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HONORALIA ( 29 Maggio )


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Le Honoralia si festeggiano post dies XV Idus Maias (29 maggio), ed è la festa di Honos et Virtus, Onore e Virtù. Se Minerva era a Roma la Dea della guerra intelligente, e cioè delle strategie sul campo di battaglia, vanto dei grandi e numerosissimi generali romani, Marte è il Dio dell'impeto guerriero dell'esercito, del suo coraggio e della sua forza.

I romani sono figli di Marte e di Rea Silvia, e pure della Lupa Capitolina, per cui di coraggio e volontà guerriera ne avevano da vendere e su questi criteri erano basati l'ordinamento statale e le carriere politiche, perchè senza il cursus honorum nell'esercito non si ottenevano nè cariche politiche nè cariche amministrative.

Pertanto, la festa Honoralia era la festa di Honos et Virtus, le divinità ispiratrici dell'onore e della virtù dei romani, in teoria in tutti i campi, ma nella realtà in battaglia. Infatti la festeggiavano i legionari che giravano per la città ricevendo i complimenti e i ringraziamenti di tutti se la loro legione era stata vincitrice e ancor più se aveva ottenuto meriti in battaglia.

Maggiori onori venivano attribuiti ai reduci se avevano ottenuto qualche onorificenza in quella specifica battaglia. La popolazione non solo li onorava e li ringraziava, ma li riempivano di doni, quasi sempre mangerecci per non parlare dei vini. Quel giorno il militare che andava a fare la spesa praticamente non pagava e le loro matrone ne erano fiere.



Non solo le matrone ne erano fiere, e non solo i figli, ma pure gli schiavi dichiaravano con orgoglio di avere un padrone tanto onorato, come se quell'onore spettasse di conseguenza un po' anche a loro. Insomma era bello girare per le strade vestiti da combattimento e con le mostre della legione (ma senza armi) e soprattutto se giovani cogliere lo sguardo delle ragazze ammirate. A quel tempo la divisa faceva effetto molto più che ad oggi.

Una volta giracchiato per la città ci si recava al tempio, già ornato con nastri, fiori e ghirlande, a rendere grazie agli Dei e magari depositarvi un voto se la divinità era stata benigna. I sacerdoti officiavano la cerimonia ed eseguivano i sacrifici. La processione poteva procedere prima o dopo la cerimonia, a discrezione dell'autorità sacerdotale.

Nella processio non mancavano naturalmente i legionari con le insegne della legione, e cioè aquile, stendardi, falere e quant'altro, tra le ali della folla plaudente, e non mancavano nemmeno ufficiali e generali, tutti bardati con le insegne, le falere e le torques o le corone attenute per meriti in battaglia, cosa che faceva delirare la folla.

In quel giorno di festa anche i Lari agli incroci delle strade venivano infiorati, le bancarelle offrivano le loro merci e cibi pronti in abbondanza, si che le strade si riempivano di cartoccetti gettati agli angoli e bucce di lupini ovunque. Le famiglie che avevano almeno un legionario, cioè quasi tutte, organizzavano banchetti per condividere la festa con parenti altrettanto onorati.

L'ONORE DELLE FALERE
Peraltro, se c'erano legionari che avessero subito una sconfitta, quel giorno se ne stavano a casa con le loro famiglie per non subire disprezzo o addirittura insulti dal pubblico. I romani erano molto sensibili all'esito delle battaglie, ma soprattutto a quanto i legionari si fossero battuti con onore.

Del resto una battaglia perduta senza un motivo evidente, era il senato stesso a condurre in giudizio il generale o i generali delle legioni in questione. Nel processo comunque si stabiliva il saggio operato dei generali e il valoroso comportamento dei soldati o il loro contrario.

Se fallo c'era nessuno la passava liscia, si potevano subire degradazioni e i generali potevano essere condannati a multe pesanti, mentre le legioni potevano venire sciolte per integrare altre legioni con una nota di demerito che, se non cancellata da comportamenti molto virtuosi potevano sfociare in cacciata dall'esercito con ignominia (ignominiosa missio), o si poteva giungere fino alla pensione col rischio di non ottenere la terra per la sopravvivenza.

Insomma per i Romani le Honoralia le potevano festeggiare allegramente solo i legionari valorosi, e in genere così era, perchè l'indegnità era l'eccezione.

L'impero romano si reggeva sulle guerre e i romani lo sapevano bene.

« Seseque ei perire mavolunt ibidem quam cum stupro redire ad suos popularis. »
« Ed essi preferiscono morire lì sul posto piuttosto che tornare con vergogna presso i concittadini. »

(Gaio Nevio - Bellum Poenicum)




BIBLIO

- Howard Hayes Scullard - Festivals and ceremonies of the Roman republic - 1981 -
- Carcopino - Si vis pacem, para bellum - Storia romana e storia moderna - Fasi in prospettiva, a cura di Mario Pani - Bari - Edipuglia - 2005 -
- Fasti triumphales - AE 1930 -
- Gaio Nevio - Bellum Poenicum -
- II International Congress of Roman Frontier Studies - a cura di E. Swoboda - Graz-Colonia 1956 -



QUANDO REX COMITIAVIT FAS (24 Marzo - 24 Maggio)


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COMITIA CALATA

Q.R.C.F. = Quando Rex Comitiavit Fas

Erano il 24 Marzo e il 24 Maggio, considerati fasti solo dopo che il rex sacrorum aveva dichiarato i 'comitia calata' sciolti. I comizi calati (in latino: Comitia Callata o Comitia Calata), era la più antica delle assemblee romane, ed era di carattere religioso.

Non si conosce molto di queste assemblee; la cosa è dibattuta, ma sembra che a loro venisse affidata la nomina del rex sacrorum, dei flamini e delle vestali, ma secondo altri studiosi venivano convocati (da calare, chiamare) solo per dare pubblicità a degli avvenimenti, come le nomine di cui sopra.

Risulta che si radunassero sul Campidoglio basandosi sull'organizzazione delle trenta curiae e che l'assemblea fosse presieduta dal Re o dal Pontifex Maximus. Le curie, fondate da Romolo, all'inizio erano trenta, dieci per ognuna delle tre tribù dei Tities (sabini, da Tito Tazio), Ramnes (gli autoctoni, da Romolo) e Luceres (etruschi da Lucumon)..

Secondo un'altra interpretazione non si tratterebbe di una determinata tipologia di assemblea, ma di una modalità di convocazione, per chiamata, dei Comizi centuriati e dei Comizi curiati.

In Epoca regia, trattandosi dell'unica assemblea cittadina, la sua competenza si estendeva a tutte le questioni per le quali il re chiedeva la collaborazione dei cittadini in assemblea. Con la nascita delle altre assemblee romane, assunse un carattere prettamente religioso, fino a rimanere solo un simulacro delle antiche tradizioni.

"Isdem comitiis, quae ‘calata’ appellari diximus, et 'sacrorum detestatio' et 'testamenta' fieri solebant" Gli stessi comizi che dicemmo chiamarsi calata, solevano effettuare sia la 'sacrorum detestatio', sia i 'testamenta'.
L'ASSEMBLEA

I TESTAMENTI

Davanti ai "Comitia Calati", se presieduti dal Pontefice Massimo potevano essere redatti pubblicamente i "testamenta" (l’atto unilaterale, redatto oralmente o in forma scritta, compiuto alla presenza di testimoni, attraverso il quale il pater familias disponeva dei propri beni per il momento successivo alla sua morte e i "testamenta calatis comitiis".

Questi ultimi riguardavano la forma più antica del diritto romano. Secondo fonti autorevoli conteneva sempre e soltanto disposizioni a titolo particolare, mentre l’heredis institutio (istituzione dell'erede) sarebbe stata caratteristica del 'testamentum per aes et libram', dove il testatore, mediante una sua dichiarazione (nuncupàtio), consegnava semplicemente il testamento al 'familiae emptor'.

I 'testamenta calatis comitiis' coincidevano spesso nella adozione di un 'pater familias' da parte di un altro pater familias, compiuta alla presenza dei comizi calati, che venivano a questo scopo convocati dal pòntifex maximus due volte all’anno (24 marzo e 24 maggio).
Per effetto dell’adozione, l’adottato diveniva erede dell’adottante, ma mentre gli effetti "dell’adrogatio" (per cui un cittadino poteva assumere sotto la propria potestas un altro cittadino libero consenziente, il quale ne diveniva pertanto filius familias) si producevano durante la vita dell’adottante, il "testamentum calatis comitiis" era destinato a produrre effetti soltanto dopo la morte dell’adrogàtor. 

Inoltre la famiglia dell'adrogato assumeva il culto osservato dall'adrogante ed era tenuta a praticarlo, il che spiega la presenza del Pontifex Maximus, colui che aveva l'autorità per presiedere sui fatti religiosi.

MATRIMONIO

DETESTATIO SACRORUM

Nei Comitia Calata si procedeva anche alla "Detestatio Sacrorum", cioè all'uscita di un patrizio dalla sua familia, ovvero l’abbandono dei sacra familiari, mediante una rinuncia solenne e pubblica. Essa, nel periodo regio ma pure alto repubblicano avrebbe costituito il presupposto necessario, da attuarsi sotto il controllo dei pontefici, per il «transito» ai sacra di un’altra gens, come ad esempio nell’adrogatio.
Per effetto della 'detestatio sacrorum', il culto familiare del soggetto che si avviava ad essere adrogàtus si estingueva. Con l’adrogatio a Roma, e solo a Roma, si poteva adottare un cittadino romano, mediante un rito solenne che prevedeva una triplice interrogazione. Il pontefice che presiedeva i comizi calati, infatti, chiedeva al pater adrogans se volesse l’adottando come suo figlio legittimo, all’adottando se intendesse subire ciò, e, infine, al popolo, sulla sua volontà di autorizzare il compimento dell’atto.

Si ebbe anche il caso di patrizi che si fecero adottare da popularis per candidarsi come tribuni della plebe. In tal caso l'adottato perdeva il suo rango di patrizio, così come il plebeo, adottato da un patrizio diventava patrizio (ma secondo diversi studiosi questo non era fattibile).

Il 'testamentum calatis comitiis' avveniva ‘in populi contione’, cioè davanti all'assemblea del popolo riunito. Tuttavia nel testamentum non si potevano adottare le donne, nè i tutori i propri pupilli, nè i maschi impuberi. Neppure le donne potevano adottare, ma sotto Diocleziano le cose cambiarono e le donne potettero adottare ed essere adottate.

Ma anche nel matrimonio interveniva la 'detestatio sacrorum' in quanto la donna abbandonava i suoi culti familiari, cioè di Lari e Penati, per abbracciare quelli del marito. Pertanto i vari geni che l'avessero seguita fino ad ora l'avrebbero abbandonata, mentre l'avrebbero presa in carico i Lari e i Penati della familia del consorte, che ella avrebbe d'ora in poi pregato per rafforzarli e ottenere protezione.



IL CALENDARIO

I 'comitia calata' erano poi convocati mensilmente alle calende ed alle none per annunciare al popolo il calendario, cioè quando cadevano le idi e quali feste mobili si potessero e si dovessero osservare. I comitia si raccoglievano sul Campidoglio basandosi sull'organizzazione delle trenta curiae e l'assemblea fveniva presieduta dal Pontifex Maximus, il quale poteva investire o meno per l'occasione i nuovi sacerdoti e le vergini vestali. .

BIBLIO

Institutiones - Gaio
Il melangolo - Andrea Carandini
Notti Attiche - Gellio



DEA DIA - ARVALI (17 Maggio)


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LA DEA
«Romolo per primo istituì i sacerdoti Arvali e chiamò se stesso dodicesimo fratello tra quelli generati da Acca Larenzia, sua nutrice...»
(Plinio il Vecchio)



FRATRES ARVALES

La Dea Dia era un'antichissima divinità protettrice della fertilità della terra. Venne identificata con la Madre Terra ed ebbe un tempio a lei dedicato prima sul Palatino, poi al V miglio della Via Portuense, in un tempio di cui restano solo pochi ruderi.

I sacerdoti addetti al suo culto erano i Fratres Arvali, i Fratelli Arvali, un'antichissima confraternita sacerdotale romana, restaurata da Augusto, composta di 12 membri scelti tra la classe senatoria per lo più per cooptatio, cioè scelto dall'organo collegiale senza elezioni. La cooptatio era caratteristica dell'ordinamento giuridico aristocratico, diffusissimo nel diritto romano arcaico. A capo dei Frates c'era un magister assistito da un flamen.

La cosa particolare è che gli Arvali, che essendo sacerdoti ufficiali venivano stipendiati dallo stato, ricevevano anzitutto un vitalizio, per cui erano pagati anche se non erano in grado di officiare per la vecchiaia, che non perdevano neppure in caso di esilio, nè a causa di una qualsiasi condanna, e neppure se cadeva prigioniero di un nemico.



IL BOSCO SACRO

A sud di Roma, al V miglio, all'incrocio tra Via Portuensis e Via Campania, c'era un boschetto sacro dedicato alla Dea, chiamato "Lucus Deae Diae", nel cui ambito era stato eretto un grande tempio di pianta circolare, sopraelevato su alto podio.

IL BOSCO SACRO
In questo luogo i fratelli Arvali si incontrano e registrano i loro nomi e tutto ciò che riguarda il culto, che non è segreto e che quindi può essere pubblicato, sulle tavole di marmo apposte all'esterno del Tempio.

Il Lucus era compreso in una più ampia distesa boschiva, la Silva Moesia, un tempo sotto il dominio degli Etruschi di Vejo.
Macrobio identifica il Pastore Faustolo, marito di Acca Larentia nutrice di Romolo, con il personaggio etrusco di Tarunzio, leggendario possessore di quelle terre (Saturnalia, I-10).
Tito Livio invece riporta l’incontro etrusco-romano al tempo di Anco Marzio, quando gli Etruschi dovettero abbandonare la Selva ai Romani (“Silva Moesia Vejentibus adempta”, Historiae, I-33).

Il Bosco sacro si sviluppava in pendìo (clivus), dall’ansa fluviale della Magliana Vecchia risalendo la collina di Monte delle Piche. La parte rivierasca, chiamata Antelucum, ospitava gli edifici sacri minori e di servizio (CaesareumTetrastylumBalneumPapiliones e il Circo).

Il complesso ebbe diverse fasi costruttive, tra le quali un’importante sistemazione è stata datata ad epoca flavia (metà del I sec. d.c.) seguita da un’integrale ristrutturazione effettuata sotto Alessandro Severo (222-235 d.c.).



AEDES DEA DIAE

La parte centrale, intersecata dalla Via Campana, ospitava il grandioso Tempio rotondo di Dia (Aedes Deae Diae) e quello più antico di Fors-Fortuna.

AEDES DEA DIAE - RICOSTRUZIONE DI R. LANCIANI
Il Tempio di Dia (o degli Arvali), o quel che ne resta, è un santuario di epoca augustea, sito nella via Tempio degli Arvali, presso il ristorante La Tavernaccia, alla Magliana vecchia.

Infine, vi era una parte in pendenza, che si arrampicava con un’organizzazione a terrazze, fino alla sommità della collina, dove si trovava l’Ara sacra dei Lari. La sua conformazione è nota attraverso gli Acta Fratrum Arvalium, di epoca imperiale.

Oggi la proprietà del terreno che ospita il sito, pur essendo di interesse archeologico, ed essendo stata studiata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma, non è stata mai espropriata ed è rimasta privata, per cui non è visitabile e non è visibile nemmeno dalla strada, visto che è al di sotto del piano stradale. Quand'è che lo stato si occuperà di salvare un sito così storicamente importante?

- Il CESAREUM era un complesso del III - II sec. d.c., dedicato agli imperatori defunti e divinizzati, ove s'immolavano vittime in loro onore. Vi si riunivano a banchetto gli Arvali nel secondo giorno delle feste ambarvali. Nel Cesareum dovevano essere esposte le statue degli imperatori di cui furono infatti rinvenute nel XVI secolo alcuni piedistalli con relative iscrizioni.

- Il TETRASTYLUM, effigiato nella monetazione di Tiberio, era uno dei templi minori del Lucus deæ Diæ, nominati negli atti degli Arvali. Lo studioso Peruzzi ne rimanda la fondazione a Romolo (“hoc sacellum ordinatum fuit a Romolo”).
Il tempio aveva quattro colonne senza muri poste agli angoli di un basamento quadrato, a sostegno delle travi angolari e del tetto (“Tetrastyla sunt, quae subiectis sub trabibus angularibus columnis et utilitatem trabibus et firmitatem praestant”. Vitruvio, De architectura VI, 3.3).
All’interno dovevano trovarsi un idolo e i “triclinia” per i confratelli arvali. Peruzzi ipotizza fosse dedicato ai riti tradizionali della benedizione del grano e del suolo (“ad benedicendum granum et agrum”) e riferisce di un basamento rettangolare, tra il Tempio di Dia e le Terme, ritenendola una riedificazione del Tetrastylon in epoca antoniniana (“sic restauratum ab Antonino”), ma potrebbe appartenere al Cæsareum.

- Il BALNEUM era l’edificio termale, sopra il quale insiste in parte l’attuale Casale Agolini, rimesso alla luce negli scavi dei francesi nell'estensione della sua planimetria, con il vestibolo, le sale riscaldate, le latrine e il frigidarium che conservava ancora i resti della decorazione a mosaico policromo di una delle vasche.
Il complesso era già in stato di abbandono nel IV secolo, tanto che in uno degli ambienti del balneum nel V secolo si impiantò una fornace di laterizi mentre il resto delle strutture venne distrutto. Molti dei materiali andarono dispersi, fra i quali alcuni frammenti di iscrizioni degli acta riutilizzati a chiusura di alcuni loculi nelle vicine catacombe di Generosa, o ancora le numerose antefisse in marmo probabilmente pertinenti alla decorazione del tempio.

- I PAPILIONES ricordavano le tende in cui si accampavano gli Arvales con i loro assistenti e sicuramente con le autorità cittadine. Probabilmente un tempo erano reali tende militari poi sostituite da vani dietro il lato curvo del portico monumentale utilizzati dai membri del collegio come luogo di soggiorno provvisorio.

- Il CIRCUS era un piccolo circo per il rito, gli spettacoli e la corsa dei cavalli. Ancora dubbia la sua ubicazione, pur ricordato negli acta, probabilmente da collocare nella zona ad occidente del santuario.

Comunque i Fratelli Arvali officiavano certi riti nella casa del magister, e pure nel Tempio di Giove Capitolino.

LUCIO VERO SACERDOTE ARVALE
Per la festa del 17 Maggio i Frates Arvales si recavano nel sacro boschetto a sud di Roma, per eseguire i riti pubblici della festa. Li seguivano i rappresentanti dell'amministrazione e il popolo che giungeva a piedi o in carrozza.

Al mattino i sacerdoti sacrificavano due maialini e una mucca con la pelle bianca. La carne dei sacrifici veniva distribuita agli astanti, con il brindisi e l'augurio di propiziare i raccolti; col sangue delle vittime si facevano invece delle salsicce che sarebbero state consumate l'anno successivo, mentre nel banchetto rituale si consumavano quelle dell'anno precedente.

Più tardi, coperti da un velo, gli Arvales sacrificavano pubblicamente una pecora nel boschetto, si crede per propiziare la pastorizia, in epoca arcaica basata sulle pecore. Anche questo cibo veniva distribuito tra il pubblico.

Successivamente i sacerdoti si recavano nel tempio dove erano stati preparati molti vasi e pentole di fango crudo cotto al sole, evidentemente a ricordare il vasellame dell'epoca più arcaica, pieni di spighe, prodotti vegetali e vino. I sacerdoti pronunciano una preghiera e quindi gettano il vasellame giù dalla scalinata del tempio, distruggendoli insieme ai loro contenuti.

Ciò fa pensare a riti arcaicissimi che non contemplavano il sacrificio degli animali ma solo l'offerta delle primizie con la creazione dei recipienti che venivano anch'essi sacrificati. Usanza che troviamo anche nelle patere degli etruschi spesso spezzate nelle tombe.

Nel pomeriggio gli Arvales si recavano nel Cesareum, all'interno del tempo, dove il pubblico non poteva entrare nè vedere perchè le porte del tempio venivano chiuse, e dove consumano un pane comune chiamato pane laureato, fatto con lauro, evidentemente connesso agli imperatori divinizzati. Quindi cantavano una litania, il canto dei defunti, ma diretta agli Dei, che ai tempi dell'impero era diventata quasi intelligibile, era il Carmen Arvale.

Sono stati rinvenuti vari frammenti degli "Acta Arvalium", nei quali venivano annotati e registrati i principali eventi dell'Urbe. Tra i riti è pervenuta anche la formula della cerimonia, incisa su marmo, degli Arvali, negli Acta epigrafici dell’anno 218 d.c., curati annualmente dalla confraternita, la cui arcaicità linguistica rimanda ai primordi della religione romana:

«enos Lases iuvate - (Lari aiutateci)
enos Lases iuvate - (Lari aiutateci)
enos Lases iuvate - (Lari aiutateci)

neve lue rue Marmar sins incurrere in pleoris - (non permettere, Marte, che la rovina cada su molti)
neve lue rue Marmar sins incurrere in pleoris - (non permettere, Marte, che la rovina cada su molti)
neve lue rue Marmar sins incurrere in pleoris - (non permettere, Marte, che la rovina cada su molti)

satur fu, fere Mars, limen sali, sta berber - (Sii sazio, feroce Marte. Balza oltre la soglia. Rimani lì)
satur fu, fere Mars, limen sali, sta berber - (Sii sazio, feroce Marte. Balza oltre la soglia. Rimani lì)
satur fu, fere Mars, limen sali, sta berber - (Sii sazio, feroce Marte. Balza oltre la soglia. Rimani lì) 

semunis alterni advocapit conctos - Invocate a turno tutti gli Dei delle sementi.
semunis alterni advocapit conctos - Invocate a turno tutti gli Dei delle sementi.
semunis alterni advocapit conctos - Invocate a turno tutti gli Dei delle sementi. 

enos Marmor iuvato - (Aiutaci Marte)
enos Marmor iuvato - (Aiutaci Marte)
enos Marmor iuvato - (Aiutaci Marte) 

triumpe triumpe triumpe triumpe triumpe.- (Trionfo, trionfo, trionfo, trionfo, trionfo)»

FASTI E DECRETI DEI FRATELLI ARVALI
Noi interpretiamo questo come un'invocazione all'antico Marmar, il Dio Lupo figlio della Dea Lupa, cioè la cupidigia che distrugge le sementi messe da parte per la semina futura. Per questo gli si intima di non varcare il confine del tempio, affinchè le semenze non vengano toccate, nè dai topi, nè dagli uomini, nè dalle malattie. Infatti vengono poi invocati gli Dei delle sementi, i Semoni, affinchè aiutino a preservare i semi conservati nelle olle.

Subito dopo i sacerdoti Arvali uscivano dal tempio eseguendo dinanzi al pubblico una danza arcaica e primitiva al ritmo ternario, chiamato "tripudium", si suppone fosse il dolore per gli imperatori defunti e il successivi tripudio per la loro divinazione.

Finita la danza, sia gli Arvales che il pubblico si recavano al circo dove si svolgeva uno spettacolo di acrobati e funamboli, ma pure cavalli con i desultores, degli auriga che cavalcavano due cavalli alla volta, senza sella e volteggiando tra entrambi. Seguivano poi le corse vere e proprie di cavalli che mandavano in visibilio gli spettatori. Di solito gli Arvali distribuivano tra gli assistenti del pubblico cibo, fiori e persino denaro.

A questa festa seguiranno poi le Ambavaralia, del 29, 30 e 31 Maggio e la festa del 17 Dicembre.
Il magister presiede a tutti i riti e giochi di queste feste. Il 17 Maggio inoltre, il resto dei fratelli sceglie chi sarà il nuovo magister, che viene eletto ogni anno, e che prenderà possesso della sua posizione il 17 dicembre - il giorno in cui si celebra un altro rito in onore della Dea Dia.
Il culto della Dea rimase fino al III - IV sec. d.c.


BIBLIO

- Vittorio Dini - Il potere delle antiche madri - Firenze - Pontecorboli - 1995 -
- Marija Gimbutas - Le dee viventi - Milano - Medusa - 2005 -
- Marija Gimbutas - Il linguaggio della dea - Roma - Venexia - 2008 -
- Marija Gimbutas - Le dee e gli dei dell'antica Europa. Miti e immagini del culto - Viterbo - Stampa Alternativa - 2016 -



AGONALIA (21 Maggio)


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Le agonalia, o agonie, cadevano quattro volte l'anno, ogni volta dedicate ad una divinità diversa:
- 9 gennaio a Giano,
- 17 marzo a Marte,
- 21 maggio a Veiove
-11 dicembre a Sole Indigete (l'antico Dio Apollo).

Per ognuna di queste celebrazioni era previsto il sacrificio di un ariete nero nella Regia da parte del Rex Sacrorum. La Regia era in pratica la Reggia, cioè l'abitazione del re, ma comprendeva pure la casa del Rex Sacrorum e la casa delle Vestali.
Pertanto doveva trattarsi di una festa molto antica e molto importante, attribuita per tradizione addirittura a Numa Pompilio, il secondo Re di Roma.

Sull'etimologia del nome della festa gli antichi fecero varie supposizioni, come riporta Ovidio nel I libro dei Fasti:
- il sacerdote del sacrificio chiede sempre il consenso al suo gesto dicendo: agone? (posso agire?); ma il termine sarebbe stato ago e non agone;
- gli animali per il sacrificio non vengono docilmente ma sono spinti con la forza (agantur); ma al contrario l'animale doveva incedere "sua sponte" o il sacrificio non era valido;
- anticamente si chiamava Agnalia, senza una lettera; per indicare il sacrificio degli agnelli che però non risulta;
- la vittima trema vedendo il coltello del sacrificio e "terrore" in greco si dice agoonía;
- nei tempi antichi in questa data si facevano dei giochi (in greco, Agōn);
- nei tempi antichi il bestiame si chiamava agònia. (non ci risulta)

Ma agonia aveva, a Roma come in Grecia, il significato di gara e lotta, d'altronde l'agonia dei moribondi è una lotta tra la vita e la morte.


Da "Religione antica" di K. Kerényi:
"L'aspetto più oscuro di Giove, che viene indicato appunto con il nome Veiovis, dà luogo a una figura molto più nettamente delineata del suo corrispondente greco - Zeus Katachthonios, lo Zeus sotterraneo, circondato in Grecia da oscuri culti segreti. In Italia Veiovis ha molti punti di contatto con la figura di Apollo; anzi, appare in tutto come il lato oscuro di questo dio greco. Tuttavia a Roma la scissione della figura del dio non fu completamente compiuta. Per i Romani Veiovis rimane Ve-iovis: distinto da Giove."

Veiove (latino Vediovis) è un Dio romano, estratto da un Dio giovanile infernale italico, protettore della fecondità e del bosco sacro, forse di origine etrusca. Fu protettore dell'Asylum, il bosco sacro di rifugio che si trovava nella sella del Campidoglio (inter duos lucos, cioè " tra i due boschi sacri"). Fu raffigurato con un pilum ("giavellotto") e una capra. Il pilum (collegato a Pilumnus) sarebbe il simbolo del fulmine e la capra (collegata a Fauno e Fauna) era un simbolo di lussuria e fecondità.

Aulo Gellio descrive la statua di culto nel tempio sul Campidoglio, un Dio giovane armato di arco e frecce, con accanto una capra che gli era sacrificata. Gli era probabilmente dedicato l'agonium del 21 maggio. Nel 194 a.c. gli fu dedicato anche un santuario nella parte nord dell'Isola Tiberina.

CORSA DELLE BIGHE

LE AGONALIA

Erano feste riguardanti dispute e gare e venivano svolte sempre in onore di una divinità.
Il 21 di maggio riguardavano il Dio Veiove, e si svolgevano le corse di cavalli nel Circo Massimo, soprattutto nella corsa delle bighe.

Per completare lo spettacolo di solito si esibivano anche degli artisti che compivano acrobazie sui cavalli saltando da un cavallo all'altro mentre erano alla guida di una biga. La gente partecipava con grande entusiasmo e faceva moltissime scommesse sui cavalli o sui fantini.
Generalmente agli Agonalia partecipavano anche gli imperatori con la loro famiglia, assisi nel palco imperiale.

Le corse avvenivano nel pomeriggio mentre al mattino si faceva la processione in onore di Veiove che avveniva a partire dal santuario posto nell'Isola Tiberina, dove il tempio e la statua venivano ornati di ghirlande, nastri e fiori vari.

Per l'occasione si immolava una capra le cui carni venivano divise tra gli astanti, soprattutto agli assistenti del rito. Sembra che nelle case private vi fosse l'abitudine di organizzare dei banchetti a base di carne di capra, banchetti che avvenivano però al tramonto, dopo l'esibizione delle corse dei carri nel circo.


BIBLIO

- John F. Donahue - "Towards a Typology of Roman Public Feasting" in Roman Dining: A Special Issue of American Journal of Philology - University Press - 2005 -
- Ovidio - Fasti - I - Stoccarda - 1952 -
- Sesto Pompeo Festo - De verborum significatu - Libro I - Agonium e Agoniae -
- Feste romane - Genova - Il Melangolo - 1989 -


ROSALIA (10-31 maggio)


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LE FESTE DEI DEFUNTI

Le Rosalia appartenevano alle quattro solennia sacrificia (cioè Rosalia, Parentalia, Violaria e il compleanno del defunto). La festa generale del sacrificio era la Parentalia, dove l'enfasi era posta più sul sacrificare, soprattutto sulle offerte bruciate, siano esse fiori e spighe ma anche carni di animali bruciate. Nella cerchia familiare, la Violaria veniva celebrata anche durante la primavera accanto alla Rosalia e poi c'è stato l'anniversario del defunto, come un importante giorno della memoria.

La festa non aveva una data fissa, ma dipendeva dal periodo di fioritura delle rose, che di solito si svolgeva a maggio e giugno. Nel clima mediterraneo si potrebbe ottenere una seconda fioritura nel corso dell'estate. I petali delle rose di solito entravano nel banchetto della festa. 

Vennero anche coltivate rose nelle serre o le hanno importate dalle province, in modo che le rose per scopi culinari potessero effettivamente essere ottenute durante tutto l'anno. Le rose in crescita erano quindi conosciute come una delle colture con le quali si poteva guadagnare molto. 

C'è una data fissa menzionata nel calendario di Costantino, cioè il 23 maggio, e potrebbe trattarsi della festa delle Rosalia, ma non ve n'è certezza. Ci sono anche 7 iscrizioni che citano tutte la data del 13 giugno con diversi anni. Ma erano soprattutto i collegi e le associazioni, o i privati ​​stessi a stabilire la data della festa.



LE ORIGINI DELLA FESTA

C'è disaccordo sull'origine, in quanto la festa mostra forti concentrazioni regionali, con alcune somiglianze con i riti funebri in Asia Minore, in particolare col dal culto del Trace di Bacco e di Attis, personaggi mitici morti e risorti.

LA TESSITURA DEI ROSARI - MOSAICO
Probabilmente furono i commercianti a diffondere questi miti e questi riti, per cui la festa sarebbe originaria dell'Asia Minore. In particolare, riguarda la menzione del rogo delle rose, che sarebbe un rito dionisiaco.

Tuttavia, questa intera teoria è contraddetta più volte, per cui si afferma invece che i coloni dall'Italia avevano portato la Rosalia al tempo di Augusto. Lo testimonierebbe il fatto che nessuna traccia di Rosalia compare prima della colonizzazione. Non si tratterebbe nemmeno di bruciare rose, ma di accendere una lampada collegata con le rose. 

Secondo altri studiosi probabilmente ci saranno state influenze dall'Asia Minore, ma in origine le Rosalia sarebbero state importate dalla Gallia Cisalpina. Vi è anche una grande concentrazione di iscrizioni trovate, sia a Roma e a sud di essa. La festa fu celebrata anche nell'esercito, quando gli standard militari furono decorati con rose per onorare i loro morti. Possiamo vederlo come un sostituto della famiglia che decora la tomba.



ROSALIA

Rosalia, o la festa della rosa, era una celebrazione romana in cui i defunti venivano onorati e ricordati. Il 10 e il 31 maggio, le legioni romane a Duro Europa celebravano infatti le Rosalia, che collegavano un rito di primavera con un rito di morte (come del resto fa il cristianesimo).

Il significato della festa stesso riguarda principalmente il rinnovo del contatto tra il defunto e il vivente in una cena sobria che si svolge accanto alla tomba. 

La rosa è il fiore funerario per eccellenza. La breve fioritura di un fiore rappresenta il rinnovamento ed è quindi il simbolo della vita dopo la morte nei Campi Elisi. La rosa accompagnò i Romani nelle loro vite fino alla loro tomba. Pochi eventi nella loro vita non erano simboleggiati dalla rosa.

I Rosalia furono particolarmente popolari nell'era imperiale. Possiamo situare le prime prove dell'esistenza della Rosalia ai tempi di Domiziano, intorno al I secolo d.c.. Tuttavia, le rose furono usate molto prima nei servizi di culto.



LE ASSOCIAZIONI

La festa era in stretto rapporto con la vita delle associazioni in epoca imperiale. C'erano associazioni (collegiali) in cui esistevano i funerali e il culto alla morte dei membri defunti. C'era anche un testamento, una somma versata a un collegio i cui membri avrebbero ornato la tomba del donatore ogni anno con le rose, questo spesso coinvolgeva i membri più ricchi. 
Queste ritualità furono molto diverse tra loro a seconda delle consuetudini locali o convenzioni del collegio. Anche il funerale poteva avere un carattere molto diverso, spesso poi queste associazioni erano spesso pubbliche e religiose.

RITO FUNEBRE
Solo per questa volta i rituali erano svolti da unità militari per i compagni caduti e dopo per i membri della propria famiglia. 
Apprendiamo per la prima volta questa celebrazione da un calendario militare della Syria. 

Non sappiamo se le Rosalia venivano celebrate alle medesime date dalle altre legioni dell'Impero Romano, ma sappiamo da altre fonti che le Rosalia erano comuni per l'esercito romano.

Poichè i calendari militari differivano sa quelli romani, è possibile avessero date fisse per tutte le legioni.

Benchè ogni legione avesse le sue feste, comunque il mese di maggio era legato alla morte, con i Lemuria, per cui ragionevolmente tutte le legioni onoravano le Rosalia in questo stesso mese.

Al centro di ogni accampamento romano vi era un piccolo tempio, il saculum. Qui si tenevano gli stendardi militari; le aquile della legione e gli stendardi e i vessilli per manipoli e coorti. Di fronte al sacullum stava un altare. 

Nei Rosalia gli stendardi venivano posti intorno all'altare. Venivano adornati di corone di rose con preghiere o ringraziamenti. 

La festa consisteva in un pasto festivo e nella distribuzione delle rose agli ospiti, nell'accampamento ai soldati parenti o amici dei defunti, con cui poi decoravano la tomba del defunto per onorarli. Per coronare la festa si facevano Ludi (giochi di gara) tra i legionari.



LE FASI DELLA FESTA

Nell'accampamento anzitutto si decoravano le tombe dei defunti. Ogni militare era tenuto a contribuire per raccogliere o comprare fiori, oppure comprare rosari, che erano dei cerchi raggiati di vimini intorno a cui venivano avvolte le rose. I raggi erano otto e al termine di ogni raggio veniva posta una rosa. Il rosario aveva pressappoco la forma di un sole raggiato.

STENDARDI
Oppure si trattava di ghirlande di rose intrecciate, le rose potevano avere diversi colori ma naturalmente in maggio la maggior parte delle rose era di colore rosa. Non sappiamo se fosse inclusa la rosa canina ma dobbiamo supporre di si perchè essa era nel suolo italico sacro alla Dea Diana, specie nel suo lato infero, essendo al Dea di triplice aspetto: come Luna, come Cacciatrice e come Dea dei morti.

Su ogni tomba si poggiava un rosario, oppure direttamente delle rose se i vimini non erano disponibili e se non se ne potevano acquistare in un centro vicino. Con i soldi avanzati dall'acquisto dei rosai si organizzava una festa acquistando e cucinando cibo. Nel pasto che seguiva alcuni legionari, se credevano, potevano prendere il posto dei defunti venendo avvolti di rose, sulle braccia e sul capo.
Nel banchetto venivano anche cucinate delle rose, spesso miste  a uova e spezie, ma soprattutto se ne facevano dei dolci.



IL CRISTIANESIMO

Il Cristianesimo ha in parte copiato l'uso di rose come offerte, diffondendole comunemente nel culto dei morti e martiri. Una differenza importante è che i cristiani usavano le rose separatamente e non nelle ghirlande come facevano i Romani. Inoltre, in occasione della commemorazione di parenti defunti, una cena (pane e vino) si teneva presso le tombe o in una chiesa vicino alla tomba. Col tempo la rose divennero solamente il fiore della Madonna.


BIBLIO

- D. Sabbatucci - La religione di Roma antica - Il Saggiatore - Milano - 1989 -
- Jean Bayet - La religione romana - Paris 1971 -
- Georges Dumézil - Feste romane - Genova - Il Melangolo - 1989 -
- Howard Hayes Scullard - Festivals and ceremonies of the Roman republic - 1981 -



MERCURALIA (15 maggio)


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DIES NATALIS TEMPLI MERCURII 

Anniversario della dedica del tempio di Mercurio sito ai piedi dell'Aventino, nei pressi del Circo Massimo, del 495 a.c.:

Il 15 maggio del 495 a.c., sotto ai consoli romani Publio Servilio Prisco Strutto e Appio Claudio Sabino Inregillense, venne consacrato al Dio Mercurio un tempio sul colle Aventino (Templum Mercurii in Aventino), anche se l'onore della dedica non venne attribuito ad uno dei due consoli ma a Marco Letorio, un centurione primipilo.

«I consoli (Publio Servilio Prisco Strutto e Appio Claudio Sabino Inregillense) si contendevano l'onore di consacrare il tempio di Mercurio e il senato girò la questione al popolo: a chi dei due fosse toccato, per volontà del popolo stesso, l'onore della consacrazione, sarebbe andata anche l'amministrazione dell'annona e il compito di formare una corporazione di commercianti, nonché di celebrare i riti solenni di fronte al pontefice massimo. 

Il popolo assegnò la consacrazione del tempio a Marco Letorio, centurione primipilo, con un intento chiarissimo: non si trattava cioè tanto di onorare quest'uomo - troppo grande la sproporzione tra l'incarico e la sua posizione nella vita di tutti i giorni - quanto di un'offesa alle persone dei consoli»

(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, lib. II, par. 27)

Nella mitologia romana Mercurio rappresenta non solo per la sua velocità i ladri, ma è anche il Dio degli oratori e dell'eloquenza, quindi anche degli avvocati, ma è pure il Dio degli scambi, del profitto del mercato e del commercio, il suo nome latino probabilmente deriva dal termine merx o mercator, che significa mercante.


E di più: Mercurio era il messaggero tra gli Dei e gli uomini, Giove per qualsiasi comunicazione agli umani si rivolgeva a lui, ma è anche Dio della divinazione, ed anche il portatore dei sogni e lo psicopompo, cioè il conduttore delle anime dei morti negli inferi.

Ma non solo, l'anno della fondazione del tempio fu un anno fortunato, perchè anche se si temeva la guerra con i Volsci accadde un evento che molto rallegrò i romani:
Il 495 a.c. « Fu un anno memorabile per l'annuncio della morte di Tarquinio. Questi si spense a Cuma, alla corte del tiranno Aristodemo che lo aveva accolto dopo la disfatta delle forze latine. La notizia entusiasmò tanto il senato quanto la plebe. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri)

Sembra che, nell'area presso Porta Capena, non solo fosse stato eretto un Tempio a Mercurio, ma che accanto a tale tempio si trovasse una fonte dove i mercanti andavano a purificarsi alle idi di maggio, per ottenere la buona fortuna nei prossimi commerci. Probabilmente proprio a causa di tale fonte venne eretto un Tempio a Mercurio, visto che in tali acque i mercanti andavano a purificarsi alle idi di maggio, per ottenere la buona fortuna nei prossimi commerci.
"Era un Tempio alle falde dell'Aventino dedicato a Mercurio e restaurato da Marco Aurelio"
(Ridolfino Venuti Cortonese 1763)

Ovidio: 
"Vicino alla porta Capena c'è un'acqua di Mercurio, miracolosa, se conviene credere a chi la provò; là si reca con la tunica fissata dal cinto il mercante e mondato, con un'anfora purificata, attinge acqua da portar via. Con questa inumidisce un ramo d'alloro e col ramo inumidito asperge le mercanzie che muteranno padrone.".

IL MESSAGGERO DEGLI DEI

MERCURALIA

Ma nello stesso giorno, e non a caso, si festeggiavano i Mercuralia, in onore di Mercurio e Maia, Dies Mercuriae et Maiae. Mercurio era messaggero degli Dei, Dio del commercio e dei mercanti, dell'astuzia e degli affari, ma pure dei viandanti, degli avvocati e dei ladri nonchè guida delle anime nell'Ade. Quest'ultima attività gli aveva conferito l'appellativo di Psicopompo.

Maia, sua madre, era la Natura e la madre per antonomasia, in realtà un'antica Dea Madre. Si disse di lei che era una Dea timida per cui lasciò il suo seggio nel convivio divino dell'Olimpo a Mercurio, in realtà venne declassata a Dea minore. Al contrario il culto di suo figlio venne largamente seguito.

Ma il Mercurio dei romani è piuttosto lontano dall'Hermes greco messaggero degli Dei e Psicopompo. I romani erano molto razionali e con molto senso pratico. Amavano fare la guerra ma soprattutto godere dei vantaggi che le guerre portavano, e cioè i nuovi commerci che arricchivano e consentivano di godere di splendide ville piene di amici e di opere d'arte.

Mercurio era dunque il Dio romano del commercio, molto adattato ai costumi di Roma tanto che ebbe a che fare con la fondazione di Roma. Infatti dall'amore con la ninfa Carmenta ebbe come figlio Evandro, il mitologico fondatore della città di Pallante sul Palatino a Roma. 

MERCURIO LUDOVISI

L'EPIGRAFE

Osservando in effetti il casino La Vignola, posto a Roma in piazza San Gregorio, si osserva sul lato corto la presenza di una finestrella, posta al piano terra e inquadrata in listoni di travertino, che si può osservare pure nella foto aldisotto, sopra cui è posta un'epigrafe, anch'essa in travertino.

LA VIGNOLA CON L'ISCRIZIONE DELLA FONTE
Su di essa vi è inciso:
"Fons Mercurii/
antica sorgente/
di Mercurio"

perchè quello era il punto esatto da cui sgorgava la fonte sicuramente con una splendida mostra in marmo, data la sua importanza per gli affaristi e i commercianti. Purtroppo la fonte è stata distrutta, ovvero le sue parti in marmo spogliate se non calcinate dalla follia iconoclasta alla caduta dell'impero.

"Tra i frammenti quindi della pianta capitolina, uno ne esiste, distinto quivi col numero LXIV, nel quale vi è scolpita una specie di ara rotonda unitamente a poche lettere che si interpretano per avere denotata l'Area di Mercurio, e siccome si trova registrato in questa regione da Rufo tale Area con un'ara, così è da credere che formava questa probabilmente una piazza avanti il tempio, nel cui di mezzo vi stava la descritta ara."
(Roma Antica - dell'Architetto Luigi Canina 1831)

Come informa Apuleio, il tempio si trovava dietro Metas Murtias, cioè presso il lato curvo del Circo Massimo, presso l’aqua Mercurii situata vicino a Porta Capena e quindi con i grandi assi viari.

Porta Capena era punto di passaggio obbligato per tutte le merci che entravano a Roma provenienti dal Lazio meridionale e dalla Campania e, come ricorda Ovidio, l’acqua sacra permetteva la purificazione dei mercanti e delle merci che entravano in città.
Qui si purificavano non solo le merci ma pure gli inganni, che fanno parte dello spirito commerciale, visto che il Dio era anche protettore dei ladri.

Ovvero, qui si raccoglievano le acque in giare anch'esse purificate, che riportavano a casa per aspergere con rami di alloro il capo e gli oggetti prossimi alla vendita. Queste operazioni erano accompagnate da varie preghiere ed invocazioni. (Ovidio, Fasti, V, 670-690).

Non mancavano naturalmente le feste in famiglia o con gli amici, ma fatte in genere senza ostentazione perchè il mercante intelligente sapeva che era meglio fare molto e parlare poco, a parte gli arricchiti liberti che spesso amavano ostentare la loro ricchezza con molto chiasso e poco gusto.

SAN MERCURIO

SAN MERCURIO

Poi la Chiesa Cattolica cercò di sostituire il Dio con S. Mercurio, un soldato romano martire a cui venne cambiato nome, dotandolo nelle immagini di una aspetto femmineo. Figlio di un cristiano che gli aveva dato il nome di Filopatròs, “che ama il padre”, (ma non si chiamava Mercurio?). Fu un soldato sotto gli imperatori Decio (249-251) e Valeriano (253-260), la cui carriera lo portò al rango di generale. Quando i due imperatori decisero di iniziare le loro persecuzioni contro i cristiani, Mercurio rivelò all’imperatore la propria fede. 

Fu per tre volte torturato ma per tre volte venne miracolosamente guarito da un angelo che non gli fece certo un favore, perchè prolungò la sua agonia.  Infine fu condotto nella sua patria d’origine, e lì decapitato. Secondo un'altra leggenda fu uccisore dell’imperatore Giuliano (360-363), (che però non morì assassinato), colpevole di aver ripristinato l’antica religione romana, a seguito di una preghiera di Basilio Magno.
In realtà del martire si parla per la prima volta nel XVII secolo. 



LA FESTA

La festività di Mercurio pertanto iniziava il 15 Maggio, con una processione solenne che partiva dal tempio all'estremità del Circo Massimo per sostare presso la fonte mercuriale. Il tempio pagano veniva ornato di nastri e ghirlande, ma soprattutto di alloro e candele, e vi si sacrificava in genere una coppia di galli per Mercurio e un maiale per Maia. La processione recava incenso che bruciava nei turiboli, cioè negli incensieri recati a mano con fiaccole, musica e preghiera al Dio.

Giunti alla fonte di Mercurio i mercanti in tunica e con alcuni dei simboli di Mercurio: il gallo, la tartaruga l'elmo o i calzari alati, il borsellino di cuoio per le monete d'oro, e il kerykeion (il caduceo) e quindi in veste ufficiale, recavano con sé, come già detto, delle giare accuratamente lavate per raccogliere l’acqua sacra con cui poi avrebbero purificato, irrorandole con un ramo d’alloro, le cose che “avranno un nuovo padrone”.

Il rito prevedeva anche la purificazione dei mercatores, mediante lo spargimento dell’acqua sacra sul capo. Per l'occasione le tuniche dovevano essere bianche e di bucato. Il rito serviva oltre che per buona fortuna nel commercio anche per lavare le colpe dei raggiri o speculazioni colpevolmente operate. Il mercante purificato diventava immune alle maledizioni dei raggirati, anche se non per molto tempo.

Anche gli oratori si recavano al tempio per ingraziarsi la divinità, in quanto Mercurio era anche protettore degli avvocati e degli oratori in genere, orator e advocatus, ma non si recavano alla fonte di Mercurio, riservata ai commercianti. Invece si recavano in tribunale dove c'era un'immagine del Dio a cui deponevano ghirlande, quindi tornavano a casa e consumavano un banchetto in onore del Dio.

Ma c'era un altro aspetto del Dio, è il portatore di pace tra cielo e terra, e pure nell'animo umano, perchè è il portatore del caduceo, intorno a cui i due serpenti sacri della Madre Terra si avvinghiano intorno al bastone donatogli da Apollo (che altro non è che l'antico albero sacro) smettendo ogni lotta in una eterna pace. Dunque è il Dio che dona serenità dopo la battaglia, e che porta pace dopo gli affanni.

Sembra che invece i ladri, anche loro sotto la protezione di Mercurio, festeggiassero una specie di picnic tra i boschi, ma la cosa non è certa, anche perchè potrebbe esserci confusione con la Dea Laverna, anche lei protettrice dei ladri, che veniva infatti festeggiata nei boschi ma non presso Roma, bensì nella Verna, la zona sacra a San Francesco, nei cui anfratti si nascondevano ladri e malfattori che prosperavano grazie al traffico viario.

Resta il fatto che se dei ladri volevano festeggiare di certo non potevano farlo in pubblico.


BIBLIO

- Ovidio - Fasti - V -
- Howard Hayes Scullard - Festivals and ceremonies of the Roman republic - 1981 -
- R. Bloch - La religione romana - in Le religioni del mondo classico - Laterza - Bari - 1993 -
- Les prodiges de Julius Obsequens - M. Victor Verger (a cura di) - Paris - C L. F. Panckoucke, éditeur - 1842 -
- Georges Dumézil - Feste romane - Genova - Il Melangolo - 1989 -



FESTA DEGLI ARGEI ( 14 maggio )


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PONTE SUBLICIO IN EPOCA IMPERIALE

Gli Argei erano dei fantocci di legno, ovvero di vimini intrecciati, legati mani e piedi, che venivano lanciati nel Tevere dal Ponte Sublicio, all'epoca di legno, dalle vestali in un rito pubblico. Al rito, oltre alle Vestali partecipavano i pontefici, il pretore e i cittadini tutti. Il rituale degli Argei avevano luogo il 16 e 17 di marzo e Il 14 maggio, si celebrava in Roma un rito, al quale partecipavano le vestali, i pontefici, il Flamine Dialis con la Flaminica, il Pretore Urbano e i cittadini; le vestali gettavano dall'antichissimo Ponte Sublicio, ventisette fantocci di giunchi, con i piedi e le mani legati, fantocci erano detti Argei. Si procedeva in processione ai 27 Argeorum Sacraria degli Argei disposti lungo le quattro regioni Serviane, per poi giungere al Ponte Sublicio dove le Vestali gettavano nel Tevere i fantocci fatti di giunchi e paglia.




INTERPRETAZIONI DEL RITO

- Secondo Ovidio (Fasti) deriverebbe da una leggenda di Giove Fatidico che avrebbe ordinato ai primi abitanti del luogo, al tempo in cui quella terra era detta Saturnia, di offrirgli tanti corpi consacrati di vecchi quante erano le loro gentes, finché Ercole avrebbe fatto gettare dei giunchi al posto dei vecchi dando origine al rito degli Argei.
Giove fatidico è un soprannome di Giove che, avendo ingoiato la Dea della Giustizia Meti, oracolava mediante lei predicendo il Fato. Non risulta che esistessero Templi dedicati a Roma a Giove fatidico che è citato invece da Omero nell'Iliade (VIII - 22):

"Un'aquila spedì che negli unghioni
Tolto all'ovil della veloce madre
Un cerbiatto stringendo accanto all'ara
Ove l'ostie svenar Solean gli Achivi
Al fatidico Giove dall'artiglio cader
lasciò la palpitante preda.
"

IL PONTE SUBLICIO OGGI

Questo rituale sarebbe stato pertanto il retaggio di remoti sacrifici umani che avevano come vittime prigionieri greci, considerati nemici dai romani, in nome della loro leggendaria discendenza dai troiani. Pertanto i fantocci degli Argei sarebbero stati sacrifici umani.
Poco credibile, perchè se così fosse stato, i Romani, che ritenevano i sacrifici umani usanze barbare (anche se in tempi remoti e in casi eccezionalissimi vi erano ricorsi), non avrebbero di certo mantenuto il culto, ma piuttosto avrebbero cercato di occultarne l'esistenza.

- In un'altra interpretazione, i fantocci portati in processione, e poi o annegati, o almeno aspersi d'acqua, o uccisi, rappresentano lo spirito morto o morente della vegetazione dell'anno passato, che viene o ucciso per far posto al successore o ravvivato con l'acqua. Perciò questi fantocci sono in genere rappresentati come dei vecchi, e il nome di Argei si collegherebbe con la radice arg "bianco", e si riferiva quindi a questo rito il detto "sexagenarios de ponte", cioè: si gettino i vecchi dal ponte. Ma perchè 27 fantocci e perchè 27 sacrari? Ne sarebbe bastato uno solo.

PONTE SUBLICIO
-  Altra interpretazione è quella che Ercole giunto coi suoi compagni nel Lazio ospite del re Evandro, sconfisse ed uccise il gigante Caco dedito alla rapina ed al saccheggio di quei luoghi. Rimasti i compagni di Ercole a vivere nel Lazio, quando questi giunsero a vecchiaia chiesero ai loro discendenti che i propri corpi dopo la morte fossero gettati nel Tevere per essere trasportati dalle sue onde nel mare e da qui giungere in Grecia ad Argo, loro città natale.

Ma i loro discendenti non ritennero naturale la cosa per cui seppellirono in terra laziale i propri cari e gettarono nel Tevere, in loro vece, dei fantocci di giunchi affinchè raggiungessero via mare la patria greca.

Non c'era ragione di supporre che i cadaveri, una volta giunti a mare attraverso il fiume, scorressero in direzione greca. Non esisteva alcuna particolare corrente nel mediterraneo che potesse produrre questo fenomeno.

- Nessuna di queste leggende convince, e non convince Dionigi quando racconta che i Romani gettavano gli uomini dal ponte come poi si fece coi fantocci. Per giunta Festo, nel Sexagenarius, nega il sacrificio umano dei sessuagenari, la vecchiaia all'epoca era sinonimo di saggezza, tanto più che il Senato si chiamò tale proprio perchè costituito da Seniores, cioè da anziani. Erano i padri che semmai ammazzavano i figli esponendoli, cioè abbandonandoli al freddo, alla fame e alla sete, perchè la legge lo consentiva, ma non era consentito il patricidio peraltro condannato a pene severissime e letali.

 - Secondo Varrone gli Argei erano principi al seguito di Ercole stabilitisi nel Campidoglio, il che fa pensare a una conquista. Il che spiegherebbe il rito, che per molti viene stranamente interpretato, ma che ha un significato semplice e assai evidente; li hanno buttati a fiume.

Evidentemente non erano stati graditi, anche perchè i riti erculei sono stati in genere contrari agli antichi riti della Grande Madre, come Cibele, Bona Dea, Cerere e Tellus, non a caso Ercole strangolò i due pitoni simbolo della Grande Madre, le cui sacerdotesse si chiamavano appunto le pitonesse.

I romani dovettero insorgere e cacciare i nobili seguaci di Ercole, probabilmente un uomo-eroe divinizzato (un po' come Romolo-Quirino) che avevano spadroneggiato un po' troppo su Roma, e il popolo romano, fin dai tempi remoti, non sopportava ingiuste imposizioni. Ne fa testo la cacciata dei re tarquinii.

ERCOLE

GLI ARGEI

Gli Argei sono figure legate storia delle origini di Roma, che secondo Varrone erano i principi giunti nella penisola italiana al seguito di Ercole e si erano stabiliti nel villaggio fondato dal Dio Saturno sul Campidoglio.

"Gli Argivi da quando abitano nella loro città sono in guerra con i confinanti, come gli Spartani, ma con la differenza che questi combattono contro avversari più deboli, quelli con avversari più potenti, e questo, come è noto, è il peggiore dei mali"

Robert Graves li vede come un gruppo di mercanti che viaggiano tra le varie coste per scambiare i prodotti, e questo confermerebbe la loro natura avventurosa e combattente. All'epoca i mercanti erano avventurieri che dovevano combattere con i pirati. Del resto il tempio di Ercole Olivario (già Tempio di Vesta), cioè protettore dei mercanti (e magari produttori) di olive e soprattutto di olio, conferma il ruolo del semidio di protettore dei commerci.

Viene però da pensare che se si chiamavano Argei venivano da Argo o almeno dalla regione greca dell'Argolide. Oppure che provenissero dalla nave Argo e fossero parte degli Argonauti partiti con Giasone per la conquista del Vello d'Oro. Il che spiegherebbe il ruolo di condottiero di Eracle che prosegue il suo viaggio lasciando lì parte dei suoi compagni di viaggio. E' possibile che i 27 o 30 Argei passassero per favolosi eroi semidei, e che in seguito avessero governato con poca giustizia fino a inimicarsi i romani.

Da un ruolo di eroi divinizzati con tanto di sacrari sarebbero passati a un ruolo di tiranni invasori, per cui la gente si sarebbe ribellata e l'avrebbe gettati nel fiume. Forse la paura della ritorsione divina avrebbe spinto i romani a creare un rito di scongiuro. Ciò sarebbe confermato dal fatto che la cerimonia fosse effettivamente di scongiuro, nata dalla colpa di Romolo che doveva tacitare il fratello assassinato.

SACRARIO DEGLI ARGEI (Roma)

LE INTERPRETAZIONI DEL SACRARIO ARGEO

- Da escludere l’ipotesi di una piscina menzionata dalle fonti storiche in rapporto ai vicini horti di Mecenate. Non lo giustificano nè le dimensioni, nè il contesto limitrofo nè l'epoca arcaica della costruzione.

-  Un’altra ipotesi lo interpreta come un grande sepolcro oggetto di un culto eroico (heroon), in cui sarebbe stata locata la tomba del re Servio Tullio.
Che il popolo conservasse per lui questa grande venerazione non sembra probabile, dato che Servio Tullio, o Mastarna che dir si voglia, era un etrusco come i due Tarquini che l'hanno preceduto e seguito, e i Romani non avevano una grande opinione dei monarchi etruschi.



IL SACRARIO DEGLI ARGEI

 Nel 1987 a Roma, in un'area sul Colle Oppio, tra viale del Monte Oppio e via delle Terme di Traiano, si effettuarono importantissime scoperte archeologiche in cui si rinvennero:

- A) Una grande struttura circolare, in uso dal tardo periodo repubblicano fino ad età tardo-antica (o alto-medioevale), rappresentata in un frammento della Forma Urbis;
- B) Il deposito votivo interno alla struttura circolare
- C) Un'area sacra, di età tardo-repubblicana, con più fasi di vita, ma definitivamente abbandonata nel II sec. d.c.
- D) Un altare
- E) Un altro deposito votivo presso l'altare.



 LA STRUTTURA CIRCOLARE 

-  A) Nell'area di cui sopra, già appartenente ai giardini Brancaccio, sovrapposto alla recinzione circolare del diametro di m 16, c'era una fila di blocchi di tufo litoide giallo, alti 55 - 58 cm, con successivi rifacimenti in travertino e tufo grigio, e in opus spicatum.

Una recinzione importante e soprattutto molto arcaica, di molto antecedente alle terme traianee, che di certo doveva contenere qualcosa di molto importante e sacro.

L’edificio è datato dal III e il I secolo a.c., ma  per altri va dal IV al VI sec. a.c., il che ci trova concordi. La costruzione in blocchi di cappellaccio e in opera quadrata di tufo granulare, in epoca di molto posteriore, in seguito ad un innalzamento del terreno, venne sostituita da una struttura in blocchi di travertino e di tufo litoide, nella metà del I sec. d.c.



DEPOSITO VOTIVO 

- B)  Il primo deposito votivo interno alla struttura circolare, di fine VII-VI sec. a.c., contenente sette rocchetti da telaio.



 AREA SACRA 

ROCCHETTI DA TELAIO
- C) Era costituita da un altare e un deposito votivo a 1,5 m dal recinto, a est della grande struttura circolare, tra questa e una strada che correva sull’asse dell’ingresso secondario dei giardini Brancaccio.

Qui è stata rinvenuta una piccola area sacra, con altare in tufo litoide, già danneggiato e semidistrutto in epoca antica, al quale era stato sovrapposto un pavimento di lastre dello stesso materiale.

Dallo scavo, risultò che la struttura circolare fosse stata in rapporto con l'area sacra, tanto più che il deposito votivo era stato trovato all'interno della zona dove sarebbe stata costruita la struttura circolare (il deposito del IV-III sec. a.c. fu rinvenuto, invece, poco al di fuori).



DEPOSITO VOTIVO 

- D) Accanto all'altare vi era un secondo deposito votivo. A sud ovest dell'edificio è stato reperito un un pavimento di tufo con un deposito votivo del IV sec. a.c., contenente una statuina bronzea di Kouros, tre tazze di bucchero in miniatura, tre focacce in miniatura e vari frammenti di bucchero.



L'USO DELL'EDIFICIO

Le fonti antiche ci informano che sul colle Oppio vi erano quattro sacelli, uno dei quali (il quarto) situato in una zona denominata «in figlinis», cioè in un sito caratterizzato dalle botteghe dei vasai. Consistenti rinvenimenti di materiale ceramico di scarto sono stati rinvenuti nella vicina via Merulana.

Relativi senz’altro a fornaci attive nelle vicinanze, consentono di identificare il sacrario di viale del Monte Oppio con quello indicato dalle fonti. Sembra dunque che questo sacello sia uno dei quattro sacrari degli Argei che le fonti menzionano giusto sul Colle Oppio.

LA PROCESSIONE

LE TRE FESTIVITA'

Agli Argei erano collegate tre feste religiose: quella del 14, quella del 16 e quella del 17 marzo, quando una processione percorreva i 27 santuari, detti Argeorum sacraria  (dalla regio suburana a quella Esquilina, Collina e Palatina). E' possibile che la Via Crucis abbia attinto da questo antico rituale. La seconda festa, detta dei Lemuria, del 14 maggio era ugualmente una processione, che si concludeva però, presso il ponte Sublicio, con il lancio nel Tevere da parte delle Vestali, di fantocci in giunco (scirpea), rappresentanti gli Argei. A queste cerimonie partecipava anche la Flaminica Dialis in abbigliamento di lutto. Il che conferma il rito mortuario.

Le Lemuria o Lemuralia erano delle feste dell'antica Roma, che venivano celebrate il 9, l'11 e il 15 maggio, quindi molto vicini alle feste degli Argei, per esorcizzare gli spiriti dei morti, i lemuri. La tradizione voleva che ad istituire queste festività fosse stato Romolo per placare lo spirito del fratello Remo, da lui ucciso. Ma mentre i Lemuria erano feste religiose, la festa degli Argei non era religiosa, il che lo conferma come un rito di punizione ma pure di espiazione per uomini-eroi prima divinizzati e poi giustiziati.

Il rituale prevedeva che il pater familias gettasse alle sue spalle alcune fave nere per il numero simbolico di nove volte, recitando formule propiziatorie. Anche questo appare un rito di scongiuro. Solo che per gli Argei non si buttavano le fave ma i fantocci, e non in terra ma nel fiume.

L'usanza di gettare corpi vivi nel Tevere era riservata dai romani ai tiranni dell'Urbe, tanto è vero che in epoca monarchica, non potendo gettare a Tevere Taquinio, ci gettarono dei covoni di grano dei suoi campi. I romani erano tosti, facili alla ribellione, facili ad aggregarsi e organizzarsi tra loro per cacciare qualsiasi tiranno. Prova ne sia che gli Argei se ne andarono (almeno quelli che sopravvissero) e non tornarono più.

Ancora un elemento di prova: I Lemuri (in latino "lemures", cioè "spiriti della notte) erano gli spiriti dei morti diventati vampiri, ossia anime che non riescono a trovare riposo a causa della loro morte violenta. Secondo il mito tornavano sulla terra a tormentare i vivi, perseguitando le persone fino a portarle alla pazzia.

Il che dimostra che gli Argei, prima venerati, erano poi deceduti per morte violenta, in quanto i romani li avevano legati come salami e gettati nel Tevere. Da qui le Lemuria per impedire che potessero tornare dai vivi e vendicarsi.


BIBLIO

- A. Seppilli - Sacralità dell'acqua e sacrilegio dei ponti - Sellerio Editore - Palermo -
- Mary Beard, John North e Simon Price - Religions of Rome: A History - Cambridge University Press - 1998 -
- R. Del Ponte - La religione dei romani - Rusconi - Milano - 1992 -
- W. Warde Fowler - The Roman Festivals of the Period of the Republic: An Introduction to the Study of the Religion of the Romans - London - Macmillan and Co. -1899 -


 

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