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DOMUS CICERONIS


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LA CASA DI CICERONE - Lauro G. 1615


LA CASA DI CICERONE A ROMA

La casa di Cicerone sul Palatino si può localizzare sul lato Nord-Ovest del colle, presso il Clivus Victoriae in posizione panoramica (Dom. 100), tra la casa di Clodio e quella acquistata dal fratello Quinto nel 61, in un’area (a tratto obliquo nella piantina) andata distrutta nell’incendio del 64 d.C. e poi incorporata nella Domus Aurea. (Cf. ALLEN 1939; ALLEN 1940; CARANDINI 1986, 264; RICHARDSON 1992, 123; PAPI 1995, 203-204; HALES 2000.)

Nel 58 a.c. Cicerone è stato costretto all’esilio per aver condannato a morte senza processo i seguaci di Catilina. Di conseguenza la sua casa è stata confiscata.
La casa di Cicerone occupava due lotti. In quello più a sud-est era l’entrata. Lo immaginiamo composto dal quartiere dell’atrio, con dietro quello di un piccolo hortus o cortile.

Il cubiculum dell’oratore si trovava entrando a destra, visto che in una notte del 57 a.c. l’oratore aveva sentito russare Marco Claudio Marcello nell’unica casa annessa; quindi il cubiculum del russatore doveva trovarsi entrando in questa casa a sinistra.

 
AREA DELLA CASA DI CICERONE da CARANDINI 1986

Il lotto più a nord-ovest costituiva il cuore rappresentativo della casa:
La palaestra con triclinium e bibliothecae è stata allora distrutta, le colonne, recuperate da L. Calpurnio Pisone Cesonino.

Si sono salvati invece i conclavia dove era il balneum e probabilmente tutto il lotto dell’entrata, ormai a disposizione di Clodio, che nel frattempo aveva inglobato anche la porticus Catuli, dove era il culto di Fortuna huiusce diei.
 
LA CASA DI CICERONE

PALESTRA E AMBULATIO

La palaestra era ornata da una statua di Minerva (portata in seguito dall’oratore in Campidoglio): una Academia ateniese trasferita in Roma. La palestra era dotata probabilmente su un lato di due biblioteche, una greca e l’altra latina, affiancate al triclinium, come nella casa di Ortensio/Ottaviano e soprattutto come sarà nella dimora ricostruita di Cicerone.

La villa di Tusculum dell’oratore era dotata sia di una Academia che di un Lycaeum, probabilmente su due livelli, come i due giardini nella villa di Settefinestre (Carandini 1985). Sull’altro lato erano invece stanze contenenti un balneum con laconicum, la stanzetta per sudare.

Così la palae­stra aveva un settore riservato a banchetti e alla vita dell’intelletto e un altro riservato alla vita sportiva e termale, come era conseguente in un gymnasium (ginnasio). Nella palaestra dell’ultima fase era un praticello o pratulus, con una statua di Platone e una panchina, da immaginarsi nella parte scoperta della palaestra.

PLATONE

Un’ambulatio/xystus, cioè uno spazio lungo e stretto per correre o passeggiare, era stata aggiunta sui due lati della casa, quelli liberi e con vista, parte della quale era posta al di sopra di un vicus tectus, lo stesso in cui probabilmente verrà ucciso Caligola (si veda l’Angolo 16).

L’ambulatio si affacciava nel lato lungo sulla casa 4 del fratello Quinto, con la quale aveva appunto un muro in comune, e su un hortus, situati entrambi a un livello inferiore (con un dislivello di m 7,5). All’hortus della pars inferior si poteva scendere probabilmente tramite una rampa, che poteva partire dall’ambulatio.

Il tufo naturale imminente, su cui erano state erette la palaestra e le sale, è stato allora scavato, lungo il limite del lotto, fino al livello del Vicus Huiusce Diei e lo spazio che ne è risultato è stato consacrato alla Libertas, alla quale viene eretta allora una statua, un altare e alcune stanze per il culto, tracce delle quali sono state rinvenute, consentendo in tal modo di identificare e ricostruire la casa dell’oratore.

CICERONE

CICERONE TORNA DALL'ESILIO

Nel 57 a.c. Cicerone torna dall’esilio, rientra in possesso della casa e riceve 2 milioni di sesterzi per l’indispensabile ripristino. L’area della Libertas viene sconsacrata e viene trasformata in un balneum, dotato di laconicum rettangolare per sudare e di sale scaldate e altri spazi coperti a volte. Tutti questi spazi erano destinati a sostenere la nuova palaestra, le sue nuove sale corrispondono a quelle scaldate sottostanti.

I conclavia già andati a Clodio sono ora tornati in possesso dell’oratore (privati si può pensare di ogni attrezzatura balneare, ormai prevista al piano inferiore).
Nel frattempo la porticus Catuli (lotto 9), inglobata anch’essa nella casa di Clodio, era stata "restituta", restituita cioè al culto pubblico e questi lavori di ripristino erano terminati nel 54 a.c. Tra le sale aperte sulla palaestra era al centro un triclinium, probabilmente affiancato da due bibliothecae, una greca e l’altra latina.

È nell’ambulatio e nella palaestra, dotata di statua di Platone, praticello e panchina, che Cicerone ha ambientato la sua opera Brutus (46 a.c.). Nel 45 a.c. muoiono la figlia Tullia e il suo bambino e Cicerone, disperato, abbandona la casa.

Nel 43 a.c., prima di venire proscritto e ucciso, l’oratore aveva fantasticato di recarsi nella casa di Ottaviano e lì di suicidarsi sul focolare per attirarvi il demone della vendetta. Questa casa si trovava subito al di sotto dell’hortus dell’oratore accolto nella pars inferior della sua casa.

(ANDREA CARANDINI)


MONOGRAFIE DI CARANDINI

- Ricerche sullo stile e la cronologia dei mosaici della villa di Piazza Armerina - Erma di Bretschneider Roma - 1964 -
- Vibia Sabina. La funzione politica, l'iconografia dell'Augusta e il problema del classicismo adrianeo, - Olschki - Firenze - 1969 -
- La nascita di Roma. Dèi, Lari, eroi e uomini all'alba di una civiltà - Einaudi -Torino - 1997 -
- Palatino, Velia e Sacra via. Paesaggi urbani attraverso il tempo - Quaderni di Workshop di Archeologia Classica» 1 - Fabrizio Serra Editore - Pisa-Roma - 2004 -
- Remo e Romolo. Dai rioni dei Quiriti alla città dei Romani (775/750 – 700/675 a.C.) - Torino - Einaudi - 2006 -
- Roma. Il primo giorno - Roma-Bari . Laterza - 2007 -
- Le case del potere nell'antica Roma - Laterza - Roma-Bari - 2010 -
- Re Tarquinio e il divino bastardo. Storia della dinastia segreta che rifondò Roma - Rizzoli - Milano - 2010 -
- Res publica. Come Bruto cacciò l'ultimo re di Roma - Rizzoli - Milano - 2011 -
- La fondazione di Roma raccontata da Andrea Carandini - Roma-Bari - Laterza - 2011 -
- La Roma di Augusto in 100 monumenti - Novara - UTET - 2014 -
- Il fuoco sacro di Roma. Vesta, Romolo, Enea - Roma-Bari - Laterza - 2015 -
- Giove custode di Roma. Il Dio che difende la città - Novara, UTET - 2016 -
- Angoli di Roma. Guida inconsueta alla città antica - Roma-Bari - Laterza - 2016 -
- Io, Agrippina - Roma-Bari - Laterza - 2018 -
- Adriano - Roma e Atene - Novara - UTET - 2019 -
- Antonino Pio e Marco Aurelio. Maestro e allievo all'apice dell'impero - Rizzoli - 2020 -



DOMUS DEL CENTURIONE DI ADRIANO


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LA DOMUS DEL CENTURIONE DI ADRIANO

Ritrovata una domus dell'epoca imperiale fuori le Mura Aureliane in Via Ipponio, nei pressi di Porta Metronia, con i lavori per la Stazione Amba Aradam della Metro C che aiuterà a comprendere quale era la topografia dell'area di san Giovanni nei secoli II e III a.c.

Nel 2016 i lavori per la Metro C già avevano scoperto a 12 m di profondità una parte dei Castra Equites Singulares, una delle caserme di Domiziano, dette Castra Nova. Il corpo militare fu sciolto da Costantino e la caserma rasa al suolo per edificare la basilica cristiana poi dedicata a San Giovanni. 

Negli anni 30 del secolo scorso sotto la navata centrale della chiesa di San Giovanni erano già stati identificati il Quartier Generale, i Principia, e parte di altri edifici destinati ai cavalli dei famosi cavalieri: gli eques romani.


Gli archeologi rilevarono come questi erano i Castra Nova e come fossero stati tagliati dalla costruzione delle Mura voluta da Aureliano nel 275 d.c. e rimasero dubbi su una possibile loro estensione anche oltre.

Nel 2006 per la costruzione della nuova linea C della Metro si scoprì poi che le Mura erano ben più alte degli 8 metri visibili oggi, arrivando fino a ben 20 metri, mura poderosissime con un'altezza scoraggiante per qualsiasi aggressore. 

Aureliano, che andava di fretta, diede ordine di abbattere tutte le costruzioni che si trovavano immediatamente all'esterno e questo accadde a quella parte dei Castra che venne a trovarsi fuori le mura che così sparì sotto metri di terra.


Gli edifici furono tagliati ad un metro e mezzo dal piano di calpestio e ricoperti di terra così che le mura, fatte correre lungo il crinale e rese ancora più difficili da superare dal ripido fianco della collina apparvero a tutti invalicabili.

Nel 2016 gli scavi della Metro riportarono alla luce i dormitori degli equites su 1200 mq, ben 39 stanze anche con pavimenti in mosaico e pareti con affreschi che si decise di tagliare e conservare per essere rimontate nella Stazione-Museo di Amba Aradam. 

La nuova scoperta riguarda due ali del dormitorio stesso, di cui una occupata da una grande domus in cui viveva il comandante degli equites, detta “Domus del Centurione”. La domus era collegata ai dormitori posti più in basso da una scala, e si snodava attorno ad un cortile centrale con pavimento in opus spicatum con al centro una vasca; lungo i lati si aprivano 14 stanze tra cui un balneum con le "suspensurae", pile di mattoni che formavano un'intercapedine per il passaggio dell'aria calda.


La casa fu utilizzata per oltre 150 anni e spesso venne ristrutturata. All'interno degli edifici sono stati rinvenuti vari oggetti: da preziosi anelli d'oro, al manico di avorio intarsiato di un pugnale, ad amuleti, e a bolli laterizi che hanno consentito di determinare la datazione. 

I pavimenti erano pregiati, in opus sectile a quadrati di marmo bianco e ardesia grigia, a mosaico (anche figurato) e in cocciopesto, mentre le pareti e i soffitti sono decorati con intonaci dipinti. Ma oggi i mosaici pavimentali, intonaci affrescati ed anche i muri e la vasca di marmo del cortile devono essere ora segati e custoditi in luoghi sicuri.

Tutto questo sino a quando sarà possibile ricostruire gli ambienti nella nuova Stazione Metro Amba Aradam così che tutti i viaggiatori, romani e turisti possano avere l'emozione di muoversi in ambienti di duemila anni fa.


I MAGAZZINI

Per l’altro edificio, simmetrico alla domus, vi sono pavimenti in opera spicata, vasche e sottostanti canalizzazioni idriche che, attraverso una soglia in blocchi di travertino, era in comunicazione con un vicus in basoli ad andamento est-ovest. Probabilmente accoglieva merci da stoccare, magari temporaneamente.

I due nuovi edifici infatti, come il dormitorio dei soldati vennero messi fuori uso intenzionalmente: i muri rasati a un’altezza massima di 1,5 metri, gli ambienti spogliati e interrati dopo la metà del III secolo d.c., probabilmente per la costruzione delle Mura Aureliane (271-275 d.c.) e la dismissione di tutti gli edifici esterni. 

Ora la Domus del Comandante e parte del complesso torneranno al loro posto in una stazione-museo tutta da stabilire e realizzare dove questi tesori potranno essere ammirati.


BIBLIO

- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - Arnoldo Mondadori Editore - Verona - 1984 -
- Famiano Nardini - Roma antica - Roma - 1771 -
- Eva Margareta Steinby (a cura di) - Lexicon topographicum urbis Romae - voci Castra - vol. I - Roma - 1993 -
- Peter Connolly - The Roman Fort - Oxford University Press - 1991 -
- Paolo Liverani (a cura di) - Laterano 1 - Scavi sotto la Basilica di S.Giovanni - Monumenta Sanctae Sedis - Castra nova equitum singularium - Città del Vaticano - 1998 -



INSULA FELICLES


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INSULA FELICLES AL CENTRO

Traiano (53 - 117) meno interessato di Augusto al popolamento dell'Urbe che ormai aveva raggiunto una dimensione mastodontica, abbassò il limite dell'altezza delle insulae a 60 piedi (circa 18 metri e mezzo) poiché le necessità abitative, miste alle varie speculazioni, incitavano spesso a superare questi limiti. Ne fa testo un mostruoso edificio del IV secolo, sorto tra il Pantheon e la Colonna Aureliana, meta di stupiti visitatori per ammirarne l'arditissima altezza e la mole in larghezza raggiunte. 

Trattavasi dell'edificio di Felicula, l'insula Felicles una sorta di grattacielo dell'epoca romana. La fama di questo straordinario edificio era giunta sino in Africa dove Tertulliano, predicando contro gli eretici valentiniani diceva che questi nel tentativo di avvicinare la creazione sino a Dio creatore avevano trasformato «l'universo in una specie di grande palazzo mobiliato» con Dio sotto i tetti (ad summas tegulas) con tanti piani quanti ne aveva a Roma l'insula Felicles.

Insomma per l'indomito Tertulliano, quello che si felicitava pensando che al momento della morte i cristiani salivano raggianti in Paradiso mentre agli irriducibili pagani sarebbe spettato la discesa all'inferno tra orribili supplizi. Per questo alacre divulgatore del Cristianesimo, l'Insula Felicles era l'ennesima riprova della malvagità dei pagani che avevano innalzato un'insula così alta nel cielo, per sfidare l'altezza del Paradiso, come una novella torre di Babele che osava nella sua ibris, sfidare i cieli del Signore.

Certo l'esempio di questo grattacielo rimane unico nella Roma imperiale ma era molto frequente che venissero costruiti edifici di cinque, sei piani. Giovenale racconta di considerarsi fortunato perché per tornare nel proprio alloggio a Via del Pero sul Quirinale, si doveva arrampicare sino al terzo piano ma per altri non era così. 

UN INSULA CLASSICA ROMANA

Il poeta satirico in occasione di uno dei frequenti incendi che colpivano le zone popolari della città immagina di rivolgersi a un abitante di un'insula che sta andando a fuoco e che abita molto più in alto del terzo piano: «Già il terzo piano brucia e tu non sai nulla. Dal pianterreno in su c'è lo scompiglio, ma chi arrostirà per ultimo è quel miserabile che è protetto dalla pioggia solo dalle tegole, dove le colombe in amore vengono a deporre le loro uova».

Figurarsi perciò i pericoli di un'abitazione così ardita che doveva superare i 40 metri almeno con una decina di piani e con un'estensione mastodontica, ma non tutte le insulae erano tutte destinate ai ceti meno facoltosi. Vi erano infatti le insulae che al piano terra avevano un solo appartamento simile a una casa signorile, che veniva chiamata domus, mentre ai piani superiori vi erano i cenacula destinate a inquilini più poveri; molte insulae al pianterreno avevano poi una serie di botteghe o magazzini, le tabernae come si può vedere a Ostia Antica. 

«Chi teme o mai temé che gli crollasse
la casa nella gelida Preneste
o tra i selvosi gioghi di Bolsena... ?
Ma noi in un'urbe viviam che quasi tutta
si sostiene su esili puntelli;
questo rimedio gli amministratori
alle mura cadenti oppongono solo,
e poi, quando tappato hanno alle vecchie
crepe gli squarci, voglian che si dorma
placidi sotto gli imminenti crolli


(Giovenale, III, 190 sgg.)


I RICCHI DEL PIANTERRENO

Pochi erano quelli che potevano permettersi una domus al pianterreno: al tempo di Cesare, sul Colle Celio si pagava un affitto annuo di 30000 sesterzi. Si pensi che spesso l'acqua corrente giungeva solo al primo piano e gli inquilini dei piani superiori dovevano attingere l' acqua alla fontana condominiale del cortile.

Ci si può fare un'idea dell'esosità degli affitti del tempo se si pensa che un moggio di grano costava tra i 3 e i 4 sesterzi e che le largitiones prevedevano in 5 moggi la quantità necessaria a una famiglia media per sostenersi per un mese e che il salario di un manovale era, ai tempi di Cicerone, di 5 sesterzi al giorno.

INSULA FELICLES

LE CASE POPOLARI

Gli imperatori ben conoscevano la situazione venendo incontro, fin dai tempi di Augusto, alla popolazione più povera che veniva rifusa di ben 1000 sesterzi annui se abitante a Roma e di 500 se abitante in suolo italico. Il costo di questa generosità doveva pesare non poco sulle casse dello stato e particolarmente sull'Urbe di Roma, per cui molti studiosi ritengono che l'Insula Felicles non fosse privata ma dello stato, destinata proprio ai poveri da sovvenzionare.

Un'insula così gigantesca poteva contenere un'infinità di piccoli appartamenti in gado di ospiate molti cittadini poveri sollevando dal problema di dover pagare ai proprietari l'affitto delle case dei bisognosi, Ciò spiegherebbe come mai fosse stato dato il liceat a una costruzione così straordinaria nelle sue inusitate proporzioni.

Se fosse stato un arbitrato frutto di corruzione sarebbe stato sotto gli occhi di tutti e sicuramente sarebbero fioccate le accuse di corruzione. Ora a Roma c'era molta corruzione ma un edificio del genere, così particolare da attirare visitatori anche stranieri sarebbe stata un'enorme ingenuità. Pertanto l'Insula Felicles era in deroga alla legge vigente, ma fornita direttamente dallo stato.

UNA CLASSICA INSULA ROMANA

Si può immaginare pertanto la cura che dovette essere profusa alla stabilità del palazzo onde evitarne assolutamente il crollo, assicurando il progetto di grandi architetti, ma pure di materiali di pregio, non a livello estetico perchè si trattava di abitazioni popolari, ma a livello di resistenza e durata, evitando inoltre non solo l'eventualità di crolli ma scongiurando incendi evitando accuratamente materiali in legno, tra l'altro di basso costo, e qualsiasi altro materiale infiammabile.

Sicuramente erano edifici molto umili ma molto sicuri in quanto ben costruiti. All'epoca gli imperatori romani potevano essere in disaccordo col senato, e succedeva spesso, ma mai con il popolo perchè la discesa in piazza di almeno un milione di abitanti era piuttosto temuta.

L'insula Felicles, ovvero l'insula Felicula si traduce con l'Isola Felice e non c'è da meravigliarsi, un'abitazione concessa dallo stato a titolo gratuito a tempo indeterminato poteva ben procurare una certa serenità se non addirittura felicità in chi vi abitava.


BIBLIO

- L. Quilici, S. Quilici Gigli - Architettura e pianificazione urbana nell'Italia antica - L'Erma di Bretschneider - 1997 -
- Jean-Pierre Adam - L'arte di costruire presso i romani - Milano - Longanesi - 2006 -
- Andrea Carandini - Le Case del Potere nell'Antica Roma - Editori Laterza - Roma-Bari - 2010 -
- Ugo Enrico Paoli - Vita romana - Firenze - Le Monnier - 1962 -
- Giuseppe Lugli: La tecnica edilizia romana - Roma - Bardi - 1957 -
- Gustavo Giovannoni - La tecnica della costruzione presso i romani - Roma - 1925 - 



GLI HORTI DI ROMA


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DOMANDE

- Cosa erano gli Horti di Roma?
Gli Horti di Roma furono dapprima degli orti dove produrre ortaggi, ma dal I secolo a.c. divennero estesi terreni periferici intorno alla domus cittadina che accoglievano quanto di più bello potesse ornare la residenza; boschi, viali, porticati, balaustre, tempietti, statue, siepi, fontane e ruscelli.

- Quali furono i primi Horti romani?
I primi Horti romani furono quelli di Lucullo sorti sul colle Pincio, seguiti subito dopo da quelli di Sallustio xhe ne fece autentici capolavori di vegetazione e di statue, in seguito unificati agli Horti Luculliani in un’unica proprietà detta in Pincis nell’era imperiale.

- Come definì gli Horti romani Lucrezio Caro? 
Li definì le "tranquille dimore degli Dei".


L’hortus nell’Antica Roma era in principio il piccolo appezzamento di terra destinato alla coltivazione di ortaggi per il sostentamento dei contadini. Successivamente, nell’età di Marco Terenzio Varrone (116 a. c.- 27 a.c.), il concetto di hortus cambiò divenendo un esteso giardino che circondava la villa padronale. 

A Roma nel I secolo a.c. molti personaggi della fine della repubblica, oltre alle lussuose domus cittadine vollero avere un hortus, con prati, boschi, statue, terrazzi, tempietti, balaustre, fontane e laghetti, posti intorno al centro di Roma, dove si creò così una fascia di grandi parchi alberati. Gli horti divennero così luoghi idilliaci e mitologici.

La domus romana era pertanto la casa cittadina di rappresentanza dell'aristocrazia romana, dotata di un piccolo giardino con statue, fontane ed erbe aromatiche, mentre la villa era stata fin'ora la residenza extraurbana in campagna o al mare, insomma di villeggiatura. Fin dal I sec. a.c. però nacquero gli horti che, seppure ubicati in città, non erano molto diversi dalle ville rurali.

I romani chiamarono così "horti" le domus dotate di un vastissimo giardino, con boschetti, viali alberati, terrazze e fontane, esedre, siepi, con ringhiere di marmo, colonnati scalinate, statue e panchine, il tutto costruito entro le mura urbane, ma in aree suburbane. Erano un luogo ideale per vivere lontani dal chiasso e dai cattivi incontri, senza però allontanarsi da Roma dove i possessori degli horti avevano i loro affari. 

LA POSIZIONE DI ALCUNI HORTI DI ROMA
(INGRANDIBILE)
Era "labor et otium" coniugati insieme e queste residenze erano così belle da poter essere paragonate da Lucrezio alle "tranquille dimore degli Dei". La parte più importante degli horti era la vegetazione, spesso adattata in forme geometriche o animali, secondo l'ars topiaria, quell'arte creata dai giardinieri romani che darà luogo più tardi al giardino all'italiana e al giardino alla francese (che in realtà è romano) e pure al giardino inglese (che i francesi reputano francese ma che è sempre romano).

Tra il verde si trovavano padiglioni, porticati per passeggiare al riparo dal sole o dalla pioggia, fontane, terme, tempietti e statue, spesso repliche di originali greche. Il primo ad averne l'idea fu Lucullo, che si fece costruire una lussuosa dimora sul colle del Pincio (imitato subito dopo da Sallustio), costruita subito dopo il trionfo nel 63 a.c. su Mitridate, con le immense ricchezze tratte dal bottino.

La parte più alta degli Horti Luculliani, a cui si giungeva da una scalinata trasversale a due rampe, apriva una grande esedra, al di sopra della quale vi era un edificio circolare, identificato come un tempio dedicato alla Dea Fortuna.

Le pendici del Pincio cominciarono quindi a popolarsi di lussuose ville verso la fine dell'età repubblicana, con le fastose domus di Scipione Emiliano e di Pompeo.

Comunque l'eminenza di questi horti era il giardino, ma un giardino alla romana, ricco di statue, di vialetti alberati, di fontane con conchiglie e ninfe ed eroti (amorini), con giochi di zampilli, di siepi intagliate, di balaustre, di oscilla appesi tra gli alberi o tra le colonne, di alberi esotici, di ruscelli con graziosi ponticelli, e con splendide esedre abbellite di pomici e figure silvestri.

Plinio stabilì che negli horti il terreno coltivato dovesse essere più grande della superficie delle parti edificate, qualunque destinazione esse avessero. 

L’hortus quindi fungeva da abbellimento per l’intera dimora ed era composto da siepi, fontane, boschetti, statue, aiuole e viali, in base ai gusti del proprietario, ma anche secondo i canoni artistici ed estetici dell’epoca. Il primo scrittore a parlare di un hortus romano fu Plinio il Vecchio, che citò nei suoi scritti il giardino di Tarquinio il Superbo, il settimo ed ultimo re di Roma. Nel III secolo d.c. gli horti occupavano circa un decimo della città di Roma.

VILLA DI LIVIA

LA TOPIARIA

I raffinati Etruschi amavano infatti giardini e parchi, tanto che perfino le loro necropoli rupestri avevano alberi, aiuole, fiori e, addirittura, giardinieri che se ne occupavano assiduamente. Sempre grazie alla testimonianza di Plinio, possiamo capire come i Romani abbellissero i propri horti. Questi non si limitavano alla semplice coltivazione delle piante, ma preferivano modificarne l’aspetto, così da creare delle composizioni geometriche che spesso ricordavano animali e oggetti. 

L’arte del potare alberi e arbusti al fine di dar loro una forma geometrica è chiamata ars topiaria. Nell’Antica Roma le piante venivano quindi fatte crescere spesso con appositi supporti metallici per “guidarle” verso la forma definitiva scelta. Tale attività raggiunse il picco massimo durante l’età dei Flavi, con la costruzione del Tempio della Pace (Templum Pacis), fatto edificare da Vespasiano nel 74 d. c. e concluso da Domiziano, tutt'intorno abbellito da piante trasformate con l'ars topiaria. 

Le specie vegetali utilizzate dai Romani per la cura del giardino erano diverse. I Romani distinguevano gli arbores silvestres (gli alberi che crescevano spontaneamente nei boschi) dagli arbores urbanae (gli alberi adatti ad essere piantati in città, sia per la produzione di frutta che per un fatto puramente estetico). 


Tra gli arbores silvestres annoveriamo il leccio, il castagno, il pioppo, il faggio, il pino silvestre e la quercia. Invece, tra gli arbores urbanae, i Romani utilizzavano l’olmo, il cipresso, l’olivo, il pino fruttifero, l’olivo e la palma. Da questi alberi i giardinieri dell’epoca erano abilissimi nel ricavare figure geometriche, simulacri di divinità e forme animali. Addirittura, i giardinieri più capaci e fantasiosi riuscirono a rappresentare scene di caccia e ambienti mitologici. 

Il modo con cui i Romani disponevano gli alberi e le piante nei giardini ci è stato tramandato, oltre che dagli scrittori, anche dai dipinti con cui i Romani fecero decorare le proprie stanze. Coloro che non potevano possedere e ammirare un vero hortus, infatti, fecero rappresentare sulle pareti delle proprie mura domestiche dipinti di giardini o boschi. In base a questi dipinti, abbiamo potuto constatare come i Romani amassero decorare i propri horti anche con numerose statue rappresentanti divinità situate su colonne e alti pilastri su cui poggiavano vasi di fiori. 

Sebbene l’utilizzo di piante ed alberi all’interno dei giardini fosse estremamente diffuso, i Romani non amavano particolarmente coltivare i fiori. I più diffusi erano comunque le rose (che ornavano gli spazi dedicati agli Dei) e le viole, utilizzate per i riti funebri. Gli alberi da frutto venivano piantati in una parte del terreno della villa a loro riservata chiamata "pomerium" di solito posta accanto al vigneto e all'uliveto.

Oltre ad aver ereditato la cultura dell’Antica Roma (che ha di fatto segnato la storia dell’Occidente) e monumenti di straordinaria bellezza architettonica ed estetica, possiamo affermare che l’ars topiaria, un altro importante lascito che gli antichi romani ci hanno donato, ha ispirato l’arte e il gusto estetico dei secoli successivi fino ai giorni nostri. 

GLI HORTI DI CALIGOLA

ELENCO DEGLI HORTI

Horti Aciliorum - Regio VII Via Lata. I bei giardini sulla collina pinciana appartennero agli Acilii Glabriones almeno dal II sec. d.c., se ne ignorano i confini esatti, ma dai resti ritrovati si presume che si estendessero da Trinità de' Monti fino alle pendici della collina a Villa Borghese, e ad est fino a Porta Pinciana. Gli horti passarono alla gens Pincia nel IV sec., e poi ad Anicia Faltonia Proba e suo marito Petronius Probus, divenendo poi proprietà imperiale col nome di Domus Pinciana.

Horti Agrippae - In Campo Marzio, posti vicino alle terme di Agrippa, lasciati in eredità da marco Agrippa al popolo romano.

Horti Agrippinae - Ager Vaticanus. Gli Horti di Agrippina, citati da Filone Alessandrino e da Seneca come giacenti nella parte settentrionale del Gianicolo e nella piana del Vaticanum, erano la grande villa costruita dalla madre dell’imperatore Caligola.

Horti Alli Faletiani - conosciuti solo dalla nuda menzione in un'iscrizione (CIL VI.9240).

Horti Antoniniani - Stavano nella Regio XIV Transtiberim, la quattordicesima delle 14 regioni di Roma augustea classificata poi nei Cataloghi regionari della metà del IV secolo.

Horti Argiani - Ricordati in Rufo e Vittore, nella regione VII, sulla Via Lata, la Notitia li chiama Hortos Largianos, che si fa risalire ad Argios un liberto potente e dispensator di Galba.  Si trovavano accanto al tempio di Flora, e non distante dal tempio di Quirino, il che rimanda alla zona del Capitolium Vetus, bell'area della moderna Piazza Barberini e della odierna via di Quattro Fontane, via romana già chiamata Malum Punicum, forse una zona di emigrati cartaginesi all'inizio non graditissimi. Sul Malum Punicum sorgeva il tempio di Flora, la Dea sabina stabilita a Roma da Tito Tazio.

Horti Aroniani - trovati in un'iscrizione. Si sa solo che erano posti sulla riva destra del Tevere.

Horti Asiniani - Vittore li pone nella XII regione, presso la Piscina Publica. Ricordati da Vittore ma ignorati dalla Notitia, vengono posti all'estremità dello specus Octavianus, ramo dell'Anio Vetus costruito da Augusto. L'esatta ubicazione dei giardini è tanto incerta quanto quella della via Nova. Né il monumento Asinii Pollionis può essere identificato con questi giardini.

Horti Aquilii Reguli - "La nobildonna Aurelia si era vestita al meglio per la cerimonia della firma del testamento. Quando Regulus arrivò per assistere alla sua firma, le chiese di lasciargli questi vestiti. Aurelia pensava che stesse scherzando, ma insisteva sul punto con tutta serietà e, per farla breve, l'ha costretta ad aprire il testamento e a lasciargli quello che indossava". Qui Regolo, arricchito privo di tatto che con ostinazione pretende dalla nobile Aurelia che gli lasci i suoi abiti più belli, probabilmente erano fatti di seta, e quindi preziosi. Questo sarebbe il proprietario degli Horti di cui sopra. lo cita plinio in una sua lettera.

Horti Caius Passieni Crispi si trovavano nei pressi del Mausoleo di Adriano (Castel S. Angelo). 

Horti Calyclani - Regio V Esquiliae. Erano antichi giardini situati a Roma sul colle Esquilino (Rione Esquilino), presso la chiesa di Sant'Eusebio. I giardini sono noti soltanto da tre cippi terminali, ove sono menzionati, in due casi, assieme ai confinanti Horti Tauriani.

Horti Caponiani - citati da Cicerone come posti sulla riva destra del Tevere.

Horti Cassiani - Lungo la via Portuense, sulla riva destra del Tevere. Citati da Cicerone ma non se ne sa di più.

Horti Cesariani - Regio VI Alta Semita e XIV Transtiberim. Cesare fece costruire a sue spese degli splendidi giardini che lasciò nel suo testamento ai cittadini dell’urbe. Erano immensi, con lunghi e ombrosi portici, sotto cui passeggiare riparati da sole e pioggia, con due templi, biblioteche, ninfei, aiuole, siepi, statue, vasche e ringhiere di marmo, stele e fontane, ombrosi boschetti e giardini, con sale pavimentate di marmi, alabastri e mosaici.

HORTI SALLUSTIANI

Horti Clodiae - Regio XIV Transtiberim. Molti Horti romani occuparono le rive del Tevere, comodo per avere un moletto e spostarsi con le barche, per avere il fresco l'estate e per la bellezza del fiume. Uno di questi giardini si trovava all'altezza dell'odierno Lungotevere della Farnesina. Pare appartenesse alla bellissima Clodia, la Lesbia di Catullo. Qui si rinvennero affreschi di soggetto isiaco in una villa antica, per cui alcuni li collegarono con il soggiorno romano di Cleopatra, nei giardini di Cesare.

Horti Cusinii - Cicerone cita anche gli Horti Cusinii probabilmente sullo stesso lato degli Horti Damasippi, che sembrano avere grandi dimensioni vicino al fiume.

Horti Damasippi - XIV Transtiberim, sulla riva destra del Tevere, accanto agli Horti Cusinii.

Horti Dolabellae - i giardini di Gneo Dolabella, vicino alla caserma della guardia pretoniana delle truppe tedesche (Suet. Galba 12). Nessuno dei due siti è noto.

Horti Domitiae - Ager Vaticanus. "Dietro la Chiesa di S. Maria del Popolo si sono scoperte molte sostruzioni di grande fabbricato, e per la vicinanza al sepolcro della gente Domizia si credettero appartenere agli Horti di tale famiglia. Secondo Plutarco sarebbero invece gli Horti che Pompeo fece acquistare in suo nome dal suo liberto Demetrio. L'attribuzione è incerta perchè lì trovasi effettivamente il sepolcro della famiglia Domizia, e spesso negli Horti si ospitavano i sepolcri familiari, però alcuni Horti Domizi si tramanda fossero in Trastevere."

Horti Domitiae Lucillae - Regio II Caelimontium. Questi Horti, estesi sulla collina del Celio, appartennero a  Domitia Lucilla, la madre del futuro imperatore Marco Aurelio che qui nacque. il 26 aprile del 121 d.c..

Horti Domitiorum - Regio IX Circus Flaminius. Il Sepulcrum Domitiorum, e cioè la tomba della famiglia dei Domitii sul Pincio, dove furono poste le ceneri di Nerone in un sarcofago di porfido, si trovava sul versante nord-ovest della collina, probabilmente negli horti appartenenti dei Domitii, ma nel Medioevo si pensava che fosse ai piedi della collina. Per esorcizzare lo spirito maligno di Nerone, Pasquale II (1099) vi costruì una cappella che divenne poi la chiesa di S. Maria del Popolo.

Horti Drusi - XIV Transtiberim.  La famiglia Druso aveva gli Horti Drusi sulla sponda destra del fiume, come spesso ricordava Cicerone. 

Horti Enniani - del poeta Ennio, nel lato sud est dell'Aventino, estesi fino a Porta Capena, dove iniziava la proprietà degli Scipioni.

Horti Epaphroditiani - Regio V Esquiliae

Horti Galbani - Anche l'imperatore Galba aveva i suoi giardini, appunto gli Horti Galbae,

Horti Getae - Janiculum


HORTI MAIANI - TROFEI DI MARIO

Horti Lamiani - XIV Transtiberim

Horti Liciniani - Regio V Esquiliae. Già appartenenti alla gens Licinia, nel III secolo d.c, divennero di proprietà dell'imperatore Gallieno, membro della gens Licinia di origine plebea, chr occupò però alte cariche a Roma. 

Horti Lolliani - Regio V Esquiliae

Horti Luculliani - Regio VII Via Lata. Il primo ad avere l'idea degli horti edificati in città fu Lucullo, che si fece costruire una lussuosa dimora sul colle del Pincio, un'idea che piacque molto subito imitata da Sallustio. Gli Horti Luculliani occupavano le pendici della collina pinciana, con una serie di terrazze accessibili attraverso scale monumentali.
  
Horti Maiani - Regio III Isis et Serapis. Gli Horti Maiani erano giardini situati sulla sommità del colle Esquilino a Roma, nell'area grossomodo corrispondente all'attuale piazza Vittorio Emanuele II (Rione Esquilino), in particolare nell'area di sud est.

Horti Mecenatis - Regio V Esquiliae. Mecenate non fu il primo ideatore degli Horti, perchè già c'erano quelli di Lucullo e Sallustio, ma fu il primo a stabilirsi sull'Esquilino, e Orazio lodò i suoi horti per la purezza della loro aria, la bella vista che si godeva sulla Sabina ed i colli Albani e le loro lunghe passeggiate sulle mura serviane.

Horti Neronis - horti estesi dalla moderna Basilica di S. Pietro fino al Tevere. Si dice vi venissero martirizzati dei cristiani per volere di Nerone.

Horti Othonis - altrimenti sconosciuti, sono citati da Cicerone come sulla riva destra del Tevere come lo erano i vicini Horti Scapulani. 

Horti Pallantiani - Gli Horti Pallantiani erano antichi giardini situati a Roma sul colle Esquilino nella Regio V Esquiliae.

Horti Pinciani  «Nella vigna de' frati della madonna del Popolo, » scrive il Vacca « contigua al giardino (mediceo) si vedono molti andamenti d'acqua, tra i quali vi è una gran botte, ricetto d'acqua, cosa notabile per la sua magnifìcenza ».

Horti Pompeiani - Regio IX Circus Flaminius. Posti su due livelli sopra il Colle Pinciano

Horti Sallustiani - Sallustio non fu il primo ad ideare gli horti nell'Urbe, però ne fece degli autentici capolavori di vegetazione e di statue, in seguito unificati agli Horti Luculliani in un’unica proprietà detta in Pincis nell’era imperiale. Regio VI Alta Semita

Horti Scapulani - XIV Transtiberim, sulla riva destra del Tevere, accanto agli Horti Othonis. 

Horti Scipionis - Regio VI Alta Semita et VII Via Lata. uno dei giardini più antichi

Horti Serviliani - XIV Transtiberim

Horti Siliani - Citati da Cicerone gli Horti Siliani stavano sulla sponda destra del Tevere. 

Horti Spei Veteris - Regio V Esquiliae, Palatium Sessorianum.


Horti Sulpicio Galbae - All'inizio del II sec. a.c. Ennio amava passeggiare negli horti di S. Sulpicio Galba, praetor nel 187 a.c., posti sull'Aventino (180 a.c.), dove oggi sorge la Villa dei Cavalieri di Malta, e secondo Cicerone, sarebbero stati questi invece i primi giardini di Roma.

Horti Tauriani - splendidi ed enormi giardini situati sul colle Esquilino che in età augustea erano parte della Regio V (Esquiliae) e occupavano la zona compresa tra la via Labicana antica, l'agger serviano e le Mura aureliane per un'estensione di circa 36 ettari.

Horti Torquatiani  situati sul colle Esquilino, Regio V Esquiliae, nella zona di Porta Maggiore. Il nome del proprietario è sconosciuto, ma i giardini sono menzionati due volte da Frontino (40 - 104), nella località "ad Spem Veterem", ove si congiungevano i rami dell'aqua Appia e della aqua Augusta (località "ad Gemellos"). Per l'archeologo statunitense Samuel Ball Platner (1863 – 1921) e l'archeologo britannico Thomas Ashby (1874 – 1931) i giardini si trovavano ad ovest degli Horti Spei Veteri (e quindi a sud della via Labicana), mentre per l'accademico francese Pierre Grimal (1912 - 1996) occuperebbero la zona a sud di Porta Maggiore.

Horti Treboniani - XIV Transtiberim.

Horti Pompeiani - la dimora di Pompeo Magno, il grande generale romano, situata negli horti di sua proprietà venne chiamata villa pur risiedendo a Roma.

Horti Variani - Regio VII Via Lata, ovvero Palatium Sessorianum.

Horti Vettiani - Pretestato e Paulina avevano una splendida domus negli horti, anzi un palatium, all'angolo tra via Merulana e via delle Sette Sale, a Roma, dove ora si erge Palazzo Brancaccio.

Horti Volusiani - Gli Horti Volusiani sono noti solo da questa iscrizione ora in possesso dell'American Academy in Rome, che era incisa in un cippo, una pietra di confine tra essi e gli Horti Marsiani che appartenevano ad una tale Aithalis Aug(usti) lib(erta).


BIBLIO

- R. Lanciani - Delle scoperte principali avvenute nella prima zona del nuovo quartiere esquilino -  Bullett. Commiss. archeol. comun. di Roma - 1874 -
- Rodolfo Lanciani - Forma Urbis Romae - Milano - 1893-1901 -
- Patrick Bowe - Gardens of the Roman World - Los Angeles: J. Paul Getty Museum -
- S. Ball Platner e T. Ashby - Horti Torquatiani - A Topographical Dictionary of Ancient Rome - London - Oxford University Press - 1929 -
- Maria Luigia Ronco Valenti - L'arte dei giardini nell'antica Roma - 2020 -
- Pierre Grimal - Les Horti Tauriani. Étude topographique sur la Région de la Porte Majeure - in Mélanges d'archéologie et d'histoire - 1936 -
- D, Mancioli - in G. Pisani Sartorio e L. Quilici - L'archeologia in Roma capitale tra sterro e scavo. Roma Capitale 1870–1911 - Venezia - Marsilio - 1983 -
- Danila Mancioli - Horti Torquatiani - in Eva Margareta Steinby - Lexicon Topographicum Urbis Romae III - Roma - Quasar - 1996 -


HORTI PALLANTIANI


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TEMPIO COSIDDETTA MINERVA MEDICA

Gli Horti Pallantiani erano antichi giardini situati a Roma sul colle Esquilino (Rione Esquilino), nella zona di Porta Maggiore. I giardini erano situati nella Regio V augustea (Esquiliae) e prendevano il nome da Pallante, potente liberto imperiale arricchitosi durante il regno di Claudio, che Nerone fece uccidere nel 62 d.c. per impossessarsi dei suoi beni. 

Ai margini di questi giardini era ubicata, secondo Plinio il Giovane, la tomba dello stesso Pallante. Il toponimo Horti Pallantiani si mantenne per tutto l'impero e forse il loro assetto rimase intatto fino al IV secolo, quando sono ricordati nei Cataloghi regionari all'interno della Regio V (Esquiliae). Forse si può riferire a questi giardini il frammento 57 (horti P[---]) della Forma Urbis Severiana.

Gli Horti Pallantiani vengono menzionati tre volte da Frontino, sono ancora esistenti nel IV secolo (Not. Reg. V; cfr. FUR 57), e secondo Frontino il punto in cui il rivus Herculaneus si diramava dall'Aqua Marcia, a circa 175 m a sud della porta Tiburtina, e l'estremità del Claudia e dell'Anio novus, a circa 250 m a nord della porta Praenestina, erano dietro questi giardini. 

Dovevano quindi occupare un sito molto vicino al centro del triangolo formato dalla via Tiburtina vetus, dalla via Praenestina-Labicana e dalla linea dell'aqua Marcia, cioè un po' a sud della piazza Vittorio Emanuele (cfr. BC 1874 , 53‑54; LA 248; HJ 358).

LA RICOSTRUZIONE

TEMPIO DI MINERVA MEDICA

Il tempio di Minerva Medica, così chiamato in epoca medievale, è un monumento di architettura stupenda, posto in uno scenario inadeguato tra i binari della ferrovia e una linea del tram in via Giolitti,  ma che originariamente faceva parte degli Horti Pallantiani, nel settore orientale dell'Esquilino. 

Il monumento risale ai primi decenni del IV secolo d.c., e doveva far parte di un più grande complesso architettonico di cui costituiva un padiglione di rappresentanza, sede di banchetti e ricevimenti, dotato di altissime pareti, con una enorme cupola di 25 m di diametro.

La pianta dell'edificio è molto rara, con forma decagonale dove si aprono nove nicchie semicircolari, rivestita completamente di marmi policromi intagliati nell'«opus sectile», e pure di mosaici, sul pavimento, lungo le pareti, nell’incavo delle nicchie e fino al tamburo della cupola.



L'ARCHITETTURA

IN ROSSO LA POSIZIONE DEGLI HORTI PALLANTIANI
(INGRANDIBILE)
La struttura della Minerva Medica, inconsueta per l'epoca, è invece caratteristica dell’epoca tardoantica, con un’amplissima cupola a vela fatta a spicchi ed è la terza a Roma in ordine di grandezza dopo il Pantheon e le Terme di Caracalla. 

I suoi grandi finestroni anzitutto la alleggeriscono nel peso e poi la illuminano in modo molto efficace, partendo da un assetto poligonale che diventa pian piano emisferico grazie alla finissima opera laterizia come solo i Romani sapevano fare.

Tutti i lati del decagono sono caratterizzati inoltre da nicchioni semicircolari in ogni i lato del decagono, ad eccezione dell’ingresso. La struttura è rafforzata da questi nicchioni che creano forze di appoggio diverse, in più tra ogni nicchione si erige un massiccio pilastro che fa da contrafforte.

Così tanto all'interno quanto all'esterno lo spazio appare dilatato dalle profonde nicchie presenti su nove lati, disposte con perfetta simmetria e sovrastate dai grandi finestroni ad arco; l’elemento architettonico tradizionale delle colonne compare invece nell’ingresso e nei quattro nicchioni disposti ai lati dell’edificio.



GLI SCAVI

MINERVA MEDICA
Negli scavi effettuati in varie epoche furono rinvenute diverse sculture tra cui, nel XVI secolo le statue di Asclepio, Igea e le figlie collegate con la scienza medica ed una statua di Minerva con il serpente (simbolo della medicina), da cui l'odierna denominazione ritenuta però oggi impropria.

Si dimentica però che Igea, o Igeia, era proprio uno degli aspetti di Minerva nella sua qualità di guaritrice, non ci si meravigli che le venisse associato anche Asclepio (corrispondente romano di Esculapio, Dio della medicina). Del resto sia Cicerone che altre fonti parlano del tempio di Minerva Medica, uno degli aspetti più antichi della Dea.

Non a caso ad Atene, come a Roma, la Dea era corredata di serpenti, simbolo della Dea Madre e della guarigione sia in generale che miracolosa, infatti di solito era associata alle acque e questo tempio sembra non fare eccezione.

Robert Graves nella "Dea Bianca" scrive che Asclepio era legato al corvo, poiché sua madre era Coronide (cornacchia), probabilmente epiteto di Atena a cui questo animale era sacro. Suo padre era Apollo, il cui animale sacro era sempre il corvo.

Per cui, secondo Grave, Asclepio era figlio di Atena per quella sua qualità di vergine che nell'intento antico definiva una Dea non sottoposta al maschio ma con la possibilità di fare figli. Tanto è vero che fu proprio lei a donare ad Asclepio il sangue della Gorgone per guarire, dimostrandosi ancora una volta guaritrice. Uno dei suoi epiteti era infatti Minerva Medica.



I RESTAURI

Diversi interventi di contenimento e consolidamento sul monumento si resero necessari già dal IV secolo d.c. per salvaguardare la stabilità del monumento: 
- furono chiusi gli intercolumni delle nicchie, 
- vennero posti massicci contrafforti addossati ai pilastri angolari.
- vennero costruite due grandi esedre ai lati del padiglione centrale con una struttura a tenaglia davanti all’ingresso,
- nel lato sud-est, venne realizzato un solo contrafforte di dimensioni più grandi rispetto a quelli addossati ai pilastri, proprio dove avvenne il primo dal crollo parziale del tamburo e di una porzione della volta. 

TEMPIO MINERVA MEDICA (BACCO)

Nel 1826 Valadier progettò un intervento di restauro, ma nonostante i ponteggi allestiti per la ricostruzione del pilastro crollato, la porzione di cupola a sud-est collassò nel 1928.

Nel 1846, con la ricostruzione del pilastro e delle due arcate adiacenti, si realizzò in parte il progetto del Valadier, ma le condizioni del monumento peggiorarono e solo intorno al 1940, per opera di Guido Caraffa, fu oggetto di un nuovo restauro. 

Tra il 2002 e il 2009 La Soprintendenza Speciale di Roma ha effettuato indagini conoscitive che hanno evidenziato un reale pericolo di crollo per la cupola e il tamburo.

Si scoprì che nelle fondazioni, non esisteva un cordulo continuo ma i singoli pilastri poggiavano su strutture preesistenti (muri di contenimento di horti) con differenti piani di posa e andamenti diversi. 

Ciò provocò continue lesioni sia nelle fondazioni che negli alzati per cui nel 2014 si procedette al consolidamento delle fondazioni di tutti i pilastri e la ricostruzione della porzione di tamburo crollata. 

La reintegrazione delle parti crollate ha riguardato tre dei dieci lati della fabbrica con la ricostruzione di tre arcate. 

La riconfigurazione delle murature del tamburo è stata fatta a sacco e in laterizio, e per rafforzare la sommità si è proceduto alla sua chiusura, realizzando un piccolo aggetto che funge da gocciolatoio, evitando il rovinio delle acque piovane.

La muratura a sacco era composta da due muri in laterizio con mattoni bipedali per gli archi dei finestroni e le murature del tamburo. 

I laterizi sono stati realizzati con tre gradazioni dominanti di colore giallo, arancio e rosso, simili a quelle originarie del monumento.

I crolli della struttura originaria hanno messo in luce la presenza di 10 nervature di sostegno che, dalla cupola si sviluppavano per tutta la calotta con funzione strutturale, in corrispondenza dei vertici del decagono, e da 20 nervature secondarie in corrispondenza dei lati del tamburo, senza l’utilizzo di cemento armato o acciaio. 


BIBLIO

- Tacito - Annales XIV -
- Samuel Ball Platner e Thomas Ashby - Horti Pallantiani - Topographical Dictionary of Ancient Rome - London - Oxford University Press - 1929 -
- Topographicum Urbis Romae III - Roma - Quasar - 1996 -
- Lawrence Richardson Jr. - Horti Pallantiani - A New Topographical Dictionary of Ancient Rome - Baltimore - JHU Press - 1992 -
- Rodolfo Lanciani - Delle scoperte principali avvenute nella prima zona del nuovo quartiere
esquilino - Bullettino della Commiss. archeol. comun. di Roma - 1874 -
- Danila Mancioli - Horti Pallantiani - in Eva Margareta Steinby - Lexicon -
- Plinio il Giovane - Epistulae - via Tiburtina, intra primum lapidem. dalla Porta Esquilina -
- Rodolfo Lanciani - Forma Urbis Romae - Milano - 1893-1901 -



HORTI TAURIANI


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ARTEMIDE RITROVATA NEGLI HORTI VETTIANI

In età augustea, a quanto è possibile ricostruire dalle fonti e dalla documentazione epigrafica, l’intero territorio compreso tra la via Labicana antica, l’aggere serviano ed il limite poi rappresentato dalle mura aureliane, fu occupato dagli horti Tauriani, per un’estensione che è stata calcolata intorno ai 36 ettari: essi prendono il nome da Statilio Tauro, personaggio eminente nella Roma del I secolo d.c.. Ai limiti della proprietà, e lungo il percorso della via Labicana, si trovava il sepolcreto di famiglia.

AREA DEGLI HORTI TAURIANI (INGRANDIBILE)
Qui, insieme ad una fistula aquaria con l'iscrizione T(iti) STATILI TAVRI che conferma la proprietà dell'area, furono trovate numerose sculture.

La zona si chiamava Esquiliae ed era la zona collinare orientale che costituì la allora V regione augustea, dove oggi sono gli spazi che vanno dalla basilica di Santa Maria Maggiore a quella di Santa Croce in Gerusalemme, comprendendo anche la Stazione Termini e Piazza Vittorio, con i suoi caratteristici portici e il suo bellissimo giardino sorto sulla villa del Marchese di Palombara, a sua volta sorta sul monumento dei Trofei di Mario.

Per conoscere davvero l'estensione degli splendidi Horti Tauriani su cui molto è stato scritto ed ipotizzato, un dato topografico certo consiste in alcuni cippi di confine in travertino, che recano l'iscrizione CIPPI HI FINIV[NT] / HORTOS CALYCLAN(os) / ET TAVRIANOS", rinvenuti in loco alle spalle della chiesa di Sant'Eusebio. 

Questi cippi indicano che la proprietà confinante era riferibile a certi Horti Calycles, dove doveva venire collocato il limite occidentale degli Horti Tauriani. In quanto al limite orientale, questo è stato situato in corrispondenza di Porta Maggiore, ma non ve n'è certezza.

VILLA MONTALTO PERETTI IN PIAZZA DELLA STAZIONE TERMINI


TITO STATILIO TAURO

I giardini prendevano il nome dal proprietario Tito Statilio Tauro, console nel 44 d.c., di lui sappiamo solo che fosse dedito alle sette misteriche, per venne accusato di praticare magia e venne condannato. Per evitare il disonore si suicidò nel 53 d.c..

Vi è il forte sospetto che fu Messalina ad aver procurato l'accusa per potersi appropriare degli splendidi giardini che aveva visitato tempo prima. Non ve ne sono le prove ma ve ne sono forti probabilità perchè era molto raro che si accusasse un uomo, per giunta patrizio ed eminente come Statilio, di professare magia a discapito di altri.

AFFRESCO ROMANO DI VILLA NEGRONI


SUDDIVISIONE E RIUNIFICAZIONE

Successivamente, al tempo di Claudio e Nerone, i giardini furono divisi in Horti Pallantiani e Horti Epaphroditiani, in favore dei liberti imperiali Epafrodito e Pallante. 

In parte furono riunificati da Gallieno (253-268 d.c.) e accorpati agli Horti Liciniani di proprietà imperiale. Tuttavia gli scavi realizzati nell'area attribuibile agli Horti Tauriani Lolliani non hanno permesso d'individuare strutture architettoniche riconducibili con certezza ai nuclei residenziali delle ville. 

Inoltre non è possibile precisare il piano decorativo degli Horti Tauriani a causa della probabile coincidenza dei loro confini con quelli di villa Montalto Peretti (poi Negroni-Massimo), dove le attività di ricerca, nei secoli passati, non furono documentate. 

PUBLIO ELIO ADRIANO - MUSEI CAPITOLINI

Nel volume dedicato all'innalzamento dell'Obelisco Vaticano, l'architetto Domenico Fontana riferisce, tra i fatti più significativi del pontificato di papa Sisto V, che il pontefice fece radere al suolo tutti gli antichi monumenti che ingombravano la sua villa esquilina per regolarizzare con le macerie l'andamento del suolo.

Un altro importante complesso di sculture fu scoperto tra il 1872 e il 1873 ad est di piazza Manfredo Fanti, durante la demolizione di un muraglione di fondazione annesso ad un edificio nel quale Rodolfo Lanciani riconosce diverse fasi edilizie dal II al IV secolo.

Nelle murature dell'edificio fu trovata una serie di fistulae con i nomi di Vettio Agorio Pretestato praefectus Urbi del 367 368, e di sua moglie Aconia Fabia Paulina, elementi che fecero supporre a Lanciani la pertinenza dell'edificio ad una domus di loro proprietà.

SOLONINA MATIDIA - MUSEI CAPITOLINI


Nello smontaggio del muraglione furono rinvenuti:

- i ritratti di Adriano e di sua moglie Vibia Sabina,
- i due crateri marmorei (uno di stile arcaistico raffigurante le nozze di Elena e Paride,
- l'altro con una vivace raffigurazione di un corteggio dionisiaco,
- una testa colossale di Baccante.

IN ROSSO LA POSIZIONE DEGLI HORTI TAURIANI
(INGRANDIBILE)
Nella stessa occasione fu ritrovato anche l'Auriga dell'Esquilino, che forma, dopo la ricongiunzione con una statua di cavallo rinvenuta a qualche centinaio di metri di distanza in un altro muro, un notevole gruppo scultoreo databile in età giulio-claudia. 

Il fenomeno legato alla costruzione dei muri con frammenti di sculture caratterizza tutta l'estensione dell'Esquilino e ha avuto diverse spiegazioni.

Quella più accreditata (Coates-Stephens) lo pone in relazione con la rapidissima costruzione delle Mura aureliane, erette tra il 270 ed il 273. La necessità di spianare ampi settori del territorio, per consentire il passaggio della struttura difensiva, avrebbe causato vaste distruzioni con la conseguente inesauribile disponibilità di materiali marmorei in frantumi.

Un nucleo importante di ritrovamenti gravita intorno a una struttura di buona opera reticolata caratterizzata da tre grandi nicchie, scoperta nel 1875 in via Principe Amedeo.

ARTEMIDE

- Particolarmente significativa la statua più grande del vero probabilmente raffigurante Igea. 
- Di proporzioni simili, ma conservata solo nella parte superiore, è l'altra figura femminile nella quale si deve forse riconoscere Artemide.
- Da questo stesso luogo proviene la statua, anch'essa maggiore del vero, trasformata in Roma Cristiana alla fine del XIX secolo per decorare la Torre Capitolina. 

Le tre sculture sembrano concepite insieme per la decorazione di un unico monumento: la coincidenza della presenza di un edificio con tre nicchie monumentali appare, in questo caso, particolarmente significativa. 

Nello stesso scavo furono rinvenuti: una statua di mucca, forse parte di un gruppo pastorale e probabile copia dell'originale bronzeo di Mirone, e tre rilievi; uno rappresenta un paesaggio sacro con un santuario circondato da alte mura, mentre gli altri due, di fattura neoattica, rappresentano le quadrighe di Helios (il Sole) e Selene (la Luna) che corrono una incontro all'altro.

BIBLIO

- Pierre Grimal - Les Horti Tauriani - Étude topographique sur la Région de la Porte Majeure - Mélanges
 d'archéologie et d'histoire - vol 53 - n. 1 - 1936 -
- Giuseppe Lugli - Horti - a cura di Ettore De Ruggiero - Dizionario epigrafico di antichità romane III - 1922 -
- Danila Mancioli - Gli horti dell'antica Roma - a cura di Giuseppina Pisani Sartorio e Lorenzo Quilici - Roma Capitale 1870-1911. L'archeologia in Roma Capitale fra sterro e scavo - Venezia - Marsilio - 1983 -


 

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