I PIATTI ROMANI



BASSORILIEVO DI MINERVA SU PIATTO DORATO - II SEC.
Non abbiamo neppure una pallida idea della grandezza di Roma, grande nell'organizzazione, nella civiltà, nel diritto, nell'arte, e nella bellezza delle sue architetture, nei suoi arredamenti e nella sua oggettistica.

Una certa mentalità un po' ristretta ha teso a occultare tanta bellezza per timore che su questo potesse installarsi nuovamente una certa visuale politica. Ma la grandezza di un popolo non può essere occultata da simili dettagli. E' come sconfessare Omero perchè Stalin o Hitler amavano Omero.

Non abbiamo idea della bellezza e la grandezza di Roma perchè con la caduta dell'Impero ogni civiltà scomparve, inghiottita da un'oscurantistica religione che negava la gioia di vivere ed ogni espressione artistica che non fosse a uso e consumo della propaganda religiosa.

Per darne una pallidissima idea abbiamo deciso di farvi conoscere le suppellettili romane, a cominciare dai piatti, incredibilmente lavorati, diversissimi nei modelli e di numero incredibile. L'arte romana si instaurò per tutta l'Europa ma pure nelle province dell'Asia e un po' dell'Africa. Perchè Roma fu davvero la Caput Mundi.

I piatti possono essere decorati sul bordo, in tutto l'interno, o su un medaglione interno lasciando liscio il contorno, oppure possono essere decorati in tutto l'interno ma pure con il medaglione al centro. Il bordo può essere lavorato o liscio ma comunque ribattuto.
Come materiale potevano essere di ferro, di bronzo, di peltro, di terracotta, di terra sigillata, di metallo argentato, di argento e pure d'oro.



ARGENTO

PIATTO ROMANO BRITANNIA - IL PIATTO DI BACCO

Il Piatto di Bacco fa parte del tesoro di Mildenhall (Mildenhall Treasure), un recupero di antico vasellame romano da tavola in argento, del IV secolo recuperato a West Row, nei pressi di Mildenhall (Suffolk, Regno Unito).
Il tesoro fu scoperto da Gordon Butcher nel gennaio del 1942, mentre arava il campo di Sydney Ford, ma non fu segnalato alle autorità prima del 1946, finchè venne acquisito dal British Museum di Londra.
 
Il vasellame da tavola nelle famiglie patrizie era un modo per sfoggiare gusto, bellezza e ricchezza, ma anche agli ospiti era gradita la mostra perchè ammiravano qualcosa di ottimo gusto, una vera opera d'arte.

Il servizio da tavola era ricchissimo e si giovava di stupendi piatti da portata che venivano esibiti uno alla volta da uno schiavo che lo mostrava agli ospiti e lo deponeva poi sulla tavola. Un altro schiavo recava poi la pentola da cui attingeva i cibo che veniva posto con cura sul prezioso piatto. con l'approvazione e l'applauso dei presenti.



ROMANO III  SEC. D.C.

In Italia si usa oggi il titolo di 800/1000, mentre i paesi anglosassoni usavano ed usano tutt'oggi la titolazione romana di 925/1000, il titolo più alto in cui è possibile lavorare il metallo prezioso.

Questo piatto accoglie al suo centro una figura dionisiaca che potrebbe essere anche lo stesso Dioniso, oppure di un Sileno. Si evince dai corni di capra della fronte ma pure dai tralci d'uva con grappoli e foglie che ha sul capo.

Il piatto è impreziosito da una doratura che fa da sfondo al volto della creatura. Sul fondo si nota un lavoro eseguito a cesello che mostra uccelli, serpenti e volute varie.



GANIMEDE E L'AQUILA - II SEC. D.C.

Il mito narra di Ganimede, bellissimo figlio di Tròo e di Calliroe, che venne rapito da un’aquila mandata da Giove, per alcuni era Giove stesso tramutatosi in aquila, per assegnare al giovane la mansione di coppiere alla divina mensa olimpica, carica fino ad allora riservata ad Ebe. Giunone si risentì, non per il coppiere ma perchè il giovane sarebbe diventato l'amante del re degli Dei.

Giove non mancò poi di risarcire Tròo, per il torto che gli aveva arrecato, facendogli recapitare da Mercurio un vitigno d’oro e due cavalli velocissimi. Evidentemente nella mentalità dell'epoca i figli potevano essere comprati, ma soprattutto si voleva celebrare ed anche legittimare la pederastia che impazzava tra i greci e che, anche se in misura molto minore, dilagò pure tra i romani.

Evidentemente il padrone di casa non si scandalizzava del contenuto del mito che faceva d'altronde parte anche della religione romana che molto attinse dalla greca, oppure simpatizzava molto per la pederastia e ne accoglieva la celebrazione in questo artistico piatto.



RICOSTRUZIONE DAI FRAMMENTI DI PIATTO

Dai frammenti di un piatto d'argento sepolto in Scozia 1500 anni fa di è ricostruito un piatto da portata per illustrare lo stile di vita sontuoso di cui godevano i membri elitari della società romana.

Gli archeologi furono in grado di creare questa ricostruzione digitale della lastra d'argento decorata basata su due pezzi dell'orlo originale, che portò alla luce insieme a un'enorme collezione romana recuperata a East Lothian nel 1919.

I frammenti d'argento "altamente decorativi" e il diametro di 70 cm della piastra ricostruita indicano che si trattava di piatti da tavola adatti ai senatori e all'élite romana ", come hanno riferito i ricercatori. Il bordo è stato dorato tutt'intorno.

Alcune incisioni, specie al centro del piatto, ma pure quelle sul bordo dorato, sembrerebbero eseguite a niello, con quella particolare tecnica romana per cui le incisioni erano evidenziate da un contorno tanto scuro che appariva nero, il che dava maggior visibilità alle immagini incise.



III SEC. D.C. 

Questo piatto, orlato da un bordo ribattuto e liscio, con all'interno una dedica poco leggibile sulla parte superiore, mostra in alto una divinità che sembrerebbe essere Apollo che col suo cocchio di 4 cavalli guida appunto il carro del sole.

La divinità infatti mostra un'aureola fiammeggiante, però stranamente ha un corpo femmineo con tanto di seno. Non sarebbe poi così eccezionale, perchè spesso Apollo ha un viso e un corpo femmineo con vesti da donna e talvolta anche col seno, ma il fatto è che sopra il capo poggi un crescente lunare e questo non è pertinente ad Apollo ma a Diana.

Inoltre la divinità, mentre con la destra si presume tenga le redini dei cavalli, redini che comunque non si vedono, con la sinistra tiene quella che sembrerebbe essere una patera, cioè un piatto di offerte che in genere portano gli offerenti agli Dei, ma talvolta sono gli Dei a portarla, forse a simboleggiare l'offerta che fanno agli uomini dei frutti della terra. Il che ben s'addirebbe a un'immagine femminile.

Sulla destra di chi guarda c'è poi un tempietto su alto podio dove troneggia la Dea Minerva, con tanto di lancia e scudo, mentre sul lato sinistro emerge un albero di ulivo, notoriamente sacro ad Atena.
Più in basso un sacrificante, vestito con una semplice clamide, conduce per un corno una capra mentre con l'altro braccio tiene dei frutti, avviandosi verso un'ara sacrificale ove ovviamente sacrificherà l'animale e i frutti.

Sull'ara sacrificale brucia una fiamma, ma pure sui gradini del tempio di Minerva si leva una fiamma da un braciere. Il significato è piuttosto difficile da interpretare, anche perchè a ben guardare l'offerente, sembrerebbe avere due cornetti caprini tra i capelli.



IV SEC. 

Qui l'immagine, bellissima, non lascia dubbi. Si tratta di una menade e di un satiro. Il piatto ha un bordo perlinato a grosse perle. In cielo volteggia qualcosa che somiglia a una trottola, che sembra però specchiarsi nell'acqua, ma sta in cielo.

I due danzano in una classica scena dionisiaca, la menade regge in una mano un tirso e nell'altra un tamburello, un terzo personaggio, probabilmente un altro satiro, danza sul fondo. In basso c'è un bastone da pellegrino che regge un fazzoletto contenente una pigna e dei frutti. la pigna è sacra al culto di Dioniso. 

In basso c'è una siringa poggiata su un muretto, uno strumento a fiato a più canne, in genere 7 ma poteva giungere a 9 o a 11 canne, inventato dal Dio Pan quando tentò di sedurre la ninfa omonima, restando con il cespuglio di canne in cui era stata trasformata la ninfa.

Il bordo perlinato, di gusto romano, è poi dilagato soprattutto in Inghilterra nel '700, ma poi in tutta europa,  come orlo per posateria, piatti, vassoi e altri oggetti in argento.



II META' IV SEC. PARAPIAGO

ll piatto, o patera che dir si voglia, è in argento dorato e lavorato a sbalzo con ritocchi in cesello, è tra gli esemplari più noti dell'argenteria di epoca tardo-imperiale del IV secolo d.c. La scena è piuttosto complessa, abbracciando un significato cosmologico e filosofico-religioso

Rappresenta il trionfo della Dea Cibele e del suo figlio-compagno Attis su una quadriga trainata da leoni, al quale assistono le divinità e le personificazioni del tempo, del cielo e della terra. Vi sono guerrieri danzanti, serpenti, amorini, in alto il sole con il cocchio dei cavalli e la luna col cocchio dei buoi. Nel punto più basso le divinità del mare e ai lati, Venere con Cupido, e un paio di divinità femminili, una col lituo ed una con la canna palustre.

Il culto della Dea frigia Cibele venne introdotto a Roma nel 205 a.c. a protezione dell'Urbe su suggerimento dei Libri Sibillini, durante la II Guerra Punica. I sacri testi consigliarono ai Romani di recuperare a Pessinunte la pietra nera della Madre degli Dei, pietra che venne recuperata e e conservata nel Tempio di Vittoria.

La costruzione di un Tempio dell Magna Mater cominciò nel 204 a.c.,  e fu riedificato sul Palatino, in pietra e marmo da Augusto, che ne fu gran devoto. La Dea fu particolarmente venerata nel mondo romano a partire dal I secolo d.c, e l'imperatore Giuliano l'Apostata, alla fine del IV secolo d.c,  tentò vanamente di opporre il culto della Dea al Cristianesimo dominante.

La patera di Parabiago è un grande piatto d'argento del diametro di circa 39 centimetri e uno spessore di circa 5,1 cm. Rinvenuto a Parabiago, cittadina a 23 km da Milano, nel 1907 e recuperato nel 1931 dalla Soprintendenza Archeologica della Lombardia, pesa di 3,5 kg. 



PIATTO EROS - PERIODO ELLENISTICO

Il piatto ha un bordo liscio ed è liscio anche al suo interno, però con al centro un medaglione dorato, a sua volta bordato a gradino, dentro il quale si apre un fiore a quattro petali, forse un anemone, dentro cui sgambetta un bimbo alato.

E' il Dio dell'amore, è Cupido, cioè Eros, il piccolo Dio eternamene fanciullo che col suo arco d'oro incocca la freccia e colpisce le vittime del suo incanto, chi è colpito non si può sottrarre all'innamoramento, neppure sua madre.



PIATTO TESORO DI MORGANTINA

Il tesoro di Morgantina venne scavato da clandestini nei primi anni ’80 del '900 giusto a Morgantina, ed acquistato in Svizzera, e poi dal Metropolitan Museum di New York, costretto nel 2010 a restituirli all’Italia. Lo studio dell’abitazione in cui si effettuò lo scavo rivelò che questa fu improvvisamente abbandonata dopo la fine della II Guerra Punica, nel 211 a.c., quando Morgantina fu presa dai romani che affidarono la città ad un gruppo di mercenari ispanici, ma nel frattempo molte case erano state evacuate, rimanendo in abbandono. 

Evidentemente il proprietario della casa aveva occultato il tesoro per salvare dalla razzìa gli oggetti preziosi. Sembra che il padrone del tesoro fosse tale Eupolemo, un proprietario terriero nei pressi della casa dove questo venne trovato, un prodotto dell’alto artigianato siracusano della metà del III sec. a.c., durante il regno di Gerone II.

Il piatto in questione, di eccezionale bellezza, mostra un bordo scanalato tutt'intorno con l’effige non di Scilla, come molti hanno pensato, ma di Cariddi. Scilla era una ninfa bellissima trasformata in mostro metà donna e metà mostro marino con sei enormi teste di cane con tre file di denti ognuna, un busto enorme e delle gambe serpentine lunghissime.

Per l'orrore della trasformazione Scilla si gettò in mare e andò a vivere nella cavità di uno scoglio vicino alla grotta dove abitava anche Cariddi, altra ninfa trasformata in un mostro che aveva due code e tre teste di cane, nell’atto di scagliare un masso di pietra lavica in mezzo alle onde del mare sottostante. Il piatto è totalmente rivestito in oro.



ARGENTATO

PIATTO DA PORTATA PESCE

Il piatto in foto era evidentemente utilizzato come piatto da portata per servire del pesce. Lo dimostra la sua decorazione, dove si nota l'immagine di un pescatore, circondato da immagini a sbalzo di pesci, frutti di mare, serpenti di mare, calamari, gamberi e conchiglie.

Il piatto concavo, conservato oggi al Civico museo archeologico di Milano, è realizzato a sbalzo e inciso a cesello, totalmente in metallo argentato. Le argentature dell'epoca non erano come quelle di oggi, perchè il bagno galvanico non esisteva e lo strato d'argento veniva applicato con un martelletto finchè non si attaccava al metallo unendosi strettamente con esso. Per questo l'argentatura romana dura ancora oggi, dopo 2000 anni.



COSTANTINOPOLI - ARGENTATI

Ambedue i piatti sono argentati e datati del 570 d.c. Il primo è strettamente dionisiaco, un satiro e una menade danzano invasati dall'ebbrezza divina, la menade è coperta da un velo trasparente e agita due torce, mentre il satiro, nudo e con tanto di coda, ma con una mantellina leggera, regge in mano il lituo, l'antico bastone ricurvo mentre sulla gamba gli si avvolge un serpente. Una pantera in basso accompagna l'eccitazione selvaggia della scena.

Il secondo piatto è di mano diversa, forse più accurata ma meno emotiva. la scena sembrerebbe rappresentare la Dea Venere con Cupido e la piccola Psiche. la Dea, incitata dal piccolo e svolazzante Cupido sembra volerle porgere una coppa, forse dell'ambrosia, che Psiche bambina, anch'essa nuda, sembra accettare di buon grado. La scena è corredata ai lati da un albero e da una colonna, e tutto intorno da uccelli, forse colombe, che erano sacre alla Dea.



VETRO

III SEC.

Il vetro fu uno dei materiali più usati dai Romani, soprattutto dopo il I sec. a.c., quando la tecnica della canna da soffio e la costruzione di fornaci a temperature elevate permisero di produrre il vetro in tempi più brevi e a costi ridotti.
La prima produzione vetraria fu realizzata infatti mediante il metodo della colatura, o fusione a stampo, che consisteva nel colare o pressare la massa allo stato fluido all'interno di uno stampo che recava la forma dell’oggetto che si desiderava ottenere.

Infatti secondo Strabone, contemporaneo di Augusto, l'industria vetraria romana aveva una grande inventiva, perchè non solo sperimentava varie tecniche di colorazione, ma riusciva a produrre vasellame molto economico, che costava solo una moneta di rame.



CIPRO III SEC. D.C. vetro

Solo nel periodo giulio-claudio, I sec. a. c., la produzione di vetro mosaico si attenuò fino a sparire per la scoperta tutta romana della soffiatura a stampo intorno al 25 d.c., che rivoluzionò l'industria vetraria.

Una quantità variabile di materia allo stato vischioso veniva applicata all'estremità di una canna di metallo o di argilla, quindi si soffiava al suo interno conferendo all'oggetto la forma desiderata.

Rispetto alla tecnica precedente, la soffiatura permetteva di ottenere oggetti molto più leggeri, dalle pareti più sottili.


100 - 150 D.C.

Fu proprio per questo che gli effetti della scoperta non tardarono a farsi sentire: furono accellerati i ritmi di produzione e di conseguenza vi fu un crollo nei prezzi sul mercato. Noi moderni non abbiamo nemmeno una pallida idea di cosa i romani realizzassero in questo materiale. Inventarono migliaia di modelli dall'aspetto sofisticatissimo o finemente stilizzato.

Si potrebbero mostrare alla gente tantissimi modelli di vasi romani in vetro e chiunque giurerebbe che quegli oggetti siano stati eseguiti a Murano, non solo i calici classici o le anfore o i cesti che sembrano merletto, ma pure quelli modernissimi, stilizzati e striati a vari colori.

PARTICOLARE DELLA LAVORAZIONE DEI MANICI
Il vetro si trasformò rapidamente da bene di lusso, a merce ordinaria, ovvero aveva l'uno e l'altra, per tutte le borse, perchè i romani erano bravissimi nel business, tanto che in ogni provincia circolavano oggetti semplici o decorati, prodotti da manifatture regionali.

A partire dal I sec. fino alla fine dell'epoca romana si produssero in tutto l'impero servizi da tavola in vetro soffiato.
Il vetro a colorazione naturale verde bluastro o verde chiaro divenne il comune vasellame da tavola e dei recipienti per la conservazione, mentre il vetro incolore era ricercato per gli oggetti di maggior pregio, divenendo un'attività di tipo industriale, svolta su larga scala in particolare a Roma ed ad Aquileia.

L'invenzione della soffiatura a stampo e l’uso di coloranti sostituì in larga parte i costosi procedimenti di colatura e formatura a caldo dei vetri ed intorno al 25 d.c., producendo contenitori in vetro per uso alimentare, per uso medico e cosmetico, per uso estetico come gioielli o addirittura come lente.

Il possesso di vasellame e di suppellettili di vetro perse un po' della sua attrattiva quando divenne alla portata di tutte le classi sociali della Roma imperiale. Tuttavia l'aristocrazia ebbe solo per sè dei pezzi unici e stupendi che costituivano l'orgoglio dei padroni di casa, conservati gelosamente come le stoviglie d'argento e di valore non inferiore ad esse.

Come al solito i romani divennero abilissimi artisti, superando qualsiasi altra produzione al mondo, nella tecnica e nell'inventiva delle forme e dei soggetti, ma soprattutto nella bellezza delle esecuzioni.



TERRA SIGILLATA

La ceramica sigillata è un tipo di ceramica romana fine da mensa, cioè destinata ad essere utilizzata come servizio da tavola, diffusa in tutto il territorio romano.
La sua caratteristica principale è una vernice rossa, più o meno scura o tendente all'arancione più chiaro o meno chiaro. e la decorazione a rilievo, modellata, impressa o applicata. Alcuni esemplari portano impressi dei bolli ceramici o "sigilli", dai quali la tipologia deriva il suo nome, che riportano il nome del fabbricante.

Contrariamente a ciò che si pensa la terra sigillata non nacque in suolo italico bensì ebbe origine nel Medio Oriente e si diffuse poi in Italia, dove il centro della migliore produzione fu Arezzo, ragion per cui venne chiamata anche "ceramica aretina".


PERGAMO - II - III sec.

La vernice lucida e rossastra che si realizza sul vasellame si ottiene attraverso la decantazione dell'argilla in acqua a cui viene aggiunto un elemento che facilita da un lato la precipitazione del calcare sul fondo e dall'altro la sospensione delle particelle di feldspato, che producono così la vetrificazione dell'argilla. 

Il colore del prodotto dipende dal colore della vernice ma anche dalle tecniche di cottura che possono avere buona o scarsa ossigenazione, favorendo una colorazione rossa, più o meno intensa, fino ad un nero dai riflessi metallici.
La terra sigillata, o ceramica aretina, si diffuse molto a partire dall'epoca di Augusto, consentendo la fioritura della fabbriche che la producevano ed esportavano in zona aretina, ma un altro centro importante di produzione nacque presso il porto di Puteoli (Pozzuoli).

Poi, nel II secolo, a partire dall'età flavia, queste vennero soppiantate dalle fabbriche nordafricane (terra sigillata chiara o africana), di colore sia rosso-arancio che rosso-bruno, prive però delle decorazioni con stampi a matrice. La produzione africana durò fino al VII secolo.

La decorazione poteva essere "a matrice", cioè modellato al tornio direttamente nella matrice, nella quale erano stati ricavati motivi decorativi incavati, che comparivano quindi a rilievo sul piatto, o "alla barbotine" in cui i motivi decorativi a forte rilievo erano applicati sul corpo liscio con un'argilla semiliquida che fungeva da collante. Altre decorazioni incise potevano essere aggiunte con rotelline o punzoni. Infine veniva stampigliato il bollo del fabbricante.



 PIATTO DELLA GALLIA

A partire dal 50 d.c. i centri di produzione si spostarono verso le province. Il sito di La Graufesenque, nella piccola città di Condatomagus (Francia), esportò i suoi prodotti perfino a Pompei, dove furono conservati dell'eruzione del Vesuvio nel 79. La romanizzazione delle province portò, insieme a una nuova civiltà, nuove produzioni locali e nuovi commerci. Così ebbe vita la "ceramica sudgallica" che dapprima imitò la ceramica aretina, poi sviluppò un proprio repertorio.

Le officine si allargarono poi alla Germania, in Grecia, Siria, Egitto, fin sulle coste del Mar Nero. La produzione, iniziata intorno al 20 d.c., ebbe vita per circa un secolo, terminando sul suolo italico intorno al 120 d.c.. Ma le ceramiche della Gallia orientale invece continuarono la produzione fino al IV secolo.



TERRACOTTA

CENTRO EUROPA

Questo piatto fittile romano presenta un bordo inclinato ma sicuramente non apposito.Tuttavia la non giusta inclinazione non aveva però impedito l'uso del vaso, forse venduto a minor prezzo o usato dall'artigiano stesso, fattostà che è giunto integro fino a noi.

Infatti la corrosione dell'oggetto deriva non tanto da agenti esterni nei diversi secoli, quanto dal suo uso prolungato.

Fu rinvenuto durante scavi archeologici, miracolosamente integro. La terracotta semplice, più o meno raffinata, è stato il piatto principale delle mense romane fin dai primordi. Poteva essere fatto anche in casa, prelevando dell'argilla e dandole una forma prima a mano e poi col tempo al tornio.


PELTRO

Può stupire perchè è poco divulgato, ma i romani fabbricavano stoviglie in peltro. Ne facevano diverso uso, ma non era il prodotto più economico, perchè il peltro era piombo, stagno e argento, il più economico era la terraglia, o terracotta.

I più antichi oggetti in peltro, con forte percentuale di stagno, risalgono ai primi secoli dell'era cristiana e riguardava piatti, monete, ciotole e anfore rinvenuti in varie località inglesi e classificati come oggetti di peltro “romano-britannico”.

I piatti in peltro erano pesanti e non del tutto igienici perchè la forte componente di piombo poteva produrre, a contatto con cibi acidi, dei sali leggermente velenosi. Pertanto andavano bene per cibi freddi o basici.



BRONZO

STOVIGLIE BRITANNE

Più di mille artefatti in bronzo sono stati rinvenuti scavando sotto una strada londinese: ed ecco i piatti di bronzo, (ma pure secchi, attingitoi, pentole, tazze), tutti di epoca romana ma di manifattura britanno-romana.



PIATTI DEL FUCINO IN BRONZO

Questi piatti di epoca romana, furono recuperati con il prosciugamento del lago del Fucino entrando a far parte della collezione dei principi Torlonia. Sicuramente erano piatti di legionari, per la quantità, l'identico modello, in metallo in modo che non potessero rompersi e di costo modesto.


PIATTO DI LEGIONARIO ROMANO

Reperito in un castro romano, è evidente che la forma del piatto permettesse una perfetta impilatura dovendo questi essere trasportati sui carri.

Questo in figura è uno chiaro esempio di piatto di legionario romano. I romani infatti portavano nello zaino le armi e la borraccia dell'acqua ma non altro se non era per la pura sopravvivenza.

In questo modo si poteva fuggire e nascondersi mollando carri e altro per ritrovarsi in modo più sicuro.

Però, osserviamo noi, visto che nelle provviste essenziali portavano il grano, in qualche modo dovevano cuocerlo e una pentola, o almeno un piatto di bronzo, poteva far parte dell'essenziale, visto che necessitavano, sempre per la pura sopravvivenza, di una pentola, di un piatto e di un recipiente dove raccogliere il cibo, sia pure delle bacche o delle radici. Un piatto di bronzo, di poco spessore poteva essere utilizzato in tutti e tre i casi.


BIBLIO

- Onde Nulla Si Perda - La collezione archeologica di Cesare Di Negro-Carpania - cura di Alberto Crosetto e Marica Venturino Gambari -
- Castoldi Marina - Bollettino dell'Associazione Archeologica Ticinese - Band (Iahr) - 1991 -
- Alessandro Quercia - Le ceramiche comuni di età romana - 1997 -



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