HORTI LAMIANI



RITROVAMENTI DEGLI SCAVI DEL 1800

"Era il tempo in cui più torbida ferveva l'operosità dei distruttori e dei costruttori sul suolo di Roma ...Sembrava che soffiasse su Roma un vento di barbarie ...
Il piccone, la cazzuola e la mala fede erano le armi. 
E, da una settimana all'altra ... 
sorgevano sulle fondamenta riempite di macerie le gabbie enormi e vacue, crivellate di buchi rettangolari, sormontate da cornicioni posticci, incrostate di stucchi obbrobriosi."

(GABRIELE D'ANNUNZIO)


AREA DEGLI HORTI LAMIANI COMPRENDENTI
L'ODIERNA PIAZZA VITTORIO E PIAZZA DANTE




Nel cuore dell’Esquilino, la  Casa ed i giardini di L. Ælius Lami, console nell'anno 3 d.c. si confondono con i giardini di Maia ( Horti Lamiani et Maiani ).

Gli Horti Lamiani, di grande rilievo storico e topografico, erano situati sulla sommità del colle Esquilino a Roma, nell'area dell'attuale piazza Vittorio Emanuele II e dintorni, esattamente tra la via Labicana a nord e la via Merulana, che segnava il confine con gli Horti di Mecenate.

Delimitavano un fianco della casa ed i giardini di Lucius Aelius Lamia la Via Merulana, un lunghissimo portico e la piscina semi-circolare di un ninfeus.

Inizialmente di proprietà di Lucio Elio Lamia, questi Horti furono trasferiti poi nel demanio imperiale forse già sotto Tiberio (14-37 d.c.).

In seguito vennero acquisiti da Caligola (37-41 d.c.), che vi stabilì la propria residenza e vi fu anche seppellito per breve tempo dopo la morte, prima che venisse traslato nel Mausoleo di Augusto.



Lucio Elio Lamia 

Lucio Elio Lamia fu il console romano, del 3 d.c., che ebbe come collega Marco Servilio e che dette il nome agli Horti di sua proprietà. Servì come governatore dal 4 al 6 d.c. in Germania poi in Pannonia. Nel biennio 15-16 fu proconsole in Africa. Anche se fu nominato nel 21 governatore della Siria (carica che mantenne fino al 32 d.c.), di fatto Tiberio gli impedì di visitare la provincia. Dal 32 d.c. alla morte servì Roma con la carica di praefectus urbi.

La gens degli Aelii Lamiae si era creata una genealogia mitica che la faceva risalire a Lamo, re dei Lestrigoni. Al console del 3 d.c., amico intimo dell’imperatore Tiberio, può farsi risalire la cessione delle proprietà ubicate a Roma sul colle Esquilino (Horti Lamiani) al demanio imperiale.

Per gli anni 15-16 Lucio ebbe invece la carica di proconsole in Africa. Anche se fu nominato nel 21 governatore della Siria, mantenendo la carica fino al 32, di fatto Tiberio gli impedì perfino di visitare la provincia volendolo al suo fianco. Così nel 32 d.c. gli diede una nuova e importantissima carica, quella del praefectus urbi, senonchè Lucio morì all'incirca una anno dopo.

Patercolo narra che fosse intimo amico di Tiberio tanto che gli cedette, evidentemente nel testamento, gli Horti Lamiani di sua proprietà che passarono così al demanio imperiale. Svetonio narra che gli Horti passarono all'imperatore Tiberio in un anno indefinito che va dal 14 al 37, ma la cosa più probabile è che passasse nel 32, cioè con la morte di Lucio.

Il successore di Tiberio, Caligola (37-41), amò talmente la residenza che vi si stabilì e vi fu anche seppellito per breve tempo dopo la morte. Sappiamo inoltre che erano confinanti con gli Horti Maecenatis e che sotto Claudio (41-54) gli Horti Lamiani vennero uniti agli Horti Maiani e amministrati da un apposito soprintendente, "procurator hortorum Lamianorum et Maianorum".



IL SITO

DISCOBOLO LANCELLOTTI RITROVATO NEGLI HORTI LAMIANI
Il sito fu a partire dal XVI secolo teatro di importanti scoperte archeologiche ed antiquarie, come il Discobolo Lancellotti al Museo Nazionale Romano e le "Nozze Aldobrandini" alla Biblioteca Apostolica Vaticana.

Ma la maggior parte delle scoperte avvennero sul finire del XIX secolo durante i lavori di urbanizzazione del Nuovo Quartiere Esquilino, quando furono documentati da Rodolfo Lanciani in maniera frammentaria ed affrettata alcuni nuclei della proprietà imperiale, poi sacrificati sotto la spinta dell'urgenza edilizia.

Le decorazioni del complesso imperiale includevano pregevoli affreschi con pitture di giardino, rivestimenti architettonici in crustae marmoreae realizzate con raffinati intarsi di marmi colorati e decorazioni parietali in bronzo dorato con gemme incastonate.

Il complesso ha anche restituito importanti gruppi scultorei, come la ben nota Venere Esquilina assieme a due ancelle (in realtà oggi si crede siano Muse) ed il ritratto di Commodo-Ercole fiancheggiato da Tritoni marini (entrambi ai Musei Capitolini).

Altri importanti ritrovamenti scultorei collegabili con la residenza imperiale avvennero nella zona di piazza Dante (cosiddetto Ephedrismòs ai Musei Capitolini) e presso il complesso termale di via Ariosto (statue alla Centrale Montemartini).

La villa si articolava scenograficamente in padiglioni e terrazze, adattandosi all'altimetria dei luoghi secondo il modello culturalmente egemone della reggia di tradizione ellenistica armonicamente inserita nel paesaggio naturale.

FINISSIMA PAVIMENTAZIONE DELLA DOMUS DEGLI HORTI LAMIANI


LANCIANI

"Gli Horti mecenaziani  furon vicini ai Lamiani, abitati spesso da Caligola, ne' quali fu sepolto. Svetonio nel e. Sq. Cnda - er ejus clam in hortos Laniiaìios asportatimi, et tumultuario rogo semi ambustum levi cespite obrutam est - ; dei quali cosi Filone testifica nel libro - De legatione ad Cajutn: yjrcersens duorum, hortorum curatores Mcecenatis, et Lainice, propinqui auteni sunt intcr se, et Urbi, etc. - ove non dia noja il sentirli fuori della città, poiché essendo in quel tempo difficilissimo, come Dionisio scrive, riconoscere il dentro, e 'l di fuori delle mura di Roma occupate, ed occultate da Fabriche, Filone forastìero, e mal pratico della Città, stato prima negli Orti di Agrippina, che eran fuori nel Campo Marzo, dal veder le verzure continuate facilmente apprese, che fossero fuori anch essi 5 o per modo di parlare volle dirli vicini al più abitato. 
Or se vicini erano gli uni agli altri, i Lamiani certamente furono o presso Santa Maria Maggiore, o più tosto, se piace immaginarli presso al sito della casetta già famosa degli Elii, tra i trofèi di Mario, Santa Bìbiana, e San Matteo".

La parte orientale del colle Esquilino, oggi caratterizzata dai palazzi del grande quartiere costruito dopo il 1870, è stata per secoli il giardino di Roma: fin dalla fine del XVI secolo, infatti, gli aristocratici vi avevano costruito residenze favolose immerse nel verde.

Queste splendide ville suburbane spesso sorgevano sugli stessi luoghi dove, più di mille anni prima, i potenti romani avevano realizzato le loro ville con giardini (horti), secondo una moda inaugurata da Lucullo sul Pincio e da Mecenate proprio sull'Esquilino.

Villa Magnani e la Vigna Altieri sul luogo degli horti liciniani, Villa Palombara e parte di Villa Altieri nell'area degli Horti Lamiani. Per un'idea della zona, gli Horti Lamiani e quelli Maiani confinavano con gli Horti di Mecenate.



LE TESTIMONIANZE

VENERE ESQUILINA
Nella Dissertazione sulle statue appartenenti al mito di Niobe stampata in Firenze l'anno 1779, il Fabroui dà le notizie seguenti relative alla scoperta del gruppo famoso, tolte da documenti dell' archivio mediceo.

Il nome de' cavatori è Valerio da Rieti, Ceccuccio da Modena, e Paolo milanese. La vigna dove si sono trovate è attaccata alla vigna di messer lerouimo Altieri, e dall' altra parte confina con la vigna di messer Giov. Battista Argenti e innanzi la via publica che va a porta maggiore, appresso s. Giov. Laterano. 
I nomi delli patroni della vigna e delle statue si chiamano uno Gabriele, l'altro Thomaso dcThomasini da Gallese. Le dette statue si trovano in casa delli detti Thomasini, in un tinello attaccato al giardino loro e cortile -

[da scheda d'altro carattere] - Francesco de Lotti milanese, Valerio de Pedoni da Rieti Bartolomeo di Gio: Antonio Milalanese, cavatori. Statue n. 13 della Niobia. La Lotta (i due giovinetti stramazzanti) che sono senza testa -

[Lettera del Pernigoni al sig. Girolamo Varese] -  Queste sono il numero delle statue. 15. computato l'Allotta perdei, e la Niobia per doi. 
Oltre alle 15. vi è un torso quale è rimasto alla vigna, e non potrà servir per altro che ad acconciar le altre... 24 giugno 1583 » Il quarto dei cavatori ascese a scudi 450, i tre quarti del Tommasini a scudi 1350. -

"La vecchia città, col suo indescrivibile fascino e la sua quasi opprimente massa di memorie storiche e tradizionali, si sta vanificando sotto i nostri occhi ed una nuova capitale, sul tipo di Livorno con larghi viali, chioschi e fontane, sta sorgendo sulle rovine della vecchia. 
Menzionerò solo un capitolo di questi annali di distruzione: la perdita della squisita corona di ville e giardini che circondava la città e la rendeva nel mondo quasi unica nel suo genere."

(RODOLFO LANCIANI)



VILLA PALOMBARA SOPRA GLI HORTI LAMIANI

La Villa di Palombara, costruito tra il 1655 e il 1680 per la residenza di Massimiliano Palombara marchese di Pietraforte, era edificata sopra un antico edificio romano, la Mostra dell'acqua Iulia o i trofei di Mario che qui si trovavano.
Al suo interno vennero trovati immensi tesori come decori, pavimenti e statue in marmo, tutto demolito o asportato e disperso, statue comprese elargite anche a stati stranieri.


VILLA PALOMBARA IN UN AFFRESCO D'EPOCA - LA VILLA E' STATA DISTRUTTA

Oddone Palombara, marchese di Pietraforte, aveva acquistato nel 1620 dal precedente proprietario, il duca Alessandro Sforza, con lo sborso di 7.000 scudi (pari a lire 35.000) le fabbriche, i terreni e le statue, tra cui quella del discobolo.

Esaminando la pianta di Roma del Noili del 1748, si rileva che il latifondo aveva la forma d'un esagono irregolare che si estendeva, in lunghezza, dal cancello settentrionale del giardino di piazza Vittorio Emanuele fino al viale Manzoni; e, in larghezza, dal cancello meridionale del detto giardino fino alla via Merulana.

IN GIALLO LA VILLA, IN BLU IL PERIMETRO
DELL'ATTUALE PIAZZA VITTORIO
Secondo una leggenda, un pellegrino ospitato per una sola notte cercò nei giardini della villa Palombara un’erba per la produzione dell'oro.

Il mattino dopo se ne andò lasciando delle pagliuzze d’oro e una carta piena di simboli che dovevano contenere il segreto della pietra filosofale.

Il marchese Palombara fece incidere sulle cinque porte della dimora il manoscritto, ma a noi è rimasta solo una porta. 

In realtà il marchese di Palombara si interessò effettivamente di alchimia, ma non di quella truffaldina della ricerca dell'oro commerciale, bensì di quella autentica che ricercava l'oro interiore, e la prova sta nella scritta lasciata sul portale a noi pervenuto.

Ai tempi una ricerca interiore poteva facilmente portare a un'accusa di magia e quindi sul rogo, per cui i veri alchimisti parlavano per enigmi.

In realtà l'alchimia andò a sostituire i famosi Sacri Misteri, quelli che vissero sul Mediterraneo per circa 1500 anni, destinati non alla massa, ma ai pochi che non si accontentavano delle religione proposte e volevano capire la verità, di se stessi e del mondo.

Ai lati della porta sono stati posti due statue della stessa divinità egizia, provenienti dagli sterri del Quirinale, del 1888, immagini del Dio Bes, divinità della natura e della riproduzione, come Priapo, o il satiro ecc., di epoca romana e provenienti dal tempio di Serapide.

VILLA ALTIERI IN UN'ANTICA STAMPA


VILLA ALTIERI SOPRA GLI HORTI LAMIANI

Villa Altieri sta tra via Emanuele Filiberto, via Statilia e viale Manzoni, costruita intorno al 1660 come casa di villeggiatura per il cardinale Paluzzo Albertoni Altieri nella vigna sull'Esquilino.

VILLA ALTIERI OGGI
La struttura originale aveva nella facciata anteriore una grande scala a due rampe semicircolari arricchite di statue,  con una fontana a parete con due delfini e due tritoni,  che si congiungevano in una loggia con porta-finestra e una fontanina, rubata nel 1990, di cui resta la tazza inferiore ovale ed il sostegno centrale; anche le statue sono scomparse.

La facciata posteriore dava su una terrazza dalla quale si scendeva su una seconda che, attraverso scale laterali, portava ad un vasto parco, abbellito da antiche statue, giochi d'acqua e dal celebre labirinto circolare di siepi di bosso con un pino al centro, il tutto venduto o abbattuto per farne edifici.

Tutta la palazzina è stata danneggiata, soprattutto per la scomparsa dei dipinti provenienti dal sepolcro dei Nasoni, scavato nel 1764 sulla via Flaminia e risalente all'epoca di Marco Aurelio.
Oggi l'edificio snaturato e deturpato (sig!) è diventato scuola pubblica.



I RITROVAMENTI

scavi dell'800

A partire dal XVI sec. si reperirono in loco importanti reperti, come il Discobolo Lancellotti al Museo Nazionale Romano e le "Nozze Aldobrandini" alla Biblioteca Apostolica Vaticana, ma la maggior parte delle scoperte avvennero sul finire del XIX sec. per la nuova urbanizzazione del regno d'Italia, come ebbe ad osservare Lanciani che fu spettatore dello scempio perpetrato.

Il complesso imperiale sottostante alla piazza Vittorio comprendeva affreschi con pitture di giardino, rivestimenti architettonici in crustae marmorea con intarsi di marmi colorati, e decorazioni parietali in bronzo dorato con gemme incastonate.

Tra le sculture la famosa Venere Esquilina con due Muse, la Commodo-Ercole fiancheggiata da Tritoni marini (entrambi ai Musei Capitolini). A piazza Dante si rivenne l' Ephedrismòs (Musei Capitolini) e presso  le terme  di via Ariosto, col mosaico di s. Bibiana e altre statue.

La villa si articolava scenograficamente in padiglioni e terrazze, degradanti on ringhiere marmoree, statue, fontane e vasi istoriati.

IL FAUNO - ALTRI RITROVAMENTI DEGLI HORTI
« Ho visto una galleria di settantanove metri di lunghezza, il cui pavimento era costituito dalle più rare e costose varietà di alabastro e il soffitto sorretto da ventiquattro colonne scanalate di giallo antico, poggiate su basi dorate; ho visto un altro ambiente, pavimentato con lastroni di occhi di pavone, le cui mura erano ricoperte da lastre di ardesia nera, decorate da graziosi arabeschi eseguiti in foglia d'oro; e ho visto infine una terza sala, il cui pavimento era composto da segmenti di alabastro, incorniciati da paste vitree verdi. 

Nelle pareti di essa erano tutt'intorno vari getti d'acqua distanti un m l'uno dall'altro, che dovevano incrociarsi in varie guise, con straordinario effetto di luce. Tutte queste cose furono scoperte nel novembre del 1875 »

(Rodolfo Lanciani, Fascino di Roma antica, Roma, Quasar, 1986, p. 156)

Le scoperte descritte riguardano i rinvenimenti effettuati tra piazza Vittorio Emanuele II e piazza Dante: oggi purtroppo nulla è più visibile, perchè tutto è sparito nel nulla, come spesso accade nel nostro patrimonio archeologico.

Nei pressi degli stessi luoghi fu rinvenuto nel 1874 un gruppo di capitelli di lesena, con lavorazione raffinatissima, una lastra di marmo rosso antico (marmo del Tenaro) con una decorazione ad intarsio di pietre di vari colori. Un lusso straordinario degno di un Caligola.

Nel dicembre dello stesso anno durante i lavori del sistema fognario di via Foscolo, il terreno cedette scoprendo una camera sotterranea piena di statue: una enorme testa di Bacco coronata di edera e corimbi, il corpo semidisteso del Bacco stesso,  i busti di due Tritoni, con tracce di doratura sui capelli, il magnifico busto di Commodo, le due statue di Muse e la statua di Venere che si prepara ad entrare nel bagno allacciandosi un nastro intorno ai capelli e infine molti pezzi di altre sculture: braccia, gambe, mani e teste.

Secondo Lanciani queste sculture
« dovevano essere cadute per la rottura delle volte del piano superiore che era il piano nobile dell'edifizio e trovavasi al livello del suolo antico »

(Rodolfo Lanciani, Bullettino della Commissione archeologica comunale di Roma 3, 1875, p. 14)

Ma per le datazioni diverse si pensa a un deposito per la ristrutturazione dell'edificio o a un trasloco.
Molti degli oggetti provengono dalla Grecia, come due stele funerarie e il gruppo dell'Ephedrismòs del IV sec. ac.  con due fanciulle intente alla “corsa alla cavallina”.

La scultura fu rinvenuta nel 1907 in piazza Dante durante i lavori per la costruzione del Palazzo delle Poste
« che hanno rimesso in luce un gran complesso di edifici, a quanto pare, di epoca bassa, costruiti con materiale vecchio e con frammenti di marmi scolpiti »
(Lucio Mariani, L'Ephedrismòs di piazza Dante, Bullettino della Commissione archeologica comunale di Roma 35, 1907, p. 34)



DOPO I PAPI I SAVOIA


DIONISO
Purtroppo il progetto di Roma Capitale fu una distruzione totale per tante aree romane.

Verso la fine dell'800 i Savoia edificarono a Roma tanti bei palazzi, infischiandosene però di ciò che c'era sotto. I reperti venivano recuperati ma le domus venivano distrutte.

Per giunta la maggior parte delle bellezze ornamentali solo in parte furono riutilizzate, perchè molto venne venduto all'estero o distrutto.

Nel 1804 la villa sorta sugli horti Lamiani diventò proprietà del principe Carlo Massimo. Nel 1873 viene espropriata e distrutta.

I primi scavi nell'area degli Horti Lamiani risalgono alla fine del XIX sec. e rimisero in luce i resti di un grande ed articolato complesso di edifici.

Dalle notizie d'archivio e dalle piante dei ritrovamenti sulla base della preziosa e monumentale Forma Urbis Romae di Rodolfo Lanciani è possibile ricavare un quadro approssimativo dello sviluppo edilizio della villa.

Lanciani fu il supervisore dello scavo eseguito dalla Commissione Archeologica Comunale di Roma e lasciò una vivida testimonianza delle attività di scavo archeologico dell'area:

Ho visto una galleria di 79 m di lunghezza, il cui pavimento era costituito dalle più rare e costose varietà di alabastro e il soffitto sorretto da ventiquattro colonne scanalate di giallo antico, poggiate su basi dorate; ho visto un altro ambiente, pavimentato con lastroni di occhi di pavone, le cui mura erano ricoperte da lastre di ardesia nera, decorate da graziosi arabeschi eseguiti in foglia d'oro; e ho visto infine una terza sala, il cui pavimento era composto da segmenti di alabastro, incorniciati da paste vitree verdi. 

Nelle pareti di essa erano tutt'intorno vari getti d'acqua distanti un metro l'uno dall'altro, che dovevano incrociarsi in varie guise, con straordinario effetto di luce. Tutte queste cose furono scoperte nel novembre del 1875” (Rodolfo Lanciani, Fascino di Roma antica, Roma 1986: 156).
Le scoperte descritte riguardano i rinvenimenti effettuati tra piazza Vittorio Emanuele II e piazza Dante: oggi purtroppo nulla è più visibile.

COMMODO
In realtà la concentrazione in un unico vano di un gruppo di opere di natura e datazione assai diverse, piuttosto che alla decorazione di un unico ambiente, fa pensare ad un deposito in occasione di una ristrutturazione dell'edificio o per proteggerle da un pericolo imminente.

Nel momento in cui fu deciso l'abbattimento di tale edificio, nel 1874, gli archeologi, negli scavi in via Ariosto, avevano rinvenuto un piccolo impianto termale del III sec., databile attraverso i bolli di mattone agli ultimi decenni del III sec. d.c.

Così gli archeologi si trovarono davanti una moltitudine di frammenti di con i quali fu possibile addirittura ricomporre una raffinatissima tazza di fontana di età tardo repubblicana decorata con elementi vegetali inseriti all'interno di un disegno creato da tralci d'acanto.

Dai muri delle terme riapparvero altri frammenti di sculture e un'iscrizione che in origine doveva appartenere alla base di una statua con la firma di un artista di Afrodisia. Le sculture conservavano tutte tracce di colore e di doratura.

Nei pressi degli stessi luoghi fu rinvenuto nel 1874 un gruppo di capitelli di lesena, probabilmente a decorazione di uno degli ambienti descritti; la lavorazione è raffinatissima, una lastra di marmo rosso antico (marmo del Tenaro) accoglie una decorazione ad intarsio di pietre dai colori contrastanti. Un lusso stupefacente degno di un imperatore “eccessivo” come Caligola.

CHITONE
Nel dicembre dello stesso anno durante i lavori di realizzazione del sistema fognario di via Foscolo, il terreno cedette e diede accesso ad una camera sotterranea piena di statue.

La prima a comparire fu una testa di Bacco semicolossale, coronata di edera e corimbi; poco a poco lo scavo fu allargato e vennero alla luce altre sculture: il corpo semidisteso del Bacco, di cui era stata in precedenza trovata la testa; i busti di due Tritoni, sui capelli dei quali erano conservate tracce di doratura; il magnifico busto di Commodo e le varie parti della complessa allegoria che costituisce la sua base.

Sempre nello stesso ambiente furono rinvenute anche due statue di Muse e la statua di Venere che si prepara ad entrare nel bagno allacciandosi un nastro intorno ai capelli e infine molti pezzi di altre sculture: braccia, gambe, mani, teste.

Secondo Lanciani queste sculture “dovevano essere cadute per la rottura delle volte del piano superiore che era il piano nobile dell'edifizio e trovavasi al livello del suolo antico” (Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma 3, 1875: 14).

Dai muri delle terme riapparvero altri frammenti di sculture e un'iscrizione che in origine doveva appartenere alla base di una statua con la firma di un artista di Afrodisia. Le sculture conservavano tutte tracce di colore e di doratura.

Sappiamo che nel XVII secolo sull'area degli Horti Lamiani è stata costruita Villa Palombara, poi demolita per far posto a Piazza Vittorio.

Molti degli oggetti ritrovati negli horti provengono dalla Grecia e testimoniano il gusto raffinato dei proprietari della villa. Tra questi due stele funerarie e un singolare gruppo dell'Ephedrismòs databile al IV secolo a.c. proveniente dalla città di Tegea con due fanciulle intente alla “corsa alla cavallina”.

La scultura fu rinvenuta nel 1907 in piazza Dante durante i lavori per la costruzione del Palazzo delle Poste “che hanno rimesso in luce un gran complesso di edifici, a quanto pare, di epoca bassa, costruiti con materiale vecchio e con frammenti di marmi scolpiti

(Lucio Mariani, L'Ephedrismòs di piazza Dante, in Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma 35, 1907: 34).



RODOLFO LANCIANI


EFESO
1568, 10 maggio. 
Gli Agostiniani di s. Matteo in Merulana concedono al magnifico Andrea del Fonte e compagni licenza di scavare nel sito degli Orti Lamiani. Ora la vigna Fusconi (Pighinì) da Norcia, che fu più tardi tagliata in due dalla via nuova Merulana di Gregorio XIII, è quella famosa per la scoperta del Meleagro Vaticano, che ho descritta con abbondanza dì particolari nel tomo precedente. Vedi Vacca, Mem. M: 

Laddove del vescovo di Norcia, ora de' Pighinì, fu trovato nella loro vigna, posta tra s. Matteo e s. Giuliano ... e l'anno passato (1593) vi si trovarono delle altre statue ". 

Lo stesso ripete il Bartoli : « a 3. Giuliano, vicino li trofei di Mario, fu cavato il bellissimo Adone De Pichini, con altri pezzi di statue di mirabile maniera ed artificio». 

Stefano Pernigoni vende a Pasquale Vezio una sua vigna con anticaglie nel sito dei giardini Lamiani. 

« In nome d'Iddio A di 28 di settembre 1580. M. Stefano pernigoni del frioli Cittadin romano padrone et possessore de Una Vigna posta alla strada nuova tra la Chiesa di S. Maria Maggiore et san Giovan laterano, incontro alla Vigna dell'ill. Cardinal de Cesi, di pezze sette in circa con una Casetta Pozzo et Vasche confinata da una Banda con la Vigna di Monsig. Vescovo d'Aquino et da tutte l'altre bande le strade publiche libera da ogni Carico et da ogni Censo promette di vendere et d'adesso vende detta Vigna con tutte sue appartinenze et detta vendita fa per prezzo di scudi Mille et settantacinque di moneta à giuli dicei per scudo, à M. Pasqual Vetio da Segni. 

Si dichiara clie il Vendetore si riserba doi Migliara de Mattoni novi che stanno in detta Vigna et Una Colonna scannellata di Marmo, parimenti esistente in detto luogo: in Roma detto di 28 di Settembre 1580 » 

[Not. Prospero Campano, prot. 447, e. 67-68]. 


Questo documento è di molto valore perchè lo Stefano Pernigoni, la cui vigna occupava il cuore stesso degli orti Lamiani, a confine con la vigna Fusconi da Norcia, è uno dei personaggi che hanno preso parte al ritrovamento del gruppo dei Niobidi, descritto a p. III: anzi pare che si fosse costituito intermediario tra gli scopritori che furono i fratelli Tomraasini da Gallese, e l'acquirente che fu il card. Ferdinando de' Medici.

Vedi i documenti raccolti dal Fabroni, Dissert. sulle statue appartenenti alla favola di Nlobe p. 20 e seg. È possibile che a questa vigna Pernigoni si riferisca il ricordo: 

« In una... vigna incontro alla detta (Fusconi) vi fu trovato un Seneca di marmo nero, con altri frammenti di statue, ed alcuni pezzi di termini »
(Vedi Visconti, Mus. Borghes. tomo III, tav. 83)

Io credo che alla scoperta dei Niobidi debba collegarsi in qualche modo l'altra accennata dal Vacca, Mera. 23:

Non molto lontano (dai ss. Pietro e Marcellino) nella vigna di Francesco da Fabriano vi furono trovate sette statue nude di buona mano, ma gli antichi moderni le avevano in molti luoghi scarpellate . . . Vi furono trovati ancora molti condotti antichi di piombo e di terracotta". 

(Sulla scoperta delle " Nozze Aldobrandine " avvenuta al tempo di Clemente Vili, vedi Zaccato, Idea de Pittori, libro II, p. 37)



FABRONI

Nella Dissertazione sulle statue appartenenti alla favola di Niobe stampata in Firenze l'anno 1779, il Fabroui dà le notizie seguenti relative alla scoperta del gruppo famoso, tolte da documenti dell'archivio mediceo. 

Il nome de' cavatori è Valerio da Rieti, Ceccuccio da Modena, e Paolo milanese. 


La vigna dove si sono trovate è attaccata alla vigna di messer lerouimo Altieri, e dall' altra parte confina con la vigna di messer Gio: Battista Argenti e innanzi la via publica che va a porta maggiore, appresso s. Gio. Laterano. 


I nomi delli patroni della vigna e delle statue si chiamano uno Gabriele, l'altro Thomaso dcThomasini da Gallese. Le dette statue si trovano in casa delli detti Thomasini, in un tinello attaccato al giardino loro e cortile:

« Statue n. 13 della Niobia. La Lotta (i due giovinetti stramazzanti) che sono senza testa " . 

[Lettera del Pernigoni al sig. Girolamo Varese] « Queste sono il numero delle statue. 15. computato l'Allotta perdei, e la Niobia per doi. 
Oltre alle 15. vi è un torso quale è rimasto alla vigna, e non potrà servir per altro che ad acconciar le altre... 24 giugno 1583 » 

Il quarto dei cavatori ascese a scudi 450, i tre quarti del Tommasini a scudi 1350. 


Scavi del 2000

Recenti scavi del 2006-2009 sotto la sede dell'ENPAM hanno rimesso in luce alcuni settori finora sconosciuti degli Horti Lamiani, prossimi all’area dove Lanciani aveva documentato un lungo criptoportico dotato di un pavimento in alabastro e di preziose decorazioni parietali, scandito da colonne in marmo giallo antico con basi in stucco dorato, il cui arredo trova riscontro nella testimonianza delle fonti letterarie.

Il nuovo settore individuato sotto la sede dell'ENPAM si sviluppa intorno ad un’aula di rappresentanza (400 m²), originariamente rivestita da sectilia, dotata di ambienti di servizio e d’una fontana.

Il complesso, riferibile a diverse fasi edilizie, è articolato in terrazze-giardino contenute da strutture in opera reticolata, con un tratto di strada basolata connessa alla via Labicana, forse il limite della proprietà.

L’aula va attribuita agli interventi di Alessandro Severo (222-235 d.c.), testimoniati all’Esquilino anche dalla costruzione dei "Trofei di Mario" (Nymphaeum Alexandri) e da alcune fistulae aquariae che provano l’esistenza d’un complesso rientrante nel patrimonio personale dell’imperatore; raffinatissimi i centinaia di frammenti d’intonaci dipinti e i materiali decorativi di pregio, databili a partire dall’impianto della residenza imperiale e recuperati nel corso dello scavo.

Il nuovo settore può collegarsi al complesso scoperto da Lanciani per il ritrovamento di elementi marmorei decorativi identici a quelli venuti in luce nel XIX secolo, oggi conservati nei Musei Capitolini.

I livelli più antichi sono da riferire alle fasi d’impianto della villa e, ancor prima, alla necropoli esquilina, ben attestata dalle fonti letterarie e in età moderna dagli studi di Giovanni Pinza. In tempi recentissimi, i lavori per la Linea A della Metropolitana hanno permesso la scoperta di un nuovo settore degli horti in corrispondenza all'angolo sud-orientale di piazza Vittorio Emanuele II.

Alcuni degli edifici tardo repubblicani poggiano sui resti di un recinto sepolcrale costruito in opera quadrata di blocchi di tufo; questo sembra confermare i dati attestati nelle fonti antiche, secondo cui gli horti dell'Esquilino sarebbero sorti in seguito ad un intervento di bonifica dell'antica necropoli da parte di Gaio Cilnio Mecenate.

Altri ritrovamenti collegabili con la residenza imperiale sono avvenuti nel corso degli scavi di ammodernamento della Metropolitana di Roma (Linea A) nel quadrante sud-est dei giardini di piazza Vittorio Emanuele II fra gennaio 2005 e novembre 2006.

Lo scavo della Soprintendenza ha indagato un'area di 160 m² nella quale sono stati trovati degli ambienti in cui si succedono ben sette fasi edilizie, tra gli ultimi decenni del I sec. a.c. e l'età tardo antica.



OGGI

Scoperto il settore di una villa appartenuta all’imperatore Caligola all’Esquilino.
Il ritrovamento è avvenuto a Piazza Vittorio e riguarda un nuovo settore degli Horti Lamiani, appartenuti ad un console del 3 d. c. e all’imperatore Caligola, risparmiati dalle demolizioni ottocentesche per la costruzione del quartiere.

La scoperta è stata fatta nel corso dei lavori per la realizzazione di un edificio destinato a diventare la nuova sede dell’ente di previdenza dei medici e che prevede, tra l’altro, 6 piani di parcheggio interrato. Le indagini archeologiche hanno consentito di scoprire una grande aula a destinazione pubblica originariamente pavimentata con lastre marmoree, poi trafugate, e alcuni ambienti di servizio, di cui uno pavimentato a mosaico. Ritrovato anche un tratto di una via basolata connesso all’antica via Labicana, così come un ingresso monumentale, marcato da una scala in marmo posta al centro di due lunghi muri.

Nel corso degli scavi sono emersi rivestimenti marmorei, monili d’oro, gemme (cristalli di rocca, ametiste, corniole, peridoti e lapislazzuli), e pregevoli intonaci pertinenti agli arredi della villa. In particolare capitelli con marmi e calcari colorati, alcuni identici a quelli già attribuiti ad un fastoso corridoio rinvenuto al di sotto di via Emanuele Filiberto ed oggi esposti ai Musei Capitolini.


Scavi 2013

Scavando attorno al Palazzo delle poste si sono rivenuti due livelli si edificazione romana, tra cui un muro adrianeo come testimoniato dai bolli del laterizio, che doveva senz'altro far parte degli Horti Lamiani. Gli scavi sono tuttora in corso d'opera.


Scavi 2017

Ancora parti degli Horti Lamiani

VOLTA GATTI  (Piazza Dante)

Piazza Dante

l’ultima scoperta archeologica solo una settimana fa, un pavimento a mosaico «che rappresenta paesaggi e giardini», e gli scavi, che hanno già portato alla luce una sala semicircolare affrescata degli Horti Lamiani (denominata «Volta Gatti» dal nome del primo scopritore Giuseppe Gatti agli inizi del ‘900) dureranno ancora due settimane al di sotto dell’edificio della Cassa Depositi e Prestiti.
La scoperta è importante: un’aula ben conservata nelle sue decorazioni, dalle prime in pasta vitrea alle ultime che riprendono i decori della Domus Aurea. Per cui per questi Horti di un aristocratico del I secolo, Lucio Elio Lamia, si può parlare di una sorta di Domus Aurea prima di quella di Nerone, che adesso è al sicuro in grandi casse e che sarà «de-localizzata». 

La sistemazione ideata dalla Soprintendenza e dall’architetto Stefano Borghini è sulla stessa piazza, ridisegnata secondo il sottostante tracciato archeologico, con scalee per riprendere l’ aspetto dei giardini imperiali, e con un edificio in muratura circolare, per contenere la curva della sala all’interno, con una parte vetrata anche per proiezioni multimediali che raccontino le meraviglie di questi primi edifici al di là delle Mura Serviane. 



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