia ecclesiastica (VII libro) secondo cui Cirillo tentò di far accettare alla parte meno fanatica della comunità cristiana di Alessandria (perchè la più fanatica l'aveva già accettata), la beatificazione del monaco Ammonio, brutale e violento, che il prefetto Oreste, vittima di una sua aggressione, aveva fatto giustiziare. Cirillo tentò subito di fare adorare Ammonio come martire col nome di Taumasio, ma «le persone equilibrate, quantunque cristiane, non approvavano tale eccessivo zelo di Cirillo nei confronti di costui» (VII, 14).

Socrate riferì che Ipazia era la terza caposcuola del Platonismo, dopo Platone e Plotino. Damascio ci spiega come seppe passare dalla semplice erudizione alla sapienza filosofica. Pallada poi, in un epigramma, tesse uno degli elogi più belli all'indirizzo di Ipazia:
"Quando ti vedo mi prostro, davanti a te e alle tue parole, vedendo la casa astrale della Vergine, infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto Ipazia sacra, bellezza delle parole, astro incontaminato della sapiente cultura".

Ma Ipazia fu anche una guida spirituale; uno dei suoi più cari discepoli, Sinesio, le scrisse, affetto da una malattia mortale:
"Detto questa lettera dal letto nel quale giaccio. Possa tu riceverla stando in buona salute, o madre, sorella e maestra, mia benefattrice in tutto e per tutto, essere e nome quant'altri mai onorato!".

E pensare che Sinesio divenne poi vescovo cristiano di Cirene: 
"E se c'è qualcuno venuto dopo che ti sia caro, io debbo essergli grato poiché ti è caro, e ti prego di salutare anche lui da parte mia come amico carissimo. Se tu provi qualche interesse per le mie cose, bene; in caso contrario, non importano neanche a me".


Ancora Socrate:
"Ella giunse ad un tale grado di cultura, che superò di gran lunga tutti i filosofi suoi contemporanei. Per la magnifica libertà di parola ed azione, che le veniva dalla sua cultura, accedeva in modo assennato anche al cospetto dei capi della città e non era motivo di vergogna per lei lo stare in mezzo agli uomini. Infatti, a causa della sua straordinaria saggezza, tutti la rispettavano profondamente e provavano verso di lei un timore reverenziale". 

Damascio:
"Poiché tale era la natura di Ipazia, era cioè pronta e dialettica nei discorsi, accorta e politica nelle azioni, il resto della città a buon diritto la amava e la ossequiava grandemente e i capi, ogni volta che si prendevano carico delle questioni pubbliche, erano soliti recarsi prima da lei".

Per i cattolici era davvero troppo: donna, pagana, istruita, amatissima e addirittura geniale! Non era sopportabile.

"Per questo motivo, allora, l'invidia si armò contro di lei. Alcuni, dall'animo surriscaldato, guidati da un lettore di nome Pietro, si misero d'accordo e si appostarono per sorprendere la donna mentre faceva ritorno casa. Tiratala giù dal carro, la trascinarono fino alla chiesa che prendeva il nome da Cesario: qui, strappatale la veste, la uccisero colpendola con i cocci.
Dopo che l'ebbero fatta a pezzi membro a membro, trasportati questi pezzi al cosiddetto Cinerone, cancellarono ogni traccia di lei nel fuoco
".




Il martirio di Ipazia (VII, 15) ad opera di una squadra di monaci teppisti detti «parabolani» capeggiati dal lector Pietro che costituivano, per Cirillo, una specie di «guardia del corpo »: catturata per la strada, denudata, lapidata, fatta a pezzi e bruciata. Commenta Socrate, al termine di quel capitolo: «Questo misfatto procurò non poco biasimo a Cirillo e alla chiesa di Alessandria.»
Nè d'altronde Cirillo biasimò l'accaduto. La sua complicità è affermata anche da Damascio, il neoplatonico autore della Vita di Isidoro, che vive un secolo più tardi. 

Altra fonte importante è Filostorgio (368-439 d.c.), ariano e avverso sia ai pagani che degli atanasiani trionfanti ad Alessandria. Probabilmente aveva ascoltato direttamente le lezioni di Ipazia, che era diventata, nel campo della osservazione degli astri, migliore di gran lunga rispetto a suo padre Teone (Hist. eccl. VIII, 9).

L’opera di Filostorgio, in quanto di ispirazione ariana venne distrutto ma il patriarca Fozio ne fornì un riassunto: «L’empio (Filostorgio detto in senso ironico e amichevole) a questo punto dice che, al tempo del regno di Teodosio, quella donna fu fatta a pezzi dai sostenitori della consustanzialità» .
I sostenitori della consustanzialità erano Atanasio, Teofilo e Cirillo. Per Filostorgio dunque l’assassinio non era opera della folla fanatica ma di Cirillo, che ad Alessandria la guidava e dominava.

Louis Duchesne (dalla Histoire ancienne de l’Église III, p. 301) condanna fortemente il massacro di Ipazia e lo descrive con notevole partecipazione:

«Tra le persone più apprezzate dal prefetto Oreste c’era l’illustre Ipazia, donna di elevate facoltà letterarie, stimata per i suoi costumi come per il suo ingegno. Era ancora pagana e dirigeva la scuola neoplatonica; Oreste non era il solo cristiano a stimarla, l’onorava pure il vescovo Sinesio. La corte di Cirillo ritenevala istigatrice di tutti i malevoli progetti prefettizi e responsabile dell’ostilità di Oreste contro il Vescovo. Un giorno, alcuni fanatici, guidati da uno dei lettori di Cirillo, di nome Pietro, l’attesero per via, la strapparono giù dal suo carro, la trascinarono nella chiesa del Caesareum, e là, la spogliarono delle vesti, l’uccisero a colpi di tegola, tagliandone poi il cadavere a pezzi, bruciati in un’orgia di cannibali

Mentre per lo spirito orientale non c'era problema nel concedere parità di diritti a una donna, tanto è vero che Pulcheria poteva essere reggente, nello spirito della Chiesa Cattolica era un insulto.

IPAZIA
Pertanto il Patriarca Cirillo sobillò la folla dei cristiani incitandoli al linciaggio della giovane Ipazia, che dalla folla, come si è detto, fu denudata, letteralmente smembrata viva e seminati i suoi pezzi sanguinanti nella piazza.

Pulcheria, cristiana devota alla Chiesa e seguace di Cirillo, impedì che il commissario incaricato svolgesse obiettivamente le sue indagini.

Il popolo pagano di Alessandria chiese allora giustizia presso Teodosio II sul loro vescovo per aver fatto massacrare, non solo Ipazia, ma tanti avversari religiosi.

Ma Cirillo convocò illegalmente il Concilio di Efeso, III Concilio ecumenico della storia della Chiesa, in cui legittimò il suo delitto, per cui non solo non pagò i suoi crimini ma fu successivamente fatto santo dalla Chiesa (!).

Con la morte di Ipazia sparirono pure i suoi scritti e tutto quello che si ha di lei è stato tramandato dagli studiosi e dai suoi discepoli, tra i quali il suo più importante allievo, Sinesio di Cirene. La misoginia ecclesiastica non solo la uccise materialmente ma pure moralmente, privando il pubblico della sua preziosa scienza, per quel principio secondo cui le donne sono "instrumentum diaboli", e massimamente se pagane.

Alcuni autori, naturalmente cattolici, difesero il vescovo Cirillo, come Giovanni di Nikiu, che considera il linciaggio di Ipazia una meritata punizione:
"Ipazia ipnotizzava i suoi studenti con la magia e si dedicava alla satanica scienza degli astri" precisando poi che
 "Tutta la popolazione circondò il patriarca Cirillo e lo chiamò nuovo Teofilo, perché aveva liberato la città dagli ultimi idoli".

Per altri 1400 anni, i cosiddetti "secoli bui" si visse nell'ignoranza; nulla si sapeva di come si era vissuti prima. Si cancellò dalla memoria pure l'impero romano e la gente divenne analfabeta.

Il sapere venne sostituito con la superstizione, l'apatia, la rassegnazione; fu spenta ogni energia vitale individuale e collettiva. Bisognava solo pregare, sacrificarsi e ubbidire. Dio amava la sofferenza volontaria e la totale sottomissione degli uomini.

La filosofa viene oggi riconosciuta come martire della libertà di pensiero, ma paradossalmente il vescovo Cirillo nel 1882 è stato proclamato santo. Sarà un caso, ma spesso la chiesa ha santificato uomini che odiavano le donne,

Invece Raffaello la inserì nel famosissimo affresco della Scuola d'Atene, unica donna presente,
ed è anche l'unico personaggio che rivolge lo sguardo all'osservatore. Come mai? Intanto notiamo la sua somiglianza con lo stesso Raffaello. Forse il pittore si identificava un po' in lei e quello sguardo al pubblico denunciava ciò che l'autore non poteva dire, anch'egli legato dal potere ecclesiastico che lo dominava, seppur pagandolo profumatamente.


A SINISTRA RITRATTO DI RAFFAELLO, A DESTRA IPAZIA DA UN OPERA DI RAFFAELLO

DA:

IL CRIMINALE SAN CIRILLO D'ALESSANDRIA

di Karlheinz Deschner
(Storia Criminale del Cristianesimo, Ariele 2001, Vol. 2; pagg.132-137)


SAN CIRILLO PERSECUTORE DEGLI "ERETICI" E IDEATORE DELLA PRIMA "SOLUZIONE FINALE"

La lotta per la fede soddisfò, come spesso accadde nel cristianesimo, l'orrenda sete di potere di questo santo. L'opera di Cirillo, pur essendo andata in parte distrutta, riempie dieci tomi della Patrologia greca; una produzione che, tra i padri della chiesa, è paragonabile soltanto a quella di Agostino e Giovanni Crisostomo,

IPAZIA
Cirillo vide "la Chiesa di Dio" costantemente minacciata da "eresie", da dottrine immonde e sacrileghe di altri cristiani, da senza Dio, che "precipitavano all'inferno" o nel "cappio della morte" nel caso in cui non avessero fatto, e in ciò Cirillo fu molto d'aiuto, "già in questa vita una brutta fine".

Alla luce della sua ossessiva sete di potere si comprende l'enormità e la ferocia della sua infamia. Seguendo le orme del famigerato Attanasio, "beato e notissimo Padre della Chiesa", (uno psicopatico come lui) Cirillo continuò a perseguitare massicciamente i cristiani eterodossi, superando il maestro per la brutalità, e quanto a mancanza di stile riuscì almeno a raggiungerlo.

Nel linguaggio e nelle immagini di Cirillo, non può essere un caso che persino i cattolici vi trovano "poco o niente di attraente" [a parte Ratzinger, ndr].

Il suo stile viene definito "fiacco e prolisso, ma anche ampolloso e sovraccarico" (Biblioteca dei Padri della Chiesa), mentre cautamente si dice dei suoi scritti che "in letteratura non occupano una posizione di primo piano" (Altaner/Stuiber).

Chi non la pensa come lui, non può essere altro che un "eretico", è anche moralmente maligno e Cirillo gli attribuisce "stoltezza", "eccesso", "smisurata ignoranza", "insensatezza e depravazione": lo accusa di "oltraggio", "molestia", "follia" e di "giochi di prestigio e chiacchiere senza senso", "al massimo grado di stupidità". Queste persone sono "altamente sacrileghe", "calunniatrici e ingannatrici di diritto", "ebbre" e "annebbiate dai fumi dell'alcool", "fermenti della malvagità", "gravemente affetti da ignoranza di Dio", pieni di "follia" e professano dottrine "di origine diabolica".

E naturalmente chiede all'imperatore: "Avanti dunque con le ondate dirompenti di quegli uomini ... ", "avanti con i pettegolezzi e le chiacchiere senza senso, con parole abbellite da chimere e inganno!"
Cirillo intese l'annientamento degli eretici come un obbligo di chi detiene il potere e nel 428 ottenne un editto contro tutti gli eretici.

E minacciava con le parole del Vecchio Testamento: "Se non si convertono, il Signore farà luccicare la sua spada contro di loro". Il Signore non era soltanto l'imperatore, ma soprattutto Cirillo.
Subito dopo le elezioni episcopali del 412 Cirillo procedette con decisione contro gli "ortodossi" novaziani, fino a quel momento tollerati.

Fece chiudere le loro chiese, scacciando gli stessi novaziani. Andando ulteriormente contro le leggi imperiali, si appropriò di tutti i loro beni, compreso il patrimonio privato del vescovo novaziano Teopempto.

Come riporta trionfante la "Biblioteca dei Padri della Chiesa", Cirillo diede il colpo di grazia ad alcune sette, naturalmente con la "penna", la sua principale arma vien detto qui.
"Oh follia", gridava sempre più spesso; "Oh ignoranza, senno sconsiderato!", "Oh sproloquio da suocera, intelletto assopito, in grado solo di blaterare ... ". Gli eretici abbondano soltanto di "invenzioni irreligiose", "favole raccapriccianti" e di "pura stupidità". Essi sono "il culmine della malvagità". "La loro gola è davvero una tomba spalancata ... , le loro labbra celano veleno di vipera".

Cirillo perseguitò anche i messalliani: asceti penitenti dai capelli lunghi, provenienti per lo più dagli strati più infimi della società, che si astenevano dal lavoro e nella povertà più assoluta si sacrificavano alla ricerca di Cristo. I messalliani interpretavano la "fratellanza" come comunità mista di uomini e donne, interpretazione che ai cattolici dispiacque particolarmente.

Cirillo decretò la loro fine a Efeso. Naturalmente molti altri parteciparono alla caccia. Il patriarca Attico di Costantinopoli (406-425), elogiato da papa Leone I e venerato dalla chiesa greca come santo (Festa: 8 febbraio e 11 ottobre), aizzò i vescovi di Panfilia a scacciare i messalliani come fossero topi o parassiti. Il patriarca Flaviano di Antiochia li fece cacciare prima da Edessa e poi da tutta la Siria.

Il vescovo Amfilochio di Ikonium li perseguitò nelle sue diocesi così come il vescovo Letoio di Melitene, che diede fuoco ai loro conventi, chiamati dal vescovo e padre della chiesa Teodoreto: "covi di briganti".

Ogni qual volta Cirillo passò all'attacco, da un lato c'era sempre un abisso di errori, follia, stupidità e chimere - anche questo un fenomeno, durato per due millenni, tipico della politica ecclesiastica. Dall'altro lato c'era l'ortodossia immacolata, lui stesso, le cui "ragioni e giudiziose esposizioni sono irreprensibili", con fede "salda come una roccia e che difendono la loro devozione fino alla fine ... " e che ridono della "inefficacia dei loro avversari". " Dio è con noi ... ". Lo "splendore della verità risplende sempre dalla loro parte".

"La prova più bella del suo nobile intelletto" - così glorifica Cirillo un' "edizione speciale",  con imprimatur ecclesiastico e sotto Hitler particolarmente apprezzata "è che anche in guerra ha tentato di salvare il comandamento dell'amore fraterno e nonostante la sua innata irruenza non perse mai il dominio di sé neanche di fronte alla terribile malafede del suo avversario".


IPAZIA

Ma Cirillo non li colpì soltanto letterariamente, come altri padri della Chiesa, ma anche nei fatti. Già nel 414, quest'uomo "tutto d'un pezzo" (così il cattolico Daniel-Rops), "dalla straordinaria forza d'azione" si impadronì di tutte le sinagoghe d'Egitto e le trasformò in chiese cristiane. Al suo tempo anche in Palestina la repressione degli ebrei divenne sempre più radicale, mentre monaci fanatici distruggevano le loro sinagoghe.

Senza alcun diritto, fece assalire e distruggere le sinagoghe da un' enorme folla che, come in guerra, fece man bassa dei loro beni e scacciò più di 100 000 ebrei, forse 200 000, lasciando donne e bambini senza cibo e senza averi. L'espulsione fu totale: lo sterminio della comunità ebraica alessandrina, la più numerosa della diaspora, che esisteva da più di 700 anni, fu la prima "soluzione finale" della storia della chiesa. La "Biblioteca dei Padri della Chiesa" (1935) dice che "è possibile che il comportamento di Cirillo non sia stato propriamente riguardoso o del tutto privo di violenza".

Quando il governatore imperiale Oreste manifestò il suo dissenso a Costantinopoli, dal deserto giunse un'orda di monaci, seguaci del santo, "che puzzavano di sangue e di bigottaggine già da lontano" (Bury). Essi accusarono Oreste, battezzato a Costantinopoli, di idolatria, dandogli del miscredente e di fatto procedettero contro di lui. Se il popolo non fosse accorso in suo aiuto probabilmente la pietra che lo colpì alla testa, invece di ferirlo, l'avrebbe ucciso. All'attentatore suppliziato e morente, Cirillo riservò onori da martire, santificando il monaco in una predica. E il 3 febbraio portò la sua truppa d'assalto, ridotta da una disposizione imperiale del 5 ottobre da 500 a 416 unità, a 600 unità.

La tortura che portò il "martire" alla morte, preparò il terreno per l'uccisione di Ipazia.


Nel marzo del 415, durante il tumulto di Alessandria, Cirillo acconsentì, o meglio fomentò (Lacarrière) l'esecuzione di Ipazia, al tempo filosofa pagana molto nota e stimata. Figlia di Teone, matematico e filosofo, ultimo rettore a noi noto del Museion, l'accademia alessandrina, Ipazia fu maestra del padre della chiesa e vescovo Sinesio di Cirene, che in una lettera la definisce "madre, sorella e maestra" e "filosofa amata da Dio", e che era seguita anche da molti uditori cristiani.

Cirillo covò rancore contro Oreste, il praefectus augustalis, anche perché questi trovava gradita la compagnia della filosofa. II patriarca diffuse notizie false su di lei e riuscì, con l'aiuto di prediche che la diffamavano come maga, ad aizzarle contro il popolo. Presa a tradimento dai monaci fedeli a Cirillo e guidati dal chierico Pietro, Ipazia fu trascinata nella chiesa di Kaisarion, dove fu spogliata e letteralmente fatta a pezzi con schegge di vetro; infine, la salma dilaniata fu pubblicamente bruciata, "la prima caccia alle streghe della storia" (Thieβ).

Il patriarca Cirillo si guadagnò la nomina di "ideatore spirituale del crimine" (Giildenpenning). Persino il volume Riformatori della Chiesa, con tanto di imprimatur ecclesiastico (1970), scrive di costui, uno dei più grandi santi cattolici: "Almeno per la morte della nobile pagana Ipazia, egli è responsabile".

Anche uno dei più obiettivi storici cristiani, Socrate ritiene che i seguaci di Cirillo e la chiesa alessandrina furono accusati del fatto. "Ci si può convincere che la nobile e colta donna divenne realmente la vittima più eminente del vescovo fanatico" (Tinnefeld).

L'ideatore della prima "soluzione finale" della Chiesa cristiana, alla quale sarebbero seguite molte altre, divenne il "più nobile santo dell' ortodossia bizantina" (Campenhausen), ma anche uno dei più brillanti santi della chiesa cattolico-romana, "doctor ecclesiae", padre della chiesa. Anche dopo lo sterminio hitleriano degli ebrei, per i cattolici rimase "un uomo virtuoso, nella pienezza del termine" (Pinay!).

Quando il grande santo morì, tutto l'Egitto tirò un sospiro di sollievo. Il generale sollievo lo testimonia una lettera, forse apocrifa, inviata al padre della chiesa Teodoreto:
"Finalmente, finalmente è morto quest'uomo terribile. Il suo congedo rallegra i sopravvissuti ma sicuramente affliggerà i morti."

Il santo Cirillo pose le fondamenta a tutta la caccia alle streghe di cui si macchiò a lungo e orribilmente la Chiesa.


BIBLIO

- Mario Luzi - Libro di Ipazia - Milano - Biblioteca Universale Rizzoli - 1973 -
- Adriano Petta, Antonino Colavito - Ipazia. Vita e sogni di una scienziata del IV secolo - prefazione di Margherita Hack -  La Lepre edizioni - Roma - 2009 -
- Maria Moneti Codignola - Ipazia muore - Milano - La Tartaruga - 2010 -
- Silvia Ronchey - Ipazia. La vera storia - Collana Saggi italiani - Milano - Rizzoli - 2010 - Primo premio Sezione Saggistica - Premio Nazionale Letterario - Pisa - 2011 -
- S. Ronchey - Ipazia l’intellettuale - in A. Fraschetti (a cura di) - Roma al femminile - Roma - Laterza - 1994 -
- S. Ronchey - Perché Cirillo assassinò Ipazia? - in Tolleranza religiosa in età tardoantica: IV-V secolo. - Atti delle Giornate di studio sull’età tardoantica - Roma - 2013 - a cura di A. Marcone, U. Roberto, I. Tantillo, Cassino - Ed. Università di Cassino - 2014 -



 

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