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ARCO DI MARCO AURELIO


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PANNELLI DELL'ARCO DI MARCO AURELIO SULL'ARCO DI COSTANTINO

L’arco di Marco Aurelio, di cui ci restano tre rilievi, più il frammento di un quarto, che si trovavano tra il VII secolo d.c. e la metà del ’500 nella chiesa dei Santi Luca e Martina nel foro romano, era situato anticamente accanto alla curia Iulia, dove si erano conservati anche due dei suoi quattro piloni. 

Marco Aurelio, al comando dell'esercito romano aveva battuto le popolazioni germaniche e sarmatiche a nord del medio corso del Danubio, per cui aveva ottenuto per decreto del Senato romano il trionfo insieme al figlio Commodo, da poco nominato Augusto. In suo onore venne eretta una statua equestre, tuttora custodita nel Palazzo dei Conservatori e appunto un arco di trionfo.

L'arco era decorato in tutto da dodici splendidi rilievi che celebravano il trionfo del 176 d.c., otto dei quali inseriti nell’arco di Costantino quando l’arco di Marco Aurelio era stato smontato, e aveva una iscrizione dedicatoria. Sotto di esso era un passaggio che portava al Foro di Cesare e a quello di
Augusto.

PANNELLI DELL'ARCO DI MARCO AURELIO SULL'ARCO DI COSTANTINO

LA MORTE DI MARCO AURELIO 

« Uomo, sei stato cittadino in questa grande città: che ti importa se per cinque anni o per cento?  Quel che è secondo le leggi ha per ognuno pari valore. 

Che c'è di grave allora se dalla città ti espelle non un tiranno o un giudice ingiusto, ma la natura che ti ci aveva introdotto? 

A stabilire che il dramma è completo infatti è chi allora fu responsabile della composizione, ora del dissolvimento; tu invece non sei responsabile né dell'una né dell'altro. Quindi parti sereno: chi ti congeda è sereno. »

(Marco Aurelio, 12.36.)

Marco, sentendo che i suoi giorni erano alla fine e il dovere compiuto, accettò da stoico una morte onorevole, astenendosi dal mangiare e bere, per morire il più rapidamente possibile. Il sesto giorno, chiamati gli amici e deridendo le cose umane disse loro:

 « Perché piangete per me e non pensate piuttosto alla pestilenza e alla morte comune? Se vi allontanerete da me, vi dico, precedendovi, statemi bene ». 

Nel settimo giorno si aggravò e ammise brevemente solo il figlio alla sua presenza, ma quasi subito lo mandò via, per non contagiarlo. Uscito Commodo, coprì il capo come se volesse dormire, come il padre Antonino Pio, e quella notte morì.

ARCO DI COSTANTINO

L'IMPERATORE BUONO

Marco Aurelio fu giudicato uno dei cinque buoni imperatori, in realtà furono quattro ma Costantino vi si aggiunse e vi venne aggiunto dai cristiani (pur avendo assassinato figlio e moglie per cui qualche perplessità rimane e anche perchè doveva essere il popolo a deciderlo), ciononostante l'arco di Marco Aurelio venne abbattuto. 

 Dei 36 archi di trionfo che Roma possedeva ne rimangono l'arco di Tito, di Settimio Severo, di Costantino e di Giano quadrifronte. Gli archi sono andati del tutto distrutti nel corso dei secoli soprattutto per volere dei papi susseguitisi.

Nell'Arco di Costantino, nella parte più alta, il cosiddetto attico, al centro dei lati maggiori, compare un'ampia iscrizione, affiancata da coppie di rilievi che si ritengono tratti dall'Arco di Marco Aurelio. Ora questo imperatore era nato nel 121 e morto nel 180, e il suo arco venne eretto per le sue vittorie del 176, invece Costantino era nato nel 274 ed era morto nel 337 e il suo Arco di Trionfo venne eretto nel 315 in occasione dei decennalia (dieci anni di regno) dell'imperatore.

Pensare che l'Arco di Marco Aurelio sia crollato per incuria a seguito dei fattori del tempo è quanto mai azzardato, perchè venne a mancare meno di 140 anni dopo la sua edificazione e con il modo di costruire dei romani un arco durava molti secoli, se poi era a quattro piloni era praticamente eterno.

PANNELLO DELL'ARCO DI MARCO AURELIO:
MARCO AURELIO MOSTRA CLEMENZA AI CAPI DEI BARBARI VINTI

IL CRISTIANESIMO RELIGIONE DI STATO

Il cristianesimo nel quarto secolo fu adottato come religione di Stato per primo dall'Armenia nel 301, in Etiopia nel 325 e in Georgia nel 337, e infine dall'Impero Romano nel 380. Nonostante la presunta apparizione della Croce durante la battaglia di Ponte Milvio, all'epoca della costruzione dell'arco, Costantino non aveva ancora reso pubblica alcuna preferenza sul Cristianesimo.

L'imperatore, che aveva ribadito libertà di culto alle popolazioni dell'Impero Romano nel 313, partecipò solo nel 325 al concilio di Nicea. Nonostante la discussa frase « instinctu divinitatis » (per ispirazione divina) sull'iscrizione, all'epoca Costantino non aveva particolari predilezioni tra le religioni, tanto più che fino all'ultimo celebrò il Natale del Sole Invitto, sua divinità preferita. 

Il Dies Natalis Solis Invicti, era un culto molto simile a quello di Mitra. Il culto del Sole rimase invariato fino all’emanazione dell’Editto di Teodosio del 380 d.c., che proibì qualunque culto che non fosse quello cristiano niceno. Ma il Dies Natalis passò pari pari al culto cristiano attribuendogli alla stessa data, il 25 dicembre, la nascita di Gesù Cristo.

PANNELLO DELL'ARCO DI MARCO AURELIO:
MARCO AURELIO CELEBRA UN SACRIFICIO DAVANTI AL TEMPIO DI GIOVE

Tra i rilievi dell'arco sono infatti presenti scene di sacrificio a diverse divinità pagane (nei tondi adrianei) e busti di divinità sono presenti anche nei passaggi laterali, mentre altre divinità pagane erano raffigurate sulle chiavi dell'arco.

Significativamente però, tra i pannelli riciclati da un monumento dell'epoca di Marco Aurelio, furono tralasciati nel reimpiego proprio quelli che si riferiscono al trionfo e al sacrificio capitolino (che sono oggi ai Musei Capitolini), raffiguranti quindi la più alta cerimonia della religione di Stato pagana.

Ma la cosa più notevole fu che Costantino prelevò i medaglioni dall'Arco di Marco Aurelio, che dal tempo della sua erezione era esistito per meno di 140 anni. Non poteva certamente essere crollato in così poco tempo, tendendo conto poi che si trattava di un arco a quattro piloni, quindi molto ma molto stabile.

Evidentemente Costantino ne aveva prelevate delle parti non perchè l'arco di Marco Aurelio era crollato, (del resto aveva prelevato anche dall'Arco di Adriano) ma per partecipare dell'amore che il popolo romano aveva per questi due imperatori, mentre ne aveva molto meno per lui.

PANNELLO DELL'ARCO DI MARCO AURELIO:
MARCO AURELIO ENTRA A ROMA IN TRIONFO

A TRIPOLI

L'arco di Marco Aurelio è un arco romano della città di Oea, oggi Tripoli, ove si trova presso l'entrata nordorientale della Medina. Si tratta di un tetrapilo, un arco trionfale quadrifronte, sormontato da una particolare cupola ottagonale, che fu fatto innalzare (interamente in marmo) da Gaio Calpurnio Celso, duumviro quinquennale della città, per commemorare le vittorie sui Parti di Lucio Vero (Roma 130 – Altino 169), fratello dell'imperatore Marco Aurelio (Roma 121 – Sirmio o Vindobona 180).

Il tetrapilo (tetrapylon, «quattro porte») è un antico tipo di monumento romano di forma cubica, con una porta su ognuna delle quattro facce laterali: generalmente eretto in corrispondenza delle intersezioni stradali. 

Tra i tetrapylon più famosi:
l'arco di Giano a Roma, di Malborghetto a Roma, dei Gavi a Verona, di Cáparra,  di Marco Aurelio a Tripoli, di Settimio Severo a Leptis Magna, di Galerio a Salonicco, l'arco quadrifronte sull'Appia a Terracina, l'Heidentor di Carnunto, il tetrapilo di Lambaesis, il tetrapilo di Afrodisia, il tetrapilo di Palmira (distrutto dallo Stato Islamico nel 2017), l'arco di Settimio Severo a Laodicea, il tetrapilo settentrionale e quello meridionale di Jerash, l'arco di Caracalla a Tébessa.

Il mistero dell'Arco di marco Aurelio è che la sua esistenza non viene citata in nessuna fonte antica conosciuta e si sa che è esistito solo in base ai pannelli sopravvissuti che ritraggono il Trionfo di Marco Aurelio contro i popoli germanici, e che si presuppongono appartenuti a questo Arco.

Probabilmente era ubicato in Campo Marzio nei pressi della sua Colonna coclite nell' attuale Piazza Colonna. Fu dedicato come di normale spettanza dal Senato e dal Popolo Romano, "senatus populusque romanus". all’Imperatore Marco Aurelio ed è noto grazie anche ad una iscrizione.

Fu inaugurato durante la prima fase delle guerre marcomanniche forse tra il 173 ed il 176 che si conclusero con il trionfo dell’ Imperatore, insieme al figlio Commodo, sulle genti germaniche e sarmatiche alla fine del 176.


TESTIMONIANZE SUI PANNELLI

Una testimonianza di chi vide i probabili pannelli in marmo che rivestivano l’ Arco , e’ dello storico Ernest Renan, autore di un libro, tra altri suoi libri a carattere religioso, su Marco Aurelio, dal titolo : “Marco Aurelio e la fine del mondo antico” , che così descrive quanto rimane dell’ Arco, a suo parere con figure poco marziali : “Cio’ che resta del suo Arco di trionfo ha un aspetto assai molle, tutti, perfino i barbari hanno un’ aria d’ eccellenza, persino i cavalli hanno uno sguardo tenero e filantropico”

L' esistenza di questo Arco dedicato all' Imperatore Marco Aurelio è ipotizzata in base al ritrovamento di dodici pannelli, di cui otto pare fossero utilizzati per l’ Arco di Costantino, tre sono conservati nel Palazzo dei Conservatori dei Musei Capitolini e un ultimo, di cui resta però solo un frammento, si trova oggi a Copenaghen.

I rilievi, scolpiti in due riprese, nel 173 e nel 176. erano stati attribuiti ad un Arcus aureus o Arcus Panis Aurei in Capitolio citato dalle fonti medioevali e che sorgeva sulle pendici del Campidoglio all' incrocio tra la Via Lata e il Clivus Argentarius, non lontano dalla Chiesa dei Santi Luca e Martina, dove i tre rilievi dei Musei Capitolini erano stati riutilizzati. 

Un altro possibile sito dove potrebbe essere sorto quest' Arco è nei pressi della Colonna di Marco Aurelio in funzione di entrata monumentale al porticato che circondava la Colonna e al Tempio dedicato a lui ed alla moglie Faustina minore.

ARCO DI MARCO AURELIO A TRIPOLI

Secondo molti però l'arco di Marco Aurelio è fatto risalire al 165, e non a data posteriore, perché l'imperatore è indicato soltanto col titolo di armeniacus e non anche con quello di medicus e parthicus, che gli sarebbe stato conferito nel 166. 

Sui due frontoni principali appaiono i numi tutelari della città, Apollo e Minerva, su bighe trainate da grifoni e sfingi; ma secondo un'altra interpretazione, sulle bighe sarebbero ritratti rispettivamente di Lucio Vero e della Dea Roma.

Nelle quattro nicchie poste sulle facciate a nordest e a sudovest dell'arco, ora vuote, dovevano apparire le statue degli imperatori, come quella di Lucio Vero che fu recuperata durante gli scavi novecenteschi.
Nel corso dei secoli successivi l'arco fu parzialmente interrato. Subito dopo la conquista coloniale, tra il 1914 e il 1918, fu recuperato dall'amministrazione italiana che ne curò il consolidamento e il restauro.

Conclusione: se i pannelli dell' Arco di Costantino fossero attribuibili a Traiano anziché a Marco Aurelio, come sembra sia in base anche alla somiglianza del volto, questi pannelli potrebbero provenire dal Grande Fregio del Foro di Traiano che si ipotizza fosse stato collocato forse nel perimetro o all' interno del suo Foro . Esso raffigurava le gesta di Traiano al termine della conquista della Dacia nel 106 / 107.


RODOLFO LANCIANI

Rodolfo Lanciani ipotizza che l' Arco di Marco Aurelio possa essere identificato con l' Arco di Portogallo, anch' esso scomparso:

"...  l' Arco congiungeva con funzioni di passagigo il palazzo Fiano Almagià con l' edificio di fronte, al di là della Via Lata (attuale Via del Corso) esattamente nel punto dove fa angolo con Via della Vite. Il "Liber Pontificalis" fin dal 792 ricorda l' Arco....  la vita dell' Arco e il suo servizio di passaggio durarono fino al 1662 perché l' Arco infastidiva la prospettiva della veduta (della Via Lata)....   finche' il Papa Alessandro VII ordinò a Carlo Fontana la demolizione dell' Arco ritenuto una strozzatura da eliminare per dare maggior respiro al passaggio sulla Via del Corso (antica Via Lata - Flaminia). 

La fine dell' Arco di Portogallo (forse di Marco Aurelio) è ricordata da una lapide (questa è l' iscrizione nominata in precedenza) posta nel 1665 sulla Via del Corso all' angolo con Via della Vite...  dei tre bassorilievi (che ornavano l' Arco) due furono portati nel Palazzo dei Conservatori (sul Campidoglio, mentre il terzo vi giunse in un secondo tempo dopo vari passaggi di mano). "


BIBLIO

- Historia Augusta - Vite di Adriano, Antonino Pio, Marco Aurelio, Lucio Vero, Avidio Cassio e Commodo -
- Ernest Renan - Marco Aurelio e la fine del mondo antico - Milano - Corbaccio - 1937 -
- Frank McLynn - Marcus Aurelius: Warrior, Philosopher, Emperor - Londra - Bodley Head -2009 -


ARCO DI GRAZIANO, VALENTINIANO E TEODOSIO


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ARCO DI GRAZIANO, VALENTINIANO E TEODOSIO


ARCVS GRATIANI VALENTINIANI ET THEDOSII 

L'Arco di Graziano, Valentiniano e Teodosio era un arco trionfale presente a Roma e dedicato agli imperatori romani: Graziano figlio di Valentiniano I (359 – 383), Valentiniano I ( 321 – 375) e Teodosio I (347 – 395). 

Pur non essendo più esistente, esso era situato in Campo Marzio: la sua epigrafe è stata rinvenuta, insieme ad alcuni resti dell'arco, nei pressi della Chiesa dei Santi Celso e Giuliano, situata in via del Banco di Santo Spirito.



GRAZIANO

Flavio Graziano, figlio di Valentiniano I che lo nominò augusto a soli otto anni, nel 367, ma alla morte di suo padre a soli 44 anni, nel 375, le truppe di stanza in Pannonia proclamarono imperatore d'occidente il suo fratellastro, Valentiniano II. Fu uomo gentile e collaborativo, senza sete di potere, rifiutò la veste di porpora pur accettando la nomina, rifiutando anche il titolo di Pontifex Maximus, data la sua fede. 

Secondo altri fu facilmente influenzabile e schivo dai compiti dello stato preferendo le sfide e i circhi dove si esibiva abbondantemente. Probabilmente sono attendibili ambedue le ipotesi. dell'assenza di sete di potere e di scarsa audacia.

IN ROSSO LA SELEZIONE DELL'ARCO


VALENTINIANO I

Flavio Valentiniano (321 – 375) affidò le regioni orientali al fratello minore Valente, e poco dopo associò al trono anche il figlio Graziano. Valentiniano e Valente erano cristiani e dunque abbandonarono la politica di Giuliano in campo religioso.

Valentiniano rafforzò con battaglie vittoriose il confine del Reno e dell'alto Danubio. Alla sua morte nel 375, dovuta a cause naturali, dopo 11 anni di regno, le truppe acclamarono Augusto anche l'altro figlio, Valentiniano II.



TEODOSIO IL GRANDE

Flavius Theodosius Augustus (347 – 395), profondamente cristiano e fortemente intollerante nel 380 con l'editto di Tessalonica fece del Cristianesimo la religione unica e obbligatoria dell'Impero; non solo tolse qualsiasi prebenda agli altri culti dandone abbondantemente ai sacerdoti del culto cristiano, non solo proibì i sacrifici e il culto pagano, ma condannò alla confisca dei beni e all'esilio le famiglie dei pagani, e alla morte i pagani stessi.

Per tale ragione fu chiamato Teodosio I il Grande dagli scrittori cristiani e le Chiese orientali lo venerano come santo. Ciò dette un fiero colpo alla salute dell'impero perchè la sete di potere e di gloria che prima spingeva gli aristocratici romani a diventare generali dell'esercito e a combattere per l'impero ora li spinse a diventare prelati.
 
RESTI DEL PORTICO E DELL'ARCO REINSERITI NEL '400


LA DEMOLIZIONE

I lavori per la realizzazione della Piazza del ponte S. Angelo causarono la scomparsa di alcune case e, soprattutto, dei resti dell'Arco di Graziano, Valentiniano e Teodosio, risalente al IV secolo d.c. Si ritiene si trattasse di un arco di trionfo, posto al termine della "Porticus Maximae", un lungo rettifilo costituito da un complesso di porticati, tra loro comunicanti, costruito sulla "via Tecta" (in latino "tecta" significa "coperta"), che collegava il Teatro di Marcello con il "ponte Elio".

I percorso corrispondeva grosso modo alle odierne vie del Portico di Ottavia, di S.Maria del Pianto, dei Giubbonari, dei Cappellari, dei Banchi Vecchi e del Banco di S.Spirito: l'Anonimo Gaddiano ne attribuiva la costruzione in occasione del ritorno e del trionfo di Giulio Cesare, conquistatore della Gallia.

L'Anonimo Gaddiano, o Magliabechiano, è un manoscritto della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (Cod. Magliab. XVII, 17).Già appartenuto alla famiglia Gaddi, entrò nella collezione di Antonio Magliabechi, da cui i nomi, rappresenta il nucleo centrale della biblioteca fiorentina. Databile più o meno al 1540, è fonte preziosa per la storia dell'arte italiana, costituendo la trattazione più completa prima delle "Le Vite" di Vasari nell'edizione del 1550, da cui lo stesso Vasari dovette attingere molte informazioni.


BIBLIO

- Giuliano Malizia - Gli archi di Roma - Newton Compton Ed. - Roma - 2005 -
- Silvio De Maria - Gli archi onorari di Roma e dell'Italia romana - L'Erma di Bretschneider - Roma 1988 -
- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - Verona - Arnoldo Mondadori Editore - 1984 -
- Auguste A. Beugnot - Histoire de la Destruction du Paganisme en Occidente - 1832 -
- Orosio - Historiarum adversus paganos libri septem -



ARCO AUREUS ALEXANDRI


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L'ARCUS AUREUS ALEXANDRI O ARCUS ARCADII, HONORII ET THEODOSII

Arcus Arcadii Honorii et Theodosii, ovvero l'Arco di Arcadio, Onorio e Teodosio, ma detto pure arcus aureus Alexandri, era un arco trionfale realizzato interamente in marmo, eretto a Roma dal Senato in onore dei tre Imperatori Arcadio, Onorio e Teodosio II, nel corso del V secolo.

ARCVS THEODOSII. « Gli archi di Teodosio, di Valentiniano et di Gratiano (furono) non lontani dal ponte del Castello; i fragmenti de quali poco fa, furono dissotterrati vicino alla chiesa di santo Celso »
(Rodolfo Lanciani)
Si pensa che R. Lanciani si riferisse l'Arco di Arcadio, Onorio e Teodosio.

Il monumento ricordava la vittoria contro i Goti di Alarico nel 402 da parte del generale romano Stilicone a Pollenza, oppure nel 405-406 d.c.. su Radagaiso in onore di tre imperatori e per commemorare le loro vittorie sui Goti (CIL VI.1196; HJ 598). 
L'Arcus Aureus Alexandri viene spesso riferito con l'aggiunta di "ad Sanctum Celsium", che sta cioè nella chiesa di San Celso, dove l'arco doveva essere stato inglobato nel campanile.



ARCADIO

Arcadio (Spagna, 377 – Costantinopoli, 408) Alla morte di Teodosio I, l'Impero romano venne diviso in Impero Romano d'Oriente e Impero Romano d'Occidente. Arcadio ottenne il controllo dell'Impero d'Oriente (in quanto la parte più ricca delle due), mentre il secondogenito di Teodosio, Onorio, divenne imperatore d'Occidente.

Arcadio fu dominato per il resto della sua vita da Antemio, suo prefetto del pretorio, che fece pace con Stilicone ad Occidente. Arcadio era più preoccupato di apparire come un pio cristiano che delle questioni politiche o militari, detenendo nominalmente il controllo dell'impero fino alla sua morte, avvenuta per malattia nel 408.



ONORIO

Flavio Onorio (Costantinopoli 384 – Ravenna 423) è stato un imperatore romano, il primo dell'impero romano d'Occidente, dalla morte del padre Teodosio I (395) alla propria. Già nel 393 ricevette il titolo di augusto. Durante il suo regno, il fratello maggiore, Arcadio, resse l'Impero d'Oriente.

Onorio fu giudicato indifferente alle sorti del suo regno, in realtà era dotato di scarsa reattività e intelligenza, ma anche di presunzione ed invidia. 

Fece uccidere l'unico difensore dell'impero, Stilicone. È noto soprattutto per il fallimento della trattativa con il generale Alarico, che tenne in assedio Roma, offrendosi però di diventare generale dell'Impero Romano d'Occidente; vistosi negato l'incarico dallo sciocco Onorio, Alarico saccheggiò Roma dal 24 agosto al 27 agosto 410.

Percorso della processione imperiale di Onorio a San Pietro:
l. Arco di Arcadio (377-408), Onorio (384 - 423) e Teodosio II (401-4509;
2. Arco di Graziano, Valentiniano Il e Teodosio;
3. Sepolcro di Adriano;
4. Basilica di San Pietro
(da Liverani 2007c).



TEODOSIO I

TEODOSIO
Flavio Teodosio, conosciuto anche come Teodosio I il Grande (Coca in Spagna 347 – Milano 395), regnò dal 379 fino alla sua morte e fu l'ultimo imperatore a regnare su di un impero romano unito. 

Nel 380 con l'editto di Tessalonica impose il Cristianesimo come religione unica e obbligatoria dell'Impero, rompendo quella tradizione di tolleranza per razze e religioni che avevano illuminato la Repubblica e l'Impero Romano. Chiuse anche i millenari Ludi Olimpionici perchè ritenuti pagani.

Fece demolire o trasformare i templi in chiese cristiane, ponendo nel 392 la pena di morte per i sacrifici agli Dei pagani. Era il declino di una grande civiltà ma gli scrittori cristiani lo chiamarono per questo Teodosio il Grande e le Chiese orientali lo venerano come santo. 


L'ARCO SUL PONTE DI NERONE

L'arco era collocato all'estremo orientale del ponte di Nerone e molto vicino ad esso. Il ponte venne costruito infatti sotto l'imperatore Nerone nel I secolo, per migliorare i collegamenti con le sue proprietà sulla riva destra del fiume. Nelle Mirabilia (ch. 5) è chiamato Arcus Aureus Alexandri, ed erroneamente locato vicino alla chiesa di S. Celso non lontano dalla chiesa di S. Urso (HCh 501).

L'arco venne infatti eretto nel V secolo dal Senato romano in onore dei tre imperatori Arcadio, Onorio e Teodosio II in seguito ad una vittoria del generale Stilicone contro i Goti. Secondo altri invece l'arco commemorava la battaglia del 402 di Stilicone contro Alarico, secondo altri ancora commemorava sempre una vittoria di Stilicone ma quella del 405-406 su Radagaiso.

Il monumento fu interamente spogliato dei suoi marmi per edificare le nuove chiese e i nuovi palazzi, per quell'iconoclastia selvaggia che pervase il nuovo cristianesimo per tutti i secoli del Medio Evo ed oltre. Era collocato nel Campo Marzio all'inizio della via Trionfale, all'ingresso del Ponte Neroniano, o ponte Trionfale a Roma, che consentiva all'antica via Trionfale, asse della viabilità del Vaticano in epoca romana, di attraversare il fiume Tevere. 

STILICONE E GALLA PLACIDIA



STILICONE CONTRO ALARICO

Stilicone usò le legioni del Reno e della Britannia per la guerra contro Alarico, riuscì a liberare Milano dall'assedio di Alarico che venne sconfitto nella battaglia di Pollenzo, del 402. 

Stilicone aveva catturato preziosi ostaggi goti, tra cui la moglie e i famigliari di Alarico che per riottenererli, fu costretto a negoziare ma non rispettò i patti, e in una nuova battaglia con Stilicone nei pressi di Verona, venne nuovamente sconfitto. Nella sua ritirata verso le Alpi, Alarico assistette alla diserzione di interi ranghi del suo esercito in favore di Stilicone.



STILICONE CONTRO RADAGAISO

Radagaiso fu invece un condottiero ostrogoto, capo di una vasta coalizione di tribù germaniche e celtiche che invase l'Italia tra il 405 e il 406, devastando Emilia e Toscana per poi essere sconfitto da Stilicone, al comando dell'esercito romano rafforzato da schiavi liberati e truppe ausiliarie, nella battaglia di Fiesole (23 agosto 406). 

Radagaiso tentò la fuga portandosi dietro l'abbondante bottino, ma fu catturato e messo a morte insieme ai suoi figli presso Firenze.

Inutile dire che l'Arco di trionfo, anzichè ai tre imperatori, avrebbe dovuto essere eretto al grande generale Stilicone, ma da Augusto in poi i generali vincenti facevano solo parte del carro dei vincitori, guidati ormai dagli stessi imperatori.

L'imperatore Teodorico (454 - 526) nel 500 si fermò a san Pietro e solo successivamente entrò a Roma. Ciò significa che non passò per la via Lata, ma per il ponte Elio, l'arco di Graziano, Valentiniano e Teodosio, le Porticus Maximae, e infine per l'arco di Arcadio, Onorio e Teodosio II.


VITTORIA SU RADAGAUSIO


LA DISTRUZIONE

Attestato ancora nel Medioevo come esistente, e indicato come Arcus Aureus Alexandri a causa dei suoi ricchi ornamenti, venne prima depredato di ogni suo ornamento e poi distrutto successivamente all'inizio del XV secolo, quando era ancora conservata per intero la sua struttura in laterizio, priva però della decorazione originaria.

Pur non essendo l'arco più esistente, se ne è rinvenuta l'epigrafe, insieme ad alcuni suoi resti, nei pressi della Chiesa dei Santi Celso e Giuliano, in via del Banco di Santo Spirito. L'antipapa Nicolao V ebbe solo due anni di regno ma riuscì in si breve tempo a distruggere gli avanzi dell'arco che emergevano dal suolo per rendere rettilinea la via di s. Celso (de Banchi). 

La parte nascosta dall'accrescimento del suolo fu scavata nel primo quarto del secolo seguente, Cf Fulvio-Ferrucci, p. 115.
" Gli archi di Teodosio etc non lontani dal ponte del Castello, i fragmenti de' quali, poco fa, furono disotterrati vicino alla chiesa di Santo Celso (Vedi anche Bull. Com. 1893, p. 20 segg)."


BIBLIO

- Giuliano Malizia - Gli archi di Roma - Newton Compton Ed. - Roma - 2005 -
- Silvio De Maria - Gli archi onorari di Roma e dell'Italia romana - L'Erma di Bretschneider - Roma 1988 -
- Luigi Canina - Storia e topografia di Roma antica e sua campagna - Vol. III - Roma -Tipi dello stesso Canina - 1841 -
- S.B.Platner e T.Ashby - A Topographical Dictionary of Ancient Rome - London - 1929 -
- S.Stevenson, Seth William (DNB00), W:Frederic Madden, W:Charles Roach Smith - A Dictionary of Roman Coins, Republican and Imperial - editor; W:Frederick William Fairholt - 1889 -



ARCUS MANUS CARNEAE


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SI SUPPONE FOSSE UN ARCO QUADRIFRONTE COME L'ARCO DI LEPTIS MAGNA QUI RIPRODOTTO
Tra i monumenti sopravvissuti alle distruzioni della Roma antica, gli archi trionfali sono quelli sui quali, fin dai primi studi umanistici, si è concentrata in misura maggiore l'attenzione di antiquari e topografi.

Per la loro Stessa natura celebrativa, la dislocazione di questi monumenti era sempre legata alla viabilità, ossia all'elemento più duraturo di ogni impianto urbano. L'erezione degli archi trionfali a Roma era connessa con le più importanti conquiste militari. Per questa ragione sono stati considerati dopo la fine dell'epoca imperiale la testimonianza più tangibile dell'antica grandezza dell'Urbe.

Ammirati fin nei più antichi cataloghi regionari, descritti negli itinerari e nelle guide per i pellegrini, menzionati nelle prime raccolte di iscrizioni pubbliche, gli archi, insieme alle due colonne coclidi, sono Stati fra i primi monumenti antichi a ricevere le cure necessarie alla loro conservazione e a essere oggetto, poi, di veri e propri interventi di restauro.

Nonostante ciò, alcuni di quelli sopravvissuti dall'antichità hanno subito in epoca moderna un progressivo smantellamento o una completa distruzione. Nella maggior parte dei casi, di questi archi perduti si conserva testimonianza letteraria e documentazione grafica:
- l'arcus Novus,
- l'arcus Claudi,
- l'arco di ingresso all'area dell'Hadrianeum,
- l'arco detto di Portogallo, tutti collocati lungo la via Lata, cioè il tratto iniziale della Via Flaminia.



MANUS CARNEAE

Talvolta, invece, se n'è perduta ogni traccia, e persino l'esatto luogo di collocazione originaria. Tra questi ultimi vi è l'arco denominato «Manus Carneae», scomparso da tempo e noto soltanto per la sua menzione nelle fonti medievali, che lo collocano ai piedi del Campidoglio, lungo il versante nord-orientale.

Il monumento è ricordato nell'itinerario liturgico di Benedetto Canonico e in cinque diverse versioni dei « Mirabilia Urbis Romae ».

Benedetto visse nella prima metà del XII secolo e la sua unica opera letteraria, il « Liber Politicus », fu scritta dietro richiesta del cardinale di S. Marco, Guido di Castello, e venne terminata prima del 1143, anno in cui il cardinale venne innalzato al soglio pontificio con il nome di Celestino Il (1143-1144). Il nucleo centrale dell'opera, costituito dall'«Ordo Romanum», riprende e rinnova l'antico cerimoniale del clero romano, con le feste e le cerimonie vecchie e nuove.

1) L'arco viene menzionato appunto lungo l'itinerario che, nel giorno della « secunda feria » di Pasqua, conclusa la messa celebrata nella basilica vaticana, si percorreva a ritroso da S. Pietro a S. Giovanni in Laterano:
« ascendit per Pineam iuxta Palacinam, prosiliens ante Sanctum Marcum; ascendit sub arcu Manus Carneae per clivum Argentarium, inter insulam eiusdem nominis et Capitolium »

Questo passo dimostra che quell'arco, sicuramente trionfale, fu fra S. Marco e la odierna salita di Marforio che portava allora il nome di Clivus argentarius, e per conseguenza dee porsi a Macello de' Corvi. Circa poi la sua etimologia, gli vien data questa dal codice Visconti, ed è una delle tante storielle inserite in questo opuscolo :

"Arcus qui vocatur Manus Carnea ad Sanctum Marcum. Tempore quo Dioclitianus imperator sanctam Luciam matronam pro fide Christi in urbe Roma cruciabat, iussit eam extendi ad verbera, ut fustibus mactaretur. Et ecce, qui eam caedebat, factas est lapideus; manus autem eius carnea remansit usque nunc. Propter hoc vocatur nomen loci illius ad Manum Carneam usque in praesentem diem. Arcus Aureus in Capitello".

2) La seconda citazione del monumento compare nella più antica redazione dei Mirabilia, datata negli stessi anni, dove nel novero degli archi trionfali di Roma, dopo l'arco «qui nunc vocatur Antonini» e prima dell'arco «Panis Aurei» in Campidoglio, viene nominato un «arcus ad Sanctum Marcum qui vocatur Manus Carneae».

3) Come ci informano Svetonio (Dom. 13) e Cassius Dio (LXVIII.1), Domiziano (51-96) eresse diversi archi in suo onore in varie parti dell'urbe. Uno di questi è stato riconosciuto attraverso una recente teoria (PBS III.259‑262) che per certo identifica l'arco riferito da Marziale (VIII.65) con l'Arcus Manus Carneae delle Mirabilia e Ordo Benedicti (ap. Giordano II.666). Quest'arco stava vicino a Piazza Venezia, e forse stava con la congiunzione alla via Lata e al Vicus Pallacinae.

4) La quarta menzione è presente nella «Graphia Aureae Urbis», un'opera letteraria del XIII secolo in cui sono mescolati tre testi più antichi, tra i quali una redazione dei Mirabilia attribuibile forse a Paolo Diacono e databile, per la citazione della tomba di Anastasio IV (1153—1154), non prima della morte di quest'ultimo.

Qui il riferimento topografico a un « arcus qui vocatur Manus Carneae ad Sanctum Marcum » è seguito da una spiegazione del nome: « Tempore quo Diocletianus imperator sanctam Luciam matronam pro fide Christi in urbe Roma cruciabat, iussit eam ext caedebat, factus lapideus; manus autetur nomen loci illius ad Manum Carneae. Et ecce ui eam caedebat, factus lapideus; manus autem eius Carneae remansit usque nunc. Propter hoc vocatur nomen loci illius ad Manum Carneam usque in praesentem diem »

5) La quinta menzione dell'arco si trova nella versione volgare della più antica redazione dei Mirabilia, chiamata «Le Miracole de Rome» e conservata in un codice del Duecento, dove si riporta:
« ad Sancto Marco Arcus lo quale se voca Manus Carnea. Et in quello tempo Dyoclitianus commannao ke sancta Lucia forse menata et martoriata pro la fede de Christo, et quello ke li feria incontenente fo admarmorito, se non solo le mane, ke remasero de carne, et inperzò quello loco vène vocato ad Manus Carneas » (insomma il corpo martoriato divenne di marmo mentre le mani restarono di carne)

6) La sesta Citazione compare, con le medesime parole della prima, nel «De Mirabilibus Civitatis Romae», una versione del testo dei Mirabilia con alcune aggiunte, inclusa nella raccolta di vari libri della Camera Apostolica Compilata tra il 1356 e il 1362 da Nicol Rosell, detto il Cardinale d'Aragona. 

7) Corpus Corporum
"iuxta sanctum Laurentium in Lucina est arcus triumphalis Octaviani; inde prope arcus qui nunc vocatur Antonini; est arcus ad sanctum Marcum qui vocatur Manus carnea; in Capitello arcus panis aurei." (Effemeridi letterarie di Roma - 1820)

Secondo A. Nibby però l'arco di Manus Carneas sarebbe semplicemente l'Arco degli Argentari
"E' quell' arco distrutto da Alessandro VII. ed esistente sul corso sotto il palazzo Fiano: i due bassorilievi che oggi sono nel Palazzo de' Conservatori in Campidoglio mostravano essere un arco eretto a Marco Aurelio, e non ad Ottaviano come la descrizione porta."



IL SIGNIFICATO

Aldilà delle fantasiose favole cristiane sugli improbabili miracoli, il nome dell'Arco è latino e si riferisce al vocabolo manus plurale manibus, che significa mano, modalità e molto altro, e carnea che non ha senso interpretare come una aggettivo, anche perchè nella maggior parte degli scritti il vocabolo è "carneae", che non è di certo interpretabile come "mano di carne".

Di certo non c'era più il riferimento al generale cui fu dedicato, e il nome doveva piuttosto riferirsi a un luogo prossimo all'arco. Nell'effigie a cui potrebbe riferirsi appare a quattro fornici con immagini di sacrifici animali e di buoi.

Con tutta probabilità ci si riferisce alla Dea Carnea (o Cardea) protettrice delle porte, dei passaggi e dei bambini. La mano di Cardea (manus Cardeae, giustamente al genitivo) antica Dea italica, potrebbe essere indicazione di una protezione divina della Dea, ma non vi sono prove in proposito per cui per ora è solo un'ipotesi.


BIBLIO

- Mirabilia Urbis Romae - 
- Liber politicus - Ordo Romanorum -
- Graphia Aureae Urbis -
- Le Miracole de Roma -
- De Mirabilibus Civitatis Romae -
- Effemeridi letterarie di Roma - 1820 -


ARCUS NOVUS - ARCO DI DIOCLEZIANO


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RICOSTRUZIONE IPOTETICA

Arcus Novus (Diocletiani):

L'arco, dedicato a Diocleziano (244-313) per i decennalia (dieci anni di regno) e i ventennalia  (venti anni di regno) del 293, o per il trionfo celebrato a Roma insieme a Massimiano nel 303, è menzionato nel Catalogo Regionale della Regione VII e attribuito a Diocleziano nel Cronografo di 354 A.D. (p148).

L'Arcus Novus era un antico arco di Roma, situato sulla via Lata (attuale via del Corso), probabilmente eretto in onore degli imperatori Diocleziano (244 - 313) e Massimiano (250 - 313). Fu eretto nel 293 e demolito nel 1491 durante i lavori di ingrandimento dell'adiacente basilica di Santa Maria in Via Lata.
ad opera di Innocenzo VIII Cybo (1488-1492, il grande persecutore di streghe ed eretici), che fece rimuovere i resti dell'Arcus Novus eretto da Diocleziano e venne demolita la chiesa di San Ciriaco de Camilliano.

Trattavasi dell'arco di marmo, ornato di trofei, che cavalcava la via Lata, vicino all'angolo nord-orientale della chiesa attuale di S. Maria in Lata, e il nome «Arco Nuovo» deriva probabilmente dal voluto collegamento con il precedente arco di Claudio, che sorgeva poco distante sulla stessa via.

POSIZIONE DELL'ARCO SULL'ANTICA VIA LATA, OGGI VIA DEL CORSO

L'arco fu eretto nel 293 e dedicato a Diocleziano e Massimiano per i loro "decennalia", 
I decennalia erano una celebrazione di dieci anni di regno di un imperatore romano, festa nata durante il regno di Augusto. I vicennalia si celebravano invece dopo 20 anni di regno, come però capitò solo a pochi imperatori (tra cui Augusto, Tiberio, Traiano, Adriano, Antonino Pio, Marco Aurelio, Diocleziano, Costantino I, Costanzo II).

Non abbiamo disegni che forniscano indicazioni sulle caratteristiche dell'arco, sappiamo però che solitamente ma sicuramente gli archi avevano una sola fornice, con due pilastri e duna volta, il tutto più o meno lavorato, mentre il blocco superiore costituiva l’attico che che generalmente era sormontato da una statua equestre e non.

Poiché attraversava la Via Lata era sicuramente un arco bifronte ma, data l'edificazione serrata del luogo, doveva essere appoggiato alle costruzioni che costeggiavano la strada. In effetti in loco sono stati scoperti i resti di un edificio lungo oltre 100 metri, sicuramente un'horrea, sulla Via Lata (resti visitabili dalla Chiesa di Santa Maria in Via Lata), proprio dove si trovava l’arco.

ARA PIETATIS AUGUSTAE
Il nome dell'epoca, "Arco Nuovo", deriva probabilmente dal voluto collegamento con il precedente arco di Claudio, che sorgeva poco distante.

L'arco era decorato di rilievi reimpiegati da un grande altare di epoca claudia (10 a.c. - 54 d.c.).
Sembra chiaro agli studiosi che l'arco fu realizzato con materiali di spoglio provenienti da altri monumenti.

Da quando Roma non era più l’antica capitale, soppiantata ormai da Costantinopoli, non si trovavano più nell'Urbe competenze artistiche e artigianali capaci di realizzare opere come quelle del passato.
Gli artigiani e le maestranze migliori ormai si erano trasferiti a Costantinopoli nuova Capitale dell’Impero e Roma non era più ricca come una volta per cui si ricorreva alla spoliazione dei vecchi monumenti.


RESTI DEL TEMPIO DEL SOLE DI AURELIANO
Nell’Arcus Novus vennero reimpiegati pertanto materiali provenienti da due monumenti celebrativi della gens Giulio-Claudia e simili all’Ara Pacis Augustae: l'Ara Pietatis e l'Ara Gentis Juliae.

L'Ara Pietatis Augustae era un monumento simile all'Ara Pacis, a noi noto attraverso le monete. Sappiamo che fu votato dal Senato per suggerimento di Tiberio nel 22 d. c. per la salute di Livia e consacrato da Claudio nel 43 d.c.
L'Ara Gentis Juliae era un altare che si trovava sul Campidoglio a Roma, dove si davano i diplomi di benservito ai soldati, che avevano dato prove di un buon comportamento negli anni di servizio dovuti.

Probabilmente si era attinto in parte dalle due Are ma non solo, perchè due piedistalli di colonne decorati con Vittorie, barbari prigionieri e Dioscuri sarebbero provenienti dalla facciata del vicino tempio del Sole di Aureliano.


SACRIFICIO DEL TORO E TEMPIO DI MARTE ULTORE

I frammenti di un elevato vennero trovati a questo punto della via Lata nel XVI secolo, e nel 1523 passarono alla collezione Della Valle e quindi alla collezione Medici. L'arco era decorato di rilievi reimpiegati da un grande altare di epoca giulio-claudia (probabilmente l'ara Pietatis), mentre due piedistalli di colonne decorati con Vittorie, barbari prigionieri e i Dioscuri provenivano forse dalla facciata del vicino tempio del Sole di Aureliano.

I piedistalli dell'Arco furono utilizzati nel giardino di Boboli a Firenze, mentre gli altri frammenti furono  (di epoca antoniniana) furono riadoperati da Diocleziano e inseriti appunto nella facciata posteriore di Villa Medici a Roma. Altri frammenti dei rilievi dell'altare furono rinvenuti in scavi del 1923-1933 e sono attualmente conservati nella sede della Centrale Montemartini dei Musei Capitolini. 

L’arco viene ricordato nel Notitia Urbis Romae del IV secolo come Arco Nuovo e sembra che i monaci di S. Ciriaco vi appoggiarono una diaconia; nel 1037 veniva chiamato Arcus Maior ed era anche sostegno per l’abside e la sacrestia della Chiesa di Santa Maria In via Lata, edificata già nel X secolo sopra l’antico convento, che al tempo era orientata verso Sud.

L’arco nel 1280 era crollato in parte finchè nel 1491 il papa Innocenzo diede l’ordine di demolirlo per consentire la ricostruzione di Santa Maria in Via Lata che da semplice Diaconia veniva trasformata in luogo di culto.

THYCHE ED EROTE

Tiche era la divinità che garantiva la floridezza di una città e il suo destino. La sua equivalente romana è la Dea Fortuna.

Dal diario di Stefano Infessura:

- 1491, die 23 Augusti, coeptum fuit, Opus Sanctae Mariae in Via Lata, videlicet destruere eccllesiam et aliam novam aedificare cum demolitione arcus triumphalis, supra quem in aliqua parte erat aedificata.

- L’Infessura registra anche che, per il lavoro il vicecancelliere ottenne 400 ducati, il legato della curia 300 ducati e gli architetti 200 ducati oltre quanto avrebbero guadagnato con la vendita dei marmi e travertini che sarebbero stati recuperati"

PIEDISTALLI RAPPRESENTANTI LE VITTORIE E I DIOSCURI

Era buona usanza a Roma che i Papi distruggessero in modo mirato tutte le bellezze architettoniche dell'impero romano, cosicchè ciò che si recuperava dalle demolizioni veniva venduto, in particolare marmi e travertino che venivano riutilizzati nelle nuove costruzioni, cosicchè nacque un commercio non solo di pietre ma di manifatture antiche che diedero luogo a diverse collezioni. 

Molti dei frammenti dell’arco entrarono nella collezione dei Medici per ornare Villa Medici a Roma, ma quando il Cardinal Ferdinando de’ Medici tornò in Toscana per diventarne il Granduca, portò con sé alcuni dei pezzi più belli della sua collezione tra cui i due piedistalli che provenivano dall’Arcus Novus e che furono collocati nel Giardino di Boboli a Firenze.

DETTAGLIO DI UNO DEI PIEDISTALLI RAPPRESENTANTE
LA VITTORIA ALATA CON I TROFEI

Il Cardinale aveva acquistato anche i bassorilievi dell’Arco ma non poté portarli via perché erano stati usati per la controfacciata di Villa Medici dove si trovano ancora oggi. Ancora perfettamente conservati si ammirano due bassorilievi allegorici, che rappresentano l'uno la celebrazione dei Decennalia e una Tychai o personificazione di città inginocchiata e sormontata da un Erote, e l'altro che rappresenta l’uccisione di un Toro ed il Tempio di Marte Ultore. 

Questi erano i bassorilievi provenienti dall’Arcus Novus, in cui erano già stati riutilizzati come spolia provenienti dalla dall’Ara Pietatis Augustae, dedicata dal Senato a Livia nel 22 d.c. e che vennero ancora utilizzati come spolia dell'Arcus Novus.

LA SCRITTA VOTIS X ET XX INCISA DA VENERE GENITRICE
IN OCCASIONE DEI DECENNALIA E I VENTENNALIA

L'iscrizione ritrovata, che Venere incide per i ventennalia e i decennalia di Diocleziano  - VOTIS X ET XX (CIL VI.31383) - suggerisce che sull'arco di Costantino fosse stata posta un'iscrizione dell'arco di Diocleziano, se così è, probabilmente l'arco venne edificato nel 303-304 (BC 1895, 46, Jord II.102, 417, HJ 469, PBS III.271, Matz-Duhn, Antike Bildwerke 3525).


BIBLIO

- S.B.Platner e T.Ashby - A Topographical Dictionary of Ancient Rome - London - 1929 -
- L. Quilici, S. Quilici Gigli -  "Opere di assetto territoriale ed urbano" - L'Erma di Bretschneider - 1995 -
- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - Arnoldo Mondadori Editore - Verona - 1984 -
- Jona Lendering - Stad in marmer. Gids voor het antieke Rome aan de hand van tijdgenoten (The Marble City. Literary - Guide of Ancient Rome) - La città di marmo. -





ARCO DI TIBERIO


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ARCUS TIBERII RIPRODOTTO NELL'ARCO DI COSTANTINO

Secondo i Cataloghi Regionari (cataloghi delle 14 regioni di Roma augustea) gli archi trionfali eretti a Roma erano ben 36.
La via Sacra era la via più importante di Roma, iniziava vicino al tempio di Romolo, costeggiava sul lato settentrionale la Regia, poi il tempio di Antonino e Faustina, la basilica Emilia, il Comizio e andava alla cima dell'Arx sul Campidoglio.
Ma al di là della Via Sacra, a 1,50 m. sotto il lastricato, emergono i resti delle poderose fondamenta in opera a sacco dell'arco di Tiberio, eretto nel 15 e 16 d.c., per aver suo figlio adottivo Germanico recuperato le aquile delle legioni perdute da Varo. Narra Tacito, ed è l'unico autore che menziona il monumento, che 'ductu Germanici, auspiciis Tiberii', che fu per tale vittoria eretto un arco 'sotto il tempio di Saturno'.
L'arco di Tiberio era stato fatto erigere dall'imperatore Tiberio (42 a.c. - 37 d.c.) per celebrare le campagne vittoriose del figlio adottivo Germanico (Gaio Giulio Cesare Claudiano Germanico.15 a.c. - 19 d.c.). In realtà le battaglie erano tutte di Germanico, figlio adottivo di Tiberio per volere di Augusto, ma l'arco era dedicato a Tiberio.

LA POSIZIONE
Alcuni resti architettonici furono trovati nel 1835 e nel 1848, ma le sue fondamenta vennero scavate solamente nel 1900. L'arco, che era ad un solo fornice, non era proprio sulla Via Sacra, ma accanto ad essa.  

Questa collocazione è confermata dal rilievo dell'arco di Costantino che lo rappresenta a sinistra dei rostri. Alcuni frammenti dell'attico, con il principio dell'iscrizione SENATVS POPVLVS(que romanus) e dei piloni laterali trovati nel 1849, stanno accatastati presso l'ultima base laterizia.
(Tratto da: Il Foro Romano - Storia e Monumenti da Christian Hülsen)

L'arco di Tiberio era un arco trionfale posto nel Foro Romano, a cavallo del Vicus Iugarius o Giugario, la via che univa il Foro repubblicano al Foro Olitorio e all'area del porto fluviale poco dopo l'incrocio con la Via Sacra e adiacente al Tempio di Saturno.
Era il terzo arco agli angoli della piazza del Foro, completato nel 203 dal quarto arco, dedicato a Settimio Severo (146 - 211).

Secondo le innovazioni portate da Augusto, il vincitore nel trionfo dovuto alle sue vittorie era solo un partecipante al carro del vincitore che figurava sempre l'imperatore e di cui il vincitore effettivo era solo un aggregato, per tema che un qualsiasi generale attirasse troppa fama su di sé minacciando quella dell'imperatore.

Così l'arco di trionfo non venne dedicato a Germanico ma bensì a Tiberio ed era il terzo arco agli angoli della piazza del Foro, completato nel 203 dal quarto arco, dedicato a Settimio Severo. Dell'arco esiste una raffigurazione sul rilievo dell'Oratio nell'Arco di Costantino, ambientata proprio nei vicini Rostri, le tribune nel Foro Romano dalle quali i magistrati tenevano le orazioni.

Di questo arco, oggi, non rimane alcuna traccia.

I POCHI RESTI

"Vicino al descritto tempio di Saturno, al dire di Tacito, vi stava l'arco di Tiberio eretto la ricuperazione delle insegne di Varo da Germanico cogli auspizj di Tiberio (4 6). Siccome poi evidentemente da questo arco vi partiva un qualche ramo della via che saliva al Campidoglio, si viene così ad essere d'accordo con quanto scrive Servio nel secondo libro dell'Eneide di Virgilio; cioè che il nominato tempio di Saturno stava presso al Clivo Capitolino.

Vicino al teatro di Pompeo vi stava pure al dire di Svetonio l'arco che Claudio fece edificare in onore di Tiberio e questo nel pocanzi citato frammento dell'antica Pianta riguardante il teatro di Pompeo sembra essere per metà indicato di piantato posto nel lato destro del medesimo teatro."


BIBLIO

- Tacitus - Annales - II, 42 - CIL. VI, 906 -
- Theodor Mommsen - Res gestae Divi Augusti - 126 -
- Rodolfo Lanciani - scavi di Roma -
- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - Verona - Arnoldo Mondadori Editore - 1984 -
- Samuel Ball Platner (completato e rivisto da Thomas Ashby) - Vicus Jugarius. A Topographical Dictionary of Ancient Rome - Oxford University Press - Londra - 1929 -





ARCO DI MALBORGHETTO


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ARCO-CASALE DI MALBORGHETTO
Poco oltre il XIII miglio della Flaminia antica, si staglia la massa imponente del Casale di Malborghetto, un edificio che ha inglobato un arco quadrifronte del IV sec. d.c., posto a segnacolo dell’incrocio tra la Via Flamina e una strada di collegamento tra Veio e la Tiberina.

Oggi quella via che collegava Capena con Veio non esiste più, ma qui fu eretto l'arco quasi sicuramente per celebrare la vittoria di Costantino nella battaglia di Ponte Milvio del 313 d.c., la battaglia che iniziò a Prima Porta e finì con la rotta di Massenzio a Ponte Milvio.


È difficile oggi riconoscere nella struttura della fortezza medievale, l’anima dell’antico monumento romano, di proporzioni imponenti, di m 14,86 x m 11,87 x m 7, come del resto il più celebre Arco di Giano al Velabro, citato nei Cataloghi Regionarii del IV sec. come Arcus Divi Costantini, probabilmente edificato contemporaneamente a quello di Malborghetto, costruito nello stesso posto dove, secondo la leggenda, c’era l’accampamento di Costantino che qui ebbe la visione della croce.

RESTI
Il monumento viene datato al III-IV se. d.c. sia perchè la tecnica edilizia è simile a quella Basilica di Massenzio, sia perché una mattonella della volta porta un bollo con l’iscrizione OF CR AUG ET CAES NOS cioè dell’officina di CR Augustorum et Caesarorum nostrorum quindi del periodo tetrarchico che durò solo 10 anni dal 295 al 305.

L’arco era quadrifonte ed è stato costruito su quattro pilastri in opera cementizia che formano all’interno una volta a crociera, le fondazioni sono in blocchi di travertino, le mura all’esterno in laterizio con bipedali divisi in due sulla diagonale e disposti con la punta all’interno; l’arco era poi ricoperto con lastre di marmo o travertino ed ornato con statue e colonne; aveva una pianta rettangolare con i lati più lunghi dalla parte della Via Flaminia.

GLI INTERNI DELL'ARCO
Il tetrapylon, a pianta rettangolare, era coronato da un attico a copertura piana. La presenza di un arco onorario sulla Via Flaminia, databile al IV sec. d.c., venne relazionata alla discesa delle truppe di Costantino lungo questa strada per opporsi a quelle dell’imperatore Massenzio. La tradizione cristiana vuole che Costantino, accampatosi in questo luogo, abbia visto al tramonto nel cielo il segno della croce e che “durante il sonno viene avvertito di far segnare sugli scudi il celeste segno di Dio e di dar battaglia”. 

Il giorno dopo, il 28 ottobre del 312, Costantino sbaragliava a Saxa Rubra l’esercito del rivale e lo stesso Massenzio perse la vita nelle acque del Tevere. A seguito della vittoria, nel 315, il Senato Romano fece erigere nell’Urbe l’arco bifronte presso il Colosseo e forse nel Suburbium quello di Malborghetto. 
RICOSTRUZIONE DEI PROF. ALBERTO E MARCO CARPICECI

I Cambiamenti della struttura nei secoli

- dovette rimanere invariato per secoli, invariato ma abbandonato alle erbacce e ai vandalismi,
- nell' XI sec., l'arco fu trasformato in chiesa a croce greca con la chiusura dei quattro fornici e la costruzione di un'abside sul lato orientale.Il basolato stradale fu deviato all'esterno.
- le prime notizie ufficiali risalgono al 1256 come atto di compravendita in una divisione di beni di proprietà della famiglia Orsini, dove viene citato come un piccolo borgo protetto da una doppia cinta muraria.
RICOSTRUZIONE DELL'ARCO
TRASFORMATO IN CHIESA
- nel 1263 viene inserito nella cinta muraria di un castrum, denominato dalle fonti Burgus S. Nicolai de arcu Virginis.
- nel XV sec. fu trasformato in fortino con una cinta di mura intorno,
- nel XVI sec. diventò una taberna con ospitium per i pellegrini e come tale è indicato nelle mappe per arrivare a Roma, 
- nell’ XI sec. diventa chiesa fortificata dedicata alla Madonna,
- nel XVII sec. venne abbandonato per un periodo ed occupato dai briganti e da allora viene indicato come Malborghetto. Così si dice, ma in realtà il toponimo Malborghetto è molto più antico e si riferisce alla devastazione subita ad opera degli Orsini nel 1485 per scacciare i Colonna, che ne avevano preso possesso con l'appoggio del papa. Distrutto durante le lotte tra gli Orsini e i Sacrofanesi. venne trasformato in casale e circondato dalle rovine del Borgo, col nome di Malborghetto o Borghettaccio.
- divenne parte delle difese dello Stato Pontificio sino al XV sec.
- nel XVIII sec. il Capitolo di San Pietro, proprietario del fondo, lo affittò alle Poste Pontificie che ne
fecero una stazione di posta tra Prima Porta e Castelnuovo di Porto. Mantenne questa funzione sino a quando Pio VI, collegando Civita Castellana alla via Cassia, soppresse il servizio postale lungo il tratto suburbano della via Flaminia.
- L'edificio cadde in completo abbandono fino alla metà del Cinquecento quando fu preso in affitto da un aromatarius (erborista) milanese che risiedeva a Roma, un certo Costantino Pietrasanta, che lo ristrutturò completamente.
- nel 1892 venne finalmente acquistato dallo Stato Italiano e restaurato, ora è sede di un Museo. Interessante la sala al piano terreno dove sono esposte le statue acefale provenienti dalla zona di Grottarossa ed un’ara funeraria ritrovata a Tor di Quinto nei pressi di Ponte Milvio.
- l'aspetto attuale è simile a quello conferitogli dal Pietrasanta. Senza la muratura dei fornici e le aggiunte di epoche successive doveva apparire molto simile nella ricostruzione grafica che fu realizzata nel XVI secolo da Giuliano da Sangallo.
- tornato ad essere un semplice casale, solo nel 1982 entrò a far parte dei Beni del Demanio. Dopo un attenta opera di restauro ospita un Antiquarium con i ritrovamenti pertinenti alla Via Flaminia.

RICOSTRUZIONE DI FRITZ TOEBELMANN

FRITZ TOEBELMANN

Una svolta importante alla comprensione delle origini di questa costruzione fu data agli inizi Novecento dal giovane archeologo tedesco Fritz Toebelmann che lo studiò per cinque anni arrivando alla conclusione che fosse stato edificato prima della fine del IV sec.

Il Toebelmann ispezionando accuratamente l'edificio scoprì infatti, su di un mattone posto sotto l'intonaco della volta centrale dell'arco, un bollo laterizio di età Dioclezianea. Questo gli permise di datare il monumento. L'archeologo tedesco morì però prematuramente durante la prima guerra mondiale, lasciando però interessanti spunti ai futuri studiosi. Il Toebelmann fu il primo a sostenere che tale monumento fosse stato eretto nel luogo dove le truppe di Costantino I si accamparono in attesa dello scontro con Massenzio in quanto, se avesse dovuto commemorare la vittoria, sarebbe stato collocato nel punto di inizio della battaglia e cioè in località Saxa Rubra o nel punto della sua conclusione cioè al ponte Milvio. 

Poichè il monumento era collocato presso i castra aestiva costantiniani, si è supposto, ma senza fonti, che potesse essere legato alla leggendaria "visione" che Costantino riferì di aver avuto alla vigilia dello scontro con Massenzio. Gli studi più recenti svolti dal prof. Gaetano Messineo hanno però confermato le deduzioni del Toebelmann.

RICOSTRUZIONE DEL SANGALLO

DESCRIZIONE

Dall’esterno si vedono sulle facciate i quattro archi in laterizio, i marcapiani in travertino e poche decorazioni. Si entra dal lato opposto alla strada, lato est, con una scala in legno in un ambiente piano rialzato sotto la crociera la cui struttura è ancora quella romana senza rivestimento. Una scala a sinistra scende al piano terreno leggermente più alto rispetto alla Flaminia della quale è stato scoperto un tratto basolato a nord. 

Gli storici sapevano che l'arco era stato eretto per ricordare un evento molto importante nella storia cristiana, ma senza individuarlo; ci provò anche Stendhal che in Passeggiate Romane, ricorda l’episodio:

“... siamo usciti da Porta del Popolo per arrivare, dopo due miglia di strada a ponte Molle. Su questo ponte, oggi chiamato Milvio, Cicerone fece fermare gli ambasciatori allobrogi, che avevano cospirato con Catilina allo scopo di liberare la loro patria, dal giogo di Roma ... Fra Ponte Milvio e la località chiamata Saxa Rubra, Costantino mise in rotta il rivale Massenzio. Abbiamo cercato di individuare il paesaggio che compare nell’affresco della grande battaglia dipinto da Raffaello in Vaticano”

A noi viene da aggiungere che se l'evento commemorato dall'arco fosse stato quello del fatale segno apparso in cielo a Costantino, sicuramente la Chiesa l'avrebbe protetto, all'epoca, come cimelio cristiano, come d'altronde ha protetto in simil modo l'arco di Costantino presso il Colosseo. Anche perchè nonostante fosse un crudele assassino che fece uccidere suo figlio e cuocere sua moglie nell'acqua bollente, la chiesa lo ha fatto santo in qualità di suo difensore. Ci chiediamo pertanto cosa avesse impedito all'epoca di osservarne le immagini relative al detto cattolicissimo evento.


BIBLIO

- Giuliano Malizia - Gli archi di Roma - Newton Compton Ed. - Roma - 2005 -
- Ranuccio Bianchi Bandinelli, Mario Torelli - L'arte dell'antichità classica - Etruria-Roma - Utet - Torino 1976 -
- Procopius - De Aedificiis - 5.3.8-11 -
- Filippo Coarelli - Storia dell'arte romana. Le origini di Roma - Milano - ed. Jaca Book -
- Pierluigi De Vecchi ed Elda Cerchiari - I tempi dell'arte - volume 1 - Bompiani - Milano - 1999 -



 

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