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ARCO DI COSTANTINO


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L'arco di Costantino è il più grande arco trionfale, o per alcuni semplicemente onorario giunto fino a noi, e svetta sulla antica Via dei Trionfi. Situato a Roma, a breve distanza dal Colosseo, non venne abbattuto soprattutto in quanto Costantino fu pubblicizzato come il primo impearatore favorevole alla religione cristiana, il che corrisponde al vero, anche se non si convertì mai ed ebbe solo intenti di potere.

L'arco fu voluto dal senato che lo dedicò all'imperatore per onorare il "liberatore della città e portatore di pace", in parte per ingraziarselo, come del resto facevano con ogni imperatore, in parte forse perchè fu effettivamente un valente condottiero capace di difendere l'impero.

Il monumento venne sottoposto a restauri e a diversi studi fin dalla fine del Quattrocento e nel 1733 ha ricevuto notevoli lavori di integrazione delle parti mancanti.  Nel 1530 Lorenzino de' Medici venne cacciato da Roma per aver tagliato per divertimento le teste sui rilievi dell'arco, che vennero in parte reintegrate nel XVIII sec. Oltre alla notevole importanza storica  l'Arco è un vero e proprio museo di scultura romana ufficiale, straordinario per ricchezza e importanza.




LA STORIA

L'arco fu dedicato dal senato per commemorare la vittoria di Costantino I contro Massenzio nella battaglia di Ponte Milvio (28 ottobre del 312) e inaugurato ufficialmente nel 315 nell'anniversario dei dieci anni di potere dell'imperatore. La collocazione, tra il Palatino e il Celio, era sull'antico percorso dei trionfi. La datazione dell'arco è fissata tra il 130 e il 138 d.c..

L'arco è uno dei tre archi trionfali sopravvissuti a Roma, situato in via dei Fori imperiali, gli altri due sono l'arco di Tito (81-90 circa) e l'arco di Settimio Severo (202-203).

Le informazioni che si conoscono derivano in gran parte dalla lunga iscrizione di dedica, ripetuta su ciascuna faccia principale dell'attico.

All'epoca della costruzione dell'arco, Costantino non aveva ancora scelto il Cristianesimo come religione ufficiale dello stato, per cui la tradizionale croce apparsa in cielo durante la battaglia di Ponte Milvio col detto: "In hoc signo vinci" è una leggenda posteriore della chiesa cattolica.

Infatti l'imperatore, che aveva dato libertà di culto nell'Impero Romano nel 313, partecipò solo nel 325 al concilio di Nicea, e soprattutto non si convertì mai, nemmeno in  punto di morte, visto che non lo riporta nemmeno una fonte, e un fatto del genere avrebbe fatto epoca.

Nonostante la frase instinctu divinitatis ("per ispirazione divina") sull'iscrizione, che è piuttosto vaga, probabilmente all'epoca Costantino manteneva una certa equidistanza tra le religioni, per ragioni di interesse politico.

Tra i rilievi dell'arco sono infatti presenti scene di sacrificio a divinità pagane e busti di divinità anche nei passaggi laterali, e ancora divinità pagane sulle chiavi dell'arco.

Il monumento si suppone costruito all'epoca di Adriano e successivamente pesantemente rimaneggiato in epoca costantiniana, con lo spostamento in fuori delle colonne, il rifacimento dell'intero attico, l'inserimento del fregio traianeo sulle pareti interne del fornice centrale, e i rilievi e decorazioni di epoca costantiniana, rilavorando dei blocchi già inseriti nella muratura, o inserendo nuovi elementi lavorati. Sarebbero invece originali i Tondi adrianei.

Le sue sculture infatti per la maggior parte provenivano da monumenti di epoche precedenti (età di Traiano, di Adriano e di Commodo) andati probabilmente distrutti per gli incendi del 283 e del 307 d.c.

BASSORILIEVO DELL'EPOCA DI MARCO AURELIO
La sua struttura, inoltre, si compone essenzialmente di una parte derivata da un antico arco di trionfo dedicato ad Adriano, la parte che arriva alla cornice, sopra i fornici, e le fondazioni incorporano strutture murarie appartenenti, probabilmente, alla vicina Domus Aurea di Nerone.

Nel corso del Medio Evo l'arco, denominato di “arco de Trasi”, perchè collocato sulla strada che portava alla chiesa intitolata a San Gregorio, fu modificato in torrione dalla famiglia dei Frangipane che la annesse alle sue costruzioni fortificate tra il Palatino e il Colosseo. Nel corso del Settecento ebbe alcuni interventi di risanamento ma venne liberata solo nel 1804.

La pulizia e l' isolamento dell’Arco di Costantino, come oggi lo vediamo in tutta la sua bellezza, furono realizzate soltanto nel 1832, grazie alle opere di ingrandimento della Via di San Gregorio messe in atto dal pontefice Gregorio XVI, e nel corso dell’anno successivo, durante il regime fascista, in occasione dell’apertura al pubblico della strada rinominata Via dei Trionfi.




DESCRIZIONE

I fornici sono inquadrati sulle due facciate da quattro colonne corinzie su alti piloni e addossate alle pareti, sormontate da una ricca trabeazione sormontata da un attico a una altezza di 25 m, e scandito in tre settori da statue di prigionieri barbari. 

STATUA EPOCA TRAIANEA
Il monumento è in opera quadrata di marmo nei piloni, mentre l'attico, con uno spazio accessibile, è realizzato in muratura e in cementizio rivestita all'esterno di blocchi marmorei. Sono stati utilizzati marmi bianchi di diverse qualità, reimpiegati da monumenti più antichi, e sono stati riutilizzati anche buona parte degli elementi architettonici e delle sculture della sua decorazione.

L'arco è a tre fornici, e quello centrale, che è il più grande, è lungo 6,5 m e alto 11,45, mentre complessivamente misura 21 m di altezza con l'attico, 25,70 m di larghezza e 7,40 di profondità. Sopra è munito di un attico, di 21 m x 26.

La struttura architettonica riprende quella dell'arco di Settimio Severo nel Foro Romano, con i tre fornici inquadrati da colonne sporgenti su alti plinti, e pure alcuni temi decorativi, come le Vittorie dei pennacchi del fornice centrale.

La cornice dell'ordine principale è di reimpiego, di età antonina o severiana, integrata da copie costantiniane per gli elementi sporgenti sopra le colonne, più accurate sulla fronte che sui fianchi. Ancora di reimpiego sono i capitelli corinzi, di epoca antonina, i fusti in marmo giallo antico e le basi delle colonne.

Capitelli e basi delle retrostanti lesene sono invece copie costantiniane, mentre i fusti delle lesene, probabilmente di reimpiego, sono stati quasi tutti sostituiti nei restauri settecenteschi. Di epoca domizianea, ma con rilavorazioni successive, è anche il coronamento del fornice centrale.

Di epoca costantiniana sono invece gli archivolti del fornice centrale, i coronamenti, zoccoli, fregio, architrave e basi dell'ordine principale, archivolti e coronamenti di imposta dei fornici laterali, con modanature semplificate e con andamento non allineato.




ISCRIZIONI

Al centro dell'attico:

BASSORILIEVO COSTANTINIANO
(LA) « IMP(eratori) · CAES(ari) · FL(avio) · CONSTANTINO · MAXIMO · P(io) · F(elici) · AVGUSTO · S(enatus) · P(opulus) · Q(ue) · R(omanus) · QVOD · INSTINCTV · DIVINITATIS · MENTIS · MAGNITVDINE · CVM · EXERCITV · SVO · TAM · DE · TYRANNO · QVAM · DE · OMNI · EIVS · FACTIONE · VNO · TEMPORE · IVSTIS · REM-PUBLICAM · VLTVS · EST · ARMIS · ARCVM · TRIVMPHIS · INSIGNEM · DICAVIT · » (IT)

"All'imperatore Cesare Flavio Costantino Massimo, Pio, Felice, Augusto, il Senato e il popolo romano, poiché per ispirazione della divinità e per la grandezza del suo spirito con il suo esercito vendicò ad un tempo lo stato su un tiranno e su tutta la sua fazione con giuste armi, dedicarono questo arco insigne per trionfi. "

La frase instinctu divinitatis (per ispirazione divina), ha causato dibattiti e controversie sulla posizione dell'imperatore nei confronti della religione cristiana e al racconto dello storico Eusebio di Cesarea, che riferisce l'episodio dell'apparizione della croce a Costantino prima della battaglia contro Massenzio.

La mancata precisazione della divinità sembra voluta: l'imperatore in quest'epoca, pur benevolo nei confronti della nuova religione, che con il suo monoteismo vede come base ideologica del potere imperiale, era anche vicino al Sol Invictus, e la scelta fra le due religioni fu difficile, tanto che riunì i suoi consiglieri per valutare quale delle due, che erano le più seguite all'epoca, fosse la più indicata per l'impero.

Altre iscrizioni sulle pareti interne del fornice centrale (LIBERATORI · VRBIS e FVNDATORI · QVIETIS) e al di sopra dei fornici laterali (sulla facciata nord: VOTIS · X · VOTIS · XX e sulla facciata sud: SIC · X · SIC · XX): queste ultime si riferiscono ai decennalia e ai vicennalia, ossia ai festeggiamenti per i dieci o venti anni di regno.

  • Nell'attico, al centro compare un'ampia iscrizione, mentre ai lati minori e sopra ai fornici minori vi sono collocati bassorilievi di epoca traianea e di Marco Aurelio; anche le sculture a tutto tondo (i Prigionieri Daci) che sovrastano le colonne sono traianei.
  • Al livello inferiore, sopra i due fornici minori, sono collocati coppie di tondi risalenti all'epoca di Adriano, un tempo incorniciati da lastre di porfido.
  • Allo stesso livello sui lati minori si trovano altri due tondi di epoca costantiniana.
  • Al di sotto dei tondi, quattro pannelli a bassorilievo in orizzontale formano una sorta di fregio, di epoca costantiniana.
  • Altri bassorilievi si trovano al di sopra degli archi (Vittorie) e sui plinti delle colonne.
  • I rilievi riutilizzati richiamano le figure dei "buoni imperatori" del II secolo (Traiano, Adriano e Marco Aurelio), a cui viene così assimilata la figura di Costantino a fini propagandistici, per stabilire la legittimità della sua successione di fronte allo sconfitto Massenzio (tetrarca al pari di Costantino). 
L'uso di materiale di recupero di monumenti antichi parte proprio da questi'epoca, così si presero "citazioni" degli altri imperatori molto amati, le cui teste vennero rilavorate per dare loro le sembianze di Costantino, che si proponeva quindi come loro erede.

Nello scolpire le nuove teste (oggi in gran parte frutto di restauri settecenteschi, con alcune lacune come nei pannelli aureliani) alcune vennero dotate del nimbus, come mostrano alcune tracce, a simboleggiare la maiestas imperiale.

I rilievi sono posti simmetricamente sulle due facciate (nord e sud) e sui due lati corti (est ed ovest) dell'arco. Come tipico negli archi romani a rilievi, sulla facciata esterna (a sud) prevalgono scene di guerra, mentre sulla facciata interna (a nord), rivolta verso la città, scene di pace.



LE EPOCHE

Di epoca costantiniana le seguenti sculture situate sulle due facciate: 
  • le situate sui plinti delle colonne, scolpiti sui tre lati che ritraggono delle Vittorie; 
  • quelle presenti sugli archivolti del fornice centrale, sempre ritraenti delle Vittorie; 
  • quelle sugli archivolti dei fornici minori, che ritraggono divinità fluviali; 
  •  quelle sulle chiavi degli archi, con figure allegoriche; 
  • quelle sulle pareti interne dei fornici minori, con 8 grossi busti di imperatori in rilievo; 
  •  quelle sopra gli stessi fornici minori  sui due lati corti, con sei lunghi pannelli che illustrano la campagna contro Massenzio. 
  • Sui due lati corti i due tondi con la rappresentazione della Luna, nel lato ovest, e del Sole, nel lato est.

TONDO ADRIANEO - CACCIA AL CINGHIALE
Di epoca traianea: 
  • le otto statue di Daci prigionieri (con le teste rifatte nel Settecento) nell'attico sui plinti sopra le colonne,  
  • i due pannelli sui lati minori dell'attico con scene di battaglia e gli altri due all'interno del fornice centrale, appartenenti a un unico grande fregio (alto circa 3 metri e in origine lungo oltre 35 che forse decorava l'attico della Basilica Ulpia. 
Di epoca adrianea, forse provenienti da un arco quadrifronte: 
  • gli otto tondi della partenza per la caccia, 
  • un sacrificio a Silvano, 
  • la caccia all’orso, 
  • un sacrificio a Diana; 
  • nella facciata settentrionale, la caccia al cinghiale, 
  • un sacrificio ad Apollo, 
  • la caccia al leone, 
  • un sacrificio ad Ercole. 
TONDO ADRIANEO - CACCIA AL LEONE
Di epoca commodiana, provenienti (insieme ad altri tre che si trovano nel Palazzo dei Conservatori) da un arco onorario dedicato a Marco Aurelio:
  • gli otto pannelli dell'attico ai lati dell'iscrizione con episodi relativi all'impero di Marco Aurelio (con le teste dell’imperatore rilavorate nel Settecento): nella facciata meridionale,
  • presentazione di un capo barbaro all’imperatore, 
  • prigionieri condotti davanti all’imperatore, 
  • discorso dell’imperatore ai soldati, 
  •  sacrificio nell’accampamento; 
  • nella facciata settentrionale, arrivo a Roma dell’imperatore, 
  • partenza da Roma dell'imperatore, 
  • distribuzione di denaro al popolo, 
  • resa di un capo barbaro. 


FREGIO TRAIANEO E DACI DELL'ATTICO

TONDO ADRIANEO - CACCIA ALL'ORSO
I 4 rilievi con scene di battaglia, ognuno formato da due lastroni in marmo pentelico, stanno sulle pareti laterali del fornice centrale e sui lati corti dell'attico. Il fatto che combacino perfettamente conferma che si tratti di un unico fregio, di circa 3 m di altezza, che raffigurava le gesta dell'imperatore Traiano durante le campagne di conquista della Dacia, proveniente dal Foro di Traiano.

Il fregio doveva essere completato da altre lastre in parte perdute di cui si serbano frammenti al Louvre, all'Antiquarium del Foro Romano e al Museo Borghese. Le teste dell'imperatore nelle lastre reimpiegate sono state rilavorate come ritratti di Costantino. Calchi delle lastre sono ricomposti nella loro originaria unità nel Museo della Civiltà Romana a Roma.


Il fregio, nelle parti combacianti sull'Arco, raffigura da destra a sinistra:

TONDO ADRIANEO - PARTENZA ALLA CACCIA
  • la conquista di un villaggio dacico da parte della cavalleria e della fanteria romana che spingono i prigionieri; 
  • in secondo piano i soldati, sullo sfondo delle capanne del villaggio, mostrano le teste mozzate dei barbari; 
  • i prigionieri sono incalzati dall'altro lato da una carica della cavalleria guidata dall'imperatore  seguito da signiferi e cornicini; 
  • Traiano entra a Roma, incoronato da una Vittoria e guidato dalla Dea Virtus in abito amazzonico. 
Il fregio dei Daci, confrontato coi rilievi della Colonna Traiana, fa sospettare siano opera dello stesso maestro, anche per alcune scene simili, come Traiano che riceve le teste di due capi daci e le scene di cavalleria alla carica.

Sempre dal Foro di Traiano provengono le otto statue di prigionieri Daci in marmo pavonazzetto su basamenti in marmo cipollino che sovrastavano l'attico (testa e mani delle sculture e una delle figure per intero, in marmo bianco, sono dovute al restauro del XVIII secolo).



TONDI ADRIANEI

TONDO ADRIANEO - SACRIFICIO A GIOVE
Otto rilievi tondi dell'epoca di Adriano di oltre 2 m di altezza stanno al di sopra dei fornici laterali, sulle due facciate, inseriti a coppia in un campo rettangolare che in origine era ricoperto da lastre di porfido. L'attribuzione adrianea deriva da fattori stilistici e soprattutto per la presenza della figura di Antinoo, l'amante di Adriano.

Vi sono raffigurate scene di caccia e scene di sacrificio a divinità pagane, e anche in questi tondi le teste dell'imperatore sono state rilavorate come ritratti di Costantino, nelle scene di sacrificio, e di Licinio o di Costanzo Cloro nelle scene di caccia; viceversa per i tondi collocati sulla facciata nord.

Alle effigi di Costantino venne aggiunto il nimbus (aureola), spettante alla maiestas imperiale, che poi dal cattolicesimo passerà ai santi. Si pensa che i tondi si trovassero originariamente proprio su questo arco, forse adrianeo nella sua prima edificazione, adattato e ridecorato all'epoca di Costantino.

TONDO ADRIANEO - SACRIFICIO A MINERVA
L'ordine attuale dei tondi sull'arco, che differisce dall'ordine originale, è sulla facciata meridionale: Partenza per la caccia, Sacrificio a Silvano, Caccia all'orso, Sacrificio a Diana;
sulla facciata settentrionale: Caccia al cinghiale, Sacrificio ad Apollo, Caccia al leone, Sacrificio ad Ercole.

Affiancano l'imperatore nelle scene due o tre personaggi, a cavallo in due dei rilievi di caccia, e a piedi negli altri. Le composizioni sono attentamente studiate attorno alla figura imperiale e gli sfondi sono essenziali, secondo le convenzioni dell'arte ellenistica.

Il tema della caccia, che proprio Adriano riportò in auge, è connesso all'esaltazione eroica del sovrano risalente a Alessandro Magno e alle antiche civiltà orientali.



PANNELLI DI MARCO AURELIO

Sull'attico, ai lati dell'iscrizione, sono murati otto rilievi rettangolari alti oltre 3 m che raffigurano episodi delle imprese di Marco Aurelio contro i Quadi e i Marcomanni del 175 d.c..

Le teste dell'imperatore sono state rilavorate anche qui, come ritratti di Costantino e Licinio. Oggi le teste sono quelle del restauro del XVIII sec. e raffigurano Traiano, in quanto all'epoca i rilievi erano stati attribuiti all'epoca di questo imperatore, esposti a palazzo dei Conservatori.

C'è la presenza fissa, alle spalle dell'imperatore, di un personaggio indicato come il genero e successore possibile di Marco Aurelio, Tiberio Claudio Pompeiano, che fa pensare a un'origine comune dei rilievi.

L'attuale ordine dei rilievi sulla facciata meridionale, da sinistra a destra:
PANNELLO MARCO AURELIO
- CAPTIVI -
  • Rex datus (presentazione all'imperatore di un capo barbaro sottomesso): Marco Aurelio, accompagnato da Pompeiano, presenta al gruppo dei barbari il re tributario a lui sottomesso; Pompeiano è dietro di lui e sullo sfondo si vedono un edificio da accampamento e, dietro ai barbari, aquiliferi con insegne.
  • Captivi (prigionieri condotti all'imperatore): Marco Aurelio e Pompeiano, su un basso palco alla presenza di soldati con vessilli, condannano un principe barbaro che ha le mani legate sulla schiena; sullo sfondo c'è un albero.
  • Adlocutio (discorso ai soldati): L'imperatore parla i soldati e dietro di lui c'è Pompeiano.
  • Lustratio (sacrificio al campo): Marco Aurelio, vestendo la toga sacrificale celebra un suovetaurilia su un altare mobile, assistito da un camillo e circondato dai soldati, i signiferi e i tubicini; alle spalle di Marco, tra due aquiliferi, si vede Pompeiano.
Sulla facciata settentrionale, sempre da sinistra a destra:
  • Adventus (arrivo dell'imperatore a Roma): Marco Aurelio, sulla cui testa vola una Vittoria con un serto, affiancato da Marte e Virtus, che lo invitano nella Porta Triumphalis; in secondo piano le divinità dei templi presso la porta (oggi area sacra di Sant'Omobono): la Mater Matuta e la Fortuna Redux, mentre il tempio sullo sfondo è quello di Fortuna, a sinistra.
PANNELLO MARCO AURELIO
- CLEMENTIA -
  • Profectio (partenza da Roma): l'imperatore è in abito da viaggio e si trova tra il Genius Senatus e il Genius Populi Romani e un gruppo si soldati con vessilli; in basso la figura sdraiata è la personificazione di una via che invita l'imperatore; sullo sfondo la Porta Triumphalis; oltre il profilo della testa di Marco Aurelio (restaurata) si vede il volto di Pompeiano.
  • Liberalitas (distribuzione di denaro al popolo): l'imperatore in toga siede sulla sella curilis, collocata su un altissimo podio, sul quale sono anche un inserviente che dispensa il materiale del congiarium (a sinistra) e un togato, forse il prefetto Urbi Lucio Sergio Paulo; alle loro spalle due figure su un gradino (quella di destra è Pompeiano, l'altro forse Claudio Severo, pure genero di Marco Aurelio e console) e un colonnato di sfondo, forse la basilica Ulpia; in basso si trovano le figure del popolo, compresi alcuni bambini, tra cui spiccano la figura di spalle che guarda in alto e l'uomo col figlio a sedere sulle spalle.
  • Submissio o Clementia (sottomissione di un capo barbaro): L'imperatore, con dietro Pompeiano, è su un alto podio davanti ai soldati e agli aquiliferi con signa, e con un gesto di clemenza assolve un proncipe barbaro che protegge il figlio giovinetto con un braccio sulla spalla.
PANNELLO MARCO AURELIO
- LIBERALITATIS -
I dodici rilievi originari provenivano forse da un arco, oggi scomparso, dedicato a Marco Aurelio sul Campidoglio. Oppure appartenevano al complesso eretto in onore dell'imperatore dal figlio Commodo nel Campo Marzio di cui oggi rimane la Colonna Antonina.

L'ordine dei pannelli nel monumento originario era diverso da quello odierno sull'arco, dove i rilievi non seguivano un ordine narrativo, ma le tematiche di guerra (a sud) e di pace (a nord), o ad effetto, come l'accostamento della partenza (Profectio) e dell'arrivo (Adventus).

I pannelli, attribuiti al cosiddetto Maestro delle Imprese di Marco Aurelio, sono significativi della svolta nell'arte all'epoca di Commodo: in cui lo spazio è  visto dall'osservatore ed è evidenziata come non era nel mondo greco, ma lo era già a Roma nei rilievi dell'Arco di Tito.

Nei rilievi è presente anche la pietà e il coinvolgimento per la condizione dei vinti (come nella Colonna Traiana).

PANNELLO MARCO AURELIO
- LUSTRATIO -
Le scene sono di tipo onorario, non trionfale, in quanto il Senato non stabilì il trionfo per l'imperatore al ritorno delle campagne del 171-172, e sono databili al 173 e includono eventi futuri, immaginati dai senatori, come la scena della Liberitas, che di fatto non ebbe luogo.


Tondi costantiniani

Sui lati corti dell'arco il ciclo è completato da due tondi scolpiti all'epoca di Costantino; sul lato est il Sole-Apollo sulla quadriga sorge dal mare, mentre sul lato ovest la Luna-Diana guida invece una biga che si immerge nell'Oceano: i due rilievi inquadrano la vittoria dell'imperatore in una dimensione cosmica.


Fregi costantiniani
  • Fregio costantiniano "Obsidio"
  • Fregio costantiniano "Proelium"
  • Fregio costantiniano "Oratio"
  • Fregio costantiniano "Liberalitas"
PANNELLO MARCO AURELIO
- ODLOCUTIO -
Al di sopra dei fornici laterali e sotto i tondi adrianei, un fregio continuo (alto poco meno di 1 m) che prosegue anche sui lati corti del monumento con il raccordo di elementi angolari, fu scolpito all'epoca di Costantino direttamente sui blocchi della muratura, leggermente bugnati.

Il racconto, che riguarda gli episodi della guerra contro Massenzio e la celebrazione della vittoria di Costantino a Roma, inizia sul lato corto occidentale e prosegue girando intorno all'arco in senso antiorario per terminare all'angolo nordoccidentale con:
  • Partenza da Milano ("Profectio"), sul lato occidentale, al di sotto del tondo con Luna-Diana: Costantino è seduto su un carro con cathedra ed è preceduto dalle truppe a piedi e a cavallo,  legionari regolari e ausiliares, con l'elmo cornuto e i dromedarii; alcuni soldati recano  statuette di Sol Invictus e di Victoria.
  • Assedio di Verona ("Obsidio"), sul lato meridionale: Costantino si vede sulla sinistra tra due protectores divini lateris, mentre una Vittoria in volo lo incorona; al centro il gruppo dei soldati assedianti; a sinistra le mura della città oltre le quali sporgono gli assediati, composti da truppe pretoriane, pronte a lanciare pietre contro gli assalitori.
  • Battaglia di Ponte Milvio ("Proelium"), sul lato meridionale: a sinistra il ponte Milvio con una personificazione del Tevere che si affaccia mentre passa Costantino tra la Virtus e la Vittoria; segue il massacro e annegamento dei cataphractrarii di Massenzio da parte della cavalleria costantiniana; all'estrema destra i trombettieri dell'esercito vincitore richiamano le truppe.
  • Arrivo a Roma ("Ingressus"), sul lato orientale, mentre sul lato opposto c'è il rientro dell'imperatore nell'Urbe del 29 ottobre 312; l'imperatore sul carro incede veso la porta della città preceduto dai cavalieri con berretto pannonico, fanti con armi e insegne, e cornicines, cioè le truppe palatine, legionarie, cornuti e Mauri.
PANNELLO MARCO AURELIO
- PROFECTIO -
La scena si svolge nel Foro Romano e sullo sfondo si intravedono la basilica Iulia, l'arco di Tiberio, i Rostri col palco imperiale, il monumento del decennale dei Tetrarchi e l'Arco di Settimio Severo; l'imperatore è assiso al centro, in posizione rigidamente frontale e ingrandito gerarchicamente.

La folla e i lati del foro sono composti in prospettiva ribaltata; ai lati del palco si trovano le statue di Adriano a destra, e Marco Aurelio a sinistra. La scena descrive la distribuzione di denaro al popolo (Congiarium o Liberalitas), che avvenne il 1º gennaio 313.

Ci sono cinque moduli di proporzione gerarchica; l'imperatore è seduto al centro sul trono, in posizione frontale, e sovrasta i personaggi del seguito sulla stessa loggia, a loro volta più grandi dei funzionari nella loggia, che sono supplici o che prendono un donativo dalle mani dell'imperatore, la massa anonima dei beneficianti si trova nella fascia inferiore, con la mano alzata per ricevere e rappresentati e quasi di spalle.

Nelle logge sopraelevate, la porticus Minucia o il Foro di Cesare, si vedono i funzionari che registrano le elargizioni prendendo il denaro dai forzieri. Il fregio costantiniano, in narrazione continua di episodi, prosegue la tradizione romana del rilievo storico, ma non nello stile, non più naturalistico ellenistico ma con maggiore carattere simbolico.

PANNELLO MARCO AURELIO
- REX DATUS -
Le figure sono più tozze, con teste leggermente sproporzionate, le scene sono di massa, trascurando la figura individuale tipica della visione artistica greca. Il ricorso al trapano permise scavature più profonde, quindi ombre più scure in netto contrasto con le zone illuminate.

Privilegiando la linea di contorno rispetto ad una reale consistenza volumetrica, e i volti con gli occhi grandi e sbarrati sono segnati da un marcato espressionismo.

Nella scena dell'Oratio l'imperatore, in posizione rialzata sulla tribuna, è l'unico in posizione frontale e anche di dimensioni maggiorate, come una divinità che si mostri ai fedeli. Si tratta infatti di uno dei primi casi a Roma di proporzioni tra le figure organizzate secondo gerarchia, caratteristica tipica della successiva arte paleocristiana e medievale.

Lo sfondo del rilievo Liberalitatis mostra i monumenti del foro romano visibili all'epoca, ma la loro collocazione non è realistica, bensì allineati e paralleli alla superficie del rilievo. Anche i due gruppi laterali di popolani, che dovrebbero stare davanti alla tribuna, sono ruotati e schiacciati ai due lati.

L'allontanamento dalle ricerche naturalistiche dell'arte greca portava a una più facile interpretazione delle immagini. Per alcuni segno di decadenza, per altri un'interpretazione artistica delle province romanizzate e una maggiore naturalezza.


Altri rilievi costantiniani

TONDI COSTANTINIANI
PROFECTIO (sinistra), INGRESSUS (destra)
I rilievi sui plinti delle colonne, accoppiati simmetricamente e raffiguranti:
  • Sul fronte Vittorie che scrivono su scudi o reggono rami di palma e trofei con barbari prigionieri;
  • Sui lati dei fornici laterali Prigionieri da soli o con soldati romani
  • Sui lati del fornice centrale Soldati coi "signa" o Sol Invictus e Victoria;
  • Gli otto busti su lastre inseriti nella muratura dei passaggi laterali con ritratti imperiali e figure di divinità;
  • Le Vittorie alate con trofei e i Geni delle Stagioni nei pennacchi del fornice centrale;
  • Le personificazioni di fiumi nei pennacchi dei fornici laterali;
  • Le sculture delle chiavi d'arco con raffigurazioni di divinità: sui fornici laterali Marte, Mercurio, Genius populi Romani; sul fornice centrale Roma e Quies Rei Publicae.
PANNELLO MARCO AURELIO
- ADVENTURES -
Le figure allegoriche costantiniane si rifanno alla tradizione figurativa, ma privo di emozioni, il volume è appiattivo degradando nel disegnativo e calligrafico.

Flaminio Vacca:

"Ho riferito nel tomo II a p. 28 il racconto di Benedetto Varchi sulle decapitazioni delle figure dell'arco di Costantino compiute da Lorenzino de' Medici nel 1534. « Quelle teste » osserva il Guattani {li. A. tomo I, p. 45) a Firenze non vi sono ne v'è memoria che vi sieno state. Al contrario cavandosi intorno all'arco, non ha guari, ne fu trasportata una al Vaticano. Dio sa come la cosa sia andata " .

In effetti le teste furono rimodellate staccandole e sostituendole con immagini nuove. Costantino non  fu molto rispettoso dell'antichità, ma del  resto l'impero, con l'avanzamento del Cristianesimo, era già in declino.


BIBLIO

- Patrizio Pensabene e Clementina Panella - Arco di Costantino. Tra archeologia e archeometria, Roma - L'Erma di Bretschneider - 1998 -
- Maria Letizia Conforto et al. - Adriano e Costantino. Le due fasi dell'arco nella Valle del Colosseo - Milano - Electa - 2001 -
- Carlo Carena- Arnaldo Marcone - Costantino il Grande - La Terza - 2013 -
- Eberhard Horst - Costantino il Grande - Milano - 1987 -






ANNIA LUCILLA


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Nome: Annia Aurelia Galeria Lucilla
Nascita: 150 d.c.
Morte: 182
Padre: Marco Aurelio
Madre: Faustina minore; nipote di Antonino Pio;
Fratello: Commodo
Marito: Lucio Vero


Fu la seconda figlia femmina e terza tra i figli dell'imperatore Marco Aurelio e di sua moglie Faustina Minore, e una delle sorelle maggiori del futuro imperatore Commodo. Nata intorno al 148, Lucilla crebbe nell’agio e negli onori che le conferiva l’appartenenza alla famiglia imperiale.

Imperatore fu anche suo nonno, Antonino Pio, e imperatore fu il marito, Lucio Vero, designato da Marco Aurelio per affiancarlo nella gestione del potere supremo: era la prima volta nella storia di Roma che sul trono sedevano contemporaneamente due sovrani anche se, di fatto, la personalità di Marco fu dominante.

Lucilla, augusta del regno di Lucio Vero, al quale andò sposa nell’anno 161, a soli 14 anni, spicca tra le imperatrici del tardo impero per la sua determinazione e forza di carattere. Dette a Lucio Vero tre figli: due femmine ed un maschio. La figlia maggiore nacque ad Antiochia nel 165 ma morì in età giovane insieme al maschio.

Lucio era figlio di Elio Lucio Cesare e di Avidia Plauzia e, in quanto principe imperiale adottato, come Marco Aurelio, da Antonino Pio, ebbe accesso ad una cultura e ad un’educazione raffinata, grazie anche all’ottimo precettore, il retore Frontone. Il suo regno durò soltanto dal 161 al 169, durante i quali Lucio si impegnò fieramente in una serie di campagne militari, che confermarono la fiducia riposta in lui da Marco Aurelio.

Lucilla sposò Lucio Vero nell’anno 164 e gli diede tre figli, alla cui educazione attese in Roma mentre il marito era impegnato al fronte per adempiere ai suoi doveri di co-regnante. Lucio morì misteriosamente nel 169, durante le “guerre marcomanniche”, contro le popolazioni germaniche che abitavano le coste del Danubio.

ANNIA LUCILLA NE "IL GLADIATORE"
Lucilla, non più augusta ma vedova, venne da Marco Aurelio obbligata a sposare, dopo soli 10 mesi di vedovanza, Tiberio Claudio Pompeiano Quintiniano, un cittadino romano nato in Siria, che fu due volte console e politicamente alleato di suo padre. Lucilla e sua madre erano contrarie a questo matrimonio, in quanto Quintiniano aveva ben oltre 30 anni più di lei, comunque Lucilla obbedì e, intorno al 170, gli diede un figlio chiamato Pompeiano.

Lucilla e Quintiniano accompagnarono, nel 172, Marco Aurelio a Vienna in supporto della campagna militare del Danubio. Furono con lui fino al 17 marzo del 180, quando Marco Aurelio morì e Commodo divenne il nuovo imperatore. Ritornarono a Roma e Lucilla dovette rassegnarsi alla presenza dello scomodo fratello Lucio Elio Aurelio Commodo.



LA CONGIURA

Per intenderci Lucilla è quella che compare come sorella-vittima di Commodo nel film Il Gladiatore.

LUCILLA BAMBINA
Di certo Commodo era crudele, inetto, folle e assolutamente incapace di governare o di condurre un esercito, per giunta era un vizioso che si abbandonava ad ogni eccesso.

Lucilla ordì una congiura nel 182 contro il fratello, ma il colpo non riuscì.

Nel 182, Lucilla: la figlia del primo matrimonio, un nipote, il proprio cugino paterno, l'ex console Marco Numidio Quadrato e la sorella di quest'ultimo Numidia Cornificia Faustina, congiurarono per uccidere Commodo ponendo sul trono Lucilla e suo marito, molto più graditi, a loro e al popolo.

Il nipote di Quintiniano si lanciò con un pugnale su Commodo annunciandogli ingenuamente "Qui c'è il pugnale che ti spedisce il Senato". accorsero i pretoriani che lo catturarono prima che avesse potuto vibrare un colpo.



LA MORTE

Commodo fece condannare a morte lui e Marco Numidio Quadrato; Lucilla, sua figlia e Numidia Cornificia Faustina furono esiliate nell'isola di Capri, esattamente a Nimphisa, il posto che Cesare Augusto aveva scelto per viverci, più di duecento anni prima.

Un anno dopo Commodo spedì un centurione a Capri e qui uccise tutte e tre le donne.

Nel 1810 fu rinvenuto nella zona della Grande Marina dell'isola di Capri, uno splendido sarcofago di marmo.

Dentro c'era lo scheletro di una donna, avvolta in vesti tessute d'oro e d'argento con ricchi gioielli. In bocca stringeva ancora una moneta aurea con l'effigie di Vespasiano.

Il manto e la veste nel prendere l'aria immediatamente si ridussero in polvere, che raccolta e venduta diede l'introito di circa "cento lire", così scrissero le cronache del tempo. Forse la sfortunata imperatrice di Capri.


BIBLIO

- Historia Augusta - Marco Aurelio, Lucio Vero, Commodo -
- Cassio Dione Cocceiano - Storia romana -
- Appiano - Storia Romana -
- Gaio Svetonio Tranquillo - Vite dei dodici Cesari -
- Anthony Birley - Marco Aurelio - Milano - Rusconi - 1990 -


MARCO AURELIO - MARCUS AURELIUS


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Nome completo: Marcus Aurelius Antoninus Augustus
Altri titoli: Pater Patriae
Nascita: Roma, 26 aprile 121
Morte: Vindobona o Sirmio, 17 marzo 180
Predecessore: Antonino Pio
Successore: Commodo
Coniuge: Faustina minore
Figli: 13, fra cui Commodo, Marco Annio Vero e Lucilla
Dinastia: Antonini
Padre: Marco Annio Vero
Madre: Domizia Lucilla
Regno: 161-180 d.c.

"A nessuno capita qualcosa che non sia in grado di sopportare" (Marco Aurelio)
Marco Annio Catilo Severo, ovvero Marco Aurelio, nacque a Roma nel 121 d.c., in una villa sul monte Celio, da una nobile famiglia che dichiarava di risalire a Numa Pompilio e a Malemmio re dei Salentini.

Il bisnonno paterno, originario della Spagna Inferiore, aveva fatto una splendida carriera giungendo a Senatore e Questore. Il nonno fu tre volte console, e il padre sposò la ricca Domizia Lucilla, di facoltosa famiglia proprietaria di una fabbrica di tegole.

Fin dalla fanciullezza Marco, forse a causa degli istitutori greci e per una sua propensione alla filosofia, vestì e si comportò come i filosofi, studiando avvolto nel pallio come i Greci, e dormendo per terra.

Adriano stesso, che stravedeva per i Greci, si occupò della sua educazione, facendogli studiare retorica e diritto, nominandolo cavaliere a sei anni e facendolo entrare nel collegio dei Salii a otto. Si trattava di uno dei collegi sacerdotali più importanti di Roma, dedicato al Dio Marte.

Infatti si racconta di un prodigio avvenuto in quel collegio. Quando tutti i sacerdoti avevano lanciato durante il rito ognuno una ghirlanda sull'ara di Marte, la sua e solo la sua si posò sul capo del Dio, le altre finirono in terra. A quindici anni assunse la toga virile e si fidanzò per volere di Adriano con la figlia di Lucio Elio Cesare, il figlio adottivo dell'imperatore.

"Il Ficoroni ne' Piombi, p. 10, tav. II, n. 3, descrive un disco della grandezza d'un medaglione con le teste di M. Aurelio e L. Vero « che si riguardano .. . trovato da Giuseppe Mitelli cavatore di cose antiche nell'imoscapo d'una gran colonna di bellissimo marmo giallo, ma rotta in pezzi mentre si scavava nell'estremità del monte Celio vicino » al Laterano."
(Rodolfo Lanciani)

RICOSTRUZIONE GRAFICA DEL VOLTO (By Haroun Binous)

L'ASPETTO E IL CARATTERE

Fin dall'infanzia fu introverso, riservato e molto riflessivo. Non a caso scrisse il libro "Colloqui con se stesso", soffermandosi sull'impotenza dell'uomo di fronte agli Dei, e sulle illusioni umane.
Tentò di adattarsi alla realtà del mondo di cui non poteva comprendere le cause, ma questo gli costò una profonda tristezza. Tutto passava e finiva, tutto era palcoscenico e rappresentazione e nulla aveva senso, se non cercare la verità in se stessi.

Per Marco Aurelio l'anima era separata dal corpo, composta dal pneuma, o soffio vitale e dall'intelletto, sede dell'attività spirituale. Come dire una forza vitale e un'intelligenza, riposta però nella mente, il che riporta molto alla divinizzazione greca del logos o mente.
STATUA DEL MARCO AURELIO
Percepì il suo ruolo di imperatore come un dovere, ma avvertì l'inutilità di qualsiasi azione perchè sapeva che non avrebbe cambiato la folle irrazionalità dell'essere umano:

" Volgi subito lo sguardo dall'altra parte, alla rapidità dell'oblio che tutte le cose avvolge, al baratro del tempo infinito, alla vanità di tutto quel gran rimbombo, alla volubilità e superficialità di tutti coloro che sembrano applaudire... Insomma tieni sempre a mente questo ritiro che hai a tua disposizione in questo tuo proprio campiello. " (Ricordi, IV, 3).

A diciotto anni morì l'erede di Adriano, Lucio Cesare. Poichè però Marco Aurelio era troppo giovane, fu sostituito da Antonino Pio, che Adriano aveva obbligato all'adozione di Marco, insieme al figlio di Lucio Elio Cesare, Lucio Vero.

Marco Aurelio non fu contento di lasciare la villa dove viveva con la madre vedova per trasferirsi nella reggia di Adriano. Poichè non aveva brame di potere sentiva questo come vanità, e in seguito come responsabilità.

"Ma cosa allora ha valore? Suscitare gli applausi? Certamente no. Né tanto meno suscitare le lodi della folla, che altro non sono che applausi della lingua." (Libro VI-16).

Diventato membro della casa imperiale, Marco rispettò tutti i parenti continuando a condurre una vita sobria e senza lussi, rammentando a se stesso di "non tingersi troppo di porpora". Amava il pugilato, la lotta, la corsa e il gioco della palla, ma soprattutto gli studi di filosofia.

Morto Adriano e diventato imperatore Antonino, Marco ricevette da lui incarichi diversi: fu Questore, Console e Pontefice, in più l'appellativo di Cesare. Avrebbe preferito dedicarsi agli studi e alle riflessioni ma non si oppose alla sorte, perchè in questo stava il suo stoicismo.

Quando Antonino Pio fu prossimo alla morte chiamò Marco al suo capezzale, e agli amici e ai Prefetti raccomandò di confermarlo suo successore. Poi ordinò di portare nella camera di Marco Aurelio la statua della Fortuna d'oro che stava nella stanza degli imperatori, quindi spirò sereno.

MARCO AURELIO GIOVINETTO


I DUE IMPERATORI

Appena eletto imperatore Marco Aurelio associò al comando il fratello adottivo Lucio Aurelio Vero Commodo. Per la prima volta ci furono due Augusti. Certamente Marco non aveva fiducia nel fratello, ma riteneva suo dovere assecondare il desiderio di Adriano.

Ma la Dea Fortuna non fu dalla parte del nuovo imperatore: il Tevere straripò distruggendo case, gente e bestiame, provocando una gravissima carestia. Entrambi gli imperatori si prodigarono generosamente e anche personalmente, ma nuovi imprevisti colpirono l'impero.



LE GUERRE

L'Oriente, la Germania e la Britannia si ribellarono costringendo Marco Aurelio, amante della pace, a fare la guerra, e durante la campagna contro Quadi e Marcomanni, Marco Aurelio scriverà una delle opere filosofiche più apprezzate in ogni epoca: "Colloqui con se stesso", scritta in greco, dove tutto, e specialmente le battaglie, sono viste come l'inseguimento di una gloria inutile e insensata.

Nel 162 d.c. la cacciata del governatore della Siria fece scoppiare la guerra contro i Parti. Intanto i Catti invadevano la Germania e la Rezia e in Britannia covava la ribellione. Marco Aurelio mandò in Germania e Britannia i valorosi generali Calpurnio Agricola e Aufidio Vittorino. Contro i Parti, che avevano invaso l'Armenia sconfiggendo due eserciti imperiali, mosse invece un potente esercito comandato da Lucio Vero.

Questi però invece di comandare l'esercito, trascorreva il tempo negli svaghi. Marco sopportò pazientemente e comunque la spedizione fu un successo grazie al generale Stazio Prisco. L'Armenia fu occupata e trasformata in protettorato. A Lucio fu conferito il titolo di Armeniaco. Entrambi gli imperatori celebrarono il trionfo nel 166 con i due figlioletti Commodo e Annio Vero che nell'occasione ricevettero il titolo di Cesare.



AMMINISTRAZIONE E GIUSTIZIA

« Sii come il promontorio contro cui si infrangono incessantemente i flutti: resta immobile e intorno ad esso si placa il ribollire delle acque. «Me sventurato, mi è capitato questo». Niente affatto! Semmai: «Me fortunato, perché anche se mi è capitato questo resisto senza provar dolore, senza farmi spezzare dal presente e senza temere il futuro». Infatti una cosa simile sarebbe potuta accadere a tutti, ma non tutti avrebbero saputo resistere senza cedere al dolore. Allora perché vedere in quello una sfortuna anziché in questo una fortuna? »
(Marco Aurelio, 4.49.)
Marco Aurelio fu saggio e rispettoso delle istituzioni repubblicane e del Senato innanzi tutto. Affidò ai Senatori incarichi e funzioni giudiziarie escludendo persone equivoche, favorendo invece anche i poco abbienti purchè meritevoli. Tanta fu la tolleranza che si potevano fare pubblicamente e impunemente caricature ai due imperatori, come fece il mimo Marullo, con cui nessuno si risentì.


I provvedimenti:
  • Aumentò i giorni lavorativi per l'amministrazione della giustizia.
  • Autorizzò che i processi ai senatori si svolgessero a porte chiuse.
  • Concesse a chiunque di prendersi dei procuratori senza specificarne il motivo, mentre prima, in base alla legge Pletoria, ciò era obbligatorio solo per gli irresponsabili e i pazzi.
  • Perseguitò i calunniatori che avevano lo scopo di ottenere la quarta parte dei beni delle vittime denunciate.
  • Non prese mai in considerazione accuse solo perchè a vantaggio dell'erario.
  • Proibì di andare a cavallo e in carrozza entro le mura della città.
  • Tentò nuove vie commerciali, anche presso l'Imperatore Cinese nel 166. I Cinesi lo conoscevano col nome di An-Tun.
  • In tempo di carestia distribuì fra le città italiche il frumento destinato a Roma e organizzò i rifornimenti.
  • Fece arruolare i gladiatori nell'esercito per toglierli dalla schiavitù e limitare i divertimenti.
  • Diminuì gli spettacoli gladiatori e gli stipendi degli istrioni.
  • Obbligò i pantomimi a cominciare a tarda ora perchè non distraessero la gente dalle occupazioni diurne.
  • Istituì l’anagrafe: ogni cittadino romano dovè registrare i figli entro trenta giorni dalla nascita.
  • Restaurò le vie di Roma e le strade provinciali controllando i rifornimenti annonari.
  • Consentì ai Procuratori delle regioni e delle strade di punire gli esattori che avessero estorto ai contribuenti più del dovuto.
  • In seguito alla caduta di schiavi acrobati nel corso di un'esibizione, prescrisse di stendere sul terreno dei materassi, come oggi è d'obbligo l'uso delle reti.

Riferisce Alessandro Geraldini, Vescovo del XVI sec., nel suo viaggio nelle terre d'Africa:

- "Non possiamo dimenticare quanti monumenti si incont­rano al limitare del deserto che confina con l’Etiopia: moltissi­ne colonne, di svariati colori di marmo, sono visibili da grandi distanze per le loro dimensioni: iniziano appena fuori dal desert­o e ai confini stessi dell’Etiopia, e proseguono in lunga fila fino alle zone più lontane dell’Etiopia stessa, a sud dell’Egitto. Nel deserto e in Etiopia, infatti, si trovano grandi quantità di mar­mi diversi, e queste colonne, poste l’una dall’altra a venti stadi (a 3.699,40 m di distanza ciascuna.), si susseguono senza soluzione di continuità davanti agli occhi di chi passa, con tutti i vari editti degli Imperatori: le col­onne erano state a suo tempo sistemate dai Romani per spazi così vasti e in terre tanto lontane, perché a tutto il mondo fosse noto che un preciso confine era stato stabilito dal popolo romano tra l’Etiopia e il deserto.

In quei secoli, io credo che gli antichi Quiriti abbiano toc­cato le più alte vette del cielo: per la dignità di tutti gli uomini, usarono in ogni parte del mondo la stessa cura che avevano avut­a per se stessi e per il proprio Stato; per il decoro di tutti i sudditi e per valorizzare l’impegno anche di popoli molto diver­si e lontani, usarono un’attenzione non minore di quella usata per gli stessi cittadini romani. Raggiunsero la massima potenza in un impero vastissimo che copriva tutto il mondo abitato, emergendo per il loro buon senso, per la loro cultura, per la loro in­telligenza.
E tra i tanti cimeli visti, ho pensato fosse giusto ricordare qui i due seguenti:


"Io, Imperatore Cesare, Marco, Antonio, Vero, Invitto, Augusto, Ponte­fice Massimo, alla nona Potestà tribunica, Padre della Patria, Console per la seconda volta, Proconsole.
Nessun Console, nessun Proconsole, nessun Pretore, nessun Propretore, nessun Capo di Provincia osi varcare con un esercito queste Colonne, poste all’entrata dell’Etiopia a segnare il vero confine del deserto."

E' evidente che i Romani non desiderassero infatti avere troppe ingerenze in Etiopia, dove c’era il problema dell’eccessivo calore, che uccideva i soldati che pure portavano armature leggere; Su un’altra colonna da lui veduta, era scolpito, sul medesimo argomento, un altro editto di Marco Aurelio (121-180 d.c.), dove si diceva:

"Io, Imperatore Cesare Marco Aurelio Antonio Pio, Felice, Augusto, Par­tico massimo, Britannico massimo, Germanico massimo, di dodicesima Pote­stà tribunica, comandante per la terza volta, Console per la quarta.

Permetto ai soldati legionari, che vorranno passare per l’Etiopia per conto proprio o a squadre per catturare schiavi, di passare liberamente; e questo privilegio è riservato anche alle genti che arrivano spontaneamente per paga­re i tributi al Popolo Romano. Con decreto reso pubblico proibisco ai Con­soli, ai Proconsoli, ai Pretori, ai Propretori e ai nostri eserciti di osare acco­starsi in qualche modo a questa parte del mondo ove regna ovunque una gran­de calura.

Gli stessi Romani sono ben lieti di questo ordine: escludono infat­ti l’Etiopia, che non ha alcun comportamento di vita pregevole e simile a quello del mondo romano, dai vasti continenti d'Europa, d'Asia e d' Africa; così anche escludono gli Sciti, che vanno vagando sotto la zona settentrionale e non vivono secondo una legge civile".



NUOVE GUERRE

Nel 167 scoppiò una nuova rivolta in Germania ad opera dei Marcomanni. Proprio mentre i due imperatori stavano per partire per il fronte di battaglia scoppiò a Roma una grave pestilenza. Le vittime furono migliaia. Per il trasporto dei cadaveri si dovettero impiegare vetture e carri, vennero emanate leggi severissime sulla sepoltura dei morti e vietata la costruzione di tombe senza le precauzioni prescritte. Marco Aurelio dedicò statue alle vittime più illustri e fece seppellire a spese pubbliche la gente del popolo.

Infine gli imperatori partirono verso la Germania. Le legioni di confine avevano subito due sconfitte e i barbari avevano assediato Aquileia.

La marcia verso il Nord scoraggiò i ribelli che si ritirarono, ma i due imperatori valicarono le Alpi per difendere l'Italia e l'Illirico. Nei pressi dell'odierna Venezia, mentre viaggiava in carrozza con il fratello, Lucio Vero morì improvvisamente di infarto.

Marco, pur disapprovando in vita il fratello, dopo la morte lo fece divinizzare. Qualcuno però pensò che fosse un assassinio per avvelenamento da parte di Marco Aurelio, ma non ci sono prove a riguardo, nè il comportamento di Marco lo lascia minimamente supporre.

Comunque dopo la morte del fratello adottivo, Marco Aurelio governò più serenamente:
"Non sperare nella Repubblica di Platone! Accontentati di fare un passo avanti anche piccolo"
(Marco Aurelio -Pensieri).

Non aveva superbia nè sopravvalutava il suo intelletto. Prima di prendere qualsiasi decisione Marco chiedeva consiglio ai suoi legati perchè:
"E' più giusto seguire il consiglio di tanti illustri amici che esigere da loro obbedienza alla mia unica ed esclusiva volontà".

La guerra aveva dissanguato l'erario per cui Marco, per non imporre aggravi fiscali, mise generosamente all'asta nel foro di Traiano preziosi oggetti personali (coppe d'oro, piatti d'argento, statue, vasellame, gioielli e gemme). Alla fine della guerra, risanato il bilancio, Marco autorizzò chiunque lo volesse a rivendergli la merce acquistata e riprendersi il proprio denaro, ma senza obbligo.

Marco Aurelio aveva concesso a diverse tribù barbare di stanziarsi all'interno dell'Impero in cambio di terre da coltivare e con l'obbligo di prestare servizio nell'esercito. Ma il progetto di colonizzazione fu stroncato dalla rivolta di Avidio Cassio in Oriente, che si proclamò imperatore, si dice istigato dall'imperatrice Faustina, convinta che il marito avesse i giorni contati.

La rivolta fu domata e la testa di Cassio portata all'Imperatore, che la fece seppellire e si adoperò perché nessuno dei complici della ribellione venisse ucciso, nemmeno un senatore.

Marco fu molto tollerante verso la moglie Faustina, che a Gaeta frequentava volentieri marinai e gladiatori. A chi gli suggeriva di ripudiarla, l'imperatore rispondeva che insieme alla donna avrebbe dovuto restituire anche la dote, cioè l'impero che aveva ricevuto dal suocero quando questi l'aveva adottato per volontà di Adriano.

Si dice che una volta Faustina si innamorò tanto di un gladiatore da cadere malata. Per aiutarla Marco consultò gli indovini Caldei. Essi consigliarono a Marco di far uccidere il gladiatore e a Faustina di bagnarsi con il sangue del morto i genitali e di unirsi così al marito. E così fu fatto secondo gli autori postumi, naturalmente cattolici, di cui però poco ci si può fidare, sapendo in quale considerazione tenessero i pagani e soprattutto le donne romane, troppo libere e libertine per i misogini cristiani.

Le dissolutezze di Faustina Minore sanno della solita diffamazione riservata dagli storici alle donne romane più intraprendenti, particolarmente poi dagli uomini di chiesa. Non ci sono prove storiche dell'epoca ma solo pettegolezzi postumi.

Ma neppure col figlio Marco Aurelio fu fortunato. Commodo fu più gladiatore che principe, tant'è vero che diventato imperatore scese nell'arena esibendosi in pubblico.

Anche le città ribelli di Antiochia e Alessandria vennero risparmiate. Il figlio di Cassio, Eliodoro, venne deportato e gli altri complici ebbero la facoltà di scegliere il luogo dell'esilio e conservare parte dei loro beni. Durante il viaggio in Oriente per ristabilire la pace morì Faustina in circostanze misteriose, qualcuno parlò di suicidio.


LUDOVICO ANTONIO MURATORI:

"Durante questo suo pellegrinaggio (di Marco Aurelio) vennero i re dell’Oriente e gli ambasciatori del re dei Parti ad inchinarlo, e a rinnovare i trattati di pace. Insomma lasciò questo Augusto per tutta l’Asia e per l’Egitto un gran nome della sua saviezza e moderazione; nè persona vi fu che non concepisse un grande amore e stima per lui. 

Venuto a Smirne, imparò ivi a conoscere il sofista Aristide, di cui restano le orazioni. Arrivò ad Atene, e quivi, per provare la sua purezza, volle essere ammesso ai misteri di Cerere, e da solo entrò in quel sacrario. Accrebbe i privilegii a così illustre città, e specialmente beneficò quelle scuole con assegnar buone pensioni a tutti i maestri delle sette filosofiche, cioè Stoici, Platonici, Peripatetici ed Epicurei. 

Poscia imbarcatosi, spiegò le vele alla volta di Italia, e soffrì nel viaggio una gravissima tempesta di mare. Sbarcato che fu a Brindisi, prese tosto la toga, cioè l’abito di pace, e con questa ancora volle che marciassero tutte le milizie che lo scortavano. Entrò dipoi in Roma colla solennità del trionfo a lui decretato per le vittorie riportate in Germania".

LA STATUA EQUESTRE

LA MORTE

Marco Aurelio ripeteva il detto di Platone "Le città fiorirebbero se fossero governate da filosofi o se i governanti governassero con filosofia."
Marco, l'amante della pace, morirà, per ironia della sorte, sul campo militare.

« ...poco è il tempo in cui vive ciascuno, piccolo il ristretto angolo di terra ove ciascuno continua a vivere e scarsa la fama presso i posteri; sia anche una fama assai lunga, pur sempre ottenuta per successive vicende di piccoli uomini destinati a morire, piccoli uomini che non conoscono neppure se stessi; tanto meno un altro uomo, già morto prima, in tempi antichi. »
(Marco Aurelio, Colloqui con se stesso, III, 10.)

Colto da un misterioso morbo, forse peste, nell'accampamento nei pressi di Vindobona durante la terza campagna conto i Marcomanni e i Quadi (iniziata nel 178 d.c.) chiamò vicino a sé il figlio Commodo del quale aveva già cominciato a saggiare l'immoralità e la crudeltà.

Chiese al figlio di portare a termine le operazioni di guerra perché non fosse additato come traditore, ma questi rispose che temeva per la sua salute ed intendeva lasciare subito l'accampamento per timore di essere contagiato. Marco non lo contraddisse, lasciandolo libero di agire come voleva, ma lo pregò almeno di aspettare qualche giorno. Di certo non temeva la sua morte:

" Quanto è bella l'anima che si tiene pronta, se è necessario, a liberarsi subito dal corpo per estendersi, disperdersi o sopravvivere! Ma questo stato di preparazione deve venire da un giudizio personale e non da un puro spirito di opposizione come nei cristiani. Esso deve essere ragionato, grave, senza posa teatrale. "

Ormai desiderava morire. Digiunò per quattro giorni per accelerare la morte. Il sesto giorno chiamò a sé gli amici più intimi e chiese loro: "Perché piangete per me?" e poi, vedendo che si allontanavano temendo il contagio, disse ancora: "Vedo che volete congedarvi da me, ma io lo faccio prima e vi saluto."

COLONNA DI MARCO AURELIO
Il settimo giorno, viste le sue condizioni, chiamò di nuovo accanto a sé il figlio poi, dopo averlo allontanato, si coprì il capo come volesse dormire e durante la notte spirò.
Era il 180 d.c. "Parti dunque, e il tuo cuore sia sereno e propizio. Sta pur sicuro: sereno e propizio è anche Colui che dissolve"
(Marco Aurelio - Pensieri).

Taluni affermano che Marco desiderasse la morte del figlio perché a suo stesso detto sarebbe diventato un altro Nerone, o un Caligola, o un Domiziano, come in effetti avvenne.

Marco fu criticato, e giustamente, per aver abbandonato il criterio delle adozioni, per tornare al criterio ereditario.

Fu un grande pensatore, un filosofo e uno stoico.

"Gli uomini sono nati gli uni per gli altri. Ammaestrali, dunque. O sopportali".

"Tutti gli uomini sono fratelli e sorelle, membri di un'unica comunità mondiale la cui più alta espressione, simbolo dell'ideale cosmopolita degli stoici, è, nonostante tutte le sue imperfezioni, l'Impero."

"Quale uso faccio dell'anima mia? Io debbo domandare di continuo, esaminando me stesso: che cosa avviene ora in quella parte di me che chiamano organo direttivo? Quale anima ora ospito? Forse quella di un bimbo, di un giovanetto, di una femmina, di un despota, di una bestia da soma, di una belva?"
(Libro V-11).

Marco Aurelio si sentì cittadino del mondo, costretto a riconoscere l'impero come unico strumento di convivenza, e con cui poter realizzare, sia pur in minima parte, la fratellanza degli uomini. Nonostante questi principi, non fu apprezzato dagli autori cristiani. Venne invece ritenuto dai romani uno dei "Cinque buoni Imperatori" del II secolo, insieme a Traiano, Adriano e Antonino Pio.

Nel 177 d.c. a Lione l'imperatore ordinò l'uccisione di quarantotto cristiani colpevoli di non avere rinnegato la propria fede. Ma ai Romani non interessavano le questioni religiose per cui avevano massima tolleranza. Gli Dei stranieri venivano aggiunti agli altri Dei, solo i Cristiani e gli Ebrei volevano il riconoscimento di un unico Dio con l'eliminazione di tutti gli altri Dei, piuttosto si temeva la destabilizzante per l'ordine pubblico.

Orosio sostenne che le piaghe da cui fu tormentato il regno di Marco erano la punizione di Dio per il trattamento inflitto ai Cristiani, colpevoli per l'imperatore di fare una vita settaria. Ma la calata dei barbari che ridusse a 25000 il milione e mezzo di abitanti nell'antica Roma, cosa doveva punire?


LA PRIMA STATUA

A memoria di Marco Aurelio fu eretta dopo la sua morte la bella e altissima (42 m.) colonna per ricordare proprio le vittorie sul fronte germanico-danubiano. La colonna era sormontata da una statua dell’Imperatore, ma la Chiesa vi ha posto quella di S. Paolo, come fece sostituendo la statua di Traiano con quella di di S. Pietro.


LA SECONDA STATUA

- 1474, 24 dicembre. Nardo Corbolini e Leonardo Guidocci, orefici, restaurano la statua equestre
di Marco Aurelio, e la collocano su nuova base marmorea. 

Prezzo dell'opera 670 fiorini d'oro. Sisto IV nell' iscrizione riferita dall' Albertini ed. 1515, e. 62, e dal Cancellieri, Possessi, p. 198, dice che la statua era « vetustate quassatam, et collabantem cum assessore », ma non mutila. 

11 restauro, ponendo in migliore evidenza quel bronzo famoso, colpi la mente degli artisti contemporanei, « Vedendo Andrea (Verrocchio) che delle molte statue antiche, ed altre cose che si trovavano in Roma, si faceva grandissima stima; e che fu fatto porre quel cavallo di bronzo, dal papa, a san Giovanni Laterano; e che de' fragmenti, non che delle cose intere, che ogni dì si trovavano, si faceva conto, deliberò d'attendere alla scultura: e così, abbandonato in tutto l'orefice, si mise a gettare di bronzo » 

Vasari ed. Milanesi, tomo III, p. 359. Ma già prima del Verrocchio se ne era occupato Antonio Averlino detto il Filarete, riproducendolo nel bronzo oggi del museo di Dresda, descritto dal de Rossi in Bull. com. tomo XIV, a. 1886, p. 349.

(Rodolfo Lanciani)


BIBLIO

- H.Z. Rubin - Wheather Miracles under Marcus Aurelius - Atheaneum - 1979 -
- J. Guey - Le date de la pluie miraculeuse et la colonne Aurelienne - Mélanges de l'Ecole Francaise de Rome - LX - Parigi - 1948 -
- Perea Yébenes, Sabino - La legion XII y el prodigio de la lluvia en época del emperador Marco Aurelio - Madrid - 2002 -
- Ilaria Ramelli - Prefazione a - Sabino Perea Yébenes - La legion XII y el prodigio de la lluvia en época del emperador Marco Aurelio - Madrid - 2002 -
- Antony Birley - Marco Aurelio - Milano - 1990 -
- Pierre Grimal - Marc Aurèle - Paris - Fayard - 1991 -
- Pierre Grimal - Marco Aurelio - Milano - 2004 -
- Caprino - in C.Caprino, A.M.Colini, G.Gatti, M.Pallottino, P.Romanelli - La colonna di Marco Aurelio - Roma - 1955 -


 

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